Page 1

Fondato

nel 1989

DISTRIBUZIONE GRATUITA

Noe’ BoRDIGNoN BIMeSTRaLe MoNoGRaFICo DI CULTURa

N° 135/136 · GeNNaIo-MaRZo 2012


Provincia di VICENZA

Comune di BASSANO DEl GRAPPA

Comune di CAmPOlONGO SUl BRENTA

Comune di CARTIGlIANO

Consorzio di promozione turistica di Vicenza e provincia

Comune di CASSOlA

Comune di ROmANO D’EZZElINO

Viale Venezia, 4 - Bassano del Grappa

Comune di VAlSTAGNA


In copertina, Noè Bordignon come risorto nel giorno del Giudizio Universale, affresco, 1879. San Zenone degli Ezzelini, parrocchiale, particolare.

NOE’ BORDIGNON l’ultimo grande frescante della civiltà veneta Grazie allo straordinario scavo archivistico compiuto da Agostino Brotto Pastega, autore di numerose monografie di artisti, possiamo accogliere nella galleria de L’Illustre bassanese Noè Bordignon. Ricostruendo le genealogie dei Bordignon, lo studioso ha infatti accertato che il ramo a cui appartiene il pittore ha le sue radici nel nostro territorio, a Cassola e a San Zeno. Ne risulta uno studio fondamentale in cui emerge a tutto tondo la figura del pittore, sia dal punto di vista umano sia artistico. Si può così rivivere il clima dell’epoca nei vari luoghi da lui frequentati: Castelfranco, Venezia, Roma, Firenze, Parigi e San Zenone degli Ezzelini, paese che lo ispirò profondamente e dove chiuse la sua esistenza. Sempre puntuale nell’analisi critica delle opere, molte delle quali inedite, Brotto Pastega sa presentarle con dovizia di particolari e precise contestualizzazioni. Questo studio arricchisce il catalogo delle opere, offrendo per il capolavoro La pappa al fogo la strabiliante notizia di due redazioni diverse. Inedite sono anche le testimonianze, documentate da alcune foto, dell’intensa attività decorativa svolta a Bassano e dintorni (come a San Zeno di Cassola), tra la fine del XIX secolo e il primo quarto del XX; lavori eseguiti a fresco su facciate di dimore gentilizie o all’interno di chiese. Tra questi merita un ricordo particolare la decorazione della cappella di Sant’Antonio, in San Donato di Angarano. Grazie al patrocinio del Comune di Cassola, inoltre, questo numero esce con una veste particolarmente ricca e avvincente.

Nel 2003 la Comunità di San Zeno apprese di avere dato i natali al pittore Antonio Bianchi (1848-1900), grazie a un’inedita ricerca del prof. Agostino Brotto Pastega. E’ ora la volta di Noè Bordignon (1841-1920), altro straordinario artista che lo studioso riporta -per così dire- a casa. Con mia grande sorpresa ho letto che la famiglia del pittore (dei Bordignon detti Ladarini) risulta abitare nel nostro territorio sin dal XVII secolo; in particolare nella frazione di San Zeno, dove un membro di tale famiglia ereditò dal canonico Francesco memmo la casa avita nell’omonima via. Gli stessi antenati del pittore battezzarono nella parrocchiale di San Zeno alcuni loro figli attorno alla metà del Settecento. Proprio in questa chiesa nel 1909 Noè Bordignon realizzò uno dei suoi più spettacolari affreschi, La Vergine Assunta in cielo. In occasione della festa patronale di San Zeno abbiamo dunque ritenuto significativo presentare alla Comunità questa raffinata pubblicazione. Attraverso la lettura emerge la novità di questo studio: l’autore recupera infatti notizie fondamentali per la conoscenza della vita e delle opere del “nostro” artista. Questa grande scoperta è motivo di orgoglio per tutta la comunità di Cassola. E’ un onore per noi sapere che la storia della famiglia di Noè Bordignon affonda le sue radici a Cassola e a San Zeno, perché così si arricchisce il patrimonio artistico-culturale del nostro territorio e il nome di San Zeno rimarrà per sempre legato a quello di Noè Bordignon. Il grazie più grande, di cuore e con affetto, va a chi ha realizzato questa straordinaria scoperta: il prof. Agostino Brotto Pastega, cittadino di Cassola che ha amato e che ama così tanto il suo Paese da trasformare il proprio lavoro di ricerca storico-artistica nella crescita culturale di Cassola e dei suoi abitanti. Il prof. Brotto Pastega offre alla sua terra un dono prezioso che completa la storia artistica del Veneto. Non si tratta però solo di questo: l’autore ha studiato la San Zeno di un tempo, entrando nella storia delle famiglie. Proprio lì, a contatto con le tradizioni, ha ritrovato Noè Bordignon. A nome della comunità di Cassola di ieri, oggi e domani, GRAZIE per il dono che sta facendo a tutti noi, alla nostra terra.

Giambattista Vinco da Sesso

Silvia Pasinato

Direttore de L’Illustre bassanese

Sindaco di Cassola

L’ILLUSTRe BaSSaNeSe

Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita

… dal 1989

aNNo XXIV n° 135/136 GeNNaIo/MaRZo 2012 - Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 R.P. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Giambattista Vinco da Sesso - Coordinatore editoriale: Andrea minchio Redazione: livia Alberton, Elena Trivini Bellini Hanno collaborato: Agostino Brotto Pastega, Silvia Pasinato Stampa: Arti Grafiche Bassano - Pove del Grappa (VI) - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Tiratura: 4.000 copie - Pubblicità e informazioni: 0424 523199; 335 7067562; e-mail eab@editriceartistica.it © CoPYRIGHT Tutti i diritti riservati eDITRICe aRTISTICa BaSSaNo Piazzetta delle Poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)

3


Atto di battesimo di un figlio di Bortolo Bortignon (bisavolo del pittore). San Zeno di Cassola, Archivio parrocchiale, Registro dei battesimi, 1752, novembre 17.

NOE’ BORDIGNON Il CANTORE DEl PEDEmONTE DEl GRAPPA

4

Noè Bordignon (1841-1920) è senz’altro uno tra i più amati pittori della nostra zona. Uno studio sull’origine degli antenati del pittore non risulta sia mai stato fatto. Nella recente mostra dedicata agli artisti di San Zenone (settembre 2011) il paese della strage degli ultimi Ezzelini è stato riconfermato come la terra dei padri di Noè Bordignon. In realtà la famiglia del pittore fu una famiglia in continua migrazione, che a San Zenone arrivò attorno al 1768 e già nel 1813 passò a Castelfranco. le prime notizie sul capostipite della famiglia Bordignon portano a un certo ser Bartholomeus dictus Bortignonus de Angarano macellatorem, attivo a Bassano nel 1471 e passato poi a Romano dove, nella corte della sua casa di contrada di Torre (ora San Giacomo),

veniva registrata nel 1477 la dote della sposa del figlio Antonio. Nel 1509 si ha notizia di un altro suo figlio, Domenico, abitante sempre nella zona di San Giacomo, intento a vendere tre campi nella contrada del Maxo di Romano. Dal soprannome del capostipite Bartolomeo si consolidò nel corso del primo Cinquecento il cognome Bortignon, poi variato nelle forme di Bortignoni, Bordigion, Bordigioni, etc. Il clan dei Bordignon è stato ed è uno dei più floridi del Bassanese: non vi è comune del comprensorio che non annoveri nuclei di tale famiglia, la quale fu in grado di incidere sulla toponomastica locale dando origine a delle contrade Bortignoni a Romano e a Fellette. Proprio per distinguere un ceppo dall’altro si formarono anticamente numerosi soprannomi e, fra questi, prese forma quello che indicava i Bortignon detti Lazaro, Lazari, Ladari o Ladarini, ceppo dal quale sortirono il vescovo di Padova Girolamo e il nostro pittore. Il soprannome nacque per la reiterazione del nome lazaro nella famiglia, dovuto a un intreccio matrimoniale. Il primo lazaro Bortignon di cui si è trovata traccia risultava già deceduto nel 1573 poiché in tale anno agivano i figli, i quali possedevano terreni sia a Romano che a Casoni di mussolente. Il citato Domenico nel 1580 vendeva al notaio Giulio Gosetti un campo posto a Romano nella contrada denominata la Cal Trivisana, suo fratello Andrea, nel 1584, assegnava una dote di lire 482 alla figlia lucia, sposa di lorenzo Rossi di San Floriano di Castelfranco. A Romano i Bortignon ebbero spesso ruoli di rappresentanza in seno comunale, come marcantonio Bortignon di lazzaro mariga nel 1645. A seguito di frazionamenti e contenziosi vari le proprietà dei Bortignon si assottigliarono, costringendo i vari membri ad alienare terreni per potere vivere, trasformandosi così in coloni o mezzadri. Nel 1645 si concluse un’aspra lotta tra fratelli, rientrata per l’interposizione di comuni amici e sancita da una sentenza giudiziale tramite la quale Domenico, Biasio, Anzolo e Andrea di Iseppo Bortignon si spartirono i pochi beni immobili che erano rimasti nella contrada dei Bortignoni. Per linea diretta


La dimora cinquecentesca di Cassola dei patrizi veneti Memo, passata nel 1788 per lascito testamentario a Giacomo di Bernardo Bordignon detto lazaro.

si è trovato che un certo domino Lazaro quondam Biasio Bortignon della villa di Roman il 17 febbraio 1673 affrancava un capitale di livello di 50 ducati, che era tenuto a pagare per un terreno posto a Romano, nella contrada dei Bortignoni. Il personaggio, il 29 luglio 1690, cedeva un livello sopra una casa coperta di coppi e scandole in quel di Cismon, per la quale aveva ricevuto a suo tempo l’investitura dai patrizi veneziani Venier. Ulteriori divisioni si ebbero nel 1717 tra Benetto Bortignon di lazaro e il nipote Biasio di Andrea per alcuni terreni e una piccola colombara con portico in contrada di Torre. Il Catasto Asolano del 1717 rilevò la frammentarietà dei beni in Romano, mussolente e Casoni dei Bortignon detti Lazaro, molti dei quali lavoravano ormai come coloni dei nobili Zambelli, Negri e Capovilla. Il ricordato Benetto Bortignon, nel suo testamento del 20 dicembre 1717, nominava erede universale il pronipote Andrea perché così potesse crearsi il patrimonio ecclesiastico per accedere al sacerdozio, in caso contrario tutto sarebbe andato al nipote Biasio. Nell’estate del 1736 Andrea Bortignon di lazaro acquistava dal negoziante vicentino Pietro mercante circa mezzo campo in quel di Casoni, confinante con un suo fondo. Già dall’epoca del suo matrimonio con una certa Benedetta egli era passato a Casoni, dove dal 1718 al 1728 ebbe numerosi figli: tra questi Domenico e Bortolo (bisavolo del pittore), i quali sposarono le sorelle maria e Giustina Zarpellon e si trasfe-

rirono a San Zeno di Cassola, parrocchia nella quale battezzarono alcuni loro figli (nel 1747 e nel 1752). I Bortignon detti Lazaro erano di casa da tempo a Cassola come lavoranti delle terre dei patrizi veneti memo. Il canonico Francesco memo (1724-1788), l’ultimo esponente di quei memo che ebbero sin dal primo Cinquecento dimora e terreni nell’omonima via di Cassola, finì per eleggere erede universale il suo servo Giacomo quondam Bernardo Bordignon detto Lazaro di Cassola, da lui accolto nella sua casa sino dal 1752 e al quale aveva insegnato a scrivere persino il suo nome. Il memo è noto per aver pubblicato nel 1754 Vita e macchine di Bartolomeo Ferracino. la mobilità delle famiglie del contado era allora favorita da matrimoni con donzelle dei paesi confinanti, dall’impellente necessità di trovare nuove sistemazioni lavorative o dal mancato rinnovo dei contratti di affitto, che comportavano il triste esodo in coincidenza della festa di san martino di Tours (11 novembre): da qui il popolare detto di far san Martin. Dalla lettura del Catasto Asolano (1717) e da quello Napoleonico (1810 c.) non è emerso che a San Zenone i Bortignon detti Lazaro avessero delle proprietà: il loro trasferimento avvenne con la generazione di Bortolo e la moglie Giustina Zarpellon attorno alla metà degli anni Sessanta del Settecento. Ciò è confermato dall’atto di matrimonio della loro figlia Benedetta, celebrato l’8 settembre 1768 a San Zenone, nel quale la sposa veniva definita nativa di Romano ora abitante a San Zenone. Bortolo Bortignon concluse la sua esistenza a San Zenone nel 1796, quando la moglie Giustina Zarpellon l’aveva preceduto da un anno. Nel successivo matrimonio di suo figlio lazaro con una ragazza del luogo, lucia Bernardi, il parroco di San Zenone non sentì più la necessità di evidenziare l’origine dello sposo poiché annotò nel registro dei matrimoni del 17 gennaio 1778: Si vuole contrarre matrimonio tra Lazaro figlio di Bortolo Bortignon quondam Andrea e Lucia figlia di Bortolo Bernardi quondam Zuanne ambi di questa parrocchia. I due, di condizione villici, vennero uniti in matrimonio il 25 febbraio successivo. Questo

5


Atto di battesimo di Luigia Bordignon (zia del pittore). Castelfranco, Archivio del duomo di Santa Maria Assunta e San Liberale, 1819, febbraio 21.

6

Noè Bordignon, Donzella a cavallo condotto da paggio, affresco, 1869 c. Castelfranco, palazzo Martini-Stecca.

lazaro, nato nel 1757, morì di febbre maligna nel 1798 a soli 41 anni, lasciando vedova l’ancora giovane lucia Bernardi. Dei loro figli si ricordano: Antonio nato nel 1787, di professione agricoltore, Bortolo nato nel 1789, anche lui villico, che si unì con margherita Cremasco e che per un certo periodo convisse in unione con il fratello più giovane Andrea. Va rilevato che in questo periodo il classico cognome della famiglia incominciò a essere registrato nella nuova forma di Bordignon. Con quest’ultimo Andrea Bortignon si è giunti al nonno del pittore, nato a San Zenone il 29 giugno 1784 e battezzato lo stesso giorno. Il 3 settembre 1806 il ventiduenne Andrea Bordignon, agricoltore illetterato abitante nel Colmel di mezzo di sotto di San Zenone detto di Caorocio, con il consenso della madre lucia, si unì civilmente in matrimonio con maddalena Vettorello del medesimo luogo, davanti all’ufficiale di Stato Civile come prescritto dalle nuove disposizioni del Regno d’Italia. la sposa era figlia del defunto Domenico Vettorello e di Antonia Cavazza: sorella quindi di quel don matteo Vettorello che morì in San Zenone a soli 53 anni il 15 settembre 1824. I fratelli Vettorello abitavano nella stessa contrada dei Bordignon, erano anch’essi di condizione villici ma avevano

almeno in proprietà un casolare e del terreno da coltivare. Il primo figlio di Andrea Bordignon nacque l’1 settembre 1807 e, nella stessa mattinata, il padre lo portò alla casa comunale per la registrazione di rito, dichiarando che gli aveva imposto i nomi di Domenico e Lazzaro: è questi il futuro padre del pittore. Seguirono lucia (1810), presto morta, e Regina (1811). la famiglia Bordignon conduceva una vita grama a San Zenone, sempre in lotta con gli affitti arretrati, con la necessità di provvedere alle tante bocche da sfamare. Il Veneto si trovava allora oppresso dalla seconda dominazione austriaca e i floridi opifici della Pedemontana del secolo precedente erano ormai solo un triste ricordo: la miseria, le malattie, il colera e le avverse stagioni erano sempre in agguato. San Zenone non offriva possibilità di riscatto e per i giovani che volevano sottrarsi a un destino di povertà non rimaneva che l’amara strada dell’abbandono delle dolci colline natie, dell’emigrazione verso i centri della pianura, che potevano almeno far sperare in una qualche occupazione. Castelfranco era ancora un animato distretto agricolo che, con i suoi mercati e le sue rinomate fiere, attirava i contadini della zona. Contrariamente a quanto ritenuto non fu il papà di Noè Bordignon a passare da San Zenone a Castelfranco ma furono i tre fratelli Bordignon della generazione precedente a emigrare come semplici agricoltori in quel distretto attorno al 1813. Bortolo Bordignon di lazaro già nel 1814 battezzò una figlia nel duomo di San liberale. Il fratello Andrea (il nonno del pittore) portò con sé la moglie maddalena Vettorello e i figli nati a San Zenone (Domenico lazzaro e Regina), si stabilì in una casa di Borgo Treviso al n. 236 della medesima parrocchia e vi battezzò la figlia luigia (1819). A poco meno di due anni i coniugi Bordignon si trasferirono in qualità di villici a Resana, nella contrada della Villa, dove nacque maria luigia mentre, nel 1824, rientrarono a Castelfranco per battezzare l’ultimogenita marianna. Antonio, il più piccolo dei tre fratelli, si stabilì in Borgo Treviso al n. 199 nella parrocchia di Santa maria Nascente e, il 23 aprile 1818, si sposò in San liberale


Noè Bordignon, la mosca cieca, olio su tela, 1874. Venezia, Gallerie dell’Accademia.

con una certa vedova lucia Pellizzari, di professione agricoltrice. Si è trovato che, ancora nel 1823, egli battezzava in quella parrocchia un figlio registrato come Bordignon Ferdinando detto Lazzaro. E’ probabile che già allora il nonno del pittore abitasse in una casa in affitto del Ricevitore di Imposte Giambattista Finazzi (1790-1867), proprietario sino dall’impianto del Catasto Napoleonico di alcuni immobili proprio in Borgo Treviso ed ivi residente al n. 225, non lungi quindi dalla famiglia del pittore. Nel 1824 Andrea Bordignon risulta abitare al n. 195 di Borgo Treviso mentre, attorno al 1825, si trasferì a Salvarosa, in una casa al civico n. 43, dove evidentemente aveva trovato più economiche condizioni di affitto. la data è stata desunta dall’atto di matrimonio della figlia Regina con l’artiere Pasquale Berto di Brusaporco, celebrato a Salvarosa il 7 febbraio 1839. In tale documento si legge infatti che Regina Bordignon, di condizione nubile e artista (cioè artigiana), nata in San Zenone il 15 ottobre 1811, era vissuta sino dall’infanzia nella parrocchia di San liberale di Castelfranco e poi passata in quella di Salvarosa. Il matrimonio di Regina avvenne a un mese dalla morte della

madre maddalena Vettorello, qualificata nell’atto canonico come maniaca deceduta per febbre consuntiva a soli 58 anni e sepolta in quel cimitero. Emerge quindi una condizione precaria della famiglia, che si riverberò nei decenni successivi: la devastante pellagra allora infieriva sugli esponenti del ceto contadino, spesso tormentati anche dai sintomi della pazzia. A Castelfranco Domenico lazzaro Bordignon (figlio di Andrea e papà di Noè) visse sino all’età di diciotto anni circa, apprese il mestiere di sarto e, il 30 aprile 1835, sposò nella pieve di Santa maria Nascente la cucitrice

7

Noè Bordignon, l’arcangelo Gabriele che scaccia lucifero, olio su tela, 1870 circa. Ubicazione ignota. Noè Bordignon, Il martirio di santa Eurosia, olio su tela, 1872. Riese, Santuario della Madonna delle Cendrole.


Il quadro di Noè Bordignon la morte di lucrezia degli Obizzi (1883) in una xilografia del periodico «L’Italia», 1883, Anno I, n. 13. Raccolta privata. Noè Bordignon, l’entrata di Gesù in Gerusalemme, affresco, 1870. Castelfranco, Pieve di Santa Maria Nascente. Noè Bordignon, la resurrezione di lazzaro, affresco, 1870. Castelfranco, Pieve di Santa Maria Nascente.

8

Angela Domenica Dorella, nativa di Sant’Andrea oltre il muson ma da diverso tempo residente in quella parrocchia, al n. 678 di Borgo Pieve. la coppia ebbe numerosa figliolanza, nove per l’esattezza, ossia: Giacomo Andrea (1835), deceduto infante, Andrea Raimondo Celeste (1836), deceduto infante, Filomena Dionisia (1838), cucitrice morta a soli 32 anni, Andrea Bernardo ( 1839), falegname, Noè Raimondo (1841), il pittore, Giordano Edoardo (1843), sarto, maddalena Giuditta (1845), sposatasi con Ferdinando Piva, luigi Antonio (1847), deceduto infante, e un feto innominato (1848). l’atto di battesimo del pittore venne redatto nella seguente forma: 5 settembre 1841. Noè Raimondo figlio di Domenico Bordignon e di Angela Dorella nato ier l’altro all’ore quattro pomeridiane fu battezzato oggi da me don Domenico Rossi curato. Padrini furono Caufin Nicolò e Dorella Trevisan Dionisia ambi della Pieve di Castelfranco. la sequela di gravidanze finì per minare la gracile costituzione della povera Angela Dorella, la quale spirò a soli trentasette anni il 30 dicembre 1848, dopo aver dato alla luce con grande travaglio il nono figlio, definito mostruoso e sepolto lo stesso giorno senza nome. la sventurata famiglia continuò per qualche anno ad abitare ancora a Salvarosa, almeno fino al 1853, anno nel quale

morì per acutissima pleunomite anche il vecchio Andrea Bordignon di 69 anni: il nonno del pittore. Il ritorno della famiglia Bordignon a Castelfranco, in una casa di Borgo Treviso di proprietà dei nobili Gritti, avvenne poco dopo. Fortunatamente era rimasta in famiglia senza sposarsi la ricordata maria luigia Bordignon (Resana, 1821-Castelfranco, 1892), la quale si dedicò con trasporto ai nipoti, tra i quali Noè e la piccola Filomena, poi sarta, deceduta a soli trentadue anni il 19 giugno 1873. Noè Bordignon, orfano di madre a soli sette anni, rimase nella pace campestre di Salvarosa sino all’età di 12 anni circa. In quel tranquillo paesello egli ebbe la possibilità di bearsi dell’incontaminata campagna circostante, dell’azzurra cornice delle montagne del Grappa, delle colorate pale d’altare della vecchia parrocchiale, tra le quali spiccava quella del veneziano Antonio Zona (1814-1892), collocata in sito nel 1846 e che forse gli instillò il desiderio di diventare pittore. Gli insegnamenti del parroco del paese, l’andata a piedi sino a Castelfranco per la frequenza delle prime classi elementari gli aprirono un meraviglioso mondo, mettendogli fra le mani carta e lapis, strumenti che gli permisero di far germogliare la sua innata predisposizione per il disegno. Il Veneto aveva già visto un piccolo Antonio Canova recarsi giornalmente a piedi a Pagnano per apprendere l’arte della scultura nella bottega dei Bernardi Torretti, negli stessi anni di Bordignon un altro dotato giovinetto, Giuseppe Sarto (poi Pio X), percorreva a piedi nudi la polverosa strada che da Riese conduceva a Castelfranco per frequentare le scuole ginnasiali. Nella bottega del padre sarto, Noè disegnava frutti, animali, motivi ornamentali per i ricami delle sorelle, destinate anche loro a diventare sarte. la nuova abitazione dei Bordignon era vicina alla sontuosa dimora dei mecenati Revedin e fu quasi naturale che il conte Francesco (1811-1869), podestà della città sino al 1866, il negoziante-farmacista sotto la Torre Giovanni Ruzza (1824-post 1863) e il Ricevitore delle imposte Giambattista Finazzi (1790-1867), tutti in stretta relazione tra di loro, si adoperassero affinché il comune di Castelfranco destinasse un sussidio per permettere al giovane dotato ma


Noè Bordignon, Ragazze che cantano in una valle, olio su tela, 1878. Milano, collezione privata. Noè Bordignon, Sant’Antonio di Padova, da Murillo, olio su tela, 1890 circa. Castelfranco, Duomo di S. Maria Assunta e S. Liberale.

povero di frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Noè approdò in laguna poco più che diciassettenne, nel 1858 e non nel 1859 come ritenuto. Egli vi giunse assieme al figlio del suo vecchio padrone di casa: il quasi coetaneo Pio Finazzi (Castelfranco, 1839-1891), il quale si meritò anche alcuni premi. Noè Bordignon ebbe come maestri per la Scuola di Elementi di Figura michelangelo Grigoletti, Pompeo molmenti e Napoleone Nani, per la Pittura Carlo Blaas, per gli Ornamenti lodovico Cadorin. Il giovanissimo Signor Noè Bordignon di Castelfranco ottenne nel corso di ben sette anni di Accademia i seguenti riconoscimenti: nel 1859 un III Accessit nella prima classe della Scuola di Elementi di Figura; nel 1860 un primo premio nella stessa disciplina e una medaglia di rame per le Copie dal Rilievo all’Acquerello; nel 1861 un II Accessit nella Classe Elementare, un I Accessit nella Scuola di Elementi di Figura, più un primo premio per la Copia dal Rilievo all’Acquerello colorato; nel 1862 un primo premio per l’Invenzione, una medaglia di rame per la Copia Semplice, un primo premio nella Scuola di Elementi di Figura e una medaglia di rame per le Riproduzioni a Memoria. Nel 1863 conseguì ben sei premi: una medaglia di rame per il Nudo in Disegno, un primo premio nella Copia della Statua Palliata, un II Accessit nella classe superiore della medesima specialità, una medaglia di rame per la Copia da Disegni, una Menzione Onorevole nella classe superiore della Scuola di Anatomia. Nel 1864 ricevette un I Accessit per l’Invenzione Storica in Cartone, un I Accessit per gli Studi di Colore pel Nudo e per Teste dal Vero, un premio e una medaglia di rame per il Disegno del Nudo. Alla fine dell’ultimo anno (18641865) conseguì un premio per gli Studi del Colore del Nudo e per le Teste. Un percorso accademico quindi brillante, costellato da numerosi riconoscimenti. Nel 1864 era stata riaperta la Scuola di Paesaggio con professore Domenico Bresolin, il quale era anche un esperto fotografo. Con lui gli alunni potevano trascorrere alcune proficue settimane autunnali in Terraferma, fra i colli e le vicine montagne, cosa della quale il sensibile Noè avrà avuto notizia, trattandosi di trasferte nella sua amatissima terra d’origine.

Guglielmo Ciardi, suo compagno di studi, proprio nel 1865 dipinse una Officina sul Brenta presso Bassano e, in seguito, alcuni scorci del Grappa in inverno. Fra le prime apparizioni in pubblico di Bordignon vi è quella di palazzo mocenigo del 1867, dove espose un romantico Paggio a olio. In tale anno egli risultava ancora risiedere a Venezia, in calle dei Cerchieri n. 1252, nella parrocchia di San Trovaso, quindi in una casa vicinissima all’Accademia. Tra il 21 e il 22 ottobre 1866 ci fu il plebiscito che sancì il passaggio del Veneto al Regno Sabaudo. Il 7 novembre successivo Vittorio Emanuele II entrò solennemente a Venezia, quasi sicuramente con l’esultanza del giovane Noè, allora ventisettenne: ne fa fede il suo olio Ritorno di un garibaldino, che egli espose sempre a palazzo mocenigo nel 1868, assieme alla teletta La contadinella. Nel frattempo Castelfranco lo reclamava a viva voce ed egli vi ritornò nel 1869, aprendo uno studio nella casa paterna e mantenendo quello veneziano di San Vio. Riferibile a questo ritorno in patria è il romantico affresco Donzella a cavallo condotta da paggio di palazzo martini-Stecca, rievocante l’estenuata eleganza delle corti rinascimentali e l’inconfondibile linguaggio di Giorgione. Alcune importanti commissioni gli erano giunte proprio da quest’area: si ricorda una Sant’Anna con la Madonna per la parrocchiale

9


Il Monumento ad Antonio Canova eretto nella basilica veneziana dei Frari in una xilografia del 1880 circa. Raccolta privata. Noè Bordignon, Due compaesani di Canova, olio su tela, 1883. Montebelluna, Veneto Banca Holding.

di Galliera, un Ritratto del conte Francesco Revedin, il soggetto storico Lamberto che riceve la benedizione della madre dal romanzo di Nicolò de lapi, una Madonna da Giorgione. Nel 1870 il pittore dipinse a secco i tre riquadri sotto il pronao della pieve di Santa maria Nascente (la sua parrocchia), con al centro una realistica Madonna, chiaramente derivata dalla posa di una modella con bimbo e, ai lati, due episodi del Nuovo Testamento di taglio più accademico: l’Ingresso di Gesù in Gerusalemme e la Resurrezione di Lazzaro, quest’ultimo forse un indiretto omaggio al nome ricorrente nella sua famiglia. Di grande forza romantico-visionaria risulta la sua pala L’arcangelo Gabriele che scaccia Lucifero (di cui rimangono anche alcuni schizzi), ancora influenzata dalla similare pala del suo maestro Grigoletti eseguita nel 1837. Già nella primavera del 1869 egli aveva inoltrato domanda all’Accademia veneziana per concorrere all’assegnazione del prestigioso pensionato

10

romano, sapendo che nella commissione giudicante c’erano i suoi vecchi professori. Escluso la prima volta, Bordignon ebbe maggiore fortuna nel successivo concorso, vinto nel dicembre del 1870. Con il sovvenzionamento previsto, egli raggiunse Roma all’inizio di febbraio del 1871 e si sistemò in un appartamento di Piazza Barberini, incrocio classico per gli artisti non lungi da Piazza di Spagna. Proprio in quei tumultuosi giorni veniva approvata la legge che sanciva il trasferimento della capitale da Firenze a Roma (3 febbraio 1871). Nel settembre del 1871 il pittore si recò nella campagna romana per dipingere en plei air, in particolare nella frequentatissima Genzano meta irrinunciabile, assieme alle cascate di Tivoli, di generazioni di artisti nordici: basti pensare alle vedute del nostro marinoni o al balletto Il festival dei fiori in Genzano, rappresentato per la prima volta in Danimarca nel 1858. Una pratica, quella del dipingere all’aria aperta, che egli non scoprì a


Noè Bordignon, Il moscone, olio su tela, 1886 circa. Venezia, Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. Il quadro di Noè Bordignon Fiori e dolci parole (1887) in una xilografia de «L’Illustrazione italiana», Anno XIV, n. 44, 1887, ottobre 16. Noè Bordignon, Testa di contadinello, lapis e pastello bianco, 1887 circa. Collezione privata

Roma perché era già in uso a Venezia con Domenico Bresolin come si è visto. Nel corso del triennio romano Bordignon non mandò a Venezia lavori che soddisfecero la commissione di accademici, ma quando inviò il saggio finale tutti convennero del suo indiscutibile valore: il dipinto La mosca cieca si rivelò un capolavoro che zittì anche i più severi giudici. la scena di genere, ambientata nella luce accecante di Genzano, rivela come Bordignon avesse fatto suo velocemente il linguaggio pittorico allora imperante a Roma, quello del naturalismo classicista, molto attento a fotografare il folclore laziale tanto caro ai danarosi turisti nordici. Proprio la giovane arte fotografica aveva spinto i pittori su questo versante competitivo e non erano pochi gli artisti di allora che si avvalevano di riprese fotografiche per i loro quadri, compreso Bordignon: aspetto questo mai approfondito dalla critica. Da quando nel 1840 venne pubblicato a Roma un manuale illustrante il Daguerrotipo, la tecnica con il quale si potevano riprodurre spontaneamente le immagini della natura aveva fatto stupefacenti progressi. Courbet, Degas e Ruskin ne fecero largo uso nei loro lavori, senza misteri particolari. In quest’opera il trentatreenne Bordignon, influenzato dalla luce caravaggesca, mostra ormai di aver acquisito un suo peculiare linguaggio, capace di rappresentare con naturalezza le movenze dei corpi e le espressioni dei volti quanto i particolari più infimi, come fili d’erba, foglie, schegge di sassi, terra polverosa. Nel corso del soggiorno romano egli dipinse anche una paletta per il santuario mariano delle Cendrole di Riese, rappresentante Il martirio di Santa Eurosia, protettrice dei raccolti e invocata dai contadini del luogo

contro le tempeste estive. Di chiaro taglio storico-romantico, l’opera evidenzia come Noè Bordignon avesse saputo in breve temperare la sua formazione veneta con l’indirizzo classicistico allora imperante nell’ex Stato Pontificio. Di ottimo effetto risulta l’abito di broccato bianco della santa, non immemore della celebre veste della Santa lucilla di Jacopo dal Ponte, che fece dire a Giambattista Tiepolo di aver visto un drappo nero tramutarsi miracolosamente in bianco. Sempre riferibile al suo soggiorno romano è anche la tela Una contadina in chiesa all’Ara Coeli, nella quale il pittore mescola sapientemente (secondo la moda di allora) il gusto per i tenebrosi interni chiesastici con motivi del folclore locale, in questo caso circoscritti all’abito ciociaro della donna seduta con bimbo. Il dipinto venne poi esposto con successo nelle sale dell’Accademia veneziana nell’estate del 1878. A Roma il pittore lavorò molto, conducendo una vita da bohémien e frequentando l’Accademia di San luca e il caffè Greco, ambienti dove ebbe modo di stringere una durevole amicizia con lo scultore piemontese Serafino Ramazzotti (18461920), anche lui nella Città eterna come pensionante e già apprezzato per la sua Fioraia, acquistata nel 1870 dall’Associazione Artistica di Roma. Pare che egli frequentasse soprattutto la nutrita colonia di artisti veneti, spesso allietata dalla presenza del poeta trevigiano Francesco dall’Ongaro, l’autore fra l’altro de Il fornaretto di Venezia. Prima di rientrare nel Veneto Bordignon si fermò a Firenze, dove ebbe l’occasione di avvicinarsi ai pittori macchiaioli (senza però lasciarsi grandemente influenzare) e di iscriversi all’Associazione degli Artisti Italiani.

11


Il quadro di Noè Bordignon Troppo piccoli in un xilografia de «L’Illustrazione Italiana», Anno XII, n. 36, 1885, settembre 6. Raccolta privata.

12

In quegli anni passarono per Firenze anche altri artisti veneti di grande caratura, come Guglielmo Ciardi e Federico Zandomeneghi, i quali si dimostrarono più aperti alle novità. A partire dagli primi anni Settanta Bordignon iniziò la sua sfibrante carriera di decoratore, che lo vide attivo per oltre un quarantennio in chiese, ville, palazzi, cappelle di cimiteri, facciate di case etc., e che ebbe il merito di farlo diventare l’ultimo grande frescante della civiltà veneziana. Nella prima fase il pittore si mostrò ondivago, influenzato ora da Tiziano e michelangelo, ora dagli svolazzi del grande Tiepolo, ora dai veneziani Sebastiano Santi e Giambattista Canal (attivo anche nella Pedemontana del Grappa) e dallo stesso Giovanni Demin. Nonostante ciò in molti brani pittorici si rivelò originale orchestratore di forme e colori. la Resurrezione della carne della parrocchiale di Pagnano (1874) colpisce per l’estrema semplificazione della scena e la vigoria michelangiolesca del Padre Eterno; il Gesù figlio di Dio della parrocchiale di montaner (1877) si rivela originale non tanto nel neosettecentesco empireo quanto nell’ardito scorcio delle figure di Cristo e San Pietro in primo piano, esaltate dalle figure in controluce degli Apostoli, e così dicasi per il San Nicolò in gloria della parrocchiale di monfumo (1877), riecheggiante la gestualità del pontefice

Clemente XIV di Canova. Gli impegnativi affreschi della nuova parrocchiale di San Zenone, realizzati con gli arcipreti luigi Sforza e Antonio Bianchetto a partire dal biennio 186970 e poi dal 1874 sino al 1882, furono eccessivamente condizionati dalla committenza, dalla penuria di denaro e dal desiderio da parte del pittore di licenziare la sua opera maestra, proprio nel paese da dove era partito suo nonno. Sul timpano della facciata dipinse il Padre Eterno con angeli: un movimentato monocromo color seppia oggi purtroppo alquanto sbiadito, che Carlo Bernardi reputò pieno di forza espressiva. Nel riquadri del soffitto della chiesa il suo San Zenone in gloria (1876) sembra perso nel grande cielo e così pure l’Assunta (1876) con il sottostante gruppo degli Apostoli, troppo visibilmente derivato dal capolavoro di Tiziano ai Frari. Il riquadro con il Beato Giordano Forzatè prigioniero (1876) appare invece più originale nel forte taglio prospettico e nella caratterizzazione romantica del volto. Nella modesta serie monocroma dei Dodici Apostoli (1877) entro finte nicchie in trompe l’oeil i modelli vanno ricercati nel repertorio della pittura veneziana del Cinquecento, mentre nelle tre lunette con La Fede, La Speranza e La Carità (1879) l’artista lavorò esclusivamente con farina del suo sacco, dimostrandosi così autonomo e innovativo nella scelta delle gamme cromatiche. Il Giudizio Universale dell’abside (concluso alla fine del 1879), pur presentando figure isolate di grande maestria, frutto di accurati disegni anatomici preparatori, evidenzia un confronto impari con il capolavoro michelangiolesco e talune cadute di livello come nella figura di Acheronte: curioso poi appare il risorto in basso a sinistra, nella quale il pittore volle realisticamente ritrarsi. Il tema della terribilità del giudizio universale era allora riproposto dalla Chiesa ai fedeli (soprattutto alle masse contadine) come deterrente contro le insorgenze e le disobbedienze di qualsiasi tipo: già nel 1824 Giovanni De min aveva affrescato il soffitto della parrocchiale di Paderno con un originale Giudizio Universale senza lasciarsi soverchiamente influenzare dal Buonarroti. Nel 1878 Bordignon soggiornò una quindicina


Il quadro di Noè Bordignon Primavera della vita in una xilografia de «l’Illustrazione Italiana», Anno XV, n. 35, 1888, agosto 19. Raccolta privata. Noè Bordignon, Contadinella che torna dai campi, olio su tela, 1905. Castelfranco Veneto, raccolta privata.

di giorni a Parigi per l’Esposizione Internazionale, lasciandosi catturare più dalle opere di millet che non da quelle degli impressionisti. Egli espose una tela di notevoli dimensioni dal titolo Ragazze che cantano in una valle, che ottenne anche un premio, mentre il suo amico Serafino Ramazzotti portò la già applaudita Fioraia e La ciociaja. I due pittori figurarono come Romani (forse in virtù del loro pensionato), mentre Guglielmo Ciardi, Giacomo Favretto e Pietro Roi vennero registrati come Pittori veneziani. Il dipinto di Bordignon è ambientato sul greto del fiume Brenta, laddove il canale si restringe ad imbuto, e presenta cinque povere fanciulle valligiane a piedi scalzi in atto di cantare uno stornello fra animali da cortile. Il taglio della scena, l’iperrealismo dei particolari più infimi e le precisa caratterizzazione dei volti inducono a pensare che il pittore si sia avvalso di uno scatto fotografico. Si tratta di una pittura di alto livello ma ancora accademica, rispettosa del disegno e del buon colorito, dove non traspaiono influenze moderniste: solo nel bel particolare della casa diroccata si coglie un fare più libero che ricorda i soggetti cari a Domenico Bresolin. Il pittore riteneva di particolare importanza quest’opera se le attribuì un valore di ben 5000 lire, presentandola a Roma nel 1879 presso la sede della Società degli Amatori e Cultori delle Belle Arti, ancora in Piazza del Popolo. Da allora Bordignon partecipò con assiduità alle principali esposizioni nazionali ed internazionali. Per un pittore partecipare ai grandi eventi espositivi non era solo un modo per farsi conoscere dalla critica ma costituiva un canale privilegiato per vendere i propri lavori che, nel caso specifico, dovevano incontrare i gusti della nuova borghesia, la quale amava rispecchiarsi nei dipinti o vedere rappresentato il folclore, l’ingenuità o lo spirito umoristico dei popolani senza nessuna implicazione sociale. Nell’estate del 1879 Bordignon è presente nelle sale dell’Accademia veneziana con il dipinto Una vedova, un tema allora molto battuto. l’anno successivo soggiorna nella capitale per dipingere un aulico Ritratto di Umberto I re d’Italia (Castelfranco, Civica collezione)

di taglio neosecentesco e sicuramente costruito utilizzando una foto del monarca. Il grande dipinto, che reca la scritta Noè Bordignon/ Roma 1880, gli spianò la strada nell’ottenere una pensione governativa per meriti artistici, studio e alloggio gratuiti a Venezia nel prestigioso palazzo Rezzonico. Nel 1881 espose nella sede della Società Promotrice di Belle Arti di Venezia un quadretto accattivante dal titolo La smorfiosetta e all’Esposizione Internazionale di milano i dipinti All’ingresso del monastero, Primi segni di vanità, La giovane vedova. In quegli anni di miseria era vitale per gli artisti vendere e perciò dipingevano molto spesso quello che il pubblico chiedeva, al di là dei propri gusti. I pittori di figura gareggiavano tra loro nell’ideare scenette accattivanti, spiritose, persino comiche, per invogliare i danarosi borghesi a comperarle in occasione delle grandi rassegne espositive. Giacomo Favretto (1849-1887) era giunto ai massimi livelli in tale filone, creando un vero e proprio genere di grande raffinatezza, che fece scuola e che improntò la pittura veneziana di quegli anni. Davanti ai suoi quadri la gente sostava incantata perché vi ritrovava la realtà del quotidiano, l’arguzia di Goldoni, di Gallina, di Gozzi. I suoi scalcinati interni, con un vecchio mobile, un piatto o una stampa ingiallita appe-

13


Il quadro di Giacomo Favretto El difeto el xe nel manego (1881) in una xilografia de «L’Illustrazione Italiana», Anno XIV, nn.25-26, 1887, giugno 19. Raccolta privata. Noè Bordignon, l’ombrello riparato, da El difeto el xe nel manego di Giacomo Favretto, olio su tela, post 1887. Raccolta privata.

Noè Bordignon, la gloria di Sant’Anna, affresco, particolare, 1905. Rosà, Chiesa parrocchiale di Sant’Anna.

14

sa al muro, furono sia bellamente copiati (vedasi le riproduzioni su ceramica di Raffaele Passarin) che liberamente tradotti sino al primo Novecento. la precoce morte di Favretto lasciò tutti attoniti e spianò la strada a uno stuolo di imitatori, tra i quali si distin-

se luigi Pastega (1858-1927) con i suoi soggetti al limite del burlesco del tipo Ancora un’occhiatina, Dame un baso, Pecà eser veci. Ed ecco allora passare per le varie mostre ritratti di osti, di avvinazzati parroci, di fioraie, di fruttivendole, di servette, di pescivendo-


Raffaele Passarin, Vassoio da parata con la Susanna e i due vecchi da Giacomo Favretto, terraglia, post 1887. Raccolta privata.

li, di gondolieri, di ambulanti e di comici corteggiatori in mille varianti, tutti accomunati da una giocondità popolaresca, di particolare taglio veneto. Tra i capolavori di Favretto più copiati vi erano Il sorcio e El difeto el xe nel manego (1881), un titolo volutamente ambiguo incentrato sulla figura di un vecchio ombrellaio alle prese con tre maliziose popolane, soggetto questo reinterpretato anche da Bordignon con il titolo L’ombrello riparato (1887 circa) e da Raffaele Passarin, che copiò anche la Susanna e i due vecchi. A tale filone si possono inserire diverse opere di Bordignon, come Il banco del lotto, Il mese di Maria, Le pettegole, Scarpetta nuova, Cortile veneziano, tutte documentate da vecchie fotografie e quasi sicuramente costruite con l’ausilio di istantanee. Il mai sopito amore per il genere storico, dovuto anche alla sua formazione accademica, indusse Bordignon a dipingere per l’Esposizione Nazionale di Roma del 1883 La morte di Lucrezia degli Obizzi (1883): la sfortunata dama padovana, moglie del potente Pio Enea II degli Obizzi, che fu trucidata dal suo spasimante per avergli resistito nel cupo castello del Cataio nel 1654. Il tragico episodio era ritornato in auge nel corso dell’Ottocento in seguito a numerose riduzioni teatrali. Come già aveva fatto per la tela del Martirio di santa Eurosia (1879), Bordignon imperniò tutta la scena sulla candida veste della protagonista, colta nel disperato tentati-

vo di scappare dalla stanza degli incubi e dal suo aguzzino. Il taglio melodrammatico dell’opera risulta di effetto ma alquanto datato, soprattutto se si pensa che allora l’impressionismo francese stava già volgendosi verso altri esiti. Nonostante ciò il critico luigi Bellinzoni, visitando le sale, rimarcò che la vasta tela di Bordignon risaltava su tutte le altre per la maniera franca ed ardita ed il disegno sapiente e garbato. In quel periodo il pittore risultava risiedere a Venezia in palazzo Rezzonico. A Roma inviò anche i quadri Per la Cresima, Una modella, La pace dei monti (esempio precoce del suo più indovinato filone) e Due compaesani di Canova. All’Esposizione Generale Italiana di Torino del 1884, assieme alla Morte di Lucrezia degli Obizzi, i Due compaesani di

15

Noè Bordignon, Angeli che cantano e distribuiscono fiori, affresco, 1886 circa. Castelfranco Veneto, Cimitero monumentale, Cappella Ruzza. La tomba dei Bordignon con il busto bronzeo di Domenico Lazzaro Bordignon dello scultore Serafino Ramazzotti, 1888 circa. Castelfranco Veneto, Cimitero monumentale.


Noè Bordignon, la dottrina, olio su tela, 1890 circa. Raccolta privata. Noè Bordignon, Il patriarca Sarto che impartisce la cresima nella basilica dei Frari, olio su tela, 1894 circa. Raccolta privata.

Canova e Per la Cresima, mandò Prime carezze, Buco nuovo, Tosa da maridar. Il monumento canoviano ai Frari non era una novità assoluta perché, fino dalla sua inaugurazione, era stato oggetto di riprese di vario genere: di originale Bordignon inserì i due intimoriti compaesani di Canova vestiti a festa i quali, dimenticando la merenda sullo sgabello, chiedono informazioni a tre civettuole ragazze veneziane di favrettiana impostazione. l’impegnativa e accuratissima opera ha una sua nota di accentuato realismo nella triste orfanella-questuante in primo piano e negli scalini corrosi dall’umidità e dalla salsedine. Nella stessa basilica

veneziana Bordignon realizzò i seguenti dipinti: Una popolana inginocchiata davanti all’altare di Sant’Antonio di Padova, Interno di Santa Maria dei Frari con giovane vedova inginocchiata sul pavimento (premiato con medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di liverpool del 1886), La dottrina cristiana (1888 c.) ricca di brillanti contrasti cromatici, nonché Il patriarca Sarto che impartisce la cresima nella basilica dei Frari (1894 c.) davanti all’altare dell’Assunta. Si tratta di quadri di genere di grande virtuosismo tecnico, molto probabilmente eseguiti con l’ausilio di fotografie: un espediente questo impiegato nelle vedute anche dai litografi veneziani sin dal 1840 circa. Il pittore ritornò a esporre presso la Società Promotrice di Belle Arti di Venezia nel 1884 con il dipinto Idillio, ritenuto così meritevole da essere inserito nell’esposizione permanente e commentato in un opuscolo a stampa della Società con una poesia di Cesare Augusto levi così impostata: A piè dei monti, sotto al cielo immenso/ Nell’aperta campagna in faccia al sole/ In questi due, natura agita intenso/ Tumulto di pensieri e di parole. Tra i prescelti dell’opuscolo figurava anche Giacomo Favretto con la sua Susanna e i due vecchi, decantata da Camillo Boito. I tre splendidi affreschi della parrocchiale di loria del 1884 segnano un felice incontro tra realismo e figurativismo neosettecentesco. All’Esposizione Artistica Nazionale di Venezia del 1887 il pittore presentò cinque pregevoli tele così intitolate: Fiori e dolci parole, Per l’America, Motti e risate, Scarpette nuove e Pater noster. la critica rilevò: Questo giovane artista ha progredito assai e, se non in tutti questi quadri, certo in taluni, specie nel terzo e nel quarto, sta la prova di cotesto progresso. Per disegno, per colore, per veri e assai ben resi effetti di luce il Bordignon piace ed interessa il visitatore. l’acuto critico della Gazzetta di Venezia non si sbagliava perché proprio in opere come Motti e risate di popolane il pittore mostrava di aver intrapreso una strada nuova, quella del verismo, svincolata dai soliti modelli di successo un po’ sdolcinati come Scarpette nuove. Il


Noè Bordignon, San Biagio guarisce un bambino, affresco, 1884. Loria, parrocchiale. Noè Bordignon, Per l’America, olio su tela, 1887. Montebelluna, Veneto Banca Holding.

Noè Bordignon, l’incontro di Jefte con la propria figlia, affresco, post 1897. Castelfranco Veneto, Casa del pittore in Borgo Treviso.

poco spontaneo quadro Per l’America (tema molto sentito dal pittore poiché la sua famiglia aveva dovuto spesso traslocare) denota anch’esso una derivazione fotografica: basti osservare il cagnolino insospettito dall’obiettivo. Notevole successo raccolse comunque il soggetto Fiori e dolci parole, meritevole di una xilografia tratta da una foto di Giovanni Battista Brusa di Venezia. Il dipinto era stato preparato dal bozzetto conosciuto oggi come Il moscone dalla tecnica quasi impressionistica, dove la sorridente contadinella appare senza cesto. Il 1887 è anche l’anno del ritorno a Roma del pittore, per esporre presso la Società degli Amatori e Cultori delle Belle Arti i dipinti: Una bambina di Albano e Il ritorno dal lago, soggetti ancora una volta derivati dal folclore romano-laziale. A Napoli, nello stesso anno, egli sarà presente all’Esposizione Nazionale con Sui colli tuscolani e Alla fontana. Il 23 gennaio 1885 il pittore vedeva morire per broncopolmonite il padre Domenico lazzaro, il sarte di Borgo Treviso che spesso si recava a riscuotere i suoi compensi. Qualche tempo dopo, sempre memore dei tanti sacrifici patiti dal padre per sostenerlo nella sua carrie-

ra artistica, il pittore gli innalzò una marmorea tomba nel cimitero comunale di Castelfranco con un elegante busto in bronzo realizzato dall’amico scultore Serafino Ramazzotti, autore anche del successivo Busto di Lazzarino Bordignon, l’amatissimo figlio ed erede artistico che morì a soli diciassette anni nel 1906. Ormai quarantacinquenne e con una movimentata vita alle spalle Noè manteneva a Castelfranco solide amicizie: Giambattista Finazzi, il suo padrone di casa e primo estimatore, se ne era andato nel 1867 ma gli rimaneva il figlio Pio, con il quale aveva studiato all’Accademia, il pittore Andrea Filippo Favero (San Zenone degli Ezzelini, 1837 - Como, 1914), che amava definirsi da Castelfranco, nonché i vari membri della famiglia del negoziantefarmacista Giovanni Ruzza, in particolare la moglie Enrichetta Usnelli, apprezzata poetessa nativa di monza, e la loro figlia Teresita, avviata agli studi artistici presso l’Accademia di Brera. Proprio nel 1884 Teresita Ruzza si era unita in matrimonio con lo scultore Serafino Ramazzotti, avvenimento questo che rinsaldò i rapporti di amicizia tra i componenti dell’eletto gruppo ma che ebbe un tragico epi-

Il mappale 78 della casetta del pittore in Borgo Treviso, ai confini con Salvarosa (Catasto italiano, 1890 circa). Raccolta privata.


Il quadro di Noè Bordignon Età beata (1894 circa) in una xilografia del periodico «Natura ed Arte», Anno V, 1895-96, n. 23, novembre 1. Raccolta privata. Noè Bordignon, Riposo di una contadinella sull’erba, olio su tela, 1900 circa. Padova, L. Franchi, Galleria Nuova Arcadia. Andrea Filippo Favero, Bambini sdraiati sul prato, olio su tela, 1880. Raccolta privata.

logo quando la giovane sposa morì di parto a Parigi il 17 luglio 1885. Il 25 successivo la salma della poveretta trovò sepoltura nella cappella della famiglia Ruzza a Castelfranco. Nella volta dell’elegante sepolcro il pittore dipinse un volo di vivaci angeli mentre l’affranto sposo (Serafino Ramazzotti) scolpì una elegantissima statua a figura intera della moglie, interpretata come Madonna con il bimbo in atto di ascendere al cielo dal chiaro gusto simbolistico. Il grande attaccamento dei Ruzza a Bordignon è testimoniato anche da una sentita lettera a lui inviata nella quale si legge: Noi pensiamo sempre a voi e parliamo

di voi come di un fratello. Non potete immaginare quanto vi amiamo. Sentendo il bisogno di crearsi una famiglia dopo tanto peregrinare, il pittore si sposò nel 1886 con la veneziana maria Zanchi nella chiesa dei Carmini e andò a sistemarsi in una casa in affitto nel sestiere di Dorsoduro, non lontano dai luoghi che l’avevano visto studente dell’Accademia. A Venezia nacquero Anna (1887), lazzaro detto Rino (1889) e Francesco. l’accresciuta famiglia spinse il pittore a lavorare sempre di più, spesso licenziando quadretti commerciali o copie per il mercato del turismo internazionale, come Popolana veneziana con fascio di legna e ortaggi o Popolana veneziana con nuova e galline. Questo cedimento ai gusti del mercato gli attirò i commenti malevoli dei colleghi, che gli resero sempre più problematico il suo soggiorno a Venezia. Con Guglielmo Ciardi, un artista ben introdotto negli ambienti ufficiali e con una cultura superiore alla sua, arrivò ad aspri contrasti che lo portarono anche in tribunale, dove peraltro fu assolto. Egli iniziò così un recupero delle origini, della sua terra all’ombra del Grappa, che aveva iniziato ad apprezzare sempre più come villeggiante nei mesi estivi. Nell’agosto del 1885 L’Illustrazione Italiana gli dedicò la copertina riproducendo il suo quadro Troppo piccoli, rappresentante due paffuti bimbi sopra una seicentesca cassapanca, intenti a maneggiare maldestramente un libretto senza intenderne il contenuto. In primo piano la classica carega impagliata e, sullo sfondo, un parete di larghe tavole calcinate, probabilmente di un vecchio granaio. Nel breve commento si metteva in luce come l’artista veneziano Bordignon, pur non appartenendo al gruppo degli stretti imitatori di Favretto, ne riprendesse il caratteristico motivo delle assi imbiancate sullo sfondo dei quadri. Si evidenziava inoltre che il quadro era stato esposto presso la Società d’Incoraggiamento di Firenze e che aveva trovato subito un compratore. la stessa rivista gli pubblicava il 19 agosto 1888 il quadro Primavera della vita, fedelmente inciso da una fotografia di Giovanni Battista Brusa. l’opera rappresenta una giovane contadina


Noè Bordignon, Ritratto del figlio lazzarino, olio su tela, 1902 circa. Raccolta privata. Noè Bordignon, la spina, olio su tela, 1890 circa. Venezia, Isola di San Lazzaro degli Armeni. Antonio Bianchi, lo spino, olio su tela, 1888 circa. Bassano del Grappa, Museo Civico.

della Pedemontana del Grappa, orgogliosa del suo colorato corpetto e dei suoi orecchini d’oro, ma regolarmente a piedi nudi perché gli zoccoli dovevano servire solo per andare in chiesa. la gioconda modella porta un cesto di vimini con le vivande per i famigliari sui campi e, alla sue spalle, si intravvede il classico paesaggio di San Zenone. Nel commento dell’opera si evidenziava come Bordignon, pur essendo un esponente della Scuola veneziana, avesse una sua particolare fisionomia, incline a disdegnare le solite vedute di canali veneziani e a prediligere scorci della sua terra, le scene idilliache lungo le siepi, il ritorno dai lavori campestri, il melanconico addio al proprio paese. la stessa ragazza che posò per la Primavera della vita appare, con corpetto e atteggiamento simili, anche nel quadro Contadinella che torna dai campi, sempre a piedi nudi, felice in mezzo a un prato tempestato di fiori di tarasacco, armata di falcetto e recante nel grembiule dell’erba per i conigli: è questo il repertorio attraverso il quale Noè Bordignon esprimerà la sua vena lirica e la parte più originale della sua produzione. Nel 1889 lo scrittore Angelo de Gubernatis lo onorò con un lusinghiero profilo nel suo Dizionario degli artisti italiani viventi, definendolo un pittore veneziano residente a Venezia e autore, fra l’altro, del quadro Un cor-


Noè Bordignon, la pappa al fogo, olio su tela, 1894 circa. Banca Popolare di Vicenza.

tile a Venezia, esposto alla Promotrice di Firenze e subito venduto. Se da più parti gli veniva riconosciuto un ruolo di primo piano nell’ambito della scuola veneziana critica rimaneva però la sua situazione economica, sempre alle prese con i debiti, gli affitti arretrati, i colori e il cibo per la famiglia da comperare. la lettera che il pittore inviò da Venezia a De Gubernatis l’8 aprile 1889 spalanca una finestra sulla sua triste condizione esistenziale,

che non gli permetteva nemmeno di abbonarsi all’impresa editoriale dell’illustre personaggio. Esordì col dire: … per ora non posso abbonarmi al suo interessante lavoro. Sul mio conto non potrei dire che malinconie quali sono meglio tenere. A San Zenone in questi anni trascorse momenti sereni, spesso ospite degli amici di sempre, ma l’arrivo di una numerosa figliolanza indusse l’arciprete Antonio Bianchetto a cedergli la casa del cappellano in


Noè Bordignon, Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, affresco, 1903. Cartigliano, parrocchiale.

cambio di un affitto simbolico. Sarà proprio lui a conferirgli l’incarico, nel 1891, di decorare le pareti del riedificato Santuario della madonna della Salute, anche per permettergli di guadagnare qualcosa: un’impresa che, come disse Carlo Bernardi, il pittore eseguì frettolosamente in vista dell’inaugurazione dell’edificio sacro, avvenuta il 21 novembre. l’artista dipinse in versione seppiata le figure dei quattro evangelisti, di san Giuseppe sposo, del re Davide e una serie di episodi sacri, dei quali il più riuscito appare essere La Vergine che riceve l’omaggio di san Giovanni Battista e del beato Giordano Forzatè di taglio neorinascimentale. Nel frattempo nacquero a San Zenone nel 1893 due gemelli e a Venezia, nel 1897, Giulia, l’ultima figlia presto morta. Due anni prima, il 5 maggio 1892, il pittore aveva perso l’amata zia paterna maria luigia, di professione casalinga residente in via Riccati n. 665. Il 1895 è l’anno del Girotondo e del capolavoro La pappa al fogo, presentato in prima definizione alla mostra Artistica Nazionale di Roma e poi replicato con diversa positura della mamma intenta a infilare l’ago per la I Biennale di Venezia dello stesso anno. Il pittore

provò una cocente delusione allorché il suo quadro fu barbaramente respinto dalla giuria. l’opera di per sé sarebbe alquanto convenzionale se non fosse per quella caliginosa luce che la pervade tutta. Nell’antro-cucina (quasi ricordo ancestrale della caverna), con il pavimento di terra battuta martoriato dai numerosi colpi inferti per spaccare la legna, si svolge una vita assillata da bisogni primari che però, nonostante tutto, non ha perso una sua innata nobiltà. Noè Bordignon, San luca evangelista, affresco, 1894, Cartigliano, parrocchiale.

Alla pagina precedente Noè Bordignon, la pappa al fogo (esposta a Roma nel 1895), olio su tela, 1894 circa. Ubicazione ignota. Noè Bordignon, Il rosario, olio su tela, 1895 circa. Ubicazione ignota.


La nuova sede della manifattura di Raffaele Passarin con la figura allegorica affrescata da Noè Bordignon nel 1896. Il palazzetto del professore Martello lungo il Brenta, con il grande leone marciano affrescato da Noè Bordignon nel 1898, riprodotto in una cartolina del primo Novecento. Raccolta privata. La chiesa dell’Ospedale Vecchio di Bassano (già dei Riformati), con leggibile il san Bonaventura dipinto da Noè Bordignon sul timpano del portale nel 1912, in uno scatto fotografico del 1915 circa. Raccolta privata

22

A Roma il dipinto destò interesse e il critico Nicola lazzaro scrisse a riguardo: Nella V sala vi è qualcosa di più e fra tutti emerge la pappa al fuoco del veneto Noè Bordignon… E’ un quadro di genere dei meglio riusciti per naturalezza ed intonazione fine ed accurata. Nella stessa cucina, con la medesima cassapanca seicentesca, il pittore ambientò Il rosario, sicuramente derivato da uno scatto fotografico con diversa angolazione. Coeva può essere considerata anche la tela L’arcolaio, ambientata in una misera soffitta e Il gioco delle carte (1898), altro soggetto dal chiaro taglio fotografico. Con Età beata e Tesoro della mamma nel 1896 egli partecipò a Sassari alla prima mostra nazionale che fece incontrare gli artisti sardi con quelli della Penisola. Ricevette i favori della critica il primo dipinto per l’ardita inquadratura degli adolescenti e del paesaggio, il cui taglio denota come Bordignon avesse studiato gli scorci di millet e attinto da alcune riuscite opere dell’amico Andrea Favero, in particolare dai suoi Bambini sdraiati sul prato del 1880. Sui primi turbamenti sentimentali il pittore ritornò sovente con delicate opere, contestualizzate quasi sempre a San Zenone, come Il moscone, Pastorella sognante, Riposo sul prato, Lungo il ruscello, Riposo nei campi, etc. Soltanto nel 1897 il pittore riuscì ad acquistare per 2000 lire dal cavaliere Giuseppe Pellizzari una casa colonica a Castelfranco, in Borgo Treviso, dove si trasferì ufficialmente nel 1903, abbandonando quella Venezia che gli era stata matrigna e che non riconosceva più. Nella facciata dell’agognata casa di proprietà egli affrescò con originalità e vigoria L’incontro di Jefte con la propria figlia diviso in gruppi di più persone, unitamente a due finte statue entro nicchie in monocromo color seppia, rappresentanti Il re Jefte e La figlia sacrificata dallo stesso padre per un giuramento fatto precedentemente. Con tale lavorò Bordignon dimostrò come la prestigiosa tradizione veneta dei paramenti freschivi esterni potesse essere aggiornata e ancora vitale. Da allora l’anonima dimora divenne la casa del pittore e uno dei punti più caratteristici dello stesso Borgo Treviso. Attorno al 1890 si colloca il suo quadro La


Noè Bordignon, Figura allegorica dell’arte ceramica per la sede della manifattura Passarin, bozzetto a olio su tavoletta, 1896. Castelfranco Veneto, Civica Collezione Museale. La facciata meridionale della casa del chirurgo bassanese Marino Michieli con gli affreschi di Noè Bordignon dipinti nel 1907 in una cartolina del primo Novecento. Raccolta privata.

spina: un dipinto che segna il passaggio verso un verismo più crudo, rammentante i contesti descritti in quegli anni da Giovanni Verga. Ogni cedimento alla gentilezza favrettiana è qui scomparso: la vecchia contadina, dalle grosse mani ruvide, toglie senza tanti preamboli la spina dal piede del nipote monello davanti a una scalcinata stalla. In primo piano si nota il caravaggesco piede sporco del malcapitato e il suo cappello di paglia, caduto dopo la precipitosa corsa. Bordignon adotta qui un fare pittorico incisivo e spoglio, più veloce nell’esecuzione. Il soggetto non era inedito perché il quasi compaesano Antonio Bianchi (San Zeno di Cassola, 1848-Vicenza, 1900), uscito dall’Accademia veneziana qualche anno dopo Bordignon, già l’aveva trattato con maggior poesia e con più dipendenza dai modelli di Favretto, utilizzando la caratteristica parete bianco-calce sullo sfondo con pochissimi particolari per far risaltare i protagonisti della scena. Bianchi dipinse una tipica stalla del Cassolese con una tecnica attentissima alle minime variazioni della luce, soffermandosi sul motivo della stampa remondiniana di san Bovo incollata sul portone della stalla, gli attrezzi agricoli, la carriola, gli orecchini d’oro spagnolo della nonna, il panno di canevo a strisce colorate, il fascio d’erba con fiori rossi lasciati cadere dopo l’incidente, il saiso in primo piano descritto nei minimi particolari. A cavallo del Novecento Bordignon lavorò per eminenti famiglie dell’Asolano: in villa Barbini Rinaldi eseguì l’eterea Matelda dantesca, una Pastorella e Dante e Beatrice (1901), nella cappella Di Rovero di San Zenone dipinse La vedova Di Rovero orante sulla tomba del marito (1902 circa), sulla volta del salone passante di villa loredan (allora Rinaldi) affrescò un Trionfo di Venere di chiara impronta liberty (1907 c.). Per i padri armeni di San lazzaro di Venezia eseguì un ciclo di affreschi tra i quali risalta per originalità La visione di Mechitar (1900): splendido per naturalezza è poi il Ritratto di padre L. Alishan (1895). Il rapporto di Bordignon con Bassano e il Bassanese fu dovuto non soltanto alla grande tradizione pittorica ivi esistente ma anche alle

affettuose amicizie e alle molte parentele che egli aveva colà. la prima commissione sinora nota nella nostra zona gli giunse nel 1894 dal parroco di Cartigliano, che gli richiese di affrescare nei riquadri della navata della nuova chiesa le figure dei Quattro Evangelisti e la lunetta con il Padre Eterno del portale esterno, oggi molto deteriorata perché dipingeva spesso

23


Noè Bordignon, Sant’Antonio che chiede a Ezzelino il Tiranno la liberazione degli ostaggi, affresco, 1909. Bassano del Grappa, Cappella di sant’Antonio in San Donato di Angarano. La cornice in terraglia con profilo in oro di Raffaele Passarin è un chiaro esempio di concorso delle arti di fine Ottocento.

24


Noè Bordignon, la gloria di Sant’Antonio di Padova, affresco, 1909. Bassano del Grappa, Cappella di Sant’Antonio in San Donato. Raffaele Passarin, Angelo reggi mensola e Acquasantiera con la figura di san Francesco d’Assisi, terraglie, 1909. Bassano del Grappa, Cappella di Sant’Antonio in San Donato di Angarano. Noè Bordignon, Sant’Antonio di Padova, affresco, 1909. Bassano del Grappa, nella scala conducente alla Cappella di Sant’Antonio in San Donato di Angarano

a secco. Bordignon sapeva benissimo che doveva confrontarsi con l’attigua cappella dalpontiana e perciò non attinse dai soliti stereotipati modelli iconografici ma inventò quattro Evangelisti immersi nelle luci dell’alba, del giorno e del tramonto, con alle spalle romantici paesaggi evocanti la Palestina. Riuscito risultò l’affresco di san luca con ben visibile il simbolo del bue, che reca in basso a sinistra la firma Noè Bordignon/ 1894. In questo periodo si fece sempre più stretta l’amicizia con Raffaele Passarin (1862-1911), già studente dell’Accademia veneziana, poi pittore di buon livello che trattò tutti i fondamentali generi pittorici, magistrale ceramista-imprenditore, assiduo espositore assieme al padre nelle mostre veneziane, nonché amico di Guglielmo Ciardi e Alessandro milesi. Dopo aver inaugurato nel 1896 la nuova fabbrica di ceramiche in prossimità del Ponte Vecchio, Passarin commissionò all’amico Bordignon l’esecuzione di una imponente figura femminile a mo’ di allegoria della sua arte sulla facciata principale dell’edificio. Il pittore fornì un veloce bozzetto su tavoletta della figura richiesta, poi meglio definita affrescandola nel settembre del 1896 secondo il tipico linguaggio del liberty internazionale, con le aggiunte dei cartigli rammentanti i premi conseguiti dalla ditta su suggerimento o con l’intervento dello stesso Passarin. l’amicizia tra i due artisti fu profonda e ne sono testimonianza i due olii di Bordignon, Testa di ragazza e Testa di bimbo, confluiti per donazione nel museo Civico di Bassano, il primo dei quali reca la scritta All’amico R. Passarin/ Noè Bordignon. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento egli licenziò opere di grande livello artistico quali la pala della Beata Vergine del Rosario per la parrocchiale di San Vito di Altivole con sullo sfondo le sue amate montagne, la ricordata Matelda (1900 c.) pregna di valenze simbolistiche. Nutrita è la serie di magistrali ritratti, come quelli di ragazze con o senza fazzoletto, del figlio lazzarino in lettura, rammentante il Ragazzo con tizzone di Jacopo dal Ponte (1902 circa), o della dolce figlia Anna (1916). Un altro personaggio che chiamò a Bassano Bordignon fu il


Noè Bordignon, l’Assunta in Cielo, affresco e ritocchi a secco, 1909. San Zeno di Cassola, parrocchiale

Noè Bordignon, Studio per l’Assunta della parrocchiale di San Zeno di Cassola, lapis e pastello bianco, 1909. Castelfranco Veneto, Civica Collezione Museale.

Noè Bordignon, l’Assunta in Cielo, affresco, 1910. Altivole, parrocchiale.


Noè Bordignon, l’Assunta in Cielo, affresco e ritocchi a secco, 1907-1908. Santorso, parrocchiale, particolare. Noè Bordignon, Il miracolo delle nozze di Cana, affresco e ritocchi a secco, 1909. Santorso, parrocchiale. Noè Bordignon, Ritratto della figlia maria, olio su tela, 1909. Raccolta privata.

professore vicentino Tullio martello (18411918), fervente patriota, illustre economista, docente universitario a Venezia, marito della patrizia veneta Fosca maria laura Zen, e proprietario dal 1896 (con la moglie) di un bel palazzetto lungo il Brenta, in Borgo margnan, già dei nobili maello. Probabilmente fu la stessa consorte del professore a richiedere a Bordignon di affrescare sulla facciata della sua nuova casa bassanese un Grande leone di San Marco andante verso Nord, come ricordo degli antichi splendori della Serenissima e del suo casato, nonché come sentinella e monito contro gli austriaci, i quali conservavano allora il loro confine a Primolano. Il pittore eseguì l’affresco nel 1898, basandosi sull’iconografia tradizionale del leone marciano e sorprendendo tutti per lo spettacolare effetto che il dipinto produceva sull’altra sponda del Brenta. Il 28 luglio Il Prealpe dava notizia del completamento dell’opera, scrivendo: Noè Bordignon ha dipinto un bellissimo leone sulla facciata della casa abitata dal professore Martello alla sinistra del Brenta. Il leone stacca splendidamente dal fondo con mirabile effetto di rilievo ed è prova del valore indiscusso del noto pittore. Purtroppo negli anni Sessanta del secolo scorso il palazzetto fu completamente trasformato dai nuovi proprietari e, al posto del leone marciano, si preferì aprire una finestra. Nel 1902 il pittore

venne chiamato dai reggitori dell’Orfanotrofio maschile don marco Cremona ad affrescare nel presbiterio della rinnovata chiesa dell’Istituto tre soggetti evangelici: Gesù bambino che aiuta il padre Giuseppe falegname (replicato nella chiesa di Santorso), Gesù nell’orto del Getzemani e Gesù risorto, tutti preparati da disegni e bozzetti recentemente scoperti. In tali lavori egli oscillò ancora tra neomanierismo e verismo ottocentesco. Nel 1903 venne richiamato a Cartigliano per dipingere sul soffitto della tribuna dell’organo della parrocchiale l’episodio evangelico di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio: una storia complessa, ricca di movimento, che l’artista inserì in un ardito scorcio prospettico del tempio, derivato dagli esempi dei grandi quadraturisti veneziani. le figure invece, ben costruite, vigorosamente chiaroscurate, appartengono già al nuovo stile di Bordignon, che nulla più concedeva agli svolazzi settecenteschi. Nello stesso anno dipinse quello che può essere considerato il suo capolavoro in ambito religioso, sia per l’originalità della composizione che per la raffinatezza delle gamme cromatiche: una grande Sacra Famiglia ad olio preceduta da due bozzetti, poi confluita nel patrimonio dell’Istituto Scalabrini di Bassano e ora esposta nella tribuna della chiesa interna. Ai piedi della catena montuosa del massiccio del Grappa egli collocò la sua sacra famiglia

27


Noè Bordignon, la Sacra Famiglia, olio su tela, 1903 circa. Bassano del Grappa, Istituto Scalabrini. Noè Bordignon, la Sacra Famiglia, bozzetto, olio su tavolette, 1903 circa. Raccolta Sartori. Nella versione finale l’artista eliminò gli angioletti e cambiò le proporzioni del quadro.

28 Noè Bordignon, Il Cristo risorto, bozzetto a tempera su cartone, 1902. Bassano del Grappa, Archivio della Fondazione Pirani-Cremona. Noè Bordignon, Gesù nell’orto del Getzemani, bozzetto a tempera su cartone, 1902. Bassano del Grappa, Archivio della Fondazione Pirani-Cremona.

come in una novella Palestina, nella quale risalta per maestria pittorica un sognante san Giuseppe in contemplazione del Bambino Gesù. Nel 1905 il pittore si recò nella nuova chiesa di Sant’Anna di Rosà per dipingere sul soffitto La gloria di sant’Anna portata in cielo dagli angeli, più due riserve laterali con altri angeli. Inspiegabilmente, mentre la figura di sant’Anna risulta di qualità, con il suo manto mosso da un vento celeste, i restanti angeli denotano una qualità scadente, tanto da fare pensare a un’altra mano o a un maldestro restauro. In basso a sinistra dello scomparto ad est si legge la scritta autografa Anno Domini/ 1905/ Noè Bordignon. Il direttore e chirurgo dell’Ospedale di Bassano, il nobile marino michieli (18391916), conscio del valore del pittore, nel 1907 gli assegnò la decorazione della facciata della sua rinnovata casa all’angolo di via marinali con precise scene e personaggi della Grecia antica, essendo lui un cultore dell’arte classica.

Nel fascia superiore di circa 15 metri Bordignon dipinse una processione panatenaica con Socrate, Alcibiade, efebi, guerrieri, giovenche, etc., nei riquadri sottostanti rappresentò gli episodi Ippocrate che rifiuta l’oro dei Persiani per esercitare gratuitamente la sua professione di medico in Patria (come spesso faceva il dottor michieli) e Una madre che si reca al tempio di Esculapio come voto per avere avuto il figlio guarito. Il 6 dicembre 1907 Il Prealpe riportò il seguente encomio: Al Michieli ogni cittadino deve un senso di gratitudine pel concetto nuovo e originale, e per l’incentivo al rifiorire in Bassano della pittura a fresco; a Bordignon rallegramenti sentiti e vivi per l’opera d’arte pregevole così magistralmente condotta e finita. Nel 1908 fu la volta della Gloria di Sant’Antonio e di una Natività, dipinte a secco per la parrocchiale di Castello di Godego. Nell’estate del 1909 il pittore fu incaricato dall’Associazione Universale Antoniana di Padova (fondata nel 1886 da don Antonio maria locatelli) di affrescare nella recuperata cella di Sant’Antonio e negli annessi ambienti della chiesa di San Donato in Angarano alcune scene riguardanti il santo taumaturgo. Nonostante la ristrettezza degli spazi egli affrescò brillantemente sul pianerottolo delle scale il monocromo seppiato Sant’Antonio con Gesù bambino in braccio entro finta nicchia, sul soffitto della cappella una vaporosa Gloria del taumaturgo Sant’Antonio con angeli, sulla parete occidentale l’episodio di Sant’Antonio che chiede a Ezzelino il Tiranno la liberazione degli ostaggi padovani. In quest’ultimo lavoro risaltano per vivezza i volti del santo e del tiranno con l’argentea corazza recante a cesello lo stemma ezzeliniano. Nella minuscola cella dipinse L’incontro di san Francesco con sant’Antonio, ambientato con grande realismo proprio nel luogo dove la tradizione voleva passati i due personaggi. l’amico Raffaele Passarin eseguì per la medesima cappella le cornici di finitura in terraglia policroma, le splendide mensole con putti accompagnate da due acquasantiere in stile neorococò, più un pannello con Madonna da Donatello. Subito dopo il pittore


Noè Bordignon, Gesù bambino che aiuta il padre Giuseppe falegname, affresco, 1909. Santorso, parrocchiale. Noè Bordignon, Gesù bambino che aiuta il padre Giuseppe falegname, bozzetto a tempera su cartone, 1902. Bassano del Grappa, Archivio della Fondazione Pirani-Cremona. Noè Bordignon, Gesù bambino che aiuta il padre Giuseppe falegname, affresco, 1902. Bassano del Grappa, Chiesa dell’ex Orfanotrofio Cremona. Si noti la variante, rispetto al bozzettto, del Gesù adolescente che aiuta il padre Giuseppe.

si recò a San Zeno di Cassola (paese dove abitò la sua famiglia nella metà del Settecento e dove c’erano ancora dei Bordignon detti Ladarini) per eseguire sul soffitto dell’ampliata chiesa parrocchiale una magistrale Maria Assunta in cielo con gli Apostoli intorno al suo sepolcro. In quell’occasione, il pittore non cercò più di competere con i grandi esempi del passato ma creò autonomamente: in basso dipinse gli sbigottiti Apostoli tra le rose odorose, al centro il contemplante angelo con giglio e, al vertice, l’originale Vergine Assunta a braccia aperte. Nel Cronistorico parrocchiale all’anno 1909 si riportò: Alli 25 di ottobre il Signor Noè Bordignon di Castelfranco diede principio alla pittura di Maria Assunta la quale fu terminata alla fine di novembre. Detta pittura fu contratata per lire mille, e l’artista ebbe subito un acconto di lire 500. Come un novello Luca fa presto, in poco più di un mese Bordignon riuscì a terminare un complesso affresco con molteplici figure, spesso senza graffito sottostante. Il soggetto venne poi replicato dal pittore ormai settantenne sul soffitto della parrocchiale di Altivole (1910), solo con alcune varianti formali e cromatiche. Nel Cronistorico della parrocchia si scrisse: Fra i pittori veneti chi dava in argomento le migliori garanzie […] era Noè Bordignon […] Il quadro grandioso riuscì quale si aspettava: squisito per eleganza, varietà ed elevatezza di disegno, splendido

per tizianesca tempra ed armonia di colori. Dal 1907 al 1909 il pittore attese anche agli affreschi della parrocchiale di Santorso, dipingendo dodici riquadri color seppia con Storie della Vergine lungo la navata, L’Assunta trionfante in cielo sulla cupola, più due grandi quadri di taglio neosecentesco nel presbiterio con gli episodi della Moltiplicazione dei pani e dei pesci e delle Nozze di Cana, con la sposa in primo piano avente le fattezze dell’amata figlia maria. In seguito al soggiorno a Santorso la figlia del pittore si unì in matrimonio con marco dalla Vecchia del luogo, figlio di Pietro Paolo, valente scultore-ebanista, intagliatore e doratore. Nacque sempre da un’idea del dottor michieli l’iniziativa di conferire a Bordignon l’incarico di affrescare sul timpano del portale della chiesa dell’Ospedale la figura di San Bonaventura dottore della Chiesa, già titolare dell’ex chiesa dei Riformati. l’artista dipinse il santo assiso nella cattedra con una tale vivezza che lasciò tutti stupiti. Il Prealpe scrisse il 14 luglio 1912: E’ una piccola opera d’arte condotta con quella maestria che ha reso ormai celebre il suo autore. Oggi l’affresco è pressoché scomparso, ma rimane tuttora vivo negli occhi di tutti i bassanesi di una certa età. l’attività espositiva di Bordignon si protrasse sino al primo Novecento: a Venezia partecipò all’Esposizione di Bozzetti della Società Promotrice di Belle Arti con le sue solite figu-

29

Noè Bordignon, Studio per un san Giuseppe falegname, lapis e pastello bianco, 1902. Castelfranco Veneto, Civica Collezione Museale.


Noè Bordignon, Studio per un san Sebastiano martire, lapis e pastello bianco, 1888 circa. Raccolta privata. Lapide commemorativa del pittore murata nella torre campanaria del cimitero di San Zenone degli Ezzelini. Biglietto da visita di Noè Bordignon, primo Novecento.

Noè Bordignon, San Girolamo Emiliani che distribuisce il pane ai poveri orfanelli, affresco 1914. Bassano del Grappa, Chiesa dell’Orfanotrofio Cremona.

30

rine (1899) e alla Prima mostra dell’Opera Bevilacqua la masa di Ca’ Pesaro (1908), dove risultò ormai un sorpassato. l’ultimo importante lavoro eseguito a Bassano da Bordignon fu quando, nell’estate del 1914, venne richiamato dall’Orfanotrofio maschile Cremona per affrescare il soffitto della chiesa dell’Istituto con l’episodio di San Girolamo Emiliani che distribuisce il pane ai poveri orfanelli: cifra pattuita ben 1500 lire. Il lavoro fu di comune soddisfazione, anche perché l’artista aveva ormai definito uno stile freschivo personalissimo, semplice, di grande effetto, senza più fronzoli neosettecenteschi. Il saldo di lire 800 Bordignon lo ricevette il 27 agosto 1915, poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia. l’artista si trovava in condizioni psicologiche drammatiche: nel 1906 aveva perso l’amato figlio lazzaro dopo lunga malattia, nel 1913 se ne era andata anche la moglie e in quel momento aveva i figli Edoardo e Francesco al fronte. Nonostante questo continuò a lavorare intensamente finché la guerra glielo permise. Dopo la morte della moglie aveva trasferito la sua residenza a San Zenone, dove continuò ad avere il

conforto degli amici veri come Alessandro milesi, Teodoro Wolf Ferrari e Andrea Favero. In seguito alla frattura del femore, a causa di una caduta accidentale, l’inesausto pittore si spense il 7 dicembre 1920, trovando la pace eterna accanto ai famigliari nel piccolo cimitero del paese, all’ombra della torre ezzeliniana. Il suo incompiuto e ultimo Autoritratto è da considerarsi specchio del suo carattere. Per il trigesimo della morte il Comune di Castelfranco dette alle stampe il discorso dell’amico Bortolo Sernagiotto Per ricordo dell’illustre castellano Noè Bordignon, pittore. agostino Brotto Pastega

QUADRO CRONOlOGICO VITA DI NOE’ BORDIGNON

AVVENImENTI STORICI

Nasce a Salvarosa il 3 settembre.

1841

la posa fotografica si riduce a 5 minuti.

Si iscrive all’Accademia di Venezia.

1858

Accordo tra Cavour e Napoleone III.

Termina gli studi a Venezia.

1865

lallemant brevetta il velocipide.

Espone Ritorno di un garibaldino.

1868

Rivoluzione spagnola.

E’ a Roma come pensionante.

1871

Comune di Parigi. Roma capitale d’Italia.

Soggiorna a Parigi.

1878

Esposizione Universale di Parigi.

Espone Due compaesani di Canova.

1884

legge sull’assicurazione sociale in Germania.

De Gubernatis gli dedica un profilo.

1889

Primo Congresso Internazionale Socialista.

Espone La pappa al fogo.

1895

Apparecchio cinematografico dei lumière.

Affresca la facciata di casa michieli a Bassano.

1907

Picasso dipinge Les démoiselles d’Avignon.

Si ritira a San Zenone.

1913

Proust scrive Alla ricerca del tempo perduto.

Il 7 dicembre muore a San Zenone.

1920

Nasce lo squadrismo fascista.


Un magico viaggio nel nostro territorio. Un invito alla scoperta di tesori non ancora perduti...

NUMeRI PUBBLICaTI DaL 1989 NUMeRI oRDINaRI N° 1 Alberto Parolini N° 2 Castellano da Bassano N° 3 Bartolomeo Gamba N° 4 Antonio Gaidon N° 5 Oscar Chilesotti N° 6 Tiberio Roberti N° 7 Giuseppe lorenzoni N° 8 Plinio Fraccaro N° 9 Pietro Colbacchini N° 10 Bortolo Sacchi N° 11 Giovanni montini N° 12 Giovanni Volpato N° 13 Jacopo Apollonio N° 14 lazzaro Bonamico N° 15 F. e l. dal Ponte N° 16 Giovanni miazzi N° 17 Bartolomeo Ferracina N° 18 Antonio marinoni N° 19 Antonio Baggetto N° 20 Jacopo Bassano N° 21 San Bassiano N° 22 Antonio Suntach N° 23 I Remondini N° 24 Pietro Stecchini N° 25 Gina Fasoli N° 26 luigi Fabris N° 27 Giambattista Volpato N° 28 Sebastiano Chemin N° 29 Giambattista Roberti N° 30 Ezzelino da Romano N° 31 Teofilo Folengo N° 32 Giusto Bellavitis N° 33 Danilo Andreose N° 34 Giovanna m. Bonomo N° 35 Giuseppe J. Ferrazzi N° 36 Giambattista Verci N° 37 Giuseppe Betussi N° 38 Giambattista Brocchi N° 39 Jacopo Vittorelli N° 40 Domenico Freschi N° 41 Giuseppe Barbieri N° 42 Roberto Roberti N° 43 la Battaglia di Bassano N° 44 Francesco Antonibon N° 45 Pietro menegatti N° 46 Giuseppe Frasson N° 47 Pietro Fontana N° 48 Giacomo Angarano N° 49 G. Vanzo mercante N° 50 Giovanni Brotto N° 51 Il millennio di Bassano N° 52 I larber N° 53 Orazio marinali N° 54 Angelo Balestra

1989 1989 1990 1990 1990 1990 1990 1990 1991 1991 1991 1991 1991 1991 1992 1992 1992 1992 1992 1992 1993 1993 1993 1993 1993 1993 1994 1994 1994 1994 1994 1994 1995 1995 1995 1995 1995 1995 1996 1996 1996 1996 1996 1996 1997 1997 1997 1997 1997 1997 1998 1998 1998 1998

N° 55 N° 56 N° 57 N° 58 N° 59 N° 60 N° 61 N° 62 N° 63 N° 64 N° 65 N° 66 N° 67 N° 68 N° 69 N° 70 N° 71 N° 72 N° 73 N° 74 N° 75 N° 76 N° 77 N° 78 N° 79 N° 80 N° 81 N° 82 N° 83 N° 84 N° 85 N° 86 N° 87 N° 88 N° 89 N° 90 N° 91 N° 92 N° 93 N° 94 N° 95 N° 96 N° 97 N° 98 N° 99 N° 100 N° 101 N° 102 N° 103 N° 104 N° 105 N° 106 N° 107 N° 108/109 N° 110

Giuseppe Bombardini Francesco Vendramini Francesco Roberti miranda Visonà Guido Agnolin Elisabetta Vendramini Ottone Brentari Achille marzarotto Gino Pistorello Francesca Roberti Aurelio Bernardi Zaccaria Bricito Antonio Viviani Domenico Conte Domenico maria Villa Antonio Bernati Tito Gobbi Bortolo Zanchetta Giovanni Balestra Pietro malerba Ferruccio meneghetti Fratel Venzo Niccolò leszl Antonio marcon Gregorio Vedovato Bruno Baruchello luigi Vinanti Sebastiano Baggio Virgilio Chini luigi Viviani Alessandro Campesano Giorgio Pirani Guido Cappellari Roberto Cobau Francesco Facci Negrati luigi Zortea Villa morosini Cappello Giovanni lunardi Alfeo Guadagnin Carlo Paroli Vigilio Federico Dalla Zuanna Francesco dal Ponte il Vecchio Pietro e Giuseppe longo I Bortignoni Giuseppe Zonta Giovanni Bottecchia Andrea Secco Giuseppe Ruffato Tommaso Tommasoni I fondatori dell’Orfanotrofio Cremona Prospero Alpini Quirino Borin Teresa Rossi Rampazzi Pietro Roversi Don Domenico Brotto

1998 1998 1999 1999 1999 1999 1999 1999 2000 2000 2000 2000 2000 2000 2001 2001 2001 2001 2001 2001 2002 2002 2002 2002 2002 2002 2003 2003 2003 2003 2003 2003 2004 2004 2004 2004 2004 2004 2005 2005 2005 2005 2005 2005 2006 2006 2006 2006 2006 2006 2007 2007 2007 2007 2007

N° 111 N° 112/113 N° 114 N° 115/116 N° 117 N° 118 N° 119 N° 120 N° 121 N° 122 N° 123 N° 124 N° 125 N° 126 N° 127 N° 128 N° 129 N° 130 N° 131 N° 132 N° 133 N° 134 N° 135/136

Don Antonio Dalla Riva Guglielmo montin monsignor Egidio Negrin Arpalice Cuman Pertile Antonio Andriolo Primo Silvestri Bortolo Camonico I Passarin Castelli e battaglie di Ezzelino III I Giacobbi maggiotto marco Sasso Pietro Bonato melchiore Fontana Guglielmina Bernardi Unitalsi - Gruppo di Bassano luigi Chiminelli leone Carpenedo Efrem Reatto Pacifico Pianezzola la Carrozzeria Pietroboni Gianni Visentin mons. Ferdinando Dal maso Noè Bordignon

NUMeRI SPeCIaLI N° I la Carrozzeria Fontana N° II Il Giardino Parolini N° III Gaetana Sterni (IIa edizione 2001) N° IV Il C.A.B. N° V la Grande Guerra N° VI Il Club Alpino Bassanese N° VII maria Prosdocimo Finco N° VIII lo Scautismo bassanese N° IX l’arte orafa veneta N° X Il colore a Bassano N° XI Il castello di Bassano N° XII Il Rotary Club di Bassano Palazzo e “Illustri” Roberti N° XIII Il Gruppo “Bresadola” N° XIV Il lions Club di Bassano N° XV l’Oreficeria Balestra N° XVI la Fondazione Don Cremona N° XVII N° XVIII 25 Anni di Premio Cultura l. Bonfanti e il museo dell’Auto N° XIX Antonio Bianchi N° XX la Società Tennis Bassano N° XXI I 100 anni del Rotary International N° XXII N° XXIII I 25 anni del Panathlon Club Bassano N° XXIV m. Cremona ed E. Vendramini la Croce Rossa a Bassano N° XXV N° XXVI Il CIF di Bassano N° XXVII la Battaglia di Arresto N° XXVIII I 20 anni di Casa Sichem N° XXIX I 25 anni dell’a.I.B.

2008 2008 2008 2008 2009 2009 2009 2009 2009 2009 2010 2010 2010 2010 2010 2010 2011 2011 2011 2011 2011 2011 2012

1990 1991 1991 1991 1992 1992 1993 1993 1993 1995 1996 1996 1999 1999 2002 2002 2002 2003 2003 2003 2004 2005 2005 2006 2007 2008 2008 2009 2010


L’USCITa DI QUeSTo NUMeRo è STaTa PoSSIBILe GRaZIe aLLa SeNSIBILITà DI

Bassano del Grappa - Via J. Da Ponte, 34 Tel. 0424 522537

Bassano del Grappa - Via J. Da Ponte, 22 Tel. 0424 525156

Bassano del Grappa - Via motton, 9 Tel. 0424 36410

CeRaMICa CeCCHeTTo srl Casa fondata nel 1700

mATERIAlI PER CERAmICA E REFRATTARI “SIllImANIT”

Nove - Via A. munari, 4 - Tel. 0424 590015

Periodico di Cultura, Attualità e Servizio del territorio

Servizi di Informatica Assicurativa Bassano del Grappa - largo Parolini, 96 Tel. 0424 216111

Profile for Editrice Artistica Bassano

L'Illustre bassanese  

[n.135/136] Noè Bordignon

L'Illustre bassanese  

[n.135/136] Noè Bordignon

Advertisement