L'Illustre bassanese

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Fondato editriceartistica - www.editriceartistica.it

nel 1989

distribuzione gratuita

LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

FRANCO MARIN BIMESTRALE MONOGRAFICO DI CULTURA

N° 175/176 • SETTEMBRE-NOVEMBRE 2018


Comune di BASSANO DEL GRAPPA

Rotary Club Bassano del Grappa

Club Alpino Italiano Bassano del Grappa

Inner Wheel Club Bassano del Grappa

Associazione Filateliaca del Grappa

Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Vicenza

Amici dei Musei e dei Monumenti

L’ILLUSTRE BASSANESE - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita

… dal 1989

ANNO XXIX n° 175-176 - Settembre/Novembre 2018 - Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 R.P. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Andrea Minchio Redazione: Livia Alberton, Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio Hanno collaborato: Giuseppe Marin, Giuseppe Bosio, Giuseppe Busnardo, Franco Faccio, Giorgio Gasparotto, Umberto Martini Stampa: Stampatori della Marca - Riese Pio X (TV) - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © COPYRIGHT Tutti i diritti riservati EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)


In copertina Franco Marin, verso la fine degli anni Quaranta, sul Catinaccio d’Antermoia (m 3002).

FRANCO MARIN La cultura nelle immagini di un viaggiatore Sono davvero molti, e sempre gradevoli, i ricordi che ho di Franco. La passione per la fotografia e la sua necessità di comunicare emozioni e sensazioni, ma anche conoscenza e opinioni, lo hanno spesso condotto a confrontarsi con me e, poi, a dar vita a prodotti editoriali di grande raffinatezza. Le sue immagini hanno colorato una parte della mia vita professionale, la sua presenza discreta e propositiva ha affinato la mia sensibilità verso la bellezza della Natura, ma anche verso delicate e complesse tematiche socio-ambientali. Amico di mio padre - entrambi erano cresciuti in quella piccola repubblica che era un tempo piazzetta dell’Angelo - è poi diventato anche amico mio. Amico e consigliere, tant’è vero che - prima di accettare l’invito a presiedere un prestigioso club bassanese - proprio a lui ho chiesto conforto. Assieme abbiamo dato alle stampe alcuni calendari di estrema eleganza e sobrietà; opere, se mi è consentito usare quest’espressione, che sono destinate a rimanere, oltre che per le splendide fotografie, per il messaggio attualissimo che hanno lanciato. Perché Franco, effettivamente, era un lungimirante, vedeva avanti e si poneva domande; da viaggiatore aveva imparato a capire gli uomini, a conoscerne le diverse sfumature, a comprenderne le gioie e i dolori. Da frequentatore del Grappa, come molti bassanesi (e in primis i soci del Cai), aveva inoltre imparato ad amare la montagna; ne apprezzava la spiritualità, l’insita sospensione fra cielo e terra; ma ne difendeva pure la fisicità, la concretezza dei contesti naturali. Molto si è poi adoperato, al di fuori della professione di stimato medico odontoiatra, per la nostra città. Il suo carisma e lo spirito illuminato lo hanno portato dapprima a far parte e in seguito a presiedere numerose associazioni del territorio; in ognuna di esse ha impresso uno stile personale, sempre improntato a una misurata linearità, al buon gusto e al credo nella divulgazione culturale. Personalmente ho avvertito una sorta di spinta interiore a ricordarlo, seppure nella limitatezza del mezzo, con questo numero de L’Illustre bassanese. Un’idea che coltivavo da parecchi mesi e che si è potuta concretizzare grazie alla collaborazione dei suoi figli - in particolare di Giuseppe (Pippo), autore del profilo biografico - e di altri amici. Nelle pagine che seguono è possibile ritrovare, in

parte, lo spirito di Franco e le sue grandi passioni: un frammento di vita ricostruito attraverso le testimonianze di Giuseppe Bosio, Giuseppe Busnardo, Giorgio Gasparotto e Umberto Martini. Purtroppo il poco spazio ci ha costretto a limitare il numero delle immagini. Allo stesso tempo, però, è sorta un’idea: quella di realizzare, naturalmente se i suoi familiari saranno d’accordo, un libro fotografico di grande suggestione, come quelli che si facevano un volta (altro che web!). Un compendio della produzione artistica di Franco Marin: un bel modo per conservare e tramandare il suo messaggio. Andrea Minchio

Direttore de L’Illustre bassanese

Una volta in montagna, quando mi sono accorto che nel gruppo che stava salendo per uno splendido sentiero fiorito mancava qualcuno, sono tornato sui miei passi. Dopo un po’, con una certa apprensione e pensando al peggio, in lontananza ho notato una persona, inanimata, stesa a terra con un oggetto tra le mani. Era Franco Marin. Mi avvicinai e lui, girando lentamente la testa, con un leggero sorriso sulle labbra e un filo di voce, mi disse: “Sto aspettando che la farfalla si alzi dal fiore per poterla fotografare!”. Accidenti, ma che spavento mi hai fatto prendere! Un episodio che ben rappresenta tre delle grandi passioni di Franco: la frequentazione della montagna, l’amore per la natura e la fotografia. Persona eclettica anche in campo sociale, da socio e poi da presidente sezionale del Cai, ha portato nella sezione un’attenzione particolare per la natura e per l’ambiente montano, aprendo la strada a una serie di iniziative atte ad affiancare la primaria attività alpinistica. Il suo motto “Natura e cultura” è diventato proverbiale, lasciando una forte impronta tuttora valida e seguitissima. Ogni uomo e ogni alpinista ha la sua storia, come ogni alpinista è la sua storia. La sua è stata di raffinata cultura, di curiosità scientifica e di vitalità sociale. Da augurarsi che ce ne siano sempre più, di persone come Franco. Franco Faccio

Presidente Club Alpino Italiano - Sezione di Bassano

Sopra, dall’alto La poesia di due farfalle, immortalate da Franco Marin nel massiccio del Grappa (dal Calendario “Farfalle del Grappa”, 1991). La desertificazione di ampi territori nello stato africano del Mali (dal Calendario “Aqua Aquae Aquae”, 2004).



Pagina a fianco Franco Marin, praticante all’Ospedale Civile di Bassano, nel 1949.

Quando ci è giunta la proposta della pubblicazione di un numero de L’Illustre bassanese dedicato a Franco Marin, nostro padre, abbiamo subito aderito con entusiasmo e un pizzico di orgoglio. Non nascondo però che al primo incontro organizzativo un po’ mi sono spaventato, quando mi è stato chiesto di scriverne la biografia. I ricordi di papà sono infatti tanti, soprattutto ripensando a una vita così intensa come è stata la sua. Che cosa ricordare in particolare, da dove iniziare? Dalla professione di medico odontoiatra o piuttosto da uno dei suoi numerosi interessi, quali i viaggi, la fotografia, la filatelia? Oppure ancora, dal suo impegno di volontariato nelle tante associazioni del territorio bassanese delle quali ha fatto parte? Da bambini noi figli lo vedevamo solo alla sera quando tornava dall’ambulatorio, sempre molto tardi; giusto il tempo di salutarlo e poi tutti a letto. Erano gli anni Cinquanta, un’altra epoca! Sapevo che era medico e che faceva il dentista; quando per un controllo andavo poi nel suo studio, provavo un misto di curiosità e paura. Mi aveva raccontato che anche suo padre Giuseppe, era dentista, come peraltro suo nonno Piero. Verso la fine dell’Ottocento il bisnonno Piero Marin, orafo, aveva infatti frequentato un corso istituito dall’Università di Padova e destinato ad artigiani orafi. Tale corso, attraverso lo studio dell’anatomia dentale e l’apprendimento della tecnica necessaria a realizzare manufatti protesici, consentiva di acquisire il titolo di odontostomatologo. Il nonno Giuseppe, nato nel 1882, dopo il Liceo si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova, dove si laureò nel luglio del 1906, decidendo poi di specializzarsi in Odontoiatria presso le scuole allora più importanti in Europa. Si recò infatti prima a Vienna e poi a Berlino. Nella capitale tedesca approfondì i suoi studi sull’Ortodonzia. Fra i vecchi libri di casa ricordo di aver trovato un piccolo vocabolario di tedesco di fine ’800, con alcuni appunti presi dal nonno, probabilmente proprio durante la sua permanenza in Austria e in Germania. Rientrato in Italia, nell’estate del 1907 egli aprì a Bassano un primo ambulatorio

FRANCO MARIN

UN PROFESSIONISTA E UN CITTADINO APERTO AL MONDO E ALLA CULTURA in Contrà Granda, ora via Barbieri. Nel novembre del 1909 acquistò in piazzetta dell’Angelo il palazzo Scolari, dove fissò la sua abitazione e al tempo stesso la sede del nuovo ambulatorio. Qui egli visse visse e operò fino alla fine della sua vita.

Proprio nella casa di piazzetta dell’Angelo il 4 maggio 1925 nacque Franco Marin, nostro padre, quinto di sei figli. Prima di lui avevano visto la luce Annamaria, Severina, Giampiero e Renata. Infine, dopo papà, venne al mondo Giampaolo. Durante la Prima Guerra Mondiale il nonno fu richiamato come tenente medico e la grande casa di Bassano offrì ospitalità ad alcuni ufficiali, fra i quali il colonnello Viola, comandante del presidio di Bassano. Il nonno ne conobbe la nipote, in visita allo zio, se ne innamorò e la sposò nello stesso anno, cioè nel 1915. Il papà visse nella grande casa di piazzetta dell’Angelo e frequentò il Liceo Classico G. B. Brocchi di Bassano, dove conseguì la maturità nell’anno scolastico 1943-’44, in un periodo decisamente poco felice. Si era infatti nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale e, dopo l’Armistizio dell’8 Settembre, la liberazione di Mussolini e la nascita della Repubblica di Salò, la guerra civile infuriava anche nella nostra città. Lo spostamento di alcuni ministeri da Roma al Nord Italia, interessò pure Bassano con alcune

Giuseppe Marin, padre di Franco, si laureò in Medicina a Padova nel 1906. Successivamente si specializzò in Odontoiatria nelle più importanti scuole d’Europa.


Le inserzioni pubblicitarie apparse sulla stampa locale in occasione dell’apertura, da parte di Giuseppe Marin, degli studi odontoiatrici di Bassano (1907) e di Castelfranco Veneto (1909). In entrambi è citata la prestigiosa frequentazione delle cliniche universitarie di Vienna e Berlino.

In basso Un ritratto di Giuseppe Marin, con la divisa da ufficiale medico, durante la Grande Guerra.

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Direzioni del Sottosegretariato per l’Aeronautica e l’utilizzo di importanti edifici cittadini quali Palazzo Sturm e Palazzo Bonaguro. La presenza massiccia di truppe di occupazione tedesca, inoltre, faceva di Bassano un obiettivo strategico per i bombardamenti alleati, che colpirono ripetutamente la nostra città allo scopo di abbattere il ponte della Vittoria, e tagliare i collegamenti per le truppe germaniche. Anche la casa di piazzetta dell’Angelo venne colpita e la famiglia Marin dovette trasferirsi a San Michele, nella casa di campagna.

Alla fine del secondo confitto mondiale il papà frequentava l’Università di Padova, dove si era iscritto alla Facoltà di Medicina e Chirurgia e dove anche il fratello maggiore, Giampiero, si era laureato. Lo zio Giampiero aveva già intrapreso la professione di odontoiatra e lavorava con il nonno Giuseppe nell’ambulatorio di piazzetta dell’Angelo. In quegli anni Franco iniziò a frequentare Marisa, la mamma, che gli rimase sempre accanto fino all’improvvisa e prematura scomparsa. Dal matrimonio sono nati cinque figli, Elisabetta, il sottoscritto, Francesco,

Mario e Caterina. Dopo la laurea a Padova, nel 1949, papà si specializzò in Odontoiatria a Bologna nel 1951. Tornato a Bassano, nel febbraio del 1952 sposò Marisa trasferendosi nella nuova casa a San Vito, dove siamo cresciuti tutti noi figli.

I primi tempi lavorò assieme al fratello maggiore Giampiero che, dopo la morte del nonno nel gennaio del 1948, ne aveva continuato l’attività. Quando poi i due fratelli decisero di dividersi, Giampiero rimase nella casa di famiglia e il papà aprì uno studio in piazza Libertà, sopra al Caffè Centrale e, successivamente, un nuovo ambulatorio in vicolo degli Zudei. Qui gli fu possibile attrezzare un moderno laboratorio odontotecnico, seguito da Ferruccio Trento, che già aveva lavorato dal nonno come odontotecnico; una collaborazione che durò fino al 1994. Agli amanti del calcio, e non solo, va ricordato che Ferruccio Trento è stato un apprezzato portiere del Bassano (che allora militava in Serie C), squadra dove rimase dagli anni a cavallo della guerra fino al 1953. Forse fu anche per questo motivo che, agli inizi della sua carriera profes-


Palazzo Scolari in piazzetta dell’Angelo a Bassano in una fotografia del 1915. L’immobile fu acquistato nel 1909 da Giuseppe Marin. Qui, il 4 maggio 1925, nacque Franco, quinto di sei figli. Antonio Gaidon, Progetto per la facciata di palazzo Scolari, disegno a penna e acquerello, 1770 circa. Bassano, Museo Civico, Disegni Bassanesi, inv. 1038.

sionale, papà accettò di diventare medico sportivo del Bassano Calcio, rimanendo poi sempre un tifoso della squadra cittadina. Oltre al lavoro nel suo ambulatorio, egli iniziò a collaborare con l’Ospedale di Bassano dove, per quindici anni, rappresentò il reparto di odontostomatologia, pubblicando anche alcuni lavori nella Gazzetta sanitaria come consulente stomatologo assieme al dottor Bellia, medico chirurgo del nosocomio cittadino.

Nel 1964 papà si trasferì nel nuovo ambulatorio di via Schiavonetti dove, dopo aver frequentato un corso specialistico negli Stati Uniti, modificò la disposizione degli spazi seguendo nuove direttive ergonomiche e migliorando la qualità delle prestazioni fornite. Professionista sempre molto attento, curò particolarmente l’aggiornamento professionale, pensando così di poter dare sempre qualcosa di innovativo ai suoi pazienti. Franco Marin continuò la sua attività di medico odontoiatra fino al 2001 quando, anche in seguito alla scomparsa della mamma, decise di smettere e chiudere l’ambulatorio. Sicuramente Marisa è stata una figura molto

importante per lui; dati gli impegni di lavoro e i suoi innumerevoli interessi, lasciò che fosse principalmente lei a occuparsi della famiglia e soprattutto di noi cinque figli. La mamma fu infatti sempre presente, seguendoci nel percorso educativo e scolastico, e fu il nostro costante punto di riferimento. Laureata in lettere, non le fu possibile dedicarsi all’insegnamento, dovendo occuparsi della formazione di cinque figli: un impegno non da poco.

Sotto Giuseppe con la moglie Elisabetta (Lisin), genitori di Franco Marin in una foto del 1909.


8 I papiri di laurea di Franco Marin e della fidanzata Marisa Maglietta, poi divenuta sua adorata moglie.


Pagina a fianco. Foto di gruppo per i sei figli di Giuseppe Marin. Da sinistra: Annamaria, Severina, Giampiero, Renata, Gianfranco (Franco) e Giampaolo.

Franco e Marisa novelli sposi: è l’11 febbraio 1952. I coniugi Marin, in occasione di un veglione di carnevale, pochi giorni dopo il loro matrimonio. In basso I cinque figli di Franco e Marisa Marin nel 1963. In prima fila, da sinistra, Mario (1957), Francesco (1955) e Giuseppe (1954); allo loro spalle Elisabetta (1952) e Caterina (1962).

I nostri anni di liceo, a cavallo tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, furono segnati della contestazione studentesca. Come i miei fratelli più grandi, anch’io aderii attivamente a quel fermento, preso dall’idea di cambiare il mondo: c’era una grande spinta al rinnovamento, al progresso sociale e alla libertà (anche sessuale) che si scontrava con posizioni conservatrici e autoritarie. La nostra era una famiglia cattolica, anche se aperta e meno tradizionalista di tante altre, a volte anche critica rispetto a certe posizioni della Chiesa che mamma e papà ritenevano non sempre al passo con i tempi. A casa c’era un momento della giornata in cui ci si riuniva: quello del pranzo. Tornati da scuola, aspettavamo l’arrivo di papà, e poi tutti a tavola. Era quella l’occasione propizia per affrontare grandi discussioni, in cui noi figli portavamo avanti idee “rivoluzionarie”. Da parte di papà non c’era, fortunatamente, un atteggiamento di chiusura: Franco era disponibile al confronto, anche se a volte gli scambi diventavano piuttosto aspri. Come quando entrò a far parte del Rotary Club Bassano, presentato da Domenico Sostero, amico

di sempre con il quale condivideva la passione per la filatelia. Noi figli non condividevamo questa sua appartenenza a un’associazione che all’epoca giudicavamo elitaria e frequentata da persone desiderose di mettersi in vista. Papà ne difendeva invece, a spada tratta, la vocazione internazionale, la spinta aggregazionista, lo scopo umanitario. Anche per questo motivo, assieme ad altri amici, favorì i primi contatti con il club tedesco di Tegernsee, in Baviera, e con quello di Pantin nell’Île de France. Fu proprio durante la sua presidenza che si tenne il primo “Incontro triangolare” fra questi club; incontro che diede ufficialità a un impegno internazionale che dura nel tempo. Da questo, e dai molti incontri successivi, sono sorte amicizie durate tutta la vita; ancora oggi io stesso conservo rapporti molto amichevoli con la famiglia Laprell di Tegernsee. Sicuramente in papà c’è sempre stata una grande curiosità, che lo ha portato a conoscere altre realtà sociali e ambientali: Franco non riteneva infatti la nostra cultura unica o migliore delle altre, ma semplicemente una delle tante nel

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Due immagini dell’ambulatorio di vicolo Zudei, aperto da Franco Marin nel 1952.

La copertina dell’estratto di un saggio pubblicato da Salvatore Bellìa e Franco Marin, entrambi attivi nel reparto Chirirgia dell’Ospedale di Bassano, sulla Gazzetta sanitaria nel 1962, con il titolo Contributo clinico allo studio delle cisti “dermoidi” del pavimento orale.

mondo. Ed è stato certamente il suo desiderio di conoscenza che lo ha spinto a viaggiare per confrontarsi con altre civiltà. Ricordo la meticolosa preparazione dei suoi viaggi, in tempi in cui non si immaginava nemmeno cosa fosse internet. Papà dedicava intere serate a documentarsi, cercando pubblicazioni e diari di altri viaggiatori, studiava i percorsi sulla carta geografica e si preparava con grande disponibilità a entrare in contatto con genti e luoghi nuovi. Nelle sue escursioni, poi, non dimenticava mai le amatissime macchine fotografiche, dalle prime Rolleiflex 6x6, che a me sembravano enormi, alle ultime Olympus, tutte rigorosamente reflex. Purtroppo non volle convertirsi al digitale neppure negli anni più recenti: un’opzione che, se fosse stata attuata, oggi ci aiuterebbe a gestire meglio un archivio davvero imponente. Anche perché i suoi splendidi scatti testimoniano di luoghi selvaggi e ricchi di magia, immersi nella luce e apparentemente senza tempo, di uomini e popoli ai confini della terra. Papà iniziò a viaggiare per il mondo soprattutto

a partire dagli anni Settanta; prima aveva infatti girato l’Italia e l’Europa in lungo e in largo, spesso portando con sé l’intera famiglia. Aveva acquistato una roulotte e le nostre vacanze erano sempre all’insegna dell’avventura; papà era instancabile, guidava per ore alla ricerca di nuovi luoghi da scoprire e, fosse stato per lui, non si sarebbe fermato nello stesso posto per più di due giorni.

In un’intervista rilasciata a Bassano News nel 2002, Franco ricordava di avere sempre ritenuto, prima di intraprendere i suoi vagabondaggi extraeuropei, “utile e doveroso conoscere bene il nostro continente, da Capo Passero a Capo Nord, dalla Bretagna al delta del Danubio. Ad arricchire la mia naturale curiosità sono stati in seguito il contatto con ambienti e popoli molto diversi, dall’Islanda al Borneo, dalle Galapagos alle isole di Bali e Pasqua, e la visita dei grandiosi monumenti che le civiltà più lontane e antiche ci hanno lasciato. Penso per esempio ai templi egizi, greci, romani nell’Africa del nord e nel


La cena di gala in occasione di uno dei primi incontri internazionali del Rotary Club Bassano con i club gemellati di Paris-Pantin (Francia) e Tegernsee (Germania). L’iniziativa, denominata “Triangolare” è stata voluta da Franco Marin nel 1968, all’epoca della sua presidenza del sodalizio cittadino. Nella fotografia, oltre a Franco Marin in primo piano con lo smoking, si riconosce, in basso a destra, Giuseppe Chiuppani, dirigente della Smalteria Metallurgica Veneta e figura molto amata.

Medio Oriente, ai complessi religiosi e civili dell’India o a quelli di Ankor in Cambogia o alle imponenti costruzioni delle civiltà americane dei Maia e degli Incas. Ho avuto l’opportunità di avvicinare etnie poco conosciute, spesso ai confini di grandi nazioni, dai Mongoli Tuvan in Siberia, ai Bai e Miao nella Cina meridionale, ai Karo o ai Mursi in Etiopia, popoli che conservano ancora una precisa autonomia dal consumismo occidentale, legati come sono a tradizioni tribali e religiose”. E continuava ancora, parlando delle diverse culture, di aver sempre “cercato di avvicinarle con discrezione e comprensione; spesso i valori umani che esse rappresentano sono sottovalutati dal turista superficiale, propenso ad assumere come termine di paragone la sua identità di persona cosiddetta civile. Noi occidentali abbiamo invece molto da imparare: osservazioni che risultano quanto mai attuali in questo momento storico e non solo in riferimento al nostro Paese! Anche per questo sono tanti i ricordi che mi porto dentro. Penso a quando ho potuto sedermi

in uno Dzong del Buthan con i monaci oranti, oppure quando, attraversando uno sperduto villaggio dell’Anatolia, sono stato invitato alla mensa di un pastore. In un piccolo ospedale nel Ruanda mi è stato offerto un giaciglio per la notte, in Camerun ho ascoltato l’oracolo di uno stregone… Situazioni davvero impensabili da noi in Occidente, dove si pianificano le relazioni politiche, commerciali, diplomatiche, militari con il terzo mondo. La sensazione, ma sarebbe meglio definirla certezza, è che frequentemente siano gli interessi economici a prevalere sui valori della solidarietà. Ho potuto cogliere qualche spiraglio di luce, una speranza, nell’opera di alcuni missionari in Africa, o nell’attività di organizzazioni come Medici senza frontiere, che andrebbero maggiormente sostenute”. Quando chiuse lo studio, papà inviò a una missione in Africa, attraverso un amico, tutte le attrezzature dell’ambulatorio, perché potessero essere utilizzate da chi ne aveva bisogno. E ancora ci diceva che “conoscere è il miglior modo per comprendere”.

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Franco Marin alla vernice di una sua mostra, tenuta alla Foto-Art Galleria del Bar Sport nel settembre del 1985. Al suo fianco, Cesare Gerolimetto; in quella circostanza il noto fotografo affermò che negli scatti del professionista bassanese si potesse ravvisare della “vera arte”. Ancora Franco Marin, in occasione di una mostra al Centro Culturale Scrimin nel febbraio del 1988. Con lui alcuni amici, fra i quali si riconoscono i coniugi Emilio e Angela Cimberle e il dott. Antonio Maturo, presidente del Tribunale di Bassano.

Il cartoncino d’invito alla mostra tenuta al Centro Culturale Scrimin nel 1988.

Papà ha sempre avuto un approccio particolare con il tema del viaggio; non voleva fare il turista, ma entrare in contatto con le persone, integrandosi con la mentalità della gente nei luoghi che andava a scoprire affrontando spesso situazioni anche difficili e disagiate. Con il passare degli anni il materiale fotografico, al ritorno dai viaggi, diveniva sempre più consistente, come del resto cresceva la sua capacità di cogliere ambienti, persone e paesaggi con una particolare sensibilità. Papà, comunque, amava definirsi non tanto “un fotografo che viaggia, quanto un viaggiatore che fotografa”, con la necessità di raccontare attraverso le immagini le meraviglie del mondo. Sono stati oltre cinquanta i viaggi extraeuropei, dall’Asia (India, Mongolia, Siberia, Cambogia) al continente africano (Libia Marocco, Egitto Etiopia, Tanzania, Zimbawe) e all’America del Sud (Patagonia, Perù, Bolivia, isole Galapagos). Inizialmente le fotografie costituivano un ricordo personale, da condividere con i familiari e gli amici più intimi. Poi è stato invitato a illustrare i suoi scatti nell’ambito delle associazioni delle quali faceva parte. I passi successivi sono stati quelli di esporre le foto in alcune fortunate mostre e, in seguito, di pubblicarle su apprezzati calendari tematici, tutti concepiti ad hoc.

Nella presentazione del Calendario Aqua, aquae, aquae (2004) Giovanni Bertizzolo, al tempo direttore di Bassano News, scriveva come Franco Marin riuscisse a colpire con una poesia che lascia il segno grazie a stupende immagini di “fiumi, laghi, mari, impresse in occasioni particolari, in ambienti particolari, in situazioni particolari, fotografie che assurgono a filosofia spirituale. Grande è infatti la spiritualità che emerge dalle sue immagini e forti le emozioni che provocano molti suoi scatti”. Di tante sue fotografie, molte sono le immagini di fiori, da quelli esotici fotografati nel suo viaggiare per il mondo, a quelli più comuni, che si trovano nei prati delle nostre montagne Perché un’altra delle grandi passioni di papà è stata la montagna, che ha cominciato a conoscere fin da giovane con gli amici e iscrivendosi, già nel dopoguerra (correva l’anno 1946), alla sezione bassanese del Club Alpino Italiano del quale divenne poi anche presidente. Scorrendo i vecchi album di famiglia, sono molte le immagini che ritraggono papà e mamma sulle nostre montagne, in gita sui Colli Alti piuttosto che sui Lagorai; ma pure sull’Adamello e sul Gran Paradiso, sul Gran Sasso e sulla Maiella, in estate come in inverno. E in alcune circostanze pure impegnati in qualche arrampicata.


Papà è sempre stato un tipo socievole, spiritoso e dalla battuta pronta: amava la compagnia e la sua presenza era apprezzata perché prendeva la vita con gioia e positività. Gli piaceva cantare e quando si trovava con la “compagnia”, come lui chiamava gli amici con i quali compiva le escursioni, prendeva la fisarmonica e suonava un po’ di tutto: dalle canzoni di montagna ai brani di musica leggera, animando così le serate. Aveva infatti un buon orecchio musicale - da giovane aveva anche studiato violino - e se non conosceva un pezzo, con facilità sapeva trovare gli accordi giusti per accompagnare il canto.

Le uscite giovanili con i compagni del Cai furono nel tempo sostituite, a causa degli impegni di lavoro e familiari, da passeggiate solitarie, soprattutto in Grappa, accompagnato solo dai suoi fedeli cani. Gli ultimi furono Kira e Roky, due pastori tedeschi recuperati da un canile che raccoglieva animali abbandonati, e Briscola, un trovatello che gli si era affiancato durante una delle sue passeggiate. Sempre munito della sua macchina fotografica, papà scopriva ogni metro della montagna riprendendo paesaggi, ma soprattutto fiori. L’innata curiosità e la sete di sapere lo portarono a divenire un vero conoscitore della flora locale,

grazie anche all’amicizia con Giuseppe Busnardo, illustre concittadino, naturalista e botanico, pure lui grande amante della montagna. Fu anche per questo che papà contribuì fattivamente all’uscita del libro Il Grappa. Un patrimonio ambientale, edito nel 1985 dalla sezione bassanese del Cai e tuttora pubblicazione di grande rilevanza, curando un testo storico con Angela Zen e fornendo moltissime fotografie, in particolare di diverse specie di orchidee e di altre specie floreali. Alcune immagini di fiori, molto comuni sui nostri monti ma di grande suggestione, compaiono pure nel libro Emozioni in natura, dato alle stampe dalla sezione naturalistica del Cai di Bassano.

Posso dire che papà è stato un escursionista e in parte anche un alpinista. Ma è stato soprattutto un sincero amante della montagna, sempre mosso dal desiderio di valorizzarla anche attraverso le innumerevoli immagini colte nel corso del suo vagabondare. Un amore che ha trasmesso a noi figli, assieme a un profondo rispetto per la natura; a partire dal bel giardino della nostra casa, che assieme a mamma ha sempre voluto ordinato e ricco di fiori. La passione per i fiori, peraltro, si ritrova anche

Franco Marin, relatore al Panathlon Club di Bassano nel 2001: tema della serata, un suo memorabile viaggio alle isole Galápagos. In alto Un’immagine spettacolare, tratta dal Calendario Aqua Aquae Aquae, realizzato nel 2004 in collaborazione con Bassano News, Reprolongo Bassano e Longo Group. La didascalia, scritta di pugno da Franco Marin, recita testualmente: “Islanda. Il Mare del Nord scivola sulla sabbia nera”.


Franco Marin, affiancato dallo studioso Giorgio Pegoraro, indimenticato e straordinario assessore alla Cultura del Comune di Bassano, alla presentazione della mostra “Un obiettivo sulla donna nel mondo” tenuta in Sala APT nell’ottobre del 2000. Con loro, in piedi, Cesare Gerolimetto.

La locandina della mostra, patrocinata da Città di Bassano, APT di Vicenza, Inner Wheel e Federcasalinghe.

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nelle sue collezioni filateliche, nelle quali accostava le foto a tema botanico ai francobolli che li rappresentavano. Papà aveva iniziato molto presto a collezionare francobolli, fondando con altri amici l’Associazione Filatelica Bassanese. Un interesse mai venuto meno, tant’è vero che fino agli ultimi giorni ha continuato a ricevere materiale dai suoi corrispondenti stranieri. Già, perché papà ha collezionato emissioni filateliche, dal dopoguerra ai giorni nostri, di Italia, Austria e Svizzera: si parla di qualche centinaio di album. Ricordo come, con pazienza certosina, posizionasse francobolli e buste con l’annullo di prima emissione, cioè del timbro postale del giorno di uscita dei francobolli, nei fogli dei contenitori, catalogando tutto per anno e per nazione. La raccolta occupava interi armadi del suo studio, ma ciò che mi stupiva era il fatto che questi album venissero ripresi in mano con una certa frequenza per essere guardati e ammirati. Sono parecchie le mostre filateliche, organizzate non solo dall’associazione bassanese, alle quali papà partecipò. Negli anni della sua presidenza si dedicò con notevole impegno al gemellaggio con i filatelici di Mühlacker. Ancora ricordo quando, pochi giorni prima che si spegnesse, vennero a fargli visita due amici del circolo filatelico e come, nonostante la sua stanchezza e la sua debolezza, papà si animasse nel parlare di una mostra da organizzare.

Papà ha esercitato per cinquant’anni la professione medica come odontoiatra, riuscendo però a trovare spazio per le sue grandi passioni. Negli ultimi anni, provato dalla malattia, ha frequentato sempre meno le diverse associazioni delle quali aveva fatto parte per lunghissimi anni: gli Amici dei Musei e dei Monumenti, di cui fu anche presidente, il Club Alpino Italiano, gli Anni d’Argento, dove andava a proiettare le diapositive dei suoi viaggi raccontando e rivivendo le sue avventure, il Rotary… Nel settembre 2010 lo accompagnai a un’ultima riunione conviviale del Rotary, in occasione della visita del governatore; in quella circostanza, impugnato il microfono, volle ancora salutare e ringraziare gli amici, parlando positivamente della sua lunga esperienza nel Rotary. Voglio ricordare le parole di papà in occasione del suo ottantaseiesimo compleanno, l’ultimo che abbiamo potuto festeggiare: ci disse di essere stato un uomo molto fortunato, con una bella famiglia, una moglie che gli aveva dato moltissimo, dei figli e dei nipoti meravigliosi, delle grandi soddisfazioni professionali. E aggiunse: “Ho potuto viaggiare e conoscere il mondo, avere molto più di quanto avrei potuto immaginare. Ora non ho proprio più nulla da chiedere, posso andarmene tranquillo, senza rimpianti”. Giuseppe (Pippo) Marin


Franco Marin, a sinistra, all’inaugurazione di una mostra filatelica in Museo Civico negli anni Sessanta. Nella foto si riconoscono, sempre da sinistra e dopo Marin, Giuseppe Maria Pilo, allora direttore del Museo, Mario Signori, direttore dell’Ufficio Postale di Bassano, Giuseppe Nardini, Domenico Sostero, Giuseppe Tessarolo e Toni Fontana.

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Una tavola realizzata da Franco Marin per la 31a Mostra Filatelica, La natura nei francobolli, tenuta in Sala APT nell’ottobre 1999. Le fotografie e le relative affrancature provenivano dalla sua raccolta personale.


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Franco Marin, nel 1950, raggiunge la vetta della Cima Grande di Lavaredo (m 3003).

ANDAR PER MONTI UNA VICENDA CULTURALE

Il Grappa, questa massiccia isola montana che sorge al limitare della pianura veneta, “tra le fontane di Brenta e di Piave” (così come Dante collocava la pedemontana ezzeliniana) è stata ed è per l’escursionista “cittadino” una delle mete preferite per il suo “andar per monti”. L'escursionismo montano, nato prima dell’alpinismo, il quale ha mete diverse di rocce e ghiacciai e una storia documentata da poco più di due secoli, ha le più lontane origini nell’avventura dell’uomo, alla ricerca di nuove esperienze e conoscenza dell’ambiente che lo circonda. L’approccio con la montagna ha una sua vicenda culturale, connaturata sino al Medio Evo a una sacralizzazione delle vette, dimore di divinità o almeno di esseri soprannaturali, con laghi infestati da draghi! Il Cattolicesimo ha cercato un compromesso con la mentalità magica, sforzandosi di cristianizzare questi luoghi; si pensi alla diffusione di oratori in montagna, di capitelli votivi lungo i sentieri, di croci anche sulle cime più modeste, com’è facile riscontrare anche sul nostro Grappa. La Riforma, così presente nell’arco delle Alpi Occidentali, desacralizzò questi spazi: la natura è una creazione di Dio, ma non è divina in quanto tale. La lotta contro le superstizioni e ogni altra sorta di credenze popolari preparò così gli spiriti a non considerare più le cime come luoghi magici e proibiti. E non è estranea a questa vicenda culturale la nascita di un’iconografia dei paesaggio alpino che ha per protagonisti i massimi pittori del Rinascimento, da Filippo Lippi (Infanzia di Giovanni Battista) al Dürer (Autoritratto del Prado) a Bellini, Cima da Conegliano, e Jacopo Bassano, fino al Tiziano (Presentazione di Maria al Tempio all’Accademia di Venezia). In queste opere le montagne emergono come sfondo, più o meno appariscente, di soggetti profani o religiosi. Al Cinquecento, infine, si può far risalire anche una letteratura particolarmente rivolta alle suggestioni della montagna (non senza dimenticare che già nel 1336 Francesco Petrarca ascende al

Monte Ventoux in Provenza, m 1909, lasciandoci una mirabile descrizione di questa esperienza in una lettera a Francesco Dionigi, suo direttore spirituale!). Il merito è di scrittori, umanisti e naturalisti nel medesimo tempo, come Benedikt Marti, il nostro Guglielmo Grotaroli e Conrad Gesuer, che in una lettera a un amico (del 1541) così scriveva: “E’ cosa decisa ormai, per il tempo che Dio mi concederà di vivere, farò ogni anno l’ascensione di alcune montagne o di una almeno nella stagione in cui le piante sono in piena fioritura, per l’osservazione di esse e per procurare al mio corpo un nobile esercizio e al tempo stesso un godimento al mio spirito… Quanto alla gente rozza di spirito, non c’è nulla che la smuova: marciscono in casa piuttosto di andare ad ammirare il teatro dell’universo…”. Parole che esprimono un entusiasmo per i valori della natura alpina, parole che possono essere anche oggi sottoscritte da quanti, sui sentieri del Grappa, amano “andar per monti”. Franco Marin

da Omaggio al Grappa, numero speciale di Bassano News (maggio 1985)

17 Sopra La piana trevigiana del Piave dal Monte Palla, nel massiccio del Grappa. La fotografia è tratta dal calendario Immagini del Grappa (1993) di Franco Marin, patrocinato dal Cai (sezione di Bassano) e dall’Associazione Amici della Montagna. All’iniziativa editoriale avevano aderito diversi locali: Albergo Ristorante Dalla Mena, Albergo San Giovanni, Baita Camol, Il Tinello, Ristorante Al Covolo, Moc’ Marcel e Trattoria Pragolin.


Un gruppo di alpinisti del Cai in vetta al Sassolungo (m 3.181) nei primi anni Cinquanta. Fra loro se ne riconoscono alcuni: Antonio Dal Canton, Franco Marin (secondo da sinistra), Livio Celi, Antonio Bizzotto, Antonio Marchiorello, Giovanni Zorzi e Paolo Zisa. Sotto La copertina del volume Il Grappa. Un patrimonio ambientale, edito dal Cai di Bassano nel 1985. Opera a più mani, anticipando i tempi ha dato della nostra montagna un’immagine nuova, a favore della sua tutela e salvaguardia.

FRANCO, UN SOCIO E UN PRESIDENTE CHE HA IMPRESSO NEL CAI DI BASSANO LA VOCAZIONE ALLA CULTURA

All’inizio dell’Anno Sociale 1993 il Cai di Bassano si trovò a decidere chi, tra i soci con i requisiti previsti, si potesse indicare per il rinnovo della Presidenza sezionale, giunta al termine del suo mandato. La scelta non era mai una cosa semplice: dalla fine degli anni ’60, infatti, nuove discipline erano entrate a far parte dell’attività della sezione. Se da un lato ciò aveva comportato un considerevole aumento nel numero degli iscritti, dall’altro aveva però determinato una maggiore complessità organizzativa. E ciò implicava - e implica tuttora la necessità per i presidenti eletti di dedicare, oltre a tanta passione, anche una cospicua disponibilità di tempo. Si valutò dunque chi tra i soci si fosse particolarmente distinto per impegno e capacità, e fosse quindi in grado di imprimere un nuovo slancio organizzativo. Il nome di Franco Marin trovò subito un consenso

unanime sia per la persona e la sua storia, sia per il lavoro che aveva sempre svolto, soprattutto nella componente naturalistica: un impegno che si era spesso concretizzato in un prezioso apporto di idee e di iniziative. Franco era socio di antica adesione al sodalizio; assieme ai suoi fratelli e a tanti altri era appartenuto alla folta schiera di giovani che, al termine del secondo conflitto mondiale, con ritrovata passione avevano fatto letteralmente esplodere le attività sezionali in un clima di particolare entusiasmo nella finalmente pacifica libertà. Era rinata alla grande l’attività escursionisticoalpinistica; l’avvio della Scuola di roccia, la ripresa degli storici Campionati Bassanesi di sci avevano portato un fermento partecipativo importante e Franco Marin fu tra i più assidui animatori di quelle attività. Poi gli impegni professionali e le responsabilità familiari, pur mantenendo egli sempre l’adesione al sodalizio, ne avevano rallentato l’attività, ma non la passione per la montagna e, più in generale, per l’ambiente alpino. Nel 1979, grazie alla competenza di Giuseppe Busnardo, la sezione aveva riscoperto quelle


Franco Marin con l’amico Gigi Vinanti sulle Dolomiti, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il professionista bassanese, cinquantanovenne, impegnato in uno slalom gigante a Bormio nel 1984.

componenti culturali e scientifiche che, dopo la seconda metà dell’Ottocento e assieme all’alpinismo d’esplorazione, avevano costituito le motivazioni che avevano dato vita alle Associazioni alpinistiche europee, al Cai in Italia e anche al Club Alpino Bassanese, nato il 12 novembre 1892 con l’adesione dei primi 43 soci proponenti. Franco Marin sposò la causa, collaborando con Giuseppe Busnardo e altri amici, con l’impegno di riportare all’attenzione della sezione la cultura del territorio, il paesaggio, le componenti floreali e faunistiche dell’ambiente alpino e, soprattutto, la conoscenza di quello a noi più prossimo: il Monte Grappa. La loro dedizione consentì la realizzazione di iniziative particolarmente indovinate, come una stupenda mostra fotografica e una successiva pubblicazione, Il Grappa. Un patrimonio ambientale: un volume scritto a più mani nel 1985, che ha dato lustro al Cai bassanese e che costituisce tuttora uno studio di particolare interesse. Per facilitarne la distribuzione, Franco Marin organizzò una fitta serie di incontri in molti club service della regione, Rotary in primis.

In quelle circostanze con una brillante dialettica contagiava i presenti; erano serate di splendide proiezioni, con immagini tratte dal libro, che contribuirono non poco al recupero dei costi sostenuti per la realizzazione dell’opera. Dalla fine degli anni ’70 anche la nostra sezione si interessò all’attività di trekking. Franco ne fu animatore e partecipe; e proprio lui, che aveva visitato tanti Paesi, contribuì al successo di tale attività, facendo nascere tra i soci la curiosità di conoscere nuovi mondi e culture lontane. Compagno di viaggio perfetto, Franco Marin era un insaziabile, intelligente e curioso viaggiatore, con esperienze raccolte a diverse latitudini e in diversi continenti. Possedeva inoltre un’innata facilità di relazione, accompagnata a una sottile e arguta ironia; nel mio percorso di vita ho incontrato poche persone con un’intelligenza così versatile, una così vasta cultura e una contagiosa semplicità, che sapeva suscitare negli altri molteplici interessi. Umberto Martini

Già Presidente Generale del Cai Club Alpino Italiano

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A sinistra, dall’alto verso il basso Franco Marin, quasi “mimetizzato” fra i rami di una pianta nel 2010. Alcuni degli amati amici a quattro zampe, che hanno accompagnato il professionista bassanese nelle sue numerose escursioni montane: Rocky, Kira e Briscola.

L’AMORE PER LA NATURA PIACERE DA CONDIVIDERE CON ALTRI

Bassano, Saletta Cedis, 21 febbraio 1979: a cura di Giuseppe Bosio, inizia il primo corso di “alpinismo naturalistico” che avrebbe gettato le basi del gruppo sezionale del Cai rivolto alla conoscenza delle bellezze naturali delle nostre montagne. In prima fila, assieme a tanti altri amici, Franco Marin. La montagna, e soprattutto i fiori di montagna, erano già una sua grande passione, ma in quel gruppo Franco trovò stabilmente una condivisione forte del suo piacere per l’escursionismo visto non solo come esercizio fisico, ma soprattutto come appagamento culturale. Di quel gruppo, poi dedicato alla comune amica Antonia Dal Sasso, è stato animatore fin dall’inizio. Qualche tappa, di questa passione e di questo impegno condiviso, ci piace ripercorrerla. L’anno successivo, 1980, il gruppo si caratterizzò con un originale corso monografico dedicato alla natura del Grappa. Bisognava programmare gite nei “posti giusti”, organizzare serate a tema e conseguentemente serviva un grosso lavoro di ricerca e soprattutto di documentazione ex novo. Franco è in prima linea con la sua passione anche per la fotografia. Innumerevoli sabati, in compagnia del suo fidato pastore tedesco Rocky, a scattare immagini di paesaggi e di fiori a Campo Croce, ai prati di Borso, sulle balze della Cornosega, al Poise, ai Colli Alti, agli Asoloni. Il Grappa “è la nostra palestra naturale”, diceva. Poi, immancabili, le telefonate: “Beppe, per favore, vieni a vedere cosa ho fotografato, non riesco a trovare i nomi di certi fiori che ho visto”. Attirato da forme curiose e colori sorprendenti, colpito dal dispiegarsi di fioriture diverse in nicchie ecologiche estreme (roccette, ghiaioni, stillicidi…), fotografava a raffica. “Caspita Franco, ma sai che hai fotografato la Saxifraga burserana, mica una banalità… e poi addirittura la Saxifraga grappae, ma lo sai che è un endemismo descritto sul Grappa e dedicato al Grappa?”. Buona parte di questo materiale costituì l’ossatura della mostra fotografica Il Grappa. un patrimonio ambientale che il gruppo naturalistico dedicò al

nostro Massiccio nelle sale di Palazzo Agostinelli nell’inverno 1983-1984 (poi trasferita anche a Feltre, sull’onda del successo). Smontata la mostra, disperdere tutto? Nemmeno per idea, con un grosso sforzo, anche economico, di tutta la sezione del Cai venne varato un volume dedicato al Grappa che fu presentato in sala Chilesotti del Museo il 15 febbraio del 1986. Franco è sempre in prima fila, con le sue foto e stavolta anche con un testo dedicato alla storia di questa montagna che venne condiviso con mia moglie Angela Ivana Zen. Possiamo dire che quel volume fu un grande traguardo per il gruppo e per la sezione, un vero servizio culturale alla comunità. Duecentosessanta pagine (con innumerevoli foto, schizzi e mappe) a colmare un vuoto conoscitivo per far conoscere il Grappa, oltre che per la sua storia celebre, anche per il suo invidiabile patrimonio naturalistico-ambientale: dalla geologia alla flora, dalla fauna all’edilizia popolare. Testimone di questa concreta condivisione di intenti da parte di Franco è un suo illuminante articolo comparso nel fascicolo Omaggio al Grappa, Numero speciale di Bassano News, (1995): “Andar per monti, una vicenda culturale”, era il titolo che aveva scelto. Nella più pura tradizione sezionale del Club Alpino Bassanese che era nato nel 1892 su di un humus culturale alimentato da Brocchi, Parolini, Ball, Brentari, Balestra e da altri illustri della vita cittadina. Non dimentichiamo che della sezione cittadina del Cai fu anche apprezzato presidente dal 1992 al 1994.

Passo dopo passo, gita dopo gita (alcune anche come organizzatore responsabile, tra tutte ricordiamo quelle al Gran Paradiso del 1983 o quelle alle Alpi Apuane del 1992), il patrimonio di documentazione botanica e le sue conoscenze personali si sono arricchite, sfociando anche in pregevoli calendari e in conferenze. Amore per la natura non solo come appagamento personale, ma anche come piacere da condividere con altri. Giuseppe Busnardo


ORCHIDEE DEL GRAPPA

Forse sono dai tempi del Terziario. Quando il pianeta inquieto partorì le Alpi, e il clima da tropicale si fece montano e freddo. Forse, al riparo delle grandi vallate, hanno superato la lunga glaciazione dell’era successiva. O sono arrivate quassù per avventura, al seguito dei traffici della Serenissima col Nuovo Mondo. Eppure c’è una scienza che studia la distribuzione geografica di una specie vegetale e le cause che l’hanno determinata. Ha un bel nome, intenso e suggestivo: si chiama Corologia, ma ci aiuta poco a risalire all’origine delle orchidee sul massiccio del Grappa. Sorge così l’ipotesi della nascita spontanea. E il sapore di favola si fa subito intenso. C’è da essere increduli. Orchidee oltre i mille metri. Ma anche fragole, gigli, primule. Insomma una flora da clima mediterraneo, che vive nelle zone meno aspre di quest’area prealpina. Di orchidee, in particolare, ne sono state censite quassù specie appartenenti a loro volta a 17 generi. Ma è un dato destinato a salire.

Alcune entità sono prettamente mediterranee, altre addirittura submediterranee, e colonizzano tutte, ovviamente, nelle zone più basse e più calde del Massiccio. Una sorta di miracolo. Dinanzi al quale diventano legittimi sogni e fantasie. Ma sì, qualcuno partito da terre lontane, alla ricerca di un amore, ha portato con sé il seme di questi fiori e lo ha sparso nelle pieghe più segrete del Grappa. Certo, una leggenda ben costruita e ricca di suggestione sarebbe tutt’altra cosa. Invece dietro a queste orchidee non c’è che il grande sconvolgimento della terra fra la terza e la quarta era geologica. Niente di più. Ma un fiore è fatto per suscitare emozione. Una cosa, cioè, che non ha niente in comune con le verità della scienza. E allora, diventate miei complici, e sognate pure a occhi aperti. Con le immagini di queste orchidee vi verrà naturale. Nino D’Antonio

Presentazione del Calendario 1990 “Orchidee del Grappa”

Qui sopra Orchis tridentata; Cypripedium calceolus; Cephalanthera rubra. In alto, da sinistra Serapias vomeracea; Cephalanthera longifolia; Traunsteinera globosa. Le immagini sono tratte dal Calendario 1990 “Orchidee del Grappa” ideato da Franco Marin. L’opera venne molto apprezzata da intenditori e gente comune. Una parte della tiratura fu inoltre personalizzata per la Distilleria Bortolo Nardini, che promosse la pubblicazione e ne estese la distribuzione anche al di fuori del Veneto.


22 Sopra Vanessa cardui; Melanargia galathea; Gonepteryx rhamni. In alto, da sinistra Argynnis paphia; Papilio machaon; Anthocharis cardamines. Le immagini sono tratte dal Calendario 1991 “Farfalle del Grappa” di Franco Marin, anche in questo caso, realizzato in partnership con la Distilleria Nardini.

FARFALLE DEL GRAPPA

Apollo, Macaone, Podalirio, Galatea… Sono nomi, forse un po’ troppo altisonanti, che il naturalista ha preso dalla mitologia per battezzare altrettante specie di farfalle; nomi che ci aiutano a realizzare con ciascuna di esse un rapporto diretto, una conoscenza più personale di quanto non sia possibile di regola con la sterminata legione degli insetti, a cui la scienza ha attribuito quasi sempre nomi peregrini, incapaci di stimolare un interesse, un’attenzione. Ma le farfalle non avrebbero bisogno di nomi mitologici, per muovere la nostra fantasia: ci vengono incontro da sé, con l’inesauribile ricchezza dei loro cromatismi, i loro modi diversi di volteggiare nell’aria. E, come se non bastassero i colori e i disegni delle loro ali, le farfalle si associano indissolubilmente, ai nostri occhi, a un altro mondo ricco di tinte e di forme suggestive: quello dei fiori. Oltre il velo delle prime impressioni, non è difficile cogliere la complessa rete di rapporti che lega le farfalle al loro ambiente: non solo ai fiori, che per molte di loro - ma non per tutte -

sono fonte indispensabile di cibo. Prima di iniziare la sua vita come farfalla alata, ognuna di esse è stata un bruco. E ogni bruco è una creatura famelica ma delicata, che ha bisogno di nutrimento adatto alla sua specie e alla sua età. Un prato di montagna o una radura del bosco accoglieranno i voli di molte specie differenti di farfalle solo se la natura circostante offrirà quanto ciascuna di esse richiede: un ambiente tranquillo e una varietà di specie vegetali. Per gli occhi del naturalista, le farfalle sono specchio fedele di tutto l’ambiente, del suo stato di conservazione o di degrado. Il Monte Grappa può ancora andar fiero delle sue molte farfalle. C’è fra queste l’Apollo, di cui il poeta Gozzano […] scriveva: “Non sente la montagna chi non sente questa farfalla, simbolo dell’Alpi…”. Farfalle, dunque, come simbolo delle ricchezze della natura e della loro intrinseca fragilità. Alle soglie del duemila, non possiamo più ignorare questo messaggio […]. Alessandro Minelli

Presentazione del Calendario 1991 “Farfalle del Grappa”


FLORA PROTETTA DEL GRAPPA

La più enigmatica e sorprendente è senz’altro lei, l’Erba perla rupestre (Moltkia suffruticosa). A vederne le corolle azzurro-violette ricoprire, ad ampie chiazze, i pendii magri e sassosi di Valle Santa Felicita o del Canale del Brenta si sarebbe portati a pensare che si tratti di una pianticella comune. E invece no. Sembra quasi che una invisibile barriera le impedisca di diffondersi al di fuori dei monti compresi tra Piave e Astico. Cosa le impedisce di andare oltre? A oriente e occidente non mancano quei prati ripidi e rupestri che predilige, eppure lei non c’è. Bisogna percorrere molta strada per ritrovarla, attraversare tutta la Pianura Padana e valicare l’Appennino; solo in alcuni luoghi delle Alpi Apuane ha potuto trovare un altro (e unico) rifugio. E che dire dell’irresistibile fascino racchiuso nella delicatissima corolla della Cortusa di Matthioli? La bellezza del fiore è pari alla singolarità del suo nome: J.A. Cortuso e P.A. Matthioli, botanici e medici insigni del Cinquecento, non potevano rivivere in modo migliore. La stessa pianticella

ha un sapore antico e si pensa abbia addirittura assistito alla nascita delle Alpi. Due piccole storie, e tante altre se ne potrebbero raccontare assumendo come protagonisti i fiori del Grappa. Ve ne sono oltre 1400, tutti diversi, ognuno con un ben preciso posto nell’equilibrio della natura: rarità assolute e specie cosmopolite, erbe vistose e pianticelle dalle sembianze modeste convivono assieme nei boschi, nei prati, nelle rupi. Per qualcuno sono i compagni che allietano l’escursione, per altri un attraente motivo di studio, per altri ancora una continua fonte di stupore. Loro, i fiori del Grappa, sono lì silenziosi da migliaia e migliaia di anni. E vi resteranno a lungo se avremo la sensibilità di capire che la loro presenza è un patrimonio unico e irripetibile e che questa grande montagna diverrebbe, senza di loro, un luogo impoverito, anonimo e banale. Giuseppe Busnardo

Presentazione del Calendario 1992 “Flora protetta del Grappa”

23 Sopra Saxifraga burserana; Anthyllis vulneraria; Physoplexis comosa. In alto, da sinistra Lilium bulbiferum; Rhodothamnus chamaecistus; Potentilla alba. Le immagini sono tratte dal Calendario 1992 “Flora protetta del Grappa” di Franco Marin, ultimo della cosiddetta “Trilogia del Massiccio”.


Franco Marin in Val dea Giara (Monte Grappa) nel 1997.

FRANCO MARIN IL COMPAGNO DI VIAGGIO IDEALE

Mercante di spezie a Kashgar, nella regione dello Xinjiang in Cina. La foto è stata scattata nel 1992 da Franco Marin, in occasione di un suo viaggio lungo la Via della Seta.

Fu il comune amore per la montagna che ci fece incontrare. Era il 1981, quando stavo organizzando con alcuni soci il primo corso di Fondo Escursionismo per il Cai di Bassano e Franco si iscrisse come allievo. Durante le uscite in montagna e gli incontri in sede fu una cosa naturale che il discorso riguardasse anche i viaggi. Stavo preparando, proprio in quel periodo, con un gruppo di amici, un viaggio-spedizione in Perù per raggiungere la mitica Vilcabamba, antica capitale Incas, ancora immersa nella foresta e lui si dimostrò subito interessato al progetto. Confesso che ci fu un’iniziale perplessità poiché il viaggio presentava molte incognite e difficoltà sia dal punto di vista organizzativo sia fisico e Franco allora era molto più “grande” di noi. Avrebbe saputo inserirsi in un gruppo i cui componenti erano molto più giovani di lui? E sarebbe riuscito a sopportare i notevoli disagi fisici che un viaggio del genere comportava? Bastarono alcune gite preparatorie e di allenamento, che decidemmo di fare prima della partenza, per fugare ogni dubbio. Si palesò subito la sua grande attitudine a integrarsi con le persone che erano più giovani di lui, la sua autoironia e allegria contribuivano ad allentare le tensioni anche nei momenti di difficoltà e poi molto importante fu la sua capacità di adattamento ai disagi che viaggi al di fuori degli schemi tradizionali comportano. Un aspetto molto importante del suo modo di concepire il viaggio, che coincideva col nostro pensiero, era il cercare di entrare in contatto con le popolazioni locali che incontravamo, con le loro abitudini e i loro costumi cercando sempre di essere discreti, senza mai invadere i loro ambiti privati. Quel 1981 fu l’inizio di una lunga serie di viaggi di un gruppo di affiatati amici e Franco divenne il mio compagno di camera e tenda. Sarebbero moltissimi gli aneddoti e i ricordi per quelle esperienze vissute, accomunati da quella voglia di vedere e scoprire assieme. C’era un gruppo di fedelissimi (Mariuccia e Rosanna in testa) a cui Franco si era unito e perfettamente

integrato, era uno di noi. Non posso dimenticare quella volta, sempre nel viaggio in Perù del 1981, in cui giungemmo con un giorno di anticipo all’albergo di Macchiu Picchiu e non trovammo le stanze disponibili. Sarebbero state libere per il giorno seguente. Con la reception dell’Hotel riuscii a trovare una soluzione provvisoria di emergenza per la prima notte: ci avrebbero fatto dormire nel deposito bagagli e come giaciglio avremmo potuto usufruire delle scaffalature porta valigie. I rigidi ripiani in legno divennero i nostri letti. Era la prima sera del nostro viaggio di avvicinamento verso le Ande, meta della nostra avventura. Fu Franco che ci intrattenne per stemperare il disappunto per il disagio. Passava tra gli stretti scaffali simulando, in abbigliamento non certo di gala, sfilate di moda e atteggiandosi a divo hollywoodiano. La passerella proseguì, finché non fummo presi dal sonno. Noi tutti ancora non immaginavamo che le nottate seguenti di trasferimento avrebbero comportato maggiori disagi. Il treno che doveva condurci con un lungo viaggio notturno verso Vilcabamba Nueva, luogo d’inizio del nostro trekking, era stracarico di gente, non aveva posti disponibili neppure in piedi. Fu per la benevolenza del capotreno, che ci permise di viaggiare in un carro merci, che riuscimmo a salire. Eravamo in un vagone carico fin quasi al soffitto di patate e dovemmo dormire con i nostri sacchi a pelo distesi sopra i nodosi tuberi ammassati sul pavimento. Viaggiammo fino all’alba del giorno seguente attraversando impenetrabili foreste che si scorgevano a malapena attraverso le fessure delle fincate del vagone in cui eravamo chiusi. Il rumore della pioggia battente sul tetto in lamiera ci accompagnò per tutto il viaggio. Fu nel mezzo della notte, nella più totale oscurità che a un certo punto sentimmo un urlo di Franco: - Ci sono topi che mi camminano sul viso! La risposta di tutti noi fu: - Mandali via e dormi! Così fece e per un po’ ridemmo dell’accaduto nell’oscurità più totale; ancora una volta Franco palesò la sua grande capacità di adattamento e la sua autoironia.


Sono moltissimi i disagi e gli inconvenienti che abbiamo condiviso in tanti anni di viaggi fatti assieme, ma tutti sempre superati anche grazie alla sua non comune adattabilità e capacità di affrontarli cercando di smussare sempre le asperità del momento.

Non posso dimenticare l’ultima volta che parlammo di viaggi. Era il 2006 e ci incontrammo in piazza Libertà. Ero appena tornato da una missione umanitaria in Afghanistan e il Comune di Bassano, uno dei sostenitori dell’iniziativa, aveva allestito una mostra fotografica a Palazzo Agostinelli. Franco era interessato a visitarla e mi manifestò il suo desiderio. La malattia però aveva già iniziato a minare la sua salute e mi

confessò con rammarico che per lui sarebbe stato difficile poterla visitare senza qualcuno che lo accompagnasse. Mi offrii di passare a prenderlo a casa: fu molto felice e il giorno concordato mi recai in auto alla sua abitazione. Visitammo assieme la mostra. Lo guidai tra le sale e lo vidi guardare con attenzione e curiosità le immagini. Mi chiedeva spiegazioni su luoghi e fotografie. Era interessato a ciò che avevamo fatto nel Pamir afghano, tra quelle montagne, ed erano ricorrenti i ricordi e la connessione con le molte avventure vissute assieme. Era come se viaggiasse con la fantasia anche lui per quei luoghi. Fu quello il nostro ultimo viaggio assieme. Giuseppe Bosio

Qui sopra, dall’alto Paesaggi esotici negli scatti magici del “viaggiatore” Franco Marin: dai deserti libici ai ghiacciai andini della Patagonia

A sinistra, sopra al testo Raccolta e trasporto fluviale di canne di bambù a Sulawesi (Indonesia): quest’immagine è stata scelta per la copertina del Calendario 2004 “Aqua Aquae Aquae”.


Franco Marin, con Ettore Arduino (a sinistra) e Bepi Chiuppani (a destra), a un congresso del Rotary nel 1966, a Trieste.

Il professionista bassanese con Franco Salsa, presidente del Rotary Club Bassano, nel 2010: una delle ultime presenze da socio.

In basso A passeggio con l’amico austriaco Fred Rauch, cantautore, cabarettista e cantante, nonché speaker della Bayerische Rundfunk (Radio Baviera) nel 1995.

UN AMICO DAL SORRISO PIENO, SEMPRE PRONTO A DARE CONSIGLI

Il mio compito è qui di ricordare Franco Marin come rotariano e nel suo rapporto pluridecennale con il Rotary. Ho conosciuto Franco fin da bambino, perché amico, unitamente alla moglie Marisa, dei miei genitori, ma non mi è possibile ricordare quando lo vidi per la prima volta perché ero ancora troppo piccolo per fissare un ricordo. L’ho incontrato poi, quando sono entrato a far parte anch’io del Rotary di Bassano del Grappa, di cui egli era già socio da molti anni, e ho potuto conoscerlo meglio. Raccontare di Franco Marin non è facile, tante sono le cose che si dovrebbero dire e ricordare; come rotariano, ma soprattutto come uomo di eccezionale sensibilità e cultura, ottimo professionista, onestissimo, curioso e vivamente intelligente, tenero e delicato nei rapporti umani, quelli che finiscono per carezzare il cuore. Lo ricordo alle nostre conviviali rotariane sempre sorridente, di un sorriso pieno, birichino a tratti, unito a una semplice cordialità, come se garbo,

intelligenza e curiosità del vivere si fossero date appuntamento sul suo volto. Del Rotary sapeva tutto e di più, ed era sempre pronto a dare consigli e pareri in merito ai comportamenti rotariani e all’applicazione delle regole. Aveva grande passione per i viaggi e ho avuto l’occasione di ascoltarlo parecchie volte alle conviviali, nelle serate in cui li raccontava illustrandoli con chiarezza, non priva di una certa dose di humor, bravo nel far sì che le parole facessero il loro mestiere: rendere semplici e comprensibili i luoghi e le persone, i contesti di cui parlava, mai banale, sempre arguto, con una punta di compiacimento. Sotto la sua presidenza risalente all’anno 1968, il Rotary di Bassano del Grappa ha stretto rapporti con il Rotary Club di Tegernsee e di Parigi Nord-Est; con incontri annuali a rotazione che si sono protratti fino allo scorso anno. Non volevo essere “banale” nel ricordarlo e forse lo sono stato; vorrei essere stato leggero ma che da queste poche parole, si possa capire quanto è mancato agli amici e ai sodali del club. Giorgio Gasparotto


Foto di gruppo in occasione del pranzo sociale del Cai nel 1994, circostanza nella quale vennero premiati gli iscritti da 25 e 50 anni. Si riconoscono, da sinistra, Guido Loro, Franco Marin, Nino Possiedi, Rosa Scomazzon, Aldo Pozza, Enrico Comacchio, Adriana Secco, Franco Stevan, Antonio Guazzo, Maria Grazia Bonomo, Giancarlo Scodro e Gigi Vinanti.

In basso, a sinistra Franco e Marisa Marin con Luciano e Marlene Giolai, in occasione di un interclub Rotary-Lions nei primi anni Settanta.

gite sociali, conferenze (quasi sempre associate alla proiezione di diapositive), inaugurazioni… ma anche serate di gala e occasioni mondane. E in ogni circostanza Franco Marin è sempre rimasto fedele a se stesso: semplice e aperto, a prescindere dal contesto, curioso e propositivo; amato e stimato proprio per la sua naturale propensione al simposio, allo scambio, al reciproco arricchimento. Le immagini di queste pagine sono eloquenti e ben lo rappresentano.

UNA VITA SOCIALE MOLTO INTENSA

In primis Cai, Rotary, Associazione Filatelica, Amici del Museo, ma poi anche Anni d’Argento e altre realtà associative: la vita di Franco Marin, come abbiamo visto, si è divisa fra l’impegno professionale e il volontariato. Moltissime, quindi, le occasioni d’incontro e di relazione, fra cene,

Sotto 24 marzo 1990: i presidenti degli Amici del Museo, con il sindaco Gianni Tasca, il senatore Pietro Fabris e l’ex direttore Bruno Passamani, in posa per il 25° anniversario dell’Associazione, Da sinistra: Maurizio Sammartini, Giambattista Vinco da Sesso, Gino Ferrari, Emilio Cimberle, Enzo Petrini e Franco Marin.

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A fianco da sinistra Due immagini tratte dal Calendario 2003 “Latitudine donna”: La pipa e il vento che racconta e La metafora della palma (questi i titoli dei testi a corredo delle foto).

CALENDARIO 2003 “LATITUDINE DONNA” Realizzato dalle Officine Grafiche Reprolongo di Pove del Grappa, in collaborazione con Bassano News e Inner Wheel, il calendario è stato ideato da Franco Marin e presenta una selezione di suoi splendidi scatti. A ogni immagine Giovanni Bertizzolo, all’epoca direttore di Bassano News, ha abbinato un testo altamente evocativo: ne è nato un prodotto di grande suggestione.

In basso, a destra Il rosso e il bianco, magia e fantasia.

Qui sotto La copertina del calendario

OLTRE LA DONNA…

Latitudine donna. Un titolo geografico. Che vibra. Che scuote. Che vuole andare oltre. Oltre la donna stessa. Oltre il suo stereotipo. Oltre la donna occidentale. Quella che conosciamo. Quella che frequentiamo tutti i giorni. Per scoprire una donna, tante donne, che non fanno parte della nostra vita, delle nostre abitudini. Donne nel loro contesto (privato o pubblico). Nella loro femminilità. Rare, uniche, in via di estinzione. Donne lontane, contesti lontani, femminilità lontane. Una al mese, come sovviene a un calendario. Scelte. Finite in queste pagine perché capaci di sorprendere. Di trasmettere sensazioni e sentimenti. Di comunicare. Con il viso, con il corpo, con ciò che indossano, con ciò che fanno. Donne e tradizioni. Amuleti e chincaglierie. Colori vistosi per donne che vistose non sono. Diverse per circostanza, per scelta, per consuetudine. Perché la storia, la storia che scriviamo tutti noi, ha voluto così. Donne componenti di un’emozione che emoziona. Pur non conoscendo la loro lingua. Pur conoscendo sommariamente le loro storie, le loro vicende personali e sociali. Finite in un calendario di donne. Mentre di solito nei calendari di donne ci finiscono altre donne… Ritratti bellissimi, intensi, accompagnati da un breve testo scritto. Più che un testo sono delle emozioni scritte. Abbozzate, telegrafiche. Che a volte vedono anche quello che non c’è. Perché il fascino di una fotografia sta anche in questo. Mentre la guardi, con il cuore, con la mente puoi volare alto. Più in alto della fotografia, del soggetto, dello scenario. Senza rispettare limiti, confini. Senza imporsi o farsi imporre qualcosa. Giovanni Bertizzolo

Giornalista, direttore di Bassano News (2003)

UN’AMICIZIA DI VECCHIA DATA

La collaborazione con Franco Marin non è una novità per l’Inner Wheel. In più occasioni, nel corso degli anni, abbiamo infatti avuto la fortuna e il piacere di affiancarlo nelle sue iniziative culturali, tutte caratterizzate dall’indubbia capacità di raccontare con le immagini. Un amico, Franco, che anche in occasione di questo calendario 2003 ha voluto donarci splendide fotografie. Ma soprattutto un messaggio che ci sentiamo di condividere: una geografia al femminile, tutta popolata da donne… vestite di colori. La loro femminilità passa attraverso abiti dalle mille tonalità, acconciature e copricapi originali, una diffusa sensibilità che sempre accompagna la semplicità del loro porsi davanti al fotografo. Si tratta di una felice opportunità per conoscere meglio altre situazioni, altri popoli e costumi. E questo, come ci ricorda lo stesso Franco Marin, è il primo passo verso la comprensione reciproca. Angela Cimberle

Presidente Inner Wheel Bassano 2002-’03


Qui sotto L’immagine scelta per il mese di dicembre e, a fianco, il testo che l’accompagnava.

Un perché materiale

Braccia Forti. Braccia da contadina. Mani forti. Mani da contadina. La pula di qua. I chicci del tef di là. Suddivisione metodica. Manuale. Abile. Da colpo d’occhio. Così tutti i giorni. Così ieri. Così oggi. Per pranzo. Per cena. Per preparare l’ingera. Cibo d’Etiopia. Contadina d’Etiopia. Etnia Oromo. La fisicità dei gesti. La musicalità dei gesti. Il ritmo perentorio. Cadenzato. Sempre quello. Accompagnato con il corpo. Seguito con gli occhi. Ripetuto. Incessante. Cantilena del quotidiano. Un perché materiale. Un perché che va cercato altrove

A fianco, da sinistra Bianco e rosso. Colori fissi. Un totem di pelle bruciata.


CALENDARIO 2004 “AQUA AQUAE AQUAE” Realizzato dalle Officine Grafiche Reprolongo di Pove del Grappa e da Longo Group di Bolzano, in collaborazione con Bassano News, anche questo sontuoso calendario è stato ideato da Franco Marin. Immagini e didascalie sono arricchite da una selezione di testi letterari operata da Giovanni Bertizzolo. In alto Bolivia, a 4000 metri di quota, sul lago Titicaca.

Pagina a fianco, foto grande Islanda, fenomeni geotermici di vulcanesimo. Pagina a fianco, da sinistra in senso orario Russia, Petrodvore: le fontane dello zar. Zimbabwe: antilopi sulle rive del lago Kariba. Nabibia, l’Atlantico incontra il deserto. Bhutan, le risaie attendono l’acqua.

ACQUA E FILOSOFIA

La filosofia greca ha antichissime origini. Ma fu sempre un fluttuare tra concezioni razionali, perfino materialistiche, e concezioni spirituali che confinano tra loro e che si confondono tra loro. Talete di Mileto, considerato il più antico filosofo presocratico, viaggiò in lungo e in largo attraverso i paesi del mare Mediterraneo. Vide la mutevolezza della natura e l’insidiosa forza del destino. Vide nell’acqua il principio e le origini di tutte le cose. Vide che assomigliava a un Dio. Un altro filosofo, Eraclito, fece una scoperta strabiliante, che condizionò pure la filosofia contemporanea: dalla terra nasce l’acqua e dall’acqua nasce l’anima. Cioè: l’acqua è uguale all’anima. Se adesso proviamo ad accostare queste consi-

derazioni, che non sono altro che delle pregnanti emozioni, alle splendide immagini dell’acqua e delle sue molteplici espressioni, catturate in giro per il mondo da quell’instancabile viaggiatorefotografo ancora capace di stupirsi che è Franco Marin, allora l’acqua diventa davvero qualcosa di noi stessi. E non intendo, con questo, riferirmi ai drammatici problemi che l’umanità sta vivendo con l’acqua, con la scarsità d’acqua, con l’inquinamento dell’acqua, con le degenerazioni legate all’acqua. Non spettava a noi entrare nel merito di queste tematiche sociali. A noi interessava l’aspetto spirituale, il contesto che muove l’intelletto, la creatività, l’anima, appunto. E l’acqua è da sempre fonte ispiratrice di filosofi, poeti, scrittori, fotografi, registi. L’acqua che è anche l’idea di questo calendario fotografico. Siccome l’arte merita altra arte, a ogni fotografia di Marin che scandisce il calendario abbiamo affiancato un ragionamento, una poesia, lo stralcio di un racconto che accompagnasse il già potente impatto emotivo della fotografia stessa, scatenando ulteriore suggestione. E per fare ciò abbiamo attinto un po’ ovunque. Scippando emozioni su emozioni. Perché l’arte merita altra arte. Giovanni Bertizzolo

Giornalista, direttore di Bassano News (2004)



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