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Fondato

nel 1989

DISTRIBUZIONE GRATUITA

BiMeSTrAle MONOGrAFiCO Di CUlTUrA Aprile 2012 - Numero Speciale XXX le chiese della Fondazione pirani-Cremona


Parrocchia di Santa Maria in Colle Bassano del Grappa

CittĂ  di BASSANO DEl GRAppA


In copertina, nell’ordine, i quattro edifici religiosi della Fondazione Pirani-Cremona: la chiesetta di San Bartolomeo di Pove, le chiese degli Ognissanti e dell’Annunziata di Bassano e l’oratorio di Sant’Andrea Avellino di Fellette di Romano d’Ezzelino.

le chiese della Fondazione pirani-Cremona patrimonio storico che ci orienta verso un futuro migliore la Fondazione pirani-Cremona ha voluto riunire simbolicamente quattro importanti edifici religiosi che nell’arco di circa duecento anni le sono stati trasmessi in proprietà tramite generose elargizioni di santi sacerdoti, di illuminati filantropi. Si tratta della chiesetta di San Bartolomeo presso pove, dell’ex chiesa dei cappuccini degli Ognissanti (già sede dell’Orfanotrofio maschile don Marco Cremona), della chiesa dell’Annunziata (già sede dell’Orfanotrofio pirani) e dell’oratorio campestre di Sant’Andrea Avellino di Fellette (già dei nobili Vittorelli). Il non facile compito di condensare la storia dei singoli edifici due urbani e due extraurbani - è stato affidato allo studioso Agostino Brotto pastega, il quale aveva già in passato scandagliato gli archivi cittadini per tratteggiare dalle pagine di nostra rivista i profili dell’Orfanotrofio femminile pirani e dell’Orfanotrofio maschile Cremona. In questa sua ultima fatica l’autore ha saputo con rara padronanza arricchire le singole storie degli edifici religiosi con numerose notizie di prima mano, di particolare rilevanza non solo per la religiosità bassanese ma anche per la stessa storia civile della città. Siamo dunque grati allo studioso per il particolare sforzo di sintesi che ci restituisce pagine dimenticate di storia artistico-religiosa e alla Fondazione pirani Cremona che, nella circostanza della presentazione di questo Illustre bassanese speciale, apre le porte della restaurata chiesa cappuccina degli Ognissanti, che verrà prossimamente consegnata in uso alla Comunità cristiano-ortodossa di Bassano.

CUSTODire i SeGNi le chiese della Fondazione pirani-Cremona sono frutto di donazioni, o risposte alle finalità delle prime opere. Esse sono quindi il segno permanente dell’anima cristiana che ha guidato i gesti di carità di coloro chi si è preso cura delle povertà; e testimoniano la sorgente profonda di questa scelta, che i cristiani riconoscono nel vangelo, e che continua a rendere feconda la solidarietà. In una realtà sociale nella quale le motivazioni esplicitamente religiose sembrano venir meno, esse rappresentano però anche un appello a non perdere le motivazioni degli inizi, perché il messaggio del vangelo è radicalmente umano, e quindi interpella tutti, al di là delle scelte religiose. Questo non significa rinunciare all’identità cristiana, ma fare dell’ispirazione evangelica il lievito che fermenta la società umana, senza preoccuparsi di apparire e di definire appropriazioni e appartenenze. Il vangelo infatti è iniziativa gratuita di Dio, offerta a tutti per amore; e l’amore non detta confini e non pretende di essere riconosciuto e accolto: gli basta essere lì, perché ci sia chi sappia curvarsi con amore su chi rischia di essere escluso dalla vita sociale. per la Fondazione non si tratta allora solo di custodire queste chiese come un patrimonio storico-artistico, per quanto di grande valore. Si tratta invece di tenere vivi i segni preziosi della storia passata, per conservare lo slancio verso un futuro migliore, nel confronto coraggioso con le nuove forme di bisogno e con le nuove ristrettezze di risorse: le risposte nascono e si alimentano dalla solidarietà che condivide quello che conta perché ogni persona abbia speranza e dignità. mons. renato Tomasi Abate di Santa Maria in Colle

Il paliotto con il corpo di San Innocenzo martire nella chiesa degli Ognissanti, 1829 circa (già nell’Oratorio di Ca’ Rezzonico).

Giambattista Vinco da Sesso Direttore de L’Illustre bassanese

l’illUSTre BASSANeSe

Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita

… dal 1989

ANNO XXiV n° speciale / Aprile 2012 - Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 R.p. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Giambattista Vinco da Sesso - Coordinatore editoriale: Andrea Minchio redazione: livia Alberton, Elena Trivini Bellini Hanno collaborato: Agostino Brotto pastega, Maria paola Gallo Stampa: Arti Grafiche Bassano - pove del Grappa (VI) - iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Tiratura: 2500 copie - pubblicità e informazioni: 0424 523199; 335 7067562; e-mail eab@editriceartistica.it © COpYriGHT Tutti i diritti riservati eDiTriCe ArTiSTiCA BASSANO piazzetta delle poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)

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La chiesetta di guado di San Bartolomeo apostolo presso Pove del Grappa, facciata principale, sec. X.

4 le pietre raccontano delle storie, le pietre ci parlano. Il tessuto urbano ed i suoi arredi, le scelte architettoniche e l’utilizzo degli stabili ci descrivono i valori e le prospettive di ciascuna epoca. l’opportunità di volgere lo sguardo alle chiese che fanno parte del patrimonio immobiliare della Fondazione pirani Cremona nasce dalla intenzione di rileggere la storia dell’Ente da piani differenti, con nuove angolazioni. Ogni singolo luogo di culto ha raccolto attorno a sé, negli anni, forze e spinte innovative; ogni torre campanaria è stata l’espressione dell’ attenzione ai bisogni dei più umili e al tempo stesso centro propulsore di iniziative ed interventi. la storia delle quattro chiese, San Bartolomeo, Ognissanti, della Beata Vergine, e l’oratorio di Sant’Andrea Avellino ci permette di rivisitare il tempo della loro costruzione e di osservare la società del tempo. Un viaggio dove non c’è solo l’interesse

all’opera architettonica e all’estetica nel suo complesso ma dove trova spazio anche la narrazione delle storie. Come se, in senso figurato, il lettore alzasse un sipario dietro il quale compaiono i noti - e meno noti - personaggi che gravitarono attorno a ciascun luogo sacro. Uno sfondo immaginario sul quale si evidenziano le figure istituzionali dei fondatori, degli illustri benefattori, ma anche dei pittori (ad esempio Giuseppe Nogari o Noè Bordignon), degli artigiani (ad esempio i Colbacchini), delle figure religiose. Gli oltre duecento anni delle storia della Fondazione ci aiutano a ritrovare e a confermare i valori e gli ideali che ispirarono i fondatori e che ancora oggi muovono le scelte dell’Ente: mettere a disposizione risorse e patrimonio per le necessità dei più bisognosi. Maria paola Gallo Presidente della Fondazione Pirani-Cremona


Francesco Chiuppani, Il Distretto bassanese e il Territorio all’intorno, disegno a penna, 1730 circa. Bassano del Grappa, Museo Civico.

lE ChIESE DEllA FONDAZIONE pIRANI-CREMONA Un millennio di religiosità bassanese la chiesetta campestre di San Bartolomeo apud Brentam la chiesetta di San Bartolomeo apostolo di pove (detta di San Bortolo) è una rara reliquia altomedievale del Bassanese, sopravvissuta miracolosamente ai molti flagelli che si abbatterono su di essa nell’arco di oltre un millennio di vita. posta a picco sull’argine alluvionale a sinistra del Brenta, risulta simile per caratteri architettonici alla chiesetta di San Giorgio alle Acque di Angarano, sicuramente dovuta alla pietà dei longobardi locali. Dopo l’ultima invasione degli Ungari (951), i monaci benedettini ripresero la loro opera di assistenza alle sparute comunità rurali, disseminando il territorio di romitori, di piccoli conventi con fattorie e ospedali per pellegrini lungo le principali vie di transito. A loro si devono, ad esempio, il complesso di San Vito di Bassano con cappella annessa (menzionata dal vescovo Rodolfo di Vicenza nel 972), la chiesetta di San Donato di

Angarano legata all’abbazia di Valle San Floriano (sec. X), il monastero di Santa Croce di Campese (fondato nel 1124), il convento di San Fortunato (sec. XII), e appunto l’oratorio di San Bartolomeo apud Brentam. Quest’ultimo venne edificato in prossimità del nevralgico incrocio tra la via del Canale di Brenta diretta alle terre dell’Impero e il guado sul fiume, utilizzato dai pastori in occasione delle varie tran-

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La chiesetta campestre di San Giorgio alle Acque, facciata principale, secc. VIII - IX. La chiesetta di guado di San Biagio vescovo presso Campese, sec. X, lato est.


L’interno della chiesetta di San Bartolomeo verso l’altare maggiore e verso la porta d’ingresso, posta a occidente. Suggestivo il severo tetto a capriate scoperte con tavelle di cotto bicromatiche.

La feritoia cruciforme nella facciata di San Bartolomeo (esterno e interno).

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sumanze dal piave, al Brenta, all’Astico, lungo il tracciato pedemontano. Sulla sponda destra, a poco meno di settecento metri più a valle, vi era un altro importante romitorio di guado per i pastori: quello di San Biagio vescovo, protettore non a caso dei cardatori della lana, costruito in un’enclave della Chiesa padovana e dipendente dall’abbazia benedettina di Valle San Floriano. Si tratta di edifici di culto sorti tra il X e il XII secolo, simili a tanti altri del periodo, con altare volto a oriente come da antica tradizione, murature di sassi misti a pietre tufacee e mattoni, tetto a capriate scoperte, severa aula rettangolare dotata spesso di piccola abside, finestrelle strombate ad est per illuminare l’altare all’alba, apertura cruciforme nella facciata principale a ovest per lasciare passare i raggi di sole serali che, nei periodi equinoziali, vanno a colpire la sacra mensa. Il San Bartolomeo di pove presenta sulla facciata principale a ovest una fonte di luce riecheggiante la tipica forma delle crocette d’oro longobarde, che ritroviamo anche in San Giorgio alle Acque. la vita di san Bartolomeo apostolo del domenicano Jacopo da Varazze (1226 c.-1298) non può essere considerata il termine post quem per l’edificazione dell’omonima chiesetta di pove, o per la data-

zione dei primitivi affreschi colà rinvenuti, perché il culto del Santo in area veneta era già stato mutuato dal mondo greco-bizantino da diversi secoli, comunque prima dell’anno 1000. Nella chiesa romana di Santa Maria Antiqua vi è una testa del Santo dell’VIII secolo, mentre a Venezia si dedicò una chiesa a san Bartolomeo già nell’anno 1070. In una società eminentemente pastorale come quella bassanese il santo scorticato vivo non poteva che diventare il protettore dei pastori e dei pellicciai per le similari operazioni che questi compivano sugli animali: quando cioè praticavano la tonsura della lana o quando, nel corso della macellazione, dovevano ricavare membrane il più possibile perfette per pelli, pergamene, ecc. Nella pieve di Santa Maria in Colle è documentato un altare dedicato a san Bartolomeo fin dal primo Trecento e nell’affresco mantegnesco dell’edicola di palazzo Agostinelli risalta un vivissimo san Bartolomeo con il coltello in mano. Secondo Eusebio e i vangeli apocrifi san Bartolomeo apostolo predicò in India, dove morì scorticato vivo il 24 agosto, giorno considerato dalla Chiesa il suo dies natalis. proprio alla fine di agosto, con le prime piogge, i pastori iniziavano dalla notte dei tempi il rito della transuman-


la Madonna come Regina Coeli in trono con il Bambino Gesù e Santo Evangelista a lato, affresco, sec. XI-XII, Bassano, Museo Civico (già nella chiesetta di San Bartolomeo). Cristo in trono tra la Madonna e san Bartolomeo additante, affresco, sec. X. Bassano, Museo Civico (già nella chiesetta di San Bartolomeo di Pove).

za, della discesa al piano. Già all’alba del secondo millennio dell’era cristiana il San Bartolomeo di pove vegliava sul transito degli animali che sfilavano sotto i suoi occhi stagionalmente per attraversare le fredde acque della Brenta, per proseguire alla volta di Asiago o di Feltre. Non è un caso che lo stesso santo lo si ritrovi patrono delle chiese di Farra, Crosara, Gallio, primolano e copatrono di quella di Cassola. la chiesetta di guado entrò a far parte del beneficio della pieve di Mussolente forse già dal 1161, quando Federico Barbarossa riconobbe al vescovo di Belluno la signoria della medesima pieve posta in Comitatu Tarvisiensi […] juxta Brentam. la successiva bolla di papa lucio III del 1185 confermò tale diritto, includendovi le cappelle annesse fra le quali doveva esserci anche la stessa chiesetta di San Bartolomeo, la quale rimase legata alla parrocchiale di Mussolente sino al 1929 per quanto concerne le rendite. Vale la pena di ricordare che il noto placito del 998 venne sottoscritto in Margnano proprio perché da tale luogo si poteva agevolmente raggiungere sia Verona che Belluno. Risale al 1435 la prima menzione dell’edificio religioso, assegnato dal vescovo di Belluno, ludovico Scarampi, a padre pietro

Malerba della Congregazione del beato pietro da pisa, il quale lo amministrò sino al 1469, anno della sua morte. Subentrarono padre pietro da Firenze (rinunciatario nel 1473) e altri religiosi bassanesi, fra i quali si distinse Andrea Compostella dei minori di San Francesco, che ne mantenne la titolarità dal 1516 al 1532, amministrando i circa sei campi in dotazione alla cappella. la chiesetta viveva allora il suo ultimo periodo di fulgore, con innumerevoli schiere di pellegrini, nonché di scalmanate soldataglie, che transitavano continuamente da e per la Germania lungo la cosiddetta via Imperiale. Numerose personalità religiose vi sostarono infine per pregare durante il lungo periodo di gestazione del Concilio di Trento. Il declino del sacro edificio coincise con il tramonto della vita eremitica, con il passaggio del fiume attraverso ponti o imbarcazioni, tanto che nel corso del Seicento divenne noto come il San Bartolomeo della Nave. Ancora nel 1669 è documentato in sito un eremita. Il religioso aveva l’obbligo della dimora e della visita mensile alla pieve di Mussolente, dove doveva comunicarsi e rendere conto del suo operato. l’importanza della chiesetta dal punto di vista toponomastico (vi era anche una contrada di

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Una tipica finestra strombata di epoca altomedievale dell’interno della chiesetta.

8 San Michele Arcangelo con un santo (forse san pietro apostolo), affresco, secc. XI-XII. Bassano, Museo Civico (già nella chiesetta di San Bartolomeo di Pove). San Cristoforo con il Bambino Gesù, affresco, secc. XI-XII. Bassano, Museo Civico (già nella chiesetta di San Bartolomeo di Pove).

San Bartolomeo) venne ribadita dallo storico Francesco Chiuppani nel 1730 circa, quando la disegnò appena fuori della conca del Margnan. Il passaggio, nel 1818, della parrocchia di Mussolente dalla diocesi di Belluno a quella di Treviso non comportò sostanziali cambiamenti per il San Bartolomeo di pove, anche se l’edificio doveva trovarsi allora già in precarie condizioni per le molte brentane sopportate, per le offese arrecate dalle truppe francesi e austriache. Nel Catasto Napoleonico della Villa di Pove (1810 c.) si trova che il Benefizio della Chiesa di Mussolente possedeva i mappali 678 (Aratorio vitato), 679 (Casa da Massaro), 680 (Oratorio di San Bortolomio), 681 (Prato). Nel Catasto Austriaco (1840 c.) i mappali risultano ancora di proprietà della Prebenda Parrocchiale di Mussolente goduta dal parroco Mardegan Antonio. Se per tutto l’Ottocento la chiesetta rimase ben salda nelle mani dei parroci di Mussolente il legame spirituale con la diocesi di Treviso si allentò a tutto vantaggio di quella di padova, sotto la cui ala da tempi ab immemorabili soggiaceva la parrocchia di pove. E’ nella visita pastorale del 5 ottobre 1874 del vescovo ausiliare di padova, mons. Antonio polin, che si incontra la prima

specifica menzione del San Bortolo di Pove. Il prelato trovò il piccolo edificio religioso in un tale stato di degrado che dovette sospenderlo a divinis e ad assegnarlo in custodia al vicario foraneo di pertinenza, cioè al parroco di Campese. Nella visita pastorale del 5 novembre 1888, compiuta dal vescovo Giuseppe Callegari, si scrisse la seguente annotazione: Dichiariamo d’aver trovato l’Oratorio pubblico dedicato a San Bartolomeo Apostolo, di proprietà del Beneficio Parrocchiale di Mussolente (diocesi di Treviso), in condizioni materiali appena sufficienti e solo provveduto di alcuni sacri per la celebrazione della Santa Messa, la quale tuttavia vien detta solamente nel giorno del Santo titolare. Ordiniamo però che non essendovi soffitto sopra l’altare sia posto un baldacchino. Per ultimo a tutti coloro che prendono interesse per il decoro di questo Oratorio impartiamo la particolare benedizione. E’ probabile che per soffitto non si intendesse il soffitto della chiesa ma quello dell’altare, consistente appunto nel classico baldacchino. Nella visita pastorale del 1913 si ordinò di porre sopra la pietra sacra dell’altare la tela crismale, mentre in quella del 1922 si annotò quanto segue: San Bartolomeo Apostolo - Esso è posto in


fondo al paese nella contrada omonima. Esso appartiene al Beneficio Parrocchiale di Mussolente (Treviso). Questo oratorio è ufficiato una volta all’anno nella festa del santo titolare con l’intervento degli abitanti della contrada. Fedele specchio dell’importanza storicoreligiosa dell’edificio appare la relazione della visita pastorale compiuta dal vescovo di padova, Elia dalla Costa nel 1927, nella quale si legge: Prima di mezzogiorno Sua Eccellenza prese a visitare l’Oratorio di San Bartolomeo, insigne per antichità e memorie storiche. Sorge quasi a picco sulla riva del Brenta e annesso a una vecchia casa colonica cui appartengono avanzi dell’antico edificio. La forma è delle classiche chiese francescane: capriate scoperte, dinanzi ruderi dell’atrio, l’altare è in legno, elegante, un po’ guasto per mancanza di vernice. Le condizioni dell’oratorio sono sufficienti; mancano affatto parati propri. l’altare ligneo doveva essere probabilmente ancora quello di epoca rinascimentale, mentre il piccolo portico di protezione alla facciata principale risultava già allora crollato e ridotto ai soli pilastri portanti. Agli inizi del Novecento chiesette altomedievali come quella di pove dovevano sembrare ai più un relitto inutile e ciò favorì la messa in opera di un atto vandalico al suo interno, pare con la connivenza dello stesso parroco di Mussolente. Nel 1909 venne abusivamente strappato il grande affresco della Crocifissione con la Madonna, san Giovanni evangelista e san Bartolomeo apostolo, dipinto all’inizio del Quattrocento nell’abside della chiesetta, quasi sicuramente da Battista da Vicenza. l’ispettore onorario dei monumenti, paolo Maria Tua, intervenne facendo sequestrare l’affresco che, nel frattempo, era stato smembrato e ridotto alle sole teste dei quattro personaggi sacri, bellamente incorniciate per renderne difficile il riconoscimento. I lacerti, scoperti presso un privato (1910) e uno addirittura nel Museo Civico di Treviso (1912), vennero ricoverati nei depositi del Museo Civico di Bassano e solo recentemente sono stati ricomposti entro l’originaria cornice policroma (2008). purtroppo gli ignari ladri, strappando l’affresco quattrocentesco, provocarono danni ingenti e mutilazioni all’an-

La campana bronzea del 1551 della chiesetta di San Bartolomeo di Pove: uno dei più antichi esemplari della zona. Bassano, Museo Civico.

tico affresco sottostante, risalente all’impianto della chiesetta. Nel 1929, l’entrata in scena del ricco commendatore Giuseppe Rubbi (18731946), risvegliò dal suo secolare abbandono la chiesetta di San Bartolomeo. Il personaggio era un tipico esponente della nuova borghesia, nato dal falegname Antonio Rubbi di Crosara ma abitante a Marostica, e da Anna Canevari, figlia del cursore pretoriale Giuseppe e dell’austriaca Anna Schwarz, figlia a sua volta dell’oboista Antonio, maestro per qualche tempo della Civica Banda di Marostica. Agli inizi del nuovo secolo Giuseppe Rubbi era emigrato in

La targa in formelle maiolicate dell’aziendafattoria Rubbi di Pove con l’Allegoria del lavoro rurale, 1928 (attribuibile alla Manifattura Antonio Marcon).


Battista da Vicenza, Crocifissione con la Madonna, san Giovanni evangelista e san Bartolomeo apostolo, affresco, 1350 circa. Bassano, Museo Civico (già nella chiesetta di San Bartolomeo di Pove).

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quella che si diceva Unione del Sud Africa sotto la Corona inglese, ossia a Città del Capo dove fece la sua fortuna. I flussi migratori dall’Europa si erano intensificati in quelle terre nel secondo Ottocento, dopo che si diffuse la notizia di scoperte di grandi giacimenti di diamanti e oro. I contadini di colore finirono con lo spostarsi nelle zone minerarie, lasciando libere le campagne, prede dei nuovi coloni. A partire dagli anni Venti il commendatore Giuseppe Rubbi iniziò ad investire i suoi guadagni non soltanto in Sudafrica ma anche in Italia. Il 30 ottobre 1909 la moglie Ines Mattiello acquistò per procura dai fratelli Scopel la proprietà posta nel quartiere Rivoltella di Bassano, dove vi era l’antica dimora di campagna dei nobili Gheltoff declassata a Fabbricato rurale. Questo primo acquisto fu l’inizio di una serie di addizioni che portò a costituire un vero e proprio latifondo. Nel 1924 il professore don luigi Rubbi comperò per conto della cognata Ines Mattiello (ma con denari del fratello Giuseppe) alcuni terreni in Comune di Bassano e di pove. Seguirono poi: nel 1927 undici ettari circa nel comune di Bassano (già di proprietà del conte Roberti) più un fondo agricolo dalla signora Clara Jonoch; nel 1928 un tratto dell’antica strada vicinale abbandonata detta della Bassa dai Comuni di pove e Bassano più un caseggiato con un bosco

da Baldassare Alberton; nel 1929 tutto il Beneficio della Parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo di Mussolente con la chiesetta di San Bartolomeo; nel 1930 un rustico e quattro ettari in comune di pove da Sante Favero; nel 1931 dei terreni in Angarano dai Brocchi Colonna; nel 1934 una casa con terreno dai Tattara. Da una parte quindi la vecchia proprietà di estrazione nobiliare che si spogliava dei propri beni e, dall’altra, un esponente della nuova borghesia come Giuseppe Rubbi che, con lucidità, mirava a investire proficuamente i suoi guadagni. Il 31 ottobre 1930 veniva recapitata ai nuovi proprietari la notifica di vincolo su tutto il complesso ex Gheltoff. I Rubbi, fino dal 6 aprile 1935, avevano ottenuto dalla Santa Sede il permesso di celebrare messe nei loro oratori di pove e di Col Moschin. per iniziativa di don luigi Rubbi e delle sorelle la chiesetta di San Bartolomeo venne sottoposta a un generale restauro nella primavera del 1937. Essendo l’edificio Monumento Nazionale, l’operazione venne realizzata su progetto della Soprintendenza ai Monumenti di Venezia e interessamento del direttore del Museo di Bassano, paolo Maria Tua. Nonostante questo si eliminò l’antico cenobio ancora addossato, vennero rifatti il tetto a travi scoperte, il pavimento, l’altare (utilizzando l’antica mensa in


pietra dura di pove), la caratteristica gradinata semicircolare di accesso in mattoni, il piccolo portico, chiuso alla fine da robusta cancellata in ferro. Nel corso dei lavori affiorarono non pochi conci e mattoni romani: prova di antiche preesistenze architettoniche e di un sicuro utilizzo del vicino guado in epoca altomedievale. Si realizzò inoltre sul fianco nord della chiesetta una diversa edicola campanaria in mattoni, collocandovi un nuovo bronzo in sostituzione di quello antico lesionato e datato 1511, che venne regalato da don luigi Rubbi al Museo di Bassano il 23 novembre 1936. la considerevole mole del bronzo antico (forse colà giunto da altra chiesa) farebbe presupporre l’esistenza non di un’edicola ma di un vero campanile, poi abbattuto. Dopo oltre quattrocento anni di chiamate alla preghiera anche per l’antica campana del San Bartolomeo era giunto il momento del silenzio. la mattina del 14 agosto 1937 il vescovo di padova, Carlo Agostini, discese dai Colli Alti (dove villeggiava ospite nella villa montana dei signori Rubbi) per benedire il restaurato edificio. Il successivo 24 agosto, festa del santo patrono, ci furono grandi festeggiamenti con il popolo accorso numeroso per assistere alle messe del parroco di pove, don Vittorio Spada, e di don Isidoro Bizzotto. Ai vesperi funzionò il canonico di padova Ruffati, il quale chiuse le

cerimonie benedicendo i presenti con la reliquia di san Bartolomeo. Nel mese di settembre si inaugurò la prima fiera del bestiame in località San Giovanni dei Colli Alti e, per quella volta, i signori Rubbi aprirono la loro magnifica malga modello di Col Moschin. Il commendatore Giuseppe Rubbi morì il 26 febbraio 1946 in Sudafrica, dopo avere disposto dei suoi beni con testamento datato Cape Town, 6 marzo 1945. Al momento della morte la parte più cospicua dei suoi beni si trovava in Sudafrica tanto che, a confronto, le proprietà detenute in Italia sembrarono poca cosa. per quanto concerne gli immobili nel Bassanese egli destinò il podere vicino Marostica alla sorella Ines Rubbi in pedrollo, il podere di San Giorgio di Angarano al fratello don luigi e alla sorella Maria; il podere di San Vito, più il terreno a pascolo sul massiccio del Grappa (Colli Alti-Col Fenilon), alla moglie, al fratello don luigi e alla sorella Maria per il corso della loro vita. In chiusura il testatore precisò che, all’estinzione della sua linea, le proprietà di San Vito e del Monte Grappa dovevano essere devolute all’Orfanotrofio Maschile Cremona di Bassano perché il tutto fosse adibito all’insegnamento dell’agricoltura ai giovani. la particolare destinazione non era una cosa inusuale perché già contemplata dai vari filantropi bassanesi dell’Ottocento per quei giovani

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Tronco di obelisco reggente un tempo il busto in memoria del benefattore Giuseppe Rubbi, 1947 circa. Bassano, Ex Orfanotrofio maschile Cremona. Edicola campanaria della chiesetta di San Bartolomeo apostolo di Pove, 1937.

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che non manifestavano attitudini verso le arti meccaniche. la direzione dell’Orfanotrofio, dopo avere accettata la cospicua donazione, fece incidere il nome del commendatore Rubbi sulla lapide dei benefattori e gli dedicò un busto marmoreo, del quale oggi rimane solo la base. Il 7 agosto 1947, nella loro casa padronale di San Vito in via Rivoltella Bassa n. 1, gli eredi Rubbi dichiaravano il proposito di fare atto di acquiescenza alle disposizioni testamentarie del loro congiunto mentre, il 19 ottobre 1948, l’Orfanotrofio Cremona veniva autorizzato ad accettare l’eredità. Don luigi Rubbi (1882-1966) fu sacerdote molto stimato a Bassano come professore di religione nel Regio Liceo-Ginnasio, come rettore della chiesa delle suore Sacramentine (dove promosse non pochi abbellimenti), nonché come generoso promotore di iniziative religiose. Già nel passato la famiglia Rubbi di Valle San Floriano aveva espresso sacerdoti di valore come: don Marco Rubbi, parroco di quel paese dal 1695, don pietro Rubbi vicario foraneo dal 1752, don Marco Andrea parroco di predipaldo dal 1751, Angelo Rubbi (1750-1835), emerito professore nel Seminario di padova e canonico della Cattedrale. Di don luigi Rubbi si conosce un discorso pronunciato nella Casa della Scuola G. Vaccari il 21 aprile 1926, in occasione dell’inaugurazione della bandiera delle varie associazioni di guerra. Nell’Anno Santo del 1950 egli si fece promotore dell’installazione di una grande croce, rivestita di acciaio riverberante, sul monte Fenelon (dove aveva le sue proprietà), che venne solennemente benedetta dal patriarca di Venezia, Carlo Agostini. I suoi rapporti con la direzione dell’Orfanotrofio Cremona non furono sempre sereni, ma egli fu comunque un ottimo usufruttuario dei beni di San Vito, che cercò sempre di adeguare ai tempi con denari propri. Il sacerdote morì nella sua villa del Motton il 10 marzo 1966 e i solenni funerali ebbero luogo nella vicina chiesa di San Vito. Il 2 ottobre 1962 egli aveva steso il suo testamento, con il quale lasciava alla sorella Maria l’usufrutto della sua quota di proprietà in località Rivana Alta (San Giorgio) e la nuda proprietà all’Ospedale di Marostica, con l’obbligo

all’ente di devolvere i circa 30 campi alla erigenda Casa di Riposo da intitolarsi a suo fratello Giuseppe. Disponeva inoltre che tutto il bestiame esistente nelle sue stalle fosse inventariato e donato per la metà ai suoi mezzadri, mentre le scorte morte delle sue fattorie dovevano essere assegnate all’Ospedale di Marostica. Il testamento olografo fu pubblicato a Bassano il 4 aprile 1966. Don Rubbi lasciò inoltre all’Orfanotrofio Cremona lire 100.000, con l’obbligo di integrare l’elemosina fissata per la celebrazione di una messa nel suo oratorio di San Bartolomeo qualora non fosse sufficiente, più tutto il suo mobilio, compreso un antico comò da sempre conservato nella sua famiglia. Nel godimento dell’usufrutto subentrò poi la signora Ines Mattiello, vedova Rubbi, la quale, il 28 luglio 1969, ricevette dall’Orfanotrofio Cremona la dichiarazione che le riconosceva il diritto di abitare vita natural durante la casa padronale di San Vito, più la completa proprietà di tutto il mobilio. A pochi mesi dalla morte di don luigi Rubbi un cataclisma scosse la placida oasi di San Vito. Il 4 novembre 1966 si verificò la tremenda piena del Brenta, che sconquassò a tal punto gli argini del fiume sotto l’oratorio di San Bartolomeo da lasciarlo quasi in bilico sullo strapiombo. Fu allora che l’opinione pubblica si allarmò e la Direzione del Museo di Bassano segnalò tempe-


Pittore veneto, San Cristoforo con il Bambino Gesù sulle spalle, olio su tela, fine sec. XVII. Mussolente, parrocchiale.

stivamente il pericolo alla Soprintendenza ai Monumenti di Venezia, la quale predispose l’asportazione dei superstiti affreschi altomedievali della facciata e del presbiterio del San Bartolomeo. lo strappo non solo salvò alcuni fra i più antichi affreschi della zona ma fornì l’occasione per studiarli in forma scientifica. Grande sorpresa destò il recupero dell’affresco absidale (anche se compromesso dallo strappo del 1909), che risultò riferibile all’impianto dell’edificio, come già precisato, e collocabile a un’epoca sicuramente anteriore all’anno Mille. Concepito come un paliotto d’altare in versione povera, l’affresco rappresenta sulla nuda calce Cristo in trono tra la Madonna e san Bartolomeo additante, entro una fascia colore rosso ruggine con i nomi degli effigiati nella parte superiore, com’era consuetudine in quel tempo. Si è in presenza di un pittore periferico ma di buona abilità ed edotto sui linguaggi in uso nei centri artistico-religiosi di allora. le tre figure sono costruite con una disinvolta linea di contorno nero vite, senza incisioni sottostanti. la grafia, i volti marcatamente espressivi, il fondo picchiettato da elementari e frettolose stelle rosse, il mento sfuggente della Madonna, rimandano sicuramente a stilemi anteriori all’anno Mille. I modelli ispiratori si possono trovare non nel lontano linguaggio musivo lagunare ma nella grafia degli evangelari e dei salteri miniati dei monaci amanuensi, che allora costituivano una vera e propria summa per i pittori itineranti. Ad un ciclo databile tra l’XI e il XII secolo vanno riferiti gli affreschi stilisticamente omogenei della Madonna-Regina in trono con Bambino e un Santo, di San Michele Arcangelo con un Santo (probabilmente San pietro apostolo) e di San Cristoforo con il Bambino Gesù sulle spalle. In questo caso gli artefici sembrano influenzati da esempi nordici, nonché aquileiesi: non va dimenticato che gran parte delle chiese venete dipesero anticamente dal patriarcato di Aquileia. la particolare tipologia frontale della Madonna coronata e assisa in trono era giunta in Occidente dall’Oriente bizantino ed è proprio tramite la letteratura mistica del XII secolo che raggiunse la sua massima divulgazione nella forma di Regina Coeli. San Michele Arcangelo e San Giorgio guerriero erano santi amati dalle comu-

nità longobarde e, allora, vi erano ancora nel Bassanese molti nuclei che vivevano secondo le antiche consuetudini di quel popolo. la figura molto semplificata di San Michele Arcangelo, con elegante abito di corte e calzari rossi, appare nell’atto di pesare le anime dei trapassati con una bilancia evidentemente inclinata a favore dell’anima buona. le appuntite ed eleganti ali riecheggiano quelle dei tre arcangeli della basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis (XI sec.). Rispetto alle altre figure il San Cristoforo con il Bambino Gesù sulle spalle presenta un evidente gigantismo in ossequio alla tradizione. Il santo era caro ai viandanti, ai pellegrini del medioevo, in un’epoca nella quale i viaggi erano ad alto rischio. Secondo la leggenda Cristoforo, guidato da un eremita (chiaro riferimento a quello che abitava la chiesetta di pove) trasportava oltre il fiume i deboli grazie alla sua possente statura e, un giorno, gli capitò di portare sulle spalle un bimbo, che si dimostrò sempre più pesante nel corso del guado. Una volta raggiunta la riva il bimbo rivelò essere Cristo, colui cioè che reca su di sé il peso del mondo. Come tangibile segno divino, Cristoforo ricevette l’invito di piantare sul terreno il suo bastone, costituito da un tronco di palma, che il giorno dopo egli trovò carico di datteri, esattamente come si vede nell’affresco di pove del Grappa.

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La chiesa degli Ognissanti, già dei cappuccini, in una foto del 1960 circa.

La lapide del 1573 a ricordo della consacrazione dell’edificio religioso, celebrata dal vescovo di Treviso Francesco Corner. Un superstite ambiente della cinquecentesca chiesa dei cappuccini: si noti l’estrema semplicità delle strutture tipica dell’Ordine.

Il culto di san Bartolomeo fu molto diffuso a Bassano per la sua posizione di città di frontiera con il nord alpino, tanto che ancora adesso sopravvivono diverse sue rappresentazioni: sulla parete meridionale della chiesa di San Francesco (secc. XIII-XIV), sul fianco settentrionale del chiostro della stessa chiesa (sec. XV) e sulla facciata principale del palazzo municipale (prima metà del sec. XVI). Jacopo dal ponte dipinse nella piena maturità un trittico con uno splendido San Cristoforo, avente sullo sfondo il Brenta e la sua Bassano, oggi esposto nel Museo Nazionale delle Belle Arti de l’Avana. Nella parrocchiale di Mussolente, retaggio di un antichissimo legame con il San Bartolomeo di pove, si conserva tuttora una bella tela seicentesca con l’erculeo santo in atto di guadare il Brenta all’imboccatura del Canale di Brenta, chiaramente influenzato dal citato modello dalpontiano. Dopo i disastri arrecati dall’alluvione del 1966

si fecero radicali lavori di fortificazione lungo l’argine, con la posa di grossi massi squadrati, si restaurò la chiesetta (un po’ troppo liberamente per la verità), soprattutto nella riproposizione del portico e del sagrato. Nell’autunno del 1969 si verificarono alcuni movimenti di assestamento del terreno, che provocarono crepe e squarci importanti, tanto che il sindaco di Bassano fu costretto ad inviare una lettera di avviso alla Soprintendenza di Venezia, al direttore del Museo Civico di Bassano e al presidente dell’Orfanotrofio Cremona. Nonostante i molti rimaneggiamenti il sito di San Bartolomeo conserva tuttora un suo straordinario fascino, fatto di silenzi rotti solo dal mormorio delle acque e del vento, in grado di trasportarci indietro di oltre mille anni, in un’epoca poi non così barbarica come ci è stato trasmesso da una superficiale storiografia. Il complesso dell’ex tenuta Rubbi venne in seguito dato in locazione dall’Orfanotrofio Cremona al Comune di Bassano, il quale destinò gran parte dei fabbricati e del terreno all’insediamento di una sezione staccata dell’Istituto Agrario di lonigo, ottemperando in questo alle indicazioni testamentarie del cavaliere Giuseppe Rubbi. Dal 1980 la sezione staccata divenne ente autonomo con la denominazione di Istituto professionale di Stato per l’Agricoltura, intitolato al grande naturalista bassanese Alberto parolini. la chiesa degli Ognissanti dei Cappuccini Coloro che transitano davanti alla chiesa degli Ognissanti faticherebbero oggi ad immaginare che un tempo vi abitasse un eremita. Verso la metà del Cinquecento fra Antonio de Grandis (1473 c.-1552), colui che portò la città a mettersi sotto la protezione di san Bassiano nella pestilenza del 1509, dovette abbandonare l’amata chiesetta di San Vito, dove aveva ospitato tra gli altri sant’Ignazio di loyola. l’eremita trovò ricovero alle Salbeghe, a sud di Bassano, in un minuscolo ricovero da lui costruito nel quale chiuse la sua esistenza. prima di andarsene da San Vito, il 12 luglio 1545 egli aveva dettato le sue ultime volontà, alla presenza di vari personaggi, fra i quali don Girolamo dal ponte (fratello di Jacopo). I suoi


Il capitello con l’affresco rappresentante Fra Antonio eremita in estasi del crocifisso, sorto dove un tempo vi era la croce lignea, sec. XIX. Francesco e Leandro dal Ponte, Veduta a volo d’uccello di Bassano, disegno a penna, 1583-1610 circa, particolare. Bassano, Museo Civico. Si distinguono molto bene il convento dei cappuccini e la croce lignea che l’annunciava.

pochi oggetti personali e i libri li destinò a Gasparo Gropello e a un certo fra Nicolò, in seguito suoi compagni di vita eremitica nel rifugio alle Salbeghe. per la sua sepoltura chiese di essere interrato nella pieve, vicino alla porta d’ingresso. Il personaggio era molto venerato dai bassanesi per il suo rifiuto delle ricchezze, per la sua edificante vita, nonché per le sue massime, come quella che identificava nella morte dell’anima il non spogliarsi affatto di sé medesimo. Non fu casuale che quelle povere stanze alle Salbeghe di fra Antonio venissero donate nel 1565 a una piccola comunità di cappuccini, forse dallo stesso Gasparo Gropello rettore negli ultimi anni della chiesa di San Zenone. Il nuovo ordine, germogliato nel 1525 da una costola del francescanesimo ad opera di fra Matteo da Bascio, si radicò presto nel Veneto tanto che, già nel 1537, si tenne a Schio un informale capitolo provinciale sotto una nogara. Molto per tempo giunsero a Bassano dei cappuccini di passaggio, i quali destarono grande interesse presso il popolo e, forse, visitarono lo stesso fra Antonio: il geniale anticipatore del loro stile di vita. Nel 1568 i primi Scapuzini si insediarono alle Salvadege (il Barbarano dice nel 1565), dopo avere avuto il permesso dal Consiglio cittadino e ottenuto, l’anno dopo, una elargizione comunale di 100 lire per abbellire la nuova chiesa. l’edificio fu consacrato il 21 ottobre del 1573 dal vescovo di Treviso, Francesco Corner, con il titolo di Tutti i Santi, come si può vedere nella bella lapide commemorativa, oggi murata sopra la porta di accesso ad ovest. I lavori continuarono con la costruzione di una cappella laterale nel 1577, di nuove celle nel 1604, con l’ingrandimento del coro e della sacrestia nel 1626. Il nuovo convento bassanese divenne un importante centro di spiritualità cappuccina, sede di quattro capitoli provinciali, di un fiorente noviziato durato sino alla sua soppressione, nonché dimora di numerosi religiosi di straordinaria statura, fra i quali lo storico vicentino Francesco Barbarano, Francesco da Scicli medico alla corte di Mantova, Giovanni Antonio Franzani e san lorenzo da Brindisi

(1559-1619), padre guardiano a Bassano dal 1586 al 1589. poco dopo la consacrazione della chiesa, Jacopo dal ponte dipinse la strepitosa pala per l’altare maggiore de La Gloria del Paradiso, con i maggiori santi della Cristianità nel trionfo dei cieli, dedicando grande spazio alla famiglia francescana e ritraendo in basso a destra la testa di fra Antonio eremita, forse su suggerimento del fratello don Girolamo. leandro dal ponte, qualche anno dopo l’opera del padre, dipinse per la stessa chiesa una pala con la Madonna e i santi Chiara, Francesco d’Assisi e Carlo Borromeo. Il ricordo di fra Antonio eremita doveva essere ancora vivo a Bassano nel primo Seicento se venne commissionata a Giulio Martinelli una pala per il duomo con La Vergine tra San Bassiano e fra Antonio eremita, poi trasferita nella chiesa del convento di San Fortunato. Il complesso dei cappuccini compare per la prima volta nella Veduta a volo d’uccello di Bassano dei fratelli Francesco e leandro dal ponte (1583-1610 c.): si nota la chiesa degli Ognissanti lungo la strada, povera come tutte le chiese dell’Ordine, con il tetto a capanna, la facciata scandita da un nudo rosone sopra il protiro e il tutto preannunciato da una croce di legno, dove poi si edificò un capitello. per quasi due secoli e mezzo si susseguirono in questo convento generazioni di santi cappuc-

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Pittore bassanesco, Ritratto di fra Antonio eremita, olio su tela, inizio sec. XVII. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona. Marco Pitteri, Ritratto del beato lorenzo da Brindisi Generale Cappuccino Alunno della provincia di Venezia, bulino e acquaforte, 1783 circa. Raccolta privata. Pittore veneto, Il beato Marco d’Aviano con in braccio il crocifisso, olio su tela, 1699. Padova, Convento dei Cappuccini, particolare.

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cini, amati in modo particolare dai bassanesi e dalla popolazione delle campagne. I frati accorrevano in occasione di guerre, di epidemie, di calamità naturali o di tragedie famigliari, soccorrendo i poveri, loro stessi poveri tra i poveri, predicando dai pulpiti delle più importanti chiese durante i seguitissimi quaresimali: il beato Marco d’Aviano fu a Bassano per predicare nella chiesa di San Giovanni. le famiglie nobili della città fecero a gara nell’elargire aiuti al convento: basti ricordare i conti Roberti (in questa chiesa ebbero le loro tombe), i conti Mora e i principi Rezzonico. Questo mondo di pietà popolare e di aristocratica carità venne spazzato via dall’arrivo delle soldataglie francesi e austriache. Tra il 1796 e il 1797 si verificarono saccheggi, ruberie di suppellettili sacre, uccisioni e incendi dolosi. Nell’ottobre del 1797 ci fu il nefando mercanteggiamento di Campoformio con il quale Napoleone cedette all’Austria le terre della Serenissima, ponendo così fine alla sua millenaria storia. Il 12 gennaio 1798 entrarono in Bassano gli austriaci, salutati da un festante scampanio e accolti come nuovi liberatori dalle autorità civili e dal clero, un po’ meno dal popolo. Con la pace di presburgo del 26 dicembre 1805 finì la prima dominazione austriaca e il Veneto entrò a far parte del napo-

leonico Regno d’Italia. Fin dall’inizio si emanarono leggi riguardanti gli ordini religiosi, le congregazioni e gli istituti pii. Nel 1802 ci furono disposizioni precise circa la conservazione delle buone pitture ed i quadri di buoni autori esistenti nei conventi mentre, l’8 giugno 1805, seguì il decreto sulla riorganizzazione del clero, con l’indicazione dei conventi che dovevano essere concentrati in complessi maggiori dello stesso Ordine. potevano essere salvaguardati solo quei conventi che fornivano istruzione, cura degli infermi o altre funzioni di pubblica utilità. Il 28 luglio 1806 il viceré Eugenio Beauharnais firmò per i territori ex veneti il decreto di concentrazione dei conventi. In quella drammatica riorganizzazione il convento dei cappuccini di Bassano di salvò, mentre quello non molto lontano dei minori riformati di San Bonaventura (fondato nel 1600) fu assegnato al Demanio e, il 5 giugno 1808, concesso ai bassanesi perché vi trasferissero l’Ospedale civile e la Congregazione di Carità. proprio quando i cappuccini di Bassano pensavano di avere scampato il pericolo arrivò il fulmine accecante, che lasciò come tramortiti gli Ordini monastici. Il 25 aprile 1810 Napoleone firmava dalla sua residenza di Compiègne il decreto di soppressione di tutti gli Stabilimenti religiosi, con il quale si


Jacopo dal Ponte e aiuti, la Gloria del paradiso, olio su tela, ottavo decennio del Cinquecento. Bassano, Museo Civico (già nella chiesa degli Ognissanti).

proibivano gli abiti religiosi di qualsiasi Ordine e si intimava ai frati e alle suore di recarsi nei luoghi natii a disposizione delle autorità ecclesiastiche, mentre i relativi stabili dovevano passare al cosiddetto Monte Napoleone. In seguito a tali disposizioni i conventi finirono, nella maggior parte dei casi, messi all’asta. Già il 7 agosto 1810 era stata eseguita un’ispezione peritale al convento degli Ognissanti. Il 5 dicembre dello stesso anno il signor Camillo Vigani del fu Alberto di Milano domiciliato a Bassano (probabilmente al seguito dei francesi) si faceva iscrivere nel protocollo speciale di Treviso della Direzione del Regio Demanio del Tagliamento per l’acquisto del Locale, chiese, chiostri, giardino, corte e brollo dell’ex convento dei cappuccini di Bassano, offrendo la cifra base di lire 4985 e centesimi 23. Nella trattativa finale del 29 luglio 1811 la somma venne aumentata a lire 5080, centesimi 17 e millesimo 8. Il signor Vigani, che affermava di volere aprire un’osteria nell’ex convento (in linea con lo spirito dissacratore dei conquistatori), pagò parte in contanti e parte in cinque rate annuali da lire 600, da versare con gli interessi sino al 31 dicembre 1815. Il complesso conventuale era allora dotato di chiesa maggiore con tetto a tavelle (come ancora si può vedere nella superstite ala a nord), due altari conformi alla tradizione dei cappuccini (che rimanevano però di proprietà del Demanio), sacrestia, foresteria, cantine, corti, giardino, brolo, ortaglie varie, due chiostri e, al primo piano, ventidue celle, molte delle quali ancora con invetriate di carta, chiesetta con pala di Marco Antonio Dordi, farmacia e libreria. le reliquie più care all’Ordine e il libri più significativi vennero portati via dai frati, mentre gli altri finirono venduti o collocati nella biblioteca dell’Orfanotrofio maschile Cremona. Ancora adesso si possono rinvenire in numerose biblioteche volumi con la scritta Loci Capucinorum Bassani. Qualche mese prima dell’alienazione dell’immobile i dipinti del convento, fra i quali La Gloria del Paradiso dalpontiana, erano stati prelevati e depositati presso il viceprefetto di Bassano che, a sua volta, il

14 maggio 1812, li consegnò al podestà Giuseppe Bombardini. Nel 1827 La Gloria del Paradiso, vera summa delle figure inventate da Jacopo, era ancora presso il Municipio di Bassano, mentre nel 1840 passò al Civico Museo. Il 21 agosto 1811 il signor Vigani cedeva l’ex convento dei cappuccini al sacerdote secolare Marco Cremona (1743-1828), il quale pagò in contanti la cifra sino ad allora sborsata dal venditore, alla presenza di don Francesco Nalle e di pietro Agostinelli. Don Marco Cremona era l’erede di una ricca famiglia di setaioli, che si era messo in luce per le


Pittore di scuola veneziana, San Francesco d’Assisi in contemplazione del Crocifisso con sant’Antonio di padova, olio su tela, metà del sec. XVIII. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona (già nell’ex convento dei cappuccini). Pittore bassanesco, Testa di Cristo crucigero, affresco, fine Cinquecento. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona (già nell’ex convento dei cappuccini).

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Pietro Novelli, Il chiostro dei cappuccini, acquerello, fine sec. XVIII. Raccolta privata. Pietro Novelli, la vendemmia dei cappuccini, acquerello, fine sec. XVIII. Raccolta privata.

sue attività assistenziali già dal 1798, allorché aveva aperto la casa paterna di Contra’ del Sole (ora via Bartolomeo Gamba) ad alcune sventurate trovatelle, dando così inizio a un piccolo Ospizio di giovani periclitanti. l’iniziativa aveva già avuto in città un illustre precedente nel 1750 con l’orfanotrofio avviato da don Giorgio pirani e don Giuseppe Gaetano Tommasoni. All’inizio del 1812 don Marco fu in grado di trasferire le sue orfanelle nell’ex convento, adattato in fretta al nuovo uso: il 28 febbraio la Congregazione di Carità comunicava al sacerdote che le autorità avevano dato l’approvazione al trasferimento mentre, l’8 marzo, il viceprefetto informava il podestà che il Ministro per il Culto aveva concesso la riapertura dell’annessa chiesa degli Ognissanti per la comodità della fanciulle ospitate nell’ex convento, ma solo come Oratorio di Pubblico Stabilimento. Nella conduzione dell’opera assistenziale don Marco ebbe come aiutanti la solita governante di via Gamba, Annamaria parisotto, e l’amata sorella Anna, la quale morì nel 1814 nell’ex convento, durante una epidemia di tifo. Sin dall’inizio egli prese a ospitare la Congregazione dei Fratelli dell’Oratorio di San Girolamo Emiliani e di San Filippo Neri, espulsa dalla storica sede entro il castello ezzeliniano perché trasformato in caserma per i soldati francesi. Il nuovo orfanotrofio, che ebbe anche la benedizione della Santa Sede, divenne presto fatto oggetto della carità cittadina da parte delle famiglie più in vista di Bassano, le quali iniziarono ad elargire denari, beni di prima necessità o a destinare lasciti testamentari. Il 16 settembre 1819 don Marco ricevette la visita pastorale del vescovo di Vicenza Giuseppe Maria peruzzi il quale, dopo avere celebrato nella chiesa degli Ognissanti e trovato tutto in ordine, passò nell’annesso Conservatorio, dove trovò circa una ventina di orfanelle dedite ai soliti lavori donneschi. Con il ritorno degli austriaci il ricostituito Ordine dei cappuccini aveva tentato invano di rientrare nel mai dimenticato convento degli Ognissanti. Fu il cappuccino Antonio Maria Thus da Vicenza (già di stanza agli Ognissanti) a capire che la

nuova sede bassanese dei suoi confratelli poteva essere nell’ex convento agostiniano di San Sebastiano in Borgo Margnan, da lui poi acquistato e riaperto nel 1823 tra l’esultanza dei bassanesi. per l’occasione Giuseppe Bombardini compose l’ode: Pel desiderato ritorno dei RR. PP. Cappuccini il dì 26 ottobre 1823. Anche la giovane Elisabetta Vendramini (1790-1860) ) venne attirata dal magnetismo sprigionato dall’ex convento dei cappuccini. Orientata dal suo padre spirituale, l’ex riformato Antonio Maritani, iniziò a frequentare la chiesa di San Bonaventura e, un bel giorno, udì una voce che le suggerì: Va’ ai Cappuccini… Nel detto luogo tu sarai Terziaria. Entrò trepidante nell’orfanotrofio femminile di don Marco il 7 agosto 1820 e vi rimase sino all’inizio del 1827, quando ormai c’era già aria di smobilitazione. Nell’ambito dell’Oratorio bassanese dei santi Girolamo Emiliani e Filippo Neri (ritornato nell’originaria sede) aveva preso forma un’iniziativa volta a togliere dalla strada la mal costumata gioventù orfana, che si aggirava senza freno per le strade della città. l’abate Jacopo Ferrazzi, a tal proposito, ebbe a scrivere nel 1854: Fra le sciagure più grandi che possa


L’attuale interno dell’ex chiesa degli Ognissanti uscito dall’ampliamento del primo Novecento. L’altare maggiore, in Biancone, Rosso di Pove, Rosso di Francia e Africano, di maestranze povesi, (1900 circa). Sullo sfondo si distingue l’organo dei padovani Pugina (1923), che andò a sostituire l’organo dei bassanesi Giacobbi (1865).

incogliere un fanciullo, la più dolorosa, l’estrema è senza meno la perdita dei genitori. A distrignere gli animi dalla compassione non v’ha parola che suoni più potente e lamentevole che quella del povero orfano e di pupillo. A questa provvidenziale iniziativa contribuirono il nobile Francesco Agostinelli (1789-1858), don Francesco Nalle (1767-1822), cappellano dei carcerati, e don Bernardo Michelon (17691842). Quest’ultimo era un ex frate riformato, educato nel soppresso convento bassanese di San Bonaventura, trasferito ad Asolo, a padova, e poi ritornato in città nel 1814, dove fu per dieci anni cappellano dell’Ospedale civile. I tre presero a sfamare e ricoverare nei locali dell’oratorio i casi più disperati con l’appoggio dell’arciprete paolo luigi Vittorelli finché, nel 10 maggio 1822, non scrissero una lettera al vescovo di Vicenza perché intercedesse presso le autorità austriache per caldeggiare l’istituzione di un orfanotrofio maschile. pare che l’anima di tale iniziativa fosse stato don Bernardo Michelon il quale però, il 24 febbraio 1824, fu trasferito nel convento di San Giacomo di Monselice in qualità di custode, dove morì in concetto di santità il 21 dicembre 1842, avendo avuto prima la gioia di rivestire il serafico saio

nel convento di San Michele in Isola di Venezia (1829). Nel dicembre del 1822 giunsero le provvidenziali elargizioni del canonico lorenzo Compostella (1742-1823), il quale previde anche la nomina di tre istitutori che avrebbero dovuto prestare la loro opera gratuitamente e senza benché minima vista d’interesse. poi ci fu il lascito di Giovanni Antonio Dolzan (1763-1826) il quale, sin dal 26 luglio 1824, aveva previsto una discreta somma per un futuro Conservatorio di pupilli maschi poveri orfani. la pia istituzione aprì i battenti il 10 dicembre 1824 in una casa in affitto di contra’ Palazzo n. 17 (ora via Giacomo Matteotti), dove vennero sistemati i primi due giovinetti, posti sotto il governo del maestro Giammaria Merlo. Nel 1827, quando ormai sembrava essersi assestata la novella istituzione, si verificò una circostanza che sembrò avere del miracoloso. l’anziano don Marco Cremona, in seguito a inderogabili ordinanze governative, nell’estate del 1827 accettava, a condizioni ben precise, di concentrare le sue orfanelle nel più attrezzato Orfanotrofio pirani. Il 20 novembre uscirono dal complesso degli Ognissanti le piccole donzelle e, all’indomani, entrarono gli orfanelli accompagnati dai nobili don Alessandro

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Pietro Vedovato, Ritratto di don Marco Cremona, da un disegno di Francesco Roberti, bulino, 1828. Raccolta privata. Ritratto fotografico della beata Elisabetta Vendramini (1845 circa). Padova, Casa Madre delle suore Elisabettine.

Frontespizio de Gli Orfanelli. Strenna Bassanese. Anno I, Bassano. Tipografia Baseggio, 1854. Raccolta privata. Lastra tombale dell’abate Giambattista Roberti nella chiesa degli Ognissanti, dove i conti Roberti avevano le sepolture, 1786 circa.

Roberti, Andrea Golini e Giambattista Roberti. Giunti alla porta della chiesa don Marco Cremona diede a tutti l’acqua benedetta, poi fece inginocchiare i fanciulli sui gradini dell’altare maggiore e parlò con parole appropriate. Il santo sacerdote volle portare a compimento la sua opera con il testamento del 26 dicembre 1827, così disponendo: Io Marco Cremona del fu Angelo sacerdote secolare dono liberamente ed in perpetuo e dono la Chiesa, convento, piccolo orto e poca terra arativa il tutto cinto d’alti muri al civico n. 42… fu locale dei Padri Capucini. Il 7 gennaio seguì un secondo testamento con il quale egli legò al medesimo orfanotrofio i rimanenti suoi beni. Il testamento del 26 dicembre 1827 fu rifatto il 12 marzo 1828, controfirmato da don Marco Cremona, dai testimoni Francesco Roberti (il pittore), Angelo Tommasoni, e dai preposti Francesco Vanzo, Gaetano Fasoli e Francesco Agostinelli, i quali all’indomani decisero di intitolare l’orfanotrofio allo stesso don Marco in segno di ricono-

scenza. la conferma ufficiale della pia istituzione giunse il 9 settembre dello stesso anno. Gli orfanelli venivano in quel tempo alfabetizzati e avviati a diventare falegnami, calzolai, sarti, doratori, ecc., mentre i più dotati finivano per diventare maestri elementari, segretari comunali, musicisti, organisti, pittori o sacerdoti. Grande importanza era data all’educazione religiosa: gli orfanelli erano quotidianamente condotti nell’annessa chiesa degli Ognissanti per le pratiche religiose, per ricordare i tanti benefattori dell’Istituto o per udire edificanti storie di santi istitutori. Alla fine delle cerimonie veniva loro data da baciare una argentea Pace con la Santissima Trinità in rilievo, forse già appartenente al patrimonio dei cappuccini. Si volle altresì rendere visibile la loro condizione di orfani protetti dal Cielo commissionando al pittore bassanese Francesco Facci-Negrati (18101839) un San Filippo Neri orante. Nel giugno del 1829 l’Orfanotrofio ottenne in regalo dagli eredi Rezzonico il corpo di san Innocenzo martire, già nel loro oratorio privato, che venne traslato con tutti gli onori nella chiesa dell’Orfanotrofio. per tutto l’Ottocento le elargizioni dei ricchi bassanesi si succedettero frequenti: basti ricordare quelle di paolo luigi Vittorelli (1828), Cecilia Negri (1830), Francesco Vanzo (1833), Giambattista Roberti (1836), laura Negri-Miazzi in Roberti (1840), Domenico Cerato-Mora (1840), pietro Mercante (1841), Giuseppe Baroncelli (1841), Giorgio Baggio (1843), Giuseppe Jonoch (1844), Ottavio Angaran (1846), pietro Stecchini (1849), don Alessandro Roberti (1860), Sante Mozzi (1863), Gaetano Fasoli (1867), Teresa Gioseffa Remondini-perli (1869), Elisa Stella-Girardello (1877). Agli inizi del Novecento l’Orfanotrofio aveva accumulato così ingenti capitali da permettersi di investirne una parte in Titoli del debito pubblico e in prestiti al tasso del 5%. Il 2 ottobre 1855 si registrò il trionfale ingresso di quattro padri somaschi: un padre direttore e tre chierici. l’arciprete Domenico Villa lesse nella chiesa degli Ognissanti un edificante discorso, ringra-


Pittore veneto, le sette Opere di Misericordia con il Giudizio Universale, olio su tela, prima metà del XVII secolo. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona.

21 ziò pubblicamente i preposti per avere avuto il merito di chiamare alla direzione dell’orfanotrofio tali religiosi, ricordò infine don Marco Cremona e i santi protettori della gioventù: luigi Gonzaga e Stanislao Kostka. Fu durante la loro direzione che vennero apportate delle migliorie alla chiesa dei cappuccini e collaudato, nel 1865, un nuovo Organo con 19 registri e tiratutto della rinomata ditta dei fratelli Giacobbo di Bassano. In seguito a incomprensioni, i padri Somaschi furono costretti ad abbandonare l’Orfanotrofio nel 1886. Dal 1880 al 1883 fu assistente degli orfani e maestro di falegnameria il fratello somasco Federico Cionchi (1857-1923) detto Righetto, fatto segno di apparizioni mariane all’età di cinque anni nei pressi di un capitello, sopra il quale sarebbe sorto il famoso santuario della Madonna della Stella nei pressi di perugia. Benvoluto da san Giovanni Bosco e dal beato pio IX, Cionchi fu per quarant’anni umile

sagrestano nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Treviso e oggi è prossimo a salire agli onori degli altari. A cavallo del Novecento, quando c’era come preposto Bortolo Zanchetta (1838-1904), si avviarono importanti lavori di ampliamento della chiesa, purtroppo cancellando in gran parte le caratteristiche e lo spirito originario dell’edificio. Si alzò notevolmente il tetto, si realizzarono due nuovi altari lignei laterali dedicati a Maria Bambina e a san Girolamo Emiliani (nuovo santo titolare), nonché un profondo presbiterio con coro per accogliere l’organo e l’altare maggiore in marmo (costruito da maestranze povesi). la rinnovata chiesa venne benedetta dall’abate Giambattista Gobbi nel 1902, in occasione della novena di San Girolamo Emiliani. A completamento dell’opera, nel 1903 fu commissionato al pittore Noè Bordignon (1841-1920) un ciclo di affreschi per il presbiterio, comprendente i seguenti sog-


Noè Bordignon, San Girolamo Emiliani che distribuisce il pane agli orfanelli, affresco con ritocchi a secco, 1914. Bassano, Soffitto della chiesa degli Ognissanti, già dell’Orfanotrofio maschile Cremona. Scuola di Giambattista Volpato, Cristo che cade sotto il peso della Croce ed è asciugato dalla Veronica, olio su tela, fine XVIII secolo. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona.

Federico Cionchi davanti all’edicola della Vergine, dove ebbe le apparizioni all’età di cinque anni. Olio su tela, fine XIX secolo.

getti: Gesù Bambino che aiuta il padre Giuseppe falegname, Gesù nell’orto del Getsemani (alle pareti laterali), Cristo risorto sul riquadro della cupola e Un angelo annunciante sulla riserva dell’archivolto del presbiterio. l’Orfanotrofio conserva anche i quattro disinvolti bozzetti a tempera su cartone. Nella visita pastorale del 1913 del vescovo vicentino Ferdinando Rodolfi venne trovato tutto in ordine. Nel maggio del 1914 lo stesso pittore Bordignon affrescò il soffitto della navata con la scena di San Girolamo Emiliani che distribuisce il pane agli orfanelli: un’opera di particolare impatto visivo ed innovativa nella scena centrale degli orfanelli, che chiuse la sua stagione bassanese. lo stato precario dell’organo Giacobbi spinse a installarne uno nuovo della rinomata ditta dei pugina di padova, che rilevò tutta la precedente struttura. l’inaugurazione avvenne nel 1923 con il collaudo dei maestri Antonio Coronaro e Giambattista Bevilacqua, i

quali riscontrarono l’organo lodevole sotto tutti i punti vista anche se di modeste proporzioni, così come definirono indovinata la sua ubicazione nel parete di fondo del coro, utile anche per lo studio dello strumento da parte degli orfanelli. Il 23 marzo 1926 giunse alla direzione dell’Orfanotrofio la notifica di vincolo emessa dal Ministero della pubblica Istruzione per la chiesa, ormai completamente manomessa. Tra i superstiti oggetti d’arte del complesso meritano di essere segnalate per il loro valore simbolico-religioso le seguenti opere: Ritratto di fra’ Antonio Eremita (piccola tela della prima metà del XVII secolo, che doveva essere abbinata ai ritratti dei discepoli Andrea pivano da Carmignano e Gaspare Gropello), Testa di Cristo crucigero (affresco del XVI secolo staccato da un ambiente del convento), Cristo che cade sotto il peso della Croce ed è asciugato dalla Veronica, tela di grande pathos di cm 161x159, uscita dalla bottega del bassanese


La facciata neoclassica della chiesa dell’Annunziata, già ad uso dell’Orfanotrofio Pirani, innalzata su progetto del tagliapietra Benedetto Cannella e perfezionata con i suggerimenti degli architetti Lazzari e Bagnara. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona, metà del sec. XIX.

Giovanni Battista Volpato (1633-1706), San Francesco d’Assisi in contemplazione del Crocifisso con sant’Antonio di Padova (tela di cm 140x107 di scuola veneziana del Settecento), Ritratto di don Marco Cremona (un olio del pittore bassanese Francesco Roberti, dipinto nel 1827 circa), Busto di don Marco Cremona (scolpito dal bassanese Antonio passarin nel 1840 circa). Un discorso a parte merita l’interessante opera Le sette opere di Misericordia con Giudizio Universale soprastante, che inizia ad apparire negli inventari dell’Orfanotrofio a partire dal 1881. Non essendoci riferimenti specifici all’ordine dei cappuccini è ipotizzabile che il dipinto sia entrato a far parte dell’arredo della chiesa all’epoca di don Marco Cremona o dei padri somaschi, forse attraverso una donazione. Il particolare tema era caro fino dal Cinquecento ai sodalizi caritatevoli, alle varie confraternite: sono rappresentate, nella parte centrale, le Sette opere misericordiose mentre, nella parte superiore, appare descritto il momento del giudizio finale con un Dio non irato. l’impostazione cromatica dell’opera è giocata sulle tonalità squillanti, evocando da una parte il linguaggio di paris Bordone, dall’altra più aggiornati spunti tizianesco-dalpontiani di area trevigiana. la chiesa delle Beata Vergine Annunziata dell’Orfanotrofio pirani Tra le chiese bassanesi quella dell’ex orfanotrofio pirani è la più defilata e la meno nota. Il sacro edificio venne innalzato come luogo di preghiera delle orfanelle ricoverate nell’attiguo Istituto. Con la diffusione delle nuove teorie igienico-sanitarie, nel corso del Settecento la cosiddetta classe illuminata aveva iniziato a riconsiderare il grave problema dell’infanzia abbandonata, fonte di preoccupazione per lo spreco di vite umane e per gli aspetti religioso-morali che talune sue forme degenerative potevano assumere. Sino ad allora molto aveva fatto il vecchio Oratorio dei Santi Girolamo Emiliani e Filippo Neri della Dottrina Cristiana, istituito nel 1638 presso la chiesetta di San Giuseppe entro il castello e ampliato nel 1750. proprio attorno alla metà

23 del Settecento si sentì il bisogno di porre mano al problema in maniera più strutturata e, ancora una volta, saggi uomini Chiesa avviarono una concreta iniziativa volta ad attenuare l’esplosiva questione sociale, grazie anche a sovvenzioni comunali e private. l’8 ottobre 1750 l’arciprete Andrea Verci e ventisei cittadini firmarono una Carta obbligatoria con la quale si impegnavano a sborsare annualmente una piccola somma di denaro per l’incominciamento di un Conservatorio di fanciulle, detto anche Reclusorio. Il 21 novembre 1750, giorno della festa della presentazione di Maria Vergine al Tempio, le prime quattro orfanelle del costituendo orfanotrofio varcarono la soglia della casa di don Santo pirani (17141780) e di don Giorgio pirani (1717-1790), posta dietro la chiesa di San Francesco. la dimora risulta intestata espressamente ai fratelli pirani soltanto a partire dall’estimo del 1744. Qualche anno prima i due sacerdoti ave-


L. Olivo, profilo di don Giorgio pirani, bassorilievo in gesso, fine sec. XIX. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona. Iscrizione tombale di don Giorgio Pirani su una «lastolina» di di rosso di Pove nella chiesa dell’Annunziata, 1790. Giulio Golini, Due orfanelle fanno capolino dalle grate, affresco, 1760 circa . Bassano, chiesa dell’Annunziata.

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Pianeta pasquale ricamata a punto raso dalle orfanelle, con garofani, campanule azzurre, fragole, orchidee e papaveri, metà del sec. XIX. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona.

vano ricevuto dalla famiglia l’indispensabile patrimonio ecclesiastico necessario per ricevere gli ordini superiori, rispettivamente nel 1735 e nel 1737. Il padre, Anzolo di Santo Piran da Sant’Anna di Rosà, era un piccolo mercante di Zoccoli e Ferrarezza che aveva sposato nel 1713 la bassanese Daciana Taverna, nipote del conciatore di pellami Simon Tavernario. la signora Daciana era una donna oculata, che sapeva come mettere a frutto le sue sostanze: nel 1725, per esempio, prestò al tasso del 4% circa 2000 ducati ricevuti in eredità da una sua ava mentre, nel

1758, affrancò i nobili Golini da un livello di un capitale a lei dovuto di 3000 ducati. Alle luce delle recenti ricerche la storia dei primi anni dell’Orfanotrofio deve essere riscritta perché non furono i due fratelli pirani e la madre Daciana ad avviare materialmente la pia istituzione ma don Giorgio pirani e il sacerdote secolare Giuseppe Gaetano Tommasoni (1709-1782), abitante nella casa paterna di contrada del Bue (ora via Barbieri) e zio del teologo domenicano Tommaso Tommasoni. Altro fatto sinora sconosciuto è quello relativo alle prime due donazioni. Il 13 novembre 1750 i sacerdoti pirani e Tommasoni ricevettero dalla bassanese Chiara Maria Barezza una cospicua donazione inter vivos a beneficio dell’istituendo Pio Luogo per il ricovero di giovani Zitelle periclitanti, cioè di orfane in pericolo di dannazione. la signora donò irrevocabilmente ai due sacerdoti ogni suo bene alle seguenti condizioni: di essere ricevuta in qualità di Direttrice dell’Istituto e delle orfanelle stesse, di ricevere un adeguato mantenimento di vitto e alloggio, di avere un decente funerale in caso di morte. Qualche mese dopo ci fu un’altra provvidenziale donazione: il primo marzo 1751 la signora Teresa Stevani devolveva ai due istitutori 500 ducati, con la sola condizione di essere assunta come Maestra in quel luogo pio per il corso della restante sua vita. Il 12 agosto 1751 don Nicola Tirabosco, allo scopo di conseguire tutte le garanzie di legge, compariva nelle vesti di procuratore davanti al podestà di Bassano per esporre le pie intenzioni delle due signore ed elencare l’entità delle loro donazioni, con le condizioni previste. Nel breve volgere di un anno le orfanelle diventarono una quindicina, per cui gli Istitutori acquistarono la vicina casa con corte e orti di Giacinta Appollonio Vittorelli e dopo, un necessario adeguamento, vi trasferirono le piccole ospiti, le quali dovevano provenire esclusivamente dal distretto bassanese. Fra di loro c’erano quelle totalmente mantenute dall’Istituto e quelle invece che pagavano una retta parziale o totale. Il Comune, a partire dal 29 gennaio 1752, stabilì un sussidio di lire 100


Interno della chiesa dell’Annunziata con l’altare maggiore in Biancone, disegnato da Giovanni Miazzi e realizzato dal tagliapietra Gerolamo Balestra, 1768-1771. Giuseppe Nogari, l’Annunciazione di Maria, olio su tela, 1754. Bassano, chiesa dell’Annunziata.

per cinque anni e decise di destinare due consiglieri quali Protettori del ricovero, nascente sotto la direzione di don Giorgio Pirani e don Giuseppe Tommasoni. le sovvenzioni poi si protrassero sino al 1770. A partire dai primi anni di vita della pia opera si rese necessaria la costruzione di una specifica chiesetta, perché sarebbe stato disdicevole per la mentalità dell’epoca fare uscire in processione le ragazze. Già il 22 aprile 1752 i fratelli Sante e Giorgio pirani, unitamente alla madre Daciana, ottenevano dalle autorità veneziane il Decreto Sovrano per innalzare un Oratorio pubblico in un proprio fondo confinante con l’Orfanotrofio, da mantenere a loro spese. Il vescovo di Vicenza fu ben lieto di consentire l’opera per la quale precisò: Sopra il portico del Pio Conservatorio sulla pubblica strada vi sta dipinta l’immagine della Santa Vergine Annunziata. I Bassanesi sono devoti e tanti si fermano e si inginocchiano a pregare davanti a quest’immagine. In Bassano non esiste alcuna chiesa o altare dedicato all’Annunziata. E’ giusto dare al popolo la possibilità di coltivare questa devozione in un oratorio pubblico. Quindi il piccolo affresco dell’Annunziata, dipinto sopra il portico dell’Orfanotrofio, fu lo spunto per l’intitolazione della nuova chiesa.

Aristide Stefani, Baldacchino in legno intagliato e dorato sopra l’altare dell’Annunziata, fine sec. XIX. Santino con il Sacro Cuore di Maria dipinto dall’orfanella Angela Zaltron, poi apprezzata istitutrice. Acquerello, 1886. Raccolta privata.

All’inizio del 1754 la chiesetta era ormai ridotta a perfezione e l’arciprete Verci la benedisse dopo aver ottenuto licenza dal vescovo, il quale permise la celebrazione della messa in tutte le feste dell’anno. Seguirono altre concessioni, come la possibilità di seppellire nell’oratorio le orfanelle, di istituirvi la Via Crucis, di conservarvi il Santissimo e di esporlo per l’adorazione. Nel 1768 le orfanelle erano diventate 28 ed erano mantenute con i loro lavori di tessitura e di ricamo fino, le rette delle paganti, le sovvenzioni comunali, la generosità della famiglia pirani e le donazioni

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progetto del campanile dell’Annunziata, disegno a penna e acquerello, 1784 circa. Raccolta Fondazione Pirani-Cremona. Benedetto Cannella, progetto per la facciata della chiesa dell’Annunziata, disegno a penna e acquerello, 1840 circa. Raccolta Fondazione Pirani-Cremona. La finestra centrale rettangolare venne alla fine sostituita da una di tipo termale. Particolare delle campane della chiesa dell’Annunziata uscite dalla fonderia di Pietro Colbacchini tra il 1878 e il 1879.

26 testamentarie, che iniziarono ad aumentare in maniera esponenziale. In seguito don Giorgio pirani ebbe a precisare che, con le varie attività di cucito, si potevano agevolmente mantenere una cinquantina di povere ragazze, istruendole e dando loro un avvenire sicuro. le orfane ricamavano preziosi paramenti sacri per le chiese della zona, tovaglie, interi corredi e rammendavano vestiario di vario genere. Raggiunta la maggiore età le giovani potevano passare al matrimonio con una dignitosa dote, entrare come governanti in famiglie altolocate o rimanere nell’Istituto come suore-maestre. la prima direttrice, Chiara Maria Barezza, morì nel 1772 e venne sepolta alla Misericordia. la signora Daciana Taverna spirò l’11 gennaio 1779 all’età di 93 anni, mentre don Santo pirani se ne andò l’anno dopo e trovò sepoltura accanto alla madre nella chiesa delle Zitelle. Don Giorgio, rimasto solo, stese il Regolamento del ricovero nel 1785 e, il 21 novembre dello

stesso anno, scrisse il suo testamento con il quale istituì erede universale l’Orfanotrofio e commissaria la direttrice Elisabetta lugo, chiedendo alla fine di essere sepolto accanto alla madre. Morì il 6 febbraio 1790 all’età di 73 anni. la chiesa dell’Orfanotrofio è menzionata espressamente da Giambattista Verci (1775) nel seguente modo: Santa Maria dell’Annunziata, Chiesa delle Orfane. La tavola dell’Altare, che rappresenta Maria Vergine annunziata dall’Angelo Gabriele, è di Giuseppe Nogari. Il soffitto, di Giulio Golini. Dominava allora la scena bassanese dal punto di vista architettonico il pubblico perito Giovanni Miazzi (1698-1797) ed è plausibile che egli sia stato coinvolto nelle progettazione della chiesa sino dal 1752. Nel 1753 venne collocata a coronamento dell’opera una croce doppia dal fabbro Martino Nale, nel 1754 fu la volta delle grate ai finestroni lungo le pareti interne della chiesa, della scalinata esterna, della mensa dell’altare, degli scalini del campanile, realizzati dal tagliapietra di origine povese Giacomo Brutapelle. Nell’estate dello stesso anno si collocò anche la soave e squillante pala dell’Annunciazione di Maria del veneziano Giuseppe Nogari, nella quale il pittore dimostrò di avere aggiornato la sua iniziale formazione piazzettesca con i nuovi cromatismi avviati da Jacopo Amigoni. Tra il 1768 e il 1771 venne portato a termine dal tagliapietra Gerolamo Balestra il nuovo altare in Pietra di Biancon su disegno di Giovanni Miazzi. Il fabbro lazzaro Bonifaci coronò l’opera con l’esecuzione delle portelle del tabernacolo e di una croce. Al pittore Giulio Golini detto Golinetto (1715 c.-1780), dal 1749 dimorante a Bassano, venne invece affidato l’incarico di affrescare la ricordata volta e le pareti laterali, sulla cui fascia superiore dipinse in trompe l’oeil delle finte grate con delle graziose fanciulle in atto di cantare: quelle stesse orfanelle ricordate da don Giorgio pirani che accompagnavano con i loro canti celestiali il suono dell’organo. Quasi sicuramente lo strumento fu realizzato dall’organaro tedesco Bartolomeo Brandestini (1717 c.-1782), allora attivo a Bassano. Ancora alla fine del secolo il figlio


Architetto bassanese, l’oratorio di Sant’Andrea Avellino dei Vittorelli, 1745 circa, Fellette di Romano d’Ezzelino.

Ferdinando aveva il compito di tenerlo in ordine. E’ qui non può non tornare alla mente il veneziano Antonio Vivaldi, maestro di violino alle donzelle del Conservatorio della pietà dal 1703. Una volta portato a compimento l’elegante campanile in stile barocco (1786), fu la volta delle tre campane, trasportate dal campanile della vicina chiesa di Santa Caterina e collocate in sito assieme a una terza, fusa dalla ditta Colbacchini. I sacri bronzi vennero sostituiti con tre nuove campane dalla stessa fonderia bassanese, nel 1878 e nel 1879. poi fu la volta dei pavimenti in lastoline quadrangolari bianche e rosa di pietra locale della sacrestia e della chiesa (1789-90), realizzate sempre dalle maestranze Brutapelle-Balestra, che erano legate tra di loro da stretta parentela. le famiglie più in vista della città contribuirono con generosi donazioni: ne sono una testimonianza le tombe di Giacinta Apollonio Vittorelli (1776) nonna del poeta Jacopo, di Giovanna Sterni-Stecchini (1790), gli eleganti banchi in noce pagati da notabili del tempo come Bortolo Maello, Giacomo Mimiola, Girolamo locatelli, Roberto Roberti e dai fratelli Ferrari. Nel 1824 il cospicuo lascito del patrizio veneziano paolo Erizzo servì per fare fronte alle onerose spese per il mantenimento dell’Istituto. la morte di don Giorgio pirani (1790) e i continui rivolgimenti politici bloccarono i lavori di completamento, che ripresero soltanto nel 1840, quando la facciata grezza dell’oratorio venne rivestita dal paramento classicheggiante previsto dal progetto del tagliapietra Benedetto Canella, rettificato dai Professori dell’Accademia di Venezia Signori Lazzari e Bagnara. Dopo alcune ulteriori modifiche, apportate nel 1842 su suggerimento della Congregazione Municipale, la facciata fu inaugurata il 12 luglio 1842, anche se mantenne comunque una certa dissonanza tra le imponenti semicolonne, il timpano e la piccolezza della facciata. Il crollo del soffitto nel 1867 distrusse l’opera di Golini, subito sostituita da un affresco del pittore bassanese Girolamo Gobbato, che venne poi cancellato sotto una coltre di calce nel 1927 per il basso livello artistico.

l’oratorio di Sant’Andrea Avellino di Romano Basso dei nobili Vittorelli Il capostipite dei Vittorelli emerge dai documenti attorno alla metà del Quattrocento con la denominazione di Victorellus de Sancto Zeno. Nel breve volgere di alcune generazioni i suoi discendenti si arricchirono notevolmente, prima con l’attività calzaturiera e poi con quella più redditizia del notariato: l’aggregazione al nobile Consiglio di Bassano avvenne nel 1570. Il legame dei Vittorelli con la terra di origine (in particolare con le proprietà nella contrada alle Bonine) non venne mai meno nel corso di quasi cinquecento anni: il poeta Jacopo Vittorelli, ad esempio, meditava di chiudere l’esistenza nel suo casino di campagna, posto proprio ai confini tra San Zeno e Romano Basso. Nel corso dei secoli divisioni e contenziosi ereditari assottigliarono notevolmente il patrimonio della famiglia. Un fondo rustico alle Bonine appare descritto in una


Interno dell’oratorio di Sant’Andrea Avellino con l’elegante altare decorato da stucchi rococò. L’ingresso principale visto dall’interno con la bella finestra ottagonale.

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mappa del 1587 e poi, in forma più precisa, in una mappa del Catasto Asolano del 1717: era allora proprietaria Isabella Renaldi, vedova del notaio Vettore Vittorelli. la prima documentazione dell’esistenza di un oratorio campestre in tale proprietà si trova nella visita pastorale del 1746 del vescovo padovano Carlo Rezzonico. la chiesetta risultava dedicata ad Andrea Avellino (1521-1608), santo dell’Ordine dei Chierici Regolari Teatini, speciale protettore contro le morti improvvise, e a sant’Antonio di padova, mentre proprietario del fondo era allora Andrea Vittorelli di paolo. Il committente dell’oratorio deve essere stato proprio quest’ultimo: non a caso nel suo testamento del 1755 egli menzionava tra i suoi particolari protettori ambedue i santi titolari dell’oratorio. Si rammenta che sant’Andrea Avellino venne canonizzato proprio nel 1712 da Clemente XI e, da allora, il suo culto si diffuse velocemente anche nell’Italia del nord. Dopo la morte di Andrea Vittorelli subentrarono come proprietari l’amata sorella lucia Vittorelli in Cerato e poi i pronipoti, Giuseppe e Vittore Vittorelli di Giacomo Andrea. Ciò spiega perché nella visita pastorale del 1774 del vescovo di padova Giustiniani appare proprietaria della chiesetta campestre la signora Lucia Vettorelli in Cerato. Nel piccolo oratorio, affacciato ad ovest sulla pubblica via, si riscontra una grazia prettamente rococò: nelle eleganti lesene ioniche, nel mosso festone di stucco sopra la porta di accesso. Tale armonia è rispecchiata nel biancore interno, dove risalta un grazioso altare, coronato da un arco ribassato. I fregi in stucco, il motivo della conchiglia sommitale, il fascio di palmette del paliotto e le varie riquadrature, tutte in stucco e marmorino, evocano un modo di grande serenità. Data l’eleganza dell’edificio si potrebbero ipotizzare i nomi di Giovanni Miazzi o di Daniello Bernardi. l’oratorio era riccamente ornato di suppellettili, aveva una minuscola sacrestia ben guarnita, una pala d’altare con I santi Andrea Avellino e Antonio di Padova in adorazione della Croce, opera di tenebroso pittore veneto del primo Settecento, e una tela di sviluppo ver-


Pittore veneto, Sant’Andrea Avellino e sant’Antonio di padova ai piedi del Crocifisso, olio su tela, 1745 circa. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona (già pala dell’oratorio dei Vittorelli). Pittore veneto, Sant’Antonio di padova con la basilica a lui dedicata sullo sfondo, olio su tela, 1745 circa. Bassano, Fondazione Pirani-Cremona (già nell’oratorio dei Vittorelli). Il lato orientale della casa dominicale con fattoria dei Vittorelli alle cosiddette «Bonine» di Fellette.

ticale rappresentante Sant’Antonio di Padova a figura intera di migliore qualità, con sullo sfondo la basilica a lui dedicata. Nella paletta si vede sant’Andrea Avellino con i paramenti sacerdotali, folgorato ai piedi della croce mentre si apprestava a celebrare la Santa Messa. Nel 1781 si realizzò una piccola edicola campanaria sul tetto della vicina casa dominicale: la campana dei fratelli Colbacchini di Angarano recava a rilievo le sagome del Crocifisso, della Beata Vergine Maria e di san Bartolomeo apostolo. Qualche anno dopo l’ingegnere pietro Gaidon ideò il bel rivestimento del fianco ovest della casa dominicale, trasformandolo nella facciata di un tempio classico dell’Arcadia bassanese (1790 c.). Il complesso dominicale alle Bonine passò poi a Giuseppe Vittorelli, il quale ebbe aspri litigi e contenziosi giudiziari con il figlio Jacopo (il poeta) tanto che, nel 1791, nominò erede dei beni di San Zeno e di Cassola l’amoroso e obbediente figlio terzogenito Andrea. Nel settembre del 1796, durante la famosa battaglia di Bassano, le truppe francesi si spinsero sino alle Bonine, accampandosi nella zona e provocando non pochi guasti alla casa di villeggiatura e all’oratorio dei Vittorelli. Con il Catasto Napoleonico la dimora risulta già intestata al famoso poeta e, a partire dal 1814, egli iniziò a risiedervi con una certa stabilità per soprintendere ai lavori di restauro. Nel 1834 il poeta dettò l’ultimo testamento con il quale destinò la sua Campagna di campi trenta circa, con Casino e brolo in Roman Basso all’amato nipote Giacomo Vittorelli: morì il 12 giugno 1835. l’anno successivo l’erede passò a nozze con la benestante Angela Tonon. Dei figli della coppia sopravvisse a tutti il cavaliere dottor Andrea Vittorelli, che morì novantenne il 20 gennaio 1927, lasciando eredi universali la pia Casa di Ricovero, l’Orfanotrofio maschile Cremona e l’Orfanotrofio femminile piraniCremona. All’arciprete delle Fellette destinò tutte le preziose reliquie dell’oratorio alle Bonine, mentre al gastaldo lisciotto lasciò l’incarico di fargli celebrare una messa ogni mese nel suo oratorio alle Fellette, avendolo


Pietro Gaidon, la facciata occidentale del casino dei Vittorelli a Fellette di Romano d’Ezzelino. 1790. Lapide a ricordo dei lunghi soggiorni trascorsi dal Jacopo Vittorelli nella sua «villetta» a Fellette di Romano d’Ezzelino, inaugurata nel 2004 (testo e disegno di Agostino Brotto Pastega).

una campagna di 68 campi bassanesi ubicati in gran parte nella zona di Romano Basso, ossia di Fellette, e al cui centro insisteva l’amata villetta del poeta Jacopo Vittorelli. l’esecutore testamentario dovette subito procedere ad estinguere i vari debiti che gravano sulla proprietà, alienando ben 38 campi. Finalmente, l’11 novembre 1928, in seguito ad accordi intercorsi tra i tre Istituti beneficati, la villa alle Bonine passò al solo Istituto pirani-Cremona perché già confinante con altre proprietà. Concessa poi in affitto per un cinquantennio alla famiglia lunardon, la villa divenne una rinomata trattoria, in seguito nota come Osteria al Pavone per avere avuto al suo interno un pavone imbalsamato. Nel 2004, su iniziativa delle Fondazione don pirani e dei comuni di Bassano del Grappa, Romano d’Ezzelino e Cassola, venne collocata una lapide sulla facciata ovest della casa a ricordo dei sereni anni colà trascorsi dal poeta Vittorelli. Agostino Brotto pastega

ben retribuito. la sostanza abbandonata dal nobile Andrea Vittorelli consisteva nell’ex palazzo Cortellotti-Remondini di via beata Giovanna Bonomo (destinato in prima stesura testamentaria a tubercolosario bassanese), più

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QUADRO CRONOlOGICO lE ChIESE DEllA FONDAZIONE

AVVENIMENTI STORICI

Don pirani e don Tommasoni avviano un orfanotrofio femminile.

1750

Jean-Jacques Rousseau pubblica il Discorso sulle scienze e le arti.

le orfanelle vengono trasferite in un apposito pio luogo.

1751

Si pubblica il primo volume dell’Encyclopédie.

la chiesa dell’Annunziata rimane all’Orfanotrofio pirani.

1790

Costituzione civile del clero in Francia.

Apre i battenti l’Orfanotrofio maschile agli Ognissanti.

1827

Si inaugura il monumento a Canova dei Frari a Venezia.

la chiesa degli Ognissanti passa all’Orfanotrofio intitolato a don Cremona.

1828

Esumazione dei resti di paolo Sarpi.

I Somaschi entrano nell’Orfanotrofio maschile don Cremona agli Ognissanti.

1855

Alleanza europea contro la Russia.

l’oratorio dei Vittorelli alle Fellette passa all’Orfanotrofio femminile pirani.

1928

Einstein sviluppa la teoria della relatività.

la chiesetta di San Bartolomeo di pove passa all’Orfanotrofio Cremona.

1948

Blocco sovietico di Berlino nel mese di giugno.

I due Orfanotrofi si uniscono in Fondazione pirani-Cremona il 24 dicembre.

2004

Abolizione del servizio militare obbligatorio in Italia.


NUMeri pUBBliCATi DAl 1989 NUMeri OrDiNAri N° 1 Alberto parolini N° 2 Castellano da Bassano N° 3 Bartolomeo Gamba N° 4 Antonio Gaidon N° 5 Oscar Chilesotti N° 6 Tiberio Roberti N° 7 Giuseppe lorenzoni N° 8 plinio Fraccaro N° 9 pietro Colbacchini N° 10 Bortolo Sacchi N° 11 Giovanni Montini N° 12 Giovanni Volpato N° 13 Jacopo Apollonio N° 14 lazzaro Bonamico N° 15 F. e l. dal ponte N° 16 Giovanni Miazzi N° 17 Bartolomeo Ferracina N° 18 Antonio Marinoni N° 19 Antonio Baggetto N° 20 Jacopo Bassano N° 21 San Bassiano N° 22 Antonio Suntach N° 23 I Remondini N° 24 pietro Stecchini N° 25 Gina Fasoli N° 26 luigi Fabris N° 27 Giambattista Volpato N° 28 Sebastiano Chemin N° 29 Giambattista Roberti N° 30 Ezzelino da Romano N° 31 Teofilo Folengo N° 32 Giusto Bellavitis N° 33 Danilo Andreose N° 34 Giovanna M. Bonomo N° 35 Giuseppe J. Ferrazzi N° 36 Giambattista Verci N° 37 Giuseppe Betussi N° 38 Giambattista Brocchi N° 39 Jacopo Vittorelli N° 40 Domenico Freschi N° 41 Giuseppe Barbieri N° 42 Roberto Roberti N° 43 la Battaglia di Bassano N° 44 Francesco Antonibon N° 45 pietro Menegatti N° 46 Giuseppe Frasson N° 47 pietro Fontana N° 48 Giacomo Angarano N° 49 G. Vanzo Mercante N° 50 Giovanni Brotto N° 51 Il Millennio di Bassano N° 52 I larber N° 53 Orazio Marinali N° 54 Angelo Balestra

1989 1989 1990 1990 1990 1990 1990 1990 1991 1991 1991 1991 1991 1991 1992 1992 1992 1992 1992 1992 1993 1993 1993 1993 1993 1993 1994 1994 1994 1994 1994 1994 1995 1995 1995 1995 1995 1995 1996 1996 1996 1996 1996 1996 1997 1997 1997 1997 1997 1997 1998 1998 1998 1998

N° 55 N° 56 N° 57 N° 58 N° 59 N° 60 N° 61 N° 62 N° 63 N° 64 N° 65 N° 66 N° 67 N° 68 N° 69 N° 70 N° 71 N° 72 N° 73 N° 74 N° 75 N° 76 N° 77 N° 78 N° 79 N° 80 N° 81 N° 82 N° 83 N° 84 N° 85 N° 86 N° 87 N° 88 N° 89 N° 90 N° 91 N° 92 N° 93 N° 94 N° 95 N° 96 N° 97 N° 98 N° 99 N° 100 N° 101 N° 102 N° 103 N° 104 N° 105 N° 106 N° 107 N° 108/109 N° 110

Giuseppe Bombardini Francesco Vendramini Francesco Roberti Miranda Visonà Guido Agnolin Elisabetta Vendramini Ottone Brentari Achille Marzarotto Gino pistorello Francesca Roberti Aurelio Bernardi Zaccaria Bricito Antonio Viviani Domenico Conte Domenico Maria Villa Antonio Bernati Tito Gobbi Bortolo Zanchetta Giovanni Balestra pietro Malerba Ferruccio Meneghetti Fratel Venzo Niccolò leszl Antonio Marcon Gregorio Vedovato Bruno Baruchello luigi Vinanti Sebastiano Baggio Virgilio Chini luigi Viviani Alessandro Campesano Giorgio pirani Guido Cappellari Roberto Cobau Francesco Facci Negrati luigi Zortea Villa Morosini Cappello Giovanni lunardi Alfeo Guadagnin Carlo paroli Vigilio Federico Dalla Zuanna Francesco dal ponte il Vecchio pietro e Giuseppe longo I Bortignoni Giuseppe Zonta Giovanni Bottecchia Andrea Secco Giuseppe Ruffato Tommaso Tommasoni I fondatori dell’Orfanotrofio Cremona prospero Alpini Quirino Borin Teresa Rossi Rampazzi pietro Roversi Don Domenico Brotto

1998 1998 1999 1999 1999 1999 1999 1999 2000 2000 2000 2000 2000 2000 2001 2001 2001 2001 2001 2001 2002 2002 2002 2002 2002 2002 2003 2003 2003 2003 2003 2003 2004 2004 2004 2004 2004 2004 2005 2005 2005 2005 2005 2005 2006 2006 2006 2006 2006 2006 2007 2007 2007 2007 2007

N° 111 N° 112/113 N° 114 N° 115/116 N° 117 N° 118 N° 119 N° 120 N° 121 N° 122 N° 123 N° 124 N° 125 N° 126 N° 127 N° 128 N° 129 N° 130 N° 131 N° 132 N° 133 N° 134 N°135/136

Don Antonio Dalla Riva Guglielmo Montin Monsignor Egidio Negrin Arpalice Cuman pertile Antonio Andriolo primo Silvestri Bortolo Camonico I passarin Castelli e battaglie di Ezzelino III I Giacobbi Maggiotto Marco Sasso pietro Bonato Melchiore Fontana Guglielmina Bernardi Unitalsi - Gruppo di Bassano luigi Chiminelli leone Carpenedo Efrem Reatto pacifico pianezzola la Carrozzeria pietroboni Gianni Visentin Mons. Ferdinando Dal Maso Noè Bordignon

NUMeri SpeCiAli N° I la Carrozzeria Fontana N° II Il Giardino parolini N° III Gaetana Sterni (IIa edizione 2001) N° IV Il C.A.B. N° V la Grande Guerra N° VI Il Club Alpino Bassanese N° VII Maria prosdocimo Finco N° VIII lo Scautismo bassanese N° IX l’arte orafa veneta N° X Il colore a Bassano N° XI Il castello di Bassano N° XII Il Rotary Club di Bassano palazzo e “Illustri” Roberti N° XIII Il Gruppo “Bresadola” N° XIV Il lions Club di Bassano N° XV l’Oreficeria Balestra N° XVI la Fondazione Don Cremona N° XVII N° XVIII 25 Anni di premio Cultura l. Bonfanti e il Museo dell’Auto N° XIX Antonio Bianchi N° XX la Società Tennis Bassano N° XXI I 100 anni del Rotary International N° XXII N° XXIII I 25 anni del panathlon Club Bassano N° XXIV M. Cremona ed E. Vendramini la Croce Rossa a Bassano N° XXV N° XXVI Il CIF di Bassano N° XXVII la Battaglia di Arresto N° XXVIII I 20 anni di Casa Sichem N° XXIX I 25 anni dell’A.I.B. N° XXX le chiese della Fond. pirani-Cremona

2008 2008 2008 2008 2009 2009 2009 2009 2009 2009 2010 2010 2010 2010 2010 2010 2011 2011 2011 2011 2011 2011 2012 1990 1991 1991 1991 1992 1992 1993 1993 1993 1995 1996 1996 1999 1999 2002 2002 2002 2003 2003 2003 2004 2005 2005 2006 2007 2008 2008 2009 2010 2012



L'Illustre bassanese