L'Illustre bassanese

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nel 1989

distribuzione gratuita

LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

I NOVANT’ANNI DI CASA GEROSA BIMESTRALE MONOGRAFICO DI CULTURA

N° 193/194 • SETTEMBRE-NOVEMBRE 2021


Città di BASSANO DEL GRAPPA


Copertina Il cortile interno di Casa Gerosa nel 1936 (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

PER I NOVANT’ANNI DI CASA GEROSA

È

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un numero particolare, questo, dedicato a celebrare un anniversario significativo per noi bassanesi: come appare già dal titolo, infatti, si tratta della ricostruzione storica di una realtà cittadina, la cui attività di accoglienza e assistenza, sempre dispensata con sensibilità e professionalità, è unanimemente riconosciuta. Non è certo una casualità che nel 2013 l’Amministrazione civica, allora presieduta dal sindaco Stefano Cimatti, abbia conferito il prestigioso Premio San Bassiano, Sezione sociale, alla Congregazione delle Suore di Carità (note come di Maria Bambina), per il ruolo umanitario svolto a favore della comunità. Un riconoscimento confermato quest’anno, in piena pandemia, dal sindaco Elena Pavan, con la consegna del Premio Città di Bassano del Grappa al personale di Casa Gerosa, unitamente ai medici, agli infermieri e agli operatori dell’Ulss 7 e delle altre Case di riposo cittadine. La monografia che qui introduciamo illustra le peculiarità di Casa Gerosa, rivelandosi oltremodo interessante per la singolarità del taglio, poiché tratta aspetti diversi fra loro ma assolutamente complementari. Dario Bernardi, giornalista, persona di cultura e attuale direttore della struttura assistenziale, ne riassume qui la storia, partendo proprio dai fondamenti spirituali che ne hanno determinato la nascita. Agostino Brotto Pastega, fine ricercatore e divulgatore, si sofferma invece sull’evoluzione della proprietà, a partire dal primo Ottocento, mentre Giuseppe Busnardo, naturalista e botanico apprezzato a livello internazionale, descrive quanto resta dello storico giardino che cinge il complesso a sud.

e belle pagine di questa pubblicazione sui 90 anni di storia di Casa Gerosa, eretta da m. Antonietta Sterni, bassanese, sesta superiora generale della nostra famiglia religiosa, rendono visibile, anche attraverso la documentazione fotografica, il compito che ella riteneva assegnatole dalla Provvidenza per tutto l’Istituto: consolidare-cementare-far ingrandire (lett 10.XII.1931). Non per sé o per la sua gloria - era molto schiva e umile - ma per manifestare la carità di Cristo verso chi era povero, bisognoso di cura, ignaro dell’amore di Dio. In Casa Gerosa, m. Sterni aveva voluto raccogliere le suore stanche e malate. Ad esse, domandava la preghiera e l’offerta del sacrificio a favore di chi era nei servizi apostolici, soprattutto nelle Missioni, e per la Chiesa. Alle suore ivi impegnate nei vari servizi, richiamava concretezza nel voler bene, dedizione e competenza, fedeltà rigorosa alla vocazione di carità. Casa Gerosa oggi ha un volto ben diverso dalle origini; la sua opera è specchio delle trasformazioni sociali, ecclesiali e di Istituto. Nel travaglio dei vari passaggi, essa ha cercato strade per essere dinamicamente fedele al mandato della carità verso le suore anziane e malate, allargandolo a laici e religiosi: donne e uomini accomunati nella fratellanza in Cristo e nella umana sofferenza. Ora continua la sua missione valorizzando la professionalità e l’umanità di laici nell’assistenza, nelle cure medico-infermieristiche, nella direzione, nell’accompagnamento della larga ‘famiglia’, che costituisce l’attuale Centro Polifunzionale. Grazie a tutti. La nostra Santa Gerosa ci aiuti.

Direttore de L’Illustre bassanese

Superiora Generale delle Suore di Carità di Maria Bambina

Andrea Minchio

m. Annamaria Viganò

L’ILLUSTRE BASSANESE - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita

… dal 1989

ANNO XXXI n° 193/194 - Settembre/Novembre 2021 - Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 R.P. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Andrea Minchio - Redazione: Livia Alberton, Elena Trivini Bellini, Antonio Minchio, Elisa Minchio, Chiara Favero Hanno collaborato: Dario Bernardi, Agostino Brotto Pastega, Giuseppe Busnardo, Carlo Bramezza, Manuela Lanzarin, Elena Pavan, m. Annamaria Viganò Stampa: CTO - Vicenza - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © COPYRIGHT Tutti i diritti riservati EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)

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gni muro ha la sua storia, e ogni storia è storia a sé. Sono gli eventi, le scelte, gli uomini a fare la differenza. I muri di Casa Gerosa a Bassano del Grappa di vita alle spalle ne hanno tanta. 90 anni, per l’esattezza, il 1° dicembre di quest’anno. 90 anni in cui la struttura ha visto passare la parte più fragile della nostra comunità, quella per la quale l’accoglienza, una presa in carico mirata, l’umanità possono fare la differenza. Con Casa Gerosa sono cresciuta. I miei ricordi di bambina prima di adolescente e donna poi, mi portano a rivedere questa imponente struttura, “casa” delle suore, che nel corso degli anni è cresciuta, si è modificata, ha allargato le sue braccia verso una nuova parte della popolazione. Casa Gerosa per i Bassanesi è una istituzione, ma la sua fama esce dai confini del territorio e viene riconosciuta per la sua capacità di erogare servizi di qualità. Tutto parte dalle Suore di Carità delle Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa più comunemente chiamate Suore di Maria Bambina, ordine fondato nel 1832, e arriva ai giorni nostri quando Casa Gerosa si è trasformata in un efficiente e moderno Centro Polifunzionale che non solo accoglie al suo interno un Centro Servizi per Anziani non autosufficienti con 90 posti per religiosi e 34 posti per laici, ma ha anche 10 posti letto dedicati ad Hospice delle Cure Palliative dell’Ulss 7 Pedemontana. Un importante presidio di Sanità e Sociale territoriale che negli anni ha sempre saputo essere un punto di riferimento non solo per la nostra comunità religiosa, ma anche per chi nel fine vita ha necessità di un luogo che lo possa accogliere e accompagnare.

La lunga storia di Casa Gerosa segue un unico filo, che nei 90 anni della sua vita non si è mai spezzato. È quello di rappresentare non solo per il territorio bassanese, un punto di riferimento di accoglienza e di risposta. Lo è stato e lo è attraverso la presenza della Comunità di Suore di Servizio e lo sarà ancor più nell’imminente futuro per la Comunità di accoglienza per anziani laici autosufficienti, secondo quello che è stato un percorso voluto e concordato dall’Ulss 7 Pedemontana e la Conferenza dei Sindaci. Se le Suore nel corso degli anni ne sono state il cuore e l’anima con i loro gesti di carità e la loro vicinanza alla popolazione, la storia moderna della struttura non si discosta dal passato nei gesti di inclusione e nella costruzione di un percorso di ascolto e di sostegno. Un rifugio prezioso che il tempo ha aperto al mondo laico e che la Regione ha saputo supportare con l’accreditamento che ne ha consolidato la rinnovata mission. E così le vicende di questa struttura meravigliosa che per tanti anni ho osservato da cittadina, si sono incrociate con quello che ora è il mio ruolo. Da assessore alla Sanità e al Sociale della nostra Regione ho il compito di leggere i bisogni del territorio e di trasformarli in risposte concrete, di convogliare le buone idee e farle diventare eccellenti pratiche. Eccomi di nuovo accanto a questa struttura che ad un passato glorioso avvicina un grande futuro. Buon compleanno Casa Gerosa, 90 anni e non sentirli. Manuela Lanzarin

Assessore a Sanità, Servizi sociali, Programmazione socio-sanitaria della Regione Veneto


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a novant’anni Casa Gerosa è al servizio della comunità, in particolare delle fasce di popolazione più deboli e bisognose di assistenza. Celebrare questa ricorrenza ci offre così l’occasione per rendere omaggio ad una storia di straordinaria generosità che oggi appare indissolubilmente legata alla comunità in cui si è prima insediata e quindi sviluppata, attraversando le epoche e i cambiamenti che si sono succeduti in questo lungo arco temporale. Rispetto al 1931, quando fu costituita Casa Gerosa, si può dire che tutto sia cambiato, solo una cosa è rimasta immutata: la sensibilità e l’attenzione verso la persona. Ed è proprio questo spirito che oggi anima il Centro Servizi per anziani non autosufficienti e l’Hospice che trovano ospitalità nella struttura, in perfetta concordanza di visione e di intenti con l’impegno dell’Ulss 7 Pedemontana per garantire ai cittadini servizi territoriali di qualità, non solo efficaci sul piano sanitario ma anche arricchiti di quella profonda sensibilità umana che sempre deve accompagnare la presa in carico dei pazienti e delle persone non autosufficienti. Per queste ragioni, Casa Gerosa rappresenta oggi un punto di forza nell’offerta di servizi residenziali nell’area Pedemontana e un modello al quale ritengo che possano guardare con interesse anche le istituzioni e tutti gli operatori del settore. Per queste ragioni, se è vero che ogni traguardo raggiunto rappresenta anche un nuovo punto di partenza, sono certo che Casa Gerosa abbia ancora una lunga storia davanti a sé tutta da scrivere. Carlo Bramezza

Direttore Generale dell’Ulss 7 Pedemontana

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CITTÀ DI BASSANO DEL GRAPPA

i sono luoghi a Bassano dove la vita conserva intatto il suo vero significato, basta solo varcarne il portone per lasciarsi alle spalle la fretta troppe volte inutile delle nostre giornate e riallineare nel giusto ordine ciò che è necessario e ciò a cui si può facilmente rinunciare. Casa Gerosa è uno di questi luoghi: perfettamente inserita nel contesto cittadino, sia dal punto vista urbanistico che, ancora di più, sociale, e allo stesso tempo lontana da ciò che non è sostanza. Una comunità di cura fisica e morale, un rifugio dove cercare conforto, una dimora per religiose che ha saputo precorrere i tempi mettendo sempre nuovi servizi e spazi a disposizione di chi è malato, di chi è solo, di chi si trova a vivere un momento di difficoltà. Ho letto con grande interesse la storia di questa Casa: novant’anni vissuti intensamente, con coraggio, passione e profonda fede. Un luogo premiato con due tra i massimi riconoscimenti cittadini, il Premio San Bassiano, assegnato nel gennaio 2013, e il Premio Città di Bassano del gennaio 2021, condiviso con le varie realtà che ci hanno sostenuto nell’affrontare il dramma che ha colpito il mondo intero. Con sincerità e gratitudine posso dire di essere l’orgoglioso Sindaco di una città dove generosità e lungimiranza riescono a compiere piccoli miracoli come Casa Gerosa. Nel silenzio e con fiducia qui si vive, e si tocca con mano ogni giorno, la speranza. Elena Pavan

Sindaco di Bassano del Grappa

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CASA GEROSA

La mission di prendersi cura del prossimo 6

Premessa Questa storia muove i primi passi sulle rive occidentali del lago d’Iseo. Il borgo di Lovere, perla bergamasca, è una delle mete più ambite per chi imbocca a nord di Brescia la direttrice verso la Val Camonica e si lascia catturare da uno degli ambienti lacustri più belli d’Italia. Per coloro che vi arrivano è naturale venire attratti dal piccolo porto, che sembra calato dalle pendici dei monti. Questo angolo di pace invita a sostare piacevolmente. Qui nel 1832 per iniziativa di Bartolomea Capitanio attracca un’impresa di Dio che dà inizio a un Istituto religioso femminile libero dai rigori della vita claustrale in auge al tempo. Le figlie spirituali di Bartolomea sono chiamate ad essere “suore di carità per compiere le opere di misericordia” e a vivere in comunità tra loro con lo stile proposto da Gesù. La Capitanio, che vive solo 26 anni senza mai lasciare Lovere, ha in Caterina Gerosa, più tardi suor Vincenza, di 23 anni più grande, la sua compagna di avventura. Solo Dio può unire due personalità tanto diverse tra loro e porle a fondamento di una grande iniziativa disponendo che siano aiutate

da don Angelo Bosio, un prete tutt’uno con il Vangelo. L’Istituto dopo la morte della Capitanio e con la guida ispirata della Gerosa conosce in pochi anni una significativa crescita di giovani adesioni soprattutto nel Nord d’Italia, fino ad allargarsi successivamente in tutto lo Stivale e ad ogni confine della Terra. Da subito le Suore di carità si impegnano nelle scuole per combattere la dilagante piaga dell’analfabetismo, entrano come infermiere e ausiliarie in molti Ospedali, Sanatori e Manicomi, sono attive nelle Carceri, negli Orfanotrofi e nelle Comunità di accoglienza. La loro innovativa e multiforme presenza si incarna con la vita delle parrocchie e dialoga con le Istituzioni civili. Con la storia delle “Suore di Carità delle Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa” (questa la denominazione canonica della Congregazione), dette comunemente “Suore di Maria Bambina” perché custodiscono nel loro Santuario di Milano un simulacro miracoloso della Mamma di Gesù (altra vicenda tutta da gustare), ci fermiamo qui sperando in pochissime righe di aver suscitato nel lettore la voglia di approfondire la vita e le opere di queste due donne dell’Ottocento, proclamate insieme sante nel 1950. Il filo rosso di questo Numero de L’Illustre bassanese riguarda invece i 90 anni di Casa Gerosa a Bassano del Grappa che ricorrono il 1° dicembre 2021. Oggi essa è un moderno e ristrutturato Centro Polifunzionale che ospita un Centro Servizi per anziani non autosufficienti (90 posti per religiosi, 34 per laici) e l’Hospice delle Cure Palliative dell’Ulss 7 Pedemontana con 10 posti letto. Accanto a queste Opere è attiva una Comunità di Suore di servizio e sta prendendo forma - proprio in quest’anno novantesimo di fondazione - anche una Comunità di accoglienza per anziani laici autosufficienti secondo la programmazione concordata con l’Ulss 7 Pedemontana e la Conferenza dei Sindaci. Ma andiamo a novant’anni fa. Tutto porta a Bassano Nel finire degli Anni Venti del secolo scorso


Madre Antonietta Sterni (1867-1937), missionaria e fondatrice della casa di cura.

l’Istituto delle Suore di Maria Bambina, fondato il 21 novembre 1932, che conta già numerose comunità nel Triveneto - allora diviso in tre province religiose: Venezia, Trento e Udine - cerca una casa per poter accogliere e assistere le proprie Suore anziane o malate. Il progetto prende forma subito dopo l’elezione a Superiora Generale di Antonietta, al secolo Teresa, Sterni. Per felice coincidenza, nata proprio a Bassano del Grappa il 27 febbraio 1868 in una famiglia che si distingue per tradizioni cristiane e impegno verso i poveri. Il papà gestisce in città una libreria cattolica. Teresa è educata in un collegio privato e a 24 anni entra tra le Suore di Maria Bambina. Scelto il nome di Antonietta, compie in pochi anni un percorso che la porta a svolgere delicati compiti di responsabilità nell’Istituto, con la valorosa parentesi di infermiera nei campi di battaglia della prima Guerra Mondiale. È eletta Superiora Generale nel Capitolo del 1931. Muore il 5 giugno 1937, poche settimane dopo la sua rielezione. La Sterni sale alla guida dell’Istituto con la fama di Superiora rigorosa e severa. Tale reputazione le è affibbiata dal fatto che come stretta

collaboratrice delle sue due predecessore, le Superiori Generali Ghezzi e Starmusch, riserva a se stessa i compiti di richiamo e di ammonizione “per lasciare che le Madri fossero e apparissero soltanto Madri”. E sarà così anche per lei. Madre Antonietta Sterni la si può senza dubbio definire una Illustre Bassanese, e a farlo per primo è Il Prealpe (glorioso periodico di cronaca e costume veneto fondato nel 1906 da Silvestro Silvestrini), che nel numero del 16 settembre 1934, canta le lodi dell’“esimia concittadina che all’opera delle Missioni dedica la sua intelligente attività”. Il giornale si riferisce all’imminente partenza da Milano - sede centrale dell’Istituto - di un bel gruppo di giovani suore missionarie in India. Infatti uno dei maggiori impegni del settennato di governo della Sterni è la presenza dell’Istituto in terre lontane. Accanto alle 71 nuove comunità che la Sterni apre, se ne contano ben 17 in Asia. Nominata Generale, la Sterni senza indugio e con lo zampino prima e l’autorizzazione dopo del vescovo di Vicenza Ferdinando Rodolfi, individua in una Villa, con annessi terreni e parco, nell’immediata periferia di Bassano il luogo adatto per l’ambizioso progetto fortemente richiesto anche dalla Superiora Provinciale Clementina Azzini a nome e per conto di numerose sorelle inferme per anzianità o per malattia. Riportano le Cronache: Al governo dell’Istituto presiede Madre Antonietta Sterni, la Madre degli internati di Katzenau. Ha conosciuto gli orrori della guerra 1915-1918 e ha nel cuore la carità di Cristo. Segue lo sviluppo delle opere e con immensa pena vede tante giovine energie venir meno nella fatica e venerande anziane esauste dal lavoro. Urge per loro un’oasi di pace e riposo. E nella Madre è la visione di Bassano, la Sua cittadina natale ai piedi del Grappa. Sì, qui deve aprirsi la Casa e senz’altro cominciano le ricerche. Una Villa con parco meraviglioso situata alla periferia della città attira l’attenzione. È silenziosa ed isolata, fa proprio al caso. S’iniziano le trattative con il proprietario, avv. Polidoro, e la Villa con immenso sacrificio è in mano

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I lavori di costruzione del complesso, avviati nel 1934: sullo sfondo si distingue la villa Parolini Polidoro, poi inglobata nel nuovo edificato (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

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all’Istituto. La Villa appartiene agli eredi della nobile famiglia bassanese di Alberto Parolini (1788-1867), insigne botanico e naturalista conosciuto ben oltre l’Italia. Nel 1909 la vecchia casa padronale con gli undici ettari di terreno del fondo Parolini figura già passata in eredità alla nobile Giulia Agostinelli di Paolo, sposata Polidoro, e nel 1919, alla morte della signora Agostinelli, l’intero fondo arriva per via ereditaria ai figli del marito Luigi Polidoro: Vincenzo, Alberto e Maddalena. Da ultimo, alla morte del padre, l’intero fondo è diviso fra i due figli, Alberto e Vincenzo Polidoro. Ed è appunto nella porzione di Vincenzo che viene a trovarsi anche la Villa, immediatamente comprata con atto notarile del 30 novembre 1931 n. 5925 del notaio Dal Sasso di Bassano dalla Congregazione delle Suore di Maria Bambina. La Cronista, per nostra fortuna, il 1 dicembre 1931 è testimone oculare e fedelmente riporta una scena da incorniciare: Il Grappa è incappucciato e l’aria frizzante sferza il viso. Il piccolo drappello di Suore sosta dinanzi al cancello della nuova abitazione. È con loro l’Economa Generale, suor Cristina, e conduce seco il Portinaio, il Protettore, il vero Economo della Casa che si apre: San Giuseppe. Sulla

soglia della porta rivolta all’immagine sacra invoca: San Giuseppe, amico del Cuor di Gesù, per questa Casa pensaci Tu (questa statua di San Giuseppe è ancora ben conservata ed esposta nel corridoio principale del pianoterra di Casa Gerosa). Compito di questo primo gruppo di Suore è di prendere atto della situazione dell’edificio acquistato e di fare da avamposto al fine di predisporre tutto il necessario per l’arrivo delle prime Suore anziane e malate. L’importanza della Villa Polidoro e l’imponenza del parco nascondono però una realtà molto sobria se non addirittura misera: Gl’inizi sono duri. Sorella povertà regna sovrana. Una sedia in tre, un piatto in triplice servizio, una pentolina in prestito, notti insonne per frate freddo, il tutto condito da una sana allegria fonte di coraggio e costanza. Ed ecco la magnifica sala a specchi ed affreschi ridotta a graziosa Cappellina, i sotterranei a cucina e dispensa, le stanze a francescane camerette. E gli aiuti piovono da ogni parte: letti e materassi, stoviglie, biancheria, pentole e tegami, ogni bene di Dio. In un mese tutto è pronto e la casetta attende le nuove ospiti. Il 1932 segna pure l’arrivo delle prime Ospiti: Le prime Suore sono veterane reduci dai


Stato di avanzamento dei lavori: l’edificio è quasi completato e le coperture sono già a buon punto (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

campi della carità, consumate dalla fatica e dal lavoro. Varcano la soglia con un poco di titubanza, quasi con paura. Hanno nell’anima tanta pena per ciò che lasciano e mille ricordi fanno ridda nel cuore. E ne giungono altre, altre ancora. Si fa la spola più volte al giorno dalla Villa alla stazione; l’umile simpatico asinello, moderno autotrasporto della Casa, conosce ormai la strada a meraviglia e torna e ritorna carico dei poveri fagottini e con tanta pazienza negli occhi. E la scena si ripete, si ripete per tutto il ‘32. Ormai l’ambiente rigurgita: quaranta e più sono le Suore a riposo, la Casa più non le contiene e sui campi di lavoro attendono altre ferite, altre esauste. Che fare?.

Un’opera monumentale Il biennio 1932-33 conferma la scelta della Superiora Generale Sterni: Bassano è la sede propizia per costruire una Casa di riposo per le religiose dell’Istituto che operano nel Triveneto. Il dado è tratto: si decide di intraprendere l’edificazione di una grande Struttura, per l’epoca sicuramente “monumentale”, che conglobi l’antica Villa e risponda nel miglior modo all’accoglienza e all’assistenza delle Ospiti. Si affida il progetto

a un abile progettista, l’ing. Fausto Scudo e il 13 dicembre 1933 il gesuita p. Roncalli benedice la posa della prima pietra. Nelle profondità delle fondamenta - riporta la Cronaca con la pergamena ricordo, vengono sepolte centinaia di medaglie e di crocifissi, umile contributo delle Suore in riposo che invocano benedizioni sulla nascente casa. I lavori veri e propri iniziano il 3 gennaio 1934. Al giorno d’oggi edificare un grande edificio di quattro piani, più solaio e sotterraneo, è un’impresa impegnativa e complessa, pur con tutti gli ausili delle avanzate tecnologie edili e meccaniche, ma pensiamo novant’anni fa: quanta fatica! Nessun ostacolo però ritarda i lavori che fervono incessantemente: Un centinaio di operai sono addetti alla costruzione: capomastro, muratori, falegnami, fabbri. E le impalcature aumentano mentre le mura s’innalzano: uno, due, tre, quattro piani e ali a destra e a sinistra e terrazze grandi e piccole, una meraviglia! L’opera procede alacre, seguita con immenso amore dall’architetto e dall’intelligente Superiora, che, instancabilmente, fazzoletto bianco in testa ed ombrellino, si aggira intorno alla costruzione, sorvegliando ed impartendo ordini. Ma che cosa si sta edificando? Come sarà

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L’intera struttura, ormai completata nel 1935, consta di cinque piani e 116 vani, oltre a uno stabile di due piani e 17 vani destinato ai servizi (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

questa nuova Casa? Facciamoci condurre dallo stesso progettista ing. Scudo: La nuova costruzione sorge a sud della vecchia Villa Polidoro, è collegata mediante un corridoio della lunghezza di 27 metri. Consta di un piano seminterrato piano terra e tre piani superiori. Nel seminterrato, ben illuminato, trovano posto i principali servizi: cucina, frigorifero, impianto di riscaldamento e depositi vari. Il piano terra, che si colloca allo stesso livello della Villa è adibito a camere da letto, refettorio e locali di rappresentanza. Dal corridoio di nord si accede alla cappella la cui facciata si innesta al fabbricato. I tre piani superiori sono completamente adibiti a camere da letto e provvisti di refettorio e sala di ricreazione. Hanno tutti l’accesso ad una tribuna nella chiesa e due terrazze all’aperto. Sia l’interno che l’esterno dell’edificio sono improntati a grande semplicità di linee e di decorazioni. Attiguo al vecchio fabbricato è stata ricavata l’abitazione del cappellano, del tutto indipendente e con ingresso separato. La chiesa ha l’abside rivolta a levante. È capace di contenere comodamente le 150 Suore che la Casa

può ospitare. Le due costruzioni vicine all’abside servono per sagrestia e alloggio per il custode, con ingresso pure indipendente. Da qui si discende al sotto chiesa vasto ambiente pieno di luce. Anche la chiesa è di linee assai semplici: ha tre altari in marmo. Il principale dedicato alla beata suor Vincenza e i secondari, quello di destra alla Beata Capitanio e quello di sinistra alla Santa Bambina. Stante quanto riporta l’ing. Scudo e riferendoci ai dati del catasto bassanese possiamo rilevare che al suo componimento, nel 1935, Casa Gerosa comprende una struttura per le Suore di cinque piani complessivi e 116 vani e uno stabile di due piani e 17 vani per servizi e adiacenze. Da allora, se si eccettuano alcune cessioni di terreno avvenute nel frattempo a favore del Comune di Bassano per la realizzazione del viale Alcide De Gasperi, l’affitto nel 1993 di un vasto terreno a sud della proprietà per la realizzazione di un parcheggio pubblico, e alcuni ampliamenti del corpo originario, il suo aspetto esterno che dà sulla via Ognissanti col parco alberato intorno e i prati - fino a non


Un particolare del complesso: in primo piano la luminosa veranda. La chiesa della Natività di Maria e Santa Vincenza Gerosa, consacrata nel 1952 dal Vescovo Egidio Negrin (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

molti anni fa coltivati a orto e ad allevamento di animali da cortile e non solo -, il tutto recintato da un cordone murario in cotto e sasso, è rimasto immutato fino a oggi. Durante l’intenso cantiere del 1933-35 le Suore non stanno a guardare. Mentre al di fuori operai, ed operai lavorano indefessamente, anche all’interno le Suore moltiplicano la loro attività. Si preparano materassi, guanciali, biancheria e altro, e poiché mancano le macchine i fiocchi di lana escono soffici e leggeri dalle mani stanche e rugose ma esperte, nel maneggiare un tempo bende o ad accarezzare teste di bimbi. E la veranda presenta un vero spettacolo di vecchine che, curve pregano e lavorano. I lavori coinvolgono numerose ditte del bassanese, ad esempio nelle Officine di Mario Milani, non si perde tempo e ne escono lettiere, stipi, tavolini tutti color del cielo e presso numerose famiglie si tagliano e confezionano a centinaia i capi di biancheria. Tutto sarà bello, tutto sarà nuovo e intanto si dà il pane a tanta povera gente. Corre veloce anche l’anno 1935. E così si ar-

riva all’inaugurazione che non poteva non essere fissata il 21 novembre, anniversario di fondazione dell’Istituto. Due anni di fatiche, di sudori, di lagrime e il meraviglioso monumento è in piedi. Non un incidente, non una disgrazia turbò l’imponente lungo lavoro. Il momento solenne è la benedizione della nuova chiesa che si vuole dedicare al “S. Cuore e ad onore della Beata Gerosa” per cui si attende l’arrivo del vescovo Rodolfi. Freddo intenso, ma aria di festa tutto intorno. Macchine, carrozze e altri veicoli fanno ressa sulla strada che dal Tempio Ossario conduce a Santa Croce. Arrivano a Casa Gerosa (così si battezzerà la nuova opera) Superiore e Suore dalle tre Province Venete. È una data cara anche per l’Istituto e coincide con l’inaugurazione del nuovo Cenacolo che, tutto parato a festa, ride e si rizza solenne e signorile nell’Anfiteatro delle ultime propaggini del Grappa. Quando sua Ecc. Mons. Ferdinando Rodolfi entra nella meravigliosa Chiesa accompagnato dal canto dell’Ecce Sacerdos Magnus, il cuore freme. Il Vescovo benedice il nuovo Tempio poi sale l’altare per il S.

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Pagina a fianco Una curiosa immagine di un prospetto interno di Casa Gerosa. Nel 1936 la struttura contava 93 suore, delle quali 55 a riposo (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

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Sacrificio e celebra insieme alla comunità dei crocifissi viventi, siccome tali si possono considerare le religiose inferme che qui trovano pace, riposo, ristoro, forza, virtù e generosità, per santificare la malattia e per chiudere nell’amore di Dio la vita verginale immolata nella carità. La chiesa - si riscontra in successive relazioni inviate alla curia diocesana - è di stile novecento moderato con l’abside in mosaico moderno. L’edificio sacro è attiguo alla Casa e comunicante con i reparti delle Suore anziane e malate, le quali da ogni piano possono accedere alla chiesa da una tribuna riservata. Più volte è messa mano alla chiesa e ai suoi altari, ma fin dalla sua costruzione chi entra non può non essere colpito dall’affaccio delle tre tribune. Sarà consacrata molti anni dopo, il 2 luglio 1952, da Egidio Negrin, vescovo di Ravenna-Cervia e già arciprete abate di Bassano, che la dedicherà alla “Natività di Maria e a S. Vincenza Gerosa”. La chiesa merita una visita anche per ammirare il crocifisso ligneo che porta con se una storia da raccontare. L’opera è voluta dall’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe (18481916) che ne fa dono alla chiesa del carcere femminile di Venezia, dove dal 1856 sono a servizio le Suore di Maria Bambina. In data non conosciuta, per volontà delle carcerate, il crocifisso viene donato alle Suore per ringraziarle dell’impegno profuso in carcere durante una grave epidemia. Così la croce viene trasportata nella Casa Provincializia di Venezia. Nel 1958 la chiedono in prestito le Suore di Crespano in occasione della visita pastorale del vescovo Girolamo Bortignon, un prestito mai più restituito a Venezia. Solo il 14 maggio 2005 il crocifisso arriva a Bassano e dopo un accurato restauro da parte dell’artista Umberto Drago, trova la sua definitiva collocazione il 30 luglio successivo tra il mosaico dorato di rose e croci dell’abside della chiesa di Casa Gerosa. Ai suoi piedi è posta la scritta “regnavit a ligno Deus” mentre alla testa del Cristo è riposta la corona di spine opera di Raffaele Minati. Ma non è tutto. Il cartiglio, con scritto il motivo

della condanna di Gesù, è riportato in ebraico, latino e greco ed è posto sulla croce il 23 marzo 2007 dagli autori dello stesso, i padri Benedettini di Praglia. Il nome della nuova struttura “Casa Gerosa” è in onore di Caterina Gerosa, prima compagna di Bartolomea Capitanio e prima Superiora Generale dell’Istituto, e molto probabilmente è scelto anche perché in quel periodo è in atto il suo processo di beatificazione che si conclude il 7 maggio 1933. Negli anni ci saranno alcune varianti alla denominazione dell’Opera con l’aggiunta di “santa” o di “villa”, per poi rimanere Casa (con il richiamo simbolico che il termine ha) e Gerosa (il cognome di Caterina che nel tempo è diventato sufficiente per riferirsi con immediatezza a una delle due sante Fondatrici).

Una storia tutta femminile Compiute le fatiche delle origini, Casa Gerosa prende stabile forma e la sua articolata e complessa gestione è tutta sulle spalle e le braccia delle Suore, gli unici collaboratori laici sono impegnati nella cura del parco, nei lavori dei campi, nell’allevamento degli animali o in manutenzioni straordinarie. Tutti lavori pesanti che comunque le Suore non disdicono, ed è frequente vederle anche nel pollaio, nel recinto dei maiali, nella stalla delle mucche. Quella di Casa Gerosa è proprio una storia al femminile: con il ritmo della quotidianità, di continui gesti di carità, di buon senso nella gestione, di soluzioni immediate a problemi spiccioli e grandi. Quanti ritratti di donne votate a Gesù che si potrebbero raccogliere e descrivere nello scorrere di questi novant’anni: ricche di spirito e concrete nell’azione, buone samaritane del prossimo, dedite agli aspetti clinico e sanitari come a quelli organizzativi e amministrativi di una Casa sempre più comunità fraterna che cresce di anno in anno di presenze. A fare l’elenco di queste eroine quotidiane si corre il rischio di dimenticarne qualcuna (basti per tutte l’elenco delle Superiori locali). Se si vogliono trovare fra tante donne delle presenze maschili, meritano di essere ricordati i due cappellani della Casa, mons.


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LE MADRI SUPERIORI 1931 suor Luigia Brusoni 1938 suor Angela Dalla Noce 1944 suor Maria Teresa Micheloni 1953 suor Angela Ghion 1959 suor Maria Teresa Micheloni 1968 suor Anna Sperotto 1978 suor Elena Graziani 1984 suor Rosaria Munari 1990 suor Paola Polzot 1999 suor Raffaella Minati 2009 suor Rita Benigni 2014 suor Nazarena Labiani 2020 suor Alma Bosetti

Guido Franchetto e don Luigi Lovisetto. All’apertura della Casa il servizio religioso è assicurato dai padri Gesuiti di Villa San Giuseppe che nel 1937 lasciano il compito a un cappellano stabile. Il vescovo Rodolfi nomina a tale ufficio Guido Franchetto forse non pensando che il prete, originario di Terrossa (provincia di Verona e diocesi di Vicenza), legherà per sempre il suo ministero a Casa Gerosa. Morirà l’8 novembre 1962 in una clinica delle Suore nel centro di Milano, una tra le opere più prestigiose e all’avanguardia dell’Istituto di Maria Bambina, dove è inviato d’urgenza da due primari dell’Ospedale di Bassano: il prof. Vincenzo Magri e il prof. Giuseppe Maestrelli, rispettivamente responsabili dei reparti di chirurgia e di medicina. Mons. Franchetto nella sua abitazione a Casa Gerosa riceve sempre sacerdoti e accoglie confratelli per soste di riposo fisico e spirituale. È disponibile ad accogliere seminaristi per periodi di convalescenza. È da molti ricercato confessore e padre spirituale. Primari e

medici dell’Ospedale cittadino si rivolgono volentieri a lui per consigli personali o per questioni morali ed etiche legate alla loro professione. Uno di loro, il prof. Vincenzo Magri lascia una testimonianza scritta nei giorni della morte del sacerdote: Mons. Guido Franchetto fu senza dubbio un sant’uomo. Quando in Ospedale c’era bisogno di lui per un estremo conforto, quando c’era da dire una parola grave con delicatezza, capitava svelto sorridente appoggiato al suo bastone a passetti rapidi. E diceva la parola grave sorridendo: circondava le situazioni più intricate d’aria leggera, umanissimo non perché non vedesse le tragedie della vita ma perché medicava l’animo umano col sorriso che sotto sotto era commozione, colleganza, amore di una misura che pochi possedevano. Era un saggio, che non aveva mai battuto moneta da erudito, saggio di una saggezza che non gli venne da una filosofia imparata sui libri, ma da un equilibrio innato dalla sua conoscenza delle umane miserie, dalla sua umiltà. Tante


Pagina a fianco Lavoro di cucito e rammendo nella veranda (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

virtù in un uomo solo meravigliano, ma non lui, che concepì la vita come un dono di Dio, con una umanità di senso cristiano, di cristiana sensibilità e di cristiano amore. A mons. Franchetto succede don Luigi Lovisetto, originario di Molina di Malo, che fa il suo ingresso a Casa Gerosa il 1 maggio 1963, proveniente dall’Ospedale Psichiatrico di Vicenza dove ha svolto amorevolmente il compito di assistente spirituale. È il tempo della riforma liturgica e il nuovo cappellano cura da subito la modifica dell’altare maggiore della chiesa che colloca al centro del presbiterio rivolto verso l’assemblea dei fedeli. La consacrazione del nuovo altare avverrà il 21 maggio 1979 per mano del vescovo ausiliare Carlo Fanton. Anche don Lovisetto, una volta arrivato a Bassano, unisce per sempre il suo ministero a Casa Gerosa. Ancor oggi alcune Suore lo ricordano come una persona molto semplice e umile, di carattere riservato, schiva da ogni complimento e apprezzamento nei propri confronti e che sapeva andare svelto all’essenziale; un uomo intelligente e colto, intuitivo e sensibile. Alla nomina a Casa Gerosa, da parte del vescovo Carlo Zinato, motivata anche dalla sua salute poco soddisfacente, si dice e si dimostra felice di dedicarsi spiritualmente a una comunità di vita religiosa. Egli accetta sereno anche il suo trasferimento, per gravi motivi di salute, nel maggio 2001 nella nuova Casa di riposo per sacerdoti diocesani di Vicenza dove muore il 3 gennaio 2003. Dopo questi due cappellani le Suore non richiedono più la presenza di un assistente spirituale stabile. Una stretta collaborazione con il clero locale, in particolare con quello della parrocchia di Santa Croce, con i religiosi Scalabriniani, Dehoniani e Cappuccini garantisce anche ai giorni nostri una quotidiana presenza per la celebrazione della Messa e altri servizi religiosi.

Una casa sempre aperta Casa Gerosa non appare mai una comunità chiusa. Esempi della sua apertura e del suo dialogo con il territorio sono la disponibilità

ad animare o ospitare incontri e attività di associazioni e gruppi di volontariato e, soprattutto, il rapporto con la parrocchia di S. Croce. Già dagli Anni Trenta le Suore sono impegnate in questa comunità, costituita a parrocchia autonoma il 7 settembre 1942, nella catechesi, nei corsi di cucito e sartoria, nell’animazione giovanile e nell’assistenza spirituale tra le fila dell’Azione Cattolica dove in modo particolare “le Suore sono impegnate a promuovere la donna verso la consapevolezza della sua dignità, del suo insostituibile ruolo, quindi del necessario sviluppo e crescita della sua persona, nella vita umana e di fede”. La stretta collaborazione con il primo parroco don Antonio Magnaguagno si fa meno impegnativa con il successore don Didimo Mantiero, entrato a S. Croce nel 1952, che promuove il coinvolgimento dei laici nell’insegnamento del catechismo e nelle varie attività parrocchiali. E così le Suore di Casa Gerosa, dopo aver formato una bella schiera di animatrici e animatori parrocchiali, sono più libere dagli impegni a S. Croce e rispondono positivamente all’abate di Bassano, mons. Ferdinando Dal Maso, che le vuole insegnanti di catechismo nella centrale parrocchia di S. Maria in Colle. Qui le Suore di Maria Bambina collaborano attivamente con le Suore della Divina Volontà, in modo particolare con suor Valeria Gorizizza, responsabile della catechesi parrocchiale, una religiosa che ha contribuito come poche all’educazione cristiana di diverse generazioni di bassanesi. Questo impegno delle Suore a S. Maria in Colle dura circa 15 anni, a cavallo anche della trasformazione del Patronato S. Giuseppe in uno dei più moderni Centri Giovanili del Veneto, e viene meno solo per l’età avanzata delle Suore.

Il vento del ’68 Casa Gerosa, fatti i conti con il secondo conflitto mondiale, periodo caratterizzato da un forte afflusso di Ospiti, e con la successiva pesante ricostruzione sociale, ritrova una propria normalità di vita negli Anni Sessanta dove il numero delle Suore si stabilizza attorno alle duecento. È proprio in questi anni che si rea-

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lizza un importante ammodernamento strutturale e tecnico-impiantistico che permette all’Opera anche di arricchirsi di moderne apparecchiature sanitarie. Così, a lavori conclusi, nel 1971 la Casa è dotata di quanto può richiedere un’assistenza al passo con i tempi. Questo ulteriore cantiere comporta la demolizione dell’antica Villa Polidoro, ormai cadente, e la costruzione di un nuova ala che costituisce un unico corpo con il resto della Casa. Il vento di cambiamento del ’68 bussa anche a Casa Gerosa. Una serie di fattori concomitanti a livello sociale, economico ed ecclesiale - fra i quali i mutamenti culturali e politici, l’emancipazione della donna, l’indebolimento della fede cristiana e la crisi della famiglia, il rinnovamento voluto dal Concilio con l’aggiornamento della vita religiosa, lo stesso processo di cambiamento interno all’Istituto e del suo rapporto con la Chiesa e il mondo - determinano tra le Suore di Maria Bambina in Italia una riduzione numerica delle vocazioni. Le Superiore comprendono che il calo vocazionale sarà inarrestabile e che per il servizio di Casa Gerosa non si potrà più contare su Suore giovani. Esse, di fatto, vengono destinate ad altre opere apostoliche e missionarie. Così a Bassano, mentre nel 1974 si tocca il record di presenze (224 Suore), arrivano molto spesso per il servizio infermieristico Suore già pensionate da strutture ospedaliere. Anche per questo Istituto religioso gli Anni Settanta e Ottanta sono caratterizzati da un forte rinnovamento. Cambiano velocemente i modi di lavorare accompagnati da una profonda riflessione sul senso del servizio. La comunità di Casa Gerosa cerca di rispondere alle sollecitazioni del rinnovamento sociale ed ecclesiale e intraprende una riflessione specifica circa l’impegno verso l’esterno dando vita, tra le altre iniziative, a un attivissimo Centro missionario. Luci che si accendono e ombre che si addensano: si comincia a risentire progressivamente della riduzione di Suore per il servizio diretto alle consorelle ammalate e aumentano sempre più le problematiche assistenziali delle stesse religiose assistite. Cresce a poco a poco la pre-

senza di personale laico, dapprima impegnato solo per i servizi domestici e ausiliari, e si susseguono rapporti con varie Cooperative per la fornitura di prestazioni lavorative.

L’apertura ai laici Sono gli Anni Novanta a segnare una trasformazione radicale e impensata fino a pochi anni prima. Grazie a un intuito prettamente femminile, le Suore ribaltano la propria Casa mettendo con coraggio le premesse dell’attuale Centro polifunzionale che si caratterizza per l’apertura e l’integrazione col sistema sanitario bassanese. Prende così decisamente avvio il cambiamento dell’organizzazione interna e della gestione dei reparti. È il tempo in cui le Suore di Maria Bambina lasciano il servizio all’Ospedale di Bassano e la loro riflessione è la seguente: “Se non possiamo più essere a servizio degli ammalati lungo le corsie dell’Ospedale cittadino, perché non apriamo la nostra Casa Gerosa all’accoglienza di laici bassanesi ammalati e sofferenti?”. Sempre negli Anni Novanta viene introdotto il primo appalto con Cooperative per il servizio infermieristico. La Superiora è affiancata da una consorella esperta in coordinamento infermieristico per l’assistenza dei malati e per l’organizzazione dei compiti affidati ai laici. Si specifica meglio il rapporto con i Medici presenti in Struttura e si intrattengono i primi rapporti con l’Ulss per stipulare convenzioni e ottenere contributi per l’assistenza. L’accelerata decisiva è dei primi Anni Duemila che coincidono anche con un grande, lungo e faticoso cantiere di ammodernamento e di ristrutturazione logistica e di un ulteriore e definitivo ampliamento della Struttura. Nasce il Coordinamento infermieristico interno e si incrementa l’apertura al territorio bassanese con un progetto che permette l’accoglienza delle prime Ospiti laiche grazie ad una collaborazione con il Comune di Bassano e al placet dell’Ulss e della Regione: Una sinergia - spiega il sindaco Gianpaolo Bizzotto il 26 luglio 2000 - voluta per fronteggiare le necessità della comunità bassanese più anziana. Gli fanno eco le Suore: Offrire assi-


Foto di gruppo per la numerosa comunità di suore che vivevano nella Casa di cura e prestavano assistenza ai malati (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

stenza e conforto a chi si trova in difficoltà, prestare attenzione agli anziani e ai malati rientrano nella missione del nostro Istituto fondato sulla carità. Animati da questo spirito, i vertici della Congregazione hanno deciso di mettere a disposizione della comunità locale le risorse e le strutture di Casa Gerosa. Una volta ultimati i lavori di sistemazione dell’edificio potremo garantire diverse camere a uno o due posti letto complete di servizi igienici. Saranno inoltre ricavati appositi locali per la fisioterapia e la riabilitazione gestiti da personale qualificato. La breccia è aperta all’ingresso di Ospiti laici. Questo percorso si completerà il 17 settembre 2008 con l’inaugurazione del Centro Myriam con 22 posti per laici, donne e uomini, non autosufficienti (oggi il Centro Myriam conta 34 posti). Intanto aumentano gli appalti a Cooperative e comincia l’assunzione diretta da parte della Congregazione di personale socio sanitario. Tra loro entrano i primi consulenti di settore e alcune figure professionali. L’economato si avvale di due laiche a tempo pieno. Parte dell’Opera è riconosciuta dalla Regione Veneto come “Casa di riposo per religiose”.

Un sogno che si avvera Nel 2001 le Suore coltivano un altro sogno: concordare con l’Ulss la possibilità di aprire Casa Gerosa ai malati terminali del territorio per attuare anche a Bassano la una nuova legge nazionale che promuove la cultura e la pratica delle cure palliative. Nel 2004 una parte dell’ampliamento della Struttura, che si affaccia verso il parco, viene affittata all’Ulss per l’Hospice extraospedaliero. Le Suore sono presenti fin dall’inizio anche in questo delicato reparto con compiti pastorali e di accompagnamento spirituale. Il 23 aprile 2004 il Direttore generale dell’Ulss Giuseppe Simini spiega con queste parole l’Hospice Casa Gerosa, il sesto aperto in Veneto: Quella che da oggi andiamo ad attivare è una struttura estremamente delicata, finora inesistente sul nostro territorio, una formula assistenziale che unisce i pregi di quella ospedaliera e domiciliare. Nella sostanza, l’Hospice di Casa Gerosa mira ad aiutare i pazienti in uno dei momenti più delicati della loro esistenza, potendo contare non solo sulla professionalità degli operatori sanitari, ma anche sull’umanità delle Suore della Congregazione di Maria Bambina.

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Lo stemma del 1931, con la croce che domina, le lettere S e C, a significare Societas Charitatis.

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Con l’avvio dell’Hospice cominciano ad entrare a Casa Gerosa i primi Volontari organizzati in gruppo e opportunamente formati: alla Associazione “Mai Soli”, segue qualche anno dopo anche l’Associazione Oncologica San Bassiano. Queste due realtà associative sono ancora presenti e attive in Hospice. Dopo dieci anni di gestione dell’Ulss, il 1 ottobre 2014 Casa Gerosa accetta di assumere direttamente la gestione dell’Hospice, portando successivamente gli iniziali otto posti agli attuali dieci. È una sfida che arricchisce tutta l’offerta assistenziale dell’Opera e stimola l’équipe multidisciplinare interna a misurarsi quotidianamente con l’accompagnamento alla morte, il fine vita e la elaborazione del lutto. Nascono occasioni impensabili, come ad esempio uno scambio culturale e professionale con l’Università di Hartford (Stati Uniti d’America), che per ben tre volte è ospite a Casa Gerosa con un nutrito gruppo di studenti in cure palliative. Fin dal 2004 si celebra a fine anno una S. Messa, seguita da un momento di condivisione fraterna, con le famiglie incontrate nel servizio delle cure palliative. Il 15 dicembre 2019 a presiedere la celebrazione giungerà a Casa Gerosa il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano.

Una nuova mission All’inizio del decennio scorso Casa Gerosa ha ormai il volto attuale e viene denominata Centro Polifunzionale, si ottengono e via via si rinnovano le Autorizzazioni all’esercizio e gli Accreditamenti istituzionali dalla Regione Veneto. La Superiora è nominata Direttore di Struttura e si avvale di un Responsabile Amministrativo e di un Coordinatore socio sanitario, prende corpo l’Ufficio Qualità e Formazione, grazie alle convenzioni con l’Ulss sono presenti in Struttura tre medici a cui si aggiunge il Responsabile clinico dell’Hospice. Si chiarisce con la Regione che la Casa di riposo religiosi è anche per i maschi (e giungono i primi sacerdoti diocesani o appartenenti a ordini religiosi) e per consorelle di altre Congregazioni. Le Suore di servizio lasciano compiti diretti e

assumono una funzione esclusiva di tipo pastorale. Casa Gerosa di fatto si ritrova in mano ai collaboratori laici, una forza lavoro quasi tutta femminile e di giovane età che ben presto supera i 150 dipendenti, di cui solo una piccola parte proviene da un’unica Società esterna, la Serenissima Spa, mentre tutto il personale socio sanitario è a dipendenza diretta della Congregazione. Questo processo si conclude il 1 settembre 2014 con la nomina del direttore laico, primo collaboratore della Superiora gestore pro tempore. Non resta che ridefinire la mission della Casa, che alla luce di novant’anni di vita si può così riassumere: “L’azione assistenziale messa in atto da Casa Gerosa persegue le linee essenziali dell’eredità spirituale di Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa: la cura e l’accompagnamento delle persone in situazione di povertà, di malattia, di fragilità psicologica e sociale, secondo quella carità che caratterizza lo stile di relazione di Cristo nei confronti di ciascuna persona. Lo fa come Casa, nel rispetto e nella valorizzazione della diversa provenienza dei suoi operatori e nelle sue differenti articolazioni organizzative e funzionali, così da trasformare la convivenza in comunità familiare. Si adopera a concretizzarlo e a testimoniarlo a tutti i livelli dei Servizi alla persona: nell’organizzazione dei processi di cura, nella promozione della salute e della vita di relazione delle persone assistite, nella speciale formazione del personale addetto. Nella prospettiva di carità, Casa Gerosa si propone anche come interlocutore delle Istituzioni locali, al fine di aprire spazi di dialogo e di incontro con i bisogni emergenti delle persone e delle famiglie delle comunità locali”.

Non solo Casa Gerosa Questo racconto (che si spera possa essere stimolo ad altri e più capaci curatori per una storia più approfondita) non può concludersi senza un’appendice riservata alla presenza delle Suore di Maria Bambina nella città di Bassano. A partire dal servizio svolto a favore dell’Ospedale Civile. È una pagina gloriosa


cominciata il 21 aprile 1854 e terminata il 17 giugno 1995, dopo il completamento del trasloco del nosocomio cittadino dalla storica sede di viale delle Fosse alla nuova e moderna struttura di via del Lotti. All’Ospedale Civile le Suore arrivano su esplicita richiesta della Direzione sanitaria e solo due mesi dopo la loro accoglienza, il Direttore scrive alla Superiora Generale Serafina Rosa: “Gli ammalati gioiscono dell’assistenza che viene loro con tanta carità prodigata, e la parola Spedale, prima pronunciata con qualche ribrezzo, torna adesso soddisfacente e gradita”. I 141 anni di presenza delle Suore in Ospedale meriterebbero un numero de L’Illustre bassanese, per raccontare la loro missione come infermiere, responsabili dei vari reparti e guide di una avviata e stimata Scuola per Infermieri. Una delle vicende che più riecheggia della loro esperienza ospedaliera in città e che merita di essere qui velocemente ripresa è legata alla Prima Guerra Mondiale, nella quale l’Ospedale di viale delle Fosse, che apre da subito le sale ai feriti e morenti, è sempre più tragicamente coinvolto. Riportiamo dagli Annali del tempo. L’inverno del 1915 è calmo: le Suore si sono fatte carico di mantenere i rapporti fra i feriti e le famiglie. Il 20 maggio 1916 comincia l’evacuazione dei paesetti lungo il Brenta. Le Suore della comunità di Borgo Valsugana arrivano a Bassano in uno stato miserando… e subito dopo giunge loro l’ordine dal Comitato Militare della frontiera di ritornare a Grigno ad assistere i soldati feriti cresciuti a dismisura nella notte. Ripartono per Grigno e ritornano a Bassano con 50 soldati feriti. Dall’Altopiano di Asiago è tutto un fuoco, moltissimi sono i feriti fra gli Alpini. Continuano i bombardamenti. L’Ospedale rimane illeso. L’8 agosto la città è di nuovo sotto le bombe e il fuoco per 4 ore. L’Ospedale vicino alla stazione è crivellato. Si portano i feriti nelle cantine. Anche la Casa delle Suore è crivellata. Nessuna è ferita. Dopo la rotta di Caporetto, Bassano è centro di guerra e rigurgita di fuggiaschi e feriti dalla Carnia, dal Cadore, da Feltre. Piombano le granate. È or-

dinato lo sgombero della città. I malati dello Spedale vengono portati alla stazione con alcune Suore che li assistono; vi si aggiungono 50 vecchi raccolti dalla Croce Rossa: tutti sono destinati alle Marche. Il 1 gennaio 1918 cadono 48 bombe sull’Ospedale. Le Suore rimaste con le infermiere si rifugiano negli scantinati. Lasciano poi Bassano, tranne cinque che rimangono col dott. Scabia. Il 1 novembre: armistizio. Dal massiccio del Grappa scendono colonne di feriti. Si riattiva l’Ospedale. L’Amministrazione richiama le suore mandandole a prendere nei vari luoghi di profugato (Milano, Roma, Marche…). Giungono a Bassano il 30 gennaio 1919, senza niente. E non trovano più niente, neanche di quello che avevano sepolto. Dopo 3 mesi riescono ad ospitare nell’Ospedale fino a 180 presenze. Un’altra significativa presenza in città delle Suore di Maria Bambina è all’Orfanotrofio maschile Cremona per il servizio agli orfani, missione vissuta dall’8 novembre 1899 al 30 settembre 1969. Fin dal loro arrivo le Suore insegnano anche nella scuola interna del Cremona con una di loro “debitamente patentata”. Anche qui, come in Ospedale, la Grande Guerra lascia una profonda ferita: dopo la rotta di Caporetto gli orfani sono profughi prima a Milano, poi a Torino e i più piccoli ad Alpignano (To). In quel triste periodo al Cremona rimane a far da sentinella solo una Suora che presto si ammala ed è sostituita dalla Superiora di Alpignano arrivata a Bassano sotto le bombe, morta di lì a poco per polmonite. Nel 1958 le Suore comunicano all’Amministrazione dell’Ente il proprio ritiro, ritenendo troppo faticoso per esse il servizio educativo in un’Opera per maschi fra i 12 e i 18 anni, con scuola professionale interna (pur se affidata a un sacerdote e due prefetti), nella quale devono quotidianamente provvedere anche al vitto oltre che all’organizzazione generale dell’Opera. Il ritiro è posticipato di un anno per la promessa, rilevatasi non concreta, che sarebbero subentrate prima le Suore Elisabettine e poi le Poverelle. La conclusione del servizio invece si prolunga di 11 anni.

Dall’alto verso il basso Lo stemma utilizzato fino al 1987. Le parole Societas sororum / caritatis / sanctarum / B. Capitanio / V. Gerosa ricorrono su nastri spezzati e disposti su cinque archetti come motivi ornamentali. Lo stemma viene cambiato nel 1988: ora raffigura la croce romana stilizzata. Le parole Sorores caritatis / a sanctis B. 7 Capitanio / et V. Gerosa sono disposte attorno all’ovale.


L’inaugurazione, nel settembre del 1929, della Colonia sanatoriale di Bassano del Grappa con l’intervento di “S. A. R. il Principe di Piemonte” (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

Il 1 febbraio 1929 per volontà del Commissario Prefettizio di Vicenza, considerato l’apprezzamento di cui godono le Suore dell’Ospedale Civile, le religiose di Maria Bambina sono richieste ed entrano nella Colonia Sanatoriale ‘Principe Umberto’, per l’assistenza infermieristica ai malati. La Colonia sanatoriale ha sede nella zona di via Cereria nei vecchi padiglioni di isolamento costruiti per la difesa sanitaria del confine austriaco, ampliati nel 1916 quando si temeva l’avanzata del colera, e abbandonati dopo la fine della guerra. Da subito questi locali sono adattati con cinquanta posti letto a piccolo “Sanatorio dei Recuperabili”, malati di tbc, per lo più giovani debilitati nel fisico e profondamente turbati nello spirito. Il principe Umberto di Savoia, a ricordo delle sue nozze, finanzia un progressivo sviluppo dell’opera sanitaria che al

giorno d’oggi ospita uffici e ambulatori dell’Ulss. Nel 1931 la Colonia arriva a cento posti letti e successivamente a 150. Oltre la struttura principale, il Sanatorio conta su diversi padiglioni sparsi in dodici fabbricati che costituiscono un villaggio giardino per l’accoglienza e la cura di malati. La comunità delle Suore in questa sede è chiusa il 31 dicembre 1972 per riduzione di risorse di personale da parte dell’Istituto religioso. Il servizio delle Suore continua però fino al 1990 come distaccamento della comunità dell’Ospedale, dal momento che esso aveva già assunto la Colonia trasformandola in reparto di Neurologia e di Lungodegenza. Infine è da ricordare la comunità delle Suore nella Scuola materna parrocchiale di S. Croce “Maria Immacolata”, voluta dal parroco don Didimo Mantiero e da mons. Guido Franchetto,


Le suore infermiere di Maria Bambina davanti alle macerie dell’Ospedale di viale delle Fosse, dopo un bombardamento della Grande Guerra (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

cappellano di Casa Gerosa. Essa è attiva dal 25 ottobre 1959 al 23 agosto 2014. A suggellare il rapporto tra la parrocchia di S. Croce e Casa Gerosa nel settembre 2008 il parroco don Paolo Traverso chiede e ottiene dalle Suore una pala da altare raffigurante le due Sante Fondatrici da porre nella chiesa parrocchiale di S. Croce.

La città non sta a guardare A questo cammino di novant’anni non è estranea la Città di Bassano e alcuni riconoscimenti lo attestano. Il 19 gennaio 2013 il sindaco Stefano Cimatti conferisce a Casa Gerosa nell’annuale ricorrenza del patrono cittadino il prestigioso “Premio San Bassiano” con la seguente motivazione “La carità dal cuore alle mani, è il motto che ispira l’opera delle Suore di Carità di Bassano. Hanno saputo costruire, mattone dopo mattone, una casa dove la parola fine alimenta la speranza di un nuovo inizio. Casa Gerosa è un rifugio prezioso, in grado di dare sollievo alla fatica del vivere di ogni per-

sona; una casa dove non mancano gesti e parole di conforto, ma dove l’unico linguaggio che conti davvero è quello del cuore”. Otto anni dopo, il 19 gennaio 2021, nella stessa ricorrenza patronale, è il sindaco Elena Pavan, in piena pandemia da Covid 19, che consegna al personale di Casa Gerosa il “Premio Città di Bassano del Grappa”, unitamente ai medici, infermieri e tutti gli operatori dell’Ulss 7 e delle altre quattro Case di riposo della città, “per aver affrontato - riporta la dedica - con coraggio e impegno una malattia sconosciuta, per aver curato, assistito e confortato i malati, tenendo loro compagnia e vegliando quando familiari e amici non potevano farlo, per aver rischiato la propria vita e perché ogni giorno guardano con professionalità e speranza alla ricerca scientifica per porre fine a un dramma che ha colpito il mondo intero”. Dario Bernardi

(grazie alla collaborazione di Madre Costantina Kersbamer)

Il Premio San Bassiano 2012, prestigioso riconoscimento conferito dalla Città di Bassano del Grappa alla Congregazione delle Suore di Carità il 19 gennaio 2013.


Domenico Gandini, Ritratto di Suor Vincenza Gerosa, Fondatrice e Prima Madre Superiore Generale dell’Istituto delle Suore della Carità, incisione su acciaio. Dal volume Memorie intorno alla vita di Suor Vincenza Gerosa, Tipografia Vescovile del Pio Istituto dei figli di Maria, Brescia 1862. Raccolta privata.

LA VILLETTA CON GIARDINO DI ANTONIETTA PAROLINI NEI SUBURBI DI BASSANO TRA OTTO E NOVECENTO

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Antonio Gaidon, Catasto bassanese, 1780 circa, Beni del patrizio veneto Girolamo Molin, particolare. Raccolta privata.

La dimora gentilizia con annesso giardino, prossima all’ex convento dei Cappuccini agli Ognissanti, qui storicamente tratteggiata e della quale oggi non rimangono testimonianze fisiche, venne tipologicamente definita nel corso della prima metà dell’Ottocento dalla nobile Antonietta Parolini (Bassano, 1790 Venezia, 1867), sorella del celebre naturalista Alberto Parolini (Bassano, 1788-1867). La presenza della famiglia con specifiche proprietà a sud di Bassano risaliva però alla seconda metà del Settecento, nel periodo quindi di maggiore affermazione socio-economica del particolare nucleo. La famiglia Parolin, documentata nel Quartiere dei Cusinati di Rosà sin dalla metà del Cinquecento, mutò il suo venetissimo cognome tronco nella forma di Parolini all’inizio dell’Ottocento in concomitanza all’acquisizione della nobiltà cittadina. Il progressivo avvicinamento a Bassano della famiglia avvenne con Giovanni Parolin, allorquando questi assunse il ruolo di gastaldo (leggasi fattore) delle monache benedettine del convento di San Girolamo di Borgo Leon. Il personaggio morì a soli cinquantaquattro anni e fu sepolto il 5 gennaio 1725 nella chiesa di Rosà, come da lui espressamente richiesto (Brotto Pastega, 1996, pp. 12-51). Ai figli Pietro Antonio, Alberto e Girolamo lasciò pochi beni posti nel Quartiere dei Cusinati di Rosà, più alcuni livelli passivi e qualche debito. Sarà con il figlio Alberto - il creatore delle fortune della Casa e nonno del naturalista omonimo - che si radicherà l’inserimento della famiglia nella società bassanese, soprattutto dopo il suo matrimonio, celebrato nel 1722, con Antonia Gnuato. Costei, oltre al

corredo nuziale ammontante a lire 1229, ricevette a più riprese da suo padre, “il signor Francesco”, un cospicuo capitale di ducati 1542. Grazie a questi “buoni apportamenti” della moglie e al suo spiccato fiuto per gli affari Alberto Parolin divenne un intraprendente mercante di sale e olio, un affidabile gastaldo e un accorto investitore di proprietà nella campagna bassanese a partire dal 1727. Sarà lui ad avviare quella serie di addizioni immobiliari che gli permisero di dare forma compiuta al suo negozio e alle cosiddette Case Parolini di Borgo Leon, affacciate sull’attuale via Beata Giovanna Bonomo. L’intraprendente mercante morì a sessantatré anni e fu sepolto non più nella parrocchiale di Rosà, come i suoi predecessori, ma nella chiesa di San Francesco di Bassano il 23 aprile 1759. Lasciava eredi i figli Giovanni, Giovanna, Francesco (padre del naturalista posto in educazione nel Seminario di Padova) e Antonio, il minore (collocato “in studio dal signor don Benedetto Borsato alli Capuzini”, non a caso nel convento dei Cappuccini agli Ognissanti). Altro segno di una certa qual predestinazione: il citato Francesco, nella divisione dell’11 novembre 1762, ricevette fra l’altro sette campi con porzione di casa posti “alli Cappuccini”, probabilmente gli stessi che si trovano intestati alla madre in un inedito Catasto prenapoleonico del 1780 circa, forse in seguito a uno scambio tra le parti. La vedova Parolin, Antonia Gnuato, sarà un’accorta e previdente amministratrice del variegato patrimonio abbandonato dal marito, al punto che, già nel 1764, dettò un dettagliato testamento con il quale assegnò una parte dei terreni di Rosà e Cusinati, avuti in pagamento della sua dote, ai figli Giovanni e Francesco mentre, come erede universale, nominò il figlio minore Antonio. Alla figlia Giovanna, nubile e residente a Cittadella, destinò solo cinque ducati, perché già evidentemente ben provvista di beni. Questa Giovanna Parolin, dalla vita alquanto impenetrabile, morì a Cittadella a soli quarantadue anni il 19 ottobre 1783 e venne sepolta nella chiesa dei Padri Riformati del luogo. Nel suo testamento, dettato al notaio


Antonio Gaidon, Catasto bassanese, 1780 circa, rilievo mappale della villa Molin-Zambelli nel Quartiere Villa, particolare. Raccolta privata.

Marino Miazzi il 16 ottobre dello stesso anno, destinò ai fratelli e agli amici numerose proprietà poste per la maggior parte in città e nella campagna bassanese del Quartiere Villa, fra le quali una confinante con il “fosso di Ca’ Molin”. L’anno prima, l’8 aprile 1782, le era premorta la madre, la più volte ricordata Antonia Gnuato, all’età di ottantadue anni. É proprio costei che, nel ricordato Catasto prenapoleonico del 1780 circa, troviamo intestataria di otto campi di terra arativa con casa colonica posti sul lato nord del Quartiere Villa e confinanti con proprietà di Ca’ Molin, ossia del patrizio veneto Girolamo Molin Zambelli (+1784), allora proprietario di quella dimora che a partire dalla seconda metà dell’Ottocento sarà riconosciuta come villa Giusti del Giardino. Nel suddetto catasto, al mappale 92, si trova proprietaria “La Signora Antonia (Gnuato) relitta Alberto Parolin” mentre al mappale 90 compare “Il Nobil Homo Signor Girolamo Molin” con diciotto campi sui quali si trovano descritti una “Casa Dominicale, Giardini, Cortile, e casa colonica”, più uno “Stradon Prativo” a mo’ di viale prospettico e una “montagnola” artificiale. La declinazione al plurale di “Giardini” rifletteva la vastità dell’allestimento arboreo, che contemplava una

Antonio Gaidon, Catasto bassanese, 1780 circa, Beni di Antonia Gnuato relitta Alberto Parolin nel Quartiere Villa, particolare. Raccolta privata.

parte lavorata secondo i dettami classici del giardino all’italiana (a sud della villa) e una parte con pittoresca “montagnola” lasciata per così dire libera secondo gli orientamenti del giardino romantico all’inglese (a ovest della villa), che erano ormai noti anche nelle terre della Serenissima. Si riporta l’inedita notizia perché molto probabilmente la proprietà della Gnuato costituì, all’inizio dell’Ottocento, la molla per l’acquisto da parte dei nipoti Alberto e Antonietta Parolini dei confinanti fondi, sui quali poi verrà edificata la casa di villeggiatura con giardino-parco. E, inoltre, per sottolineare la non indifferente influenza che su di loro ebbero il vicino giardino-parco dei Molin e, in particolare, il figlio del suddetto Girolamo Molin, ossia del senatore della Serenissima Girolamo


Antonio Gaidon, Catasto bassanese, 1780 circa, rilievo mappale della proprietà di Antonia Gnuato relitta Parolin nel Quartiere Villa, particolare. Raccolta privata.

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Ascanio Molin (Venezia, 1738-1814), che fra l’altro, la stessa Antonietta Parolin omaggiò con un ritratto da lei eseguito a lapis e inciso da Angelo Zaffonato nel 1810 circa. L’illustre personaggio aveva ricoperto le più alte cariche della Repubblica, con una forza incrollabile aveva difeso i diritti del millenario Stato anche contro l’invasione napoleonica, era altresì un raffinato letterato, attento collezionista nonché, cosa non trascurabile per il presente saggio, un eclettico naturalista che ospitò nella sua villa anche il giovane Alberto Parolini. L’area sulla quale interverranno i fratelli Parolini era già un pittoresco paesaggio sul quale si concentravano numerosi giardini storici: quello dei conti Roberti, che avevano le loro sepolture nella vicina chiesa dei Cappuccini agli Ognissanti, quello degli stessi Cappuccini i quali avevano un proprio “Giardino” e un “Bosco d’alto fusto” a sud del convento (Catasto Napoleonico, Sommarione, mapp. 1256 e 1260), quello un po’ più a est e in posizione rialzata di Ca’ Rezzonico risalente nel suo impianto al primo Settecento e, poco distante, a nord, vi erano in “contrada della Riva” quelli della nobile Eleonora Forzadura (map. 1197), del patrizio veneto Bortolomio Mora (map. 1203), dal cui casino si godeva una spettacolare vista digradante proprio verso est, che i Muzzarelli, proprietari ottocenteschi dell’immobile, chiameranno con taglio romantico “Belle vue” e quello del negoziante veneziano Nicolò Marsand (map.

1221), oggi di proprietà Guerra Nardini. All’inizio dell’Ottocento, con le mappe del Catasto Napoleonico (1810 c.), si rileva lungo la “Strada Comune Contrada delli Orfanelli”, orientata nord-sud, una variegata situazione patrimoniale in prossimità del convento dei Cappuccini. Come confinante del suddetto convento si trova un certo “Fabris Giovanni quondam Girolamo” proprietario dei mappali dal 1261 al 1268, comprendenti nell’ordine una casa padronale, una casa da massaro, due orti, due zone a prato, un’area quadrangolare adibita a “Bosco forte” e un’ampia superficie coltivata con viti e gelsi nella parte più meridionale. Al di là della strada, dove prenderà forma la villetta con giardino di Antonietta Parolini, si riscontrano i seguenti proprietari: Rolandi Giambattista con i mappali 1280, 1281, 1284, 1285, 1287, comprendenti una casa padronale, orti, prati con viti e gelsi, più un terreno coltivato; Cavalli Girolamo con i mappali 1282 e 1286 relativi a una casa da massaro e alcuni appezzamenti di terreno arato con viti e gelsi; infine Scanavacca Antonio con il mappale 1283 consistente in una casa da massaro. Si tratta di proprietà che confluiranno tutte nel patrimonio immobiliare della nobile Antonietta Parolini, probabilmente attorno agli anni Quaranta dell’Ottocento, i cui passaggi di proprietà non si sono potuti rintracciare per la mancanza delle relative partite catastali, soprattutto di quelle austriache. Sappiamo però che i fratelli Alberto e Antonietta Parolini agivano di solito in comunione quando si trattava di acquistare nuovi fondi per ampliamenti vari. Nel 1821, per esempio, acquistavano da don Antonio Chiuppani due campi di terra con una casa dominicale in rovina (che avrebbero demolito) per conferire un adeguato prospetto scenografico al loro giardino aperto su viale delle Fosse (Brotto Pastega, 1996, p. 36). Con ogni probabilità anche i numerosi acquisti fatti in contrada dei Cappuccini (poi degli Orfanelli) furono fatti in comunione e soltanto alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, come già precisato, finirono nella disponibilità della sola Antonietta in seguito a una divisione


Angelo Zaffonato, Ritratto del senatore Girolamo Ascanio Molin Zambelli, incisione a granito da un disegno di Antonietta Parolin, 1810 circa. Raccolta privata (v. Illustre bassanese n. 174, p. 26).

fra i due fratelli. Relativamente al descritto contesto, la “Carta topografica della Regia città di Bassano e del suo territorio” dell’ingegnere Giuseppe Marini, eseguita nel 1833, presenta alcune novità morfologiche. Mentre tutta l’area a sud del convento, già dei Cappuccini e allora Orfanotrofio Cremona, rimane pressoché immutata nelle destinazioni d’uso, con il giardino a nord e le aree coltivate a sud (dove cioè nel secolo scorso si identificherà il cosiddetto palazzo Polidoro), nell’area al di là della strada, a ovest (dove prenderà corpo la casa di villeggiatura di Antonietta Parolini), stante i medesimi fabbricati descritti nel Catasto Napoleonico, appare scomparsa ogni destinazione agricola, sostituita da una estesa zona verde trapuntata qua e là da vistosi dischi che sembrerebbero suggerire alberi di alto fusto e attraversata da un sentiero a esse intersecato da un tortuoso viottolo ad andamento nordsud con una risorgiva lungo il confine occidentale. La configurazione appare doppiamente sorprendente se si confronta con quella descritta nel “Catasto Austriaco dei terreni e fabbricati del comune censuario di Bassano approvato con decreto del 28 gennaio 1848” e infine nel 1850, dove riappare la consolidata destinazione agricola dei mappali presente nel Catasto Napoleonico, a questa data intestati alla sola Antonietta Parolini, senza alcuna menzione di giardino o di bosco. Lungo la strada comunale, detta allora di “Ca’ Molino”, e a ridosso

dell’ex convento dei Cappuccini, la nobile signora disponeva dei seguenti beni: map. 1261 Fabbricato per azienda rurale (già Abitazione padronale nel Catasto Napoleonico), map. 1264 Ortaglia (già Orto), map. 1265 Aratorio (già Orto), map. 1266 Aratorio arborato (già Prato), map. 1268 Aratorio arborato vitato (già “Aratorio vitato con moroni”). Il map. 1267 a sud del convento (già “Bosco forte”) appare passato a Jonoch Giuseppe sopra il quale aveva realizzato una macina con follo da lana ad acqua. Un eguale declassamento si riscontra anche nei mappali ad ovest della “Strada comunale di Ca’ Molino”, intestati ad Antonietta Parolini e dove prenderà forma la sua decantata proprietà. Si tratta dei numeri: map. 1280 Casa (già Casa padronale), map. 1281 Casa colonica (già Orto), map. 1282 Casa colonica (già Casa da massaro), map. 1284 Prato (già Prato vitato con gelsi), map. 1285 (già Aratorio vitato con gelsi); per i mapp. 1286, 1287 e 1288 risulta che mantenevano la medesima funzione agricola di “Aratorio arborato vitato” registrata nel Catasto Napoleonico. Dal raffronto tra la mappa del Catasto Napoleonico e le relative mappe del Catasto Austriaco si notano però delle sostanziali variazioni di superficie e di tipologia nei fabbricati: nel primo caso sussistevano tre corposi edifici abitativi corrispondenti al map. 1280 “Casa di abitazione”, map. 1282 “Casa da massaro”, map. 1283 “Casa da massaro”, mentre nel secondo caso sia nella tavola

Il prospetto occidentale del palazzino Muzzarelli, già Mora, con l’esedra-belvedere culminante ai lati con due pilastrini sormontati da leoni in pietra. Prima metà del XIX secolo.

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Catasto Napoleonico, particolare della zona dei Cappuccini, 1810 circa. Venezia, Archivio di Stato.

V della prima serie (eseguita nella rilevazione del 1836 e approvata nel 1850) che nella tavola 5 della seconda serie (approvata nel 1850) si leggono piante di edifici completamente differenti. In sostituzione dei precedenti edifici si vedono un lungo corpo di fabbrica costruito lungo il confine della “Strada Comunale degli Orfanelli”, classificato come “Casa colonica” al map. 1282, e un secondo corpo di fabbrica ad andamento scalare classificato anch’esso come “Casa colonica” al map. 1281. Proprio quest’ultimo edificio isolato diventerà la villetta degli svaghi di Antonietta Parolini. La descritta situazione porterebbe a ipotizzare che la raffinata signorina abbia adattato ai suoi gusti per così dire i suddetti edifici e lo spazio verde agli Orfanelli solo alla fine degli anni Quaranta, dopo le divisioni patrimoniali come già detto, forte delle

conoscenze acquisite sul campo, avendo collaborato attivamente nei decenni precedenti con il fratello Alberto alla creazione del principale giardino di famiglia aperto su viale delle Fosse a Bassano e forse sullo stesso agli Ognissanti o agli Orfanelli. Appare significativo che sino a quest’epoca manchino testimonianze scientifiche o letterarie, del suo giardino: la prima menzione sinora nota è in un certo qual modo indiretta: riguarda il cartellino di un’orchidea, la Ophrys sphegodes, conservato nell’Orto Botanico di Padova, databile tra il 1840 e il 1850 circa, sul quale sta scritto che l’esemplare si trovava tra l’altro “nel bosco del sig. Parolini presso gli Orfanelli”. Quindi nel corso degli anni Quaranta del XIX secolo la proprietà era ancora riconducibile al solo naturalista. Negli ultimi anni, la nobile e colta signorina


Giuseppe Marini, Carta Topografica della Regia Città di Bassano e del suo Territorio, particolare della contrada degli Orfanelli, 1833. Bassano, Museo Civico.

Antonietta Parolini visse splendidamente tra l’abitazione di Venezia e la sua villetta o casa di villeggiatura gli Orfanelli, ospitando signorilmente amici, uomini di cultura e artisti vari, essendo stata in gioventù una valente disegnatrice. Il personaggio si spense a Venezia all’età di 76 anni per un non meglio definito “marasmasenile”, il 4 agosto 1867, venendo sepolta alla fine nel pittoresco cimitero comunale dell’isola di San Michele. L’anno prima si era preoccupata di stendere il suo testamento datato “Venezia 23 agosto 1866”, premettendo che le sue facoltà risultavano gravate da “molti debiti” e che perciò disponeva soltanto della quota rimanente. Ordinava innanzitutto di essere “assolutamente” sepolta come una “vera povera”. Dopo aver beneficato i suoi domestici, fra i quali il suo ortolano di Bassano, certo Giovanni Bizzotto, destinava lire 2000 alla Casa di Ricovero, lasciava un anello a lei particolarmente caro (perché appartenuto all’indimenticabile amico Bartolomeo Gamba) al suo professore Adolfo Lenger, alla nipote Elisa Parolini legava lire 35000, avendole tante volte promessa la cifra, al “caro fratello” Alberto legava poche posate d’argento (essendo egli già ben provveduto), infine condonava tutti i debiti che avevano verso di lei i suoi contadini di Bassano e delle residue sostanze nominava eredi in parti eguali la suddetta Elisa (dal 1856 sposa al naturalista irlandese John Ball) e la sorella Antonia o anche Antonietta (dal 1857 sposa al nobile bassanese Paolo Agostinelli). Il testamento fu poi pubblicato a Venezia il 5 novembre 1867: l’ex capitale della Serenissima era già diventata italiana da un anno (Brotto Pastega, 1996, pp. 42-43). Appare perlomeno curioso che la testatrice destinasse riconoscimenti economici al domestico, alla cameriera, all’ortolano, a una contadina in particolare e ai suoi contadini in generale, tutti di Bassano, ma non ricordasse un qualche giardiniere: segno questo che la maggior parte dei suoi fondi agli Orfanelli, lungo i due lati della “Strada comunale di Ca’ Molino”, erano messi a coltura (così come si desume d’altronde dal “Catasto Austriaco dei terreni e dei fabbricati”) e che

per il governo delle alberature di alto fusto si avvalesse probabilmente di personale specializzato saltuario o dei suoi mezzadri. Il 1867 fu un anno nefasto per la famiglia Parolini perché vide la scomparsa di tre suoi membri: in primis il naturalista Alberto Parolini (il 15 gennaio), la figlia Elisa in Ball (il 13 giugno) e la sopraddetta Antonietta Parolini (il 4 agosto). Sopravvisse solo la secondogenita del naturalista, Antonietta Parolini in Agostinelli, la quale morì all’alba del nuovo secolo, il 12 agosto 1902, per cui inevitabilmente il cospicuo patrimonio della famiglia finì in breve per concentrarsi nelle sue mani, avendola fra l’altro il padre nominata erede universale con il suo testamento olografo scritto nel 1864. La prima e realistica descrizione del complesso Parolini agli Orfanelli si ha soltanto nel 1870, ad opera del nobile letterato Ambrogio Lugo (Bassano, 1818 - Firenze, 1905), il quale fra l’altro era stato l’esecutore testamentario del naturalista. In un suo libretto, intitolato Passeggiata… ricorda “la piccola villa suburbana” creata dalla nobile Antonietta Parolini vicino all’Ospizio degli Orfanelli, che era “albergo della cortesia e d’una soave ricreazione instruttiva”. Aggiunge poi: “Tanto ne era gentile, colta, spiritosa la Dama, così leggiadro l’edifizio dinanzi a cui si distende un largo prato che ha bellissime ineguaglianze di suolo, e tortuosi viali, e gruppi di alberi i più pittoreschi, e intorno al quale le più amene e svariate prospettive fanno lieta corona”. L’autore scrive inoltre che dopo la morte, nel

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Catasto Austriaco, foglio V, I serie, mappa di Bassano, particolare delle proprietà Parolini nella contrada degli Orfanelli, 1836. Bassano, Archivio di Stato.

Catasto Austriaco, foglio 5, II serie, mappa di Bassano, particolare delle proprietà Parolini nella contrada degli Orfanelli, 1850. Bassano, Archivio di Stato.


1867, della “graziosissima Donna”, la villetta rimase tristemente silenziosa, passando in proprietà alla nipote Antonietta Parolini in Agostinelli. Dunque il giardino, ma più propriamente il parco nel quale amava passeggiare la nobile proprietaria con i suoi ospiti, era incentrato su un’estesa spianata (forse stagionalmente coltivata) caratterizzata da dolci ondulazioni del suolo, così come ancora si vedono ad est nella vicina “Contrada della Riva”, con isolati gruppi di alberi di alto fusto collegati da sinuosi viottoli campestri che andavano a costituire delle pittoresche quinte di prospettive a perdita d’occhio verso sud. E così, già nel 1875, all’impianto del Catasto Italiano dei fabbricati (alla partita 448), la villetta con rustici e parco annesso, appartenuta alla nobile signorina Parolini, risulta passata in proprietà alla nipote Antonietta Parolini in Agostinelli (figlia del naturalista) con il nuovo map. 171, sopra il quale si trovava edificata una “Casa di 5 piani e 31 vani”. L’ameno paesaggio descritto da Lugo si ritrova in sostanza anche nella sintetica descrizione fornita da Ottone Brentari nella sua Guida di Bassano (1885, p. 80), nel paragrafo dedicato alle frazioni di San Fortunato e Lazzaretto. Ricorda semplicemente che di fronte all’Orfanotrofio Cremona vi era la “Villa Parolini, con bel giardino, adorno di alture, viali, pittoreschi gruppi di alberi”. A partire da quest’ultima testimonianza letteraria il declino del complesso iniziò a farsi sempre più accentuato. Nel 1890, in seguito a una revisione generale, la villetta viene trovata sempre di piani 5 ma di vani 30 (Catasto Italiano, fabbricati, part. 2130). Attenta custode delle memorie paterne e famigliari in generale, questa Antonietta Parolini in Paolo Agostinelli cesserà di vivere il 12 agosto 1902. Con il suo testamento del primo giugno 1890 istituiva erede universale il figlio Alberto Agostinelli, alla figlia Elisa in Favaretti non lasciava nulla avendole già sborsato 100.000 lire italiane, mentre alla figlia Giulia o Giulienna, sposatasi nel 1890 con Luigi Polidoro di Desenzano, destinava “il suo casino di villeggiatura in Bassano località

Orfanelli” (Brotto Pastega, 1996, p. 45). La relativa successione per morte avvenuta nel 1902 venne registrata nel 1903 (part. 2172). Il bene contemplava anche la speculare proprietà a est della “Strada comunale di Ca’ Molino” sulla quale insisteva quella casa padronale (già Fabris nel primo Ottocento) e poi declassata nel 1849 a “Fabbricato per azienda rurale” con Antonietta Parolini di Francesco che in realtà era un bel corpo padronale del secondo Seicento, noto nel secolo scorso appunto come “Palazzo Polidoro” e oggi poco riconoscibile per l’incisivo intervento di adattamento a nuovi usi. Altra successione venne registrata nel 1919 in seguito alla morte della predetta Giulia Agostinelli in Polidoro, avvenuta il 3 marzo dello stesso anno (part. 2004). Nel suo testamento, aveva istituito eredi i figli Alberto, Maddalena e Vincenzo, destinando il solo usufrutto al marito Luigi Polidoro. Con la successiva divisione, la proprietà agli Orfanelli si concentrò nei fratelli Alberto e dr. Vincenzo Polidoro (not. Freschi Agostino, istr.

Catasto italiano, Tavola censuaria del Comune di Bassano, aggiornata al 1938, particolare delle ex proprietà Parolini nella contrada degli Orfanelli. Bassano, Archivio di Stato.


La campagna bassanese appena fuori le mura, a sud, in una veduta a penna di primo ’900. Raccolta privata.

La facciata principale di palazzo Polidoro dopo l’intervento di restauro.

29 novembre 1924). La morte del vecchio Luigi Polidoro (16 novembre 1931) aprì la strada, nel 1932, alla riunione d’usufrutto ratificata a Lonato; nel frattempo, la proprietà facente capo alla storica villetta (map. 171) passò con atto divisio-

nale al solo dr. Vincenzo Polidoro (part. 1944), il quale poco dopo vendette il tutto all’Istituto delle Suore della Carità della Beata Bartolomea Capitanio, di cui era da poco Superiora generale la bassanese madre Antonietta, nata Teresa Sterni, piissima nipote della beata Gaetana Sterni, la quale avrà avuto certamente un occhio di riguardo nell’importante acquisto (not. Dal Sasso Guido, istr. 30 novembre 1931, n. di rep. 5925). Dopo un primo francescano adattamento, la direzione generale dell’Istituto religioso avviò una generale rifabbrica dei vecchi edifici (compresa la villetta di piani 5 e vani 30 di Antonietta Parolini dove vi era una “magnifica sala a specchi ed affreschi”), affidando, nel 1933, l’incarico al valente ingegnere-architetto Fausto Scudo di Crespano del Grappa, il quale era giunto proprio allora a un lucido linguaggio razionalistico dopo varie creazioni eclettiche, come per esempio il campanile neoromanico di Romano d’Ezzelino. Agostino Brotto Pastega


Casa Gerosa in una ripresa aerea. Si distinguono nitidamente l’articolata struttura del complesso, con i diversi corpi di fabbrica, il parco paroliniano e, a sud-est dell’incrocio fra le vie del Cristo, Ognisanti e Chini, anche il Palazzo Polidoro. Quello che un tempo veniva considerato dai bassanesi un luogo periferico, si trova oggi in una zona praticamente centrale della città (ph. Fulvio Bicego).


Stralcio della Kriegskarte di Anton Von Zach (1796-1805) riedita dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche di Treviso. In evidenza l’area dove un tempo c’era il convento dei Cappuccini, divenuto poi Orfanotrofio Cremona.

IL GIARDINO DI CASA GEROSA (GIÀ PAROLINI-AGOSTINELLI-POLIDORO)

….nelle prime ore pomeridiane, dall’Ospizio degli Orfanelli mi avviai lungo la villetta Parolini. Questa piccola villa suburbana (creata dalla nob. Antonietta Parolini, sorella del cav. Alberto) poteva dirsi a que’ giorni l’albergo della cortesia, e d’una soave ricreazione instruttiva. Tanto ne era gentile, colta, spiritosa la Dama, e così leggiadro l’edifizio dinanzi a cui si distende un largo prato che ha bellissime ineguaglianze di suolo, e tortuosi viali, e gruppi di alberi i più pittoreschi, e intorno al quale le più amene e svariate prospettive fanno lieta corona… (Ambrogio Lugo, 1870)

Queste parole, che Ambrogio Lugo scrisse nel 1870 per descrivere la tappa di una passeggiata dal centro di Bassano alla frazione di S.Lazzaro, ci restituiscono il fascino originale del giardino che Antonietta Parolini, sorella del celebre naturalista Alberto, possedeva alla periferia meridionale della città nella località allora detta “agli orfanelli” (oppure detta anche “alle salbeghe”). Poche righe, ma una sintesi straordinariamente evocativa. Il giardino che qui descriviamo, e che possiamo visitare oggi, è quanto rimane di quel giardino Ottocentesco. Questo luogo, nonostante vari e profondi cambiamenti intervenuti (edificio compreso, come subito appare vistosamente quando si entra), merita comunque una speciale attenzione e una riscoperta. Gli alberi relitti, vetusti e scul-


torei, e le collinette modeste ma ben percepibili in una passeggiata, sono i segni di lunga durata che ci possono far immaginare la bellezza d’un tempo. Va però detto che sono pochissime le fonti dirette che ci permettono di ricostruire con esattezza com’era realmente quel giardino nel 1800. Tutto fa pensare che il naturalista Alberto Parolini (1788-1867) avesse fatto per sé, presso la sua casa bassanese nell’allora Borgo Leon (oggi via Beata Giovanna), quel giardino-collezione, un vero orto botanico di meraviglie e rarità, che divenne celebre in Europa e che invece avesse disegnato e realizzato per la sorella Antonietta (1790-1867) un giardino di pura impronta pittoresca (all’inglese) come voleva la moda iniziata in Veneto proprio in quei primi decenni del 1800. Ma, come vedremo a seguire, dovremo ragionare molto per ipotesi e per fonti indirette, esprimendo al contempo l’auspicio che nuove fonti e nuovi documenti conoscitivi possano presto emergere.

Il giardino ieri Quando il giardino esattamente sia stato iniziato, non è ancora dato sapere. Nel disegno della Kriegskarte di Anton Von Zach (edita tra il 1796 ed il 1805), in genere fedelissima nel restituire graficamente anche i parchi privati, si vede bene una abitazione all’incrocio “dei cappuccini” (poi “orfanelli”) ma nient’altro. Il giardino appare invece ben disegnato e configurato, pur minutamente nel formato a grande scala, nella “Carta topografica della Regia città di Bassano e del suo territorio” che Giuseppe Marini realizzò nel 1833. Perciò, presumibilmente, vista l’età di Alberto (nato 1788) e di Antonietta (nata 1780) e visto soprattutto che la formazione botanico-paesaggistica di Alberto avvenne tra inizio 1800 e il 1817 (data di rientro da un lungo soggiorno a Londra dove ebbe modo di vedere dal vero la culla dei giardini romantici e conoscerne i progettisti e le “autorità” in campo), l’avvio della realizzazione può conseguentemente essere datato negli anni tra il 1820 e il 1830 (ciò è provato anche dal fatto che nel 1833 - data della mappa del Marini sopra citata - appare già realizzato). Per la ri-

Giuseppe Marini, Carta Topografica della Regia Città di Bassano e del suo Territorio, particolare del giardino in contrada degli Orfanelli, 1833. Bassano, Museo Civico.

costruzione delle vicende della proprietà rimandiamo, invece, agli altri due specifici saggi contenuti in questo stesso fascicolo. Ma com’era questo giardino? Una grande area verde era stata realizzata tutto a meridione dell’edificio originale e, come appare dal disegno del Marini, allora venne impostata su due assi principali: una prima stradina con svolte serpeggianti che, indirizzata a meridione, ne costeggiava il lato orientale (il confine con l’attuale via Ognissanti, dove il muro di cinta è ancora presumibilmente l’originale) ed una seconda stradina che, rivolta ad occidente, lo spezzava a metà separando la parte più attigua all’abitazione da una porzione più distale e meridionale. Un vero disegno progettuale però ancora non si è trovato e perciò, per darne un’immagine più verosimile, si devono interpretare, come detto sopra, i “segni di lunga durata” che sono sopravvissuti: gli alberi vetusti (presumibilmente originali) e le leggere collinette del terreno (relitti dei movimenti di terra realizzati in passato per ovviare al terreno “piatto” di pianura). Ne parleremo nella successiva parte dedicata al “giardino oggi”. Possiamo però qui svelare una insolita fonte indiretta che è non solo la conferma dell’attribuzione del giardino alla famiglia di Alberto Parolini ma è anche testimone della presenza di radure prative seminaturali e luminose in questo giardino ottocentesco. Nelle collezioni dell’Erbario

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Da sinistra verso destra Un campione di Ophrys sphegodes dall’erbario dell’Orto botanico di Padova (per g.c. del Museo Botanico-Erbario dell’Università degli studi di Padova). Un esemplare di Ophrys sphecodes (foto Anastasia Sebellin e Sergio Ballestrin).

Il cartellino del campione d’erbario nel quale si legge “nel bosco del Sig. Parolini presso gli orfanelli” (per g.c. del Museo BotanicoErbario dell’Università degli studi di Padova)

dell’Orto botanico di Padova (esattamente nella parte allestita da Pier Andrea Saccardo, già Prefetto all’Orto nel 1800) è conservato un campione essiccato dell’orchidea Ophrys sphecodes (notizia fornitaci dallo specialista orchidologo roveretano Giorgio Perazza, che qui ringraziamo) che, indicata con il sinonimo di Ophrys aranifera, recita nell’etichetta: “nel bosco del Sig.Parolini presso gli orfanelli…”. Purtroppo manca una data ma tutto fa pensare che questo fiore venne raccolto ed essiccato a metà 1800. La calligrafia non è di Alberto Parolini ma potrebbe essere attribuita alla figlia Elisa che si dilettava anch’essa di bota-

nica. Ma ragioniamo su questa orchidea. Si tratta di una fioritura spontanea collinare e pedemontana che, se pure nasce saltuariamente in contesti urbani, per attecchire deve comunque trovare spazi erbosi seminaturali e luminosi. Perciò la notizia della sua presenza nel 1800 equivale ad una fotografia del parco: un’immagine che ci restituisce le sue radure erbose. Stimolati da questo ritrovamento, siamo andati a spulciare l’enorme Erbario di Alberto Parolini conservato presso il nostro Museo Civico poiché sapevamo della sua abitudine a conservare un campione essiccato di ogni specie coltivata nel suo giardino botanico (intendiamo quello presso la sua di abitazione in Borgo Leon), ma senza risultato ai nostri fini. In questa collezione di piante essiccate ci sono oltre 5000 campioni relativi ad altrettante specie ivi coltivate, ma nessuna con l’indicazione che fosse stata messa a dimora nel giardino della sorella Antonietta “agli orfanelli”. Il che, indirettamente, ci conferma che qui gli alberi erano stati scelti e piantati per creare l’impronta paesaggistica, magari per la loro bellezza e per i cro-


matismi stagionali, ma non per farne collezione. Già, ma di che alberi si trattava? Elenchi finora non ne sono emersi e solo gli alberi vetusti sopravvissuti ci fanno immaginare l’antico “scheletro” del giardino. Sono soprattutto Lecci (sempreverdi), Cipressi (sempreverdi) e Bagolari (caducifogli) ad essere sopravvissuti in discreto numero (e buone condizioni di vita) a far ipotizzare questo loro ruolo costruttivo nell’assetto del Giardino. A loro si possono associare due singoli individui relitti, certamente secolari, di Albero di Giuda e di Farnia. Lecci, Cipressi, Bagolari ed Albero di Giuda sono entità ben adatte a scopo paesaggistico (spettacolare la fioritura rosso-violetto dell’Albero di Giuda a primavera) e tutte legate al clima mediterraneo che ben stanno e vegetano nel contesto ambientale mite e asciutto del bassanese (come ben sapeva Alberto Parolini, da provetto botanico quale era). Altro, a quanto finora è dato sapere, è difficile a dirsi. Per capire che successe poi di questo giardino, dobbiamo ritornare al passo di Ambrogio Lugo sopra citato (con attenzione alla data in cui venne scritto: 1870) che in calce recita: “ma dal 1867, in cui morì cotesta esimia graziosissima Donna, che a Venezia e Bassano amarono e stimarono a gara, la villetta è tristemente silenziosa. La nipote, nobile sig. Antonietta Parolini) ora ne tiene la proprietà”. Antonietta Parolini, figlia di Alberto, aveva anche ricevuto in eredità dal padre (mancato anch’esso nel 1867) il celebre orto botanico che mantenne nel suo splendore e nella sua ricchezza fino alla sua morte (1902). Che attenzioni abbia dedicato al giardino della zia posto “agli orfanelli” non è dato sapere. Ma il seguente breve passo contenuto nella “Guida storico-alpina di Bassano Sette Comuni” di Ottone Brentari (1885) ci fa ipotizzare che l’abbia mantenuto con la stessa impostazione paesaggistica e dedicandogli le cure migliori possibili: “di fronte (all’Orfanotrofio, ndr) c’è la Villa Parolini con bel giardino, adorno di alture, viali, pittoreschi gruppi di alberi”. Anche i decenni successivi del giardino, in mancanza di specifiche fonti, non sono facili da ricostruire. Nel 1890 Giulienna Agostinelli,

figlia di Antonietta Parolini e Paolo Agostinelli, sposò Luigi Polidoro di Desenzano. Questa notizia è una premessa importante per capire l’ingresso della famiglia Polidoro in questa proprietà che avvenne, di fatto, nel 1902 quando mori Antonietta Parolini. Nel suo testamento aveva fatto scrivere la sua volontà di lasciare alla figlia Giulienna “il suo casino di Villeggiatura in Bassano località Orfanelli”. Nel 1919 morì Giulienna e per sua volontà la proprietà passò ai figli Alberto, Maddalena e Vincenzo ma in usufrutto al marito Luigi (ancora vivente in quell’anno). Quando nel 1931 morì Luigi Polidoro la proprietà passò al figlio Vincenzo che pochissimo dopo, in data 30 novembre 1931, la vendette all’Ordine delle “Suore di Maria Bambina” che avevano individuato in quella Villa e in quel parco il luogo per il progetto ambizioso per una Casa di ospitalità e di riposo per le consorelle. Finisce così l’epoca Parolini - Polidoro ed inizia la storia di “Casa Gerosa” (di cui si parla in altro contributo presente in questo fascicolo). Quale fosse l’assetto del giardino in quel 1931 è difficile a dirsi. Alcune immagini ritrovate

Ritratto di fine Ottocento di Giulienna Agostinelli Polidoro (Bassano, Museo Biblioteca Archivio, ).


La villetta Parolini nell’immagine d’un tempo (1930). Si noti la porzione di giardino (con una collinetta) e, sullo sfondo, il richiamo paesaggistico ai “Colli Alti” del Grappa (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

L’inizio dei lavori del nuovo edificio (1934). È ancora ben visibile la villetta Parolini circondata dagli alberi del parco d’un tempo (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).


L’ingresso al giardino negli anni Cinquanta. Si notino gli orti sulla sinistra, successivamente abbandonati (Archivio fotografico Suore Maria Bambina).

nell’archivio della casa madre milanese dell’Ordine ci restituiscono solo la situazione nei pressi della dimora (che appare - aspetto importante - nella sua veste originale). Una foto, scattata presumibilmente al momento dell’acquisizione, mostra la porzione di parco posta subito a sud-est dell’edificio con evidentissima una delle collinette e una parte relitta delle alberature. Una foto, scattata nel 1934, mostra l’avvio della costruzione del nuovo complesso edilizio con opere ed occupazione del suolo che sicuramente hanno stravolto la porzione di parco attigua all’antica dimora (ancora ben visibile sullo sfondo). In questa pagina la foto, scattata in data ben successiva al 1934 ma non precisata, mostra già le trasformazioni del parco nella parte subito a meridione del nuovo edificio (da cui immaginiamo sarà stata scattata) e che mostrano l’inserimento di punti devozionali nonché di vigne e di orti. A questo punto della nostra ricostruzione è fondamentale la testimonianza di Moreno Grigoletto (nato nel 1949) la cui fa-

miglia (fin dai nonni paterni) lavorava per la famiglia Polidoro. Va infatti precisato che nel 1931, alla morte di Luigi, la proprietà venne divisa tra i figli: Vincenzo ebbe la parte che comprendeva villa, parco e adiacenze (poi venduti alle suore, come detto) e Alberto ebbe la casa posta al di là di via Ognissanti (presso l’Orfanotrofio Cremona) e una grande proprietà agricola che si estendeva fin alla frazione S.Fortunato. La nuova destinazione a casa di riposo per le consorelle dell’ordine, come precisato in altra parte di questo fascicolo, richiese una radicale trasformazione delle adiacenze perché dovette essere creata anche una vera fattoria agricola per l’autosufficienza della struttura di ospitalità: venne realizzata una stalla con bovini e dei ricoveri altri animali da cortile (maiali, galline) e soprattutto grandiosi orti che si estendevano su tutto il lato sud-occidentale fin oltre lo spazio oggi occupato non solo dal parcheggio dell’hospice ma anche di quello dove oggi corre viale De Gasperi. Non solo, forse muti-

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lando parzialmente il parco a meridione, venne realizzata una derivazione di un canale (oggi interrato ma ben visibile) che portava l’enorme quantità d’acqua necessaria al gigantesco orto. Come testimoniato dai ricordi personali e familiari di Moreno Grigoletto, nato e cresciuto nelle “case Polidoro”, tutto era organizzato per l’autosufficienza della struttura d’ospitalità. Poi, in anni recenti, le cose sono cambiate. Fattoria ed orti sono stati abbandonati, le nuove funzioni della casa hanno richiesto altri annessi “moderni” (un grande parcheggio ad esempio) e parte della proprietà venne alienata per le necessità della nuova viabilità cittadina (viale De Gasperi).

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Il giardino oggi Entriamo dunque in questo giardino e cerchiamone assieme una chiave di lettura per apprezzare la situazione del presente. Varcato il cancello, una prima e immediata impressione è di ordine e bellezza. A destra e sinistra, i corteggi di ornamentali ci accolgono con gradevoli fioriture stagionali. Naturalmente è tutto frutto di ben riusciti abbellimenti in questi anni recenti, ma non ci possiamo sottrarre all’interrogativo: come saremmo stati accolti un tempo? Nel giardino vero e proprio si entra attraverso una pergola di Kiwi (anche questa naturalmente recente) posta di fronte all’edificio e se ne intuisce subito l’assetto: alcuni alberi secolari sono frammisti a numerosi alberi e alberelli manifestamente più giovani e di impianto recente. Attualmente sono stati catalogati oltre cento individui, tra alberi e grandi arbusti appartenenti ad una cinquantina di specie diverse. I principali alberi che presumiamo “originali” del giardino ottocentesco sono evidenziati nelle ultime pagine di questo fascicolo (assieme al Cedro dell’Himalaia e all’Alloro che, pur essendo di recente piantumazione, sono ampiamente diffusi) perché meritano d’essere individuati e conosciuti. Invece tra le piante più giovani e di introduzione recente, segnaliamo per il loro interesse un Abete di Douglas (Pseudotzuga menziesii), un Albero dei rosari (Melia azedarach), un Frassino maggiore (Fraxinus excelsior), una Ginkgo

(Ginkgo biloba) e un Libocedro (Calocedrus decurrens). Inoltre esiste un bel corteggio di alberi di tipo più comune tra i quali una Magnolia (Magnolia grandiflora), parecchie Lentaggini (Viburnum tinus), un bell’Acero campestre (Acer campestre) e alcuni alberi da frutto come Ciliegio (Prunus avium), Fico (Ficus carica) e Kako (Diospyros kaki).

Iniziando il cammino dalla stradina di sinistra (verso sud-est), due sono i tipi di alberi che qui ci accompagnano: in basso alcuni Cedri dell’Himalaia e sulla prima sommità, sulla sinistra, un nucleo di Lecci. Sono due alberiguida per capire passato e presente: I Lecci della sommità (vetusti e splendidi) sono da in-


Foto aerea del giardino con evideziati gli alberi descritti alle pagine successive e nel terreno contrassegnati da apposita tabellazione (ph. Poci’s).

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3 terpretare come alberi relitti del giardino paroliniano, mentre i Cedri dell’Himalaia (belli ma giovani) sono certamente frutto di impianti di questi ultimi decenni. Possiamo cioé subito confermare quanto detto nella ricostruzione storica: il giardino ci mostra oggi una stratigrafia tra “segni di lunga durata” del passato e interventi di integrazione e/o sostituzione più recenti. Tra i segni del giardino passato, evidentissimo durante la passeggiata, notiamo subito il saliscendi dovuto a collinette e avvallamenti. Tutto frutto, dobbiamo sottolinearlo, di movimenti di terra certamente fatti “a mano”, magari con l’aiuto di animali da soma che trainavano carretti di terra. Così si otteneva un tempo l’effetto del giardino paesaggistico in

una pianura assolutamente piatta fatta di alluvioni del Brenta. Il muro in mattoni e pietre, che si intravede sulla sinistra, è il relitto del vecchio muro del confine orientale e, se ritorniamo con lo sguardo alla mappa del Marini, non possiamo che concludere che almeno in parte stiamo percorrendo quanto rimane della vecchia stradina serpeggiante precedentemente descritta. Un lieve tratto in discesa e si arriva ad una decisa svolta a destra, proprio all’altezza di un secondo nucleo di bellissimi Lecci. Si attornia un gruppo di Olivi (anch’essi recenti) e, dirigendosi verso l’edificio, ci si accosta, sulla sinistra, a due veri patriarchi scultorei: un Albero di Giuda e, un po’ all’interno, una magnifica


Alcune significative vedute del parco, così come appare oggi. Rispetto al passato, la sua superficie è stata ridotta di circa il cinquanta per cento. Qui sotto Una veduta aerea del parco (ph. Fulvio Bicego).

Due vedute del giardino con in primo piano, nell’immagine grande, un esemplare di Albero di Giuda (ph. Guido Testi).

Farnia. Entrambi meritano una sosta per ammirarli. Qualche decina di metri ancora e la breve passeggiata si conclude alla pergola di Kiwi. Rimane da dare un’occhiata al verde relitto che racchiude sui due lati, come due ali, l’edificio. Sulla sinistra (ovest) sono stupendi alcuni nuclei di Bagolari e di Lecci, sicuramente relitti dell’impianto paesaggistico. Sulla destra verso la strada da cui siamo entrati (est), un po’ nascoste dalla costruzione, sono presenti altre piante tra le quali un altro bel Bagolaro e, più discosto, un bel Libocedro. La passeggiata “raccontata” qui si conclude. Ma il giardino è là che vi attende per essere riscoperto dal vero.


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1) Albero di Giuda (Cercis siliquastrum L. - Leguminose) Albero assolutamente inconfondibile per la sua foglia caduca rotondeggiante, per i grappoli di fiori rosso-violetto che nascono a primavera e (anche dai rami più legnosi) per il caratteristico legume che deriva poi dalla loro impollinazione. L’Albero di Giuda è oggi presente nel Giardino con un solo individuo ben vetusto e spettacolare (quasi scultoreo), certamente attribuibile al periodo paroliniano. È specie mediterranea che ama terreni siccitosi e climi caldi (localmente selvatica anche nel bassanese).

2) Alloro (Laurus nobilis L. - Lauracee) Alberello frequente nel Giardino dove forma macchie e/o tratti di siepi. Quanto osserviamo oggi è formato da alberelli giovani ma presumibilmente è specie originale del periodo paroliniano che, anche inselvatichita e/o favorita, si è mantenuta presente nel tempo. Si riconosce facilmente per la sua foglia lanceolata sempreverde (caratteristico anche l’aroma se stropicciata) e per i frutti autunnali (sono bacche carnose) che seguono una bella fioritura

estiva giallo-dorata. È specie mediterranea che, coltivata o spontaneizzata, è frequente nel nostro territorio.

3) Bagolaro (Celti australis L. - Ulmacee ) Albero frequente nel Giardino dove si può incontrare con individui anche secolari e perciò attribuibili al periodo paroliniano. Si distingue facilmente per la foglia lanceolata (con caratteristica punta molto marcata), caduca, ben seghettata, un po’ consistente al tatto (talora un po’ ruvida). Il frutto è una drupa sferoidale (diametro 1 cm) penzolante (color verde-brunastro a maturità) molto caratteristica e inconfondibile. È una specie spontanea in Italia dove colonizza suoli magri con clima mediterraneo o temperato (localmente selvatica anche nel bassanese). 4) Cedro dell’Himalaia (Cedrus deodara G.Don - Pinacee) Nel Giardino questa specie si incontra ripetutamente ed è frutto di piantagioni effettuate tutte nel secolo scorso (presumibilmente dopo il 1931, quindi successive al periodo paroliniano). Si distingue facilmente osservando come gli aghetti (sempreverdi, ma morbidi)


Alcuni significativi dettagli delle piante presenti nel giardino (ph. Guido Testi).

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siano riuniti a mazzetti nei rami. Come attestato dal nome, è pianta ornamentale di origine asiatica introdotta in Europa nei primi decenni del 1800 e poi largamente diffusa in spazi privati e pubblici.

5) Cipresso comune (Cupressus sempervirens L. - Cupressacee) Albero inconfondibile, presente nel Giardino con alcuni individui vetusti (quindi presumibilmente di origine paroliniana). I suoi elementi distintivi sono la chioma stretta e svettante, l’intreccio di ramuli filiformi (ciascuno formato dalla successione di minuscole squamette) e i galbuli sferici (diametro mm 15) legnosi a maturità. Si ritiene specie di origine mediterranea che già millenni fa ebbe grande fortuna come specie ornamentale da piantarsi in spazi agricoli (si pensi al paesaggio toscano) e nel verde sia pubblico che privato. 6) Farnia (Quercus robur L. - Fagacee) La Farnia è la classica Quercia che, assieme al Carpino bianco, popolava la pianura venetofriulana prima dell’avvento dei romani e delle grandi strade di comunicazione (Postumia, ad

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esempio) e quindi prima del disboscamento che permise la grande espansione agricola. Tra le altre Querce a foglia caduca con forma lobata (da noi Rovere, Roverella e Cerro) si distingue per il picciolo che è cortissimo nella foglia e invece molto evidente e allungato nella ghianda. Nel Giardino ne esiste un solo esemplare molto vetusto e spettacolare (un po’ malandato), quindi certamente attribuibile al periodo paroliniano.

7) Leccio (Quercus ilex L. - Fagacee) Il Leccio è la Quercia tipica dei paesaggi mediterranei che si riconosce facilmente per la sua foglia lanceolata sempreverde (e non caduca lobata, come nella precedente Farnia) e per la presenza nei rami delle caratteristiche ghiande (l’elemento più immediato per esprimere l’appartenenza alla Querce in genere). Favorita dal clima temperato del bassanese, è presente anche in questo Giardino con esemplari maestosi e spettacolari, molti dei quali sicuramente attribuibili al Giardino paroliniano. Giuseppe Busnardo

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