L'Illustre bassanese

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Fondato

nel 1989

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LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

MARIO DALLA PALMA BIMESTRALE MONOGRAFICO DI CULTURA

N° 153/154 • GENNAIO-MARZO 2015


Comune di BASSANO DEL GRAppA

Viale Venezia, 4 - Bassano del Grappa

Delegazione di Bassano del Grappa Via Schiavonetti, 1 - Tel. 0424 219075 confedilizia.bassano@libero.it - www.confedilizia.it


In copertina, l’avvocato scrittore Mario Dalla Palma nel 1986, all’imbocco del Ponte vecchio. ph. Aldo Remonato La Toga d’oro, conferita dall’Ordine degli Avvocati di Bassano del Grappa a Mario Dalla Palma il 25 marzo 2009, a suggello di una fortunata e lunga carriera forense.

MARIO DALLA pALMA. Avvocato e scrittore, ci ha regalato pagine vibranti ed emozioni indelebili Scrivere di un amico non è mai facile. Nel caso poi di una figura così complessa e ricchissima di sfaccettature come quella di Mario Dalla palma il compito si rivela ancora più problematico. per fortuna, come dimostra ampiamente questo straordinario numero doppio de L’Illustre bassanese, molti altri amici dell’avvocato scrittore hanno accettato di testimoniargli la loro vicinanza. In primis Leo Rebellato e Gianni Giolo. Un contributo umano, carico di affetto e nostalgie, che si dipana fra le pagine del giornale e che restituisce un ritratto a tutto tondo di quello che è stato senza dubbio un protagonista della storia cittadina. Apparentemente si poteva credere che Mario avesse uno strano concetto dell’amicizia, considerandola un bene effimero, destinato fatalmente a deteriorarsi nel tempo: una posizione coerente con il suo pensiero sulla vita. In realtà, pure nel rischio sempre presente di cedere a intemperanze e scontri, i suoi sentimenti, autentici e sinceri, tenevano. E l’amicizia, in questa dialettica così sofferta, risultava alla fine ancora più salda e robusta. A me Mario ha dato moltissimo, un vero Maestro per il quale nutrirò sempre affetto e riconoscenza. Andrea Minchio Direttore de L’Illustre bassanese

E’ impossibile non ricordare il Collega Mario Dalla palma, perché è stato una costante presenza, nella vita bassanese degli ultimi decenni, sia come Avvocato e scrittore (le sue due amate professioni) sia, per i più, come implacabile ‘castigatore di costumi’ (o, meglio, di malcostumi): uno dei pochi, in un mondo dove vige la regola del compromesso e del ‘tasi che non se sa mai’, che non le ha mai mandate a dire per interposta persona. Eclettico, autentico spirito libero, tanto temuto da chi aveva la sventura di incappare nei suoi strali, soprattut-

to politici e amministratori pubblici, spesso oggetto delle sue riflessioni sulla stampa locale, quanto amato e rispettato da chi era riuscito a entrare nella ristretta cerchia dei suoi amici. Come Avvocato, l’ho conosciuto fin dai primi giorni in cui, nel lontano ’86, iniziai a fare la pratica, perché il mio ‘dominus’ aveva lo studio nello stesso immobile, anzi nello stesso pianerottolo ove Mario aveva l’ufficio. A quei tempi i praticanti erano pochi e… sempre sotto esame degli Avvocati anziani: c’era una sorta di ‘controllo professionale’ teso a far comprendere ai nuovi arrivati che nulla era scontato e che il fatto di essere laureati (per noi eccelso risultato, vista la fatica che ci era costata) era solo il primo passo, un ‘dettaglio tecnico’, necessario, ma per nulla sufficiente per aver accesso alla nobile professione legale. E Mario era tra quelli più attenti alle nuove leve: chi, come me, ha avuto la fortuna di iniziare il suo cammino professionale negli anni ’80 e ’90, ricorda ancora il suo sguardo inquisitorio e ricorda bene il motto che ci ripeteva al termine di ogni colloquio: “ricordate che, fin che te sì praticante, te sì minus quam…”. Lasciando intendere che non si valeva proprio nulla. Ma il bello di Mario era che, a questo atteggiamento ‘ufficiale’ da serio difensore della categoria, si accompagnava, per chi riusciva a ottenere il suo rispetto e il suo affetto, la massima disponibilità nel dare un consiglio, piuttosto che un aiuto in udienza, senza mai nulla pretendere in cambio. ‘Te sì un bravo toso’… mi ripeteva spesso, anche quando ‘toso’ ormai non ero più e anche dopo che ero diventato il suo presidente. Francesco Savio Già Presidente Ordine degli Avvocati di Bassano del Grappa

L’ILLUSTRE BASSANESE - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita ...dal 1989 ANNO XXVII n° 153/154 Gennaio-Marzo 2015 - Aut. Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 R.p. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Andrea Minchio Redazione: Livia Alberton, Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio Hanno collaborato: Giusy pellizzari, Gianni Giolo, Leonardo Rebellato con: Vittorio Andolfato, Nino Balestra, Sergio Campana, Stefano Cimatti, Emanuele Dalla palma, Andrea Gastner, Angelo Maiolino, Antonio Mauro, Francesco Savio Stampa: Stampatori della Marca - Castelfranco Veneto (TV) - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Tiratura: 2000 copie - Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © COPYRIGHT Tutti i diritti riservati EDITRICE ARTISTICA BASSANO piazzetta delle poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)

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Mario Dalla Palma, il 19 gennaio 2013, festa di San Bassiano, durante la cerimonia di conferimento del Premio Cultura Città di Bassano 2012. Questa la motivazione: “Scrittore e poeta di indiscussa personalità, profondamente innamorato di Bassano del Grappa, città che ha ispirato la sua opera e alla quale ha dedicato la sua vita, perpetuando in particolare la memoria della sua storia più dolorosa. Cantore dei pregi e dei difetti del nostro vivere quotidiano, del nostro territorio e del nostro tempo, del nostro coraggio e delle nostre fragilità”. ph. Aldo Remonato

ario carissimo, è ormai trascorso quasi un anno. Mancano Tue notizie. Amministratori, pubblici funzionari, colleghi tutti, pur contenti di avere ormai evitato i Tuoi corsivi, Ti rimpiangono. Il Tuo corsivo serviva comunque a metterli in scena, a dare loro la notorietà. L’avvocato-corsivista temuto, da un lato, ma bramato nell’intimo. Raccontava episodi di vita comune con l’esperienza tratta dalle vicende quotidiane che alimentano la conoscenza dell’avvocato, filtrandoli poi con la caustica ironia dello scrittore. Spetta a Te, oggi, essere messo in scena, ma con grande affetto. D’accordo, il corsivista non vuole celebrazioni. Lo so; per una volta, però, consenti un’eccezione. E poi, non è una celebrazione, ma un saluto, un caro saluto: un grande, affettuoso abbraccio di quanti Ti hanno conosciuto, compreso, apprezzato e voluto bene. Angelo* *Angelo Maiolino


Mario Dalla Palma, ragazzino, in vacanza nell’amata Enego. Alle sue spalle si intravede la facciata della chiesa di Santa Giustina.

Ed el mi disse: Volgiti! che fai? Vedi là Farinata che s’è dritto da la cintola in sú tutto ‘l vedrai. Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s’ergea col petto e con la fronte com’avesse l’inferno a gran dispitto.  Dante (Inf. X, 31-36)

Ho conosciuto Mario Dalla palma un freddo pomeriggio di dicembre. Era il 1998 ed io, appena laureato, cercavo un avvocato che mi permettesse di svolgere la pratica forense. Al civico 52 di via Marinali, benché fossi passato solo per lasciare le mie note di presentazione, la segretaria mi disse di attendere perché l’Avvocato mi avrebbe ricevuto. poco dopo mi trovai di fronte a un uomo di circa settant’anni, avvolto in un cappotto blu da marinaio, sotto cui si intravedeva una maglia a righe orizzontali rosse e azzurre, seduto a un tavolo antico su cui erano ordinatamente disposti numerosi fascicoli, il necessario per scrivere e, quasi fuori posto, un’edizione tascabile del Canzoniere di petrarca. Al suo fianco, un tavolino con un vecchio telefono grigio. Tutt’intorno, sin quasi a celare le pareti, una serie ininterrotta di quadri e vecchie fotografie. Stipati, in un’alta vetrina di legno chiaro guarnita con carta fiorentina, molti libri e piccoli oggetti. Ebbi netta l’impressione di trovarmi al cospetto di un capitano di lungo corso, saldo al timone della sua nave e quando, al mio saluto, rispose “… ciao, sentate zò… “, ubbidii in silenzio. Dopo un’occhiata alle mie note, spesa qualche parola di circostanza sulla Facoltà di Giurisprudenza, iniziò a chiedermi dei miei studi liceali e finimmo, in breve, a parlare di pavese, Calvino e Vittorini. Mi congedò, qualche ora dopo, dicendo: “… desso va via che go da lavorar. E no stà preoccuparte. Te lo trovo mi un posto”. Così fu, ed è stato l’inizio di un lungo viaggio al suo fianco. per quasi un anno e mezzo mi fece frequentare lo studio di un suo allievo. poi, complice un’intricata vicenda che a lui stava particolarmente a cuore, mi volle con sé. per farlo lasciò la sua stanza, troppo piccola per tutti e due, e si trasferì nella

MARIO DALLA pALMA La difficoltà del vivere descritta con lucida e profonda intensità sala adiacente, lui su una vecchia scrivania di ferro e legno e io su un tavolino al suo fianco. Lavorammo così per circa due anni. In seguito, quando lasciai il suo studio, continuammo a vederci o sentirci quasi quotidianamente, fino a cinque anni fa. poi, a causa di una divergenza su un’intricata vicenda che tanto gli stava a cuore, uno dei suoi lunghi silenzi. Sono stato il suo ultimo allievo. Raccontare Mario Dalla palma non è facile. Sarebbe riduttivo considerarlo solo un avvocato vecchio stampo, di formazione classica e con la passione delle belle lettere. Certamente nei suoi libri vi sono, per chi l’ha conosciuto da vicino e per sua stessa ammissione, molti echi della sua vita personale. Sarebbe però sbagliato considerare la sua esperienza umana quale sola fonte d’ispirazione della sua letteratura. E’ pur vero che la maggior parte dei suoi romanzi sono scritti in prima persona, l’autore si esprime attraverso il suo protagonista, ma ciò non comporta identificazione tra i due. Semplicemente questa tecnica letteraria gli permetteva di esprimere in maniera più realistica e immediata pensieri e fremiti, anche i più reconditi e irrazionali, del suo protagonista, quasi sempre un uomo tormentato dai propri sentimenti e dall’incapacità di mutare il proprio triste e solitario destino. Anch’egli era spesso solo, ma non era un solitario né aveva timore di affrontare le difficoltà della vita o di prendere decisioni anche difficili e dolorose. Mario Dalla palma ha scritto così come ha vissuto: con coraggio e profonda intensità. Con un sorriso, quando si discuteva di qualche questione particolarmente complessa, era solito concludere “Nulla


Mario Dalla Palma, terzo da destra nella prima fila, in una tipica foto di classe alle Scuole Elementari “G. Mazzini” di Bassano. Ogni bambino veste rigorosamente la camicia nera.

In basso Mario Dalla Palma nel 1948, con un amico, nei pressi di Stoner sull’Altopiano dei Sette Comuni.

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sfugge a questo comando”. Non gli sfuggiva nulla nemmeno delle persone e di tutto ciò che lo circondava. Se ne interessava con affetto e passione, ben oltre il limite della mera cortesia, anche se per indole e per mestiere sapeva essere durissimo e drastico. La complessità dell’uomo e del suo cammino umano e letterario ricorda la varietà e vastità del suo amato Altopiano: erto e ripido sulla pianura, nel contempo lontano e vicino alla stessa, attraversato quasi lacerato da valli profonde, dominato dal silenzio dei boschi che diventa sibilo impetuoso quando il vento scende dalle vette brulle del nord, ricco di sole, fiori e gesti antichi, ma capace di trasformare d’inverno la sconfinata piana assolata dei pascoli alti in una desolata distesa di ghiaccio. Nitida era in lui la percezione di questo suo peculiare modo di essere. “… Son fato mae, son fato sbaglià…” confidava agli amici più intimi nei momenti di sconforto. Altrettanto forte la convinzione che ciò lo rendesse una persona diversa, non migliore o superiore agli altri (non gli importava né vi ambiva), ma sicuramente non giudicabile secondo i canoni ordinari. Era, poi, conscio di essere il frutto delle esperienze che sin da bambino aveva avuto il privilegio, e talora la sfortuna, di vivere. Nato l’undici settembre 1931 in città, da Emanuele e Itala Raimondi di padova, scesi a Bassano - per volontà di lei - dalla natìa Enego ove il nonno paterno, cav. Angelo, undici volte padre, banchiere,

costruttore, grande proprietario terriero e benefattore, aveva progettato di lasciare a Emanuele la gestione degli affari di famiglia. per dare al figlio un lavoro acquistò dalla famiglia del baritono Tito Gobbi un negozio di ferramenta sito in via Roma. Oggi la ferramenta non esiste più. Al suo posto le luci fredde e gli arredi minimalisti di una nota marca d’abbigliamento e, al piano superiore, gli ovattati uffici finanziari di un istituto di credito. Negli anni della sua infanzia Bassano era una piccola cittadina di provincia, lontana dalla mondanità e modernità dei capoluoghi. Ormai consolidata la dittatura, sorgevano con fatica le prime fabbriche, ma l’economia rimaneva prevalentemente agraria. La bicicletta era il più diffuso e prezioso mezzo di locomozione e alla stessa velocità, nel contesto cupo del fascismo, si diffondeva il progresso. Oggi i ragazzini possono conoscere e vedere, grazie alla tecnologia, qualsiasi cosa senza nemmeno uscire di casa. Allora, anche solo recarsi a Vicenza non era facile e per i più rimaneva una chimera, talvolta l’ultimo mesto viaggio verso il grande ospedale della città alla ricerca di una cura miracolosa sconosciuta in campagna. Mario Dalla palma ebbe la fortuna di nascere in una famiglia benestante, guidata da un nonno illuminato. Così quelli che per molti suoi coetanei furono limiti invalicabili per lui divennero ostacoli superabili. Trascorse l’infanzia con i fratelli Bruno e Fernanda,


Due immagini giovanili di Mario Dalla Palma, che ben illustrano la sua grande passione per la montagna e per il calcio.

In basso Uno schizzo del pittore Ottorino Tassello pubblicato su Bianca Luna, inserto culturale di Bassano News (Nov.-Dic. 1999), a corredo del racconto di Mario Dalla Palma “Il sogno di Luca”. Nella sua lunga e proficua collaborazione con la testata bassanese, lo scrittore si avvaleva spesso del concorso di amici artisti.

di diversi anni maggiori, e con la balia di famiglia più che con i genitori, impegnati nel lavoro e, soprattutto la madre, di carattere poco espansivo. La foto di lui bambino con sottobraccio un cagnolino di pezza che campeggia sulla copertina di “Lettera ad un cane che non c’è più” descrive bene quel periodo della sua vita. La compagnia, anzi il dialogo costante con i suoi amati cagnolini, il fascino solitario, ma puntuale e per questo consolatorio dei treni che vanno e vengono attirando l’attenzione del ragazzino che gioca solitario sul terrazzo, non sono solo un’immagine letteraria. Il forte legame del padre con la terra e la famiglia d’origine gli permisero di trascorrere fanciullo ogni estate a Enego nella casa del nonno, che divenne con il tempo per lui il suo vero luogo d’origine e un punto di riferimento non solo affettivo ma anche umano, per alcune similitudini caratteriali e di vita vissuta che egli scorgeva, in età matura, tra sé e il nonno. Spesso raccontava che questi, a cui anche i figli si rivolgevano dandogli del “Voi”, era uso consumare i pasti con la sola compagnia dei suoi cani; che non permetteva venisse falciato né adibito a pascolo il grande prato antistante la casa perché amava contemplare l’erba accarezzata dal vento. Che allo scoppio della Grande Guerra rifiutò di segare i suoi boschi rischiando per questo, e finendo per vederli distruggere dalla furia dell’uomo piuttosto che sradicarli per ricavarne l’ultimo utile.

Una grande foto del nonno durante l’inaugurazione di una delle tante opere da lui volute e realizzate a Enego fu recuperata, incorniciata come un’opera d’arte e appesa in bella vista nella sala dove lavoravamo. Un gentiluomo ottocentesco, un patriarca alto, magro, silenzioso e solitario, determinato nel fare le cose a modo suo, ma nel contempo sensibile alle necessità di tutta la sua grande famiglia e della sua comunità. Un tipo umano del quale non c’è traccia tra i suoi personaggi, ma cui egli si ispirò sempre nella vita e che narra nelle pagine ove, con toni mitologici e bucolici, ripercorre le sue origini. Al fianco del nonno, un vecchio malgaro privo d’istruzione, il Toni, reso saggio dall’esperienza di una vita durissima, fidato e infaticabile, adorato dal nipotino che saliva ogni estate dalla città perché gli raccontava le piccole e grandi cose della natura, della vita, degli uomini e degli animali. La morte violenta, ingiusta e insensata del malgaro durante la guerra partigiana rimarrà, assieme alla strage del 26 settembre 1944, il fondamento del suo indomito e viscerale antifascismo. Grazie a queste esperienze l’Altopiano, ed Enego in particolare, si trasfigureranno nei suoi scritti in una sorta di Eden ove il contatto con la natura e le persone semplici rendono possibili brevi momenti di felicità. Anche da adulto Mario Dalla palma, appena poteva, si rifugiava in montagna. Nell’amata Val di Sella o sull’Alpe di Siusi e, spesso, per

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Il cav. Angelo Dalla Palma, nonno di Mario (al centro, con la coppola), assieme ad alcuni eneghesi all’inaugurazione dell’Acquedotto al bivio per Valmaron, sulla strada che porta ad Asiago. Figura carismatica, uomo taciturno, rispettato e forse anche temuto, appare spesso nei racconti dello scrittore bassanese.

“Il vecchio, da giovane, aveva frequentato un famoso liceo classico gestito dai Gesuiti [...]. Ottenuta la maturità, gli sarebbe stata congeniale la facoltà di Ingegneria, ma preferì occuparsi dei suoi beni [...]. Sin dall’inizio, s’era mostrato con tutti disponibile, mai esibita l’ indiscussa capacità intellettuale ed economica. Rifiutata ogni carica pubblica, più volte offertagli, non per superbia o pigrizia ma per quella sua natura riservata al limite della introversione. Rimasto vedovo assai presto, oltre all’unica figlia costantemente vicina, attento a ogni sua necessità e desiderio, Toni, un vecchio servitore già del padre, rimasto orfano di entrambi i genitori, entrato in quella casa poco più che ragazzo. Mario Dalla Palma, da “L’ombra che scende”, 2014

8 Un eloquente ritratto fotografico del cav. Angelo Dalla Palma (1862-1945).

Ferragosto, a Enego all’Hotel San Marco affacciato sulla piazza. Trascorreva le giornate sulla piana delle Marcesine, contemplandola quando la salute non gli permise più di percorrerla. Nel tardo pomeriggio, invece, sedeva in uno dei tavolini esterni al bar dell’albergo a chiacchierare con vecchi amici e parenti. Bassano, per lui ragazzino e adolescente, è stata un campo di giochi, gli amici di una vita, la scuola, gli insegnanti, soprattutto quelli coraggiosamente antifascisti, e i lunghi giri in bicicletta nei dintorni con il padre la domenica. Il 26 settembre 1944 con l’amico Aldo stava andando a giocare, spensierato come ogni bambino di tredici anni è e deve essere, in via XX Settembre (oggi viale dei Martiri). Con le lacrime agli occhi e la voce strozzata raccontava di come, invece, quel giorno vide impiccare senza pietà, senza un motivo che non fosse l’odio cieco e bestiale, trentuno giovani partigiani, bollati come “banditi” da un pezzo di carta impiccato con loro. Li vide profanati e lasciati ondeggiare al vento freddo che scende dalla Valsugana, a monito per i concittadini che il podestà quella sera - tronfio dalla loggia sulla piazza, a pochi metri da casa sua - avrebbe voluto impiccare tutti.

per tutta la sua vita non smise mai di ricordare e raccontare quei momenti e di condannarne i responsabili e i loro eredi politici più o meno diretti. Con tanta foga, in qualche occasione, da rischiare la querela. Una volta, sorridendo per il putiferio scatenato dalle sue parole, con quel modo tutto suo di sdrammatizzare anche nei momenti più difficili, mi disse: “… tiente pronto a difendarme che stavolta i vien a torme!”. per questo suo costante e accorato impegno ricevette la tessera dell’Associazione Nazionale Partigiani, che custodì gelosamente nel suo archivio personale, alla cui ricchezza d’immagini e documenti si deve buona parte di questo scritto. Seguirono gli studi liceali nel collegio salesiano Manfredini di Este, una delle migliori istituzioni scolastiche del Veneto, forse troppo lontano da Bassano e dall’Altopiano e da cui durante l’anno tornava a casa raramente, ma dove crebbe in lui l’amore per la letteratura e i classici, grazie soprattutto agli insegnamenti e alla figura di don Monti. Lo ricorda, con riconoscenza e affetto, in numerosi suoi scritti. Successivamente, altra esperienza non usuale per un giovane in quegli anni, la facoltà di Lettere all’Università Cattolica di Milano e l’opportunità di entrare in contatto con alcuni dei protagonisti


della vita letteraria ed editoriale dell’epoca. Conobbe e collaborò, tra gli altri, con Giorgio Scerbanenco e Fernanda pivano e, poco prima della morte, sia pure solo in occasione di un paio di brevi telefonate, parlò con Cesare pavese, allora una delle più autorevoli e innovative voci della letteratura italiana, la cui triste parabola umana lo trasformò, per i giovani dell’epoca, in un’icona. per tutta la sua vita Mario Dalla palma ha letto e riletto, studiato, meditato e ragionato su pavese. Ha raccolto documenti e testimonianze, si è spinto sino a Santo Stefano Belbo, nel cuore del mondo pavesiano, per incontrare il Nuto e parlare con lui, a lungo, di “Cesare”. Gli echi di questa sua predilezione sono ben evidenti nei suoi scritti: il male di vivere, la solitudine come conseguenza e nel contempo unica soluzione alla propria inadeguatezza, l’amore sempre tormentato, il suicidio come inevitabile punto d’arrivo. Ha scritto tre romanzi, i primi, su questi temi e ogni volta il suo protagonista ha scelto di rinunciare alla vita. Tanto è bastato per farne la cifra distintiva, ma certo non l’unica chiave di lettura, della sua opera come hanno da subito sottolineato i critici che di lui si sono occupati. Scrive il gesuita p. A. Scurani su Letture (1984, n. 7/8, p. 726) a proposito di “Un caso di solitudine:

“… un senso poetico delle cose guardate da un osservatorio in qualche modo privilegiato, il proprio deserto interiore. Il risultato è quello che si osserva in certi quadri quattrocenteschi, dove la bellezza è come cristallizzata nell’istante, la vita è ferma in un atto, in un sentimento…”. Egli, certo non un cattolico praticante, era fiero di aver attirato l’attenzione della rivista letteraria della Compagnia fondata da Ignazio, nota per la preparazione dei suoi redattori e l’attenta severa selezione dei contenuti. Che il suo libro, agli antipodi del pensiero cattolico, fosse stato ritenuto meritevole anche solo di una recensione critica, era per lui sicuro riconoscimento del valore letterario dell’opera. Il suo primo estimatore, il professore e critico torinese Giorgio Barberi Squarotti, sempre a proposito di “Un caso di solitudine” scriveva su Tuttolibri de “La Stampa” il 21 luglio 1984: “… il pregio del romanzo, oltre che nella raffinatezza delle descrizioni del paesaggio veneto, sta nella capacità del narratore di rendere l’infinita tristezza di una radicale incapacità di vivere, ma anche il fervore, che fino all’ultimo combatte con l’estremo cedimento alla morte, della memoria che ricerca nel passato infantile la possibilità ancora di resistere, di non lasciarsi andare tra sogno e inven-

Emanuele Filiberto Dalla Palma (1887-1969), padre di Mario.

La piana di Marcesina dalla strada che conduce al monte Caldiera. Di notevole importanza naturalistica e storica, si trova a una quota media di 1400 metri s.l.m. Per la sua bellezza e le basse temperature nella stagione invernale, è anche nota come “piccola Finlandia”. Archivio I.A.T. Altopiano di Asiago


Sopra, da sinistra L’avv. Mario Dalla Palma durante un processo (primo da destra). Fra i presenti si riconoscono, al centro nella veste di pretore onorario, l’avv. Antonio Contaldo e, all’estrema sinistra, l’avv. Francesco Azzalin. L’avv. Mario Dalla Palma, nel 1965, in occasione di un sopralluogo, con alcuni periti e colleghi (fra i quali, alle sue spalle, si distingue l’avv. Diego Favero).

Dalla Palma nello studio dell’ avv. Gino Marcon, con il quale collaborò nei primi anni della sua carriera forense.

zione, meditazione e visionarietà. [...] Il romanzo è intriso di quieta, definitiva, disperazione, ma anche di una lucida consapevolezza che ne rende la rappresentazione acutissima e limpida. Rare volte lo strazio della vita per tutto ciò che di essa si perde a ogni istante è stato detto con maggiore intensità e verità”. Quest’articolo, racchiuso in un’ampia cornice bianca, era appeso nella sua stanza, al suo fianco, sopra il telefono, vicino alla foto sorridente dei suoi quattro figli poco più che bambini. Tornando ai suoi anni milanesi egli, ben presto, si rese conto che la letteratura non poteva essere, neppure allora e pur avendo alle spalle una famiglia benestante, l’unica sua fonte di reddito. Di qui la decisione, sofferta, di abbandonare gli studi letterari e trasferirsi a Ferrara per laurearsi in giurisprudenza ove gli fu di grande conforto, e ne scrive ampiamente, la conoscenza e la quotidiana frequentazione dell’amico, poi tale per tutta la vita, publio pozzi, in seguito farmacista proprio a Bassano. Finiti gli studi iniziò la pratica forense, dapprima a padova presso un famoso penalista e poi nella città natia, nello studio dell’avv. Gino Marcon, a cui lo legò un lungo sodalizio umano e professionale. Dei suoi anni da giovane praticante rammentava i rimbrotti dell’allora presidente dell’Ordine, contrario alla presenza dei praticanti in Tribunale (ai quali doveva bastare la possibilità di accedere alla pretura di piazzetta Guadagnin), precetto cui egli molto raramente si atteneva. L’esercizio della professione sia in campo penale sia civile lo portò a conoscere e non di rado a stringere rapporti d’amicizia con i più bei nomi dell’avvocatura veneta. Su tutti ricordava con affetto e nostalgia i processi penali per fatti del periodo bellico a fianco di Ettore Gallo, che sarà poi presidente della Corte Costituzionale. per anni svolse anche l’incarico di vice pretore

onorario ad Asolo, ossia di sostituto del magistrato togato. Va sottolineato che all’epoca la giurisdizione del pretore era molto ampia, soprattutto in sede penale. Né esistevano, come oggi, il patteggiamento e la sospensione condizionale della pena. Si andava sempre a dibattimento e la pena, anche detentiva, veniva realmente scontata. Numerose sono le immagini e le testimonianze di quegli anni nel suo archivio: foto, articoli di giornale, vecchi documenti e fascicoli. In sede civile, invece, egli si concentrò - soprattutto nei suoi ultimi vent’anni di carriera - sulle controversie inerenti il risarcimento del danno e il diritto assicurativo. Degni di memoria non sono tanto i suoi successi professionali, che pure furono numerosi e di cui egli non parlava quasi mai lasciando che a gioirne fossero i clienti, ma soprattutto il suo modo di esercitare, anzi di vivere, la professione forense. Va ricordato l’Avvocato - già settantenne che ogni mattina entrava in studio per primo, che conosceva nel dettaglio tutte le pratiche, che controllava e studiava ripetutamente, con il solo ausilio di un pezzo di carta ove annotava appunti e su cui scriveva le minute degli atti e delle sue missive. Soprattutto, va ricordato l’Avvocato che conosceva i suoi clienti, e non solo i problemi da essi affidatigli, e a ognuno di loro, fosse l’importante imprenditore o il semplice uomo di fatica, dedicava tutto se stesso. Non tollerava l’ingiustizia né il sopruso che gli causavano non semplice indignazione, ma vera e propria ripugnanza fisica, specialmente se perpetrate in danno dei più deboli cui andava, sempre, anche il suo affetto. Giurista accorto, ma nel contempo istintivo come sanno essere quei pochi per cui l’Avvocatura non è solo un mestiere e ai quali non serve indossare la toga perché ce l’hanno cucita addosso. Rigido nel rispetto della deontologia, orgoglioso di non aver mai ricevuto alcuna contestazione nel corso


L’avv. Gino Marcon durante un’udienza nei primi anni Sessanta. Al suo fianco, un giovane collaboratore: Mario Dalla Palma.

della sua lunga carriera. Quando ravvisava nei colleghi eccessiva disinvoltura, non lesinava le critiche. Anzi, spesso, tuonava. Mario Dalla palma ha esercitato la professione forense in un modo antico, che oggi sta scomparendo. per lui lo ius dicere era indissolubilmente legato alla morale, alla letteratura, alla storia, alla vita. E’ giusto sia così, perché il nocciolo della scienza giuridica è nel titolo primo dei Digesta, nelle parole di Ulpiano: “Iustitiam namque colimus et boni et aequi notitiam profitemur, aequum ab iniquo separantes, licitum ab illicito discernentes”. Nel contesto attuale, invece, il diritto, il processo e, quindi, anche la professione forense, somigliano sempre più ad una mera tecnica in cui sulla Giustizia prevale la statistica, sul ragionamento la velocità, sulla certezza la logica burocratica. Di fronte a questa realtà avvocati come Mario Dalla palma devono essere considerati un punto di riferimento, un esempio, soprattutto per i colleghi più giovani. Essi hanno saputo coniugare l’essenza antichissima della professione con il mondo loro contemporaneo perpetuando e rinnovando nel contempo l’insegnamento dei loro maestri. Questa è la sfida che ogni avvocato deve affrontare. Ecco come ha esercitato, come ha vissuto, la sua professione Mario Dalla palma. Tutti i giorni, per cinquantacinque anni, ha avuto fame e sete di Giustizia. Non poteva essere altrimenti per la sua formazione, per la sua indole e per la sua innata e profonda sensibilità nei confronti del prossimo e delle sue vicissitudini. Né un uomo e avvocato siffatto poteva tacere quando, nella vita della sua città o della sua patria accadeva qualcosa di non consono. I suoi interventi, in forma di articoli, lettere, commenti e brevi corsivi non si contano e toccano tutti i temi nevralgici della vita cittadina e della politica nazionale e locale. Emergeva allora il fiero pole-

mista dal commento caustico e tagliente. Amava la verità nuda e cruda, detta e scritta senza timore reverenziale nei confronti di nessuno, con ironia sottile che bruciava come sale sulle ferite. Impossibile replicare, per il suo malcapitato bersaglio, senza peggiorare la situazione. Naturalmente, spesso e ben volentieri, andava controcorrente, quasi “avesse il mondo a gran dispitto”. Sempre, però, senza essere “di parte”, perché egli non si riconosceva in nessun partito, in nessuna ideologia. Semplicemente amava la sua terra, la sua città, la storia e la cultura del suo popolo e questo difendeva, senza sconti per nessuno. provò anche l’impegno politico diretto per un brevissimo periodo, ma non era cosa per lui. “La voce nel deserto” si intitola il commiato dedicatogli da un noto giornalista locale. Definizione calzante pensando al fatto che egli era spesso il solo ad avere il coraggio di esprimere pubblicamente determinate opinioni, ma che contrasta con il continuo andirivieni di persone, di ogni ceto, professione e credo (politico e non solo) che incontrava nel suo studio e nel suo privato. Gli piaceva confrontarsi e discutere - anche duramente con chiunque, documentarsi dettagliatamente prima di esprimere la propria opinione, che forse proprio per questi motivi coglieva nel segno e metteva spesso a nudo l’ipocrisia di chi, invece, preferiva assumere posizioni di circostanza e convenienza. Nel tempo, poi, non dimenticava né trascurava alcuna delle sue “battaglie”. La sua memoria ferrea e il suo vasto archivio lo aiutavano non poco in questo. Mario Dalla palma è riuscito a fare, in una vita

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Mario Dalla Palma nel suo studio nel 1984. Appesa alla libreria, la locandina di “Un caso di solitudine”, il suo primo romanzo.


Un giovanissimo Mario Dalla Palma, alpino “in fieri”, con l’amico don Fiore Zampieri sul Pasubio.

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sola, quanto sarebbe bastato per riempire l’esistenza di tre o quattro persone. Ed è peculiare che ogni aspetto della sua personalità si integri e arricchisca gli altri. Ha vissuto e agito seguendo il suo istinto, la sua sensibilità e i valori in cui credeva, pagando quando necessario il prezzo, anche alto, delle sue scelte senza mai lamentarsene, ma soffrendo in silenzio e con dignità, in questo sì solo e solitario come i suoi protagonisti. Ha raccontato e descritto il passato e il presente di questa terra e della sua gente con il trasporto di un innamorato, con tocchi leggeri, catturando immagini di rara bellezza che di solito rimangono solo nelle occhiate distratte di chi camminando alza gli occhi e si guarda intorno frettolosamente tra un’incombenza e l’altra. Ha esercitato il suo mestiere con grande umanità e senso di giustizia e non ha esitato a difendere, oltre i suoi clienti, pubblicamente anche la sua terra, la sua città e le sue convinzioni. Con le sue “invettive” e le sue scelte ha diviso, ha fatto discutere, si è fatto anche detestare. Ha posto al centro della sua opera letteraria la solitudine, il male di vivere, ma ha circondato i suoi personaggi con le bellezze della natura e della cultura di questa terra che egli, nel suo quotidiano, non si stancava mai di ammirare. Sapeva cogliere ogni sfumatura dell’anima e delle vicende umane e questo faceva scaturire l’affetto e la gratitudine di quanti a lui si rivolgevano. Le sue pagine e quanti gli hanno voluto bene non lo lasceranno dimenticare.

“Che farai? ” Le chiese. Giulia lo guardò con tristezza. “Quando te ne andrai? ”. “Si quando me ne andrò ”. “Sarà presto? ”. “Chissà, domani, dopodomani. Ne abbiamo già parlato, discusso. Non posso fare diversamente. Non ha più senso che rimanga”. “E’ vero”. “Che farai?”. Ripetè la domanda. “Lascerò la luce accesa nell’altra stanza”. Non capiva. “perché? ”. “Mi sembrerà che tu sia ancora qui, che non te ne sia mai andato”. (Il gioco degli addii, 1990)

Mario Dalla palma, nato a Bassano l’11 settembre 1931, è scomparso il 3 marzo 2014. Toga d’oro (2009), è stato iscritto all’Albo degli Avvocati dal 1959 sino alla morte. prima selezione Campiello e premio Selezione Comisso con il romanzo “Un caso di solitudine”. Medaglia d’oro del presidente del Senato nel 2002 e premio Cultura Città di Bassano 2012. Leonardo (Leo) Rebellato


Un’intensa espressione di Mario Dalla Palma, nel 1984, sul balcone del Ponte vecchio. ph. Aldo Remonato

I LIBRI DI MARIO DALLA pALMA Gianni Giolo, noto critico letterario vicentino, ci fornisce una circostanziata e autorevole analisi dell’opera dallapalmiana, riferendosi alla produzione libraria dello scrittore. In particolare lo studioso commenta, presentandoli dettagliatamente ai lettori, i tre volumi pubblicati da Mario Dalla Palma con Fògola di Torino e le cinque pubblicazioni edite a Bassano con Editrice Artistica. Mancano, per evidenti ragioni di spazio e soprattutto per la necessità di effettuare una ricerca sistematica, i moltissimi testi che lo scrittore ha pubblicato su diverse testate, a partire dai primi pezzi scritti a Milano durante il periodo universitario. Una produzione “sterminata”, per così dire, in gran parte rintracciabile su Bassano News, giornale con cui Dalla Palma ha avuto negli ultimi vent’anni una collaborazione intensa e proficua. A.M. “UN CASO DI SOLITUDINE” Mario Dalla palma si impone all’attenzione della pubblica opinione nel 1984 con il suo primo romanzo “Un caso di solitudine” (Fògola editore in Torino) con il quale vince la prima selezione del premio Campiello e la prima selezione del premio Comisso. Un romanzo di una modernità straordinaria, nel panorama della letteratura del suo tempo, scritto in una prosa spezzata, franta, “tessuta di atomi pulviscolari”, come l’ha definita Giorgio pullini, rarefatta, sospesa e lirica, nutrita di fantasia, di illusioni e di lacerti di realtà che sfumano nel sogno. Una prosa tutta incentrata sulla costatazione di una fredda legge di morte che domina la realtà che è la solitudine, che non ha una vera e propria ragione di essere, ma che l’autore chiama fato o destino, o tempo che si snodano in una trama infinita di parole, di fatti e di eventi che non sono altro che il male di essere e di esistere in una vita fatta di nulla dominata dalla insensatezza e dal mistero. Il romanzo si apre con un paesaggio di intensa e grande poesia: “In casa, da solo, quei pomeriggi di fine febbraio trascorrevano lenti con la cadenza di una consapevole quanto inevitabile inutilità mitigata dalla trepida aspettativa che si allontanasse l’inverno. prima di buio spiavo, dietro i vetri appannati della finestra, i colombi, con la speranza di vederli riprendere i loro giri misurati attorno ai cornicioni e alle statue ritte sul culmine della chiesa di San Giovanni. In quel momento dell’anno riuscivo

spesso a scorgere per un attimo contro il cielo sbiadito un volo di uccelli, punti neri in cerca del nido. La neve sui tetti di tegole da tempo s’era sfatta ma in cucina la stufa rossa in terracotta ancora accesa mandava acre l’odore della legna verde che stentava a bruciare. Sul grigiore di quelle giornate improvvisa calava un’oscurità densa, corposa e opprimente, nella quale persino i pensieri faticavano ad inserirsi. Erano pensieri di niente, stati d’animo infantili privi di una loro reale consistenza. Già allora però quell’oscurità presagiva inutili attese e rendeva labili inconscie speranze”. Il racconto è fatto in prima persona: piero narra il suo “destino di solitudine”, la sua “immensa, insuperabile, insostituibile solitudine” (“siamo tutti soli. Da sempre”), la sua “ricerca della solitudine”, la sua “disperazione di vivere”, la sua “incapacità di vivere come gli altri”, “il suo destino privo di logica e assurdo”, la sua “impossibilità di essere felice”, la sua “incapacità di amare” (“non riesco a voler bene”), “il malessere esistenziale di tutti”, la sua vocazione a “scrivere per impadronirsi dell’incidente della vita”, della “nostra vita di niente”, la sua assoluta e immotivata insoddisfazione di esistere, la sua tendenza a rifugiarsi nella bellezza della natura, a riscoprire nel paesaggio la matrice originaria della vita, la ricerca costante di sempre nuovi amori per cancellare il precedente e crearsi l’illusione che senza l’amore “c’è il nulla” e “nessuna forma di vita è possibile”, “l’impossibilità di

La copertina di “Un caso di solitudine”. Torino, Fògola, 1984.

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La suggestione di alcuni casoni di Marcesina in uno spettacolare scenario invernale. ph. Valter pagan

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liberarsi di un passato assurdo”, il rammarico per “la perdita della stagione dell’infanzia”, il “desiderio di essere un altro” e di sondare “l’enigma di un uomo e di una donna”: “Non vedevo e non sapevo trovare un dopo. Mi parve di essere arrivato al capolinea, alla fine del viaggio che avevo cercato con qualche espediente di prolungare ma che inevitabilmente si concludeva e non vedevo dove né come. Solo vuoto nel quale non vi erano altri agganci, di nessun tipo. Anche i fantasmi mi lasciavano definitivamente. Il ragazzo che vanamente avevo inseguito in tutti i modi possibili, ritrovato, nemmeno lui poteva più restare. La fantasia, l’illusione hanno pur esse un limite. Anche i ricordi si consumano. Restavo senza passato, presente e futuro. Stavo diventando il nulla. Una pagina bianca dove niente altro si sarebbe potuto scrivere. Forse Andrea capì quel momento, si rese conto che non era un modo di essere, un carattere, un atteggiamento ma purtroppo qualcosa di diverso, di irreparabile”. Unica consolazione: la descrizione del paesaggio, soprattutto quello dell’infanzia, di cui Dalla palma è insuperabile maestro ed evocatore: “Sotto il campanile, a filo delle grondaie tra un santo dalle braccia rigide, tese sulla piazza e un vescovo che benediva perennemente, nella sua marmorea immobilità, fedeli immaginari, cresceva, in modo inspiegabile, un alberello di fico. Quando metteva le foglie di un verde smorto ero certo che fosse finalmente tornata la primavera. Un gallo di lamiera brunita fissato su un’asta in cima alla cella campanaria assumeva allora la direzione nord perché con la buona stagione ricompariva dalla pianura un vento tiepido, quasi scirocco, che muoveva appunto in quella direzione il vecchio segnatempo e sgombrava il cielo dalle nuvole. L’azzurro col passare dei giorni si faceva più intenso. I colombi, smessa l’immobilità invernale, giravano instancabili attorno alle statue del Marinali, i colori delle penne indecifrabili nel bagliore del sole. La mia attesa non veniva delusa perché, nei pomeriggi delle domeniche, mio padre toglieva con cautela dallo sgabuzzino la nera e lucida Legnano, oliata e ripulita. Io avevo una piccola bicicletta rossa, senza marca. per stargli vicino, anche se correva piano, dovevo fare con i pedali un numero incredibile di giri ma non mi stancavo pedalando per lo stradone largo che si perdeva a sud tra le campagne. Ho ancora davanti agli occhi nitide e precise le lunghe, diritte, file di alberi. Al

limite dell’asfalto grossi platani dalle foglie larghe simili a tante mani sottili. Esili pioppi, acacie, betulle, più discoste nei campi, a delimitare i poderi, le carraie, o segnare il filo dei torrenti. Mi parevano soldati giganteschi, in tenuta di gala, comandati a difesa delle colture o delle case che ogni tanto, cubi di calce bianca, spuntavano con timidezza tra il verde della pianura veneta. Rade nubi in alto erano tinte di sole. Sullo sfondo la luce giocava con addolciti profili di colline macchiate di ulivi. La natura trovava motivo di liberazione nel colore. L’aria profumava di erbe, di rosmarino e di fiori”. Il romanzo è dominato dalla presenza di tre donne: Clara, Cecilia, Chiara. Clara vive a Roma: “Il suono insolente del telefono, la voce di Clara. Non parla da Roma. E’ vicina. A padova, diretta per le feste di Natale alla sua casa che ricordo disegnata semplice ma armoniosa su un pendio appena sopra a Merano, immersa nel verde intenso, a lato di una chiesa dal caratteristico tetto a scandole grigioverdi… In quella sua casa ho trascorso un lungo periodo della mia giovinezza. Anni che il domani ha già perduto, senza rimedio. Di lei il tempo mi restituisce un sentimento di tenerezza, di fiducia e commozione. Di rimpianto per troppe indecisioni anche se la giovinezza è crudele, priva di rimorsi. Nel nostro rapporto compariva insistente la stonatura della mia immaturità o di un destino, il mio, già segnato e posseduto dalla solitudine. Le mille, soavi immagini di cui era composta Clara scivolavano spesso lungo la mia indifferenza. Ma era forse disattenzione o piuttosto volontà di evitare l’insidia di un legame definitivo. Di tutto ciò lei si rendeva conto, ne soffriva, senza tuttavia farmi pesare la sua disperata rassegnazione per quel mio amore superficiale e privo di lineamenti profondi… Da sempre il pensiero di quell’anonimo consumarsi di vite alla luce artificiale mi creava un turbamento profondo, quasi le ambizioni deluse, le speranze avvilite, le sofferenze, trovassero, illuminate dalle lampade, una loro risonanza ancor più disperata. Mi sfiorava il peso dei corpi che si lasciavano nel silenzio del disinganno in migliaia di stanze ammobiliate. Un malessere esistenziale che non era il mio, ma ancor più totale, assoluto, di tutti e per tutti. per questo definitivo”. Il secondo personaggio è Cecilia. Viene presentata improvvisamente, come fosse una vecchia cono-


scenza: “la macchia scurissima dei suoi lunghi capelli e la sua bellezza incredibile erano un segno provocante nel verde. Mi fermai prima del cancello per vederla uscire sulla strada ed ebbi netta la sensazione che stesse accelerando, anche se di poco, il passo, quasi a voler evitare un accenno di rimpianto. Sull’acqua in basso la coppia di cigni si era simultaneamente tuffata e stava rovesciata ed immobile in posizione verticale con le zampe alzate. Un uccello emise un suono lungo, stridulo, parve un richiamo per quanto ci stava accadendo e solo allora mi accorsi di provare ciò che mi accompagnava ogni qual volta, dopo l’amore, mi staccavo da lei. Una impossibile privazione e immensa solitudine. Anche se la sua mano cercandomi tentava di attenuare l’enigma mai risolto di quel momento, di un uomo e di una donna. L’odore penetrante del suo corpo diluiva il distacco. potevo forse riprenderla, chiamarla, ma oltre il cancello, sulla strada, non c’era più nessuno. La fanghiglia degli addii mi offuscava gli occhi”. Il terzo personaggio è Chiara, una compagna di liceo che si concede con il trasporto e la passione della giovinezza. Dopo l’amore Chiara si ammala e piero va a trovarla distesa sul letto nella camera di una grande casa che sorge in mezzo al colline. poche parole monche in un mare di perplessità e di silenzio, qualche confidenza, nulla di più: “il silenzio sommerse la camera e pareva, quel silenzio, trasformarsi in oscurità anche se oltre il vetro il sole bruciava tra le foglie dei platani e le cicale impazzivano nel loro canto ossessivo. Ci avvolgeva l’ombra di un destino che non sarebbe mutato e al quale entrambi, Chiara ed io, non ci saremmo potuti sottrarre. Una insolita stanchezza, da vecchio, mi aveva preso. Non avevo desideri, solo avrei voluto assurdamente poter fermare il tempo, quell’estate, quel momento. perché non ci fosse un dopo. Sentivo che non sarebbe guarita e per questo anche il mio amore era inutile e superfluo”.

“IL CERVO D’ORO” Due anni dopo “Un caso di solitudine”, ecco apparire, nel 1986, il secondo “Il cervo d’oro” (Fògola Editore in Torino). Il primo libro ha avuto successo ed è stato accolto con entusiasmo dalla critica. Nel 1983 Dalla palma conosce uno dei più grandi critici italiani Giorgio Barberi Squarotti cui invia il manoscritto che il professore recensisce su Tutto Libri della Stampa (“Rare volte lo strazio della vita per tutto ciò che di essa si perde ogni istante è stato detto con maggiore intensità e verità”) e ne raccomanda la pubblicazione a Mario Fògola editore di Torino. Il romanzo viene recensito positivamente anche dalla autorevole rivista dei gesuiti Letture: “E’ l’opera prima di uno scrittore di rara sensibilità. Un senso poetico delle cose guardato da un osservatorio in qualche modo privilegiato: il proprio deserto interiore. Il risultato è quello che si osserva in certi quadri quattrocenteschi, dove la bellezza è come cristallizzata nell’istante, la vita è ferma in un atto, in un sentimento”. “La rivelazione più interessante dei nuovi scrittori, avvincente per la scottante, diretta dilemmaticità che porta in primo piano” (G. pullini, Nuova Rivista Europea). “Il cervo d’oro” ci propone, con uno stile più nervoso, dinamico e calzante più del primo libro, una nuova struggente storia: l’amore per Marcella, in un breve e intenso romanzo, tessuto sul filo di una favola. Tonio lo storpio aveva raccontato a Mario, il protagonista, quando era bambino, la favola del cervo d’oro. Quel mito lo inseguirà tutta la vita e diventa simbolo della irraggiugibilità di ogni fede, di ogni speranza, di ogni sentimento vero come l’amore. Ritornano i motivi congeniali a Dalla palma: l’inutilità e la vacuità della vita, l’irrealizzabile chimera dell’amore, il continuo rimpianto della felicità della fanciullezza, la tragica erosione del tempo che tutto distrugge e travolge, l’insondabilità del fato che ci condanna alla solitudine e alla

L’avv. Dalla Palma in una posa curiosa (nel 1986). ph. Aldo Remonato

La piana di Marcesina, fonte continua di ispirazione per lo scrittore bassanese. ph. Maurizio Gabrieli

15 La copertina de”Il cervo d’oro”. Torino, Fògola, 1986. Venne ideata dall’amico tipografo Antonio Minchio che, in un ovale in campo bordeaux, inscrisse un particolare de L’incontro fra Salomone e la Regina di Saba di Piero della Francesca.


Mario Dalla Palma con l’avv. Antonio Mauro, un tempo suo collaboratore, divenuto in seguito anche un grande amico. ph. Orlando Zanolla

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infelicità, il profondo malessere esistenziale. Mario, è un architetto che sta progettando un ponte. Nel suo studio si presenta Marcella che gli propone di ristrutturare un suo rustico a Asolo: “Un tardo pomeriggio la segretaria venne ad annunciarmi una nuova cliente, ma saputo che cosa voleva la pregai di riferire che non accettavo l’incarico. Non avevo né voglia, né tempo. poteva, se mai, parlarne con qualcuno dei miei collaboratori, escluso Mauro già troppo impegnato con me. Forse m’ero anche seccato per essere stato interrotto mentre rivedevo i particolari della arcate. Ripresi il lavoro, ma al rumore di passi mi girai infastidito e fu allora che la vidi per la prima volta sulla porta dello studio. «Sono Marcella». Un grumo folto di capelli scurissimi. Il viso abbronzato, occhi vivi, intelligenti. Il naso stupendamente appuntito, da bambina. piuttosto alta, armoniosa. I seni segnavano rotondi la lana del golfino. «Senta…». «Lo so, è impegnato e non ha tempo, ma il mio lavoro può farlo solo lei». Una voce estremamente dolce e profonda. Mi guardava intensamente e, il perché non lo so nemmeno ora, restavo ad ascoltarla. Si avvicinò al tavolo, guardò i disegni”. Incomincia così una vivida storia d’amore, che conosce una fase iniziale di intensa passione e grande coinvolgimento: “S’era fatto tardi. Era buio oramai. Non era il caso di ritornare allo studio… In città presi lo stradone per padova. La guida mi distendeva, però l’immagine, il viso di Marcella non mi lasciava. Non è nulla, mi sforzavo di convincermi. Non è nessuno. E’ un equivoco. Fantasia. Ma sentivo che non era vero. Esiste. Appena ieri non lo sapevo, ma esiste. Una donna così. Giovane, bella, che sorride. Con cui si può parlare seduti vicini ad un divano. Un goccio di Martini. E’ niente e ti pare di avere tutto quello che non hai mai avuto. Stare bene. Insieme. Non importa che questo abbia un nome. Domani. Forse domani. Ho il numero di telefono. La sua voce. parlare. Diamoci del tu. Questione di carattere. può succedere. Quindici o più. Ho quindici anni più di lei. Ma ha importanza? Andare, tutt’e due, a fare le cose più banali. A cena. Anche ad un cinema. No. Meglio portarla via. Dove? Un posto qualsiasi. Farla parlare. Anch’io voglio parlare. Ho bisogno. Sapere di lei. Raccontarle di me. No. Non potrà capire. Sono sempre stato difficile.

Introverso. Voglia, tentazione di esistere. Mi pareva, a quel punto, di non aver vissuto mai”. Seguono appassionati incontri d’amore, ma poi, col passare del tempo tutto si affievolisce e a poco a poco si spegne. Lui le confida: temo che l’amore finisca e lei gli risponde che è nell’ordine naturale delle cose che tutto finisca, perché “non c’è nulla che possa durare specie di questo genere”. Lei gli obietta: “C’è gente che resta insieme una vita” e lui le risponde: “Non mi riferisco a questo. Ma al nostro sentimento. Restare insieme è diverso”. “Sapevo e sentivo -commenta l’autore- che aveva ragione ed era ciò che non volevo. Tonio e la storia del cervo d’oro. Tutto inesauribilmente scontato, nella impossibilità di assoluto e definitivo la vita trova la sua ragione di irrazionalità e riesce a rendere accettabile anche la morte. Infine, senza saperlo, Marcella mi ricordava la favola di Tonio. Vedevo una fila di anni perduti, vissuti inutilmente. Una confusione di sentimenti. privazione irreparabile di un bene, nostalgia di ricordi. Un dolore fisico ma anche una pena. Smarrito. Allora la presi, mi strinsi a lei con disperazione nell’illusoria speranza che il ritrovare e possedere quel suo corpo avrebbe potuto, d’incanto, cancellare la realtà”. Infine arriva il giorno dell’inaugurazione del ponte: “Al suono della banda la folla incominciò a gridare, a battere le mani sventolando fazzoletti e bandierine. Sul palco la ressa era incredibile. Strette di mano. Abbracci. Discorsi. I valori. Democrazia. progresso. Lavoro. Battimani. Sorrisi. Improvvisamente il tutto divenne insopportabile. Mi feci largo a stento. Scesi dal palco… presi la strada lungo la casa di Jacopo sotto le mura. Mi volsi. Il ponte era illuminato dal sole e gremito di gente. Avrei desiderato che scomparisse alla vista. Avrei voluto non averlo mai disegnato e pensato. Mi sentivo orfano, privato anche della mia fantasia. In fondo la strada curvava leggermente e sulla destra si insinuava una stradina di sassi che costeggiava dei giardini. Stava appoggiata al muretto della stradina. Marcella. Non capivo se guardasse me o il ponte. Mi fermai. Ero forse ancora in tempo. pensai di chiamarla ma non vi riuscivo. Inspiegabilmente non riuscivo a gridare il suo nome, né ero capace di correre, di superare quel breve tratto che mi separava da lei. Tutta la mia vita racchiusa in quel momento. La vidi allontanarsi lentamente e non potevo fare alcunché per impedirlo”.


“IL GIOCO DEGLI ADDII” Nel 1990 esce “Il gioco degli addii” (Fògola editore in Torino) che conclude, come scrive Giorgio pollini nella prefazione, “la trilogia sul tema della morte come innata vocazione di una radicale solitudine esistenziale”. Il ciclo si è aperto nel 1984 e si chiude nel 1990. Tema di fondo del libro: il suicidio del protagonista Luca, un suicidio non minutamente descritto ma solo accennato come presentimento e appena intravisto come esecuzione (Luca finisce la sua vita gettandosi nel fiume Brenta). Una trilogia insomma come “rondò funebre, svolgimento circolare di una tematica ossessiva”. In questo romanzo le donne sono due, la moglie Valentina e l’amante Giulia, lucidamente intellettuale la prima, più immediatamente sensitiva la seconda, ambedue amate, ambedue lasciate, per una incapacità di Luca di scegliere fra le due, o, piuttosto, per una propria impossibilità di volere qualsiasi cosa e perciò di determinare i propri affetti: “sa di aver fatto male a Valentina, ferito oltre ogni dire, umiliata, ingannata, ma è accaduto anche con Giulia, perché, a suo modo, le ama entrambe, ha bisogno di tutte e due. Lo sa, capisce quanto ciò sia assurdo, impossibile, ma è la verità, la sua realtà”. Dalla palma definisce il male di Luca “un vizio assurdo”, come pavese, o “un male oscuro”, come Gadda, che si trascina dall’infanzia: “Si ricordava bambino. Anche allora i prati erano verdi e ascoltava in silenzio un suono d’organo portato dal vento. Inspiegabilmente sentiva in bocca il gusto del pianto e voleva morire. Non in una stanza, ma disteso sul verde, guardando il cielo al tramonto, con i grilli che cantano il miserère”. La memoria lo soccorre, come aiuto e come condanna: lo aiuta perché gli ridà le emozioni più care, gli restituisce il senso del tempo andato, delle persone amate; ma anche una condanna perché gli dà più nitida la coscienza della propria impotenza contro la corrosione del tempo e delle cose: “Rievocare era un male profondo ma non poteva, non riusciva a farne a meno”. Anche nei momenti di apparente serenità, è “consapevole di quel suo profondo, irrimediabile malessere esistenziale”; nessuno riesce a colmare il suo bisogno di amore e a riempire la sua solitudine. Il rimando continuo a pavese di cui si citano passi e versi, non è solo un riferimento letterario ma anche un contrassegno esistenziale. Il romanzo si apre con la decisione di Luca di ucci-

dersi e lascia a Valentina il suo quadro preferito di Francesco Da ponte. poi con la tecnica del flash bach il protagonista ripercorre le tappe fondamentali della sua vita: casualmente a Milano aveva conosciuto Valentina (“aveva un sorriso soffuso di melanconia. Interi pomeriggi a parlare di tutto. Far l’amore con lei era sempre un po’ morire. La guardava dopo l’orgasmo. Aveva gli occhi attoniti quasi che quella cosa, ogni volta, l’avesse defraudata, impoverita”) e l’aveva sposata. Ma dopo, col passare del tempo, il loro amore si inaridisce: “Avevano incominciato a far l’amore assai di rado. Stavano, la sera estiva mandava attraverso la finestra odore di erbe mature, stesi sul letto in silenzio. Ogni tanto il rumore del legno che scricchiolava e poi greve il silenzio. Non parlavano. Tentava di allungare una mano, di avvicinarla a sé ma lei restava immobile, lontana e non aveva alcuna particolare reazione tanto che subito desisteva da quei tentativi. Sapeva anche che parlare sarebbe stato inutile. Tra loro si andava ogni giorno di più allargando un vuoto e ne soffrivano entrambi. Erosione dei sentimenti. Forse le ultime ore serene erano state in quel breve soggiorno in una grande città di mare dove lui era dovuto andare per delle cure. L’albergo in periferia, silenzioso, immerso nel verde. Dalla finestra della camera si vedeva, sia pur lontano, il mare e sulla destra una collina, sulla cima un santuario e il faro. Volavano bassi i gabbiani. Il fischio prolungato di qualche nave che entrava o usciva dal vecchio porto”. poi lui la lascia e va a vivere con Giulia. Ma Valentina non ha capito e non ha accettato quel distacco. La realtà è che Luca ha bisogno di entrambe, due donne completamente diverse, anzi completamente opposte: “Si rende conto che la storia con Valentina, anche senza un preciso e logico perché, s’è logorata, è finita. Ci sono strappi che non si possono rimarginare. Finirà anche la storia con Giulia. Lo sa. Ne è sicuro. La vita di tutti è l’insieme di queste storie. Inutili, importanti, dolorose, felici. Sofferte. A volte persino irreali, irripetibili. Doveva accettare il gioco. Quel gioco privo di regole, che era, e così per tutti, la vita”. “LETTERA A UN CANE CHE NON C’E’ PIù” Nel 1996 incomincia l’avventura letteraria di Dalla palma con l’Editrice Artistica Bassano di Andrea Minchio, sodalizio che durerà fino alla morte. “Lettera a un cane che non c’è più” è un libriccino

Le copertine del romanzo “Il gioco degli addii” (Torino, Fògola, 1990) e del racconto lungo “Lettera ad un cane che non c’è più”(Bassano del Grappa, Editrice Artistica, 1996). Per la prima è stata scelta una significativa opera del pittore bassanese Bruno Breggion, mentre la seconda riproduce una foto dello scrittore, ancora bambino, con un cane di pezza in mano.


Lo scrittore con la compagna Giusy in occasione di una rara trasferta all’estero (1995). La presentazione di “Lettera ad un cane che non c’è più”, avvenuta nel dicembre 1996 alla Chiesetta dell’Angelo. Al tavolo dei relatori, con lo scrittore, il critico Gianni Giolo, la giornalista Cristina Bellemo e la cara amica poetessa Mimma Bernardi. ph. Orlando Zanolla

Il cane Thor, al quale Mario Dalla Palma ha dedicato il suo quarto libro.

di memorie. Dalla palma ricorda la sua infanzia, la sua giovinezza, la scuola, le gite, il suo rapporto di grande affetto con il padre, il suo soggiorno felice dallo zio Ezio, la maestra Zenaide, la guerra, il rastrellamento del Grappa, gli impiccati di Bassano, la sua profonda malinconia, il malessere di vivere, gli anni del liceo in collegio, l’università a Milano, la collaborazione con una casa editrice, le due telefonate fatte a Cesare pavese, il suicidio del grande scrittore dopo aver vinto il premio Strega, la sua difficoltà di portare a termine il mestiere di vivere, la scelta al canile del cane Thor, i sei anni passati con lui (“abbiamo trascorso insieme un breve, immenso tempo”), la morte. Il capitolo più suggestivo e poetico è la partecipazione insieme con Thor alla Grande Rogazione sull’altopiano: “L’origine di questo andare tra i boschi e i prati vestiti dalla primavera si perde in epoca remota, non accertabile né mai accertata. Un lungo serpente umano, ondeggiante, percorreva salmodiando viottoli tra prati già macchiati dal

giallo carico dei ranuncoli montani, l’azzurro scuro delle genziane primaticce. I montanari andavano inconsapevolmente tra i sentieri della memoria. Cotte e paramenti sacri rilucevano al sole. Gli uomini col vestito buono, per lo più in velluto a coste, donne col corsetto nero ornato da fiocchetti di lana colorate, la gonna lunga, larga, bianca con ricami di fiori. permaneva nell’aria odore di incenso e ceri che bruciavano. La processione finiva con un carro trainato da due enormi avellinesi, la stella bianca sulla fronte. portava i bambini più piccoli e qualche vecchio. Dei cani trotterellavano dietro al carro. Avanti stendardi colorati con Santi e Madonne ondeggiavano col vento. Thor ricordi? Un sabato di maggio. Capivi che saremmo andati via insieme. Mi ero illuso fosse scomparso il tuo male. Seduto sul sedile mi guardavi, mi stuzzicavi tendendomi, come sempre, la zampa. parcheggiai sul corso poco prima della piazza grande del duomo di San Matteo. La mattina splendida, colma di sole, il cielo di un azzurro cupo. Quel suono assordante di campane a festa. La gente che correva, si chiamava. Donne guardavano dalle finestre. Mi trotterellavi vicino. passò un coro di ragazzi vestiti in modo singolare, cantavano in cimbro inni sacri. Quel canto ti riportava a sensazioni inattese, raramente ho sentito la mia terra con tanta intensità… Il sole di maggio oramai alto scaldava l’aria e si incominciò ad avvertire la fatica. Durante tutto il percorso m’eri vicino come tua abitudine. Solo i cavalli ti avevano per un momento sollecitato. Non sopportavi il caldo, un difetto insito nella tua razza. Ansimavi sempre più forte, guardandomi.


Trassi dell’acqua dalla borraccia, l’hai bevuta dal palmo della mano. Ti bagnai la testa, il muso. Non fu però sufficiente a risolvere la tua sofferenza. Quando la processione dopo quel lungo giro a sud di Asiago rientrò nella provinciale per inoltrarsi ancora tra i boschi verso Camporovere, a malincuore decisi di ritornare. La processione si sarebbe riunita nuovamente davanti al duomo solo a sera inoltrata. passammo davanti all’ospedale. C’era un piccolo spiazzo con una panchina arrugginita e vecchi travi non più usate. Mi turbò un ricordo di un altro giorno di primavera, lontano nel tempo e tu non eri. Ero solo col mio disincanto per un’illusione perduta e mai più ritrovata. Un interrogativo rimasto priva di risposta. perché? perché tale è questa cosa chiamata vita? Ti dona, ti toglie. Sovente prigionieri delle nostre stesse illusioni, di sogni irreali non condivisi. Ma ciò non potevo raccontartelo perché alla fine eri solo un cane”. “VOLTI DELLA MEMORIA” Nel 2000 esce “Volti della memoria”. Si tratta di tredici racconti preceduti da un omissis in cui lo scrittore risponde alla domanda di un ipotetico lettore se i suoi racconti sono autobiografici ed egli risponde che “ogni scritto, di qualsiasi autore, favole escluse ma non sempre, è frutto della sua esperienza umana, cultura, del mondo nel quale è vissuto e vive, dei contatti avuti, infine, in una parola, del suo vissuto. Chi scrive, come tutti, non nasce con sentimenti affetti precostituiti. Quindi necessariamente elaborato dalla fantasia e intelligenza non potrà che tradurre con la penna quello che si porta dentro. più volte andava affermando senza pudori con cosciente sincerità Gustave Flaubert parlando del suo famoso romanzo: Emma Bovary sono io!”. I temi sono sempre i tipici della scrittura dallapalmiana: storie d’amore infelici destinate ben presto a finire, l’inutilità, l’assurdità, il non senso e addirittura “stupidità” della vita, le vicende del proprio “disastro esistenziale”, la felicità irritornabile dell’infanzia, l’angoscia del male di vivere, il vuoto interiore, l’aridità invincibile, la sottile incessabile malinconia, la profonda intima tristezza dei gesti e delle cose, il presentimento della caduta delle illusioni, lo scorrere monotono di giorni colmi di silenzi, la solitudine inguaribile che porta al suicidio, l’irrompere defatigante e travolgente dei ricordi, l’amicizia troncata dal crudele destino, lo scorrere

Mario Dalla Palma nel 1998 con Gino Pistorello, già molto provato, in occasione della ultima apparizione pubblica del poeta: un’intesa, la loro, di antica data e sempre all’insegna di una profonda stima reciproca.

La copertina di “Volti della memoria”. Bassano del Grappa, Editrice Artistica, 2000.

rapace e inarrestabile del tempo, la vacuità delle speranze e dei sogni e soprattutto il tema della morte che aleggia e sovrasta dal principio alla fine del libro. Fra i vari racconti spicca per altezza poetica e struggente melanconia quello che porta il titolo “Il paese dal campanile con l’angelo che leggeva il vento”, che narra la storia di Ugo Monti, primario di un ospedale di provincia, che s’innamora di suor Lucia della Divina Volontà. Un amore sofferto, inconfessato, fatto di sguardi ripetuti, sfuggenti e intensi nello stesso tempo: “Brevi parole. Molte taciute ma capite. Silenzi che tali non erano. Si perdevano guardandosi con tale intensità che gli occhi si inumidivano per un che di indefinibile, dal di dentro, dal profondo. Assurdo, esente insensibile a qualsiasi ragionevolezza. Fu tutto. L’estremo di ogni felicità e infelicità. Null’altro senza di loro. Né prima, né dopo. Mai. più forte della volontà, cancellata ogni possibilità di evadere sottrarsi a quanto accaduto, accadeva. Continua l’ansia mai spenta di vedersi un solo istante, di afferrare la voce dell’altro. Vacuità di ogni parola detta scritta. Del passato futuro, nulla aveva più senso compiuto, ragione, soltanto quell’incontro delle loro vite e nient’altro. Atteso da molto, troppo tempo”. L’amore impossibile si conclude con la richiesta di trasferimento da parte di lei: “Di fronte la donna da sempre cercata, anelata, attesa. Non inganno, illusione. Sarebbe rimasto un tempo indefinito a sentire quella sua voce, a incantarsi per l’espressione del viso, la dolcezza degli occhi, l’armonia di quel corpo, evidente, anche ristretta entro la candida veste”. Lui la supplica di non farlo, le prende una mano,

Lo scrittore bassanese nel 2000. ph. Walesky


Mario Dalla Palma, secondo da sinistra nella seconda fila partendo dall’alto, studente di liceo classico a Este al Collegio Manfredini dei Salesiani.

20 La copertina di “Velia e altre storie”. Bassano del Grappa, Editrice Artistica, 2003. Voluto dall’autore, l’acquerello è di Marcello Scuffi.

tenta di abbracciarla, stringerla a sé. Lei non reagisce e, come uscita da un sogno, gli dice: “Ti prego non farlo”. La voce le viene da una lontananza impossibile. poi l’epilogo: un giorno lei si reca nella sua stanza e gli confida: “Ho tentato in tutti i modi di cancellare annullare ignorare dimenticare distruggere il sentimento che provavo per te. La mia fede cominciò a vacillare sino a ridursi a nulla. Ròsa dai rimorsi. Incapace di dare ancora un senso una ragione accettabile alla mia vita. Alla mia scelta. Tutto vanificava specie nei brevi momenti nei quali riuscivo furtivamente a fissarti guardarti e leggere nei tuoi occhi i miei medesimi pensieri la stessa disperante angoscia. Volevo non essere mai vissuta”. Nel silenzio che segue nulla rimane delle loro vite. “La luce del giorno che andava morendo faceva brillare sul viso di lei piccole perle. Rimase sospeso nella stanza quel silenzio insolito che non poteva

essere corrotto. Nulla poteva ancora essere detto spiegato descritto, aggiunto. All’improvviso la stanza restò vuota. Lo prese una mai provata stanchezza però non opprimente. Con fatica andò a stendersi sul letto subito addormentandosi. Sul campanile l’angelo di latta restava immobile, s’era spento anche il vento”. “VELIA E ALTRE STORIE” Nel 2003 “Velia e altre storie”. Undici episodi intrisi di ricordi e di rimpianti per una vita piena di delusioni e amarezze. per la prima volta spicca un racconto, frutto di una lunga ricerca storica, sulla figura di Claretta petacci, l’amante di Mussolini. L’interesse dello scrittore per lei è spiegato in poche parole: “per l’inusuale completo amore di lei per un personaggio anche sul piano affettivo tanto discutibile, sentimento provato sin da bambina,


Un disegno di Agostino Brotto Pastega realizzato per il racconto di Mario Dalla Palma “Il cane abbandonato”, pubblicato su Bassano News (Gen.-Feb. 2000) e poi ripreso nella raccolta “Volti della memoria”. Lo scrittore con l’amico editore Andrea Minchio alla presentazione di “Volti della memoria”. ph. Walesky

allora sotto forma di una incondizionata ammirazione”. per Dalla palma Claretta diventa la donna ideale, la donna sempre desiderata e sognata, mai incontrata nella vita: “una splendida giovane donna ma di altro tempo ed epoca, nell’animo qualcosa di assai raro: un profondo cosciente romanticismo, dolcezza e completa assoluta dedizione a chi ama”. Saprà seguire l’uomo adorato fino alla fine, “la sola persona rimastagli veramente vicina che gli dona senza incertezze, esitazioni, la propria vita”. Il ricordo più significativo è per Velia, una fanciulla conosciuta, concluso il liceo, appena uscito dal collegio: “Quel suo insieme tanto diverso da ogni altra, nel volto, negli occhi tanta luce dentro. Indugiava nello sguardo la giovinezza, una grazia carezzevole irripetibile, nella persona tutta”. L’incontro con la fanciulla avviene in una natura autunnale, in una collina segnata da file rettilinee e curate di vigne, davanti a una casa colonica, bianca di calce, abbellita da gerani rossi in grandi vasi di terracotta: “pur amandola forse proprio per questo, conscio che l’occasione non si sarebbe più ripetuta, avvertiva ingannevole quella specie di amore, fittizio, come a tutti nella recondita inevitabile assurda realtà della vita”. Carpe diem, dicevano i latini, ma il protagonista del racconto fugge via, come ubriaco, come nulla intorno avesse più senso e significato. “Vide Velia - così si conclude il racconto - ma solo in sogno, alcune volte intervallate nel tempo, un velo di rossetto sulle labbra mai visto prima, il viso colmo di lacrime, i capelli di un bianco candido, gli occhi non mutati ma pregni di uno sfinimento di tenerezza gli facevano male, gli si avvicinava tendendogli le mani alla fine di due braccia esili, da vecchia, gli prendeva un desiderio per quanto accaduto tanto tempo prima, distruttivo, impossi-

bile, per lei e il suo corpo ed anche ben chiara la volontà di riparare al fallimento di quella vecchia storia, ma a quel punto si svegliava di soprassalto nel buio, nel silenzio della stanza vuota”. “IL COLORE DELL’ERBA QUANDO MUORE” Nel 2004 il romanzo breve o racconto lungo “Il colore dell’erba quando muore”. Un’altra storia di amore effimero e fragile, fatto di sogni e di rimpianti. Questa volta lei non ha neppure un nome, una fuggevole presenza, una visione straniante. Un libro di ricordi del periodo dell’università a Ferrara. L’amico Giulio, il suo amore per Nicoletta, destinato a non compiersi, a lasciare dietro a sé un mare di dolore e di nostalgia. Un senso infinito di silenzio e solitudine. protagonista di questo romanzo più che la donna anonima sono lo scorrere irreparabile e distruttivo del tempo e la quotidianità del dissolversi monotono e rovinoso dei giorni: “Dopo la fila degli alberi, dai finestrini, la pioggia vi aveva tracciati ghirigori, notavo gruppi di case pure inzuppate. Una lampada

21 Un disegno di Ottorino Tassello a illustrazione del racconto “Una storia di niente”, pubblicato su Bassano News (Mag.-Giu. 2001) e poi destinato al volume “Velia e altre storie”.


Il 7 novembre 2002, a Vicenza, è stato consegnato a Mario Dalla Palma dall’allora Assessore alla Cultura Mario Bagnara il Premio alla carriera con il conferimento della Medaglia del presidente del Senato per i libri “Un caso di solitudine”, “Il cervo d’oro”, “Il gioco degli addii” e “Volti della memoria”: opere che, secondo la motivazione,“rivelano uno scrittore di grande evidenza lirica e profonda analisi psicologica”.

Sopra, da sinistra Mario Dalla Palma nel 2002, a Vicenza, con Mario Bagnara e con l’amico scrittore Andrea Gastner, nella stessa circostanza premiato con la Targa del Presidente della Repubblica per il suo impegno letterario. ph. Orlando Zanolla

La copertina de “Il colore dell’erba quando muore”. Bassano del Grappa, Editrice Artistica, 2004. La fotografia, del figlio dello scrittore Luca, propone una veduta notturna della stazione di Primolano.

accesa, appesa entro il rettangolo nero di una finestra. La solita, conosciuta angoscia al pensiero del consumarsi, oltre i muri, di vite diverse, giorno dopo giorno, nella immutabilità del trascorrere del tempo, rosari di giorni mesi anni, rughe sempre più profonde sui volti, di ognuno di tutti, l’impossibilità di una definitiva comprensione del senso della vita, di una risposta al perché, nemmeno l’amore, per quanto grande, riesca ad andare oltre la soglia del tempo… C’era invece il sole in un’altra occasione. Aveva del tempo libero. Finimmo seduti su un lieve poggio appena sopra la città, un presepio di ville, case, fabbricati, chiese, campanili, il tutto più in basso, davanti a noi. Sulle fettucce della strade vetture, camion, giocattoli in movimento, dei treni entravano ed uscivano dalla stazione, un cubetto rosa rettangolare, francobolli di lamiere delle pensiline. più di lato il rilievo del santuario con le torri, piccole macchie scure stilizzate i cipressi secolari, bianche quelle statue di marmo. La vita di tutti i giorni nel suo ripetersi, da sempre, con sentimenti e passioni poi inesorabilmente destinate a finire consunte, come mai accadute, alcune, le più intense, a dissolversi in ricordo sempre più labile meno vivo, sino a sfumare nell’incredulità di averle veramente vissute. Accadde più tardi, quando non l’avevo più e lottavo ogni giorno, ogni ora, per impedire che qualcosa di lei, anche una banalità, sfuggisse al mio ricordo. Da rammaricarmi, una sorta di rimprovero, per le parole non dette, le domande non fatte, quasi, ma era solo illusione, avessero potuto cambiare la sorte del nostro incontro, impedirne la fine. La sua presenza riempiva i

silenzi. Sguardi più profondi dei discorsi. Quel restare insieme col continuo assillo che dopo un tempo, breve o lungo, se ne sarebbe andata lasciando un vuoto impossibile a colmarsi. Molti anni dopo tentavo di convincermi. Quel nostro rapporto non era stato amore, passione, affetto ma un sogno. Solo e soltanto questo”. “GIOVINEZZA!” Dopo otto anni nel 2012 il ritorno con un libriccino (illustrato dal pittore Vito pavan) del tutto nuovo dedicato al tema prevalente della Resistenza: “Giovinezza!”, un racconto dedicato “ai giovani Martiri del Grappa, triste giorno di settembre. Li rivedo sempre, su quel camion nazifascista, porgere il capo al boia tedesco. Autentici eroi, gente della nostra terra. Nel supremo eroico sacrificio vagheggiavano un’Italia diversa, mai realizzata”. Ricordi d’infanzia al tempo del fascismo. predominante la figura sempre amata del padre. L’autore doveva nei pomeriggi del sabato fascista essere rinchiuso in una specie di prigione per la sua ripulsa e antipatia nei riguardi dei gerarchi locali. Un giorno l’avanguardista responsabile della prigione si dimenticò di farlo uscire. Il padre, notoriamente di carattere mite e generoso con tutti, preoccupato perché il giovane non era tornato a casa, si recò dal podestà e pubblicamente lo ricoprì di insulti per lui, i suoi fascisti e il fascismo. Un triste pomeriggio di febbraio l’autore, mentre si reca a scuola, ha un infausto incontro con un gruppo di giovinastri appartenenti a un reparto delle fiamme bianche romane che portano un labaro con al centro


I disegni realizzati dal pittore Vito Pavan, amico d’infanzia di Mario Dalla Palma, per il libro “Giovinezza!”. L’elegante volumetto, concepito nel 2012 come opera comune fra lo scrittore e l’artista, si articola su quattro racconti ai quali corrispondono altrettanti disegni dallo stesso titolo. Qui sotto, da sinistra verso destra e dall’alto verso il basso, Manuel, La fuga, Il sidecar e Giovinezza!.

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La presentazione di “Giovinezza” nel dicembre 2012 in Sala Tolio a Bassano. Al tavolo dei relatori, con Mario Dalla Palma, l’allora Assessore alla Cultura Carlo Ferraro, Vito Pavan e Andrea Minchio. L’accompagnamento musicale è stato curato da Claudio Frigo con la sua chitarra. ph. Orlando Zanolla

La copertina di “Giovinezza!”. Bassano del Grappa, Editrice Artistica, 2012.

24 La copertina de “L’ombra che scende”. Bassano del Grappa, Editrice Artistica, 2013. Il paesaggio montano, con i casoni di Marcesina, è stato dipinto da Luciano Dalla Palma di Enego.

l’aquila di Salò. poiché il giovane non si era fermato a salutare la bandiera venne aggredito e insultato. per caso passava di là un giovane, alto e prestante, già in vista e quotato in campo pugilistico. Costui sollevò come una piuma il figuro colla bandiera e lo gettò a terra. Tutti gli altri fuggirono via spaventati. Il giovane soccorse l’aggredito, lo aiutò a raccogliere libri e berretto e gli disse: “Salutami tuo padre”. “Mi pareva un gigante buono, di una favola a lieto fine”, commenta l’autore aggiungendo: “Dalla casa del Fascio repubblichino, gracchiava ridicola, priva di senso, quell’inopportuna canzone: Giovinezza!”. “L’OMBRA CHE SCENDE” Nel 2013 Mario Dalla palma riceve il premio Cultura Città di Bassano e nello stesso anno esce il suo ultimo libro, il suo capolavoro: “L’ombra che scende”. Il libro riassume tutte le tematiche dallapalmiane ma si concentra sul paesaggio, il mitico paesaggio dell’infanzia, pullulante di piccoli uomini e piccole donne nella loro “vita di niente”, che alla fine si amalgamano, si fondono e si identificano con il paesaggio stesso: “Intenso l’odore della frutta, marciva sugli alberi, da nessuno raccolta. Con il cambiamento di luce il frinire, ossessivo durante tutto il giorno, delle cicale si andava piano piano affievolendosi sostituito alla fine dal coro dei grilli, usciti dalle tane, si sparpagliavano per l’erba. Non mancavano i consueti gemiti dei gatti in amore, sulla strada e sulla piazzetta avanti alla casa.

L’abbaiare di cani lontani. Tentava, nell’intimo, di trovare persuasive risposte a quel qualcosa di non chiaro, pur nella sua ancora breve vita. Avvertiva, quel suo vissuto, indipendentemente dalla volontà, inevitabilmente. Giorno dopo giorno diveniva ricordo, tanto che taluni accadimenti e anche persone assumevano parvenza di fantasia, quasi non fossero stati reali. Certo un fatto. Dopo quella sua breve vita altri sarebbero venuti. Magari con gli stessi pensieri, le mai risolte aspettative. Come a lui stava accadendo, il passato si sarebbe unito al presente in un gioco nel quale subentrava l’imprevedibilità del futuro. Questo l’unico senso, il significato che la vita riusciva a dargli. Con le prime ombre, i lumini delle poche lucciole rimaste. Da bambino le catturava per introdurle in un bicchiere di vetro, si spegnevano e vi rimaneva male. Del vicino parco comunale le ultime note della fisarmonica del mendicante cieco, un lamento, il pianto di un bambino. Voci. poi all’improvviso, assoluto silenzio, una pausa del vivere e tutto pareva così provvisorio, effimero. Svanito anche il sapore del vento. A volte pareva voler spegnere le prime stelle. Case, fienili, ricoveri per gli animali, cataste di legname con l’incipiente oscurità parevano non più radicate sul terreno, ma appena appoggiate da una mano gigantesca. Allestito un grande presepio. Alla fine tutto veniva avvolto dall’ombra, scesa senza rimedio”. Gianni Giolo


Un particolare dei lecci di viale dei Martiri a Bassano. ph. Luca Dalla palma

IL DOVERE MORALE DI NON DIMENTICARE Il tema della guerra, indissolubilmente legato alla Resistenza e alla lotta per la Liberazione, appare ricorrente nella produzione letteraria di Mario Dalla palma. Così come, con una coerenza che lo ha accompagnato per tutta la vita, ha costituito il retroterra culturale del suo impegno civile - mai venuto meno - al fianco delle associazioni partigiane nella testimonianza di un’epopea dolorosa e sofferta. Memorabili le sue pagine sul rastrellamento del Grappa del 1944 e sulle tragiche impiccagioni, a opera dei nazifascisti, dei giovani martiri caduti da eroi nella nostra città. In innumerevoli circostanze, pubbliche e private, la sua voce si è levata alta e forte per ricordare, in particolare alle nuove generazioni, il sacrificio di tanti ragazzi morti per la libertà: la loro e la nostra. Una voce spesso scomoda, talvolta controcorrente, dai toni accesi e sempre pronta a scuotere le coscienze di chi troppo in fretta tendeva a dimenticare. Eloquente, anche se ambientato a Enego e non a Bassano, il testo che segue, tratto da “Lettera ad un cane che non c’è più”. Un richiamo e un invito, doloroso, a non lasciar cadere nell’oblio una pagina purtroppo incancellabile della nostra storia. A.M. “poco prima di pasqua. Sull’altopiano le siepi non ancora del tutto verdi e così la terra, prima dei boschi, coltivata a prato. Incominciavano appena a fiorire le forsizie dal giallo carico. pareva un gioco, un film, ma non lo era. Avanzavano inquadrati, scandendo il passo, a lato un tenente altissimo. Biondi capelli uscivano dal berretto grigio segnato

da un teschio. A tratti intonavano una canzone in quella loro lingua dura e metallica. Erano i più forti, diceva la canzone, grande, invincibile la Germania. Circondato, dopo avere esaurite le poche munizioni, catturarono Renato, in alto, dietro le ultime malghe dove iniziavano a bere il sole e i faggi rossi. Ancora scurito dall’estate precedente, magro, logori i vestiti; ma gli occhi nerissimi, intensamente vivi. - Tu!, urlò il tenente guardandolo. - Partigiano, bandito. Sparato su noi. Dovere morire subito. Già un soldato tedesco approntava la corda. Renato guardò fisso il tenente, rimanendo impassibile. Né paura, né rancore. Sapeva di morire per qualcosa in cui credeva. Lo rattristava solo la sua casa che, con altre, vedeva bruciare, assieme al mulino e alla segheria. L’avevano fatto scendere fino alla piazza perché tutti vedessero, a esempio della loro forza e ragione. Ma le imposte delle poche case rimaste integre, accuratamente chiuse; non v’era anima viva all’infuori dei soldati e incombeva, assurdo, il silenzio. Lo appesero al lampione, l’unico, tra sagrato e chiesa grande. Un vento soffiava appena tiepido. S’insinuava tra abeti, larici e faggi, dondolava il corpo di Renato, quasi per un’ultima carezza”.

L’avvocato scrittore in occasione del discorso tenuto alla città il 26 settembre 2009 al Castello degli Ezzelini. ph. Orlando Zanolla

Ai giovani Martiri del Grappa, triste giorno di settembre. Li rivedo sempre, su quel camion nazifascista, porgere il capo al boia tedesco. Autentici eroi, gente della nostra terra. Nel loro supremo eroico sacrificio vagheggiavano un’Italia diversa, mai realizzata. Mario Dalla Palma, da una dedica in “Giovinezza!”, 2012

In basso Andrea Gastner e Mario Dalla Palma al Liceo Da Ponte, durante un incontro con gli studenti nel 2001. Tema del giorno: la lotta di Liberazione e la Resistenza.


Mario Dalla Palma, portiere, in una squadra di ragazzini, alla fine degli anni Quaranta. Il gagliardetto realizzato nel 1968 per la nascita del Bassano Virtus, a seguito della fusione fra l’A.C. Bassano e la Virtus Bassano.

“Una stagione per il Bassano Virtus non felice, altalenante, a corrente alternata [...]. Spesso, anche a leggere le cronache, s’è avvertita pure nella squadra, magari non sempre, la mancanza di una sentita concentrazione nonostante le esternazioni verbali. Direbbero, al Sud, “poca anema e poco core”. [...] Quando avevo qualche anno di meno sorridevo quasi di commiserazione se un vecchio ricordava, dei suoi tempi, avvenimenti e persone diverse. Più avanti ho capito: quel vecchio diceva una grande verità. [...] Dopo tanti anni, fortunata Bassano, il generoso munifico industrialone venuto da fuori, un re Magio al Mercante, ti sforna uno squadrone di calcio. Sono tutti quasi esasperatamente alti, con parlate dialettali diverse; al primavera, luogo di ritrovo e ristoro, parcheggiano macchine di lusso. Pensi siano ragazzotti venuti a dare lustro all’ultimo calcio bassanese ed è quasi vero. Ma qualcosa senti mancare, come in un’infinita subdola malattia. Un che di indefinibile. Non si può inventare, acquistare, tanto meno esibire: la bassanesità. Immancabile il ricordo di quando dagli spalti, mai assente, il tifoso Osvaldo Cianfrini si sgolava a gridare: “dai tosi, forza tosi! [...]. In un lampo la nostalgia mi offre una sequenza di immagini di giorni e persone irripetibili e soprattutto insostituibili. A nominarli, lascerei fuori qualcuno. Allora ti prende, inconscio, il desiderio di una squadretta di niente, di ragazzi nostri, privi del morbo per la promozione, senza le brache sbrecciate e l’auto di marca [...]. Mario Dalla Palma, da Bassano News, Luglio/Agosto 2013

TESTIMONIANZE

M

ario prima di essere un collega era da molti anni un amico, di quelli sinceri, che apprezzi perché senti che si tratta di un rapporto sicuro, senza fronzoli ma fondato su basi solide. Era un uomo dai sentimenti forti, che esprimeva specialmente quando giudicava senza riserve certe persone, certi politici, certi frequentatori delle aule giudiziarie. Ricordo un suo discorso, ormai passato alla storia bassanese, in occasione della commemorazione dell’eccidio dei martiri del Grappa, quando accusò i politici locali di aver dimenticato per tanti anni di celebrare l’anniversario del tragico evento. Con Mario ci si trovava spesso all’edicola da Erio, in piazzotto Monte Vecchio, dove arrivava con la sua piccola e vecchiotta Autobianchi A112 color celeste. Non scendeva mai dall’auto, ma abbassava il finestrino e pronunciava le sue sentenze, di solito severe, ma sempre mitigate dall’ironia. più volte mi ha invitato a cena a casa sua, assieme all’avvocato Antonio Mauro. Era l’occasione per parlare di politica, specialmente bassanese, del Tribunale, di letteratura, perfino di calcio (Mario lo faceva non perché gli interessasse, ma perché pensava di farmi un piacere). Mi congratulavo con lui per i suoi romanzi che avevo letto (tra cui “Velia e altre storie”, “Lettera ad un cane che non c’è più”, “Il cervo d’oro”, “Volti della memoria”). Gli facevo notare che tutti erano velati di malinconia. Mi prometteva di scriverne uno divertente. purtroppo non ha fatto in tempo. Sergio Campana

N

on avrei mai voluto parlare dell’avvocato Mario Dalla palma dopo la sua morte. Troppi i ricordi, troppe le interminabili telefonate, le tante e tante giornate trascorse assieme, sia all’inizio per lavoro, che poi per profonda amicizia. Tante le domeniche trascorse davanti a una tavola e non solo. Troppe le faraone di Monfumo. Eravamo legati da una profonda amicizia, anche se la sua passionalità lo portava ad allontanarsi da me, quasi per motivi futili, anche per lunghi periodi, per poi ritornare, senza strascichi, in un’amicizia ancora più rafforzata, come se il tempo non fosse mai passato. Questo è l’Avvocato. Si, perché non mi è mai venuto spontaneo dargli del tu. Quando in famiglia parliamo di lui, resta sempre l’Avvocato, non di Torino come per altri. Difficile raccontare del nostro rapporto. Nei nostri frequenti e lunghi incontri si interrogava spesso di questo per cercare di capirlo. Ripetendosi, era molto incuriosito della mia vita e delle mie opinioni sui temi a lui cari. per lui, mi diceva, era importante perché aveva deciso di dedicarmi un capitolo di un suo romanzo. Amava anticiparmi il contenuto con tutta una serie di riferimenti che lui aveva interpretato dai miei racconti e se ne entusiasmava. Ne gioiva, di questo progetto. poi, con occhi quasi commossi, con sguardo rivolto nel vuoto e con un’ espressione del viso trasformato dalla meraviglia, diceva: non vedo l’ora di scriverlo; ho tutto in testa, vedrai come uscirà bene il tuo personaggio. Ti ho cambiato solo il nome altrimenti tutti capiranno che sei tu. Non so se da qualche parte ci sia questo racconto.


Mario Dalla Palma, Premio Cultura Città di Bassano, con gli amici e colleghi Sergio Campana e Antonio Mauro (19 gennaio 2013). ph. Orlando Zanolla

Non credo. Amava creare aspettative e meravigliare. Che avesse tutto in testa ve lo posso confermare. prima di stendere un articolo o un racconto me ne anticipava il contenuto anche nei minimi particolari, come l’avesse già scritto. Quando poi veniva pubblicato era sorprendente come coincidesse perfettamente con le sue anticipazioni; la sensazione era di averlo già letto. Quando andava in vacanza durante la pausa estiva, amava soggiornare soprattutto a Enego, da Curzio. passava quasi tutto il periodo a Marcesina, sempre lo stesso posto. Capitava che lo raggiungessi e lì passavamo la giornata assieme, al riparo dalle calure estive che lui soffriva particolarmente. Si portava tutto l’occorrente per scrivere (pezzi di carta usati) e per farsi preparare un piatto di spaghetti da Giusy, la sua compagna. Era il suo piatto preferito, purché spaghetti napoletani e abbondante pomodoro, come la pizza Margherita. La ordinava sempre così al “primavera”. A un certo punto, così, si metteva a scrivere. Non l’ho mai visto con la penna tornare su qualche frase per averla ripensata o per correggerla. Scriveva di getto, senza fermarsi, senza ripensamenti. Mi dava da leggere il manoscritto o, temendo che non capissi la grafia, lo leggeva e poi chiedeva un commento, aspettandosi già l’esito scontato. poi me lo dava da trascrivere al computer. Alcune volte me lo dettava per telefono! I lettori, sapendo della nostra amicizia, mi trasmettevano le più svariate sensazioni che il pezzo aveva loro suscitato. Era sempre un successo. Antonio Mauro

H

o avuto modo di conoscere, nei primi anni Novanta, Mario Dalla palma nell’ambito di Bassano News, magazine che continua a occuparsi - nonostante le difficoltà contingenti - della salvaguardia e della valorizzazione del territorio. Siamo entrati subito in sintonia. Avevamo la stessa passione, quella di descrivere con parole “nostre” situazioni, paesi e personaggi legati alla “nostra” terra: l’Altopiano dei Sette Comuni (Enego in primis) per quanto riguardava Mario; il Canal di Brenta e la pedemontana per quanto riguardava me. Ne è nata un’amicizia che nel tempo si è rafforzata sempre più. Come uomo, Mario possedeva un carattere sanguigno e una grinta fuori dal comune, non aveva peli sulla lingua: pane al pane e vino al vino; se aveva qualche critica o qualche osservazione da fare non andava troppo per il sottile. La chiarezza innanzi tutto! Temi come la Resistenza e l’antifascismo sono sempre stati i suoi cavalli di battaglia, si è battuto con forza per far conoscere ai nostri concittadini un passato non molto lontano, portando anche nella scuola le sue idee, basate sulla libertà di pensiero e di parola. Una voce fuori dal coro: ci mancherà! Mario ha pubblicato romanzi e racconti: il suo stile, il suo modo di scrivere mi aveva colpito fin da subito. Essenzialità era il suo motto. Descrizioni di paesaggi in poche righe, punto, virgola e a capo. Riusciva a comunicare forti emozioni usando poche parole, lasciava spazio al lettore, che poteva insinuarsi tra le righe e partecipare così alla “scoperta” di un personaggio. Ho parlato con lui in diverse occasioni riguardo al suo stile e non sempre le nostre idee collimavano. Anzi!

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L’avvocato Dalla Palma assieme all’amico pizzaiolo Peppe Del Pizzo, durante una serata al “Primavera”. ph. Orlando Zanolla


L’avvocato scrittore Mario Dalla Palma il 19 gennaio 2013, alla consegna del Premio Cultura. Con lui, il sindaco Stefano Cimatti e la compagna Giusy Pellizzari, presenza silenziosa e insostituibile, al suo fianco per oltre trent’anni. ph. Orlando Zanolla

Veneto colonia di Roma, politici locali inconsistenti. Il rimedio: tornare in Grappa Può darmene conferma il presidente dell’Ordine degli avvocati Francesco Savio, che tanto si è adoperato, di essere stato irrimediabilmente pessimista sin dall’inizio di codesta funesta storia all’italiana. L’avvenimento ha, a mio modesto parere, due specifiche causali. L’ignorante giornaliera incapacità in malafede del nostro Governo nel considerare il bene e il male del Paese, e la notoria se non avversione, quantomeno assoluta indifferenza per il Veneto ritenuto da sempre quasi, senza quasi, in riva al Tevere una colonia. I nostri attuali politici locali hanno confermato la loro totale non considerazione sul piano nazionale. Il risultato ha lontane radici per una regione, la nostra, da sempre connotata come pura espressione folcloristica, tale da potersi addomesticare a piacimento. Un rimedio ci sarebbe! Non sul Piave, ma tornare sul Grappa come alla fine dell’ultimo conflitto. A buon intenditor... Mario Dalla Palma, Il Gazzettino, 13 settembre 2013

Ricordo accese discussioni che si concludevano con un nulla di fatto: quasi sempre ognuno di noi rimaneva sulle proprie posizioni! Le intuizioni, mi diceva, nascono all’improvviso, bisogna saperle cogliere e, come un mazzo di fiori, metterle in un vaso con un po’ d’acqua. Non occorre un grande vaso, non è il contenitore che fa grande il contenuto. E poi certi fiori, specialmente quelli di montagna, quelli che crescono tra le rocce, basta infilarli tra le pagine di un libro. Durano in eterno… Andrea Gastner

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o conosciuto Mario tanti, tanti anni fa. Eravamo alla fine degli anni Sessanta ed io ero allora un giovane assicuratore. Ricordo gli incontri presso lo studio di Amleto provasi per la definizione di alcuni sinistri automobilistici, dove quasi sempre, con il suo argomentare, riusciva a ottenere quello che voleva. poi, negli anni, solo occasionali momenti di incontro fino alla grande svolta, quando decisi di candidarmi a Sindaco. Il suo appoggio fu sincero e totale, forse, in quel momento, più per l’avversione verso l’Amministrazione in carica che per la considerazione nei miei confronti. Nel corso del mio mandato due volte mi mise in grande difficoltà.

La prima volta fu in occasione delle celebrazioni del 26 settembre 2009 nelle quali, invitato quale relatore da me, Sindaco da soli tre mesi, portò un pesante attacco all’ex Sindaco e ad alcuni altri personaggi politici locali. Avevo grande stima di Mario Dalla palma come avvocato, come scrittore, ma soprattutto come Uomo amante della sua Città e avrei voluto assegnargli il premio Cultura Città di Bassano già nel gennaio del 2010, ma proprio il suo discorso in occasione del 26 settembre mi indusse a rimandare questo meritato riconoscimento per non alimentare le polemiche che vi erano state. Il premio gli venne assegnato, non senza grandi difficoltà per farglielo accettare, il 19 gennaio 2013, e fu proprio in quella circostanza, con il suo “lo rimpiangerete”, riferito alla mia persona, che mi fece sentire in un imbarazzo tremendo: in quel momento avrei voluto non essere sul palco. Molte volte, a tu per tu, è stato critico sul mio operato e non gli sono certo mancate nei miei confronti le frasi sferzanti per le quali era noto, ma gli amici mi dicono che mai parlava male di me, anzi, in pubblico mi difendeva sempre. Mario era fatto così: sincero e critico, ma sempre leale con gli amici. Di lui posso serenamente dire: “lo rimpiangiamo”. Stefano Cimatti


Lo scrittore con il sindaco di Enego, Fosco Cappellari, alla presentazione di “Giovinezza!” nella Sala consiliare del Comune altopianese (agosto 2013).

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o il ricordo di un caro amico, un ricordo che si perde lontano negli anni. Mario era schietto, a volte quasi brutale nei suoi giudizi, sempre graffiante e con un suo humour speciale. Detestava chi non era schietto e classificava situazioni e persone esclusivamente in bianco o in nero. Io, per lui, sono sempre stato nella colonna bianca. Fondamentalmente malinconico, nonostante l’apparente sfrontata esuberanza, trovava nello scrivere il vero rifugio del suo animo. IncontrarLo, sentirlo al telefono, parlare della nostra Bassano era un piacere, un arricchimento, che sento mancarmi molto.

Nino Balestra

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on ho avuto molte occasioni di incontro con l’avvocato Mario Dalla palma, ma ogni volta il discorso tornava sulla sua lancinante esperienza della vista del viale dei Martiri (allora viale XX settembre) con i corpi degli impiccati. Il ricordo, anche se gli anni continuavano a passare, restava indelebile e dopo poche parole evocatrici arrivavano sempre le lacrime, Aveva accolto molto favorevolmente la nascita dell’Associazione “26 settembre”, della quale seguiva con interesse le iniziative, convinto che Bassano non faceva mai abbastanza per onorare quei giovani Martiri. L’ultimo contatto fu per le condoglianze per la

morte di Umberto pototschnig, suo compagno di facoltà all’Università Cattolica di Milano. Si scusava per non avergli fatto visita, ma ripeteva che la violenza subita da adolescente lo aveva reso troppo vulnerabile di fronte a ogni sofferenza. Vittorio Andolfato

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onostante il carattere spigoloso e le sue frequenti intemperanze, verrebbe da dire quasi proverbiali, mi rendo conto che papà ha seminato bene. Moltissime sono state infatti, dalla sua scomparsa in poi, le attestazioni di profonda stima e sincera amicizia che le persone più disparate mi hanno voluto manifestare. Evidentemente, parlando della sua originalissima indole, portata spesso alla polemica e all’attacco, va detto che papà possedeva un dono raro: quello cioè di riuscire sempre, più o meno con tutti, a ripristinare efficacemente - magari con il soccorso della sua innata ironia - relazioni seriamente compromesse dalla sua irruente personalità. E’ dunque compito mio quello di ringraziare quanti, davvero numerosi, anche in questa bella e ricca pubblicazione hanno desiderato essergli vicini con testimonianze e ricordi. Un grazie particolare va soprattutto agli autori, Leonardo Rebellato e Gianni Giolo, e agli amici editori Elena e Andrea Minchio. Emanuele Dalla Palma

Mario Dalla Palma e Vittorio Andolfato, il 1° maggio 2010 a San Michele, durante la commemorazione della fucilazione nel 1945 dei tre partigiani Leone Mocellin, Antonio Todesco e Tullio Campana, da parte dei nazifascisti. Mario Dalla Palma e Vittorio Andolfato sono Premio Cultura Città di Bassano, rispettivamente 2012 e 2014.


Luciano Dalla Palma, I casoni delle Marcesine, 2006.

L’omaggio del sindaco Fosco Cappellari di Enego a Giusy Pellizzari nel corso della cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria - alla memoria - a Mario Dalla Palma. Un intenso ritratto di Mario Dalla Palma, avvolto in una sciarpa rossa. ph. Orlando Zanolla

MARIO DALLA pALMA CITTADINO ONORARIO DI ENEGO Il 24 agosto 2014 ci siamo ritrovati a Enego per festeggiare il conferimento, da parte del rinomato centro montano, della cittadinanza onoraria - alla memoria - a Mario Dalla palma. Un atto dovuto, come ha giustamente ricordato il sindaco Fosco Cappellari nel corso della cerimonia, che testimonia l’ammirazione e l’affetto delle popolazioni altopianesi per lo scrittore. Significative le motivazioni, condivise all’unanimità dal Consiglio Comunale, che hanno portato alla delibera: nel documento viene infatti ricordata l’intensa attività culturale e di ricerca storica che traspare dalla vasta produzione letteraria di Mario Dalla palma. Se ne sottolinea inoltre l’impegno nell’aver tenuta viva la memoria dei dolorosi avvenimenti del rastrellamento del Grappa e il sincero, profondo attaccamento a Enego, suo paese di origine. Un folto pubblico ha seguito con trasporto la com-

memorazione, alla quale hanno preso parte pure il figlio Emanuele e la compagna Giusy pellizzari. Entrambi hanno avuto parole di elogio e di ringraziamento per la bella iniziativa, ricordando ancora una volta quanto lo scrittore fosse legato a Enego e in particolare alle “sue Marcesine”. Non a caso, proprio ne “L’ombra che scende”, ultima sua opera, Mario Dalla palma scriveva così: “affacciato sulla Valsugana, lucida cartolina, lasciata la pianura, dal basso un grumo di case, addossate l’una all’altra come a voler proteggersi, la cupola di rame, rotonda, dell’arcipretale, l’ago del campanile. Dava, quel borgo, l’idea d’essere stato posato da una mano gigantesca, di altra epoca, ricordava le costruzioni di sughero colorato di un famoso presepio [...]. Gli avessero chiesto il motivo di quel suo attaccamento quasi morboso, maturato con gli anni, le ragioni così molteplici nell’animo del ragazzo non gli avrebbero consentito, anche volendolo, di dare una risposta esauriente. Non si contavano infatti le cose viste, ma soprattutto godute e vissute [...]”. A.M.



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