L'Illustre bassanese

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Fondato

nel 1989

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distribuzione gratuita

LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

I MuzzarellI bIMeSTrale MoNoGraFICo DI CulTura

N° 152 • NoveMbre 2014


Comune di BASSANO DEL GRAPPA

Comune di CASSOLA

Comune di VALSTAGNA

aGeNzIa PrINCIPale DI baSSaNo / MaroSTICa Rappresentanti Procuratori M. CERON, A. FERRAZZI e M. ZUIN Piazzetta delle Poste, 21 - Bassano / Piazza Castello 22 - Marostica Tel. 0424 470424 - bassanodelgrappa.marostica@agenzie.generali.it

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In copertina, Pietro Roi, Ritratto di Giuseppina Muzzarelli, olio su tela, 1870 circa. Bassano, Museo Civico, inv. 196. A centodieci anni di distanza dalla munifica donazione della quadreria Muzzarelli al Museo Civico di Bassano, L’Illustre bassanese ne pubblica il primo approfondito studio storico-critico (1904-2014).

I MUZZARELLI LA RISCOPERTA DI UNA FAMIGLIA ALLA QUALE LA CITTà DEVE RICONOSCENZA L’inedita storia che ci offre Agostino Brotto Pastega può essere letta come una vera e propria caccia a un tesoro smarrito e ritrovato. Attraverso il complicato e difficile riordino di una miriade di informazioni, affiorate dagli archivi di Bassano, Vicenza, Venezia, Brescia e Mantova, lo studioso ha saputo ricostruire la storia di una signorile dimora, della quale rimangono oggi solo deboli tracce nelle mappe storiche: quasi dei biglietti trovati entro la classica bottiglia lanciata dopo un naufragio e ritrovata a distanza di molti anni. La villa ritrovata, detta palazzino, sorgeva alle porte di Bassano in contrà della Riva (appena oltrepassati i Pilastroni) ed era immersa in un lussureggiante giardino, parzialmente identificabile in alcune superstiti piante secolari ora nella proprietà del Pensionato Sturm. Qui si alternarono le ricche e potenti famiglie dei Beltramini-Miazzi, dei patrizi veneti Mora, dei Sacchi e infine dei Muzzarelli. Proprio dall’approfondito studio della linea dei Mora di San Felice si è scoperto che l’ultimo esponente di tale famiglia concluse la sua principesca vita nel palazzino di Bassano (1835), devolvendo parte dei suoi beni agli Istituti pii cittadini e ad amici vari, fra i quali il poeta Jacopo Vittorelli. Dopo avere individuato alcuni passaggi ereditari, lo studioso ha scoperto che tale dimora venne acquista nel 1867 da Giuseppina Muzzarelli, una delle donne

più ricche di Venezia. Una signora che si innamorò a tal punto del panoramico contesto da battezzarlo alla francese, Belle-Vue, e di trasferire la propria residenza a Bassano. Giuseppina Muzzarelli decise inoltre di eleggere il cimitero di Santa Croce come sede della tomba di famiglia, facendovi poi trasportare i resti dei nonni dal cimitero di San Michele di Venezia, accanto ai quali ordinò di essere inumata. A lei si deve la munifica donazione al Museo di Bassano di una eccezionale quadreria di opere di artisti antichi e moderni, alcune delle quali sono vere e proprie perle della nostra Pinacoteca, come il notissimo ritratto del padre Vespasiano, dipinto da Pompeo Molmenti, del quale viene fornita un’esaustiva scheda. Interessanti novità vengono poi raccontate pure nelle altre schede qui proposte. Il lascito Muzzarelli, pervenuto al Museo tra il 1904 e il 1905, non era mai stato oggetto di uno studio; così, grazie alla documentatissima ricerca di Agostino Brotto Pastega, il Museo e la città di Bassano possono riappropriarsi di una pagina non certo secondaria della loro storia. Quasi destino della Provvidenza, nel 1958 la Casa di Ricovero di Bassano entrò in possesso dell’intero complesso di contrà della Riva, così come aveva auspicato Giuseppina Muzzarelli alla fine dell’Ottocento. andrea Minchio Direttore de L’Illustre bassanese

l’IlluSTre baSSaNeSe - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita ...dal 1989 aNNo XXvI n° 152 Novembre 2014 - Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 R.P. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Andrea Minchio redazione: Livia Alberton, Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio Hanno collaborato: Agostino Brotto Pastega, Fabio Comunello, Francesco Tadiello Stampa: Stampatori della Marca - Castelfranco Veneto (TV) - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Tiratura: 2000 copie - Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © CoPYrIGHT Tutti i diritti riservati eDITrICe arTISTICa baSSaNo Piazzetta delle Poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)

Scultore veneto, Il piccolo fauno suonatore di cembali, pietra tenera, fine XVIII prima metà del XIX secolo. Bassano, Giardino del Pensionato Sturm. L’alta qualità dell’opera ben suggerisce il livello degli apparati decorativi del giardino nei periodi Mora-Muzzarelli.

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Stemma dei Beltramini di Asolo in Francesco Chiuppani, Arme stemma, o Blasoni…, ms., sec. XVIII. Bassano, Biblioteca Civica, 261-B-22, n.45. Veduta della cinquecentesca Ca’ Mora di Cassola, già Cappello, in una foto del secolo scorso (raccolta privata) e così come appare oggi.

I MUZZARELLI SIGNORI VENEZIANI INNAMORATI DI BASSANO

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Nel breve volgere di un secolo il nome della munifica famiglia Muzzarelli è stato inghiottito nel più completo oblio. Eppure il Comune di Bassano, il Museo Civico, gli Istituti pii e l’Ospedale civile avrebbero avuto più di un motivo per tenerne vivo il nome. L’inedita storia che si racconterà in queste pagine ha dell’incredibile, soprattutto per l’intreccio dei patrimoni, dei destini dei singoli protagonisti, provenienti molto spesso da luoghi molto lontani. Tutto ruota attorno a una bella villa suburbana che, sino al 1958, si poteva intravedere appena oltrepassati i Pilastroni, all’inizio della vecchia contrà della Riva e subito dopo la villa dei nobili Forcadura (oggi collegio Graziani). Di impianto seicentesco, la casa era circondata da tre strade pubbliche: a est prospettava con un ampio portone sulla Via Nova (oggi via Ca’ Rezzonico). Sino al primo Settecento l’immobile appartenne agli eredi di Giacomo Brian, i quali lo avevano affittato per 62 lire annuali a don Domenico Facca, sostituito da Felice Marcona nel 1711. Nuovo proprietario era allora il signor Girolamo Paulin Beltramini Miazzi quondan Francesco, discendente di quell’Andrea Beltramini, nobile asolano, che conseguì la cittadinanza bassanese il 27 ottobre

1647. Girolamo Beltramini Miazzi era figlio dell’ereditiera bassanese Paola Miazzi e del dottor Francesco Beltramini, incarcerato per motivi non chiari nella fortezza di Palmanova, dove probabilmente morì prima del 1673. Dal nonno Giorgio Miazzi (morto nel1683), egli ricevette un cospicuo patrimonio vincolato dall’obbligo di aggiungere al suo cognome quello dei Miazzi. Alla morte di Girolamo Beltramini Miazzi (1711) gli eredi si attivarono per restaurare il complesso. Testimonianza di ciò è il disegno con supplica che, a nome dei Beltramini Miazzi, il perito Girolamo Tommasoni inoltrò nel 1713 al Magistrato dei Beni Inculti per ottenere la stradella pubblica che scorreva lungo il lato nordovest della casa, adducendo il motivo che si trattava di terra giarosa e di nessun pubblico né privato pregiudizio, ma tutto questo con esito negativo. A partire dal 1786 subentrò come affittuario il nobile bassanese Felice Locatelli, ancora ricordato nell’estimo del 1793. Quest’ultimo, nel 1799, acquisì in forma livellaria l’intero complesso così descritto: Casa o sia Palazzino murato, solerato di coppi coperto. Per sopraggiunte difficoltà, il primo giugno 1800, il predetto Locatelli fu costretto a cedere il contratto del 1799 al nobile Domenico Scolari. Costui procedette subito ad acquisire la stradella pubblica a nord-ovest della proprietà, negata ai Beltramini Miazzi nel 1713, sostenendo rilevanti spese per trasformare il palazzino suburbano. Domenico Scolari, il 6 luglio 1801, vendette il palazzino a persona da dichiararsi, poiché gli mancavano i 1300 ducati circa per completare la costruzione. La cifra stabilita fu di 19.400 lire, comprendente anche i materiali nuovi inutilizzati. Dietro l’acquirente di facciata si celava il patrizio veneto


La casa di contrà della Riva dei nobili Beltramini Miazzi in un rilievo del perito Girolamo Tommasoni, datato 18 marzo 1713. Archivio di Stato di Venezia, Rason Vecchie, busta 448, disegno 1209.

Il palazzo veneziano dei patrizi Mora, nella parrocchia di San Felice.

Bortolo Mora I, figlio di Bortolo VI (Venezia, 1755 - Bassano, 1835), il quale risiedeva a Venezia nell’omonimo palazzo a San Felice, ma trascorreva buona parte dell’anno a Treviso, nelle sue ville di Zenson di Piave, Montebelluna e Cassola, dove tuttora sussiste la cosiddetta Ca’ Mora, già Cappello. Da qualche anno il patrizio veneziano aveva iniziato a frequentare Bassano, dove contava amici come il poeta Jacopo Vittorelli, il medico Pietro Antonio Sacchi e il nobile Ambrogio Lugo. Nel breve volgere di un anno il palazzino fu terminato in forme moderne dall’onnipresente architetto Antonio Gaidon. Il 7 agosto 1805, il Consiglio nobile di Bassano deliberava di aggregare al proprio ordine l’eccell.mo Bortolo Mora I. E’ probabile che la pregevole serie di nani in pietra tenera di Vicenza, del giardino della villa, siano da ascrivere alla sistemazione voluta dal conte Mora, il quale pare avesse una propensione per il grottesco e le maschere. Sappiamo che egli fu l’ideatore e il primo socio firmatario di una Società del Casino in Bassano, che ebbe l’approvazione del Regio Commissario Distrettuale Angelini, il 21 gennaio 1827. Nella concessione si precisò: Si formerà una Società di circa cinquanta persone per istituire un Casino, dove si potrà formare partite di gioco (non troppo azzardato), fare cene, balli… Le Maschere saranno

ammesse nel Casino quando ammesse dal Governo solo se all’entrata si toglieranno dal viso e si scoprirà per soci e soce. In riva al Brenta, sotto la grigia cappa della seconda dominazione austriaca, sopravviveva ancora uno scampolo della gaia vita settecentesca. Un bel giorno, la nobile Giovanna Ambrosi, della famiglia di orafi di origine veneziana e vedova dal 1817 del nobile vicentino Giovanni Maria Cerato, attirò a tal punto l’attenzione dell’aristocratico Mora (vedovo a sua volta di Orsola Da Ponte) che, poco dopo, i due decisero di sposarsi con non pochi mormorii. La vedova Ambrosi si trasferì così nella nuova casa di contrà della Riva n. 903, portando con sé anche i tre figli avuti dal primo

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La proprietà Mora nella carta topografica di Bassano di Giuseppe Marini, 1833. Bassano, Biblioteca Civica. Risultano ben visibili il corpo dominicale e lo spazio dedicato al grande giardino, in parte tuttora conservato.


Alcuni degli otto nani in pietra tenera di Vicenza del giardino dell’ex palazzino Muzzarelli, già Mora, ora distribuiti nel parco del Pensionato Sturm. Inizi del XVIII secolo.

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1) L’ufficiale gentiluomo con il monocolo. 2) Il filosofo barbuto con un libro. 3) Il comandante bambino con tricorno e bastone. 4) Il borghese con la tabacchiera in atto di fiutare. 5) Il soldato suonatore di cornamusa. In basso, a destra I cosiddetti Nani della Dogaressa dipinti da Giovanni Grevembroch, in Gli abiti dei Veneziani, seconda metà del XVIII sec. Venezia, Museo Correr.

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marito: ossia Elisabetta, Teresa Maria e Domenico Cerato, che il patrigno Mora iniziò ad amare come figli propri, tanto che poi finì per adottarli. Infatti, il 29 novembre 1821, quando Elisabetta sposò il chirurgo Pietro Antonio Sacchi, nel vicino oratorio di palazzo Rezzonico (allora Widman Pindemonte), ottenne da conte Mora la strabiliante dote di 31.000 franchi. L’11 luglio 1835 la morte sorprese a Bassano il conte Bortolo Mora, ormai ottantenne. Come da lui ordinato, il cadavere venne trasportato a Zenson di Piave nell’oratorio di famiglia, grazie al permesso di Sua Maestà Imperiale il Serenissimo Arciduca Viceré del Lombardo Veneto. Prima della dipartita, egli aveva scritto un testamento veramente degno della sua nobiltà, datato Bassan lì 2 maggio 1826. Il conte nominò erede universale l’amatissimo figliastro Domenico Cerato, con l’obbligo di affiancare al suo cognome quello dei Mora. Nel palazzino di contrà della Riva si trasferirono Elisabetta Cerato, vedova Sacchi, con i figli Giovanni, Bortolo e Giovanna. La famiglia assunse presto l’abitudine di trascorrere lunghi periodi nel palazzo Mora di Venezia, a San Felice, dove la nobile Elisabetta Cerato venne sorpresa dalla rivoluzione del ’48, circostanza questa che la spinse a scrivere le sue ultime volontà, anche se poi morì nell’estate del 1862 nella stessa dimora. Fu Bortolo Sacchi senior a entrare in contatto con l’ereditiera veneziana Giuseppina Muzzarelli,

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forse ospitandola nel suo palazzino di Bassano. Costei, il 9 marzo 1867, si recò a palazzo Mora per acquistare dal possidente Sacchi il complesso del palazzino di Bassano, constituito dai mappali n. 1201, Casa civile, n. 1202, Giardino, n. 1203, Giardino, più i nn. 1199b, 1200b, 1442b e 1447b, adibiti a terreni coltivati. Il prezzo fu di 1000 pezzi d’oro da 20 franchi, che la signora enumerò con disinvoltura al venditore davanti al notaio. A partire dall’8 aprile successivo la famiglia Muzzarelli trasferì la residenza a Bassano. Giuseppina Caterina Giovanna Muzzarelli (Venezia 1834-1899) era una della dame più in vista della borghesia veneziana, figlia dell’uomo d’affari Vespasiano Muzzarelli (Brescia, 1809 Venezia, 1886) e dell’ereditiera Alfonsina Eugenia Fortunata Napoleone Montrausier. Quest’ultima


Il prospetto occidentale del palazzino Muzzarelli, già Mora, con l’esedra-belvedere culminante ai lati con due pilastrini sormontati da leoni in pietra (tuttora esistente). Prima metà del XIX secolo.

era figlia naturale di Giuseppe Alfonso Montrausier di Nîmes, Commerciante (altre volte definito Scrittore di Francia), e della signorina Caterina Clémence di Angulemme, diocesi di Parigi. La Clémence, nel 1833, aveva sposato in età avanzata l’albergatore di origini friulane Giuseppe Dal Niel, detto Bologna, il quale finì poi per adottarne la figlia, appunto la predetta Alfonsina. Giuseppima Muzzarelli, a differenza del nonno materno Dal Niel, definito plebeo e illetterato, ebbe la fortuna di nascere in un contesto signorile. Al suo battesimo intervenne come padrino l’influente prozio paterno, il cavaliere Alberto Muzzarelli (Brescia, 1779 - Venezia, 1858): chirurgo maggiore per nomina di Eugenio Beauharnais, medico dell’esercito napoleonico, eroico ferito sulla Beresina, reduce della grande ritirata di Russia, pluridecorato della Corona Ferrea, della Legion d’Onore e della medaglia di Sant’Elena. Giuseppina Muzzarelli ebbe tutto l’agio di trovare in Vespasiano un padre colto, interessato al linguaggio artistico della nuova scuola e lui stesso raffinato collezionista di opere di promettenti artisti. Alla giovane venne impartita un’educazione di prim’ordine da un’istitutrice austriaca: il 25 aprile 1854 si unì in matrimonio con il signor Giovanni Battista Roux di Gilberto, nato il 4 luglio 1817 a Roanne, nel Dipartimento della Loira, ma allora domiciliato a Venezia, cattolico e di condizione civile. La famiglia Roux era impegnata a Venezia nel settore del gas: un Gilberto Roux, nel 1850, era Contromaestro del gas, mentre il parigino Giuseppe Favrier era Ingegnere della Società del Gas. Il matrimonio non fu allietato da figli ma si rivelò felice, tanto che i due, il 6 maggio 1875, stesero due testamenti con i quali nominavano erede universale delle loro sostanze il coniuge superstite. Giovanni Battista Roux e il suocero Vespasiano avevano in comune gli interessi artistici, tanto che i due si recavano spesso assieme alle stagionali esposizioni di pittura: sia dell’Accademia che della Società Veneta Promotrice di Belle Arti. Nel palazzino di Bassano, ribattezzato villa Belle-Vue, i coniugi Roux portarono raffinati arredi veneziani e trascorsero serene villeggiature, lontani dall’asfissiante scirocco veneziano. Il 23 maggio 1883, dopo breve malattia, Giovanni Battista Roux morì all’età di 66 anni, lasciando nella più cupa

disperazione la consorte. Nell’atto canonico di morte si scrisse: Roux Giobatta d’anni 65, mesi otto, figlio delli furono Gilberto e Brochelard Maria, nato in Roanne Dipartimento della Loira in Francia… Marito di Muzzarelli Giuseppina… Fu tumulato in Bassano il dì 26 corrente alle ore sette antimeridiane. All’indomani, la «Gazzetta di Venezia» pubblicava un profilo dell’estinto con profusione di apprezzamenti a firma di un certo dottor A.M.: ossia il dottor Angelo Muzzarelli, medico primario dell’Ospedale di Brescia e secondo cugino della vedova Giuseppina Muzzarelli. Giovanni Battista Roux era un signore acuto nelle valutazioni finanziarie e artistiche, tanto che non pochi dipinti della collezione Muzzarelli si possono ritenere da lui commissionati o acquistati. E’ il caso del suo

7 L’esedra o gloriette, con al centro la statua allegorica di Flora, situata su una superstite collinetta artificiale del parco, riferibile al periodo Muzzarelli (seconda metà del XIX secolo). La facciata principale del palazzino Muzzarelli.


La tomba dei Muzzarelli nel Cimitero comunale di Santa Croce di Bassano, opera dello scultore veneziano Augusto Benvenuti (1887).

Il monumento a Giorgione, lungo le mura di Castelfranco, di Augusto Benvenuti (1878) in una foto del 1910 circa. Raccolta privata.

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Veduta delle colombare con portico centrale del Cimitero comunale di Santa Croce di Bassano. La tomba dei Muzzarelli si trova sotto l’archivolto centrale, a destra.

ritratto e di quello della moglie Giuseppina Muzzarelli, eseguiti a pastello nel 1855 circa da Pietro Roi (Sandrigo 1819 - Venezia 1896). Sino ad allora la famiglia aveva sepolto i propri cari nel cimitero dell’isola di San Michele, dove l’umidità, l’acqua alta e la salsedine erano padrone. La decisione di Giuseppina Muzzarelli di far costruire una tomba di famiglia nel cimitero comunale di Santa Croce di Bassano, ove deporre le spoglie dell’amato marito, rispecchiava una comune scelta dei coniugi Roux. Come sede del sepolcro, la signora scelse il luogo più solare del nuovo cimitero di Bassano, ossia il fianco sudovest del grande portico centrale con cupola, che funge da elemento di unione delle due ali di colombare. E così la bara di Giovanni Battista Roux fece un lungo viaggio, prima con la gondola funebre da Venezia a Mestre, poi con il carro lungo la stradone napoleonico per Treviso, sino a Bassano. Il mesto corteo giunse a Bassano dopo due giorni di viaggio e, alle sette antimeridiane del 26 maggio, la bara venne calata nella cripta. Sulla lapide si incise poi il nome dell’estinto a caratteri maiuscoli e dorati: ROUX GIO. BATTA M. IL 23 MAGGIO 1883. A poco meno di un anno, il 29 marzo 1884, Giuseppina interruppe il lutto e sposò un secondo cugino: il dottor Angelo Muzzarelli (Brescia, 1832 - Venezia, 1904). Costui, dopo gli studi nel Seminario diocesano di Brescia, grazie al Legato Lamberti, aveva potuto proseguire gli studi e laurearsi presso la Imperiale Regia Università di Padova, pubblicando una dissertazione sul medico siciliano Giorgio Baglivi (1669-1707). Conseguita la specializzazione in chirurgia e ostetricia (1857), egli si distinse subito nella cura dei feriti delle ultime

battaglie risorgimentali, divenendo altresì uno stimatissimo professionista per 35 anni nella sua città natale, nella quale ricoprì innumerevoli incarichi onorifici, non ultimo quello di presidente della Croce Rossa. I coniugi Muzzarelli, all’indomani del loro matrimonio, posarono davanti al pittore Pompeo Marino Molmenti (1886 circa), il quale realizzò due intensi ritratti ovali a pastello (Musei Civici di Brescia, nn. 908, 981) derivandoli da foto, la cui resa espressiva e materica ben documenta a quale livello egli era giunto nella particolare tecnica. Un nuovo lutto travagliò la vita di Giuseppina Muzzarelli quando, il 10 marzo 1886, la morte si portò via il padre, Vespasiano Muzzarelli, all’età di 77 anni. La «Gazzetta di Venezia» del 13 marzo pubblicò la notizia: Muzzarelli Vespasiano, di anni 77, vedovo, vitaliziato, cioè beneficiario del vitalizio assegnatogli dalla moglie Alfonsina. Anche in questo caso, nell’atto canonico di morte si precisò: Fu tumulato in Bassano il dì 14 corrente. Il 17 marzo successivo apparve sulla «Gazzetta di Venezia» un accorato ringraziamento della famiglia. L’idea di dare una degna veste al sepolcro di famiglia nacque in Giuseppina


Pompeo Marino Molmenti, Ritratto di Giuseppina Muzzarelli, pastello, 1886 circa. Pompeo Marino Molmenti, Ritratto del dottor Angelo Muzzarelli, pastello, 1886 circa. Brescia, Musei Civici di Arte e Storia.

Muzzarelli proprio dopo questa seconda grave perdita. L’incarico, lo conferì nel 1886 alla scultore veneziano di indirizzo accademico Augusto Benvenuti (Venezia, 1839-1899), allievo di Angelo Giordani. L’artista si era messo in luce a palazzo Mocenigo nel 1865, presentando tre modelli in gesso dal taglio storico-romantico, denominati Beatrice, Ultimo colloquio di Antonio Foscarini e Zuavo in guardia ai posti avanti; seguirono poi alcune prestigiose realizzazioni, come il monumento a Giorgione (1878) in quel di Castelfranco, i busti in marmo di Giovanni Caboto (1881) e di Giambattista Tiepolo (1884) esposti nel Pantheon Veneto di Palazzo Loredan. Per la testata della tomba dei Muzzarelli, lo scultore concepì una semplice lapide sagomata in marmo nero, fiancheggiata da due aggettanti modiglioni lavorati a profonde scanalature, che reggono a loro volta un’edicola neorinascimentale con timpano, impreziosita da una cornice di commesso di marmi venati e intervallata geometricamente da dischi decorativi a catino, recanti all’interno gemme lapidee a sei facce. Sulla fascia di base delineò il cognome Muzzarelli, chiuso da due motivi a mandorla con la lettera M. All’interno, l’artista scolpì un edonistico angelo in altorilievo, implorante a mani giunte la misericordia divina. In basso, a destra, lo scultore si firmò A. Benvenuti/ 1887. Con la conclusione dei lavori della tomba, Giuseppina Muzzarelli fece dissotterrare dal cimitero dell’isola di San Michele di Venezia i resti della madre, Alfonsina Montrausier Dal Niel, morta a Venezia il 13 aprile 1854 a soli 38 anni, e li depose a Bassano, accanto al marito Vespasiano. Non a caso il suo nome nella lapide (esplicitato solo come Muzzarelli Alfonsina) si trova sotto quello del marito, pur essendo deceduta 32 anni prima. Dal 1886 al 1899, anno della morte, Giuseppina Muzzarelli visse con il secondo marito nel suo sontuoso appartamento veneziano. La signora percepiva cospicui affitti dai suoi immobili, ma il suo stile di vita era discreto, al punto che, in più occasioni, aveva affermato di volere un funerale semplicissimo, senza catafalco, torce e corone varie: giunta sulla soglia dei sessant’anni, il 14 marzo 1894 stese il suo testamento, sentendo avanzare i primi disturbi. Dopo una penosissima malattia, il 16 aprile Giuseppina si spense all’età di 64 anni; il 19 seguente venne officiato il fune-

rale, con l’intervento comunque delle bande del Pio Istituto Canal ai Servi e dell’Orfanotrofio dei Gesuati, poi la bara fu trasportata a Bassano Veneto per la tumulazione. La «Gazzetta di Venezia» riportò notizie del decesso nei giorni 17, 18, 20, 22 aprile, precisando che intervennero molti signori e signore, amici di famiglia. Il marito elargì lire 1000 ai predetti istituti pii, come da raccomandazione dell’estinta. Nel redigere le sue ultime volontà ella operò con grande equilibrio, disponendo una donazione all’Orfanatrofio Cremona di Bassano, riconoscimenti economici al personale di servizio della sua casa in relazione al merito e alla durata del servizio, mentre alla cameriera lasciò tutta la propria biancheria. Relativamente alla chiesa curaziale di Santa Croce di Bassano ordinò: Lego alla fabbriceria della Chiesetta di Santa Croce vicino al cimitero di Bassano, dove esiste la tomba di famiglia, una Cartella Consolidato Italiano 5% della rendita annua di lire 150 per la celebrazione in perpetuo di tre Messe al mese a suffragio dell’anima mia, dei miei cari ed amatissimi genitori Vespasiano ed Alfonsina Muzzarelli, del compianto Giovanni Battista Roux, e nonni defunti. Per gli oggetti artistici dispose così: i ritratti dei nonni di Placido Fabris all’Accademia di Venezia, il Cammeo bassorilievo in pietra orientale detta Chelonite a doppi strati al Museo Correr; il suo ritratto a pastello e quello del primo marito (di Pietro Roi) ai parenti Chabrol; i ritratti dei genitori e tutti i quadri presenti al momento della sua morte nelle case di Venezia e di Bassano al Museo di Bassano (escluse una Madonna del Sassoferrato, una Sacra Famiglia attribuita a Palma il Giovane, e due grandi tele della dimora veneziana, che dovevano essere restituite ai loro proprietari come da documenti detenuti dallo stesso suo marito). Precisava però che la quadreria doveva pervenire al Museo cittadino soltanto dopo la morte del marito Angelo Muzzarelli. Ad alcune amiche e alle parenti di casa Muzzarelli distribuiva i suoi gioielli, compresi gli amati

Giuseppina Muzzarelli indossa una ricca veste di seta operata con fiori di cardo, porta i capelli a crocchia, un girocollo di perle di fiume e grandi orecchini a goccia. Il marito indossa invece una diplomatica nera con colletto di velluto e una cravatta fermata da spilla.

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Il dottor Angelo Muzzarelli in un ritratto fotografico del 1870 circa. Raccolta privata.


La cancellata (con la corona comitale) e la casina del custode realizzate dal conte Giacomberto Gulinelli (post 1905). Il giardino all’inglese del palazzino Muzzarelli (già menzionato nel Catasto Napoleonico), illustre precedente del Giardino Parolini: aveva rilievi artificiali, fontane, vasche, gazebi, voliere, spiazzi a belvedere... (foto del 1960 c.).

L’elegante statua in pietra tenera di Diana cacciatrice nel giardino del Pensionato Sturm (fine XVIII sec.).

pizzi di Burano bianchi fini e antichi. Infine istituiva erede universale il carissimo ed amatissimo marito, al quale conferiva anche il compito di eseguire le sue ultime volontà con le seguenti raccomandazioni: Sarebbe mio desiderio che il mio erede facesse in modo che la casa di Bassano (Belle-Vue) rimanesse dopo la di lui morte a beneficio di qualche Istituto Pio di Beneficenza di sua scelta. Raccomando ad esso mio erede e marito di ricordarsi in morte sua dei miei parenti che sono pure i suoi, essendo d’altronde certa delle buone sue disposizioni a loro riguardo. Gli raccomando infine la vedova Zamilian-Montrausier. Venezia 14 marzo 1894. Il testamento fu pubblicato il 18 aprile 1899. Il palazzino di contrà Riva era dunque nel cuore di Giuseppina Muzzarelli e alla fine pervenne ad un ente assistenziale come lei desiderava. Proprio in tale dimora, il 10 ottobre 1899, si incontrarono gli eredi di Giuseppina Muzzarrelli per una compravendita, ossia Angelo Muzzarelli (il secondo marito) e Camillo Chabrol, figlio di una sorella di Giovanni Battista Roux, nato a Lione ma residente a Ginevra, il quale agiva anche a nome della sorella Giovanna Maria. I due fratelli Chabrol, data la lontananza da Venezia, avevano optato per l’immediata cessione al dottor Muzzarelli della nuda proprietà di tutti gli immobili siti in Laguna, lasciati loro in eredità dalla zia Giuseppina Muzzarelli, e per questo avevano ricevuto ben 165.936 lire. Il dottor Angelo Muzzarelli non sopravvisse a lungo alla moglie: morì il 20 aprile 1904, all’età di 72 anni. Le esequie vennero celebrate a Venezia il 23 aprile e nello stesso giorno la salma fu inviata a Bassano per essere sepolta nella tomba di famiglia dove, poco dopo, comparve il suo nome inciso. La stampa esaltò i meriti professionali dell’estinto, l’indole modesta, il nobi-

lissimo sentire, l’ingegno brillante unito a una vastissima cultura. Il funerale fu solenne ma senza sfarzo e fiori, come richiesto; alla stazione di Venezia la Società delle Pompe Funebri addobbò di nero il carro, che poi trasportò la salma a Bassano. Qualche mese prima della morte, il dottor Angelo Muzzarelli aveva scritto un articolato testamento, datato 24 dicembre 1903, seguito da un secondo, dettato a persona amica, che egli consegnò al notaio di fiducia solo il giorno prima del decesso. Il 22 aprile si procedette all’apertura dell’involto senza rompere i sigilli, che rivelò contenere due plichi: uno di piccolo taglio in forma di enveloppe, recante la scritta Mio testamento olografo datato Venezia 24 dicembre 1903/ In manus tuas Domine. Le sostanze abbandonate ascendevano a oltre quattro milioni di lire: un capitale enorme per un privato se si pensa che, nelle stesso periodo, il Comune e la Provincia di Venezia stanziavano con una certa difficoltà la medesima cifra per la tratta ferroviaria Mestre-Bassano-Primolano. Come erede universale, egli nominò la dilettissima quanto sfortunata sorella Marietta Muzzarelli di Brescia (da 28 anni inferma), con l’obbligo però di pagare i numerosi legati a parenti e amici entro due anni. Al Municipio di Venezia lasciò lire 20.000 per l’erigendo ospedale dei tubercolosi, alla cugina Luigia Muzzarelli di Alberto destinò un annuo assegno di lire 1800; ai figli del defunto zio Augusto Muzzarelli, residenti a Wiener Neustadt (una città a sud di Vienna), un capitale di lire 10.000 per ognuno una volta tanto. Non si dimenticò di nessuno, nemmeno dei parenti più lontani e della domestica della sorella, alla quale lasciò un vitalizio di lire 100 al mese. Beneficò anche le istituzioni pie del sacerdote Giovanni Piamarta, l’artefice del suo ritorno alla fede, che volle nominare anche esecutore


testamentario. Nelle sue ultime volontà del 24 dicembre 1903 il dottore spese più di una parola per la proprietà di Bassano, legando all’Ospedale civile di Bassano la sua villa “Belle-Vue” in contrà della Riva con costruzioni rustiche annesse, escluso quanto vi contieneva in effetti e cose mobili. Il legato della villa fu ricevuto dall’Ospedale di Bassano con la voltura del 4 novembre 1904 e, poco dopo, comparve il nome del donante sulla lapide dei benefattori dell’ente, murata sul lato nord del chiostro dell’ex convento dei Minori Riformati. Il “Bollettino del Museo Civico”, nella Cronaca Bassanese (Anno I, 1904, p.92), riportava la seguente nota: Nel 20 aprile muore a Venezia il dot. Cav. Angelo Muzzarelli di Brescia, lasciando all’Ospedale civico della nostra città la sua villa presso Bassano. Il dottor Angelo Muzzarelli era un classico esponente della vecchia borghesia, per la quale l’onore, la riconoscenza verso la servitù venivano prima di ogni altra cosa. Nel corso del Novecento tali stili di vita si affievolirono sempre più e così, come cessarono le celebrazioni delle messe perpetue in favore delle anime di casa Muzzarelli, anche la villa di contrà della Riva divenne un peso per l’Ospedale civile e per questo fu venduta al conte Giacomberto Gulinelli fu Luigi di Ferrara il 14 febbraio 1905. A distanza di un quindicennio, la Casa di villeggiatura di piani 3 e vani 15 tornò sul mercato e, il 2 febbraio 1920, fu venduta al signor Giulio Guzzoni fu dottor Giuseppe, membro della giunta comunale ed esponente del fascismo locale, che, a sua volta, il 10 giugno 1940 la cedette ad Angelina Zonta in Dal Molin. Nel frattempo, la Casa di Ricovero, forte del generoso lascito del barone Sturm (1943) e dell’acquisizione dell’usufrutto delle proprietà Sturm dalla signora Teresa Bortignoni in Inglese (1959), aveva incominciato a porre gli occhi sulla soleg-

giata villa Muzzarelli per trasferirvi la vecchia sede di via Rastelli (ora via Torino). Il caso volle che nel 1956, in seguito ad atto di trasferimento del Tribunale di Bassano, la villa Muzzarelli passasse dagli Zonta-Dal Molin alla Banca Cattolica del Veneto. La dimora, pur offesa in tante sue parti, disponeva ancora di un parco di circa 6600 mq, di una imponente cancellata d’ingresso e di una casina in stile svizzero per il custode dovute al conte Gulinelli. L’istituto bancario, vista la destinazione del complesso a scopi assistenziali, praticò un prezzo di favore e, il 21 novembre 1958, vendette il tutto alla Casa di Ricovero di Bassano. Alcuni parlarono di destino, altri di disegno della provvidenza: rimane il fatto che così si avverò l’auspicio che Giuseppina Muzzarelli aveva espresso nel suo testamento (1894). la quaDrerIa MuzzarellI un’importante donazione che ha arricchito la pinacoteca del Museo Civico di bassano Giuseppina Muzzarelli, con il testamento del 14 marzo 1894, volle donare gran parte della sua quadreria al Museo Civico di Bassano perché si sentiva profondamente legata alla nostra città, così come suo padre Vespasiano. Il 16 aprile 1899 la signora decedeva e, il 29 settembre dello stesso anno, la stampa dava la notizia del suo cospicuo lascito al Museo di Bassano nella seguente forma: La signora Giuseppina Muzzarelli con suo testamento olografo 14 marzo 1898 (sic.) dispose che tutti i suoi quadri, dopo la morte del marito, passino al Museo di Bassano. Il legato comprende 54 quadri, dei quali 37 si trovano nel palazzo di Venezia e 17 nella villa di Bassano. Quantunque nella raccolta non si noti nessun capolavoro e nessun quadro appartenente agli artisti più celebri, pur essa insieme agli altri quadri di autori moderni e non di primo ordine servirà a costituire una sezione speciale in un futuro riordinamento della Pinacoteca. Il marito, Angelo Muzzarelli, passò a miglior vita il 20 aprile 1904 e subito gli esecutori testamentari si attivarono per dare corso ai vari lasciti. Già il 24 aprile successivo, le 17 tele della villa di Bassano facevano il loro ingresso nel Museo cittadino. I soggetti contemplavano: due Battaglie del XVII secolo, La partenza del figliol prodigo e Un’orgia del figliol prodigo del XVIII secolo, una Madonna col Bambino, il

La chiesa di San Bonaventura con il complesso dell’ex Ospedale civile, beneficato dal dottor Muzzarelli, in una foto del primo Novecento. Raccolta privata. Particolare della lapide dei benefattori dell’Ospedale, con il nome del dottor Muzzarelli, murata sul fianco nord del chiostro di San Bonaventura.

La splendida statua in pietra tenera della Primavera con le vesti gonfiate dal vento (fine XVIII-inizio XIX secolo). La pregevole opera fu forse portata a Bassano dal conte Mora nel primo Ottocento.


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Battista, san Giuseppe sposo e sant’Anna del XVII sec., una Carità in atto di allattare tre bambini del XVII secolo, un Vecchio con braciere del XVIII secolo, due Paesaggi con cavalli del XVII secolo, un Ratto di Europa da Veronese di Vincenzo Azzola (1875), pittore e incisore bergamasco educato a Venezia, uno Sposalizio di Bacco e Arianna da Tintoretto (forse dello stesso Azzola), un Paesaggio con corso d’acqua del XIX secolo, il Ritratto di Antonio Podestà di Vincenzo Giacomelli, il Ritratto di Alfonsina Montrauser-Muzzarelli di Pompeo Molmenti, il Ritratto di Alfonso Dendrinò di Placido Fabris, il Ritratto di Vespasiano Muzzarelli e il Ritratto di Giuseppina Muzzarelli, realizzati entrambi dalla pittrice viennese Elisabeth Modell (1820-1865). Il 10 maggio successivo giungevano a Bassano

altri trentacinque quadri (olii su tela, su tavola e acquerelli), facenti parte dell’arredo della dimora veneziana di Giuseppina Muzzarelli, dove abbondavano le opere dei pittori della nuova scuola (ben ventisette) rispetto all’esiguo corpus di opere dei pittori dei secoli precedenti (solo otto, di cui due copie). Tra i nomi dei pittori presenti nella collezione, diversi furono dei veri protagonisti della pittura veneziana di metà Ottocento, come Federico Moja, Pompeo Marino Molmenti, Pietro Roi, Carlo Grubacs, Antonio Zona e Ippolito Caffi. In questo secondo gruppo vi era un olio su tela (35x21 cm), attribuito a Molmenti, avente come soggetto La villa Muzzarelli a Bassano: forse un bozzetto per una veduta che non è stato possibile rintracciare. Un soggetto simile il pittore lo aveva già affrontato nel 1868, quando dipinse la solare Villeggiatura del senatore Augusto Buzzati a San Pellegrino presso Belluno (Collezione privata). Vi era inoltre un olio con un Paesaggio di fiume (45x32 cm), eseguito da un non meglio definito G. Pinet (probabilmente un francese di passaggio a Venezia). Ai cinquantaquattro quadri destinati al Museo di Bassano ne mancavano all’appello due, che giunsero sullo scorcio dell’anno seguente, precisamente il 17 dicembre 1905: una tela con Lo sposalizio di santa Caterina d’Alessandria di Pier Paolo Santacroce (pittore alquanto attardato, attivo tra Cinque-Seicento) e una copia su tavola di una Madonna col Bambino da Bartolomeo Montagna. Figura 1 Johan anton eismann Paesaggio con cascata Olio su tela, 50x95 cm, 1680 circa. Bassano, Museo Civico, inv. 183. Johan Anton Eismann (Salisburgo, 1613 circa Venezia, 1694 circa) fu un paesaggista itinerante, cha da Monaco passò prima a Venezia e poi a Roma, dove entrò in contatto con la pittoresca colonia dei pittori nordici italianizzanti. Pare abbia soggiornato anche a Praga, Salisburgo e Vienna, ma fu a Venezia che egli trovò una seconda patria dal 1663 circa, dove poi concluse la sua esistenza. In laguna incontrò il successo con i soggetti a lui più congeniali: paesaggi romantico-pastorali attraversati da pesanti nuvolaglie e venti impetuosi, animate marine, battaglie campali (terrestri e


navali) influenzate dai modelli di Salvator Rosa, scorci con ruderi classici aggrediti dalla vegetazione e spettacolari capricci, tanto da essere ritenuto il padre di quest’ultimo genere. I due paesaggi di Eismann pervennero al Museo di Bassano con la seconda consegna del 10 maggio 1904: subito trovarono posto nel Salone Verci, poi finirono dimenticati nei depositi museali in quanto ritenuti opere di scarso valore. Alquanto malconce, le tele vennero tratte dall’oblio nel 1969, restaurate e riesposte. Fu in quella occasione che Elisabetta Antoniazzi vi riconobbe la mano di Eismann, avendo già studiato dello stesso il Paesaggio con pescatori e cascata dell’Alte Pinakothek di Monaco, riprodotto da Giuseppe Maria Pilo nel 1967 (I Pittori del Seicento Veneto, foto 169). L’esemplare di Monaco è una prova giovanile di Eismann, quasi un prototipo di una lunga serie, dove sono ben rintracciabili gli influssi della pittura olandese. A contatto con le nuove sensibilità introdotte a Roma negli anni Quaranta, il pittore imparò a rendere il paesaggio più latino, inserendovi torrioni, ruderi classici, cipressi, il tutto con luci crepuscolari, come nel caso dei pendants di Bassano. In particolare, nel Paesaggio con cascata colpisce il virtuosismo attraverso il quale il pittore è riuscito a suggerire le fronde sbattute dal vento, lo scorrere incessante dell’acqua, che dai vari palchi rocciosi si getta nel torrente, utilizzando solo decise pennellate sull’imprimitura color ocra. Stupefacente poi è il naturalismo dei tre caproni illuminati da luce radente. Eismann è da considerarsi un vero precorritore di raffinatezze pittoriche sulle quali, ancora in pieno Ottocento, si cimentavano personalità del calibro del nostro Antonio Marinoni. Figura 2 antonio Molinari Antonio e Cleopatra Olio su tela, 71x110 cm, 1695 circa. Bassano, Museo Civico, inv. 148. Il dipinto si trovava nell’appartamento veneziano di Giuseppina Muzzarelli e giunse a Bassano con il secondo versamento del 10 maggio 1904: fu subito inventariato come opera di ignoto del XVIII secolo e come tale venne esposto nel Salone Verci. Nel 1907 Paolo Maria Tua ne confermò l’anonimato, Nicola Ivanoff assegnò il dipinto a Giovanni Battista Molinari padre, nel 1967 C. Donzelli e G.M. Pilo vi riconobbero giu-

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stamente la mano di Antonio Molinari figlio (Venezia 1655-1704), Licisco Magagnato e Bruno Passamani si limitarono ad attribuirlo a Pittore veneto dell’inizio del XVIII secolo (1978), mentre Alberto Cralevich ribadì l’assegnazione ad Antonio Molinari (2005). L’artista, gradito sia alla committenza laica che religiosa, aveva saputo traghettare la pittura veneziana dai tenebrosi allestimenti seicenteschi, di un Antonio Zanchi, alle colorate e sontuose messe in scena di fine secolo, che spianarono la strada al barocchetto veneziano e alla stagione di Giambattista Piazzetta: il più celebre allievo dello stesso Molinari. Il dipinto inaugura la maturità del pittore, periodo nel quale le forme anatomiche si erano fatte più tornite, le pieghe delle vesti meno tormentate e i fondali architettonici si aprivano su squarci di cielo. E’ il classico quadro da parata con preziosa cornice dorata, all’interno della quale si muovono con una gestualità da melodramma i due personaggi storici, a tre quarti di figura, chiaramente ispirati dal noto racconto di Plinio (Historia Naturalis, IX, 106): il condottiero Marco Antonio coronato, con al seguito le classiche figure in penombra, e la regina Cleopatra, rappresentata nell’atto di sciogliere con ostentazione una grossa perla a goccia nel vino per mostrare la sua ricchezza. Il soggetto, replicato spesso da Molinari, diventerà nel corso de Settecento un tema ricorrente negli allestimenti aulici: dal celebre capolavoro di Giambattista Tiepolo in palazzo Labia (17471750), alla ripresa di Antonio Scajaro nel palazzo dei conti Roberti (1779). Assieme a questo quadro, giunse da Venezia anche la tela Lo svenimento della regina Ester, catalogata come opera di anonimo del XVII secolo (inv. 151).

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Figura 3 vincenzo Giacomelli Ritratto di Antonio Podestà Olio su tela, 64x53 cm, 1839. Bassano, Museo Civico, inv. 194. Il ritratto giunse al Museo direttamente dalla villa Muzzarelli di Bassano con il primo versamento del 24 aprile 1904: esposto nel Salone Verci, come precisò Paolo Maria Tua nel 1907, fu poi schedato da Giuseppe Maria Pilo nel 1961. Vincenzo Giacomelli (Grizzo, 1814 - Venezia, 1890) si formò all’Accademia di Venezia e, nel corso della sua vita, trattò un po’ tutti i generi pittorici. Il Ritratto di Antonio Podestà del 1839 si pone come un esempio giovanile della sua produzione, dipinto proprio quando, ancora studente dell’Accademia, si meritava 30 zecchini per il suo Diomede, uscito vincitore nel concorso voluto dal barone Jacopo Treves de’ Bonfili. I caratteri generali del personaggio, la postura, l’abbigliamento, la stessa barba denotano una chiara impostazione romantica. Antonio Podestà appare in posizione frontale: il nobile volto è illuminato lungo la linea mediana del naso, lo sguardo mira lontano, mentre la vestaglia da camera con interno di seta e la camicia aperta gli conferiscono una connotazione scapigliata e, per certi versi, carbonara. Il dipinto risulta firmato in basso V. Giacomelli/ F. 1839. E’ curioso che il personaggio sia sempre rimasto privo di notizie biografiche, nonostante i molti tentativi fatti per

sciogliere il mistero. Con ogni probabilità si tratta del vicentino Antonio Podestà, nato il 4 febbraio 1818, figlio di quel signor Angelo Podestà, Locandiere al Capello in contrà Corso n. 1001, che fu inserito nell’elenco degli antifrancesi del 3 luglio 1809. Nelle vesti di padrino, il piccolo ebbe il signor Baldassare Sebellini della nota manifattura ceramica vicentina. Come il padre Angelo, anche Antonio Podestà fu preso dalla repulsione per i dominatori stranieri, tanto che accorse a Venezia nell’estate del ’48 per portare il suo aiuto agli insorti, così come fece Vincenzo Giacomelli che, tra l’altro, aveva sposato una parigina. Il giovane esercitava allora la professione di Corriere privato, ma aveva pure una buona pratica della locanda paterna. Podestà ritornò infatti a Venezia nel febbraio 1851 per ricoprire il ruolo di direttore dell’albergo Hotel de la Ville, ricavato nell’ex palazzo Grassi a San Samuele. Negli anni successivi venne assunto con incarichi di varia durata all’Albergo d’Italia di San Moisè e dagli stessi Muzzarelli. All’epoca del ritratto, il Podestà doveva avere circa 22 anni, anche se la fluente barba pare conferirne qualcuno in più. Durante il suo soggiorno veneziano il personaggio chiese invano di ottenere dalle autorità un passaporto per trasferirsi nello Stato Pontificio, dove sperava di ottenere un migliore impiego, garantendo che avrebbe lasciato la moglie e il figlio in città presso il suocero Giuseppe Bozzani, allora occupato come Guarda Portone del Regio Palazzo. Il poveretto scomparve da Venezia allo scadere del 1858 perché la Regia Direzione di Polizia non gli rinnovò l’iscrizione all’anagrafe. Suoi fratelli erano Gaetano Podestà (1809-1857), pretore e consigliere di giustizia a Venezia, e Giorgio Podestà (1807-?), giornalista del «Vaglio», direttore de «Il Gondoliere», critico d’arte e, cosa interessante, primo sostenitore della caratura artistica di Vincenzo Giacomelli, da lui definito nel 1842: Uno de’ più valenti cultori della pittura che vantar possono la nostra Accademia e la Patria. In Venezia Austrica (1985), Alvise Zorzi ricorda la sua carica di direttore de «Il Gondoliere» e la maligna definizione rifilatagli da Marco Lanza: nullità vicentina… vecchio damerino profumato celebre per portare una camelia invariabilmente alla bottoniera. Resta da capire come mai il quadro finì nella collezione dei Muzzarelli: forse fu ceduto, poiché Antonio Podestà non ebbe mai


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condizioni economiche floride. Nel 1853 sperava di essere assunto nell’Albergo Regina d’Inghilterra a San Luca, allora della Società del Lloyd Austriaco mentre, nel 1858, risultava al servizio della famiglia Schöft nell’ex palazzo Giustinian a San Barnaba. Figura 4 [Pompeo Marino Molmenti] Ritratto di Alfonsina Montrausier Muzzarelli Olio su tela ovale, 62x47 cm, 1841 circa. Bassano, Museo Civico, inv. 141. Giuseppina Muzzarelli volle legare al Museo di Bassano i ritratti dei suoi genitori. Della madre ne furono consegnati due, entrambi ovali: uno che stava appeso nella villa di Bassano e uno conservato nel palazzo di Venezia, giunto con il secondo versamento del 10 maggio 1904, nel quale si riconosce il presente dipinto. Nel Registro degli Ingressi, il dipinto venne inventariato come un olio ovale, attribuito a Pompeo Marino Molmenti, e subito inghiottito nei depositi museali: non risulta infatti che sia mai stato esposto. La tela fu in seguito attribuita a un pittore lombardo mentre, nel 1978, Licisco Magagnato e Bruno Passamani la catalogarono come opera di pittore veneziano del XVIII secolo, riconducibile ai modi di Pietro Longhi o del figlio Alessandro, per nulla evidenti. In realtà, dal punto di vista stilistico, la figura ha ben poco di settecentesco, se si esclude la lumeggiatura dell’abito di seta: i capelli non sono inci-

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priati ma neri e tirati dietro la testa, lo strangolino nero, il colletto di pizzo e l’orecchino di lamina d’oro stampata rimandano al primo Ottocento. Il tocco vezzoso del mazzetto di fiori secchi tra i capelli si ritrova inoltre in numerosi esempi dell’epoca. La cornice ovale, con decorazioni in pastiglia a foglia d’oro e nero avorio, richiama il periodo considerato. Alfonsina Eugenia Fortunata Napoleone Montrauser nacque a Venezia il 5 ottobre 1814, figlia naturale di genitori francesi come già precisato. La giovane Alfonsina ebbe la fortuna di essere adottata da Giuseppe dal Niel detto Bologna, vedovo senza eredi diretti, il quale finì con unirsi in secondo matrimonio con la madre di costei, ossia con Caterina Clémence. Il 7 dicembre 1833 la predetta Alfonsina, appena diciannovenne, sposò Vespasiano Muzzarelli, dal quale ebbe la figlia Giuseppina nel 1834. Il padre adottivo, Giuseppe dal Niel, morì il 15 novembre 1840, lasciandola erede di un cospicuo capitale. La madre naturale, Caterina Clémence, se ne andò il 23 marzo 1852, mentre la sfortunata ereditiera si spense un anno dopo, il 13 aprile, a soli 38 anni, dopo aver disposto delle sue sostanze (testamento del 26 luglio 1849). Figura 5 Placido Fabris Ritratto di Alfonso Dendrinò Olio su tela, 57,5x46 cm, 1838 circa. Bassano, Museo Civico, inv. 195.

15 Placido Fabris, Ritratto di Caterina Clémence, olio su tela, 1838. Venezia, Gallerie dell’Accademia. L’elegante nonna materna di Giuseppina Muzzarelli indossa una veste scollata, una cuffia di seta mista a tulle e un collo di pelliccia.


Eduard Manet, Ritratto di émile Zola, olio su tela, 1868, Parigi, Museo d’Orsay.

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Il ritratto, firmato in basso a destra Placido/ Fabris dip., stava nella villa bassanese dei Muzzarelli e pervenne al Museo cittadino con il primo versamento del 4 aprile 1904. I caratteri generali e il formato collocano il dipinto vicino al Ritratto di Antonio Podestà: anche in questo caso è probabile che all’origine dell’opera ci sia stato Vespasiano Muzzarelli. La resa fisionomica è di grande livello, mentre la tecnica pittorica e il taglio sono di chiara scuola accademico-romantica. L’effigiato, a mezzo busto, appare nella classica postura di taglio con un andamento verso sinistra e lo sguardo rivolto a destra: dietro di lui una flebile luce fa risaltare l’intera sagoma. Il personaggio, di nobili fattezze, esibisce lunghe fedine, un leggero velo di barba sopra le labbra, finanziera nera con collo montante, gilet ocra, sparato bianco e goletto a vela serrato da cravattone serico. Il dipinto trovò posto nel Salone Verci e, nel 1907, Paolo Maria Tua lo schedò come Ritratto di Alfonso Dendrini, nonostante che nel Registro degli Ingressi fosse descritto come Ritratto di Alfonso Dendrinò. Comparve poi in esposizioni veneziane di risonanza (Ca’ Pesaro 1923, XIX Biennale, 1934) e in catalogazioni anche recenti, tutte sempre prive di una qualsiasi indicazione biografica. Alla luce delle ricerche compiute, si ipotizza che l’effigiato possa essere Alfonso Eugenio Fortunato Napoleone, nato a Venezia nel 1811, fratello di quella Alfonsina Eugenia Fortunata Napoleone che divenne la mamma di Giuseppina Muzzarelli (nata nel 1814), entrambi figli naturali di Giuseppe Alfonso Montrausier e poi adottati. Nel 1838 il personaggio aveva circa 27 anni: giusta l’età che traspare dal quadro di Placido Fabris. Figura 6 Pompeo Marino Molmenti Ritratto di Vespaziano Muzzarelli Olio su tela, 64,5x46,5 cm, 1845-46. Bassano, Museo Civico, inv. 434. Il dipinto, già nella dimora veneziana di Giuseppina Muzzarelli e giunto al Museo di Bassano con il secondo versamento del 10 maggio 1904, è stato più volte esposto a partire dal 1923, apprezzato, talvolta criticato, ma mai studiato in profondità. Vespasiano Muzzarelli (Brescia, 1809 - Venezia, 1886), nacque in una distinta famiglia di lontane origini modenesi,

passata a Mantova al servizio dei Gonzaga e poi trasferitasi a Brescia dalla seconda metà del Settecento con il farmacista Giovanni Muzzarelli (nonno del suddetto Vespasiano). Costui, dopo aver speso tutte le sue energie per avviare lo sfruttamento terapeutico delle acque di Recoaro (cosa che riuscirà al bassanese Luigi Chiminelli), si gettò in un pozzo, lasciando nella povertà numerosi figli, tra i quali il ricordato chirurgo militare Alberto Muzzarelli. E’ a partire dal 1829 che Vespasiano Muzzarelli risulta trasferito a Venezia. Molto presto egli entrò in rapporti con il commerciante francese Alfonso Giuseppe Montrausier e il locandiere Giuseppe dal Niel, tanto che, il 7 dicembre 1833, arrivò a sposare la bella Alfonsina Eugenia Fortunata Napoleone, la quale era veramente fortunata in quanto figlia naturale di Montrausier e figlia adottiva di Dal Niel, notoriamente possidente e senza eredi. Alfonsina ebbe una sola figlia, battezzata con i nomi di Giuseppina Caterina Giovanna Muzzarelli (1834). Nell’estate del 1849, nel momento più drammatico della risorta Repubblica di Venezia, Alfonsina Montrausier-Clémence in Muzzarelli stese il proprio testamento, con il quale lasciò al carissimo marito Vespasiano l’usufrutto della quarta parte delle sue sostanze (ossia un vitalizio) e nominò erede universale la figlia Giuseppina: la morte la rapì soltanto il 13 ottobre 1853. Nel 1846, all’età di 37 anni, Vespasiano Muzzarelli posò per la pittrice viennese Elisabeth Modell (1820-1865), la quale gli fece un piccolo ritratto a olio, poi pervenuto al Museo di Bassano con il versamento del 24 aprile 1904 (oggi non rintracciabile). Proprio lo stesso anno, Vespasiano posò anche per l’amico Pompeo Marino Molmenti (1819-1884), il quale lo immortalò nel ritratto in oggetto. A monte di questo capolavoro si intuisce un profondo rapporto confidenziale, che permise al pittore di cogliere l’amico in una posa anticonvenzionale, in una delle ovattate stanze della sua aristocratica dimora: sulla sfarzosa moquette a larghe volute si vede il cilindro, quasi un orpello borghese volutamente gettato. Si sottolinea che l’identificazione della data di nascita dell’effigiato (12 marzo 1809) ha permesso di collocare con certezza il capolavoro di Pompeo Marino Molmenti tra il 1845 e il 1846, dai più collocato tradizionalmente nel 1860 circa. Dati i tempi davvero lunghi di esecuzione del pittore e il fatto che il ritratto


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venne presentato nell’estate del 1846 è da dedurre che sia stato iniziato nell’estate precedente. Visto dall’alto verso il basso, in una forzata inquadratura prospettica, il trentaseienne Vespasiano Muzzarelli scruta con occhi penetranti il pittore: il suo volto appare ripreso con estremo realismo, incorniciato dai capelli scomposti e dalla fluente barba, al centro della quale risalta il piccolo tocco rosato del labbro inferiore. L’elegante personaggio pare godersi il suo toscano durante una pausa post prandium, seduto su una comoda poltrona a rotelle biedermaier, dalla quale dipartono i luccicanti riflessi della pelle e del legno verniciato a gomma lacca. Lussuoso risulta anche il sofà di eguale stile, in radica, con filettature dorate, tappezzeria di seta broccata color bluette a racemi dorati sparsi, arricchita da frange e fiocchi di eguale materiale. Si tratta di raffinatezze cromatiche che il pittore riprese non da un dagherrotipo ma dal vero. Gino Fogolari ritenne il personaggio immortalato da Molmenti di una schiacciante mediocrità borghese («Emporium», 1923): in realtà è esattamente l’opposto. Vespasiano Muzzarelli era un uomo di mondo, che poteva permettersi di esibire pose e abbigliamenti anticonvenzionali: vedasi l’ostentazione del sigaro, le gambe accavallate, l’uso di un colorato papillon, gli originali pantaloni estivi di tela rigata a tubo di stufa (tipicamente veneziani), proprio allora lanciati da Lord Brummel, dopo aver eliminato per sempre le brache al ginocchio con calze. Il ritratto, piccolo di dimensioni ma grande nella sua valenza innovativa, venne presentato nell’estate del 1846 alla pubblica Esposizione di Belle Arti della Regia Accademia di Venezia, suscitando un grande interesse tra il pubblico e la critica. Alcuni ipotizzarono che il ritrattino fosse stato eseguito con l’ausilio del dagherrotipo, data la precisione nei più minuti accidenti delle vesti e nella elegante mobilia, ma questo - scrisse un critico - non avrebbe dovuto dispiacere al valente artista. Di sicuro Molmenti si avvalse di un dagherrotipo fornito dallo stesso Muzzarelli, il quale aveva avuto più di un’occasione di incontrare dei dagherrotipisti itineranti. Si rammenta che la «Gazzetta Privilegiata» di Venezia annunciò l’invenzione di Daguerre già il 28 agosto 1839, appena nove giorni dopo la presentazione della scoperta all’Accademia delle Scienze di Parigi, e che poi fornì precise indicazioni tecni-

che. Seguirono le informazioni su un certo Adolfo, artista di Parigi famoso per ritratti al daguerrotipo inalterabili per secoli, del quale si scrisse nel luglio del 1846: Si possono ormai vedere nelle prime case di Venezia, come pure ne’ grandi Alberghi, più che 700 ritratti, da lui fatti in due mesi da che si trova in città. Ne «Il Gondoliere» (26 dicembre 1846) comparve la seguente recensione: Più che la perfetta rassomiglianza e la mirabile esecuzione di un’infinità d’accessori, il tutto in picciole dimensioni, ne invita a toccare del ritratto eseguito da Pompeo Molmenti. Con quest’opera Molmenti anticipò di un ventennio la modernità degli impressionisti: per avere un capolavoro dello stesso livello innovativo del Ritratto di Vespasiano Muzzarelli si dovrà attendere il Ritratto di Emile Zola con gambe accavallate, dipinto nel 1868 da Manet. La predilezione per la pittura contemporanea di Vespasiano Muzzarelli si protrasse negli anni ed è documentata dalla sua partecipazione (assieme al genero Giovanni Battista Roux) alle annuali mostre organizzate dalla Società Veneta Promotrice di Belle Arti, a partire dal 1867. Molto spesso egli acquistava anche due azioni per sostenere la manifestazione. Il distinto signore morì a Venezia all’età di 77 anni, il 10 marzo 1886. Con l’acquisto del palazzino di Bassano da parte della figlia Giuseppina (1867), egli aveva iniziato a trascorrervi lunghi periodi di villeggiatura e ad amare sempre più quella città che l’avrebbe infine accolto per il riposo eterno. La «Gazzetta di Venezia» del 17 marzo 1886 pubblicava un sentito ringraziamento dei familiari rivolto a quanti avevano partecipato alle esequie del congiunto. Figura 7 Carlo Grubacs Burrasca di mare Olio su tela, 80x124 cm, circa 1846. Bassano, Museo Civico, inv. 199. Carlo Grubacs (Venezia, 1802-1878) nacque in una famiglia originaria di Perasto: il padre era pilota della marina mercantile ed egli stesso divenne ufficiale della marina, pur frequentando anche l’Accademia di Belle Arti di Venezia dal 1818 al 1822 circa. E’ a partire dal 1840 che egli prese a dedicarsi con assiduità al paesaggio come Marinista, dipingendo vedutine di Venezia per i negozi del centro frequentati dai turisti e appun-


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to Marine. Dalla metà degli anni Quaranta egli iniziò a esporre con una certa regolarità alle annuali esposizione estive dell’Accademia veneziana. In quella del 1845 Grubacs fu molto colpito dalle insigni Marine del francese Philippe Tanneur (Marsiglia, 1795-1878), dai colori decisi e dall’atmosfera romanticamente movimentata (alla Gericault), tanto che, l’anno successivo, egli presentò una Veduta di due bastimenti veleggianti in mare alquanto agitato, nella quale i critici non mancarono di vedervi una imitazione pregevolissima dello stile dello stesso Tanneur. Le due navi appaiono fuori controllo, le vele sono lacerate dal vento, i minuscoli marinai lottano a prua e sulla zattera sbattuta dalle enormi onde, mentre la tempesta prosegue il suo corso in mare aperto. Pietro Murani descrisse il quadro con dovizia di particolari, lamentando solo un uso eccessivo delle lacche nella nuvolaglia. Sull’indovinato soggetto il pittore ritornò più volte negli anni successivi. Grazie al preciso titolo, è molto probabile che la Burrasca di mare del Museo di Bassano, giunta il 10 maggio 1904 dalla dimora veneziana di Giuseppina Muzzarelli, non sia altro che il sopradescritto quadro. Pregevole risulta anche la coeva cornice dorata del dipinto, con greca ad ovuli.

Figura 8a-8b-8c-8d Carlo Grubacs Parte superiore della Riva degli Schiavoni Olio su tela, 76x108 cm, circa 1856. Bassano, Museo Civico, inv. 202. Carlo Grubacs Parte inferiore della Riva degli Schiavoni Olio su tela, 79x121 cm, circa 1856. Bassano, Museo Civico, inv. 200. Carlo Grubacs Le Zattere ai Gesuati Olio su tela, 81x124 cm, circa 1856. Bassano, Museo Civico, inv. 203. Carlo Grubacs Il Canal Grande verso la Salute Olio su tela, 76x108 cm, circa 1856. Bassano, Museo Civico, inv. 201. I quattro dipinti stavano nella dimora veneziana di Giuseppina Muzzarelli e arrivarono al Museo di Bassano con il secondo versamento del 10 maggio 1904. Trovarono posto nel Salone Verci assieme alla Burrasca di mare (inv. 199) e, nel 1907, Paolo Maria Tua li catalogò con i titoli riportati nel Registro degli Ingressi. Dopo le cocenti delusioni dell’eroica rivoluzione veneziana del ’48, il ripristino del Porto franco a tutta la città (1851) e il completamento di

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nuovi interventi architettonico-urbanistici fecero risorgere le speranze. L’allargamento della Riva degli Schiavoni sino al Ponte della Veneta Marina donò alla città una passerella ineguagliabile, non a caso proprio dove si stavano concentrando gli alberghi di lusso. Le quattro vedute di Grubacs vennero commissionate dopo tali interventi (quindi attorno al 1857), con precise destinazioni decorative, come confermano le misure diverse tra i due quadri più grandi e gli altri due leggermente più piccoli. Le splendide cornici veneziane, tutte intagliate con intrecci decorativi e dorate a foglia, appaiono stilisticamente coeve e uscite da uno stesso laboratorio. La Venezia di Grubacs però non è più quella di Canaletto, dogale e senza tempo nei suoi azzurri da camera ottica, ma una Venezia dalle tinte grevi, nei cui recessi covavano i focolai del colera; una Venezia declassata a provincia coloniale dell’impero austriaco, come ben rammentano le bandierine bianche e rosse sui pennoni delle imbarcazioni ancorate lungo la Riva degli Schiavoni (inv. 200). Su tale Riva i traffici di un tempo, animati dai mercanti della Schiavonia (i dalmati in particolare, fedeli sudditi della Serenissima), erano solo un pallido ricordo: nelle vedute di Grubacs si vedono solo poveri disoccupati, alcuni sdraiati per terra, esotici personaggi vestiti alla turca inseriti solo come nota di colore e, soprattutto, coppie borghesi a passeggio. Nella veduta rappresentante la Parte inferiore della Riva degli Schiavoni (inv. 200) risalta in primo piano la grande mole dell’ex Palazzo dell’Intendenza di Finanza, il cui anno di progettazione (1855) costituisce un sicuro termine post quem per la datazione dei dipinti di Grubacs. Le altre due vedute, Il Canal Grande verso la Salute (inv. 201) e Le Zattere ai Gesuati (inv. 203) costituiscono un po’ l’anticamera dell’oleografia tardo ottocentesca: vi compaiono il Canal Grande con la mole di palazzo Franchetti e la basilica della Salute nel primo caso, il Canale della Giudecca con veliero e la chiesa di San Giorgio nel secondo caso. Soggetti simili Grubacs continuò a replicarli sino agli ultimi anni, come dimostrano le molteplici vedute esposte presso la Società Veneta Promotrice di Belle Arti sino al 1876, poi riprese dai figli Giovanni e Marco, anche loro pittori di formazione accademica.

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Figura 9 Federico Moja Interno di una cappella sotterranea con un frate che rende gli ultimi uffici a Vitello Vitellozzo, fatto strozzare dal duca Valentino Borgia Acquerello, 38,5x31 cm, 1853. Bassano, Museo Civico, inv. 263. Federico Moja (Milano, 1802 - Dolo, 1885), dopo gli studi all’Accademia di Brera con Vincenzo Migliara e numerosi viaggi di studio (in particolare a Parigi), dal 1841 si stabilì a Venezia, dove divenne uno dei protagonisti dell’arte lagunare. Era molto ricercato per i romantici interni di chiese gotiche, conventi, cripte e sperduti eremi, vagamente troubadour, con un taglio scenografico da melodramma. Fu particolarmente presente con olii e acquerelli alle annuali esposizioni dell’Accademia e della Società Veneta Promotrice di Belle Arti. L’acquerello in questione stava nella residenza veneziana di Giuseppina Muzzarelli e pervenne al Museo di Bassano in seguito al versamento del 10 maggio 1904 con il titolo Un frate che veglia un guerriero morto. Nel 1907 Paolo Maria Tua lo catalogò come Un frate che veglia la salma d’un duellante, firmato Fed.co Moja/ 1853 ed esposto nel Gabinetto II del Museo. In effetti un drappo rosso e delle armature risaltano in basso a sinistra, vicino alla firma dell’artista. Una chiazza di sangue si distingue inoltre in prossimità degli


scalini, che sembrano introdurre ad una navata di stile romanico ormai aggredita dalla vegetazione. Nel 1866 Moja presentò a palazzo Mocenigo un quadro intitolato Interno di una cappella sotterranea, con episodio rappresentante un frate che rende gli ultimi uffici a Vitello Vitellozzo, fatto strozzare da Valentino Borgia perché traditore, che sembra essere proprio la versione a olio dell’acquerello posseduto dai Muzzarelli. Lo sventurato giace a terra esangue, coperto da un bianco sudario: attorno a lui solo due ceri, una croce astile e un frate orante, sopra il quale troneggia lo stemma mediceo. Federico Moja non era uno sconosciuto a Bassano: nel 1862 dipinse la Porta della Grazie animata da vivaci macchiette (inv. 427). Figura 10 [Carlo Grubacs] Incontro di Tiziano con il giovane Paolo Veronese sul ponte della Paglia (copia dall’originale di Antonio Zona) Olio su tela, 105x132 cm, circa 1861. Bassano, Museo Civico, inv. 401. Il dipinto rimase sempre nell’appartamento veneziano in Riva degli Schiavoni di Giuseppina Muzzarelli, forse perché le ricordava un luogo a lei vicino, al pari delle quattro vedute di Carlo Grubacs. L’opera giunse al Museo di Bassano con il versamento del 10 maggio 1904 e venne elencata nel Registro degli Ingressi come Copia dell’incontro di Tiziano con Paolo Veronese dello Zona, attribuita a Carlo Grubacs, evidentemente sulla scorta di una qualche nota di accompagnamento. Non risulta che successivamente il dipinto sia mai stata poi esposto, proprio perché ritenuto una copia. Non a caso Paolo Maria Tua, nel 1907, non inserì la tela nel suo Catalogo dei dipinti del museo. L’originale di Antonio Zona (1814-1892) era stato commissionato personalmente dall’imperatore d’Austria Francesco I (1857) ed esposto con grande successo all’esposizione veneziana dell’Accademia del 1861. Lo Zona, in un clima di accademica rivisitazione cinquecentesca, aveva saputo resuscitare, meglio di altri, le forme e le smaltate cromie di Tiziano per raccontare episodi celebri di vita veneziana, come l’incontro tra i due sommi artisti, descritto da Ridolfi ne Le meraviglie dell’arte (1648). Si vede l’ormai leggendario artista, accompagnato da Pietro Aretino e da due gio-

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vani dame, che preconizza al giovane Veronese un futuro artistico radioso dopo aver valutato un suo album di schizzi. Oltre il ponte della Paglia si distinguono le due colonne della Piazzetta e la Libreria sansoviniana in costruzione. Subito l’opera divenne un modello per gli artisti su cui cimentarsi. La copia di Bassano si evidenzia per la debolezza cromatica delle velature, per la difformità dall’originale di Zona, non solo nelle misure ma anche nella modesta ripresa dei tratti somatici dei vari personaggi. Dopo l’esecuzione delle quattro vedute, è molto probabile che i Muzzarelli abbiano chiesto a Grubacs di realizzare una copia in versione ridotta del dipinto di Zona, data la stretta vicinanza della loro dimora con il ponte della Paglia. Del resto le copie nella collezione Muzzarelli erano alquanto numerose: vedasi Il ratto di Europa da Veronese del bergamasco Vincenzo Azzola nel 1875, Il matrimonio di Bacco e Arianna da Tintoretto, di ignoto del XIX secolo, Il Banchetto del ricco Epulone da Bonifazio de’ Pitati, La Madonna della Seggiola da Raffaello, Il Bambino sulla Croce da Bronzino, L’Assunta da Tiziano, La Madonna col Bambino da Bartolomeo Montagna. Dalla dimora veneziana di Giuseppina Muzzarelli giunse comunque un’opera di Antonio Zona (10 maggio 1904): un acquerello di piccole dimensioni (19x35 cm), intitolato Popolana veneziana che sta cucendo, inventariato nel 1907 da Paolo Maria Tua con il n. 258. Pervenne inoltre una copia parziale del Banchetto del ricco Epulone di Bonifacio de’ Pitati, catalogata sempre nel maggio del 1904 come copia di ignoto del XIX secolo e poi assegnata da Marina Magrini ad Antonio Zona nel 1978, senza indicazione della provenienza.

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Pietro Longhi, L’indovina olio su tela, Venezia Ca’ Rezzonico, 1752 circa. La settecentesca moda di far risaltare i pizzi neri su quelli bianchi era ancora seguita ai tempi di Giuseppina Muzzarelli, appassionata collezionista di tali manufatti artistici di Burano.

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Figura 11 Pietro roi Ritratto di Giuseppina Muzzarelli Olio su tela, 125x89 cm, 1870 circa. Bassano, Museo Civico, inv. 196. Il dipinto, dotato di sontuosa cornice dorata neocinquecentesca, con arabeschi cesellati e colorati a tempera blu cobalto, stava nell’appartamento veneziano di Giuseppina Muzzarelli e pervenne al Museo di Bassano con il versamento del 10 maggio 1904: venne subito esposto nel Salone Verci in onore della munifica testatrice. Nel 1907 l’opera venne catalogata da Paolo Maria Tua con il numero 196. Pietro Roi (Sandrigo, 1819 - Venezia 1896), che già aveva ritratto la Muzzarelli da giovane, eseguì questo lavoro nella piena maturità, riprendendo i modelli portati al successo da Natale e Felice Schiavoni, ma con un taglio meno aulico e tonalità più cupe: unica eccezione è la grande poltrona neosecentesca. Il particolare dell’isola di San Giorgio oltre la tenda non è di maniera ma proprio quello che si poteva ammirare dall’appartamento dell’effigiata. Nel 1870 Giuseppina Muzzarelli era una serena signora veneziana, ormai lontana dal mondo degli affari e dell’imprenditoria. Nel suo apparire non vi è ostentazione della ricchezza: un semplice abito nero, impreziosito dagli amati pizzi di Burano e da pochi gioielli. La vera nobiltà è tutta concentrata sulla dolcezza del volto e sul quel gesto di momentanea interruzione della lettura, sottolineata dall’indice della mano destra all’interno del libro. Tale olimpico equilibrio si interruppe nel 1883 con la morte del primo marito, Giovanni Battista Roux: una nuova vita parve sorriderle quando, il 29 marzo 1884, sposò il dottor Angelo Muzzarelli di Brescia. Come già ricordato, nel 1886 circa, Pompeo Marino Molmenti, ritrasse i due anziani coniugi in due raffinati pastelli ovali,

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ora ai Musei Civici di Brescia. La signora morì dopo una penosissima malattia all’età di 64 anni, il 16 aprile 1899, e il riposo eterno poi lo trovò nella sua amata Bassano. Figura 12 Giuliano zasso I pastorelli della campagna romana Olio su tela, 52,5x65 cm, circa 1865-66. Bassano, Museo Civico, inv. 190. L’opera pervenne al Museo Civico di Bassano con il secondo versamento del 10 maggio 1904, direttamente dalla dimora veneziana di Giuseppina Muzzarelli, e subito trovò posto nel Salone Verci, come ricordato da Paolo Maria Tua nel 1907. La firma in basso a sinistra, Zasso dip., ha provocato nel passato incongrue attribuzioni: in realtà si tratta del pittore Giuliano Zasso (Castellavazzo di Belluno, 1833 - Venezia, 1899), studente all’Accademia veneziana sotto la guida di Michelangelo Grigoletti e poi supplente della cattedra di Pittura nel 1874. Proprio nella mostra della Società Veneta Promotrice di Belle Arti del 1866 trovò posto la presente teletta, con il titolo I pastorelli della campagna romana. Si tratta di una romanticissima ripresa della campagna laziale, con la citazione d’obbligo dell’acquedotto romano, l’inconfondibile sagoma del monte Soratte e i pastorelli ciociari in beato riposo: tutti elementi particolarmente cari ai viaggiatori borghesi di pieno Ottocento, impegnati a ripercorrere le strade del classico tour settecentesco. Il caso volle che con la cedola graziale n. 4 di lire 200 il dipinto venisse assegnato al socio Giovanni Battista Roux, primo marito di Giuseppina Muzzarelli, e da allora l’opera figurò sempre nell’arredo del palazzo veneziano di famiglia. agostino brotto Pastega



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