Esse - Lo sport nel Bassanese

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In collaborazione con il Panathlon Club di Bassano del Grappa

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Lo sport nel Bassanese

Editrice Artistica Bassano

NOVEMBRE - DICEMBRE DUEMILAQUATTORDICI



RIQUADRO

SOMMARIO

p. 4

Focus Tito Primon. Uno stopper di razza, in maglia azzurra, fra i ragazzi del pra’ di Andrea Minchio

Cover Nel cuore del basketball a stelle e strisce

p. 13

di Fabio Ussaggi

p. 20

Fellowship 2014: un altro anno vincente per lo Jus Sport Bassano di Elisa Minchio

In punta di penna Il calcio ha bisogno della tecnologia, quello italiano di urgenti riforme

p. 24

di Sergio Campana

Tackle La triste fine del campo della SS Trinità

p. 25

di Antonio Finco

Un’immagine impressionante dell’'AT&T Stadium di Arlington (Texas), dove dal 18 marzo al 7 aprile si è disputato il torneo di pallacanestro maschile NCAA Division I 2014. Fra i presenti, in veste di osservatore privilegiato, anche il coach bassanese Fabio Ussaggi.

PICCOLE E GRANDI IMPRESE DEI NOSTRI CAMPIONI e un appello a salvare il campo della SS Trinità di Andrea Minchio Dal Menti di Vicenza al Madison Square Garden di New York il salto è davvero notevole. Soprattutto se al gap geografico si aggiunge quello, siderale, di carattere storico. Un punto sul quale non ci sono dubbi. Eppure, alle pagine che seguono, ESSE propone proprio questo: un salto temporale e spaziale, una provocazione -verrebbe quasi da dire- che implica molteplici considerazioni di carattere culturale e non solo sportivo. Formidabile, scusate la presunzione, il servizio dedicato a Tito Primon, sorta di grande affresco di un’epoca nel quale la storia del calciatore dapprima giallorosso e poi biancorosso assume una valenza testimoniale. Anche in virtù del particolare e prezioso apparato iconografico che affianca il testo: Bassano e Vicenza negli anni Cinquanta e Sessanta, il calcio vissuto tutto all’italiana, lo sguardo rivolto verso il futuro e sempre affiancato da un afflato positivo; un viaggio che porta il lettore ad appassionarsi con il medesimo entusiasmo agli incontri di serie A e B, alle partite internazionali (seppure nell’ambito del calcio dilettantistico), piuttosto che ai casalinghi tornei dei bar e delle fabbriche, con tanto di sindaco e autorità cittadine al seguito. Altrettanto formidabile il pezzo di Fabio Ussaggi, che racconta della sua incredibile esperienza nell’universo a stelle e strisce del basketball USA. Un tour nel cuore delle università americane, gomito a gomito con giocatori e coaches; una trasferta di sei mesi che ha fotografato una straordinaria realtà, illuminata da riflettori abbaglianti, esaltata dalle esibizioni delle cheerleaders, accompagnata dalla musica trainante delle bande (ogni società ne ha una!) e soprattutto sostenuta dalla presenza festosa di migliaia di supporter. Non c’è due senza tre. Il detto vale anche per questo numero di ESSE. Infatti Gianni Celi firma un pezzo tanto circostanziato e laborioso quanto appassionante, un agile compendio sui campioni di casa nostra, gente tosta che ha esportato i colori giallorossi nel mondo distinguendosi con prestigio in competizioni internazionali e molto spesso anche vincendole. Veterani che si sono fatti onore, le cui imprese sono qui narrate quasi sotto la forma di preziose schede biografiche, palmares e aneddoti inclusi. L’unica nota dolente viene da Antonio Finco e riguarda il prossimo ridimensionamento del campo della SS Trinità e l’abbattimento dei relativi spogliatoi: un’operazione volta a realizzare alcuni parcheggi, che di fatto sopprime la storica struttura sportiva. Un contesto, afferma il giornalista (ex U.S. Angarano), che si dovrebbe anzi tutelare e valorizzare. Il tempo è ormai scaduto e la speranza di una revisione del progetto praticamente sfumata.

Veterani I campioni di casa nostra

p. 27

di Gianni Celi

Qui Panathlon Luigi Vinanti. Medico, alpinista, uomo

p. 36

di Aldo Primon

Copertina Il coach bassanese Fabio Ussaggi, reduce da una felice esperienza di sei mesi negli Stati Uniti, ci racconta tutti i segreti del basketball, vissuto dall’interno di prestigiose università americane: autentici templi della pallacanestro (servizio a pagina 13).

ESSE - La rivista di sport nel Bassanese Supplemento al numero 149 di Bassano News Novembre - Dicembre 2014

Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa Tel. 0424 523199 - Fax 0424 523199 - eab@editriceartistica.it www.editriceartistica.it - © Copyright Tutti i diritti riservati Con il patrocinio del Panathlon Club di Bassano del Grappa Direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio, Alberto Calsamiglia, Ivana Moresco, Rino Piccoli, Aldo Primon, Giampi Zanata Hanno collaborato Sergio Campana, Gianni Celi, Antonio Finco, Nereo Merlo, Mario Primon, Fabio Ussaggi, Luigi Vinanti Stampa Stampatori della Marca - Castelfranco Veneto Distribuzione Bassano e comprensorio Esse è stampato su carta patinata ecologica Hello Gloss TCF Editrice Artistica Bassano pubblica anche:

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FOCUS Testo di Andrea Minchio - Fotografie: raccolta Mario Primon

Dal campetto del Patronato San Giuseppe all’erba del Menti

TITO PRIMON Uno stopper di razza, in maglia azzurra, fra i ragazzi del pra’ Cresciuto nelle fila della Virtus Bassano, ha in seguito indossato la divisa della Nazionale Dilettanti e quella -biancorossa e blasonata- del Vicenza. Per lui, poi divenuto imprenditore di successo, il calcio ha sempre rappresentato un importante fattore di formazione.

“Figli della guerra, ci ritrovavamo al pra’ per giocare: la Conca d’oro rappresentava infatti uno spazio ideale per parecchi giovani bassanesi. Lì ci si radunava ogni pomeriggio alla ricerca di qualche ora di svago e divertimento, privilegiando il calcio su ogni altra attività. Ricordo -e le fotografie lo testimoniano efficacementeche tutto intorno a noi c’erano campi, campi e ancora campi... Ma non eravamo soli. Da piazza Terraglio e dal Margnan giungevano molti altri ragazzi, sempre pronti a unirsi a noi. Le partite, poi, ESSE • 4

erano interminabili. A prescindere dal numero dei giocatori: dieci, quindici, venti, non era importante quanti... Ecco, il mio esordio calcistico è avvenuto proprio in quel luogo magico, con addosso un paio di calzoncini e una maglietta. Il mio ruolo di allora? Portiere!”. A raccontarci la sua storia umana e sportiva è Mario Primon, conosciuto dai più come “Tito”: un soprannome che gli è stato dato proprio a quell’epoca (negli anni Cinquanta) in prato Santa Caterina

e che ancora oggi lo contraddistingue. Un soprannome, aggiungiamo, che gli ha portato fortuna. Già, perché Tito Primon è oggi un imprenditore che opera con successo nel settore dell’autotrasporto, al comando di un’azienda -la Titotransdove lavora oltre un centinaio di persone. I suoi camion percorrono giornalmente, in lungo e in largo, la parte settentrionale della Penisola spingendosi spesso fino agli estremi meridionali della Toscana. “Attorno ai dodici anni -prosegue Tito Primon- venni contattato da Luigino Nave, allora allenatore della Virtus, per entrare a far parte di quella blasonata società cittadina, che giocava al Patronato San Giuseppe: una realtà relativamente piccola, che in più di un’occasione aveva però dato filo da torcere ad autentici squadroni. Ricordo ancora che il campo di gioco era adiacente al Tempio Ossario e una delle porte si trovava quasi a ridosso della costruzione. Fatto sta che il mister intravide subito le mie potenzialità: ero veloce, scattante e al tempo stesso abile nel contrastare l’avversario. Dotato di un buon fiuto per l’anticipo, riuscivo spesso a sottrarre il pallone agli attaccanti contro cui giocavo. Fu quasi automatico assegnarmi il ruolo di terzino. E poiché entrambi i piedi erano buoni la collocazione finale fu sulla fascia sinistra”. Alla Virtus Tito Primon rimase per otto lunghi anni, densi di soddisfazioni ed indimenticabili emozioni; fino al 1968,

In alto, sotto ai titoli, Tito Primon fra i figli Diana e Thomas. Pagina a fianco, foto grande, Tito Primon negli anni Cinquanta, giovanissimo portiere in Prato Santa Caterina. Riquadro, con la divisa della Virtus Bassano, assieme all’amico Livio Parisotto (anch’egli del pra’e suo vicino di casa).


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FOCUS

quando la sua squadra si fuse con l’A.C. Bassano, un fatto “epico” nello sport giallorosso destinato a dare vita alla compagine che ancora oggi rappresenta (onorevolmente) la città. Fu a quell’epoca e in quel particolare contesto, nel quale lo sport si fondeva con i valori dell’educazione cattolica, che maturarono le amicizie indelebili con Giorgio Moretto, Antonio Borsato, Vladimiro Waleski... Persone con le quali Tito Primon condivise, gomito a gomito, l’esperienza irripetibile di uno spogliatoio carico di sentimenti profondi.

Qui sopra, il sindaco Pietro Fabris conferisce a Tito Primon, giocatore della Virtus Bassano appena passato al Lanerossi Vicenza, un riconoscimento cittadino (1968). In secondo piano si intravede Toni Basso, insuperabile amministratore e factotum della società. In alto, la formazione della Virtus Bassano nel 1966, in una foto ricordo al Patronato San Giuseppe: la divisa è quella classica, bianca con fascia giallorossa orizzontale. Fra i giocatori si riconoscono alcuni grandi amici di Tito: Giorgio Moretto (portiere), Sergio Borsato (centrocampista), Vittorio Conte (libero), Mario Bizzotto (terzino), Giuseppe Ferronato (ala e capitano della squadra), Antonio Pesavento (centrocampista).

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“Contestualmente alla fusione, nel 1968, venni ceduto al Lanerossi Vicenza; confesso che il primo impatto con la maglia biancorossa fu quasi traumatico e che il passaggio dal campo dell’oratorio al mitico Menti non fu indolore. Nel capoluogo berico ebbi come primo allenatore Ettore Puricelli, l’ex “testina d’oro” della nostra seria A. Ricordo che il mio arrivo in quella compagine coincise con l’ammutinamento di alcuni giocatori, non soddisfatti del loro ingaggio: un evento che al sottoscritto consentì

subito di entrare nella rosa dei titolari come stopper”. Per tutta la stagione 1968-’69 Tito Primon si recò quotidianamente al Menti con il suo Morini 48 Mosquito, che parcheggiava piuttosto distante dallo stadio per non sfigurare di fronte ai compagni, che invece lo raggiungevano con fiammanti macchinoni (fra i quali primeggiavano le Alfa Romeo Duetto). “Non c’era evento meteorologico che potesse arrestarmi. Con la pioggia, con il vento, con qualsiasi condizione atmosferica arrivavo sempre a destinazione: quarantacinque minuti esatti, ai quali seguiva regolarmente l’allenamento”. A onor del vero va anche ricordato che in primavera Tito Primon aveva partecipato al Torneo delle Regioni (precisamente alla X Edizione che si era svolta in Friuli Venezia Giulia) e che, sempre nel ’68, in un paio di occasioni aveva fatto parte della Nazionale Dilettanti: contro la rappresentativa tedesca occidentale a Belluno, l’uno maggio, e contro quella inglese a Londra, poco più di venti


giorni dopo. In entrambi i casi le partite si risolsero con un onorevole pareggio. Lo aveva cercato pure la Reggina di Maestrelli: una proposta allettante, ma i genitori -contrari all’idea di vedere emigrare il figlio in Calabria- lo avevano sconsigliato ad andare così distante. “Dopo il primo anno al Lanerossi Vicenza venni dato in prestito al Sottomarina ed ebbi la soddisfazione, a Tito Primon, stopper della rappresentativa veneta al Torneo delle Regioni, anticipa con decisione un attaccante avversario (Trieste, 1968).

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FOCUS

Qui sopra, la copertina e alcune pagine interne dell’opuscolo edito in occasione dell’incontro fra le Nazionali Dilettanti di Inghilterra e Italia, disputato a Londra il 23 maggio 1968 (0-0). Di Tito Primon i curatori tecnici della pubblicazione scrivevano così: “Centro-mediano. 22 anni, è uno stopper consistente. Buono nel gioco aereo, forte nel tackle. Uno degli uomini chiave della difesa: un cesellatore”. La medaglia d’oro, commemorativa della gara. In alto, le formazioni delle Nazionali Dilettanti di Italia e Germania Ovest, sulla carta e in campo. La partita venne giocata a Belluno il 1° maggio 1968 e si concluse con un pareggio (0-0). Da segnalare, tra i guardalinee, la presenza di un giovane Luigi Agnolin.

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fine campionato, di venire riconosciuto dalla critica quale migliore stopper della serie C: un ruolo oggi molto cambiato, ma che all’epoca veniva assegnato a giocatori maturi e affidabili. Al termine del campionato, nonostante la buona prestazione, il Vicenza mi trasferì all’Audace San Michele di Verona, sua società satellite. Ebbi giusto il tempo di disputare una stagione tranquilla prima di essere richiesto dal Bassano Virtus di Franco Pianezzola, storico presidente della società giallorossa. E soprattutto dal mister Luigino Nave, Seminatore d’Oro nel 1969, che ritrovavo al Marcante: una persona estremamente valida e preparata, che ha saputo influire positivamente nella mia formazione di atleta e uomo. Per me un vero e proprio punto di riferimento.

Il sogno della Serie A e della carriera professionistica era ormai sfumato; tanto valeva tornare in patria e giocare fuori dalla porta di casa! Certo, bisognava tornare a rimboccarsi le maniche... Così, mi presentai alla ditta Bertin Dino che operava nel settore degli autotrasporti internazionali e che aveva sede presso la stazione di Bassano (vicino al Calzaturificio Gasparotto). Venni subito assunto, potendo in questo modo alternare l’attività sportiva a quella lavorativa. Non potevo certo immaginare allora che, a ventisette anni, stavo per imprimere alla mia vita una svolta radicale e vincente”. Per Tito Primon non si trattava però del primo impiego: già da ragazzo, dopo i quattordici anni, aveva infatti conosciuto il mondo del lavoro, quando era stato assunto nella ditta orafa dei Balestra. Due realtà, Balestra e Bertin, entrambe di primo ordine: aziende che contribuirono efficacemente a formare in lui una buona mentalità imprenditoriale. Così, nel 1978, potè entrare -e questa volta da socionella compagine di Bassano Speed, altra


ditta che operava nell’autotrasporto. “Con il Bassano giocai in serie D fino ai fatidici 33 anni; il lavoro assorbiva ormai gran parte del mio tempo. Ma non volevo abbandonare il calcio e, poiché la sede della ditta si trovava a Sant’Anna di Rosà, per me fu quasi automatico entrare nelle fila del Travettore: una bella squadretta, alla quale fornii un onesto contributo da giocatore esperto. Fino alla soglia dei quarant’anni, quando un intervento all’anca pose la parola fine alla mia carriera. Contemporaneamente diedi vita alla Titotrans, la cui prima sede (guarda caso!) si trovava anch’essa a Sant’Anna di Rosà. Ricordo ancora come e dove nacque l’azienda: durante una cena, nella taverna di mia sorella Marilisa. Fu lì che accennai del progetto a mio padre, Tito Primon al Menti di Vicenza con gli amici Carnovelli (libero) e Rigoni (attaccante), e ritratto in una classica figurina Panini dell’Album 1968-’69.

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FOCUS Qui sotto, una delle più belle formazioni del Bassano Virtus (1973), ritratta al Mercante con il presidente Franco Pianezzola e il mister Luigi Nave. “Credo sia stata -ricorda Tito Primon- una delle migliori compagini di sempre: grandi giocatori, soprattutto grandi uomini. Ragazzi che sapevano trasmettere valori profondi, dai quali ho imparato molto anche sul piano umano. Con loro ho condiviso momenti di estrema gioia e anche la delusione di qualche amara sconfitta”.

FRATELLO DI UN FRATELLO MAGGIORE Mario è più grande di me di sei anni. Un abisso in età adolescenziale. Lo vedevo alzarsi al mattino e preparare la sacca per l’allenamento quotidiano. Curava l’aspetto e usciva solo dopo aver “costruito” bene il ciuffo. Pensavo che quando avrei avuto la sua età mi sarei pettinato come lui: capelli morbidi su un ciuffo alla Little Tony. Peccato che i miei capelli fossero indomabili e dritti come spini: appena crescevano un po’ mi facevano un testone così. Ma probabilmente ciò che mi ha “bloccato lo sviluppo” è stata una serie di spaventi subiti. Immaginate di svegliarvi nel cuore della notte con un senso di pesantezza sullo stomaco, accendere la luce e trovare vostro fratello a cavalcioni sulla pancia, con gli occhi sbarrati e le braccia in movimento, come stesse scaricando pacchi. Era davvero difficile rimetterlo a letto senza che si accorgesse! Mi è anche capitato di svegliarmi di soprassalto per qualcosa che mi attanagliava il viso, a volte con le dita infilate in bocca fino alle tonsille. Era sempre Mario che, caduto dal letto, cercava di rialzarsi. Nostra madre accorreva, svegliata da tanto trambusto e mi diceva: “Pian, Aldo, pian. Tireo su pian pianin che non bisogna svegliarlo. Xe pericoloso, el poe morire!”. Lui? Non io, di paura! Dopo qualche tempo il disturbo è passato ed è merito mio se Mario ha fatto carriera come calciatore e imprenditore perché, fedele alle consegne di nostra madre, non l’ho mai svegliato. Aldo Primon ESSE • 10

che a quel tempo lavorava ancora alle Smalterie. Inutile dire che si preoccupò subito di questa iniziativa; mi chiese se avevo lavoro e dove avrei trovato i soldi per partire. Gli risposi che ci avrei provato utilizzando la liquidazione. E poi avevo già affittato un garage, subito adibito a magazzino. Di certo non avevo mai guidato un camion. Ma questo non rappresentava per me un problema: ancora oggi ho solo la patente B”. Alla “Titotrans”, fianco a fianco con Mario Primon, hanno in seguito lavorato due suoi

figli, Diana e Thomas. Veronica, più piccola, è ancora molto giovane; seguita nel suo crescere da mamma Monica, studia con profitto al Liceo Artistico di Cittadella. “Diana è stata con me parecchi anni; ora è madre di tre bambine e, gioco forza, ha dovuto diradare la presenza. Thomas è titolare di Thomastrip società che collabora con Titotrans e opera nel medesimo settore. E’ uno sportivo doc: pochi giorni fa abbiamo festeggiato il suo titolo di campione italiano di biliardo a coppie. Una passione che coltiva da anni e che gli regala grandi soddisfazioni”.

Sopra, una fase concitata della partita Triestina- Bassano Virtus del 1973 (0-0). Primon, con il numero 5, “vola” verso l’attacante avversario condizionando l’esito del tiro nemico.


Il giallorosso Tito Primon si esibisce in una rovesciata da manuale durante una partita Mestrina-Bassano (0-1) disputata nei primi anni Settanta.

I PRETORIANI DELL’AREA “Stopper, sinonimo di segugio, di killer, e insomma di specialista della distribuzione. Lo stopper è un creatura del Dopoguerra, anzi per essere precisi degli ultimi dieci anni di storia calcistica, discendente diretto di quei centromediani del passato, quando il catenaccio di Rocco era ancora in mente dei. [...] In un gioco del calcio sempre più atletico, sempre più programmato dalla ginnastica isometrica, dalle cure vitaminiche, dove medicina, esperienza calcistica e preparazione si fondono in un tutto unico per dare vita all’atleta, il contatto virile-agonistico spesso carogna, è fattore indispensabile nell’economia globale. Nasce così la dinastia dei duri, dei pretoriani dell’area di rigore: Morini, Giubertoni, Rosato, Cresci, Niccolai. Questi gli esempi sui quali si modellano le serie inferiori [...]. PRIMON (Sottomarina). Prodotto tipico vicentino (Bassano del Grappa), sembra incarnare la virulenza e tutto l’animus

pugnandi degli alpini della sua città. Ceduto quest’anno al Sottomarina si è subito imposto come titolare dopo un paio di partite in anticamera. Scattante, gran colpitore di testa, implacabile anticipatore, nonostante una statura non altissima, riesce a francobollare quasi sempre il suo uomo in virtù di un tempismo eccezionale e di innate doti acrobatiche. [...] E’ l’unico del lotto ad avere la mentalità professionistica rigorosa del giocatore che programma la partita prima di andare in campo”. di Andrea Bosco, da Sport 70, 1970. Nel servizio-inchiesta sugli stopper della serie C Tito Primon è risultato il miglior giocatore del campionato in questo ruolo (come risulta anche dalle pagelle pubblicate dall’organo di stampa).

... per ritirare oggi e consegnare domani...

Il calcio a Bassano, fra fabbriche e bar “A partire dai primi anni ’50 -ricorda Tito Primon- in terra bassanese si disputavano due accesissimi tornei: quello dei Bar (al Patronato San Giuseppe) e quello delle Fabbriche (sul campo dell’Angarano). Entrambi erano animati da infuocate passioni. Per quel che mi riguarda, giocai con il Bar Sergio (allora in via Matteotti, dove oggi si trova un negozio di calzature) e con il Bar Brunello di Campese, oltre che con la compagine della ditta Balestra, della quale utilizzavamo scherzosamente e a fini calcistici lo slogan per incatenare i nostri avversari. In entrambi i casi, comunque, si giocava con il coltello tra i denti”. La squadra del Bar Sergio, premiata al Patronato San Giuseppe nel 1975. Alle spalle dei giocatori, molti dei quali “vecchie glorie del calcio bassanese, si riconoscono alcune autorità cittadine.

Via Quartiere Prè, 86 36061 Bassano del Grappa (VI) Telefono 0424 567269 info@titotrans.it - www.titotrans.it

Via Quartiere Prè, 86 36061 Bassano del Grappa (VI) Telefono 335 7364911 thomas_trip@libero.it

Servizio espresso giornaliero ESSE • 11


COVER

A fianco, da sinistra Sweet Sixteen MSG New York Michigan St. vs UVa Coach Tony Bennett (28-03-’14). Sweet Sixteen MSG New York Fabio Ussaggi prima della gara UConn vs Iowa State (28-03-’14). Elite Eight MSG New York Michigan St. vs UConn (30-03-’14): gli spettatori presenti.


Testo e foto di Fabio Ussaggi

L’entusiasmante avventura, umana e sportiva, del coach Fabio Ussaggi negli States

NEL CUORE DEL BASKETBALL A STELLE E STRISCE E’ stata la concretizzazione di un sogno accarezzato da sempre, ma anche un’esperienza professionale di prim’ordine, vissuta all’interno delle società più blasonate, fianco a fianco di allenatori e giocatori. Il tutto ha avuto inizio da un riposo “forzato” nell’estate del 2013… In quei giorni di break dal basketball quotidiano nella mia mente si è insinuato un pensiero davvero molto stuzzicante: perché non chiudere il cerchio di un’onorata professione, lunga ben trentasei anni, con un viaggio negli States? Ossia in quel Paese che ha rappresentato per me, fin dagli esordi di allenatore negli anni Settanta, una grandissima fonte di ispirazione tecnica? E, ancora, perché non farlo adesso? Elite Eight MSG New York Michigan St. vs UConn (30-03-’14): partita dei quarti di finale del tabellone NCAA a 64 squadre.

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COVER


A sinistra, Elite Eight MSG New York Michigan St. vs UConn (30-03-’14): mascotte e cheerleaders di Michigan St. Qui sotto, Elite Eight MSG New York Michigan St. vs UConn (30-03-’14): time-out UConn.

L’idea messa a fuoco inizialmente è stata quella di seguire per alcune settimane diversi basketball programs, spostandomi fra le varie sedi universitarie e seguendo l’intera stagione NCAA Basketball che culmina con il famoso March Madness, il mese in cui si svolgono le finali delle varie Conference e i concentramenti che portano alle Final Four. Il calendario del 2014 prevedeva che le finali si sarebbero tenute il primo week-end di aprile a Dallas, nello stadio dei Cowboys, di fronte a ottantamila persone (secondo evento sportivo negli Stati Uniti dopo il Superbowl!). Così, messomi di buona lena, ho iniziato la ricerca degli indirizzi e-mail dei Coach, Assistant e Director of Basketball operation delle prime cento università del ranking NCAA e di un’altra ventina delle quali conoscevo personalmente il coach e la sua fama. Non sarebbe stato logico, infatti, intraprendere un viaggio così importante senza avere la sicurezza di poter assistere non solo agli allenamenti ma anche alle riunioni con la squadra e lo staff tecnico e capire come, nella patria del basketball, si programmi una stagione, gli allenamenti, una partita. Dalla metà di settembre 2013 ho iniziato a contattare i diversi Coach, ricevendo sin da subito risposte più che promettenti: il primo in assoluto a dedicarmi un po’ del suo tempo è stato Tony Benett di UVa (University of Virginia), che si è dichiarato felice di avermi come “osservatore” e che mi ha lasciato il nome della persona con cui mi sarei relazionato per l’aspetto logistico. Subito dopo ecco anche la risposta di Phil Martelli di St. Joseph’s a Philadelphia, che avevo conosciuto a Vicenza quell’estate in occasione di un paio di partite giocate dalla sua squadra. Nel giro di una decina di giorni sono state sedici le risposte positive, delle quali cinque con disponibilità totale per il periodo da me programmato e le rimanenti con disponibilità per massimo una settimana offerta dagli stessi coach; come nel caso di Greg McDermott, di Creighton, che mi ha suggerito

A sinistra, JPJones Arena: salto a due nella gara Miami U. @ UVa (26-02-’14). Qui sotto, UVa: sede programma maschile di basketball in JPJones Arena.

Sotto, dall’alto verso il basso UVa: JPJones Arena prepartita vs Syracuse (01-03-’14). UVa: Fabio Ussaggi con lo staff tecnico.

addirittura di andarlo a trovare l’anno successivo, a settembre, mese nel quale il suo lavoro è finalizzato a costruire tecnicamente e tatticamente la squadra. Il mio progetto, pian piano, si stava dunque realizzando… Preparati i documenti necessari per trascorrere sei mesi negli States, sono partito il 24 novembre, con circa un mese di ritardo dalle mie previsioni iniziali,

Pagina a fianco Elite Eight MSG New York Michigan St. vs UConn (30-03-’14): un momento della gara.

dovuto a molteplici problemi con la burocrazia americana… chi ha avuto l’esperienza mi capirà! Il primo impatto con il NCAA Basketball sarebbe stato a Philadelphia, ESSE • 15


A fianco, da sinistra, Temple University: con Coach Fran Dunphy (06-03-’14) Villanova University: coaches meeting con Jay Wright e il suo staff (13-01-’14).

città nella quale hanno sede la St. Joseph’s University e altre quattro Università con squadre in Division One. Poi mi sarei spostato a Charlottesville in Virginia e quindi a Lincoln e Creighton in Nebraska. Il resto lo avrei deciso una volta arrivato. Dopo aver avvisato Coach Martelli della venuta, mi sono state comunicate le informazioni riguardanti il meeting degli allenatori (oltre ai dati relativi al mio contatto). Nel primo pomeriggio mi sono recato alla St.Joseph’s University. La sede dei programmi maschile e femminile è il

iniziata una vera full immersion in questa avventura da tanto sognata! Di qui si sono susseguiti una serie di incontri con personaggi mitici del Basketball College. Facendo base a Philly, ho incontrato

origini italiane da parte materna e di firmarsi in e-mail e sms come Francesco. Ho trascorso un’intera settimana a Villanova per seguire la preparazione al match con De Paul del Coach Jay Wright (uno dei più quotati e pagati)

Ramsey Basketball Center, dedicato a uno dei miti del basketball americano, Jack Ramsey, che qui ha giocato e in seguito allenato per undici stagioni, con un record di 237-71, prima di diventare coach nella NBA con 1647 panchine in vent’anni. Un’autentica leggenda! Il corridoio all’entrata sembrava una vera e propria “hall of fame”, con innumerevoli foto e trofei. Sulla destra, nell’atrio, era posta la scrivania di Claire, l’Administrative Assistant dell’allenatore Martelli, che gentilmente mi ha invitato ad accomodarmi finché lo aspettavo. Pochi minuti più tardi è arrivato Phil Martelli che, dopo avere salutato, mi ha comunicato che a breve sarebbe iniziato il coaches meeting, a seguire la video session con la squadra e quindi il practice. In pratica è subito

Jerome Allen, allenatore dell’University of Pennsylvania ed ex giocatore in Italia a Roma e Udine, il quale, in modo scherzoso, ha preteso di parlare con me in italiano “perché così mi sarei tenuto in esercizio”! Ho conosciuto e frequentato Fran Dunphy, Coach a Temple University, orgoglioso di raccontarmi delle sue

che, nel nostro primo incontro, mi ha spiegato con grande entusiasmo la sua filosofia cestistica, invitandomi poi al suo show radiofonico in un locale non lontano dall’Università, in cui con le telefonate dei tifosi in diretta mantiene vivo il contatto con la sua “gente”. Qui infatti, e ne avrei avuto conferma a Buffalo e a New York, in occasione delle

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St. Joseph’s University: spogliatoio degli Hawks prima di una partita. St. Joseph’s University: foto ricordo con la squadra e il Coach Phil Martelli.


St. Joseph’s University: il corridoio d’ingresso al Ramsey Basketball Center; in pullman per la trasferta a Washington per la gara vs GW (04-03-’14); il motto degli Hawks all’ingresso dello spogliatoio; la sala video in preparazione della gara vs La Salle (04-03-’14).

fasi finali del torneo Ncaa, quando si studia in un College si instaura un legame per tutta la vita. Con una variazione di programma, a causa della rigidità dell’inverno in Nebraska, mi sono diviso tra le squadre di Philadelphia, partendo sempre da St.Joseph’s, dove ormai avevo instaurato un legame a doppio filo con lo staff, la squadra e l’organizzazione. Sicuramente, però, sarei andato anche al sud per una decina di giorni, a Charlottesville in Virginia. Lì, infatti, i Cavaliers di UVa (University of Virginia), che erano ai primi posti (n° 12) del ranking nazionale, in quel periodo avrebbero giocato la partita contro Syracuse (n° 4) del Coach Jim Boeheim, decisiva per il titolo dell’Atlantic Coast Conference (ACC).

Charlottesville, piccola cittadina di 45.000 abitanti, fondata dal terzo presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, oltre a essere stata la sede della prima università statale degli Usa, è stata anche la prima università nella storia a separare scuola e chiesa. In occasione della mia prima partita (Notre Dame @ Virginia il 22 febbraio) si è tenuto anche il primo match del campionato universitario di baseball, in una struttura vicino al palazzetto (John Paul Jones Arena di 14.000 posti). Sono rimasto incredulo quando mi è stato riferito che entrambi gli impianti erano sold out… 4.000+14.000=18.000 (quasi mezza città unita dalla passione per lo sport!). Anche l’allenatore Tony Bennett, dopo uno scambio di idee e filmati, non mi ha

nascosto la sua origine italiana, anzi ha precisato che il suo vero cognome sarebbe “Benedetti” e non Bennett, come quello cambiato dal nonno di origini umbre. Qui è nato inoltre un forte legame di amicizia con due suoi assistenti, Ron Sanchez e Marlon Stewart, con i quali ho assistito a partite di high-school, ho condiviso nozioni tecniche e piacevoli momenti in compagnia. La sera prima del mio rientro a Philly, UVA ha battuto di 20 punti la favorita Syracuse e nel tripudio generale i Cavaliers sono stati campioni ACC. Al mio ritorno a Philly anche la regular season A10 stava per finire e ne ho approfittato per fare l’ultima trasferta con St.Joe’s a Washington. Gli Hawks di St.Joseph’s hanno terminato la

St. Joseph’s University - Hagan Arena: presentazione delle squadre per la gara vs La Salle (08-03-’14).

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COVER

State ha sconfitto gli amici di UVA (tra l’altro diventati i favoriti dell’East per l’accesso alla Final Four) per 61-59. Due giorni dopo, assieme a 19.499 persone, ho avuto modo di essere presente alla gara dell’Elite Eight tra UConn e Michigan State (60-54) che ha qualificato la vincente alle Final Four.

stagione al quarto posto e questo ha permesso loro di saltare i primi due turni di playoff che si tenevano a Brooklyn al Barclays Center (campo dei Nets franchigia NBA). Grazie a tre partite strepitose, alle quali ho assistito in prima persona, contro ogni pronostico gli Hawks hanno vinto il titolo, battendo VCU (Virginia Commonwealth University, n° 23 del ranking nazionale) e acquisendo il diritto di partecipare alla fase finale del torneo NCAA. A breve sarei partito per Buffalo NY per il 2nd & 3rd round. Sfortunatamente l’accoppiamento ha portato i ragazzi di Phil Martelli a incontrare UConn (University of Connecticut) con un ESSE • 18

punteggio finale 81 a 89 dopo un tempo supplementare, con la vittoria dei ragazzi di UConn, che di lì a una quindicina di giorni sarebbero diventati campioni nazionali. La mia avventura stava volgendo al termine, il volo di rientro era infatti fissato per il primo aprile. Dopo una visita a Temple e a Villanova per salutare i nuovi amici che avrei ricordato, una volta in Italia, sempre con grande gioia, mi sono diretto a New York per gli East Regionals. Il 28 marzo al Madison Square Garden ho assistito a due partite del Sweet Sixteen, dove UConn ha battuto Iowa State per 81-76 e purtroppo, Michigan

Facendo un resoconto di questi quattro mesi posso dire di aver seguito 51 allenamenti tra St. Joseph’s, UVa, Temple,Villanova, Penn e di aver visto la bellezza di 32 partite di cui 22 di Conference (Big Five, Atlantic 10, American Athletic, Atlantic Coast, Big East), 5 di Atlantic 10 Championship, 5 di NCAA East Regionals a Buffalo e a New York. Il tutto accompagnato da innumerevoli riunioni tecniche, video e incontri personali con i Coach. Un’esperienza formidabile: gli allenatori americani mi hanno accolto e trattato da collega permettendomi spesso, su loro richiesta, di esprimere e condividere le mie opinioni sul loro modo di giocare che, negli ultimi anni, si esprime più “fisico” in attacco ed estremamente “tattico” in difesa (a discapito, a volte, della cura dei fondamentali).

Brooklin NY - Barclays Center: sede delle finali A10 Conference (12/16-03-’14). Brooklin NY - Barclays Center: l’orgoglio del Coach Phil Martelli dopo il taglio della retina per la vittoria del titolo A10 Conference (16-03-’14). Brooklin NY - Barclays Center: Fabio Ussaggi, in campo, festeggia con Phil Martelli la vittoria.


Sopra, dall’alto verso il basso Buffalo NY - First Niagara Center: palla a due nella gara St.Joseph’s vs UConn; la banda dei St.Joseph’s Hawks (20-03-’14). A sinistra, Brooklin NY - Barclays Center: premiazione dei capitani con il trofeo del titolo A10 Conference (16-03-’14).

Grazie alla disponibilità degli studenti “manager” la palestra per ogni allenamento o partita è perfetta e non è possibile avere tempi morti. Con Coach Martelli ci siamo spesso confrontati sul suo programma di lavoro e mi ritengo fortunato di aver condiviso con lui il metodo di allenamento e di gestione delle partite, anche se molto diverso dal mio. Nell’ultimo mese, tra la preparazione della squadra per le finali, le interviste, le trasferte e le I ragazzi hanno il “miraggio” della NBA e/o l’obiettivo di giocare in Europa. Da qui deriva un’intensità sempre molto alta in allenamento: nelle nostre palestre non ho mai visto giocatori “correre” come ho visto nei College americani. Anche il regolamento differisce da quello ufficiale FIBA: i 35” per azione (contro i nostri 24”), le rimesse a tutto campo senza infrazione di metà campo, la regola sui passi e i quattro time out “televisivi” (di 2 minuti e mezzo) a tempo. A livello organizzativo non ci sono paragoni, ogni cosa accade perché è programmata, ognuno sa qual è il suo compito; se la partenza per la trasferta è alle 10:00, alle 10:00 si parte.

Fabio Ussaggi è nato a Bassano del Grappa il 15 maggio 1957. Allenatore federale dal 1977, nel 1984 consegue la tessera di Allenatore Nazionale (abilitazione per la Serie A). Inizia ad allenare nella stagione 1976/’77 nel playground di San Marco sino al 1980, per passare al Basket Bassano per due stagioni.

partite, il tempo che ci siamo dedicati a discutere non è stato molto. Al ritorno da Buffalo, tuttavia, Phil ha detto, con mia grande soddisfazione: “Quando tornerai da New York, il giorno prima di partire io e te ci dobbiamo vedere per un paio di ore. Ho necessità di sapere cosa pensi del mio programma: se hai qualche idea o suggerimento, sono ben accetti”. Con questa sua frase posso dire che il mio “cerchio si sia veramente chiuso”. Stay in touch, Coaches!

Da lì in poi si susseguono: - Pall. Dueville (una stagione); - S. Marco Basket Maschile e Femminile (3 stagioni); - Pol. T. Assi Trani (una stagione); - S.C. Basket Olbia (2 stagioni); - Pol. T. Assi Trani (una stagione); - Pol. Mogliano V.to (3 stagioni); - Basket Bassano (5 stagioni); - Pall. Montecchio M. (3 stagioni); - Basket Montebelluna (2 stagioni); - Basket Bassano 1975 (7 stagioni); Da questa stagione è tesserato con l’A.P Castelfranco Veneto in qualità di Head Coach del team che partecipa alla serie C Regionale. Nel 2012 ha conseguito la licenza FIBA Certified Coach che gli permette di allenare in tutto il mondo.

In 35 anni di attività da Capo Allenatore il record dei “main teams” allenati su 809 partite ufficiali è di 467 vittorie (58%). Le categorie giovanili allenate vanno da Esordienti (12 anni) ad Under 18-19 con la partecipazione a campionati di Eccellenza Under 18 (3) e Under 16 (2). Oltre all’aspetto tecnico ha curato quello organizzativo qualificandosi con la partecipazione al Master “Team building & Coaching” organizzato dalla ProFinGest di Bologna su invito della Federazione Italiana Pallacanestro e conseguito il Master in “Management dello Sport” presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali di Roma (LUISS).

Buffalo NY - First Niagara Center: l’organizzazione NCAA non lascia nulla al caso!

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FELLOWSHIP Testo di Elisa Minchio

Assolutamente positivo il bilancio del dinamico sodalizio forense giallorosso

JUS SPORT BASSANO 2014: un altro anno vincente, tra successi agonistici e impegni solidaristici

Città di Grisolera, ha condotto la squadra bassanese alla vittoria della prestigiosa categoria e alla conquista di un altrettanto prestigioso secondo posto assoluto.

Ormai si archivia anche questo 2014. Un anno veramente travagliato, almeno per quanto riguarda le sorti del Tribunale di Bassano che purtroppo, a seguito dei provvedimenti adottati dal Governo, non dovrebbe più trovare collocazione nella geografia giudiziaria italiana; così come, peraltro, dovrebbe scomparire l’Ordine degli Avvocati di Bassano, incorporato in quello di Vicenza. Fortunatamente, però, per l’associazione sportiva forense Jus Sport Bassano Asd è stato un altro anno pieno di successi e di impegni solidaristici... ESSE • 20

Concluso il Campionato di Calcio Avvocup 2014 con un onorevole quarto posto assoluto, ulteriori successi sportivi sono giunti in casa della gagliarda compagine bassanese in occasione del 6° Trofeo Juris Cup di Vela e soprattutto del Campionato Italiano di Ciclismo Forense. Vediamo dunque, in rapida successione, come si sono svolte le competizioni e come i giuristi giallorossi le hanno affrontate.

Il 6° Trofeo Juris Cup di Vela si è disputato lo scorso 29 giugno sulle acque di Lignano, organizzato dall’Unione Triveneta dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati. In quella circostanza lo skipper Alessandro Bellotti, sulla performante

Veniamo ora al ciclismo. Per il secondo anno consecutivo il presidente dello JSB Nereo Merlo ha conquistato nella categoria Master 6 (55-60 anni) il titolo italiano assoluto di categoria, avendo vinto la maglia tricolore di specialità nella G. F. della “Maratona degli Appennini” (disputata a Sansepolcro il 25 maggio), il secondo posto conquistato nella cronometro individuale (disputata a San Patrignano il 20 settembre) e il terzo posto nella gara in linea (disputata il 21 settembre, sempre all’interno della Comunità di San Patrignano). L’altro alfiere bassanese, Francesco Bellin, ha conquistato la maglia tricolore

Partita del Cuore. Le tre formazioni al completo: Jus Sport Bassano, Centro Coordinamento dei Clubs Biancorossi e Promotori Finanziari di Banca Mediolanum Bassano. Il presidente Nereo Merlo alla presentazione ufficiale dello Jus Sport Bassano al sindaco di Bassano Riccardo Poletto.


Qui sotto, San Patrignano: l’avv. Francesco Bellin con la maglia di campione italiano di categoria nella specialità a cronometro e l’avv. Nereo Merlo con la maglia di campione italiano assoluto di categoria.

Sotto, dall’alto verso il basso: l’equipaggio dello Jus Sport Bassano a bordo di “Città di Grisolera”; lo skipper Alessandro Bellotti.

Qui sotto, da sinistra verso destra: Sansepolcro (AR). L’avv. Merlo conquista la maglia di campione italiano di categoria nella specialità Gran Fondo; si festeggia la conquista della maglia tricolore.

Qui sopra, San Patrignano. I concorrenti del campionato italiano di ciclismo forense ospiti della Comunità di San Patrignano. Sotto, da sinistra verso destra, San Patrignano, gara in linea. Gli avvocati Francesco Bellin e Nereo Merlo in azione.

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FELLOWSHIP Qui sotto, “Un calcio all’epilessia”: le formazioni delle due squadre con tutte le associazioni coinvolte.

Sotto, dall’alto verso il basso: la conferenza stampa di presentazione de “Un calcio all’epilessia” e quella di presentazione della Partita del Cuore.

nella specialità a cronometro, categoria M3, conseguendo un prestigioso secondo posto assoluto nella classifica finale. Va anche doverosamente segnalato che in questa circostanza l’A.I.M.A.N.C. (Associazione Italiana Magistrati Avvocati Notai Ciclisti) ha raccolto e consegnato alla Comunità di San Patrignano la non trascurabile cifra di ottomila euro.

grazie a questa inziativa, inaugurata dal presidente Nereo Merlo nel 2008, è stata infatti devoluta alla Città della Speranza la considerevole somma di ventimila euro. Non a caso la competizione triangolare si è significativamente svolta alla presenza del dott. Andrea Camporese, presidente dell’Istituto di Ricerca Pediatrica della Città della Speranza.

Rimanendo in tema, è da ricordare come la solidarietà sia sempre presente nelle iniziative dello Jus Sport Bassano. A maggio si è svolta a Belvedere di Tezze sul Brenta la manifestazione Un calcio all’epilessia, che ha pure coinvolto l’Associazione My Hope, il Centro Cinofilo Jeans & Friend, Aquerò Onlus, AS Basket San Martino e la Sezione Alpini di Belvedere di Tezze. La partita è stata vinta (di misura) dalla squadra degli avvocati, che ha prevalso su quella dei medici per 1 a 0 e che, a incontro concluso, ha potuto devolvere una certa somma in beneficenza.

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Un altro appuntamento, ormai consolidato nel tempo, è stato l’incontro di calcio organizzato a favore dell’Associazione Oncologica San Bassiano e disputato a San Michele il 14 giugno. Il confronto in campo fra lo Jus Sport Bassano e il San Bassiano Football (squadra formata da medici e personale ospedaliero) si è concluso con il risultato di 2 a 0, questa volta a favore dei medici e, soprattutto, con un’ulteriore donazione da parte del sodalizio forense.

Ultimo appuntamento con la solidarietà è stata la Partita del Cuore per la Città della Speranza, disputata sul campo di Santa Croce il 25 ottobre. Lo Jus Sport Bassano ha battuto altre due formazioni: i Promotori di Banca Mediolanum e la squadra del Centro di Coordinamento dei Clubs Biancorossi. Ma lo JSB ha vinto anche fuori dal campo:

A questo punto una domanda sorge spontanea: e per il 2015? Lapidaria, ma rassicurante e pronta, la risposta dell’avv. Merlo: “Per quanto riguarda la solidarietà, gli appuntamenti saranno ancora di più!”.



IN PUNTA DI PENNA di Sergio Campana

Il calcio ha bisogno della tecnologia, quello italiano di urgenti riforme opo l’ultima partita JuventusRoma che ha sollevato molte polemiche per la contestata direzione arbitrale di Rocchi, si è intensificata la discussione sulla necessità o meno di introdurre la tecnologia, o più volgarmente la moviola, in campo. Il presidente della Federcalcio Tavecchio, sollecitato da più parti, ha inviato al presidente della FIFA Blatter una lettera in cui annuncia la disponibilità dell’organizzazione calcistica italiana a sperimentare la tecnologia. Un’iniziativa che mette l’Italia sulla scia della FIFA, dopo che Blatter al mondiale brasiliano ha aperto alla possibilità di ricorrere alla moviola per controllare un fondamentale episodio della partita: il gol-non gol. Naturalmente non basterebbe il via libera della FIFA all’adozione da parte del calcio di mezzi tecnici mai sperimentati prima. In proposito Giovanni Trapattoni ha affermato con convinzione che la tecnologia aiuterebbe gli arbitri ad andare in campo più sereni, sapendo che potrebbero rimediare a un loro errore e dunque non schiacciati dalle responsabilità. Un altro personaggio importante che pure ha una qualche esperienza, il presidente dell’UEFA Platini, si è invece dichiarato contrario a ogni innovazione di carattere tecnico, perché smonterebbe i valori del calcio. Ad ogni modo qualsiasi presa di posizione della FIFA dovrebbe fare i conti con l’IFAB (l’istituzione al massimo livello custode delle regole del calcio, la sola addetta alle modifiche), che potrebbe eventualmente dare l’assenso nella prossima riunione del 28 febbraio a Belfast. Servirebbero cinque voti su otto per introdurre l’uso della moviola: quattro sono sicuri perché controllati da Blatter, ma è possibile che almeno una delle Federazioni britanniche voti a favore. L’IFAB peraltro potrebbe chiedere approfondimenti e porre vari quesiti. Per esempio: chi si occuperebbe delle telecamere, chi visionerebbe le immagini, chi deciderebbe in caso di episodio dubbio, sarebbe l’arbitro ad avere l’ultima parola? E’ chiaro comunque che, anche se la FIFA cercherà di accelerare i tempi, passeranno molti mesi prima del definitivo via libera alla sperimentazione.

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Chi sostiene con convinzione il ricorso alla tecnologia, fa riferimento a quello che da tempo è adottato da altri sport. Nel tennis la moviola si chiama occhio di falco e può essere richiesta fino a un massimo di tre volte in un set per definire se la pallina è caduta dentro o fuori. Nel basket si controlla se un tiro è da 2 o 3 punti o se è effettuato prima o dopo la sirena, a chi spetta una rimessa. Nel rugby si ricorre alla moviola per decidere su una meta, su passaggio in avanti, su placcaggi pericolosi. Nel volley, su richiesta del capitano, vengono controllati le invasioni di campo, i tocchi della rete, se la palla è caduta dentro o fuori. In tutti questi sport le verifiche vengono fatte a gioco fermo e comunque solo raramente le relative decisioni possono influire sul risultato della partita. Nel calcio sarebbe diverso e quindi occorrerà molta attenzione per stabilire quali episodi andrebbero controllati perché ciascuno potrebbe essere decisivo per l’esito della gara. E così sarebbero da moviola, oltre al gol-non gol, il fallo da rigore dentro o fuori area, il gol in fuorigioco, un fallo grave da espulsione (la testata di Zidane a Materazzi). Siamo proprio curiosi di vedere come si comporteranno i parrucconi dell’IFAB. on occorre essere degli esperti in materia per capire che il calcio italiano sta attraversando, specialmente da un punto di vista tecnico, un periodo critico. L’industria del pallone, ora settima in Italia, retrocessa dopo anni felici, è in crisi di identità e sta facendo di tutto per peggiorare la situazione. Dopo il trionfo al mondiale del 2006, che peraltro non era lo specchio fedele di una superiorità tecnica affermata, c’è stata una caduta libera con l’eliminazione al primo turno in Sudafrica 2010 e in Brasile 2014, intervallati da una sorprendente finale europea a Kiev 2012. Forse è corretto affermare che le cause della discesa del calcio sono le stesse del declino del Paese, ma questo non è confortante, anzi. Definire malato il nostro calcio è il minimo che si possa dire. L’ex campionato più bello e più ricco del mondo produce squadre di alto livello in Italia che però si ridimensionano

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quando varcano il confine. Non si trova un italiano nei 23 selezionati per il Pallone d’Oro e questo si capisce, visto che siamo appena stati sbattuti fuori dal Mondiale al primo turno. Il giro d’affari di Juventus, Milan, Inter e Roma non è paragonabile a quello dei grandi club europei come Manchester United, Real Madrid o Barcellona, ma ormai il ricavo generale della serie A rischia di essere superato anche dal campionato francese. I nostri stadi sono penosi, scomodi, vecchi e attirano sempre meno pubblico, con l’unica eccezione dello splendido nuovo stadio della Juventus. Dunque il calcio italiano è oberato da molti problemi e non deve continuare a inseguire l’obiettivo deleterio degli interessi di parte, trascurando il bene comune: la qualità del prodotto, in primo luogo la valorizzazione dei vivai. In questi ultimi anni c’è stato un decadimento visibile della scuola italiana, con un fiume di soldi dirottato sugli ingaggi e sul mercato straniero e da una quota minima destinata ai vivai. L’Italia è all’ultimo posto per quanto riguarda l’utilizzo in prima squadra di calciatori provenienti dal settore giovanile, che rappresenta solo l’8,4% delle rose di serie A, contro il 23,6% della Francia, il 21,1% della Spagna, il 16,6% della Germania, il 13,5% dell’Inghilterra. I due estremi del nostro campionato dell’anno scorso sono rappresentati dall’Atalanta con il 28,6% di giovani del vivaio e dall’Inter con l’89% di stranieri. Occorre seguire il modello della Spagna, dove domina la “cantera” del Barcellona, e soprattutto della Germania che, dopo il fallimento al mondiale del 2006, ha riprogettato il proprio calcio fino a conquistare il titolo in Brasile. Come? Ripartendo dai giovani, con politiche economiche robuste (il 10% del bilancio di ogni club, più 5 milioni all’anno federali) e infrastrutture importanti: 366 centri di formazione, 29 di coordinamento. In Italia abbiamo solo Coverciano e nelle squadre Primavera su 550 giocatori, 125 non sono italiani. C’è pure un problema di fondo: nei vivai si insegna più tattica che tecnica, a discapito dei talenti. Il presidente Tavecchio ha promesso riforme. Vedremo se agli impegni seguiranno i fatti.

In alto, due pezzi da novanta del football internazionale e italiano: Sepp Blatter, presidente della FIFA, e Carlo Tavecchio, presidente della FIGC. Le loro decisioni possono pesare molto sul futuro del calcio...


TACKLE di Antonio Finco

Così, in silenzio, se ne va pezzo di storia: la triste fine del campo della SS Trinità on sarà il famoso theatre of dreams, ovvero il celebre “Old Trafford” di Manchester, ma anche il vecchio campo di calcio della SS Trinità ha la sua storia. Una storia costruitasi nel tempo grazie al volontariato, con grande dignità e partecipazione sportiva. In quel campo sotto la collina si sono consumate migliaia di piccole storie e di giovani sogni, come migliaia sono stati i bassanesi a calcarne il terreno di gioco.

N

Partite, allenamenti e personaggi indimenticabili in un intersercarsi continuo di momenti e generazioni che hanno contribuito alla crescita di una comunità come quella della destra Brenta, dove l’Unione Sportiva Angarano è stata assieme al patronato parrocchiale punto di riferimento e di crescita educativa e motoria. E così questo luogo è divenuto non solo un campo di gioco, ma una entità precisa con un’anima, un simbolo vero di aggregazione, una roccaforte di valori. E’ così. Ora ci sono impianti funzionali, stadi moderni, campi in erba sintetica, ma pochissimi conservano il fascino della unicità, semplicemente perché sono tutti eguali, semplicemente perché privi di un’anima, di una storia, di fascino. Questo luogo dovrebbe essere vincolato dalle Belle Arti, e tutti assieme dovremmo evitare lo scempio che sta per compiersi grazie a un accordo tra parrocchia e comune: la prima, a corto di euro (e forse pure di idee), ha ceduto alla città parte del terreno di gioco in cambio delle aree comunali confinanti con la canonica e il patronato. Il progetto prevede la realizzazione di un parcheggio per quindici posti auto destinati ai residenti di via Colbacchini e richiede, per essere attuato, la demolizione degli spogliatoi e -parzialmente- del muro di recinzione del campo sportivo; muro che verrà sostituito da una “splendida” nuova recinzione in calcestruzzo armato, con sovrastante rete metallica. In sostanza, potremo dire, un parcheggio per quindici residenti al posto di uno spogliatoio. Insomma un misero mini-parcheggio, che impedirà a un luogo CULT dello sport bassanese di essere utilizzabile,

tanto che l’US Angarano ha già dovuto traslocare a San Michele in vista dei lavori (non ancora iniziati). Si tratta, a mio avviso, di un errore urbanistico e morale, compiuto in una zona che già deve fare i conti con una viabilità problematica, tanto nell’area pertinente alla chiesa della SS Trinità quanto nella stessa via Colbacchini, esempio poco edificante di un’evidente pecca progettuale: percorretela per crederci! Renzo Spezzati, responsabile per la parrocchia della gestione degli impianti sportivi, sottolinea come in mancanza di fondi non ci fosse altra scelta che quella di sacrificare gli spogliatoi per riqualificare l’area. Fortunatamente Oscar Mazzocchin, nuovo assessore allo Sport, ha dichiarato che presto sarà al vaglio

Il calcio in Angarano ai suoi esordi: il campo della SS Trinità, un pugno di ragazzi, due preti e una traversa. Due vedute dell’area interessata al progetto del nuovo parcheggio (ph. Salvatore Alessandro - ph. Google Maps).

uno studio per evitare che l’area sportiva vada completamente dismessa e lasciata al proprio destino. Intanto la fotografia è quella di un campo di calcio trasandato, con le erbacce e gli spogliatoi abbandonati. Sul lato occidentale, nei pressi del bocciodromo (pieno di graffiti), qualcuno danza sullo skateboard. E, secondo alcune voci, pare si respiri anche profumo di marijuana... La “profanazione del tempio” è dunque già in atto: in fin dei conti il nostro vecchio e amato campo è moribondo. E nessuno sembra voglia tendergli una mano. Allora forse è davvero giusto che le ruspe giungano quanto prima e facciano quel che c’è da fare: un bel mini-parcheggio. E’ quello che ci meritiamo!

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VETERANI Testo di Gianni Celi - Fotografie: archivio Editrice Artistica Bassano

Sono una legione e hanno portato con grande orgoglio i colori di Bassano nel mondo

I CAMPIONI DI CASA NOSTRA Ecco un breve e appassionante compendio degli sportivi giallorossi che hanno brillato a livello internazionale Sollecitato e solleticato dal vulcanico e inarrestabile presidente dei Veterani bassanesi Rino Piccoli, Gianni Celi ha inteso donarci le appassionanti pagine che seguono. Un pezzo sicuramente laborioso, per la lunga ricerca che ha richiesto, dedicato alle personalità più insigni dello sport giallorosso: quelle, per intenderci, che si sono anche vestite di azzurro, esportando nel mondo -con successo e a suon di grandi imprese- l’immagine del nostro vecchio e sempre amato ponte palladiano... Luigi Agnolin Non basterebbero tutte le pagine di Esse a spiegare il lungo curriculum del bassanese Doc, Luigi Angolin (Luigino per gli amici, anche se quell’ino, vista la statura gli starebbe un po’ stretto). Una cosa è certa e cioè che la passione per il calcio l’ha respirata in casa grazie a papà Guido, arbitro internazionale. E’ stato lui che gli ha instillato la propensione all’arbitraggio. Il suo diploma dell’Isef gli è servito per svolgere il ruolo di insegnante di educazione fisica dall’anno scolastico 1963-1964 fino al 1986. Ma al calcio s’è avvicinato, non già come giocatore, molto giovane. A diciott’anni ha arbitrato la sua prima partita in una gara di allievi e, il 18 marzo del 1973, tre giorni prima del

suo trentesimo compleanno, lo troviamo in serie A a dirigere la sua prima partita tra Fiorentina e Cagliari. Cinque anni prima aveva esordito in B con Como-Monza. E’ troppo lungo l’elenco delle partite importanti, sia a livello nazionale, che internazionale, guidate da Agnolin. Bastino soltanto alcuni dati: 226 gare dirette in serie A, arbitro internazionale dal 1978 e protagonista a due mondiali: quello italiano e quello messicano. Cos’è cambiato nell’arbitraggio dai tempi suoi a oggi, gli ha chiesto un collega giornalista e lui ha risposto così: “Ai miei tempi c’era un approccio gratificante nell’arbitrare una partita perché potevi contare solo sulle tue forze. Ora è come scalare una ferrata attrezzata. L’arbitro non è più solo. Ci sono gli assistenti di linea, il quarto uomo. La tecnologia è aumentata con le telecamere e tutto il resto. Insomma, l’arbitro lavora in team”. Ma il suo è stato anche un impegno civile e sociale nella città che tanto ama e che tanto ha amato. Lo troviamo direttore della Fondazione di Etica ed Economia, presidente dell’Azienda di promozione turistica, candidato al Senato, nel 1996, nel Polo per le libertà (non gli sono bastati i 42.886 voti), animatore del viaggio in bici da

Pagina a fianco Alcuni campioni “di casa nostra”, proposti in ordine sparso. Di chi si tratta? Sfidiamo i lettori a riconoscerli tutti... I loro nomi, in ogni caso, si trovano in queste pagine!

Bassano ad Assisi nel nome di “Cento ruote di speranza”, per aiutare i ragazzini terremotati della zona e molti altri gesti di solidarietà compiuti nella sua lunga carriera sportiva. Giovanni Battaglin Era domenica dieci maggio 1981. Il mio direttore de “Il Giornale di Vicenza” mi mandò a San Luca di Marostica nella casa di Giovanni Battaglin (classe 1951), a seguire la finale de La Vuelta a Espana che chiudeva il suo corso a Madrid. Il papà di Giovanni mi accolse con estrema cortesia. Ci attaccammo alla Tv e il mio compito era quello di registrare le esternazioni e i gesti di gioia o di disappunto della famiglia per farne un colorito articolo. L’arrivo trionfante di Giovanni fu accolto con giubilo dalla famiglia e da alcuni amici e di quei momenti ricordo ancora, al di là della tensione e della conclusiva commozione, il salame e il formaggio offertomi con insistenza dalla famiglia, ma ancor più le “ombre” che il papà voleva che consumassi senza sosta. Quello fu l’anno d’oro di Battaglin che, dopo il grande successo spagnolo, fece il bis vincendo il Giro d’Italia. Ma vediamo, in rapida sintesi la sua sfolgorante carriera: passato professionista nel 1973, ha ESSE • 27


VETERANI

totalizzato complessivamente 43 vittorie: la prima il 22 settembre 1973 (Giro del Lazio), l’ultima il 23 aprile 1984 (circuito di Col San Martino). E’ stato otto volte azzurro ai Mondiali: prima maglia a Barcellona nel ’73, l’ultima a Praga nel 1981. Miglior piazzamento, il sesto posto a Valkenburg nel 1979. Il primo aprile del 1982, al Giro dell’Etna, stretto da alcuni concorrenti a seicento metri dall’arrivo, cade e si trova con nove fratture. E’ l’inizio della fine di un’entusiasmante carriera. Appenderà la bici al chiodo, due anni, dopo trasformandosi in un eccezionale venditore di bici di alta classe. Ai suoi piedi, comunque, si sono dovuti inginocchiare grandi ciclisti del pedale di quegli anni, da Merckx a Gimondi, a Hinault e altri ancora. Sfogliando il nutritissimo diario delle sue gare, da prima di diventare professionista a quando ha smesso, vale a dire dal 1971 al 1984, lo troviamo 47 volte primo (l’esordio a vent’anni nel Gran Premio Palio del Recioto), undici secondo e ventuno terzo. Nel novero mancano tutti i risultati delle primissime prove da ragazzino. Può bastare? Pensiamo proprio di sì. Miki Biasion Massimo (il suo vero nome all’anagrafe) nasce il sette gennaio del 1958, il giorno dopo la Befana e la vecchietta, pur se tardiva, gli regalerà tanti e tanti doni, più di quanti lui abbia mai chiesto nelle letterine lasciate sotto il camino. I colleghi giornalisti Giovanni Bertizzolo e Beppe Donazzan scriveranno la sua storia ricca di aneddoti, di vittorie, di delusioni, di incidenti e di tanta tanta voglia di correre. Comincia a giocare con le macchinette da bambino e, a dodici anni, gli regalano un kart con il quale corre davanti al negozio dei genitori. Ma un incidente ESSE • 28

mette fine alla sua esuberante carriera. Il papà gli vieta il kart e lui si dedica alle moto. Dapprima sono i cinquantini a dargli soddisfazione e con il Ciao viaggia con una sola ruota dietro ai bus per stupire i passeggeri, poi passa ad altre cilindrate con le quali partecipa a gare importanti e riesce a vincere, ma, a diciannove anni, con la Renault 5 di mamma, comincia a misurarsi con gli amici nei rally notturni che vengono organizzati ai tavoli del Bar Danieli, in centro a Bassano. Mamma e papà non sanno nulla. Da qui all’agonismo vero e proprio, che lo staccherà dalla facoltà di Architettura, il passo è breve e cominciano a fioccare i risultati. Esordisce nel campionato italiano di rally nel 1979 con la Opel Kadett GTE. Nel 1980 con l’Opel Ascona SR partecipa ai campionati italiano, europeo e mondiale. Prende parte agli stessi campionati anche nel biennio successivo pilotando una Opel Ascona 400 con cui, al Rally della Lana, valido per il titolo italiano, centra la sua prima vittoria. Nel 1983 vince sei rally e i titoli italiano ed europeo. Nel 1985 si aggiudica altre due gare. Dall’anno successivo partecipa solo al campionato del mondo. Assieme all’inseparabile Tiziano Siviero, è campione del mondo WRC negli anni 1988 e 1989 con la Lancia Delta Integrale. Partecipa a dieci Dakar con Mitsubishi, Panda e Iveco e ai rally di Tunisia, Faraoni, Abu Dhabi. Ma questa è solo una rapida sintesi della sua intensa attività agonistica costellata di successi in ogni parte del mondo. E la passione per le auto è ancora ben lontana dallo smorzarsi... Paolo Bozzetto Ecco un altro pilota d’eccezione proveniente dal Bassanese. Classe 1947, breganzese di nascita, s’è appassionato alle auto fin da giovane. E’ stato un

valente pilota di rally e di Formula 2. Con la De Tomasi Pantera, il 14 e 15 giugno del 1975, ha corso la 43° edizione della ventiquattro ore di Le Mans sul circuito della Sarthe piazzandosi al sedicesimo posto assoluto. La prima prova di questa classica gara automobilistica si svolse il 26 e 27 maggio 1923 e da allora si è disputata annualmente in giugno, a eccezione del 1956 (in luglio) e del 1968 (in settembre, a causa dei tumulti politici accaduti nel Maggio francese). Venne cancellata solo nel 1936 (ragioni economiche) e dal 1940 al 1948 (seconda guerra mondiale e immediato dopoguerra). La gara inizia alle 16 di sabato per terminare alla stessa ora della domenica e si disputa su un tracciato della lunghezza di oltre tredici chilometri, utilizzando per buona parte strade aperte alla normale circolazione per tutto il resto dell’anno. Nel 1998 Bozzetto vince il classico “Ferrari Shell Historical Challenge”, una competizione riservata esclusivamente alle vetture storiche. Si presenta al via guidando una Ferrari 250 GT Testa rossa del 1957. E’ questa, una vettura costruita in soli 34 esemplari e pensate che uno di questi, messo all’asta in America, nel 2011, fu venduto per la bellezza di 16,39 milioni di euro. Nel 2004, infine, il valente pilota bassanese ha preso parte al Trofeo Maserati Europa. Sergio Campana Ecco un lampante esempio di come si possa unire la passione per lo sport con l’impegno per lo studio. Campana, classe 1934, ha saputo coniugare in modo egregio l’uno e l’altro di due mondi che si pensavano opposti e mai coincidenti. Ricorda, l’avvocato, che l’allenatore Andreoli, vedendolo studiare per preparare gli esami di giurisprudenza, seduto a un

Sopra, da sinistra verso destra Luigino Agnolin, Giovanni Battaglin, Miki Biasion e Paolo Bozzetto.


tavolo, durante le pause degli allenamenti, lo invitò a chiudere il libro per non danneggiare i muscoli. A Campana, che gli obiettava che i suoi compagni di squadra sedevano giocando a carte, il trainer rispondeva che loro utilizzavano altre fasce muscolari. Bassanese purosangue, Sergio Campana esordisce, come calciatore, in serie B con il Lanerossi Vicenza nel campionato 1953-1954, in giovanissima età. Il campionato successivo è già in A raggranellando tutta una serie di goal che lo fanno diventare un giocatore ambito da altre società. Passa, infatti, al Bologna, nel 1959, ma poi “torna a baita” dopo un paio di stagioni e, con il Lanerossi Vicenza, termina la sua carriera di giocatore nel 1967. Non abbandona il calcio, anzi. Un anno dopo, infatti, fonda l’Associazione Calciatori, un’istituzione sindacale nata per tutelare il “lavoro” dei giocatori, specie di quelli delle categorie inferiori. Rimane presidente dell’Associazione fino al 2011 riuscendo a portare a casa degli ottimi risultati. I personaggi più importanti dello sport, non solo calcistico, hanno avuto modo in più occasioni di esprimere il loro apprezzamento e la loro stima verso questo bassanese d’antan che disdegna il telefonino, ma che ha saputo cambiare, nei 43 anni di impegno nell’Associazione Calciatori, il rapporto fra giocatori e manager dell’industria del pallone. Cosetta Campana Da infermiera a campionessa il passo non è poi così breve. Per Cosetta Campana, anzi, la vita di sportiva fu quanto mai tribolata e non tanto perché mancasse la voglia, quanto perché mancavano tempo e strutture. L’approdo a quella finalissima della staffetta 4x400 alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 (un sesto posto con

Patrizia Lombardo, Marisa Masullo ed Erica Rossi) fu conquistato a suon di grandi sacrifici. Valligiana purosangue ha cominciato da ragazzina a scarpinare su e giù per i pendii che, da Carpanè e da San Nazario, salgono verso il Grappa. Si cimenta con i Giochi della Gioventù e continua a eccellere nelle gare studentesche delle medie e delle superiori. Visto che le cose girano per il verso giusto pensa di cominciare ad allenarsi in modo scientifico, solo che per farlo, ancor minorenne, deve raggiungere la pista di atletica di Santa Croce e la sera, dopo la cena, spesso va nel campo sportivo del paese girando velocissima sotto lo sguardo meravigliato dei calciatori che si stavano allenando. La voglia di fare e quel carattere forte e deciso le regalano i primi risultati. Vince il titolo regionale assoluto sui 400 da junior, vince due titoli italiani nel 1986 e nel 1992 e uno al coperto e porta a casa nove medaglie d’argento ai campionati italiani della specialità. Questa messe di risultati le vale il passaporto per le Olimpiadi di Los Angeles. Di quel momento conserva ricordi da favola: l’emozione dell’attesa per la seconda frazione, la corsa velocissima che più veloce non si poteva, il testimone consegnato alla Masullo e quel sesto posto di tutto rispetto. A 35 anni smette con l’attività agonistica, ma non con lo sport che continua a praticare, ora da amatrice, nelle discipline più diverse, dallo sci alla bicicletta, alle escursioni alpine. Fabio Ceccato Ecco come il sito dell’Amova (Associazione medaglie d’oro al valore atletico) parla di questo campione della canoa che del suo fiume Brenta ormai conosce ogni anfratto: “Fabio Ceccato ha iniziato a praticare la

Sopra, da sinistra verso destra Sergio Campana, Cosetta Campana, Fabio Ceccato e Cipriano Chemello.

canoa, specialità discesa, a dieci anni con il Canoa Club Valstagna, seguito da Carlo Perli. Una specie di scelta obbligata in quanto a Valstagna tutti praticano questa disciplina. Ha seguito da giovane anche sci e ciclismo. Successivamente è passato al Corpo Forestale dello Stato. Nel ’91, sul fiume Noce, vince il titolo italiano assoluto nel K1 squadre. A tutto il ’97 ha vinto nelle varie distanze altri quattro titoli. Nello stesso ’91 in Jugoslavia ai Mondiali vince il titolo a squadre ed è decimo nel K1 individuale. Nel ’92 ottiene piazzamenti in prove di Coppa del Mondo come nel ’93, quando conquista la medaglia d’argento nel K1 a squadre. Nel ’94 il miglior piazzamento è a Vetto d’Enza in una prova di Coppa del mondo in cui si piazza al quarto posto. Nel ’95 ottiene diversi piazzamenti in gare di Coppa, poi ai mondiali a Bala in Gran Bretagna è ventesimo nel K1. Nel ’96 alla rassegna iridata di Landeck in Austria è ancora bronzo nel K1 a squadre e diciottesimo nel K1 individuale. Ottiene ancora diversi piazzamenti nelle gare di Coppa del mondo, alle quali non partecipa nel ’97, limitando la sua attività a prove nazionali”. Cipriano Chemello Certo che mai, questo campionissimo di casa nostra, avrebbe immaginato un successo davvero formidabile quale quello acquisito, con fatica e con caparbietà, negli anni della sua carriera agonistica. A Casoni di Mussolente, dove viveva, decimo figlio di una famiglia contadina, ha cominciato ad amare la bici ancora ragazzino. Le sue erano le consuete battaglie fra amici in sella a vecchi velocipedi. Pigiava forte sui pedali il giovincello e, a quindici anni, era già pronto per iniziare la scalata al successo. Parte da esordiente ESSE • 29


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con l’Unione Sportiva Angarano e passa quindi al Veloce Club Bassano (ci sarà a un certo momento l’affiliazione con l’Elba) dove si accasa felicemente. La sua passione per la strada ben presto si trasforma facendolo diventare un pistard di tutto rispetto. E’ ben nutrito il suo carnet di successi. Nel 1965 (ha vent’anni appena) viene mandato ai mondiali di San Sebastian in Spagna ed è già argento nell’inseguimento a squadre. L’anno successivo coglie l’oro a Francoforte nel campionato mondiale di inseguimento a squadre. Nel 1967 diventa campione italiano nell’inseguimento ed è nuovamente argento ai mondiali di Amsterdam. Anno davvero dorato quello del ’67 perché ai campionati preolimpici di Città del Messico consegue il primato mondiale nell’inseguimento sui quattro chilometri. L’anno dopo porta a casa il bronzo alle Olimpiadi di Città del Messico ed è primo ai mondiali di Montevideo. Pago di tanto successo in pista si converte al professionismo su strada ed è accolto nella squadra della Salvarani con Gimondi, Altig, Motta, Balmamion e altri validi corridori. Si impone alla grande nella tappa della Parigi-Nizza. Partecipa al Tour de France, al Giro d’Italia, al Giro del Belgio. I primissimi anni Settanta fanno esplodere degli acciacchi che lo costringono a subire un paio di operazioni chirurgiche per cui si ritira dalle corse, ma non dal mondo delle due ruote. Lo troviamo tuttora impegnato come allenatore federale nonché direttore tecnico della pista del Velodromo “Rino Mercante”.

inseguimento a squadre, nel 1996 a Manchester, nel Regno Unito, e nel 1997 a Perth, in Australia. Eccolo inquadrato nel sito di Amova: “Velocista ed inseguitore gareggia essenzialmente su pista, tesserato alla Forestale. E’ campione italiano di inseguimento a squadre nel ’95 e ’97 con il Lazio; selezionato con la squadra italiana alle Olimpiadi di Atlanta, è quarto con il quartetto del quale fanno parte anche Collinelli, Trentini e Capelli. Con gli stessi compagni vince nel 1996 i Mondiali in Inghilterra. L’anno dopo il quartetto, al quale subentra Benetton in sostituzione di Trentini, si conferma con l’oro iridato. Sempre nel ’97 a sorpresa vince a Roma il Gran Premio della Liberazione, una specie di mondiale di primavera su strada tra l’altro open. Quindi è bronzo ai mondiali di Bordeaux nel 1998 sempre con il quartetto dell’inseguimento. Nel 2000 partecipa alle Olimpiadi di Sydney, guadagnando l’undicesima piazza nell’inseguimento a squadre, con Benetton, Capelli e Villa. E’ ancora dilettante tesserato sempre alla Forestale. Lascia nel 2001, quindi dal 2003 riprende cambiando settore, si dedica infatti alle corse su strada”.

alle gare su strada. Dopo un paio d’anni passa alla pista e, più tardi, si scopre valente allenatore degli stayer, vale a dire i ciclisti che gareggiano pedalando sulla scia di un motore. Allena sia i dilettanti che i professionisti a cominciare dal 1976. Due anni dopo, guidando l’atleta romano Mario Gentili, vince il suo primo titolo italiano della specialità. Da allora ne metterà nel cassetto ben venti fra dilettanti e professionisti. Fa il suo esordio trionfale ai mondiali di Bassano, nel 1985, mettendo al sicuro una medaglia d’argento nella categoria dei dilettanti, sempre con Gentili, e una di bronzo, in quella dei professionisti, con Renosto. E’ oro ai mondiali dell’86 a Zurigo, dell’87 a Vienna e dell’89 a Lione. Colleziona tre medaglie d’argento: nel ’90 a Maebashi, in Giappone, nel ’91 a Stoccarda e, nel ’92, a Valencia. Sono tanti altri ancora i successi conseguiti in questa specialità. Esce dalla scena agonistica nel 1994. Dal 1983 al 1994 è collaboratore tecnico della Federazione ciclistica italiana e, dal 1972, direttore sportivo del Corpo Forestale dello Stato. Gabriella Dorio E’ stata la scuola a indirizzare Gabriella verso l’atletica; un caso davvero fortuito. Era alle medie quando le fu chiesto di partecipare alla campestre dei Giochi della Gioventù. Vinse, ma ammise che fu una vittoria facile la sua, essendo soltanto due le concorrenti perché nessuna delle sue coetanee voleva cimentarsi in una prova di resistenza. Fu quella la molla che la portò a seguire la strada del mezzofondo. Quell’anno (si era nel 1971), vinse, a Roma, la finale dei Giochi, sulla distanza dei mille metri. Da allora in poi a successi si sono aggiunti altri successi, a risultati, altri risultati e il suo curriculum

Cristiano Citton Ecco un altro ciclista bassanese (classe 1974) che ha diviso il suo amore per la bicicletta fra pista e strada. E’ stato due volte campione del mondo di

Walter Corradin Ha cominciato da ragazzo a usare la bicicletta e, a onor del vero, il suo “campo” di allenamento non era rappresentato tanto dalle strade della pianura vicentina, bensì dalle salite dell’Altopiano di Asiago. Classe 1946, a tredici anni entra nel Veloce Club Bassano e papà, da Lusiana, dove abita con la famiglia, lo porta alle gare facendolo sedere sul sellino posteriore della moto tenendo la bici in spalla. A diciotto anni entra a far parte del Corpo Forestale e corre per la squadra ciclistica di quel corpo partecipando

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Sopra, da sinistra verso destra Cristiano Citton, Walter Corradin, Gabriella Dorio e Pierpaolo Ferrazzi.


parla di un’atleta che tanto ha dato, non soltanto a se stessa, quanto all’Italia. La sua presenza in nazionale ha raggiunto quota 65. Ha vinto sette titoli italiani negli 800 metri all’aperto, dieci sui 1500 all’aperto, due sugli 800 metri indoor, due sui 1500 indoor e due corse campestri dal 1973 in avanti. Il suo fiore all’occhiello è però quell’oro meritatissimo vinto nel 1984, sulla distanza dei 1500 metri, alle Olimpiadi di Los Angeles lasciandosi alle spalle la forte romena Dolina Melinte. E’ stata per tre volte atleta italiana alle Olimpiadi: prima di Los Angeles era stata a Montreal e, successivamente, a Mosca. Importanti le sue presenze e i risultati conseguiti in tantissimi appuntamenti, sia nazionali che internazionali. Eccola, infatti, per due volte ai campionati mondiali, per altri due a quelli europei, per due agli europei juniores e per quattro agli europei indoor. Ha partecipato a due Coppe del mondo e a una Coppa Europa. Manca lo spazio per raccontare, nei dettagli, la miriade di prestazioni raggiunte nell’arco dei suoi anni da atleta. E’ nata a Veggiano, nel Padovano, ma la famiglia s’è poi trasferita a Cavazzale, nell’immediata periferia di Vicenza. Mamma era molto restia nel lasciarla andare in giro per il mondo a gareggiare per paura che lo sport potesse nuocere alla crescita morale della figlia, ma fu la nonna a tagliare la testa al toro imponendosi perché la nipote continuasse quella che sarebbe poi diventata una fulgida carriera. Pierpaolo Ferrazzi Valstagna è stato un paese che ha dato tanto alla disciplina sportiva della canoa grazie a quel fiume che ha rappresentato, per secoli, una vera e propria risorsa, pur con qualche “difetto” alluvionale. Proprio nelle acque di Sopra, da sinistra verso destra Francesco Fontana e Valentino Gasparella.

questo fiume ha cominciato a muovere i primi passi Pierpaolo Ferrazzi, classe 1965; passi che lo hanno portato nell’Olimpo della canoa internazionale. Nel suo petto riluce ancora quell’oro nello slalom vinto ai Giochi olimpici di Barcellona nel 1992 e la medaglia di bronzo conquistata a Sydney nel 2000. Le Olimpiadi lo hanno visto scendere in acqua ben quattro volte, perché, oltre che a Barcellona e a Sydney ha pagaiato ad Atlanta, nel 1996 (17°) e ad Atene, nel 2004 (19°). Ha colto l’argento per ben due volte nel K1 a squadre ai campionati del mondo di Bourg Saint Maurice in Francia, nel 2002 e di Penrith, in Inghilterra, nel 2005. Ha vinto poi due Coppe del mondo, nel 1990 e nel 1992, il titolo europeo individuale e a squadre nel 2000 ed è stato campione italiano diciannove volte. Nel 1988 è entrato nel Corpo Forestale dello Stato svolgendo incarichi sportivi legati al mondo della canoa. E’ allenatore sportivo della Forestale e della squadra nazionale e, nel 2010, è stato eletto presidente della commissione atleti della Federazione internazionale di canoa. Allenando il pordenonese Daniele Molmenti, lo ha portato a conseguire l’oro alle Olimpiadi di Londra nel 2012 e a vincere il campionato del mondo nel K1 a squadre, nel 2013 a Praga. Francesco Fontana Eccolo il più forte portiere di hockey su pista della penisola: è Francesco

Girolamo Learco Fontana, Checco per gli amici. Tre, sostiene, sono gli ingredienti per un sicuro successo nel momento in cui si scende in pista: preparazione, programmazione, psicologia. Il portiere, anche se non si muove certo come il resto dei suoi compagni di squadra, deve affinare una preparazione atletica seria e severa. In secondo luogo deve saper programmare la gara in base agli avversari che incontrerà. Infine bisogna aprire la mente per capire come si potranno comportare i giocatori dell’altra squadra nel momento in cui tirano la pallina. “Quando la palla entra in porta -spiega Checco Fontana- vuol dire che hai sbagliato qualcosa”. Nasce da questa commistione di elementi il segreto di un successo che ha portato Fontana a calcare i campi delle più importanti squadre italiane e di farsi valere a livello mondiale. Classe 1943, comincia a undici anni a giostrare la pallina con una stecca più grande di lui, grazie all’invito rivoltogli dall’amico Silvano Soffia, di casa al Centro Giovanile. E’ proprio in quel campo che Checco Fontana comincia a diventare il campione del futuro. Ecco che cosa ha vinto nella sua lunga e prolifica carriera: tre scudetti con l’Hockey Novara; uno con l’Amatori Lodi; due con l’Amatori Vercelli; una Coppa Italia con l’Hockey Novara e una con l’Amatori Vercelli. E’ stato finalista in Coppa dei campioni con l’Hockey Novara e presente alla ESSE • 31


VETERANI

Coppa Cers con l’Amatori Vercelli. Con l’Hockey Bassano ha giocato per sei campionati in serie A. E’ andato poi con l’Iris Modena, dal 1969 al ’71, con l’Hockey Novara, dal ’72 al ’74, con l’Unione Ginnastica Goriziana dal ’75 al ’77, con il Pordenone nel ’78. E’ ritornato a giocare con il Novara nel 1979 e con la Goriziana nel ’79. Dall’80 all’85 lo troviamo in campo con il Lodi, con il Vercelli e con il Monza ed è in quest’ultima squadra che finisce il suo lungo cammino nell’hockey ai massimi livelli. Da ricordare poi che dal ’63 all’83 ha giocato come portiere della nazionale. Non si è certo ritirato a vita privata quando ha smesso di giocare, ma ha fatto l’allenatore dei portieri e l’istruttore di tennis nonché l’appassionato ciclista. Da parecchi anni a questa parte è inoltre un seguito opinionista sportivo.

Bianchetto. Vediamo alcuni dei suoi più importanti successi: è campione del mondo nel ’58 a Parigi e, nel ’59, ad Amsterdam, campione olimpico, nel ’56 a Melbourne, campione italiano al Vigorelli, nel ’58 e nel ’59. E’ primatista mondiale dei 500 metri lanciati su pista. E’ terzo alle Olimpiadi del ’60 di Roma dietro a Gaiardoni e al belga Sterckx e vince il Trofeo dei campioni a Londra nel ’59. Quattro anni fa viene accolto, assieme agli atleti italiani di quella Olimpiade, dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Dopo il bronzo romano Gasparella, diventato professionista con la squadra della Bianchi, va a correre per alcuni mesi in Australia, ma comincia già la fase calante. Dirà al collega giornalista Eros Maccioni : “La mia pecca è stata di avere vinto troppo in troppo poco tempo, ma non mi pento. Dal ciclismo ho ricevuto più di quanto ho dato”. Nel ’63 decide di avere dato abbastanza alla bici e comincia un nuovo lavoro.

Valentino Gasparella Inizia a diciassette anni la sua voglia di bicicletta, così per gioco come succede a tanti atleti, ma gli esperti si accorgono che il ragazzo ha una marcia in più ed è il Veloce club Lanerossi di Schio ad accoglierlo. Gasparella nasce a Isola Vicentina nel 1935, ma è trapiantato da tempo ormai a Mussolente. Nel 1953 vince la sua prima gara ed è poi un crescendo di risultati. Basti pensare che in soli cinque anni, dal 1955 al 1960, conquista il primo posto in 190 gare. Partito dalla strada si accorge ben presto che la sua specialità maggiore è rappresentata dalle prove su pista dove può rendere al massimo grazie alla potenza delle sue gambe. Nutrito il suo carnet di vittorie e di piazzamenti di tutto rispetto. Sulle piste d’Italia si deve confrontare con avversari che hanno lasciato un segno nella storia del ciclismo su pista: Antonio Maspes, Sante Gaiardoni, Sergio

Bruno Gonzato Gonzato nasce a Schio nel 1944 (si trasferirà più tardi a Bassano). Inizia a gareggiare nel 1958 -ricorda il sito di Amova- e l’anno successivo passa esordiente e vince tredici corse su strada. Nel ’60 passa alla categoria allievi e vince il Trofeo Gardiol, leva nazionale dello sprint per giovani promesse. Nel ’61 partecipa ai Mondiali di velocità a Zurigo, vinti da Bianchetto su Beghetto. L’anno successivo vince il titolo italiano tandem con Verzini, ma la coppia Damiano-Beghetto è senza dubbio migliore e così alle Olimpiadi sono loro i titolari e anche ai Mondiali dove la prova viene istituita nel ’66 per la prima volta e gli azzurri si classificano terzi. Nel ’67 però, ai campionati del mondo di Amsterdam del 30 agosto, tocca alla coppia Verzini- Gonzato e i

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Sopra, da sinistra verso destra Bruno Gonzato e Virginio Grego.

due vincono il titolo iridato battendo in finale il tandem tedesco. Nel ’68 sempre in Coppa con Verzini, Gonzato si classifica secondo al campionato italiano. Sono numerosi i tornei vinti da Gonzato a livello internazionale, da Parigi a Mosca, da Praga a Londra, ad Amsterdam. Si ritira presto dalle corse per impegnarsi nel lavoro. Virginio Grego Una famiglia di appassionati ciclisti la sua: dal papà Antonio, che lo ha svezzato, al fratello Domenico, campione italiano di ciclocross dilettanti, nel 1973 e nel 1975 (arriverà poi il figlio Damiano campione italiano nell’81 a Caserta Vecchia e nell’83 a Camigliano, nel Lucchese e plurititolato in gare nazionali e internazionali). Virginio però si dedica da subito alla strada e, all’età di sedici anni, è già tra le fila del Veloce Club Bassano. Da allievo comincia ad assaggiare il gusto per la pista correndo sul vecchio anello in asfalto del velodromo bassanese. La sua forza è la velocità, quel tocco finale nello sprint che gli fa vincere, da esordiente e da allievo, una cinquantina di gare. La pista però lo strega e, a diciotto anni, vince la selezione del Nordest per il raduno romano dove vince la finale nella distanza dei 500 metri lanciati. Nel suo primo anno di dilettante, a diciannove anni, sempre con il V.C. Bassano vince sei gare su strada cogliendo sette secondi posti e l’anno seguente passa con la Tognana Pinarello racimolando otto vittorie e nove secondi posti. Nel ’59 vince il campionato italiano del quartetto su pista a Roma e, nel ’60, riduce il suo impegno su strada per le selezioni preolimpiche. Entra nella riserva, ma il fatto di non poter correre gli fa passare la voglia di correre. Tornato a casa, trova lavoro nella Distilleria Lovato il cui titolare


Luigi era presidente del V.C. Bassano. Torna a gareggiare con la squadra giallorossa e, nel ’63, passa con la Padovani. Nel ’64 il direttore tecnico della Federazione ciclistica lo porta a Tokio per le Olimpiadi. Il giorno prima della gara del quartetto si trova inserito nella rosa, ma all’indomani Costa cambia idea. Finisce così la ricca stagione ciclistica di Virginio Grego. Enrico Lazzarotto Non ha certo lesinato in vittorie e piazzamenti questo canoista valstagnese, classe 1973, attualmente in servizio nel Corpo della Forestale, a Bassano. Il suo palmarès è davveo ricco. Nel ’90 partecipa ai campionati del mondo a Tavanasa in Svizzera da junior. Da senior sarà presente a quelli del ’93 a Mezzana, in Italia, del ’95 a Nottinghan in Gran Bretagna, del ’97 a Tres Coroas in Brasile, del ’99 a La Seul d’Urgell in Spagna e del ’91 a Ocooe River negli Stati Uniti. Partecipa a dodici gare di Coppa del mondo, dal 1990 al 2001 e vince quella di Praga, nel ’96, cogliendo l’argento in quelle di Augsburg (Germania) nel ’98 e nel ’99. Lo troviamo in lizza in quattro Campionati europei. E’ stato campione d’Italia per ben quindici volte e ha vinto due edizioni dei campionati italiani di kayak freeride team e due Coppe Italia di kayak estremo. Al di là dei risultati conseguiti è maestro e allenatore federale di canoa e kayak, guida rafting, guida hidrospeed con brevetto di salvamento fluviale Rescue3. Adesso si diverte a conoscere i fiumi nella loro lunghezza e con le loro attrattive. Nel 2009 ha pagaiato, con il suo kayak, da Valstagna a Venezia e, nel 2011 dalle pendici del Monte Bianco, sempre a Venezia, con gli amici Francesco Salvato ed Enrico Auxilia, seguendo i corsi della Dora Baltea e del Po.

Alessandro e Alberto Michielon Uniti nella vita, uniti nello sport, campioni entrambi, entrambi coriacei, volitivi, decisi: ecco in sintesi i fratelli gemelli Alessandro (Ale) e Alberto Michielon. Bassanesi Doc, nati il 24 novembre del 1972, hanno cominciato assieme a divertirsi con stecca e pallina nel campo di allenamento di hockey del Centro Giovanile. A diciotto anni il loro esordio nella formazione dell’Hockey Bassano e comincia così, ai piedi del Grappa, una carriera che li porterà a calcare i campi di gioco di mezza Italia, imponendosi anche a livello internazionale. Dal loro metro e 95 di altezza sapevano ben giostrarsi fra gli avversari con palline sparate a 140 chilometri all’ora contro la porta avversaria. Attaccante Alessandro, difensore Alberto, hanno sempre fatto un gioco di precisione con passaggi studiati, precisi e decisi. Il loro palmarès racconta una storia lunga quasi trent’anni vissuta in sintonia e ricca di soddisfazioni equamente divise, come usa tra gemelli. Dodici gli scudetti vinti: con il Roller Monza nel campionato 1995-1996, con il Novara dal 1996 al 2002, con il Bassano, nel campionato 2003-2004, con il Follonica dal 2004 al 2008. Tre le supercoppe italiane con la squadra del Follonica, dal 2005 al 2009. Dodici le Coppe Italia che hanno visto i gemelli importanti protagonisti: dal 1996 al 2002 con il Novara; nel campionato 2003-2004 con il Bassano 54; con il Follonica dal 2004 al 2009. Significativa anche la presenza dei gemelli Michielon nelle più importanti competizioni internazionali: una Champions League con il Follonica nel 2005-2006; una Coppa delle Coppe con il Roller Monza nell’edizione 1994-1995; una Coppa Cers con il Follonica nel 2004-2005; una Coppa Intercontinentale nel 2006-2007.

Sopra, da sinistra verso destra Enrico Lazzarotto, Alessandro e Alberto Michielon, Paola Moro.

Con la nazionale seniores i gemelli hanno vinto il campionato del mondo a Wuppertal, in Germania e tre campionati europei con la nazionale juniores, precisamente nel 1998, 1990, 1991. Il loro peregrinare per il mondo li ha portati a stabilirsi a Fortaleza, in Brasile, ma l’amore per la loro Bassano non viene mai meno. Paola Moro Sembrava una ragazzina, ben lontana dai suoi 32 anni, già mamma felice, quando venne chiamata a difendere i colori italiani alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. “Paola non è alle prime armi -ricorda Vittorio Fasolo parlando di lei su Esse del numero scorso-. La sua carriera di atleta è iniziata quindici anni prima, grazie alla sapienza tecnica di Pietro Cappellari che l’ha portata da una iniziale dimensione di mediocre velocista all’ingresso da protagonista nell’emergente mezzofondo femminile… In due stagioni arriva alla maglia azzurra, fa il suo esordio nella Maratona di New York con uno splendido ottavo posto e vince proprio nel 1984 il titolo di campionessa italiana, il primo di tre consecutivi, che le vale la qualificazione per l’Olimpiade”. Si piazzerà al ventesimo posto, ma la gioia di essere riuscita a portare a termine un impegno così gravoso sarà di grande soddisfazione. Dopo di allora parteciperà, nel 1986, al campionato europeo a Stoccarda, con un ottavo posto e ad altre tre maratone di New York vincendo, nell’86, quella di Venezia. Gianni Sartori Ecco un altro prezioso tassello del mosaico iridato del Veloce Club Bassano. Gianni Sartori, classe 1946, comincia anche lui da ragazzino a vestire la casacca giallorossa. Ha appena quindici anni. Da allievo taglia il traguardo per ESSE • 33


VETERANI

primo ben otto volte. Alla pista si avvicina per caso. L’amico Cipriano Chemello lo invita a una gara nel velodromo di Mantova dove si deve svolgere un raduno dei più forti pistard azzurri reduci dall’Olimpiade di Tokio del ’64. Si cimenta su una vecchia Wilier e li batte tutti. Lo vede il direttore tecnico della nazionale, Guido Costa, e lo ingaggia in un battibaleno. Nel ’66 sarà undicesimo ai mondiali di Francoforte e quinto a quelli di Amsterdam nel ’67. Nel ’68, alle Olimpiadi di Città del Messico, finisce al quarto posto, ma solo perché qualche giorno prima, durante gli allenamenti, era finito con la bici in un tombino dell’acqua. E’ bronzo ai mondiali di Montevideo. Si rifà alla grande nel ’69 a Brno in Cecoslovacchia dove vince l’oro battendo il forte polacco Kierzkowski. Ma la perla alla quale tiene di più è quel record del mondo assoluto nel chilometro rubato a Gaiardoni con il tempo di 1’04”61. Vince il titolo italiano nel ’70 e nel ’71 ed è terzo nel ’72 e nel ’73. A 27 anni chiude con l’agonismo. C’è un aneddoto che ci piace raccontare per far capire con quale spirito gareggiassero gli atleti degli anni ’60. “Vinsi una gara a Istrana -ricorda Sartori- e come premio gli organizzatori avevano messo in palio una medaglia, oppure tre trote o una gallina; io scelsi la bella gallina rossa con il collo pelato. Le legai le zampe e la misi in una scatola di biscotti Colussi. Tornai a casa in bicicletta (alle gare si arrivava con le due ruote) con la borsa della tuta da bici e la scatola sul manubrio. A Vedelago mi fermai a bere un’aranciata e la gallina scappò. Riuscii però a rincorrerla e a portarla a casa”.

pedalare, ma non da vecchiotto strascicando i pedali, no da atleta ancora in vigore. Provate a seguirlo in bici in pianura e vi accorgerete che gli 85 anni li ha soltanto sulla carta d’identità. Ha cominciato a gareggiare entrando nello storico Veloce Club Bassano. Da allievo si mette in luce fin da subito mettendo a segno una serie di vittorie e di piazzamenti degni di nota. Passa alla “Fiorenzo Magni” di Marostica (sarà lo stesso Magni a tenere a battesimo la squadra) e quindi alla “Rossato” di Santorso con la quale vince il Giro del Friuli e il Trofeo Ognisport. Entra quindi nella Ciclisti Padovani da dilettante e ottiene buoni risultati in due Giri del Veneto. Da indipendente partecipa al Giro dell’Emilia e corre fianco a fianco a Fausto Coppi in quella che fu la sua ultima gara. A 27 anni è campione italiano nella cento chilometri. Si ritira dalle gare ancor giovane per dedicarsi al lavoro di barista prima e di commerciante poi. La passione per la bici però non lo molla e, nel 2004, a Sankt Johann in Tirol si laurea campione del mondo dei veterani nella categoria cicloamatori. Nel 2009 bissa la vittoria e veste ancora la casacca iridata. Quando non è impegnato come sacrista, nella parrocchia di Mason, inforca la bici e pedala ancora forte come ai bei tempi.

si piazza al 26° posto. Ai mondiali del 1993, a Mezzana, in Val di Sole è diciottesimo nell’individuale, ma medaglia di bronzo nella prova a squadre assieme a Luca Della Libera e a Renato De Monti (l’oro va alla Slovenia e l’argento alla squadra del Regno Unito). Sempre in quell’anno è quinto in Coppa del mondo. Ai mondiali del 1995 a Duisburg, in Germania, si piazza al dodicesimo posto. Nel 1996, infine, partecipa alle Olimpiadi di Atlanta. Non abbandona il fiume e infatti eccolo tecnico federale con Pierpaolo Ferrazzi e Fabrizio Didonè, impegnato nella preparazione degli atleti della canadese C1 e C2 in vista delle Olimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro. Stefani ha pure il brevetto Rescue 3 International ed è guida della Federazione italiana rafting nonché guida Hydrospeed. Carlotta Tagnin Sembra strano che una città come Bassano, più vicina alla montagna che al mare, abbia espresso una nuotatrice di grande talento formatasi in una nuovissima (per allora) piscina: quella voluta dall’arbitro Luigi Agnolin e da Ausilio Basso. Proprio lei ha affinato l’agonismo che l’ha fatta volare verso lidi più azzurri. I momenti magici si sono verificati nella giovanissima età. Ad appena tredici anni viene chiamata a far parte della nazionale di nuoto e porta a casa il suo primo record italiano sui cento rana (1’15”73 il tempo fatto registrare). Per forgiare al meglio le sue caratteristiche di promettente nuotatrice, quattordicenne se ne va a Roma, dove rimane un paio d’anni cimentandosi in allenamenti defatiganti che le fanno abbassare il record. In prossimità delle Olimpiadi di Los Angeles vince la qualificazione e approda negli States, pronta a difendere i colori nazionali. Purtroppo si deve accontentare di un quattordicesimo posto, finendo la carriera e passando dalle gare agli impegni della famiglia, allietata dalla nascita di cinque figli.

Germano Seganfreddo L’età fa grado, si diceva sotto la naia, ma per questa grande figura di ciclista, fa grado anche nel pedalare. Germano Seganfreddo, nato l’undici ottobre del 1929 a Mason, ha perso gli anni per strada e lo dimostra continuando a

Francesco Stefani E sempre da Valstagna provengono i campioni della canoa di maggior pregio che la nazionale azzurra abbia sfornato. D’altra parte, con la schiera di appassionati che animano il Brenta, è difficile non riuscire a sfornare più di qualche campione della specialità. La carriera in nazionale di Francesco Stefani, classe 1971, comincia nel 1983 e termina nel 1999. Anni in cui vince sei titoli italiani ed è presente a manifestazioni di portata internazionale. Nel 1991, infatti, si confronta con il primo campionato nel mondo con la canoa canadese. A Tacen, nell’ex Jugoslavia,

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Sopra, da sinistra verso destra Germano Seganfreddo, Gianni Sartori, Francesco Stefani e Carlotta Tagnin.



QUI PANATHLON Testo di Aldo Primon - Fotografie: raccolta Luigi Vinanti

La montagna, da blasonata tradizione di famiglia a irrinunciabile passione di tutta una vita

LUIGI VINANTI Medico, alpinista, uomo Storico presidente del CAI cittadino (suo nonno fondò nel 1882 il Club Alpino Bassanese), ha avuto la possibilità di posare lo sguardo da vette immacolate, laddove pochi riescono e assaporare emozioni indelebili...

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Luigi Vinanti a Passo Rolle nel 1959, in azione durante i Campionati Bassanesi: al termine della gara si classificò secondo. Sullo sfondo, maestoso, il profilo del Cimon della Pala.


Incontro Luigi Vinanti in un pomeriggio di inizio autunno, nel suo studio medico di Bassano. Sono spinto dalla curiosità di conoscerne il modo di vivere e di amare la montagna. Intuisco subito quanto grande sia questa passione ammirando le fotografie alle pareti: immagini che lo ritraggono in ambienti alpini fra i più belli al mondo. Rimango affascinato dalle attrezzature e dall’abbigliamento usato nelle sue imprese: paragonato a ciò che si usa oggi, questo aggiunge ancora più valore a quanto Gigi è riuscito a fare. Luigi Vinanti nasce nel giugno del 1925 da una famiglia con tradizioni montanare e vanta un nonno che nel 1882 fondò il Club Alpino Bassanese. Per lui è stato facile, quasi naturale, l’incontro con gli orizzonti sconfinati della montagna. Puntiglioso e arguto osservatore, ha

saputo salire con rispetto vette battute da un vento a volte elevato a bufera. In cambio ha avuto la possibilità di posare lo sguardo là dove pochi riescono e assaporare appieno le sensazioni che la montagna offre. Con la roccia sotto le dita, ha affrontato le classiche vie dolomitiche di 4° e 5° grado. Strapiombi vertiginosi, crepe, ma anche cenge come rifugio, ne hanno forgiato il carattere preparandolo ad affrontare le difficoltà della vita. Gigi abbassa ancora oggi gli occhi ricordando un “banale” incidente sulle

In alto, a destra, uno storico corso sci al Kaberlaba di Asiago (1937). Luigi Vinanti è il secondo da destra. Riquadro, Luigi Vinanti, molto noto in città anche come “Gigi”, in una foto attuale.

piste, quando uno sciatore gli piombò addosso tranciandogli di netto i tendini d’Achille. Non si perse d’animo, ma nonostante mille tentativi nella palestra di roccia di valle Santa Felicita, non fu possibile recuperare la condizione neces-

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saria per continuare a salire in parete. La montagna, tuttavia, quasi ne reclamava la presenza. Gigi trovò allora nello scialpinismo le emozioni alle quali si era abituato arrampicando. Ebbe così inizio una stagione entusiasmante sotto ogni profilo: il Monte Bianco salito dal versante francese, la forcella Marmolada, punta Rocca e ancora tante salite in alta quota, in ambienti grandiosi, con le immancabili pelli di foca sotto gli sci. Era stupendo scendere a capofitto e sollevare nuvole di neve fresca. E, ancora, attraversare ghiacciai piuttosto che conquistare cime fra le più belle delle Alpi Occidentali. Testimone di esperienze anche amare, Luigi Vinanti è pronto a condividere ogni cosa che riguardi la montagna. Ha assunto la presidenza del CAI di ESSE • 38

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Bassano a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, mettendo a disposizione la preparazione e l’esperienza acquisita in tante imprese, sempre coadiuvato da guide molto preparate. Proprio con loro, ha affrontato il Gran Paradiso, il Cevedale e il Vallone di Mezdì, scendendo pendii da sogno incastonati fra pareti di roccia incombenti. Indimenticabili le settimane scialpinistiche organizzate in assetto autosufficiente con zaini pesanti anche quindici chili e silenziose salite notturne con un cielo di stelle a far compagnia, aspettando la luce del sole che sembra non arrivare mai per poi travolgerti col suo bagliore... Quanto ci sarebbe da scrivere, poi, per ricordare le salite sulle cime del Grande Atlante, in Marocco: da un lato la vista sul deserto e, dall’altro, quella infinita sull’Atlantico.

Gigi Vinanti è indubbiamente un grande nonno dello scialpinismo, uno di quelli che hanno potuto “firmare” discese senza fine in ambienti di rara bellezza. Socchiude gli occhi, Gigi, e un lungo sospiro mi fa intuire che il pensiero corre alle persone meno fortunate, compagne di un viaggio da rivivere in ogni particolare appena il ritmo della giornata si placa e l’animo si apre libero ai ricordi. Luigi Vinanti è socio del Panathlon cittadino fin dai primi anni della sua costituzione. Per carattere ama sempre approfondire gli argomenti via via proposti dai vari relatori con una curiosità che rivela profonda conoscenza dell’ambiente sportivo. Non è avaro di riconoscimenti quando sono meritati, ma sa essere duro e tagliente nel troncare la superficialità che, ricorda, in montagna non è ammessa. Mai.

1) In Val di Fanes nel luglio del 1988. 2) Salendo l’Allalinhorn (m.4.027) nelle Alpi Pennine, in Svizzera, nel 1967. 3) Sulla Piana del Sella (Val Mezdì) nel 1968.




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