__MAIN_TEXT__
feature-image

Page 1

Editrice Artistica Bassano

Distribuzione gratuita

bassanonews www.bassanonews.it editriceartistica

Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’ MAGGIO / GIUGNO 2021

E SERVIZIO


SOMMARIO Copertina Piatti popolari dell’Ottocento. Serie completa dei mesi. Manifattura Cecchetto, primi anni del XIX secolo. Collezione Toni Cecchetto. All’illustre ceramista novese e alla sua storica azienda è dedicato il servizio a pagina 26.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVII - n. 188 Maggio/Giugno 2021 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa F. Abbruzzese, F. Bicego, C. Caramanna, A. Cecchetto, G. Cecchetto, F. Coretti, S. Dussin, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, S. Los, G. Marcadella, M. Merlo, C. Mogentale, N. Menin, S. Mossolin, M.L. Parolin, E. Piva, G.B. Petucco, P. Pedersini, N. Pulitzer, F.A. Rossi, O. Schiavon, V. Trentin, F. Zonta, M. Zonta Corrispondenti Nino D’Antonio (da Napoli) Erica Schöfer (dalla Toscana) Stampa CPEsse - Castelfranco Veneto (TV) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it

Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia Il monumento a Dante Alighieri sul Col Bastia p. 8 - Restituzioni Magie e segreti nella tecnica di Orazio Marinali p. 10 - Pianeta Casa Confedilizia al Parlamento Dimenticato l’affitto p. 12 - I nostri tesori Obiettivo puntato sui Orazio Marinali p. 14 - Abitare Finstral. Il piacere di stare in veranda p. 16 - Il rapporto Ortodossia a Venezia La Chiesa di San Giorgio dei Greci p. 18 - La lezione del passato Dante anticipa il concetto moderno di libertà p. 20 - Focus A lezione di ponti p. 22 - Afflatus Il recupero delle funzioni cognitive e delle autonomie funzionali p. 25 - Proposte La grande sete p. 26 - Art News Toni Cecchetto. L’industriale novese “inamorà coto dea ceramica” p. 28 - Traguardi Quando da una grande passione nasce un nuovo ramo aziendale p. 30 - Sì, viaggiare L’arcipelago delle Isole Pontine

p. 32 - Renaissance Val d’Orcia. Impossibile resistere al suo incanto p. 34 - Artigiani Impact woman. Percorsi per l’inserimento nel mondo del lavoro p. 36 - Civitas Carlo Scarpa. Verso una cultura civica artigiana p. 40 - Il Cenacolo Giuseppe Bombardini. Basilico e scuola p. 43 - Esercizi di stile Sulla sedia… e sull’uso che se ne fa p. 44 - Le terre del vino I vini dell’Umbria (1) p. 46 - De’ Santi Santa Caterina d’Alessandria p. 48 - Iniziative Prosegue il restauro delle opere marinaliane in Santa Maria in Colle p. 51 - Personaggi Michele Merlo. Il bassanese di Miami p. 52 - Omaggio Scomparso Nino D’Antonio, l’amico dei bassanesi p. 54 - Saperne di più Vitamina D3. Un pilastro per la salute p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Ars culinaria Tempo di asparagi p. 61 - Animalia Il giardino delle Esperidi

Sopra al sommario, da sinistra Giovanni Cecchetto e Giambattista Petucco, quest’ultimo autore del servizio a pagina 26, posano nel “greparo” della storica Manifattura Cecchetto di Nove. Un “misterioso” portale in legno nel giardino di palazzo Zanchetta Dal Fabbro, a Bassano. Francesca Coretti è andata a visitarlo per noi (pag. 61). Sotto Nino D’Antonio ci ha lasciato. Con la sua morte il giornalismo italiano ha perso una delle firme più autorevoli. Un lutto che colpisce anche noi per la grande amicizia che ci legava. Corrispondente da Napoli, ha curato per Bassano News le rubriche Una voce dal sud (dalla quale è stato tratto uno splendido libro) e Le terre del vino. Servizio a pag. 52.

3


IL MONUMENTO A DANTE ALIGHIERI SUL COL BASTIA

Il 21 aprile 1914 veniva ufficialmente inaugurato a Romano d’Ezzelino…

GENS BASSIA

di Giovanni Marcadella

Fotografie di Fulvio Bicego

Il Comitato bassanese della Società Dante Alighieri volle celebrare con quest’iniziativa il sommo poeta. Alla cerimonia, solenne e coinvolgente, prese parte una folla numerosa e festante.

In quella parte della terra prava italica che siede tra rialto e le fontane di brenta e di piava, si leva un colle, e non surge moltalto, là onde scese già una facella che fece a la contrada grande assalto.

Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso IX, v. 25-30

Era già l’anno 1914 quando il Comitato Bassanese della Società Dante Alighieri volle celebrare il sommo poeta, dedicandogli un monumento sul quel colle di Romano d’Ezzelino, che egli aveva evocato in sei versi nel canto IX del Paradiso; versi che aveva messo sulla bocca di Cunizza da Romano, sorella di Ezzelino III, la fiaccola che incendiò tutto il Bassanese e la Marca Trevigiana nella prima metà del Milleduecento. L’immagine del poeta fu plasmata da Guido Bortolotto, la fusione in bronzo uscì dalle officine bassanesi di Giovanni Colbacchini. Il conte Gianoberto Gulinelli, che aveva gran palazzo a Ferrara e amor per la campagna, offrì i conci tratti dalle cave di pietra di

Romano e la lastra di barettino della lapide. La famiglia Gobbi di Bassano e i fratelli Andolfatto recinsero la costruzione con sobria balaustra. I cittadini di Romano e Bassano offrirono le piante italiche, che dovevano incorniciarla, in particolare un pino strappato dalla pineta di Classe. L’arciprete di Romano, don Mansueto Ferrazzi, consentì la posa nei fondi parrocchiali, quasi in vetta al colle. C’era in aria ancora uno spirito risorgimentale, che fomentava amori di patria e di riscatto. Il sindaco di Romano d’Ezzelino, Pietro Stecchini, ricevette in consegna il monumento dal presidente del Comitato Bassanese della Società, Guglielmo Gobbi, il 21 aprile 1914, per atto pubblico del notaio Agostino Freschi, durante una festosa e solenne cerimonia, che si tenne sul colle. Vi parteciparono migliaia di persone da Romano, Bassano e altri paesi di queste colline. Il poeta Giovanni Vaccari vi dedicò un coro lirico, che fu

musicato dal maestro Alfeo Buja ed eseguito durante la cerimonia. Era dunque il 21 aprile di quell’anno 1914. Sul colle di Romano, per iniziativa della Società Dante Alighieri, “si compiva una cerimonia, la cui eco… si librava oltre i ristretti confini della nostra città”. Così cominciava un articolo pubblicato sul Bollettino del Museo Civico di Bassano: “Bassano ed i paesi pedemontani, che dalla sinistra riva del Brenta spingono i loro colli lieti d’ulivi e di vigne nella verde pianura della marca Trevigiana, inauguravano sullo storico colle un monumento rievocante le terzine colle quali il divino Poeta, nel canto di Cunizza, mirabilmente disegna la terra che fu prava”. Sono parole piene d’enfasi ed anche di retorica, cui non siamo abituati, ma sono quelle del tempo, dei nostri nonni, che ad esse s’abbeveravano come a una fonte d’acqua fresca e pura, quando potevano, loro che erano avvezzi al povero vocabolario della vita contadina. “Chi fu a Romano in quella radiosa mattina di primavera converrà che la festa trascese il ritmo consueto delle tante inaugu-

A fianco Il Col Bastia, detto Colle di Dante, in una fotografia scattata prima del 1915. Sulla destra si distingue la pianta fatta appositamente giungere dalla pineta di Classe.

Sopra Il bronzo con l’effigie del sommo poeta, opera di Guido Bortolotto, artista, poeta, musico e scrittore. La fusione venne eseguita nelle officine di Giovanni Colbacchini.

Sotto Il monumento a Dante, così come appare oggi, lungo il fianco sudoccidentale del colle. La manutenzione è curata dal Comune di Romano d’Ezzelino.

5


GENS BASSIA

razioni, che si susseguono rassomigliandosi in modo esasperante”. Era dunque diversa, quella cerimonia; aveva un sapore fresco, come di cosa nuova, anche se pregna di noto patriottismo. Eh già! Non poteva mancare quel sentimento in anni in cui si stava per entrare nella Grande Guerra, che fu la prima mondiale, ma anche l’ultima dello spirito risorgimentale italiano, quella che ci doveva restituire Trento e Trieste. Ma era la celebrazione di Dante a renderla diversa, come pure quel posto particolare: un colle di cui il poeta aveva forse sentito parlare negli incontri fiorentini di casa Cavalcanti e che - chissà? - aveva anche visitato durante i suoi soggiorni prolungati in terra veneta.

Qui sopra Il Colle di Dante (240 m s.l.m.), ripreso da sud-est. È evidente la notevole urbanizzazione della zona nord-occidentale del comune di Romano d’Ezzelino.

Sotto A ricordo dell’antica fortezza ezzeliniana, sul colle troneggia una torre campanaria a base circolare: venne eretta nel 1827 su progetto di Giovanni Zardo, cugino di Canova e a quel tempo direttore dei lavori del Tempio di Possagno.

Cunizza… Quella donna aveva colpito l’immaginazione di tutti, da giovane, nel primo Duecento. Oggi diremmo che avrebbe

6

riempito le riviste d’attualità (e le cronache di gossip, ndr) per la sua fuga amorosa con il poeta Sordello e per i numerosi matrimoni e amanti, che la rendevano particolare; quella donna che, con gesto inatteso, anche se non unico, aveva liberato tutti i suoi servitori da ogni vincolo feudale e s’era fatta moderna, nuova, fino a colpire lo stesso Dante, che nel canto IX del Paradiso le dedicò grandissima attenzione e ne fece l’arbitro e il testimone delle vicende politiche della Marca Trevigiana. “Bassano, Romano, Pove, Solagna, Mussolente, Liedolo quella mattina si vuotarono dei loro abitanti - continua l’articolo del Bollettino -. Tacquero le officine, riposarono gli aratri e quanti uno stretto dovere non tratteneva fra le domestiche pareti… trassero in folla sul colle Ecceliniano… Autorità, presidio, scuole, collegi, società patriottiche e sportive

formarono un lunghissimo corteo, lieto di suoni, di canti, di giovinezza traboccante, lumeggiato dai colori delle bandiere… preceduto, accompagnato e seguito dalla folla… per rendere onore al Padre della lingua nostra”. E fu veramente tanta la gente che salì al colle quel giorno. Le foto rivelano una folla di migliaia di persone riunite davanti a questo monumento, sotto la torre simbolo del “genius loci”. Ci fu il breve discorso introduttivo del dott. Gobbi, presidente del Comitato Bassanese. “Noi sentimmo forte il dovere di porre qui un segno a ricordanza del Grande Poeta; ma l’aspirazione nostra poté assurgere a dignità di forma per il generoso contributo di cittadini egregi… Mercé la cooperazione valida di molti noi possiamo oggi celebrare questa cerimonia, nella quale al carattere patriottico e alla festività s’uni-


scono il sorriso dei luoghi e della stagione”. E qui il presidente non trascurò di evocare l’“amorosa” Cunizza e neppure il “feroce” Ezzelino e lo “sciagurato” Alberico, personaggi eminenti, che escono oggi finalmente dalla memoria favoleggiante e negativa di secoli per entrare con statura nuova e diversa nel mondo della storia, anche per mezzo di quel fervoroso periodo di studi, che è passato attraverso le pagine del Verci, le osservazioni di Gina Fasoli e tutta la stagione degli Studi ezzeliniani guidati da Giorgio Cracco, per approdare infine alla grande mostra di Bassano sugli Ezzelini e su Federico II, che ha dimostrato, ormai quasi un ventennio fa, che proprio queste terre furono un fervido crogiolo di cultura, da cui trasse linfa il nostro Rinascimento. E Dante? Proprio lui, il sommo poeta, non poté non percepirla quella verità ancor viva nelle città e nelle corti che lui stesso frequentò, una verità che politicamente rompeva con tutto il passato feudale e dava l’imput a un’epoca storica di assoluta contraddizione e di prospettiva, anche se aveva collocato Ezzelino nel più profondo dell’Inferno, condannandolo - lui come tanti altri - per la violenza del periodo e dei metodi e facendolo nervosamente ribelle, solitario, “uomo dal pel così nero”, perché storicamente incompreso. Egli anticipava le conclusioni future e gli aspetti culturalmente e politicamente nuovi, recuperandone l’immagine (una facella) e il giudizio storico attraverso le parole di una straordinariamente paradisiaca Cunizza. Ci fu un lungo discorso evocativo del prof. Gilberto Sécretant, carichissimo d’enfasi retorica. Egli non mancò di chiedersi, parlando di Dante: “Fu egli mai

qui, il Poeta, su questo colle?”. Si scoprì allora il monumento calando dall’alto il telo che lo nascondeva e Max Ongaro, a capo della Soprintendenza ai monumenti di Venezia, arrivò a tratteggiare una presentazione efficace del luogo: “Su un rudere del castello Ecceliniano (un breve tratto della cinta esterna) doveva innestarsi la marmorea cornice della lapide: in alto, quale votiva icona, l’immagine del fiero Ghibellino (Dante stesso, cioè il Ghibellin fuggiasco, come lo interpretò Ugo Foscolo), di fianco, quasi a vegliarla, un pino strappato dalla pineta di Classe; sul rudere i gigli di Firenze, sullo sfondo allori, pini, abeti… le piante italiche”. Certo, il giglio di Firenze non lo si trova più, qualcuno o qualcosa l’avrà strappato. Non c’è più neppure l’antico pino proveniente dalla pineta di Classe. Chissà? Qualcuno non l’avrà

riconosciuto. Anche le nostre piante italiche sono confuse… Con senso di rispetto e di amore c’è stato chi, in epoca successiva, le ha simbolicamente riassunte e rappresentate in due tralci in bronzo di quercia e d’alloro, apposti sotto l’effigie di Dante, quasi per dirgli: non cercarle altrove, cercale qui, sotto di te! Il monumento fu affidato in custodia al Comune di Romano. Ai cittadini di questo Comune, dunque, spetta, in primo luogo, il compito d’assicurargli rispetto e affetto, così come fecero i loro nonni e bisnonni. A ogni altro il piacere di riallacciare i fili della memoria, di sintonizzarsi con quelli che accorsero, tantissimi, alla cerimonia di quell’ormai lontano, ma non troppo, 21 aprile del 1914 e prendere l’impegno, come cittadini di questo Paese e del mondo, di proteggere, amare e far conoscere questo magico colle.

Posto allo sbocco della valle Santa Felicita e lungo la fascia pedemontana del Grappa, dal Col Bastia si potevano controllare agevolmente la sottostante pianura e le principali vie di transito. Non a caso gli Ezzelini edificarono proprio qui il loro possente castello. Qui sotto Per l’inaugurazione del monumento lo scrittore e poeta Giovanni Vaccari (1861-1919) compose un coro lirico, musicato dal maestro Alfeo Buja ed eseguito durante la cerimonia.

7


La restauratrice Antonella Martinato ci rivela in anteprima una notizia davvero molto sorprendente…

RESTITUZIONI GENS BASSIA

Magie e segreti nella tecnica di Orazio Marinali

di Andrea Minchio

Sotto, da sinistra verso destra Due immagini della tecnica adottata da Orazio Marinali nelle statue del Duomo: sono visibili le “fughe” fra i pezzi di pietra, incollati a mo’ di “puzzle”, e l’inserto circolare collocato in sostituzione di un fossile.

Le statue conservate nel Duomo di Santa Maria in Colle sono inspiegabilmente composte da piccoli blocchi di pietra, assemblati e approntati prima di essere scolpiti. Perché?

Diceva Mies van der Rohe che se il pensiero guida la mano, è poi quest’ultima a dimostrarne la correttezza. Molto prima di lui San Francesco ricordava che negli artisti, oltre alla mano e alla testa, c’è anche il cuore. Ed è proprio il cuore, inteso come quella straordinaria sensibilità che anima gli spiriti più elevati, a fare la differenza. Una considerazione, per così dire, che potremmo benissimo associare alla figura dello scultore Orazio Marinali, tornato recentemente alla ribalta dopo un lungo oblio grazie alla mostra organizzata dal Museo Civico e alle pubblicazioni edite in occasione del trecentenario della sua morte. Le statue di Santa Caterina da Siena e forse ancor più di Sant’Anna (entrambe custodite nel Duomo di Santa Maria in Colle) ne costituiscono una mirabile testimonianza. Una sintesi di

A destra, sotto ai titoli Il volto, ormai noto ai bassanesi, della statua di Santa Caterina: si nota il tratteggio effettuato dalla restauratrice per le prime indagini di pulitura sulla metà del viso della statua. Qui sotto Le restauratrici del team Artemisia al lavoro in Duomo. Il cantiere è visitabile, compatibilmente con le disposizioni anti Covid.

8

razionalità, manualità e inventiva, saldamente ancorata su una non comune competenza tecnica. A dare ulteriore valore a tale evidenza contribuisce ora un inaspettato “colpo di scena”. In occasione del delicato intervento di pulitura della statua di Santa Caterina (il cui restauro è stato promosso coram populo da alcune realtà del volontariato cittadino e finanziato dal Rotary Club Bassano Castelli) sono infatti emersi alcuni “insoliti” dettagli esecutivi. È quanto ci ha rivelato, non senza una certa emozione, la stimata restauratrice Antonella Martinato, responsabile dei lavori di recupero e leader del team Artemisia. “Il cantiere, che sta procedendo secondo i tempi stabiliti, ci ha regalato fin da subito un’inattesa sorpresa: si tratta di un particolare che desta molti interrogativi e che richiederà sicuramente un’attenta analisi da parte degli esperti. Come si può intuire anche dalle immagini qui proposte, le opere non sono scolpite in un unico blocco, ma a “puzzle”. L’artista ha infatti assemblato diversi piccoli blocchi di pietra - biancone di Pove del Grappa per poi intervenire modellandoli. La pietra utilizzata è di natura sedimentaria e di scarsa qualità, si sfalda facilmente, ha molte fessurazioni e macchie, ed è ricca di fossili. Insomma non è certo adatta alla realizzazione di opere così plastiche e tridimensionali. Ci si domanda allora - e in questo sta il mistero - perché il nostro

Marinali abbia impiegato un simile materiale. E perché abbia utilizzato piccoli blocchi, dovendo accuratamente rimuovere i fossili e sostituirli con inserti in pietra”. Un lavoro certosino, quasi si fosse trattato di legno… “Esatto. Ma gli interrogativi non finiscono qui. C’è perfino da chiedersi se queste sculture siano cave all’interno… Chissà? Forse l’artista le ha poi rivestite con un leggero strato di scialbo, in modo da non lasciare intravedere la particolare tecnica assemblativa… Confidiamo comunque che la pulitura, una volta ultimata in tutte le sue parti, possa svelarci qualcosa di più”. Grazie alla preziosa raccolta fondi messa in campo da Pro Bassano e Consiglio di Quartiere Centro Storico in collaborazione con gli Amici di Orazio, Antonella Martinato e il suo team stanno lavorando anche alla scultura di San Domenico. Il cantiere è visitabile (misure anti Covid permettendo) e ammirare questi capolavori è fortunatamente possibile. Conviene approfittarne!


CONFEDILIZIA AL PARLAMENTO Dimenticato l’affitto

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Il decreto “Sostegni” ha dimenticato del tutto la questione degli affitti abitativi e commerciali e, più in generale, i problemi dei proprietari di immobili. È quanto ha evidenziato il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, ascoltato in audizione dalle Commissioni Bilancio e Finanze del Senato. La Confederazione della proprietà immobiliare rileva, in particolare, l’assenza nel provvedimento del Governo del credito d’imposta per gli affitti commerciali: una misura che, pur se non perfetta, aveva dato prova di rappresentare un valido supporto per le attività economiche oggetto di restrizioni, intervenendo in modo concreto su uno dei loro costi fissi. Al minimo, ad avviso di Confedilizia, è necessario ripristinare il credito d’imposta per i primi quattro mesi del 2021, come attualmente previsto per le sole imprese turistiche. Sempre in tema di locazioni non abitative, il presidente di Confedilizia ha messo in evidenza la mancata soppressione di una regola - quella che impone la tassazione persino dei canoni non percepiti - la cui iniquità era palese già prima della crisi in atto, ma che da un anno a questa

ALCUNI SERVIZI DI CONFEDILIZIA A BASSANO

Consulenze in tutte le materie attinenti la casa: fiscale, condominiale, locatizia, legale, catastale… Assistenza contrattuale nella stipula dei contratti di locazione (con l’offerta della relativa modulistica) e di ogni altro contratto. Assistenza condominiale ai molti condòmini proprietari di appartamento anche in materia di adempimenti e agevolazioni fiscali, nonché corsi di formazione e aggiornamento per amministratori. Confedilizia notizie è un mensile, ricco di informazioni utili al condòmino, al proprietario di casa, al risparmiatore immobiliare. Preziosi risultano pure i suoi manuali, opuscoli e approfondimenti periodici. Cedolare secca calcolo e consulenza per gli adempimenti connessi all’applicazione della nuova imposta sostitutiva sugli affitti. Visure catastali e ipotecarie on-line su tutto il territorio nazionale, gratuite per gli associati.

CONFEDILIZIA MERITA LA QUOTA ASSOCIATIVA!

Se molti proprietari sapessero cosa fa per loro Confedilizia, sentirebbero il dovere di correre a iscriversi. Taglia anche tu i costi per l’amministrazione della tua casa. VIENI IN CONFEDILIZIA!

L’organizzazione storica della proprietà immobiliare, da sempre a difesa del proprietario di casa Delegazione di Bassano del Grappa Via Schiavonetti, 1 - Tel. 0424 219075 www.confedilizia.it confedilizia.bassano@libero.it

10

parte dimostra in modo ancora più eclatante la sua portata persecutoria. In prospettiva, poi, gli affitti commerciali potranno avere qualche speranza di ripresa - secondo l’associazione dei proprietari - solo se saranno varate due riforme ormai ineludibili: la tassazione dei relativi redditi attraverso la cedolare secca, che per il comparto residenziale ha dimostrato di funzionare, e lo snellimento delle ipervincolistiche regole contrattuali (risalenti a oltre quarant’anni fa) che ingessano i rapporti in modo irreparabile. Anche gli affitti abitativi - ha rilevato Spaziani Testa in audizione - necessitano di aiuto. Sul punto, paradossalmente, il decreto “Sostegni” peggiora una disposizione varata con la legge di bilancio, peraltro ancora non operativa per l’assenza del previsto provvedimento attuativo dell’Agenzia delle entrate. Si tratta della previsione di un contributo in favore del locatore di un’abitazione situata in un comune ad alta tensione abitativa, per il quale il decreto “Sostegni” conferma lo stanziamento di soli 100 milioni di euro e di cui limita l’applicabilità ai contratti

che erano in essere il 29 ottobre 2020. Si tratta - ad avviso di Confedilizia - di una misura che richiede ben maggiori risorse e un ambito di operatività più esteso. Un problema, invece, comune sia agli affitti abitativi sia agli affitti commerciali, è quello del blocco degli sfratti, previsto fino al 30 giugno. Una misura, ripetuta, che ha messo in ginocchio migliaia di famiglie, private da oltre un anno della disponibilità dei loro beni, senza redditi, senza risarcimenti, costrette a pagare le spese di gestione e neppure esentate dall’Imu. In sede di conversione del decreto “Milleproroghe”, la maggioranza aveva chiesto di sbloccare il 31 marzo almeno gli sfratti relativi a morosità pre-Covid, che riguardano proprietari in attesa da anni di riavere il loro immobile. Il Governo, però, si è inspiegabilmente opposto. Occorre interrompere questo vero e proprio sopruso di Stato.


Lo strano caso del Centauro nella Cavallerizza di Villa Revedin Bolasco a Castelfranco Veneto

I NOSTRI TESORI

OBIETTIVO PUNTATO SUI MARINALI

di Claudia Caramanna Fotografie di Fabio Zonta

Il cambiamento dell’inclinazione della statua, ruotata in avanti di circa dieci gradi rispetto al suo piedistallo, potrebbe essere dovuto al desiderio di conferirle maggior dinamismo e un’estetica più consona ai canoni dell’equitazione. Non a caso il conte Francesco Revedin, fautore della nuova disposizione delle statue, era un grande appassionato di cavalli…

Qui sotto Uno scorcio della Cavallerizza nel parco di Villa Revedin Bolasco a Castelfranco Veneto, con una parte delle statue dei Marinali.

Villa Corner “Il Paradiso” nei versi del gesuita Saverio Bettinelli (1766)

Io veggio ancor in su l’entrar, io veggio A gli occhi miei tra duo palagi aprirsi Vasto teatro di frondosa scena. Stupido l’occhio vi s'arresta in prima, Poi per ampio sentier fuggendo in mezzo A doppia selva di marmoree cento Candide statue e cento verdi cedri Valica il ponte in su poggiando e passa In fra i sublimi duo vivi cavalli Gravi di marmo e de la mole immensa, Che il soggiorno real da lunge accusa E fugge, e pur va via volando il guardo Per l’aereo cammin fin che ne l’ardua Opposta alpe s’incontra, indi respinto A gli umil colli a poco a poco, ond’erra Serpendo il biancheggiante Asolo, il ricco Bassan torreggia in altra parte, e mille Brillan villette, alfin scende e riposa. Salve o verace Paradiso in terra, Salve o dimora de gli Dei beata, E de’ Signor tuoi degna. Oh quante volte Seduto in riva a que’ pescosi stagni, O di que’ boschi alle fresch’ombre steso, O a lenti passi tra i viali ameni Teco vagando, Amico, or l’elegante Franco scalpello, or lodavamo il dotto Marinalesco multiforme ingegno Or ne la schietta simmetria, nel parco Ornamento non vano, e ne l’antica Semplice maestà l’alma architetta Del buon Scamozzi d’esaltar ne piacque.

12

Per ricordare il successo ottenuto dai Marinali nella statuaria da giardino, nell’apparato iconografico del volume I Marinali. Illustri bassanesi di recente pubblicazione, con Andrea Minchio e Fabio Zonta si sono volute proporre alcune immagini delle statue di Villa Revedin Bolasco a Castelfranco. Approfittando di uno dei pochi momenti in cui le restrizioni per la pandemia lo permettevano, Fabio ha trascorso qualche ora nel parco a contatto con le statue, osservandole attraverso l’obiettivo della macchina fotografica per realizzare gli scatti che si apprezzano nel libro. La sensibilità nel gestire gli strumenti tecnologici e soprattutto la capacità di osservazione, nella ricerca della migliore composizione possibile, gli hanno permesso di rilevare un dettaglio sfuggito a quanti si erano finora interessati delle sculture. Notando un’anomalia nel “portamento” del Centauro

rispetto alle opere vicine, infatti, si è reso conto che la statua è montata sul piedistallo, inclinata in avanti di circa dieci gradi. Mi sento costretta a confessare, per prima a me stessa, di non avere fatto caso all’irregolarità dell’inclinazione, forse distratta dall’abbondanza decorativa del luogo e dalla bellezza del soggetto, tra i miei preferiti in quel contesto. In seguito Fabio, appositamente per Bassano News, ha simulato al computer quella che pare essere stata l’originaria posizione della statua. Sebbene si tratti di un piccolo scarto, il confronto con la situazione attuale mette in evidenza come nell’Ottocento, in occasione della ricollocazione dell’apparato statuario, la nuova proprietà sia intervenuta sul Centauro. Come è noto, le statue appartenevano in origine al giardino all’italiana della Villa Corner detta “Il Paradiso”, un complesso che nel 1808 versava ormai in condizioni critiche, quando il conte Antonio Revedin l’acquistò da Niccolò Corner Giustiniani. Già nel 1803, infatti, la proprietà era stata ceduta in affitto con il permesso di radere al suolo gli edifici per convertire tutto l’appezzamento in campi da coltivare. Rimosse dall’originaria collocazione, le sculture non andarono perdute, ma avrebbero dovuto aspettare oltre mezzo secolo per essere valorizzate nella decorazione del luogo destinato all’addestramento dei cavalli del conte Francesco Revedin: la cosiddetta Cavallerizza, progettata dall’architetto Marc Guignon, dove sono tuttora. Proprio considerando il cambio di destinazione è forse possibile

capire perché il Centauro, un tempo rampante in verticale come una figura araldica, oggi appaia in una posa dinamica, quasi pronto a saltare. Proiettare in avanti il personaggio mitologico, che era per metà uomo e per metà cavallo, in quel contesto voleva probabilmente enfatizzarne la natura bestiale per andare incontro alla nota passione per l’equitazione del proprietario, come Fabio ha giustamente osservato. Si volle trasformare il senso eroico della posizione colonnare scelta dai Marinali in un atteggiamento più scattante, con un piccolo ma significativo adattamento che, è utile ricordarlo, si andava ad aggiungere alla ben più importante perdita di significato determinata dallo spostamento complessivo delle statue dal sito originario. Come ricorda la copia di una pianta del 1790, riprodotta ne I Marinali. Illustri bassanesi, una volta le sculture erano disposte lungo i viali del giardino intorno alle aiuole. Senza dubbio bisogna immaginarle connesse tra loro da legami narrativi oggi perduti. Lo dimostra il caso di Meleagro, che una volta era certamente in dialogo con l’amata Atalanta, ma nella disposizione attuale risulta da lei assai distante a causa dell’intromissione di ben sette statue. Ancora meno fortunato sotto questo profilo appare il Centauro, per il quale non è possibile ricostruire alcuna sequenza narrativa sicura e del quale, per ora, non ci resta che apprezzare il fascino, all’interno del pur sempre attraente allestimento ottocentesco della Cavallerizza.


I NOSTRI TESORI

A fianco, dall’alto verso il basso Il Centauro in due immagini che ne visualizzano l’inclinazione: nella superiore la situazione reale, in quella inferiore, modificata digitalmente, la correzione virtuale ottenuta ruotando di dieci gradi in senso orario la statua (come evidenziato anche dalla grafica).

Un popolo di dei

“Paradiso in terra” e “dimora degli Dei beata” sono le espressioni che Bettinelli usa per descrivere l’antica Villa Corner, ricordando che ospitava “marmoree cento candide statue” realizzate dai Marinali. Forse usata in modo generico per indicare la ricchezza decorativa del giardino, la cifra non doveva essere poi troppo distante dalla realtà, visto che quasi cinquanta sculture sono sopravvissute alla distruzione dell’intero complesso. Giunone e Callisto, Medea, l’Occasione, Narciso, Deucalione e Pirra, l’Equinozio di Autunno, Ganimede: un popolo di dei e figure allegoriche disceso in terra aveva preso forma grazie allo scalpello dei Marinali, incarnandosi nella pietra tenera, per nobilitare la cornice dentro la quale si svolgevano le attività agricole. Chi voglia farsi un’idea della varietà dei soggetti raffigurati può dare un’occhiata al sito online della Villa Revedin Bolasco (www.villaparcobolasco.it), che riserva a ogni scultura una scheda, ipotizzando anche possibili accoppiamenti tematici. Nel caso del Centauro, essere mostruoso dal tronco umano innestato sul corpo di cavallo, si suggerisce che la statua abbia fatto parte di un corteo bacchico o che fosse associata alla figura di Ercole. Nella mitologia classica sono narrati, infatti, diversi episodi in cui l’eroe e semidio si scontrò con i Centauri, famosi per il loro carattere brutale. Si rammenta che, come comunità omogenea che abitava in Tessaglia, i Centauri sono anche protagonisti nel mito di una violenta battaglia contro il popolo dei Lapiti, nota come Centauromachia.

13


È uno straordinario spazio in più per la casa. Ed è molto importante che sia salubre e accogliente

ABITARE

FINSTRAL, IL PIACERE DI STARE IN VERANDA

Servizio publiredazionale a cura di Finstral Spa Auna di Sotto/Renon (BZ)

Grazie a innovative soluzioni tecnologiche, l’azienda altoatesina è in grado di conferire ad ampie superfici vetrate elevate proprietà isolanti: accorgimenti che garantiscono un clima abitativo gradevole, tenendo fuori il freddo in inverno e riducendo al minimo il caldo in estate.

La pratica anta di aerazione Vent - grazie alla presenza di stabili lamelle - favorisce il ricambio dell’aria senza che dall’esterno sia possibile capire se l’anta è aperta o chiusa.

14

A livello progettuale spesso si pensa alla veranda come a una semplice estensione dello spazio abitativo. In realtà le esigenze da considerare, e quindi da soddisfare, sono notevoli. L’idea di base è semplice: ampliare gli ambienti della casa fino al giardino, facendo così sfumare i confini tra l’interno e l’esterno. Tuttavia, per essere utilizzabile lungo tutto l’arco dell’anno, questa nuova luminosa oasi di vetro deve garantire una efficace protezione dagli agenti

atmosferici (calore, freddo, vento, intemperie…) e dal rumore. Inizialmente parecchie persone sottovalutano l’importanza delle proprietà isolanti delle verande, magari ignorando che solo quelle termoisolate possono offrire un piacevole clima abitativo sia d’estate sia d’inverno. Elevati valori di isolamento e ampie superfici vetrate Le verande Finstral possono essere rivestite in alluminio sul lato esterno e, se lo si desidera,

anche sul lato interno, mentre nel nucleo è sempre presente un profilo in PVC saldato agli angoli. I profili sono sempre dotati di un rinforzo in acciaio, certificato dall’ente TÜV, che garantisce stabilità statica anche in presenza di elevati carichi di neve. Ciò consente un’ottima tenuta e valori isolanti fino a Uf = 1,0 W/m²K. Viene inoltre impiegato un eccezionale triplo vetro isolante con una leggera protezione solare, lavorato direttamente


ABITARE

negli stabilimenti Finstral. Con le tipologie Mediterran e Sun-Block l’azienda altoatesina offre al mercato vetri a controllo solare in grado di diminuire l’apporto di calore del 20-60%. Così tenere fuori il freddo e ridurre al minimo il caldo in estate diventa possibile grazie ad ampie superfici vetrate.

Una veranda dalle linee sottili I montanti della veranda, di soli 50 millimetri, conferiscono un aspetto slanciato all’intera struttura. Impressione che risulta accentuata dall’estetica a tutto vetro delle porte scorrevoli in esecuzione Nova-line. Dall’esterno non si vede alcun profilo aggiuntivo oltre a quello dei montanti, mentre la superficie vetrata prosegue fino al filo del pavimento. Un elegante dettaglio, come si evince dalle foto pubblicate in questo servizio, è rappresentato dall’originale combinazione di materiali e colori: sul lato esterno i profili sono rivestiti in

alluminio grigio scuro, su quello interno sono realizzati in PVC bianco satinato. Le esclusive superfici goffrate in PVC - prive di pellicole adesive - grazie al numero ridotto di micropori richiedono una manutenzione minima proprio perché vi si accumula meno polvere. Si può scegliere tra numerose colorazioni e tra superfici goffrate e satinate: ben nove i colori per il PVC, in svariate tonalità di bianco, grigio e con decori legno. Per il lato esterno, in alluminio, Finstral offre 230 colori pieni, con finiture speciali e decori a struttura legno.

Dettagli studiati nei minimi particolari Le verande Finstral conquistano per i loro ricercati dettagli: la soluzione con traverse posizionate sul lato interno e vetro strutturale a gradino è elegante e consente di far defluire facilmente l’acqua piovana, evitando l’accumulo di fogliame all’esterno. Le lastre in vetro per il tetto

sono le più grandi disponibili sul mercato, con misure che arrivano fino a 110 centimetri di larghezza. Le soglie delle porte scorrevoli, prive di barriere architettoniche, non presentano scanalature profonde, che possono diventare ricettacolo di sporco e polvere. La soluzione Nova-line, con il vetro che ricopre completamente il profilo sul lato esterno, impedisce che lo sporco si depositi lungo i bordi del telaio. Le ante di aerazione, collocate dietro a stabili lamelle, offrono la possibilità di arieggiare anche quando non si usufruisce dell’ambiente, senza che polvere, gatti o altri “intrusi” possano entrare. Le zanzariere integrate tengono inoltre lontani fastidiosi insetti. Le lamelle sono composte dall’innovativo materiale ForRes, prodotto da scarti di PVC e bucce di riso. Su richiesta è disponibile una porta-finestra con apertura ad anta e ribalta in esecuzione, serrabile da entrambi i lati.

Le porte scorrevoli sono dotate di soglie ribassate prive di barriere architettoniche e di scanalature profonde, dove si depositerebbe altrimenti lo sporco. In alto Un’oasi di comfort a tutto vetro: la veranda perfettamente isolata di Finstral costituisce un prolungamento dello spazio abitativo, utilizzabile per tutto l’anno.

FINSTRAL Spa Via Gasters, 1 39054 Auna di Sotto/Renon (BZ)

15

STUDIO FINSTRAL BASSANO DEL GRAPPA Via Generale Basso, 14 Tel. 0424 383349 bassano@finstral.com www.finstral.com/bassano


Un tema interessante per una visita coinvolgente…

ORTODOSSIA A VENEZIA La Chiesa di San Giorgio dei Greci

IL RAPPORTO

di Stefano Mossolin

Fra le innumerevoli testimonianze storiche e artistiche che Venezia custodisce da secoli, vale sicuramente la pena conoscerne una, davvero significativa e legata a una precisa comunità…

Tra Bisanzio e Venezia è sempre esistita una relazione speciale che, seppur con alti e bassi, ha mantenuto a lungo legate le due città. Non a caso, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, proprio la Serenissima divenne di fatto l’erede culturale dell’ex capitale dell’Impero Romano d’Oriente. A testimonianza di tale rapporto, basta semplicemente evocare il numero di opere e manufatti bizantini conservati a Venezia.

Sopra, da sinistra verso destra Due belle immagini della chiesa rinascimentale di San Giorgio dei Greci a Venezia. La facciata, di sobria eleganza, dà sul piccolo sagrato, chiuso sul rio dei Greci. L’interno, solenne, presenta un’iconostasi marmorea impreziosita da opere tardo-bizantine. Adiacente all’edificio si trova la Scoletta di San Nicolò che oggi ospita il Museo delle Icone bizantine e postbizantine.

A fianco, da sinistra La pianta della Basilica di San Marco a Venezia e quella della chiesa dei SS. Apostoli di Costantinopoli in una ricostruzione grafica. Eretta da Costantino, nel VI secolo fu riedificata da Giustiniano. Venne poi distrutta dal sultano Maometto II nel 1453.

16

La stessa Basilica di San Marco presenta nei suoi elementi architettonici un elevato livello di “grecità”: la struttura è infatti ispirata a quella della Chiesa dei SS. Apostoli a Costantinopoli. A ciò si univano, all’interno e all’esterno dell’edificio, decorazioni musive e iscrizioni in lingua greca, senza dimenticare i meravigliosi manufatti bizantini conservati nel Tesoro della Basilica. Testimonianze dell’influenza ellenica in laguna si ritrovano poi nella Chiesa di San Giorgio dei Greci. Un luogo cultuale destinato al rito ortodosso, la cui istituzione venne autorizzata dal Consiglio dei Dieci nel 1498 e finanziata dalla Confraternita greca di Venezia. La nascita di tale confraternita era la conseguenza di un flusso migratorio iniziato parecchi anni prima, con l’annessione alla

Repubblica di alcuni territori dell’impero bizantino. Da allora l’arrivo a Venezia di greci originari di quelle zone (Creta, Corfù, Malvasia…) venne notevolmente facilitato. In seguito anche la minaccia turca costrinse un gran numero di profughi, provenienti dai territori greci, a cercare riparo a Venezia o nelle isole elleniche sotto il suo controllo. L’iniziale stanziamento dei greci in città non fu ben visto dalle autorità cittadine ed ecclesiastiche veneziane, tanto che in un primo tempo le celebrazioni liturgiche ortodosse vennero segretamente tenute in case private: gli officianti erano considerati scismatici. Dopo il Concilio di Firenze (1439) venne tuttavia consentito alla comunità di praticare i suoi riti all’interno della chiesa cattolica di San Biagio; l’esigenza di un proprio edificio di culto era però molto sentita: una necessità spirituale compresa dal cardinale Isidoro (metropolita di Kiev) che, dopo aver partecipato attivamente alla fallita difesa di Costantinopoli, si era recato a Venezia per chiedere al Senato di autorizzare la costruzione di una chiesa destinata ai suoi connazionali rifugiatisi nella città lagunare. L’iniziativa trovò il favore di Papa Callisto III, che ufficializzò il proprio consenso con una bolla pontificia. Il 18 giugno 1456 il Senato veneziano accolse la proposta, e diede l’autorizzazione alla comunità ellenica di edificare una propria chiesa; autorizzazione che dopo pochi giorni fu però revocata, poiché la maggior parte della comunità, ortodossa scismatica, non riconosceva l’autorità ecclesiastica latina. Nel 1470 il Senato emanò un decreto secondo il quale i greci potevano celebrare funzioni religiose solo ed esclusivamente in San Biagio, ritenendo una violazione della legge celebrazioni che avvenissero in altri luoghi.


Si trattò probabilmente di una misura restrittiva a sfondo politico, al fine di controllare e identificare più agevolmente la componente etnica greca presente in città. Ventotto anni più tardi, nel 1498, venne finalmente autorizzata la creazione della confraternita (laica e dagli scopi filantropici), che ottenne la propria sede in San Biagio e posta sotto il patrocinio di San Nicolò. I suoi membri, uomini e donne, riuscirono presto a elevarsi socialmente e nel 1511 la confraternita formalizzò la richiesta di acquistare un terreno edificabile, per la costruzione di una nuova e capiente chiesa. Nel 1514 il doge ufficializzò il proprio consenso, cui seguì quello di Papa Leone X, che emanò per l’occasione due bolle, ratificate nel 1526 da una terza emanata da Clemente VII, grazie alle quali la confraternita non veniva sottoposta alle autorità ecclesiastiche locali, essendo estranea al potere giuridico del Patriarca di Venezia. Sull’area, acquisita nel 1526, l’anno seguente fu edificata una piccola chiesa. La cifra necessaria per la costruzione di quella che sarebbe poi divenuta la Chiesa di San Giorgio dei Greci fu stimata in 15.000 ducati aurei. Un importo elevato da finanziare con le risorse della confraternita, che vantava ormai personalità di spicco a Venezia. L’architetto Sante Lombardo si occupò della progettazione, seguendo pure la direzione dei lavori dal 1539 al 1547. Nel 1548 gli succedette nell’incarico Gianantonio Chiona. L’edificio fu terminato nel 1573. Artefice della più tarda costruzione del campanile, eretto fra il 1587 e il 1603, fu Bernardo Ongarin. Nel 1577 il parroco Gabriele Serviros, ordinato metropolita di Filadelfia dal patriarca di Costantinopoli e intenzionato a trasferirsi a Creta, fu costretto

dalle autorità veneziane a rimanere in città. La confraternita gli offrì allora uno stipendio annuo di 144 ducati e lo riconobbe come proprio capo ecclesiastico. Serviros accettò l’offerta e rimase in città, mentre la Repubblica convinse per vie diplomatiche il Patriarca Geremia II a non convocare Serviros al vescovado di Filadelfia, in Asia Minore. Serviros fu così il primo metropolita ortodosso a risiedere stabilmente a Venezia, ponendo la confraternita e la chiesa sotto la protezione religiosa e politica del patriarcato di Costantinopoli. Dopo la sua morte, nel 1616, la confraternita procedette all’elezione del successore, grazie anche alla mediazione di Venezia con il Patriarcato d’Oriente. Da allora in poi la sede dei metropoliti di Filadelfia fu di fatto trasferita a Venezia. Il seggio di metropolita divenne sempre più prestigioso, tanto che tra gli aspiranti alla carica figurarono anche patriarchi di Alessandria. E, fra questi, pure l’ex patriarca di Costantinopoli Metodio III Moronis. La Chiesa di San Giorgio dei Greci si presenta semplice e imponente. Sopra l’ingresso principale è collocata una rappresentazione musiva con Cristo benedicente, recante nella mano sinistra una pergamena in greco, traducibile con “Io sono la porta…”. L’interno, progettato secondo le esigenze del rito ortodosso, è riccamente ornato da timpani, cornici, travi, e opere di artisti di spicco, fra i quali Michele Damaskinòs ed Emanuele Tzanès Bunialìs. La cupola fu invece decorata da Giovanni Kiprios, che operò sotto la supervisione del già celebre Jacopo Robusti, meglio noto come Tintoretto. Grazie anche alla tolleranza religiosa della Repubblica, la confraternita poté godere per

lungo tempo di molti privilegi. Il suo lento e costante declino ebbe inizio in seguito alla fine della Serenissima e alla confisca napoleonica dei fondi, degli oggetti preziosi e dei tesori delle scuole. All’inizio del XX secolo il numero dei membri della confraternita (che conservava ancora gran parte dei suoi beni) si era drasticamente ridotto. Nel 1948 la sopravvivenza del patrimonio culturale venne salvaguardata da un accordo tripartitico tra il Governo italiano, quello greco e i “superstiti” della comunità greca veneziana. L’Italia autorizzò la fondazione di un istituito ellenico, al quale la comunità greca donò tutti i beni. Nelle vicinanze della Chiesa di San Giorgio si trovano altri due importanti edifici: il palazzo Flanghinis (oggi sede dell’Istituto Ellenico di Studi bizantini e post-bizantini, fondato nel 1951) e la Scoletta di San Nicolò. Al primo piano di quest’ultima è collocato il Museo delle Icone bizantine e post-bizantine. All’interno della ricca collezione museale sono conservate non solo opere tipicamente bizantine, ma anche testimonianze di una produzione artistica nella quale Occidente e Oriente s’incontrano in un’arte sacra, che colpisce per l’originalità e la bellezza.

Qui sopra Nell’antica Scoletta di San Nicolò (progettata da Baldassarre Longhena) ha sede il Museo delle Icone bizantine e postbizantine. Inaugurato nel 1959 e ristrutturato nel 1999, ospita icone, codici miniati, paramenti sacri e oggetti di grande valore storico e artistico. Sotto, dall’alto verso il basso La mitra appartenuta al metropolita di Filadelfia Anastasio Vellerianos, 1656. Venezia, Museo delle Icone bizantine e post-bizantine. La pianta della Chiesa di San Giorgio dei Greci.

17


Al centro della Commedia un tema di grande respiro

DANTE ANTICIPA IL CONCETTO MODERNO DI LIBERTÀ

LA LEZIONE DEL PASSATO

di Gianni Giolo

La storia del mondo non è altro che il progresso della consapevolezza della libertà.

Il corso degli eventi è presente nella mente di Dio, ma non toglie all’uomo l’autodeterminazione.

Hegel

L’uomo, con la sua anima intellettiva, è libero e non dipende dall’azione dei cieli, ma da Dio. Il tema ritorna nel canto XVII del Paradiso dedicato a Cacciaguida, in cui il poeta dice che il corso degli eventi è presente nella mente di Dio, ma non toglie all’uomo la libertà, come una nave che discende la corrente di un fiume non attribuisce la necessità del suo movimento allo sguardo dell’osservatore. Il tema era già stato trattato da Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica.

A fianco Gustave Doré, Dante incontra il trisavolo Cacciaguida degli Elisei, incisione, 1868.

Qui sotto Artista italiano, Ritratto di Dante Alighieri, olio su tela, XVI secolo. Innsbruck. Castello di Ambras

Non si può passare sotto silenzio il 700° anniversario della morte di Dante (14 settembre 1321), il padre della lingua italiana e il maggior poeta della nostra tradizione letteraria. Due interessanti studi sono stati editi l’anno scorso: quelli di Aldo Cazzullo (A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia) e il Dante di Alessandro Barbero. Ricordiamo anche il libro di Enrico Malato, professore emerito di Letteratura italiana all’Università

Sotto Luca Signorelli, Dante, affresco, inizi XVI secolo. Orvieto, duomo.

18

Federico II di Napoli, Introduzione a “La Divina Commedia”, che mette in luce come il centro della Commedia sia il tema della libertà. Dante si colloca in quella linea di pensiero che a partire da Socrate si interroga sul nesso fra libero arbitrio e condotta morale. Siamo nel XVI canto del Purgatorio e il poeta mette in bocca a Marco Lombardo la sua concezione di libero arbitrio: A maggior forza ed a migliore natura / liberi soggiacete.

Dante anticipa la nozione moderna di libertà, come prerogativa della natura umana (Hegel). L’uomo ha la “ragione” con la quale può distinguere il bene dal male. Dante precorre i tempi, come il pensiero di Spinoza trova il suo antecedente nello Stoicismo antico. Inoltre il pensiero di Leibniz recupera la filosofia di Platone, Aristotele, Archimede ed Euclide. Lo stesso discorso che riguarda la libertà si può condurre a proposito dell’antinomia uguaglianza/diversità, tema messo in bocca a Carlo Martello nell’VIII canto del Paradiso. Gli uomini sono uguali ma hanno attitudini diverse: c’è chi nasce con la vocazione del legislatore e del guerriero, del sacerdote e dell’artista. Tutto è predisposto dalla Provvidenza attraverso gli influssi celesti, ma gli uomini fanno tutto il contrario, onde la traccia vostra è fuori strada.


“A quell’epoca si disegnava con riga e squadra e i calcoli erano eseguiti con il regolo… altro che computer!”

FOCUS

A LEZIONE DI PONTI

di Fabio Abbruzzese

UN RICORDO DEL PROFESSOR RICCARDO MORANDI

L’ing. Fabio Abbruzzese, stimato professionista attivo nella nostra regione (autore fra l’altro di un numero de L’Illustre bassanese dedicato ad alcuni ponti storici e recenti nel Veneto), rievoca per Bassano News il rapporto intercorso con il celebre progettista, ai tempi in cui era uno dei suoi studenti.

Sopra, dall’alto verso il basso La copertina de L’Illustre bassanese n.188, curato da Fabio Abbruzzese e dedicato ad alcuni ponti storici e recenti nel Veneto (novembre 2020). Il viadotto sulla laguna di Maracaibo, lungo 9 chilometri, si articola su 5 campate navigabili, con l’impalcato a 45 metri d’altezza e una luce di 235 metri, record per le strutture strallate.

Pagina a fianco, dall’alto Il prof. Morandi (al centro della foto) alla consegna dei lavori in un cantiere a Roma negli anni Trenta. Il viadotto della Magliana lungo l’autostrada Roma-Fiumicino, primo ponte strallato in curva. Qui sotto Il libretto universitario dello studente Fabio Abbruzzese: evidenziato in colore giallo l’esame di “Costruzione dei Ponti” sostenuto con il professor Morandi (8 ottobre 1970).

20

Ho avuto la fortuna di avere il prof. Riccardo Morandi quale docente del corso di “Costruzione dei Ponti” nell’Anno Accademico 1969 -’70 presso l’Università “La Sapienza” di Roma. L’illustre professionista è stato infatti titolare di questa cattedra alla facoltà d’Ingegneria nel triennio 1969-’72. Il suo corso e l’esame sono stati per me i più stimolanti del biennio propedeutico e del triennio di applicazione, tanto da indirizzarmi nella futura carriera professionale proprio lungo questo solco. Rammento ancora quelle lezioni: le ore volavano per quanto erano interessanti, dense di contenuti e di esperienza professionale. Morandi ci ha illustrato come nasceva e si concretizzava la soluzione progettuale: dalla preliminare profonda conoscenza del territorio, ove doveva essere realizzata l’opera, a quella del sottosuolo; dallo studio dell’idrografia a quello dell’ambiente e della storia del contesto coinvolto. Da questi primi elementi prendeva

gradualmente forma l’idea progettuale, il “concept” si direbbe oggi, che diveniva poi concreta attraverso un’analisi di ottimizzazione economica degli elementi strutturali. Al termine del corso mi sono reso conto, con sorpresa, che il prof. Morandi non aveva scritto una sola formula sulla lavagna! Numerosi ponti e viadotti, che in quegli anni rappresentavano l’avanguardia sotto l’aspetto sia tecnico sia realizzativo, sono stati oggetto dei nostri studi, conosciuti direttamente dalla voce del loro ideatore: il viadotto strallato realizzato lungo la laguna di Maracaibo con campate da 235 metri di luce, il viadotto Polcevera di Genova, tristemente noto per il crollo nel 2018 che ha causato 43 vittime, il ponte della Magliana sull’autostrada per l’aeroporto di Fiumicino, il ponte sul Columbia River, il ponte sulla Fiumarella a Catanzaro e tanti altri progettati dai suoi illustri colleghi. Le esercitazioni erano tenute dai suoi assistenti. Si lavorava in gruppi di 4-5 studenti e si svilup-

pava il progetto strutturale di tutti gli elementi del ponte: le fondazioni, le spalle, le pile, le travi, i traversi e le solette d’impalcato nei vari materiali: il cemento armato, il cemento armato precompresso, la struttura mista acciaio calcestruzzo e l’acciaio. Si disegnava con riga e squadra e i calcoli erano eseguiti con il regolo; a quel tempo non era ancora diffuso il PC! Durante le esercitazioni sono stati progettati i ponti ad arco, a travata continua, quelli tipo “Gerber” e i ponti a telaio; sono state poi esaminate le modalità di varo, la prefabbricazione, gli elementi tecnici quali gli appoggi, i giunti, l’impermeabilizzazione degli impalcati; ed è stata studiata la normativa tecnica italiana e quella degli Stati più importanti. In breve, in quell’anno proficuo il prof. Morandi e i suoi assistenti ci hanno insegnato i fondamenti dell’arte del costruire. Il mio primo incarico importante quale Direttore dei Lavori è stato il viadotto sulla S.S. 248 lungo la


MORANDI E I PONTI Note biografiche

S.S. 47 - variante di Bassano del Grappa: un’opera dello sviluppo di 348 metri con impalcato tipo “Gerber”. Ho subito applicato le nozioni acquisite nel corso di ponti, sia nella fase di revisione del progetto sia in quella della costruzione del viadotto.

Pensando alla pandemia causata dal Covid-19, che in questi mesi - oltre a mietere vittime - priva i giovani del contatto diretto con gli insegnanti e fra gli stessi studenti, provo un senso di sgomento per questa loro sfortuna. Nei miei anni universitari ho perso qualche lezione solamente per le occupazioni delle aule nel periodo delle contestazioni del ’68; contestazioni che avevano però interessato in prevalenza le facoltà umanistiche (Lettere, Filosofia, Scienze Politiche, ecc.). Nella primavera del ’68, durante una lezione di Fisica Tecnica a Ingegneria, circolò la notizia che i “celerini” (la Polizia motorizzata) erano entrati nella Facoltà di Architettura di Valle Giulia e che erano in corso violenti scontri tra le forze dell’ordine e gli studenti. In breve l’aula si svuotò e quasi tutti ci recammo a Valle Giulia per dare man forte ai colleghi architetti. Era il tempo delle richieste studentesche, rivolte principalmente all’istituzione

di un’Università aperta a tutti. L’anno successivo i moti erano quasi conclusi, avendo raggiunto molti degli obiettivi prefissati. Le lezioni a Ingegneria si svolsero pertanto con regolarità. Una data, in particolare, è rimasta impressa nei miei ricordi: il giorno dell’esame di “Costruzione dei Ponti” (8 ottobre 1970), sostenuto proprio con il prof. Morandi. L’esame andò benissimo, per cui festeggiai l’evento con gli altri colleghi, nel baretto Colle Oppio di San Pietro in Vincoli. Rientrato a casa e parlandone con mio padre, scoprii che Morandi era stato suo collega all’Università. Si erano entrambi laureati a Roma nel 1927. Un’ulteriore sorpresa fu quella di apprendere che, in seguito, avevano avuto alcune occasioni professionali comuni. Non gli feci ulteriori domande, in quanto mi godevo quel momento e pensavo che, a distanza di qualche giorno, avrei dovuto sostenere l’ultimo esame e poi lavorare alla tesi. Nei giorni di confinamento della pandemia, mettendo ordine tra le vecchie carte di mio padre, mi è capitata tra le mani una fotografia d’epoca. Ho riconosciuto subito la sua figura e, con sorpresa, pure quella dell’ing. Morandi, al centro della foto con un cappello in mano. Esaminando il cartello di cantiere installato sulla baracca ebbi una

conferma: doveva trattarsi della foto scattata, come da prassi, in occasione della consegna dei lavori. Non essendoci date, ritengo possa risalire alla metà degli anni Trenta. I lavori dovevano riguardare, presumibilmente, la costruzione di un fabbricato di civile abitazione per l’alloggio di lavoratori, essendo la Cooperativa Ferrovieri RomaLido la committente dell’opera (come riscontrabile dal cartello). In quel periodo, in particolare a Colleferro, il prof. Morandi aveva progettato per conto della Società Bomprini-Parodi-Delfino le case per gli operai e gli impiegati nonché i villini per i dirigenti. Confesso che mi rincresce aver perso l’occasione, cinquant’anni fa, di approfondire con papà il suo rapporto professionale con Morandi, le sue impressioni e il giudizio sulla levatura tecnica dell’illustre personaggio. Una figura che, a mio parere, nel campo dell’ingegneria resta comunque fra le più illuminate.

Le opere per le quali Morandi è conosciuto a livello internazionale sono i grandi ponti e i viadotti che progettò dal 1945 in poi. Inizialmente quest’attività ha riguardato la ricostruzione postbellica dei ponti danneggiati o distrutti e la costruzione di nuovi ponti stradali per conto della Cassa per il Mezzogiorno. Le sue realizzazioni si distinguono per la potenza espressiva e la capacità di interpretare le diverse situazioni paesaggistiche. “Il ponte - ricordava Morandi - è insieme la conquista dello spazio e un fatto di pura forma, e in questa opera si realizza la sintesi di architettura e ingegneria”. Evidenziava che “questi interventi dovevano interagire con il paesaggio e con i suoi abitanti, in un rapporto strettissimo tra necessità, dovuta alle esigenze del progresso, e una forma di tutela del patrimonio naturale, che passa attraverso la contaminazione con l’oggetto architettonico studiato per il contesto particolare”. Per i primi progetti Morandi ha seguito gli schemi classici, il sistema ad arco e successivamente nel 1950, anno che diede inizio al periodo più fecondo della sua attività, gli impalcati isostatici, soluzione che fu ritenuta la più idonea per i lunghi viadotti. Infine ideò la struttura strallata, che consiste in una successione di impalcati sostenuti da coppie di stralli, imponenti tiranti inclinati e a loro volta ancorati ad antenne di altezza in funzione della luce della campata. Questa struttura fu applicata da Morandi per la prima volta nel 1955 per il ponte in acciaio sullo Sromsund, in Svezia, e nel 1957-’58 in occasione del concorso per il ponte sulla laguna di Maracaibo, in Venezuela: viadotto considerato tra le costruzioni in cemento armato precompresso più rilevanti al mondo. Da tale esperienza sono derivati lo spettacolare ponte sul wadi Al-Kuff, in Libia, il viadotto Polcevera a Genova e il ponte nell’ansa del Tevere, sull’autostrada RomaFiumicino: le opere più note per le quali adottò il sistema degli impalcati strallati.

21


Dopo un ictus o un trauma cranico…

Il recupero delle funzioni cognitive e delle autonomie funzionali

AFFLATUS

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

La mente ha in sé la propria dimora e in sé può fare di un inferno il paradiso e del paradiso un inferno. John Milton

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

22

1/4 - Plasticità cerebrale e resilienza psicologica come base di partenza per il lavoro del neuropsicologo La letteratura scientifica più accreditata nel campo della riabilitazione delle funzioni cognitive (1) ha evidenziato ormai da anni le potenzialità della riabilitazione neuropsicologica dopo lesione cerebrale. Un danno cerebrale spesso comporta problematiche attentive, di memoria, di pianificazione, di linguaggio…, con ricadute sulla capacità di prendere decisioni e di risolvere problemi in situazioni soprattutto nuove. Il recupero spontaneo dopo una lesione cerebrale si compie entro circa un anno dalla lesione. È questo un tempo estremamente prezioso per guidare la riconquista delle funzioni compromesse. Come? 1 - Stimolando le cellule nervose in sofferenza (diaschisi), ma ancora recuperabili se adeguatamente stimolate. 2 - Guidando il processo vicariante di altre aree cerebrali che, se stimolate in modo specifico e con le tecniche neuropsicologiche più accreditate dalla ricerca scientifica, portano un ampio recupero della funzionalità rispetto alla lesione subita. Il nostro cervello si avvale infatti di una plasticità cerebrale importante, con la capacità di generare nuove connessioni dendritiche a supporto delle cellule neurali esistenti e ristabilendo o generando più connessioni attivando una maggiore velocità e qualità di elaborazione dell’informazione tale

da permettere il recupero almeno in parte delle funzioni compromesse. Per una persona che ha subito una lesione cerebrale e per la sua famiglia il mondo cambia totalmente. Spesso l’età è giovane, nel caso di un trauma cranico a 18-30 anni, o in media intorno ai 40-60 anni nel caso di un ictus. Gli esiti cognitivi, emotivi, fisici, relazionali e comportamentali risultano spesso molto invalidanti per la persona, tanto da comprometterne l’autonomia e di conseguenza la qualità della vita. Le difficoltà motorie sono soltanto una delle possibili ricadute di una lesione cerebrale. Spesso la consapevolezza delle proprie difficoltà va ad aggravare ulteriormente l’umore della persona colpita e può rendere difficile la convivenza e la riabilitazione stessa. Un intervento precoce, mirato, competente, che prende in carico il paziente e la sua famiglia, dal punto di vista sia psicologico che neuropsicologico, psicoterapeutico e di orientamento rispetto ai servizi e alle normative per il supporto alla famiglia, può alleviare di molto non solo i sintomi ma anche guidare la famiglia verso un nuovo equilibrio che richiede adattamento, coraggio, supporto, per entrambi. Grazie alla costruzione di modelli neuropsicologici di funzionamento e di recupero cerebrale sono state sviluppate in più di 50 anni di ricerca scientifica strategie estremamente efficaci (1) per l’intervento, innanzitutto sulle problematiche di attenzione, pianificazione, funzioni esecutive, con miglioramenti su memoria, linguaggio, compren-

sione in ascolto, ecc., prima ancora di riabilitare direttamente queste ultime. Le funzioni attentive / esecutive sono fondamentali (“la benzina e la regolazione”) per il funzionamento di altre funzioni e risultano sempre compromesse dopo una lesione cerebrale in quanto distribuite in più aree cerebrali e reti neurali aumentando dunque la possibilità che una lesione cerebrale le intacchi. Paradossalmente ciò aiuta la riabilitazione perché così più vie possono essere utilizzate per recuperare i deficit presenti! Va dunque impostato un percorso riabilitativo neuropsicologico gerarchico che permetta di ottenere il miglior risultato nel minor tempo possibile. Il nostro cervello è una macchina meravigliosa dotata di una ridondanza (o eccesso) di reti neurali aspecifiche che possono essere “dedicate” o “attivate” a determinati compiti attraverso un addestramento mirato. Il recupero della memoria di lavoro, funzione che permette di elaborare più informazioni in contemporanea ed integrarle in una rappresentazione mentale più complessa, è determinante per ridurre l’affaticamento, l’impatto dei deficit cognitivi nella vita quotidiana con un miglioramento delle autonomie, della fluenza verbale e della memoria prospettica, ovvero della capacità di ricordare ciò che dovremo ancora fare (es. andare dal dentista mercoledì prossimo). Il neuropsicologo deve conciliare il miglioramento delle funzioni cognitive con la capacità crescente di auto-monitoraggio da parte del paziente in modo da conoscersi e ri-conoscersi a ogni singola conquista. Il percorso psicologico e talora psicoterapeutico si affiancano al percorso riabilitativo neuropsicologico per accompagnare il paziente e la sua famiglia nel risalire la china. Il viaggio meraviglioso nella nostra mente continua alla prossima puntata…

1) Evidence-Based Cognitive Rehabilitation: Systematic Review of the Literature from 2009 through 2014 Keith D. Cicerone, et al. Archives of Physical Medicine and Rehabilitation 2019;100:1515-33


I cambiamenti climatici hanno acuito il problema della scarsità d’acqua nel pianeta. E anche in Italia i periodi di siccità sono in aumento…

PROPOSTE

di Andrea Minchio

LA GRANDE SETE È ora di pensare seriamente agli impianti di dissalazione

Più ci saranno gocce d’acqua pulita, più il mondo risplenderà di bellezza.

Madre Teresa di Calcutta

Le foreste a precedere le civiltà, i deserti a seguire.

La tecnologia è cresciuta e ora si può utilizzare l’energia solare per alimentare i sistemi più evoluti. Ma il nostro Paese è in ritardo e poco interessato. Invece bisogna muoversi.

Quando mi capita di leggere sulla stampa quotidiana di un’ennesima emergenza siccità accade immancabilmente che mi arrabbi. È così fin dai tempi dell’università, quando per la prima volta ho focalizzato il problema e forse individuato una delle possibili soluzioni, non insormontabile nel nostro Paese, per poterlo in parte risolvere. A distanza di quasi quarant’anni dalla laurea (ohibò, è passato tutto questo tempo!) poco o nulla è stato fatto. C’è da chiedersi perché politici, amministratori, tecnici e consulenti non abbiano finora affrontato con la necessaria serietà ed efficienza una questione così grave e urgente. Tanto più che a complicare le cose sono intervenuti i cambiamenti climatici: un allarme lanciato anche su queste pagine quasi trent’anni fa dal prof. Luciano Baruzzi, nostro collaboratore. E così, da periodi di secca si passa all’improvviso a situazioni di forte maltempo, spesso accompagnate da fenomeni di grande intensità. Per non parlare delle temperature, che in estate toccano ormai massimi davvero preoccupanti. Premetto subito che non ho una preparazione specifica in materia, scrivo da cittadino comune. Però è anche vero che si tratta di problematiche frequentemente presenti nella cronaca e trattate con il dovuto spazio dai media. Partiamo allora dagli acquedotti, fiore all’occhiello della civiltà romana. Secondo le statistiche le nostre reti idriche sono piene di falle: la percentuale media di perdita nelle condotte idriche nazionali è del 39%, con punte del 50% nel Mezzogiorno. Un dato impressionante, al quale

si può e si deve rimediare con urgenza attraverso investimenti ingenti e adottando tecnologie smart. Come da tempo, ormai, suggerisce pure la Coldiretti. Anche la creazione di nuovi bacini artificiali potrebbe seriamente contribuire alla risoluzione del problema. L’acqua piovana dovrebbe venire raccolta in invasi di medie e piccole dimensioni, realizzati in collina e in pianura: aree in genere colpite dal dissesto idrogeologico. Così come si potrebbero raccogliere le acque delle piene, evitando disastrosi allagamenti, per poi utilizzarle nei periodi di deficit. Non mi soffermo sulle diverse modalità di riduzione degli sprechi, poiché il tema è già ampiamente proposto e trattato. M’interessa piuttosto segnalare una possibilità della quale non si parla MAI, dico MAI, e cioè quella a cui avevo pensato da studentello di architettura. Alludo alla dissalazione, una tecnica sempre più diffusa nel mondo (pensiamo per esempio agli impianti realizzati sulle coste del Golfo Persico), che sarebbe il caso di studiare e applicare anche in Italy. Un esempio significativo, sulle opposte sponde del Mediterraneo, viene da Israele: il 60% del suo territorio è infatti completamente desertico e la parte rimanente presenta un suolo molto arido. Il problema è stato risolto dapprima grazie al riutilizzo di oltre l’80% delle acque reflue, destinate in gran parte all’agricoltura e distribuite con la tecnica dell’irrigazione a goccia. E poi con la realizzazione di impianti di dissalazione delle acque marine: una scelta praticamente obbligata e resa urgente

dalla gravissima siccità patita dal Paese nel 2007 e nel 2008. Oggi, in Israele, quasi il 40% del fabbisogno d’acqua potabile proviene dalla dissalazione. Ma le previsioni sono di portare entro il 2050 la percentuale al 70%. Pure a livello globale la tendenza è in crescita: i dissalatori sono infatti considerati una soluzione concreta per soddisfare, quanto meno parzialmente, la sete d’acqua dolce dell’umanità. Non a caso si sta lavorando per ottimizzare le tecnologie di dissalazione e soprattutto per abbatterne gli elevati costi d’uso (di fatto proibitivi per le nazioni che ne avrebbero più bisogno). Va anche detto che, per quanto necessari, tali impianti producono scorie sotto forma di salamoia (una soluzione di cloruro di sodio prossima alla saturazione): il che implica inevitabilmente l’esigenza di trattamenti specifici e - tanto per cambiare - costosi. E in Italia? Se a livello globale si stima un significativo sviluppo del riciclo delle acque reflue e della dissalazione, nel Bel Paese il prelievo di acque marine per uso potabile è esiguo (secondo gli studi, pari allo 0,1 per cento del totale). Qualcosa pare comunque inizi a muoversi: il Politecnico di Torino, in collaborazione con il Mit, sta lavorando a un progetto di dissalazione dell’acqua marina che sfrutta l’energia solare e utilizza l’“effetto Marangoni” per ridurre la cristallizzazione del sale nel corso del processo. Una buona notizia, anche se le istituzioni preposte sono indietro e paiono non interessarsi al tema. Provvederà (purtroppo) la crisi climatica a destare quanto prima anche i più sonnolenti…

François-René de Chateaubriand

Sopra, dall’alto verso il basso Acqua potabile dal mare: è possibile e oggi la tecnologia consente anche soluzioni che rispettino l’ambiente. Il ponte della Becca in provincia di Pavia. Ai primi di aprile il Po era in secca, dalla Lombardia alla foce, come solitamente accade alla fine di agosto: una situazione preoccupante, con punte inferiori del 45% rispetto alla media. Qui sotto Il Lario (più noto come lago di Como), così come si presentava all’inizio di marzo. Chissà cosa avrebbe scritto Alessandro Manzoni nel vederlo così basso?

25


Imprenditore illuminato, ha saputo imprimere alla storica azienda di famiglia una svolta coraggiosa e innovativa…

ART NEWS

TONI CECCHETTO L’industriale novese “inamorà coto dea ceramica”

di Giambattista Petucco

Fotografie: Archivio famiglia Cecchetto; Bassano News

Veci piati rusteghi del caro me greparo a si meravegiosi! Non son proprio convinto Che de là in paradiso i saloti e i saloni Sia così ben ornadi tanto fa el me greparo!

In seguito alla crisi del 1929 ebbe l’idea di diversificare l’attività della manifattura - che per quasi due secoli aveva realizzato tradizionali stoviglie in ceramica - orientandola verso la produzione di impasti e servire così le fabbriche sorte numerosissime in paese nel secondo Dopoguerra.

Toni Cecchetto

(dalla raccolta “Proesie”)

Qui sopra Toni Cecchetto osserva ammirato il complesso meccanismo dell’antico molino pestasassi Baccin Cecchetto in una foto degli anni Settanta.

A destra, dall’alto verso il basso Due eloquenti immagini del salone, ricavato nell’abitazione di famiglia, ove sono esposti i piatti popolari raccolti da Toni Cecchetto: si tratta di quello che il ceramista definiva scherzosamente “el me greparo”. Gran parte dei pezzi proviene dalla Manifattura Cecchetto. Sotto Dama in blu e verde, “Donna superlativa”, così Toni Cecchetto amava definire il soggetto di questo piatto di fine Ottocento - ø cm 29. Manifattura Cecchetto.

26

Figlio di Giovanni Maria e della nobildonna Pierina Palazzi, Toni Cecchetto nacque a Nove nel 1909. Si può dire che, a parte gli anni di studio a Vicenza per ottenere il diploma di ragioniere, egli visse sempre fra le mura della sua amata fabbrica, un’azienda che vanta origini settecentesche. Profondamente innamorato dell’arte fittile, Toni era anche un appassionato cacciatore. Ricordo ancora il suo bel pointer, che ogni tanto sfuggiva al controllo del padrone e gironzolava felice nella piazza del paese. Come ha raccontato lo studioso Matteo Stecco nella sua Storia delle Nove (Arti Grafiche Bassanesi, 1925), un certo Cecchetto giunse in paese per lavorare - quale valente pittore - dagli Antonibon. Era originario di Lodi, città già nota all’epoca per i bei colori (soprattutto il rosso) delle sue terraglie e maioliche. Ben presto il giovane artista si fidanzò con la nipote di Gian Maria Baccin, figura di primaria importanza nella storia della ceramica veneta.

Questi, una volta ritiratosi nel suo bel palazzo sul liston, lasciò in eredità la fabbrica e il mulino alla nipote e al Cecchetto, che nel frattempo ne era divenuto lo sposo. Mi piace - in questa sede - spendere due parole sulla personalità del Baccin: artefice e proprietario del mulino pestasassi che ancor oggi possiamo ammirare lungo via Munari, egli ebbe il merito di portare la terraglia a Nove e di sviluppare numerosi modelli,

fra i quali le magnifiche zuppiere e salsiere zoomorfe che sono state il cavallo di battaglia di molte nostre aziende fino a qualche anno fa. Gian Maria Baccin fu un imprenditore illuminato e dotato di una particolare sensibilità: egli fece infatti costruire sui listoni “grande” e “piccolo” le abitazioni dei suoi dipendenti. A lui si deve inoltre il viale di sofore che porta dalla piazza al suo palazzo. Ma ora torniamo a parlare del


ART NEWS

A fianco, dall’alto Toni Cecchetto, La chiesa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli e Il centro di Nove, 1929. Entrambi i piatti, dedicati dall’autore ad amati soggetti paesani, sono decorati a mano. Collezione Cecchetto.

Nostro, ricordando subito che l’azienda - passata di generazione in generazione - giunse fino a lui. In occasione della crisi del 1929 Toni Cecchetto maturò l’idea di diversificare l’attività della ditta - che fino ad allora aveva realizzato piatti, zuppiere e chicchere indirizzandola verso la produzione di materiali refrattari, a quel tempo molto richiesti dalle fonderie. Nel Dopoguerra iniziò a servire le piccole aziende sorte su iniziativa degli ex dipendenti delle storiche fabbriche di Nove, messisi in proprio con il tipico spirito imprenditoriale veneto. Grazie al mulino pestasassi, egli poté dunque rifornire di impasti e vernici i nuovi artigiani. Toni, però, non abbandonò mai la creazione di oggetti ceramici. La sua amicizia con Andrea Parini lo portò inoltre a produrre un particolare impasto adatto anche all’esterno, il semirefrattario, poi molto utilizzato dagli artisti italiani e stranieri per l’esecuzione di sculture. Una produzione che prosegue tuttora, arricchita da una gamma tecnica e cromatica molto variegata. Ma Toni non si limitò a questo. Pensò infatti di fabbricare anche mattoni refrattari da destinare alla costruzione di forni, unitamente a ogni altro materiale utile ai ceramisti per espletare al meglio la loro attività: colonnine e piastre

A sinistra, fronte e retro Toni Cecchetto, Re Magio, semirefrattario con ossidi e smalti, 1960. Da notare la particolare lavorazione del mantello. Collezione Cecchetto.

per l’infornamento, diversi attrezzi e vari tipi di impasto (dalla terraglia al gres e alla porcellana). Al di fuori del lavoro, egli si distinse come persona molto colta e al tempo stesso riservata. Svolse anche la mansione di giudice conciliatore, dispensando preziosi pareri e consigli a quanti gli si rivolgevano. Fu poi uno straordinario raccoglitore di piatti popolari: un piccolo grande tesoro che tuttora il figlio Giovanni, succedutogli alla guida della ditta, custodisce gelosamente in un locale dell’abitazione di famiglia. Una collezione che Toni definiva scherzosamente “el me greparo”, alludendo al fatto di aver raccolto anche qualche piatto leggermente crepato, pur di conferire maggior completezza alla raccolta. È significativo il fatto che molti di questi piatti sono usciti proprio

dalla sua storica manifattura. Mi piace ricordare che Toni, assieme a mio padre, si adoperò per fare innalzare a Nove un monumento ai Caduti di tutte le guerre. La loro scelta fu quella di fondere nel bronzo un’opera davvero simbolica: lo struggente Addio di Ettore ad Andromaca di Giuseppe De Fabris, il cui gesso è conservato nel Museo Civico di Bassano. Negli anni del secondo Dopoguerra, infine, Toni Cecchetto fu una presenza importante nel Consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Marostica. Il Nostro ci lasciò nel 1981 e furono in molti a piangerlo. Fra questi la sua diletta moglie Nina e le figlie Mariella e Giuliana assieme al fratello Giovanni che, con suo figlio Andrea, prosegue sulla scia di una tradizione che conta ben sette generazioni. È quella dei Cecchetto delle Nove!

Qui sopra, da sinistra verso destra Toni Cecchetto, Rana, semirefrattario con ossidi e smalti, 1960. Toni Cecchetto, Cinghiale in corsa, semirefrattario con ossidi e smalti, 1960. Collezione Cecchetto. Sotto Giovanni Cecchetto (a destra), con il figlio Andrea, nel “greparo”, sancta sanctorum della ditta. A loro l’onore (e l’onere) di dare continuità a una nobile e secolare tradizione aziendale.

27


La crescente attenzione di Recold per il settore vinicolo

Quando da una grande passione nasce un nuovo ramo aziendale

TRAGUARDI

di Nicola Menin

Publiredazionale a cura di Recold srl

Anche in questo particolare ambito della refrigerazione industriale l’azienda bassanese è in grado di offrire soluzioni che soddisfano le esigenze più elevate del mercato. Con un occhio sempre molto attento all’ambiente e agli sviluppi della cosiddetta “economia green”.

Sopra, da sinistra verso destra Valentino e Alberto Trentin in una foto istituzionale e all’interno del moderno stabilimento di Pove del Grappa. Alle loro spalle, alcuni refrigeratori per sistemi enologici di ultima generazione.

Sotto, da sinistra verso destra Le cisterne a temperatura controllata della Cantina Zaccagnini di Bolognano: ognuna di esse contiene 3.200 ettolitri di Montepulciano d’Abruzzo! Un refrigeratore Recold serie Inox per la spumantizzazione di Prosecco, consegnato alla Cantina Dal Bello (Colli Asolani).

28

I lettori di Bassano News conoscono, ormai da parecchi anni, la storia di Recold e del suo vulcanico fondatore Valentino Trentin. Ne hanno seguito nel tempo l’evoluzione e la crescita, potendo così informarsi sulla sua produzione di impianti di refrigerazione industriale (in vari settori applicativi) e, in particolare, sulle scelte strategiche operate dall’azienda. Sono stati documentati pure l’ingresso nella ditta di Alberto, figlio di Valentino, e il suo progressivo affiancamento nella conduzione dell’azienda, segnato da una visione fortemente orientata al futuro. Vale però la pena di ricordare ancora una volta come qualche anno fa, spinto da un’innata curiosità e supportato da una formidabile esperienza tecnica e professionale (riconosciuta a livello mondiale), Valentino Trentin abbia ampliato le proposte di Recold nel settore della refrigerazione per le cantine vinicole. Chi lo conosce, sa quanta passione egli abbia sempre nutrito per la convivialità, il buon cibo e il buon bere: Console Nazionale dell’Union Européenne des

Gourmet, l’industriale bassanese si è armato di una grande dose di umiltà e di buona volontà per dedicarsi allo studio dei processi che riguardano il mondo del vino, visitando cantine, ascoltando le problematiche dei produttori, chiedendo udienza agli enologi… E tutto ciò, con l’obiettivo di capire come poter contribuire al miglioramento di tali processi. Così, con passo felpato, Recold si è affacciata al settore vinicolo, dedicando davvero molto tempo all’acquisizione di informazioni e personalizzando di volta in volta i dispositivi, a seconda del mani-

festarsi delle diverse necessità. Oggi l’azienda offre soluzioni in grado di soddisfare le più profonde esigenze del settore, il tutto sempre accompagnato da una particolare attenzione all’ambiente. Valentino Trentin ha saputo infatti unire la sua passione alla professione, dimostrando una volta di più come questo tipo di industrie si basi ancora su valori umani e animici. Tutto questo, però, non sarebbe potuto accadere senza il supporto del figlio Alberto, forza motrice di un gruppo di lavoro dall’età media di trent’anni, quindi inevitabilmente vocato alla tecnologia più moderna e a una visione green del futuro. Recold è stata accolta lo scorso febbraio tra le aziende in lizza per un premio internazionale, grazie a un progetto denominato Larsen, che ha come obiettivo il recupero totale delle dispersioni di energia derivanti dalla refrigerazione. Il nome Larsen non è stato scelto a caso. Si tratta infatti della più grande piattaforma glaciale al mondo, situata in Antartide: una benefica riserva di freddo per il nostro pianeta!


Una tranquillità desiderata e un mare sempre incantevole, la cui trasparenza permette di ammirare anche in superficie fondali unici…

SÌ, VIAGGIARE

L’ARCIPELAGO DELLE ISOLE PONTINE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

Facilmente raggiungibile da Roma, è quasi al centro del Tirreno, di fronte alle coste laziali, ed è cinto da un mare cristallino, con fondali mozzafiato che rendono indimenticabile la vacanza.

Qui sotto La grande suggestione del porticciolo di Ventotene, di origini romane.

Qui sopra Le sei isole che formano l’arcipelago: si trovano a circa un paio d’ore di traghetto dalle vicine coste laziali. Sotto Zannone, la più settentrionale delle Isole Pontine (a nord-est di Ponza), ospita interessanti elementi floristici e faunistici. Dal 1979 fa parte del Parco Nazionale del Circeo.

30

I turisti in visita ai grandi centri del Lazio e della Campania che desiderano concedersi anche una breve pausa ristoratrice, in acque limpidissime, in primavera e in estate partono per le Isole Pontine. Il richiamo della loro bellezza, gli ottimi collegamenti, i porticcioli e l’accoglienza senza pari ne fanno una meta ambita, raggiungibile dalla terraferma in un paio d’ore. Nel Mar Tirreno, a poche decine di chilometri dalla costa laziale, sorge infatti l’Arcipelago delle Isole Pontine (note anche come Ponziane). In totale sono sei: Gavi, Zannone, Palmarola, Ventotene, Santo Stefano e la maggiore, Ponza, dalla quale l’arcipelago prende il nome. Isolotti magnifici, dove lo sviluppo della ricettività turistica è attenta a ogni esigenza, e dove natura, mare e paesaggio sono sempre indiscussi protagonisti. L’isola più importante è Ponza: otto chilometri quadrati nei quali si concentrano spiagge rocciose e sabbiose, archi naturali,

faraglioni, mare incontaminato, romantiche calette (dove poter ormeggiare) e un magnifico paesaggio collinare. E poi c’è il paese con i suoi vicoli, le botteghe d’artigianato e i tantissimi e tipici locali, in cui i turisti amano trascorrere le serate; magnifiche le case che s’affacciano sul porto, con il tetto a botte e le semplici facciate dipinte a colori pastello. Chi ama la vita di mare troverà nelle Isole Pontine il luogo ideale in cui trascorrere le vacanze. Nella sola Ponza esistono decine di spiagge e calette: tra le più famose, la sabbiosa e chiarissima spiaggia di Chiaia di Luna, quella di Lucia Rosa, amata per i tramonti, la baia di Cala Fèola con le piscine naturali, e la spiaggia del Frontone, dove in molti si recano con i barchini per l’aperitivo. Ma, oltre alle spiagge, le Isole Pontine offrono anche un magnifico spettacolo marino, molto apprezzato dai sub. Fantastico l’istmo sommerso che

unisce Ponza a Zannone. Per non parlare dei profondi fondali che custodiscono antichi tesori: dalle navi romane ai relitti di piroscafi affondati durante l’ultima guerra. È questo il caso del traghetto Santa Lucia, affondato nel 1943 da un aerosilurante inglese vicino a Ventotene. Quest’isola è un piccolo gioiello, poche case, raccolte attorno al porto, e una storia antica di luogo di confino, che va dai componenti delle famiglie imperiali romane agli oppositori del fascismo (che proprio qui posero le basi della nostra moderna idea di Europa). Oggi Ventotene, assieme all’isola di Santo Stefano, forma una splendida riserva naturale e una Area Naturale Marina Protetta. Anche Palmarola è una riserva naturale: per la spettacolarità della natura e della costa è considerata tra le più belle al mondo. Caratteristiche le case scavate nella roccia, le uniche presenti oltre a un piccolo ristorante sulla spiaggia. La natura incontaminata avvolge pure Zannone, la più settentrionale delle isole che, per la sua rilevanza naturalistica, nel 1979 è stata inserita nel Parco Nazionale del Circeo. Oggi disabitata, fu sede di un monastero cistercense del quale restano importanti ruderi. Totalmente priva di spiagge, la piccolissima Gavi presenta infine scogli che affiorano lungo la costa frastagliata e il caratteristico Grottone. Una sola raccomandazione si può fare al turista che si reca alle Isole Pontine: appena sceso dal traghetto, prenoti subito in trattoria o al ristorante! Qui la tradizione culinaria è infatti una della più antiche e saporite, e mescola con grazia i sapori della cucina romana con quelli tipici del mare.


SÌ, VIAGGIARE

In alto, da sinistra verso destra L’animato porto di Ponza e una tranquilla caletta a Palmarola.

Da Ponza a Procida passando per Ventotene TOUR DELLE ISOLE PONTINE

Pare impossibile che a due passi dalla costa, perennemente affollata, ci siano isole che sembrano lontane mille chilometri e dove invece si respira un’aria di tranquillo passato. Dal 2 al 6 giugno 2021 Viaggio di 5 giorni

1° giorno - Mercoledì 2 giugno 2021 Montecassino Ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e partenza per Padova. Pranzo libero lungo il percorso. Nel pomeriggio arrivo a Cassino e visita guidata alla celebre Abbazia. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

2° giorno - Giovedì 3 giugno Isola di Ponza Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Intera giornata di escursione con guida e minibus all’isola di Ponza, situata davanti al golfo di Gaeta. Una vera perla nel Mar Tirreno

e una delle mete turistiche più importanti e ricercate della provincia. Coste sabbiose, bianche falesie, testimonianze storiche, grotte e acque limpide concorrono a creare un mosaico di bellezze davvero imperdibile!

3° giorno - Venerdì 4 giugno Isola di Ventotene Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Intera giornata di escursione con guida all’isola di Ventotene, una delle più belle e incontaminate dell’arcipelago pontino, una piccola perla, relativamente vicina alla costa e allo stesso tempo distante da tutto e da tutti. L’isola ha origini vulcaniche e costituisce la parte sommitale di un vulcano sommerso, che si eleva da un fondale marino profondo 700 metri.

4° giorno - Sabato 5 giugno Isola di Procida - Napoli Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Al mattino escursione con guida alla piccola isola di Procida, di origini vulcaniche e caratterizzata da case multicolori, abitazioni di pescatori e molti giardini, che ne ren-

A fianco, da sinistra verso destra Alcune fra le più belle spiagge di Ponza: Cala Feòla, Frontone e Chiaia di luna.

dono le coste quasi un quadro dalle tante meravigliose sfumature. Nel pomeriggio rientro a Napoli e visita guidata alla capitale partenopea.

Sotto, dall’alto verso il basso Alcune delle splendide mete del tour: l’abbazia di Montecassino, l’isola di Procida e la reggia di Caserta.

5° giorno - Domenica 6 giugno Caserta Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Caserta e visita guidata alla famosa Reggia, definita anche la Versailles dei Borboni. Pranzo libero. Nel pomeriggio partenza per il rientro con arrivo in serata. Quota individuale di partecipazione Euro 590,00

La quota comprende: - viaggio in pullman gran turismo; - sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, bevande incluse i battelli per le isole; - visite ed escursioni con guida locale; - assicurazione medico bagaglio; - auricolari per tutto il tour; - nostro accompagnatore. La quota non comprende: - le camere singole (suppl. di euro 100,00) - gli ingressi (ca. 20,00 euro). All’iscrizione acconto di euro 200,00

31


Scenari magici e borghi senza tempo…

VAL D’ORCIA Impossibile resistere al suo incanto

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

Castiglione, Montalcino, Pienza, Radicofani e San Quirico: un viaggio alla scoperta di questi storici luoghi può regalare davvero grandi emozioni, ritemprando il corpo e lo spirito.

Il Brunello è benzina!

Filippo Tommaso Marinetti

Sparsi qua e là, imperturbabili e fieri come sentinelle, sono gli incontrastati guardiani e direi anche i protagonisti di questa magica valle, attraversata dal fiume Orcia… Sono loro, i cipressi toscani, che si lasciano fotografare sulla sommità dei colli, accanto a piccoli casolari o nel mezzo di distese dorate, veri attori di quello che è l’animo dolce della regione. Siamo nel sud della Toscana, in provincia di Siena. Il fiume Orcia forma la valle che prende il suo nome. I paesaggi che ci offre, quasi surreali, sono stati d’ispirazione a molti pittori rinascimentali e non solo… Da diversi anni la Val d’Orcia è un Parco Naturale e Culturale protetto e, dal 2004, fa parte del Patrimonio dell’Umanità Unesco. Castiglione d’Orcia, Montalcino, Pienza, Radicofani, e San Quirico d’Orcia sono i cinque comuni che danno vita al Parco, proteggendone l’ambiente e promuovendone i prodotti del territorio. Interminabili filari di vigne, eleganti e ordinati, ricoprono i fianchi delle

Sopra, dall’alto verso il basso Pienza conserva l’assetto urbanistico che volle darle nel 1462, con il progetto di Bernardo Rossellino, papa Pio II. Lo spettacolo del Fosso Bianco a Bagni San Filippo, straordinario scenario termale ricco di acque sulfuree. La Piazza delle Sorgenti a Bagno Vignoni, frazione di San Quirico.

32

colline lungo le vie che portano a Montalcino, il paese natale del Brunello, prezioso vino rosso e clone del Sangiovese, da degustare con calma e ammirazione. Tante sono le cantine sia in paese sia lungo le strade… e allora non ci resta che assaporarlo con piacere e guardare dall’alto delle mura cittadine gli altri borghi! Montalcino, posta a una quota di 567 metri, domina infatti tutta la vallata. Proseguendo verso Pienza si raggiunge San Quirico d’Orcia, su una piccola altura, importante tappa lungo la Via Francigena. Il borgo è noto pure per gli Horti Leonini, bell’esempio di giardini rinascimentali all’italiana. Dalle mura la vista spazia fino al Monte Amiata, ma sono visibili anche Pienza e Montepulciano. Da San Quirico è d’obbligo una deviazione verso la frazione di Bagno Vignoni, un borghetto che sembra essere sospeso nel tempo, splendido centro termale noto fin dall’epoca romana ed elogiato da Lorenzo il Magnifico e Santa

Caterina Da Siena. In centro si trova la Piazza delle sorgenti, una sorta di piscina fiancheggiata da un bel loggiato e alimentata dall’acqua termale che sgorga dalla sotterranea falda vulcanica. In prossimità dei Triboli, località posta su una collinetta che domina la Via Cassia, si trovano alcuni cipressi che formano un piccolo ma fitto boschetto. Disposti a creare quasi un magico scenario, sono tra i più fotografati al mondo! Un altro gioiello della valle è Pienza, voluta da papa Pio II per farne una straordinaria Città ideale. Un luogo magico, che regala delizie anche in ambito gastronomico: pensiamo per esempio ai pici (una pasta fatta a mano, simile agli spaghetti) e al al gustosissimo pecorino! Nei pressi di Castiglione d’Orcia si trovano le Terme di Bagni San Filippo, località che ha conservato il suo aspetto nei secoli. Un sentiero attraverso il bosco porta al Fosso bianco, dove è possibile immergersi in piccole calde piscine naturali dalle indiscusse proprietà benefiche. Oltrepassato il Fosso bianco, il sentiero conduce a un’enorme formazione calcarea simile a una balena. Cascate e piscine, circondate da una flora rigogliosa, rendono il luogo davvero suggestivo! Ai confini meridionali della Val d’Orcia incombe infine la fortezza di Radicofani, una delle più belle della Toscana, a guardia dell’antico e glorioso Granducato. Appena la situazione lo renderà possibile, varrà proprio la pena pianificare un “tour incantato” in Val d’Orcia: un luogo d’Italia fra i più belli e ammirati!


Il progetto è rivolto a “disoccupati e inoccupati con un focus sul mondo del lavoro al femminile”

ARTIGIANI

IMPACT WOMAN Percorsi per inserimento nel mondo del lavoro e formazione a 360 gradi

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

Secondo il presidente Sandro Venzo la conoscenza, la consapevolezza e l’aggiornamento tecnico non si possono più considerare optional, ma elementi di base per chi vuole fare impresa.

Particolare attenzione viene data a donne disoccupate e inattive residenti nel Veneto, alla ricerca di una prima esperienza lavorativa oppure di un re-inserimento nel mondo del lavoro.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

34

Cesar, l’ente di formazione accreditato dalla Regione Veneto del sistema Confartigianato, svolge i propri corsi in presenza in tutte le sedi territoriali, come quella di Bassano in Viale Pio X. I temi trattati prevedono una gamma completa di proposte per la formazione continua e professionalizzante di imprenditori e lavoratori, distinte per settore di attività e per ambito di interesse. Gli obiettivi sono quelli di aggiornare costantemente tutti i profili professionali presenti in azienda, estendere le competenze, essere conformi alla normativa in tema di sicurezza e non solo, sviluppare nuovi modelli organizzativi. Un settore che sempre di più sta avendo un grande sviluppo è quello dei progetti rivolti a “disoccupati e inoccupati con un focus sul mondo del lavoro al femminile”, che prevede contributi dal FSE (Fondo Sociale Europeo) promossi da Bandi Regionali. È in questo contesto che si inserisce il progetto Impact woman: costruire un percorso professionale di successo, rivolto a donne disoccupate e inattive residenti nel Veneto, alla ricerca di una prima esperienza lavorativa o di un re-inserimento nel mondo del lavoro, anche in

ottica di autoimpiego. Il progetto prevede una serie di iniziative fra percorsi formativi, webinar e accompagnamento all’orientamento. In questo periodo si stanno raccogliendo le adesioni per l’intervento di Empowerment con il metodo della clinica della formazione che, attraverso una pratica elaborata dal pedagogista Riccardo Massa, offre uno spazio di elaborazione di tutte le dimensioni della vita formativa e professionale consentendo di esplorare i significati profondi dell’esperienza che si sta costruendo. Il percorso completamente gratuito, della durata di 24 ore ed erogato in modalità a distanza, permette di guadagnare una maggiore consapevolezza sul proprio modo di vivere l’esperienza formativa e professionale, consentendo alla singola persona e al gruppo di vedersi in modo nuovo, di prendere coscienza delle proprie peculiarità, di individuare nuove risorse e scoprire nuovi significati. Quello che più conta dal punto di vista imprenditoriale è che durante il percorso vengono sviluppate le capacità di “aggiornare” le proprie competenze, supportare l’esperienza pratica

personale con teorie nuove, essere consapevoli dell’importanza della conoscenza e della competitività in un contesto di rapida transizione occupazionale. “Questa fase di enorme difficoltà per le imprese - spiega il presidente Sandro Venzo ha evidenziato ancora di più la necessità di formazione e di aggiornamento costante. La conoscenza, la consapevolezza e l’aggiornamento tecnico non sono più optional, ma elementi di base di chi vuole fare impresa. La formazione deve essere quindi un fattore che accompagna fin dall’inizio la vita di una impresa, di un imprenditore o di un lavoratore, facendola diventare un meccanismo insito in modo naturale all’interno di qualsiasi storia aziendale”. Per informazioni e adesioni sul percorso rivolto a donne disoccupate e inoccupate ci si può rivolgere al centro di formazione Cesar al numero 0444 168576 (attualmente, a causa dell’emergenza sanitaria, alcuni corsi sono forniti con modalità a distanza). Per il programma dei webinar gratuiti che si inseriscono in questo progetto, aperti a tutti, si può consultare il sito Cesar, qui sotto.

www.cesarformazione.it/webinar-526-donne


Alla ricerca di un linguaggio architettonico condivisibile

CARLO SCARPA VERSO UNA CULTURA CIVICA ARTIGIANA

CIVITAS

di Sergio Los

Università IUAV di Venezia

Non mi chiedo se l’architettura sia un linguaggio e perciò insegnabile e tramandabile, ma come renderla tale e tramandarla.

Sopra Verum Ipsum Factum. Quando Scarpa pone nei diplomi di laurea e nella porta allo IUAV il motto di Vico per mostrare come opera la nuova scienza della cultura (da anteporre alle scienze della natura), egli intende promuovere la verità del fare, del lavoro, artistico e artigiano. In AAVV - Verum Ipsum Factum, a cura di S, Los. Cluva, Venezia 1985.

Sopra, da sinistra verso destra Carlo Scarpa al lavoro con Sergio Los (anni Sessanta). Sergio Los, realizzazione del secondo progetto di Carlo Scarpa per l’entrata allo IUAV (1984). La foto è dell’amico Italo Zannier, in: S. Los, Carlo Scarpa, Taschen, prima edizione 1993. Sotto S. Los, Carlo Scarpa architetto poeta, Cluva, marzo 1967. È il primo libro pubblicato su Scarpa.

36

Sono appena laureato quando nel 1964 inizio a lavorare con Carlo Scarpa. Un’esperienza fondamentale che sarebbe durata fino al 1971, rivelandomi quella pratica del ‘pensare disegnando’ che nelle sue, pure straordinarie lezioni, non racconta. Dopo qualche tempo mi chiede di diventare suo assistente e, per superare le mie iniziali ritrosie (sono felice di avere finalmente lasciato lo IUAV), mi fa comprendere quanto sia importante avere l’opportunità/compito di insegnare, che solleva ogni giorno la questione di cosa insegnare. Come se questa responsabilità rendesse critici anche i progetti, per valutare la cui qualità ci chiedessimo sempre: ma questo varrebbe la pena di insegnarlo agli studenti? Sarebbe insegnabile? La questione del riprodurre insegnando delle soluzioni progettuali rende il lavoro dell’architetto una ricerca sperimentale, che fa di

ogni progetto una verifica sullo stato del linguaggio condiviso. È quel pensare con le mani disegnando, che comunichiamo a noi stessi guardandolo tracciato sulla carta, come lo vedrebbero gli artigiani cui dovremmo comunicarlo, per dire loro come fare un certo lavoro. Il comunicare pensieri artigiani rende anche le figure linguaggio, consapevolezza e responsabilità. È nel diventare progetto, disegno/ partitura, che l’architettare diviene linguaggio. Per essere disegno, scrittura della costruzione, deve diventare linguaggio di un disegno referenziale. Nell’insegnabilità è implicata la fattibilità, come una fattibilità condivisa o potenzialmente condivisibile entro una comunità civica di artigiani costruttori e di cittadini usatori. Nei disegni di Scarpa vedo quelli di Palladio che sarebbero entrati ne I quattro libri dell’architettura, per insegnare agli architetti di tutto

il mondo il linguaggio classico di un’architettura regionale. Non sono cose ma lavori e pratiche discorsive, quelli incorporati in sedie, tavoli, case e città. Ricordo i tanti momenti - interi pomeriggi - passati con Scarpa a parlare disegnando con gli artigiani, per imparare di fronte a ogni dettaglio come lo avrebbero fatto, come sapevano fare quella figura, di legno, di acciaio, di marmo. In gioco erano sempre le mani, il loro magistero: i tanti disegni che accompagnano i suoi cartoni esemplificano quello che Enzo Mari avrebbe chiamato disegnare ‘in corsivo’, per distinguerlo dal disegnare tecnico degli esecutivi. Quei disegni tanto espressivi, che L. Kahn chiama ‘colmi di pensiero’, mi decidono, quando nel 1967 ho l’incarico di Professore di Architettura degli interni 1, a farne un libro/dispensa per spiegare agli studenti come lavora Scarpa. Sono i disegni per l’ingresso ai Tolentini, che avrei costruito nel 1984, dopo la tragica morte di Scarpa in Giappone. Ho raccolto molti appunti lavorando che diventano quel mio primo libro, che è anche il primo libro - dopo tanti saggi - sulla sua architettura: Carlo Scarpa Architetto Poeta. La politica furiosa di quegli anni decide l’editore a sopprimerlo tre mesi dopo la pubblicazione. Non hanno mai spiegato le ragioni, ma credo che apparisse alla loro politica fondamentalista incomprensibile, estraneo. Passata la tempesta, lo stesso editore si scusa e mi chiede di ripubblicarlo, ma allora sto costruendo la porta, e diventa Verum Ipsum Factum. Sono molto aiutato dalla scoperta degli scritti di Konrad Fiedler perché rispondono alle questioni che avverto: l’essere quel pensare disegnando una facoltà cognitiva, perciò un linguaggio figurativo, distinto come arte dall’estetica


come abbellimento. Volta, l’arte, a comprendere come costruire comunicando senso, e l’estetica ad abbellire modificando qualcosa. La loro differenza riguarda il carattere cognitivo referenziale dell’esperienza artistica comune alle persone di una comunità, che manca all’esperienza estetica soggettiva, sensoriale, di un individuo. Fiedler posiziona Scarpa in una certa filosofia dell’arte, accanto a Semper e Loos. Comprendo così The four elements of Architecture del primo e Ornamento e delitto dell’altro. Semper rafforza l’idea del Fiedler, di un linguaggio corporale del lavoro artigiano come linguaggio conoscitivo nelle varie pratiche intrecciate dall’architettura, del tessitore, del carpentiere, et cetera mentre Loos coglie la mancanza di referenzialità dell’ornamento che l’estetizzazione dell’arte comporta completando i vincoli dell’iconoclastia. Anche molti elogi dei critici di Scarpa mi paiono ridurre il suo contributo alle qualità estetiche delle opere. In quel libro non argomento la scoperta che l’architettura sia oggettivamente un linguaggio e che per questo l’insegnamento dell’architettura debba diventare tecno-scientifico. Con le parola di allora: “Non mi chiedo se l’architettura sia un linguaggio e perciò insegnabile e tramandabile, ma come renderla tale e tramandarla. Non ha senso dimostrare che l’architettura è un linguaggio, ma piuttosto che può diventare un linguaggio e che è giusto che lo diventi. Ho cercato di mostrare quanto sia importante che l’architettura diventi tramandabile e insegnabile in modo figurativo: che assuma dunque natura linguistica. Quanto alla possibilità di tale trasformazione, è necessario ricordare il rapporto tra linguaggio e pensiero, linguaggio e coscienza”… Gli oggetti di una coscienza sono gli oggetti dive-

nuti segno o, come ho già detto, i canali attraverso i quali gli umani comunicano con se stessi e con gli altri, compresi gli umani del passato. Per quanto mi riguarda, comunicano tra loro attraverso le architetture e la città. La struttura urbana non è la sede delle comunicazioni, ma è essa stessa comunicazione in atto. La possibilità che l’architettura diventi linguaggio, è la possibilità che l’architettura diventi cosciente. L’architettura non è contenuto di coscienza, è una forma di coscienza. Non parlo quindi di una coscienza dell’architettura, ma di una coscienza architettonica di una realtà. E dunque l’architettura non è l’oggetto della dimostrazione, è piuttosto la logica secondo cui dovrebbe svolgersi tale dimostrazione. Rendere linguaggio discutibile, insegnabile e condivisibile, l’architettura è dunque un dovere morale e non una scoperta tecnoscientifica, ossia un progetto travestito da una retorica convincente. È mio convincimento, fondato sull’esperienza, che Scarpa persegua questo intendimento, che consideri buona un’architettura insegnabile e che il linguaggio classico, non visibile, mantenga un irrinunciabile carattere arche-

tipico, genealogico. La sua è una grammatica classica con un repertorio tipologico tradotto in elementi compositivi attuali. Possiamo intravedere gli ordini architettonici convertiti da Scarpa nei suoi giunti, nelle sue cornici, in porte e finestre, edicole e partiti. Osservando il disegnare di Carlo Scarpa avverto la referenzialità dei suoi disegni, che raramente stanno per se stessi, perché esemplificano sempre qualcosa che sta altrove: sono disegni simbolici dove i vari tipi di segno stanno sempre per qualcosa non presente nel tempo o nello spazio. Quando disegna parla sottovoce con se stesso, come se parlasse con qualcuno, come quando, per esempio, parla con gli artigiani o con l’ingegnere, oppure con me che lo aiuto. È come se spiegasse ad altri quello che sta facendo, se ne desse le ragioni. Il suo lavoro emerge sempre da qualche ideazione, che appunta sulle prime carte disponibili, e sviluppa poi su altri supporti, seguendo delle modalità sempre relativamente stabili. Anche Fiedler parla di linguaggio nel caso dell’arte come conoscenza, per indicare l’esistenza di un linguaggio di figure, di un

Sopra Il primo dei tre progetti dell’entrata allo IUAV, 1966-1972: tanti disegni ‘in corsivo’ (come direbbe Enzo Mari), sparsi intorno a piante e prospetti, accompagnano i colloqui con gli artigiani e affinano le intuizioni di Scarpa attraverso il ‘saper come fare’ dei magisteri presenti nella sua Venezia (in Carlo Scarpa architetto poeta, 1967 op. cit.).

Sopra La falegnameria di Anfodillo a Venezia. Il disegno della mano sapiente ed esperta di Scarpa non era diverso dal lavoro della mano colta ed esperta del falegname che ne traduceva i disegni.

37


CIVITAS

In questa pagina La prima caratteristica, la multiscalarità, spiega perché i progetti di Scarpa, meglio di quelli di tanti altri architetti, non si contrappongano all’architettura tradizionale per essere integrati nel contesto storico urbano ed entrino così in risonanza con il loro “Umwelt” (ambiente circostante). Il negozio Olivetti in piazza San Marco a Venezia, 1958. Foto Klaus Frahm, da S. Los, Carlo Scarpa, Taschen Verlag, Köln 1993, con versioni in inglese, tedesco e francese; l’anno 1994 esce con le versioni spagnolo, italiano e portoghese. Vi è anche una seconda edizione riveduta, sempre per Taschen pubblicata nel 2009.

linguaggio figurativo, costruttivo. Un linguaggio che ricorda anche l’insegnamento di Gottfried Semper, per il quale gli artigiani - nel costruire le varie parti di un edificio - pensano con le mani, come potrebbe fare un pianista, e lo considerano una forma di comunicazione. Sempre come se il prodotto dovesse comunicare un contenuto, un sentimento, un significato, a un interlocutore umano, mettendolo in risonanza. Vorrei insistere su questo paradigma del linguaggio perché a un certo punto comprendo che a portare non sono le colonne, i muri o gli architravi, ma sono sempre gli architetti, che portano mediante colonne, oppure muri, o architravi, per qualcuno che usa quell’abitazione, costituita da colonne, muri e architravi, come se l’architetto inviasse un messaggio la cui scrittura fosse fatta di stanze composte da colonne, muri e architravi. Ritrovo in Adolf Loos, nel suo Ornamento e delitto questo valore del disegno referenziale e della architettura referenziale, perché quello che distingue una colonna da un ornamento è proprio l’essere la colonna referenziale, mentre non lo è l’ornamento che si gode

La seconda caratteristica del linguaggio scarpiano consiste in una grammatica tipologica classica, convertendo gli elementi compositivi del relativo repertorio in elementi dell’architettura moderna. Questa pratica compositiva, fondata su una conversione degli ordini, quindi di parti invece che di interi, monolitici oggetti edilizi, che prevalgono nell’architettura moderna, spiega l’abilità di integrarsi da parte di Scarpa nel restaurare contesti storici o a scala edilizia e urbana. Expo-67 a Montreal in Canada Il padiglione italiano ha un settore ‘La Poesia’ progettato da Scarpa, che presenta simbolicamente la tradizione del lavoro italiano, artistico e artigiano, comunicato attraverso il linguaggio della sua poesia figurativa. David di Donatello, Firenze 1944. Perfetta riproduzione del bronzo che esemplifica il Rinascimento su una piazza italiana che traduce il pavimento di Piero della Francesca presente ne La Flagellazione (1453, Urbino, Palazzo Ducale). Ricostruzione di S. Los dalla prospettiva de La Flagellazione.

La terza caratteristica, definita da S. Los ‘ambientale’ negli anni ’80, rende molto attuale l’architettura di Scarpa per la particolare attenzione nell’uso della luce, di materiali ecologici da lui ripresi dalla tradizione veneta, il modo con cui movimenta e orienta porte e finestre, l’asimmetria delle facciate rispetto al sole, capacità che lo pongono fra i pochi architetti che in qualche modo anticipano questa bioclimaticità insieme al suo (e mio) maestro, che è stato Frank Lloyd Wright (S. Los, in Casabella, n. 461, 1980). Casa Veritti, anni ’50, foto S. Los: la facciata solare con la serra a due piani e la vasca d’acqua che riflette l’energia solare; il muro protettivo a nord nord-est. Gipsoteca Canoviana, Possagno, anni ’50, in Carlo Scarpa, oltre la materia, Rizzoli 2020, foto Lorenzo Pennati.

38

per quello che è, non per quello che fa. La colonna che mostra la robustezza con cui porta, non deve né mostrare quello che non porta, né portare quello che non mostra. Ma il suo mostrare di portare implica un osservatore che, condividendo un linguaggio, comprende quella robustezza. In un mondo dove i non esperti non possono condividere le discipline degli esperti, non vi è ragione che la colonna mostri una robustezza che non comprenderebbe nemmeno l’esperto, basta che porti e diverta: il resto è silenzio. Ricordo la lezione di Scarpa quando, diventato professore ordinario di decorazione, volle parlare proprio della decorazione, interpretando questa parola come l’azione del conferire decoro, di conferire una qualità umana molto importante per l’architettura, riconoscibile da chi l’abita come dai suoi amici. È importante, credo, quella proposizione di Loos perché gran parte della modernità, che persegue l’estetica invece che l’arte, disegna ornamenti, figure come abbellimenti, di funzioni sviluppate da strumenti ingegneristici. Le scuole di architettura, origi-

nate da una combinazione delle Accademie di Belle Arti - dalle quali provenivano i professori delle discipline progettuali coi quali a Venezia arriva il primo rettore dello IUAV, Guido Cirilli e un suo bravissimo allievo, Carlo Scarpa - e dei Politecnici di ingegneria dai quali provenivano tutti i professori delle discipline scientifiche. Anche i progetti vengono generalmente insegnati come una combinazione di queste due discipline, estetica e ingegneria, poiché la stessa attività professionale è basata su questo montaggio disciplinare con il quale si sviluppano i progetti. Il lavoro compositivo di Scarpa, diversamente da questa attività disciplinare che emerge dalla moderna cultura industriale, operava come avrebbe invece operato Andrea Palladio, ovvero lontano dal combinare la soluzione dei problemi ingegneristici con un abbellimento conferito da stili estetici che allora venivano insegnati nelle Accademie di Belle Arti. Operando con un disegno referenziale, invece che stilistico estetico volto all’abbellimento, Scarpa comprende, controlla e valuta il disegno nel farlo, ancora in un modo caratteristico del linguaggio, invece che delle discipline. Trovare un maestro aiuta a trovare quello che cerchiamo: cercavo proprio quel modo di fare architettura caratteristico del linguaggio cui ho dedicato la gran parte delle mie ricerche, dei miei progetti e delle mie pratiche architettoniche di insegnare. Riconosco nel magistero di Scarpa tre caratteristiche distintive del linguaggio: la sua multi-scalarità civica spazio-temporale, il conseguente riferimento alla tradizione regionale e i ‘caratteri ambientali’ del suo radicamento stanziale, che anticipa l’architettura bioclimatica.


Dad

IL CENACOLO

Giuseppe Bombardini (1781-1867) Basilico e scuola

di Chiara Ferronato

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Giuseppe Bombardini (Bassano, 1781-1867) in un disegno a penna di Francesco Roberti conservato al Museo Civico di Bassano.

Il poeta Jacopo Vittorelli (1749-1835).

40

Immaginiamo che per i bambini e i ragazzi dell’800 - allora, a Bassano - la punizione peggiore fosse (e, per i più poveri, l’umiliazione) dover rimanere a casa da scuola, esserne esclusi, non passare il loro tempo con un maestro che chiamasse il loro nome, che scrivesse, su una lavagna, parole e numeri, che avrebbero a loro volta letto e riconosciuto, gomito a gomito con i compagni, un leggero scarto per chi imparava prima o dopo: ma a leggere e scrivere imparavano tutti, quel maestro e quei compagni creavano immagini, e ricordi, identici per tutti. Inimmaginabile, allora, l’ipotesi che, per cambio di governi, per occupazioni straniere o incidenti vari, qualcuno si desse da fare per organizzare una Dad: una didattica a distanza (bambini a casa da scuola?) avrebbe creato scenari più allarmanti di qualche epidemico virus. C’erano invece molti che provvedevano con slancio perché ci fossero scuole pubbliche, a Bassano, perché venissero aumentati i bilanci comunali per l’istruzione, perché si cercassero sedi - vecchi palazzi, chiostri

di conventi - dove fare scuola. Giuseppe Bombardini (conosciuto oggi dai più per una strada a San Vito), come pro-podestà, podestà, prefetto, delegato governativo, fu uno di questi. Che Bassano fosse “sotto” i Francesi, con il napoleonico Regno d’Italia (1805-1813), “sotto” gli Austriaci, con il Lombardo-Veneto (dal 1815) o, attraversando i moti rivoluzionari, finalmente “sotto” un Regno italiano, a Giuseppe Bombardini interessava solo che le scuole rimanessero aperte, che, se ne veniva chiusa una, subito ne venisse aperta un’altra. Quando gli avanzava del tempo, scriveva poesie (con dediche e lettere d’accompagnamento) usando l’alterum nomen di Eulidemo Olinteo. Erano rime per nobili nozze e per felici ritorni, per recuperate energie e ricorrenze, o come queste, per il ritorno dei Cappuccini in Bassano… Diversivi: preparando “Il discorso per gli alunni delle scuole comunali per l’anno 1812”, perché non lanciare un languido sguardo alla bella luna, così cara al suo Vittorelli? Chiara Ferronato

Avvi degli argomenti, o Monsignore, che, per la troppo loro abbondanza, divengono malagevoli a chi imprenda a trattarli. Il grandissimo, certamente, è quello di Canòva, ma Voi, munendovi in brevi ore di valida armatura, foste uno de’ pochi magnanimi, che discesero nell’arena, e sfidarono gloriosamente il gigante. Lasciate, o Monsignore, che con tutta la ingenuità limpidissima dell’animo, io vi dica essere la vostra creazione a Vescovo un argomento de’ difficili per me. E di vero le Accademie, le Muse, i Giornali, le Conversazioni d’ogni ordine di persone vi celebrano siffattamente, che io temo, o di rimanermi l’ultimo nel concorso degli odierni lodatori, il che tornerebbe a mia dura vergogna, o di dar nell’iperbole, il che offenderebbe il geloso vostro decoro. Bramosissimo anch’io di comparirvi innanzi con

qualche offerta, vi supplico accogliere in quella vece un’Ode da me tessuta per la recente risurrezione in Bassano de’ veneratissimi, e amatissimi Cappuccini, i quali diffondono un dolce lume di santa giocondità per tutte le nostre Contrade. Io spero, che i modesti fraticelli mi perdoneranno il tributo de’ piccoli Versi, che ricantano l’invitta loro virtù, rammentandosi Eglino che in bella Città della vostra Diocesi vigeva felicemente una Serafica palestra. Vi bacio le mani insieme col mio Vittorelli, che travagliato da parecchi mesi nella salute, non può mandarVi doni poetici da Lui disegnati. Bassano 3 Novembre 1823

Umilissimo Divotissimo Servitore Giuseppe Bombardini


IL CENACOLO A fianco, da sinistra verso destra Martino De Boni, Ritratto del giovane Giuseppe Bombardini, olio su tela, 1801. Bassano, Museo Civico. La copertina e il frontespizio del “libretto” di Giuseppe Bombardini, dedicato a mons. Jacopo Monico. Tipografia Baseggio, 1823. Collezione Barbara Fasoli.

Fra l’ombre d’una povera Contemplativa sede Torna a scalzare il piede E il capo a denudar

Fra duri lacci riedere Da Libertà trilustre Coraggio è tanto illustre Che sovrumano appar

L’Ubbidienza, e l’aspera Vigilia, e la Preghiera Scontran la fida schiera Sul Santo limitar.

Perenne è quì lo spirito Di Carità, cui piace Sul nido della pace Mai sempre volteggiar

Drappel, che di Serafica Lagrima empiendo il ciglio, Gode sul vinto esiglio I cantici addoppiar.

E Libertà, da simili Eroi tenuta a vile, Piegasi in aria umile Lor vincoli a baciar.

Che giovinetto, estranio Al mondo lusinghiero, In sen di Chiostro austero Vadasi a imprigionar,

Grand’opra è inver: ma il riedervi Da Libertà trilustre Coraggio è tanto illustre, Che sovrumano appar.

Sotto, dall’alto verso il basso Il convento di San Sebastiano o dei Cappuccini in borgo Margnan e il chiostro della chiesa di San Francesco, occasionali sedi di scuole nell’800 a Bassano.

Nè vaneggiai; se Grazia Col suo divin sorriso Quì puote un Paradiso All’alme anticipar.

Gli effluvii d’un basilico, Un educato fiore San quivi in ogni core Ogni delizia far.

Tu, che con altro gli uomini Render felici intendi, Quì non bugiarda apprendi Filosofia regnar.

BASSANO TIPOGRAFIA BASEGGIO EDIT. MDCCCXXIII

In cento a Cristo militi L’onor de’ Forti è impresso Ma a pochi fu concesso Le imprese rinnovar.

41


Dall’antichità alla cronaca più recente (e sconcertante)

SULLA SEDIA… e sull’uso che se ne fa

ESERCIZI DI STILE

di Federica Augusta Rossi

Una casa dove non c’è una sedia confortevole su cui sedersi è una casa senz’anima.

Artisti di tutti i generi l’hanno rappresentata, ricordata e celebrata. Da van Gogh, che dipinse anche quella dell’amico Gauguin, alla seggiola in paglia che ispirò un quadro di Picasso.

È tra gli oggetti più diffusi e comuni: difficilmente esiste luogo privato o pubblico in cui non ce ne sia almeno una. Di design o di comune fattura. In pelle, legno, metallo, plastica, tessuto o qualsiasi altro materiale. Girevole, a rotelle, da regista, da cucina o da giardino, gestatoria, direzionale o da videogamer. La fantasia non pone limiti alla foggia e all’utilizzo della sedia, a patto che si rispetti un’unica condizione: quella di accogliere una sola persona. Dal corpo umano sedie e poltrone traggono la terminologia che

le connota: schiena e schienale, braccia e braccioli, gambe e piedi sono gli elementi che le costituiscono e suggellano un connubio che spesso si fa simbolo. Di potere o di solitudine, di lusso o di confort. Talvolta persino di supplizio, come nel caso della terrificante sedia elettrica. Se la datazione delle origini della sedia è incerta, la sua evoluzione è invece facilmente individuabile. Nell’antico Egitto costituiva una sorta di trono, prerogativa che mantenne anche nei secoli successivi, quando in Occidente continuò a identificare la posizione prioritaria della nobiltà e del clero rispetto alla gente comune, che manteneva l’abitudine di accomodarsi sulle panche. Artisti di tutti i generi l’hanno rappresentata, ricordata e celebrata. Da van Gogh, che oltre alle sue dipinse anche quella dell’amico Gauguin, a quella in paglia di Vienna che ispirò il quadro Natura morta con sedia impagliata del celebre Picasso, agli emblemi della solitudine dell’americano Edward Hopper, che più volte ha ritratto figure solitarie sedute di fronte alla finestra o in locali senza avventori. C’è chi, come Marina Abramović, l’ha utilizzata nell’arte performativa: per tre mesi, nel 2010, al Museum of modern art di New York, nella performance The artist is present, rimase diverse ore al giorno seduta a un tavolo di fronte al quale aveva posizionato una sedia vuota sulla quale chiunque poteva accomodarsi e fissarla negli occhi. E chi, come la diva Liza Minnelli, vi ha girato la sua sequenza più iconica nell’indimenticabile numero clou del film Cabaret. Poltrone e sedie sono protagoniste anche di divertimenti più popolari. In tanti ricorderanno il gioco che ha intrattenuto alle feste di compleanno numerose generazioni di bambini, quando ci si divertiva con poco. Bastavano musica e

May Sarton

sedie, tante quante gli invitati, meno uno. Venivano disposte in cerchio a delimitare la pista da ballo casalinga e quando veniva fatta cessare la musica bisognava correre ad accaparrarsi un posto. Chi restava in piedi veniva eliminato, un’altra sedia veniva tolta e si ricominciava. Quanto a musica e simboli, un sorriso, amaro, lo strappa ancora un brano del 2009 dei Nomadi intitolato Il ballo della sedia. “Giri a destra e poi a sinistra in tondo fino a che / ti trovi la poltrona quella più adatta a te./ E con gesti misurati pensi cento volte./ E mediti: anche stavolta li ho fregati con un ballo della sedia”, recita il testo, parodia della classe politica attaccata al potere. E a proposito di poltrona e di esercizio arbitrario del potere, non merita alcuna indulgenza il recente episodio di politica internazionale che ha visto protagonista il capo dello Stato turco Erdoğan nei confronti della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in visita ad Ankara assieme al presidente del Consiglio europeo Charles Michel: lasciandola senza sedia, costringendola ad accomodarsi su un divano in posizione defilata, non riconoscendole il ruolo istituzionale e, di fatto, volendola umiliare in quanto donna, ha rappresentato il peggior uso che della poltrona in quanto simbolo si possa fare, attirando lo sdegno della comunità internazionale.

Sotto Pablo Picasso, Natura morta con sedia impagliata, collage su tela, 1912. Parigi, Museo Picasso. La sedia, sintomo di cambiamento, è rappresentata con gli elementi che la caratterizzano: paglia di Vienna e rotondità della seduta.

A sinistra La Hill House (1904), simbolo dello stile di Charles Rennie Mackintosh. Progettata per l’abitazione dell’editore Walter Blackie, ricorda nelle linee geometriche la sobria eleganza del design giapponese.

In basso La MR 10 di Mies Van Der Rohe. Presentata nel 1927 alla mostra Die Wohung di Stoccarda, destò stupore per l’utilizzo dell’acciaio tubolare e per il fatto che si reggesse interamente sulla gamba anteriore.

43


Probabilmente la Vitis vinifera era presente nella regione ancor prima dell’arrivo degli Etruschi

LE TERRE DEL VINO

I VINI DELL’UMBRIA Una tradizione antichissima

di Nino D’Antonio

nostro corrispondente

Qui paesaggio e territorio s’identificano in un tutt’uno, dove le strette relazioni fra vigneti, ambiente e uomo alimentano quella carica di fascino e di magia che è propria di questa terra.

Lo scorso 21 febbraio è mancato Nino D’Antonio, titolare di questa fortunata rubrica. Con l’intento di onorarne la memoria, continueremo a pubblicare i suoi saggi sulle italiche “Terre del vino”. A pagina 52 il ricordo dell’illustre giornalista e uomo di cultura.

Che sia terra etrusca, non c’è alcun dubbio. Anche se si tratta di una paternità a due facce. Da un lato, riconducibile alla presenza di necropoli e reperti - che dalla bassa Maremma alla valle del Tevere segnano variamente il territorio dall’altro per qualcosa che attiene molto da vicino al mondo del vino. Ovvero quella particolare tecnica d’impianto della vite - poi ripresa dai Romani - che è del tutto opposta a quella diffusa dai Greci, nel sud d’Italia. Pali alti e ben distanziati per gli Etruschi, viti basse ad alberello, per i Greci. Due scelte non casuali, ma suggerite dalla diversa geografia dei luoghi. La prima, tipica del territorio

Qui sopra Regione prevalentemente collinare, l’Umbria può contare su una una buona quantità di vitigni autoctoni.

Una bottiglia di Orvieto Classico Superiore Doc della Tenuta Salviano. Dai riflessi dorati, con sentori di frutta matura, è ideale per piatti di pesce, uova oppure verdure. È da provare con frittate alle zucchine. P.g.c. Enogastronomia Baggio. Bassano via Bellavitis, 19.

44

osco-umbro, risulta quantomai ordinata nella scansione fra collina e pianura. L’altra, irregolare e anarchica, propria delle regioni del Sud, dove fino alla Sicilia la presenza greca è stata incisiva e a largo raggio. E qui scatta l’altra questione. I semi di vite trovati nelle varie tombe danno credito alla tesi che siano stati gli Etruschi a portare le piante dall’Oriente e a diffonderle fra Umbria e Toscana. Ma c’è anche un’altra ipotesi, che vuole la Vitis vinifera sul territorio ancor prima dell’uomo. Per cui agli Etruschi andrebbe riconosciuto il solo merito di averla addomesticata. Le impronte fossili nella zona di San Vivaldo proverebbero, infatti,

che la pianta cresceva da sempre, spontanea e selvatica. In entrambi i casi resta il fatto che a Vulci, alla fine del VI secolo a.C., erano attive alcune fornaci, che realizzavano anfore per il trasporto del vino. Un lavoro piuttosto proficuo, visto che - secondo l’inventario di Plinio - le viti erano assai diffuse. In quanto ai vini, l’Umbria è anche quella celebrata di Assisi, Spoleto, Todi, ognuna con una sua Doc. Ma la più larga presenza di vigneti, che danno una particolare connotazione al paesaggio, va ricercata soprattutto sui Colli di Orvieto, dall’Amiata alle acque del Paglia, o meglio tra Castel Viscardo e Monterubiaglio. E ancora, nel territorio di Montefalco, Bevagna, Giano, fino al felice areale di Torgiano nel Perugino. È questa la geografia dei vini in Umbria. E lo è da sempre. Anche se fino agli anni Ottanta non è andata oltre un paio di etichette, note appena al di là del territorio. Mi riferisco all’Orvieto Bianco e al Rosso Torgiano, al quale si potrebbe aggiungere anche il Grechetto, se in passato avesse goduto di più cura. Così l’Umbria del vino ruota intorno a piccoli centri. Case addossate, viuzze strette, salite mozzafiato, slarghi imprevedibili e una miniera di storia. Basti considerare che Castel Viscardo e Monterubiaglio, distanti fra loro appena tre chilometri, vantano due suggestivi castelli, entrambi legati al lungo feudo dei Monal-


deschi e a un corteo di vicende e di intrighi, che hanno avuto protagoniste la regina Maria Cristina di Svezia e Madonna Antonia. Due figure controverse, di dubbia moralità, in un’epoca che imponeva ben altri modelli. Ma più che la storia e i suoi inevitabili intrecci fra mito e leggenda è il territorio, o meglio il paesaggio umbro, a porsi con una sua precisa connotazione. Perché se siamo ancora lontani dai valori contenutistici del terroir francese (con le sue più varie implicazioni), il paesaggio in Umbria non è più visto come un elemento esterno da ammirare o da descrivere, magari sulla spinta di qualche impulso di matrice romantica. Ma accoglie in sé quel coacervo di elementi - natura, storia, tradizioni, riti, manualità che sono propri del territorio. Qui insomma paesaggio e territorio s’identificano in un tutt’uno, dove le strette relazioni fra vigneti, ambiente e uomo alimentano quella carica di fascino e di magia, che è propria della terra umbra. Il culto per questo straordinario scenario non è estraneo al fatto che la regione non ha mare, anche se può contare su quella ricchezza d’acqua che da sempre ha reso fertili i campi e ammantate di verde le colline. Senza considerare la presenza dei laghi, dal grande bacino del Trasimeno a quello di Piediluco, fino alle suggestive sorgenti del Clitumno e alle cascate delle Marmore. Il vino umbro col maggiore entroterra di storia rimane il Sagrantino di Montefalco Docg. Il terreno è a giacitura collinare (sui 350 metri), profondo, argilloso e ricco di calcare. Tutti requisiti per un vino di eccellenza. Che un tempo (e il nome lo conferma) era solo un vino da messa, trasformato poi da passito a vino secco, e di sicura personalità. Il Fiano di Avellino (altra Docg) ha vissuto la medesima evoluzione. Da vino dolce, caro alle api, è oggi

tra i più noti Bianchi, asciutto e sapido. Per il Sagrantino, il nuovo corso si è reso inevitabile per la concorrenza anche di passiti più nobili. Intanto va ricordato che un quintale di uva passita dà meno di trenta litri di vino, con tempi di lavorazione quantomai lunghi. E questo fa lievitare i costi, da gestire per giunta in un mercato piuttosto affollato e aggressivo. In Italia si contano, infatti, circa cinquanta Passiti, prodotti in ben sedici regioni, con punte di assoluta eccellenza, come il Picolit, lo Sciacchetrà, la Malvasia di Lipari e i Moscati. Di qui il Sagrantino Secco - vitigno in purezza, tredici gradi, trenta mesi d’invecchiamento che ha conquistato largamente i mercati, anche esteri. Il boom del nuovo vino ha richiamato sul territorio non pochi imprenditori. Così le aziende, che erano solo una decina nel triangolo Montefalco-Bevagna-Giano, oggi sono circa sessanta, fra le quali alcune di respiro nazionale. Ma quali sono le caratteristiche del Sagrantino? Nella sua versione ottimale, può essere accostato al Nebbiolo o all’Aglianico, vale a dire a un binomio-principe nella tipologia dei Rossi. Questo grazie anche alla sua longevità, assicurata da un’uva a bacca piccola e buccia molto spessa, assai ricca di polifenoli e di tannini. Non siamo di fronte a un vino immediato. Richiede tempo e molta esperienza. Qualche ruvidezza è fra i suoi caratteri, ma va governata senza forzature, se non si vuole tradire l’identità del Sagrantino. Le ipotesi sulle origini del vitigno rimangono controverse (importato dalla Spagna, da monaci francescani? O dall’Asia minore, da frati bizantini?) e se pur meritevoli di citazione, devono lasciare spazio alla testimonianza di Plinio il Vecchio, il quale fa risalire il Sagrantino all’uva Itriola, già allora allevata a Mevania, l’attuale Bevagna.

Ma il radicamento dell’uva al territorio va ricercato anche nelle suggestive immagini di Benozzo Gozzoli, il cui affresco si apre a una campagna popolata di viti, alle spalle di San Francesco che benedice Montefalco. All’indiscussa magia della pittura, vanno tuttavia affiancati alcuni documenti, che provano come fin dal Rinascimento il Sagrantino Passito si sia accreditato come vino di particolare pregio. Basti pensare che una sorta di primitivo Disciplinare, riconducibile alla metà del Quattrocento, fissa già delle precise regole sulla coltivazione di quest’uva. Che vengono riprese ancora nel 1540, quando addirittura saranno indicati i tempi più opportuni per la vendemmia. Si tratta di legami storici che per molti aspetti ancora sopravvivono nei costumi e nelle tradizioni delle campagne umbre, dove per secoli il Passito ha rappresentato quel filo rosso tra una generazione e l’altra. Certo, bisogna che si arrivi al 1925, perché il Sagrantino trovi una sua ufficiale collocazione nell’ambito della Mostra Enologica Umbra. Dove sorprende scoprire che i vignaioli, da Montefalco a Bevagna a Giano, operavano già sulla base di un fermo e riconosciuto accordo: la resa, per un buon Passito, non doveva superare i 65 quintali per ettaro.

Sopra, dall’alto verso il basso Radioso borgo medievale, Montefalco si trova al centro della zona vinicola del celebrato Sagrantino. La facciata del duomo di Orvieto: iniziata verso il 1290, venne ultimata alla fine del XVI secolo, con la realizzazione delle guglie laterali. Il Sagrantino, vitigno a bacca nera autoctono dell’Umbria, è impiegato nella produzione di ottimi vini.

> Continua nel prossimo numero

45


Il suo culto fu particolarmente diffuso nei secoli XVI e XVII

Santa Caterina d’Alessandria La martire che convertì filosofi e intellettuali, ma non il suo carnefice

DE’ SANTI

di Maria Luisa Parolin

Anche in Veneto furono numerosi gli artisti che la rappresentarono, generalmente nei panni di una giovane colta e bella. Le elequenti immagini che qui proponiamo ne sono una palese conferma.

Secolo XIII Frescante ignoto

1404 Battista da Vicenza

Sopra, da sinistra verso destra Autore ignoto, Santa Caterina d’Alessandria, affresco, sec. XIII. Bassano, casa Pasqualon. Battista da Vicenza, Santa Caterina d’Alessandria, tempera su tavola, particolare dal polittico dell’Altare maggiore, 1404. Vicenza, chiesa di Sant’Agostino. Giovanni Bellini, Santa Caterina d’Alessandria, particolare dalla pala di San Zaccaria, 1505. Venezia, chiesa di San Zaccaria. Cima da Conegliano, Santa Caterina d’Alessandria, olio su tela, 1502. Londra, Wallance Collection. Pittore veneto, Santa Caterina d’Alessandria, olio su tela, sec. XVII. Padova, chiesa di Santa Caterina. Maestranze vicentine, Santa Caterina d’Alessandria, particolare dalla pala del Beato Bartolomeo, sec. XVIII. Breganze, chiesa parrocchiale.

46

1505 Giovanni Bellini

Le informazioni che abbiamo su Caterina d’Alessandria hanno origini leggendarie. Il suo nome deriva dal greco Kataros, che significa “puro”. La diffusione del culto risale al IX secolo. Jacopo da Varagine nella sua Leggenda Aurea narra che era figlia del re di Costa: una ragazza bellissima e colta che aveva respinto le avances dell’imperatore Massenzio. Caterina era votata a Cristo. Massenzio non riuscendo a convincerla ad adorare gli idoli, aveva coinvolto i filosofi e gli oratori di corte per distoglierla dalla fede in Cristo. Caterina, tuttavia, disputò così bene da riuscire a convertirli. Tentò poi di dissuadere Massenzio dal culto pagano, ma venne condannata: dopo dodici giorni di prigione senza cibo, fu destinata al supplizio della ruota dentata. Un intervento divino impedì però l’atroce tortura.

1502 Cima da Conegliano

Secolo XVII Pittore veneto

La ruota, infatti, si ruppe ancor prima di sfiorare la giovane, che così fu salva. Massenzio ne ordinò quindi la decapitazione e, si narra, dal collo di Caterina sgorgò del candido latte. Dopo la sua morte, secondo la tradizione, alcuni angeli ne trasportarono il corpo sul monte Sinai. I suggestivi spunti contenuti nei testi agiografici furono recepiti e variamente illustrati in una vastissima iconografia dedicata alla giovane. La vergine di Alessandria venne venerata fin dall’anno Mille negli ambienti colti dei teologi e dei filosofi, in Italia e in Francia. Un fervore, alimentato pure dalle crociate, che si estese a molti altri Paesi europei. Ne sono testimonianza le numerose pitture con gli episodi del suo martirio, dove può essere rappresentata assieme ad altre sante e Madonne in trono.

Secolo XVIII Maestranze vicentine

In una signorile dimora bassanese si trova un affresco di Santa Caterina risalente al XIII secolo. A partire dal Quattrocento anche la letteratura contribuisce a diffondere la notizia del suo martirio, raccontato in poemetti, orazioni e canzoni epiche. Un tema presente pure in alcune opere conservate al Museo Civico. Nell’istituto bassanese sono infatti ospitati quattro quadri: due tele dedicate allo Sposalizio mistico di Santa Caterina, una di Leandro dal Ponte e l’altra di Barbara Longhi (entrambe del XVI secolo); si trovano poi le Nozze mistiche di Santa Caterina di Pietro Paolo Santacroce (sec. XVII) e una Madonna con Bambino, San Giovanni e Santa Caterina di Bonifacio Pitati. La martire appare poi in un affresco di Battista da Vicenza, staccato dalla chiesa di San Francesco (del XV secolo).


A sinistra: Bartolomeo Vivarini, Santa Caterina d’Alessandria, scomparto di un polittico, 1478-’80. Bari, Pinacoteca Corrado Giaquinto.

GLI ATTRIBUTI ICONOGRAFICI DI SANTA CATERINA

La corona simboleggia la regalità. Caterina è infatti una principessa.

Il libro caratteristica la saggezza della donna sapiente. La spada è l’arma con cui Caterina viene decapitata.

La ruota è il simbolo iconografico più significativo del martirio della santa. Il terribile strumento di tortura, si rompe però prima di sfiorare la giovane vittima.

Nei secoli XVI e XVII, quando il culto di Santa Caterina raggiunse i massimi livelli, la leggenda e le vicende legate alla sua vita furono illustrate da celebri pittori. Carlo Crivelli, in un polittico del 1456 (oggi smembrato tra la National Gallery di Londra e il Metropolitan Museum di New York), ci ha regalato un’ immagine spettacolare della Santa. Anche Jacopo dal Ponte dipinse (nel 1544) un Martirio di Santa Caterina, ora al Museo Civico e proveniente dalla chiesa di San Girolamo (annessa al monastero delle Benedettine di borgo Leon).

La bellezza della giovane Santa è stata di grande ispirazione per molti artisti. Raffaello la dipinse come una ragazza attraente, dall’aureola appena percettibile e appoggiata alla ruota dentata, con un corpo sinuoso e di una tale sensualità da divenire uno dei suoi dipinti più noti. Tintoretto l’ha raffigurata nel Palazzo Ducale di Venezia alla stregua di una principessa, mentre Tiziano la dipinse in preghiera. Moltissimi gli edifici di culto a lei dedicati - a Vicenza, Treviso, Padova, Venezia… - e numerosa pure la presenza dei toponimi che

la ricordano. Anche nel nostro territorio, a Santa Caterina di Lusiana, si conserva una pala d’altare di Jacopo dal Ponte (del 1534): l’opera, nella quale è riconoscibile un paesaggio veneto sullo sfondo, rappresenta una Madonna in trono con Gesù tra Santa Caterina e San Zeno. Nella parrocchiale di Breganze è presente una pala d’altare con una Sacra Famiglia con il Beato Bartolomeo e Santa Caterina. Pure i Remondini, con le loro stampe e santini, contribuirono a diffonderne la conoscenza.

Qui sopra Maria Luisa Parolin, Santa Caterina, elaborazione grafica, 2021.

DEVOZIONI PARTICOLARI Caterina, santa ausiliatrice, era invocata contro l’emicrania. A lei si rivolgevano le lattanti e i costruttori di ruote. È patrona dei filosofi, dei teologi, degli universitari e degli ordini monastici, nonché dei ceramisti e dei cartai.

47


Ma c’è ancora bisogno del contributo dei bassanesi

Prosegue con successo il restauro delle opere marinaliane in Santa Maria in Colle

INIZIATIVE

di Antonio Minchio Foto: Fulvio Bicego

Erio Piva, presidente emerito del Consiglio di Quartiere Centro Storico, esorta i concittadini a fare di più. Anche se, fortunatamente, la raccolta di fondi comincia a dare i suoi frutti.

A fianco Erio Piva.

spinta per affrontare lo schuss finale. Antonella Martinato sta lavorando alacremente e con la passione di sempre, peraltro a condizioni di favore, coinvolta com’è in un recupero dall’elevato valore artistico e spirituale. Approfitto dunque di questo spazio per invitare i bassanesi a compiere un ultimo sforzo e a dare il loro contributo”.

Un’insolita visione del cantiere in Santa Maria in Colle. Il progetto integrale prevede il restauro delle quattro statue (Santa Caterina da Siena, San Domenico di Guzmán, Sant’Anna, San Gioacchino e i due angeli nella parte superiore dell’altare. CONTRIBUIRE È FACILE Non ci sono limiti, né verso l’alto, né verso il basso. Ecco come fare:

UniCredit Banca

causale: “Restauro Statue Marinali Duomo” iban IT77 Z020 0860 1690 0000 2605 525 1) offerte libere (da 30,00 euro in su) 2) offerte sopra ai 100,00 euro (detrazione fiscale 19%) 3) offerte sopra ai 500,00 euro (Art Bonus con detrazione fiscale del 65%)

48

All’inizio erano gli Amici di Orazio: Parrocchia di Santa Maria in Colle, Amici del Duomo, Pro Bassano, Consiglio di Quartiere Centro Storico, Galleria d’Arte Piazzotto Montevecchio, L’Illustre bassanese e Bassano News. E con loro hanno lanciato l’idea, lo scorso ottobre, gli organizzatori delle Divagazioni marinaliane. Poi - l’abbiamo già documentato su queste pagine - è giunto il Rotary Club Bassano Castelli con un contributo sostanzioso e molto incoraggiante. Infine si sono aggiunti i cittadini comuni e le aziende. E la raccolta fondi per il restauro delle statue marinaliane

dell’altare del Rosario, nella chiesa più antica della città, ha subito una promettente accelerazione. L’alfiere inarrestabile di questa proficua iniziativa, sempre in prima linea e più determinato che mai, è senza dubbio Erio Piva, già presidente del Consiglio di Quartiere Centro Storico. Un merito che è giusto riconoscergli per la dedizione con la quale ha affrontato una significativa crociata culturale e, se vogliamo, anche religiosa. “Ma non ci siamo ancora e la strada è lunga - ci spiega - anche se si comincia a intravedere la luce. C’è bisogno di un’ulteriore

Non si può certo dire che, dopo un lungo silenzio, a Bassano non si sia dato il dovuto spazio a Orazio Marinali in occasione del trecentesimo anniversario della morte: la bella rassegna al Museo Civico, purtroppo penalizzata dal Covid-19, e un paio di pubblicazioni (il catalogo della mostra e una strenna artistica) hanno infatti restituito al grande scultore il riconoscimento che si meritava. Anche a Castelfranco è uscito un libro, ma nella città di Giorgione si sta pure pensando di dedicare all’artista una pista ciclabile. Non è tutto. Giovannella Cabion, assessore alla Cultura a Bassano, ha dato il via a un progetto che coinvolge i comuni vicentini - e lo stesso capoluogo - nella creazione di un itinerario turistico-culturale volto alla riscoperta dei luoghi marinaliani. Un’ottima idea, che riporta il vecchio Orazio ai fasti di un tempo. Poi, nell’imminente 2022, sarà la volta di Canova.


Trent’anni fa ha lasciato l’Italia per trasferirsi negli Usa…

MICHELE MERLO IL BASSANESE DI MIAMI

PERSONAGGI

di Andrea Minchio

La carriera, i successi professionali assieme alla moglie Tullia, la famiglia, l’attaccamento ai valori della tradizione e un cuore che batte ancora per la nostra città. Quattro “ciacole” a distanza con un “americano” che tiene alto con orgoglio il Tricolore anche Oltreoceano.

I primi ricordi che ho di Michele Merlo risalgono allo scorso millennio, quando assieme a parecchi altri bambini prestava servizio da chierichetto in San Francesco. Per la chiesa cattolica, anche a Bassano, erano anni d’oro: monsignor Ferdinando Dal Maso, abate di Santa Maria in Colle, disponeva di un piccolo esercito di sacerdoti, mentre al Centro Giovanile convergevano innumerevoli ragazzi, seguiti da preti memorabili (spesso coinvolti in accese partite al pallone) e dall’inflessibile suor Valeria, responsabile del Catechismo. Rammento poi gli anni del liceo. Michele, viso d’angelo e innata simpatia, mieteva numerose “vittime” fra le studentesse, contendendosi la fama di bel tenebroso con pochi altri giovani. Era anche il tempo dell’hockey, una sorta di salvezza per un ragazzo esuberante come lui. Dieci anni da portiere nel Bassano, dei quali conserva un senso di appartenenza molto forte e amicizie importanti con i compagni, gli allenatori, gli avversari, i dirigenti e perfino con i giornalisti… Poi, per qualche tempo, l’università e soprattutto il “Golden” (dal soprannome, peraltro a lui gradito, che gli avevano affibbiato gli amici): un localino di tendenza, a fianco della splendida

gastronomia dei genitori, in via Roma. Arredamento trendy, dai colori giallo e grigio, si distingueva per l’ottima cucina e il trattamento cordiale. Lavoravano con lui anche le sorelle Concetta e Silvia, formando così una squadra dinamica e molto apprezzata. Allora Michele non frequentava quasi più il “Bar Sport” dei fratelli Gasparini, dove invece mi ritrovavo con la mia compagnia. Era infatti migrato al “Nazionale”, sotto i portici di piazza Libertà, avendo stretto amicizia con un gruppo di “amerikani” dalle moto grosse, i giubbotti in pelle (con le immancabili borchie cromate) e i primissimi jeans Diesel. Chissà? Molto probabilmente è nato in quel particolare e sempre affollato contesto cittadino il suo amore per gli Usa; un amore che lo ha portato via da Bassano, a Miami, regalandogli però una brillante carriera professionale…

Quando, perché e con che spirito sei partito per gli Usa? Ero molto giovane quando dagli Stati Uniti venivano ogni tanto a trovarci alcuni parenti americani: tostissimi, con un dialetto arcaico e una parlata in inglese, che mi sforzavo di tradurre in famiglia. Poi, qualche viaggio in California, specialmente a Los Angeles, dove c’erano ristoranti incredibili. È stato allora che la fiamma si è accesa. Poco tempo dopo è giunta una di quelle opportunità che passano come il treno. L’impatto è stato durissimo, la responsabilità altissima: un’avventura professionale da film. Fortunatamente determinazione, abnegazione e professionalità sono doti di famiglia, trasmesse con modestia dai genitori a tutti noi, fratelli e sorelle. È così che ha avuto inizio una cavalcata entusiasmante e forse irripetibile.

Il ruolo di Tullia, sempre al tuo fianco, e poi la famiglia… Tullia, mia moglie, è una donna

bella dentro e fuori, fondamentale in tutti gli aspetti e sempre con me. Una mamma irreprensibile e una nonna dolcissima, dalla classe innata. Con capacità rare, in un’epoca in cui la tecnologia richiede talento e intuizione. Essenziale il suo ruolo nella genesi, nello sviluppo e nel mantenimento della nostra azienda.

A sinistra, sotto ai titoli Michele Merlo nella veste ufficiale di delegato per Miami del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo.

Sei delegato per Miami del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo… Con il Consolato Generale Italiano collaboriamo alla diffusione della nostra cultura nelle scuole. E monitoriamo la comunità dei connazionali in South Florida. È inoltre per me un onore far parte da dieci anni del CTIM, del quale sono delegato a Miami: una punta di diamante nel riconoscimento dei diritti degli italiani all’estero!

Di cosa ti occupi con Tullia? Operiamo in una nicchia della ristorazione di alto livello in condomini di lusso. Siamo infatti proprietari di tre ristoranti nei condomini più importanti di Miami Beach, potendo inoltre contare sull’apporto di una quarantina di collaboratori. Lavoriamo poi con costruttori e architetti nel creare situazioni di food and beverage in nuovi edifici residenziali. Si tratta di amenities (servizi) molto richiesti, che contribuiscono ad aumentare il loro valore immobiliare. Ti ricordi ancora il nostro (bel) dialetto veneto o sei diventato un irrecuperabile yankee? Lo parlo tutti i giorni e ogni anno torno nella mia città. A Bassano ritrovo la mia grande famiglia e gli Amici con A maiuscola. Me ne sono andato a 34 anni, ma sono ancora più bassanese che americano. Se è infatti possibile togliere la gente da Bassano, non si potrà mai togliere Bassano dal cuore della gente!

Sopra, dall’alto verso il basso Il “bassanese di Miami” con la moglie Tullia Gasparotto, sua compagna nella vita e nel lavoro. Anche lei è una nostra concittadina. Michele, Tullia e, da sinistra, Sofia Ray, Giulia Vallotto, Elisa Vallotto, Mattia Conte Vallotto.

In basso Michele Merlo, “scatenato”, alle prese con un gigantesco taglio di Tomahawk, la Fiorentina americana.

51


Giornalista e uomo di cultura, ci ha recentemente lasciati. Napoletano doc, amava profondamente la nostra città

OMAGGIO

Scomparso Nino D’Antonio l’amico dei bassanesi

di Andrea Minchio

Chi viaggia porta tutto con sé e non trascura niente per consumata abitudine. La memoria di chi dorme raramente nel medesimo letto è una miniera. E non solo di conoscenze, ma anche di emozioni, di nostalgie, di rimpianti, di piaceri perduti.

Anche nel nostro territorio sono in molti a piangerne la dipartita. Ma è l’intera nazione ad avere perduto una figura di spicco. Scrittore brillante e oratore carismatico, ha insegnato Letteratura italiana nelle università di mezzo mondo, rimanendo sempre una persona aperta e affabile.

Nino D’Antonio

Amato direttore de L’enologo, Nino D’Antonio si è avvicinato al mondo del vino nei lontani anni Cinquanta grazie all’incontro con l’Associazione Nazionale Città del Vino, della quale era Ambasciatore. Indimenticabili, per la vivacità della narrazione, la profondità del pensiero e la vastissima cultura, le sue Lectiones Magistrales sul tema. Sotto La copertina del volume Una voce dal Sud, raccolta antologica di saggi pubblicati su Bassano News da Nino D’Antonio, corrispondente da Napoli della testata (Editrice Artistica, 2017).

52

Lo scorso 21 febbraio è mancato Nino D’Antonio, nostro prezioso collaboratore e corrispondente da Napoli: una figura di primissimo piano nel panorama culturale italiano, della cui generosa amicizia siamo stati sempre molto onorati. Era approdato a Bassano sul finire degli anni Sessanta, in occasione di una consulenza alla Fiera Orafa di Vicenza. A quell’epoca aveva quasi completamente abbandonato la brillante carriera universitaria, dopo aver insegnato Letteratura italiana negli atenei di mezzo mondo (dai Paesi del Patto di Varsavia a Israele, dagli Usa all’America Latina), per dedicarsi sempre più all’attività giornalistica: una passione che era cresciuta negli anni perché, declinata nella formula free lance, meglio della libera docenza si conciliava con il suo carattere estroverso e curioso, straordina-

riamente aperto alla conoscenza e alla socializzazione. Proveniente da diverse esperienze personali (anni prima aveva rinunciato a un posto d’oro alla Mondadori per l’insofferenza al grigio clima milanese), aveva sempre mantenuto la residenza nella vivace capitale partenopea: una scelta di vita alla quale non è mai venuto meno. Bassano però lo ammaliò subito: la bellezza del luogo, con lo sfolgorante ponte palladiano incastonato in uno scenario già nordico, le massicce moli del Grappa e dell’Altopiano agli opposti versanti del Brenta, l’atmosfera autentica e luminosa lo colpirono al cuore. Ma ancor più il carattere dalla popolazione, cordiale e aperto, e il milieu culturale, davvero notevole per una città di provincia. Erano altri tempi, ovviamente.

L’economia tirava e alle attività della tradizione artigianale - la ceramica, l’oreficeria, il mobile, il ferro battuto, la stampa - si erano prepotentemente affiancate quelle legate invece allo sviluppo industriale del territorio. Le Smalterie dovevano ancora conoscere la crisi degli anni Settanta e moltissime erano le aziende scaturite da quella sorta di università del lavoro che era stata per decenni la grande azienda di via Trozzetti. Fedelissimo ospite dell’Hotel Brennero (allora signorilmente gestito da Bruno Caron), dove era solito pernottare in occasione delle sue incursioni bassanesi, il prof. D’Antonio ebbe modo di familiarizzare subito con i responsabili della vicina Azienda Autonoma di Soggiorno (allora in viale delle Fosse): Pierluigi Tumiati, con la moglie Antonia. E, più avanti, anche con una giovanissima Sandrina Milani. E anche con il dinamico presidente Giuseppe Nardini, con il quale instaurò una salda e proficua amicizia, foriera di numerose e raffinate collaborazioni, sempre finalizzate a promuovere con buon gusto ed efficacia il territorio.

A intervalli regolari, solitamente legati ai diversi appuntamenti dell’Ente Fiera di Vicenza, Nino D’Antonio era solito tornare nella nostra città. Una frequentazione immancabilmente condita da quell’innata vivacità culturale che costituiva parte integrante del suo carattere e che lo portò presto a instaurare nuove e inossidabili amicizie. In primis quella con il tipografo editore Antonio Minchio, mio padre. Un sodalizio davvero speciale, fondato su quelle affinità elettive che legano indis-


solubilmente certi spiriti liberi. Innumerevoli le monografie e i cataloghi pubblicati negli anni, sempre curati da Nino D’Antonio (divenuto nel frattempo anche un critico d’arte assai ricercato) e ideati nella veste editoriale dall’amico bassanese. Fra questi un volume dedicato al futurista Emilio Notte, che venne definito un capolavoro dagli intenditori. Un approccio grafico raffinato, dunque, al quale in più circostanze ebbero modo di prestare la loro opera altri due creativi del territorio: Dino Guazzo e Flavio Reffo. Quest’ultimo fu coinvolto pure nell’organizzazione e nell’allestimento della mostra Arte, Editoria e Canzone napoletana, tenutasi a Ca’ Rezzonico nel dicembre del 1985: una “sintesi” significativa della straordinaria sinergia sviluppatasi fra l’estroso stampatore e l’effervescente giornalista.

Cittadino onorario della Costiera Amalfitana per il suo impegno nel divulgarne la bellezza nel mondo, Nino D’Antonio ha amato profondamente Bassano. Le brillanti conferenze che ha tenuto in giro per il pianeta, trattando temi anche diversi ma tutti saldamente ancorati alla sua straordinaria cultura classica, non gli hanno mai impedito di tornare ai piedi del Grappa e coltivare amicizie antiche. Per esempio con l’artista Serena Canova, raffinata creatrice di gioielli (autrice fra l’altro della medaglia coniata nel 1998 in occasione del Millennio di Bassano). Oppure con l’industriale Mario Balestra, con il quale si è visto periodicamente fino allo scorso Natale. E poi con la dinastia dei fratelli Di Rosa, Raffaele in testa. Così come, in epoca recente, con il concittadino Gianfranco

Aquila, patron della Montegrappa. Un bassanese d’elezione, Nino D’Antonio, al punto che una decina d’anni fa aveva acquistato un appartamento in vicolo XX Settembre, dove veniva raggiunto dalla compagna Agnese, docente universitaria a Budapest, e dove trascorreva qualche raro giorno di riposo. Perché in effetti il professore - così lo chiamavano in molti anche nella nostra città non si è mai fermato. Fino all’ultimo, prima del drammatico ricovero al Cardarelli di Napoli. Un esempio? Solo due anni fa, in età ormai avanzata (era nato nel 1933), gli era stata affidata la direzione de L’enologo, storica testata del settore vitivinicolo. Ma per lui parlare o scrivere di vino, oro, arte, letteratura, cucina era la stessa cosa; così come citare Orazio o fornire la ricetta di un piatto della sua terra. Università, fondazioni, consorzi e biblioteche hanno continuato a invitarlo anche nel corso del 2020, fra una chiusura e l’altra.

Qui sopra, da sinistra verso destra Alcune pagine del volume Incontri con Emilio Notte di Nino D’Antonio (Editrice Minchio, 1977). Lo scrittore napoletano in occasione di una recente conferenza. A fianco Nino D’Antonio alla presentazione del volume La tessoria di Asolo, scritto con Antonio Barzaghi (Editrice Minchio, 1984). Con lui l’editore Antonio Minchio (a destra) e il sindaco di Asolo Angelo Zampin.

Ho conosciuto Nino ai tempi del liceo. All’epoca tiravo di scherma. Al nostro primo incontro lo colpì il fatto che dalla borsa sportiva spuntava la lama del fioretto. Un particolare che ricordava spesso, sorridendo, quando ci vedevamo per concordare i temi delle sue fortunate rubriche su questa testata: dapprima quelli destinati a “Una voce dal Sud” (confluiti successivamente in una felice pubblicazione) e poi quelli scritti per “Le terre del vino”. Saggi che pubblicheremo nel suo ricordo, consapevoli dell’enorme debito morale che abbiamo contratto nei suoi confronti. Con lui abbiamo perso un maestro, com’era avvenuto tempo fa con Giambattista Vinco da Sesso e con Mario Dalla Palma. Ci piace pensare che stiano lavorando assieme, nonostante le grandi differenze di carattere, in una redazione immaginaria, da qualche parte nel cielo. Con loro pure Andrea Gastner, immerso nella stesura di un nuovo libro.

Sotto, dall’alto verso il basso Il “professore” alla presentazione del volume A tavola nei Dì di festa di Antonio F. Celotto (Editrice Artistica, 2012), In secondo piano l’amico Sergio Dussin, del quale pubblicò due anni dopo un raffinato profilo biografico. Con Andrea Minchio, presidente del Rotary, durante una serata musicale alla Libreria Palazzo Roberti (2015).

53


Lo evidenziano le ricerche più attuali…

VITAMINA D3. Un pilastro per la nostra salute

SAPERNE DI PIU’

È stato osservato che regola l’attivazione o la disattivazione di fattori immunitari e che può sopprimere i meccanismi infiammatori e incrementare quelli antinfiammatori nei tessuti.

In questo breve articolo daremo alcune informazioni per spiegare i meccanismi fisiologici della vitamina D3, che si pone alla base della nostra salute e che risulta fondamentale, soprattutto in un

di Matteo Zonta

Servizio publiredazionale a cura di Matteo Zonta Naturopata, responsabile dell’omonima erboristeria

periodo come quello attuale in cui l’efficienza del sistema immunitario deve obbligatoriamente essere performante e capace di modulare le complesse reazioni che può innescare l’infezione da Covid-19. La biosintesi naturale della vitamina D parte da un percussore che deriva dal colesterolo, il 7-deidrocolesterolo, il quale tramite la frazione ultravioletta B della luce solare (UV-B) si trasforma appunto in vitamina D3. La formazione della vitamina a livello cutaneo dipende però da diversi fattori, alcuni più intuibili, come per esempio la latitudine geografica e la stagionalità. Un altro elemento che può influenzare la sintesi della vitamina è la pigmentazione della pelle. Le persone di colore sono di fatto molto più predisposte a incorrere in una carenza della vitamina. Anche l’uso delle creme solari (di fatto “obbligate” per l’alta incidenza di neoplasie cutanee)

L’Erboristeria Zonta ha attivato un servizio Whatsapp Business, con la possibilità di consultare e acquistare prodotti in promozione e offerta. Esegue inoltre consegne a domicilio! WhatsApp Business Cell. 347 8.333.073 MATTEO ZONTA Naturopata - Iridologo e-rboristeria zonta Viale Venezia, 71 Bassano del Grappa Tel. 0424 1945594 - 328 7711333 zontamatteo@libero.it

Erboristeria Zonta

determina la riduzione della sintesi della vitamina. Possiamo comunque indicare come una persona che si espone al sole tra giugno e agosto tra le ore 11.00 e le 14.00 per un periodo di 15-20 minuti, alla nostra latitudine, può mediamente sintetizzare dalle 15.000 alle 20.000 unità di questa vitamina! Altri fattori che influenzano la sintesi e l’assorbimento della D3 sono l’età, lo stile di vita, l’uso abituale di farmaci, le malattie da mal assorbimento intestinale (celiachia, morbo di Crohn…), le malattie del fegato, del pancreas, le nefropatie, l’obesità… Diversi studi condotti per valutare lo stato dei livelli di vitamina D nella popolazione mettono in risalto l’elevata incidenza delle ipovitaminosi D. Ora concentriamoci un po’ sulle attività della vitamina. Una delle funzioni più “conosciute” è quella legata alla salute dell’osso, che è determinata principalmente da due effetti esercitati a livello organico: 1) l’assorbimento del fosfato e del calcio a livello intestinale; 2) il riassorbimento del fosforo e del calcio a livello renale. Ricordiamo però che per espletare completamente il metabolismo osseo dipendente da questi minerali, gestiti dalla vitamina D3, il nostro organismo ha bisogno di un’altra fondamentale vitamina liposolubile e cioè della vitamina K2. Quest’ultima determina infatti l’essenziale attivazione dell’osteocalcina, promuovendo di conseguenza il deposito del calcio e del fosfato a livello delle ossa stesse e impedendo così l’accumulo di calcio e fosfato nei reni o/e in altri distretti organici (come quello

cardiovascolare). Di conseguenza la vitamina K2 mette in “sicurezza” il metabolismo della vitamina D. La riduzione ponderale della vitamina D3 conduce quindi direttamente a una condizione di ipocalcemia (riduzione del calcio nel sangue); la quale determina poi il conseguente aumento del Paratormone (PTH) che - come effetto finale - porta all’erosione dell’osso. Diamo ora spazio alla “novità” più “significativa” della vitamina D3 e cioè quella che riguarda i meccanismi d’azione che la vitamina svolge in diversi tessuti organici. È stato infatti scoperto che i recettori della vitamina sono presenti in tutte le cellule del corpo umano, noti come VDR (Vitamin D Receptor). Tali recettori, che vengono “accesi” dalla forma di vitamina D3 attivata (Calcitriolo) una volta penetrata nella cellula, determinano fondamentali attività per il mantenimento e l’equilibrio di ogni tessuto. La scoperta ha evidenziato inoltre che i recettori della vitamina D3 sono espressi anche in diverse cellule del sistema immunitario (in particolare nei linfociti T e B, nelle cellule deputate alla formazione degli anticorpi, cioè le cellule dentritiche e ancora nei macrofagi, nelle cellule NK) ed è stato osservato che la vitamina D3 regola l’attivazione o la disattivazione di fattori immunitari. Ha inoltre la capacità di sopprimere i meccanismi infiammatori e nello stesso tempo di incrementare quelli antinfiammatori nei tessuti. Tutto ciò aiuta a regolare i complicati meccanismi coinvolti nelle malattie di ogni genere, infettive, allergiche ed autoimmunitarie…

Nuova ampia sede con parcheggio in viale Venezia, 71 di fronte alla ex Caserma Montegrappa. VI ASPETTIAMO! 54


INDIRIZZI UTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GUARDIA DI FINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POLIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

URP - Informagiovani Comune di Bassano del Grappa

POLIZIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Piazzetta Guadagnin, 13 Tel. 0424 519555 - 0424 519165

0424 507911 0424 519404

POLIZIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FUOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PUBBLICI

AGENZIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MUSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. ULSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 U.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

56

0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MUNICIPIO Via Matteotti, 35 0424 519110 U.R.P. Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519165

POSTE E TELECOMUNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBUNALE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CULTURA

MUSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MUSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAZZO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAZZO BONAGURO Via Angarano 0424 502923

MUSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MUSEO DEI CAPPUCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MUSEO DELL’AUTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MUSEO HEMINGWAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 02/05-04/05 26/05-28/05 19/06-21/06 ALLE DUE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 04/05-06/05 28/05-30/05 21/06-23/06 ALLE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 08/05-10/05 01/06-03/06 25/06-27/06 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 12/05-14/05 05/06-07/06 29/06-01/07 COMUNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 18/05-20/05 11/06-13/06 COMUNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 16/05-18/05 09/06-11/06 PIZZI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 30/04-02/05 24/05-26/05 17/06-19/06 POZZI Via Scalabrini, 102 0424 503649 20/05-22/05 13/06-15/06 RAUSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 10/05-12/05 03/06-05/06 27/06-29/06 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 14/05-16/05 07/06-09/06 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 06/05-08/05 30/05-01/06 23/06-25/06 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 22/05-24/05 15/06-17/06


I suggerimenti di Sergio Dussin, presidente dei ristoratori bassanesi

TEMPO DI ASPARAGI Due classiche (e prelibate) ricette

ARS CULINARIA

di Elisa Minchio

Le difficoltà del momento non devono farci dimenticare le nostre migliori tradizioni gastronomiche…

De tempo immemorabile, ormai, Sergio Dussin dedica una quota significativa delle proprie energie alla promozione della buona cucina e dei prodotti del territorio: una missione che si è posto tanto a livello personale, a capo com’è di alcuni rinomati locali della zona, quanto nella veste istituzionale di presidente dei Ristoratori di Confcommercio Bassano. Un riferimento obbligato, in quest’attuale travagliata epoca di resistenza e sopravvivenza, soprattutto per quanto riguarda il settore della ristorazione, duramente colpito dalle restrizioni anti Covid. In quest’occasione, nella speranza di un graduale e sicuro ritorno alla normalità, gli abbiamo chiesto di guardare oltre l’emergenza e di regalarci, per quanto possibile, qualche momento di serenità e di letizia. Ecco allora materializzarsi due classiche ricette legate alla stagione dell’Asparago Bianco dop di Bassano. Una stagione iniziata purtroppo in sordina lo scorso 19 marzo (giorno di San Giuseppe), ma fortunatamente destinata a durare ancora fino al prossimo 13 giugno (giorno di Sant’Antonio).

Sergio Dussin, presidente della categoria Ristoratori del Mandamento Confcommercio di Bassano. Sotto Asparagi e uova alla bassanese oppure risotto con asparagi? Nel dubbio conviene degustare entrambi questi splendidi piatti della nostra tradizione culinaria.

“Prima di proporre le ricette - ci spiega Sergio Dussin - è bene spendere qualche parola su questo nostro prelibato prodotto. Va subito detto che ha ottenuto la DOP (Denominazione di Origine Protetta) nel 2007, grazie alle sinergie fra Coldiretti, associazioni di categoria, amministrazioni comunali e un’associazione di valorizzazione e tutela, creata ad

58

hoc per l’evento. L’asparago è un ortaggio (per la precisione il germoglio di una pianta erbacea perenne primaverile) di forma allungata, consistenza carnosa e sapore delicato. Considerato un ottimo depurativo e diuretico, favorisce il drenaggio epatico e renale. Ricco di fibre, facilita la digestione ed è ideale per contrastare situazioni di astenia fisica e mentale, così come processi di demineralizzazione e palpitazioni. Si presta inoltre per diete dimagranti e, nel caso di esemplari giovani e di recentissima raccolta, può essere anche consumato crudo, tagliato in sottili fettine”. Uova e asparagi alla bassanese

Ingredienti per 4 persone 1,6 kg di Asparagi Bianchi di Bassano DOP, 8 uova, un bicchiere di olio extravergine di oliva di Pove del Grappa, sale, pepe e aceto.

Lavare e spellare con cura gli asparagi, privandoli della parte più dura, partendo dalla fine del gambo così da levare i filamenti più consistenti. Fare 4 mazzetti, legarli con lo spago da cucina e porli in verticale in una pentola alta, stretta e con coperchio, in acqua salata e bollente, badando di tenere le punte rivolte verso l’alto ma fuori dall’acqua (poiché calore e vapore sono sufficienti per cuocerle). Lasciare bollire per circa 20-25 minuti, quindi levarli dall’acqua e avvolgerli in un canovaccio per completarne la cottura e assorbire l’acqua in eccesso. A parte cuocere le uova bollendole per 8 minuti, toglierle dal

fuoco e raffreddarle in acqua fredda, affinché il tuorlo resti morbido. Quindi sgusciarle Adagiare su ciascun piatto un mazzetto di asparagi privato dello spago e due uova. Ogni commensale provvederà da sé a pestare le uova con la forchetta, fino a ottenere una crema omogenea, che condirà a piacere con olio, sale, pepe e aceto. Risotto con gli asparagi

Ingredienti per 4 persone 500 g di Asparagi Bianchi di Bassano DOP, 350 g di riso vialone nano. 60 g di burro, 1 cipolla novella, 1 bicchiere di vino bianco, 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva di Pove del Grappa, 1 litro di brodo, Grana Padano, sale e pepe.

Spellare gli asparagi con cura, togliere le punte (tenerle da parte), eliminare la parte legnosa del gambo e tagliarli a trancetti. Mondare e tagliare finemente la cipolla e rosolarla in una casseruola con l’olio e metà del burro. Quando sarà appassita unire i trancetti di asparagi e lasciarli insaporire per qualche minuto; quindi versare il riso, farlo tostare per qualche minuto e bagnare infine con il vino bianco. Lasciare che il vino evapori, quindi cominciare a rimestare aggiungendo un po’ per volta il brodo bollente. Cinque minuti prima che la cottura sia ultimata, unire le punte degli asparagi e aggiustate di sale e pepe. Quando il riso sarà ancora al dente, toglierlo dal fuoco e mantecarlo con il restante burro e qualche cucchiaio di Grana Padano.


Si trova lungo via Verci, protetto da un alto muro…

IL GIARDINO DELLE ESPERIDI

ANIMALIA

di Francesca Coretti

A fianco Frederic Leighton, Il giardino delle Esperidi, olio su tela, 1892 c. Port Sunlight (Regno Unito), Lady Lever Art Gallery.

Appartiene al FAI (Fondo Ambiente Italiano) e costituisce una delle pertinenze del centralissimo palazzo Zanchetta Dal Fabbro. Quasi un luogo incantato, nel cuore della città.

Delle Esperidi, personaggi che si incontrano nei tanti miti greci, si sa poco. Erano delle ninfe che vivevano in un mirabile giardino localizzato nel Marocco, con il compito di custodire i magnifici frutti color dell’oro e vigilato da un drago. Con i miti possiamo sfogare la nostra fantasia come più ci pare. A me piace pensare che quegli alberi fossero dei melograni i cui frutti, prima di diventare rossi, sono gialli. A prescindere dalla poesia del Carducci nella quale si legge di un “verde melograno da’ bei vermigli fior” che mi aveva commossa quasi fino alle lacrime, il primo “malum granatum”, nome latino, della mia vita l’ho visto qui a Bassano, nella piccola aiuola rotonda davanti alle Poste. Ne ho scoperto un altro, in questi ultimi anni, in via Verci, che fa capolino dalla cima di quella specie di muraglia cinese che chiude il parco di palazzo Zanchetta Dal Fabbro. Non so perché, ma è un albero che mi mette allegria. Ora però inseriamo in questo discorso anche gli animali. Non è vero che chi vive all’interno delle mura della nostra città incontri soltanto passerotti (pochi), piccioni (troppi), gabbiani e rondini. Vede anche della fauna più selvatica: basta trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Un’evento casuale, insomma. Una sera sul tardi - avevo portato i cani nei giardinetti davanti alle Poste - fermi sulle strisce pedonali perché una macchina stava arri-

In questa pagina In pieno centro, a pochi passi da piazza Libertà e dal Tempio Ossario, un’oasi verde ricca di curiosità: è il giardino di palazzo Zanchetta Dal Fabbro, ora proprietà del FAI. Qui sotto Il misterioso frammento di una balaustra “spunta” dall’erba.

vando da discesa Brocchi e lì, chissà perché gli automobilisti non frenano quasi mai, tanto che adesso ci hanno messo un semaforo, quando dalla direzione opposta, quasi raso terra, arriva volando un uccello più grande di un piccione. Bum! L’uccello sbatte contro la mascherina dell’auto, ma non ci finisce sotto come mi aspettavo: sterza a sinistra, l’uccello non la macchina, e finisce nell’angolo di una vetrata. Secondo voi, cosa potevo fare?

Mi sono avvicinata con cautela e l’ho preso tra le mani. E lui lì, tranquillo, probabilmente intontito dal botto. Un problema. Allora non conoscevo ancora il dottor Foglio, esperto ornitologo, non sapevo a chi rivolgermi e l’ho portato a casa, con i guinzagli

dei cani appesi al braccio. L’ho messo in una gabbia vuota e, siccome aveva l’aspetto di un rapace, gli ho portato un pezzetto di carne cruda e uno scodellino

Sotto ai titoli Un elaborato cancello di legno in stile goticheggiante, posto all’interno del giardino, ricorda vagamente certi portali dell’antica Cina.

61


ANIMALIA

con l’acqua. L’ho lasciato tranquillo sul davanzale di una finestra e, dopo un po’, sono andata a controllare. Aveva ancora l’aria stranita, però era in piedi sulle sue zampe. Allora ho tolto la parte superiore della gabbia e lui, senza neanche dirmi grazie, si è guardato attorno ed è volato via, emettendo dei brevi versi strani, sul tetto della casa di fronte. E poi è sparito.

Sopra, da sinistra verso destra Alcune delle meraviglie del giardino di palazzo Zanchetta Dal Fabbro.

Qui sotto Probabilmente il piccolo rapace “precipitato” in via Verci e poi salvato da Francesca Coretti apparteneva alla famiglia degli allocchi.

Un altro incontro notturno, che ha aumentato la mia curiosità nei confronti del giardino di palazzo Zanchetta Dal Fabbro, è stato quello con due ricci. Dopo le tartarughe e gli scoiattoli, i ricci sono tra i miei animali preferiti. Forse perché ne ho conosciuto uno da vicino. Ma questa storia ve l’ho già raccontata. Sempre in via Verci, dunque, sul marciapiede della muraglia cinese, vedo qualcosa muoversi: erano proprio due ricci abbastanza grandi che, con una certa fretta, sono arrivati al cancellone di legno e ci si sono infilati sotto, sparendo alla vista. Poi è stata la volta dei due falchetti che, per qualche mattina, hanno usato il cornicione di una torretta davanti a casa mia per amarsi, più volte, con evidente entusiasmo e con i dovuti preliminari, senza pudore alcuno. Poi sono spariti e mi piace pensare che siano andati a fare il nido in qualche buco delle rocce che

Qui sopra Un riccio. Per qualche tempo, durante il primo duro lockdown, una coppia di questi simpatici animaletti ha frequentato via Verci, “soggiornando” nel giardino Zanchetta Dal Fabbro. A fianco, da sinistra verso destra Il giardino in una eloquente ripresa aerea (da Google Maps). Il portone, fotografato dalla via e dall’interno della proprietà.

62

sovrastano valle Santa Felicita. Che è senz’altro un posto adatto. Quando Andrea Minchio, anima di Bassano News, mi ha proposto di fare un servizio sul Giardino delle Esperidi… pardon, di palazzo Zanchetta Dal Fabbro, la mia risposta è stata di totale adesione. Con la fantasia ho visto la famiglia completata da qualche ricciolino neonato (copyright Aldo, Giovanni e Giacomo) e magari qualche altro animaletto. Dopo alcune lungaggini - il giardino, come il palazzo, è sotto la tutela del FAI - siamo riusciti ad avere le carte in regola. Se fosse mio e io fossi lo zio Paperone, sono certa che ne farei qualcosa di spettacoloso, ma anche senza il mio intervento, è veramente un bel posto da vedere. E anche strano, tutto sommato. Primo esempio: quasi in mezzo al prato, ci sono due gradini di pietra con due pezzi di balaustra uno per lato. Da dove venivano e dove portavano? Davanti ai gradini c’è un notevole cancello di legno intagliato, veramente artistico, coperto da una piccola tettoia di tegole rosse. Ma: cosa c’era davanti e cosa dietro? In mezzo al prato si trova una classica fontana di pietra con la vasca ad anello intorno e quattro teste maschili sulla cima. Secondo me segnalano i punti cardinali. Se ci zampillasse

anche l’acqua - come in tutte le fontane degne di questo nome potrebbero nuotarci pesci rossi, forse anche qualche ranocchia. E poi alberi e cespugli e il prato, di cui ogni tanto viene anche tagliata l’erba, al momento praticamente ricoperto di violette. C’è anche una specie di cipresso (o, se non proprio un cipresso, un suo parente prossimo) che ho calcolato sia alto come una casa di quattro piani. In fondo al prato, sul lato ovest, si trovano gli annessi del palazzo, da poco ceduti dal FAI a un privato; mentre, al confine con via Campo Marzio, rimangono ancora i ruderi della chiesetta del Redentore, la cui facciata prospetta malinconica e desolata sulla via. Dell’edificio, bombardato durante la seconda guerra mondiale, si sono salvate alcune statue che ornavano l’altare e che ora sono custodite nella parrocchiale di Travettore di Rosà. Per ricordarci che siamo cattolici, comunque, una Madonnina di ceramica, inglobata nella parete sud di palazzo Zanchetta Dal Fabbro (che affaccia sul giardino), tiene d’occhio quel pezzo di verde lussureggiante che è il giardino delle Esperidi. Già, e le Esperidi dove le mettiamo? Forse a danzare fluttuanti intorno alla fontana che, magicamente, ha ritrovato il suo zampillo.


Profile for Editrice Artistica Bassano

Bassano News  

Maggio/Giugno 2021

Bassano News  

Maggio/Giugno 2021

Advertisement

Recommendations could not be loaded

Recommendations could not be loaded

Recommendations could not be loaded

Recommendations could not be loaded