L'Illustre bassanese

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Fondato editriceartistica - www.editriceartistica.it

nel 1989

distribuzione gratuita

LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

I GESUITI a e da BASSANO BIMESTRALE MONOGRAFICO DI CULTURA

N° 171/172 • GENNAIO-MARZO 2018


Comune di BASSANo DEL GrAPPA

Consiglio di Quartiere San Vito Bassano del Grappa

Comune di SAN ZENoNE DEGLI EZZELINI

Parrocchia di San Vito

Santuario della Madonna della Salute

Bassano del Grappa

Scuola di Cultura Cattolica Bassano del Grappa

Filiale di Via G. Cogo, 34 - Bassano del Grappa www.centroveneto.it

Agenzia Bassano Est - Minicelli Daniela e Conte Ezio Via San Matteo, 17 - Bassano del Grappa

Viale Venezia, 4 - Bassano del Grappa


In copertina William Holl il Giovane, Sant’Ignazio, incisione, metà del XIX secolo.

I GESUITI a e da BASSANo nel Cinquecento della Controriforma

Abbiamo già conosciuto Stefano Zulian qualche tempo fa, quando L’Illustre bassanese ha dedicato una bella monografia a pre’ Lorenzo Busnardo, straordinaria figura di prete avventuriero vissuto in pieno Cinquecento. In quella circostanza i lettori, oltre a venire a conoscenza delle movimentate vicende che hanno segnato l’esistenza del sacerdote misquillese (n. 147 - gennaio 2014), hanno avuto l’opportunità di apprezzare le notevoli qualità di ricercatore dello studioso: un autore che non proviene da una formazione classica e accademica ma che, mosso da una coinvolgente e contagiosa passione, ha saputo addentrarsi in punta di piedi e con i giusti strumenti nel non facile universo della ricerca. Lo ritroviamo oggi, in occasione di questo inedito e stimolante saggio sui gesuiti “a e da” Bassano in epoca rinascimentale: un’occasione davvero ghiotta per scoprire che, anche in questa circostanza, la grande Storia (sì, quella con la esse maiuscola) è passata per la nostra città. Uno studio, quello di Stefano Zulian, che è stato condotto su materiali epistolari originali e che lo ha portato a ricostruire la storia dei primissimi gesuiti del nostro territorio; ma anche del loro stretto legame con Sant’Ignazio di Loyola e i fondatori della Compagnia di Gesù, così come del desiderio da parte del nuovo ordine religioso di istituire verso la metà del XVI secolo un collegio gesuitico proprio a Bassano. Il testo di Stefano Zulian viene qui introdotto dallo storico Paolo Nosadini, autore di pubblicazioni rigorose e apprezzate (nonché amico di antica data di chi scrive), che ci fornisce una rapida panoramica sulla chiesa di San Vito e i suoi tesori; fra i quali anche la cappella di fra Antonio eremita, ostello e ricovero per i pellegrini (compresi quelli diretti a Trento per il Concilio), dove sostarono Ignazio di Loyola e alcuni fondatori della Compagnia di Gesù. Andrea Minchio Direttore de L’Illustre bassanese

Ho accolto con gioia la possibilità di presentare questo numero de L’Illustre Bassanese. Da parroco di San Vito, Santuario della Madonna della Salute, ho subito compreso l’importanza storica del luogo. ritengo importante ravvivare nei nostri abitanti il ricordo e la memoria scritta dei momenti che hanno contraddistinto la nascita e lo sviluppo della chiesa e, in seguito, del Santuario bassanese. In occasione della recente festa della Madonna della Salute, lo scorso 21 novembre, abbiamo dato alle stampe una piccola guida, corredata da un saggio storico e da alcune immagini. I contributi proposti in questo numero de L’Illustre Bassanese sono importanti, perché ancora una volta danno lustro a uno degli edifici religiosi più significativi del territorio. Con l’occasione ho avuto modo di approfondire il legame di Sant’Ignazio con la Vergine Maria, scoprendo che il santo nutriva per Lei un vivo affetto e una profonda devozione. Non solo si sentiva aiutato dalla Madonna nella propria conversione, ma anche guidato nella prima stesura degli Esercizi Spirituali. Quasi ogni meditazione e contemplazione, infatti, si conclude con un colloquio con Lei e, nel contesto dell’elezione, l’offerta alla Ss.ma Trinità viene fatta alla presenza di Maria. L’espressione che più frequentemente appare nei suoi scritti è “Madre y Señora nuestra”. Con questa sua fede, Sant’Ignazio è passato per la nostra chiesa e per Bassano. Un grazie rinnovato agli autori e a Editrice Artistica che, con la pubblicazione di questa monografia, danno ai bassanesi e agli illustri “forestieri” la possibilità di conoscere e visitare un luogo, pietra miliare di un percorso religioso di cui fra Antonio Eremita e Sant’Ignazio di Loyola sono stati centrali anche nella devozione a Maria, che da questo Santuario abbraccia la nostra splendida Comunità. don Enrico Bortolaso

La statua della Madonna della Salute, posta in una nicchia sopra all’altare maggiore della chiesa di San Vito a Bassano.

Parroco di San Vito, Bassano del Grappa

L’ILLUSTRE BASSANESE - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita

… dal 1989

ANNO XXIX n° 171-172 - Gennaio/Marzo 2018 - Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 r.P. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Andrea Minchio Redazione: Livia Alberton, Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio Hanno collaborato: Paolo Nosadini, Stefano Zulian, don Enrico Bortolaso, Beppe Ceccon Stampa: Peruzzo Industrie Grafiche - Mestrino (PD) - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Tiratura: 3.000 copie - Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © COPYRIGHT Tutti i diritti riservati EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)


LA CHIESA DI SAN VITo

E IL SANTUArIo DELLA MADoNNA DELLA SALUTE

La chiesa di San Vito nel Catasto Napoleonico del 1808 (aggiornato al 1836). Si possono notare, oltre alla gradinata d’ingresso lungo la strada, la ridotta dimensione del corpo principale, più corto rispetto a come si presenta oggi, e la presenza del vecchio campanile, inglobato nella parte absidale dell’edificio (poi abbattuto e ricostruito più a sud). Archivio di Stato di Venezia.

Vicende storiche Al tempo del vescovo di Vicenza rodolfo (vescovo prima del 967 - dopo il 977 o 983) la chiesetta di San Vito dipendeva dal monastero benedettino dei Santi Felice e Fortunato di Vicenza già dal 977. Nell’VIII secolo i vescovi di Vicenza, a causa delle invasioni barbariche e anche della dominazione dei Longobardi, si rivolsero infatti ai seguaci di San Benedetto per un lavoro di restaurazione e riorganizzazione della chiesa e della vita religiosa del territorio; non solo, ma pure per bonificare e rendere coltivabili ampie estensioni di terreno e costruire monasteri, chiese e ospitali per pellegrini. Il culto di San Vito e di altri santi, quali San Giorgio, San Prosdocimo, Santa Giustina (tutti molto venerati dai Benedettini), fu introdotto nelle nostre zone già dall’VIII-IX secolo. La cappella costruita lungo la via romana che costeggiava il Brenta era meta dei pellegrini che dal Nord Europa si portavano verso sud, particolarmente verso roma, dove visitavano le catacombe cristiane e dove partecipavano ai vari Giubilei. Si può quindi ritenere che San Vito sia tra le più antiche cappelle benedettine del Bassanese. San Vito, nato nel III secolo in Lucania (l’odierna Basilicata) o secondo altri storici in Sicilia, fu un giovane cristiano che subì il martirio il 15 giugno 303 ai tempi dell’imperatore romano Diocleziano. orfano di madre fu affidato a una balia di nome Crescenzia e successivamente ad

un precettore di nome Modesto; entrambi cristiani, lo convertirono alla loro fede. Notizie certe e documentate si ritrovano solo alla fine del 1200 quando, in un documento del Comune di Bassano, si registra la donazione di un cittadino a favore degli “eremiti de Sancto Vito”, religiosi che avevano sostituito i benedettini a causa della crisi dell’ordine e che vivevano nel romitorio prestando accoglienza ai pellegrini. La festa di San Vito, celebrata ogni anno il 15 giugno, è ricordata anche negli Statuti di Bassano del 1295 e in quelli del 1505. La crisi dell’ordine benedettino del XII secolo, fece sì che la cappella venisse custodita da qualche eremita stanziale. Il più celebre di questi fu certamente l’asceta Antonio Grandi che, a partire dal 1525, fu dedito alla penitenza e alla rinuncia dei beni materiali. Più comunemente conosciuto come fra Antonio Eremita, egli nacque a Bassano, in via Callegherie Vecchie (appena fuori la Porta del Castello), da un “maestro pellizzaro” (conciatore delle pelli). rimasto orfano di entrambi i genitori, venne allevato in casa di un parente e nella zona dell’attuale via Beata Giovanna aprì una propria bottega, dove lavorò fino al 1494, quando si ammalò e dispose persino il testamento. Guarito e attratto dall’esempio di Ludovico rizzi, un prete eremita, lasciò la sua attività e andò a condurre una vita eremitica di preghiera e di penitenza presso l’antica chiesetta, allora abbandonata, di San Vito. Qui abitava una piccola cella e viveva grazie a un orticello. Era dedito alla preghiera e alla penitenza, ma non trascurava l’apostolato. La tradizione vuole che sia stato proprio l’eremita Antonio a introdurre in città la devozione al vescovo Bassiano, allora pastore a Lodi, poi santo patrono della città del Grappa. Nel 1537 diede ospitalità a Sant’Ignazio di Loyola (1491-1566) e ad alcuni suoi compagni nelle stanze del romitorio bassanese poco dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta a Venezia il 24 giugno 1537. La relazione della visita pastorale effettuata a Bassano dal vescovo di Vicenza Michele Priuli nel 1592 ci informa che la cappella di San Vito, circondata da un vigneto, alberi da frutto e abitata da un eremita, era assoggettata alla Pieve di Santa Maria in Colle.


San Vito in una splendida fotografia dei primi anni del Novecento con, in primo piano, l’elegante gradinata realizzata da Antonio Gaidon, purtroppo eliminata nel 1936 per le mutate esigenze del traffico veicolare (collezione privata).

Tra il 1630 e il 1631 infuriarono in Europa e anche in Italia la peste e il colera, descritta anche dal Manzoni nei Promessi Sposi. Pure a Bassano l’epidemia lasciò strascichi pesantissimi. Secondo una relazione per il Senato veneziano del 12 marzo 1632, Bassano contava nel 1629 una popolazione di 8.090 anime, ridottasi in quell’anno a 4.380, con una perdita pari a 3.710 persone. Solo nel 1631, tra il mese di giugno e dicembre, morirono oltre 2.300 bassanesi colpiti dal morbo. La popolazione risparmiata, ancora una volta si affidò alla pietà celeste, elevando suppliche e preghiere alla Madonna della Salute nella piccola chiesa, che da allora divenne un Santuario. La visita pastorale del vescovo di Vicenza Giuseppe Civran del 1663 ci racconta quanti pellegrini dalla città e dal territorio si

recarono nel nuovo Santuario per ringraziare la Madonna del cessato pericolo. E mentre a Venezia il governo della repubblica erigeva in quegli anni un grandioso Tempio da dedicare alla Vergine, chiamato poi della Salute (opera dell’architetto Baldassare Longhena), a Bassano, forse anche grazie alla presenza di diverse famiglie nobili veneziane che qui possedevano case di villeggiatura, sorse l’iniziativa di ampliare la cappella dedicata a San Vito e di dedicarla per l’appunto alla Madonna della Salute. Anima di tutto ciò fu un certo don Giuseppe rizzi, sacerdote e grande predicatore, che però non riuscì a vedere il compimento dell’opera perché la morte lo colse poco dopo. Nonostante questo, i bassanesi si impegnarono economicamente a sostenere le spese e la chiesa venne

La chiesa oggi. Sono evidenti le modifiche apportate ai piedistalli, allungati verso il basso, mentre al posto della bella struttura gaidoniana si trovano ora solo alcuni scalini. Per ragioni di sicurezza l’ingresso alla chiesa è stato trasferito lungo la parete settentrionale dell’edificio.


La chiesa e alcune case della borgata nel Catasto Austriaco del 20 febbraio 1835 (rivisto in diverse fasi fino al 15 febbraio 1850). Archivio di Stato di Vicenza, sezione di Bassano. Nella facciata settecentesca, leggermente concava e il cui disegno risente di una sobria influenza barocca, si trovano le statue della Madonna Regina Coeli, al centro, e dei santi Francesco Saverio, a sinistra, e Osvaldo, a destra. Sul frontone, invece, quelle di San Vito Martire, a sinistra, e di San Modesto.

completata. La statua lignea della Madonna con il Bambino, di fattura spagnolesca (cioè in cui sono scolpiti il viso e le estremità degli arti, mentre il corpo è costituito da legni non intagliati), fu collocata nel nuovo edificio e successivamente nella nicchia così come appare oggi. Nel 1704 fu consacrato il Santuario, centro della pietà mariana di Bassano e del territorio, dedicato alla Madonna della Salute; il giorno 21 novembre venne celebrato come giorno della memoria e della devozione, così come avviene anche oggi. Nel 1741 venne inaugurata la nuova facciata, che poggia oggi sulla Statale 47: alla base del timpano fu posta a ricordo la seguente iscrizione: “Jo. Andrea Verci V.F. Bassano A. MDCCXLI”. Sempre nello stesso anno furono costruiti l’altar maggiore, le due cappelle laterali e una torre campanaria. La grande affluenza di pellegrini e devoti rendeva necessaria la presenza di almeno tre sacerdoti, che nel frattempo avevano sostituito gli ultimi eremiti rimasti, Angelo Miazzo e Domenico Chemin.

Il vescovo di Vicenza, Marco Corner, decise allora di assegnare un sacerdote, soggetto all’arciprete di Bassano, assieme alla custodia dell’Eucarestia e il 18 maggio 1768 costituì la curazia (amministrata da un curato ma alle dipendenze di un’altra parrocchia). La necessità di istituire una curazia, d’altronde, era stata precedentemente richiesta al Vescovo diocesano sia dall’allora arciprete di Bassano G.A. Verci, sia dalla locale Confraternita della Salute. Nel 1768 la curazia di San Vito contava circa 500 abitanti, destinati ad aumentare dopo il 1872, come documentato dalla visita pastorale del vescovo di Vicenza mons. rodolfi, a quota 1.200. Nel 1769, grazie alla donazione del bassanese Giacomo Bombardini, venne completata la costruzione di una residenza attigua alla chiesa, da adibire ad abitazione del curato. Al riguardo, a sinistra della facciata della chiesa, venne posta nel 1767 una lapide in ricordo della sua generosità. Nel 1804 all’interno della chiesa venne spostato l’altare della Madonna, che un decreto pontifi-


cio del 1837 aveva dichiarato “privilegiato in eterno”. Il battistero venne eretto nel 1846 su richiesta dell’allora curato don Paolo Fasoli (1804-1881) e autorizzato dal vescovo di Vicenza Giuseppe Cappellari, mentre la consacrazione dell’attuale chiesa, nuovamente ampliata avvenne nel 1876, come recita la lapide conservata all’interno dell’edificio.

Visita al Santuario La facciata della chiesa, compiuta nel 1741, si poggia sulla Statale 47: le linee architettoniche settecentesche, presentano un basamento da cui si innalzano quattro lesene che incorniciano il portale d’ingresso. La porta bronzea, opera dello scultore Marcello Celli, su disegno di Giuseppe Fantinato e su iniziativa dell’allora parroco don Leonida Testa, fu inaugurata nel 1972 a conclusione dei restauri della chiesa promossi in occasione del Centenario della consacrazione della chiesa. In quella circostanza furono aperti anche i corridoi laterali. Vi sono raffigurati epi-

sodi di devozione della Madonna della Salute e scene di vita di Sant’Ignazio di Loyola, accanto agli stemmi di Paolo VI e del vescovo di Vicenza Carlo Zinato. Sopra la porta, nella nicchia, la statua della Madonna “regina Coeli”, collocata nel 1704, mentre alla sinistra e alla destra della Vergine sono state inserite rispettivamente la statua dello spagnolo San Francesco Saverio (1506-1552), membro della Compagnia di Gesù e confratello di Sant’Ignazio, del francese beato Pietro Favre noto anche con il cognome italianizzato di Fabbro (1506-1546) e del portoghese padre Simao (Simone) rodrigues de Avezedo (1510-1579), e quella di Sant’osvaldo (604642), monaco benedettino ed evangelizzatore d’Inghilterra, rappresentato con una corona sul capo e la spada al fianco. Sopra al frontone si notano, alle estremità, due bracieri in pietra e, al centro, una grande croce in ferro (posta in occasione del centenario costantiniano del 1913); alla sinistra della croce, la statua di San Vito Martire e a destra quella di San Modesto.

Il complesso della parrocchia di San Vito in un’efficace veduta aerea da sud-ovest (ph. Daniele Martinello). Sotto Osservando la copertura, risulta evidente il massiccio blocco realizzato a est del vecchio edificio e poi destinato a ospitarne la parte absidale (elaborato da Google Maps).


La piccola cappella posta a destra dell’antico ingresso della chiesa, con gli affreschi di Girolamo Gobbato: opere che illustrano con grande efficacia alcuni episodi della vita di fra Antonio Eremita.

Sotto Le statue di San Francesco Saverio e Sant’Osvaldo, poste sulla facciata ai lati di quella della Madonna Regina Coeli.

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Fino al 1936 un’imponente gradinata, opera dell’architetto Antonio Gaidon, ornava l’ingresso della chiesa. Purtroppo venne divelta per permettere un regolare traffico veicolare sulla SS. 47. All’interno della chiesa, a pianta rettangolare e scandita da archi portanti a tutto sesto, una piccola cappella, sulla sinistra, appena entrati, conteneva il Battistero, poi portato a destra dell’altar maggiore. Sulla parete una statua votiva dedicata a Sant’Antonio come voto popolare all’indomani della Prima Guerra Mondiale. L’altare, a lui dedicato, fu costruito nel 1931. A destra la cappella interamente affrescata dal pittore Girolamo Gobbato il quale riprodusse,

su richiesta del curato don Pietro Michieli, tra gli anni 1892-1893, tre scene della vita di fra Antonio Eremita. L’affresco maggiore raffigura Sant’Ignazio, San Francesco Saverio, il Beato Simone rodrigues, il francese Claudio Jay (ca. 1505-1552) e fra Antonio, tutti in contemplazione dell’immagine di Maria. Accanto a questo si vede Simone rodrigues, gravemente ammalato giacente su una stuoia: Claudio Jay, fra Antonio Eremita, Pietro Favre gli stanno attorno, mentre Sant’Ignazio lo benedice riportandolo alla guarigione. L’ultimo affresco ritrae Francesco Saverio, un porporato e il vescovo di Padova che, attratti dalla sua fama di santità, vengono a visitare fra Antonio, che mostra loro le montagne come a dire: “quelle sono il mio studio e le scansie i suoi libri”. Su un’altra parete della cella sono stati ritrascritti episodi della vita di Sant’Ignazio, tratti da testi degli storici Chiuppani e Barbarano. A ricordo di questi avvenimenti, nel 1829, fu posta, a sinistra della facciata, una lapide. L’altare di sinistra è dedicato ai Santi Modesto, Vito e Crescenzia, raffigurati nella tela opera del pittore bassanese Giustiniano Vanzo Mercante (1808-1887), che sostituì nel 1838 un dipinto precedentemente compiuto da Giovanni Battista Volpato e dedicato a Sant’Ignazio e San Gaetano, la Madonna e il Bambino. Sotto l’altare di questa cappella laterale è conservata un’antica terracotta rappresentante il Cristo deposto dalla croce. L’altare di destra è dedicato ai Santi Nicolò, Carlo Borromeo e Luigi Gonzaga, opera di un pittore anonimo. Alla sua base si trova un’urna che custodisce il corpo


La statua della Madonna Regina Coeli al centro della facciata. Nel Catasto Austriaco del 1843 (poi modificato fino al 19 gennaio del 1855) l’ampliamento della chiesa, dovuto all’architetto Antonio Piovene, risulta già evidente. Archivio di Stato di Vicenza, sezione di Bassano.

giovane di un martire, ventenne, vestito da guerriero e venerato con il nome di San Clemente. Le pareti sono adornate da una Via Crucis, opera dello scultore bassanese Aristide Stefani, benedetta il 15 febbraio 1914 dal cappuccino Teodoro da Codroipo. Sul soffitto, a metà dell’aula, un dipinto raffigura la SS. Trinità circondata da angeli, opera del pittore Francesco Trivellini e datata 1708. Ai lati sono posti i quattro evangelisti. L’altare maggiore che oggi vediamo, fu costruito poco dopo il 1846, su un terreno dove sorgeva la torre campanaria, edificata nella metà del 1700 e abbattendo il muro che concludeva l’antica chiesa. Il disegno del nuovo “ampliamento” si deve al vicentino Antonio Piovene, allievo dell’architetto ottone Calderari (1730-1803). A partire dal 1852, infatti, dopo tre anni di lavoro e grazie alla generosità degli abitanti della parrocchia, la nuova cappella fu finalmente completata e inaugurata dall’arciprete di Bassano mons. Domenico Maria Villa. La lapide che si trova a sinistra, prima dell’altar maggiore, ricorda l’inaugurazione. Il vescovo di Vicenza, in occasione della vista pastorale del 1864, la definì “grandiosa e magnifica”, ricordando i meriti del curato don Paolo Fasoli che ne era stato promotore instancabile. La cappella ha forma quadrata, scandita da quattro colonne laterali che sorreggono la cupola. All’interno delle nicchie di ciascun pilastro, sono state collocate nel 1866 le statue di San Filippo Neri, San Pietro Apostolo, San Francesco di Paola e San Giuseppe, sculture che si conservavano un tempo nell’oratorio privato di Casa

Vajenti a Marostica e che sono opera del padovano Felice Chiereghin (1750-1817). Dalla cupola cala una fastosa corona lignea dorata, di fine ottocento, portata da angeli ed eseguita dal bassanese Aristide Stefani, collocata nel 1886. La volta della cappella è stata affrescata dal pittore bellunese Giovanni Demin (17861859) e raffigura la Madonna “Salus Infirmorum”, che seduta su uno sgabello, protende le mani a un gruppo di fedeli che la supplicano. Agli angoli della volta sono raffigurati quattro angeli che sorreggono rispettivamente un calice (Comunione), simbolo eucaristico, una croce (Sacrificio), elemento cristologico, un rosario (Preghiera), emblema mariano e uno staffile, strumento di mortificazione del corpo (Penitenza). Gli stucchi sulla facciata dell’altare e sulle colonne sono dovuti all’artista feltrino Alberto Dagani, mentre il coro ligneo è opera del vicentino Giovanni Gasparoni. Sulla parete di destra dell’altare è raffigurata la Presentazione di Maria al Tempio, opera di Gaspare Fontana e risalente al 1923, offerta alla chiesa dal Circolo Cattolico alla chiesa curaziale. Si racconta che alcuni dei personaggi inseriti nel dipinto rappresentino diversi bassanesi viventi al tempo del pittore, che lì ha voluto immortalare. A destra dell’altare che conserva la statua della Madonna è collocato il grande crocifisso proveniente dalla chiesa di San Marco di Vicenza, poi in deposito presso la chiesa di Santa Lucia (sempre nel capoluogo berico) e infine rimasto a lungo nella falegnameria del Seminario. Tale crocifisso fu trasferito nella chiesa di San Vito assieme alle statue di San Francesco e

Sotto La statua di San Vito sul frontone della chiesa.

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Il luminoso interno della chiesa, a pianta rettangolare e scandita da archi portanti a tutto sesto.

Sotto, dall’alto in basso Francesco Trivellini, Sant’osvaldo, 1708. Danilo Andreose, altare, 1972.

Sant’Antonio. A sinistra dell’altare, il Sant’Osvaldo del pittore Francesco Trivellini, che lo firmò e lo datò: F.F.P.B.I.F. (Franciscus Trivellino Pictor Bassanensis Inventor Fecit 1708). Nella nicchia, la statua della Madonna della Salute in abito color avorio, cinto in vita e decorato, con una collana di perle e grandi orecchini pendenti dorati. Con la mano destra la Madonna sorregge lo scettro e con la sinistra il Bambin Gesù. Sul capo entrambi portano la corona, sim-

bolo della regalità. Nel presbiterio, in occasione dei restauri del 1971-’72, è stato collocato l’altare, come previsto dalla riforma del Concilio Vaticano Secondo (1962-1965). Il nuovo altare, in marmo rosa di Asiago, è opera dell’artista e scultore Danilo Andreose che aveva la sua residenza proprio nel quartiere di San Vito. A sinistra dell’altare, fino ai restauri del 2008, era collocato l’organo della ditta Pugina di Padova, poi portato sopra l’ingresso principale


Francesco Trivellini, La SS. Trinità fra gli angeli, 1708. La tela, ai lati della quale sono posti quattro dipinti raffiguranti gli evangelisti, si trova sul soffitto, a metà dell’aula.

della chiesa. Le sue origini risalgono a poco prima della Grande Guerra quando, nel 1914, l’allora Fabbriceria di San Vito in accordo con il curato don Umberto Dalla Valle firmò un contratto con tale ditta. Nel frattempo, abbattuta la vecchia cantoria che era in fondo alla chiesa, il nuovo organo, posto alla sinistra guardando l’altare, veniva solennemente inaugurato il 25 ottobre di quell’anno. Durante il conflitto l’organo fu trasferito a Vicenza, come altri oggetti di proprietà della chiesa, per essere poi riportato integro nel 1919. Nel corso degli anni lo strumento è stato interessato da diversi restauri: nel 1946, grazie a un contributo della famiglia rubbi in occasione del 40° di sacerdozio di don Luigi rubbi; nel 1954, nel 1981 e infine nel 2008 quando, in occasione del completo restauro della chiesa, si decise di trasferirlo sopra la porta d’ingresso. Gli angeli che facevano da coreografia alle canne sono stati dipinti dal bassanese Luigi Fabris (1883-1952) e databili agli inizi del ’900. La pavimentazione della chiesa, prima degli ultimi restauri, era stata posta in opera dal bassanese Benedetto Canella. Il campanile Prima dell’attuale campanile, la chiesa di San Vito era provvista di una torre campanaria (poi abbattuta), che si elevava dove ora sorge il presbiterio della chiesa (Cappella maggiore), costruito nel 1842. Completati i lavori di ampliamento per volontà

Sotto, dall’alto in basso Gaspare Fontana, Presentazione di Maria al Tempio, 1923. L’ingresso al campanile, con la data 1879.

di don Paolo Fasoli, si intraprese la costruzione di un nuovo campanile che fu inaugurato il 22 gennaio 1879 con l’aggiunta di una terza campana. Successivamente le campane furono sostituite da altre, fuse dalla ditta Colbacchini di Angarano nel 1881. Durante la Grande Guerra vennero asportate per non essere fuse, un rischio che corsero anche negli anni del Secondo Conflitto Mondiale: il loro metallo sarebbe infatti servito per la costruzione di armi. Fortunatamente così non è stato. Paolo Nosadini


Anonimo pittore francese, Sant’Ignazio ritratto con l’armatura e un cristogramma sulla corazza, secolo XVI (elaborazione grafica).

I GESUITI a e da BASSANo

UNA STorIA PoCo NoTA CHE LA rICErCA STA PorTANDo ALLA LUCE 12 Sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), in un’incisione dei primi anni del secolo XIX.

Nel gennaio del 2014 venne pubblicato un numero de L’Illustre bassanese dedicato al sacerdote Lorenzo Busnardo da Casoni di Mussolente: una figura del XVI secolo emersa nel corso di una ricerca sul territorio misquillese e rivelatasi di grande importanza per la storia del gioco degli scacchi. Nella monografia venivano evidenziate le doti davvero notevoli di tale personaggio, entrato giovanissimo nella Compagnia di Gesù di Padova, da poco costituitasi anche nel capoluogo euganeo. Dal 2014 al 2016, su incarico della Pro Loco di Mussolente - Casoni, ho curato il “Progetto prè Lorenzo Busnardo”, concretizzatosi poi nella stesura di una dettagliata biografia. Un incarico che mi ha permesso di consultare gli atti conservati presso l’Archivio romano della Compagnia di Gesù, oltre allo straordinario patrimonio bibliografico edito dall’Ordine, ora in larga parte disponibile anche in rete. Con sorpresa ho avuto l’opportunità di scoprire come nella storia di tale istituzione religiosa, che fu una spina dorsale nella politica, nelle missioni e nella pedagogia del mondo cattolico per almeno tre secoli, la nostra città e alcuni suoi rappresentanti ricoprirono un ruolo di primo piano, concretizzatosi addirittura con la presenza di un collegio attivo dal 1552 al 1569. S.Z.

Sant’ Ignazio e Bassano Di Ignazio di Loyola, soldato e nobile basco che cambiò la sua vita leggendo testi religiosi (bloccato a letto a causa di una ferita riportata in battaglia), ci colpisce in particolare il legame con il Veneto e il nostro territorio. Un fatto importante, se si considera che sono solo tre - in fondo - le città dove egli scrisse le pagine più importanti della sua vita: Parigi, Venezia e roma. Nella capitale lagunare Ignazio di Loyola giunse nel 1527, solitario pellegrino, per imbarcarsi alla volta della Terrasanta; prima di partire fu ospitato dal nobile Marco Antonio Trevisan, futuro doge. Dieci anni dopo il viaggio in Palestina, proprio Venezia costituì per Ignazio e un gruppo di studenti della Sorbona che si erano uniti a lui una tappa emblematica nel loro cammino mistico. I nomi dei suoi compagni appartengono ora alla leggenda dell’ordine; dobbiamo però precisare che a quel tempo, in un’Europa scossa da profondi fermenti spirituali e da laceranti guerre di religione, essi costituivano “solamente” un piccolo gruppo di giovani, animati dal comune desiderio di un impegno missionario e volti alla conversione degli infedeli. Si chiamavano Alfonso Salmeron, Giacomo Laynez, Pietro Favre, Francesco Xavier, Nicolò Bobadilla e Simone rodrigues; fra loro, nessun italiano. L’obiettivo era, come


La suddivisione territoriale dell’Italia dopo la pace di Cateau-Cambrésis (2/3 aprile 1559). Di fatto la Penisola è ripartita fra i possessi della Spagna (sotto la sovranità della quale ricadono il Ducato di Milano, i Regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna) e i suoi stati vassalli. Sono invece autonomi e sovrani la Repubblica di Venezia, il Ducato di Savoia, il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio.

abbiamo visto, quello di imbarcarsi per la Terrasanta, ma il destino volle diversamente: a Venezia, infatti, le cose sembravano andare per le lunghe e il mese di gennaio (siamo nel 1537) non si presentava favorevole, al punto che la partenza venne rinviata alla tarda primavera. Decisero quindi di recarsi a roma, per poi rapidamente tornare in laguna. In attesa che le navi levassero gli ormeggi, prestarono aiuto ad altri ordini religiosi negli ospedali. Quanti non avevano ancora emesso i voti religiosi, come lo stesso Ignazio, lo fecero nella città dei dogi e il 5 luglio 1537, per opera del legato pontificio Girolamo Verallo, ottennero il diritto all’esercizio ministeriale giurando di celebrare la prima messa in Palestina. Alla fine però dovettero rassegnarsi: a causa della dichiarazione di guerra della Serenissima al Turco nessuna nave sarebbe più partita. Decisero così di iniziare l’apostolato come sacerdoti nel Dominio di terraferma, esercitando la predicazione e vivendo di elemosine. Divisi in gruppetti di due o tre e ancora lontanissimi dall’idea di fondare un nuovo ordine religioso, cioè la Compagnia di Gesù, si dispersero in varie città del Veneto per poi ricongiungersi a roma, mettersi a disposizione del Papa e dare una svolta radicale alla loro missione. Proprio in questo

particolare frangente compare per la prima volta Bassano. La vicenda è in parte già nota; vale però la pena di approfondirla per conoscerne alcuni rilevanti sviluppi successivi. Sant’Ignazio, assieme a Giacomo Laynez e Pietro Favre, si stabilì nel piccolo convento abbandonato e diruto di San Pietro a Vivarolo, paese non lontano da Vicenza; a Monselice finirono Pasquale Broet e Alfonso Salmeron, a Treviso Joane Codure e Diego Hoces, a Verona Francesco Xavier e Nicolò Bobadilla. A Bassano, presso la chiesa di San Vito, ospiti di fra Antonio eremita, giunsero Claudio Jayo e Simone rodrigues. Proprio il nome di quest’ultimo è legato, suo malgrado, alla nostra città: non esistono infatti biografie di Ignazio di Loyola che non ricordino come il santo, avvisato del fatto che Simone rodrigues stava malissimo ed era in pericolo di morte, abbia prontamente lasciato Vivarolo per accorrere a Bassano - seppur febbricitante - in soccorso dell’amico; e che proprio a seguito della sua venuta questi, considerato ormai morto, sia miracolosamente guarito. Non è difficile immaginare i due giovani ospiti di fra Antonio impegnati nella loro predicazione bassanese: si sa che vivevano di elemosine e che, per attirare l’attenzione della gente nelle piazze, vestivano di nero portando un cappello di parti-

13 La fondazione della Compagnia di Gesù, il 15 agosto 1534 nella chiesa di Montmartre, in un’incisione del 1878.


Anonimo dell’ambito di Rubens, ritratto di Sant’Ignazio che presenta la regola dell’ordine della Compagnia di Gesù, secolo XVII. Castiglione delle Stiviere, Museo Storico Aloisiano. Pittore bassanesco, ritratto di fra Antonio eremita, olio su tela, inizio sec. XVII. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona.

L’antica chiesa di Santa Maria Maddalena a Padova, ora sconsacrata e utilizzata come teatro. Faceva parte di un complesso conventuale presso il quale, in una casa del nobile Andrea Lippomano, si stabilirono i primi gesuiti giunti da Roma.

colare grandezza. Al momento adatto il copricapo veniva gettato a terra con forza, e ciò era sufficiente per far volgere verso di loro gli occhi degli astanti. Poi stava al più capace dei due iniziare a predicare. Per alcuni mesi i due giovani rimasero a San Vito fino a quando, in occasione della Pasqua del 1538, partirono alla volta di altre destinazioni. Dopo essersi fermati ancora per qualche tempo in Emilia, come precedentemente stabilito, si ritrovarono con tutti gli altri a roma.

I primi gesuiti bassanesi Le vicende che portarono alla fondazione della Compagnia di Gesù sono tanto conosciute quanto complesse. Con la bolla Regiminis militantis del 27 settembre del 1540 papa Paolo III riconobbe la nascita di quest’ordine, che fin dall’inizio si distinse dagli altri per alcune peculiarità. La prima di esse riguarda il famoso quarto voto, ovvero la totale obbedienza verso il papa, che si aggiungeva a quelli canonici: povertà, castità e obbedienza. Un voto speciale, dunque, che era però ammesso solo dopo molti anni di studio e di dedizione all’ordine e che - a quel punto permetteva ai professi di definirsi veramente gesuiti. Una regola che vale ancor oggi: il novizio entra a far parte da subito della Compagnia, ma diventa gesuita solo dopo il quarto voto. Un’altra caratteristica era costituita dai lunghi tempi del noviziato, che prevedevano un minimo di due anni, il doppio rispetto agli altri ordini. Un noviziato, peraltro, che abbinava al lavoro negli ospedali e alla mendicazione una ferrea disciplina nello studio delle materie scolastiche; studio effettuato applicando in ambito religioso il metodo pedagogico parigino, che Ignazio e gli altri fondatori ben conoscevano. Non a caso, quando sulle spalle del santo di Loyola e della Compagnia ricadde la responsabilità di preparare i futuri sacerdoti nel clima convulso della Controriforma, il primo obiettivo di Ignazio fu quello di aprire case-alloggio per gesuiti e novizi nelle città universitarie. Nel territorio della Serenissima, formidabile testa di ponte sul vicino (e avversario) mondo luterano, la scelta ricadde ovviamente su Padova e sulla sua rinomata università, alla quale si iscrivevano studenti provenienti da tutta Europa. L’approccio patavino,

per così dire, fu reso possibile anche grazie ai buoni uffici del nobile Andrea Lippomano, devoto della Compagnia e priore laico del decaduto ordine Teutonico. Probabilmente segnato da alcune dolorose vicende familiari (il padre era finito in bancarotta a Venezia ai primi del secolo e suo fratello era stato ucciso a roma durante il Sacco del 1527), questi mise a disposizione del primo gruppo di gesuiti giunti dalla città eterna una sua casa, situata presso il convento di Santa Maria Maddalena. Una sistemazione transitoria, naturalmente, e ancora molto lontana dai veri collegi gesuitici, dove in seguito pervennero frotte di giovani da ogni dove. In Italia, infatti, non esisteva ancora nulla che si potesse definire tale: per “collegio” si intendeva il luogo dove alloggiavano i Compagni di Gesù. Eppure a Padova il seme era stato finalmente gettato e le prospettive, per chi avesse avuto il desiderio di studiare, erano notevoli; anche per quanti non disponevano delle risorse necessarie, poiché nel capoluogo euganeo era fortunatamente possibile avvalersi di ottimi docenti senza l’assillo del denaro. Un’opportunità non da poco, che venne colta - fra i primi in tutta la Serenissima - da tre giovani bassanesi: Girolamo ottello, Leone Zilio e Lorenzo Busnardo. Sono rimasto sorpreso, iniziando la ricerca che mi ha poi portato a redigere la biografia di prè Lorenzo Busnardo (L’Illustre bassanese n. 147, gennaio 2014), dalla ricchezza delle fonti gesuitiche; fonti dalle quali si potevano ottenere dati precisi anche su ragazzi poco più che adolescenti.


Ben presto, però, ho compreso gli straordinari meccanismi di diffusione e condivisione delle informazioni, a livello mondiale, ideati e messi in pratica dalla Compagnia di Gesù. ogni sede gesuitica inviava infatti settimanalmente le sue “news” a roma dove, sotto la supervisione di un vero e proprio archivista, padre Giovanni de Polanco, tali rapporti venivano letti e integralmente trascritti in bella copia in volumi organizzati per provenienza. A tutti era data risposta, fornendo inoltre ordini e indicazioni e tenendo ogni casa al corrente di quanto, soprattutto in relazione alla vita della Compagnia, avveniva nel mondo. Difficile perciò sentirsi isolati, difficile non riconoscersi in una grande esperienza condivisa. Anche delle risposte si teneva nota, purtroppo però registrando solo brevi commenti inerenti ai passaggi più importanti. Ciò non toglie, tuttavia, che l’Archivio del Generalato di roma sia tutt’oggi uno scrigno inesauribile di informazioni, oltremodo importante per gli attuali Stati moderni delle ex Indie occidentali e orientali, così come per l’America del Nord e il Giappone. Un archivio, inoltre, quasi del tutto da scoprire per quanto riguarda la storia veneta… oltre alla dinamica delle “news”, Ignazio di Loyola introdusse anche l’obbligo per le case gesuitiche di tenere “lettere quadrimestri”: una forma di corrispondenza periodica particolarmente dettagliata, mediante la quale il padre responsabile (o un suo delegato) era tenuto a fornire lunghe relazioni su quanto riguardava la

sua casa e il territorio sul quale essa insisteva. In queste lettere troviamo descritti i luoghi e le persone, ma non mancano annotazioni sulla gestione economica della casa, come pure sulle caratteristiche spirituali e perfino fisiche dei confratelli. Per avere la certezza che la posta giungesse a destinazione (a roma), le missive venivano scritte in duplice copia, una in latino e l’altra in italiano o spagnolo, e poi inviate tramite canali diversi o come si diceva “per via seconda”; una definizione utilizzata ancor oggi nei Paesi di lingua spagnola per riferirsi alla copia di una lettera. All’epoca in cui i nostri tre bassanesi entrarono nella Compagnia, l’uso delle lettere quadrimestri non era ancora stato introdotto; con la corrispondenza settimanale da Padova, tuttavia, vennero veicolate abbondanti informazioni, soprattutto in merito allo sviluppo di quello che fu il prototipo della futura scuola gesuitica (dato che a Ignazio l’esperienza patavina stava molto a cuore). Siamo nel 1545 e, a partire da questa data, è possibile seguire attraverso i documenti le tracce di un giovane di nome ottello Girolamo e di due adolescenti, Lorenzo Busnardo e Leone Zilio. Va subito rilevato che a quel tempo il primo dei tre era già presente come novizio; si trattava probabilmente di uno dei discendenti del conosciuto maestro di grammatica ottello da Borso, dal quale trae origine quel cognome, diffuso tra i notabili e i benestanti del nostro territorio nel XVI secolo. Sorprende, come abbiamo già detto, che tra i primissimi seguaci di Ignazio (parliamo di poche decine in Europa) ben tre fossero del

Girolamo Gobbato, Sant’Ignazio, San Francesco Saverio, il beato Simone rodrigues, Claudio Jaye e Fra Antonio eremita contemplano l’immagine di Maria, affresco, 1892-’93. Bassano, chiesa di San Vito. Girolamo Gobbato, Simone rodrigues, molto ammalato, viene guarito da Sant’Ignazio in presenza di Claudio Jay, fra Antonio eremita e Pietro Favre, affresco, 1892-’93. Bassano, chiesa di San Vito.


Diego Laynez (1512-1565), qui in un incisione del XVII secolo, fu uno dei primi fedelissimi compagni di Ignazio di Loyola; nel 1556 gli succedette alla guida dell’Ordine. Girolamo Gobbato, San Francesco Saverio, un porporato e il vescovo di Padova fanno visita a fra Antonio, affresco, 1892-’93. Bassano, chiesa di San Vito.

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Vanni Vettori, ritratto di Lazzaro Bonamigo, pastello, 1991. Da L’Illustre bassanese n.14, novembre 1991.

bassanese. Fu ottello, comunque, la testa di ponte per il successivo arrivo a Padova di Lorenzo Busnardo e di Leone Zilio. Un altro elemento che favorì il loro approdo nel capoluogo euganeo fu verosimilmente un certo legame con la famiglia Bonamigo, proprietaria come gli ottello di case e possedimenti fra romano e Mussolente, da dove proveniva di certo Busnardo e, probabilmente, anche Zilio. Tra i docenti attivi nel primo collegio di Padova figurava infatti anche l’anziano ma famosissimo Lazzaro Bonamigo, al quale si era affiancato il poeta calabrese Teseo Casopero detto Giano. In una delle lettere inviate dal priore Elpidio Ugoletti a Sant’Ignazio dove si legge: “[…] Altro non pare che ci sia da scrivere alla r.V. senonche tutti de casa per gratia del Signor

siamo sani, tendendo alli studij quanto si puote. Maestro don Jacobo de Duaco con Pietro (de Ribadeneira) et Fulvio (Cardulo) vano al Lazaro (Bonamigo) et doi de loro cioè Pietro e Fulvio vano al greco, come havete inteso, et ogni dominica disputano. Claudio (Jayo, che nel 1537 si era fermato a San Vito di Bassano), Laurentio (Busnardo) et Leone (Zilio) fano il simile, andando ogni giorno dal Theseo (Casopero), et in ogni dominica disputano, et succissivis horis Claudio et Laurentio imparano li rudimenti greci, et così tutti s’affatichano per poter servir al Signor nostro, osservando in casa le constitutioni, come scrisse V.r. […]” (Padova, 5 maggio 1548). Fu però il Concilio di Trento, che ebbe inizio nel dicembre del 1545, a destinare per oltre vent’anni un ruolo importante alla Compagnia di Gesù nel territorio di Bassano. Considerando infatti che il tragitto da Padova a Trento richiedeva parecchio tempo, la particolare posizione della nostra città costituiva per i viaggiatori una sicura tappa intermedia in territorio cattolico; Bassano rappresentava inoltre una sorta di bastione contro i non trascurabili fermenti eretici, legati a quel dissenso religioso che stava interessando Asolo e Cittadella e che, successivamente, conobbe la dura reazione dello Stato veneto e soprattutto della neonata Inquisizione romana. Non a caso la Compagnia inviò ai piedi del Grappa uno dei suoi uomini più validi, Diego Laynez,


Seduta del Concilio nella chiesa di Santa Maria Maggiore, metà del XVII secolo. Trento, Castello del Buonconsiglio. Replica da Elia Naurizio (Trento, Museo Diocesano Tridentino).

castigliano di Almazar nonché braccio destro di Ignazio e suo successore alla morte del santo. Questi emergeva sugli altri, oltre che per le conoscenze teologiche, anche per le innate doti di diplomatico. Discendente di sefarditi convertiti al cristianesimo (a seguito delle leggi che nel 1492 decretarono l’espulsione dalla Spagna di ebrei e musulmani), le sue capacità furono tali che il papa scelse proprio lui - assieme a padre Salmeron - per dibattere di varie questioni teologiche a Trento. Ignazio lo preferì come suo delegato nei rapporti con la Serenissima e nei contatti con il benefattore Andrea Lippomano. Laynez ebbe dunque modo di conoscere bene Bassano i suoi abitanti (fra i contemporanei attivi in città ricordiamo per esempio Jacopo dal Ponte, che nel 1545 aveva circa trent’anni) e fu anche molto apprezzato per alcune prediche tenute in occasione della Pasqua del 1544; al punto che lo troviamo nominato perfino nel testamento di un mercante, al quale aveva consigliato di perdonare le intemperanze del figlio. Possiamo perciò concludere che, ancor prima della fondazione ufficiale del Collegio, i bassanesi ebbero la straordinaria opportunità di frequentare esponenti di primo piano della Compagnia di Gesù e, allo stesso tempo, di annoverare tre giovani del territorio fra i primissimi novizi dell’ordine. Alla fine del 1547 il Concilio di Trento venne temporaneamente sospeso a causa di un’ epide-

mia di tifo petecchiale (malattia infettiva trasmessa dal pidocchio in presenza di scarse condizioni igieniche) e spostato a Bologna. Nel frattempo da Padova era già partito, alla volta di Firenze e sulla via di roma per ordine di Ignazio, ottello Girolamo. In Toscana egli tenne le sue prime prediche: esperienza regolarmente riportata nelle lettere scritte al santo e dalle quali traspare un giovanile entusiasmo. Nella terra di Dante ottello Girolamo venne ordinato sacerdote, consapevole che la strada per l’emissione del quarto voto sarebbe stata lunga. Nella città del Santo, invece, si trovavano ancora Lorenzo Busnardo e Leone Zilio. Il primo, nato nel 1532, aveva quindici anni; l’altro più o meno la stessa età. Dalla corrispondenza tenuta con

Epigono di Tiziano, ritratto del doge Francesco Donà, olio su tela, 1550 circa. Collezione privata. In basso Il voto semplice di Lorenzo Busnardo scritto il 13 gennaio del 1547 in Archivium romanum Societatis Iesu, Assistenza Italia 1/b, vota simplicia 1543-1584, foglio 486.


Gian Pietro Carafa, papa Paolo IV (1476-1559), in una xilografia del XVI secolo. Sant’Ignazio e i primi gesuiti in Santa Maria della Strada a Roma, chiesa che un tempo sorgeva nell’attuale piazza del Gesù.

18 L’affresco della Madonna della Strada, nell’omonima cappella all’interno della chiesa del Gesù a Roma. Venne eseguito a cavallo dei secoli XIII e XIV.

roma dal Laynez e dal priore di Padova veniamo a sapere che nel 1548 sarebbero dovuti partire anche loro per la città eterna e iniziare così il noviziato vero e proprio con Ignazio. Proprio quell’anno però Andrea Lippomano, allo scopo di destinarlo a collegio-scuola, decise di donare il priorato di Santa Maria Maddalena ai Gesuiti, Si trattava, com’è facilmente intuibile, di una occasione davvero importante per la Compagnia, che però venne vista con sfavore da Venezia. Tale donazione, effettuata in territorio veneto a vantaggio del papa e dello Stato della Chiesa, dava di fatto luogo a una sovrapposizione di poteri economici, culturali e politici: una circostanza che, nel corso dei secoli e in varie forme, si presentò inevitabilmente ricorrente nella storia dell’ordine. E’ certo che la Serenissima si adoperò per impedire l’elargizione, come scrisse ancora Laynez a Sant’Ignazio, e che Busnardo e Zilio, in attesa del risolversi della vicenda, furono trattenuti in terra patavina a causa della loro appartenenza alla “Signoria”. Il doge Francesco Donà chiese chiarimenti al podestà di Padova Bernardo Navagero (in seguito

ambasciatore veneziano presso la Santa Sede sotto il papato di Paolo IV e poi anche cardinale); questi lodò il comportamento impeccabile degli studenti dei gesuiti, decisamente migliore di quello degli universitari, considerati molto più violenti. Il doge, convinto, concesse allora la donazione creando così il classico precedente e forse senza immaginare la portata della decisione. Un momento fondamentale per i due bassanesi, anche se poi Ignazio decise di chiamare a roma solamente Lorenzo Busnardo, accompagnato da Pietro de ribadeneira, uomo maturo e nella Compagnia già da anni (che poi diventò il primo biografo del Santo), e da un altro giovane, Andrea da Belluno. Leone Zilio, invece, venne in seguito destinato a Firenze. Il lungo viaggio di Busnardo e dei suoi compagni venne raccontato alcuni decenni dopo dal ribadeneira nella sua autobiografia, dalla quale veniamo a sapere che i tre pellegrini giunsero naturalmente a piedi - dapprima a Bologna e poi a Firenze. Qui Pietro, gravemente ammalato e assistito dai giovani compagni, venne curato da un medico, Giovanni de rossi. Finalmente,


alla fine di ottobre, arrivarono a roma dove ritrovano ottello Girolamo. Lorenzo potè così iniziare il noviziato vero e proprio, che al tempo di Ignazio cominciava con alcune significative tappe: un mese a raccogliere elemosine, un mese negli ospedali a curare e pulire gli ammalati, un mese a lavare i piatti e i cessi nella casa della Compagnia, un mese dedicato a un preciso pellegrinaggio. Il tutto sempre accompagnato da uno studio rigoroso e continuo. L’alloggio romano dei gesuiti era situato proprio dove ora si trova la chiesa del Gesù, in una località poco abitata e meglio conosciuta come Santa Maria della Strada, dal nome di un affresco della prima metà del XIV secolo, venerata come taumaturgico e caro a Sant’Ignazio. A pochi passi, inoltre, dal palazzo San Marco, divenuto in seguito palazzo Venezia; quando cioè papa Pio V lo donò alla Serenissima (che ne fece la sede della sua “ambasciata”).

Il 1552 L’anno che ora più interessa la nostra ricerca è il 1552. Sappiamo che Leone Zilio si era nel

frattempo trasferito a Firenze, dove i primi gesuiti avevano trovato un importante appoggio nel duca Cosimo de Medici e in sua moglie Eleonora di Toledo. Le potenzialità del giovane bassanese sono testimoniate dalla fiducia espressa nei suoi confronti del priore, che gli assegnò l’incarico di redigere le relazioni quadrimestri e di curare la corrispondenza con roma. Chi vorrà prendere visione della sua storia, non dovrà però cercarla sotto il nome di Zilio; a Firenze egli divenne infatti per tutti Leo Giglio firmandosi Leo Lilius. Si sa che insegnava ai novizi e ad alunni privati, ma finora non è stato possibile capire quale materia (anche se dalla specificità del suo ruolo si potrebbe forse formulare un’ipotesi…). Tornando invece a ottello Girolamo, va sottolineato che il Generale Ignazio gli affidò un incarico di grande importanza. Con pochi altri selezionati gesuiti venne inviato a Messina, all’epoca sotto la Corona di Spagna, dove nel 1553 su esplicita richiesta del Comune venne aperto il primo collegio-scuola ufficiale d’Italia retto da gesuiti. richiesta che poco dopo venne presentata

La pagina originale con l’ammissione al collegio di Roma di Lorenzo Busnardo. Il suo nome - Lorentio - è scritto subito dopo quello di Pietro de Ribadeneira nella parte superiore del testo. Primi giorni di ottobre del 1549. Archivium romanum Societatis Iesu, Epistola Nostrorum 50, f.220r.

La chiesa del Gesù a Roma in una fotografia e in una stampa del XVII secolo. Voluta da Sant’Ignazio, che non la vide realizzata, fu costruita secondo i dettami del Concilio di Trento e divenne un modello per le chiese gesuitiche nel mondo. Al progetto lavorò anche Michelangelo, ma furono dapprima il Vignola e poi Giacomo Della Porta (che ne elaborò il disegno) a conferire alla chiesa la forma che oggi conosciamo.


Copia da Tiziano, ritratto di Francisco Vargas, prima metà del XVI secolo.

Anonimo, ritratto di Pasquale Broet, olio su tela, sec. XVIII. Tepotzotlán, Museo Nazionale del Virreinato. Questo il testo sul quadro: “Il Venerabile Padre Pasquale Broet, fiammingo, nono compagno di Sant’Ignazio, fu attivo in Italia, Francia e Spagna, dove venne inviato come Nunzio Apostolico; ovunque operò numerose conversioni di peccatori, convertì eretici, riformò molti monasteri, parrocchie e sacerdoti, che poi lavorarono gloriosamente per il bene delle anime. Egli trasformava totalmente le città dove giungeva, sradicando vizi, introducendo virtù e istituendo Congregazioni di Sant’Ignazio. E questi lo chiamava Angelo”.

all’ordine anche dal Comune di Palermo, sede del vicerè, all’insegna di un nobile antagonismo con la città dello Stretto. Poiché l’insegnamento era gratuito e il livello eccellente, fin da subito le iscrizioni di bambini e giovani furono centinaia. Proprio in quell’anno ottello emise il quarto voto divenendo così gesuita a tutti gli effetti, primo bassanese a raggiungere tale traguardo.

Dopo quasi un anno di permanenza a roma l’altro bassanese che stiamo seguendo, Lorenzo Busnardo, venne inviato a Bologna per proseguire gli studi. Con lui c’era anche Giovanni Vittoria, futuro maestro dei collegi di Germania e Boemia, che già insegnava nella prima classe ed era iscritto “in accademia”. Di Busnardo sappiamo dal priore fiammingo Pasquale Broet che come gli altri studiava latino e greco e che era iscritto “in accademia”, ma a un livello più alto degli altri. Dalla lettura dei rapporti di Broet veniamo poi a sapere che il giovane bassanese era incorso in un passo falso: mosso forse da troppa sicurezza, aveva preteso che al collegio di

Padova venissero accolti - automaticamente - un suo fratello e un suo cugino. Ignazio acconsentì di ammettere in prova quei parenti, ma ordinò anche al priore di Bologna di dare un “cappello” al Busnardo, termine che nel linguaggio dei gesuiti significava rimproverare il responsabile della mancanza di fronte a tutti i compagni. Si sa che tale misura veniva spesso adottata dal Santo; più egli stimava una persona, infatti, più riteneva corretto ricorrere a questo mezzo per abituarla a dedicare l’anima a Cristo e a non ai propri interessi, secondo la particolare logica del motto “Vinciti!” che era solito ripetere. E’ del tutto probabile, però, che un’altra passione avesse nel frattempo contagiato Busnardo: quella per il gioco degli scacchi. Sappiamo infatti che Ignazio scrisse ai collegi di Bologna, Padova, Ferrara e Firenze di aiutarlo, in caso di bisogno, ma anche di considerarlo ormai definitivamente fuori dalla Compagnia. Dal 1553 in poi - dopo circa dieci anni di vita con i gesuiti - il suo nome sparisce dai documenti. Da una sua testimonianza in un processo che lo


riguardò nel 1588, si evince che Busnardo fu ordinato sacerdote nel 1553. A capire cosa avvenne a Bologna ci aiuta però una straordinaria lettera scritta in latino proprio da Lorenzo Busnardo verso il 1561, inviata al Principe Vescovo di Trento Ludovico Madruzzo, conservata nella Biblioteca di Trento e scoperta solo nel novembre 2017. Il nostro spiega che da Bologna si portò a servire come precettore l’ambasciatore di Carlo V presso la Serenissima, don Francisco Vargas, dottore in diritto canonico e in Italia dalla prima sessione del Concilio di Trento, figura di grande importanza in quel periodo storico; certo un posto di prim’ordine per il bassanese. L’ambasciatore fu richiamato nel 1557 alla corte del successore di Carlo V, cioè Filippo II, e poi inviato a roma. Il Busnardo nella lettera fa capire di avere già in progetto di raggiungerlo ma scrive al potente amico di Trento, suo coetaneo - “perché non venire invece da te?”. Una richiesta della quale, almeno al momento, non conosciamo ancora la risposta fornita dal Madruzzo.

Nell’aprile del 1552, dopo neppure un anno dalla sua ripresa, il Concilio di Trento subì una nuova interruzione a causa della vittoria a Innsbruck delle forze luterane sulle truppe di Carlo V. Di ritorno da Trento, Diego Laynez si fermò al collegio di Padova dove, ammalato, ebbe modo di scontrarsi violentemente con i novizi. Ignazio lo punì allora in maniera esemplare obbligandolo ad accettare la carica di Provinciale d’Italia, un ruolo che Laynez aborriva. Proprio in quella veste pochi mesi dopo, per la precisione sabato 14 agosto 1552, egli raggiunse Bassano chiamato dalla Compagnia dei Battuti per presenziare al rogito di un importante atto. Vediamolo: Presso il tempio del luogo detto in volgare Le selvage ovvero Il loco deli batudi, fuori delle mura di Bassano. Qui presenti i testimoni Guglielmo Patecchia fu Gerardino che abita in villa Ripa, Matteo Zanettin fu Matteo della villa di Bassano e domino Gregorio Zonta fu Francesco, tutti abitanti di Bassano. In tale luogo per amore di Gesù Cristo è riunita la scola ovvero volgarmente la compagnia dei batudi. Prè Evangelista Rizzi, rettore del monastero di san Girolamo di fuori della porta dei Leoni, governatore della detta società; prè Gasparo di Girolamo dalle Marchesane, corrector della prefata società, prè Girolamo dal Ponte fu Francesco, consigliere della società; Bartolomeo a Fossa fu Paolo, mercante di panni, consigliere; Paolo Chiuppani del fu maestro Bartolomeo, sarto; Girolamo Groppello fu ser Girardo da Marchesane; Girolamo berettaro fu Giovanni da Cittadella; Andrea Baroncello fu Alessandro; Nicola di maestro Vicenzo, arsilano pellicciaio; frate Agostino fu maestro Martino a Voltolina, ser Nicola Bevilaqua fu maestro Cristoforo; ser Giacomo dal Ponte fu Francesco, pittore, tutti cittadini e abitanti di Bassano i quali pubblicamente dichiarano di concedere e donare al reverendo Jacobo Layner (sic), teologo spagnolo e predicatore, qui in veste di delegato del capo e principe loro Ignazio di Loyola al presente abitante presso il collegio di Santa Maria in strada, tutto il luogo detto dei battuti assieme ai suoi fabbricati ovvero il tempio in muratura e l’abitazione di muro con tegole. Inoltre tutto il luogo di prati e viti contenuto da mura e una pezza di terra arata con siepi piantate,

Qui sopra Tiziano, ritratto di Carlo V con il cane, olio su tela, 1533. Madrid, Prado.

In alto, a sinistra Antonio Moro, ritratto di Filippo II di Spagna, olio su tela, 1560. Madrid, Escorial.


Giovanni Battista Moroni, ritratto del cardinale Ludovico Madruzzo, principe vescovo di Trento, olio su tela, 1552. Chicago, Art Institute. Uno scorcio su alcune logge all’interno del complesso del Castello del Buon Consiglio a Trento.

Gerolamo Bassano, ritratto di Jacopo Bassano, olio su tela, 1590. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

ugualmente chiusa da mura e con confini a est Giovanni Petucco mercante di panni, sud l’eccellente dottore in legge Alessandro Campesano, a ovest gli eredi di Vittore Campesano e a nord la via pubblica. La quale pezza di terra è di circa 2 campi e venne in proprietà della scola dei battuti da “illis de Grossis” come da atto del notaio Marco a Ripa da Bassano. E di quanto fu allora investito in detto loco il predetto prè Gaspare Groppello da Marchesane egli rinuncia oggi […]. Dopo la donazione i Battuti si riservarono solo la possibilità di accedere al tempio ogni domenica come “da antica” consuetudine. L’atto fu poi lodato anche da altri due membri dei Battuti, che non avevano potuto presenziare al rogito; rogito al quale fra i testimoni figurarono anche Francesco ottelo di Francesco, Stefano Busnardo fu Giovanni dai Casoni di Mussolente (lontano parente di Lorenzo) e Gregorio Zonta, notaio e futuro eretico. Fu dunque la Compagnia dei Battuti di Bassano, della quale facevano parte personalità cittadine (incluso Jacopo dal Ponte), a donare ai gesuiti i fabbricati che possedeva alle Salbeghe. Il luogo è quello dell’ex convento cappuccino di ognissanti (poi passato all’Istituto Cremona),

dove i Battuti già nel 1552 possedevano una piccola chiesa e una casa “di muro e tegole”. Sappiamo che, proveniente da San Vito, proprio lì si era trasferito anni prima l’eremita fra Antonio de Grandis (morto nel 1552). Fra i presenti al rogito - religiosi, mercanti e artigiani - figura anche il nome del vero promotore della donazione, colui che in seguito tentò in ogni modo di diventare (senza riuscirci) gesuita: il sacerdote Gaspare Groppello, discepolo di fra Antonio e dalla famiglia originaria di Marchesane, l’uomo al quale vennero sempre indirizzate le lettere da roma nel periodo in cui il collegio, inteso come residenza, fu attivo.

Il collegio gesuitico di Bassano, 1552-1569 E’ una data importante per i gesuiti quella che coincide con la festa dell’Assunta poiché, come abbiamo visto, proprio il 15 agosto 1534 in una cappella sulla collina di Montmartre (dedicata alla Vergine) essi pronunciarono il voto che sancì la fondazione dell’ordine. Una ricorrenza dal grande valore simbolico, che venne festeggiata anche a Bassano domenica 15 agosto 1552, oltremodo allietata dall’evento del giorno precedente. La donazione, è bene ricordarlo, non deve essere tuttavia vista come un episodio inatteso, bensì


come il risultato di una serie di contatti e trattative di fatto quasi già definite nel maggio del 1552. In diverse lettere spedite da Ignazio a Laynez, in quel di Padova, compare infatti l’espressione “collegio bassanese”. Il Santo prevedeva l’invio presso di esso, a turno e a gruppi, di gesuiti provenienti dal Nord Italia e in ogni caso da Firenze in su; confratelli che venivano avvisati per tempo e sempre per iscritto, tant’è che di alcuni di loro si conoscono i nomi: da Firenze Pietro Adriano, Ludovico da Colonia e maestro Filippo; da Bologna i padri Guglielmo, Lazzaro e Giacomo Castellano; da Ferrara Pietro Bretone e Filippo da Parigi. Va poi sottolineato che, ancora nel luglio di quel 1552, il Laynez scriveva a Ignazio che a Bassano vi era la volontà di costruire “nuove” stanze per il “nuovo” collegio: parole che rivelano da un lato entusiasmo e dall’altro il desiderio di aprire una vera e propria scuola basata su fondamenti gesuitici. Una richiesta che giunse a roma parecchi anni prima rispetto alle istanze avanzate da altre città in Italia. Come si vivesse a Bassano nel neonato collegio dei gesuiti, dal popolo sempre conosciuto quale Romitorio dei Battuti, ce lo rivelano tanto le lettere scritte e ricevute da prè Gasparo Groppello piutto-

sto che da Laynez o dal priore di Padova, quanto il nitido ricordo che ne tracciò nella sua Storia della Compagnia del Gesù quell’instancabile macchina della burocrazia ignaziana che fu p. Polanco. Questi, pochi anni prima di morire, iniziò la redazione di tale opera suddividendo anno per anno, in forma cronologica, l’enorme massa di lettere ricevute e scritte da roma finché Ignazio era ancora vivo. Dopo la donazione, nel collegio alle Salbeghe soggiornarono prè Gasparo, un eremita di nome Agostino (anch’egli discepolo di fra Antonio) e un giovane al quale si faceva scuola; fra i non bassanesi, di volta in volta, uno o più gesuiti inviati da Ignazio per collaborare nel neonato collegio (al momento inteso come residenza per gesuiti). Vi venivano inoltre accolti viaggiatori che passavano per Bassano, come pure - e questo determinò ben presto la funzione principale del piccolo ostello - coloro che per gravi motivi di salute avevano la necessità di “prendere le arie” e ritemprare in primis il corpo. L’annesso podere forniva ben poco da vivere ed, eccettuate due o tre settimane all’anno dedicate alle vigne o al grano, per il resto una rendita certa veniva assicurata dall’apicoltura; pratica

Francesco e Leandro dal Ponte, Pianta di Bassano, matita rossa, inchiostro, acquerello su carta intelata, 1583-1610. Bassano, Museo Civico.


Jacopo Bassano, La pesca miracolosa, particolare, olio su tela, 1545. Washington, National Gallery of Art. Così si presentava Bassano verso la meta del XVI secolo.

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già esercitata con successo da fra Antonio e che procurava cera e miele, quest’ultimo richiestissimo e dalla cui vendita si ricavavano ben 20 ducati; una cifra che, sommata alle elemosine, permetteva a quattro persone di vivere dignitosamente nel collegio- romitorio. Il fatto poi che prè Gasparo fosse sacerdote secolare comportava che ogni domenica egli si recasse ad aiutare nelle confessioni l’arciprete di Bassano, insegnando anche la dottrina a bambini e ad adulti: uno dei cardini dell’insegnamento gesuitico, che divenne legge per i cattolici dopo il Concilio di Trento. Interessante è sapere che al vespero egli tornava al collegio, dove ogni domenica convenivano anche gli ex confratelli per pregare, leggere le Scritture e pure per flagellarsi. Due mesi dopo la donazione del 15 agosto 1552 Ignazio comunicava da roma a prè Gasparo che era stato ammesso nella Compagnia: questi era lontanissimo dall’idea di diventare un vero gesuita con il quarto voto, ma considerò tale fatto come un premio meraviglioso. Nella stessa missiva Ignazio lo lasciava libero di cercare fondi per la costruzione di un vero collegio, dove mandare gesuiti a insegnare, ma precisando di farlo a nome personale e non della Compagnia. Lo stesso giorno il fondatore dell’ordine inviava una lettera anche a Giacomo Laynez, che si trovava a Firenze, per informarlo di questa promozione. Questi, che conosceva bene il carattere di Gasparo, rispondendo al Generale espresse il dubbio che chi fino a quel momento era vissuto “nel latte” dell’eremitaggio difficilmente potesse adattarsi a una realtà così profondamente diversa, come quella dei gesuiti. Non sappiamo invece cosa possa averne pensato

Leone Zilio, che era a Firenze con Laynez; lui, così bravo negli studi, tanto da insegnare nella scuola privata dei gesuiti e da affiancare lo stesso Laynez nella stesura del catechismo per i popoli tedeschi (come richiesto con insistenza dal re dei romani).

Per un ricercatore al lavoro nell’immenso archivio gesuitico della Casa Generale di Roma uno dei “regali” più belli è probabilmente quello di poterne consultare gli epistolari, ricchi di lettere scritte spesso in madrelingua dai protagonisti della storia che si vuol scoprire. Mentre le lettere che partivano da roma venivano trascritte solo raramente in modo completo, il Polanco (o qualche suo sottoposto) trascriveva integralmente quanto giungeva nella capitale pontificia, spesso conservando anche l’autografo. E ciò senza censura o tagli di sorta, cosicché gli originali ci svelano in profondità molto della persona che ha scritto. Questa sensazione di poter in qualche modo conoscere gli autori delle missive vale anche per quanto riguarda prè Gaspare da Bassano, le cui lettere trasmettono ancora oggi entusiasmo e simpatia, unitamente all’impressione di trovarsi di fronte a una persona semplice e spontanea. La lettera che segue, qui pubblicata integralmente, fu scritta il 10 gennaio 1553 in risposta a una missiva di Sant’Ignazio, che gli proibiva - salvo licenza straordinaria del vescovo di Vicenza - di portarsi nel Margnan a confessare le monache di San Sebastiano. La gratia et pace de Cristo nostro Signore, venerando Padre sia in nostro aiuto. Amen. Nel principio del presente mese non ho scritto alla


Casa Michieli, fra piazza Libertà e piazzotto Montevecchio, in un disegno acquerellato di G. Culluris (fine secolo XIX). Treviso, Biblioteca Civica. Il complesso conventuale di San Sebastiano in borgo Margnan.

P.V. perché ne scrissi una al padre Laynez, scrivendoli che la istessa radreciasse (indirizzasse) alla charità vostra, la qual satisfacesse. Onde, dubitando che quella non avessi recapito, però som mosso a scriver questa per avisar alla P.V. come è andato le cose de qui el mese de Decembrio. Prima, quanto alla cose temporale, abiamo fatto condure della roba per la fabrica, et cavare della arena, perché di presto voria comenzar. Vi aviso ancora come el Reverendo monsignore Aloise Priuli, gentilhomo venetiano, che è in compagnia del R.mo Pollo (il cardinale inglese reginald Pole, tra i maggiori protagonisti della Controriforma), ha scritto a Venetia che me sia dato diece scudi per aiutar a far detta nostra fabrica, perché li avea scritto, et ancora ad altri, a Venetia, domestici; ma niente fin qui compare, et pocca speranza mi vien data. Mi par che, se anchora pur un diece scudi mi venisse, che mi contentaria, apresso qualche danaro che noi habiamo cavati del frutto delle nostre ape, pur non staremo de principiare, sperando di perficere con l’aiuto del nostro Signor. Circo mo le cose spirituale, prima quanto alle cose nostre, et della Compagnia che qui venghono, si mantiene secundo el solito, et credo etiam con qualche augumento di bona voluntà. Circa poi in altri prossimi, come è di andar alla pieve de la terra nostra di Bassan a predicarli, se li va ogni domenica, et doppo che è insegnato alli fanciulli la instituta cristiana; il che fa uno sacerdote della Compagnia, che qui da noi venghono la domenica, li facio una predicha su uno pergolo basso con assai satisfatione, il che lo demonstra la grata audientia, et agumentatione

di persone, et el jorno di Nadale lo arciprete nostro mi fece tanta istantia, che mi bisognò montar sul pergolo grande. Io assai recusai, per non aver quella sufficientia che in tal locco bisogneria, ma esso disse: Resolvi tutte le tue difficultà sopra di me, che così voglio io. Et lui molto si satisfà del mio dire, et è homo assai intelligente. Onde quel jorno della Natività predicai sul pergholo comune alli ordinarij predicatori, et etiam el jorno della circumcisione; ma, domenica doppo la epifania, volsi retornare sul mio pergoleto. Pur però con consenso del preditto arciprete, fui a parlarli, pregandolo che fusse contento che lì retornasse, et lui mi disse: Fa mo quello che ti par meglio. Sto su quel basso per più boni respetti: prima perché è più comodo per li auditori, per respetto del sentare; poi, perché ho pocca voce, et ivi mi sono più vicini gli auditori cha dal grande pergolo; poi, che è quel che importa più, perché sul mio basso pergholeto mi par che ho ardimento, et chel Signore me dia qualche pocco de spirito; che quando vado sul grande, non so trovar né spirito, né quasi altro; sichè starò sul basso, che così anche par a quelli che hanno spirito, quali dicono che sul basso ho più spirito cha sul alto pergolo. Farò ridere la paternità vostra con queste mie bagatelle. Li aviso ancora come questa Natività nel nostro Bassano sono communicate da cinquecento persone. Credeva che fussero manco, ma quello ha numerato li comunichini, dice che sono da 500. Queste sono delle relige (reliquie/frutti) assai del padre Laynez, el quale quando predicò qui, fece una predica esortando a frequentar la confessione et communione, onde per assai tempo ogni mese per fin a 300 se communicavano; ma è resolta incirca 60, over 80, che ogni mese se communicano, delli quali molti io confesso. Et avanti questa Natività doe intere settimane fui occupato in confessione; et se li fusse stato alcuno delli nostri, credo che molti più sarianno comunicati. Per gratia del nostro Signore avemo assai buon populo, el qual ci porta assai veneratione alla Compagnia, et maxime perché avevano gran veneratione alli nostri eremiti padre Antonio, et perché siamo de soe relige (suoi frutti), et chel padre Laynez ha conversato qui con questi

25 Sebastiano del Piombo, ritratto del cardinale reginaldo Polo, olio su tela, 1540. San Pietroburgo, Hermitage.


padre, et per le sue bone predicationi, perciò el locco nostro è abuto (tenuto) in assai precio, onde poi, quando la paternità vostra manderà qui alcuno buon Padre exemplare, se farà buon frutto al Signore nelli prossimi. Ancora avisamo come questo advento recevi circa quatro lettere da un Padre da bene, et amico della Compagnia, cioè ce porta a quella gran affetto, il quale è quello che vien in visita per nome del R.mo nostro ordinario, nelle qual sue lettere me esortava che confesasse le monache de s. Sebastianno per questo advento, aciò in tanta solemnità non restassino senza la communione; onde prima non mi moveva per sue sole lettere, ma etiam mi scrisse che faria cosa agrata, et che aquisteria gratia apresso el nostro epiLucas Cranach il Giovane, ritratto di Caterina d’Austria, scopo, el qual è proprio episcopo, non suffragaminiatura olio su piastra, 1553. neo, onde quando hebi quelle lettere, lo sequente Cracovia, Museo Czartoryski. jorno voleva partirmi di casa, aciò le monache, venendo a parlarmi, non mi trovassero; pur volsi restare per non turbare lo nostro episcopo; et così vene le done a recercharmi che li attendesse per questo advento, et che passate le feste speravano poi che lì veniria il Padre. Io, come scrissi, m’avevano ben rechiesto, ma li dissi che non pensava li fusse ordene, et così procuravano di aver un altro. Ho dunque confesate dette done, et communicate, et veramente, li miei Padri, con gran contento mio, et suo: mio, per el frutto che spero per gratia del Signore se habia fatto, che invero le povere done ne avevano gran bisogno. Era circa 6 mesi che non eranno confesate, et dirò, per quello ch’io compresi, che penso sia forsi anni 10 che pocco aiuto in Dio hanno avuto da soi confessore, onde le bone religiose sono molto consolate, in tanto che quasi uno ore (una sola voce) dicevano alla madre priora: adesso siamo nate, et m’anno tanto instato che non le volgiamo arbandore (abbandonare), onde li ho detto che in casi particulari se li darà aiuto; ma per essere ordinario confessor, non li sarà ordine. Me disse la madre: almeno ti potessimo aver per un anno per confessore. Et così me son consolato per la loro utilità, et liberatione de alquante anime vicine al baratro della disperatione, le quale sono aiutate per gratia del Signore, et in hilaritate serveno mo a quello per gratia de Dio. Nella nostra terriciola avemo

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boni monasteri, degni di ogni aiuto per la loro honestà et povertà. Ne altro per hora resta, che a di raccomandarsi molto alle sante orationi delle paternità vostre et del dottor Olave (Martino olave, dottore teologo gesuita), soave et pio, et del nostro padre Hieronimo Ottello. La sua madre è molto infirma. La visito alle volte. Adesso non si sente cose eronee dala casa sua, quali tutti al detto padre Hieronimo se aricomandano. Lo vostro in Jesu servo Padre Gasparo Gropello Da Bassan, alli 10 genaro 1553 El nostro compagno frate Augustino eremita, molto se aricomanda alle paternità vostre, et al padre dottor Olave. Scordava di avisar alla charità come alli 12 decembrio 52 recevi le lettere della P.V. che mi consolò, non solum l’anima, ma le viscere corporale, per la charità che in quelle se comprende verso di (me).

L’entusiasmo di prè Gaspare si ridimensionò all’inizio di quel 1553. Il suo amico eremita, che aveva scelto di condividere con lui l’esperienza gesuitica aveva abbandonato il luogo, probabilmente andando a san Vito a vivere di nuovo in modo più semplice e causando nel Groppello dubbi profondi sulla sua scelta e le sue vere possibilità. Una bella lettera di Sant’Ignazio in risposta ai suoi dubbi, nella quale si ricorda l’appoggio che poteva sempre trovare nel suo “molto amico” Laynez, e la ripresa dell’attività nel piccolo collegio fecero in modo di far passare il brutto momento al buon Gaspare. A Bassano in quei mesi l’aveva raggiunto da Modena il gesuita Guarico Deodato, mandatovi anche per riprendersi da una grave malattia. Coloro, purtroppo, che non arrivarono mai a Bassano furono i sacerdoti maestri richiesti per avviare concretamente la scuola. Tanto più, per quanto oggi si sa, che la buona volontà di prè Gaspare si scontrava con la dura realtà economica di quegli anni: il Comune, pur molto interessato alla cosa, si trovava infatti nell’impossibilità di presentare una proposta seria e a lungo termine, tale cioè da poter essere valutata dal Generale di roma, invece sempre più sollecitato e ricercato da città di grande importanza.


Cristóvão Lopes, ritratto di Giovanni III di Portogallo, olio su tela, 1553 circa. Lisbona, Museo di San Rocco.

Il ritorno del “bassanese” p. Simon Rodrigues Eppure non mancarono presso il collegio di Bassano ospiti a dir poco illustri, in relazione alla storia gesuitica europea. Nelle sue lettere, per esempio, prè Gaspare salutava con affetto e amicizia il dottor Martino olave (spagnolo, laureato in teologia e filosofia a Parigi dove aveva insegnato prima di diventare il cappellano di Carlo V e di entrare poi nella Compagnia come plenipotenziario del nascente collegio romano), il quale non dimenticava di fermarsi a trovarlo durante i suoi viaggi. Su tutti emerge però la figura di p. Simon rodrigues, che nel 1555 visse alcuni mesi a Bassano. Questi era uno dei due compagni di Sant’Ignazio che nel 1537, giunti da Venezia, si erano stabiliti presso la chiesa di San Vito, ospiti di fra Antonio. Portoghese, egli ricoprì un ruolo di grande rilevanza fin dalla nascita della Compagnia, tanto da divenire il primo di una lunga serie di gesuiti che furono alla corte di re e regine. Egli divenne infatti confessore e maestro di re Giovanni III il Pio e di sua moglie Caterina d’Asburgo (sorella minore di Carlo V). Si può quindi ben comprendere cosa significasse per un fedelissimo del papa venire a conoscenza dei segreti di un reame allora ancora potente come quello portoghese. A Coimbra egli aprì uno dei primi collegi-scuola gesuitici d’Europa e i giovani che si votarono alla Compagnia furono davvero innumerevoli. A differenza di Ignazio, il cui carattere rifletteva la rude formazione militare, Simon rodrigues amava gli sfarzi di corte, al punto che giunse a interpretare a modo suo le regole della Compagnia, rischiando così di dar luogo a un pericoloso scisma. Sta di fatto che, richiamato all’ordine dal papa e dal generale, fu costretto a rientrare a roma (con un capolavoro diplomatico per non offendere i sovrani, ai quali veniva sottratto il “buon padre confessore”). Qui venne giudicato da una commissione di quattro religiosi e condannato a due anni di semi-isolamento e all’esilio perpetuo dal Portogallo, dove furono in molti ad abbandonare l’ordine. La Compagnia però era salva. Gli fu imposto di non frequentare più le corti, e di non tenere alcuna forma di corrispondenza con esse, consentendogli però di disporre di una pensione dorata. Simon

rodrigues avrebbe potuto infatti godere ogni anno di 20 scudi d’oro, somma di tutto riguardo per il tempo e mai elargita prima a un gesuita. Egli si propose allora di andare in Terrasanta, compiendo il voto che aveva espresso a Venezia nel 1536 e che non aveva poi potuto mettere in atto. Fu così che nell’estate del 1554, raggiunta la capitale della Serenissima, si imbarcò con un amico non gesuita in una nave che trasportava, assieme ad altri, anche il nuovo governatore di Cipro, con corte e familiari al seguito. Ma appena fuori dalla laguna la nave venne fermata da una galea, con l’ordine di rientrare al porto: il temibile pirata ottomano Dragut, “a volte turco a volte francese” come spesso si presentava, era entrato nell’Adriatico e la presenza di passeggeri spagnoli a bordo avrebbe potuto provocare incidenti. Tornato sulla terraferma p. Simon scrisse a Ignazio di non stare bene, comunicandogli che non si sarebbe imbarcato una terza volta per andare in Terrasanta, più impaurito dal mare che dal rischio di trovarsi ai remi, prigioniero dei turchi. Così Ignazio, pur rimproverando con taglienti parole il confratello perché “un voto è un voto”, alla fine accettò la decisione di Simon di recarsi a Bassano, dove questi giunse nell’aprile del 1555. Non avendo più sue notizie (Simon rodrigues non aveva documentato i suoi spostamenti con lettere a roma), Ignazio incaricò p. Nadal - di ritorno dalla Germania - di verificare se il portoghese si trovasse effettivamente da prè Gaspare, ai piedi del Grappa. Questi, ricevuta la visita di p. Nadal in luglio, scrisse allora a

Uno dei rari ritratti di Simon Rodrigues in una stampa del XVII secolo. In basso Il pirata e ammiraglio Dragut (1485-1565), vicerè di Algeri, era noto con il nome di “Spada vendicatrice dell’Islam”.

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I voti semplici di Gaspare Groppello, scritti a Roma nel 1556. Archivium romanum Societatis Iesu, Assistenza Italia 1/b, vota simplicia 1543-1584, foglio 470.

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Sant’Ignazio, sostenendo di essere “l’opposto” del basco, ma anche ricordando al santo quando proprio lui, partendo da Vicenza, era venuto tra “montanneas de Bassano” a trovarlo mentre pensava veramente di morire. Solo poco tempo dopo, nel mese di ottobre, p. Simon lasciò Bassano per tornare dapprima a Venezia e poi a Padova. Inaspettata era caduta la neve e il suo fisico ne aveva risentito, così come peraltro era accaduto l’estate precedente, particolarmente torrida. Nella tarda primavera del 1556 egli scrisse infatti a roma che non sarebbe più tornato a Bassano, perché la stanza del romitorio nei mesi caldi diventava un “forno”. La sua presenza ai piedi del Grappa aveva però nuovamente alimentato le speranze di prè Gaspare di aprire la scuola, speranze incrementate anche dal desiderio da parte di un fratello di ottello Girolamo (del quale non si conosce il nome) di entrare nella Compagnia. Aspettativa condivisa pure da Ignazio che, proprio in questo frangente, scrisse a ottello esortandolo a convincere il proprio congiunto a intraprendere un passo così importante. Il destino, tuttavia, non favorì il sospirato progetto. Nel 1555 morì Giulio III, papa molto vicino ai gesuiti, e al soglio pontificio salì Marcello II, che però si spense solo dopo tre settimane. Fu quindi la volta del duro Paolo IV: duro, perché questi affidò al controllo dell’Inquisizione romana le

procedure relative all’elezione di parenti, anche minorenni, che aspiravano a ricoprire alte cariche ecclesiastiche, così come quelle che normavano l’attribuzione di particolari benefici. Una rivoluzione che determinò un pesante clima di insicurezza. Non a caso alla sua morte vennero bruciati diversi archivi e l’Inquisizione tornò a svolgere il ruolo di tribunale della coscienza degli eretici. Anche Ignazio, sempre più infermo, viveva ormai i suoi ultimi mesi. Morì l’anno successivo (il 31 luglio 1556) lasciando un vuoto quasi incolmabile, tanto che la Compagnia impiegò ben due anni per riuscire a riunire i delegati da tutta Europa ed eleggerne nel 1558 il successore. Questi fu individuato nella persona di Giacomo Laynez, dopo un 1557 che venne descritto dai protagonisti come il peggior anno passato dalla Compagnia, di fatto esercito senza comandante. A peggiorare la situazione, solo venti giorni dopo la morte di Ignazio, scomparve (a soli quarantacinque anni) anche il dottore e teologo Martino olave, amico di prè Gaspare e affezionato a Bassano. Di quel travagliato 1556 l’Archivio di roma ci regala una preziosa testimonianza, dalla quale risulta che prè Gaspare Groppello giunse a roma, forse per il funerale di Ignazio o per quello dell’amico. In bella copia egli consegnò il suo voto di semplice obbedienza alla Compagnia: un


Leandro Bassano, ritratto di Cristoforo Compostella, olio su tela, 1582. Bassano, Museo Civico.

atto non dovuto e solo simbolico, ma che venne molto apprezzato. Nel 1557 lo ritroviamo, in compagnia di prè Girardo Lapidano, nel suo eremo-collegio, ormai considerato a tutti gli effetti una sorta di sede staccata di Padova e indicata per quanti desideravano ritemperarsi nel fisico e nello spirito. Prè Gaspare si convinse che la difficoltà di aprire la scuola e conseguentemente di trovare fedeli da affiliare alla Compagnia fosse dovuta alla sua infelice localizzazione, così al di fuori della mura cittadine. Notizia che apprendiamo da una lettera inviatagli dall’amico Laynez nell’ottobre del 1557 in risposta a quanto aveva scritto prè Gaspare, che lo informava di aver cercato una casa in centro. Laynez chiarì l’equivoco, smorzando le speranze del sacerdote bassanese: la Compagnia non avrebbe più aperto una scuola gesuitica a Bassano. Tra il 1557 e il 1558 la Compagnia ricevette infatti la richiesta di aprire quasi cento scuole in tutt’Italia, dalla Valtellina alla Sicilia: si trattava di un’opportunità importante, sia per i piccoli centri sia per le città più blasonate. A fronte di tale significativa sollecitazione, i gesuiti risposero affermativamente solo alle realtà maggiori e, soprattutto, in grado di esprimere effettive potenzialità nel lungo periodo. La lettera di Laynez termina comunque con un benevolo saluto “all’eremita di san Vito, a prè Evangelista (rizzi?), a prè Girolamo (dal Ponte?) e al padre di Leo Giglio”, ciò a dimostrazione di un affetto particolare per i bassanesi. Prè Gaspare rimase nella Compagnia, ma ormai per lui si trattava solo di un collegio. Possiamo allora immaginare con quale animo, inviato nel 1559 come testimone a Cordignano presso Ceneda (oggi Vittorio Veneto), prè Gaspare abbia raggiunto il palazzo del nobile Antonio Altan, che aveva manifestato ai gesuiti il desiderio di aprire una scuola di teologia praticamente in mezzo ai campi! In quella circostanza l’ordine aveva mandato da Venezia p. Simon rodrigues il quale, presa visione del loco, scrisse a roma che la questione era molto semplice: il nobile era innamorato del suo “luogo como prè Gasparo de Bassan”. Dalle lettere che egli spedì da Cordignano apprendiamo di un suo pesante litigio (al quale assistette pure prè Gasparo) con

il proprietario: a quest’ultimo il gesuita, prima di tornarsene sdegnato nella capitale lagunare, fece capire che era impossibile aprire una scuola di teologia in quel luogo e che, semmai, sarebbe stato meglio localizzarla a Udine, cioè lungo la strada per i Paesi luterani. Dal 1560 le lettere da e per Bassano diventano sempre più rare: sono quasi inesistenti negli epistolari dell’Archivio Generale dei Gesuiti. E’ molto probabile che la corrispondenza, a partire da quella data, sia conservata nei fondi delle Province gesuitiche. Nel 1563 era infatti nata la Provincia Veneta, ma fino a quell’anno tutto il Nord Italia faceva parte della cosiddetta Provincia Longobarda e prima ancora di quella Italiana. E’ comunque indicativo il fatto che non si trovino più lettere destinate al Generale. Se le missive spedite da Bassano mancano, possiamo però reperire quelle inviate dai bassanesi che si trovavano altrove. Per esempio di Leone Zilio, partito quasi vent’anni assieme al Busnardo e ora docente presso il collegio romano. Sappiamo che nel 1562 si ammalò gravemente e che gli venne consigliato di recarsi a Padova o a casa sua. Tuttavia, quando aveva ancora le forze per affrontare il lungo viaggio, preferì rimanere a roma per non lasciare senza maestro i suoi scolari. Nell’ottobre di quell’anno iniziò a sputare sangue e a dicembre morì. La

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Pagina a fianco, il complesso della chiesa di San Vito a Bassano in una fotografia di Massimo Calmonte e nel particolare di un dipinto di Anonimo, della seconda metà del XIX secolo, conservato nella canonica.

La chiesa di Ognissanti, già dei Cappuccini, in una foto del 1960 circa.

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Si ringrazia l’Archivium Romanum Societatis Iesu per aver gentilmente concesso la pubblicazione dei documenti relativi alla corrispondenza fra gesuiti (prot. 307 del 30.7.2017).

notizia della sua scomparsa si rinviene nelle lettere ricevute dai compagni che si trovavano a Trento dove dal gennaio dello stesso 1562 era ripreso il Concilio (fra questi il Polanco). Sono gli stessi anni nei quali Lorenzo Busnardo iniziò a investire i guadagni di giocatore professionista di scacchi acquistando varie proprietà a Mussolente e a Casoni (continuando comunque, in quella veste, a frequentare le corti d’Europa). Prè Gaspare, rispettoso delle decisioni assunte da Laynez, abbandonò il sogno di aprire la scuola bassanese. Tanto più dopo la morte dell’amico, avvenuta nel 1565, e l’elezione a suo successore, quale Generale dell’ordine, di San Francesco Borgia, che non ebbe con la nostra città alcun contatto. Altri bassanesi intrapresero poi con successo, dopo Leone Zilio e Lorenzo Busnardo, l’erta via per diventare gesuiti: fra questi ricordiamo Cristoforo Compostella e il teologo Antonio Trentin, che meriterebbero una storia a parte. Il primo fu autore nel 1584, in piena crisi vocazionale, di uno studio che permetteva di stabilire con esattezza fino al 4° grado i diversi livelli di parentela di una coppia di sposi: uno strumento molto utile ai parroci, soprattutto a quelli dei centri minori. Il secondo, che fu rettore del collegio di Parma, venne ricordato in patria dalle sorelle con una bella epigrafe, ora conservata nel lapidario del chiostro di San Francesco. Le relazioni fra roma e i gesuiti bassanesi, comunque, continuarono ancora con l’arciprete Benedetto Compostella, fratello di Cristoforo, che molto si adoperò per mantenere “viva la fiamma gesuitica” nella nostra citta, come riconobbe peraltro anche il Groppello che nel 1579 era divenuto pievano di San Zenone degli Ezzelini.

Prè Gaspare e il collegio di Bassano ci salutano con un documento importante, che regala nuove informazioni sulla nascita del convento dei Cappuccini alle Salbeghe e sulla chiesa di ognissanti. Un luogo di culto che ha visto intrecciarsi la storia dei primi gesuiti a Bassano con quella dei confratelli dei Battuti. Jesus, Pax Xpi. Amen. Molto reverendo in Cristo Padre. Havendo a li jorni passati recevuto una del maestro Cristoforo Compostela, subito feci l’officio di darla a suo

fratello Benedetto et alhora scrissi a V.R. acciò quella dicesse a m. Cristoforo quello che haveva fatto: et etiam doppo ho parlato con maestro Ludovico Badia, al quale m. Cristoforo commise il suo negotio et cose. Et il detto m. Ludovico scrive il suo parere a m. Cristoforo, che sarebe che’l se transferisse in qua, et alhora se accomodarebe tutte le sue cose con belo modo: il che anche io sarei di questa openione, et insieme vederessimo di accomodar le cose con pace et satisfatione de tutti, et anche potrebbe molto jovare a la sua sanità questa mutatione di aere, a ciò fortificato potesse operar né la vigna del Signore. Et venendo potrà star a suo piacere qui con noi al nostro eremo, ove non haverà se non da edificarsi et da accendersi nel divino servitio. Così anche pregamo la R.V. che, occorendo passar de qui li vostri et nostri charissimi Padri e fratelli, li sia ordenato che non passino senza visitar l’eremitorio, nel quale saranno ben trattati con ogni charità, sì da me, come anche da capuccini: et li sarà etiam maior comodità di stantie che non eranno, imperochè di presto sarà accomodato un dormitorio, ove saranno sei celle oltra le altre che havevamo, et adesso se fa una chiesa, perché quel oratorio che havemo non capisse il populo che tanto frequenta l’eremitorio, nel quale ci sonno quattro messe, tre de capuccini, et la mia. Et la festa si predica almeno una volta al jorno et spesse volte due fiade (volte), cioè la mattina et doppo compiuto il vespero. Laudato sia il Signor che ci fa veder alegrezza de tanti sudori nel edificar questo locco, il quale sarà mò a servitio et de capuccini et di V.R.P. et mi sarà alegreza sempre veder di quelli de la Compagnia […]. Servo in Christo Gaspare Gropello, da Bassan a li 31 zenaro 69.

In conclusione mi piace rivolgere un pensiero particolare al sacerdote Gaspare Groppello che, armato solo di buona volontà e di… miele, portò a Bassano alcuni degli uomini destinati a scrivere a caratteri indelebili la storia del Cinquecento in Europa. E questo, con lo scopo nobilissimo di aprirvi una scuola destinata a tutti. Stefano Zulian


NUMERI ORDINARI N° 1 Alberto Parolini 2 Castellano da Bassano N° N° 3 Bartolomeo Gamba 4 Antonio Gaidon N° N° 5 oscar Chilesotti N° 6 Tiberio roberti N° 7 Giuseppe Lorenzoni 8 Plinio Fraccaro N° N° 9 Pietro Colbacchini Bortolo Sacchi N° 10 N° 11 Giovanni Montini N° 12 Giovanni Volpato N° 13 Jacopo Apollonio N° 14 Lazzaro Bonamico N° 15 F. e L. dal Ponte N° 16 Giovanni Miazzi N° 17 Bartolomeo Ferracina N° 18 Antonio Marinoni N° 19 Antonio Baggetto N° 20 Jacopo Bassano N° 21 San Bassiano N° 22 Antonio Suntach N° 23 I remondini N° 24 Pietro Stecchini N° 25 Gina Fasoli N° 26 Luigi Fabris N° 27 Giambattista Volpato N° 28 Sebastiano Chemin N° 29 Giambattista roberti N° 30 Ezzelino da romano N° 31 Teofilo Folengo N°  32 Giusto Bellavitis N° 33 Danilo Andreose N° 34 Giovanna M. Bonomo N°  35 Giuseppe J. Ferrazzi N° 36 Giambattista Verci N°  37 Giuseppe Betussi N° 38 Giambattista Brocchi N° 39 Jacopo Vittorelli N° 40 Domenico Freschi N° 41 Giuseppe Barbieri N° 42 roberto roberti N° 43 La Battaglia di Bassano N° 44 Francesco Antonibon N° 45 Pietro Menegatti N° 46 Giuseppe Frasson N° 47 Pietro Fontana N° 48 Giacomo Angarano N° 49 G. Vanzo Mercante N° 50 Giovanni Brotto N° 51 Il Millennio di Bassano N° 52 I Larber N° 53 orazio Marinali N° 54 Angelo Balestra N° 55 Giuseppe Bombardini N° 56 Francesco Vendramini N° 57 Francesco roberti N° 58 Miranda Visonà N° 59 Guido Agnolin N° 60 Elisabetta Vendramini N° 61 ottone Brentari N° 62 Achille Marzarotto N° 63 Gino Pistorello N° 64 Francesca roberti

NUMERI PUBBLICATI DAL 1989

1989 1989 1990 1990 1990 1990 1990 1990 1991 1991 1991 1991 1991 1991 1992 1992 1992 1992 1992 1992 1993 1993 1993 1993 1993 1993 1994 1994 1994 1994 1994 1994 1995 1995 1995 1995 1995 1995 1996 1996 1996 1996 1996 1996 1997 1997 1997 1997 1997 1997 1998 1998 1998 1998 1998 1998 1999 1999 1999 1999 1999 1999 2000 2000

N° 65 N° 66 N° 67 N° 68 N° 69 N° 70 N° 71 N° 72 N° 73 N° 74 N° 75 N° 76 N° 77 N° 78 N° 79 N° 80 N° 81 N° 82 N° 83 N° 84 N° 85 N° 86 N° 87 N° 88 N° 89 N° 90 N° 91 N° 92 N° 93 N° 94 N° 95 N° 96 N° 97 N° 98 N° 99 N° 100 N° 101 N° 102 N° 103 N° 104 N° 105 N° 106 N° 107 N° 108/109 N° 110 N° 111 N° 112/113 N° 114 N° 115/116 N° 117 N° 118 N° 119 N° 120 N° 121 N° 122 N° 123 N° 124 N° 125 N° 126 N° 127 N° 128 N° 129 N° 130 N° 131 N° 132

Aurelio Bernardi Zaccaria Bricito Antonio Viviani Domenico Conte Domenico Maria Villa Antonio Bernati Tito Gobbi Bortolo Zanchetta Giovanni Balestra Pietro Malerba Ferruccio Meneghetti Fratel Venzo Niccolò Leszl Antonio Marcon Gregorio Vedovato Bruno Baruchello Luigi Vinanti Sebastiano Baggio Virgilio Chini Luigi Viviani Alessandro Campesano Giorgio Pirani Guido Cappellari roberto Cobau Francesco Facci Negrati Luigi Zortea Villa Morosini Cappello Giovanni Lunardi Alfeo Guadagnin Carlo Paroli Vigilio Federico Dalla Zuanna Francesco dal Ponte il Vecchio Pietro e Giuseppe Longo I Bortignoni Giuseppe Zonta Giovanni Bottecchia Andrea Secco Giuseppe ruffato Tommaso Tommasoni I fondatori dell’orfanotrofio Cremona Prospero Alpini Quirino Borin Teresa rossi rampazzi Pietro roversi Don Domenico Brotto Don Antonio Dalla riva Guglielmo Montin Monsignor Egidio Negrin Arpalice Cuman Pertile Antonio Andriolo Primo Silvestri Bortolo Camonico I Passarin Castelli e battaglie di Ezzelino III I Giacobbi Maggiotto Marco Sasso Pietro Bonato Melchiore Fontana Guglielmina Bernardi Unitalsi - Gruppo di Bassano Luigi Chiminelli Leone Carpenedo Efrem reatto Pacifico Pianezzola La Carrozzeria Pietroboni

2000 2000 2000 2000 2001 2001 2001 2001 2001 2001 2002 2002 2002 2002 2002 2002 2003 2003 2003 2003 2003 2003 2004 2004 2004 2004 2004 2004 2005 2005 2005 2005 2005 2005 2006 2006 2006 2006 2006 2006 2007 2007 2007 2007 2007 2008 2008 2008 2008 2009 2009 2009 2009 2009 2009 2010 2010 2010 2010 2010 2010 2011 2011 2011 2011

N° 133 N° 134 N° 135/136 N° 137 N° 138 N° 139 N° 140 N° 141 N° 142/143 N° 144 N° 145/146 N° 147 N° 148/149 N° 150 N° 151 N° 152 N° 153/154 N° 155 N° 156 N° 157/158 N° 159 N° 160/161 N° 162 N° 163 N° 164 N° 165 N° 166/167 N° 168/169 N° 170 N° 171/172

Gianni Visentin Mons. Ferdinando Dal Maso Noè Bordignon Don Didimo Mantiero Luigina Trentini Aristide Nonis La Filarmonica Bassanese Mons. Giulio De Zen Pietro ragazzoni Giovanni Battista Ferrazzi La Brigata Estense Prè Lorenzo Busnardo Palazzo Sturm Bortolo Busnardo Giuseppe Sorio I Muzzarelli Mario Dalla Palma romeo Bertin Il Patronato San Giuseppe Antonio Faccio Natalino Andolfatto Bernardo Tabacco Il Cuamm Bassano - Sara per l’Africa Mons. Vincenzo Borsato Sandro Scrimin Daniello Bernardi Luigi Carron Palazzo Bonaguro La Fontana Bonaguro I Gesuiti a e da Bassano

NUMERI SPECIALI N° I La Carrozzeria Fontana N° II  Il Giardino Parolini N° III  Gaetana Sterni (IIa edizione 2001) N° IV  Il C.A.B. N° V La Grande Guerra N° VI Il Club Alpino Bassanese N° VII Maria Prosdocimo Finco N° VIII Lo Scautismo bassanese N° IX  L’arte orafa veneta N° X  Il colore a Bassano N° XI Il castello di Bassano N° XII Il rotary Club di Bassano N° XIII Palazzo e “Illustri” roberti N° XIV Il Gruppo “Bresadola” N° XV Il Lions Club di Bassano N° XVI L’oreficeria Balestra N° XVII La Fondazione Don Cremona N° XVIII 25 Anni di Premio Cultura N° XIX L. Bonfanti e il Museo dell’Auto N° XX Antonio Bianchi N° XXI La Società Tennis Bassano N° XXII I 100 anni del rotary International N° XXIII I 25 anni del Panathlon Club Bassano N° XXIV M. Cremona ed E. Vendramini N° XXV La Croce rossa a Bassano N° XXVI Il CIF di Bassano N° XXVII La Battaglia di Arresto N° XXVIII I 20 anni di Casa Sichem N° XXIX I 25 anni dell’A.I.B. N° XXX Le chiese della Fond. Pirani-Cremona N° XXXI I Tottene di Bassano N° XXXII Tarcisio Frigo N° XXXIII Antonio Alban

2011 2011 2012 2012 2012 2012 2012 2013 2013 2013 2013 2014 2014 2014 2014 2014 2015 2015 2015 2015 2016 2016 2016 2016 2016 2017 2017 2017 2017 2018 1990 1991 1991 1991 1992 1992 1993 1993 1993 1995 1996 1996 1999 1999 2002 2002 2002 2003 2003 2003 2004 2005 2005 2006 2007 2008 2008 2009 2010 2012 2012 2015 2018


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