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Editrice Artistica Bassano

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bassanonews www.bassanonews.it Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’ NOVEMBRE / DICEMBRE 2021

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E SERVIZIO



SOMMARIO

Copertina Luigi Carletto, I gentili, particolare, terra semirefrattaria, h da cm 105 a 176, 2010. All’artista ceramista di Nove è dedicato il servizio a pag. 28.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVII - n. 191 Novembre/Dicembre 2021 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94

Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio, Antonio Minchio, Chiara Favero Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa F. Abbruzzese, M. Alberton, V. Antoranz, P. Bertoncello, F. Bicego, M. Bizzotto, P. Bordignon, C. Caramanna, S. Ceccon, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, A. Mangano, M. Matteazzi Alberti, C. Mogentale, S. Mossolin, P. Pedersini, S. Rigon, F.A. Rossi, M. Sartoretto, O. Schiavon, G. Spagnol, A. Zonta, T. Zorzi Corrispondenti Erica Schöfer (dalla Toscana) Stampa CPEsse - Castelfranco Veneto (TV) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it

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p. 5 - Gens bassia Sette anni in cantiere tra Umanità e Mondo p. 8 - Restituzioni È il momento di Leandro Bassano p. 10 - Pianeta Casa Si mira a colpire la casa, anche se... p. 12 - I nostri tesori Jacopo e Leandro Bassano a confronto p. 14 - Abitare Finstral. Finestre per la vita p. 16 - Il rapporto Alvise Valaresso come Esculapio p. 17 - Curiosità I ponti nella filatelia italiana (1) p. 18 - La lezione del passato Dovere e giustizia in Cicerone p. 20 - Focus Il Liberty di Giovanni Tescari p. 22 - Afflatus L’orientamento e l’apprendimento per affrontare le sfide del futuro p. 25 - Proposte L’arte, sempre più in mostra negli spazi privati p. 26 - Reflex Campi di lavanda sul Delta del Po p. 28 - Art News Luigi Carletto. L’originale ricerca sulla figura umana p. 30 - Sì, viaggiare Alla riscoperta dei Mercatini di Natale p. 32 - Renaissance I luccicanti bagliori di Jeff Koons

p. 34 - Artigiani Torna “In Forma(zione)” con i PERCORSI del Cesar p. 36 - Primo piano Bassano ha ritrovato il suo amato Ponte p. 38 - Strenne Fulvio Bicego ovvero del Calendario vincente p. 40 - Il Cenacolo Un divorzio d’amore p. 43 - Esercizi di stile Body positivity, battaglia di civiltà p. 44 - Le terre del vino I vini dell’Abruzzo e del Molise (2) p. 47 - Sfumature Sul colore & dintorni p. 48 - Prospettive Olio di Pove. 2021, anno da dimenticare, ma il consumatore... p. 51 - Personaggi Paola Bordignon. La rosatese che ha conquistato i marosticensi p. 52 - Omaggio Lettera aperta a Vittorio Andolfato p. 53 - Il racconto Occhi siciliani p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Ars culinaria Pennette integrali ai profumi autunnali p. 61 - Buone notizie Monte Grappa, tu sei... una Riserva della Biosfera Unesco!

Sopra al sommario L’intervento di Sebastiano Favero, presidente nazionale ANA, durante la cerimonia di restituzione del Ponte degli Alpini alla città, avvenuta al Teatro Gobbi lo scorso 3 ottobre (servizio a pag. 36).

Sotto Il taglio del nastro a Villa Angaran San Giuseppe, avvenuto lo scorso 3 ottobre, a conclusione di un lungo e felice intervento di riqualificazione e “ripensamento” funzionale della storica struttura (pag. 5). Da sinistra: Carlo Bramezza, direttore generale Aulss 7, Fabio Comunello, presidente Conca d’oro, Elena Pavan, sindaco di Bassano, il cardinale Pietro Parolin, Riccardo Nardelli, presidente Rete Pictor, e Mavì Zanata, assessore ai Servizi Sociali di Bassano (ph. Marco Sartori).

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Villa Angaran San Giuseppe a trecentosessanta gradi

SETTE ANNI IN CANTIERE tra Umanità e Mondo

GENS BASSIA

di Tommaso Zorzi e Virginia Antoranz

Innumerevoli le attività ospitate, secondo l’intento di favorire al massimo l’inclusione sociale: un obiettivo perseguito anche attraverso un progetto architettonico che coniuga la notevole bellezza monumentale del complesso con l’accoglienza e l’inserimento lavorativo di soggetti fragili. Lo scorso 3 ottobre l’imponente struttura è stata inaugurata, alla presenza del Segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin, della sindaca Elena Pavan e di numerose autorità civili e religiose.

Villa Angaran San Giuseppe è un complesso monumentale originario del XVI secolo, commissionato da Giacomo Angaran del Sole, “destinatario” dei primi due Libri dell’Architetttura di Andrea Palladio. Acquisita dai Padri Gesuiti nel 1921 e divenuta fiorente Casa per Esercizi Spirituali nel 1924, la villa è stata affidata in comodato gratuito nel 2015 a un consorzio di imprese sociali, Rete Pictor, per farne un luogo di inclusione e sviluppo di cittadinanza, destinato ai più poveri e deboli della società. In questi sette anni la villa si è animata di complessità e bellezza, accogliendo storie di fragilità ed esperienze di riscatto di persone in differenti situazioni di vulnerabilità: donne vittime di violenze, persone straniere in richiesta di asilo, adolescenti “neet”, adulti in difficile disoccupazione o uomini e donne segnalate dalla psichiatria o dai servizi contro le dipendenze.

La riqualificazione della villa, tra riferimenti e complessità Mescolata alle tante storie di inclusione, bellezza e cittadinanza che questo “nuovo” complesso sta germinando, c’è anche un’evoluzione architettonica non indifferente, che ha previsto una grande riqualificazione edilizia e paesaggistica e un investimento complessivo di oltre due milioni di euro. Gli interventi architettonici si sono ipotizzati fin dai primi mesi quando, con una scelta audace ma lungimirante, i nuovi gestori hanno deciso di coinvolgerci (Tommaso Zorzi, ingegnere, dal gennaio 2015, e Virginia Antoranz, architetta, dall’estate 2016) nei confusi ma lucenti pensieri legati al futuro polo sociale. In questi anni l’architettura è stata molto più che la buona tecnica del costruire, bensì un dialogo tangibile tra l’umanità e il mondo. Un dialogo che ha a che fare con

il comportamento naturale della specie uomo e che, come per i formicai o gli alveari, interagisce con l’ambiente circostante. Con l’enorme differenza che l’uomo non può non considerare l’etica e deve porsi le domande: Cosa sto facendo? Come lo sto facendo? Questo dialogo, che presenta certamente aspetti materici, è stato affrontato seguendo quella che l’architetto spagnolo Rafael Moneo identifica come inquietudine teorica: l’approccio al progetto non può limitarsi a seguire una teoria sistemica ma è una disquisizione teorica che stimola la riflessione critica, che abbraccia un approccio complesso, che suggerisce un avvicinamento interdisciplinare al progetto. Ed è un’architettura, quella in Villa Angaran San Giuseppe, che si occupa di un bene culturale non tanto come conservazione della materia o cura della forma bensì, come scriveva già negli

“Io, che faccio l’architetto, la morale non la predico: la disegno e la costruisco. Renzo Piano

Una veduta aerea del complesso e del parco di Villa Angaran San Giuseppe: un’area di 41.870 metri quadrati a ridosso del Brenta e immediatamente a sud della città. Dal palladiano Ponte vecchio una passeggiata panoramica, in parte lungo un sentiero recentemente tracciato dai volontari dell’ANA, porta in una decina di minuti in questo luogo straordinario, sintesi perfetta di bellezza e umanità (ph. Fulvio Bicego).

Sotto Il perimetro arancione individua il complesso monumentale: oltre alla villa, si notano il vigneto, l’area boschiva a nord e il parco fluviale.

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In questa pagina Piante, visioni prospettiche e ricostruzioni tridimensionali del progetto di riqualificazione della villa. Si nota come imprese e strutture socio-sanitarie convivono a stretto contatto e in sinergia.

ha previsto quattro differenti aree di intervento: le strutture sociosanitarie, le imprese, la gestione amministrativa e, non ultimo, l’aspetto ecologico-paesaggistico.

anni Cinquanta l’architetto Roberto Pane: “La tutela dei siti e dei monumenti non si enunzia più come un compromesso con il passato, ma come un nuovo programma per il futuro, atto a costruire una nuova qualità della vita che [...] aspiri a una piena partecipazione sociale, a vantaggio degli uomini”.

Qui sotto La facciata principale della villa.

Quattro differenti destinazioni per un luogo dai mille usi Pur nella sua unicità progettuale e nella grande varietà di eventi e attività che accoglie, il cantiere

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Strutture socio-sanitarie Le strutture socio-sanitarie all’interno di Villa Angaran San Giuseppe sono tre. Molto diverse per tipo di utenza, necessità e numero di ospiti, hanno sviluppato i propri ambienti secondo le logiche della bellezza complessa (se percepisco bellezza creo bellezza) e della contaminazione degli spazi (nessuno spazio è esclusivo). Per le strutture sociosanitarie si sono individuate le aree di maggior pregio della villa. Il centro diurno per persone con disabilità Le Carubine si estende per oltre 300 metri quadrati al piano terra, tra l’antico atrio seicentesco e l’ampio e luminoso salone vetrato novecentesco. Alla Comunità diurna per adolescenti Ramaloch sono destinati gli ambienti attorno alla storica stanza del camino al piano primo. La comunità si completa con ambienti rinnovati: una cucina indipendente, un ufficio, una lavanderia e una piccola mansarda

luminosa per studio, relax o lettura. L’appartamento per persone con disabilità Dalle Radici Alle Ali si sviluppa invece al piano secondo, in corrispondenza del loggiato cinquecentesco: l’area di maggior magnificenza di tutta la villa. L’ampio spazio giorno, ricavato ripristinando l’ambiente di forma quadrata tanto cara a Palladio, è caratterizzato da un pavimento alla veneziana (recuperato), una capriata lignea antica e una pittura murale del XIX secolo. Imprese Villa Angaran San Giuseppe è gestita come un’impresa sociale: l’apertura quotidiana al pubblico e la fornitura di servizi commerciali è il principale canale di sostentamento del progetto. La ristorazione avviene con due modalità differenti in estate e in inverno. Dopo aver ammodernato la grande cucina da 40 metri quadrati esistente, si è individuata una nuova area di cottura e somministrazione interna nella barchessa ottocentesca, liberata dalle tramezze in cartongesso del secolo scorso. Si è inoltre provveduto alla realizzazione di un grande bancone ligneo a due


bracci perpendicolari, che potesse accogliere gli avventori giunti dai quattro ingressi: la nuova BARchessa ha infatti, nei mesi invernali, un’importante funzione di ricevimento e smistamento degli ospiti fungendo da caffetteria, trattoria, bar e front office. La ricezione turistica prevede l’accoglienza di 50 ospiti, in 30 camere da letto singole o doppie (già esistenti). La progettazione ha richiesto di rinnovare le camere e di individuare e realizzare uno spazio reception dedicato, un’area giorno per le colazioni e il relax. Il piano primo ha inoltre previsto la trasformazione di tre luoghi di preghiera in altrettante aule e sale riunioni e conferenze, destinate a imprese o enti esterni che volessero un ambiente per convegni, workshop o eventi artistici e culturali.

Gestione aziendale L’intera struttura della villa prevede al suo interno oltre 60 lavoratori, inquadrati in 4 differenti enti (le 3 cooperative e il consorzio). Poiché la gestione amministrativa è decisamente impegnativa, si è voluto dedicare uno spazio del complesso a uffici. L’area individuata è stata quella della vecchia biblioteca dei Gesuiti, al piano primo. I lavori hanno previsto il restauro completo del tetto, l’isolamento interno delle pareti, la sabbiatura della capriata lignea e la realizzazione di un grande open space. L’ufficio termina a sud con una scala in cemento armato di gusto contemporaneo, unica volumetria aggiunta al manufatto, necessaria per ragioni di sicurezza, occasione per la realizzazione di un nuovo ambiente di filtro tra l’esterno e l’ufficio e utile sia per decomprimere sia per “contemplare” dalle sue quattro vetrate l’intero monumento.

Ecologia e paesaggio Uno dei valori trasversali che ha permeato il progetto di riqualificazione della villa è stato il contenimento dell’impatto ambientale. Fin dal primo anno si è studiato un progetto di efficientamento energetico, che portasse a ridurre gli sprechi e a termoregolare (sia d’estate sia d’inverno) ogni singola stanza della struttura, tenendo conto delle differenti esigenze di residenti, utenti e clienti, optando per una tecnologia a medie temperature. Il parco esterno, che si estende per oltre 4 ettari è stato restaurato dal punto di vista paesaggistico (il giardino storico, l’area verde di fronte all’orangerie, l’argine del fiume con un sentiero naturalistico) e agricolo (orti, vigneto, piante aromatiche). L’importanza dei compagni di viaggio Come ben sapeva Giacomo Angaran, il successo di un’opera deriva da un mix tra genio progettuale, committenza illuminata, competenza delle maestranze coinvolte e appoggio della comunità circostante. Questi sette anni di cantiere

hanno permesso di creare forti collaborazioni tra differenti compagni di viaggio. In primo luogo i cittadini, il quartiere e i bassanesi, che hanno supportato sia finanziariamente sia emotivamente questo importante processo. E poi l’Amministrazione comunale, capace di vedere e vivere le potenzialità del processo e di assorbire e collettivizzare le problematiche che imprescindibilmente generava; i quindici progettisti, che hanno collaborato con noi; le scuole e le università, che hanno partecipato alla progettazione e narrazione della “nuova” villa; le venti ditte coinvolte nel cantiere, con cui si è costruito un accordo di forte fiducia; i Gesuiti e il consorzio Rete Pictor, attivatori e tessitori di inclusione sociale colta, non banale né rigida, ma finalizzata allo sviluppo di un benessere diffuso per il territorio.

Qui sopra Il felice incontro tra l’antico e il contemporaneo in alcuni spazi rinnovati della villa: Ricezione, Ramaloch, DRAA. Fotografie di Marco Sartori.

Sotto Il progetto dello spazio uffici nella vecchia biblioteca abbandonata, con il nuovo mirador a tre campate di ispirazione palladiana.

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Procedono i lavori di restauro dell’altare del Santissimo Rosario in Santa Maria in Colle ed ora...

RESTITUZIONI GENS BASSIA

È IL MOMENTO DI LEANDRO BASSANO

di Claudia Caramanna Foto di Fulvio Bicego

Nel testo Leandro Bassano, Autoritratto, particolare, Firenze, Uffizi, Corridoio vasariano, olio su tela, 1610. Qui sotto Leandro Bassano, Madonna del Rosario, Bassano, Santa Maria in Colle, olio su tela, post 1595.

Alla fine del Cinquecento la confraternita del Santissimo Rosario incaricò della realizzazione del dipinto il pittore Leandro Bassano, erede di una prestigiosa famiglia di artisti. Necessario intervenire sull’opera, appiattita sotto uno strato di vernice e molto alterata nei colori. Come i lettori sanno, i lavori sull’altare del Santissimo Rosario stanno proseguendo a ritmo serrato. Terminato il restauro delle parti scultoree, adesso tutta l’attenzione si è spostata sulla Madonna del Rosario di Leandro Bassano che decora l’edicola centrale. Per qualche mese l’opera sarà affidata alle cure della ditta Artemisia di Antonella Martinato, alla quale spetterà il compito di ridarle nuovo splendore. Inutile sottolineare quanto fosse necessario intervenire anche sul dipinto. I colori si presentano ormai completamente appiattiti sotto uno strato di vernice molto alterata dallo sporco, che non rende giustizia al pittore, come testimonia la fotografia realizzata prima dell’intervento da Fulvio Bicego. Senza dubbio la pulitura restituirà all’opera la vivacità che le spetta, rivelando un’immagine davvero inedita, ricca di un cromatismo oggi inimmaginabile. Non sono pochi, però, i problemi da affrontare in prospettiva. Oltre alla presenza di alcune cadute di colore e di lacerazioni, che sono emerse con più evidenza a una visione ravvicinata, nella parte inferiore è presente una aggiunta di tela di circa cm 80, inserita per adattare la pala al vano centrale dell’altare. Per non avendo alcun valore artistico, la striscia è una testimonianza della storia dell’altare, nel quale la confraternita del

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Santissimo Rosario intervenne con due committenze in momenti diversi. Alla fine del Cinquecento incaricò della realizzazione del dipinto il pittore Leandro Bassano, erede di una prestigiosa famiglia di artisti, mentre un secolo dopo per rinnovare in senso barocco le forme dell’altare coinvolse Orazio Marinali, il più importante scultore del momento, e poi i fratelli Bettanelli e Bernardo Tabacco. Come avvenne molto spesso tra fine Seicento e inizio Settecento, però, non si volle rinunziare alla pala preesistente, sebbene di dimensioni contenute, e si decise di adeguarla al nuovo contesto, diverso da quello per cui era nata, attraverso un allungamento che la uniformava allo slancio assunto dalla struttura. Di colore scuro, attualmente la fascia si distingue a fatica dalla superficie dipinta ormai brunita dalla sporcizia, ma, quando la tela avrà recuperato quei colori così attraenti che oggi si intravedono soltanto, si porrà il problema di integrarla alla scena in modo coerente. E non sembra un compito facile.



Si mira a colpire la casa, anche se il Governo afferma il contrario

PIANETA CASA

A cura di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Riportiamo qui di seguito le considerazioni di Corrado Sforza Fogliani, Presidente del Centro Studi Confedilizia, in merito alla riforma fiscale attualmente all’esame del Governo, la quale prevede anche una revisione del Catasto.

“P

Corrado Sforza Fogliani.

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atrimoniale sì o patrimoniale no? Questo pare essere il problema oggi all’ordine del giorno. Il Governo naturalmente dice che non la metterà, e ha ragione: c’è già infatti, non occorre metterla, se del caso si tenta solo di aumentarla. Il gettito dei tributi gravanti sul comparto immobiliare ascende oggi a 51 miliardi di euro l’anno. Una somma che si è raddoppiata di punto in bianco e al cui aumento ha dato un colpo importante (mortale per molte imprese) il Governo Monti, dieci anni fa. I 51 miliardi sono così divisi: 9 di tributi reddituali (Irpef, addizionale regionale Irpef, addizionale comunale Irpef, Ires, cedolare secca); 22 di tributi patrimoniali (Imu); 9 di tributi indiretti sui trasferimenti (Iva, imposta di registro, imposta di bollo, imposte ipotecarie e catastali, imposta sulle successioni e donazioni); 1 di tributi indiretti sulle locazioni (imposta di registro, imposta di bollo); 10 di altri tributi (Tari, tributo provinciale per l’ambiente, contributi ai Consorzi di bonifica). Come detto, un colpo decisivo a questa patrimoniale l’ha dato Monti, e fra Draghi e Monti c’è solo, di differente, il cognome. Entrambi sono stati i rappresentanti di banche d’affari statunitensi, il cui unico scopo è sempre stato (ed è tuttora) quello di diminuire il “vizio” italiano di investire nel mattone (così hanno trasformato la casa da aspirazione, tipica nostra, in incubo) e quello di costringere i risparmiatori del nostro Paese a investire nei titoli finanziari. Il risultato è stato in gran parte ottenuto, le proporzioni tra i due investimenti sono state praticamente invertite, ma banche d’affari e istituti finanziari e

monetari newyorchesi (considerati erroneamente terzi, ma invece partecipati - e diretti - dalle banche d’affari), non ne hanno ancora a sufficienza e - con l’appoggio dei giornaloni, sempre per la stessa ragione e sempre dagli stessi motivi condizionati - anche ora che Draghi ha fatto il suo compitino (come lo aveva fatto Monti) hanno sempre nel mirino l’Italia e gli italiani. Il gioco è, anch’esso, ben conosciuto e già ripetutamente propalato: scovare gli immobili “nascosti”, procedere a un “corretto classamento”, scoprire i terreni edificabili (ma chi mai edifica, oggi?) risultanti al Catasto agricoli. Tutte storie che fanno solo sorridere, i competenti. Se questi fossero i veri motivi della sceneggiata catastale in corso di questi tempi, ci sono molteplici strumenti nella nostra legislazione già ben presenti, per rivedere il classamento così come i quadri di classificazione e così via. Quanto poi ai terreni edificabili (per i quali si paga un’Imu straordinaria, perfino se sono teoricamente edificabili solo ad iniziativa pubblica) i Comuni sono pieni di proprietari di fondi rustici in fila a chiedere, senza essere accontentati, di eliminare “l’edificabilità” dei loro terreni. La propaganda governativa è talmente distante dal vero (altro che l’ottocentesca distinzione, e divisione, Stato/Paese…) che fa perfino compassione! Come per i valori catastali. Già, un Catasto patrimoniale è in sé, a fini tributari senza senso e di per sé, sempre surrettiziamente espropriativo (nei Paesi civili, come la Germania, se il Fisco colpisce un bene oltre il reddito che esso produce - l’inizio dell’esproprio - la cosa è di per sé considerata un’iniquità e una illegittimità). Erano patrimoniali, infatti, i catasti preunitari. Con lo Stato unitario, la classe politica liberale introdusse un Catasto reddituale (e in quello rustico, più annualmente si produceva, più si guadagnava e meno si pagava, perché voleva dire che si erano messi a coltiva-

zione terreni già incolti). Questa era onestà e cura di perseguire i progressi e il bene della comunità. Oggi, pur di far cassa, siamo tornati indietro di quasi duecento anni: Draghi conferma e potenzia il sistema patrimoniale, dicendo comunque - bontà sua - che i nuovi estimi partiranno solo fra cinque anni. Certo, prima di allora il nuovo Catasto non sarà pronto... È la prova stessa che il Catasto che si prepara, più per i nostri figli che per noi, è un Catasto che aumenterà le imposte. Se no, parliamoci chiaro, perché dovrebbero rifarlo? E perché patrimoniale? Perché se fosse reddituale, oltre che giusto sarebbe anche tale da non comportare l’assunzione clientelare - come certo si farà - di nuovi dipendenti dell’Agenzia delle entrate (perché è essa, paradossalmente, che eliminerà le iniquità...) per fare il nuovo Catasto. Infatti, basterebbe che i proprietari di immobili fossero tenuti a dichiarare il loro reddito - come era nello storico periodo liberale -, sotto comminatoria di sanzioni penali. Il valore di un bene, invero, è sempre opinabile (come invece non è il reddito incassato) e si può quindi farlo stabilire, alla bella e meglio, da un algoritmo, magari anche non rendendo nota (come si prevederà di fare) la formula di questo strumento risalente alla Bagdad dal 500 d.C. ... Ma tant’è, questo dell’algoritmo è diventato un mantra dal quale il Fisco non vuole demordere. Per la ragione detta. C’è però una carta vincente (contro la nuova patrimoniale aggiuntiva che si vuole varare), che i tassatori infatti non accetteranno mai. Se davvero - come sostengono i giornaloni - l’attuale valore catastale è di gran lunga inferiore al valore di mercato, il Fisco ha un modo semplicissimo per dimostrare di aver ragione: si impegni ad acquistare gli immobili al valore che sarà stabilito nel nuovo Catasto! Non lo farà mai”.



Paradigmatico il caso dei dipinti dedicati a Diana e Atteone

DI PADRE IN FIGLIO JACOPO E LEANDRO BASSANO A CONFRONTO

I NOSTRI TESORI

di Claudia Caramanna

Crediti fotografici: Museo Soumaya-Fundación Carlos Slim; The Art Institute of Chicago

La replica dei modelli paterni, talvolta con varianti, fu una costante nella pittura dei figli, come dimostra anche un dipinto inedito entrato nelle collezioni del Museo Soumaya di Città del Messico.

IL PITTORE E I SUOI FIGLI Dati anagrafici Jacopo Bassano, c. 1515-1592 Francesco il giovane Bassano, 1549 - Venezia, 1592 Giambattista Bassano, 1553-1613 Leandro Bassano, 1557 - Venezia, 1622 Gerolamo Bassano, 1566 - Venezia, 1621

Indicato molto presto con il toponimo “Bassano”, Jacopo dal Ponte ha dato vita a un fenomeno artistico compatto e riconoscibile, coinvolgendo nell’impresa familiare i suoi quattro figli maschi Francesco, Giambattista, Leandro e Gerolamo.

Sopra, a sinistra Leandro Bassano, Diana e Atteone, Città del Messico, Museo SoumayaFundación Carlos Slim, olio su tela, cm 90,5 x 106, post 1595. Già Dorotheum Vienna, 22/10/2019, lotto 46. A fianco Leandro Bassano, Diana e Atteone, Città del Messico, Museo SoumayaFundación Carlos Slim, olio su tela, cm 90,5 x 106, post 1595. Particolare della firma sul sasso.

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A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del Cinquecento, i ragazzi furono introdotti progressivamente in bottega per svolgere il tradizionale percorso di formazione e acquisire quello stile che avrebbe reso i loro manufatti immediatamente identificabili come bassaneschi. La prassi inaugurata con l’ampliarsi della forza-lavoro prevedeva anche di fissare - sia nello schema, sia nel formato le composizioni di maggiore successo, in modo da poter andare incontro a una richiesta proveniente dal mercato che era in continua crescita. Inserendosi nel solco tracciato dal padre, i figli amplificarono

la notorietà delle sue invenzioni, soprattutto quando l’attività si proiettò in ambito lagunare grazie al trasferimento a Venezia di Francesco, poi di Leandro e, infine, di Gerolamo, tutti identificati dal pubblico come “Bassano”. La replica dei modelli paterni, talvolta con varianti, rimase una costante nel loro modo di procedere, come dimostra anche un dipinto inedito recentemente apparso sul mercato dell’arte ed entrato nelle collezioni del Museo Soumaya di Città del Messico. Si tratta di una tela quasi quadrata di medie dimensioni che raffigura la storia di Diana e Atteone ed è firmata


“LEANDER / A PONTE BASS. / EQUES” sul sasso in basso al centro della scena. Oltre alla paternità, l’iscrizione ne segnala una realizzazione posteriore al 1595, anno in cui il doge Marino Grimani insignì l’artista dell’onorificenza di “eques”, ovvero cavaliere. Si tratta quindi di un dipinto del tempo veneziano di Leandro, che era iniziato ufficialmente con l’iscrizione alla Fraglia dei Pittori della città nel 1588. Come correttamente mette in evidenza il catalogo dell’asta Dorotheum, in cui il dipinto ha fatto la sua prima comparsa, la composizione riprende lo schema proposto da Jacopo in una tela conservata in The Art Institute of Chicago, ben nota agli studi e già esposta alla grande mostra sul pittore che si svolse a Bassano nel 1992. Il confronto tra le due opere rende evidente il debito di Leandro verso l’invenzione paterna, ma sottolinea anche le grandi differenze che intercorrono tra i due artisti in termini di stile. Jacopo realizza la scena negli anni Ottanta, quando la sua pennellata si è come smaterializzata. Non descrive, si limita ad accennare l’essenziale per rappresentare la favola di Atteone, ormai trasformato in cervo da Diana e in procinto di essere sbranato dai cani. Commentando il dipinto, nel 1948 il critico Roberto Longhi accostava il pittore a Watteau e Renoir, creando un parallelo con la pittura francese tra Settecento e Ottocento che potesse spiegare le caratteristiche del suo modo di dipingere negli ultimi anni di vita. Leandro affronta il tema sulla scorta paterna, anzi probabilmente prendendo a modello proprio il quadro di Chicago, che è stato

identificato con “L’Istoria d’Ateo, d’un braccio d’ogni banda [cm 68 x 68 circa]” ritrovata tra i dipinti presenti nella bottega di Jacopo dopo la sua morte (1592) e passata in eredità ai figli. La replica, però, è realizzata in un tempo avanzato della sua carriera, quando l’influenza dello stile paterno è ormai sbiadita e ha preso il sopravvento quell’inclinazione per la costruzione di forme disegnate che è sempre stata una sua peculiarità. Per di più appare evidente che l’obiettivo dell’immagine non è più l’evocazione di una delle

storie più note tratte dalle Metamorfosi di Ovidio, bensì la sua illustrazione dettagliata. A questo scopo l’artista moltiplica le ninfe attorno alla dea, rende più sfacciata la loro nudità, descrive minuziosamente i fili d’erba, ma soprattutto frena lo slancio impresso da Jacopo al cervo e ai cani, punto nodale della narrazione, e dispone gli animali in bella mostra sul primo piano per catturare lo sguardo e rendere immediatamente percepibili allo spettatore i motivi della fama raggiunta presso il grande pubblico dalla pittura dei Bassano.

Qui sopra Jacopo Bassano, Diana e Atteone, Chicago, The Art Institute of Chicago, olio su tela, cm 63,6 x 68,7, c. 1585.

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L’azienda altoatesina offre un servizio completo, dallo sviluppo del prodotto alla realizzazione e alla posa in opera

ABITARE

FINSTRAL FINESTRE PER LA VITA

Servizio publiredazionale a cura di Finstral SpA Auna di Sotto/Renon (BZ)

Regalano luce naturale e benessere, definiscono l’estetica degli spazi e contribuiscono a creare un’atmosfera armoniosa. Caratterizzano inoltre l’architettura di un edificio e, dulcis in fundo, si riflettono positivamente sul bilancio ecologico.

Che cosa si aspettano i progettisti da un’azienda che produce serramenti? Informazioni esaustive relative ai prodotti e alla progettazione, un contatto diretto con esperti e la possibilità di scoprire dal vivo l’azienda e i suoi servizi. Per questo motivo è nato il Servizio Finstral per il progettista.

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Finstral è un’azienda altoatesina a conduzione familiare, presente in 14 paesi con 1.500 collaboratori. In cinquant’anni di storia ha saputo crescere costantemente, fino a diventare leader nel settore dei serramenti in Europa. Oltre alla costruzione di infissi, si dedica all’estrusione dei profili, alla produzione di vetro isolante e alla lavorazione del legno. Nel 2019 ha inaugurato anche un impianto di verniciatura dell’alluminio. Costante, inoltre, l’impegno a

favore della sostenibilità, di cui è un esempio l’impianto di riciclaggio. Nei suoi 14 stabilimenti Finstral produce con passione finestre che hanno sempre un nucleo in PVC completamente riciclabile, dalle eccellenti proprietà isolanti, e che si possono combinare con diversi materiali: alluminio, PVC, legno, vetro e l’ecologico ForRes. I serramenti Finstral offrono la massima libertà di personalizzazione, consentendo così di

scegliere la soluzione perfetta in base alle esigenze individuali. Permettono di definire l’aspetto esterno dell’edificio e caratterizzare l’arredamento degli ambienti interni, esprimendo un proprio concetto di bellezza. Per questo Finstral realizza i suoi prodotti secondo una struttura modulare. Così si possono scegliere liberamente la forma dei profili, i materiali, i colori e le superfici, per comporre su misura le finestre. Chi si occupa di infissi sa che è


una cosa straordinaria. Straordinaria è anche la consulenza negli Studio Finstral. Con il principio delle quattro dimensioni e i relativi desk di progettazione, la ditta altoatesina ha ideato un metodo per accompagnare clienti finali e studi di architettura dalla prima idea fino alla scelta del tipo di posa adatto. Ogni dimensione rappresenta un aspetto legato al serramento: il lato esterno, il centro, il lato interno e tutto quello che c’è attorno.

Un’altra caratteristica che rende unica Finstral è l’integrazione verticale di tutti i processi produttivi, che garantisce il massimo controllo e il rispetto degli elevati standard qualitativi stabiliti e autocertificati. È una delle poche realtà del settore a occuparsi di tutto direttamente: dallo sviluppo dei

prodotti alla loro realizzazione, fino alla posa in opera. La qualità dei sistemi, principio aziendale fondamentale, è frutto di un investimento continuo in tecnologia e ricerca. Il secondo principio a cui ha sempre tenuto fede Finstral è il servizio. Strettamente legato agli investimenti tecnologici e alla ricerca in ambito di materiali, si fonda sulla concezione della finestra come oggetto di design: è architettura e arredamento al tempo stesso. A tal fine, il reparto tecnico sviluppa prodotti sempre più performanti e in linea con le attuali tendenze architettoniche. Il know-how si trasforma in consulenza per la realizzazione di progetti personalizzati e soluzioni in grado di soddisfare le più alte aspettative dal punto di vista funzionale ed estetico. Non sorprende, dunque, come

da questi due elementi possano nascere progetti di ampio respiro, in collaborazione con importanti architetti di livello internazionale; ma soprattutto Finstral offre un servizio completo dalla progettazione tecnica alla produzione del prodotto, fino alla posa certificata.

Qui sopra Quando si può dire che una finestra è perfetta? Quando si integra con lo stile architettonico di un edificio? Quando dura a lungo nel tempo ed è particolarmente sicura? Quando i suoi valori isolanti sono ottimali? Oppure quando il suo utilizzo è intuitivo? Per Finstral la risposta è una sola: una finestra è davvero perfetta solamente quando risponde ai massimi requisiti di funzionalità ed estetica. Senza eccezioni e senza compromessi.

DATI E CIFRE

• Più di 50 anni di esperienza; • 1.500 collaboratori; • 14 stabilimenti (10 in Italia - 4 in Germania); • 3.000 unità di finestre diverse al giorno; • 200 milioni di fatturato; • 1.000 rivenditori Partner in tutta Europa; Più di 200 Studio Finstral • e Studio Partner Finstral in Europa.

FINSTRAL SpA Via Gasters, 1 39054 Auna di Sotto/Renon (BZ)

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STUDIO FINSTRAL BASSANO DEL GRAPPA Via Generale Basso, 14 Tel. 0424 383349 bassano@finstral.com www.finstral.com/bassano


Una testimonianza “scomoda” del suo percorso artistico...

Alvise Valaresso come Esculapio: una committenza poco fortunata per il giovane Canova

IL RAPPORTO

di Stefano Mossolin

L’autore non lo degnò delle sue ultime cure, e di presente non lo onora della sua ricordanza. Pure vi si distinguono certi tratti che caratterizzano l’uomo di genio che si dimentica di se stesso; come ne’ sonni del maggior fra i poeti vi si ravvisa un non so che di nobile e di originale.

Commissionato dalla nobildonna Ernestina von Starhemberg, il marmo rimase per qualche tempo nello studio dello scultore prima di essere acquistato dall’avvocato Giambattista Cromer, che approfittò dell’occasione per acquisire a buon prezzo un’opera dell’allora promettente talento.

Faustino Tadini

Antonio Canova, Esculapio, marmo, ultimo quarto del XVIII secolo. Padova, Musei Civici. La statua non venne portata sull’isola Memmia, in Prato della Valle a Padova, a causa del mancato pagamento da parte della nobildonna Ernestina von Starhemberg. In seguito fu acquistata dall’avvocato Giambattista Cromer.

Qui sopra Esculapio, statua romana da copia greca, II sec. d.C. Parigi, Louvre .

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Molti grandi artisti non ebbero la fortuna di vedere le proprie opere apprezzate e quotate mentre erano in vita. Non fu questo il destino di Antonio Canova, che ottenne ampio riconoscimento e guadagno negli anni del suo operato. Nemmeno per lui, tuttavia, gli inizi della scalata verso l’immortalità furono semplici: già nei primi anni, infatti, non mancarono lavori sottopagati e committenze infelici. Una di queste, in particolare, è costituita dalla statua di Esculapio con il volto di Alvise Valaresso, opera che gli fu commissionata nel 1778 dalla nobildonna Ernestina von Starhemberg, residente a Venezia e moglie del marchese Carlo Spinola. La statua, inizialmente destinata al Prato della Valle a Padova, avrebbe dovuto essere un tributo al nobile padovano che, tra le importanti nomine ottenute in vita, ebbe quella di Sopraprovveditore alla Sanità “al di qua del Mincio” durante la peste del 1630-’31. Una vera autorità, dunque, che, rientrata a Padova al termine dell’epidemia, assunse anche la carica di Capitano. Canova modellò una scultura con le forme di un uomo dal fisico atletico e con una postura che rimandava a quella degli antichi romani. Alla testa conferì però le fattezze dell’illustre personaggio. Aggiunse poi, dietro la gamba sinistra, un pilastro nel quale rappresentava l’arte medica, a ricordo dell’impegnativa missione svolta dal Valaresso in difesa di Padova durante la peste. Terminato il lavoro, però, lo scultore si “allontanò” subito dall’opera, per nulla soddisfatto del risultato. A tal proposito, il 27 settembre 1783, egli scrisse al patrizio veneziano Bernardino Renier: “La statua dell’Esculapio

è una delle cose che ho creduto bene ch’ella sia veduta da meno che fosse possibile, non potendo quella farmi alcun onore” (Lettere inedite di Antonio Canova, Coi Tipi della Minerva, Padova 1833, p.21). Circa quella statua, Faustino Tadini ebbe modo di scrivere: “L’autore non lo degnò delle sue ultime cure e di presente non lo onora della sua ricordanza” (Le sculture e pitture di Antonio Canova pubblicate fino a quest’anno 1795, Stamperia Palese, Venezia 1796, p.31). L’opera, rimasta nello studio di Canova per il mancato pagamento da parte della Starhemberg, fu acquistata nel 1794 dall’avvocato Giambattista Cromer, che approfittò dell’occasione per possedere a buon prezzo un’opera dell’allora promettente artista, collocandola

nella sua residenza di campagna a Monselice. Il marmo rimase all’interno della villa fino al 1887, quando il pronipote Angelo Saggini, entratone in possesso, la donò al Museo padovano, dov’è tuttora conservata. L’opera rappresenta un’interessante testimonianza dell’iniziale percorso artistico di Canova che, nonostante avesse già ottenuto fama in laguna come giovane di talento, non riuscì in questa circostanza a trasformare il blocco di marmo a sua disposizione in qualcosa davvero degno della sua futura fama. In seguito l’artista si trasferì a Roma, dove la sua abilità raggiunse la piena maturazione. In ogni caso, piaccia o no, possiamo sempre dire che questo marmo è sempre un Canova!


Come è stato trattato il tema negli ultimi ottant’anni?

I PONTI NELLA FILATELIA ITALIANA (1

a

CURIOSITÀ

di Fabio Abbruzzese

parte)

Dal Dopoguerra a oggi sono stati dedicati a questo argomento poco meno di trenta francobolli...

La prima emissione dedicata al tema dei ponti, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ha interessato proprio la nostra Bassano. Nel 1949, a seguito dell’inaugurazione del Ponte vecchio, è stato infatti emesso un francobollo da 15 lire con il profilo di un Alpino, per ricordare il contributo dato dalle Penne nere alla ricostruzione della struttura. Contemporaneamente, per commemorare Andrea Palladio (al quale si deve l’aspetto architettonico del ponte), è stato emesso un francobollo da 20 lire con il busto dell’illustre personaggio. Il ponte di Bassano è apparso sui francobolli anche nel 2008, per il quinto Centenario della nascita di Palladio. Sul francobollo da 0,41 euro è presente il progetto pubblicato ne I quattro libri dell’architettura. Occorre attendere il 1961 per trovare un altro francobollo con la rappresentazione di un ponte, cioè quello da 300 lire della serie emessa per il Centenario dell’Unità d’Italia, con la stilizzazione di un viadotto. Probabilmente si tratta dell’opera stradale realizzata nel 1960 lungo Corso di Francia a Roma, in occasione dei Giochi della XVII^ Olimpiade. Nel 1964, per ricordare il navigatore Giovanni da Verrazzano, nei due francobolli da 30 e da 130 lire è rappresentato il ponte sospeso di Brooklyn: struttura che attraversa il braccio di mare Narrows con una luce di 1290 metri, all’epoca la maggiore campata mondiale. Su questo ponte, inaugurato nel 1964, è fissata la partenza della maratona di New York.

Altri ponti realizzati all’estero sono stati rappresentati sui francobolli italiani. Nel 2000 il viadotto strallato sulla laguna di Maracaibo in Venezuela, dello sviluppo di 9 chilometri con 5 campate navigabili della luce di 235 metri ciascuna. L’opera è stata progettata dal prof. Riccardo Morandi e il francobollo è stato emesso per il 120° anniversario della costituzione della Società Italiana per le Condotte d’Acqua che ha contribuito alla costruzione di questo viadotto. Nel 2009 sul retro della banconota da 5 euro è stato raffigurato il Pont du Gard, nella Francia del sud, realizzato verso il 17 a.C. da Agrippa sotto l’imperatore Augusto. Quest’opera, completamente in pietra, fa parte del Patrimonio Unesco ed è costituita da tre livelli di arcate. Al primo livello si trova la strada mentre sul terzo scorre l’acquedotto entro un canale. Il ponte ha dimensioni ragguardevoli: un’altezza massima di 49 metri e una lunghezza di 275 metri. Sempre nel 2009 è stato emesso un francobollo da 0,65 euro con l’acquedotto di Segovia (I-II sec d.C.) realizzato in pietra su due livelli di arcate, anch’esso Patrimonio Unesco. Fra i ponti storici italiani, ricordiamo quello di Tiberio a Rimini sul fiume Marecchia, monumento nazionale, rappresentato su un francobollo del 2014 da 1,90 euro. L’opera è costituita da 5 arcate in pietra e illustrata da Palladio ne I quattro libri. Nel 1975, in occasione dell’Anno Santo, l’Italia ha emesso un francobollo da 90 lire con la cupola di San Pietro e, in primo piano, il

ponte Sant’Angelo sul Tevere. Il Ponte Pietra a Verona sul fiume Adige e il ponte a Fermignano sul fiume Metauro sono ricordati nell’emissione europea del 2018, dedicata a tali opere viarie. Il ponte a una campata in pietra ad arco a tutto sesto sulla via Claudia Augusta, il ponte di Rialto a Venezia (uno dei quattro ponti coperti italiani, progettato da Antonio dal Ponte), sono presenti in francobolli emessi nel 2014 con valore facciale di 1,90 e 0,70 euro. Nel 2019 per commemorare il 100° Anniversario dell’istituzione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche è stato emesso un francobollo con l’acquedotto Claudio, uno dei più importanti della Roma antica (38-52 d.C). Alcune emissioni hanno avuto per oggetto ponti italiani meno noti, ma non per questo meno importanti, come quello ad arco sul torrente Nervia presso il Castello di Doria Dolce Acqua oppure la passerella pedonale sul laghetto di Villa Grock, entrambi a Imperia, ed emessi nel 2016 nella serie Il Patrimonio artistico e culturale italiano. Dell’area tematica Turistica (2001) fa parte il francobollo con il monumentale Trepponti, costruito nella prima metà del XVII secolo a Comacchio.

Sopra, da sinistra verso destra Ponte vecchio sul Brenta, Bassano del Grappa (1949). Busto di Andrea Palladio (1949). Sotto, dall’alto verso il basso Viadotto Corso di Francia, Roma (1961). Ponte Sant’Angelo sul Tevere Roma (1975). Ponte Pietra sull’Adige, Verona (2018).

> Segue nel prossimo numero

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Oscillando fra epicureismo e stoicismo, ne coglieva gli aspetti migliori

IL CONCETTO DI DOVERE E GIUSTIZIA IN CICERONE

LA LEZIONE DEL PASSATO

di Gianni Giolo

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?

Per il celebre oratore romano la filosofia aveva un valore estremamente pratico e cioè quello di un sapere utile alla vita. Fino a divenire una sorta di terapia per i mali dell’anima.

Cicerone

È uscito il libro Cicerone di Roberto Radice. L’oratore si vantava di esser il primo romano ad aver scritto opere di filosofia in latino, ma vedeva una superiorità netta dei Greci in tutto il campo dello scibile, al punto da poter credere che solo le opere greche fossero degne di essere lette. Cicerone, a differenza dei grandi metafisici come Platone e Aristotele, non credeva che l’uomo potesse giungere alla verità assoluta. Egli era un eclettico che coglieva come le api il meglio dai vari sistemi filosofici, oscillando fra epicureismo e stoicismo. Per lui la filosofia aveva un valore pratico e cioè di un sapere utile

Qui sopra, da sinistra verso destra Ubaldo Pizzichelli, Statua di Cicerone, marmo, inizi XX secolo. Roma, Palazzo di Giustizia. Francisco Maura y Montaner, Fulvia oltraggia la testa di Cicerone, 1888. Madrid, Museo del Prado. Sotto Filosofica, Cicerone, Corriere della Sera, 24.08.2021.

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alla vita ed essa, da ricerca teoretica, diventava terapia dei mali dell’anima. Così il filosofo si trasformava in medico, una specie di psicoterapeuta. Il retore dava molta importanza all’etica che era fondata sui concetti di dovere, officium (in greco kathekon), di honestum che indicava la coerenza interiore e di decorum, in greco prepon, che significava il comportamento conveniente al virtuoso. Fondata sull’etica era anche la politica che per Platone si ispirava alla città ideale, mentre per Cicerone si realizzava in un grandissimo stato, cioè l’impero romano. Quest’ultimo mostrava di saper concretizzare l’ideale

stoico del logos che univa tutti gli uomini in una pace ordinata e in un diritto comune. Il filosofo impegnato nella vita politica non aveva più bisogno di utopie e di astrattezze apprese dai libri, dal momento che la natura stessa mette in scena il realizzarsi della ragione universale. Per Aristotele l’uomo è nato per contemplare (theorein), per Cicerone per agire (agere). Cicerone inoltre fondava la religione non su basi razionali, come gli stoici, ma solo sul convincimento del consenso di tutti i popoli: nessun popolo è tanto barbaro, nessun uomo è tanto selvaggio da non credere nell’esistenza degli dei.



Un poliedrico professionista dei primi del Novecento

IL LIBERTY DI GIOVANNI TESCARI A MAROSTICA

FOCUS

di Stefano Rigon Malgrado la diffusione capillare, il Liberty rimane movimento d’élite, decoro dell’alta borghesia industriale, progressista e colta.

Attraverso un’intensa attività di progettazione architettonica e strutturale, diede vita a opere che spaziano dai villini Liberty al restauro monumentale e all’edilizia pubblica. Fra i suoi committenti l’intraprendente borghesia locale, ma anche personalità di rilievo in ambito universitario e religioso.

Bruno Zevi

Il Teatro Politeama a Marostica: progettato da Giovanni Tescari nel 1913 e recentemente riportato all’originaria bellezza, spicca per la facciata in stile Liberty, caratterizzata da un elegante finestrone termale.

Qui sotto Prospetto est dello stabile destinato ai servizi generali dell’Ospedale Civile di Marostica, in un disegno datato 19 aprile 1933. L’edificio, ancora esistente, è in stato di grave abbandono. Archivio Comunale di Marostica.

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Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento in tutta Europa si vive un’epoca di rinnovamento: progresso e innovazione segnano notevoli miglioramenti nella vita di tutti i giorni, infondendo un senso di ottimismo e fiducia. Le arti si proiettano in un nuovo movimento caratterizzato da decorazioni e forme d’ispirazione naturalistica identificato come “Art Nouveau”, meglio noto in Italia come Stile Fiorito o Liberty. A Marostica si avviano numerose attività industriali e commerciali, legate principalmente alla produzione delle trecce di paglia impiegate nel confezionamento di borse e cappelli apprezzati in tutto il mondo. La nascita di un nuovo ceto borghese spinge alla

realizzazione di edifici, non solo residenziali, arricchendo il contesto urbano soprattutto nelle immediate vicinanze della cinta muraria. In questo frangente si colloca l’intensa e variegata attività dell’ingegnere Giovanni Tescari, del quale proveremo a delineare il profilo in queste righe. Il padre di Giovanni, Angelo, nacque a Nove il 3 ottobre 1827 da Gaetano e Marianna Perin. A ventisette anni, precisamente il 26 maggio 1855, concluse il suo percorso di studi per diventare Ingegnere presso l’Università di Padova. Al tempo, nel Regno Lombardo-Veneto, gli studi in ingegneria avvenivano presso la Facoltà di Matematica, alla conclusione dei quali il candidato

presentava un elenco di argomenti che sarebbero stati oggetto di discussione nel corso dell’esame di laurea. Nel giugno del 1862 Angelo Tescari si sposò con Teresa Martinato, originaria di Cismon, e nel 1872 acquistò palazzo Scaratti-Bonomo a Marostica, presso la chiesa di S. Antonio Abate, dove si trasferì. Dall’unione di Angelo e Teresa nacquero sei figli. Al terzogenito, primo maschio dopo due femmine, i genitori diedero il nome di Giovanni Gaetano, a ricordo dei nomi dei nonni materno e paterno. Giovanni Gaetano nacque a Marostica il 2 settembre 1866. Dopo aver ottenuto la licenza alla scuola industriale di Vicenza proseguì gli studi per diventare ingegnere come il padre. Con l’avvento del Regno d’Italia il percorso universitario venne modificato attraverso l’istituzione di un primo biennio preparatorio seguito da un triennio che portava all’ottenimento del titolo. Giovanni iniziò il biennio presso l’Istituto Tecnico superiore di Milano, per poi passare a seguire il secondo anno a Padova. Si iscrisse quindi al triennio presso la Scuola di Applicazione per Ingegneri, sempre nella città del Santo, dove concluse gli studi il 6 agosto 1889 con votazione di 90/100. Nel settembre del 1899 si sposò con Ermenegilda Ragazzoni, figlia di Pietro, noto farmacista nonché personalità di spicco nella Marostica del tempo. Ermenegilda, seppur coetanea del suo sposo, aveva già una figlia, Elisa Maria, nata dal precedente matrimonio con il cancelliere veneziano Augusto Grossato, scomparso prematuramente nel 1895. Dall’unione con Giovanni nacque una sola figlia, Teresa Umbertina (30 luglio 1900). Giovanni Gaetano, oltre ad aver ereditato dal padre Angelo quella che sarà la sua principale attività


di progettista, ne seguì le orme pure nell’impegno per lo sviluppo della comunità marosticense. Nella votazione del 1892 appoggiò e promosse, come presidente del comitato elettorale, il candidato Lelio Bonin Longare tra le fila del partito liberal moderato; non trascurò l’ambito socio-economico: ritroviamo infatti il suo nome fra i componenti della Congregazione di Carità che dal 1885 assunse l’amministrazione di tutte le Opere Pie di Marostica (Monte di Pietà, Ospitale degli infermi e Commissarie diverse). In particolare fu tra i soci fondatori e consigliere del primo Consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Marostica, nata nel 1892 in risposta all’esigenza sempre più forte di risollevare le sorti delle attività industriali e commerciali del territorio. Infine per lunghi anni, dal 1889 al 1926, ricoprì la carica di Ispettore dei Civici Pompieri, corpo che dal 1879 radunava i volontari per questo delicato servizio di pubblica utilità.

Veniamo però all’intensa attività di progettazione architettonica e strutturale che contraddistinse il Tescari: le sue opere, che spaziano dai villini privati in stile Liberty al restauro monumentale e alla edilizia pubblica, trovano ancora testimonianza in edifici esistenti o in progetti e schizzi attualmente conservati all’Archivio Storico del Comune di Marostica e in un fondo presso il nostro prezioso Archivio di Stato di Bassano. La sua principale clientela, come detto, si ritrovava nell’intraprendente borghesia locale, ma anche in personalità di rilievo in ambito universitario e religioso. Ne sono esempio Villa Serafini (1911), Villa Pedrollo-Parise (1910), Villa Purgato-Toniazzo (1911), Palazzo Frescura (1913) e Palazzo Campana (1928), edifici contraddistinti dall’accostamento di volumetrie differenti unite da apparati

decorativi semplicemente dipinti o a rilievo. Un saggio del suo operare è dato dall’ampia finestra termale, recentemente restaurata, nel prospetto principale del Teatro Politeama (1913), anch’esso opera del Tescari, decorata con motivi floreali e vegetali tipici del Liberty. Altre importanti opere pubbliche, seppur di valore artistico minore, sono i numerosi edifici scolastici disseminati nelle frazioni e contrade marosticensi di Ponte Campana (1913), San Vito (1913) e Marsan (1935), e il complesso scolastico del capoluogo il cui progetto risale al 1928. I prospetti sono normalmente caratterizzati da un leggero bugnato al piano rialzato e da finestre snelle impreziosite, soprattutto al primo piano, da semplici modanature. A chiusura sommitale viene spesso posto un timpano con lo stemma della città di Marostica o la scritta: Scuola Comunale. In ambito pubblico va ricordato anche il progetto di ampliamento del cimitero, datato 1894 e realizzato a più riprese con modifiche fino ai primi decenni del secolo successivo. Il progetto raddoppiava in grandezza il camposanto precedente rivestendolo con un carattere monumentale grazie all’inserimento di gallerie porticate, un solenne corpo d’ingresso e una cappella riservata alle funzioni religiose sormontata da una piccola cupola. Come scritto, il Tescari fu membro della Congregazione di Carità che gli diede l’importante incarico

di progettare il nuovo ospedale di Marostica e numerosi edifici a servizio di quest’ultimo. Il progetto (1927) garantiva un aumento di 90 posti letto, suddivisi per reparti chirurgici e medici, e si sviluppava su tre piani con una doppia loggia rivolta verso meridione. Di questo stabile, inaugurato nel 1930 e dedicato a Vittorio Emanuele III, non ci restano che i disegni e alcune fotografie, in quanto fu demolito per far spazio all’attuale complesso ospedaliero.

Sopra, da sinistra veso destra Prospetto delle Scuole Comunali di San Vito (Marostica). Il progetto è datato 15 ottobre 1912, l’edificio è ancora esistente e in stato di abbandono. Archivio Comunale di Marostica. Sezione e prospetto del corpo meridionale del cimitero di Marostica. Disegno datato 18 luglio 1898. Archivio Comunale di Marostica. Sotto, dall’alto verso il basso Villa Pedrollo-Gusi-Parise (1910) in una foto d’epoca e come appare oggi. È una delle più interessanti realizzazioni di Giovanni Tescari, con decorazioni di notevole pregio. L’edificio, purtroppo manomesso nella parte inferiore, è ancora esistente e in stato di abbandono.

Se finora abbiamo presentato progetti di nuove edificazioni, non va tralasciato il suo ruolo nel restauro dei castelli e delle mura scaligere, avvenuto dal 1934 al 1936; va ricordato infatti che nel 1914 Tescari fu nominato Ispettore onorario dei monumenti in Marostica e nel 1930 gli fu riconosciuto il titolo di commendatore. Fu probabilmente la sua figura a facilitare un inatteso e ormai insperato finanziamento governativo di 320.000 lire per mettere mano a questi monumenti che versavano in un forte stato di degrado e abbandono. Anche se i lavori furono seguiti dall’architetto Vittorio Invernizzi, Tescari fu artefice di un interessante confronto epistolare con l’allora sovrintendente Gino Fogolari sui criteri d’intervento, segno di una realtà dinamica e in linea con i dibattiti del tempo sul tema del restauro monumentale. Giovanni Gaetano Tescari morì a Marostica il 27 novembre 1939.

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Eventi che non si sono mai visti prima!

Ruolo dell’orientamento e dell’apprendimento permanente per affrontare le sfide del futuro

AFFLATUS

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

La scarsa conoscenza di sé e delle proprie potenzialità, assieme al timore di non essere in grado di affrontare le sfide dell’attuale mutevole contesto sociale e lavorativo, può bloccare un individuo.

Oggi come non mai è importante che ognuno di noi sia consapevole dei propri bisogni, capace di progettare le proprie azioni di sviluppo personale, di qualificazione o riqualificazione professionale. I cambiamenti sociali ed economici sono rapidi, le conquiste tecnologiche fulminee, la necessità di adattamento e di flessibilità nella formazione e nell’aggiornamento copre tutto l’arco della vita configurandosi come un apprendimento permanente (“lifelong learning”). A noi e ai nostri figli sono e saranno richieste abilità quali imparare ad imparare, soluzione di problemi, flessibilità, capacità decisionali, capacità comunicative, iniziativa e imprenditorialità. Tutte abilità che devono svilupparsi, grazie a un’azione di “orientamento esperto” e di una “dimensione didattica orientativa”, fin dalla scuola dell’infanzia, affinché diventino patrimonio autonomo di ogni singolo individuo in modo che possa attivamente e consapevolmente scegliere percorsi di vita, lavorativi e di realizzazione personale, nel rispetto delle proprie attitudini, bisogni, ambizioni e talenti. È significativo, ahimè, che il 50% dei ragazzi che giungono al quarto anno della scuola secondaria di secondo grado dichiari di aver sbagliato scuola! E per i più o meno giovani adulti servono servizi che aiutino le persone di qualsiasi età nel gestire la propria carriera, nel prendere le decisioni migliori per l’istruzione, l’addestramento e le scelte professionali (“career guidance”).

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

A ogni essere umano è stata donata una grande virtù: la capacità di scegliere. Chi non la utilizza, la trasforma in una maledizione - e altri sceglieranno per lui.

Paulo Coelho

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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Secondo i dati Istat (2019, 2020) in Italia 3 milioni sono i giovani nella fascia di età tra i 15 e i 34 anni che hanno lasciato in anticipo gli studi e non cercano lavoro né si stanno formando, quasi il doppio della media europea. Sono definiti NEET (“Not in Education, Employment, or Training”).

L’87% delle persone in Italia si rivolgono a parenti, amici e conoscenti per la ricerca di lavoro, non consapevoli delle potenzialità formative e di sviluppo di competenza e di valorizzazione di sé che potrebbero portare a una maggiore soddisfazione sul lungo periodo, tenendo conto che paradossalmente un milione sono i posti di lavoro vacanti (1), visto che in un caso su 4 le aziende hanno difficoltà a reperire le figure professionali di cui necessitano! E 131.000 sono i giovani che nel 2019 sono espatriati in cerca di fortuna! Spesso una scarsa conoscenza di sé, delle proprie potenzialità, di ciò che può svilupparle e degli strumenti formativi ed esperienziali che potrebbero espanderle, unite al timore di non essere in grado di affrontare una sfida così ampia legata al contesto attuale e alle dinamiche mutevoli sociali e lavorative, può bloccare un individuo, esaltare le paure di inadeguatezza, lasciare spazio a scelte impulsive con investimenti a breve termine, a delusioni e ad abbandoni vissuti come fallimenti. La piena realizzazione di sé, l’ambizione al miglioramento continuo, il desiderio e il bisogno di un equilibrio tra aspirazione lavorativa e vita familiare, il bisogno di autonomia anche economica... sono solo alcune delle tematiche che affliggono i giovani e i non più giovani, che vedono cambiare le richieste a cui sono

sottoposti dal mondo esterno (2), sociale, economico e familiare, e dal loro mondo interno, che porta crescita e crisi nel passaggio attraverso le diverse fasi della vita che ci vedevano: come figli e studenti, giovani adulti in sperimentazione e in crescita professionale, adulti con relazioni via via più stabili e magari con una famiglia, adulti maturi di fronte alle necessità di stabilità e sicurezza, anziani con bisogni di salute e serenità. Il “mondo esterno” e il “mondo interno” negli ultimi anni spesso non hanno trovato corrispondenza. Ciò che un tempo era prevedibile ora non lo è più. Basti pensare al mantenere lo stesso posto di lavoro per 40 anni! Che ad alcuni oggi rimanda a un senso di sicurezza e ad alcuni altri a un senso di prigione! Servono nuove competenze per affrontare i cambiamenti improvvisi e viverli come sfide, le incertezze da vivere con flessibilità, una fiducia in se stessi e nella propria capacità di cavalcare gli eventi (3). Il professionista dell’orientamento agisce proprio su queste tematiche, sullo sviluppo e sulla crescita personale lungo tutto l’arco della vita, in collaborazione con famiglia, scuola, enti territoriali, affinché ogni individuo, giovane o adulto, sia in ogni momento protagonista della propria vita.

1 - Excelsior Unioncamere, 2019. 2 - Linee guida nazionali per l’orientamento permanente (2014). 3 - Linee guida in materia di orientamento lungo tutto l’arco della vita (2007).




Dalle straordinarie collezioni di Ivano Costenaro alle rassegne allestite in altre sorprendenti realtà cittadine

PROPOSTE

L’arte, sempre più in mostra negli spazi privati

di Antonio Minchio

Sotto al titolo, da sinistra Lo storico dell’arte Marco Polloniato, il designer Angelo Spagnolo (già allievo di Andrea Parini), Jacopo Parini con la moglie Guia e Ivano Costenaro, padrone di casa. L’incontro con il figlio del grande artista ceramista è avvenuto nella sala di Palazzo Marco Polo dedicata alla Raccolta Costenaro: una mostra straordinaria, il cui allestimento è stato curato da Mauro Zocchetta.

La visita di Jacopo Parini a Palazzo Marco Polo e la mostra del duo Saul Costa-Fabio Zonta a Palazzo Suntach Zilio Tessarolo. E poi due parole - assolutamente estemporanee - sulla discussa Spigolatrice di Sapri dello scultore Emanuele Stifano.

Jacopo Parini in visita alle collezioni Costenaro È un ospite importante quello che Ivano Costenaro ha ricevuto lo scorso 14 ottobre nelle splendide sale di Palazzo Marco Polo, in via Papa Pio X a Cassola, sede della Raccolta Costenaro: si tratta infatti di Jacopo, figlio dell’artista Andrea Parini (Caltagirone, 1906 - Gorizia, 1975), indimenticato direttore dell’Istituto d’Arte di Nove, docente di Storia dell’arte e magister illustre di una schiera di ceramisti assurti poi a fama internazionale (Petucco, Tasca, Pianezzola, Bonaldi, Sartori, Spagnolo e molti altri). Una visita di cortesia, finalizzata anche a vedere un paio d’opere del padre, gelosamente custodite dal collezionista bassanese: si tratta della Cucca dei fiori e della Cucca dello scrittore umorista, entrambe realizzate nel 1959. Per Jacopo Parini anche un’occasione per ammirare tutte le collezioni ospitate nel palazzo beneficiando della guida, oltre che del padrone di casa, dello storico dell’arte Marco Polloniato e dell’artista designer Angelo Spagnolo. Con loro pure Andrea Minchio, direttore di Bassano News, testata sempre vicina al mondo dell’arte nel territorio che proprio recentemente ha dedicato un servizio-intervista a Jacopo Parini (finalizzato a documentare le caratteristiche della produzione pariniana degli anni Quaranta e a “smascherare” alcuni falsi d’autore).

Pittura e fotografia in mostra a Palazzo Suntach Zilio Tessarolo Dall’ardito Palazzo Marco Polo, in luminoso stile contemporaneo, a un’antica struttura cittadina come quella di Palazzo Suntach Zilio Tessarolo, in centro a Bassano, il passo è breve.

Qui sotto, da sinistra Andrea Parini, Cucca dei fiori e Cucca dello scrittore umorista, porcellana modellata a mano, 1957 (ph. Michele Zampierin).

Soprattutto se entrambi ospitano attività dello stesso tipo e rassegne d’arte. Nello storico edificio di via Bellavitis, sede di Allianz Assicura, è infatti in corso la mostra AandA. Saul Costa-Fabio Zonta. Il titolo dell’esposizione, come spiega Claudio Brunello nella prefazione del catalogo (curato da Tony Arduino), accomuna l’idea di Arte alle nozioni di Alimentazione concettuale, Antagonismo, Amore, Abitazione, Amicizia, Accoglienza e Allenza. Noi aggiungeremmo anche l’espressione Alternanza, che forse meglio si presta a illustrare il rapporto biunivoco fra le opere pittoriche di Costa (fra le quali spiccano le rappresentazioni bizantine delle chiese di Santa Sofia a Instanbul e di San Marco a Venezia) e le immagini sospese e cariche di pathos di Zonta, artista ormai consacrato a livello internazionale. Un plauso dunque a Matteo Bizzotto Montieni, organizzatore dell’evento. Due passi fuori regione Ricordate La spigolatrice di Sapri, celebre poesia di Luigi Mercantini? “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!”: un tempo questa composizione, fra le più

note del nostro Risorgimento, si studiava a scuola (ovviamente a memoria). Ispirata alla tragica spedizione di Carlo Pisacane (1857), è tornata recentemente alla ribalta della cronaca nazionale. E non per ragioni letterarie. Cosa c’entra con Bassano News? Nulla. Se non per il fatto che stiamo parlando d’arte e che, nella fattispecie, sulla scultura realizzata da Emanuele Stifano e dedicata proprio alla “povera” spigolatrice si è aperta una rovente polemica in tutta Italia. Motivo del contendere? A detta di chi si professa contrario all’opera, l’interpretazione non è aderente alla realtà storica. L’artista ha infatti rappresentato la povera contadina, una lavoratrice dei campi, come una sorta di velina seminuda. Che ne pensano i nostri lettori?

Sopra, da sinistra verso destra Saul Costa, Santa Sofia, olio su compensato, 2012. Fabio Zonta, Orchidea n.1, inkjet print, edizione di 9, 2020. I due artisti espongono a Palazzo Suntach Zilio Tessarolo, sede di Allianz Assicura, fino al 31 dicembre. A fianco Emanuele Stifano, La spigolatrice di Sapri,bronzo, part., 2021. Sapri. La scultura è stata bollata da numerose personalità politiche (e non) come un’offesa alle donne e alla storia che dovrebbe celebrare.

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Nell’oasi di Ca’ Mello, presso la Sacca degli Scardovari...

Colori accesi e profumo inebriante: campi di lavanda sul Delta del Po

REFLEX

di Andrea Minchio

Fotografie di Maurizio Sartoretto Gli Dei creano gli odori, gli uomini fabbricano i profumi.

Il fotografo Maurizio Sartoretto li ha ritratti la scorsa estate. Immagini suadenti che richiamano i quadri degli impressionisti e la Provenza. E che ora tingono e allietano queste pagine.

Jean Giono

Qui sopra Profumate e colorate distese di campi di lavanda nell’oasi di Ca’ Mello (Porto Tolle).

Sotto Scenari fiabeschi nel Parco Regionale Veneto del Delta del Po.

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Conosciuta già dagli antichi romani, la lavanda è una pianta erbacea aromatica, facilmente distinguibile (oltre che per il gradevole profumo) per l’intenso colore dei fiori, a metà strada fra il lilla e l’azzurro. La specie maggiormente coltivata nel nostro Paese è costituita dalla Lavandula officinalis, ricca di proprietà benefiche e impiegata tanto nella realizzazione di prodotti cosmetici (i suoi estratti combattono validamente i segni d’invecchiamento della cute) quanto nella preparazione di un olio essenziale. Quest’ultimo viene consigliato sia per un uso esterno, contro ansia e insonnia, sia interno, per trattare disturbi digestivi e circolatori. Il nome deriva chiaramente dal

gerundio del verbo latino lăvo, (lăvas, lavatum, lăvāre): un tempo la lavanda veniva infatti molto utilizzata per aromatizzare l’acqua nella quale ci si immergeva per il bagno. E tuttora i suoi fiori, essiccati e raccolti in opportune bustine, profumano i nostri armadi. Ma, nell’immaginario collettivo, la lavanda evoca pure gli splendidi scenari della Provenza: immense distese di campi che, da giugno ad agosto inoltrato, si tingono di lilla, avvolgendo colli, vigneti, oliveti, casali, monasteri... Chi nei mesi estivi ha la fortuna di percorrere la Route de la Lavande, una delle più belle strade turistiche di Francia, viaggia lungo distese inebranti e profumate, immerso in paesaggi che sembrano usciti

dal pennello di un impressionista. Un piccolo angolo di Provenza, contenuto nelle dimensioni ma comunque suggestivo, si può trovare anche nel nostro Veneto. Ce lo segnala, attraverso le accese immagini qui proposte, il fotografo paesaggista Maurizio Sartoretto, autore di fortunate pubblicazioni e di questo colorato servizio. Dove si trova?


Non poi così distante da Bassano (circa centoventi chilometri per meno di due ore di macchina): i campi di lavanda che possiamo qui ammirare si trovano infatti nell’oasi di Ca’ Mello, presso la Sacca degli Scardovari (Porto Tolle) e all’interno del Parco Regionale Veneto del Delta del Po. Un luogo magico, ricco di tesori, ideale per chi intenda ritemprare lo spirito a contatto di una natura fortunatamente protetta. Il periodo di massima fioritura, come abbiamo già accennato, cade in estate. Bisognerà quindi aspettare ancora sette-otto mesi per poter vivere un’entusiasmante esperienza che coinvolga davvero tutti i sensi. Nel frattempo vale comunque la pena pianificare un’escursione fuori stagione alla Sacca degli Scardovari, vasto bacino lagunare formatasi a seguito del continuo rimodellamento della linea costiera, posto fra i rami del Po di Tolle (a nord-est) e del Po di Gnocca (a sud-ovest). Protetto dall’Adriatico, con il quale comunica attraverso due bocche (grazie a sottili lingue di terra e a banchi sabbiosi),

Sopra Il vento accarezza le piante di lavanda creando inafferrabili giochi cromatici... A fianco Le architetture filiformi delle “peocere” nella Sacca degli Scardovari, sullo sfondo di un infuocato tramonto lagunare.

costituisce uno dei paesaggi più riconoscibili del Delta. Caratteristiche sono le cavàne dei pescatori, che qui svolgono parte significativa della loro attività. Non a caso il nome di questa distesa d’acqua, dolce e salmastra, deriva da “scardova” (Scardola italica), pesce autoctono della Pianura Padana abbondante nella zona già nel XVIII secolo. La Sacca è però nota anche per una delle produzioni d’eccellenza del Delta, vale a dire quella della Cozza di Scardovari dop, allevata nelle classiche “peocere”.

Sotto, dall’alto verso il basso Le copertine dell’ultimo fotolibro di Maurizio Sartoretto, Grappa. La montagna incantata (Eab, 2019), e del romanzo di Manuela Tamburin, Quel nostro amore al profumo di lavanda (Eab, 2016): giusto in tema con il servizio di queste pagine!

Una visita al Parco Naturale, magari mettendo in preventivo un intero week-end, è dunque assolutamente consigliabile: un regalo per intere famiglie, che possono visitarlo pure in bicicletta e godere così delle opportunità offerte dalla mobilità lenta.

Dopo averci portato a contemplare straordinari scenari montani attraverso le pagine del suo ultimo libro, dedicato al Monte Grappa, il fotografo castellano ha voluto donarci emozioni colorate e profumate. Gliene siamo grati!

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Ceramista a Nove, dà vita a creature fiabesche...

LUIGI CARLETTO L’originale ricerca sulla figura umana, rappresentata con pacata e coinvolgente raffinatezza

ART NEWS

di Marifulvia Matteazzi Alberti

Fotografie: Studio Bozzetto, Cartigliano

Persona di rara sensibilità, è stato allievo di Pianezzola e Tasca ai tempi di Parini. Fra le sue opere, anche il grande vaso a colombino (alto tre metri) che troneggia in piazza De Fabris a Nove.

I penitenti, terra semirefrattaria, da cm 54 a 73, 2000. In alto, riquadro Ninfa a cavallo di un gallo, terra semirefrattaria porcellanata, h cm 45, 2001. Qui sotto Luigi Carletto nel suo laboratorio.

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Per conoscerlo e capirlo bisogna andare a trovarlo nel suo laboratorio, dove lavora tutti i tipi di argilla con amore e perizia tecnica. Abilissimo ceramista, dotato di straordinaria manualità e di estrosa creatività, Luigi Carletto sa esprimersi al meglio nelle sue figure, imbevute di un lirismo dalla riconoscibile cifra stilistica, nelle quali trasmette tutta la grande vena comunicativa e la sua bellezza interiore. I suoi personaggi sono tutti pezzi unici, lavorati a mano ed eseguiti con materiale refrattario, cotto da 1000 a 1280 gradi e colorato con ossidi e cristalline: le cromie sono composte dall’artista stesso. Da anni, attraverso un’approfondita ricerca sui materiali, Luigi Carletto carpisce i segreti insiti nella

materia, sa penetrare effetti e reazioni, dosare, aggiungere, togliere e misurare l’azione generatrice, al fine di far nascere e crescere forme cariche di emozioni. La dote artistica e una profonda e costante dedizione lo hanno portato a incentrare la sua ricerca sulla figura umana; il suo linguaggio è riconoscibile per le sculture molto allungate e particolarmente raffinate, dall’espressività primitiva e coinvolgente. Ogni suo gesto è un ghermire l’essenza della realtà e creare con straordinaria abilità creature meravigliose, assorte in un colloquio con l’Invisibile. Tutti i gruppi di figure sono legati gli uni agli altri da continui rimandi e vibrazioni sottili, da un’evoluzione espressiva che

racchiude una crescita comunicativa nell’incanto delle pose e degli sguardi. Un percorso artistico, quello di Luigi Carletto, iniziato quando era un ragazzino all’Istituto d’Arte “G. De Fabris” di Nove, con insegnanti quali Pompeo Pianezzola e Alessio Tasca e un preside del calibro di Andrea Parini. Una carriera proseguita poi nelle fabbriche del suo paese, innamorato del lavoro di ceramista, dei processi produttivi e delle varie tecniche; di un’arte che consente di evolversi e che dà grande spazio all’invenzione. Proprio quell’invenzione che lo ha presto portato a ricevere gratificazioni: una sua creazione è stata scelta per una rassegna alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia


A fianco, da sinistra verso destra Gli arborei, terra semirefrattaria, cm 54x34, 2010. Musicisti medievali, terra semirefrattaria, h cm 90, 2012.

e, in seguito, per il 32° e il 33° Concorso Internazionale della Ceramica Premio Faenza. Persona di rara sensibilità, Luigi Carletto ha sempre cercato un costruttivo confronto di idee e un fattivo scambio di conoscenze, coinvolgendo vari interlocutori nei processi del fare. Ha trovato inoltre occasione di insegnare i tanti aspetti del complesso linguaggio della ceramica - essendo anche esperto Raku - alle nuove generazioni, con molti incontri nelle scuole e durante manifestazioni in piazza. Dimostrazioni nelle quali ha trasmesso, dal vivo e generosamente, la sua tecnica magistrale. L’artista realizza anche lavori di dimensioni considerevoli, come gli eleganti vasi a colombino. Nel 1991 ne ha costruito uno, alto tre metri e poi donato al Comune di Nove (che lo ha collocato in piazza De Fabris), formato da tre parti successivamente saldate. Per realizzarlo ha impiegato 300 chili di terra refrattaria, circa 10 chilometri di cordoncino e 200 ore di lavoro. Luigi Carletto ha anche collaborato, dando un fondamentale apporto tecnico, con l’artista Renato Meneghetti nell’esecuzione di imponenti opere pubbliche, quali I Thun, I Mirana, collocata all’ingresso del Municipio di Trento: un altorilievo complesso e molto impegnativo in terra refrattaria maiolicata, rivestita di oro zecchino in cottura a terzo

Qui sopra Il coro, particolare, galestro, cm 58x32, 2012.

A fianco da sinistra verso destra I filosofi, terra semirefrattaria, h da cm 82 a 86, 2002. Presepe, galestro rosso lavorato con la tecnica dell’estrusione, cm 40x25, 2010. Primo Premio “Concorso Presepi Laterina” (AR), 2011.

fuoco. Oppure ai Paralleli vertebrali, un capolavoro di ingegneria ceramica, costituito da una serie di palme iperrealistiche in un’oasi pietrificata, che toccano i quattro metri di altezza e che sono state esposte alla Biennale di Architettura di Venezia del 2010 con tanto di apprezzamento da parte di Vittorio Sgarbi. Un filone caro a Luigi Carletto è rappresentato dai coloratissimi cuchi, plasmati in tutte le forme, antropomorfe e animalesche: mirabili quelli dalle sagome medievali, carichi di significati beneauguranti. Opere che, assieme a sua moglie Rita, espone in varie piazze italiane durante le rievocazioni storiche degli antichi mestieri con il Gruppo Ars Mercatorum. Luigi Carletto ama da sempre i presepi e li imbeve di un autentico lievito poetico che invita alla riflessione: si distinguono per la singolarità e per la dolcezza, racchiusa nella plasticità di tocchi

delicatissimi. I presepi sono stati pluripremiati ed esposti al Palazzo dei Congressi a Lublino, in Polonia, all’Arena di Verona (più volte) e in parecchie altre prestigiose location nazionali. Molte le personali dell’artista: fra queste, memorabile, quella di Nove a cura di Mario Guderzo e Katia Brugnolo; così come quelle al Polo Confortini di Verona e, quest’anno, alle Scuderie di Palazzo Moroni a Padova, entrambe curate da chi scrive. Opere di Luigi Carletto si trovano inoltre nei musei di Nove, Marostica, Pirano (Slovenia), Castelnuovo Nigra (TO) e Corigliano Calabro (CS). La profonda espressività artistica di Luigi Carletto deriva da un’innata predisposizione e da un’abilità maturata pazientemente nel tempo in oltre cinquant’anni di esperienza a Nove, terra di antica tradizione ceramica.

Luigi Carletto in piazza De Fabris a Nove, accanto al grande vaso eseguito a colombino nel 1991. L’opera, donata al Comune, è stata realizzata in semirefrattario rosso della Ceramica Cecchetto.

Luigi Carletto

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Artista ceramista Via Matteotti, 15 - Nove (VI) Tel. 0424 592745 - Cell. 333 2408370 luigicarletto8646@gmail.com


Alla riscoperta della serenità e della magia del Periodo Natalizio Il colore e il calore dei Mercatini “scaldano” la fine dell’anno...

SÌ, VIAGGIARE

di Simone Ceccon

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

Luoghi ricchi di fascino, dalle cornici di un’emozionante bellezza, vengono resi unici da queste festose manifestazioni, legate ad antiche tradizioni e alle mitiche leggende dell’Avvento!

Sopra Il Mercatino di Natale a Vienna nella Rathausplatz (piazza del Municipio): 140 stand con prodotti tipici e oggetti di artigianato per le festività.

Qui sopra Il Mercatino di Natale a Bressanone nella Domplatz: sullo sfondo la mole, imponente e suggestiva, del Duomo di Santa Maria Assunta e San Cassiano.

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Esistono dei momenti e dei luoghi magici dove almeno una volta all’anno gli adulti diventano bambini e i bambini sognano l’incontro con il loro personaggio preferito, Babbo Natale. Il Natale riscalda il cuore, rasserena gli animi - in questo periodo ne abbiamo molto bisogno - e ci permette, seppur per poco tempo, di lasciare da parte i pensieri e immergerci in quell’atmosfera unica, avvolta nei profumi dei dolci, del vin brulé e nei suoni spensierati e allegri delle musiche, che solo questo periodo ci permette di vivere: benvenuti allora ai MERCATINI DI NATALE! Città decorate a festa, presepi ricchi di colori e alcuni viventi, stand gastronomici fornitissimi, prodotti tipici e artigianali, il profumo del legno e dell’ottimo

cibo rendono il viaggio ai Mercatini un’esperienza unica da non mancare. In molte città dell’Italia settentrionale, e in quasi tutto l’arco alpino, il periodo dell’Avvento coincide con l’apertura del Mercatino di Natale, che è molto sentito e partecipato. In Austria e in Germania questo momento viene chiamato Christkindlmarkt (il mercato del Bambino Gesù). I mercatini più famosi e storici si trovano nelle città di Augusta, Norimberga, Colonia (dove si tengono ben sette mercati in luoghi differenti, dei quali il più particolare è collocato a bordo di un’imbarcazione sul fiume Reno), Stoccarda, Vienna, Innsbruck, Bolzano, Trento e Merano. In Italia c’è anche un luogo che

nel periodo dei mercatini diventa magico, quasi fiabesco, il borgo di Candelara, nelle Marche, dove la tradizione legata alla candele si unisce all’atmosfera natalizia, resa unica dall’accensione delle fiammelle che illuminano per alcuni momenti della giornata il piccolo borgo, andando a sostituire la luce elettrica. Assolutamente da non perdere la visita di Canale di Tenno e Rango di Bleggio, due borghi affascinanti, dove le casette in legno vengono sostituite dalle antiche case in pietra in un percorso tutto da scoprire, che si snoda tra le strette viuzze e dove il tempo sembra essersi fermato. Venite a scoprire questi luoghi magici, resi unici da cornici naturali di un’emozionante bellezza, con le loro tradizioni e le leggende legate all’Avvento!


Canil Viaggi avrà il piacere di portarvi a

Klagenfurt e Villach il 27 novembre e i giorni 8, 12 dicembre Candelara il 27 novembre e i giorni 5, 11, 19 dicembre Innsbruck il 27 novembre e i giorni 5, 8, 11 e 19 dicembre Lubiana il 28 novembre e i giorni 4, 12, 18 dicembre Rango di Bleggio e Canale di Tenno il 28 novembre e i giorni 4, 12, 18 dicembre Trenatale sul Renon e Bolzano il 28 novembre e i giorni 4, 18 dicembre Glorenza e Merano il 4 e il 12 dicembre Verona il 5 e il 19 dicembre Brunico e Bressanone il 5 e l’11 dicembre Merano e Bolzano il 6 e il 19 dicembre Bologna l’8 dicembre “Antica Fiera di Santa Lucia” Milano l’8 dicembre “Fiera degli OH BEJ! OH BEJ!”

Alla riscoperta lizio del Periodo Nata per Voi con Noi!

Se volete vivere e immergervi ancora di più nella magia del periodo Natalizio...

5/8 dicembre La Magia del Natale in Umbria 6/8 dicembre Natale a Stoccarda 8/11 dicembre La ‘Ndocciata di Agnone 9/12 dicembre Favole di Luce nella Riviera d’Ulisse 10/12 dicembre Magia dell’Avvento a Vienna 18/19 dicembre Natale in Valle d’Aosta!

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A Firenze, fino al 30 gennaio, le provocazioni di Shine

I luccicanti bagliori di Jeff Koons in mostra a Palazzo Strozzi

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana Penso che il mondo dell’arte sia un serbatoio enorme per chiunque sia coinvolto nella pubblicità.

L’artista statunitense, fra i più pagati al mondo, espone nel capoluogo toscano trentatré opere: dalle abbaglianti sculture in metallo agli iconici giocattoli gonfiabili e alla reinterpretazione di figure della cultura pop. Quarant’anni di carriera concentrati in splendide sale rinascimentali.

Jeff Koons

Inaugurata lo scorso 2 ottobre e aperta fino al 30 gennaio 2022 a Palazzo Strozzi in Firenze, la mostra Shine è dedicata all’artista statunitense Jeff Koons. Le sue opere, caratterizzate da un mix di luminosità, lucentezza e intriganti bagliori, catturano subito lo sguardo. La loro superficie riflette infatti la nostra immagine, ponendoci all’interno di esse e al centro dell’ambiente che le ospita. Il visitatore-spettatore si ritrova così catapultato dentro a ciò che sta osservando. Già all’inizio dell’esposizione è impossibile resistere al richiamo di Baloon Monkey, un’enorme scimmia blu alta quasi quattro metri che riluce fra le mura rinascimentali nel cortile dello storico edificio.

Qui sopra Balloon Monkey (Blue), 2006-2013.

In alto, da sinistra verso destra Hulk (Tubas), 2004-2018. Gazing Ball (Apollo), 2013.

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Nelle otto successive sale sono esposti oltre trenta pezzi, ma l’atmosfera non cambia e coglie sempre di sorpresa gli ospiti. Molte opere sono realizzate in acciaio inossidabile, con colori vibranti e portati a una finitura a specchio. Come nel caso della Ballerina dorata e del Cuore fucsia, collocati nella prima stanza. In un altro locale si trova un treno appartenente alla serie Luxury and Degradation: Koons denuncia il fatto che le superfici dei beni di lusso e degli oggetti decorativi sono spesso riflettenti. E ciò, a suo parere, implica un senso di eccesso e di decadenza. Il treno, brillante all’esterno, trasporta un comune superalcolico, a dimostrazione che le apparenze a volte ingannano. Insomma, tra splendore e bagliore, una sorta di gioco fra essere e apparire. Della serie Statuary, pure in acciaio inossidabile specchiante, fa invece parte il coniglietto Rabbit: uno dei suoi lavori più iconici! Stupisce poi un gigantesco cane rosso, il Baloon dog della serie Celebration, alto oltre tre metri. Qui Koons utilizza tecniche innovative per riprodurre nell’acciaio le torsioni e le curve di un enorme palloncino gonfiato da un clown. Un’altra opera più piccola, ma sempre brillantissima, è Elephant, dai colori più lucenti che mai. Nella quarta sala si trovano i lavori della serie Popeye: Koons si rivolge al mondo dei fumetti e ricrea con l’alluminio giochi gonfiabili oppure associa gli stessi giochi gonfiabili a elementi in acciaio inossidabile.

Come avviene per Dolphin, che fluttua sopra a delle pentole, o per l’Incredibile Hulk, circondato da un enorme strumento in ottone. E ancora per Lobster, l’aragosta con i baffi: un omaggio alle opere di Salvador Dalì. Procedendo si possono ammirare le Gazing Ball, sfere blu riflettenti poste accanto a riproduzioni di tele famose o di sculture classiche: un invito a relazionarci con queste opere attraverso un’ambientazione a 360 gradi. È poi la volta di due grandissime sculture, collocate nella penultima sala: l’affascinante Metallic Venus e la sorprendente Bluebird Planter, entrambe colme di fiori colorati. Una celebrazione della bellezza della Natura. Al termine del percorso espositivo si trova un dipinto della serie Popeye e due Baloon Venus, in acciaio inossidabile a specchio con verniciatura trasparente, che si ispirano a statuette femminili realizzate circa 26.000 anni fa. Jeff Koons è considerato l’erede di Andy Warhol e il continuatore della Pop Art. Viene anche associato a Marcel Duchamp per la tecnica del readymade, che consiste nello scegliere e utilizzare un oggetto comune per defunzionalizzarlo e presentarlo come opera d’arte. Koons è uno degli artisti contemporanei più quotati. Basti pensare che un iconico coniglio Rabbit è stato venduto all’asta da Christies per 91.075.000 dollari!



Sempre a fianco delle aziende, l’ente è accreditato dalla Regione Veneto e inserito nel sistema di Confartigianato

ARTIGIANI

Torna “In Forma(zione)” con i PERCORSI del Cesar

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

Consapevolezza e aggiornamento professionale, ricorda giustamente il presidente Sandro Venzo, non possono più essere considerati un optional. Si tratta infatti di fattori strategici che devono sempre accompagnare, fin dall’inizio, la vita delle imprese e di quanti vi ci lavorano.

Cesar - Formazione e Sviluppo di Confartigianato Imprese Vicenza riapre a pieno regime i propri corsi finanziati a favore di imprese e dipendenti su molti settori trasversali di grande interesse per l’ambito del lavoro e dell’impresa. I corsi sono svolti in presenza anche nelle sedi territoriali come quella di Bassano del Grappa, in viale Pio X 75, una volta raggiunto il numero minimo di partecipanti. Il pacchetto dei corsi riguarda: Team Working e Motivazione Come sviluppare la capacità di coordinare e gestire al meglio i propri collaboratori e promuovere il lavoro di squadra cosiddetto “engagement”. Informatica Base Introduzione alle conoscenze di primo livello dell’informatica con particolare focus sui processi

Sopra, dall’alto verso il basso Corsisti impegnati in un workshop. La prestigiosa sede del Mandamento di Bassano del Grappa di Confartigianato Vicenza. Riquadro Il presidente Sandro Venzo.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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che riguardano le aziende. Social Basics Per chi vuole conoscere il mondo dei Social per creare contatti di business e svolgere campagne o annunci tramite tali strumenti. Inglese con Metodo Callan Aiuta a migliorare il proprio inglese per muoversi meglio in diversi contesti, tramite un metodo che accorcia i tempi di apprendimento. Contabilità Avanzata per acquisire strumenti e competenze per una maggiore operatività degli addetti amministrativi delle aziende. I percorsi sono studiati per venire incontro alle esigenze, in particolare delle imprese artigiane, per accrescere le competenze e per offrire nuove opportunità di sviluppo organizzativo e commerciale.

Su www.cesarformazione.it è disponibile un programma più completo e dettagliato di questi percorsi. “Formazione e aggiornamento costante - spiega il presidente Sandro Venzo - sono diventati elementi fondamentali per chi fa impresa oggi, in particolare dopo questa fase di difficoltà. Stiamo facendo un grosso sforzo per proporre agli operatori economici percorsi in grado di sviluppare conoscenza, innovazione e capacità organizzativa. Il sistema bilaterale permette inoltre di avere progetti personalizzati quasi del tutto finanziati”. Diverse sono le possibilità di progettazione che il Cesar può seguire per le aziende, accompagnandole in percorsi di formazione continua. “La consapevolezza e l’aggiornamento, peraltro sempre più tecnico, non sono più un optional. È evidente - continua Sandro Venzo - quanto sia necessario stare al passo con tanti aspetti. La formazione dev’essere quindi un fattore che accompagna fin dall’inizio la vita di una impresa, di un imprenditore o di un lavoratore”. Chiunque fosse interessato a conoscere meglio i programmi di Cesar e partecipare ai corsi in sede a Bassano del Grappa può mandare una email a bassano@confartigianatovicenza.it oppure contattare direttamente Cesar al numero 0444 960100.



Ma sono ancora molti i nodi irrisolti. Da troppo tempo

BASSANO HA RITROVATO IL SUO AMATO PONTE

PRIMO PIANO

Andrea Minchio

Sotto, da sinistra verso destra Il discorso della prima cittadina Elena Pavan, durante la cerimonia di restituzione del Ponte vecchio al Teatro Gobbi, lo scorso 3 ottobre. Il momento fatidico del taglio del nastro sul Ponte vecchio. Da sinistra si riconoscono: Francesco Rucco, presidente della Provincia di Vicenza (nonché sindaco del capoluogo berico), il cardinale Pietro Parolin, il sindaco Elena Pavan, il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, il governatore Luca Zaia, il ministro Erica Stefani e il presidente nazionale ANA Sebastiano Favero.

Indubbia la soddisfazione dei cittadini per questa significativa restituzione: un successo della Amministrazione di Elena Pavan (e di quelle che l’hanno preceduta). Ora è tempo di affrontare situazioni ferme da anni, in qualche caso da decenni. Vediamone velocemente alcune.

Qui sopra A ovest l’antico Borgo Angarano, che un tempo faceva comune a sé (e che ancor oggi mantiene nella mentalità dei residenti una sorta di orgoglio identitario), a est Bassano: in mezzo c’è lui, il Ponte, quello di Palladio e degli Alpini, amato simbolo di una fiera comunità e straordinario monumento nazionale (ph. Fulvio Bicego).

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È una data storica per la nostra città, quella di domenica 3 ottobre 2021, destinata d’ora in poi a essere inserita nella cronologia dei principali eventi riguardanti il Ponte vecchio. Una giornata che segna la conclusione di un lungo intervento di recupero della celeberrima struttura palladiana, recentemente divenuta - grazie soprattutto all’impegno dell’on. Germano Racchella - monumento nazionale. Ma anche un momento

di festa dell’intera comunità, un traguardo a lungo atteso e ora finalmente e felicemente raggiunto. Un indubbio successo dell’Amministrazione di Elena Pavan (e in parte anche di quelle precedenti di Stefano Cimatti e Riccardo Poletto), che ha tutte le ragioni per essere soddisfatta del lavoro portato a termine. Certo non si tratta del restauro filologico del ponte di Palladio, come anni fa un gruppo di docenti universitari auspicava, ma si tratta comunque di un lavoro molto ben fatto. Significativo, infatti, il ruolo giocato dai tecnici del Comune e dalle maestranze dell’Impresa Inco, che ha eseguito con grande professionalità i lavori di recupero della storica struttura. Complimenti, dunque, a Elena Pavan e alla sua giunta. Detto questo, però, va rilevato che a fronte di un nodo risolto, ne rimangono molti, anzi troppi, ancora insoluti. Da anni, per non dire da decenni. Ne elenchiamo qualcuno, in ordine sparso e

con rapidi cenni, ripromettendoci di tornare sull’argomento. Nuovo Tribunale Allo stato attuale sono in corso colloqui lusinghieri con il Presidente del Tribunale di Vicenza allo scopo di dotare la struttura, progettata dall’archistar Boris Podrecca e vuota da anni, di alcuni servizi a favore del territorio. Polo Museale di Santa Chiara A proposito del destino dell’area (un cratere nel cuore della città), il Comune dispone di un progetto di fattibilità che prevede la realizzazione di un primo stralcio del futuro Museo Naturalistico e della Motorizzazione. Progetto che tiene conto dei diversi aspetti legati alla sostenibilità e all’innovazione. Caserma Montegrappa Si tratta di un bene demaniale. Attualmente l’ANA ha in comodato d’uso (per altri dieci anni) la Palazzina Comando. Il rischio riguarda però gli altri fabbricati: a nostro avviso andrebbero recuparti e destinati a nuove funzioni, ma assolutamente non abbattuti.


A fianco Il cratere nell’area del futuro Polo Museale di Santa Chiara (ex Caserma Cimberle Ferrari), a ridosso del centrale viale delle Fosse, e la copertura del Teatro Astra, con l’evidenziazione della parte recentemente crollata (ph. Fulvio Bicego).

Sotto Lo storico Caffè Italia. Il progetto di ampliamento, attraverso un’ampia struttura vetrata a nord, prevede anche la creazione di servizi igienici nella adiacente trecentesca Torre delle Grazie. Per Italia Nostra, un vero scempio!

A fianco, da sinistra verso destra La Palazzina Camerate della Caserma Montegrappa. Attualmente l’omonima sezione cittadina dell’ANA gestisce solamente la Palazzina Comando. Ma il futuro di tutti gli altri edifici del complesso militare è incerto e il rischio dell’abbattimento grava su di essi come una spada di Damocle. Porta dell’Angelo, fra i più antichi accessi alla città. Le provvisorie strutture di sostegno, ormai divenute anch’esse “storiche”, sono state collocate all’inizio degli anni Novanta.

Tempio Ossario L’intervento di recupero è in capo a Onorcaduti e quindi al Ministero della Difesa. Si attendono sviluppi su progettualità e finanziamenti. Teatro Astra Di proprietà privata, dopo il crollo parziale della copertura è soggetto a controllo da parte delle autorità giudiziarie e della Soprintendenza. Sono molti i bassanesi che spingono a favore della sua acquisizione da parte del Comune. La questione è aperta. Area Gasometro (via Tabacco) È legata al PPE4, che prevede la realizzazione di un nuovo asse

stradale di collegamento nord-sud a sostegno di via Parolini. Sono in corso contatti con i lottizzanti per sbloccare la situazione. Porta dell’Angelo È privata, ma le strutture di sostegno di quello che è stato per lungo tempo il principale accesso alla città da sud, installate una trentina d’anni fa, gridano vendetta. Caffè Italia È in corso la stesura del progetto definitivo, tuttavia è polemica sulla creazione di servizi igienici all’interno della trecentesca Torre delle Grazie. Italia Nostra e le opposizioni danno battaglia.

Palazzo Pretorio e piazzetta Guadagnin Il cosiddetto Terzo Castello, vero gioiello cittadino, meriterebbe un risolutivo intervento di restauro. Per ora, purtroppo, tutto tace... Idem per quanto riguarda la suggestiva e trascurata piazzetta. Museo Fluxus (ex Macello) Di proprietà privata, sono in corso i lavori di recupero della struttura (finalmente!). Su queste, e su altre situazioni ferme (viabilità generale compresa), torneremo presto a scrivere, passando la palla direttamente agli Amministratori civici...

Sotto I lavori di recupero del Tempio Ossario sono a carico di Onorcaduti (Ministero della Difesa): si attendono sviluppi... (ph. Fulvio Bicego).

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Dodici edizioni, tutte finalizzate a finanziare attività benefiche E l’obiettivo dei 100.000 euro è vicinissimo...

STRENNE

FULVIO BICEGO OVVERO DEL CALENDARIO VINCENTE

di Antonio Minchio Il calendario non è un susseguirsi di date e ricorrenze, ma di stati d’animo e di ricordi. Romano Battaglia

Tutto è iniziato nel 2007. A quel tempo il vulcanico promotore di questa iniziativa, che mescola la solidarietà con il recupero di opere d’arte, certo non immaginava il successo che avrebbe ottenuto negli anni. Fra i prossimi traguardi, alcuni significativi restauri e un occhio di riguardo al Convento dei Padri Cappuccini in borgo Margnan.

Sotto, da sinistra verso destra Fulvio Bicego, collezionista, fotografo e macenate bassanese. Tre pagine del Calendario 2022, con gli acquerelli di Antonio D’Agostini.

Sotto, dall’alto verso il basso Il busto-autoritratto di Orazio Marinali (fine XVII sec.) conservato al Museo Civico di Bassano. Il capitello di Maria Immacolata (fine XVII-inizio XVIII sec.) nella frazione di San Lazzaro.

Fulvio Bicego ci ha viziati. I suoi calendari sono ormai considerati una pubblicazione irrinunciabile nel panorama culturale cittadino. Un appuntamento fisso che allieta gli ultimi giorni dell’anno, preannunciando con immagini sempre belle e interessanti i mesi a seguire. Si tratta però anche di un’iniziativa che riversa i suoi benefici effetti in ambito sociale e artistico. Il ricavato dalla loro vendita - lo diciamo ai pochi che ancora non lo sanno - viene infatti destinato ad azioni filantropiche a favore di istituzioni sanitarie, scolastiche e parrocchiali. Ma pure a beneficio di restauri e restituzioni di opere d’arte.

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Giunti alla 12a edizione, hanno finora fruttato quasi 100.000 euro, messi generosamente a disposizione della collettività. “Manca davvero poco - ci spiega il vulcanico promotore per varcare questo traguardo. Un obiettivo che conto di raggiungere, naturalmente con l’aiuto di tutti (anche di chi legge queste pagine), in tempi brevi: non un punto d’arrivo,

ma un trampolino di lancio per le edizioni successive”. Il Calendario 2022, prosieguo del precedente, propone tredici acquerelli (copertina + 12 mesi) di Antonio D’Agostini, artista di fama internazionale nato a Vicenza il 7 settembre 1942. “Mi piace ricordare che Antonio è sempre stato innamorato di tre soggetti in particolare: i Cavalieri della Tavola Rotonda, i Beatles e Bassano del Grappa. Ai primi e ai secondi ha dedicato dipinti e libri che hanno ottenuto un buon successo mondiale. Di Bassano si è infatuato nel 1987, quando ha tenuto la sua prima personale alla Libreria La Bassanese, riscuotendo un notevole consenso. Al punto che qualche anno dopo, nel 1991, ha pubblicato un libro, Bassano, un bellissimo sogno, con 36 acquerelli e una splendida prefazione di Giambattista Vinco da Sesso. Antonio D’Agostini è scomparso nel 2011”. I proventi del Calendario 2022 saranno impiegati per restaurare un affresco del 1921 di Antonio Marcon, posto su una parete esterna della Chiesa della Santissima Trinità e raffigurante

l’allegoria della Giustizia. “Ma serviranno pure a recuperare un capitello nella frazione di San Lazzaro (località Fornace), dedicato a Maria Immacolata e databile tra la fine del Seicento e gli inizi del secolo successivo: un’operazione pilota che darà avvio a un progetto di recupero di tutti i capitelli storici di Bassano. Si prevede poi di restaurare il busto di Orazio Marinali (fine XVII secolo), ospitato al Museo Civico, e di elargire infine un certo aiuto al Convento dei Padri Cappuccini in Margnan, già oggetto la scorsa estate della mia iniziativa Una t-shirt per i Frati. Tutto ciò sarà possibile anche grazie ai miei sponsor, molti dei quali sono lombardo-piemontesi: amici che mi sono a fianco fin dalla prima edizione del 2007. Senza dimenticare la disponibilità dei molti punti vendita (librerie, edicole, bar, ristoranti, hotel, saloni di parrucchiere, palestre, piscine, negozi di ogni genere, sedi di quartieri, banche...)”. Il Calendario 2022 è disponibile in 36 punti vendita. Per informazioni: Fulvio Bicego 348 2334450



Napoleone Bonaparte (1769-1821) Giuseppina di Beauharnais in Bonaparte (1763-1814)

IL CENACOLO

di Chiara Ferronato

UN DIVORZIO D’AMORE

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Napoleone Bonaparte (Ajaccio, Corsica, 15 agosto 1769 Longwood House, isola di Sant’Elena, 5 maggio 1821). Il dipinto, qui in particolare, venne eseguito dal pittore Édouard Detaille nel 1908 e ritrae il generale francese nel 1798 (collezione privata). Sotto Andrea Appiani, Ritratto di Napoleone Bonaparte re d’Italia, olio su tela, 1805. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Stanno pranzando, loro due, soli, uno di fronte all’altra: è un giorno di dicembre, del 1809. Lui è Napoleone, lei è Giuseppina: sono sposati dal 1796, il loro è stato un amore giovane, appassionato, rivoluzionario. Ma adesso, sono là, in quella stanza, in quel giorno che muore: e lui le chiede il divorzio. Giuseppina sviene e l’Empereur, con il

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ciambellano di servizio, la deve portare nel suo appartamento privato. Rimane con lei. Le parla. E le detta la lettera di abdicazione. Questa. Con il permesso del nostro augusto e caro sposo, devo dichiarare che non avendo più alcuna speranza di avere dei figli che possano soddisfare i bisogni della sua politica e l’interesse della Francia, è mio


piacere dargli la più grande prova di attaccamento e devozione che io abbia mai dato sulla terra. Io conservo tutto delle sue bontà; la sua mano mi ha incoronato, e dall’alto di questo trono, io non ho ricevuto che testimonianze di affetto e di amore dal popolo francese. Credo di riconoscere tutti questi sentimenti consentendo allo scioglimento di un matrimonio che è un ostacolo al bene della Francia, che la priva della felicità di essere un giorno governata dai discendenti di un grande uomo così evidentemente offerto dalla Provvidenza per cancellare i mali di una terribile rivoluzione e ristabilire l’altare, il trono e l’ordine sociale. Ma lo scioglimento del mio matrimonio non cambierà niente nei sentimenti del mio

IL CENACOLO

cuore: l’imperatore avrà sempre in me la sua migliore amica. Io so come questo atto imposto dalla politica e da così grandi interessi ha sconvolto il suo cuore; ma entrambi siamo gloriosi del sacrificio che facciamo per il bene della patria.

Qui sotto Michel Garnier, Giuseppina di Beauharnais all’età di 27 anni, olio su mogano, 1790. South Bend (Indiana), Snite Museum of Art.

Giuseppina

Così. Nella prima parte ci sembra che la mano tremi. (Lui detta, lei scrive). C’è come una cancellatura (un singhiozzo?) nelle due righe che precedono la parola “dissolution”. Forse, Giuseppina vuole cancellarla quella parola, quando, rileggendo (assieme a lui?) questa lettera vede che è un addio. Poi, ci sarà Waterloo. Ma loro due hanno già pianto sulla loro sconfitta. Chiara Ferronato

Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie, meglio nota come Giuseppina di Beauharnais (Les Trois-Îlets, 23 giugno 1763 Castello di Malmaison, Parigi, 29 maggio 1814). A fianco e alla pagina precedente Lettera autografa di abdicazione di Giuseppina Bonaparte. Parigi, Archivi Nazionali. Sotto Andrea Appiani, Ritratto dell’Imperatrice Giuseppina di Beauharnais, olio su tela, 1808 c. Collezione privata.

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Contro chi deride quanti hanno un corpo non corrispondente ai canoni estetici imposti dalla società...

ESERCIZI DI STILE

BODY POSITIVITY BATTAGLIA DI CIVILTÀ

di Federica Augusta Rossi

L’imperfezione è bellezza, la pazzia è genialità ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi.

Esploso sui social media, il fenomeno del body shaming ha assunto dimensioni preoccupanti. Ma un’efficace azione di contrasto è giunta anche dal movimento italiano fondato dalla vicentina Elisa D’Ospina, fra le prime “modelle curvy” del nostro Paese.

Assomigliare a una donna cannone o a Olivia di Braccio di Ferro, avere un “personalino” come quello di Obelix o un naso alla Gerard Depardieu nel Cyrano de Bergerac può essere impegnativo. Soprattutto di questi tempi, quando cadere vittima del body shaming è questione di un attimo e buttarsi alle spalle offese e prese in giro è ancora più difficile. Colpa dei social network e della disinvoltura con la quale la derisione sistematica del corpo altrui è diventata pratica diffusa? Sembrerebbe proprio di sì. A farne le spese persone di ogni genere ed età, prese di mira per una caratteristica fisica ritenuta “fuori dai canoni”. Portatrici, secondo una prospettiva sociale votata alla “perfezione”, di un difetto da stigmatizzare pubblicamente, con insistenza, cattiveria e totale mancanza di sensibilità. Ma quale sarebbe quella presunta perfezione invocata come termine di paragone assoluto? Si pensi al viso: c’è stata un’epoca in cui rientrare nei canoni del cosiddetto profilo greco era motivo di orgoglio. Quel tempo, però, sembra essere finito e il naso resta uno dei molteplici bersagli preferiti da chi discrimina in base all’aspetto. Allora ecco che gobbe o dimensioni diventano una vera ossessione: per chi le deride e per chi subisce la derisione. Non tutti hanno l’autostima e la disinvoltura di artiste del calibro di Barbara Streisand o Marina Abramović, orgogliose di farsi fotografare di profilo. La maggior parte delle persone vive con profondo disagio gli attacchi al proprio aspetto, soprattutto se rimbalzati nella rete attraverso i social network. Se il tema diventa, poi, il peso, la questione è ancora più delicata. Perché, ancora una volta, i para-

digmi sono lo specchio delle mode. Se un tempo, riferendosi al genere femminile - il più bersagliato dai body shamer - le forme dipinte o scolpite, veri esempi di bellezza, ritraevano corpi tutt’altro che anoressici ed essere giunoniche era un pregio, ormai da anni stilisti, cinema e televisione promuovono canoni estetici che fanno della magrezza il traguardo più ambito. Come non sentirsi allora fuori norma se la taglia supera la 44, se non si è almeno un metro e settanta e se la cellulite avvolge cosce e fianchi? Come non covare dentro di sé quel senso di “imperfezione” sul quale i derisori si accaniscono con sottile perfidia? Come fare i conti con un corpo ritenuto antiestetico? Una risposta è giunta dagli attivisti della Body positivity, movimento nato per promuovere l’empatia con il proprio corpo, imparando ad accettarlo per com’è, prescindendo da come appare. Un appello al sentirsi bene con se stessi, soprattutto in presenza di sovrappeso, che diverse multinazionali hanno fatto proprio, tanto

che sono nati slogan del tipo “la donna vera ha le curve”, “curvy è bello” o “size doesn’t define your beauty” (“la taglia non definisce la tua bellezza”). A fondare il movimento italiano è stata la vicentina Elisa D’Ospina, professando pubblicamente il suo impegno a liberare il concetto di bellezza dalla gabbia delle taglie, della quale lei stessa fu vittima da ragazzina, quando veniva bullizzata per il suo aspetto florido. È stata tra le prime “modelle curvy”, una delle antesignane che hanno cambiato la sensibilità sul tema. La sua battaglia continua: ospite fissa del programma Detto Fatto, in onda su Rai Due, ha fatto dell’accettazione del proprio corpo e del contrasto al body shaming una bandiera personale e professionale. Bellezza come contrasto alle omologazioni, come forma di varietà e, sempre, come attenzione alla salute. E allora viva Fernando Botero, che ha fatto dei suoi personaggi e animali oversize espressione dell’arte, diventando un sostenitore della Body positivity in anticipo sui tempi.

Marilyn Monroe

Sopra, da sinistra verso destra Gérard Depardieu e Anne Brochet in una scena del film Cyrano de Bergerac (1990), tratto dall’omonimo romanzo di Edmond Rostand. Fernando Botero, L’Odalisque, olio su tela, 1998. Collezione privata. Sotto Corpo androgino, viso scolpito e occhi di ghiaccio, Veruschka (Vera von Lehndorff-Steinort), prima top model della storia, ha dettato negli anni Sessanta nuovi e rivoluzionari canoni estetici.

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Un’anima antica si associa a un nobile filone culturale...

I VINI DELL’ABRUZZO E DEL MOLISE (2 parte)

LE TERRE DEL VINO

di Nino D’Antonio

Questo saggio, come quelli finora pubblicati, è stato scritto dal grande giornalista napoletano, nostro amico e collaboratore, scomparso all’inizio dell’anno. È l’ultimo dedicato a quelle “Terre del Vino” che egli tanto amava e conosceva.

a

L’immagine di un Abruzzo agreste e pastorale è oggi sempre più sfocata. L’attività delle cantine consente infatti di gestire una superficie vitata di 36mila ettari per circa quattro milioni di ettolitri, dei quali un milione di vini Doc: cifre di tutto rispetto che testimoniano l’impegno dei produttori.

Qui sopra Caratteristici vigneti a pergola abruzzese.

> Segue dal numero precedente

Una dipendenza comprensibile, se si pensa al cosiddetto rapporto di forze tra le due regioni. Da un lato la Toscana, patria del Rinascimento e terra privilegiata per arte, paesaggi e borghi, e, dall’altro, un territorio in prevalenza montano, povero di risorse, dedito alla pastorizia e a umili forme di artigianato. Insomma, due immagini così lontane e diverse da non consentire alcun accostamento.

A fianco Una bottiglia di Passerina Igt Testarossa delle Cantine Pasetti. Ideale per antipasti di pesce, crostacei e molluschi. Ottimo per accompagnare le cozze scoppiate.

Intanto il Montepulciano (che si fa Rosato con il nome di Cerasuolo), anche se svetta sul pennone più alto, non è la sola bandiera. Certo, su un milione di ettolitri l’80% è Montepulciano, allevato con la tipica pergola abruzzese, ma non vanno trascurate uve come Bombino, Monsonico, Cococciola

P.g.c. Enogastronomia Baggio, Bassano.

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e Pecorino, tutte autoctone e a maturazione tardiva. Alle quali va aggiunta la Passerina, che però appartiene alla famiglia dei Trebbiani. Poi un fenomeno del tutto imprevedibile, a ponte fra Otto e Novecento. L’esplosione di quella carica di civiltà e di storia tenuta per secoli sotto la cenere. L’immagine dell’Abruzzo non è più soltanto quella delle greggi, della transumanza, dei pastori in eterna lotta con i lupi, ma si trasforma via via in una terra i cui figli non solo producono grande cultura, ma l’accreditano e la diffondono in tutta Italia. Ed è così che la straordinaria presenza di una colonia di abruzzesi gestirà il monopolio del sapere. A partire dalla speculazione filosofica di Benedetto Croce (nativo di Pescasseroli) per arrivare all’opera di Gabriele D’Annunzio (Pescara), alla musica di Francesco Paolo Tosti (Ortona), alla pittura dei Palizzi (Vasto) e di Michetti (Francavilla a mare), fino al giornalismo di Eduardo Scarfoglio (Paganica), fondatore de Il Mattino di Napoli. E l’elenco è lacunoso. Un tale concentrato di dottrina e creatività sarà destinato a non trovare più riscontro nella storia futura del nostro Paese. Di qui il riconoscimento che va reso alla terra d’Abruzzo, spesso esaltata solo nei valori agresti e pastorali che, se pure rappresentano la sua anima più antica, non possono oscurare quel filone di cultura che fa della regione una superba miniera. E il vino? Come vanno le cose

nel clima di questa straordinaria esplosione culturale? Un’interessante testimonianza viene dalla corrispondenza di Camillo Di Carlo, capostipite di una famiglia che ha cominciato a far vino dal 1830. A regnare in Abruzzo è Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, quando da queste terre partivano i carri “per consegnare il nostro buon vino, fatto con grande amore ed esperienza in tutto il Regno... e fra giorni partirà un carro per le lontane terre della Savoia e del Granducato di Toscana...”. Così scrive Camillo al padre, il 13 dicembre di quell’anno. Provate ora a immaginare quali particolari requisiti avesse quel vino per affrontare prima un tale viaggio e poi per dare forza ai mosti toscani e piemontesi. Perché questo è stato, per oltre due secoli, il destino non solo dei vini abruzzesi, ma di quelli prodotti in tutto il Sud, sempre in grande quantità e di elevata gradazione. A Napoli il vino arrivava attraverso il tracciato della Napoleonica, arrancando fino all’Altopiano delle Cinquemiglia per poi discendere verso Isernia. Un viaggio interminabile, carico di rischi specie nella cattiva stagione, quando al tiro dei cavalli bisognava aggiungere una coppia di buoi per superare le montagne innevate. Raggiunta la città, le grandi botti trovavano posto nelle taverne e nelle mescite (o meglio nelle cosiddette “cantine”, che a Napoli impropriamente definiscono un


ambiente nel quale incontrarsi, bere e giocare a carte), dove una mano sollecita segnava col gesso a grossi caratteri “Vino d’Abbruzzo”, con due “b”. Per ignoranza, certo. Anche se l’errore finiva per esprimere al meglio la particolare forza di quel vino.

Terra borbonica fino al confine di Civitella, l’Abruzzo è fatalmente legato a Napoli, capitale del Regno e per secoli straordinario palcoscenico per la scoperta di quello che non c’era dal Gran Sasso all’Adriatico. Così Napoli, per generazioni di abruzzesi, ha significato non solo l’università, ma anche i teatri, i caffè, i cabaret, le donne. Il tutto giustificato spesso da dubbie ragioni di studio o di commercio. Per cui la città diventava col tempo un mito, che finiva per confondersi con gli anni esaltanti della gioventù. Ma dove e quando è cominciata quella lenta inversione che ha visto la bottiglia sostituire botti e damigiane? Le testimonianze non mancano, anche se alcune (come quelle ambientate alle falde del Gran Sasso) sono alla fine poco credibili. È venuto fuori così il racconto di un piccolo produttore, che opera sulle colline di Pescara. D’altra parte l’operazione bottiglia poteva nascere solo a ridosso di una città, e non tra le montagne dell’interno. La storia è accattivante. E la figura di Micuccio, uomo rude che nell’immediato dopoguerra conduce sul lungofiume a Pescara, una grossa taverna, è intrigante. L’ambiente era una sorta di stanzone, alto e profondo, dove la geometria delle botti e dei tavoli teneva insieme il vociare degli avventori e faceva da scenario al rituale di ogni giorno. Al tramonto, con l’approdo delle barche, le donne in attesa sul molo, iniziava la lenta processione dei pescatori verso quell’antro fumoso. Un bicchiere di vino, la partita a carte, quattro

chiacchiere. Ma la taverna non è la sola attività di Micuccio. Sveglio e intraprendente, una istintiva attitudine al commercio senza troppe preoccupazioni per le leggi, compra e vende vino ben oltre i confini dell’Abruzzo. Per cui non accetta come l’ottimo Montepulciano stenti a trovare il suo epilogo nella bottiglia. Il vino confezionato è una sua idea fissa, anche perché non manca di far capolino qualche specifica richiesta dalle piazze del Nord. Si aggiunga che la figlia di Micuccio ha sposato un vignaiolo di antica tradizione familiare. E questo rende le sollecitazioni ogni giorno più pressanti. Così il genero, sotto la spinta di un po’ di soldi, comincia a imbottigliare. Un esemplare di quella lontana stagione (fine anni Cinquanta) mostra una modesta etichetta, messa su da un tipografo amico, e una capsula quantomai incerta. Ma il successo non tarderà a farsi strada. “La Sirenetta” di Pescara, allora il locale più accreditato del litorale, non esita a proporre Montepulciano e Cerasuolo in bottiglia, mentre Micuccio, inarrestabile, vende il vino confezionato su tutto il litorale adriatico. Pare che l’avventura sia iniziata così. La storia è vera, ma non c’è da giurare su questa primogenitura, anche se la bottiglia ha aperto insospettabili mercati proprio qui, sul lungomare di Pescara. E allora che c’è dietro la crescente affermazione del Montepulciano? Intanto, una fitta rete di solide cantine sociali, bene organizzate. I traguardi della produzione sono riconducibili a queste cooperative, che sono ben quaranta, quasi tutte (trentadue) nella sola provincia di Chieti, dove gli allevamenti a pergola abruzzese conferiscono una particolare identità al paesaggio. L’attività delle cantine ha consentito di gestire una superficie vitata di 36mila ettari per circa quattro milioni di ettolitri, di cui

un milione di vini Doc. Sono cifre di tutto rispetto, che oltre a richiedere un sicuro standard di qualità, hanno permesso di portare il Montepulciano in ogni spazio commerciale, dalle enoteche ai supermercati. Una rete di distribuzione del tutto impensabile per un singolo produttore, ma assai utile ai fini della popolarità del Montepulciano, anche grazie al prezzo quantomai concorrenziale per un vino Doc. Tuttavia le cantine sociali e la quantità di vino gestito (tenendo ben fermi i requisiti di qualità) non possono vantare il monopolio sulle fortune del Montepulciano d’Abruzzo. Bisogna aggiungere il costante e appassionato impegno di una folta pattuglia di produttori, che hanno legato il loro nome alle migliori affermazioni del vino. Il conferimento della Docg al Montepulciano delle Colline Teramane ne è una conferma. A non tener conto dei vari riconoscimenti - al di là del territorio chietino - che hanno interessato la provincia di Pescara con le due sottodenominazioni, Terre dei Vestini e Casauria, e quella dell’Aquila, con le Terre dei Peligni. Il Montepulciano ha allargato così i suoi confini, fino a collocarsi tra i vini più popolari d’Italia. L’immagine di quelle botti che procedevano lente e insicure verso la capitale del Regno è ormai lontana. Come quella, sempre più sfocata, di un Abruzzo agreste e pastorale.

Qui sopra La storica tipologia della pergola abruzzese caratterizza il paesaggio rurale della regione ed è una sorta di denominatore comune che travalica proprietà e confini: un’immagine di garanzia per la qualità del vino.

Sotto, dall’alto verso il basso Due illustri esponenti dell’universo culturale abruzzese: Benedetto Croce (Pescasseroli, 1866 - Napoli, 1952) e Gabriele D’Annunzio (Pescara, 1863 Gardone Riviera, 1938).

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Micaela Bizzotto inaugura una nuova rubrica...

SUL COLORE & DINTORNI

SFUMATURE

di Micaela Bizzotto Interior designer, pittrice intuitiva e color coach

La qualità della nostra vita potrà migliorare se impareremo a conoscere e utilizzare con consapevolezza i colori. È quanto sostiene, anche attraverso la sua esperienza di pittrice e arredatrice, la titolare di questo nuovo spazio. Un’occasione per apprendere e sperimentare.

Ho avuto il primo approccio con il colore da adolescente, ancora in maniera inconsapevole e giocosa, abbinando fantasiosamente vestiti e accessori. Una passione che in seguito ho riversato nel lavoro di arredatrice, coordinando i colori con i tessuti, ma anche con i mobili e le pareti di una stanza o di una casa. Poi mi sono dedicata alla Pittura intuitiva, nella quale il colore è protagonista: saperne cogliere le mille sfumature che si creano pennellata dopo pennellata è un gioco senza fine, che non annoia mai. “Dipingere” il colore è infatti un’esperienza unica, difficile da descrivere e spiegare con parole. Proprio l’esercizio e la progressiva consapevolezza maturata con questo particolare genere artistico (e non solo) mi hanno portato a cambiare la percezione del colore, rendendomi più recettiva alla sua risonanza, modificando pure il mio modo di arredare. La curiosità mi ha infine condotto non solo a sperimentare ma anche a studiare la materia e a divenire un colour coach, ossia una figura che guida alla comprensione dei talenti che ognuno possiede, magari senza saperlo. Esiste infatti una Mappa dei colori personali, un test studiato e validato da Ailight Scuola Colore, che fornisce gli strumenti corretti per attivare le capacità creative del cervello, sviluppando il proprio potenziale e favorendo percorsi di benessere ad altissimo impatto. È importante comprendere come un uso attento e consapevole del colore possa migliorare la qualità della nostra vita: a tavola, in casa, nell’abbigliamento, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni personali e perfino nella vita affettiva! A scuola si insegnano i colori primari, secondari e terziari, si spiega poi che ogni colore ha una sua vibrazione. In realtà il colore è molto più di questo, poiché interagisce continuamente con noi. Grazie a esso possiamo distinguere la forma di ogni

cosa, in sua assenza tutto sarebbe informe. Va anche detto, però, che esiste la cromofobia: la paura del colore. Ed è forse per questo che in arredamento si finisce per scegliere sempre gli stessi colori: grigio, tortora, bianco, nero... La frase che sento più spesso, in occasione delle mie consulenze d’arredo, è la seguente: “Se scelgo qualcosa di particolare, con il passare del tempo ho paura di stancarmi”. La mia risposta è pronta: “Se qualcosa ti piace veramente, non ti stancherà mai. Ma se questo dovesse avvenire, sarà perché sei cambiato tu e hai evidentemente bisogno di altro”. Eh già, perché quando entriamo in casa, dovremmo “sentire” che quel luogo ci appartiene e ci rappresenta! Esiste sicuramente la difficoltà di immaginare l’ambiente finito e di avere una visione d’insieme. Può pure accadere che si scelgano cose che ci piacciono ma che, messe assieme, cozzino tra loro. Per questo è importante farsi guidare nella scelta da una figura professionale. Nel Feng Shui si considerano tre elementi: Forma, Funzione e Sostanza. Per dire, cioè, quanto sia importante contestualizzare. Inoltre c’è da considerare che un single, una coppia, una famiglia o due persone con figli ormai adulti, sono realtà con esigenze diverse. E con necessità di colori diversi, come vedremo più avanti.

Una designer americana, Ingrid Fetell Lee, ha scritto Cromosofia. Forme e colori che rendono la tua vita felice, un libro che spiega come il colore abbia il potere di creare benessere: l’estetica viene spesso considerata superficiale ed effimera, ma se è vissuta in modo profondo e adeguato infonde la gioia. Non a caso recenti ricerche hanno dimostrato che c’è un nesso tra l’ambiente nel quale si vive e la nostra salute mentale. Alcuni studi hanno osservato che chi lavora in postazioni soleggiate

è più felice, più produttivo e riposa meglio dei colleghi che passano la giornata in uffici scarsamente illuminati. Tornando al ruolo che il colore può giocare, è indubitabile che l’uomo cerchi di nutrire la vista attraverso le sue molte sfumature: sembra infatti che i nostri occhi possano percepire fino a sette milioni di sfumature diverse. E, in ogni caso, si può affermare che il colore è energia resa visibile. Ricordava giustamente il pittore tedesco Johannes Itten che il colore è vita e che un mondo senza colori ci appare morto. Un concetto messo felicemente in pratica in occasione della “magica” trasformazione di Tirana, capitale dell’Albania: una città considerata morta e definita “spazzatura” dai suoi abitanti. Un luogo nel quale il colore grigio rappresentava le persone, rassegnate e chiuse in casa, e dove purtroppo dilagava la delinquenza. Nell’autunno del 2000 Edi Rama, un artista divenuto sindaco, decise di imprimere un radicale cambiamento alla città usando come strumento privilegiato proprio il colore. Un’esperienza fortunata, in seguito raccontata così dal coraggioso protagonista: “Nella mia vita precedente ero un artista. Dipingo ancora. Amo l’arte. Amo la gioia che il colore può dare alle nostre vite e alle nostre comunità e cerco di portare qualcosa di artistico alle mie idee politiche. Per undici anni abbiamo affrontato sfide difficili. L’arte era parte della risposta ed era legata a due azioni: la demolizione di costruzioni abusive per riguadagnare aree pubbliche e l’utilizzo dei colori per rivitalizzare una speranza ormai spenta. Ma l’uso del colore non era solo un atto artistico, al contrario era una forma di azione politica in un contesto in cui il budget disponibile dopo la mia elezione ammontava a 0”. Trovo che parole come queste testimonino con molta chiarezza l’importanza del colore!

Coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri. Case, vicoli e palazzi...

Riccardo Cocciante, Margherita

Micaela Bizzotto al lavoro nel suo atelier-laboratorio in viale San Giuseppe 150 a Cassola.

Sotto, dall’alto verso il basso I colori del Feng Shiui: un riferimento importante per un arredo armonioso. L’esempio di una cucina arredata con semplicità: il colore è stato studiato in base alla personalità di chi la vive quotidianamente. Un quartiere di Tirana. La capitale albanese è stata coraggiosamente riqualificata dal sindaco-pittore Edi Rama attraverso l’utilizzo del colore.

Seminario Colore & Armonia in casa

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Info: tel. 327 1279000 micaela@improntacreattiva.com


Le previsioni sono quelle di un raccolto purtroppo molto scarso...

Olio di Pove: il 2021 è un anno da dimenticare. Ma il consumatore avrà comunque un buon prodotto

PROSPETTIVE

di Elisa Minchio

Sotto Due immagini dei moderni impianti del Frantoio di Pove, abilitato a trattare anche oli Dop e biologici.

Due parole con Michela Alberton, responsabile della Cooperativa Malga Monte Asolone e del Frantoio di Pove del Grappa: le problematiche maggiori sono legate all’emergenza climatica. sbalzo termico letale per i fiori. La successiva siccità ha fatto il resto, con il risultato che le stime prevedono una perdita del 90% del raccolto. Un dato sconfortante, che interesserà non solo le regioni settentrionali del Paese, ma anche Umbria e Toscana”.

“Per San Silvestro ogni oliva nel canestro”, recita un antico detto popolare. E, infatti, la raccolta termina tradizionalmente l’ultimo giorno dell’anno. Allo scopo di conoscere quali siano le previsioni per i prossimi due mesi, abbiamo incontrato Michela Alberton, responsabile della Cooperativa Malga Monte Asolone e del Frantoio di Pove del Grappa. “Negli ultimi anni la produzione olearia, soprattutto in Nord Italia, ha conosciuto un andamento altalenante. Normalmente l’olivo si distingue per la caratteristica di alternare un anno di carica a uno di scarica. Ma ora è diverso: il fenomeno si è radicalizzato a causa dell’emergenza climatica. Alla notevole produzione del 2020, infatti, si contraporrà purtroppo una raccolta disastrosa. Il freddo eccessivo dello scorso maggio ha posticipato la fioritura a giugno, che invece è stato un mese oltremodo caldo. Nel giro di una settimana la temperatura si è alzata di oltre 15 °C: uno

Qui sopra Michela Alberton, responsabile della Cooperativa Malga Monte Asolone e del Frantoio di Pove del Grappa. Qui sotto Le prime olive del 2021.

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Come porre allora rimedio a un tale disastro, garantendo comunque ai consumatori la disponibilità di un olio con analoghe proprietà qualitative? “Ci siamo mossi per tempo appoggiandoci ad Aipo Verona, l’Associazione Interregionale dei Produttori Olivicoli. Un’équipe di tecnici si recherà in Puglia allo scopo di selezionare direttamente in campo le olive da destinare al nostro mercato. Tengo inoltre a precisare che, una volta giunte a Pove, saranno lavorate e molite con i nostri impianti. Normalmente trattiamo una cinquantina di quintali d’olio all’anno, che vendiamo nello spaccio e in alcuni negozi del territorio”. Quindi olio italiano al 100%? “Certamente: un’informazione che ci premureremo di fornire ai consumatori, spiegando come l’emergenza ci abbia portato a compiere tale scelta. La normativa prevede che si specifichi solo il Paese di provenienza, in questo caso l’Italia. Ma noi forniremo sicuramente indicazioni più chiare. I nostri clienti possono stare tranquilli!”.

Attenzione ai prodotti sofisticati, allora... “Il rischio delle contraffazioni è concreto. Non basta dire italiano. Purtroppo l’olio di oliva è uno degli alimenti più sofisticati. E adopero l’espressione alimento, e non condimento, perché di questo effettivamente si tratta. Ricordo che l’olio extravergine d’oliva è considerato nutracentrico e quello prodotto nella nostra zona si distingue in particolare per l’elevato valore di acido oleico e la ricchezza di antiossidanti. Insomma, quasi una medicina che giova alla salute. A Pove, sotto la sigla Olio Veneto del Grappa Dop operano ben due produttori: Tenuta Ca’ Marcello e Oro de Pòe. Aggiungo che il nostro frantoio è abilitato a trattare anche oli Dop e biologici: non è poca cosa”. Tornando agli aspetti problematici, come fronteggiare l’emergenza climatica? Si tratta di una questione grave. Soprattutto se pensiamo che nel nostro Paese convivono ben quattrocento specie riconosciute: un patrimonio unico al mondo! Gli eventi climatici degli ultimi tempi rendono sempre più impegnativo e difficoltoso preservarle. La parola d’ordine, adottata dalle nazioni più sensibili al tema, sembra essere transizione ecologica. Speriamo bene. Noi, in ogni caso, siamo pronti a fare la nostra parte”.




Il successo della sua “Piccola Libreria Andersen”...

PAOLA BORDIGNON

PERSONAGGI

La rosatese che ha conquistato il cuore dei marosticensi

Già alle scuole elementari desiderava fare la bibliotecaria: una passione, quella per la lettura, che da allora non l’ha più abbandonata. Così, dopo il liceo artistico e due anni all’Accademia di Belle Arti, ha prestato servizio - da volontaria - alla Biblioteca Civica del suo paese: è stato l’inizio di una splendida avventura! A Marostica, proprio di faccia Un paio d’anni dopo, nel 2002, diventata il luogo ideale per alla Porta Bassano e all’inizio Paola Bordignon ha partecipato presentazioni di libri, mostre, della via dedicata a Prospero al concorso per un posto di laboratori con bambini, anche Alpino (medicus et botanicus archivista al Centro Studi Andrea concerti... celeberrimus), si trova la Piccola Palladio di Vicenza, classificandosi “La gente acquistava volentieri Libreria Andersen: uno spazio seconda su seicento candidati. i libri consigliati e partecipava raffinato, luogo d’incontri Un incarico prestigioso, al quale numerosa agli eventi. Ma lo culturali e conversazioni garbate. ha poi rinunciato poiché assunta spazio era limitato... Nel 2017 ho È l’unica libreria della città dal Comune di Rosà, che non preso la decisione di trasferirmi scaligera, amata e coccolata dai intendeva perdere una figura in una sede più adeguata, quella suoi abitanti. Un presidio del preparata e appassionata come attuale, supportata nelle peripezie territorio, per così dire, gestito lei. Così, per i successivi sei del trasloco da numerosi amici con affabilità e simpatia da Paola anni (fino al 2009), Paola ha (volontari provenienti dal pubblico Bordignon, una rosatese che lavorato in quella struttura. e dal privato): un aiuto prezioso, ha saputo conquistare il cuore “È stato un periodo molto bello: inaspettato e quasi commovente. (tuttora un po’ municipalista) operare in una biblioteca conI marosticensi avevano davvero dei marosticensi. L’abbiamo sente di instaurare un rapporto a cuore la loro unica libreria!”. incontrata per conoscere le origini di consulenza e interscambio Con l’ingresso nei nuovi locali di questa attività e anche qualche con il pubblico, libero e aperto, sono aumentate motivazione, scampolo della sua storia. senza il condizionamento di una opportunità e sinergie. Valida eventuale vendita, come invece anche la collaborazione con la “La passione per la lettura mi avviene in libreria. E poi, per Biblioteca Civica Ragazzoni e è stata instillata, appena iniziate me, una straordinaria occasione con le altre strutture del territorio. le scuole elementari, da mia di crescita, della quale traggo “Non ho mai considerato le mamma Emanuela. In famiglia, ancora oggi i benefici effetti”. biblioteche civiche come intralci peraltro, anche papà Alberto Scaduto il contratto a Rosà, o attività concorrenziali, ma utili non si è mai perso un libro: Paola si è trasferita a Marostica realtà culturali di interscambio per innamorato della storia, vanta per lavorare in una libreria indiincrementare il numero dei lettori: una raccolta considerevole in pendente e acquisire così una niente invidie o gelosie, ma quello specifico campo. Forse buona conoscenza di quel bacino condivisione e collaborazione”. il mio destino professionale era d’utenza. Con il Covid 19 le presentazioni comunque già segnato: ricordo “All’inizio una società piuttosto e gli incontri hanno purtroppo segnato il passo. Tuttavia la rete infatti che avevo appena sei anni chiusa, castellana, ben diversa e sognavo di fare - da grande da quella di Rosà. Ma, presto, ha consentito a Paola Bordignon il pompiere o la bibliotecaria. ben disposta nei miei confronti. di resistere e oggi, seppur con Fatto sta che, dopo la maturità Quando nel 2012 ho finalmente un certo timore, la gente torna a artistica a Nove (ho frequentato aperto una mia libreria in Corso frequentare tali eventi. il liceo, appena inaugurato, Mazzini, ho infatti potuto toccare “Proprio per svolgere in sicurezza portando alla maturità anche tutte con mano la generosità e l’affetto queste attività ho avviato una le materie di laboratorio...!), mi dei marosticensi, che ormai serie di iniziative esterne con sono iscritta all’Accademia di mi consideravano una persona vari comuni, coinvolgendo non Belle Arti a Venezia, indirizzo di famiglia”. solo le biblioteche, ma anche i di pittura. Il disegno mi piaceva, La scelta del nome è stato un luoghi di rappresentanza. E mi e credo di essere tuttora portata, doveroso omaggio ad Hans pare che la risposta sia buona. ma dopo due anni ho lasciato. Christian Andersen, lo scrittore Partecipo inoltre a un progetto L’ambiente degli artisti non danese del quale Paola Bordignon bandito dal Ministero della faceva per me: troppe gelosie s’innamorò a sette anni, quando Cultura per fornire alle biblioteche e rivalità. Così ho iniziato a lesse - da sola - un’intera raccolta libri particolari. Dulcis in fundo, prestare servizio come volontaria di fiabe (“una pubblicazione che mi adopero il più possibile per alla Biblioteca Civica di Rosà, il conservo tuttora, gelosamente”). promuovere la lettura anche nelle mio paese. Un’esperienza fatale”. Rotto il ghiaccio, la libreria è scuole materne”.

di Andrea Minchio

Siamo tutti uguali […] fra le mille maniere di fare un’azione, scegliamo sempre istintivamente la peggiore.

Alberto Moravia (Gli indifferenti)

Qui sopra Paola Bordignon, al lavoro nella sua amata libreria.

Sotto Un paio di immagini della Piccola Libreria Andersen a Marostica, in via Prospero Alpino, 4.

L’autore preferito? Alberto Moravia I libri amati? Gli indifferenti (ovviamente) e Uomini, boschi e api del nostro Mario Rigoni Stern Quale libro salvare dai disastri dell’emergenza climatica? La storia di Elsa Morante

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La gratitudine e l’affetto di un ex allievo, già militare di carriera, assurto a importanti incarichi internazionali

OMAGGIO

Lettera aperta a Vittorio Andolfato, docente illuminato

di Giorgio Spagnol

Molto amato, è scomparso un paio d’anni fa lasciando un ricordo indelebile nei bassanesi...

Caro Vittorio, caro Professore,

Qui sopra Foto ricordo della classe III C, Anno Scolastico 1970-’71. Al centro, fra i suoi ragazzi, il prof. Vittorio Andolfato. Giorgio Spagnol, autore di questa toccante testimonianza, è il primo a sinistra, nella fila superiore.

sono trascorsi quasi due anni dalla tua scomparsa. Ricordo con emozione e con gratitudine quel pomeriggio di fine ottobre 2019, quando venni a trovarti in Via Sterni. Con emozione perché mi rendevo conto delle tue precarie condizioni di salute e con gratitudine perché sono pienamente cosciente dell’opportunità e della fortuna che ho avuto di rivederti e discorrere con te, anche se per l’ultima volta.

Qui sotto A cena da Vittorio Andolfato: un manipolo di fedelissimi ex allievi festeggia l’amato professore (2016).

La scelta di un giovane dipende certamente dalla sua inclinazione, ma anche dalla fortuna di incontrare un grande maestro. Rita Levi-Montalcini

Pronuncia sempre con riverenza questo nome - maestro - che, dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce che possa dare un uomo a un altro uomo. Edmondo De Amicis

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Venivo puntualmente a trovarti per consegnarti la copia cartacea degli articoli che scrivevo per l’Istituto Europeo di Relazioni Internazionali di Bruxelles. Eri solito leggere su Internet i miei articoli ma, negli ultimi tempi, avevi difficoltà di accesso al computer e così mi chiedesti di portarteli brevi manu: richiesta che accolsi con piacere, trattandosi di un’occasione ulteriore di poter colloquiare con te. Discutevamo così dei problemi del mondo, come tu li definivi, ma parlavamo un po’ di tutto e chi ne traeva sicuro giovamento ero io che, al termine delle nostre chiacchierate, mi sentivo più rilassato, felice e orgoglioso di poter contare ancora su di te sia come magister vitae, sia come amico. Noi della III C avevamo compreso sin dal primo incontro come la tua cultura non fosse mera erudizione,

ma un pulsare vivo e continuo, ricco di curiosità intellettuale e grande umanità, capace di aprire orizzonti e far nascere nuove consapevolezze. Ci siamo ritrovati più volte a rievocare la piacevolezza, la soavità, la leggerezza delle tue esposizioni che ci proiettavano in una dimensione nuova, inusitata, magica, permeata dai contenuti della tua vasta cultura, in grado di spaziare e penetrare ogni recesso dello scibile umano. Quante volte con Francesca, ribadendo e ripromettendoci di essere tuoi allievi per sempre, rammentavamo il fluire incredibilmente piacevole ma troppo rapido delle tue lezioni e il rammarico di dover ridiscendere sul pianeta terra e sulle sue banalità, dopo aver levitato e fluttuato in una sorta di empireo, al di fuori del tempo e dello spazio. Francesca che, poco prima di esalare l’ultimo respiro, ha avuto la gioia e il conforto della tua presenza: ultimo suo desiderio e dono a cui Francesca anelava. In quanto a me non potrò mai dimenticare quando, nell’ottobre 2016, ebbi il piacere e l’onore di averti presentatore e moderatore di una mia esposizione nel contesto di “Venerdì Storia” presso la Biblioteca Civica di Bassano. Nel corso del dibattito che ha fatto seguito alla presentazione ho avuto, per l’ennesima volta, la riprova delle tue straordinarie capacità di mediazione tra politiche, culture, religioni, esperienze sociali ed economiche diverse. Hai saputo incantare l’uditorio con quell’aria distaccata, cordiale e allo stesso tempo imperturbabile, che caratterizzava ogni tuo intervento di dispensatore di saggezza e di cultura. È stato motivo di orgoglio per noi, tuoi allievi della III C, il conferimento del Premio Cultura Città di Bassano nel 2015 con la motivazione: “Ha trasmesso ai suoi allievi l’amore per la conoscenza

contribuendo a formare il pensiero e gli animi di generazioni di bassanesi a un sapere libero e aperto...”. Formatore intellettuale delle nostre giovani coscienze, spirito critico, libero e illuminante, siamo cresciuti e maturati sotto la tua ala protettrice in virtù della tua pacata ma decisa autorevolezza, in stridente contrasto con gli urlatori che vomitavano e vomitano parole prive di senno, convinti che l’arroganza e la prepotenza possano avere il sopravvento.

Mai potrò scordare la tua voce ferma e cortese, le tue parole scandite con l’accetta, i tuoi discorsi limpidi ed essenziali. Non solo Insegnante di Storia e Filosofia, ma di una cultura universale che trascendeva l’aspetto umanistico per spaziare nel settore scientifico in modo da rendere i tuoi allievi cittadini del mondo critici, creativi, bramosi di espandere i propri orizzonti cognitivi e in grado di leggere e interpretare le realtà complesse del nostro tempo. Ti sono grato per avermi instillato il rispetto verso le altre culture e l’importanza di studiarle a fondo (tenendone presente le realtà storiche, geografiche, sociali ed economiche) perché solo la conoscenza reciproca può favorire la convivenza pacifica. Solo veicolando una migliore comprensione di un mondo sempre più globalizzato, mediante la presa di coscienza e la diffusione di conoscenze relative ad argomenti di impatto globale, è infatti possibile salvaguardare la pace nel mondo. Noi della III C ci riteniamo fortunati e privilegiati di averti avuto nostro Professore. Si dice che nella vita di ciascun essere umano capiti almeno un’occasione di cui gioire e rallegrarsi: e tu hai mirabilmente rappresentato quell’opportunità

Grazie Vittorio


Un incontro imprevisto, uno sguardo profondo, mediterraneo. Il tempo che ritorna, suscitando emozioni inattese...

IL RACCONTO

OCCHI SICILIANI

di Angela Mangano Alban

Un albergo a Taormina, un giovane misterioso, i ricordi che si affollano impetuosi e riportano al passato.

Era la fine di settembre e in Sicilia faceva ancora caldo come d’estate, anche se il sole non bruciava più. Mancavo dalla mia terra da qualche tempo e negli ultimi due anni il Covid mi aveva impedito di tornare al mio luogo del cuore, Taormina, dove avevo vissuto le estati e i momenti più belli della vita: una delle mete del Grand Tour, che aveva stregato anche mio marito Antonio. Settembre è per me il mese più ricco di eventi gioiosi: il mio compleanno e quello di gran parte di amiche e amici. Ma è anche il periodo dell’anno

nel quale ho perso gli affetti più preziosi: mia madre e Antonio. Ricordo che arrivando in autostrada, dopo Salerno, si cominciavano a vedere i primi cartelli verdi indicanti “SUD”, come una direzione senza un particolare luogo da raggiungere. Antonio mi scrutava sottecchi e faceva notare che, già vedendo il mare del “SUD” mentre ci avvicinavamo alla costa siciliana, cambiavo espressione e diventavo “FELICE”. Questa volta, giungendo in aereo con una rotta diversa dal solito, si offriva ai miei occhi un vasto tratto di entroterra siciliano di

strane alture, simili a dune desertiche ma aguzze e dal tipico colore rossiccio della sabbia. Sulle creste più alte, una ferita della tecnologia: le pale eoliche. Poi un’ampia pianura intensamente coltivata, la “Piana di Catania”, dove i giardini di aranci si alternano a immensi campi di ortaggi; il tutto di un verde lussureggiante. Scendendo dolcemente, l’aereo era nel frattempo atterrato. Tra i passeggeri avevo notato un uomo giovane, mi avevano attratto gli occhi e la fronte. I tratti mi sembravano familiari. Appena fuori, l’aria calda

Antonello da Messina, Ritratto d’uomo (autoritratto?), particolare, olio su legno di pioppo, 1475-’76. Londra, National Gallery.

In alto, foto grande Panorama di Taormina, dal Teatro greco (300 a.C.) all’Etna. “Mai, forse, un pubblico in teatro, ebbe davanti a sé una simile vista” (Goethe, 7 maggio 1787).

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IL RACCONTO

asciutta e il colore della terra arsa che già avevo visto dall’alto, quasi un’ultima propaggine di suolo africano, mi accolsero ruvidi e spinosi. Non tutto era perfettamente ordinato e organizzato come in certi aeroporti visti altrove. In Sicilia, talvolta, l’atmosfera è selvaggia, disordinata e arruffata, ma sa parlare dolcemente a chi l’ama. Mi sommersero tutti i ricordi e mi batté più forte il cuore. Ho sempre paragonato la mia terra al fico d’india, terribilmente spinoso fuori ma con un cuore dolcissimo. Arrivai a Capo Taormina al solito albergo, sapevo che avrei ritrovato il blu profondo, incomparabile, di quel mare che già in passato avevo definito “cristallo liquido”. Infatti era là, proprio dove lo avevo lasciato nella sua eterna bellezza, il cuore e gli occhi asciutti, ma piangenti di gioia! Conoscevo tutto di quell’albergo, il panorama sull’Etna (il nostro Mongibello o, per i catanesi, ‘a Muntagna): affascinante, misterioso, amato e temuto, talvolta spettacolare di notte. Ma anche la spiaggetta di ciottoli e gli scogli fuori e sott’acqua.

Sopra, da sinistra verso destra I faraglioni di Capo Taormina (noti anche come “scogghi”) e una foto aerea del rinomato centro turistico. Sotto, dall’alto verso il basso Mascherone in stucco, I-II secolo d.C. Taormina, Museo della Badia Vecchia (ph. Giovanni Dall’Orto). Antonello da Messina, Ritratto d’uomo, olio su legno di pioppo, 1475-’76. Londra, National Gallery.

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Il personale dell’albergo mi accolse con calore, ma a distanza di sicurezza e rigorosamente con mascherina. Da quando per necessità abbiamo iniziato a usare le mascherine, ho notato il fascino che possono esercitare gli occhi. Nei Paesi dove le donne vanno velate, già in passato avevo infatti incrociato occhi intriganti, occhi che parlavano! Il mio sguardo è sempre stato diretto per capire l’animo di chi mi sta di fronte. Anche al primo incontro con mio marito, il suo sguardo aveva dichiarato interesse e curiosità per me. Tornando alle mascherine, poco dopo il mio arrivo nella hall rividi lo sguardo e la fronte che mi avevano provocato un tuffo al cuore: era il giovane intravisto all’aeroporto e avevo la certezza di conoscerlo da molto tempo... Ma chi era? La memoria cominciò a srotolarsi all’indietro e, a un certo punto, si fermò. Sì, ecco! Si trattava degli occhi e della fronte del mio primo amore. Avevo diciasette anni, lo amavo profondamente, sicura che

sarebbe durato per tutta la vita. Ma poi non è stato così. Incontrando il giovane nell’ascensore o in altri locali dell’albergo mi veniva il batticuore. Ero calamitata dai suoi occhi scuri, le sopracciglia ben disegnate, la fronte alta e un corto ciuffo di capelli castani. Riprovavo emozioni che pensavo passate per sempre e che, invece, erano rimaste intatte nell’archivio della memoria.  Fortunatamente gli occhiali da sole nascondevano i miei occhi, che seguivano ogni suo movimento. Lo accarezzavo con lo sguardo, era giovane e piacevole come quello del mio ricordo. Dentro di me risuonavano le parole poetiche de La stagione dell’amore di Franco Battiato. Dopo alcuni giorni quell’uomo sparì dall’albergo, lasciandomi un unico rammarico: avrei voluto accarezzare la sua fronte e i suoi occhi. Taormina, comunque, mi aveva donato il regalo più bello. Sull’onda di un ricordo, avevo riprovato la felicità di un tempo lontano e la voglia di ridere per un nonnulla; emozioni che a questo punto della mia vita sono diventate rare.



INDIRIZZI UTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GUARDIA DI FINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POLIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

URP - Informagiovani Comune di Bassano del Grappa

POLIZIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Piazzetta Guadagnin, 13 Tel. 0424 519555 - 0424 519165

0424 507911 0424 519404

POLIZIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FUOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PUBBLICI

AGENZIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MUSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. ULSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 U.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MUNICIPIO Via Matteotti, 35 0424 519110 U.R.P. Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519165

POSTE E TELECOMUNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBUNALE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CULTURA

MUSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MUSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAZZO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAZZO BONAGURO Via Angarano 0424 502923

MUSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MUSEO DEI CAPPUCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MUSEO DELL’AUTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MUSEO HEMINGWAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 10/11-12/11 04/12-06/12 28/12-30/12 ALLE DUE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 12/11-14/11 06/12-08/12 30/12-01/01 ALLE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 16/11-18/11 10/12-12/12 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 20/11-22/11 14/12-16/12 COMUNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 02/11-04/11 26/11-28/11 20/12-22/12 COMUNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 24/11-26/11 18/12-20/12 31/10-02/11 PIZZI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 08/11-10/11 02/12-04/12 26/12-28/12 POZZI Via Scalabrini, 102 0424 503649 04/11-06/11 28/11-30/11 22/12-24/12 RAUSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 18/11-20/11 12/12-14/12 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 22/11-24/11 16/12-18/12 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 14/11-16/11 08/12-10/12 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 06/11-08/11 30/11-02/12 24/12-26/12



Finferli, zucca, nocciole e un tocco di brandy...

PENNETTE INTEGRALI AI PROFUMI AUTUNNALI

ARS CULINARIA

di Elisa Minchio

Finché ci sarà l’autunno, non avrò abbastanza mani, tele e colori per dipingere la bellezza che vedo.

Una ricetta originale e molto appetitosa, con i colori di una stagione da vivere intensamente.

Vincent van Gogh

Una poesia per introdurre...

Qui sopra Arcimboldo, L’autunno, olio su tela, 1572. Denver Art Museum.

La nebbia a gl’irti colli Piovigginando sale, E sotto il maestrale Urla e biancheggia il mar; Ma per le vie del borgo Dal ribollir de’ tini Va l’aspro odor de i vini L’anime a rallegrar. Gira su’ ceppi accesi Lo spiedo scoppiettando: Sta il cacciator fischiando Su l’uscio a rimirar Tra le rossastre nubi Stormi d’uccelli neri, Com’esuli pensieri, Nel vespero migrar.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE - 400 g di penne integrali - 4 cl di olio extravergine di Pove del Grappa - 1 spicchio d’aglio - 60 g di sedano verde - 320 g di finferli - 40 g di burro - 200 g di zucca gialla - 50 g di latte intero - 20 g di farina - 20 g di granella nocciola - 2 cl di brandy - prezzemolo - rosmarino tritato - sale, pepe

Giosuè Carducci

Molti l’hanno studiata a scuola e parecchi l’hanno anche imparata a memoria. San Martino è infatti uno dei capolavori del poeta toscano, forse la lirica più nota della raccolta Rime nuove. Composta nel 1887, quando il poeta aveva cinquantadue anni,

VINO CONSIGLIATO Merlot Angarano Rosso, 2017 Cantina Le Vie Angarano

La ricetta è liberamente tratta dal libro Butta la pasta a cura di Marco Valletta. La fotografia è di Vip Comunication - Maurizio Parravicini © Pasta Zara - Editrice Artistica, 2006

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rende con magistrale efficacia l’atmosfera dell’autunno: quello della natura e quello dell’uomo. Non a caso la popolarità della opera e la sua particolare sonorità hanno indotto Fiorello, sempre attento a studiare produzioni culturali che resistono all’usura del tempo, a crearne una bella versione cantata.

... un buon piatto di stagione Proponiamo in questa circostanza un piatto realizzato con la pasta integrale, ricordando che si tratta di un ottimo alimento non solo per coloro che hanno bisogno di assorbire fibre, ma per tutti, e in special modo per i bambini e gli anziani. È appetitosa e ha un profumo particolare. Il consiglio per poterla apprezzare nel migliore dei modi è quello di consumarla senza pomodoro. Procedimento In una casseruola a fuoco moderato lasciare rosolare

l’olio con il trito sottile di aglio e sedano. Aggiungere i funghi e lasciarli cuocere. Impreziosire il tutto con sale e pepe e condire con il prezzemolo tritato. Una volta pronti i funghi, cospargere di farina e aggiungere il latte, assicurandosi che tutto sia ben legato e morbido. A parte fondere il burro e lasciare rosolare la zucca a dadini, poi coprire con l’acqua e lasciare cuocere bene, riducendo tutto in poltiglia, una volta cotta la zucca. Cuocere la pasta in acqua abbondante e salata, sgocciolarla bene e saltarla in padella con i funghi, bagnando con il brandy a disposizione. Disporre sulla base del piatto di servizio la purea di zucca e distribuire equamente la pasta saltata, dopo avere accertato che parte del brandy sia evaporato. Prima di servire, cospargere di granella di nocciola. Buona degustazione!




La proclamzione ufficiale è avvenuta lo scorso settembre

MONTE GRAPPA, tu sei... una Riserva della Biosfera Unesco!

BUONE NOTIZIE

di Antonio Minchio Fotografie:  Maurizio Sartoretto

(dal volume Grappa. La montagna incantata. Eab, 2019)

L’importante qualifica internazionale è frutto di un lungo e complesso lavoro preparatorio, coordinato dall’Intesa Programmatica d’Area “Terre di Asolo e Monte Grappa”, che ha coinvolto ben venticinque comuni delle province di Vicenza, Treviso e Belluno.

Lo scorso 15 settembre i sindaci di 25 comuni delle province di Belluno, Vicenza e Treviso hanno vissuto un momento storico: la proclamazione del Monte Grappa quale Riserva della Biosfera Mab Unesco. Una notizia attesa da tempo e giunta in quel di Asolo, presso La Fornace, direttamente da Abuja (Nigeria), dove quel fatidico giorno si trovava il Consiglio intergovernativo del Programma Mab Unesco. La cerimonia, nonostante un paio di inattesi cambi d’orario dovuti a contrattempi del board

internazionale, ha regalato ai presenti autentiche emozioni e, soprattutto, la soddisfazione di vedere degnamente concluso il lungo iter procedurale della candidatura. A questo punto più di qualcuno potrebbe chiedersi il motivo di tale soddisfazione e domandarsi cosa sia effettivamente una Riserva della Biosfera. Se infatti è nota l’importanza del riconoscimento da parte dell’Unesco del luoghi considerati Patrimonio dell’Umanità, la qualifica internazionale recentemente assegnata al Monte Grappa

gode di minor popolarità. Di cosa si tratta allora? Le Riserve della Biosfera sono aree di ecosistemi terrestri (ma anche costieri e marini) nelle quali, attraverso un’appropriata gestione del territorio, si associano la conservazione e le biodiversità all’utilizzo sostenibile delle risorse naturali. Tutto ciò grazie ad attività di ricerca, controllo, educazione e formazione, anche a beneficio delle comunità locali.

Il logo ufficiale del Programma Mab Unesco (Man and the Biosphere).

In alto Un’immagine altamente evocativa della Via Eroica nel complesso del Sacrario Militare di Cima Grappa.

Il Programma Mab Unesco L’Uomo e la Biosfera (Man and the Biosphere) si configura come

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BUONE NOTIZIE

A fianco Foto di gruppo per i venticinque sindaci riunitisi ad Asolo, lo scorso 15 settembre, in occasione della proclamazione. Fra loro anche la prima cittadina di Bassano, Elena Pavan (quinta da sinistra). Sotto e nel testo a fondo pagina Atmosfere magiche avvolgono i “colli” del Grappa in un suggestivo gioco di luci e colori.

Romano d’Ezzelino, Quero-Vas, San Zenone degli Ezzelini, Seren del Grappa, Solagna e Valbrenta. Nel corso degli ultimi due anni, fra il 2019 e il 2020, si è svolta una miriade di incontri pubblici e di riunioni tecniche alle quali hanno partecipato anche enti, istituzioni, associazioni, aziende e privati cittadini. Il documento ufficiale della candidatura è stato presentato alla fine dello scorso anno. E ora si può finalmente dire che tanta fatica e tanto lavoro sono stati coronati dal successo.

LE 20 RISERVE ITALIANE DELLE RETE MONDIALE MAB

1) Collemeluccio-Montedimezzo Alto Molise (1977) 2) Circeo (1977) 3) Miramare (1979) 4) Cilento e Vallo di Diano (1997) 5) Somma-Vesuvio e Miglio d’Oro (1977) 6) Ticino, Val Grande Verbano (2002, estesa nel 2018) 7) Isole di Toscana (2003) 8) Selve Costiere di Toscana (2004) 9) Area della Biosfera del Monviso (2013, con la Francia dal 2014) 10) Sila (2014) 11) Delta del Po (2015) 12) Alpi Ledrensi e Judicaria (2015) 13) Collina Po (2016) 14) Tepilora, Rio Posada e Montalbo (2017) 15) Valle Camonica - Alto Sebino (2018) 16) Monte Peglia (2018) 17) Alpi Giulie (2019) 19) Monte Grappa (2021) 20) Appennino Tosco-Emiliano (2015, estesa nel 2021).

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un’iniziativa strategica nell’ambito del Settore Scienze dell’Unesco. L’obiettivo principale, perseguito fin dal lontano 1971, è quello di promuovere l’idea che lo sviluppo socio-economico, da un lato, e la conservazione degli ecosistemi e delle diversità biologiche e culturali, dall’altro, non siano fra loro incompatibili. Stiamo dunque parlando, per usare un’espressione molto in uso, di sviluppo sostenibile. Una necessità vitale per il genere umano, alle prese con la grave emergenza climatica che rischia - se nei prossimi dieci anni non si riuscirà a contenere l’aumento della temperatura globale in un grado e mezzo - di trasformare il pianeta in un deserto inabitabile. Significativo il fatto che, verso la fine dello scorso anno, le Riserve della Biosfera Unesco fossero già oltre settecento, distribuite in centoventicinque Paesi e in ogni continente.

Il percorso di candidatura del Grappa a Riserva della Biosfera è stato avviato attraverso varie iniziative e incontri pubblici, volti a creare consapevolezza e coinvolgimento nelle comunità locali; sostanzialmente, dunque, divulgando il programma Mab.

Nel 2018 è stato prodotto uno studio di fattibilità, mentre il complesso iter procedurale veniva coordinato dall’Ipa (Intesa Programmatica d’area) Terre di Asolo e Monte Grappa. Venticinque - come abbiamo già detto - i comuni connessi, tanto sotto il profilo ambientale ed economico quanto sotto quello sociale e culturale: Alano di Piave, Arsiè, Asolo, Bassano, Borso del Grappa, Castelcucco, Cavaso del Tomba, Cornuda, Feltre, Fonzaso, Fonte, Maser, Monfumo, Mussolente, Pedavena, Pederobba, Pieve del Grappa, Possagno, Pove del Grappa,

Nel corso della cerimonia si sono alternati numerosi interventi, a partire da quello di Annalisa Rampin, presidente dell’Ipa Terre di Asolo e Monte Grappa. Poi, a seguire, hanno preso la parola Francesca Bampa, project officer dell’Ufficio Regionale Unesco per la Scienza e la Cultura in Europa, Federico Caner assessore regionale al Turismo, all’Agricoltura e ai Fondi UE, Federico D’Incà, ministro per i Rapporti con il Parlamento (collegato in teleconferenza) e Anna Agostini, consulente per la candidatura del Grappa. Da tutti è stato ribadito che questo prestigioso riconoscimento costituisce in realtà un inizio e non un punto d’arrivo. Ora, infatti, è il momento di avviare progetti concreti e condivisi.




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