Bassano News

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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’

GENNAIO / FEBBRAIO 2022

E SERVIZIO



SOMMARIO

Copertina Antonella Contarin, Beautiful (I love green), olio su tela con spatola, 2021. Alla pittrice bassanese, molto amata in città, è dedicato il servizio a pag. 28.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVIII - n. 192 Gennaio/Febbraio 2022 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94

Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio, Antonio Minchio, Chiara Favero Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa F. Abbruzzese, G. Ambrosano, I. F. Baldo, F. Bicego, M. Bizzotto, A. Calsamiglia, C. Caramanna, T. Cenere, V. Cenere, A. Contarin, C. Dal Molin, M. Donà, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, A. Mariotto, F. Meneghetti, C. Mogentale, S. Mossolin, P. Pedersini, C. Rossi, F.A. Rossi, O. Schiavon, J. Tich, G. Volpato Corrispondenti Erica Schöfer (dalla Toscana) Stampa CPEsse - Castelfranco Veneto (TV) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it

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p. 5 - Gens bassia Tranquillo Bertamini, critico d’arte e collezionista p. 8 - #amoibassano Jacopo Bassano. Novità da Los Angeles p. 10 - Pianeta Casa Miseria & Nobiltà: la perdita di valore degli immobili fa perdere l’Italia p. 12 - I nostri tesori Un “Ritratto di domenicano” di Leandro Bassano p. 14 - Amici libri “Lavoro, carbone e morte”, un libro in memoria dei minatori italiani p. 16 - Il rapporto Protestanti in Veneto. Gli anabattisti e il Concilio di Venezia del 1550 p. 17 - Curiosità I ponti nella filatelia italiana (2) p. 18 - La lezione del passato La nuova profetessa Greta Thunberg p. 20 - Focus Battista Cenere, estro e lungimiranza di un imprenditore illuminato p. 22 - Afflatus Nuove frontiere. La realtà virtuale nella cura dei disturbi d’ansia p. 25 - In memoria Tony Arduino, in ricordo di un amico p. 26 - Omaggio In memoria di Giacomo Zanella p. 28 - Art News Antonella Contarin. Quel sentiero che attraversa tutta la sua pittura

p. 31 - Sì, viaggiare La Lapponia e l’aurora boreale p. 32 - Renaissance Crescere nell’antica Roma. A misura... p. 34 - Artigiani Le aziende del settore Legno-Arredo Faccia a faccia con i professionisti p. 36 - Primo piano La Fabbrica del Rinascimento p. 38 - Anniversari Premio Cultura Cattolica. Un percorso... p. 40 - Il Cenacolo La nemesi. Ipoteca sull’immortalità p. 43 - Esercizi di stile Lavoro a maglia, tradizione inossidabile p. 44 - Le terre del vino I vini della Basilicata (1) p. 46 - Sfumature Arredare con i colori p. 48 - Spigolature Dall’ambrosia canoviana di Ebe all’eco-war di Nicolò Dalla Cà p. 51 - Personaggi Meme Donà, musica, cinema &... p. 52 - Today Centro Vista Capello, le novità... p. 54 - Tradizioni Il turismo genealogico p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Ars culinaria Spaghetti integrali alla Trentina p. 61 - Scenari Tre briganti a Campobasso

A sinistra, sopra al sommario Una scena del film-cortometraggio Tre Briganti a Campobasso (2021) del giovane regista bassanese Jacopo Tich. Servizio a pag. 61.

Sotto Antonio Canova, Ebe, particolare, 1817, gesso. Bassano del Grappa, Museo Civico. La mostra Canova Ebe, aperta fino al prossimo 30 maggio al Museo Civico, è stata curata da Barbara Guidi e da Mario Guderzo. L’evento prende spunto dal restauro integrativo del gesso canoviano andato parzialmente danneggiato durante il bombardamento alleato del 24 aprile 1945 (pag. 48).

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Amato preside del Liceo Classico “G.B. Brocchi” ha coltivato, oltre a quello per la pedagogia, altri significativi interessi

GENS BASSIA

TRANQUILLO BERTAMINI Critico d’arte e collezionista

di Carmen Rossi

Dalla consultazione del suo archivio privato è emerso un prezioso materiale documentaristico che copre un arco temporale di cinquant’anni e che testimonia una sua grande passione.

La mia ricerca dell’esattezza si biforca in due direzioni. Da una parte la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possano compiere operazioni e dimostrare teoremi; e dall’altra parte lo sforzo delle parole per render conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose. Italo Calvino

(Lezioni americane, 1985)

A fianco, da sinistra verso destra Bruno Breggion, Studio per il prato e cespuglio, olio su tela, 1981 (ph. C. Rossi). Augusto Murer, Bambino accovacciato, terracotta (ph. P. Bertamini).

Per ricostruire la figura di Tranquillo Bertamini come critico d’arte e collezionista, ho consultato il suo archivio privato, consistente in centinaia di testi manoscritti, dattiloscritti, fotocopie, brochures e cataloghi riguardanti le sue innumerevoli recensioni e presentazioni di mostre. Egli ha infatti praticato la critica d’arte in modo continuativo, e con autentica passione, a partire dalla metà degli anni Sessanta del Novecento. Il materiale documentaristico da me esaminato copre quindi l’arco di oltre cinquant’anni di attività di collaborazione con le varie gallerie d’arte, sorte nel frattempo a Bassano, ma soprattutto con Galleria Ilfiore e con Incontri Scrimin Galleria, per le quali egli è stato una presenza fissa e un’importante figura di riferimento. Il mio lavoro è consistito nel riordino e nella riorganizzazione di tutto il materiale, in modo da facilitarne ulteriori consultazioni e studi. Ho scelto di suddividere

e accorpare gli scritti in base all’ordine alfabetico per autore. Optare per l’ordine cronologico sarebbe stato improponibile, perché non tutti i testi sono datati e perché non sarebbe risultata agevole e funzionale una loro successiva consultazione. Questo riordino ha consentito di addentrarmi nel “modus operandi” di Bertamini ancor prima d’iniziare la lettura sistematica di tutti i suoi scritti. Il suo metodo di lavoro procedeva secondo precise fasi: a una prima stesura manoscritta, ricca di annotazioni, cancellature e sottolineature, seguiva una seconda stesura manoscritta in bella copia, alla quale seguiva una terza versione dattiloscritta, con pochissime varianti rispetto alla precedente. Bertamini aveva anche l’abitudine di fotocopiare e di conservare le varie versioni, sia manoscritte sia dattiloscritte, e di farne dono all’artista in questione. Le brochures con le sue presentazioni mostrano

sottolineature e annotazioni a penna che, indirettamente, ci rivelano essere state utilizzate come canovaccio per le sue prolusioni. Le frasi rimarcate sono importanti perché focalizzano i concetti e i punti salienti sui quali egli intendeva soffermarsi. Dalla lettura, dall’analisi e dalla comparazione di tutti i suoi testi mi sono fatta un’idea sulla tipologia di critico d’arte a cui apparteneva. Il suo approccio non è sicuramente quello di uno storico dell’arte. Lo storico dell’arte, infatti, non prescinde mai dall’analisi della formazione di un artista; egli ritiene essere molto rilevanti sia gli studi compiuti, sia i suoi maestri reali o ideali e persino gli incontri con persone o eventi significativi per le scelte artistiche intraprese. Bertamini, invece, non si è dimostrato affatto interessato ad approfondire questi aspetti, forse perché egli presentava artisti autodidatti, approdati all’arte con un iter “irregolare”. Tuttavia, anche quando recensiva opere di

Sotto, dall’alto verso il basso Tranquillo Bertamini in un ritratto fotografico di qualche tempo fa e in un disegno caricaturale di Ottorino Tassello del 1979.

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GENS BASSIA “Bertamini considera l’opera come “rivelatrice” dell’indole, la sensibilità, l’animus e persino il momentaneo stato d’animo del suo autore o della sua autrice”.

A fianco Umberto Ilfiore, Veduta sulla laguna, olio su tela, 1987 (ph. C. Rossi).

artisti con una precisa e definita formazione accademica non ne considerava questo aspetto. D’altro canto, non può nemmeno essere considerato un critico d’arte militante, seppure, come vedremo, con questa specifica tipologia condivide alcuni aspetti. Il “critico militante” è una figura storicamente nata a metà dell’Ottocento, quando cioè l’arte stava iniziando a staccarsi dal linguaggio accademico tradizionale per esplorare nuove modalità espressive, spesso anticonvenzionali e quindi non comprensibili al pubblico borghese, ormai avvezzo a codici accademici consolidati. Tale critico diverrà una sorta di mediatore culturale, in grado di fornire strumenti più adeguati a capire i nuovi linguaggi. Viene definito “militante” poiché egli, di fatto, perorava la causa dell’artista, lo sosteneva vigorosamente e lo accompagnava con la sua critica durante il suo spesso impervio percorso. I primi critici militanti furono dei poeti: Charles Baudelaire, Guillaume Apollinaire, Paul Eluard, André Breton, ecc. Essi dovettero addirittura inventarsi

Qui sotto Bruno Breggion, Palude, acquatinta, prova d’artista, 1985 (ph. C. Rossi).

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un nuovo lessico, adeguato alla moderna situazione artistica che andavano a definire (per esempio Apollinaire inventò il termine “Orfismo” per descrivere la particolare accezione lirica del Cubismo di Robert Delaunay). Bertamini non è mai stato un “compagno di strada” degli artisti che presentava, benché di qualcuno fosse anche amico, poiché gli artisti gli venivano proposti dalle gallerie e non erano da lui scelti. Con la figura del critico militante egli però condivide l’esperienza di praticare la poesia e di considerare le opere d’arte come il punto di partenza privilegiato per indagare la specifica ricerca di un artista. Come ribadirà più volte, le sue critiche sono da intendersi come riflessioni, suggerimenti, proposte di chiavi di lettura e di possibili interpretazioni, che non devono essere considerate univoche, anzi, sempre aperte ad altre suggestioni. Bertamini considerava l’arte come un “bisogno interiore”, utilizzando l’analoga espressione di Vassilij Kandinskij, il quale ne “Lo spirituale nell’arte” (1912) parla dell’arte come di una

“necessità interiore” da parte dell’artista. Se l’arte è un bisogno/necessità interiore non ci potrà mai essere alcuna gerarchia tra un artista con una solida formazione accademica e un artista autodidatta, poiché entrambi sono approdati all’arte per un’impellenza creativa, possibile in chiunque in qualsiasi momento della sua vita. Com’è noto, Kandinsky era approdato alla pittura molto tardi, ovvero dopo aver conseguito una laurea in Giurisprudenza e aver ricoperto per alcuni anni una cattedra in Diritto all’Università di Mosca. Bertamini considera l’opera come “rivelatrice” dell’indole, la sensibilità, l’animus e persino il momentaneo stato d’animo del suo autore o della sua autrice. Essa non viene mai analizzata all’interno del relativo genere artistico di appartenenza (ritratto, paesaggio, natura morta, ecc.), né entro delle categorie storicoartistiche specifiche (arte figurativa/astratta, ecc.), ma considerata come un testo letterario. Di un dipinto non parla di “soggetto”, bensì di “cose” in esso presenti poiché, secondo lui, le “cose” ci restituiscono gli umori, i sentimenti, l’indole, l’interiorità e la ricchezza umana dell’artista. In un paesaggio, per esempio, le “cose” sono: i capanni diroccati con il tetto di paglia o di lamiera, i filari di alberi, un’umile genziana, la sfocata linea dell’orizzonte, l’ansa del fiume, ecc. Queste “cose” sono per lui i segni tangibili che rivelano, seppur inconsapevolmente, la sensibilità autentica dell’artista. Nel 1985 furono pubblicate postume le Lezioni Americane di Italo Calvino. Bertamini rimarrà molto colpito soprattutto dalla terza lezione, dedicata all’Esattezza; da questa data in poi egli citerà spesso nelle sue recensioni e nei suoi interventi pubblici un preciso


passo contenuto in quel capitolo. A proposito del giusto uso del linguaggio, Calvino scrive che lo scrittore deve ingaggiare continuamente una “[…] battaglia col linguaggio per farlo diventare il linguaggio delle cose, che parte dalle cose e torna a noi carico di tutto l’umano che abbiamo investito nelle cose”. Bertamini trova qui un’affinità di pensiero con Calvino, poiché anche per lui le “cose” (dipinte) “tornano” a noi cariche di tutto l’umano investito in esse, ovvero, dell’umore, del temperamento e dello stato d’animo dell’artista. Questo processo vale anche per le opere plastiche (per le quali Bertamini parla di “oggetti” al posto di “cose”). Il rigore geometrico e l’attenzione per gli aspetti della percezione visiva ci riveleranno un artista dall’“animus” razionale, mentre l’attenzione per i valori tattili della materia utilizzata (liscia o scabra) ci riveleranno un “animus” sentimentale (è qui evidente il riferimento alla dicotomia delle categorie di “apollineo” versus “dionisiaco” di Nietzsche). Tra le “cose” da analizzare cita anche il colore. La scelta, per esempio, di Umberto Ilfiore di utilizzare sempre un grigio-azzurro opaco per dipingere le vedute della sua Venezia “minore”, costituita cioè dalle piccole isole sperdute della laguna o la scelta del verde come colore dominante di tutta la produzione pittorica di Bruno Breggion indica il loro temperamento artistico. Il colore e il tono assumono un valore psicologico, descrivono un’atmosfera che esprime il carattere schivo, solitario, malinconico o triste dell’autore. L’umore del paesaggio è determinato dalla tavolozza ed essa riflette l’umore dell’artista. Anche le incisioni in bianco e nero, che Bertamini apprezzava moltissimo, consentono una valu-

tazione in termini di “colore” e “tono”, poiché i contrasti tonali, forti o delicati, esprimono le risonanze interiori dell’artista. La padronanza del mezzo tecnico è considerata molto importante, poiché il “saper fare” per Bertamini è la base del “saper creare”. Per questo egli rivolgerà sempre un’attenzione particolare all’aspetto artigianale delle varie arti, così come all’artigianato di per se stesso. I termini di “pubblico”, “visitatore” e “osservatore” sono del tutto assenti nelle sue trattazioni; nei suoi scritti egli parla solo di “fruitore”, termine che di per sé presuppone una partecipazione attiva, una corrispondenza empatica con l’opera. Questo meccanismo di empatia può scatenare il desiderio del possesso e dell’eventuale acquisto ed essere una base di partenza del collezionismo (inteso ovviamente non come investimento o come esibizione di uno status symbol). Alle Gallerie d’Arte spetta dunque l’importante compito di educare al gusto estetico e alla conoscenza del linguaggio iconico, alla decodificazione dei complessi messaggi

visuali e alla conoscenza delle diverse tecniche artistiche. Le gallerie dovrebbero essere in grado di interpretare i bisogni e i desideri culturali della gente, non assecondarne il gusto superficiale per semplice diletto, né gratificare l’esclusivo interesse di pochi addetti ai lavori. All’interno della galleria il critico d’arte svolge dunque un ruolo pedagogico, affinché i fruitori acquisiscano progressivamente una competenza e sensibilità artistica autonoma.

Sopra, da sinistra verso destra Federico Bonaldi, 19-7-81, puntasecca (ph. C. Rossi). Tono Zancanaro, I Gibboni rifioriscono, litografia, 1944 (ph. C. Rossi).

Bassano del Grappa, 4 novembre 2021, Biblioteca “Tina Anselmi” del Liceo Classico “G. B. Brocchi”.

A fianco Attilio Taverna, Minimal costruzione, olio su tela, 1980 (ph. P. Bertamini).

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Da ottobre il suo Miracolo delle quaglie è al Getty Museum

JACOPO BASSANO Ultime novità da Los Angeles

#AMOIBASSANO GENS BASSIA

di Claudia Caramanna

Qui sotto Jacopo Bassano, Miracolo delle quaglie, Los Angeles, The J. Paul Getty Museum, olio su tela, cm 146 x 221, c. 1554-1555.

Il dipinto si va ad aggiungere ad altre due opere dell’artista conservate nel museo americano: il Ritratto di uomo con barba, e un disegno raffigurante la Cacciata dei mercanti dal tempio.

Jacopo Bassano, Lazzaro alla mensa dellʼepulone, Cleveland, The Cleveland Museum of Art, olio su tela, cm 146 x 221, c. 1553.

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Se nei volumi di Alessandro Ballarin su Jacopo Bassano la didascalia del Miracolo delle quaglie ne indicava la presenza in una generica “collezione privata” (Jacopo Bassano, Cittadella, 1995-1996, II/II, fig. 607), oggi quellʼespressione si può sostituire con il riferimento alla città di Los Angeles e al Getty Museum. Nellʼottobre 2021, infatti, l’ingresso del dipinto nelle raccolte del museo americano ha determinato il fondamentale cambiamento di proprietà dal quale discende anche questa piccola, ma molto significativa, variazione editoriale. La tela si va ad aggiungere alle altre due opere dell’artista con-

servate nel Getty: il Ritratto di uomo con barba, circa del 1554, e un disegno a gessi colorati raffigurante la Cacciata dei mercanti dal tempio, circa del 1568-1569. Eseguito alla metà degli anni Cinquanta, il Miracolo delle quaglie è noto da quando il critico Roberto Longhi lo pubblicò nel suo Calepino veneziano su Arte Veneta (1948), informando che proveniva dalla raccolta del conte Mapelli a Bergamo e che si trovava a Firenze. Ipotizzò, inoltre, che fosse nato in coppia con un Lazzaro alla mensa dellʼepulone già in collezione Platt, coevo e dallo stesso formato, che dal 1939 è conservato in The Cleveland Museum of Art. Lo spunto è stato poi ripreso e approfondito da Ballarin nel saggio per il catalogo della mostra Jacopo Bassano. Lo stupendo inganno dellʼocchio che si è svolta a Bassano nel 2010. Lo studioso ha collegato le tele a due commissioni di Domenico Priuli, gentiluomo veneziano e proprietario di mulini a Bassano, che sono registrate nelle pagine del Libro secondo, unico sopravvissuto dei quattro libri contabili della bottega dalpontiana. A conforto dellʼipotesi di una loro nascita in coppia, ha sottolineato come lʼaccostamento dei due temi rappresenti “un caso di concordanza tra Vecchio e Nuovo Testamento su cui Bassano stesso tornerà più avanti nella sua vita allorché per il collezionismo privato coltiverà maggiormente questo filone della produzione seriale”.



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Il Rapporto sulla ricchezza immobiliare e il suo ruolo per l’economia italiana di Gualtiero Tamburini - presentato a Roma da CONFEDILIZIA e ASPESI approfondisce, sulla base dei dati statistici ufficiali, lo stato della ricchezza immobiliare del Paese e come questa influisce sull’economia italiana. A fronte di una produzione diretta complessiva di 424,121 miliardi di euro nel 2020, le due branche Costruzioni-Immobiliare hanno generato assieme, sull’intera economia, un impatto diretto e indiretto complessivo di 708,936 miliardi di euro di produzione, ai quali si possono aggiungere altri 211,083 miliardi di indotto, per un ammontare finale di produzione di 920 miliardi. Esso costituisce il 30,2% del valore di tutta la produzione italiana ai prezzi base; analoga percentuale di impatto delle due branche assieme la possiamo osservare anche con riferimento alle altre variabili misurate, ovvero: occupazione con il 29,7%, valore aggiunto con il 30% e PIL con il 27,09%. Si può concludere che il 30% è l’ordine di grandezza della dimensione delle attività immobiliari nell’economia del Paese. Il dato, però, che emerge ora come più rilevante è che questa ricchezza patrimoniale ed economica è drasticamente calata nel periodo 2011-2020. A ciò ha concorso una serie di fattori che, principalmente, vanno dall’aumento della tassazione alla riduzione degli investimenti, alla diminuzione dei prezzi degli immobili. La perdita, per il solo patrimonio abitativo, è di oltre 530 miliardi di euro nominali che, in moneta 2020, equivalgono a 980 miliardi. La cifra sale a 1.137 miliardi di euro considerando anche gli immobili diversi dalle abitazioni. Questo dato negativo incide sia sul valore aggiunto, per via del minor reddito locativo che gli immobili producono, sia sulla minore propensione al consumo delle famiglie. Inoltre, poiché il patrimonio immobiliare d’ogni tipo costituisce l’infrastruttura fisica che ospita le attività di

famiglie e imprese, se questo non viene continuamente gestito, rinnovato e mantenuto, le conseguenze si vedono poi in termini di minore produttività e benessere generale. Si pone così il tema di rilanciare l’investimento immobiliare e in particolare quello delle famiglie dato che i tre quarti degli investimenti in costruzioni sono

effettuati da privati, la maggioranza dei quali direttamente dalle famiglie. Questo non può che avvenire restituendo alle stesse famiglie la fiducia, spesso incrinata da scelte contrarie, così che esse possano essere indotte a tornare a investire in immobili l’ingente liquidità accumulata anche durante l’attuale fase.



Recentemente passato in asta da Wannenes a Genova, il dipinto fa ora parte di una collezione privata trevigiana

I NOSTRI TESORI

Un “Ritratto di domenicano” di Leandro Bassano

di Claudia Caramanna

Severa e giocata su una tavolozza di pochissimi colori l’opera del pittore, terzogenito del grande Jacopo, non raffigura il religioso in una posa solenne, ma piuttosto in un atteggiamento mobile che ne accentua la naturalezza, rendendolo ancor più vivo e presente. “Gloriavasi Iacopo da Bassano d’haver ottenuto dal Cielo quattro figliuoli, ciascun di loro dotato di qualche particolar gratia nella Pittura: Francesco, ch’era il maggiore, attivo alle invenzioni, Gio. Battista e Girolamo, pratici nel far le copie delle sue pitture, e Leandro il Cavaliere, di cui ora tratteremo, particolarmente eccellente ne’ ritratti”. Ne Le Maraviglie dell’Arte di Carlo Ridolfi (1648) la biografia dedicata a Leandro Bassano (1557-1622), figlio terzogenito di Jacopo, inizia proprio mettendo in risalto come, all’interno della famiglia Dal Ponte, l’artista si fosse distinto per la singolare capacità di realizzare ritratti “quali faceva molto somiglianti

Jacopo Piccini, Ritratto di Leandro Bassano, incisione, c. 1648.

Qui sotto Leandro Bassano, Ritratto di domenicano con libro, particolare, collezione privata trevigiana, c. 1606, olio su tela, cm 94 x 72,5.

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e rilevati”. Il racconto continua sottolineando i grandi successi che raccolse grazie a questa abilità, soprattutto dopo il trasferimento a Venezia, ed è corroborato da un lungo elenco di “Prencipi e gran Signori”, anche stranieri, che vollero essere da lui raffigurati perché “si predicava dall’universale la bellezza de’ suoi ritratti”. Al doge Marino Grimani, che premiò il suo talento nominandolo Cavaliere, si aggiunsero molti aristocratici, cardinali, ambasciatori e persino l’imperatore Rodolfo II, che gli commissionò le effigi dei maggiori esponenti della casa d’Asburgo, compresa la propria, e fu così soddisfatto del risultato da invitarlo presso di sé a corte. Il bel Ritratto di domenicano con libro aperto, da poco passato in asta da Wannenes a Genova (21/09/2021, lotto 174) e ora in una collezione privata trevigiana, rientra nella categoria delle opere che testimoniano questa particolare dote di Leandro, nonostante il soggetto appartenga a un ambiente ben diverso da quello della grande aristocrazia descritto da Ridolfi. Già da tempo noto e pubblicato, è stato discusso di recente sulla rivista scientifica Arte Veneta (2018) da Alessandra Pattanaro, professore di Storia dell’arte moderna presso l’Università di Padova,

in un lungo saggio dal titolo Per Leandro Bassano e i domenicani. Un bilancio e un nuovo ritratto. Ritenendo debba essere considerato un tassello dell’intensa attività dell’artista per il convento dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, la studiosa lo ha collocato cronologicamente intorno al 1606 e ha ipotizzato l’identificazione del personaggio con Lauro Pellegrini (1559-1624), sagrestano nel 1607 e priore negli anni 1607-1609. Severa e giocata su una tavolozza di pochissimi colori, come si addice a un domenicano, l’immagine non lo raffigura nella posa solenne che è tipica del ritratto di Stato. Piuttosto lo fissa in un atteggiamento mobile che ne accentua la naturalezza, rendendolo ancor più vivo e presente. L’artista ha creato, infatti, un piccolo racconto che inizia nell’angolo in basso a sinistra con la “natura morta” del libro, tenuto aperto sulle ginocchia da una mano. Quel gesto indica che la lettura, in cui il religioso era immerso fino a qualche minuto prima, è stata interrotta da qualcosa o da qualcuno, costringendolo a distrarsi e a voltarsi verso l’angolo in alto a destra. Sebbene sfuggano le motivazioni del suo comportamento, la rotazione della testa in direzione opposta rispetto al corpo crea


un dinamismo molto attraente e rinforza il senso di rilievo che la luce conferisce alla figura. Il monaco emerge, infatti, da uno sfondo di densissima ombra grazie all’azione di una fonte luminosa proveniente da sinistra, che lo investe, modula il bianco delle pagine del volume, della tonaca, della camicia e sottolinea

l’espressione del viso scorciato che si perde a destra nel buio. La posa articolata non impedisce, però, di leggere con chiarezza la fisionomia del personaggio, attestando a colpo d’occhio la maestria di Leandro nel campo della ritrattistica. Le sue caratteristiche fisiche sono tramandate con tale efficacia da

lasciare la sensazione che, se viaggiassimo indietro nel tempo di quattrocento anni, saremmo in grado di riconoscerlo mentre attraversa Campo San Zanipolo e da permettere di immaginare che potrebbe voltarsi, così come fa nel dipinto, se all’improvviso lo chiamassimo ad alta voce: “Fra’ Lauro”.

Sopra Leandro Bassano, Ritratto di domenicano con libro aperto, collezione privata trevigiana, c. 1606, olio su tela, cm 94 x 72,5.

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A proposito della sicurezza nei luoghi di lavoro...

“Lavoro, carbone e morte” Un libro in memoria dei minatori italiani periti in Belgio

AMICI lIBRI

di Elisa Minchio

Ne è autore Raffaele Bortoliero, stimato professionista con studio a Marostica, che lo ha scritto anche per onorare la memoria del padre Pietro, scampato alla tragedia di Marcinelle. Pietro Bortoliero ha conosciuto la drammatica esperienza della miniera. Originario di Dueville, dove era nato nel 1928, è stato costretto a emigrare in Belgio: alla fine degli anni Quaranta non era certamente facile trovare lavoro dalle nostre parti. Meglio allora fare la valigia e partire, seppur con la morte nel cuore. Paese mio ti lascio, io vado via. Che sarà, che sarà, che sarà, che sarà della mia vita, chi lo sa?

Pur essendosi in seguito ammalato di silicosi (una malattia che non perdona), è riuscito a rientrare in patria ed evitare la catastrofe di Marcinelle, Bois du Cazier, nella quale perirono centinaia di nostri connazionali. La sua storia è stata raccontata in un libro dal figlio Raffaele, stimato professionista con studio a Marostica, per onorarne la memoria: un atto dovuto per esprimere - anche a posteriori gratitudine nei confronti di chi, a costo di mille sacrifici, gli ha consentito di concludere l’iter di studi e intraprendere poi una fortunata carriera. Un racconto autobiografico (Raffaele ha vissuto i primi nove anni della sua vita a Charleroi), che descrive qual era la vita dei minatori, con le loro speranze e le loro sofferenze, in un Paese ostile che non risparmiava umiliazioni a quanti parlavano la nostra lingua.

Sopra, dall’alto verso il basso Il dott. Raffaele Bortoliero, autore della pubblicazione. L’ingresso dell’ex miniera di Bois du Cazier, oggi Patrimonio dell’Umanità Unesco, riqualificata dalla Regione della Vallonia grazie a sovvenzioni europee. Sotto ai titoli La folla davanti ai cancelli della miniera l’8 agosto 1956, giorno del disastro di Marcinelle. Qui sotto La copertina del libro Lavoro, carbone e morte (Eab, 2021)

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Ma anche una lucida denuncia delle pessime condizioni di lavoro, della mancanza delle più elementari norme di sicurezza e delle morti, che avvenivano purtroppo con frequenza. Un libro, dunque, che costituisce un contributo per preservare la memoria di ciascun minatore e per ricordare quella particolare forma di collettività che si era creata nelle viscere della terra, a centinaia e centinaia di metri di profondità. Un modo, infine, per commemorare tutte quelle giovani esistenze spezzate, che riposano in un tragico buco nero e che hanno dato la vita mosse per assicurare la sopravvivenza alle loro famiglie e dare un futuro migliore ai propri figli. La pubblicazione, ricorda nella prefazione Alessandro Moscatelli, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Vicenza, “partendo dal dato autobiografico porta all’attenzione del lettore un tema

che tende a essere ricordato solo in occasione di tragedie che purtroppo quotidianamente accadono anche oggi in Italia. In realtà, il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro dovrebbe sempre far parte dell’agenda politica per i giovani, per il nostro Paese e per quelle parti del mondo in cui l’incolumità dei lavoratori e la salubrità dei luoghi di lavoro non sono nemmeno presenti nelle norme. Bambini, giovani, donne e persone anziane in alcune zone del pianeta sono tuttora privati dei diritti umani fondamentali, svolgendo senza alcuna garanzia lavori rischiosi per pochi soldi. La memoria del padre di Raffaele Bortoliero ci aiuta a ricordare che il lavoro è un diritto solo se viene esercitato in ambienti salubri e in sicurezza; in caso contrario diviene l’esatta negazione di quanto anche la nostra Carta Costituzionale vorrebbe garantire”.



Una storia poco nota e in parte dimenticata...

PROTESTANTI IN VENETO Gli anabattisti e il Concilio di Venezia del 1550

Il RAPPORTO

di Stefano Mossolin

Qui efficacemente riassunte in poche righe, le drammatiche vicende che interessarono le nostre terre verso la metà del XVI secolo raccontano di una stagione religiosa particolarmente tormentata.

Sopra Jacopo dal Ponte, Cena in Emmaus, olio su tela, 1537. Cittadella, Museo del Duomo. Il soggetto fu scelto probabilmente per rispondere alle tensioni generate dalla significativa presenza ereticale nel territorio cittadellese. Una presenza problematica che, accogliendo le suggestioni della Riforma protestante, avrebbe potuto creare inquietudini e disorientare i fedeli. Il tema eucaristico, con il particolare della rondine, simbolo della Resurrezione, o delle ciliegie, segno del sangue di Cristo, conferma infatti la volontà dei committenti di sottolineare il magistero dottrinario della Chiesa di Roma. Riquadro in alto Heinrich Aldegrever, Ritratto di Giovanni di Leida (Jan van Leiden), incisione acquerellata, 1536. A Münster tra il 1534 e il 1535, anabattisti al comando dapprima di Jan Matthys e poi di Jan van Leiden presero il potere, creando in città una teocrazia ispirata al Vecchio Testamento.

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Il 1517 è passato alla storia per una svolta epocale all’interno della cristianità occidentale: il 31 ottobre di quell’anno, infatti, Martin Lutero affisse sulla porta della cattedrale di Wittenberg le 95 tesi in latino contro la pratica delle indulgenze. Se il luteranesimo e le sue varianti (ovvero le dottrine “eretiche” elaborate da altri predicatori tedeschi e non solo) ebbero larga e rapida diffusione in Germania e in Svizzera grazie a un forte sentimento antipapale, ciò non significa che nel nostro Paese le idee riformiste non penetrarono. Il caso italiano fu particolare per via del fatto che, non essendosi create in poco tempo chiese riformate principali (come invece in Germania e Svizzera), da noi si costituirono diverse correnti teologiche alternative i cui aderenti, attirati dal pensiero di religiosi che simpatizzavano per la Riforma,

si riunivano fra loro. A introdurre l’anabattismo nel Veneto sembra essere stato un monaco di nome Tiziano che, dopo avere trascorso un certo tempo in “Alemagna”*, era tornato nel nostro territorio portando con sé il credo a cui aveva aderito. Contestualmente alla diffusione di una certa dissidenza religiosa in parte dei territori italiani del Nord-Est, il messaggio di Tiziano fu recepito e trovò una rapida propagazione. Negli anni Quaranta del XVI secolo, per esempio, si formò ad Asolo un numeroso gruppo di anabattisti. A seguito della loro scomunica e dell’allontanamento da quel borgo, nel 1550 essi ripararono a Vicenza, generando una nuova comunità anabattista nella città berica. Tale credo non si diffuse tuttavia soltanto ad Asolo e a Vicenza. Tra il 1549 e il 1551 si crearono comunità anabattiste in Veneto, Friuli, Istria, Emilia, Romagna e Marche. Fu proprio nella nostra regione, però, che questa nuova fede trovò una maggiore adesione. A Venezia, Vicenza, Padova, Treviso e Rovigo, ma anche a centri minori come Cittadella, Asolo, Serravalle, Badia Calavena e Cologna Veneta, si aggiunsero le località di Leggieri, Ospedaletto e Bolzano Vicentino. Comunità diverse fra loro, il cui ruolo preminente fu assunto da quelle, particolarmente numerose, di Padova e Vicenza. Partendo da una visione antisacramentale della fede, Tiziano si spinse a negare la validità del battesimo degli infanti. Secondo gli anabattisti, infatti, il battesimo doveva essere impartito soltanto a quanti avessero consapevolmente scelto di riceverlo: era dunque necessario un ribattesimo per gli adulti. Proprio da questa pratica

ebbe origine il termine “anabattisti”. Il battesimo e la comunione, inoltre, erano gli unici sacramenti praticati. Fra le varie comunità, e persino all’interno di alcune di esse, sussistevano divisioni e differenze su certi aspetti della fede. Una frattura considerevole, per giunta, fu dovuta alle idee antitrinitarie diffusesi con le infiltrazioni di valdesiani “radicali”, pervenuti da Napoli per sfuggire all’Inquisizione romana (istituita da Paolo III nel 1542). Per risolvere la disputa, nel 1550 venne organizzato un Concilio anabattista a Venezia. All’evento, che si tenne in una casa privata, partecipò una dozzina di persone in rappresentanza delle rispettive “chiese”. Unica a non partecipare fu quella di Cittadella, che rifiutò le suggestioni valdesiane. Il risultato fu l’adesione da parte degli anabattisti all’antitrinitarismo. Si negava quindi la natura divina di Cristo e anche la verginità di Maria nel concepimento. Una presa di posizione drastica, che non accontentò tutti. Si mantenne comunque la coesione tra le comunità (Cittadella esclusa) e l’opera di proselitismo continuò diffondendo l’anabattismo anche in Friuli e in Istria. Nel 1551, però, un personaggio squallido di nome Pietro Manelfi fornì per interesse personale una lista di anabattisti agli Inquisitori. Il tradimento di Manelfi, con il ricordo di quanto era accaduto nella città tedesca di Münster non molti anni prima, furono sfruttati con astuzia dall’Inquisizione, che fece pressione sulla Repubblica di Venezia affinché estirpasse l’epidemia anabattista. Era l’inizio di una rapida repressione. Molti vennero arrestati, mentre altri fuggirono in Moravia. * All’epoca il termine poteva indicare non solo il territorio tedesco, ma anche quello svizzero.


Sono oggetto di emissioni molto singolari e raffinate...

I PONTI NELLA FILATELIA ITALIANA (2

a

CuRIOSITà

di Fabio Abbruzzese

Foto grande Una foto del ponte sospeso a catenaria Real Ferdinando sul fiume Garigliano, primo di tal genere in Italia. Sotto, dall’alto verso il basso Il francobollo da 0,70 euro dedicato al Ponte Real Ferdinando (2014). Il francobollo del viadotto “Genova San Giorgio” (2020). Il foglietto emesso il 13 settembre 2012, in occasione dei 1700 anni della Battaglia di Ponte Milvio.

parte)

Nel 2020 è stato dedicato un francobollo anche al nuovo viadotto “San Giorgio” di Genova.

> Segue dal numero precedente

Per la loro importanza strategica i ponti sono stati luoghi ove si sono combattute importanti battaglie. Uno dei più famosi è il ponte Milvio sul fiume Tevere, noto per la battaglia tra l’esercito di Costantino e quello di Massenzio (313 d.C). La leggenda narra che Costantino, prima dello scontro, ebbe l’apparizione della croce “In Hoc Signo Vinces”. Quest’episodio bellico è stato oggetto dell’emissione, nel 2013, di un foglietto che celebra il 1700° anniversario dell’evento e che riproduce parte del celebre affresco di Giulio Romano. Anche i ponti ferroviari hanno avuto il loro piccolo momento di notorietà: nel 1989 è stato emesso un dittico per commemorare i 150 anni dell’inaugurazione della ferrovia Napoli-Portici. Nel 2010 è uscito un francobollo da 0,65 euro per far conoscere la Ferrovia Retica dell’Albula e del Bernina, divenuta Patrimonio Mondiale Unesco. Per i ponti in legno, oltre alla già citata struttura palladiana di Bassano (si veda il numero precedente), è stato rappresentato su un francobollo da 0,70 euro, emesso nel 2014, il pontile di accesso a un trabucco, ossia a una di quelle macchine da pesca su palafitta che caratterizzano parte del paesaggio litoraneo abruzzese e molisano. Poco noto, ma strutturalmente molto importante in quanto si tratta del primo ponte sospeso a catenaria metallica realizzato in Italia, è quello detto “Real Ferdinando”, in onore di

Ferdinando II delle Due Sicilie. Con una luce di oltre 80 metri, inaugurato nel 1832, attraversa il fiume Garigliano al confine del Lazio con la Campania nei pressi dell’area archeologica di Minturno: è stato efficacemente rappresentato su un francobollo da 0,70 euro, emesso nel 2014. Gli stilemi dei ponti sono riportati nell’emissione per l’Europa dell’anno 1984, costituita da due esemplari da 450 lire e da 550 lire; ma pure in quella del 2006, per commemorare il 50° Anniversario dell’Autostrada del Sole. Nel 2016, in occasione del 60° Gemellaggio Roma-Parigi, è stato infine stilizzato un ponte di fantasia che unisce idealmente i

monumenti della capitale italiana con quelli della ville lumière.

L’ultima emissione italiana riguardante i ponti è dell’agosto 2020. Il francobollo è dedicato al nuovo ponte di Genova “San Giorgio”, sul torrente Polcevera. Il viadotto è stato ricostruito dopo il tragico evento del 2019, a seguito del crollo dell’impalcato strallato che ha causato ben 43 vittime. L’illustrazione riproduce il rendering di un tratto della struttura, sulla quale si staglia un particolare del progetto con il tricolore e la scritta “Il nuovo ponte di Genova” e con la firma dell’architetto Renzo Piano (al quale si deve il bozzetto). A fianco, da sinistra verso destra Il francobollo da 0,65 euro, emesso nel 2010 per il Centenario della Ferrovia Retica dell’Albula e del Bernina. Il francobollo da 0,70 euro, emesso nel 2014 e dedicato alla “Costa dei Trabocchi”.

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Un tempo i presagi avevano un carattere trascendente e religioso, oggi sono invece immanenti e terreni

lA lEzIONE DEl PASSATO

LA NUOVA PROFETESSA GRETA THUNBERG

di Gianni Giolo

Sotto, da sinistra verso destra Solomon Joseph Solomon, Aiace di Locride strappa Cassandra dal Palladio, olio su tela, 1886. Art Renewal Center. Greta Thunberg (Stoccolma, 2003) al Parlamento Europeo nel 2020. La siccità: una delle tante “piaghe” provocate dall’emergenza climatica.

Dai castighi divini per la condotta immorale degli uomini alla catastrofe planetaria, frutto della ribellione della Natura contro la manipolazione umana dell’ambiente...

I profeti abbondavano nel passato, soprattutto nel mondo antico (chi non ricorda il Tiresia dell’Edipo Re?), ma oggi ci sono ancora profeti? Sì, scrive Angelo Panebianco: la nuova profetessa è Greta Thunberg, che è riuscita ad attirare su di sé l’attenzione di tutto il mondo. Lei accusa i politici di fare solo false promesse e chiacchiere, senza combinare nulla, portando in questo modo il pianeta alla catastrofe. I governi stessi sono costretti a fare i conti con lei e sono stati indotti obtorto collo, come diceva Plauto, a porre fra i primi punti delle loro agende il contrasto ai cambiamenti climatici. I profeti caratterizzano le società religiose monoteistiche (giudaismo, cristianesimo, islamismo) che fanno capo ad Abramo, “il padre dei credenti”, ma anche una società post-religiosa come la nostra ha bisogno di profeti e di profetesse. Nelle prime i profeti (ricordiamo Mosè, Elia, Eliseo, Amos, Osea oppure Maria, Deborah, Hulda e, nel Nuovo Testamento, la vecchia Anna e Giovanni Battista)

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preannunciavano i castighi di Dio per la condotta immorale degli uomini. La nuova profetessa annuncia invece la catastrofe planetaria, frutto della ribellione della natura contro la manipolazione umana dell’ambiente. Il messaggio delle prime era trascendente e religioso, quello delle seconde immanente e terreno. A Dio si è sostituita la Natura, che Leopardi definisce madre di parto e di voler maligna. Greta segnala il disagio della nostra civiltà ed è seguita da molti giovani che sono indifferenti a ciò che le generazioni più anziane considerano “valori”. Essi, per esempio, non sono interessati alle sorti della democrazia oppure alle polemiche fra fascisti e antifascisti. La profezia di Greta si è rivelata potente e tale da cambiare le sorti del mondo, ma - si chiede Panebianco - durerà nel tempo e nel lungo periodo? Lui risponde di no, atteggiandosi a sua volta a profeta di sventura. Ma se avverrà così non lo sappiamo ancora.



Da poco scomparso, aveva saputo portare ai piedi del Grappa la moda internazionale più aggiornata e raffinata

fOCuS

BATTISTA CENERE Estro, intuizioni e lungimiranza di un imprenditore illuminato

di Andrea Minchio

Fotografie: raccolta famiglia Cenere

Gli inizi nel negozio di mercerie delle sorelle, la scelta di dar vita a una propria boutique, i viaggi di studio e lavoro nelle grandi capitali, la straordinaria intesa con la moglie Carla... E, oggi, la continuità grazie all’impegno dei figli Teresa e Vittorio. Una solida tradizione che si rinnova.

A fianco Un bel ritratto fotografico di Battista Cenere negli anni dei suoi maggiori successi professionali. Sotto Battista Cenere, molto giovane, in occasione di una gita aziendale a Trento organizzata dall’impresa edile dello zio Tullio. In quella circostanza il ragazzo si aggregò alla comitiva.

La creatività è l’intelligenza che si diverte. Albert Einstein

Creare è dare una forma al proprio destino. Albert Camus

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Anticipatore dei tempi, è stato un imprenditore illuminato, una persona con una visione. Un osservatore sensibile, attento e poliedrico. Un artista. Scomparso lo scorso 25 ottobre, Battista Cenere ha dettato i più aggiornati e raffinati canoni della moda, non solo a Bassano ma in tutto il Veneto. E anche oltre. Ha portato nella nostra città una ventata cosmopolita, aria fresca e frizzante, quando ancora lungo le vie del centro si respirava un’atmosfera di greve e strisciante

provincialismo. Titta (così lo chiamavano amici e familiari) aveva visto la luce il 19 febbraio 1939. Come molti nati sotto il segno dell’Acquario, si distingueva per il carattere originale e indipendente: un sognatore, a volte imprevedibile ma costantemente proiettato in avanti, alla ricerca del nuovo. In gioventù aveva frequentato il Collegio Cavanis a Possagno. Fra i suoi docenti anche quel padre Basilio che gli era sempre rimasto nel cuore. Ultimo di sette

figli, Titta lo vedeva quasi come un secondo papà, una guida spirituale, sorta di angelo custode da evocare - poi, anche in età matura - in situazioni delicate o di difficoltà. Battista aveva iniziato a lavorare, sul finire degli anni Cinquanta, nel negozio di mercerie delle sorelle Marianna, Delfina e Pia, in piazzotto Montevecchio. Pochi anni dopo, tuttavia, preferì mettersi in proprio e aprire un suo negozio in via Da Ponte, laddove ancor oggi si trova, recentemente rinnovato dai figli Teresa e Vittorio. Un’intuizione felice: quegli spazi, in pieno centro, si sarebbero presto trovati lungo la prima arteria cittadina pedonalizzata. Una via dello shopping sul modello di quelle delle grandi città. Fu proprio lui a imporsi sui commercianti, allora ostili perché preoccupati di perdere clienti, a suggerire all’Amministrazione Civica del tempo questa accorta e lungimirante scelta urbanistica. Visionario, Titta decise di dar vita a una vera boutique: una scelta ponderata, che implicava necessariamente ricerca costante, confronto, curiosità, conoscenza. E frequenti viaggi nelle grandi capitali mondiali, per potere poi coraggiosamente portare a Bassano quanto in contemporanea veniva esposto a Parigi, piuttosto che a Londra o a New York. Non si trattava però “solo” di prodotti esclusivi, ma anche delle modalità - da noi assolutamente inedite - con cui venivano accuratamente presentati e proposti. Per questo era indispensabile una


formazione ad hoc del personale, che passava anche attraverso attenzioni e accorgimenti, come la cura del portamento, la scelta degli abiti, la professionalità e la cortesia. Insomma, un servizio che derivava dalle esperienze metropolitane di Titta e che doveva fare la differenza anche ai piedi del Grappa. E poi è venuta la famiglia. Con il corteggiamento a Carla Pengo (notata durante la messa a San Francesco), passato pure attraverso l’amicizia con Giorgio, fratello di lei, e corroborato da frequenti spedizioni di rose rosse. In occasione del matrimonio, celebrato a Santa Maria in Colle il 2 giugno del ’66 (festa della Repubblica), Il Gazzettino pubblicò una bella fotografia dei numerosi nipotini, elegantemente abbigliati da paggetti. Un amore, quello fra Titta e Carla, nato quasi in sordina e poi durato una vita. A casa come al lavoro. L’estro e la logica, l’arte e la regola: i coniugi Cenere hanno saputo completarsi anche nella boutique, dove la personalità di Carla (all’amministrazione fin dal ’68), solida e precisa, s’integrava perfettamente con

quella dell’ispirato marito. Poi i figli, tre, nati nell’arco di sei anni: Teresa (con il nome della nonna materna), Nicola e Vittorio. Nel frattempo, nel corso degli anni Settanta, l’attività ha conosciuto una decisa espansione; che è proseguita con successo nel decennio successivo anche attraverso la conoscenza di Elio Fiorucci, guru della moda divenuto per Titta un esempio da seguire; amato dall’imprenditore bassanese perché anch’egli un lungimirante e visionario apportatore di idee nuove. Era l’epoca delle T-shirt stampate e dei primi Denim. E dell’avvento di King Jeans, Americanino, Ufo, Bell Bottom, Diesel... Sono moltissimi i bassanesi che riconoscono a Battista Cenere il merito di aver tenuto alto, con il lavoro e le scelte coraggiose, il vessillo della nostra città. Il suo mai sopito amore per il Bello ha continuamente alimentato il desiderio di conoscere e di divulgare. Una persona, Titta, che nella sua dinamica esistenza ha attraversato pure situazioni di difficoltà, riuscendo però a superarle e a

farle conoscere, dimostrando una straordinaria forza di carattere e una mai mancata attenzione per il prossimo. Fra le sue passioni, poco nota, quella per la pittura. Negli anni Novanta aveva anche tenuto una personale al Pic Bar, quando ancora lo storico locale ospitava esposizioni d’arte. La boutique, come abbiamo anticipato, ha da poco assunto una nuova configurazione, al passo con le tendenze più avanzate. In definitiva si tratta del “solito” tocco cosmopolita dei Cenere. Titta, dall’alto, approverebbe.

Sopra, da sinistra veso destra L’interno della boutique di Battista e Carla alla fine degli anni Settanta. La vetrina del negozio, in via Jacopo da Ponte, così come appare oggi dopo il recentissimo intervento di rinnovo. In basso Battista Cenere, in età matura, davanti alla sua boutique. Sciarpa di seta e fazzoletto bianco nel taschino, posa spiritosamente con una bicicletta “sponsorizzando” la mobilità lenta. Fu sua l’idea di pedonalizzare via Da Ponte, quando ancora non esistevano a Bassano zone interdette al traffico veicolare.

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Troppi di noi non vivono i loro sogni perché stanno vivendo le loro paure

AfflATuS

NUOVE FRONTIERE La realtà virtuale nella cura dei disturbi d’ansia

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Liberarsi del condizionamento e del limite che una fobia impone all’esistenza di una persona crea un concreto e stabile miglioramento della sua qualità di vita, e di quella di chi le sta accanto.

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

La paura è l’emozione più difficile

da gestire. Il dolore si piange, la rabbia si urla, ma la paura si aggrappa silenziosamente al cuore. Gregory David Roberts

L’uomo porta dentro di sé le sue

paure bambine per tutta la vita. Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo.

Italo Calvino

CENTRO PhOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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Tra i vari disturbi d’ansia, i disturbi da fobia specifica rappresentano un grosso ostacolo nella vita quotidiana di milioni di individui e sono una causa molto comune di disagio psicologico, portando una persona a evitare eventi, situazioni, luoghi e relazioni che fanno parte della normale vita quotidiana, intaccando la vita sociale, lavorativa o il benessere emotivo di chi ne soffre. Un esempio? Paura nel guidare un’auto pur avendo la patente, paura delle altezze, paura degli aghi, paura dei luoghi chiusi o dei luoghi aperti, paura di alcuni animali o insetti (cani, gatti, ragni)… il tutto senza che si sia verificato in precedenza un trauma (es. una aggressione da parte di un animale con pericolo per la propria vita, un incidente stradale mentre si è alla guida, ecc.). Il disturbo da fobia specifica è caratterizzato da una risposta di paura intensa e irrazionale, spesso riconosciuta come tale anche da chi ne soffre, che si presenta quando ci si trova di fronte a un preciso stimolo o situazione. La risposta preponderante è rappresentata dall’evitamento dallo stimolo fobico (la fuga, l’allontanamento, la scelta di strategie alternative), per esempio salendo otto piani di scale piuttosto che prendere l’ascensore (cosa non sempre possibile o sostenibile), pur avendo la patente non guidare neppure in casi di estrema necessità (dovendo dipendere sempre da altri e limitando opportunità lavorative e di vita sociale), il sentirsi soffocare in una stanza dove si lavora o si vive, tanto da dover uscire, pena d’esordio di un attacco di panico (tachicardia, sensazione di soffocamento, sudorazione, sensazione di svenimento…). Questa risposta fisiologica e psicologica risulta immediata, automatica, eccessiva, portando le persone che soffrono a modificare i propri programmi, tali per cui la

propria vita, la propria giornata, iniziano a girare intorno al problema stesso, all’evitare che si manifesti, all’avere paura della paura. Quando ciò accade è importante chiedere aiuto a un professionista psicoterapeuta, che potrà unire le tecniche della psicoterapia cognitivo-comportamentale, la terapia più efficace per questi disturbi, alle più innovative tecniche di Realtà Virtuale. La Realtà Virtuale si è dimostrata, infatti nell’ultimo decennio, il trattamento principe per questo tipo di disturbo. Il principio alla base della terapia è la terapia da esposizione ovvero il miglior modo per poter superare una fobia è rappresentato proprio dall’esposizione graduale e controllata allo stimolo fobico. L’efficacia di questi interventi è visibile nei circuiti cerebrali dell’amigdala, considerata uno dei centri cerebrali più importanti nell’apprendimento emotivo e, più nello specifico, nell’apprendimento delle paure: l’attività di quest’area infatti cambia mano a mano che la paura viene “estinta”! Questa estinzione avviene sempre in maniera graduale sotto l’attenta supervisione di uno psicoterapeuta specializzato che si assicura di presentare al paziente lo stimolo fobico in modo sicuro e senza pericolo. In base alla gravità si può iniziare con l’immaginazione, passando poi alla esposizione, alla visione di foto, video, rappresenta-

zioni sempre più realistiche, fino ad arrivare, in caso di successo, al contatto reale con l’oggetto fobico. L’arrivo della Realtà Virtuale nel campo della psicoterapia ha portato una grossa innovazione in molti tipi di trattamento psicologico. Particolarmente rilevante è stata proprio l’influenza che ha avuto nel trattamento delle fobie e dei disturbi di carattere ansioso. La possibilità di esporre il paziente in maniera completamente sicura e controllata agli stimoli temuti in un ambiente virtuale 3D porta infatti notevoli vantaggi. Il terapeuta ha un controllo mai avuto prima sullo stimolo, potendone decidere pienamente l’intensità in base ai bisogni del paziente, che si trova in una simulazione realistica e immersiva mantenendo comunque la consapevolezza dell’irrealisticità dell’esperienza. La terapia di esposizione unita alla Realtà Virtuale permette, per esempio, di superare la paura di guidare senza essere realmente in un’auto, la paura delle altezze senza essere in cima a un palazzo, la paura di parlare in pubblico senza avere di fronte 300 persone, ecc. Liberarsi del condizionamento e del limite che una fobia impone alla vita di una persona crea un concreto e stabile miglioramento della propria qualità di vita come nella vita delle persone che le stanno accanto.




Se n’è andato un professionista serio e molto amato in città...

TONY ARDUINO IN RICORDO DI UN AMICO

IN MEMORIA

di Andrea Minchio

Cosa c’è di più dolce di un amico con cui parlare così come con se stessi? Cicerone

Figura assai presente nella vita pubblica e sociale, conosciutissima e stimata, lascia nei bassanesi un vuoto profondo. La sua prematura scomparsa ha addolorato quanti hanno avuto la fortuna di frequentarlo e di beneficiare della sua umanissima carica di simpatia e creatività. Numerosi i messaggi di cordoglio, anche da parte degli esponenti delle più importanti istituzioni.

Caro Tony,

amico di sempre, Chi poteva immaginarlo, solo poco tempo fa…? Una vita intensa, la tua, vissuta con pienezza. Ci siamo conosciuti sul finire degli anni Sessanta - ricordi? in occasione di una fiaccolata al Kaberlaba. Allora nevicava ancora - bei tempi! - e da ragazzini abbiamo fatto immediatamente amicizia. D’altronde con te era semplice, caro Tony. Il tuo carattere aperto, già allora, e la tua innata simpatia facilitavano subito la nascita di amicizie. Anche di quelle importanti, eterne. Come la nostra. Poi sono venuti gli anni di Villa Giusti, il parco con i daini, le corse lungo i vialetti. A piedi, in bici, seguite dalle gimkane sul ghiaino - proibitissime - con i cinquantini da cross. Le escursioni nella colombara e nei granai della storica dimora patrizia. Con buona pace di Maurizio e Gregorio, che fingevano bonariamente di non vedere. E le festine che organizzavi, ancora nella dependance, dove abitavi con papà Ettore, mamma Fiorenza e le tue sorelle Carla e Maria). Tosi e tose, le prime cotte, i lenti stretti stretti, ragazzi da una parte, ragazze dall’altra. Eravamo alle superiori, io al Liceo e tu all’Istituto d’arte: una scelta felice che ha segnato profondamente il tuo percorso professionale. Non a caso hai avuto docenti di calibro internazionale come Alessio Tasca, Pompeo Pianezzola, Cesare Sartori, Angelo Spagnolo, Sergio Schirato… Tre anni a Nove e poi la svolta verso la grafica, al Fanoli di Cittadella. Come, poco prima, avevano fatto alcuni fra i pionieri della pubblicità a Bassano.

E, d’inverno, un appuntamento fisso ad Asiago. Ricordi le sciate con Antonio e Ivan, il nostro amato maestro? Il Verena e i Larici, quando le Melette non c’erano ancora. E l’università, Architettura a Venezia, a conferma della tua predisposizione per l’arte. Contestualmente alla passione sfrenata per i rally, con amici fraterni come Alberto (che, come me e Paolo, ha condiviso gran parte della tua esistenza), Luciano, Danilo, Adriano, Michele, Miki (il campione) e tanti tanti altri. Il Bar Sport dei fratelli Gasparini, il biliardo e la Sisal (mai vinto niente!). E poi il Nazionale, il ritrovo dei fighi e la piazza… L’A 112 Abarth, con le chiodate e la tua grande capacità di guida. Bravo anche in questo, Tony. Come tutto ciò, peraltro, che riguardava il “fai da te” e il bricolage. La casa, in gran parte, te la sei costruita con le tue mani. In età matura hai frequentato perfino un corso da muratore. Poi è stata l’epoca de Il Telaio, che hai fondato con alcuni soci, agenzia di pubblicità della quale sei stato per anni un valente art director. Fino al momento in cui hai deciso di svolgere in proprio la libera professione. Con successo. Come dimostrano le centinaia di logotipi realizzati per prestigiose istituzioni, enti e aziende. Nell’83 è arrivata Manu e ha impresso una svolta straordinaria alla tua vita, con la sua solida positività, sempre al tuo fianco, consigliera preziosa. Un bel matrimonio, il vostro. Una grande unione. Amica carissima anche Manu, da quasi quarant’anni. In molti ricordiamo il tuo Addio al celibato: una baraonda! Memorabile anche per il malcapitato ristoratore. E poi l’arrivo di Giovanni (tante

difficoltà, finalmente superate con successo) e Alessandro. Una bella famiglia, ragazzi per bene, come te. Come Manu. E i tuoi viaggi. Nell’Unione Sovietica come negli Stati Uniti, nell’amata Germania della Foresta Nera e di Heidelberg, e in mille altri luoghi del globo. Da poco meno di una ventina d’anni hai frequentato stabilmente il variegato mondo degli artisti, con i quali respiravi la stessa aria, frizzante e ricca di stimoli. Fino all’ultima mostra, recentemente organizzata a Bassano. Ometto, per ragioni di spazio, il tuo grande impegno nel sociale, iniziato a Casa Colori e poi concretizzatosi anche attraverso i club service dei quali hai fatto parte: Rotary, Panathlon, AIB, BNI… Il tuo mondo, ricco di relazioni, amicizie e soprattutto buone azioni.

Tony Arduino nel suo studio, in una fotografia di qualche tempo fa. Professionista serio e apprezzato, attraverso la sua arte ha dato vita a creazioni che hanno caratterizzato l’immagine di aziende, associazioni ed enti. Equilibrio, eleganza e buon gusto: queste le doti che hanno sempre accompagnato la sua produzione.

Qui sotto Tony Arduino e Andrea Minchio, assieme, in un’immagine scattata lo scorso mese di ottobre.

Quante cose ci sarebbero ancora da dire, Tony! Quante! Ma mi fermo qui. È un discorso che riprenderemo con Manu, con i ragazzi e gli amici. Perché confido che ci sarai sempre accanto, anche nei momenti di sconforto, con i tuoi suggerimenti, il tuo sorriso, la tua lievità, le tue battute, il tuo buon umore. Ne abbiamo bisogno. Ciao Tony, ti vogliamo bene! Andrea

Qui sotto Alcuni noti marchi ideati da Tony Arduino: si riconoscono quello dell’Ulss n.3 (1990), dell’Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti (1997) e del Museo Remondini (2007).

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Nel 1886 compose per il Circolo della Gioventù Cattolica della nostra città la Preghiera a San Bassiano

OMAGGIO

In memoria di Giacomo Zanella, “pacato e gentile artefice di versi”

di Italo Francesco Baldo

Questa città gentile, Che dal tuo Nome santo Trarre il suo nome ha vanto, o Bassiano, Oggi pel nostro labbro Inno d’amor ti grida; E le sue sorti affida Alla tua mano.

La figura del poeta, amato anche da D’Annunzio, è stata recentemente ricordata nel corso di una brillante conferenza tenuta agli Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano del Grappa.

Giacomo zanella

Basterebbero questi pochi versi per intendere come la sola vista di Bassano suscita intensi pensieri nel visitatore attento, che vive la città fattasi bella nei secoli, forte nella scienza, nell’arte e nel valore civico e patriottico. Il poeta sapeva cogliere con le sue rime ciò che gli accadeva di incontrare, sia che fossero persone, sia luoghi, aneliti del cuore e dell’anima, e anche quel piccolo mondo che, spesso trascurato, in lui richiamava la fanciullezza nel borgo natale, Chiampo, dove il 9 settembre 1820 venne alla luce e che rimase sempre nel suo cuore come autentica nostalgia. Oppure quando, ormai sessantenne, amava passeggiare sulle rive dell’Astichello a Cavazzale di Monticello Conte Otto (VI) e meditare e comporre quei sonetti, compimento della sua poesia che del fiume la silloge porta il nome e dove, nella villetta della quiete, morì il 17 maggio 1888.

(dalla Preghiera a San Bassiano)

A fianco Vito Pavan, San Bassiano, acquerello, 2008. Bassano, Museo Civico.

Dietro il gran ponte in sul cammin primiera / Stava ad accôrci la gentil Bassano.

Italo Francesco Baldo, autore di questo saggio, è nato a Rovereto e risiede a Vicenza. Si è laureato all’Università di Padova e ha collaborato con l’Istituto di Storia della Filosofia di quell’ateneo, interessandosi all’Umanesimo, alla filosofia kantiana, alla storiografia filosofica del ’700 e alla letteratura vicentina (in particolare a Zanella e Fogazzaro, con diverse pubblicazioni). È stato ordinario di Storia e Filosofia al Liceo “A. Pigafetta” di Vicenza. La sua visione filosofica è quella di prospettare sempre un’armonia dell’uomo nel creato, con tutto quello che egli è e opera nel mondo.

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Così Giacomo Zanella poetò il suo primo incontro con Bassano nei versi, scritti nel 1854 nel componimento Possagno, e considerò la città: O delle Grazie e delle Muse albergo, / Avventurosa terra! ... di poeti nutrice e di pittori, e la natura che la circonda: E chi mai vide/ La letizia de’tuoi limpidi soli, / E la quïete che il ceruleo vespro / Spande sui colli e sulle vecchie torri, e, infine, il sentimento che suscita: Onde il fianco hai munito, e non intese / Soavissimi fremiti nel core?, ricordando Jacopo Vittorelli: Guarda che bianca luna! / Guarda che notte azzurra!

Giacomo Zanella fu poeta fin dalla giovinezza e subito riconosciuto grande, perché in lui tutto il creato appariva sempre come un concerto nel quale i diversi suoni si fondono e dove la fede e la scienza, scrisse nella poesia A mia madre, sono sorelle e debbono collaborare, non combattersi o ignorarsi: la conoscenza del mondo è terreno fertile pure per la fede. Il poeta fu sacerdote integerrimo ed educatore: sapeva cogliere il meglio degli allievi, tra cui Fedele Lampertico, Antonio Fogazzaro, Luigi Luzzatti e Vittoria Aganoor tra i tanti, e non li voleva indottrinare, ma che ognuno cogliesse la propria strada. Nell’educazione negli Imperialregi ginnasi liceali di Venezia, Vicenza e Padova anticipò i tempi, affermando che i genitori dovessero interessarsi alla formazione

dei figli. Nell’Università patavina insegnò Letteratura Italiana, e di questa fu anche Magnifico Rettore. Amò la patria che in quegli anni raggiungeva la sua Unità, ed egli la voleva attenta alla fede e al lavoro, apprezzando la nascente industria del cugino Alessandro Rossi. Qualche turbamento lo colse nel 1872: abbandonò la cattedra universitaria, ma si rinfrancò nella villetta a Cavazzale, dove colse la sua nuova stagione poetica, aprendo così la via a tanta poesia del Novecento. Facile al verso, che dedicava a coloro che amava e che furono significativi nella sua vita; accanto a ciò la natura con i suoi colori, i dolci suoni che gli tenevano compagnia e lo consolavano. Ma anche la storia, la scienza e la tecnica lo affascinarono giungendo a sommi capi della poesia. La sua non fu poesia classicheggiante, fu piuttosto il mondo classico a essere l’humus dei suoi versi, mai come imitazione, ma punto di riferimento, come per Andrea Palladio o per Dante Alighieri, perché la poesia nasce dalla passione e si costruisce con l’invenzione, la composizione e lo stile, e non di rado Zanella accompagnò, soprattutto nei sonetti, i versi con l’ironia che gli sorgeva spontanea, soprattutto di fronte a “tronfi sofisti” tra cui il “Dottorel che si accomoda sul salario” che proscriveva il Creatore dalla scienza. Non a caso nella sua poesia più famosa Sopra una conchiglia fossile nel mio studio, imparata a memoria da Alessandro Manzoni, egli indica all’uomo, ultimo nato, la via della conoscenza che ha il suo apice nell’àncora della fede, per novo cammino. Sempre la tensione all’unità è rintracciabile nei versi e nei discorsi che egli rivolse ad artigiani,


operai, contadini, richiamati alla fede dal suono delle campane, come è nella poesia Le campane del villaggio, che Carlo Emilio Gadda conosceva a memoria. Non dimentichiamo la sua attività di traduttore da diverse lingue classiche e straniere, che egli coltivò pure per autori contemporanei, come lo statunitense Henry Wadsworth Longfellow, e poetesse inglesi, tra cui Felicia Hemans. Ciò richiama quell’attenzione che egli ebbe per la donna e per la sua formazione, curando in alcune la predisposizione alla poesia, come in Vittoria Aganoor, o comprendendo con Enrichetta Usuelli Ruzza la necessità dell’emancipazione femminile attraverso la cultura. Un uomo a tutto tondo, che seppe vivere anche le difficoltà della sua epoca e di quelle generate dall’Unità d’ Italia, di cui vide i “malanni”, come l’emigrazione dei contadini o addirittura la vendita di fanciulli, ben riflettuta ne Il piccolo calabrese. Il poeta accoglieva sempre le richieste di “poesia” e ciò accadde anche con la composizione che predispose per il Circolo della Gioventù Cattolica di Bassano. Il Circolo era una sezione della Società della Gioventù Cattolica Italiana (SGCI), e proprio papa Pio IX aveva chiesto che a Vicenza e nella Diocesi vi fossero dei Circoli di questa associazione. La società, nata nel 1867, si mosse sempre sulla linea degli intransigenti nei confronti dello Stato Italiano; da essa nacque l’Associazione Cattolica Italiana. Per il Circolo compose la Preghiera a San Bassiano, il vescovo che nel IV secolo d.C. fu un protagonista della storia religiosa a Lodi e che è stato voluto a Bassano, ricordando il nome della città, nel 1509 come patrono, venerato e amato dalla popolazione per le sue

OMAGGIO

Qui sopra Un ritratto di Giacomo Zanella (Chiampo, 1820 - Cavazzale di Monticello Conte Otto, 1888). A fianco La Preghiera a San Bassiano, Tipolitografia Roberti, 1886.

facoltà taumaturgiche. Questa preghiera, edita dalla Tipografia Roberti nel 1886, fu musicata da Giuseppe Lanzarini e purtroppo non si è ancora rintracciato - buona caccia! - lo spartito. Il testo della preghiera non è molto noto; è stato riedito solo nel 1991 nelle Poesie Disperse a cura dell’Accademia Olimpica di Vicenza. La Preghiera a San Bassiano è un’altra attestazione di affetto dello Zanella, che ricorda la gentile città, chiamata ora a essere “pia” assecondando, attraverso l’affidamento al Santo Patrono, il cielo che mai abbandona l’uomo di fede. Di Giacomo Zanella, il “pacato e gentile artefice di versi” come lo definì Gabriele d’Annunzio, ricordiamo che non solo le sue

Sotto Lo stampatore Antonio Minchio (Bassano, 1859-1932), all’età di trent’anni.

composizioni poetiche devono rievocare ai giovani gli studiosi e gli educatori, bensì tutta l’opera sua vasta, delicata, profonda, che insegna a tendere a qualche cosa di più elevato dell’attimo fuggente, per cercare ed esprimere quello che è destinato a germogliare e a crescere nelle coscienze umane.

SullA STAMPA DEllA PREGHIERA La Preghiera a San Bassiano è stata stampata nel 1886 dalla Tipolitografia dei conti Roberti, continuatori della tradizione remondiniana. Fra le altre aziende che proseguirono tale nobile consuetudine, seppur in forma minore, anche la tipografia di Sante Pozzato (dalla quale nel 1919 si originarono le Arti Grafiche Bassanesi della famiglia Fiorese) e la Tipografia Vicenzi (poi passata in proprietà alla famiglia Zilio). È molto probabile che la Preghiera qui riprodotta sia stata composta da Antonio

Minchio (1859-1932), poi divenuto proto dei Roberti. Nel 1908 egli rilevò la ditta nella quale lavorava, fondando la Tipografia Minchio. È altrettanto verosimile che il foglietto sia stato stampato con un torchio tipografico delle officine Amos dell’Orto, prodotto a Monza nel 1854. Tale torchio, tuttora funzionante, si trova oggi nella sede di Editrice Artistica e viene talvolta utilizzato per edizioni di pregio. A.M.

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Dai fiori ai paesaggi, un’intensa immersione nella natura

ANTONELLA CONTARIN In cammino lungo quel sentiero che attraversa tutta la sua pittura

ART NEWS

di Andrea Minchio

Come raggiungere un traguardo? Senza fretta, ma senza sosta. Johann Wolfgang Goethe

Molto conosciuta per il lavoro esercitato lunghi anni nella storica Bottega del Pane, ha sempre avuto la pittura nel cuore. Attorno ai vent’anni ha iniziato a coltivarla con costanza e determinazione. Trasferitasi in Lombardia dove ha ulteriormente perfezionato la sua tecnica, di recente ha tenuto una fortunata personale in centro a Bassano, ritrovando amicizie antiche ed emozioni intense.

Antonella Contarin: attualmente risiede in Lombardia, a Castiglione delle Stiviere, ma il contatto con la sua Bassano è sempre vivo. In alto, foto grande Bosco innevato, olio su tela con spatola, 2017. Collezione privata.

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Alzi la mano chi non conosce Antonella Contarin! Probabilmente sarebbero davvero pochissimi i lettori a rispondere affermativamente all’appello. Antonella è infatti molto nota in città, grazie soprattutto ai tanti anni trascorsi a fianco della sorella Dolores nella storica Bottega del Pane, all’angolo fra piazza Libertà e piazzotto Montevecchio. Sebbene manchi da Bassano da un po’ di tempo (ora vive a Castiglione delle Stiviere, presso Desenzano), ne ricordiamo tutti il tratto gentile, i modi garbati, la disponibilità nei confronti dei clienti, i consigli sempre dispensati con generosità. Un’attività a costante contatto con

il pubblico, esercitata nel cuore pulsante della città e interrotta solo nel 2020 con il trasferimento definitivo in Lombardia. Ben diversa, dunque, da quella dei genitori, florovivaisti a Bessica di Loria. Anche se, come si evince da queste pagine, le immagini dei fiori e dei paesaggi immortalati nelle sue opere testimoniano di un’infanzia trascorsa nel colorato mondo dei vivai. Recentemente, e solo per qualche settimana, Antonella Contarin è rientrata ai piedi del Grappa per esporre alcuni suoi dipinti, in occasione di una personale tenuta dal 2 ottobre all’1 novembre in uno spazio di via Da Ponte: una esposizione temporanea visitata

da circa un migliaio di persone e coronata da un meritato successo. Grandi lo stupore e la successiva ammirazione per i suoi lavori, in quanto pochi sapevano del suo amore per la pittura. “È una passione nata da bambina, quando ancora frequentavo le scuole elementari: ricordo che attorno ai sette anni mi ritrassi a fianco di un cavalletto da pittore, in mezzo a un campo di fiori!”. È stato però solo attorno ai vent’anni che Antonella ha iniziato a dedicarsi con impegno e perseveranza alla pittura. Fra i suoi primi maestri, Ottorino Tassello. Con lui, in particolare, si è creato un forte legame, quasi affettivo, estremamente fruttuoso


Sopra, da sinistra verso destra C’è una strada nel bosco, olio su tela con spatola, 2020. Lungo il Brenta, olio su tela con spatola, 2021. Autumn, olio su tela con spatola, 2020.

sul piano artistico e creativo. “Il vero salto di qualità, però, è avvenuto con l’incontro della pittrice Elena Brindani, a sua volta proveniente da un famiglia di artisti. Una conoscenza avvenuta del tutto casualmente, davanti a una vetrina di Desenzano, e poi sfociata in una salda amicizia. Il primo corso è stato un omaggio del mio compagno Giuseppe, che aveva subito colto la mia curiosità, il desiderio di approfondire, la necessità interiore di progredire... Con Elena si è creato un rapporto intenso e proficuo, che prosegue tuttora. Fra i segreti che lei mi ha trasmesso, fondamentale l’uso accorto della spatola”.

Antonella Contarin, infatti, non utilizza il pennello per realizzare i suoi quadri: “Quella della spatola è una tecnica che desta stupore in quanti non la conoscono e hanno poi occasione di apprezzare le mie opere. Ricordo che ogni tocco di colore, di taglio piuttosto che di piatto, implica necessariamente la costante pulizia dell’attrezzo; con la conseguenza di un notevole consumo di colore e, quindi, di una pittura fortemente materica.

I risultati, però, sotto il profilo cromatico e non solo, sono davvero straordinari”. I soggetti preferiti, come possiamo vedere, si connotano per il deciso riferimento al paesaggio e alla natura. “All’inizio amavo dipingere semplici fiori di campo, come le margherite: poi la tavolozza si è allargata a rose, ortensie, calle, iris... In un secondo momento ho affiancato a questa produzione, prevalentemente floreale, altri elementi: vecchie porte, finestre, scale, fontane... fino a giungere ai paesaggi. Una visuale sempre più dilatata, ma caratterizzata dalla presenza di una tema costante: il percorso. Un viottolo, un sentiero nel bosco, una strada di campagna, un pontile in legno che si allunga dalla riva fino al mare: elementi divenuti ormai irrinunciabili, anche se non mi è chiaro il loro significato. Di certo qualcosa di esistenziale, legato pure al fluire del tempo e allo scorrere delle stagioni. Banalmente si potrebbe pensare a una metafora della vita. Ma credo sia qualcosa di ancora più profondo. Chissà?”.

A fianco, da sinistra verso destra Rose, olio su tela con spatola, 2018. Le baptisie, olio su tela con spatola, 2019. Jesolo, Cavallino Treporti, olio su tela con spatola, 2020.

E le ballerine? “Costituiscono un’ulteriore evoluzione nelle mie tematiche: un soggetto che comunica un senso di leggerezza e leggiadria. Macchie di colore che sotto sotto, anche nelle forme, ricordano i miei amati fiori. Penso infatti che l’origine sia la stessa”. Oltre a quello espresso con la pittura, c’è un altro messaggio che Antonella tiene a lanciare ai bassanesi. Lo possiamo trovare nelle pagine del suo diario, del quale riproponiamo qui un breve stralcio. “Dopo tanti anni di lavoro a contatto con le persone, ne sentivo la nostalgia. Quest’esposizione è stato un regalo che ha portato gioia, emozione e felicità al mio cuore e - spero - anche a quello di chi ha potuto osservare le mie opere. Sicuramente s’è verificato uno scambio di energie positive […], è stato come trovare un tesoro di cordialità, accoglienza, semplicità e gioia. I pensieri vanno e vengono, ma le emozioni restano. E quanto ho provato in questa circostanza, lo porterò dentro di me per tutta la vita!”.

Qui sopra Violet, olio su tela con spatola, 2021. Collezione privata.

Antonella Contarin

Cell. 349 3153976 antonella.contarin5@gmail.com

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antonella.contarin



LA LAPPONIA E L’AURORA BOREALE Un’affascinante viaggio d’esplorazione nell’estremo Nord

Sì, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

A “caccia” di questo straordinario fenomeno ottico, tra safari con i cani da slitta ed escursioni alla scoperta delle antiche tradizioni dei Sami, l’ultima etnia indigena europea.

Dal 25 febbraio all’1 marzo 2022 Viaggio di 5 giorni

1° giorno - Venerdì 25 febbraio 2022 Milano - Menesjarvi Trasferimento in aeroporto a MilanoMalpensa e partenza con volo per la Lapponia. Arrivo nel tardo pomeriggio a Ivalo, incontro con la guida e trasferimento in hotel a Menesjarvi per la cena e il pernottamento. Questa location è fra le più richieste da gruppi di astronomi, fotografi e appassionati della natura: il lago, a pochi passi dall’hotel, è fra le migliori location d’Europa per l’osservazione dell’aurora boreale. In serata, passeggiando sul lago ghiacciato, si avrà una spettacolare visuale in caso di apparizione dell’aurora boreale. Per i nottambuli sarà a disposizione tutta la notte una kota (tipico edificio lappone) riscaldata dal fuoco.

2° giorno - Sabato 26 febbraio 2022 Safari con le motoslitte Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino, indossati i caschi, dopo un breve briefing si parte per il safari della durata di circa tre ore. Due persone su ogni motoslitta si alternano alla guida, per raggiungere l’isola su cui

è costruita una tipica tenda lappone di legno. Breve sosta per un camp lunch attorno al fuoco e proseguimento del safari attraversando laghi ghiacciati, tra scenari mozzafiato in una natura incontaminata dove frequenti sono gli incontri con le renne e animali selvatici. Rientro in albergo e tempo a disposizione per relax e sauna. In serata sul lago ghiacciato si attenderà la comparsa dell’aurora.

3° giorno - Domenica 27 febbraio 2022 I cani da slitta Pensione completa in hotel. Al mattino partenza in pullman per l’allevamento di cani da slitta. La giornata continua in stile “Jack London”. Dopo un briefing si parte per un safari di circa due ore nelle foreste, dove il silenzio è rotto solo dall’abbaiare dei cani. Dopo il safari, rientrati all’allevamento, il “Musher” responsabile dell’allevamento, spiega le caratteristiche e le tecniche di addestramento dei cani. Nel pomeriggio tempo a disposizione per relax e sauna. In serata sul lago ghiacciato si attenderà la comparsa dell’aurora. 4° giorno - Lunedì 28 febbraio 2022 la terra dei Sami Prima colazione e pernottamento in hotel. Al mattino partenza in pullman alla volta

del parco nazionale di Lemmenjoki dove si andrà a fare visita a una famiglia di allevatori di renne. Si avrà la possibilità di incontrare da vicino questi animali e di approfondire la loro conoscenza. Proseguimento per Inari e sosta di fronte a Sajos, l’edificio che ospita il parlamento dei Sami. Pranzo in ristorante. Cena nella tradizionale kota e serata a disposizione per le osservazioni.

Quota individuale di partecipazione Euro 1990,00

la quota comprende: - i trasferimenti da e per gli aeroporti; - voli in classe economica; - tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 31/10/2021; - sistemazione in hotel in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma; - la guida in italiano per tutto il tour; - l’equipaggiamento termico per tutto il soggiorno; - le escursioni come da programma; - l’assicurazione annullamento e medico bagaglio. la quota non comprende: - le bevande; - le camere singole (suppl. di euro 220,00); - le mance e gli extra in genere. All’iscrizione acconto di euro 500,00

5° giorno - Martedì 1 marzo 2022 Ivalo - Milano Prima colazione in hotel. In tempo utile trasferimento all’aeroporto di Ivalo e partenza del volo per Milano. Arrivo e trasferimento alle località di origine.

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Agli Uffizi una mostra particolare e un tema tutto nuovo

A misura di bambino Crescere nell’antica Roma

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana L’uomo è più vicino a se stesso quando raggiunge la serietà di un bambino intento nel gioco.

Oltre trenta opere, fra sculture di divinità rappresentate nella loro infanzia, “action figures”, giochi e giocattoli: tutto è esposto ad altezza di bimbo per favorire i visitatori più piccoli. Aperta fino al 24 aprile, la rassegna costituisce anche una bella occasione per vedere le nuove Sale del museo.

Eraclito

È sempre bello tornare agli Uffizi e trascorrere una giornata avvolti nell’atmosfera intensa di tutto ciò che offrono, percorrerne gli ampi corridoi, magistralmente illuminati dalle grandissime vetrate, e capire che niente è fuori posto. Tutto è stato studiato con brillanti soluzioni dall’abile ingegno del Vasari, e poi completato dall’opera del Buontalenti. Ancor oggi, come accade ogni anno, gli Uffizi si rinnovano con sale e allestimenti tutti da scoprire e ammirare. Come, per esempio, le nuove Sale del Cinquecento fiorentino, emiliano e romano, che si sviluppano al primo piano delle Gallerie. Sicuramente Cosimo Primo de’ Medici, e con lui Francesco Primo, sarebbero soddisfattissimi di vedere come i loro uffici amministrativi

Qui sopra Una delle sale della mostra.

In basso Alcuni giocattoli utilizzati dai bambini ai tempi dell’antica Roma.

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raccolgano oggi molte fra le opere più importanti al mondo. Non c’è un solo posto dove l’occhio non venga attratto da ciò che lo circonda: dai celeberrimi quadri, esposti scenograficamente, ai grandi soffitti affrescati e alle finestre rivolte verso l’Arno e la Firenze più antica e bella. Adesso c’è un’occasione da non perdere per rivedere gli Uffizi e scoprire le nuove Sale, ma anche per consentire ai giovanissimi di godere di un approccio più corretto e coinvolgente all’arte. Eh sì, è proprio così! Perché fino ad aprile è possibile visitare una mostra davvero molto particolare: “A misura di bambino. Crescere nell’antica Roma”. Si tratta infatti di sculture d’epoca romana che - fatto emozionante! rappresentano bambini dell’antica

capitale. Attraverso di esse si riesce a ripercorrere il passato e vedere come vivevano i più piccoli circa 2000 anni fa: dalla nascita alla scuola, al divertimento, al rapporto con gli animali... E, poi, come si pettinavano, come si vestivano e, soprattutto, come giocavano. A proposito, quali erano i loro giocattoli? Per esempio una statuetta da gladiatore, dotata pure di accessori componibili! Oltre trenta opere si susseguono nell’esposizione, con un allestimento ad altezza di bimbo, giusto per facilitare la visione ai piccoli, che possono così guardare negli occhi i loro antichi coetanei. Secondo il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, con questa mostra si mette in atto un coinvolgimento tra pari che attraversa la storia: i bambini dell’antica Roma parlano ai bambini di oggi con lo stesso linguaggio. Il percorso si conclude con un video che ci porta in un giardino dove alcuni bambini romani giocano fra loro. Un tema del tutto nuovo, dunque, che permette di ripercorrere alcuni significativi momenti di quotidianità infantile d’altri tempi. Una piacevolissima sosta per uno spuntino o una buona fetta di dolce nella magnifica terrazza del Caffè, all’interno della Galleria degli Uffizi, offre infine una spettacolare vista su Palazzo Vecchio! La mostra è aperta fino al 24 aprile 2022. Per gli orari di visita conviene consultare www.uffizi.it



Si è concluso con successo il partecipato Matching Day proposto all’Istituto “A. Scotton” di Bassano

ARTIGIANI

Le aziende del Sistema Legno-Arredo di Confartigianato faccia a faccia con i professionisti

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

L’incontro si è svolto lo scorso 13 novembre presso la scuola, con la visita ai vari laboratori.

Sopra, dall’alto verso il basso Due momenti dell’incontro all’Istituto Scotton, lo scorso 13 novembre. Riquadro in alto Il presidente Sandro Venzo. Qui sotto Un’immagine della scuola, al Centro Studi di Bassano.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Ventuno aziende del Settore Arredo, Serramenti, Finiture e Tappezzerie, assieme a dodici studi di architettura, sono state protagoniste a Bassano di un Matching Day, ovvero di una giornata di incontri per favorire nuovi contatti di business. Gli appuntamenti, fissati ogni 15 minuti a coppie appositamente abbinate in base alle caratteristiche professionali e alle richieste espresse nella scheda d’adesione, hanno permesso ai partecipanti di entrare in contatto con potenziali partner. Per le imprese si è trattato di una bella occasione per presentare le proprie capacità produttive e specializzazioni, mettendo in luce le produzioni eseguite e le soluzioni tecniche utilizzate. “La collaborazione con i professionisti - spiega Paola Zanotto, imprenditrice di Rosà e presidente provinciale della categoria Arredo di Confartigianato Vicenza - è uno dei nostri principali canali. Sempre più la richiesta è quella di avere a fianco figure tecnicamente in grado di proporre soluzioni su

misura, accorgimenti anche innovativi e pensati appositamente per chi progetta. Quello di cui necessitano i progettisti è infatti un partner che trovi soluzioni alle varie richieste, sempre più personalizzate, dei clienti. Le aziende artigiane sono realtà in grado di realizzare tutto ciò. Proprio per mettere in contatto questi due mondi è stato organizzato il Matching Day, perché è dagli incontri che scaturiscono iniziative che possono creare ottime opportunità per tutti”. Il settore del Legno-Arredo artigiano conta in provincia di Vicenza quasi 2200 attività, suddivise quasi equamente tra Legno-Arredo, Serramentisti e Tappezzieri. La zona del Bassanese vanta una antica tradizione nel comparto concentrando sul territorio quasi il 25% delle aziende, rispetto al totale provinciale. L’evento è iniziato con una visita ai laboratori di Falegnameria e Meccanica dell’Istituto Istruzione Superiore “A. Scotton” (sede di Bassano). Il dirigente scolastico

prof. Carmine Vegliante e i docenti del settore Arredo e Forniture d’Interni hanno illustrato i progetti e le attività scolastiche, puntualizzando la necessità di trovare costantemente collaborazione con figure imprenditoriali e professionali, in modo da corrispondere maggiormente alle esigenze del comparto. “L’indirizzo del Legno - ha commentato il prof. Vegliante è sempre stato un nostro fiore all’occhiello. Siamo dotati di attrezzature di tutto rispetto, ma quello che fa veramente la differenza è la passione dei nostri docenti che, anche nei momenti di maggior crisi, hanno continuato a credere nelle potenzialità dell’indirizzo, soprattutto in una zona come quella del Bassanese da sempre vocata alla lavorazione del legno. Iniziative come quella di oggi non fanno che sottolineare il valore che lo Scotton dà alle relazioni con il territorio, tanto preziose per il futuro lavorativo dei nostri studenti”. “Con questo tipo di iniziative - ha aggiunto il presidente mandamentale Sandro Venzo crescono le opportunità che Confartigianato offre ai propri associati. Non è il primo Matching Day (nel 2019 ne è stato organizzato uno per il settore Casa) e non sarà l’ultimo. Pensiamo sia importante fare incontrare le aziende, metterle in condizione di valutare l’opportunità di lavorare tra loro, anche coinvolgendo figure esterne, in questo caso i professionisti. Ci sarà modo quindi di organizzare altri eventi in futuro, magari con l’apporto di imprese di territori diversi”.



Un evento che segna la ripartenza delle grandi esposizioni a Vicenza

LA FABBRICA DEL RINASCIMENTO

PRIMO PIANO

di Antonio Minchio

Si ringrazia l’Uffico stampa di Marsilio Arte, e in particolare Giovanna Ambrosano, per la preziosa collaborazione.

Aperta fino al 18 aprile nella prestigiosa sede della Basilica Palladiana, la mostra è stata curata da Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Mattia Vinco. Significativa l’attenzione prestata alle modalità di creazione e alle connessioni fra architettura, pittura e scultura, ben rappresentate dalle opere di Palladio, Veronese, Vittoria e Jacopo Bassano.

Qui sopra Paolo Veronese, Unzione di Davide, 1555, olio su tela, Kunsthistorisches Museum, Vienna, Picture Gallery. Credit: © KHM-Museumsverband.

In basso Palma il Giovane, Ritratto di uomo, 1600-1610, Lent by Birmingham Museums Trust on behalf of Birmingham City Council.

Credit: © Photo by Birmingham Museums Trust, licensed under CC0.

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“Il Rinascimento italiano, specie quello più tardo, quando l’architettura obbediva soltanto alla fantasia e al piacere, ha qualche cosa di chimerico. Ma in nessun luogo, credo, come a Vicenza. [...] Accenno a Palladio e ai suoi scolari, al complesso fastoso di archi, logge, colonne. [...] Una piccola Roma, un’invenzione scenografica, sorge in un angolo del Veneto, in vista dei monti, dalla cultura svaporante in capriccio e dalla vanità patrizia d’un gruppo di signori di media potenza e scarso peso politico”: così scriveva Guido Piovene nel suo memorabile Viaggio in Italia. Un’opinione che a nostro avviso ben si presta a introdurre alcune rapide righe, interamente dedicate a La Fabbrica del Rinascimento. Processi creativi, mercato e produzione a Vicenza. Palladio, Veronese, Bassano, Vittoria. Questo il lunghissimo titolo della mostra allestita nel capoluogo berico, all’interno della Basilica Palladiana, e curata da Guido

Beltramini, Davide Gasparotto e Mattia Vinco. Aperta fino al prossimo 18 aprile, l’esposizione ricostruisce un trentennio di vita artistica a Vicenza: dal 1550, anno in cui Giacomo Chiericati commissionò a Palladio il progetto del suo palazzo, al 1585, quando venne ufficialmente inaugurato il Teatro Olimpico. Per l’occasione sono tornati in città, dopo diversi secoli, alcuni capolavori assoluti. Architettura, pittura e scultura si alternano lungo il percorso espositivo a libri, arazzi, tessuti e oggetti preziosi. Significativa l’attenzione prestata, forse per la prima volta in un evento di questo tipo, alle modalità di creazione e alle connessioni fra le tre arti, nella ricerca delle analogie e delle differenze: un viaggio a tutto campo all’interno di una fucina, rinascimentale, alimentata da idee e fantasia. Verso la metà del XVI secolo Vicenza figurava fra le aree

più dinamiche d’Europa per la produzione e il commercio della seta. Forte di una progressiva affermazione economica, la città poté divenire una piccola capitale della cultura, grazie anche alla lungimiranza di un’élite di nobili particolarmente preparati (uno per tutti, Giangiorgio Trissino) che seppe investire su alcuni giovani artisti: fra loro, Palladio, Veronese, Vittoria e Bassano. Legante e denominatore comune era la loro passione per quell’arte nuova che aspirava a nutrirsi delle conoscenze dei Classici, reinterpretandole, nata nella Roma di Michelangelo e Raffaello e poi definita da Giorgio Vasari “maniera moderna”. Un’arte che finì per scardinare i tradizionali modelli dominanti a Venezia e inaugurare una stagione straordinaria. La rassegna riunisce molti dei loro capolavori, oggi conservati nei più prestigiosi musei del mondo, e si propone anzitutto di indagare sui meccanismi di


creazione che li hanno generati, ponendoli all’interno del contesto originario e in relazione alla loro committenza. Non mancano i confronti tra i processi creativi propri di scultura, pittura e architettura, con l’individuazione di rilevanti analogie, per esempio nel metodo di lavoro di Veronese e Palladio. Molte opere, inoltre, figurano accostate ai modelli che le hanno ispirate, ai disegni e ai bozzetti che le hanno anticipate, alle riproduzioni dello stesso soggetto realizzate dall’artista. È insomma possibile entrare nelle botteghe degli artisti e ammirare un quadro e, contemporaneamente, le statue, i gessi e i disegni rappresentati nel dipinto stesso. È il caso dello splendido Ritratto di artista in bottega di Palma il Giovane, proveniente dalle collezioni del Birmingham Museums Trust. Una prospettiva nella quale s’inseriscono pure i due ritratti di Veronese di Livia Thiene e del marito Iseppo Porto accanto ai propri figli: grazie alla disponibilità degli Uffizi di

Firenze e del Walters Art Museum di Baltimora, per la prima volta dopo cinquecento anni i coniugi Porto si ritrovano “a casa” nella propria città, a poche centinaia di metri dal loro palladiano palazzo. Non a caso, accanto alle tele, è esposto proprio il disegno che il grande architetto eseguì per loro, oggi conservato al Royal Institute of British Architects di Londra. Qualcuno, giustamente, ha definito questa singolare reunion un “piccolo, splendido, cortocircuito della memoria”.

Altra ghiotta novità della mostra, che vanta un comitato scientifico internazionale, sono i due dipinti “gemelli” de L’Adorazione dei Magi di Jacopo Bassano, posti l’uno di fianco all’altro e provenienti dalle collezioni del Birmingham Museums Trust e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. Ma non è tutto: grazie alla collaborazione di un team di specialisti di storia economica, è possibile soffermarsi anche su aspetti che riguardano il valore pecuniario di questi capolavori.

La nascita del collezionismo e del mercato dell’arte modificò profondamente, in pieno XVI secolo, le modalità produttive delle botteghe. Il visitatore può così conoscere i prezzi delle opere, paragonandoli agli oggetti della vita quotidiana di allora. Le sorprese non mancano: uno dei dipinti più belli e originali del Cinquecento, i Due cani da caccia di Jacopo Bassano, (proveniente dal Louvre), valeva per esempio la metà di un paio di guanti ‘da signore’ e mille volte meno dei cristalli incisi di Valerio Belli (in prestito dai Musei Vaticani)!

Qui sopra, dall’alto verso il basso Jacopo Bassano, Adorazione dei Magi, 1560, The Henry Barber Trust, The Barber Institute of Fine Arts, University of Birmingham.

Credit: © The Henry Barber Trust, The Barber Institute of Fine Arts, University of Birmingham.

Jacopo Bassano, Adorazione dei Magi, 1555, olio su tela, Kunsthistorisches Museum, Vienna, Picture Gallery.

Credit: © KHM-Museumsverband.

Sopra al testo, da sinistra verso destra Paolo Veronese, Ritratto di Iseppo Porto con suo figlio Leonida, 1552, Gallerie degli Uffizi, Firenze.

Credit: © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. “Su concessione del Ministero della Cultura”.

Paolo Veronese, Ritratto di Livia Thiene con sua figlia Deidamia, 1552, olio su tela, The Walters Art Museum, Baltimore, Maryland, 37.541.

I curatori Guido Beltramini è direttore del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio. Davide Gasparotto, bassanese (Premio Cultura Città di Bassano 2021) è senior curator of paintings del J. Paul Getty Museum di Los Angeles. Mattia Vinco è ricercatore di Storia dell’arte moderna all’Università di Trento.

Credit: © The Walters Art Museum, Baltimore.

la fabbrica del Rinascimento Processi creativi, mercato e produzione a Vicenza. Palladio, Veronese, Bassano, Vittoria Basilica Palladiana, Vicenza 11 dicembre 2021- 18 aprile 2022 Prenotazioni e biglietteria Call center: tel. 0444 326418 biglietteria@mostreinbasilica.it www.mostreinbasilica.it

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Nel 2022 celebra la sua 40ª edizione

PREMIO CULTURA CATTOLICA Un percorso che ha toccato tutti i temi dell’esperienza umana

ANNIVERSARI

di Francesca Meneghetti e Andrea Mariotto

Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa

Il cattolico è la persona dell’ “et-et” e non dell’“aut-aut”, anche se tale sintesi può risultare talvolta difficile, perfino lacerante.

Ha portato a Bassano studiosi, giuristi, filosofi, mistici, educatori, teologi, artisti, scrittori... Un lungo elenco nel quale figura anche Joseph Ratzinger, poi divenuto pontefice. Nel 2021 l’importante riconoscimento è stato assegnato al francese Fabrice Hadjadj.

Pietro Parolin

Sopra, dall’alto verso il basso 8 novembre 2019: Flora Gualdani, ostetrica fondatrice di Casa Betlemme, riceve il Premio alla presenza di S.E. card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, di Paolo Foschini, giornalista del Corriere della Sera (a destra) e del prof. Lorenzo Ornaghi, presidente della Giuria (a sinistra). Il direttivo della Scuola di Cultura Cattolica con Antonia Arslan in visita all’isola di San Lazzaro degli Armeni (Venezia, 2 agosto 2020). A destra, nel testo Fabrice Hadjadj, scrittore e filosofo francese di origine tunisina, riceve il Premio Internazionale al merito della Cultura Cattolica (Bassano, 29 ottobre 2021).

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Era il 1981 quando a Bassano del Grappa nasceva la Scuola di Cultura Cattolica. I suoi fondatori avevano vissuto l’esperienza del Comune dei Giovani, nato sempre a Bassano nel 1962 dall’intuizione di don Didimo Mantiero, e - poiché l’appartenenza al Comune terminava con il compimento dei trent’anni - desideravano dare continuità in ambito culturale all’impegno che aveva animato gli anni della loro giovinezza. Educati dal sacerdote vicentino a coltivare la propria formazione, quegli stessi giovani decisero di alimentare da adulti una predisposizione a creare occasioni di riflessione e catechesi per tutti, guidati dal Magistero della Chiesa: fu così che nel 1981 sorse, appunto, la Scuola di Cultura Cattolica, probabilmente la più conosciuta tra le opere sorte dal carisma di don Didimo Mantiero, che prima del Comune dei Giovani nel 1941 a Santorso aveva fondato La Dieci, un gruppo di preghiera.

Dotata di una struttura organizzativa e di uno statuto, oggi la Scuola favorisce per l’intera città momenti di formazione e di approfondimento organico del messaggio cristiano e dei principi ideali che fondano la convivenza civile, per invitare i cattolici a una presenza attiva e consapevole nella società di oggi, attraverso la guida di insigni personalità. A partire dal 1983 la storia della Scuola si è arricchita del Premio Internazionale alla Cultura Cattolica, che nel 2022 celebrerà la sua 40ª edizione e che nel tempo ha portato ai piedi del Grappa i più illustri esponenti della cultura cattolica italiana e internazionale: grandi studiosi come Gianfranco Morra e Augusto Del Noce, giuristi come Sergio Cotta, mistici, educatori e teologi come don Divo Barsotti (di cui è stata recentemente avviata la causa di beatificazione), don Luigi Giussani, Joseph Ratzinger, esponenti del mondo delle arti come lo scultore della

Sagrada Familia Etsuro Sotoo, il maestro Riccardo Muti, la scrittrice Antonia Arslan e tantissimi altri testimoni eccellenti che hanno saputo - seguendo il richiamo di Giovanni Paolo II “fare della fede cultura”. Per celebrare l’occasione di questi primi quarant’anni di vita, inoltre, è stato svolto un articolato lavoro di recupero e di selezione di testi delle conferenze dei primi dieci anni, raccolti in un volume dato alle stampe dalle Edizioni Ares e che è stato presentato in occasione del recente Premio assegnato allo scrittore e filosofo Fabrice Hadjadj. Quello promosso dalla Scuola di Cultura Cattolica in quaranta anni di attività è un percorso che ha toccato tutti i temi dell’esperienza umana, con frequenti intersezioni con l’attualità: ripercorrere l’elenco degli argomenti toccati nelle conferenze, quindi, diventa anche un modo per ricostruire lo svolgersi del dibattito pubblico italiano nel tempo. Si è parlato di filosofia, antropologia, storia, morale, scienza, società, lavoro, educazione, sempre avendo come riferimento il Magistero e la Dottrina sociale della Chiesa. È un impegno duraturo che ha alla base la consapevolezza che il cristianesimo nulla toglie all’esperienza umana in tutti i suoi aspetti, ma è anzi in grado di valorizzare e mettere in luce tutto ciò che c’è di buono.



“La nemesi. Ipoteca sull’immortalità”

Il CENACOlO

Dmitri Aleksàndrovič Bystrolëtov-Tolstoj (1901-1975)

di Chiara Ferronato

SPY STORY

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Scrivere per “spiare” la propria vita, spiegarne i segreti, i silenzi sottaciuti per dovere, o semplicemente per sopravvivere e sfidare il gelo dei gulag, l’esistenza ridotta a poche parole indistinte, a frammentarie testimonianze di una realtà cancellata, ma indimenticabile. Questa l’opera della spia russa Dmitri Aleksàndrovič Bystrolëtov-Tolstoj, un lontano ramo di discendenza da leone Tolstoj (giustificato dal cognome paterno), personaggio nel personaggio all’interno della sua trilogia “Il banchetto degli immortali”, mai pubblicata in Russia negli anni in cui nulla veniva sottoposto al giudizio, alla verità, tanto che

1 - IN ChE MODO SONO MORTO

Alberto Zisa, che ama definirsi “siciliano di lingua veneta”, è nato a Bassano del Grappa. Di professione chirurgo, si è dedicato fin dalla giovane età alla musica e alle lingue straniere, attirato in particolare dalle loro diverse musicalità. Da trent’anni è responsabile dell’Associazione Amici delle Musica della sua città. Appassionato di letteratura e cultore della lingua russa, ha “scoperto” l’opera di Dmitri Aleksàndrovič Bystrolëtov-Tolstoj, di cui esiste solamente l’edizione russa curata dal nipote dell’autore, Sergej Milašov. La traduzione italiana di Alberto Zisa è dunque la prima a essere pubblicata al di fuori del territorio dell’ex Unione Sovietica. Sotto La copertina del volume La nemesi. Ipoteca sull’immortalità.

E allora... sia lode a te, o Peste! A. S. Puškin

«Svegliati, caro, ci sono loro, sono arrivati...» Non occorse che sollevassi il capo dal cuscino per rendermi conto subito di tutto: i grandi occhi lucidi sul viso dal pallore mortale di mia moglie e due uomini in berretto con visiera, mantello dell’uniforme senza mostrine, e dietro, a distanza, come in una nebbia, il resto: allo stipite della porta, a testa bassa, si stringeva una giovane signorina, la nostra nuova upravdom e, accanto a lei, sbadigliava rumorosamente l’attempato portinaio, pieno di sonno... «Dove sta la pistola? Allora?» sottovoce domandarono quelli all’unisono. «Nel fodero. Là, sullo scaffale dei libri.» I due scattarono a prendere la mia pistola. Uno dei due se la ficcò in tasca. La fondina la gettò a terra. Entrambi tirarono un respiro di sollievo, poggiando le mani sui fianchi, da vincitori. «Si alzi. Si vesta, svelto!» Mi alzai e cominciai a vestirmi. La signorina sulla soglia era immobile e non alzava la testa; il portinaio continuava a sbadigliare coprendosi la bocca con la mana tatuata; loro stavano in piedi accanto al tavolo, in attesa, uno dei due con un foglio di carta in mano. Non guardavo mia moglie: mi era insopportabilmente doloroso vedere quegli occhi pieni di lacrime e quelle

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ogni sussurro si disperdesse nella non-esistenza: il tempo, in ogni dittatura, ha una sorta di circolazione menzognera nella realtà inquisitoria del suo essere. Editi, prima come raccolta di brani, poi, nella loro completezza, solo nel 2012, i libri di memorie, undici, separati da titoli diversi, escono dall’isolamento, affiorano dove ci sono libri, dove c’è chi li cerca. Alberto zisa li scopre così: lui conosce il russo, inizia a tradurre “la nemesi”. È la prima traduzione italiana pubblicata oltre la nomenclatura di divieti e paure, parole uscite dall’ombra, rivestite di scrittura e di suoni. Chiara Ferronato

labbra, bianche, tremanti. Rabbrividendo si stringeva nella sua vestaglia leggera. «Non piangere, Iola, ti prego» le sussurrai. «Non temere, caro. Tengo duro.» Minuti di silenzio, da incenerire. Impossibili da tradurre in parole. Uno fece un passo avanti. «Ecco qui l’ordinanza di perquisizione e di arresto. Firmi.» Firmai senza guardare. Mi ricordo solo della data: 18 settembre 1938. Mi sedetti su una sedia accanto al tavolo. Mia moglie, in piedi dietro di me, mi pose le mani tremanti sulle spalle. Quelli velocemente, senza rumore e muovendosi da esperti, incominciarono a svuotare armadi, tavoli, scaffali. I documenti li accatastavano sul tavolo, le altre cose le buttavano sul pavimento, in un angolo della stanza. «Sono solo vecchie lettere di mia madre» pronunciai a fatica, cercando con tutte le mie forze di parlare con pacatezza, quando uno trovò due pacchetti e li depose suI tavolo. «Ora servono a noi! So io, quel che faccio.» Ero vissuto all’estero dal ’20 al ’37, ricevevo un assegno consistente e, dato il genere di lavoro, era indispensabile che andassi ben vestito. Mia moglie era nata all’estero e aveva lavorato con me. Tuttavia nessuno di noi due faceva “il rigattiere”, e la perquisizione si concluse in quindici minuti. Dopo di che uno si recò con mia moglie nell’ingresso, scelse dall’at-


taccapanni i miei soprabiti invernali e li gettò nell’angolo, sul pavimento, nel mucchio formatosi. Da questo capii che tutto quello che avevano accumulato lì era destinato alla requisizione. «Cosa sono tutte quelle cornici nel corridoio e nella stanza piccola?» «Sono i miei quadri. Li ho portati con me dall’estero. Al principio dell’inverno mi è stata promessa una mostra personale. Io sono membro dell’Unione degli Artisti Sovietici.» «D’accordo. Dobbiamo portar via tutto, Mikheev. Senti tu, portinaio, qua, dacci una mano!» Alla svelta e senza far rumore trascinarono i quadri nella mia stanza sistemandoli in tre alte cataste sul pavimento. «Fate più attenzione! Non rovinate le tele!» non potei trattenermi. Uno mi guardò di sbieco e storse la bocca. Nessuno dei due rispose. Poi il più giovane domandò: «Compagno capo, la di lui madre sta dormendo nell’altra stanza; devo svegliarla?» «Va be’, lascia, non la disturbare. E lei» si rivolse a mia moglie «svelta e senza far rumore si porti via da qua Ie sue cose personali. Ora procederemo a sigillare questa stanza. Ehi, dove vuol portare quella macchina da scrivere?» «È mia, personale. Mio marito non l’adopera!» «Niente discussioni! La rimetta là, nel mucchio!» Quindi, sedendosi al tavolo, mi porse la ricevuta per l’orologio, il portasigarette, l’anello, i gemelli. «Cos’è che ha messo nel formulario, che significa questo: “ ... di metallo giallo”? È oro!» protestai. «Noi non ci portiamo dietro il laboratorio. Ci regoliamo a occhio. È sufficiente anche così.» Si alzò, «Andiamo!» Ma l’altro aveva notato in mezzo ai libri gli album con le fotografie da me fatte in Africa, Europa e America: circa un tremila ottime foto raccolte nel corso di diciott’anni di viaggi per il mondo. «Ehi, ehi, senti un po’, guarda qua: ve’, ragazze nude! E quante! Ah? Andiamo bene, no?!» entrambi si sedettero al tavolo e si immersero negli album. L’ Africa richiamava evidentemente la loro attenzione. I testimoni in piedi cadevano dal sonno accanto alla porta. Mia moglie furtivamente mi accarezzava Ie spalle e la testa. «Uh guarda qua, non si fa mancare niente lui... No, non questa, quella lì, in fondo...» «Mmm, sì... guarda che nere!... una quantità!... » Passò ancora un’ora.

«Eh, se le mandassero anche le nostre in giro così per Mosca!» «Ah, ah! Senti un po’, magari la nostra Glaška...» «Quale Glaška?... » «Ma la Glaška, quella del buffet!» «Hi hi hi! Sarebbe bello! Hi hi!» Passò un’altra ora. Mia moglie, svelta e silenziosa, trasferì dalla stanza nella cucina tutte e due le macchine da scrivere, quella russa e quella straniera, le varie macchine fotografiche, i vari binocoli e molto altro ancora. Riempì per me una federa con biancheria e cibarie. Quindi sentii di nuovo sulle spalle il contatto leggero delle sue mani e io, alzando le mie, posai i palmi sopra di quelle. Tacevamo. Non era necessario parlare: il turbinio di pensieri e di sentimenti che vorticava furiosamente ci si trasmetteva reciprocamente attraverso le dita. Avevamo semplicemente dimenticato le parole. Sembravano del tutto superflue. D’un tratto, sbirciando dalla finestra, essi saltarono su: la notte stava finendo, presto sarebbe cominciato ad albeggiare. «‘Ste foto le sequestriamo. Tenere in casa questa, come si chiama... questa parnaghrafia non è permesso!» Si scambiarono un’occhiata, mettendosi gli album sotto braccio. Nel corridoio socchiusi la porta che dava sull’altra stanza e intravvidi la spalla e il braccio di mia madre che dormiva serenamente. Devo gettarmi in ginocchio davanti al suo letto? … o magari solo da qui, dalla soglia... «... Non è permesso...» sorrisi dentro di me e uscii sul pianerottolo. Qui solo per la seconda volta in tutta quella mattina mia moglie e io ci guardammo negli occhi. Dio mio, che occhi... terribili, pieni di amore, disperazione, sperduti... rabbrividii. Precipitosamente le baciai la mano. «Senti un po’, muoviti. E’ già mattina» ambedue mi spinsero alle spalle. «Iola, ti ringrazio di tutto...» Mi diressi verso la macchina, tirandomi dietro il fagotto preparato da mia moglie. Improvvisamente ella corse verso di noi. «Ecco..., to’, questo fazzoletto... Tienilo per ricordo...» Si tolse di testa il fazzoletto e me lo avvolse al collo. Due mani robuste mi spinsero alle spalle. Un altro, ultimo sguardo di quei due grandi occhi terrorizzati... e niente più. Cominciava una nuova vita.

Dmitri Aleksàndrovič BystrolëtovTolstoj (1901-1975) è stato una delle più importanti spie russe nel periodo tra le due guerre mondiali. Dopo la rivoluzione del 1917 fu reclutato dalla Čeka, la polizia segreta russa, e inviato in Cecoslovacchia. Richiamato in patria, nel 1938 fu vittima delle “purghe” staliniane, sottoposto a interrogatori e torture e condannato a 20 anni di prigionia nei gulag. Rilasciato nel 1954, continuò a scrivere le sue memorie, già iniziate durante gli anni della prigionia, sotto forma di una corposa trilogia dal titolo Il banchetto degli immortali, disponendo che la prima edizione di quest’opera dovesse essere pubblicata in Russia, cosa che fu impossibile per quasi 40 anni. Nel 1993 il nipote Sergej Milašov pubblicò una raccolta di brani scelti e soltanto nel 2012 l’intera opera a Mosca.

Venerdì 18 febbraio 2021, ore 18 Salone degli Affreschi di Palazzo Roberti Via Jacopo da Ponte, 34 in Bassano

Presentazione del libro la nemesi. Ipoteca sull’immortalità di Dmitri A. Bystrolëtov-Tolstoj Relatori Alberto Zisa, Chiara Ferronato, Lorenzo Parolin Al pianoforte Alberto Brunetti Musiche Scriabin, Rachmaninov: Preludi

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Sembra che questa antichissima tecnica abbia visto la luce tra il 6000 e il 4000 a.C. con la creazione dei primi abiti...

di Federica Augusta Rossi

Non a caso di fili tessuti e disfatti, oppure semplicemente dipanati, sono stati tramandati miti e leggende che arricchiscono tuttora il nostro linguaggio e il nostro immaginario.

Qui sotto Maestro Bertram (1340-1415), La visita degli Angeli, tempera su legno di quercia, 1390-1415 circa. Dalla pala d’altare dalla Chiesa di San Pietro a Buxtehude. Amburgo, Galleria d’arte.

ESERCIzI DI STIlE

IL LAVORO A MAGLIA Una tradizione inossidabile Dall’antico Egitto alle ultime Olimpiadi di Tokyo, passando per la Rivoluzione francese, la Seconda Guerra Mondiale e il Sessantotto. Sembrerà improbabile, ma c’è qualcosa che unisce tempi, luoghi e avvenimenti così diversi e distanti tra loro. È il cosiddetto lavoro ai ferri: un filo, di lana o cotone, intrecciato con perizia, pazienza e fantasia per creare o rattoppare indumenti o per realizzare astucci per medaglie e persino fasce colorate che avvolgono alberi, oggetti e monumenti in luoghi pubblici. In tanti ricorderanno Tokyo 2020 e Tom Daley, il tuffatore britannico vincitore dell’oro olimpico, ripreso dalle telecamere in mondovisione mentre in tribuna lavorava all’uncinetto. Un metodo eccellente per allentare la tensione che grava sempre sui campioni e, nel suo caso, anche per fare beneficenza. Sul profilo instagram personale, infatti, l’atleta mette all’asta le sue realizzazioni per raccogliere fondi a sostegno della lotta contro il tumore al cervello. Ma come è nata e si è sviluppata questa tecnica che al fine pratico unisce anche una non meno importante funzione rilassante? Il viaggio del lavoro a maglia sembra sia iniziato tra il 6000 e il 4000 a.C. quando, in modo assai rudimentale, venivano creati i primi abiti. Ma per trovare la prima testimonianza bisogna risalire fino al IV secolo a.C., data di realizzazione di Kore n. 670, statua greca custodita nel Museo del Partenone ad Atene. Rappresenta una donna con una veste realizzata con il punto a coste, ottenuto alternando punti dritti e punti rovesci, riprodotto con abilità dal “ferro” dello scultore. Mentre uno dei primi

dipinti in cui appare una donna intenta a lavorare a maglia risale al 1400. Conservato nella Galleria d’Arte di Amburgo, ritrae la Madonna mentre, utilizzando i ferri circolari, realizza una tunica per Gesù Bambino. Come sempre, tecniche e strumenti si sono evoluti nel corso dei secoli e la lavorazione ai ferri o all’uncinetto, da attività principalmente maschile, è successivamente diventata appannaggio femminile. Dal Medioevo e dal Rinascimento, epoche in cui vigevano le corporazioni dei lavoratori dell’arte della lana, si è arrivati alle tricoteuses della Rivoluzione francese. Oggi suscita raccapriccio, ma erano molte le donne che sferruzzavano mentre, assiepate ai bordi del patibolo, assistevano alle varie decapitazioni. Con la Prima Guerra Mondiale il tricottare diventa una vera e propria attività a sostegno degli uomini al fronte. Furono numerose infatti le donne impegnate a realizzare o rattoppare indumenti caldi da spedire ai soldati. Durante il secondo conflitto, come riporta l’economista Loretta Napoleoni nel suo interessante saggio “Sul filo di lana”, alcune magliaie divennero addirittura spie. Sembra infatti che ferri, punti e filati all’occorrenza fossero utilizzati per lanciare messaggi in codice. Dalle informazioni cifrate ad azioni di personalizzazione e di recupero espresse in luoghi pubblici. Sono i più recenti yarn bombing o urban knittering, forme di arte di strada consistenti nel rivestire alberi, oggetti o monumenti con coloratissimi lavori a maglia o a uncinetto. Se ne sono visti alcuni esempi anche a Bassano.

Di fili tessuti e disfatti o semplicemente dipanati l’antichità ci ha consegnato miti che tuttora arricchiscono il nostro linguaggio e il nostro immaginario. Per quel che riguarda invece il più recente lavoro ai ferri o all’uncinetto, va sicuramente riconosciuto un grande pregio: la capacità di rilassare chi lo pratica consentendogli contestualmente di intrattenere conversazioni o dedicarsi all’ascolto di musica. Ma non è da sottovalutare nemmeno l’aspetto simbolico: quando accade di sbagliare un punto, è necessario tornare indietro e rifarlo. Ogni punto, nel suo piccolo, è indispensabile e ogni errore è riparabile.

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Kore n. 670, marmo di Paro, 520-500 a.C. circa. Atene, Museo dell’Acropoli.


Fino agli anni ’70 vantava una grande produzione, ma con una modesta capacità di vinificazione. Poi tutto è cambiato. In meglio

lE TERRE DEl VINO

I vini della Basilicata (1 parte)

di Alberto Calsamiglia

a

Da questo numero la rubrica è curata da Alberto Calsamiglia, bassanese di origini liguri e austriache. Professionista serio e apprezzato, è un appassionato cultore della materia. Siamo certi che il prof. D’Antonio approverebbe sicuramente il passaggio di testimone.

La Basilicata, nota anche come Lucania, sua denominazione ufficiale dal 1932 al 1947, è una splendida terra bagnata da due mari (Ionio e Tirreno), dominata dal Vulture, un vulcano spento da 130.000 anni e dalle piccole Dolomiti Lucane, cuore dell’omonimo parco naturale e così chiamate per la somiglianza morfologica con le più famose nostre montagne. Cime scoscese con guglie acuminate intorno ai 1000 metri s.l.m. tra cui la “Costa di San Martino” somigliante alle famose Pale trentine. Infine Matera, la “Città dei sassi” o “Città sotterranea”, patrimonio dell’Umanità Unesco dal 1993 (primo sito in Italia meridionale a ottenere tale riconoscimento). In questa regione esistono tracce di coltivazione della vite risalenti a ben 1200 anni avanti Cristo, quando le prime popolazioni italiche, ovvero i Lucani e gli Enotri, abitavano il sud della Penisola italica, detta appunto Enotria dagli storici per la bontà del suo vino. Tra l’VIII e il VII sec.a.C. i greci

Alberto Calsamiglia, nuovo curatore di questa apprezzata rubrica.

In alto, foto grande Vigneti di Aglianico del Vulture in Basilicata: un vino annoverato tra i migliori rossi d’Italia.

A fianco Una bottiglia di Aglianico del Vulture Doc La Firma delle Cantine del Notaio. Vino di carattere, si accompagna preferibilmente a carni arrosto, selvaggina e formaggi stagionati. Info: Enogastronomia Baggio, Bassano.

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fecero della regione un nodo strategico di comunicazione e di commercio. A loro si deve infatti l’inserimento di nuove varietà e di modifiche nella coltivazione della vite. Di straordinario interesse, a tale riguardo, sono le Tavole di Heraclea (conservate nel Museo Archeologico di Napoli) che descrivono minuziosamente il territorio agrario intorno al tempio di Atena a Eraclea (presso Matera), ove si possono individuare ben 24 campi coltivati a vite. Plinio,Virgilio e Marziale raccontano di una viticultura qui viva e ricca fin dal VI secolo a.C. Il vino prodotto, l’Aglianico del Vulture, veniva utilizzato in grandi quantità per la preparazione del Falerno, vino celebrato anche dal grande Orazio, nato proprio a Venosa, città lucana del Vulture. Ovunque si trovano testimonianze e documenti dell’allora Magna Grecia che certificano l’ottima qualità dei vini. Con Quinto Orazio Flacco (65-8 a.C.) tornano subito le liceali memorie del Carpe diem: “Tu non domandare - è un male

saperlo - quale sia l’ultimo giorno che gli dei, Leuconoe, hanno dato a te e a me, e non tentare gli oroscopi di Babilonia. Quanto è meglio accettare qualunque cosa verrà! Sia che sia questo inverno - che ora stanca il mare Tirreno sulle opposte scogliere - l’ultimo che Giove ti ha concesso, sia che te ne abbia concessi ancora parecchi, sii saggia, filtra il vino e riduci le eccessive speranze, perché breve è il cammino che ci viene concesso. Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani”.

I versi di Orazio sono certamente un inno all’amata bevanda che è invocata da lui per celebrare solennemente, in solitudine o compagnia, ogni evento, per raccontarci la verità e anche per accettarla. Di questo vino, Orazio dà una testimonianza diretta, ma sono molti i vini di prestigio della sua epoca, quella di Augusto e Mecenate. Di umili origini (il padre era un liberto), Orazio riesce a studiare a Roma e a imporsi con la sua arte poetica, componendo le Odi, i Carmina Saecularae e le Epistole (e tanto altro ancora) di cui resta sempre e comunque il lapidario motto “Carpe diem”, che non è solo la banale conclusione di cogliere l’attimo! Da buon epicureo, egli conosceva le delizie della tavola; altrettanto noto è infatti il suo “Nunc est bibendum”, con il quale invita tutti a un favoloso brindisi con il vino.


“Qui le vigne sono grandi perché c’è il tufo che allatta la pianta”: questa è la convinta e costante affermazione dei vecchi viticoltori. È vero, infatti: cenere, lapilli, lava, sedimenti vari del vecchio Vulture hanno reso i terreni tufacei e quindi particolarmente adatti alla viticultura, come hanno ben intuito i coloni della Magna Grecia 2700 anni fa. Eppure, fino agli anni Settanta la Basilicata è sempre stata una terra di grandissima produzione, ma di modesta capacità di vinificazione. Si lavoravano, allora, oltre 15.000 ettari, oggi ridotti a circa 1.500; era una coltivazione divisa tra infinite famiglie che, tolto il consumo personale, portavano le uve ai mediatori, i quali le destinavano ai mercati del nord per tagliare vini di minore gradazione alcolica. Furono tali sensali che decisero negli anni ’60/’80 di stabilirsi in questa terra e di cominciare a produrre direttamente il proprio vino. Nacquero allora prestigiosi vini: - Aglianico del Vulture Superiore Docg - Aglianico del Vulture Doc - Grottino di Roccanova Doc - Matera Doc - Terre Dell’Alta Val d’Agri Doc - Basilicata Igt L’etichettatura di vino Doc è arrivata da queste tre principali aree: Materano, Val d’Agri e campagne tra Roccanova, Sant’Arcangelo e Castronuovo. Gli incentivi al mondo agricolo hanno trovato la massima espressione nella produzione dell’Aglianico, vino che ha posto la regione all’attenzione del mondo enologico nazionale e internazionale. Si espande quindi la viticultura nei territori che circondano la città di Orazio e che attualmente conta la maggior superficie vitata. Basti pensare che trenta anni fa c’era una decina di cantine nel Vulture; oggi sono invece un’ottantina. Ci si è così tanto concentrati sull’Aglianico da ot-

tenere nel 2011 la denominazione di origine controllata e garantita (Docg) per l’Aglianico del Vulture Superiore. Il vino, che deve fare un invecchiamento minimo di tre anni, di cui almeno uno in botte e uno in bottiglia, ha un colore rosso rubino più o meno intenso o granato vivace, con riflesso arancione dopo l’invecchiamento; il suo profumo è delicato, vinoso e il sapore asciutto, sapido, fresco, armonico e giustamente tannico. 13,5 % è il suo titolo alcolometrico. Tra i vignaioli che hanno scavato nella roccia tufacea, andando a cercare le condizioni termiche ideali dove far maturare il proprio vino, spiccano le Cantine del Notaio. Tra le prime, esse hanno intuito come la forza alcolica e la struttura tannica permettessero all’Aglianico di invecchiare egregiamente e hanno quindi valorizzato le tradizioni culturali del territorio, recuperando le antiche grotte utilizzate dai Padri Francescani e risalenti al 1600. Questi antri naturali vulcanici, grazie a un equilibrio perfetto di temperatura, umidità costante e ventilazione, garantiscono condizioni eccezionali di affinamento del vino, che vi riposa all’interno di barriques di rovere. Le grotte, collegate tra di loro, si diramano nel sottosuolo di Rionero in Vulture, creando un percorso sotterraneo di grande fascino. Rionero ha 1250 cantine nel sottosuolo, scavate sotto le case e le strade. Si racconta che anche Carmine Crocco, qui nato il 5 giugno 1830, ne possedesse una. Crocco detto “il Napoleone dei briganti”, fu il capo leggendario ed efferato del brigantaggio lucano post-unitario. Dopo un’esperienza quadriennale nell’esercito di Ferdinando Il di Borbone, conclusasi con la diserzione, egli costituì una banda armata che spadroneggiò nel territorio. Arrestato dai Borbonici nel 1855, riuscì a evadere quattro anni dopo.

Sperando nell’amnistia, aderì ai moti insurrezionali del 1860, unendosi all’esercito garibaldino e seguendolo fino a Napoli. Non riuscì però a ottenere sconti di pena; fu arrestato, per poi evadere nuovamente di prigione grazie all’aiuto dei filoborbonici. Creò allora un piccolo esercito di oltre 2000 volontari, reclutando nullatenenti, ex militari del regno borbonico e tanti banditi comuni. Dichiarando decaduta l’autorità sabauda, riprese a tiranneggiare il territorio. Riuscì a conquistare diversi paesi del Vulture, venendo generalmente ben accolto dalla popolazione; ad Acinello ottenne una vittoria su un reparto di bersaglieri affiancato dalle guardie nazionali. In seguito tornò ad azioni di autentico banditismo. Nel 1864, dopo una lunga serie di disfatte e con i pochi uomini rimasti, si recò a Roma per cercare l’aiuto di Pio IX, ma la gendarmeria del Papa lo arrestò. Nel 1870, passata Roma sotto lo Stato italiano, Crocco fu processato e condannato a morte nel 1872, pena commutata ai lavori forzati. Si spense nel 1905. La storia enologica si sposta invece nel Materano per conoscere il Matera (vino Doc dal 2005). È coltivato nel territorio che va da Irsina a Nuova Siri, da Accettura alla costa Ionica, dove il Primitivo primeggia e si mescola con Aglianico e Sangiovese. Anche qui le antiche tradizioni elleniche sono state documentate dall’Ovo di Elena, scoperto mentre si metteva a dimora proprio un vigneto a Metaponto. Si tratta di una piccola scultura risalente al V sec a.C., raffigurante un uovo semiaperto dal quale fuoriesce Elena di Troia, come narra la leggenda ripresa anche dal Canova, che nel 1811 plasmò nel marmo la meravigliosa testa di Elena con un mezzo guscio d’uovo sul capo (oggi conservata all’Ermitage di San Pietroburgo).

Qui sopra William-Adolphe Bouguereau, Baccante, olio su tela, 1894. Collezione privata.

Qui sopra Carmine Crocco (1830-1905), noto brigante, fra i più rappresentativi del nostro Risorgimento. Fu il capo indiscusso delle bande del Vulture.

> Continua nel prossimo numero

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Come rendere una casa accogliente e armoniosa, analizzando la “percezione cromatica” e il carattere di chi la occupa

SfuMATuRE

ARREDARE SECONDO LA PERSONALITÀ DEI COLORI

di Micaela Bizzotto Interior designer, pittrice intuitiva e color coach

Non è semplice capire e nemmeno necessario condividere questa particolare visione, a metà strada fra la filosofia, la psicologia e la conoscenza dello spettro elettromagnetico. Tuttavia le immagini qui proposte costituiscono un buon (e intrigante) esempio da guardare con curiosità.

Il colore è un potere che influenza direttamente l’anima. Wassily Kandinsky

ROSSA

ARANCIONE

ARANCIONE

In queste pagine Alcuni significativi esempi di arredamenti, studiati secondo le diverse “personalità cromatiche” (reperiti nella rete). Qui sotto Micaela Bizzotto nel suo atelier.

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Nell’articolo precedente abbiamo spiegato come il colore abbia il potere di trasformare le persone e le città... cambiando addirittura l’economia di un Paese oppure dando un senso di protezione e di gioia. Non a caso l’uomo è da sempre attratto dal colore, con il quale ha - per così dire la necessità di “nutrire” la vista. Sembra addirittura che siamo in grado di distinguere ben sette milioni di diverse sfumature! Il pittore tedesco Johannes Itten ebbe modo di dire che il colore è vita e che un mondo senza colori ci appare morto. Un’affermazione che conferma la natura del colore, inteso come una forma di energia resa visibile. Ogni colore ha infatti un preciso carattere, che ognuno di noi può percepire come vicino alla propria personalità. Attraverso una particolare mappa, che funziona come una sorta di bussola, è possibile comprendere i requisiti dei colori con i quali ci sentiamo in sintonia. Tale mappa prende in considerazione i sette colori dell’arcobaleno e ci aiuta a individuare quali sono in grado

ROSSA

di equilibrare le nostre energie. Con la conseguenza che è possibile armonizzare gli ambienti in cui viviamo e quelli dove lavoriamo al fine di migliorare così la qualità della nostra vita. Vediamo dunque di esaminare, liberamente e senza preconcetti, la relazione fra questi sette colori e le corrispondenti personalità, rapportandoci per ora solo all’ambito delle mura domestiche.

Personalità ROSSA La casa ideale per chi, in base al carattere, viene associato al colore rosso, si distingue per l’uso del legno, la semplicità e la praticità dell’arredamento, con un occhio di riguardo alla funzionalità. Dovrà avere un aspetto “solido”, che trasmetta sicurezza. È adatta quindi a persone molto pratiche e fisicamente prestanti, che amano elementi squadrati e grandi vetrate, aperte su panorami naturali. Un caminetto e pochi fronzoli per gente determinata e concreta. Personalità ARANCIONE Chi ama questo colore detesta la scontatezza e si distingue invece

per la vivacità e l’estro. Menti eclettiche che sanno coordinare stili e colori, pronte ad accogliere amici per cene ed eventi. Persone creative, dalla casa colorata, ricca di abbinamenti e aperta agli ospiti. Personalità GIALLA Le persone accomunate a questo sgargiante colore prediligono un arredamento di tendenza, ma non particolarmente costoso: una casa che risulti luminosa, pratica, semplice e, allo stesso tempo, spaziosa e funzionale. Ogni scelta viene affrontata con razionalità, seguendo sempre la logica.

Personalità VERDE In questo caso è una sensibilità decisamente romantica a orientare la scelta dell’arredamento verso uno stile shabby o tradizionale, dove respirare il sapore della famiglia. Molte piante, vecchie foto e oggetti che rimandino a determinati ricordi. Una casa che non sempre trasmette ordine, ma comunque accogliente. I suoi occupanti sentono forte il legame con la natura, sono molto generosi e legati alle tradizioni.


GIAllA

VERDE

SfuMATuRE

Blu

INDACO

GIAllA

VERDE

Blu INDACO

Personalità BLU Entrando nella casa di quanti si associano al colore blu si colgono raffinatezza, eleganza e buon gusto. Grandi spazi, che si tratti sia di moderni “open space” sia di case d’epoca. Non mancano elementi di design, essendo il blu il colore della comunicazione e dell’autorevolezza. Caratteristiche che si rispecchiano in ambienti di effetto, dove non mancano pezzi d’arredo di tendenza.

Personalità INDACO È la casa di chi ama circondarsi di simboli ispirati ad archetipi. Un’abitazione originale, connessa con il cielo, soprattutto quello della notte, illuminato dalle stelle. L’arredamento è impreziosito da oggetti artigianali, vintage, folcloristici o d’antiquariato. Persone che amano ambienti dalla luce soffusa e ricchi d’atmosfera. Personalità VIOLA Questo colore rispecchia per eccellenza il carattere spirituale di chi ha una visione d’insieme delle cose. Persone che sanno scegliere con cura gli oggetti, appena li vedono, e che tendono a creare ambienti “sensoriali”:

una casa in funzione dei propri bisogni, anche con immagini sacre e cultuali acquistate durante i viaggi. Un’abitazione, probabilmente con qualche spazio per dedicarsi agli altri, difficile da definire con uno stile preciso. Arredi e decorazioni richiamano forme circolari e ondulate, frutto di una personalità progettuale.

Naturalmente, per avere un quadro completo sul carattere di una persona attraverso il suo rapporto con i colori, è importante capire quale tipo di “intelligenza” sostenga la prima “energia guida”. Pare un linguaggio un po’ criptico, ma faccio subito un esempio per chiarire: una personalità che riveli quale prima “intelligenza” l’arancione, per seconda il colore viola e al tempo stesso pecchi di “energia” blu, denota in genere creatività e buona progettualità, ma ha difficoltà a esprimere la propria fantasia. In parole povere, le idee sono buone, ma non riesce a trasmetterle adeguatamente. La sua casa è probabilmente un mix di colori e stili: una carta da parati con forme circolari, tavoli tondi e sedie a poltroncina, una diversa dall’altra, qualche spazio

dedicato a oggetti spirituali, lampade di sale e pietre colorate. Insomma, un insieme disordinato e anche confusionario... Dal punto di vista di chi (come me) opera con il colore, credo avrebbe bisogno di un apporto di energia blu. Il che si traduce concretamente nel fare ordine ed eliminare cianfrusaglie. L’apporto di un’arredatrice (o un arredatore) legata a questa “filosofia cromatica” diviene particolarmente interessante quando si ha a che fare con una coppia, dove coesistono diverse personalità. In questo caso, per dar vita a uno spazio adeguato, è necessario analizzare abitudini, gusti, passioni... E, ovviamente, il profilo cromatico di quanti abitano o abiteranno la casa. Si può anche pensare di giocare con loro, mescolando le varie personalità. Ma sempre con il fine di garantire una buona qualità della vita e, anche, un sentimento positivo. Che si tratti della vetrina di una cartoleria, con i colori a pastello in sequenza, o di una fila di case colorate, alla fine dovrà emergere l’emozione della gioia!

VIOlA

VIOlA INfORMAzIONI & Consulenze Tel. 327 1279000 micaela@improntacreattiva.com

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Per approfondimenti sul tema Seminario Colore & Armonia in casa


Il 2021 si è concluso con alcuni importanti eventi culturali

Dall’ambrosia canoviana di Ebe all’eco-war di Nicolò Dalla Cà

SPIGOlATuRE

di Elisa Minchio

Qui sotto La restituzione del Crocifisso della Cappella Uguccione in San Francesco. Da sinistra, Antonella Martinato, don Andrea Guglielmi e Fulvio Bicego.

Notevole e pregno di significanza pure il restauro del Crocifisso della Cappella Uguccione in San Francesco, come peraltro il ritratto pittorico dell’indimenticato mons. Renato Tomasi.

A fianco Antonio Canova, Ebe, gesso, 1817. Bassano, Musei Civici.

Foto: © Slowphoto Studio.

Sotto, dall’alto verso il basso Alessandra Zaltron, Ritratto di mons. Renato Tomasi, abate di Santa Maria in Colle, olio su tela, 2021. Santa Maria in Colle, sacrestia. Lo street artist Nicolò Dalla Cà.

Presentato alla città il restauro del Crocifisso della Cappella Uguccione in San Francesco Ne abbiamo parlato in corso d’opera, seguendo il restauro passo a passo, grazie anche ai agli utilissimi aggiornamenti fotografici di Fulvio Bicego: ora, dopo l’accurato restauro eseguito da Antonella Martinato e dal suo team Artemisia, il Crocifisso ligneo policromo della Cappella Uguccione in San Francesco è stato restituito alla Comunità. Un lavoro di grande spessore, come è stato sottolineato nel corso della cerimonia svoltasi proprio in San Francesco lo scorso 10 dicembre. Molto significativi gli interventi, fra i quali quelli del parroco don Andrea Guglielmi, di Giovannella Cabion, assessore alla Cultura, e dello stesso Fulvio Bicego, entusiastico finanziatore dell’operazione.

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Mons. Renato Tomasi nel ritratto di Alessandra Zaltron Sempre in San Francesco, in occasione della messa in suffragio di mons. Renato Tomasi a un anno dalla scomparsa, lo scorso 1° dicembre è stato scoperto il suo ritratto pittorico. L’opera, che ha suscitato l’ammirazione dei presenti alla funzione religiosa e che è collocata nella sacrestia di Santa Maria in Colle, è stata eseguita dall’artista bassanese Alessandra Zaltron. Mons. Renato Tomasi, nato a Schio, era giunto a Bassano nel 2002 e aveva svolto per quattordici anni il servizio pastorale nella parrocchia di Santa Maria in Colle. Canova Ebe, dal restauro integrativo alla suggestiva mostra nei Musei Civici Inaugurata ai primi di dicembre e aperta fino al prossimo 30 maggio ai nostri Musei Civici, la mostra Canova Ebe è stata curata da Barbara Guidi e Mario Guderzo. L’evento prende spunto dal restauro del gesso canoviano di Ebe, mitica figlia di Zeus ed Era, ancella degli dei, ai quali serviva nettare e ambrosia. Di tale gesso, andato parzialmente distrutto nel bombardamento alleato su Bassano del 24 aprile 1945, si raccolsero i pezzi superstiti, che rimasero nei depositi dei Musei Civici per oltre settanta anni. Grazie a innovative tecniche di stampa tridimensionale è stato possibile “integrare” l’opera con un intervento di tipo addittivo (si veda il circostanziato servizio pubblicato nel numero di Gennaio/Febbraio 2021) e

restituire così alla scultura la sua forma e la sua grazia originali. Tale “tecnologico” recupero è stato interamente finanziato dai Rotary Club Bassano del Grappa e Asolo e Pedemontana del Grappa con la partecipazione del Distretto 2060. All’impresa hanno collaborato pure il Comune e i Musei San Domenico di Forlì, proprietari della statua in marmo di Ebe, della quale il gesso bassanese è il modello. Vera chicca della mostra, allestita nel Salone Canoviano, a fronte della Ebe “bassanese” si trova la prima versione in gesso del medesimo soggetto, proveniente Collezione Papafava di Padova.

Eco-War, la guerra ecologica e sociale di Nicolò Dalla Cà Ha esposto per qualche mese le sue opere nel temporary showroom di via Museo (ex Cadore Donna) e ora sta lavorando su un grande spazio messogli a disposizione dalla Parrocchia di Santorso, da destinare a meeting point per street artist. Stiamo parlando di Nicolò Dalla Cà, nato come “graffitaro” con la passione per la pittura e passato poi dalle bombolette alle spatole, dai muri alle tele (tenendosi però ancora qualche spazio per i murales). Un artista che sperimenta con successo diverse tecniche, ricordando che la street art è oggi riconosciuta come un’importante proposta di riqualificazione urbana, apprezzata a livello culturale e di arredo urbano: un’irrinunciabile scossa sociale, necessaria a lanciare messaggi positivi.




Cultore appassionato, brilla per la raffinatezza delle sue collezioni

MEME DONÀ

PERSONAGGI

Musica, cinema & molto altro ancora

di Andrea Minchio

Sotto, dall’alto verso il basso Roberto Donà (Meme) posa davanti alla sua ricchissima raccolta di dischi. La parte interna della copertina di Aladdin Sane (1973), con l’autografo di David Bowie.

Dalle incredibili raccolte di storici trentatré giri a quelle di dvd video, con i quali organizza un originale cineforum fra amici. Singolare anche la serie delle sue insegne da bar e la collana dei libri che pubblica ogni tanto, rigorosamente scritti a mano e distribuiti personalmente a fortunati destinatari...

Roberto Donà (per tutti Meme) è figura carismatica fra i “giovani degli anni Settanta”. Non a caso figura fra i fondatori delle prime radio libere del nostro territorio (Bassano News l’aveva incontrato tempo fa, con l’amico Giorgio Salomon, proprio in relazione a quell’argomento). Appassionato da sempre di musica e cinema, è anche un cultore di collezionismo pubblicitario. Un interesse particolare, quest’ultimo, che si porta dietro da bambino, quando raccoglieva i tappi corona delle bottiglie, e che poi è proseguito attraverso l’acquisizione di una variegata serie di cartelli e insegne da bar riguardanti prodotti quali bibite, birre, liquori e gelati. Ma è stata soprattutto la musica a segnare la sua vita. “A tredici anni ho comperato i primi quarantacinque giri, ma non ero uno sprovveduto: già allora ascoltavo infatti con grande piacere i dischi di mio padre Renato, responsabile dell’Ufficio pubblicitario delle Smalterie e fine disegnatore. Penso alle canzoni di Frank Sinatra, Ray Conniff, Glenn Miller... Non mi dispiacevano nemmeno i canti di montagna come, per esempio, quelli del Coro della Sat, formazione tuttora molto nota in Italia”. A quel tempo (siamo a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta) furoreggiava ancora il rock and roll e si affacciava sulla scena internazionale il beat. “Un genere che mi ha subito coinvolto e si è concretizzato nell’acquisto dei dischi di Rokes, Equipe 84, Rolling Stones... I miei primi amori musicali!”. In seguito, contestualmente all’arrivo dei trentatré giri (i long playing che oggi chiamiamo “vinili”), Meme Donà ha cercato maggiore qualità. Ecco allora la scelta di gruppi quali Jethro Tull, Pink Floyd, Led Zeppelin, Genesis. “Quando nel ’76 ho iniziato a

collaborare con alcune emittenti locali, principalmente con Radio Bassano Centrale (allora in vicolo San Donato e gestita da Roberto Visentin), Ponte Radio (a Mussolente) e Radio Ezzelino (a Romano Alto), trasmettevo solamente musica elettronica, soprattutto tedesca, introducendo i brani con brevi ma efficaci commenti. In genere pezzi molto lunghi, con la mai confessata speranza che gli ascoltatori non prendessero sonno!”. Si trattava di musica meditativa, molto d’avanguardia, diffusa solitamente verso le ventitré: un paio d’ore d’intrattenimento, quindi fino all’una, interamente sostenute dall’apporto dei dischi che Meme portava da casa. “Klaus Schulze, Tangerine Dream, Neu!: gruppi innovativi, che proponevo coraggiosamente e che, comunque, riscontravano l’interesse degli ascoltatori. Puristi e intenditori, ovviamente, che telefonavano per confrontarsi con me, nonostante l’ora tarda”. C’è anche da dire che Meme poteva reperire con una certa facilità etichette tedesche piuttosto rare, grazie alle buone relazioni che il Pick Up (storico negozio di dischi, allora in via Schiavonetti), intratteneva con le case discografiche d’Oltralpe. “Sul finire degli anni Ottanta il fenomeno dei concerti ha conosciuto un aumento significativo, contestualmente alla minore vendita degli LP e dei CD (non più alla portata di tutte le tasche). Così ho cominciato a frequentarli con una maggiore assiduità, sia in Italia sia all’estero. Ho iniziato a portare i miei dischi e a farli autografare dai vari artisti”. Memorabile, per Meme Donà, quello di La Monte Young, a Bologna nel 1995. Un musicista e compositore poco conosciuto, che in quella circostanza suonò un unico pezzo della durata di tre ore: un artista raffinato, dalla musica minimale, che attualmente

realizza installazioni sonore a Monaco di Baviera.

Con il passare degli anni la passione ha condotto Meme a collezionare sempre più dischi... “La mia raccolta ne conta oggi settemila, tutti catalogati in rigoroso ordine cronologico e alfabetico. Molti di essi sono anche autografati”. E il cinema? “Non mi mancano certo i dvd: la mia collezione annovera film dei migliori registi. Al punto che ogni lunedì, da anni, ospito alcuni amici per una proiezione ad hoc: una tradizione per veri aficionados, che scherzosamente abbiamo definito Memeforum. Fra loro, Sandro Zanollo, Giorgio Salomon (Piperito), Luciano Xausa, Alberto Maffettone, Leo Gerolami, Carlo Alberto”.

Un’altra singolarità caratterizza l’attività creativa di Meme Donà: la produzione di originali volumi inerenti le sue passioni di sempre e scritti rigorosamente a mano. Finora ne ha pubblicati sei, inizialmente dedicati a riflessioni su musica e cinema, ma a sfondo mistico-spirituale. In seguito ha affrontato considerazioni sulla situazione paesaggistica del territorio e sulla fotografia in generale. “Edizioni da cinquanta copie, fuori commercio, destinate a una platea di amici e ‘privilegiati’ e consegnate di persona”. Insomma un prodotto cult. Come tutto ciò che riguarda Meme, d’altronde.

Sotto, da sinistra verso destra La copertina di Pittura Musica, album con brani di Bacalov, Masci e Morricone (autografato da quest’ultimo). L’insegna da bar, in metallo, della Birra Moretti (anni Cinquanta).

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Lo storico negozio ha inaugurato lo scorso novembre un nuovo prestigioso spazio nel cuore della città

TODAY

COME PRIMA, PIÙ DI PRIMA Trasferito in una splendida location il Centro Vista Capello

di Antonio Minchio

Publiredazionale a cura di Capello Centri Vista

L’occhio è il punto in cui si mescolano l’anima e il corpo.

Dopo ventidue anni dall’apertura in via Roma, la struttura si è spostata a palazzo Cataruzzi Danieli, a cavallo delle piazze Libertà e Garibaldi. Un cambiamento” fisico”, che coincide con un servizio ancora più sensibile e accurato, supportato da dotazioni tecnologiche all’avanguardia e da una vastissima scelta di marchi.

Christian friedrich hebbel

Il linguaggio dell’amore sta negli occhi.

John fletcher

Il nuovo Centro Vista Capello, nel cuore di Bassano, è articolato su due livelli: al pianterreno (90 mq) si trova il negozio vero e proprio, con ampi spazi dedicati all’esposizione e alla vendita, al piano superiore (110 mq) è invece situato il laboratorio. Qui sotto Lo staff del negozio al gran completo. Da sinistra verso destra, Lorena, Gianluca, Alessandra e Aurora.

Sopra, da sinistra verso destra Le vetrine del Centro Vista Capello lungo i portici di palazzo Cataruzzi Danieli su piazza Libertà. L’ingresso del negozio dalla parte di via San Bassiano.

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Dall’ormai lontano 1999 Gianluca Volpato gestisce il Centro Vista Capello nel cuore di Bassano. Una realtà che nel tempo si è consolidata grazie al servizio alla clientela particolarmente

attento e sensibile, e soprattutto al continuo aggiornamento tecnologico, un autentico fiore all’occhiello. Dallo scorso 27 novembre una dirompente novità rende ancor più attraente e competitivo il negozio. Di cosa stiamo parlando? Ovviamente del suo trasferimento in piazza Libertà 8-9 in una location davvero prestigiosa, con luminose vetrine anche su via San Bassiano e piazza Garibaldi. Una sede non solo molto bella ed elegante, come balza subito all’occhio (è il caso di dirlo!), ma anche estremamente funzionale ed efficente. Quanto serve, cioè,

a un’attività di questo tipo che intenda porsi, in maniera seria e professionale, a disposizione di chi ne ha bisogno. Il nuovo Centro Vista Capello è articolato su due diversi livelli: al pianterreno (90 mq) si trova il negozio vero e proprio, con ampi spazi dedicati all’esposizione e alla vendita - sono circa un centinaio i marchi rappresentati, fra i quali i più blasonati presenti sul mercato -, al piano superiore (110 mq) è invece organizzato il laboratorio per il taglio e il montaggio delle lenti. Non mancano poi un’area espressamente dedicata alla contattologia


TODAY

Qui sopra L’ala occidentale del negozio, dalla parte di piazza Libertà. Sullo sfondo, l’ascensore che porta al laboratorio al piano superiore.

A fianco L’ala orientale, verso piazza Garibaldi.

(riservata all’applicazione di lenti specifiche) e un ambulatorio per i controlli optometrici (gli esami della vista), attrezzato con strumentazioni tecnologiche di alta precisione.

E poi c’è la moda... Ottico optometrista, Gianluca Volpato si tiene costantemente aggiornato sulle nuove tendenze, in questo supportato da una “squadra” di assistenti esperte e preparate. “Un chiaro indicatore di quanto la moda sia intimamente legata al nostro settore è rappresentato dall’occhiale da sole, che negli

ultimi anni è diventato un vero e proprio must. Per noi è quindi indispensabile mantenerci al passo con i tempi e fornire ampie opportunità di scelta, sempre mantenendo un corretto rapporto qualità-prezzo. Oggi, per esempio, le grandi case di abbigliamento propongono la possibilità di customizzare tanto l’occhiale da sole quanto quello da vista, con la presenza del proprio brand anche sulle lenti. Significativi i casi di Chanel, Ray Ban, Oakley”

Molto in crescita pure la richiesta dell’occhiale da sport, che unisce l’utile al dilettevole grazie a

A fianco, da sinistra verso destra L’ingresso e le vetrine del negozio dalla parte di via San Bassiano. In alto si possono intravedere gli affreschi tardo-quattrocenteschi di palazzo Cataruzzi Danieli.

una particolare tecnologia che equalizza il colore aumentandone i contrasti. “In pratica le lenti filtrano certi colori, favorendo la visione in determinate situazioni. Basti pensare, visto che siamo ormai in inverno, al biancore scintillante delle piste da sci, a volte perfino abbacinante...”.

A proposito dell’inaugurazione del nuovo Centro Vista, avvenuta come abbiamo anticipato lo scorso 27 novembre, Gianluca Volpato ricorda come la scelta di quella data non sia stata il frutto di una casualità... “Sabato 27 novembre 1999, giusto ventidue anni fa, avevo aperto il primo negozio a Bassano, in via Roma, dove è rimasto per lungo tempo. E poi, lo confesso, quel giorno mi porta fortuna. Chissà? Forse perché coincide anche con il mio compleanno!”.

In basso Alcune delle attrezzature presenti nel laboratorio al primo piano.

Piazza Libertà 8/9

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Tel. 0424 525515 bassano@capellocentrivista.it


Un nuovo modo di viaggiare, in connessione con il passato

TURISMO GENEALOGICO Alla scoperta delle proprie radici

TRADIzIONI

di Catia Dal Molin

Sotto, da sinistra verso destra Catia Dal Molin. Gli atti di nascita e di battesimo del bisnonno di Catia, Angelo Giovanni Maria Dal Molin, nato a San Michele Extra (Verona) e la delegazione di Nova Bassano (Rio Grande do Sul) in visita alla nostra città nel 2019.

Una “terra lontana” può trovarsi in Italia, in Brasile, in Argentina, in Australia o da tante altre parti. I luoghi della memoria possono essere le strade percorse da chi ci ha preceduto, la casa dove ha vissuto, la chiesa dove è stato battezzato oppure il cimitero dove riposa...

CATIA DAl MOlIN Ricercatrice italo-brasiliana di quarta generazione, è nata a Santa Maria nel Sud del Brasile e vive da quindici anni nella Castellana. Le sue radici si diramano da San Michele Extra (VR), Orgiano (VI), Artegna (UD) e Castello di Godego (TV). Laureata in Storia, ha insegnato presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Santa Maria. Ha lavorato in radio e giornali, collaborando con associazioni, organizzando eventi e viaggi e realizzando laboratori sulla tematica dei veneti emigrati nel Sud del Brasile. Fa parte del gruppo Le Arti per Via di Bassano del Grappa. È autrice del libro Senza ritorno: a emigração italiana no Brasil (2004) e curatrice del volume Mordaça Verde e Amarela: imigrantes e descendentes no Estado Novo (2005), nonché del relativo filmdocumentario. Ha curato il volume Ti tasi sempre, ti parli mai (Eab, 2018) e la relativa versione bilingue talian-italiano. Ha inoltre contribuito con testi a diversi libri: Merica Merica Merica, basta de miseria (Comitato Storia di Bassano 2018), Veneto terra dos nossos antepassados (Glaucia Grigolo, Brasile), 150 anos de imigração italiana no Rio Grande do Sul (Ademir Bacca e Luis Rocha, Brasile). www.gens-tg.com Instagram: @gens.turismogenealogico Facebook: GensTurismoGenealogicoItalia

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Cos’è il turismo genealogico? Detto anche turismo delle radici, degli antenati oppure delle origini, è una nicchia di quello culturale, che include aspetti relativi alla religione, al patrimonio educativo, alla ricerca, alla gastronomia, all’antropologia, allo sport... Insomma un’opportunità per recuperare le origini e scoprire i legami con gli antenati, quelle persone cioè che fanno parte della “costruzione” di ciò che siamo. Quanti sono mossi dalla curiosità di conoscere i propri avi e le loro peripezie si sentono come dei detective e, a mano a mano che il tempo passa, questa esigenza diventa sempre più forte. Una “terra lontana” può trovarsi in Italia, nel Sud del Brasile, in Argentina, in Australia o da tante altre parti. I luoghi della memoria possono essere le strade dove chi ci ha preceduto ha camminato, la casa dove ha vissuto, la chiesa dove è stato battezzato oppure il cimitero dove riposa. Ma anche gli oggetti che ha usato durante la sua vita. Così, ripercorrendo tali luoghi (ri)costruiamo la nostra

essenza. Certamente chi, come me, annovera ascendenti italiani, attraverso il turismo genealogico scopre qualcosa che gli appartiene, le sue memorie affettive e la storia familiare. Il viaggio verso i luoghi d’origine è un momento da vivere con grande tranquillità, lasciandosi trasportare dall’emozione. Questo “nuovo” modo di viaggiare vuole mettere al primo posto gli “spazi meno turistici”, oltre le destinazioni di massa, valorizzando così piccole realtà, borghi, talvolta semiabbandonati. Una ricerca approfondita permette un’immersione nella storia locale e in quella di molte famiglie. Ciò dà senso a chi siamo, a quello che facciamo e, soprattutto, al perché lo facciamo e a chi lo lasciamo. Questo si chiama eredità! Una connessione con il passato si trasforma allora in un segno di gratitudine verso coloro che sono venuti prima di noi. Il turismo genealogico richiede passione, ricerca, conoscenza del territorio, oltre a esperienza e a sensibilità: va ben oltre il vedere con gli occhi, è sentire con il cuore!

Come è nata in me l’idea di lavorare nel turismo genealogico? Fin da piccola ha sentito i nonni raccontare storie di piccoli paesi del Veneto. Pur essendo brasiliani, conoscevano molto bene questa regione. La cosa più incredibile? Non l’avevano mai visitata! Tradizioni e informazioni sono state loro tramandate dai genitori (in talian), emigrati veneti dei primi del ’900. Sono cresciuta con il desiderio di conoscere l’Italia, il Veneto e i paesi dei quali sentivo parlare. Una storia, la mia, che potrebbe essere quella di uno dei trenta milioni di italodiscendenti che vivono in Brasile. Riconoscere i luoghi della memoria è stato qualcosa di indescrivibile: ho sentito di aver riportato a casa il cuore dei miei antenati e capito che questa sarebbe stata la mia terra per sempre. Sono giunta nella Castellana nel 2007 per restare. Oggi cerco di aiutare persone che hanno radici venete a riscoprire la loro storia, tramite Gens Turismo Genealogico Italia. Per questo cerco agenzie di viaggi, associazioni, aziende e volontari che possano collaborare...

Il volume Ti tasi sempre. Ti parli mai, curato da Catia Dal Molin (Eab, 2018).



INDIRIzzI uTIlI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENzA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GuARDIA DI fINANzA Via Maello, 15 0424 34555

POlIzIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

URP - Informagiovani Comune di Bassano del Grappa

POlIzIA lOCAlE Via J. Vittorelli, 30

Piazzetta Guadagnin, 13 Tel. 0424 519555 - 0424 519165

0424 507911 0424 519404

POlIzIA STRADAlE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGIlI DEl fuOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIzI PuBBlICI

AGENzIA DEllE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MuSEI DI BASSANO

ARChIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

Az. ulSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 u.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER l’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

Il GIORNAlE Dl VICENzA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.l. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MuNICIPIO Via Matteotti, 35 0424 519110 u.R.P. Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519555

INfORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519165

POSTE E TElECOMuNICAzIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTEllO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBuNAlE DI VICENzA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CulTuRA

MuSEO CIVICO - BIBlIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MuSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

ChIESETTA DEll’ANGElO Via Roma, 80 0424 227303

PAlAzzO AGOSTINEllI Via Barbieri 0424 519945

PAlAzzO BONAGuRO Via Angarano 0424 502923

MuSEO DEGlI AlPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MuSEO DEI CAPPuCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MuSEO DEll’AuTOMOBIlE “l. BONfANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MuSEO hEMINGWAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 fARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINEllI Via del Cristo, 96 0424 523195 21/01-23/01 14/02-16/02 AllE DuE COlONNE Via Roma, 11 0424 522412 23/01-25/01 16/02-18/02 AllE GRAzIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 03/01-05/01 27/01-29/01 20/02-22/02 All’OSPEDAlE Via J. da Ponte, 76 0424 523669 19/01-21/01 12/02-14/02 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 07/01-09/01 31/01-02/02 24/02-26/02 COMuNAlE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 13/01-15/01 06/02-08/02 COMuNAlE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 11/01-13/01 04/02-06/02 28/02-02/03 POzzI Via Scalabrini, 102 0424 503649 15/01-17/01 08/02-10/02 RAuSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 05/01-07/01 29/01-31/01 22/02-24/02 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 09/01-11/01 02/02-04/02 26/02-28/02 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 01/01-03/01 25/01-27/01 18/02-20/02 XXV APRIlE Viale Asiago, 51 0424 251111 17/01-19/01 10/02-12/02



Un piatto gustoso e salutare al tempo stesso...

SPAGHETTI INTEGRALI ALLA TRENTINA

ARS CulINARIA

di Elisa Minchio

È la stagione giusta per sperimentare quest’originale ricetta, dal sapore coinvolgente e stuzzicante.

Quale dolce mela che su alto ramo rosseggia, alta sul più alto; la dimenticarono i coglitori; no, non fu dimenticata: invano tentarono di raggiungerla. Saffo

Anche se sapessi che la fine del mondo sarà domani, andrei ancor oggi a piantare un albero di mele. Martin lutero

La pasta integrale I meriti della pasta integrale, dal punto di vista nutrizionale, sono davvero molti: tra questi, quello di permettere al nostro organismo di incamerare un apporto di fibra maggiore, che ci consente di aumentare il senso di sazietà. Così mangiando meno pasta ci sentiamo più sazi. La pasta integrale, inoltre, migliora la funzione intestinale e previene alcune patologie dell’apparato digerente.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE - 400 g di spaghetti intergrali - 60 g di burro - 60 g di porro - 1 spicchio d’aglio - 20 g di zucchero - 120 g di prosciutto affumicato - 120 g di mele Golden - 3 g di cannella - 40 g di Grana Trentino - sale, pepe VINO CONSIGlIATO Sauvignon Blanc IGT “Vette di San Leonardo”

(Gentilmente suggerito da Enogastronomia Baggio, Bassano)

La mela Golden Chiamata Golden o (Golden Delicious) è una qualità tipica delle colline trentine e si distingue, oltre che per il profumo dolce e il colore giallo, per la certificazione

La ricetta è liberamente tratta dal libro Butta la pasta a cura di Marco Valletta. La fotografia è di Vip Comunication - Maurizio Parravicini © Pasta Zara - Editrice Artistica, 2006

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Dop come “Mela Val di Non”. Molte le sue proprietà, in primis quella di giovare all’intestino. La mela Golden rafforza inoltre il sistema immunitario, regola le funzioni intestinali, contrasta il colesterolo cattivo, combatte i radicali liberi, regola l’assorbimento degli zuccheri e aiuta a tenere sotto controllo la glicemia

La cannella Profumo intenso e sapore deciso, la cannella è una spezia originaria dello Sri Lanka (Ceylon), ricca di nutrienti e proprietà antiossidanti. È un potente antinfiammatorio, in grado di migliorare la glicemia e ridurre il rischio cardiovascolare, così come quello di malattie neurodegenerative o cancro.

Procedimento Tritate finemente il porro e l’aglio e lasciateli imbiondire nel burro. Aggiungete i piccoli dadi di prosciutto affumicato, lasciando quindi rosolare. Inserite le mele Golden, meglio se quelle particolarmente rugose, tagliate a fette sottili e condite il tutto con il sale, il pepe e lo zucchero a disposizione. Una volta scolata la pasta, quando è ancora leggermente bagnata, saltatela in padella e impreziosite il tutto con un pizzico di cannella in polvere. Servite cospargendo leggermente di Grana Trentino. Buona degustazione!




Il giovane regista reinterpreta il fenomeno del brigantaggio nel Mezzogiorno d’Italia, adattandolo a un genere a lui caro

SCENARI

Tre Briganti a Campobasso Il “western risorgimentale” del bassanese Jacopo Tich

di Andrea Minchio

Autoprodotto e della durata di venti minuti, l’originale cortometraggio è stato girato in Molise (tranne che per gli interni), con molti attori di quella regione e una troupe interamente composta da studenti della Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti” di Milano.

“Ho sempre amato i film western, che rappresentano uno dei miei generi preferiti in assoluto. Per questo è nata l’idea di realizzare Tre Briganti a Campobasso, dando finalmente corpo a un mio vecchio sogno. Non si tratta, però, di una pellicola che si rifà alle produzioni nazionali degli anni Sessanta, note come Spaghetti western e girate nei tipici scenari statunitensi, ma di un cortometraggio ambientato in Italia”: Jacopo Tich (26 anni), bassanese doc, spiega con queste parole la scelta di tradurre in una

originale versione cinematografica una storia vera, legata all’epopea del brigantaggio nella nostra Italia post-unitaria. Studente all’ultimo anno del Corso di Specializzazione in regia della Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti” di Milano, Tich proviene da una famiglia vocata all’arte e alla comunicazione. Il nonno Edmondo era un raffinato fotografo. Sue sono, per esempio, molte delle immagini dedicate alle creazioni ceramiche novesi fra gli anni Cinquanta e Settanta: una significativa

testimonianza della produzione di un’epoca ormai tramontata. Del padre Alessandro, pioniere nel nostro territorio del giornalismo televisivo, prima, e di quello on-line, poi, leggiamo ogni giorno su Bassanonet i salaci e documentati commenti ai fatti di cronaca locale: una voce libera e indipendente che si distingue dal coro. Buon sangue non mente, dunque. E che la creatività sia un fatto normale a casa Tich, lo dimostrano pure le scelte operate da Jacopo nella realizzazione del suo film.

Una scena del film-cortometraggio Tre Briganti a Campobasso (2021).

In alto Jacopo Tich (26 anni) durante le riprese a Ca’ Erizzo Luca, dove sono stati girati gli interni. Il regista si è diplomato al Liceo Linguistico New Cambridge. Attualmente frequenta il terzo anno del Corso Specialistico di Regia della Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti” di Milano. Nel luglio 2022 presenterà la tesi di laurea (la Civica Scuola di Milano è equiparata all’università).

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SCENARI

A fianco e in basso Alcune scene del film. Una scrupolosa ricerca storica ha consentito di curare con particolare attenzione la scelta dei luoghi, la fotografia e i costumi. Il trailer del film è visibile al link: https://vimeo.com/644151308

Il CAST (e altre curiosità) Film di genere ma assolutamente innovativo nella narrazione della vicenda storica, al cortometraggio di Jacopo Tich hanno preso parte gli attori Lidia Castella, Mauro D’Amico, Andrea Tich (fratello del regista), Massimo Rigo, Francesco Di Nucci, Giuseppe Campestre e Sergio D’Amico. La troupe che ha curato i diversi aspetti tecnici della produzione e realizzato le riprese in Molise e - per gli interni - in Veneto è interamente composta da studenti della Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti” di Milano. Autoprodotto e della durata di 20 minuti, il film sarà inviato ai Festival del Cinema nazionali e internazionali per partecipare ai contest e alle rassegne della Sezione Cortometraggi. Jacopo Tich ha all’attivo varie collaborazioni, in particolare con la società di produzione di videoclip musicali Borotalco.tv, una delle più importanti d’Italia. Nel 2021 è stato assistente di regia nel set veneziano del film Lady Chatterley’s Lover, distribuzione Netflix, della regista Laure de Clermont-Tonnerre. Suo fratello Andrea (36 anni), nato a Fiume in Croazia ma cresciuto a Bassano, si è laureato in Arti Visive e dello Spettacolo a Venezia. Disegnatore e visual artist, è un attore teatrale professionista. Attualmente lavora al Dramma Italiano di Fiume, compagnia teatrale stabile che ha da poco festeggiato 75 anni di attività.

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Se il set degli interni è stato ospitato nelle sale di Ca’ Erizzo, gli esterni sono stati infatti girati in Molise: “Il merito della scelta - spiega il giovane regista - va principalmente a due degli attori protagonisti, entrambi istruttori di equitazione a Campobasso dal 2020. Si tratta di Mauro D’Amico, nato proprio in quella regione, e di Lidia Castella, piemontese. La loro storia ha fatto scoccare in me la scintilla creativa, poi trasformatasi nella sceneggiatura del cortometraggio. Così, in fase di scrittura, mi sono documentato sul brigantaggio della zona, adattandola al genere western. C’è stata poi l’emozione di girarlo nei luoghi storicamente toccati da quel fenomeno, che dovrebbe essere maggiormente studiato e compreso. Una cornice suggestiva, offerta dal Matese tra Campobasso e Roccamandolfi, con paesaggi mozzafiato, ideali per un’ambientazione in perfetto stile western”. La vicenda narrata nel film si svolge nel 1870, fra le fosche contraddizioni di un Paese da poco unificato, ma solo sulla

carta. In un territorio di frontiera si scatena una caccia all’oro, rubato a tre diligenze del neonato Regno d’Italia. Da un lato si schierano Nunzio di Paola, brigante carismatico e letale, e Marta Ambrosetti, aristocratica piemontese passata dalla parte dei fuorilegge; dall’altro la banda di Roccamandolfi, capeggiata dai famigerati fratelli Cicchino e Cimino. Una situazione a dir poco drammatica, nel mezzo della quale viene a trovarsi un bersagliere, inviato all’uopo da Roma e noto come “Il cane di Pontelandolfo”: un uomo che, obtorto collo, dovrà fare i conti con il suo passato e vivere sulla propria pelle le conseguenze che la guerra risorgimentale ha lasciato nel Mezzogiorno. Una trama, la cui atmosfera storica è resa verosimile da una full immersion nei luoghi ove il brigantaggio si era seriamente radicato e sviluppato. “È stato un piacere anche lavorare con attori della zona, quali Francesco Di Nucci e Giuseppe Campestre, entrambi

della Compagnia Stabile del Molise e rispettivamente nei panni di Cicchino e Cimino; come pure con Sergio D’Amico, nella parte di un ex soldato borbonico. Tutti hanno dato vita ai propri personaggi ponendo particolare attenzione alla corretta intonazione dialettale, sulla scorta di una meticolosa ricerca”. Se per il passato, anche recente, il tema del brigantaggio del XIX secolo è stato più volte affrontato, il film di Jacopo Tich è il primo in assoluto a raccontarlo con un taglio dichiaratamente western. “A lungo ho pensato che questo genere appartenesse esclusivamente alla cultura americana. Poi, nel 2006, ho visto The Proposition, film ambientato in Australia, e ho compreso che il mitico western può essere adattato ad altri Paesi senza perderne le caratteristiche. Detto questo, inoltre, le somiglianze ci sono tutte: il Risorgimento mi ricorda infatti la Guerra Civile americana, con la nota contrapposizione nord-sud e con tutte le contraddizioni che questo ha comportato fino ai giorni nostri”.




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