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LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

nel 1989

distribuzione gratuita

DANTE NEL VENETO BIMESTRALE MONOGRAFICO DI CULTURA

N° 191/192 • MAGGIO-LUGLIO 2021


Comune di BASSAno dEL GrAPPA

Scuola di Cultura Cattolica Bassano del Grappa

Associazione Ex Allievi Liceo Scientifico “J. da Ponte” Bassano del Grappa


In copertina: Andrea del Castagno, dante, affresco staccato, già nella villa Carducci di Legnaia (FI), 1447-’49. Firenze, Gallerie degli Uffizi.

dAnTE nEL VEnETo. In esilio da Firenze, ma ospite illustre e amato delle nostre genti Ho ancora in mente le lezioni di Mario Consolaro, mio docente di Italiano e Latino al Liceo da Ponte. In più di un’occasione ho avuto modo di ricordarlo con gratitudine, anche in pubblico. Penso infatti che una parte significativa della mia formazione umana derivi proprio dall’incontro con lui. Spesso mi capita di ragionare sul ruolo dei maestri. Credo di averci anche scritto qualcosa. da direttore e co-fondatore di questa testata non posso poi dimenticare il carisma pacato di chi mi ha preceduto: Giambattista Vinco da Sesso è stato per tutti un autentico gentiluomo della cultura. Per me, molto di più: un mentore, un caposaldo, una guida sicura ed equilibrata. Un maestro, appunto. In fin dei conti, seppur con diverse declinazioni, L’Illustre bassanese ha mantenuto salda la barra sulla scia segnata da lui, nel lontano 1989. Anche in questo caso, così particolare, con una monografia dedicata a “dante nel Veneto”. Evidentemente le lezioni di Mario Consolaro hanno lasciato un segno profondo. Le sue letture e i suoi commenti della Commedia, completati da uno straordinario inquadramento storico, sono riaffiorati come per incanto dai cassetti della mia memoria, in occasione di una ricorrenza impossibile da passare sotto silenzio: la morte di dante a ravenna, avvenuta a seguito della malaria contratta nelle paludose Valli di Comacchio settecento anni fa, nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321. Il poeta era reduce da un’ambasceria a Venezia per conto di Guido novello da Polenta, signore della città romagnola. Conosceva bene il Veneto, per esserci vissuto sette anni, ed era quindi la persona giusta per un delicato incarico diplomatico... Proprio la presenza del Sommo Poeta nelle nostre terre e la sua profonda conoscenza delle dinamiche

che la interessavano, coinvolgendo i luoghi e le persone, sono alla base di questa monografia. Per celebrare l’importante circostanza è stata quindi mobilitata una squadra di esperti, tutti mossi (al di là dell’indubitabile competenza) da un’autentica passione: studiosi autorevoli che ringrazio per l’apporto prezioso dato alla pubblicazione. Franco Scarmoncin si è occupato prevalentemente dell’inquadramento storico, indagando la Marca Veronese-Trevigiana in un’epoca molto travagliata e percorsa da drammatici cambiamenti. Il dantista Lino Canepari ha poi minuziosamente riportato, con certosino rigore, i passaggi della Commedia nei quali appaiono località, personaggi, città, borghi, chiese, castelli, fiumi, colli... del nostro Veneto. Alla citazione delle terzine si accompagna sempre una descrizione circostanziata, che talvolta lascia spazio a ipotesi e domande. Sicuramente un lavoro scrupoloso e coinvolgente. Giovanni Marcadella ricorda come in epoca postrisorgimentale si onorò la memoria di dante, facendo del poeta un luminoso simbolo di unità nazionale: fenomeno culturale e patriottico al quale aderì con entusiasmo anche Bassano. Stefano Pagliantini, presenta la collezione dantesca della Biblioteca Civica di Bassano: un tesoro poco noto ma assai pregevole, con edizioni cinquecentesche e secentesche, costituito anche dall’importante lascito di Jacopo Ferrazzi. non resta dunque che augurare buona lettura, magari recuperando dalla libreria di casa pure un’edizione completa della Commedia. Lo farò anch’io, con quella commentata da Sapegno. Mi sembrerà di tornare al liceo. Andrea Minchio

Pittore Veneto, ritratto ideale di Gemma donati, moglie di dante Alighieri, olio su tela, fine del XVI secolo. Romano d’Ezzelino, pinacoteca di Villa Stecchini.

Direttore de L’Illustre bassanese

L’ILLUSTRE BASSANESE - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita

… dal 1989

ANNO XXXI n° 191/192 - Maggio/Luglio 2021 - Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 r.P. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Andrea Minchio - Redazione: Livia Alberton, Elena Trivini Bellini, Antonio Minchio, Elisa Minchio Hanno collaborato: Lino Canepari, Giovanni Marcadella, Stefano Pagliantini, Franco Scarmoncin Stampa: CTo - Vicenza - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © COPYRIGHT Tutti i diritti riservati EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)


Gaetano Serra Zanetti, Ezzelino III da romano dopo la sconfitta, particolare, olio su tela, 1838. Bologna, Pinacoteca Nazionale.

Tra il 21 maggio e il 21 giugno del 1265 - la data non è precisa - nacque a Firenze durante di Alighiero, detto dante. Suo padre, un cambiavalute che forse era anche prestatore usuraio, discendeva da Bellincione di Alighiero, e quest’ultimo era figlio di Cacciaguida degli Elisei, che aveva partecipato come cavaliere alla seconda crociata con Corrado III di Svevia, e in quella circostanza aveva perso la vita (circa 1148). Proprio Cacciaguida aveva sposato una gentildonna ferrarese della famiglia Aldighieri, da cui aveva preso il nome il casato fiorentino degli Alighieri. La nascita del poeta avvenne tra due momenti molto intensi della storia fiorentina: il 1260, anno della battaglia di Montaperti nella quale i ghibellini senesi e fiorentini, guidati da Farinata degli Uberti, schiacciarono i guelfi di Firenze, e il 1266, anno in cui si svolse la battaglia di Benevento, con la quale Carlo d’Angiò sconfisse i ghibellini di re Manfredi, che morì in battaglia, ponendo così fine al predominio del partito filoimperiale in Firenze. Questi eventi ebbero conseguenze anche nel nord Italia; ma il territorio compreso tra i fiumi oglio e Livenza, che chiamiamo anche Marca Veronese-Trivigiana, in quegli anni stava uscendo da un periodo difficile, conclusosi con la fine di Ezzelino III da romano, sconfitto a Cassano d’Adda nel 1259, e di suo fratello Alberico, catturato l’anno successivo nel castello di San Zenone. La riscossa del partito guelfo nell’alta Italia era iniziata già da qualche anno, nel giugno del 1256, allorché un esercito di “crociati”, guidato dal legato papale Filippo Fontana, aveva dato l’assalto alle mura di Padova, costringendo alla fuga il feroce podestà Ansedisio de Guidotti, figlio di Agnese da romano, sorella di Ezzelino. La perdita della piazzaforte padovana determinò la fine del dominio ghibellino nel Veneto, e subito rientrarono nelle città i nobili che ne erano stati estromessi durante il ventennio precedente, o almeno quelli sopravvissuti alle purghe ezzeliniane. Alla testa di costoro c’erano i vincitori di

La Marca Veronese-Trevigiana nell’età di dante

Cassano d’Adda: Azzo VII d’Este, Tiso VII da Camposampiero, Biaquino II da Camino e i loro amici. Ciò tuttavia non giovò alla pace interna di Padova, perché ben presto questi signori ripresero i loro contrasti politici e la vita del comune tornò a essere travagliata. Le famiglie nobiliari tuttavia si trovarono a fare i conti con le organizzazioni degli artigiani e dei notai, con i giudici e i banchieri (spesso usurai, come scrisse dante degli Scrovegni), i quali formavano il “populus” patavino. Tutti costoro impedirono l’affermarsi al potere di una sola famiglia signorile fino a quando, nel corso del ’300, i da Carrara riuscirono a imporsi sulla comunità durante un momento di profonda crisi militare. La seconda metà del XIII secolo, tuttavia, fu un periodo di sviluppo economico, culturale e artistico senza precedenti per la città del Santo (la traslazione del corpo di sant’Antonio nella nuova basilica avvenne l’8 aprile 1263), stimolato anche dalla presenza dell’Università fondata nel 1222; Padova diventò quindi la più importante città della Marca, contendendo a Verona l’egemonia sull’entroterra veneto. Il rinvenimento nel 1274 di un’antica arca, ritenuta dal giudice Lovato Lovati la tomba del troiano Antenore mitico fondatore della città, pose le premesse per un’intensa attività di studi storici e letterari, che fu poi definita Preumanesimo padovano. non meraviglia quindi che tra il 1303 e il 1306 Padova abbia ospitato Giovanni Pisano, il grande Giotto, che dipinse il Palazzo della ragione e la

Corrado III di Svevia in una miniatura tratta dalla Chronica regia Coloniensis (1240 circa). Bruxelles, Biblioteca Reale.


Francesco Hayez, Alberico da romano si dà prigioniero al Marchese d’Este, particolare olio su tela, 1845-’50. Collezione privata. Così il pittore raffigurò Azzo VII d’Este (1205 c.-1264), signore di Ferrara e nemico di Ezzelino da Romano.

In alto La Cappella degli Scrovegni a Padova: capolavoro di Giotto, venne affrescata tra il 1303 e il 1305. Dante pose Rinaldo Scrovegni, padre del committente, fra gli usurai del Canto XVII, nella cantica dell’Inferno (vv 64-66).

Cappella degli Scrovegni, e abbia accolto per un breve periodo anche dante, esule da Firenze, che tali opere vide e apprezzò. In questo contesto il “guelfismo” dei Padovani diventò però sempre più fragile, e infatti esplose ben presto il contrasto tra le organizzazioni delle arti e i magnati che possedevano castelli e terre nel contado. Tra la società padovana e quella fiorentina del giovane dante, a questo punto, troviamo numerose affinità. A Firenze negli anni ’80 del secolo i guelfi si divisero in Bianchi e neri, che dopo il 1294 giunsero più volte allo scontro armato per le vie della città e resero necessari gli ordinamenti di Giustizia dell’anno successivo. A Padova, dopo il 1283, le Arti si diedero una più solida organizzazione, presero il sopravvento nella vita politica e iniziarono a estromettere i magnati dal potere, riconquistando il controllo sul contado e distruggendone i castelli. nel contempo il comune patavino ridefiniva le sue alleanze, iniziando a far guerra ai Veronesi, e accostandosi ai Caminesi di Treviso, ai Veneziani e ai Fiorentini. non è un caso che alla carica di Podestà essi abbiano chiamato, nel 1283, Viero de Cerchi e, nel 1287, Corso donati, che furono rispettivamente i capifazione dei Bianchi e dei neri fiorentini.

Proprio questi due signori furono i comandanti delle schiere fiorentine che l’ 11 giugno del 1289 sconfissero i ghibellini di Arezzo nella battaglia di Campaldino, alla quale partecipò anche il giovane dante combattendo tra i feditori a cavallo (la cavalleria pesante di prima linea): i cavalieri scelti e guidati da Viero de Cerchi. Ed è il poeta stesso che racconta come, dopo il primo violento scontro con i lancieri aretini comandati da Buonconte da Montefeltro, volse in fuga in preda al terrore; e questa vicenda ricordò nel Canto V del Purgatorio. L’intransigenza del governo di Padova nei primi anni ’90 diede però origine a dissapori con i vicentini che erano sottomessi al comune patavino dal 1266; e sul finire del secolo i rapporti si guastarono anche con il marchese Azzo VIII d’Este, ormai insediato stabilmente a Ferrara. Quando Azzo nel 1305 sposò Beatrice, la giovanissima figlia di Carlo II d’Angiò - e dante scrisse che l’aveva comprata a caro prezzo, “come fanno i corsar de l’altre schiave” (Purgatorio XX) - l’estense diventò sospetto ai Padovani, i quali aspiravano a espandersi nel Polesine, tanto che infine su questo obiettivo si scontrarono anche con Venezia nel 1308. Padova era dunque una città che affascinava anche dante: aveva una prestigiosa Università


Giusto de’ Menabuoi. Veduta di Padova, affresco, secolo XIV. Padova, Basilica di Sant’Antonio Cappella del Beato Luca Belludi.

e un circuito di produzione libraria di prim’ordine, godeva pure di una presenza rilevante di frati minori, che al poeta furono particolarmente cari; però mancava nella città una corte signorile, dove trovare protezione e impiego, inoltre erano presenti numerosi prestatori fiorentini, che probabilmente erano legati ai guelfi neri, e ciò la rendeva poco sicura per un esule condannato a morte e ricercato dai sicari di Firenze. L’altra metropoli che contrastò il predominio di Padova sulla Marca, e attirò maggiormente le simpatie del sommo poeta, fu Verona, che lo ospitò infatti per oltre sei anni. Verona era stata la sede principale di Ezzelino da romano dagli anni ’40 in poi, ma molti dei suoi sostenitori della prima ora erano stati eliminati nel periodo più feroce delle purghe ezzeliniane. Tale sorte toccò non solo agli oppositori, ma anche agli esponenti della fazione ghibellina del Monticoli e ai membri dei “Quattuorviginti”, che oggi si direbbero gli indipendenti della pars filoezzeliniana. Alla morte del Tiranno, i sopravvissuti rientrarono in fretta, primo fra tutti il conte Lodovico di Sambonifacio. durante il periodo ezzeliniano tuttavia si era sviluppata una forte corporazione mercantile, che aveva la sua base di potere economico e politico

nella “domus mercatorum”. Questo ceto “borghese”, composto da giudici, banchieri e affaristi, assolutamente indispensabili in una città che era il punto di passaggio delle mercanzie tra la pianura padana e il Tirolo, non intendeva ritornare sotto il controllo della vecchia aristocrazia. Una situazione che favorì il permanere tra i Veronesi di una forte “simpatia ghibellina”, contraria ai signori guelfi, e facilitò la scalata al potere di una famiglia: i della Scala. Al momento della liberazione dal tiranno, Leonardino della Scala, detto Mastino, appartenente a una famiglia eminente ma non propriamente aristocratica, fu eletto dal consiglio delle corporazioni cittadine quale podestà: un incarico che già aveva ricoperto a Cerea e a Verona per conto di Ezzelino. Per marcare la differenza con il precedente regime, tuttavia, egli si fece eleggere “Capitano del popolo”. Mastino, di simpatie chiaramente filoimperiali, impose la sua supremazia anche su Trento, cacciandone il Vescovo, e favorì la sfortunata discesa in Italia di Corradino di Svevia. Mentre insieme allo Svevo si trovava a Pavia, il partito del Sambonifacio riconquistò però Verona e i castelli del territorio; ne seguì una guerra, che si concluse con la vittoria di Mastino e la sua totale affermazione politica, grazie anche alla pace che riuscì a concludere con

In basso Corradino di Svevia, quattordicenne, durante una battuta di caccia con il falcone. Miniatura dal Codice Manesse. Heidelberg, Biblioteca universitaria.

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Giulio Sartori, Busto di Mastino I della Scala, litografia, 1884. L’immagine riproduce il medaglione realizzato dallo scultore Luigi Marai nella seconda metà del XIX secolo. Verona, Protomoteca della Biblioteca Civica.

In basso Luigi Asioli, ritratto di Azzo VIII d’Este, olio su tela, 1854. Modena, Palazzo Ducale (Accademia Militare).

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Mantova, tradizionale avversaria dei Veronesi. nel 1274 Mastino impose come podestà il fratello Alberto I che, alla sua morte, avvenuta per assassinio nell’ottobre del 1277, ottenne i pieni poteri in città, e avviò così la signoria scaligera. Alberto continuò la politica ghibellina del fratello, ma cercò di non irritare troppo i Padovani molto preoccupati per la sua potenza, tanto che nel 1292 costruirono la roccaforte di Castelbaldo lungo l’Adige. Tanto Alberto fu prudente, che proprio assieme a loro, nel 1295, mosse pure guerra contro Azzo VIII d’Este. di sfuggita possiamo qui ricordare che proprio in quel punto dell’Adige, o meglio, sulla sponda opposta del fiume presso Castagnaro, si svolgerà nel 1387 la grande battaglia tra i Veronesi e l’esercito carrarese, condotto da Giovanni Acuto, che segnerà la fine dell’egemonia scaligera. L’ascesa della supremazia dei della Scala avvenne invece con Alboino e Cangrande, che successero al fratello Bartolomeo, morto senza eredi maggiorenni nel marzo del 1304. Alboino, una volta diventato signore di Verona, continuò la guerra contro gli Estensi fino al 1308 e poi si associò nel governo il fratello Cangrande, di cui aveva apprezzato le capacità militari in varie circostanze. La loro fortuna politica fu tuttavia favorita soprattutto dalla decisione dell’imperatore Enrico VII di scendere in Italia nell’ottobre del 1310. Al diffondersi della notizia i due signori scaligeri inviarono immediatamente all’imperatore ambasciatori e aiuti economici e quindi, pur dopo alcune difficoltà e con l’esborso di enormi contributi finanziari, ricevettero da lui nel marzo del 1311 l’investitura come vicari imperiali su Verona. I magistrati padovani rifiutarono invece di sottomettersi all’Impero e si prepararono alla guerra. Alla metà di aprile, però, i Vicentini, che erano a loro sottoposti fin dal 1266, insorsero contro le sentinelle patavine e le cacciarono riconquistando la libertà, per passare, tuttavia, subito dopo sotto la protezione degli Scaligeri. Cangrande della Scala nel 1312 di-

ventò quindi vicario imperiale di Verona e Vicenza. Il fratello Alboino intanto era morto, essendosi ammalato durante l’assedio di Brescia del 1311. I contrasti tra i vendicativi Vicentini e i Padovani continuarono con la deviazione delle acque del Bacchiglione presso Longare, al fine di toglierle a Padova. Incominciò quindi una devastante campagna militare tra Cangrande e Padova. L’esercito padovano, infatti, organizzò un’energica offensiva, che lo portò a conquistare Cologna Veneta; ma Cangrande e l’esercito imperiale conquistarono Montegalda, un importante castello di confine tra Vicenza e Padova che controllava il Bacchiglione. I Padovani tentarono quindi un colpo di mano per conquistare Vicenza; ma il rapido intervento dello Scaligero fece sfumare questo progetto. Poco dopo i Bassanesi, che erano rimasti fedeli all’alleanza con Padova, attaccarono e distrussero il borgo di Marostica, passata agli Scaligeri insieme con Vicenza. In un susseguirsi di scontri e distruzioni crescenti, un forte esercito padovano, trevigiano e feltrino, nel giugno del 1312 si accampò presso Vicenza e tentò di distruggere gli sbarramenti costruiti sul Bacchiglione. Però Cangrande arrivò e colse di sorpresa gli avversari, infliggendo pesanti perdite ai Padovani, che tuttavia si ripresero ben presto. Padova ritentò quindi l’assalto il 17 dicembre del 1314, mentre Cangrande si trovava a Verona, e l’attacco fu portato contro il sobborgo vicentino di San Pietro, che fu occupato; il signore della Scala allora, in sole quattro ore, volò a Vicenza con un nucleo di cavalieri, accerchiò i nemici e li distrusse, catturando un immenso bottino e 773 prigionieri. Questa battaglia dimostrò a tutti il valore di Cangrande e destò meraviglia nei suoi stessi avversari, tanto che alcuni padovani catturati, tra cui Giacomo I da Carrara, diventarono amici del condottiero veronese. Gli stessi veneziani, a questo punto, intervennero come mediatori per concludere tra le due parti un trattato di pace. Fu probabilmente nel 1312, secondo alcuni studi, mentre altri dicono nel 1315, che dante


si recò a Verona, sia attirato dalla venuta dell’imperatore Enrico VII (a cui dedicò una famosa epistola), sia invitato da Cangrande, che già aveva conosciuto quand’era molto giovane, tra il 1303 e il 1304; e a Verona il poeta rimase fino al 1318 o al 1320. Anche su queste date ci sono divergenti interpretazioni. Lo Scaligero, alleatosi anche con i Pisani, nel 1315 inflisse ai fiorentini una pesante sconfitta nella battaglia di Montecatini e l’11 settembre firmò un’alleanza tra Verona, Mantova, Modena, Lucca, Pisa e i Visconti di Milano, ampliando così il suo orizzonte politico e rafforzando lo schieramento ghibellino. La guerra contro i guelfi non era tuttavia conclusa, anzi, riprese quando, il 22 maggio del 1317, il conte Vinciguerra da Sambonifacio tentò di riprendere Vicenza, sempre con l’aiuto dei Padovani. Ancora una volta Cangrande, informato del pericolo dal podestà vicentino Bailardino nogarola, entrò nella città berica in incognito e, insieme con il condottiero Uguccione della Faggiola, mise in atto un astuto stratagemma, che gli consentì di sterminare l’esercito padovano. Il conflitto proseguì tuttavia fino agli inizi del 1318, allorché la città euganea si arrese allo strapotere dello scaligero e fu conclusa una nuova pace. Fu intorno a questi anni (1318 o 1320) che dante si trasferì da Verona a ravenna, dove trovò ospitalità e impiego in incarichi diplo-

matici come ambasciatore del signore locale, Guido novello da Polenta. non è chiaro il motivo di tale trasferimento; forse il poeta fu attirato dal fatto che nella più tranquilla città marittima si era creato un fecondo cenacolo letterario, dove la sua opera poteva meglio essere apprezzata e diffusa. È impossibile in questa sede seguire tutte le imprese successive del condottiero veronese, che nel 1322 si accostò al nuovo imperatore Ludovico il Bavaro e si alleò pure, ma soltanto temporaneamente, con il potente duca di Gorizia Enrico II. dopo aver conquistato il Pedemonte, da Bassano ad Asolo e sottomesso Feltre, Belluno e Ceneda, tra intrighi e tradimenti, tra cui quello del cugino Federico della Scala, che nel 1325 tentò di spodestarlo, il signore veronese nel 1328 sottomise anche Padova, ormai caduta in preda alle lotte tra le grandi famiglie, e vi fece eleggere “capitano generale” l’ex avversario Marsilio da Carrara, avviando così il sorgere di una nuova dinastia, quella dei Carraresi. Il matrimonio di Taddea da Carrara con Mastino II della Scala, celebrato nel novembre del 1328, fu in effetti la consacrazione di Cangrande al vertice della politica italiana, tanto che nel marzo del 1329 fu nominato cittadino di Venezia: un onore concesso solo a pochi grandi. Purtroppo, il 18 luglio del 1329, mentre entrava in Treviso che gli si era arresa, cadde

Giovanni di Rigino (attribuita), Statua equestre di Cangrande della Scala, marmo, 1340-’50. Verona, Museo di Castelvecchio. L’opera, un tempo collocata sopra l’arca dello stesso Cangrande, nel 1909 venne trasferita al Museo Civico. Nel 1958 Carlo Scarpa, incaricato del rinnovamento dell’antica sede museale, ideò per la statua un allestimento originale accostando arditamente i materiali tradizionali, come la pietra e il legno, a quelli moderni, come il calcestruzzo.

In basso Cristofano dell’Altissimo, Ugo Fagiolanus (ritratto di Uguccione della Faggiola), olio su tela, fine del XVI secolo. Collezione privata.

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Marco Polo salpa da Venezia nel 1271, particolare da un manoscritto del XV secolo. Oxford, Biblioteca Bodleiana

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infermo e nel giro di tre giorni morì; non è chiaro se fu per una congestione causata dall’aver bevuto l’acqua ghiacciata della fontana dei Santi Quaranta quand’era molto accaldato, o se fu avvelenato da una forte dose di digitale; aveva appena 38 anni. La sua eredità fu assunta dai nipoti Alberto II e Mastino II, che un po’ alla volta la dissiparono, ritornando a essere soltanto signori di Verona e Vicenza. nel 1321 intanto, tra il 13 e il 14 settembre, era morto a ravenna anche il suo amico e ammiratore dante Alighieri, che nella Divina Commedia aveva esaltato la sua futura gloria nel XVII Canto del Paradiso. La crisi degli Scaligeri costrinse Venezia a interessarsi maggiormente dell’entroterra. La città del Leone viveva dei traffici marittimi e lungo le coste adriatiche stava costruendo il proprio impero: ancora non ambiva a espandersi nella Terraferma e preferiva controllare quanto accadeva, limitandosi a intervenire lo stretto necessario per salvaguardare i propri interessi. Era stata tra le principali avversarie di Ezzelino III e degli imperatori d’oltralpe, ma chiusa dentro le proprie lagune stava a guardare i litigiosi vicini, pur influenzando con un’intensa attività diplomatica e finanziaria le vicende dei due comuni maggiori.

C’erano poi nel suo orizzonte città importanti come Vicenza, che dopo il 1266 era diventata terra di conquista di Padovani e Veronesi, e città minori, come Belluno, Feltre, Bassano, Conegliano e oderzo, che controllavano distretti dove si stendeva una fitta rete di piccoli comuni, spesso fortificati, e di castelli che occupavano posizioni strategiche: Serravalle, oderzo, noale, Piove di Sacco, Este, Monselice, Montagnana, Montegalda, Lonigo, Cittadella e così via. Tra le città di maggiore rilievo, quelle cioè che ebbero anche un’intensa vita politica, ci fu Treviso, sede anticamente di un ducato longobardo e poi di una contea carolingia. Al tempo dei primi da romano fu la città d’elezione della famiglia e, tra XII e XIII secolo, diventò famosa per l’arte e la cultura che vi si produssero, tanto da essere considerata il maggior centro di vita cortese ai tempi di Alberico da romano. dopo il 1239 fu controllata in maniera sempre più tirannica da costui, ma alla morte di Ezzelino a Soncino, nel 1259, egli si rifugiò nel castello di San Zenone, dove fu catturato e massacrato nell’agosto del 1260. dopo il periodo ezzeliniano, le grandi famiglie, precedentemente subordinate alla poli-


La discesa di Enrico VII in Italia, miniatura dal Codex Balduini Trevirensis, secolo XIV. Coblenza, Landeshauptarchiv. Il manoscritto descrive la campagna italiana dell’imperatore Enrico VII (1310-1313).

tica dei signori da romano (i da Camino, da Collalto, da Castelli, Tempesta, da onigo, da rovero... e i loro alleati) si divisero politicamente aderendo alle fazioni dei bianchi (guelfi) e rossi (ghibellini). Questi ultimi per qualche tempo ebbero la meglio in città, ma le tensioni crebbero tra le due parti fino a esplodere il 15 novembre del 1283, quando, durante una serie di scontri di piazza, gli esponenti dei da Castelli furono cacciati dai bianchi e Gherardo III da Camino fu acclamato “capitano generale” della città e del distretto di Treviso. Il “buon Gerardo” celebrato da dante nel XVI Canto del Purgatorio era, come oggi si direbbe, un grande politico e un opportunista. Tutta la sua azione era sempre protesa a consolidare la sua posizione e rafforzare il suo personale dominio nell’area subalpina del Veneto. Pur apparendo saggio e moderato, non esitava a ricorrere alle azioni più dure e inique, tanto che perseguitò con accuse pretestuose gli sconfitti, fino a distruggere i loro castelli di Asolo, Cornuda e Muliparte, e abbattere le case che avevano in città. Furono subito richiamati i guelfi proscritti durante il predominio dei ghibellini e i seguaci dei da Castelli furono invece espulsi, con la confisca dei beni. Poi governò Treviso da vero padrone, gestendo a piacimento gli Statuti senza alcuna opposizione e distribuendo a suo giudizio gli incarichi e i beni della comunità. Utilizzò inoltre i matrimoni dei figli per fini eminentemente politici, dal momento che lui stesso aveva sposato dapprima Chiara della Torre, appartenente alla principale famiglia dei guelfi milanesi, e poi Alice da Vivaro, figlia della famiglia che era stata a capo dei guelfi vicentini. diede quindi in moglie la figlia Gaia, citata da dante, a Tolberto III da Camino, un esponente dei caminesi “di sotto” con cui i caminesi “di sopra” e lo stesso Gherardo erano da tempo in conflitto. Un’altra figlia, Beatrice, fu data in sposa a Enrico II di Gorizia, e Agnese fu maritata a nicolò Maltraversi da Lozzo, considerato l’uomo più ricco di Padova; per il figlio rizzardo, infine, scelse la nobile bavarese Caterina di

ortenburg, per la quale organizzò cerimonie tanto sfarzose da avere ampia risonanza in tutta Italia. Questo dimostra pure come egli intendesse favorire i rapporti con la Germania, dal momento che controllava le vie che passavano per il Cadore, Serravalle e oderzo. Il suo dominio fu però caratterizzato anche da notevoli lavori pubblici e di ammodernamento della città, alla quale diede lustro ospitando e proteggendo nella sua corte artisti e letterati, tra cui dante in fuga da Firenze. Le date della sua presenza a Treviso, comunque non continuativa, non sono precisamente note, tuttavia possono essere collocate intorno al 1304, anno della battaglia della Lastra, che segnò la totale disfatta dei guelfi bianchi. Gherardo da Camino morì nel marzo del 1306 e con il suo testamento lasciò il potere al figlio rizzardo, a cui aveva cominciato a dare incarichi pubblici fin dal 1301, ma che purtroppo non fu in grado di seguire la prudente linea politica paterna. rizzardo, dopo la morte del padre, diede inizio a una politica ondivaga, staccandosi dopo qualche anno da Padova per allearsi con Venezia, e tradirne poi la fiducia collegandosi ai ghibellini fedeli all’imperatore Enrico VII, sperando così di diventare il suo vicario imperiale. odiato da

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LE TAPPE DI DANTE NEL VENETO secondo gli studi più recenti

non vi sono sufficienti documenti per definire accuratamente le date della presenza di dante nella Marca Trevigiana. Tra gli studiosi che si sono maggiormente impegnati in tale ricerca si segnalò Giorgio Petrocchi, ai cui studi si è fatto finora riferimento. Le conclusioni del Petrocchi (che curò la riedizione della Divina Commedia per conto dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani), spesso indiziarie e non sufficientemente documentate, sono state recentemente confutate da un altro studioso, Giuseppe Indizio che, sulla base di un’accurata ricerca documentaria, ha proposto la seguente periodizzazione:

- dalla seconda metà del 1303 alla primavera del 1304 dante fu a Verona. Probabilmente svolse in questo periodo missioni diplomatiche per conto degli Scaligeri a Padova, Treviso e Venezia; forse a Padova incontrò Giotto; - tra la fine del 1304 e la primavera del 1306 era a Bologna e non nella Marca; - nel 1314 fece forse un passaggio a Venezia; - dal 1315 agli inizi del 1320 risiedette a Verona, con qualche passaggio a Mantova; - nel 1320 si trasferì a ravenna.

Si segnalano qui soltanto le date di effettiva presenza nel Veneto e non quelle degli altri soggiorni in varie città d’Italia e all’estero, che vari studiosi indicano talvolta anche come presenze “presunte”.

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Pagina a fianco Gustave Doré, nel mezzo del cammin di nostra vita / Mi ritrovai per una selva oscura..., xilografia, 1861. Edoardo Sonzogno Editore, Milano, 1887.

molti Trevisani per aver aumentato le tasse e per i soprusi compiuti, fu infine mortalmente ferito con una roncola il 5 aprile 1312, mentre giocava a scacchi nella sua loggia. Il suo assassinio restò un caso irrisolto, perché il sicario fu immediatamente ucciso dai nobili presenti, e ciò alimentò il sospetto che vi fossero dei mandanti tra i suoi stessi compagni, o addirittura ne fosse responsabile Cangrande. A questo evento fece riferimento anche dante nel colloquio con Cunizza da romano al Canto IX del Paradiso. A rizzardo successe il fratello Guecellone VII, il quale, dopo aver fatto guerra insieme con i Padovani contro Cangrande della Scala, frustrato nelle sue ambizioni di diventare capitano generale di Padova cambiò partito, abbracciando l’alleanza con lo Scaligero. Alla fine scontentò tutti con i suoi voltafaccia e subì anche lui la rivolta dei Trevisani guidati dal Vescovo, dal conte rambaldo da Collalto, da Guido Tempesta e altri nobili. nella notte del 14 dicembre 1312 Guecellone dovette quindi fuggire dalla città e il palazzo dei Caminesi fu devastato. Il da Camino si rifugiò nei suoi castelli cadorini e, grazie al favore del nuovo

Enrico VII, imperatore del Sacro Romano Impero, in un’illustrazione del 1874.

imperatore Enrico VII, al Patriarca di Aquileia e al conte Enrico di Gorizia si vide riconfermare l’autorità sugli antichi feudi di famiglia, tra cui il più importante era quello di Serravalle. ripresosi dalla sconfitta, si impegnò quindi con ogni mezzo per riconquistare Treviso, collaborando con Cangrande, che però nel 1321 si impadronì personalmente di Feltre e Belluno, deludendo le speranze dell’alleato. Messo al bando dalla Chiesa nel 1323, Guecellone VII si spense tristemente nell’anno successivo. La crisi del comune trevigiano diventò poi sempre più acuta, anche a causa di un nuovo scontro tra le famiglie degli Azzoni e dei Tempesta, i quali nel 1327 conquistarono la città con le armi. La situazione in Treviso diventò sempre più caotica, finché Guecellone Tempesta nel 1329 patteggiò con Cangrande la resa e la consegna della città. dopo l’improvvisa morte del vincitore, il comando su di essa fu affidato da Mastino II e Alberto II a uno dei migliori capitani scaligeri: Pietro dal Verme, che consentì il rientro a Treviso dei ghibellini esiliati, come i da Castelli. La storia di Treviso ebbe un altro sussulto nel 1339, quando passò sotto il governo di Venezia, diventando così per un breve periodo il primo possesso della Serenissima sulla Terraferma; ma la città perse così, un po’ alla volta, la sua spinta egemonica e diventò moneta di scambio tra Padova e le forze dell’Impero. Gli anni che seguirono furono estremamente tormentati per tutte le città della Terraferma veneta, soprattutto a causa dei tentativi espansionistici dei Carraresi, ma agli inizi del ’400 tutte furono fagocitate dalla città marciana, anche Padova, che si arrese per ultima nel 1405. L’ultimo signore padovano, Francesco novello da Carrara, fu strozzato insieme con i figli nelle prigioni veneziane il 19 gennaio del 1406, su richiesta del condottiero visconteo Jacopo dal Verme, che convinse il Senato veneziano con il famoso detto “omo morto non fa più guerra”. Franco Scarmoncin


Il Veneto e i Veneti nella Commedia Tu lascerai ogne cosa diletta Più caramente; e questo è quello strale Che l’arco de lo esilio pria saetta. Paradiso XVII, 55-57

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L’ESILIO In questa mirabile terzina dante descrive il primo effetto dell’esilio. Con la stessa velocità e con lo stesso dolore con cui una freccia penetra nella carne, così da un momento all’altro ci si trova privati di tutto ciò che si ama: della famiglia, degli amici, dei propri libri, dei propri averi, della patria. non solo. dante si trovò privato anche dell’onore da una sentenza che lo condannava per baratteria all’esilio perpetuo e alla morte sul rogo in caso di ritorno a Firenze. nei primi tempi dante, come molti altri Bianchi, stringe un’alleanza con i fuorusciti ghibellini nella speranza di un pronto ritorno in patria. Ma presto si rende conto di essersi messo con una “compagnia malvagia e scempia” (Par. XVII, 62), con gente inconcludente i cui maldestri tentativi anche militari non approdano a nulla. decide allora di far “parte per sé stesso” (Par. XVII, 69) e inizia il vero e proprio esilio sulle tappe del quale i dantisti disputano da secoli. Certamente fu a Verona in due riprese: la prima ospite di Bartolomeo della Scala, la seconda, forse dal 1312 al 1318, di Cangrande con cui strinse un grande rapporto di stima e di amicizia.

Tra il 1304 e il 1306 soggiornò forse a Treviso presso Gherardo da Camino, mentre secondo alcuni soggiornò per un periodo a Padova, dove avrebbe fraternizzato con il suo concittadino Giotto allora impegnato negli affreschi della cappella degli Scrovegni. Secondo i dantisti fu tra il 1306 e il 1307 in Lunigiana ospite dei Malaspina, in Casentino presso i Guidi e a Lucca, dove secondo la profezia del poeta Bonagiunta una donna gentile di nome Gentucca “ti farà piacere la mia città” (Pur. XXIV, 44-45). Sull’identità di questa Gentucca i dantisti disputano da secoli: c’è chi pensa a un’amante lucchese e c’è persino chi avanza l’ipotesi che si tratti di una figlia naturale di dante, nata qualche anno prima a seguito di una fugace relazione con una non precisabile donna lucchese. Uno dei tormentoni dei dantisti è la famosa questione se dante abbia o no soggiornato a Parigi. Il Villani e il Boccaccio lo affermano con sicurezza, mentre altri, tra cui i figli di dante, non vi fanno cenno. Se realmente andò a Parigi possiamo immaginare che vi abbia frequentato gli ambienti universitari e abbia approfondito i suoi studi di filosofia e teologia. Forse il soggiorno parigino fu interrotto da un avvenimento che riaccese le speranze di tutti i Ghibellini d’Italia e quelle di dante di poter tornare in patria. nel 1311 Enrico VII del Lussemburgo, re di Germania, scende nel nostro Paese per essere incoronato re d’Italia e imperatore del Sacro romano Impero. In occasione di questo evento dante torna nel Casentino e scrive due lettere: una all’imperatore, nella quale lo incita a conquistare Firenze; l’altra, violentissima, agli “scelleratissimi fiorentini che vivono tra le mura di Firenze”, insultandoli in ogni modo e invitandoli a inchinarsi al sovrano tedesco. Il quale, dopo aver girato per l’Italia senza idee chiare e dopo un fiacco assedio a Firenze, muore nell’agosto del 1313 a Buonconvento e viene sepolto nel duomo di Pisa. dante ritorna di nuovo, deluso e ormai rassegnato a finire i suoi giorni in esilio, a Verona presso Cangrande della Scala.


DANTE E VERONA

Lo primo tuo rifugio e ‘l primo ostello sarà la cortesia del gran Lombardo che ‘n su la scala porta il santo uccello; ch’in te avrà sí benigno riguardo che del fare e del chieder, tra voi due, fia primo quel che, tra li altri, è più tardo. Paradiso XVII, 70-75

nel 1315, tuttavia, gli sarà data la possibilità di un rientro in patria, a condizione di sottoporsi a una pubblica umiliazione e di pagare un’ammenda. dante sdegnosamente rifiuta. nel 1318 lascia la corte scaligera per recarsi a ravenna da Guido novello da Polenta, dove si dedica anima e corpo al completamento del suo capolavoro. Si concede solo pochissime distrazioni, tra le quali uno scambio di egloghe con il latinista bolognese Giovanni del Virgilio, e la partecipazione a una discussione scientifica in Mantova e in Verona sulle problematiche presenti nella Quaestio de aqua et terra, un trattatello di carattere scientifico sulla cui attribuzione i dantologi discutono da sempre. A ravenna rimane fino alla morte, avvenuta il 13 o il 14 settembre del 1321, giorno dell’esaltazione della Santa Croce. Comunque siano andate le cose, un fatto è certo: dante passò una buona parte del suo esilio nel Veneto, che certamente ha percorso in lungo e in largo, come testimoniano i molti versi da lui dedicati a descrivere luoghi e persone di questa regione. Cerchiamo dunque le tracce di quel passaggio e di capire che cosa dante pensasse della nostra terra e della nostra gente.

L’esule dante trova il suo primo rifugio a Verona, accolto da Bartolomeo della Scala che dimostra nei suoi confronti non una semplice cortesia, ma una vera e propria benevolenza. Se questa è l’accoglienza ricevuta, perché mai un paio d’anni dopo dante lascia Verona? La spiegazione sta probabilmente nella prematura scomparsa di Bartolomeo della Scala (avvenuta nel marzo del 1304) e nel rapporto non altrettanto cordiale che dante aveva con il suo successore, il fratello Alboino, come risulta da un accenno nel Convivio. nell’ottobre del 1311 Alboino muore e dante torna a Verona, ospite questa volta di Cangrande, fratello minore di Alboino, gran condottiero e gran signore, cui sono dedicati questi versi pronunciati dal trisavolo di dante, Cacciaguida:

Con lui vedrai colui che ‘mpresso fue, nascendo, sì da questa stella forte, che notabili fier l’opere sue. Non se ne son le genti ancora accorte per la novella età, ché pur nove anni son queste rote intorno di lui torte; ma pria che ‘l Guasco l’alto Arrigo inganni, parran faville de la sua virtute in non curar d’argento né d’affanni. Le sue magnificenze conosciute saranno ancora, sì che ‘ suoi nemici non ne potran tener le lingue mute. A lui t’aspetta e a’ suoi benefici; per lui fia trasmutata molta gente, cambiando condizion ricchi e mendici; e portera’ne scritto ne la mente di lui, e nol dirai”; e disse cose incredibili a quei che fier presente. Paradiso XVII, 76-93

Il frontespizio della Comedia di Dante, pubblicata a Venezia nel 1555 da “Gabriel Giolito De Ferrari et fratelli”. Si tratta della prima edizione nella quale appare il titolo come lo conosciamo oggi, cioè con l’aggettivo “Divina”, attribuito da Boccaccio all’opera del sommo poeta in un Trattatello del 1360. In basso Camillo Bonnard, Cangrande I della Scala, tavola a colori dal volume Costumi dei Secoli XIII, XIV e XV ricavati dai più autentici monumenti di pittura e di scultura... Ranieri Fanfani in Milano, 1835.

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Gustave Doré, ... Siete voi qui, ser Brunetto, particolare xilografia, 1861. Edoardo Sonzogno Editore, Milano, 1887.

Lodovico Pogliaghi, L’ingresso trionfale di Cangrande in Padova, disegno a penna, 1985. Da L’Illustrazione Italiana, n.34 (agosto 1985).

Proprio in virtù di queste misteriose grandi cose di cui parla dante qualcuno ha ipotizzato che in Cangrande debba essere identificato il misterioso “Veltro”, la cui venuta è profetizzata nel primo Canto della Commedia. Ma, naturalmente, la questione rimane molto controversa. Per quale motivo dante lasci la corte scaligera nel 1318 per recarsi a ravenna alla corte di Guido novello da Polenta è tuttora un mistero. Secondo alcuni sarebbero intervenuti dissapori con il munifico signore veronese, secondo altri perché a ravenna si aspettava un ambiente più tranquillo e meno movimentato della brillante corte scaligera, un milieu assai più adatto alla sua ormai unica aspirazione: quella di completare la Commedia. Secondo altri ancora avrebbe ottenuto un buon impiego come insegnante di retorica, con relativo stipendio fisso: un’offerta, insomma, di quelle che non si possono rifiutare. La tesi dei dissapori non regge, alla luce di quanto ci dice il Boccaccio, ossia che dante, anche dopo la sua dipartita da Verona, avrebbe inviato a puntate i canti del Paradiso a Cangrande e anche sulla base della famosa lettera che il poeta dedica a Cangrande, de-

finito “magnifico e vittorioso signore”, la più sublime cantica della Commedia, il Paradiso. Ma i riferimenti a Verona non finiscono qui, e possiamo citarne almeno altri tre. nel primo si fa cenno al palio che si correva a piedi nella città scaligera la prima domenica di Quaresima e del quale dante fu senza dubbio spettatore. Siamo nel girone dei sodomiti e Brunetto Latini, dopo un lungo commosso colloquio con dante si allontana di corsa:

Poi si rivolse e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna, e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde. Inferno XV, 121-124

nel secondo, tratto dalla famosa invettiva Ahi serva Italia, si fa riferimento alle due famiglie rivali dei Montecchi (Cremonesi) e dei Capuleti (Veronesi):

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti. Purgatorio VI, 106-108

Cristofano dell’Altissimo, ritratto di Brunetto Latini, olio su tela, 1590 circa. Firenze, Galleria degli Uffizi.


Sopra, da sinistra La facciata della chiesa di Sant’Elena a Verona. Qui, il 20 gennaio 1320, Dante tenne l’orazione in latino Quaestio de aqua et terra. La basilica di San Zeno, sempre a Verona: un altro luogo significativamente legato alla presenza del sommo poeta nella città scaligera.

nel terzo entra in scena un abate accidioso di San Zeno, che critica nientemeno che Alberto della Scala, padre di Cangrande, per aver voluto assegnare come abate a quel monastero un suo figlio naturale, deforme nel corpo e corrotto nell’anima: Io fui abate in San Zeno a Verona sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa, di cui dolente ancor Milan ragiona. E tale ha già l’un piè dentro la fossa, che tosto piangerà quel monastero, e tristo fia d’avere avuta possa; perché suo figlio, mal del corpo intero, e de la mente peggio, e che mal nacque, ha posto in loco di suo pastor vero.

Purgatorio XVIII, 118-126

Prima di morire dante torna ancora una volta a Verona. Qui nel gennaio del 1320, presso la chiesa di sant’Elena, tiene un’orazione in latino sulla Quaestio de aqua et terra, poi trascritta sotto forma dottrinale. In quest’opera il poeta precisa con dovizia di particolari il luogo dell’incontro, la data e i partecipanti, e non manca di redarguire con parole sprezzanti coloro che, per invidia o supponenza, non hanno ritenuto di essere presenti. In conclusione possiamo dire che a Verona dante passa uno dei migliori periodi della sua vita di esule, godendo della stima e dell’amicizia del magnifico signore Cangrande della Scala, e che - giustamente - dedica più versi a questo “dorato esilio” che a qualunque altro luogo.

DANTE E PADOVA Anche del soggiorno di dante a Padova si sa poco e, pure in questo caso, la leggenda si mescola alla realtà. Benvenuto da Imola nel suo Comento riferisce che Giotto, allora impegnato nel dipingere la cappella degli Scrovegni, ricevette in casa dante durante il suo soggiorno a Padova. In merito a quest’incontro il letterato romagnolo, fra i primi commentatori della Commedia, narra la seguente gustosa storiella: dopo aver cenato con il celebre artista e la sua famiglia, dante constatò che i figli del pittore assomigliavano al padre ed erano quindi - a suo parere piuttosto bruttini. Il poeta, che notoriamente non aveva peli sulla lingua, gli chiese dunque: “Egregio Maestro, che non avete rivali nell’arte pittorica, come mai dipingete le figure estranee così belle e le vostre le fate tanto brutte?”. Al che Giotto rispose: ”Perché le pitture le faccio di giorno, e i figli di notte”. La risposta, secondo Benvenuto, piacque molto a dante. Che poi il poeta conoscesse bene la città e le zone circostanti si ricava da diversi passi della Commedia. Per esempio in quello che descrive i possenti argini eretti dai padovani per difendersi dalle “brentane” di primavera. Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, temendo ‘l fiotto che ‘nver’ lor s’avventa; fanno lo schermo perché ‘l mar si fuggia; e quali Padoan lungo la Brenta, per difender lor ville e lor castelli, anzi che Carentana il caldo senta:


a tale imagine eran fatti quelli, tutto che né sì alti né sì grossi, qual che si fosse, lo maestro félli.

dietro un cespuglio che altro non è se non l’anima di un suicida che piange per il dolore provocatogli dai rami spezzati e grida:

Allo stesso modo emerge una buona conoscenza dei personaggi della Città del Santo, come per esempio del famoso usuraio reginaldo degli Scrovegni, padre di quell’Enrico al quale si deve la costruzione della celebre cappella.

Inferno XIII, 133-135

Inferno XV, 4-12

E un che d’una scrofa azzurra e grossa segnato avea lo suo sacchetto bianco, mi disse: “Che fai tu in questa fossa? Or te ne va; e perché se’ vivo anco, sappi che ‘l mio vicin Vitalïano sederà qui dal mio sinistro fianco. Con questi Fiorentin son padoano: spesse fïate mi ‘ntronan li orecchi gridando: ‘Vegna ‘l cavalier sovrano, che recherà la tasca con tre becchi!” Qui distorse la bocca e di fuor trasse la lingua, come bue che ’l naso lecchi. Inferno XVII, 64-75

di un altro personaggio noto nella città di Padova si fa menzione nel Canto XIII dell’Inferno, quello dei suicidi e degli scialacquatori. Ci riferiamo a Jacopo da Sant’Andrea, figlio di Speronella dalesmanini, che aveva ereditato dalla madre un’immensa fortuna, da lui totalmente sperperata a causa della folle prodigalità. Fuggendo per la foresta inseguito da bramose cagne, Jacopo tenta di farsi schermo

O Giacomo, dicea, da Sant’Andrea Che t’è giovato di me fare schermo? Che colpa ho io della tua vita rea?

Ma dante dimostra ulteriormente la sua conoscenza dei luoghi e dei personaggi in un altro episodio. nel Canto V del Purgatorio, tra gli spiriti morti di morte violenta e salvati dal loro sia pur tardivo pentimento, incontra Jacopo del Cassero e ne descrive l’assassinio avvenuto in terra veneta. Ascoltiamo le sue parole:

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, là dov’ io più sicuro esser credea: quel da Esti il fé far, che m’avea in ira assai più là che dritto non volea. Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, quando fu’ sovragiunto ad Orïaco, ancor sarei di là dove si spira. Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco m’impigliar sì ch’i’caddi; e lì vid’ io de le mie vene farsi in terra laco. Purgatorio V, 73-84

nativo di Fano, Jacopo del Cassero aveva combattuto insieme ai guelfi fiorentini nella battaglia di Campaldino, dove probabilmente

Sopra, da sinistra a destra Giotto, Enrico Scrovegni dona agli angeli un modello della cappella fatta erigere a Padova, affresco, 1302. Padova, Cappella degli Scrovegni. Gustave Doré, Quel dinnanzi: ora accorri, accorri, morte, xilografia, 1861. Edoardo Sonzogno Editore, Milano, 1887. L’immagine rappresenta la fuga di Lano da Siena e Jacopo da Sant’Andrea nella selva dei suicidi.

Sotto La lapide collocata nel 1893 sulla facciata di villa Moro a Oriago, con le terzine dantesche che ricordano l’assassinio di Jacopo del Cassero.


Giotto e allievi, Il Paradiso, dettaglio del volto di Dante, affresco, 1334. Firenze, Palazzo del Bargello, Cappella della Maddalena. Si tratta del più antico ritratto del poeta.

Il presunto autoritratto di Giotto in uno degli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova.

Sotto Pittore di scuola giottesca, Sant’Antonio, affresco. Padova, Basilica del Santo. Stranamente Dante non cita mai, nel suo poema, questa importante figura religiosa.

aveva conosciuto dante. dopo aver ricoperto l’incarico di podestà di Bologna, nel 1298 fu nominato podestà di Milano. Per raggiungere la sua destinazione e volendo evitare di transitare per il territorio degli estensi, suoi mortali nemici, viaggiò per nave fino a Venezia e di qui a piedi lungo la riviera del Brenta in direzione di Padova. raggiunto dai sicari di Azzo VIII d’Este presso il castello di oriago, al confine tra il territorio padovano e la repubblica di Venezia, fu ferito gravemente. Invece di dirigersi verso Mira cercò scampo in una palude, dove i suoi inseguitori lo finirono. I luoghi che compaiono in questo episodio e i dettagli con cui gli eventi sono raccontati dimostrano la grande familiarità di dante con la geografia e la storia del padovano, il che rafforza ulteriormente l’idea di un suo soggiorno, forse non breve, nella zona. Un’ultima osservazione sulla presenza di Padova nella Commedia, o meglio la segnalazione di una strana assenza. In nessun passo del poema è citato Sant’Antonio da Padova che pure era, già al tempo di dante, uno dei santi più popolari e venerati. nel Canto XXIX del Paradiso si cita un Sant’Antonio, ma si tratta di Sant’Antonio Abate.

DANTE E TREVISO Poco si sa e molto si favoleggia intorno al soggiorno di dante a Treviso. C’è chi lo vuole raffigurato sulla chiave di volta di palazzo rustichello, chi ritiene che frequentasse il terz’ordine templare, chi lo raffigura impegnato in dotte discussioni con Gaia da Camino nella residenza di lei, a Portobuffolè. Quel che sappiamo, possiamo dedurlo dai seguenti versi (è Cunizza da romano che parla): e dove Sile e Cagnan s'accompagna, tal signoreggia e va con la testa alta, che già per lui carpir si fa la ragna.

Paradiso IX, 49-51

È noto che Treviso è una città d’acque e che è il luogo dove il Sile e il Cagnan si fondono insieme. dante conosce dunque questo dettaglio e ciò ci induce a credere che fosse pratico della città. Ma il poeta conosce bene anche i personaggi più in vista, in particolare elogia Gherardo III da Camino, signore di Treviso dal 1292 al 1306. Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna l’antica età la nova, e par lor tardo che Dio a miglior vita li ripogna:


Ziberto Santi, Monumento funebre di Pietro Alighieri, seconda metà del XIV secolo. Treviso, chiesa di San Francesco. Figlio del poeta e di Gemma Donati, Pietro nacque a Firenze nel 1300 e seguì Dante nell’esilio. Giudice, poeta ed esegeta (prevalentemente della produzione paterna), visse a Verona e morì a Treviso. I suoi funerali furono celebrati il 29 aprile 1364 nella chiesa di Santa Margherita

Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo e Guido da Castel, che mei si noma, francescamente, il semplice Lombardo. Purgatorio XVI, 121-126

Sulla presenza di dante a Treviso aggiungiamo un dettaglio curioso, che forse può destare un certo interesse: nella bella chiesa di San Francesco è sepolto Pietro, figlio di dante che, pur vivendo abitualmente a Verona, muore casualmente a Treviso e qui viene sepolto con tutti gli onori, incluso quello di avere un pregevole monumento funebre, che ancora oggi si può ammirare su una parete, in vicinanza dell’abside.

DANTE E BASSANO La prova che dante sia stato in territorio bassanese è data dal famoso passo del Canto IX del Paradiso, nel quale si parla senza alcun dubbio del Colle di romano.

In quella parte de la terra prava italica che siede tra Rïalto e le fontane di Brenta e di Piava si leva un colle, e non surge molt’ alto, là onde scese già una facella che fece a la contrada un grande assalto.

D’una radice nacqui e io ed ella: Cunizza fui chiamata, e qui refulgo perché mi vinse il lume d’esta stella; ma lietamente a me medesma indulgo la cagion di mia sorte, e non mi noia; che parria forse forte al vostro vulgo. Paradiso IX, 25-36

L’identificazione del colle è sicura non tanto per la collocazione geografica, che potrebbe riferirsi a decine di altri colli situati tra rialto e le sorgenti della Brenta e della Piava, quanto piuttosto per il fatto che a descriverlo è Cunizza, sorella di Ezzelino III, la quale afferma che si tratta proprio del colle di Ezzelino. Poiché non esistono altri riferimenti alla nostra zona né nella Commedia, né altrove nell’opera di dante, non siamo assolutamente in grado di stabilire né quando il poeta sia passato nelle nostre zone, né quanto tempo vi si sia fermato, né per quale ragione vi sia venuto. E neppure chi vi abbia incontrato. Quanto a Ezzelino, sappiamo che la sua dimora eterna è il Cerchio dei violenti, immersi nel sangue bollente del Flegetonte.

Io vidi gente sotto infino al ciglio; e ’l gran centauro disse: “E’ son tiranni

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Il Col Bastia, meglio noto come Colle di Dante, a Romano d’Ezzelino: luogo strategico, controllava la Valle Santa Felicita e la fascia pedemontana, dominando la sottostante pianura. Ph. Fulvio Bicego.

che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. Quivi si piangon li spietati danni; quivi è Alessandro, e Dïonisio fero che fé Cicilia aver dolorosi anni. E quella fronte c’ha ’l pel così nero, è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo, è Opizzo da Esti, il qual per vero fu spento dal figliastro sù nel mondo. Inferno XII, 103-112

Sorte ben diversa è riservata invece a Cunizza, che dante incontra in Paradiso nel Cielo di Venere tra gli spiriti amanti. Come mai questa donna famosa per la sua vita sentimentale, a dir poco movimentata, viene collocata direttamente in Paradiso? La spiegazione sta forse nel fatto che Cunizza, dopo la tragica fine dei suoi fratelli, si ritira a Firenze, città di origine della madre, e cambia vita dandosi alle opere

di carità. Ed è a Firenze che il ragazzo dante conosce le sue opere e ne è ammirato al punto da considerarla un’anima santa degna del Paradiso nonostante il suo discutibile passato. Secondo altri la collocazione di Cunizza in Paradiso è un modo per rivalutare, sia pure indirettamente, la figura di Ezzelino così maltrattata nella prima Cantica. La questione è naturalmente controversa.

DANTE E VENEZIA Se poco si sa dei soggiorni di dante nelle città del Veneto, nulla si sa di una sua eventuale permanenza a Venezia. Ma scorrendo la Divina Commedia si può avere almeno il sospetto che egli vi abbia abitato. Tanto o poco non si sa. Quello, comunque, che più lo impressionò fu l’Arsenale, ricordato nei celebri versi del Canto XXI dell’Inferno.


Giovanni Battista Piranesi, Carceri (Tavola VII) acquaforte, 1745. Dresda, Staatliche Kunstsammlungen. Gli studiosi del grande incisore veneziano hanno riconosciuto nei dettagli di alcuni elementi architettonici dei palesi riferimenti alla fabbrica dell’Arsenale di Venezia.

23 Quale ne l’arzanà de’ Viniziani bolle l’inverno la tenace pece a rimpalmare i legni lor non sani, ché navicar non ponno; in quella vece chi fa suo legno novo e chi ristoppa le coste a quel che più vïaggi fece; chi ribatte da proda e chi da poppa; altri fa remi e altri volge sarte; chi terzeruolo e artimon rintoppa; tal, non per foco ma per divin’ arte, bollia là giuso una pegola spessa, che ’nviscava la ripa d’ogne parte. Inferno XXI, 7-18

I barattieri sono immersi nella pece bollente e questo ribollire evoca nella mente del poeta il ricordo dell’Arsenale di Venezia, un luogo che aveva probabilmente visitato e di cui conservava vivissimo il ricordo. non le bellezze artistiche,

non i canali o i ponti o le chiese di Venezia, ma la più grande fabbrica di navi, la prima fabbrica del mondo moderno: questo è quel che aveva più impressionato dante. Il quale sembra particolarmente colpito dall’organizzazione e dalla divisione del lavoro, in quanto probabilmente non aveva mai visto niente di simile in tutta la vita. Venezia è citata un’altra volta soltanto nella Commedia.

E quel di Portogallo e di Norvegia lì si conosceranno, e quel di Rascia che male ha visto il conio di Vinegia. Paradiso XIX, 139-141

Anche in questo caso nessun riferimento alle bellezze di Venezia, ma un ragguaglio, alquanto prosaico, al “conio”, cioè alla moneta


Il ponte Furo sul Retrone, in centro a Vicenza. Di origini altomedievali (alcuni studiosi sostengono sia addirittura di epoca romana), dava un tempo accesso alla città dalla Porta Lupia, abbattuta alla fine del XIX secolo.

eventuale soggiorno di dante in questa città. nel girone dei sodomiti Brunetto Latini, dopo aver spiegato che quel luogo è abitato da chierici e letterati “grandi e di gran fama”, ne nomina alcuni. Priscian s’en va con quella turba grama e Francesco d’Accorso anche, e vedervi, s’avessi avuto di tal tigna brama, colui potei che dal servo dei servi fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, dove lasciò li mal protesi nervi. Inferno XV, 109-114

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Guido da Pisa, dante e Virgilio incontrano Brunetto Latini nel terzo girone del VII Cerchio dell’Inferno, declaratio super Comediam dantis, manoscritto, 1345 c. Chantilly, Musée Condé.

veneziana, molto probabilmente al celeberrimo “grosso d’argento” che la Serbia (Rascia) cercò di imitare. Indipendentemente da quanto vi abbia soggiornato, il destino di dante è comunque legato a Venezia, che fu l’ultima città visitata prima della morte. nell’estate 1321 fu infatti inviato dal signore di ravenna, dove egli risiedeva, a Venezia in qualità di ambasciatore. non sappiamo esattamente lo scopo della missione né il suo esito. Sappiamo invece che durante il viaggio di ritorno dante si ammala, probabilmente di febbri malariche, e che una volta tornato a ravenna muore, probabilmente il 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce.

DANTE E VICENZA I riferimenti a Vicenza nella Commedia sono solo due, uno nell’Inferno, l’altro nel Paradiso. né l’uno né l’altro autorizzano a credere a un

dopo aver indicato un eminente grammatico e un grande giurista, Brunetto menziona un personaggio innominato, che il Papa ha trasferito dalla città dell’Arno a quella del Bacchiglione, cioè da Firenze a Vicenza. Secondo l’opinione unanime degli studiosi si tratta di Andrea dei Mozzi, il vescovo di Firenze trasferito d’imperio dal papa Bonifacio VIII per i suoi vizi e il suo comportamento immorale. Il secondo riferimento si trova nel discorso di Cunizza, nel quale viene esplicitamente citato il nome di Vicenza. ma tosto fia che Padova al palude cangerà l’acqua che Vincenza bagna, per essere al dover le genti crude;

Paradiso IX, 46-48

L’interpretazione più comune di questi versi è quella secondo la quale i Padovani, ostinati ribelli contro l’imperatore, avrebbero arrossato con il loro sangue le acque della palude formata dal Bacchiglione presso Vicenza, dopo essere stati sconfitti da Cangrande della Scala nel 1314.


Il complesso fortificato della Torre di Malta a Cittadella. Ph. Ufficio Turistico IAT Cittadella. Nota pure come “Torre rossa” o “Torre insanguinata”, questa possente struttura venne eretta nel 1251 per ordine di Ezzelino III da Romano, che ne fece una tetra prigione per i suoi nemici.

ANCORA SULLE GENTI VENETE La già citata Cunizza da romano prosegue il discorso con queste dure parole di condanna: E ciò non pensa la turba presente che Tagliamento e Adice richiude, né per esser battuta ancor si pente; ma tosto fia che Padova al palude cangerà l’acqua che Vincenza bagna, per essere al dover le genti crude; e dove Sile e Cagnan s’accompagna, tal signoreggia e va con la testa alta, che già per lui carpir si fa la ragna. Piangerà Feltro ancora la difalta de l’empio suo pastor, che sarà sconcia sì, che per simil non s’entrò in Malta. Troppo sarebbe larga la bigoncia che ricevesse il sangue ferrarese, e stanco chi ‘l pesasse a oncia a oncia, che donerà questo prete cortese per mostrarsi di parte; e cotai doni conformi fieno al viver del paese.

Paradiso IX, 43-60

Stigmatizzando le lotte, i tradimenti, le congiure perpetrate, dante ci presenta le genti venete del suo tempo non diverse dalle altre genti di quell’Italia che ha appena definito “prava”.

Una notazione particolare merita la parola “malta” usata da dante nel verso 54. Chi si prendesse la briga di sfogliare diversi testi della Commedia la troverebbe scritta a volte con l’iniziale minuscola (malta), a volte con l’iniziale maiuscola (Malta) e troverebbe i commentatori divisi sul significato di questa parola. Secondo i più antichi commentatori, essa si riferirebbe a una prigione situata su un’isola del lago di Bolsena descritta come “Malta”, nella quale venivano rinchiusi a vita gli ecclesiastici che, come il vescovo di Feltre, si fossero macchiati di orribili delitti. In seguito si sollevarono dubbi su tale interpretazione, alla quale se ne aggiunse un’altra basata sul fatto che a parlarne è Cunizza, sorella di Ezzelino III: la parola “Malta” si riferirebbe allora alla torre di questo nome fatta costruire da Ezzelino III nel castello di Cittadella nella quale si trovava un’orrenda prigione umida e fangosa. Inutile aggiungere che i cittadellesi hanno sposato questa interpretazione come si evince dalla lapide posta sulla torre nella loro città. Una terza interpretazione è quella di chi legge la parola in questione con la iniziale minuscola: per costoro “malta” indicherebbe una generica prigione buia e sozza, senza alcun riferimento a un luogo specifico.

In basso Ugo Munari, Ezzelino III da romano, disegno a china, 1991. Collezione privata.

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La sponda veneta del lago di Garda, verso Malcesine. Ph. Lino Baron. In basso L’arena romana di Pola in un’incisione tratta dal de gli Anfiteatri... di Scipione Maffei. Giovanni A. Tumermani in Verona, 1728.

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PAESAGGI VENETI La Divina Commedia ci propone anche la descrizione di diversi paesaggi del nostro territorio. Mirabile quella del lago di Garda. Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. Per mille fonti, credo, e più si bagna tra Garda e Val Camonica e Pennino de l’acqua che nel detto laco stagna. Loco è nel mezzo là dove ’l trentino pastore e quel di Brescia e ’l veronese segnar poria, s’e’ fesse quel cammino. Siede Peschiera, bello e forte arnese da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, ove la riva ’ntorno più discese. Ivi convien che tutto quanto caschi ciò che ’n grembo a Benaco star non può, e fassi fiume giù per verdi paschi. Tosto che l’acqua a correr mette co, non più Benaco, ma Mencio si chiama fino a Governol, dove cade in Po. Non molto ha corso, ch’el trova una lama, ne la qual si distende e la ’mpaluda; e suol di state talor essere grama.

Inferno XX, 61-81

Altrove si parla di un paesaggio molto particolare del Trentino...

Era lo loco ov’ a scender la riva venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco, tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. Qual è quella ruina che nel fianco

di qua da Trento l’Adice percosse, o per tremoto o per sostegno manco, che da cima del monte, onde si mosse, al piano è sì la roccia discoscesa, ch'alcuna via darebbe a chi sù fosse: cotal di quel burrato era la scesa. Inferno XII, 1-10

Questo “loco” è identificabile con gli “Slavini di Marco”, un’enorme frana situata nella valle dell’Adige sopra rovereto, nella quale sono state in anni recenti scoperte orme di dinosauri, dei quali dante non poteva avere conoscenza. Un riferimento alla Venezia Giulia, o meglio a quella che un tempo era parte della Venezia Giulia, si ha nei seguenti versi: Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, sì com’ a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna, fanno i sepulcri tutt’il loco varo, così facevan quivi d’ogne parte, salvo che ‘l modo v’era più amaro; ché tra li avelli fiamme erano sparte, per le quali eran sì del tutto accesi, che ferro più non chiede verun’ arte.

Inferno IX, 112-120

Qui dante, per descrivere gli avelli nei quali giacciono gli eretici, richiama alla memoria la grande necropoli romana esistente a Pola. Inutile aggiungere che, secondo alcuni ma non tutti, egli avrebbe soggiornato anche in questa località.


CONCLUSIONI dai versi che abbiamo riportato si desume che dante ebbe modo di visitare il Veneto in lungo e in largo e che non fu indifferente alla bellezza della nostra terra, alcuni angoli della quale lo colpirono particolarmente. Quanto ai suoi abitanti, lo vediamo ammirare la loro laboriosità (la solidità della fortezza di Peschiera, gli argini sulla Brenta, l’Arsenale ecc.), ma condannare le loro divisioni, i loro tradimenti e le loro congiure, che li rendevano del tutto simili ai Toscani e agli altri abitanti della “Serva Italia”, ormai trasformata, secondo un’espressione forte ma efficace usata dallo stesso dante, in un “bordello”. Solo per tre personaggi veneti del suo tempo ha parole d’elogio: Bartolomeo e Cangrande della Scala e Gherardo da Camino, i grandi del tempo, che lo accolsero e lo aiutarono nel periodo più difficile, ma anche più creativo della sua vita. Cangrande, soprattutto, è l’uomo che più ammira e quello che riaccende in lui la speranza che la pace e la concordia possano essere ristabilite non solo nel Veneto, ma in tutta Italia.

Il soggiorno presso le corti venete, a parte forse qualche periodo, non fu probabilmente così amaro, povero e umiliante come si nota dai famosi versi:

Tu proverai sì come sa di sale Lo pane altrui, e quanto è duro calle Lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. Paradiso XVII, 58-60

A giudicare dai passi dedicati ai luoghi e alle persone della nostra regione nella Commedia sembrerebbe esattamente il contrario. Sia a Verona che a Treviso il poeta fu accolto con tutti gli onori e poté godere della protezione e dell’amicizia dei potenti. Probabilmente anche a Padova non se la passò male.

In conclusione, possiamo dire che alla terra veneta spetta un merito non da poco: quello di aver accolto il grande Italiano e di avergli offerto quelle condizioni di vita che hanno reso possibile la creazione del suo immortale capolavoro. E, per usare le parole dello stesso dante, “ciò non fia d’onor poco argomento”.

Domenico di Michelino, dante e i tre regni, olio su tela, 1465. Firenze, Santa Maria del Fiore.

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Lino Canepari

Domenico Morgese, dante pensieroso, bulino, da l’Omnibus pittoresco. Napoli, 1842.


Padova, la statua di Dante tra le arcate della loggia Amulea in Prato della Valle (opera del bergamasco Vincenzo Valle). Fu realizzata ed esposta nel 1865.

COME ONORARE LA MEMORIA DEL SOMMO DANTE E FARNE UN SIMBOLO DI UNITÀ NAZIONALE

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1864, non fu un anno significativo per Bassano, uno di quelli che meritano d’essere segnati sul diario di famiglia. Eppure qualcosa di strano c’era nell’aria che aleggiava sulle piazze e giocava sotto le volte dei portici, ove la gente si soffermava in chiacchiere; qualcosa di nuovo e anche di antico, potremmo dire parafrasando i bellissimi versi che il Pascoli scrisse soltanto qualche anno dopo. non abbiamo vissuto, da bassanesi, quei giorni per poterlo affermare, non eravamo in città in quella metà ottocento, alquanto sonnolenta, un po' snob e restia a farsi cogliere da quell’aria sottile che spirava - strano a dirsi - da sud e non dalla valle del Brenta. Veniva dalle città vicine, da Padova studiosa e anche da Venezia, irrequieta e insoddisfatta. Lo leggiamo, però, nelle cronache bassanesi del tempo, quando la città ancor si rivestiva dei vessilli asburgici, anzi estensi. La Brigata del duca di Modena, posta da anni a presidio del Vicentino e dell’imboccatura del canale che apre la strada verso Trento, se n’era andata definitivamente soltanto da pochi mesi e aveva lasciato sgombri palazzi di città, ville, campagne e borghi, conventi e caserme, ma l’odore delle divise militari ancor ristagnava per le strade, assieme a quello dei cavalli, che pur erano stati venduti da tempo. restava lì, fastidioso o nostalgico, insieme al ricordo delle bandiere ammainate in casa Bombardini, presso il Brenta e alle parate militari per gli occhi del duca e della duchessa Adelgonda, appena scesa dalla Baviera attraverso Trento e lo stretto Canal di Brenta per dare il triste suo ultimo saluto alla brigata modenese. Eppure erano passati soltanto pochi mesi dal settembre del ’63, la data che segnò la fine della Brigata Estense. Anche il suo leggendario comandante, il generale Saccozzi, s’era ritirato, ultimo fra tutti, in una sua dimora da riposo a Mira, sulla riviera del Brenta, ma non prima d’aver consegnato, con il pianto nel cuore, le insegne militari al duca Francesco V

e d’aver condiviso con gli ufficiali e la truppa il solenne giuramento di fedeltà alla bandiera asburgica entro le mura desolate della caserma di Santa Chiara. C’era tanto da dire, sotto i portici di Bassano, la crisi era nell’aria e se ne sentiva lo spessore, perché forte era il sentore dello spirito nuovo che sopraggiungeva da un orizzonte non più lontano ed aveva per molti il profumo di una solenne promessa. C’era un’Italia anche per le città e le campagne venete? Un regno dal sapore italiano, magari non troppo sabaudo, ma nemmeno così tanto asburgico? Una nuova alba anche per i Bassanesi? Pur se i suoi colori erano quelli già noti, ormai perfino antichi, che univan i lacerti di tricolore strappati dalle finestre nel Quarantotto alle rosse camicie garibaldine del Sessanta? Forse sì e le città la cercavano nel ricordo delle loro personalità più illustri. La memoria rinfrescata e coltivata in testimonianze visibili e celebrate avrebbe restituito storici emblemi e miti. Eran blasoni, eran poeti, artisti, scienziati. V’era sicuramente in ciò uno spirito particolaristico, da cui peraltro le città italiane, perfino i borghi, mai seppero liberarsi, ma c’era insieme anche l’idea che quello poteva essere il modo di costruire e coltivare sentimenti comuni d’orgoglio nazionale, valori d’unità e di fratellanza. La figura di dante,


Verona, il monumento a Dante in piazza dei Signori (opera del veronese Ugo Zannoni, a seguito d’un concorso bandito dall’Accademia di Agricoltura, Commercio e Arti, insieme alla Società dei Belle Arti di Verona, nel 1863), ivi installato nel 1865.

poeta sopra ogni altro, sembrò allora dare la motivazione voluta, la forza aggregatrice, perché in lui si celebrava il poeta sommo “che ha gran parte della storia d’Italia”, come scriveva Cesare Balbo, ossia della storia di tutta una nazione, e nella sua figura ci stava “la nostra fede religiosa e politica... la filosofia e la nostra storia”, come rilevava Carducci. Possiamo aggiungere anche la lingua e la fede cristiana. Una cortina di iniziative costellò la nostra regione tra il 1864 ed il ’65. Vi si impegnarono un po’ tutti, approfittando della ricorrenza del sesto centenario della nascita del poeta (fra maggio e giugno 1365, non se ne ha certezza). Era l’occasione per far emergere il mito, per celebrare il suo valore simbolico, ma con prospettiva intrisa di un’evidente forza politica, ben diversa da quella del particolarismo cittadino. dante s’affermava come il segno dei tempi, che superava il limite locale e diveniva l’emblema di una nazione (con lettera maiuscola: una terra, un popolo, una cultura, una lingua, una religione). nessuna città rinunciò, se solo poteva accampare un motivo plausibile, a partecipare alla celebrazione centenaria. Si mossero immediatamente Padova e Verona con monumenti insigni e, poco più in là del Mincio, ci provò anche Mantova, che avrebbe voluto dedicare una specie di pantheon ai suoi poeti Virgilio e Sordello insieme con il dante nazionale, ma ne ebbe il veto del governo austriaco. Con busti e steli si presentarono Vicenza, Udine, Treviso, Belluno, Venezia e perfino Trento e Gorizia, nonostante la mano forte asburgica presente nei loro territori, ed ancora riva, Chioggia, rovigo, Feltre con medaglioni commemorativi. Lo fece anche Bassano, che aveva risposto molto tiepidamente all’invito della Congregazione municipale di Padova di partecipare alla sottoscrizione bandita per l’erezione dei monumenti a dante e a Giotto, opera di Vincenzo Valle, sotto le arcate della loggia Amulea di Prato della Valle, ed anche al bando dell’Ateneo Veneto per una illustrazione dei codici manoscritti danteschi conservati a Venezia. non ci fu convinzione a Bassano su queste proposte esterne, ch’erano dirette in particolare alla sensibilità dell’amministra-

zione cittadina. non ci fu adesione da parte del Consiglio. Ci si limitò, in entrambi i casi, a raccogliere le partecipazioni di alcuni componenti, soltanto sette, tra cui i nobili Compostella, ben presenti in amministrazione, Vanzo Giustiniano, il dottor Andrea navarrini e il commerciante nicolò novoletto. Alla chiusura dell’operazione s’aggiunse il dottor Girolamo Stecchini che sanò, assumendosene il carico, l’imbarazzante situazione originata dall’inatteso rifiuto dell’abate Ferrazzi, che tutti davano per certo. Ma a novembre di quell’anno 1864 fu la Congregazione bassanese, guidata proprio dal dottor Francesco Compostella, podestà cittadino, e costituita da Federico remondini, dal dottor Girolamo Stecchini, dal conte Tiberio roberti e dall’altro Compostella, il nobile Baldassare, a presentare una ponderata osservazione al Consiglio comunale. “nella prossima ricorrenza del seicentesimo anniversario della nascita di dante Alighieri - si legge in atti d’archivio - non solo Firenze sua patria, ma altresì molte altre città d’Italia avevan deliberato d’onorare la memoria in maniera più o meno splendida e corrispondente alle diverse loro condizioni”. Aggiungevano, dovendo peraltro riconoscere il perdurare dell’appartenenza della città e della regione tutta alla dominazione austriaca, l’osservazione - che appare in verità come un auspicio - che l’I.r. Governo non avrebbe negato il consenso al fatto che anche in questa parte d’Italia si onorasse “convenevolmente in così solenne occasione il vero padre dell’italica favella”. Si vedrà nel seguito, invece, che la fiduciosa loro aspettativa avrebbe incontrato difficoltà sul piano della convenienza politica. All’osservazione la Congregazione municipale fece seguire la proposta: “Verrebbe in pensiero di far murare in una delle sale del civico museo un medaglione in marmo con adattata epigrafe e con l’effigie in rilievo dell’altissimo poeta”. ne indicava pure l’autore nel “valente nostro scultore domenico Passarini”, che in quel tempo teneva bottega a Venezia. Chiedeva la convalida del Consiglio e l’assegnazione in bilancio per l’esercizio

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Trento, il monumento a Dante (opera dello scultore fiorentino Cesare Zucchi) fu eretto nel 1896 quale simbolo di italianità della città e della regione, quando ancora ricadevano sotto il governo austroungarico.

Mantova, copia in bronzo della statua di Dante (l’opera originaria è di Pasquale Miglioretti; faceva parte del programma di italianizzazione della città dopo la sua annessione al Regno d’Italia, nel 1866). La statua fu collocata dapprima in piazza del Broletto, ma poi trasferita in piazza Santa Maria del Popolo, oggi piazza Dante, ma da lì ulteriormente trasferita per lasciar posto alla copia bronzea.

successivo, il 1865, della somma di fiorini 160. La proposta sta in un fascicoletto dell’archivio storico del Comune di Bassano ed è ripresa nei verbali della Congregazione municipale. S’accompagna al testo di una lettera con cui, per tempo in verità, visto che si data nel precedente ottobre, il podestà scrive allo scultore per richiedere la sua disponibilità ad eseguire l’opera ed averne pure il preventivo di costo. Parla di un medaglione in marmo di Carrara o di oliero, che deve riportare il ritratto del poeta preso di profilo, contornato dall’epigrafe, di cui già suggerisce il testo molto stringato ed essenziale: “A dante Alighieri nel suo centenario. Bassano 1865”. Vi riporta pure la traccia con figurazione a penna. Il Consiglio deliberò nella mattinata del 16 novembre, riunito nella solita sala del palazzo civico alla presenza pure del delegato provinciale, il cavaliere Giovan Battista Ceschi a Santa Croce, imperial regio ciambellano, cavaliere gerosolimitano - e giù tutta una lunga sfilza di titoli - oltre che tenutario della carica di massimo rappresentante del governo austriaco in provincia di Vicenza. La sua era una presenza importante in un giorno e ad una adunanza che lo erano parimenti. Il Consiglio doveva prendere posizione su di un argomento “caldo”. Era pur vero che il tondo in questione veniva destinato a una sala del civico museo e non alla piazza - strana, non è vero? questa collocazione: la sala di un ambiente che, seppur di pubblica frequentazione, mai avrebbe potuto offrire occasioni alla coscienza dei Bassanesi come la piazza della signoria o quella del mercato; odora proprio di convenienza politica - ma la questione riguardava tante persone, consiglieri e cittadini, istituzioni e presenze ecclesiastiche. Vivissima era la memoria della chiesa di San Francesco gremitissima di gente per la messa di suffragio, nel trigesimo della morte, dell’anima dell’arciduca Massimiliano d’Austria-Este, zio del granduca di Modena e perciò ben legato alla Brigata Estense e alla stessa Bassano. La concelebrarono il cappellano maggiore della brigata ed i preti bassanesi. C’erano tutti i militari stanziati in città, ufficiali e truppa, ma

c’era pure tanta parte delle famiglie notabili bassanesi e non mancò di certo l’apprezzamento del duca e di tutto il governo. Ebbene, il Consiglio deliberò, quella mattina, presenti dapprincipio 30 consiglieri. Tra sopraggiunti ed altri che trovarono il modo di assentarsi al momento del voto, la presenza si ridusse a 29. La parte, che il podestà propose arricchendola con alcune osservazioni verbali, ottenne alfine 19 voti favorevoli e 10 contrari. non fu, evidentemente, una decisione largamente condivisa, ma il medaglione fu approvato ed anche Bassano poté avere il suo segno d’onoranza alla memoria del poeta nazionale, con essenziali parole in epigrafe e chiusa dentro una sala, ma la ebbe. Al podestà Compostella, alla Congregazione municipale competeva la sua realizzazione... e le difficoltà non erano ancor destinate ad esaurirsi. occorreva ottenere l’autorizzazione della Congregazione provinciale alla spesa. Si trattava di soli 160 fiorini, una somma, a dir poco, di scarso rilievo ai fini del bilancio e, per di più, portata a previsione nell’esercizio successivo. Alla lettera della municipalità bassanese, inoltrata a Vicenza il 1° dicembre 1864, rispose, a distanza di dieci giorni, l’organo provinciale, che, “pur ravvisando meritevole d’encomio il divisamento d’onorare la memoria del sommo


Particolare della lettera di commissione allo scultore Passarini, con traccia dell’epigrafe voluta dalla Congregazione municipale di Bassano, 19 ottobre 1864. Archivio Storico Comunale di Bassano.

dante”, negò l’approvazione della spesa, riscontrando che per essa non si denotavano motivazioni di assoluta necessità ed urgenza. Salva l’esigenza di cogliere l’occasione centenaria, si può osservare, questo stava alla base della proposta, che non invocava alcuna condizione d’urgenza, e neppure di assoluta necessità. Forse all’organo provinciale saltarono agli occhi termini come “Patrio Museo” o “divin poeta”, sufficienti a sollevare una questione problematica in capo ad una podesteria già in odore di sospetto. Ciò costrinse la Congregazione a ricorrere, indispettita, all’organo superiore in Venezia. Lo fece con atto del 6 agosto 1865, ad opera già finita, accludendo in esso tutti i precedenti. Così s’espressero il podestà Compostella e l’assessore roberti, a nome di tutta la Congregazione: “lo esaminare se un aggravio (di bilancio) tenue, ma perpetuo e durevole a lungo (nell’opera realizzata) sia reclamato da urgente necessità è senza dubbio cosa prudente e doverosa, ma che al Consiglio d’una non ignobile città si ricusi il permesso di spendere soli 160 fiorini per una volta tanto e per uno scopo meritevole d’encomio, offende troppo quella discreta libertà d’amministrazione economica, che la sapienza del Governo intende lasciare ai Comuni”. non occorrevano altre parole, in quell’atto c'era tutta la consapevolezza dell’influenza politica

sull’ingiusto provvedimento e Bassano la rimandava al mittente. Il medaglione fu realizzato, opera del nostro Passarini, ed esposto nel nostro civico museo in quel medesimo tempo in cui si celebrava il centenario della nascita di dante e comparivano monumenti nelle piazze delle città d’Italia ed epigrafi sui muri d’importanti edifici. L’annessione del Veneto al regno d’Italia, appena un anno dopo, non esaurì il movimento. Il problema si spostava, altri irredentismi premevano, altre affermazioni dell’identità culturale e linguistica, soprattutto quando, nel 1889, fu eretta a Bolzano una statua al poeta medioevale tirolese Walter von der Vogelweide, quale simbolo della cultura tedesca dominante nella città e nella regione. Trento si distaccò; concepì e realizzò, con una incontenibile partecipazione pubblica e privata, territoriale e nazionale, di spirito e di denaro, un monumento che non ha l’eguale nel Paese, un’opera che celebra il poeta dante e la sua poesia e, nella rappresentazione di quadri della Commedia, l’Italia della cultura, della fede, della lingua, della storia. Se Walter simboleggiava la cultura tedesca invocata sulla regione del Tirolo nella sua stanza meridionale, dante avrebbe interpretato l’identità culturale e linguistica di Trento e del Tirolo italiano. La sua mano protesa verso l’arco alpino del nord acquisiva anche questo forte significato.

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Giovanni Marcadella

Bassano, il medaglione in marmo (opera dello scultore Domenico Passarini) esposto entro la sede del Museo Civico di Bassano nel 1865.


LA COLLEZIONE DANTESCA della Biblioteca civica di Bassano

In basso danthe Alighieri fiorentino historiado con il commento di Cristoforo Landino. Venezia, per Bartholomeo de Zanni, 1507.

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Il fondo dantesco conservato nella Biblioteca civica di Bassano del Grappa comprende volumi giunti all’istituzione cittadina in momenti diversi della sua storia. Si tratta di una collezione di tutto rispetto che annovera alcune edizioni fondamentali nella storia della tradizione a stampa della Commedia ed alcune rarità e curiosità. Possiamo suddividere la collezione secondo ripartizioni temporali e per caratteristiche contenutistiche.

Le edizioni del Cinquecento La prima edizione della Commedia - l’Editio princeps - fu stampata a Foligno nell’aprile del 1472 dal tedesco di Magonza Johannes numeister e dal folignate Evangelista Mei. Il testo, curato da Evangelista Angelini, riprendeva la tradizione derivata dalla vulgata dei Danti del Cento, denominazione con cui si indica un gruppo di manoscritti del poema dantesco, intorno alla metà del XIV secolo, realizzati dall’officina scrittoria di Francesco di ser nardo da Barberino. Secondo un’antica tradizione riferita da Vincenzio Borghini, Francesco di ser nardo si procurò il denaro per maritare le figlie copiando, appunto, “cento danti”. Circa dieci anni dopo vide la luce la preziosa edizione con il commento di Cristoforo Landino (1424-1498) stampata nel 1481 a Firenze da nicolò della Magna. La fonte del testo, in questo caso, era completamente diversa; si trattava, infatti, della tradizione testuale inaugurata dal manoscritto Vat. Lat. 3199, dono di Boccaccio a Petrarca, e per questo denominata Vaticano-Boccaccio. L’edizione è quella di maggior pregio tra le stampe dantesche del Quattrocento, poiché prevedeva nel proprio progetto originale un apparato illustrativo costituito da disegni di Sandro Botticelli. La biblioteca possiede una copia nell’edizione con commento di Landino stampata a Venezia per Bartholomeo de Zanni nel 1507 (BC, VI 61), prima di cinque altre ristampe

che usciranno nella città lagunare fino al 1536, anno a cui risale un altro volume conservato in biblioteca, la Cantica del divino poeta Danthe Alighieri Fiorentino con il commento di Cristoforo Landino, impresso a Venezia da Giolito de’ Ferrari (BC, 319 d16 provenienza Giuseppe Jacopo Ferrazzi). Grande spartiacque all’interno della tradizione testuale della Commedia fu l’edizione a stampa di Aldo Manuzio curata da Pietro Bembo, pubblicata nel 1502 con il titolo di Terze Rime. L’antigrafo di questa edizione era il Vat. Lat. 3199, entrato nella biblioteca del padre di Bembo, utilizzato come base testuale con pochi interventi filologici. Il grande successo che derivò da questa edizione consacrò il ramo Vaticano-Boccaccio della tradizione rendendolo la nuova vulgata, come dimostrato dalle altre edizioni dei decenni seguenti che utilizzarono il medesimo testo con poche varianti: dalla Giuntina (Firenze, 1506) alla Giolito (Firenze, 1555, prima edizione a riportare il titolo - non dantesco - di Divina Commedia). Chiude il secolo l’edizione della Divina Commedia curata dall’Accademia della Crusca (Firenze, 1595), che assume come base testuale l’edizione di Bembo, sostituendo però alcune lezioni con altre prelevate da numerosi esemplari manoscritti (tra cui quelli derivati dalla tradizione dei Cento). Questa edizione, più autorevole che corretta, fu la base delle pubblicazioni a stampa dei secoli successivi: gli editori, infatti, non proposero più un testo ex novo trasposto dai manoscritti, ma si limitarono a correggere qua e là in maniera superficiale il testo della Crusca. Per un vero rinnovamento del testo bisognerà attendere il 1862, quando il tedesco Karl Witte proporrà la prima edizione critica moderna della Commedia. Tra gli esemplari cinquecenteschi posseduti dalla biblioteca si devono almeno citare il Dante con nuove, et vtili ispositioni, pregevole e rara edizione lionese della Commedia stampata nel 1552 in formato tascabile e in caratteri piccoli dal tipografo Guillaume rouillé (1518-1589), allievo di Gabriel


Giolito de’ Ferrari e specializzato in libri italiani (BC, 319 A 6 provenienza Giuseppe Jacopo Ferrazzi). Inoltre Dante con l’espositione di Christoforo Landino et di Alessandro Vellutello, sopra la sua Comedia dell’Inferno, del Purgatorio, & del paradiso. Con tavole, argomenti, & allegorie, & riformato, riveduto, & ridotto alla sua vera lettura, per Francesco Sansovino fiorentino (Venezia, appresso Giovanbattista Marchiò Sessa & fratelli, 1564; BC IV 3 provenienza Miotti), cinquecentina che riporta in carattere corsivo il testo della Commedia e in carattere rotondo il commento, disposto su due colonne, di due illustri esegeti: il fiorentino Cristoforo Landino e il lucchese Alessandro Vellutello. Questa edizione è scherzosamente denominata “del nasone”, poiché nel frontespizio compare un ritratto del profilo di dante incoronato d’alloro con un naso molto pronunciato, che riprende la fisionomia del ritratto dantesco di Agnolo Bronzino dipinto nella camera del mercante Bartolomeo Bettini. Le 95 xilografie che accompagnano il testo, tratte dall’edizione Marcolini del 1544, rappresentano i diversi episodi narrati e gli schemi delle cantiche e dei gironi. Si tratta di una versione singolare perché il curatore, Francesco Sansovino (1521-1586), inserisce il commento di Alessandro Vellutello (1473-dopo il 1544), accanto al precedente e più conosciuto di Landino, creando così un confronto tra una lettura quattrocentesca del poema e una più moderna. Al 1568 risale il volume dal titolo Dante con l’espositione di m. Bernardino Daniello da Lucca (BC, 61 B 3), prima ed unica edizione della Commedia con commento di Bernardino daniello, data alle stampe dopo la morte di quest’ultimo dal poco conosciuto editore veneziano Pietro di Fino. L’edizione ebbe una limitata diffusione a causa delle accuse di plagio che gravarono sulla stessa. daniello, infatti, per quest’opera così come per un’altra, la Poetica, venne accusato di aver attinto a piene mani da scritti di Gabriel Trifone, suo maestro durante gli anni padovani. Al XVI secolo appartengono anche altri volumi conservati dall’istituzione culturale bas-

sanese di altre opere di dante Alighieri. del 1527 è la raccolta Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani in dieci libri raccolte, pubblicata a Firenze “per li heredi di Philippo di Giunta” (BC, I A 35), la cosiddetta “Giuntina di rime antiche”, che si configura come un vero e proprio monumento all’antica tradizione lirica toscana. In essa per la prima volta compare nella sua interezza il canzoniere lirico dantesco. Tradizionale l’assetto antologico, con la suddivisione dei testi per autore e per genere metrico. Le varie sezioni sono denominate “libri”, una partizione assente nella tradizione manoscritta e qui certamente mutuata da modelli classici; originale è anche la successione metrica - sonetti, ballate, canzoni - presente nei libri V-VIII. nella Giuntina si “condensa la lunga esperienza fiorentina dell’antologia di poeti, che riceve la sua definitiva canonizzazione e dimensione storicizzante: la collezione mirava infatti al canone dei classici della lirica d’amore in volgare” (n. Cannata, Il canzoniere a stampa, roma, Il Bagatto, 1996, p. 90). di qualche anno posteriore è la raccolta di Rime di diversi antichi autori toscani in dieci libri raccolte stampata a Venezia nel 1532 da Giovanni Antonio & fratelli nicolini da Sabbio (BC, I A 20 provenienza Bombardini). del 1529 sono L’amoroso Convivio di Dante stampato a Venezia da nicolò di Aristotile detto Zoppino (BC, II A 14), edizione in 8° che riporta sul frontespizio un bel ritratto di dante dentro cornice xilografica; e il De la volgare eloquenza, uscito dai torchi del vicentino Tolomeo Ianiculo (BC, III B 2.3), volume assai raro che costituisce l’editio princeps della traduzione italiana del De vulgari eloquentia. Il testo dantesco è accompagnato dal Dialogo intitulato il Castellano e dall’Epistola de le lettere nuovamente aggiunte ne la lingua italiana, entrambi firmati dal curatore dell’edizione Gian Giorgio Trissino (Vicenza, 1478 - roma, 1550). I caratteri impiegati sono corsivi, latini e greci, secondo l’ortografia tipica del Trissino, che scelse di utilizzare le “ε” e “ω” (minuscole greche) per distinguere i suoni aperti della “e” e della “o”, certe varianti tipografiche di lettere latine (j, ƒ, v) e certe let-

Sopra, dall’alto in basso dante con l’espositione di Christoforo Landino et di Alessandro Vellutello. Venezia, appresso Giovanbattista Marchiò Sessa & fratelli, 1564. L’amoroso Convivio di dante. Venezia, per Nicolo di Aristotile detto Zoppino, 1529. Ph. Edoardo Leoni Tapparo.


Maschera mortuaria di Dante. Faceva parte dei cimeli danteschi donati da Jacopo Ferrazzi al Museo Biblioteca Archivio di Bassano.

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tere altrimenti inutili (ç, k), in modo da rappresentare adeguatamente - a suo giudizio tutti i suoni della lingua italiana. L’ingegnosa proposta non ebbe però seguito. non propriamente un’edizione dantesca, ma certo collegata al poema, è il volume dal titolo De’l sito, forma, & misure, dello Inferno di Dante di Pierfrancesco Giambullari (1495 1555), stampato a Firenze nel 1544 per néri dortelàta (BC, I A 24). Letterato e storico, canonico di S. Lorenzo a Firenze e primo custode della Laurenziana, Giambullari ebbe una parte di primo piano nella nascita dell’Accademia fiorentina (1541). Per essa scrisse le Lezioni, che comprendevano letture dantesche da lui fatte tra il 1541 e il 1548. Il volume, che presenta numerose illustrazioni xilografiche, contiene un’analisi dell’Inferno sulla scia della ricerca topografica inaugurata da A. Manetti e G. Benivieni, affrontando il tema della topografia del regno infernale. L’opera è interessante anche da punto di vista linguistico: l’editore dortelàta, infatti, vi introdusse alcune riforme ortografiche, tra cui l’accentazione di tutte le sillabe, in modo da mostrare la corretta pronuncia fiorentina.

Le edizioni del Seicento Il Seicento fu il secolo della grande crisi per dante e la Divina Commedia, che non venne molto letta né apprezzata. Sono solo tre le edizioni stampate nell’intero secolo: quella del 1613 e le due del 1629. La Controriforma cattolica fu ostile al capolavoro dantesco, perché sospettato di presentare elementi preluterani nella struttura ideologica dell’opera. Essa fu posta all’Indice nel 1614, con l’ingiunzione che alcuni passaggi venissero espropriati, tra cui Inferno XIX, vv. 48-117 (papi simoniaci); Purgatorio XIX, vv. 106-18 (il passo di papa Adriano V); e Paradiso IX, vv. 136-42 (contro l’avarizia del clero). Sul piano letterario, inoltre, il Seicento predilige opere edonistiche, mostrando un gusto che non recepisce la “pesantezza” della Commedia. Le tre edizioni del Seicento sono state stampate a Vicenza da Francesco Leni (1613), a Padova da donato Pasquardi (1629) e a

Venezia da niccolò Misserini (1629). nei fondi della biblioteca non figura alcuna edizione secentesca, nonostante le tre sopra citate siano uscite presso editori veneti e dunque più facilmente acquisibili.

Settecento, Ottocento e Novecento nel Settecento rinascono gli studi danteschi, che raggiungono il loro apice nel secolo successivo, in particolare con una nuova edizione della Crusca (Firenze, Le Monnier 1837-39), e con l’edizione critica curata dal tedesco Karl Witte nel 1862. Fra ottocento e novecento le figure più importanti per gli studi relativi all’edizione critica della Divina Commedia furono l’inglese Edward Moore (1835-1916) e gli italiani Michele Barbi, Giuseppe Vandelli e Mario Casella. degli ultimi due si ricordano le rispettive edizioni del poema, le più prestigiose prima di quella realizzata da Giorgio Petrocchi. L’edizione critica ancor oggi di riferimento è quella di quest’ultimo, che non segue alla lettera i canoni lachmanniani: Petrocchi ritiene impossibile tracciare uno stemma codicum viste la diffusa contaminazione, già frequente in testimoni molto alti, e la perdita di tutta la prima tradizione manoscritta, dalla morte di dante nel 1321 al primo testimone rimastoci datato 1337. oltre all’edizione critica a cura di Petrocchi, esiste un’edizione a cura di Antonio Lanza, di tipo bédieriano, basata sostanzialmente sul manoscritto Trivulziano, scelto in base allo stemma disegnato da Petrocchi stesso. Successivamente è apparsa l’edizione di Federico Sanguineti, che invece si basa su un impianto di tipo lachmanniano, ovvero su un procedimento teso all’esame esaustivo della tradizione manoscritta e alla decifrazione dei rapporti tra i codici. In pratica, come è stato sottolineato da più parti, l’edizione giunge essenzialmente alla pubblicazione di un unico manoscritto (l’Urbinate lat. 366). Sanguineti, dopo aver scartato i testimoni recentiores in base a errori comuni, senza tuttavia averne scientificamente dimostrato l’apografia, traccia uno stemma bipartito, di cui il ramo


beta è rappresentato praticamente solo dal manoscritto Urbinate, che pertanto conta da solo per il 50% per l’accertamento della lezione da mettere a testo. Le principali edizioni del XVIII e XIX secolo figurano nel catalogo della biblioteca di Bassano, tra cui quelle con i commenti di niccolò Tommaseo, Ugo Foscolo, Mauro Ferranti e Francesco Gregoretti, per lo più grazie alla donazione di Jacopo Ferrazzi. Tra le versioni ottocentesche un posto di rilievo occupa la celebre Commedia illustrata da Paul Gustave doré (1832-1883), pubblicata dall’editore Sonzogno nel 1869: magnifico volume in folio con il ritratto di dante sull’antiporta e 135 tavole a tutta pagina (BC, 318 d 14 provenienza Giuseppe Jacopo Ferrazzi). Si ricorda infine un’edizione remondini stampata nel 1850.

La Divina Commedia con le illustrazioni di Amos Nattini Tra le edizioni illustrate novecentesche della Commedia un posto di tutto rilievo occupa quella curata dal genovese Amos nattini (1892-1985), uno dei più significativi illustratori del novecento. Già qualche anno prima del sesto centenario (1921) dalla morte del Sommo Poeta, morto a ravenna nel 1321, nattini, membro del collegio dell’Accademia di Belle Arti di Parma nel 1937 e Accademico di merito all’Accademia Liguistica di Belle Arti di Genova l’anno successivo, iniziava il suo racconto in arte e immagini della maestosa opera dantesca. Il lavoro di stampa a torchio su carta della monumentale edizione della Divina Commedia, con caratteri ideati dall’illustratore stesso e ispirati ai “tipi latini primitivi”, venne ultimato solo nel 1939 e pubblicato dalla Casa Editrice dante in mille esemplari numerati,

realizzati con carte di puro straccio provenienti da Fabriano. I tre tomi (cm 81×65), rilegati in pelle di vitello, contengono le tre cantiche con illustrazioni - richiamate nell’opera come immagini fedeli all’etimologia latina imago - realizzate con la tecnica dell’acquerello. Solamente il Canto I del Purgatorio è ad olio. L’Inferno viene pubblicato “nel segno dell’Aquila e della Croce a istanza di rino Valdameri / le officine dell’Istituto nazionale dantesco / hanno finito di stampare / la prima cantica della divina Commedia / in Milano l’anno 1931 IX”. Il Purgatorio segue nel 1936 e il Paradiso nel 1941. Il risultato del lavoro di nattini venne anche mostrato al pubblico, mano a mano che l’artista procedeva, in diverse mostre nelle principali piazze italiane e francesi, culminanti nella mostra del 1927 presso la Casa di dante in roma, alla presenza di Vittorio Emanuele III, che ebbe in dono la prima cantica allora stampata. Successivamente un’altra copia fu donata al capo del governo Benito Mussolini e a Papa Pio IX, il quale definì le tavole «opera veramente michelangiolesca». Il progetto editoriale di nattini, che venne alla luce in un delicato contesto storico, ha le proprie origini nel culto risorgimentale di dante, quando esso venne recuperato come simbolo dell’identità italiana; si nutre inoltre del dialogo fra i diversi ambienti artistici europei di inizio novecento, come la cultura liberty e il decadentismo. Egli immerge il proprio segno grafico in una dimensione sospesa, quasi incantata, in cui il dramma è piuttosto accennato che visivamente descritto. La sua pittura è minuta e delicata e affonda le proprie radici nel rinascimento, ma la sua pennellata richiama ai nuovi linguaggi divisionisti e simbolisti. Egli seppe ben differenziare il suo

Tavole di Amos Nattini per la divina Commedia stampata nel 1939 dalla Casa Editrice Dante in mille esemplari numerati. Ph. Edoardo Leoni Tapparo.

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La raccolta degli opuscoli danteschi conservata presso la Biblioteca civica di Bassano. Ph. Edoardo Leoni Tapparo.

viaggio artistico, rappresentando l’Inferno con scene cupe per poi approdare agli esiti luminosi e spirituali del Paradiso. L’esemplare conservato in biblioteca, non numerato e senza rilegatura per la terza cantica, è stato donato il 24 novembre 1966 da Ines Mattiello rubbi.

L’abate Jacopo Ferrazzi, ormai anziano, in una foto della seconda metà del XIX secolo.

La raccolta dantesca di Jacopo Ferrazzi Tra i fondi danteschi più significativi per originalità e per consistenza, conservati dalla Biblioteca civica, figura la raccolta proveniente dalla donazione di Jacopo Ferrazzi, importante figura di studioso e scrittore, di cui la Biblioteca conserva la collezione dei libri e un vastissimo epistolario. nato a Cartigliano il 19 marzo 1813, Ferrazzi entrò in seminario a dieci anni e fu ordinato sacerdote nel 1835; cappellano della chiesetta di S. rocco a Bassano, dal 28 luglio 1837 fu titolare della cattedra di Umanità, geografia e storia nel Ginnasio regio Comunale di Bassano nel quale, salvo una breve parentesi, insegnerà per tutta la vita. Per quarant’anni si dedicò allo studio dei grandi poeti della nostra letteratura, cui dedicò dei compendi biografici. Tra il 1865 e il 1877 videro la luce a Bassano i 5 volumi del Manuale dantesco, un’immensa ‘enciclopedia’ delle più svariate notizie sull’opera dantesca (biografie, politica, cosmologia, metafisica, religione, astronomia, elogi ecc., per oltre una cinquantina di voci), assemblate senza chiari criteri, ma tuttavia utili per consultazione e studio. Ferrazzi stesso ammise che nel suo lavoro maggiore “la materia, di necessità, vi è sparsa” e si doveva “trar d’entro ad esso il troppo e il vano”: in effetti già parecchi critici contem-

poranei, al di là del giusto riconoscimento per la meritoria opera di ricerca bibliografica, sottolinearono le molte inesattezze, i criteri poco scientifici e il disordine dei tre repertori. resta tuttavia un lavoro fondamentale cui Ferrazzi dedicò gli sforzi di una vita. La raccolta dei suoi volumi e dei materiali radunati per questi suoi scritti fu donata alla biblioteca dall’abate tra il 1881 e il 1887, anno della sua morte: circa 800 volumi che spaziano da argomenti letterari e critici ad argomenti scientifici ed agronomici, da trattazioni didattiche e scolastiche a pubblicazioni religiose. Un fondo imponente, che conta 473 opere, divise in 668 volumi; gli opuscoli ammontano a 4.957, per la maggior parte rilegati in volumi, cui si aggiungono le 3.527 lettere indirizzate a Ferrazzi e scritte da illustri personaggi, 28 volumi di suoi manoscritti, un album fotografico, diplomi accademici e decreti per varie nomine e onorificenze. Tra i volumi citati è compreso la nota raccolta dantesca: 237 opere, divise in 332 volumi e 1.403 opuscoli, corredate da un puntale catalogo sistematico a scheda, attribuibile a ottone Brentari, diviso in 24 materie: - Edizioni delle opere di dante e commenti generali sulla Divina Commedia - Estratti, rimari, sentenze, ecc. - Commenti parziali e studi filologici e critici - Varianti e studi sui testi - Illustrazioni di Codici danteschi - Traduzioni in varie lingue e riduzioni in dialetti - Studi biografici su dante e i suoi tempi - Concetto politico e religioso in dante - Cognizioni scientifiche e poliglotte di dante - dante e le Arti - Paralleli - discorsi accademici ed elogi - opere inspirate dalla Divina Commedia - Componimenti diversi in onore di dante - onorificenze a dante - Imitatori di dante - Biografie di dantisti - Iconografia dantesca - Critica bibliografica - Critica apologetica


Un particolare dell’Album fotografico appartenuto a Jacopo Ferrazzi. Ph. Edoardo Leoni Tapparo.

- Critica polemica - Bibliografia (Cataloghi, Manifesti, ecc.) - Leggende e visioni - Miscellanea.

La collezione dantesca (si veda Alberto Ventrice, La collezione dantesca del fondo Ferrazzi nella Biblioteca civica di Bassano del Grappa, tesi di laurea Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2013-2014) comprende anche alcuni oggetti: una maschera di dante, una testa di dante in marmo, scolpita e fissata su supporto ligneo, una riproduzione in gesso della statua che lo scultore Ugo Zannoni aveva scolpito a Verona per il monumento in onore del Sommo Poeta e 18 cornici dorate, di varie misure, contenenti diplomi, disegni di soggetti danteschi, ritratti di dante, di monumenti commemorativi in fotografia, litografia, ecc. La raccolta è frutto di decenni di ricerche e acquisti da parte di Jacopo Ferrazzi, ma anche di numerose donazioni di colleghi dantisti e letterati di tutta Europa. Era noto, infatti, che l’abate bassanese stava lavorando al Manuale Dantesco ed essi desideravano essere considerati o citati nell’opera monumentale che stava per essere pubblicata, come risulta in molte dediche. Sicuramente anche l’ambiente accademico aveva reso nota la passione di Ferrazzi per queste ricerche, spingendo molti scrittori a collaborare per accrescere la sua collezione. Vi si trovano scritti passati attraverso varie mani, dedicati dagli autori a persone che erano in contatto con Ferrazzi e che a loro volta hanno inoltrato la dedica e lo scritto allo studioso bassanese. Alcuni opuscoli presentano ancora i francobolli e l’indirizzo con cui sono stati spediti. La raccolta include anche la splendida collezione di Agostino Fapanni (1778-1861), acquisita da Ferrazzi alla morte dell’agronomo e storico trevigiano. Tra i tanti studiosi che figurano si ricordano almeno gli scritti di Letterio Lizio Bruno (1837-1908), dantista siciliano che si fa portavoce di tutti i dantisti della Sicilia, inviando a Bassano non solo le sue opere, ma anche quelle

di altri colleghi corregionali. rilevanti i corrispondenti esteri: rené Alby per la Francia, Henry Clark Barlow (1806-1876) dall’Inghilterra e Karl Witte (1800-1883) dalla Germania, forse il maggiore studioso di dante, fondatore nel 1865 della deutsche danteGesellschaft, anteriore di oltre un ventennio alla nascita dell’analoga Società dantesca Italiana fondata nel 1888, e autore della prima vera edizione critica della Commedia attraverso il criterio della lectio difficilior. due volumi raccolgono gli scritti di Carmine Galanti (1821-1890), sacerdote e teologo che coltivò gli studi danteschi, fermando la sua attenzione soprattutto sui significati dei simboli e delle allegorie della Commedia. Espose le sue osservazioni in 73 epistole dantesche divise in due serie; la prima, di 36 Lettere, tutte indirizzate tra il 1873 e il 1881 all’amico Luigi Bennassuti, sacerdote veronese autore di un commento alla Commedia pubblicato tra il 1864 e il 1868; la seconda, posteriore alla morte di Bennassuti, comprende 37 Lettere scritte tra il 1881 e il 1889 e indirizzate a illustri letterati e dantisti, tra cui lo stesso Ferrazzi. Tra le pubblicazioni più curiose vi sono le molte versioni, per lo più ottocentesche, del poema dantesco in altre lingue o dialetti: in dialetto veneziano, veronese, napoletano, siciliano, ebraico, castigliano, catalano, francese, tedesco, olandese, rumeno, sanscrito, latino. o ancora opuscoli quali In difesa di Dante (1715), i Principi di diritto penale contenuti nella Commedia, il Dizionario storico geografico della Divina Commedia, Le immagini della donna nel poema dantesco, Descrizione geografica dell’Italia ad illustrazione della Divina Commedia, Monumenti danteschi in Italia, L’Italia nella Divina Commedia. Per queste e molte altre ragioni la raccolta dantesca posseduta dalla biblioteca appare unica dal punto di vista storico e filologico, oltre che per il valore collezionistico dato dalla rarità di molti esemplari, resi unici dalle dediche dei diversi autori. Stefano Pagliantini

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Medaglia con il ritratto di Dante (Ravenna, Centro Dantesco, IV Biennale Internazionale del Bronzetto di Dante, 1979).


SERVIZIO PUBLIREDAZIONALE a cura del Centro di Psichiatria e Psicoterapia Studio Dottor Bova per Bambini Adolescenti Adulti

Michelangelo, Caronte traghetta i dannati all’inferno, affresco, part, 1536-’41. Vaticano, Cappella Sistina.

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LA COMMEDIA E LA PSICOTERAPIA Una lettura moderna Un capolavoro in versi, la summa di tutto il sapere scientifico, filosofico e teologico medievale e anche un’inesauribile successione di allegorie. Un poema in cui il viaggio attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso si presta anche a metafora estremamente calzante del “viaggio” che il paziente compie dentro di sé attraverso la psicoterapia. Tra tutte le letture possibili della Commedia c’è quella legata all’ambito psicologico e psicoterapeutico. dalla discesa negli “inferi” fino al raggiungimento della “novella vista”, il cammino psicoterapeutico procede per tappe, tutte necessarie e tra di esse collegate, che hanno come meta finale la conquista della “libertà di essere”, quello star bene con se stessi che, come insegna il poema dantesco, è un traguardo che necessariamente passa attraverso un travaglio interiore. Il Proemio della Commedia introduce subito il concetto di perdita della “diritta via”, del conseguente smarrimento e della consapevolezza di non sapere come quella via sia stata smarrita. Esattamente come accade al paziente che si rivolge allo psicoterapeuta per superare il disagio psicologico che lo affligge e di cui non conosce, se non solo forse parzialmente, la ragione. Una decisione non semplice, quella di ricorrere allo specialista, che spesso matura dopo un’alternanza di paure e speranze. Proprio questa alternanza tra paura e speranza costituisce la prima similitudine tra Commedia e psicoterapia. Così come dante prova spavento nel leggere le parole solenni incise sulla porta infernale descritta all’inizio del terzo canto dove campeggia la minaccia “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”, così il paziente percepisce il suffisso “psi” della psicoterapia e, più ancora, della psichiatria: l’anticamera di un processo di cui non si conosce nulla, dal quale si teme di non poter più tornare indietro o che possa far giungere a chissà quali terribili scoperte. Ma la speranza di dante di affidarsi a Virgilio, sua guida, è la medesima che nutre il paziente nei confronti del terapeuta. Tanto

nel primo quanto nel secondo caso, per attraversare indenni il cono rovesciato dell’Inferno dantesco, metafora della discesa nella parte più buia e sconosciuta di noi stessi, occorre una guida esperta. Che sappia orientarsi tra le mille “insidie” della natura umana, estremamente sfaccettata per costituzione, nella quale convivono aspetti e sentimenti di segno opposto. Esattamente come l’Inferno di dante, anche i nostri pensieri sono strutturati in Gironi e il cammino del poeta guidato da Virgilio altro non è se non il percorso del paziente che da un nucleo interno sconosciuto alla coscienza, via via giunge fino alla superficie, dove affiora ciò di cui è cosciente: pensieri, emozioni, sintomi. Fino a “riveder le stelle”, a riconoscersi per come si è fatti. Comprendendo, magari, che l’invidia fa parte del corollario di sentimenti e atteggiamenti umani, ma per evitare che ci bruci dentro in eterno è “conveniente” volgerla in ammirazione, in sprone a raggiungere i risultati della persona invidiata. Perché se per esempio è ammesso che un bambino provi invidia nei confronti dell’amico che ha ricevuto in dono il giocattolo che tanto desiderava, è opportuno che l’adulto traduca un sentimento simile, magari provato nei confronti di un collega con la nuova automobile, nel pensiero volto a migliorare le proprie condizioni economiche per acquistare il nuovo modello di auto. Scendere in profondità nei recessi più bui, attraversare la mota senza restare impantanati, affrontare il lato in ombra che alberga dentro ciascun essere umano e imparare a riconoscerlo in quanto tale, talvolta può risultare estremamente impegnativo. Ecco quindi che può nascere la necessità di affiancare alla guida del terapeuta un sostegno farmacologico prescritto dal medico psichiatra. Un puntello prezioso che giunge in soccorso quando il paziente rischia di trovarsi di fronte a un pericolo più grande di sé: la reazione alla presa di contatto e coscienza con una parte di sé che per lungo tempo è stata messa sotto chiave e repressa e che è causa del disagio. dopo essere sceso nelle profondità del cono rovesciato ecco che si prospetta una prima via


Gustave Doré, Così sparì; e io sù mi levai / sanza parlare, e tutto mi ritrassi /al duca mio, e li occhi a lui drizzai, particolare, xilografia, 1861. Edoardo Sonzogno Editore, Milano, 1887. Catone l’Uticense era visto nel Medioevo quale difensore della libertà repubblicana e vivido esempio di persona austera e moralmente integra. Dante lo incontra nel I Canto del Purgatorio, del quale è il custode, sebbene pagano e morto suicida.

e affetti “educati” secondo le norme sociali e suddivisi nelle categorie giusto-sbagliato, benemale, senza che questo causi una sofferenza psichica. Interessante a proposito dell’equilibrio tra libero arbitrio e norme morali il riferimento a due personaggi locali citati nella Commedia: Ezzelino III da romano e la sorella Cunizza. Lui viene posto nel VII cerchio dell’Inferno, quello di violenti, tiranni, omicidi e i rapinatori; lei in Paradiso, nel terzo cielo di Venere, che accoglie gli spiriti amanti. Ezzelino e Cunizza, accomunati del vincolo fraterno, cresciuti nel medesimo contesto, rappresentano gli esiti di scelte e percorsi diversi. La brama di potere e di sangue nel caso del primo, il desiderio di amare che nonostante le dissolutezze salva la seconda che ha trovato la sua via per raggiungere l’equilibrio: D’una radice nacqui e io ed ella: Cunizza fui chiamata, e qui refulgo perché mi vinse il lume d’esta stella. Elena Stefani

Psicologa psicoterapeuta

Francesco Bova

Psichiatra, responsabile del Centro di Psichiatria e Psicoterapia Studio Dottor Bova per Bambini Adolescenti Adulti

CENTRO DI PSICHIATRIA E PSICOTERAPIA STUDIO DOTTOR BOVA

dal 1994

d’uscita: l’animo di Dante-paziente rinasce alla gioia e alla speranza tornando ad ammirare un’atmosfera dal “dolce color d’orïental zaffiro”. È sulla spiaggia che bagna l’alto monte del Purgatorio che dante incontra Catone. Le sue domande pacate e autorevoli ricordano quelle del terapeuta che con tecnica ed esperienza verifica il procedere del percorso. Il Purgatorio, che dante fa coincidere con il luogo nel quale i vizi derivanti dall’amore mal diretto vengono espiati, diventa emblema del passaggio a un livello superiore di consapevolezza, di una lettura di realtà nella quale il paziente comprende che la sofferenza psichica non deve essere vissuta come una colpa, magari derivante dalla pigrizia, dall’incapacità di reagire o di spostare il pensiero altrove. Ascendere lentamente i balzi del Purgatorio corrisponde a un ulteriore passo in avanti rispetto all’acquisizione della “libertà di essere” di cui si faceva cenno all’inizio. nella Commedia, terminato il compito di Virgilio, guida razionale, il testimone passa a Beatrice che rappresenta lo scarto intuitivo necessario per raggiungere un diverso livello di conoscenza e consapevolezza. Attraverso un paziente processo di accompagnamento, che si concretizza nell’alternanza di relazioneazione, Dante-paziente ritrova il benessere, lo stare bene con se stesso. È il raggiungimento della “novella vista”, lo sguardo che permette di coniugare il libero arbitrio con la cosiddetta morale comune. L’equilibrio secondo il quale ciò che è intrapsichico e assolutamente personale e soggettivo si compenetra con pensieri

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[n° 191/192] Dante nel Veneto

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