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Editrice Artistica Bassano

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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’ LUGLIO / AGOSTO 2021

E SERVIZIO


SOMMARIO Copertina Antonio Canaletto (att.), Capriccio con edifici palladiani, particolare, 1750 ca. Olio su tela, 580x820 mm. Parma, Complesso monumentale della Pilotta. A pagina 26 ampio servizio sulla mostra Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione, storia, mito allestita al Museo Civico di Bassano.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVII - n. 189 Luglio/Agosto 2021 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94

Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa F. Bicego, S. Bordignon, A. Calzolato, C. Caramanna, F. Coretti, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, A. Mangano, C. Mogentale, S. Mossolin, M.L. Parolin, P. Pedersini, R. Piccoli, F.A. Rossi, O. Schiavon, N. Scodro, G. Spagnol, V. Trentin, F. Zonta, M. Zonta, T. Zorzi, S. Zulian Corrispondenti Erica Schöfer (dalla Toscana) Stampa CPEsse - Castelfranco Veneto (TV) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it

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p. 5 - Gens bassia “L’altra Bassano” nelle fotografie di Nicola Scodro p. 8 - Eventi Jacopo Bassano e non solo p. 10 - Pianeta Casa Blocco sfratti Il tergiversare del Governo p. 12 - I nostri tesori Il destriero dei Marinali p. 14 - Cerimonie Un dono all’Istituto Fermi, in memoria dell’industriale Antonio Alban p. 16 - Il rapporto Francesi contro Austriaci La battaglia del Brenta p. 18 - La lezione del passato Giovanni Gentile e il pensiero della morte p. 20 - Focus Una storica prova d’amicizia p. 22 - Afflatus Invecchiamento cerebrale, deterioramento cognitivo, demenza p. 25 - Proposte I tre Marinali p. 26 - Primo piano Palladio, Bassano e il Ponte Invenzione, storia, mito p. 28 - Traguardi Tutte le virtù di un freddo speciale p. 30 - Sì, viaggiare La Corsica, una terra che non lascia mai indifferenti

p. 32 - Renaissance Onorevole e antico cittadino di Firenze. Il Bargello per Dante p. 34 - Artigiani Matching day per il settore Legno e Arredo: iniziativa di Confartigianato p. 36 - Scenari Afghanistan. Fine di una guerra? p. 38 - Progetti Il Mercante non è fuori moda p. 40 - Il Cenacolo Charles Baudelaire. Il mio cuore è un albatro in volo p. 43 - Esercizi di stile Bon ton a tavola p. 44 - Le terre del vino I vini dell’Umbria (2) p. 46 - De’ Santi San Rocco, il taumaturgo p. 48 - Iniziative Ma che cittadinanza ha Palladio? p. 51 - Personaggi Silvano Bordignon, filosofia di vita o vita da filosofo? p. 52 - Scoperte La bicicletta e il genio p. 54 - Saperne di più Cosa ci impedisce di perdere peso? p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Ars culinaria Penne integrali alla Corsara p. 61 - Animalia Quattro passi a Monte Crocetta

Sopra al sommario, da sinistra Una scampagnata al Monte Crocetta, uno dei luoghi della bassanesità: molto verde e un paesaggio quasi da fiaba. Servizio di Francesca Coretti a pag. 61. Ph. Fulvio Bicego. Un particolare della statua di San Giovanni Nepomuceno nell’omonima chiesetta a Rivarotta. Nel piccolo edificio di culto, il 6 novembre 1796 tenne consiglio di guerra nientemeno che Napoleone Bonaparte. A pag. 16 il bel saggio di Stefano Mossolin sulla “Battaglia delle Nove” (p.g.c. famiglia Viero). Ph. Fulvio Bicego. Sotto Gomiti sul tavolo? Che maleducazione. È proprio vero che l’abito non fa il monaco! A pag. 43 lezione di bon ton a cura di Federica Augusta Rossi.

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Nicola Scodro, bassanese e “cittadino del mondo”, sì è avvicinato alla fotografia scoprendo una vecchia Olympus OM 10 dimenticata dal padre…

GENS BASSIA

L’ALTRA BASSANO

di Andrea Minchio

Fotografie di Nicola Scodro

Non esistono, per il giovane autore di queste immagini, le categorie del “bello” e del “brutto”. Sta all’osservatore interpretarle secondo la propria sensibilità. Anche se, in realtà, è evidente il riferimento a tematiche quali sviluppo urbano, impatto ambientale e dinamiche antropologiche.

Immagini forti. Contrasti roventi. Dettagli impietosi, nella desolante e rischiosa ricerca di un significato che rischia di sfuggire. Ammesso, ovviamente, che ci sia. Nella sua indagine inesorabile, volta a sublimare situazioni spesso imbarazzanti e spinose, che egli identifica quali rappresentazioni di un’anima urbana nascosta e vibrante, Nicola Scodro usa la macchina fotografica come uno specchio. Niente ipocrisie, niente scappatoie: in fondo sta all’osservatore interpretarle e coglierne eventualmente un senso. E tuttavia le immagini, anche attraverso queste pagine, si materializzano con dirompenza. E possono far male, perché non prevedono alcuna edulcorazione. Anche se poi, nella rigorosa

investigazione del giovane artista (bassanese ma pure “cittadino del mondo”), traspare impalpabile un’inequivocabile vocazione alla poesia. E se le inquadrature non lasciano niente al caso, pure nei frangenti più drammatici, laddove il messaggio risulta maggiormente spigoloso affiora comunque lo spazio per inattese e insospettabili suggestioni. La complicità della luce, sempre protagonista, gioca un ruolo strategico. Così come, peraltro, la scelta - controcorrente di scattare in bianco e nero utilizzando la pellicola e operando inizialmente con un’antica OM 10, una macchina quasi leggendaria entrata a buon diritto nella storia della fotografia. Pur rivolta essenzialmente a un target di cultori, tale fotocamera (prodotta a

partire dal ’78 dalla nipponica Olympus) fu massicciamente impiegata anche da professionisti e reporter. Insomma lo strumento adatto all’esordio del nostro Nicola Scodro, congeniale cioè a uno spirito libero, alla ricerca di emozioni e audaci sperimentazioni. Come quelle che qui proponiamo e che documentano alcuni luoghi di Bassano: soggetti al degrado o abbandonati, essi costituiscono le silenziose testimonianze di uno sviluppo che si è fermato nel tempo. Stop, la storia è finita. Oppure si tratta “semplicemente” di zone da riqualificare, aree urbane dismesse che attendono un’auspicabile e forse possibile rinascita. Contesti che, in ogni caso, recano impresse le cicatrici di una vita ormai passata…

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Dopo aver conseguito la maturità classica presso il Liceo Brocchi di Bassano, Nicola Scodro (2000) si è iscritto al corso di Global Development alla Carleton University di Ottawa. Ha pubblicato la raccolta di poesie e fotografie Naufragi di un’illusione (Dal Piaz, 2020) e collabora con The Charlatan, organo d’informazione degli studenti della Carleton University. Scatta rigorosamente su pellicola, di preferenza in bianco e nero. In alto Frontiera, pellicola bianco e nero, filtro rosso, polvere. Ottobre 2020.


GENS BASSIA

Fotografia: come ci sei arrivato? Sono sempre stato alla ricerca del concreto, del particolare, di un senso oltre l’apparenza delle cose. Quando ho iniziato a fotografare a pellicola, nel 2019, cercavo un modo di fissare le immagini che più mi colpivano durante viaggi ed escursioni. Sebbene in precedenza avessi scattato con una piccola compatta, cominciavo a sentire il bisogno di un rapporto più vero, vivo e creativo con il soggetto della fotografia. Tutto nacque quando, nascosta in un armadio, trovai la vecchia Olympus OM 10 di mio padre, e fu amore a prima vista. Iniziai con un rullino a colori, esposto a occhio con la regola del 16, in manuale perché l’esposimetro non funzionava. I primi scatti avvennero in centro a Bassano, poi in montagna mentre arrampicavo, altri ancora sulle Piccole Dolomiti. Ma la svolta ebbe luogo quando comprai il primo rullo in bianco e nero da

Qui sopra Backyard, pellicola bianco e nero, filtro arancione. Dicembre 2020.

In basso Punto di fuga, pellicola bianco e nero, filtro giallo. Dicembre 2020.

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un rivenditore di Auckland, in Nuova Zelanda, e lo utilizzai immediatamente sia in città sia nella foresta e sulle scogliere attorno alla pittoresca spiaggia di Piha, deserta in tarda primavera. Fu allora che avvertii un brivido di piacere nel premere l’otturatore. Da quel momento porto sempre con me la macchina fotografica.

Le immagini di queste pagine sembrano documentare una predilezione per certe tematiche… In realtà il mio approccio al mondo della fotografia non ha implicato alcuna forma di specializzazione. Amo piuttosto concentrarmi su ciò che mano a mano cattura la mia attenzione. Nel mio libro di poesie e fotografie, Naufragi di un’illusione (Dal Piaz, 2020), sono presenti soprattutto immagini di paesaggi montani. Ma non mancano ritratti, architetture, dettagli, e perfino fotografie quasi astratte. Anche questo mio lavoro su Bas-

sano, seppur costretto nell’area cittadina, non è limitato nei soggetti. Anzi, proprio la libertà nella scelta di soggetti e inquadrature è una regola che mi sono imposto fin da subito. Combinata con l’utilizzo della pellicola in bianco e nero, mi permette un controllo sugli effetti che voglio ottenere nella maniera più analogica e “diretta” possibile. Il tuo rapporto con Bassano? È una relazione che, tra alti e bassi e periodi di lontananza, dura fin dall’infanzia. Oltre a essere la città dove ho svolto la maggior parte del mio percorso scolastico, Bassano è stata lo sfondo di varie amicizie, anche durature. Vi hanno inoltre sempre abitato i miei nonni, punto di riferimento essenziale nella mia crescita intellettuale. Anche dopo essermi iscritto al corso di Lettere Moderne a Trento, ho continuato a frequentare la città, scoprendone vari


aspetti e intrecciando nuove esperienze con vecchi ricordi. E, nonostante le pause forzate imposte dalla pandemia, ho continuato a fotografare. Aggiungo che il progetto di una ricerca su Bassano nasce anche dal percorso di studi che ho poi intrapreso, cioè i corsi di Global Development e News, Media and Information alla Carleton University di Ottawa. L’attenzione verso tematiche quali sviluppo urbano, impatto ambientale, storia locale e globale, tradizioni, dinamiche antropologiche, mi ha fatto considerare il mio rapporto con la città da un altro punto di vista. Così ho fotografato quegli aspetti che fanno da sfondo, silenziosi e semi invisibili, alle nostre vite: l’essenza più intima di quanto percepiamo dell’ambiente in cui viviamo. Spesso dimenticati perché ritenuti brutti o insignificanti, sono quelli che mi mancano nei periodi d’assenza, e che provocano un senso di nostalgia, quasi di colpa, quando torno. Per me non esistono soggetti “belli” o “brutti”: sarà l’osservatore a stabilire, secondo la sua sensibilità, il loro significato. La mia ricerca si propone infatti di cogliere l’anima nascosta, ma vibrante, di Bassano. Ci si può stupire del degrado che domina molte di queste immagini, ma la vera essenza delle città italiane - almeno dal mio punto di vista è rappresentata dalle aree meno sviluppate o abbandonate: luoghi che suscitano le emozioni più forti e che sono quindi più adatti a essere ricordati. Qui il tempo è percepito in modo diverso, poiché sembrano non cambiare mai. Ma, allo stesso tempo, è più probabile che subiscano improvvisi progetti di sviluppo. Azioni che possono interrompere i segni accumulati nel corso degli anni e cancellare di colpo le vicende che hanno interessato - oltre alle cose - pure le persone le cui vite, proprio a quei contesti, erano legate.

Qui sopra Frammenti, pellicola in bianco e nero, filtro rosso. Ottobre 2020.

A fianco, dall’alto verso il basso Cattedrale, pellicola in bianco e nero, filtro rosso. Dicembre 2020. Inutile, pellicola in bianco e nero. Gennaio 2021.

NOTA TECNICA Le fotografie in queste pagine sono state scattate con una Contax 139 Quartz e una Olympus OM 1, su pellicole Rollei Retro 400s, Agfa Apx 400 e Ilford FP4 Plus, sviluppate e scansionate dall’autore.

Le mie immagini documentano un’altra città, che sta dentro la città ed è compagna della storia invece che del cosiddetto progresso: un’altra Bassano, che ha la transitorietà e la memoria come suoi punti di forza. Nicola Scodro

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In prestito per sei mesi al Museo Diocesano Tridentino una delle quattro pale d’altare per Civezzano

GENS BASSIA EVENTI

JACOPO BASSANO E NON SOLO

di Claudia Caramanna

Crediti: Museo Diocesano Tridentino, Inventario diocesano; Wikipedia

Si tratta di un’occasione unica per ammirare un capolavoro del grande pittore bassanese.

A sinistra, il Museo Diocesano Tridentino, ospitato dal 1963 nel Palazzo Pretorio, già residenza dei Vescovi nell’Alto Medioevo. A destra, la cattedrale di San Vigilio.

Volete osservare da vicino un’opera di Jacopo Bassano di solito collocata a molti metri d’altezza e perciò impossibile da apprezzare nei particolari? Se la risposta è affermativa,

Jacopo Bassano, Sant’Antonio abate in trono tra i santi Vigilio e Girolamo con un chierico inginocchiato, Civezzano (TN), chiesa di Santa Maria Assunta, olio su tela, circa 1575.

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raggiungete Trento e visitate il Museo Diocesano Tridentino. Troverete esposta fino al prossimo autunno la tela con Sant’Antonio abate in trono tra i santi Vigilio e Girolamo con un chierico inginocchiato, una delle quattro pale realizzate dall’artista per la chiesa di Santa Maria Assunta a Civezzano. A causa dello smantellamento degli antichi altari cinquecenteschi avvenuto in passato, infatti, la pala ha perso da tempo la posizione originaria nell’edificio ed è stata stabilmente fissata sulla controfacciata sopra il portone d’ingresso. L’imperdibile opportunità di un “incontro ravvicinato” è rafforzata dall’eccezionale esposizione accanto al quadro della sua predella, che raffigura Sant'Antonio abate tentato dai demoni. Dispersa sul mercato antiquario in epoca imprecisata, la tela è riapparsa a un’asta Dorotheum nel 2015 e in quella

occasione è stata acquistata dalla Provincia Autonoma di Trento, ma viene ora accostata alla pala per la prima volta. Ammirerete i dipinti nella sala dedicata al canonico Girolamo Roccabruna, arcidiacono del Capitolo della cattedrale e personaggio di spicco della corte vescovile, che ne fu il committente. La sezione rappresenta una delle novità del recentissimo riallestimento del museo disposto dalla direttrice Domenica Primerano, al quale si è lavorato durante il periodo di chiusura forzata a causa della pandemia e che è stato inaugurato il 5 maggio. Incontrando il dipinto di Jacopo, dunque, avrete anche l’occasione di conoscere i tesori del Museo Diocesano Tridentino attraverso un nuovo e stimolante percorso espositivo che vi condurrà tra le testimonianze storico-artistiche della collezione, raccontandovi la città e il suo territorio.


Locatori in difficoltà e non tutelati…

BLOCCO SFRATTI Il tergiversare del Governo

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Correggere la norma sugli sfratti inserita nel decreto sostegni, evitando la proroga oltre il 30 giugno delle esecuzioni riguardanti morosità antecedenti alla pandemia, e disporre la cancellazione dell’Imu per i proprietari interessati: è quanto ha chiesto Confedilizia al Governo per rispondere alle istanze di giustizia di migliaia di famiglie che da un anno e mezzo vedono impedita per legge l’esecuzione dei provvedimenti giudiziari che imponevano la restituzione di immobili abusivamente occupati e dai quali, evidentemente, non possono più trarre un reddito. Lo scorso 23 febbraio - ha ricordato Confedilizia - il Governo si è impegnato, attraverso un ordine del giorno approvato alla Camera dei deputati, a: 1) intervenire sui termini di scadenza del blocco “distinguendo tra le situazioni di morosità pregressa e successiva rispetto all’insorgenza della pandemia”; 2) “prevedere forme di ristoro economico o di agevolazione fiscale in favore dei proprietari degli immobili interessati”.

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In sede di conversione in legge del decreto sostegni è stato approvato un emendamento che dispone che la sospensione dell’esecuzione sia prorogata: - al 30 settembre 2021, per i provvedimenti di rilascio adottati dal 28 febbraio 2020 al 30 settembre 2020; - al 31 dicembre 2021, per i provvedimenti di rilascio adottati dall’1 ottobre 2020 al 30 giugno 2021. Il 30 giugno 2021, di conseguenza, terminerebbe il blocco per i casi rimanenti.

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La soluzione individuata in Parlamento non è tale da vedere rispettato l’impegno assunto dal Governo in merito alle tempistiche di sblocco. Il provvedimento di rilascio, infatti, giunge al termine di un iter giudiziario che dura diversi mesi, con la conseguenza che la proroga al 30

settembre, ma persino quella al 31 dicembre, riguarderebbe morosità pregresse rispetto all’insorgere della pandemia. Ad avviso di Confedilizia si impone, dunque, un nuovo intervento normativo. Analogamente, Confedilizia si aspetta che il Governo voglia dar seguito anche all’altro impegno assunto in Parlamento, cessando di far sostenere tutto il peso economico (e sociale) del blocco sfratti ai proprietari, i quali in molti casi hanno investito i loro risparmi nell’acquisto dell’immobile (sovente ricorrendo pure a un mutuo) per potervi abitare oppure per darlo in uso a un familiare. A tale ultimo scopo, la misura minima di ristoro che si possa ipotizzare per i proprietari è la cancellazione almeno dell’Imu dovuta per il 2021 (dopo che quella relativa al 2020 è stata pretesa). Fermo restando che - evidentemente - equità vorrebbe che si provvedesse altresì all’erogazione di adeguate somme a titolo risarcitorio. Peraltro, nel corso dell’esame del decreto sostegni alla Camera (in seconda - puramente formale lettura), deputati di maggioranza e di opposizione hanno chiesto al Governo di impegnarsi, attraverso ordini del giorno (trattandosi di testo non modificabile), a intervenire nuovamente sul blocco sfratti per: a) “individuare oggettivi criteri e indicatori economici che consentano di mantenere le proroghe delle esecuzioni solo in capo a quei destinatari che siano in effettiva difficoltà finanziaria e in condizione di bisogno, contemperando, in tal modo gli interessi degli inquilini con quelli dei proprietari” (on. Fregolent, Italia Viva); b) prevedere “l’erogazione diretta di adeguate somme a titolo risarcitorio e la cancellazione dell’Imu per l’intero anno 2021”, in attuazione dell’impegno assunto dallo stesso Esecutivo con ordine

del giorno del 23 febbraio scorso (on. Bianchi e altri, Lega); c) “volere riconoscere un equo indennizzo a proprietari di immobili” (on. Foti e altri, Fratelli d’Italia). In tutti e tre i casi, il Governo ha preteso - per esprimere il suo parere favorevole - che gli impegni fossero preceduti dalla formula di rito ‘valutare l’opportunità di’, finalizzata a trasformare l’impegno (già solitamente ben poco rispettato) in un… mezzo impegno. In un quarto ordine del giorno (dell’on. Scanu, Movimento 5 Stelle), la formula di rito c’era già e si chiedeva di “valutare l’opportunitàdi adottare misure economiche adeguate e tempestive per garantire i diritti dei proprietari locatori degli immobili in un’ottica di indennizzo per i canoni di locazione non percepiti e di sgravio delle imposte locali”. “Torniamo a ripetere - ha dichiarato il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa che il blocco degli sfratti è un abuso eclatante e palesemente incostituzionale, come ha affermato il Tribunale di Trieste. Un abuso che sta devastando famiglie di piccoli risparmiatori che da ben 14 mesi sono senza reddito, prive di risarcimenti e costrette persino a pagare l’Imu. Se il Governo non coglierà gli appelli che gli giungono dalla sua stessa maggioranza, la già alta tensione non potrà che crescere.

Il minimo da fare è: 1) distinguere effettivamente fra morosità pre e post Covid, sbloccando le esecuzioni del primo tipo il 30 giugno (cosa che il decreto sostegni non fa); 2) disporre che il blocco residuo si applichi solo su richiesta dell’occupante e previa valutazione della sua situazione in rapporto a quella del proprietario; 3) risarcire i proprietari attraverso indennizzi e sgravi Imu”.


Il disegno deriva da un’incisione, ma il modello da cui fu tratto sembra non essere quello individuato finora…

I NOSTRI TESORI

IL DESTRIERO DEI MARINALI

di Claudia Caramanna

Crediti fotografici: Europeana; Museo Civico di Bassano; Fabio Zonta - Villa Parco Bolasco Università di Padova

Fondamentale strumento per affrontare la progettazione delle opere, il disegno era praticato dai giovani della bottega marinaliana attraverso la copia dalle stampe, come accade nel foglio bassanese.

Bottega Marinali, Destriero, penna e acquerello, Bassano del Grappa, Museo Civico, fine XVII - inizio XVIII secolo.

A destra Orazio Marinali, Destrieri, pietra, anni Ottanta del Seicento. Castelfranco Veneto, Parco Villa Revedin Bolasco. Ph. Fabio Zonta. Pagina a fianco, dall’alto in basso Hendrick Goltzius da un disegno di Giovanni Stradano, Calaber, in Equile Ioannis Austriaci Caroli V. Imp. F. […], Anversa, 1578. Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek. Anonimo da un disegno di Giovanni Stradano, Sardonicus, in Equile Ioannis Austriaci Caroli V. Imp. F. […], Anversa, 1578. Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek. Qui sotto Adriaen Collaert da un disegno di Giovanni Stradano, Copertina di Equile Ioannis Austriaci Caroli V. Imp. F. […], Anversa, 1578. Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek.

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L’Album Marinali del Museo di Bassano è una testimonianza concreta dell’affermazione di Giorgio Vasari sull’importanza del disegno come “padre di tutte le arti”. Sebbene si possa immaginare che non gli sarebbe affatto piaciuto il segno rapido degli scultori bassanesi, attivi un secolo dopo la sua scomparsa, i centottantasei schizzi e progetti pervenuti in museo testimoniano senza equivoci che i fratelli Marinali disegnavano prima di scolpire. Si trattava di una pratica che avevano appreso probabilmente accanto al padre Francesco il vecchio, intagliatore in legno, e che trasmisero ad allievi ed eredi. In quasi un secolo di attività si creò nella loro bottega un fondo condiviso e composto da disegni chiaramente realizzati da mani differenti in momenti diversi, non ancora attribuiti con precisione, dal quale giungono i fogli dell’Album. Il problema è messo a fuoco da Monica De Vincenti nel catalogo della mostra su Marinali e Bassano, con uno sguardo di Fabio Zonta, che evidenzia anche come la copia dalle stampe costituisse una caratteristica esercitazione per i

giovani della bottega marinaliana e rappresentasse una tappa del loro percorso di formazione. A questo proposito la studiosa ricorda la raccolta di cinquantotto disegni acquerellati dei Musei Civici di Vicenza realizzati da Francesco Antonio, figlio di Orazio, in cui sono riprodotte in controparte altrettante acqueforti di Salvator Rosa. Per meglio testimoniare questa consuetudine De Vincenti aggiunge al gruppo anche il foglio molto noto dell’Album Marinali raffigurante un Destriero, che generalmente si ritiene riproduca l’immagine del Calaber, il cavallo calabro, incisa da Hendrick Goltzius e che

si collega alla realizzazione da parte di Orazio dei due imponenti cavalli in pietra ancora oggi nel parco di Villa Revedin Bolasco a Castelfranco. Nelle poche occasioni in cui si è discusso del disegno mi pare non sia stata mai rilevata, però, la presenza dell’iscrizione SARDONICUS sotto le zampe del Destriero bassanese, che non può essere considerata accessoria e che ci indirizza verso un modello diverso da quello identificato finora. Il termine collega molto puntualmente il foglio a un’incisione che proviene dalla stessa serie del Calaber, ma raffigura tutt’altro esemplare:


il cavallo sardo, perciò detto Sardonicus, al quale il Destriero corrisponde nella posa, nella fisionomia e fin nel minimo dettaglio del morso. Entrambe le stampe appartengono all’Equile Ioannis Austriaci Caroli V. Imp. F. […], un’importante serie di quarantatré incisioni che raffigurano i migliori esemplari purosangue, provenienti da tutto il mondo, appartenuti alla scuderia di don Giovanni d’Austria, figlio naturale dell’imperatore Carlo V. Dedicata ad Alfonso Felice d’Avalos marchese del Vasto e di Pescara, l’opera fu pubblicata ad Anversa dall’editore olandese Philip Galle nel 1578 e si basò sui disegni degli animali che aveva realizzato dal vero il pittore belga Jan van der Straet, molto attivo in Italia dove il suo nome fu trasformato in Giovanni Stradano. La mancanza di corrispondenze stringenti del Sardonicus con le due sculture di Castelfranco, scolpite quando il sito apparteneva ancora alla famiglia Cornaro e messe a guardia dell’ingresso da Nord della villa, rende difficile stabilire se questa prova fosse finalizzata anche alla loro realizzazione. Bisogna immaginare, però, che l’Equile, riproducendo numerosi esemplari in diverse posture, abbia potuto rappresentare per i Marinali e per molti altri artisti un ricco repertorio figurativo di riferimento per la raffigurazione di cavalli. Fossero in possesso dell’intera raccolta o soltanto di qualche stampa sciolta, molto probabilmente proprio da quella fonte gli scultori trassero ispirazione per sopperire alla mancanza di modelli viventi o per conferire maggiore nobiltà ai due Destrieri dei Cornaro.

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Consegnati al Fermi moderni dispositivi di controller machine

Un dono alla scuola, in memoria dell’industriale Antonio Alban

CERIMONIE

di Elisa Minchio

Sotto, da sinistra verso destra L’incendio che nel 1964 devastò l’AGB. Nel tondo, Antonio Alban. Le autorità presenti all’Istituto Fermi di Bassano, durante l’inaugurazione dei dispositivi di controller machine.

Alla cerimonia, avvenuta a giugno, hanno partecipato il preside Mauro Lago, la signora Angela Mangano Alban, l’assessore Mariano Scotton e il prof. Giuliano Zatta con i suoi studenti.

Lo scorso 3 giugno, nel laboratorio di Sistemi Meccanici dell’Istituto Fermi, si è svolta la cerimonia d’inaugurazione di sei fiammanti dispositivi di controller machine, regalati alla scuola bassanese da Angela Mangano Alban. Tale donazione è stata effettuata in ricordo di Antonio Alban, fondatore di AGB e conosciuto imprenditore nel settore dei sistemi di ferramenta per serramenti. Alla presenza del preside Mauro Lago, dell’assessore alla Pubblica Istruzione Mariano Scotton, del presidente del Comitato Genitori Andrea De Zen e della presidente del Consiglio d’Istituto Riccarda Bigolin, il prof. Giuliano Zatta ha illustrato il funzionamento delle nuove attrezzature, validamente supportato da alcuni alunni della classe V BM (mecatronica), tutti coinvolti nel progetto. Si è trattato di un’elargizione non da poco, del valore di seimila euro,

Sopra Una postazione di lavoro nel laboratorio di Sistemi Meccanici dell’Istituto Fermi. Sotto Antonio e Angela Alban a Siena, nel 1983.

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già consegnati ai responsabili dell’istituto in occasione della festività di San Bassiano 2020. Un gesto importante, come ha ricordato Angela Mangano, che onora la memoria del marito e allo stesso tempo consente a molti giovani d’imparare a usare strumenti tecnologici avanzati. Scomparso tre anni fa, Antonio Alban era nato nel 1931 (oggi sarebbe novantenne). Già da ragazzino aiutava i genitori, tanto nelle faccende domestiche quanto nell’officina del padre Giacomo, fabbro in Angarano. Nel frattempo maturava l’idea di non seguire le orme paterne, ma di avviare un proprio percorso lavorativo. Appena sedicenne, con i primi risparmi acquistò un tavolo da lavoro, più grande e solido di quello del genitore. Poco dopo, assieme a Walter Pedrazzoli (con il quale aveva

costituito una piccola ditta), si procurò un tornio usato per realizzare cerniere, utensili da cucina e vari accessori. Messosi in proprio e resosi conto della necessità di acquisire solide basi tecniche, frequentò poi una scuola serale specializzandosi nel disegno e nella progettazione di serrature. Nel 1949 diede vita all’AGB, favorendo in questo modo la sua attitudine a creare oggetti tecnici, studiati con una cura quasi maniacale per i dettagli e sempre dimostrando una lungimiranza davvero non comune. Nel 1964 un terribile incendio distrusse il capannone aziendale. Sembrava fosse tutto finito, ma lo spirito di abnegazione di Antonio Alban e di suo fratello Giorgio, che lo affiancava da qualche tempo, consentì la ricostruzione e la ripartenza dell’attività. Qualificandosi genericamente come meccanico, Antonio Alban non ha mai smesso di studiare e perfezionarsi, amando frequentare persone che lo arricchissero anche sotto il profilo culturale. “Sono certa - ha avuto modo di dire Angela Mangano durante la cerimonia - che mio marito sarebbe felice di questa donazione all’Istituto Fermi di Bassano. Applicandosi su tali innovativi sistemi, infatti, i ragazzi potranno entrare nel mondo del lavoro con una preparazione adeguata”.


Avvenne nel 1796, proprio nel nostro territorio…

FRANCESI CONTRO AUSTRIACI LA BATTAGLIA DEL BRENTA

Il RAPPORTO

di Stefano Mossolin

Niuno più fortunato di me. Ho avuto occasione di vedere di persona, e ammirare, il valore de’ Guerrieri Tedeschi nella celebre giornata di Fontaniva e delle Nove, giornata tanto gloriosa per chi ha saputo dirigerla.

Dopo aver preso Bassano, i napoleonici subirono una pesante sconfitta e dovettero ripiegare. Ma si vendicarono saccheggiando Nove, che subì violenze, furti e uccisioni. L’evento ferì nel profondo la popolazione. Nacque proprio in quella circostanza la tradizione dei celeberrimi “cuchi”: un modo creativo e canzonatorio per sbeffeggiare i brutali invasori giunti da Oltralpe.

Giuseppe Dal Pian

Qui sopra Due incisioni tratte dal poemetto La Battaglia delle Nove dell’abate Giuseppe Dal Pian. Venezia, 1802, “dalle stampe di Carlo Palese, con licenza de’ Superiori”.

Qui sotto Antiporta e frontespizio del poemetto di Giuseppe Dal Pian.

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In questo luogo sostò Napoleone Bonaparte il 6 novembre 1796. Così recita un cartello collocato nei pressi della piccola chiesa di San Giovanni Nepomuceno, nella frazione bassanese di Marchesane (località Rivarotta). In quel giorno memorabile per la terra novese, dopo aver sostato nelle vicinanze dell’edificio, le truppe francesi affrontarono quelle austriache in uno scontro sanguinoso. L’evento è passato alla storia come Battaglia del Brenta anche se, come sostenne lo studioso Matteo Stecco (Storia delle Nove, 1925), più corretto sarebbe stato chiamarla Battaglia delle Nove. Napoleone, nominato dal Direttorio (l’organo politico al vertice delle istituzioni francesi sul finire della Rivoluzione francese) comandante supremo dell’Armata d’Italia nel marzo del 1796, aveva iniziato in modo strepitoso la sua vittoriosa campagna militare, costringendo alla resa il Regno di Sardegna e occupando Milano, mentre gli austriaci ripiegavano arroccandosi a Mantova.

Presto anche Brescia e Verona, città della “decrepita Repubblica Veneta” (Stecco, p. 225), vennero occupate dai francesi: Bonaparte era infatti penetrato nei territori veneziani violando la neutralità della Repubblica. Ciò nonostante l’occupazione del Veneto, per Napoleone e le sue truppe, fu tutt’altro che in discesa: l’Impero austriaco aveva approntato un esercito di sessantamila uomini, posti sotto il comando dell’anziano feldmaresciallo Dagobert Sigmund von Wurmser. Dopo qualche modesto successo austriaco, comunque, Bonaparte riuscì a sconfiggere il nemico nelle battaglie di Lonato e di Castiglione delle Stiviere, infliggendogli pesanti perdite. Ai primi di settembre di quello stesso anno Wurmser iniziò una discesa lungo il Brenta, giungendo a Bassano, convinto di spiazzare e confondere l’avversario; che però lo inseguì lasciando Trento sotto il controllo di uno dei suoi generali. Il giorno dopo la sua partenza dal capoluogo tridentino,

anche il giovane comandante francese oltrepassò il confine tra l’Impero austriaco e i territori della Serenissima, superando facilmente la debole resistenza opposta dalle truppe di fanteria della Repubblica e giungendo già in serata a Cismon. Informato dei movimenti francesi, Wurmser si recò a Solagna per meglio organizzare le difese, affidandole a due suoi generali. Il giorno successivo, tuttavia, i francesi sfondarono le linee austriache e vinsero una battaglia anche a Campolongo dove, durante il saccheggio, profanarono la chiesa. Sorte che toccò pure a Solagna e a Cismon. Ricorda lo Stecco che i militari transalpini “entravano nelle case e ne toglievano gli oggetti più pregiati; dalle chiese asportavano le argenterie e i vasi sacri; spargendo per i campi le particole e ungendosi con l’olio santo gli stivali. Tali erano allora i soldati francesi appena usciti dalla rivoluzione” (p. 227). Inarrestabili, dopo altri scontri avvenuti l’8 settembre 1796 e passati alla storia come Battaglia di Bassano (un evento bellico ricordato nell’arco di Trionfo di Parigi e nell’intitolazione di una via nella capitale transalpina), i napoleonici giunsero nella città del Grappa. Furono giorni tragici: si verificarono furti, requisizioni e violenze sulla popolazione. La permanenza francese non fu però lunga. Nelle settimane successive, infatti, l’Austria alzò nuovamente la testa e il feldmaresciallo Joseph Alvinczy von Berberek marciò con quarantamila uomini dal Friuli verso il Piave e il Brenta: la partita nel territorio vicentino era tutt’altro che chiusa. Ai primi di novembre il generale francese Massena, inviato a Bassano da Napoleone quasi un mese prima, ricevette l’ordine da Bonaparte di


abbandonare la città ripiegando su Vicenza. L’esercito imperiale stava arrivando. La massa di soldati austriaci che si stanziarono nel Bassanese divenne enorme tanto che Alvinczy, forte della sua superiorità numerica, decise allora di inseguire Massena. Fu così che dopo varie manovre, il mattino del 6 novembre, tra Carmignano e Fontaniva ebbe inizio la battaglia. Ad attaccare furono gli austriaci che “cominciarono a fulminare coll’artiglieria il bosco ove stavano i Francesi, i quali tentarono di guadare or qua or là il fiume” (Stecco p. 230). Alvinczy inviò da Bassano a Carmignano duemila uomini, guidati dal generale Cavazzini, per prendere i francesi alle spalle. Giunto a Nove, quest’ultimo venne a sapere che da Schiavon stava avanzando la divisione francese di Augereau. Egli inviò allora un capitano e trecento soldati nella parte meridionale della “villa delle Nove”: un espediente per tenere a bada i francesi e avere il tempo di chiedere rinforzi. Nello scontro i trecento austriaci ebbero la peggio: ne sopravvissero solo una trentina! I francesi poterono così avanzare lungo il territorio novese, pur scontrandosi con le forze nemiche. Nei duri combattimenti ci furono perdite da entrambe le parti. Le truppe transalpine, comunque, avanzavano: così a una parte di esse venne comandato di occupare Marostica mentre la rimanente, più numerosa, si spostò verso Marchesane. Informato dei fatti, Napoleone partì velocemente da Fontaniva in direzione di Nove e, giunto in paese, tenne consiglio di guerra con i suoi generali nella chiesetta di San Giovanni Nepomuceno. Arrivare a Bassano non era facile: gli austriaci controllavano una zona compresa fra il Col di Grado, San Lazzaro e Cartigliano. Così, proprio nelle vicinanza del piccolo edificio di culto, avvenne

la battaglia decisiva. In aiuto di Cavazzini era nel frattempo giunto il generale austriaco Saint-Julien con le sue truppe boeme. Nello scontro gli austriaci resistettero al tentativo francese di sfondamento, proteggendo in questo modo Bassano, che Napoleone aveva promesso alle sue truppe per un successivo saccheggio. La città, però, non era ancora al sicuro. I francesi, che avevano il controllo di Nove e di Marchesane, tentarono varie manovre di aggiramento: senza contare che anche Marostica era caduta e che il numero dei prigionieri era molto elevato. In seguito fu presa Marsan. I francesi pensarono allora di aggirare il Col di Grado, mentre un parte del loro esercito intendeva guadare il Brenta tra Nove e Cartigliano e prendere nel mezzo gli austriaci. Il piano tuttavia fallì, perché le difese austriache ressero agli urti mantenendo salda la linea di difesa. Nonostante questo, tuttavia, parte dei soldati transalpini riuscì a giungere fino al Dindo, facendo tremare i bassanesi. A quel punto Alvinczy chiamò in soccorso i tremila uomini stanziati a Ca’ Cornaro, rendendo sempre più ostica l’avanzata delle truppe rivoluzionarie. I generali francesi tennero allora un secondo consiglio di guerra, sempre nella chiesetta di San Giovanni Nepomuceno, ma questa volta senza Napoleone (che nel frattempo si era spostato a Vicenza). Si decise di iniziare un progressivo ripiegamento, senza però manifestare la cosa al nemico. Nella ritirata la rabbia francese si sfogò su Nove e sui suoi abitanti: in quella notte “crucciosa e amara”, come la descrisse l’abate Dal Pian nel suo poemetto La Battaglia delle Nove (p. 93), il piccolo centro subì un violento saccheggio. Non mancarono violenze, uccisioni e furti. La parrocchiale fu spogliata, le argenterie sottratte e i banchi bruciati. Ad aggiungere tragicità

a quelle ore fu pure l’assassinio da parte di un francese di due coniugi novesi, nella cui casa si era nascosto un soldato austriaco. Marito e moglie furono trucidati ad archibugiate. Terminato il saccheggio i francesi, “nel silenzio amico della tacita luna si allontanarono” (Stecco p. 236), rimettendosi in marcia verso Vicenza. Non si conosce il numero delle perdite umane in entrambi gli schieramenti. Le cifre nelle cronache sono solo indicative e spesso in grande contraddizione tra loro, come si evince pure dall’approfondito confronto fatto dal professor Giuseppe Antonio Muraro nel suo 6 Novembre 1796. Napoleone a Nove (1996): dalle migliaia, secondo alcuni, a qualche centinaio, secondo altri. L’evento ferì nel profondo i novesi, che decisero di vendicarsi e sbeffeggiare i francesi a modo loro. Dopo il fatidico 6 novembre 1797 vennero prodotti i celeberrimi “cuchi”: la nascita di una bella tradizione che, negli anni dell’annessione del Veneto alla dominazione asburgica, prese di mira pure gli austriaci e che si è protratta fino ai nostri giorni. Forse i francesi hanno dimenticato Nove, ma certamente Nove non si è dimenticata di loro!

Qui sopra La chiesetta di San Giovanni Nepomuceno a Marchesane (località Rivarotta): di proprietà della famiglia Viero, è ricordata nei libri di storia perché qui Napoleone tenne un consiglio di guerra con i suoi generali prima della battaglia. Ph. Fulvio Bicego. In basso Un’opera del novese Diego Poloniato, artista ceramista, creatore di “cuchi” e “arcicuchi”. Anch’egli, seguendo come suo padre Domenico un’antica tradizione, realizza queste particolari “sculture”: una beffarda e graffiante raffigurazione di Napoleone, dei francesi e dei dominatori in genere.

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Fu un esponente di spicco dell’Idealismo italiano

GIOVANNI GENTILE E IL PENSIERO DELLA MORTE

lA lEzIONE DEl PASSATO

di Gianni Giolo

La vita e le idee del grande filosofo siciliano furono accompagnate dall’inizio alla fine dalla costante meditazione sull’istante supremo: il “termine certo a cui siamo diretti”.

Sotto John Everett Millais, Ophelia, olio su tela, 1851 circa. Londra, Tate Gallery.

Giovanni Gentile (1875-1944) è stato un filosofo, pedagogista, politico e accademico italiano. Fu assieme a Benedetto Croce uno dei maggiori esponenti del Neoidealismo filosofico e dell’Idealismo italiano, nonché un importante protagonista della cultura italiana nella prima metà

Sopra, da sinistra verso destra La copertina del libro di Giovanni Gentile sulla Teoria generale dello spirito come atto puro nell’edizione di Sansoni (Firenze, 1938). Giovanni Gentile al lavoro nella veste di direttore scientifico dell’Enciclopedia Italiana dell’Istituto Treccani.

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del XX secolo, cofondatore dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e, da ministro, artefice nel 1923 della riforma della Pubblica Istruzione nota come “Riforma Gentile”. La sua filosofia è detta Attualismo (“l’unica realtà è l’atto puro del pensiero che pensa”). Inoltre fu figura di spicco del fascismo italiano, considerato l’inventore dell’ideologia del fascismo. In seguito alla sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana, fu assassinato il 15 aprile 1944, durante la seconda guerra mondiale, da partigiani dei GAP (Gruppi Azione Patriottica). Nel recente libro di Marina Pisano, Inediti sulla morte e l’immortalità, si evidenzia come la vita e il pensiero del grande

filosofo furono accompagnati dall’inizio alla fine dal pensiero e dalla costante meditazione della morte, memore del detto senecano “chi non vuole morire si rifiuta di vivere, perché la vita ci è stata data a patto di morire. La morte è il termine certo a cui siamo diretti e temerla è da insensato, poiché si aspetta ciò che è certo e solo l’incerto può essere oggetto di timore. La morte è una necessità invincibile e uguale per tutti. Perciò pensa sempre alla morte, se non vuoi mai temerla”. Si tratta di appunti e “scartafacci” che ricoprono tutto il tempo della filosofia attualistica dal 1909 fino alla sua morte. “Il difficile non è concepire l’immortalità, ma la morte - scrive il filosofo -. L’immortalità è identità, la morte differenza (corruzione). Lo stesso concetto dell’immortalità cioè della vita racchiude, come suo momento, il concetto della morte. Non si vive se non morendo continuamente”. Nelle carte ricorrono nomi di grandi filosofi e poeti - Eraclito, Aristotele, Hegel, Croce, Dante, Petrarca, Leopardi - con i quali Gentile si confronta facendo coincidere “la vita immortale con la stessa vita mortale, se in questa si consideri non il male che passa, ma il bene che resta; non le miserie, al di sopra delle quali ci eleviamo ogni momento col vigore divino che anima le nostre forze spirituali, ma le opere eccellenti della virtù dell’arte e della scienza”.


È quella che, al cosiddetto “Processo di Treviso”, diede il vecchio Pietro da Piombino nei confronti degli Ezzelini

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UNA STORICA PROVA D’AMICIZIA

di Stefano Zulian

Stefano Zulian, raffinato ricercatore d’archivio, ci fornisce la significativa testimonianza di uno dei più fedeli “capi masnada” dei Da Romano. Tratta dagli atti di un memorabile dibattimento, svoltosi a Treviso venticinque anni dopo la loro caduta, costituisce un bell’esempio di lealtà e dedizione.

[…] Ah ponte di Cassano, ah rive d’Adda, quanto grido corse l’aure lombarde, allor che su’l furore d’Ezzelin domo ringuainando placido la spada Azzo Novello salutò con mano la sventolante rossa croce per le itale insegne! […]

Studiato e pubblicato nel 1995 nella collana Fonti per la storia della Terraferma veneta (Viella Libreria Editrice), tale processo attiene al conflitto tra il ramo che in seguito assunse la Signoria di Treviso - e quindi del Comune di quella città - e un ramo cadetto, che aveva in feudo il castello di Oderzo e il suo territorio. L’altro processo, non pubblicato e nemmeno integralmente studiato, si riferisce invece ai diritti su Oderzo (ma anche su Mussolente) rivendicati dal vescovo delle diocesi unificate di Belluno e Feltre, Adalgerio Villalta, ai danni del Comune di Treviso: un atto dal quale si evince come il prelato esigesse che l’importante municipio della Marca non si “interessasse” a Mussolente e a Oderzo. La lite portò a un tentativo di conciliazione arbitraria, cioè una “amichevole composizione”, attraverso la formazione di un collegio arbitrale. Si trattava, in effetti, di spartirsi un immenso patrimonio, conteso tra il nuovo potere, rappresentato dai Comuni, e quello precedente, legato ai privilegi del clero.

Giosuè Carducci Alla città di Ferrara, 1895

A fianco Tre armigeri dell’epoca ezzeliniana (prima metà del XIII secolo) in perfetta tenuta da combattimento. Si riconoscono, da sinistra, un balestriere, un arciere e un fante. Quest’ultimo, impiegato negli scontri diretti, veste una pesante cotta di maglia (che gli copre anche il capo, sotto all’elmo) e si protegge con uno scudo. La spada, in ferro modellato, è a doppio taglio con guardia a croce.

Disegno di Marco Trecalli, 2012 (p.g.c.).

In basso Giotto, Allegoria della Fortezza, particolare, affresco, 1306. Padova, Cappella degli Scrovegni. L’artista toscano ha raffigurato questa virtù cardinale nei panni di una guerriera protetta da un grande scudo rettangolare e armata di una mazza ferrata.

Negli atti di un processo tenutosi in Veneto nel XIII secolo è stata trascritta una risposta che, per l’alto valore simbolico, è tenuta in grande considerazione dagli studiosi e da quanti hanno accesso ai documenti: si tratta di quella fornita, nel 1285, dal trevigiano Pietro da Piombino ai magistrati che lo interrogavano e che, a ragione, può essere considerata una rara prova di amicizia. Come tale risposta sia giunta fino a noi, è un fatto poco noto.

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Vittore Scoti, erudito innamorato di quella Storia che nasce dalla lettura dei documenti, nei primi

decenni del Settecento trascrisse molte carte del Comune di Treviso, all’epoca raccolte in maniera piuttosto disordinata. Fra queste, in parte, anche gli atti del cosiddetto Processo di Oderzo, che in seguito confluirono nei fondi della Biblioteca del Capitolo di Treviso. All’interno di voluminosi “quaternoni”, grandi volumi in fogli di pergamena, si trovavano (e si trovano tuttora) gli atti di due distinti processi, svoltisi però nello stesso momento. Solo uno di questi, in realtà, riguarda il “vero” Processo di Oderzo, nel corso del quale si affrontarono due rami dei Da Camino.

Pietro da Piombino Alla presenza di due arbitri, tra i quali Nordiglio Bonaparte (antenato di Napoleone), il processo iniziò con la presentazione di una lunghissima serie di affermazioni (dette “capitoli”), sottoposte all’esame dei testimoni su proposta del Comune di Treviso. La strategia del vescovo è quella di esaltare la malvagità, indiscussa peraltro da tutti i vincitori, dei fratelli Da Romano, rei di aver usurpato i suoi diritti. Il Comune di Treviso evidenzia invece il proprio diritto sui beni di Ezzelino, recuperati su concessione e conferma del Papa come ricompensa ai danni subiti durante il governo


di Alberico, conclusosi venticinque anni prima, nel giorno di San Bartolomeo, con la strage di San Zenone. Tra i testimoni presentati dal Comune figurano persone appartenute alla curia di Ezzelino: notai e uomini di masnada di Baxano, del Pedemonte e di Treviso. Gente ormai anziana, che aveva vissuto con Ezzelino III l’ultimo atto di un’epoca davvero irripetibile. Tra questi vi era pure Dominus Pietro da Piombino. Ma torniamo agli atti del processo. Nel 1752 divenne “Direttore” della Biblioteca Capitolare di Treviso il canonico Rambaldo degli Azzoni Avogaro, il quale scoprì la trascrizione del processo dello Scoti, la lesse e ne inviò copia a un amico di Bassano: nientemeno che il noto storico Giambattista Verci. Questi la poté così inserire nella monumentale opera del “Codice Eceliniano”, pubblicato nel 1779. Le carte del processo furono trascritte parzialmente, è bene ricordarlo. Verci provvide poi a divulgarle, però senza aver mai preso visione degli originali. In esse si trova la testimonianza di Pietro da Piombino, figura che si erge su tutte le altre per la nobile risposta che fornì a chi lo interrogava: un esempio raro di fratellanza che proviene da un mondo a noi lontanissimo non solo nel tempo, ma pure nella mentalità.

L’interrogatorio Sabato 4 agosto 1285 Il notaio incaricato di redigere la copia ufficiale del processo scrisse solo l’incipit dei Capitoli, per esempio quello del XXI: “È vero che in tal giorno…”. Poi nel dixit/respondit aggiunse in modo completo la risposta. Se gli arbitri lo avessero ritenuto, magari su richiesta di una parte, egli avrebbe posto altre domande sempre pertinenti alla questione in discussione, per poi passare al Capitolo successivo.

In occasione dell’interrogatorio Pietro da Piombino aveva 77 anni. Aveva inoltre già giurato sui Capitoli e conosceva, da giovedì 2 agosto 1285, le domande che gli sarebbero state poste due giorni dopo (sabato 4 agosto), presso la sede del podestà di Treviso, nel corso del dibattimento. Come ogni teste, egli aveva anche la possibilità di rispondere con la formula “Non ricordo”. L’interrogatorio fu lunghissimo: 65 domande, a volte ripetute tali quali, o con piccole differenze. Pietro da Piombino costituiva probabilmente il “piatto forte” del processo. Fino alla morte del cosiddetto “Tiranno”, infatti, egli era stato un suo “capo masnada” (termine scorretto, ma efficace): un fedelissimo che cavalcava al fianco di Ezzelino e che ne amministrava anche alcuni beni nella Marca. Una persona quindi compromessa con il Comune di Treviso, dove aveva però ancora diritto di risiedere perché ritenuta contraria alle istanze del vescovo Adalgerio Villalta. Dopo un lungo dibattimento, carico di tensione, il notaio pose a Pietro da Piombino le domande più significative. Vediamole. D: “È vero che i beni di questi Da Romano a causa dei loro delitti furono sequestrati etc… ?”. R: “Dice che è vero quanto contenuto nella domanda”. D: “Perché sa quel che dichiara?”. R: “Perché vidi e fui presente”. A questo punto, però, vennero poste al vecchio guerriero delle domande del tutto inaspettate… D: “È vero che quei delitti furono commessi dai predetti Da Romano contro gli uomini e il Comune di Treviso?”. R: “Attaccarono il Comune e la Città di Treviso e bruciarono e tagliarono beni e proprietà degli uomini della città di Treviso”. Da notare che nell’interrogatorio i Da Romano non sono mai definiti Domini o Signori: una strategia

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A fianco Una pagina degli atti del cosiddetto Processo di Oderzo, poi confluiti nei fondi della Biblioteca del Capitolo di Treviso. Specialisti ed esperti, fra i quali anche il “nostro” Stefano Zulian, li stanno ancora in parte studiando per l’enorme mole di informazioni che contengono sul periodo post-ezzeliniano.

per indebolire i testimoni, che invece li chiamano quasi sempre ancora Domini. Infine gli inquisitori, ritenendo ormai un perdente il vecchio Da Piombino, interrogato da ore, gli chiesero di rinnegare Ezzelino e Alberico, morti da 25 anni. Una domanda inutile ai fini del processo, volta a colpire chi non era più in grado di difendersi: “È vero che detti Da Romano furono tiranni e crudeli dominatori della Marca Trevigiana?”. Mi chiedo spesso cosa pensò in quel momento Pietro da Piombino. Non aveva alcun amico in quella sala ed era ormai compromesso. Eppure - coraggiosamente - egli rispose così ai magistrati: “Io non so cosa significa Tiranno. Ma so che furono uomini di grandissimo valore e che non ebbero pari in tutta la Marca Trevigiana!”.

Qui sotto Ugo Munari, Ezzelino il Tiranno, particolare, disegno a china. 2000. Appassionato di storia medievale e delle vicende legate all’epopea dei Da Romano, l’architetto Munari fornì questa personale interpretazione del celebre condottiero, riproposta con molte varianti all’interno di un’articolata produzione artistica.

P.S. Forse può interessare ai lettori cosa risposero ai magistrati quei bassanesi ai quali fu posta la stessa imprevista domanda. Fino al XLIII Capitolo e - anche oltre - dimostrarono un’ottima memoria. Nel caso di questo specifico interrogativo, però, essi utilizzarono la formula “Non ricordo”.

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Continua il viaggio meraviglioso nella nostra mente (2

Invecchiamento cerebrale, deterioramento cognitivo, demenza

AfflATuS

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di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

2/4 - Come stimolare le funzioni cognitive e mantenere il più a lungo possibile le autonomie funzionali Con l’età è normale che il nostro cervello subisca un cambiamento, così come il nostro corpo. Non invecchiamo, però, tutti con la stessa velocità! Leggere, essere curiosi, ricchi di relazioni sociali, sviluppare nuovi interessi e coltivare quelli che amiamo di più, allenare la mente con cruciverba, giochi di strategia…, aiuta, ma non basta! “Il cervello è come un muscolo, se non lo alleni si atrofizza”. Ma quale allenamento è corretto a ogni età? E nel caso una persona già presenti delle difficoltà di memoria? La plasticità cerebrale è una grande risorsa che si mantiene anche nel caso di demenza! Esistono strategie e terapie sia di prevenzione che di protezione dai danni dell’età, che di rallentamento di un decadimento cognitivo. Vediamo alcune di queste strategie e terapie.

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Giovani e vecchi, maschi e femmine,

quasi tutti i suoi conoscenti avevano gli stessi desideri: volevano la pace nel cuore, una vita senza scombussolamenti, la felicità. La differenza stava nel fatto che gran parte dei giovani sembrava convinta che queste cose si trovassero da qualche parte nel futuro, mentre quasi tutti gli anziani le credevano custodite nel passato. Nicholas Sparks

CENTRO PhOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

IN PREVENzIONE Palestra della memoria, attenzione, pianificazione: è un training di potenziamento per adulti e anziani che vogliono stimolare le proprie cellule cerebrali con attività mirate e scientificamente legate alla costruzione di una “riserva cognitiva”. Il trattamento può essere effettuato in gruppo, individualmente, in presenza o a distanza (online). Migliora l’efficienza delle funzioni cognitive e anche l’umore grazie alla socializzazione e al sentirsi più attivi. Creare una “riserva cognitiva” equivale al lavoro fatto da una formica rispetto all’inverno che verrà.

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IN CASO DI DETERIORAMENTO COGNITIVO Stimolazione cognitiva (CTS): è indicata nel caso in cui vi sia

un’iniziale confusione (demenza lieve fino allo stadio moderato, con compromissione di memoria, attenzione, linguaggio, funzioni prassiche e visuo-percettive, funzioni esecutive) (Spector, 2003), è una terapia determinante nel contrastare la perdita delle abilità cognitive ancora presenti stimolandole con esercizi specifici e mirati riabilitativi o con compensazione, che solo un neuropsicologo addestrato sa personalizzare. I benefici sono misurabili nel tempo. Anche se a oggi non esiste una terapia in grado di arrestare la demenza, l’evidenza scientifica riporta il beneficio di interventi neuropsicologici, talora abbinati a trattamento farmacologico. Tali interventi rallentano il declino cognitivo mantenendo il più a lungo possibile l’autonomia della persona e, se accompagnati da un addestramento del familiare o del personale di assistenza nella comprensione e gestione delle difficoltà cognitive e comportamentali presenti (agitazione, aggressività, disturbi del sonno…), possono migliorare sensibilmente la qualità della vita del malato e della sua famiglia, permettendo il più possibile alcune autonomie e il vivere in casa. Il World Alzheimer’s Report (2011) raccomanda che per aumentarne l’efficacia, il programma inizi il prima possibile e sia costante e prolungato, in cicli; per questo è importante che anche i familiari e il personale di assistenza vengano addestrati. La CST è un breve trattamento per le persone con demenza da lieve a moderata e comprende 14 sessioni di attività che si svolgono due volte alla settimana per un periodo di 7 settimane (Spector, 2008).

Terapia di Orientamento alla realtà (ROT) (Bianchin, 2006) è una delle prime terapie sperimentate per rallentare il decadimento cognitivo favorendo l’orientamento spazio-temporale e personale della persona con demenza lievemoderata, e riducendo la tendenza all’isolamento. Incorpora anche tecniche di Reminiscenza per stimolare il ricordo della storia

parte)

personale, con l’utilizzo di foto, documenti e ricordi. Si compone di un intervento di stimolazione sul paziente (ROT formale) e di uno sui familiari (ROT informale). Spesso viene associata a un Memory training per stimolare soprattutto la memoria procedurale necessaria per eseguire azioni come lavarsi, vestirsi, mangiare, ecc. Modifica dell’ambiente in modalità protesica (indicata in caso di demenza moderata e grave): tra i sintomi precoci, ma ancora poco conosciuti della demenza, vi sono dis-percezioni e difficoltà a elaborare le profondità (es. una riga sul pavimento può apparire come uno scalino), a identificare oggetti in carenza di luce o in assenza di un grande contrasto tra un oggetto e lo sfondo (es. una mozzarella bianca su un piatto bianco, l’acqua dentro un bicchiere di vetro), ecc. con enormi ricadute sullo spazio di autonomia di movimento del malato all’interno della sua stessa casa e con gravi ricadute su disturbi del comportamento (agitazione, aggressività. disidratazione e simil-inappetenza, wandering o vagabondaggio senza scopo, inversione notte e giorno..). Una valutazione a domicilio o a distanza (tramite filmati o foto) dell’ambiente di casa e del livello di autonomia, fatte dal neuropsicologo, possono prevenire una delle cause più gravi di disabilità nel malato ovvero la presenza di disturbi comportamentali (BPSD*) con necessità di ricorrere a terapie farmacologiche e/o alla limitazione importante del suo spazio di vita per proteggerlo da cadute o pericoli. La valutazione e la riabilitazione neuropsicologica sono strumenti fondamentali per mantenere/recuperare autonomia e contrastare l’invecchiamento in una logica di “invecchiamento di successo” nonché nel rallentare un decadimento cognitivo e guidare la famiglia e il malato verso una convivenza con la demenza rispettosa della autonomia possibile e della dignità di entrambi. * BPSD (Biological and Psychological Symptoms of Dementia)


In occasione del trecentesimo anniversario della morte del celebre scultore sono usciti alcuni libri…

PROPOSTE

I TRE MARINALI Dal catalogo della mostra al libro d’arte e alla guida

di Angela Mangano

ANDREA GASTNER In progetto un’edizione postuma del suo ultimo libro

MARINAlI E BASSANO Con uno sguardo di Fabio Zonta Tra i maggiori esperti di scultura veneta del Seicento e del Settecento, Monica de Vincenti è curatrice e autrice del catalogo della mostra voluta dal Comune di Bassano per ricordare un importante concittadino del passato nel terzo centenario della sua morte. Nel volume la studiosa ha colto l’occasione per dare alle stampe un saggio monografico rigoroso e aggiornato su Orazio, con un occhio particolare al suo rapporto con la città e attenzione alla complessità del fenomeno marinaliano, con comprimari ed epigoni. Grande spazio ha poi riservato all’analisi dei complessi problemi di attribuzione relativi ai centottantasei disegni del cosiddetto Album Marinali e ai nove bozzetti in terracotta, tutti conservati nelle collezioni del Museo Civico. Provenienti dal fondo della bottega, queste testimonianze sono state co-protagoniste dell’esposizione assieme ai monumenti cittadini, visibili dal vero, ma presenti in museo e in catalogo attraverso le splendide immagini di Fabio Zonta. A cura di Monica De Vincenti Brossura, pagg. 144 - Euro 20,00 Comune di Bassano del Grappa, 2021

I MARINAlI Illustri bassanesi Realizzato in grande formato e con un’impaginazione che esalta la bellezza delle immagini di Fabio Zonta, il volume si presenta come un autentico catalogo d’arte che rende omaggio alla produzione dei Marinali per la città d’origine in occasione delle celebrazioni per la scomparsa di Orazio. Il filo narrativo è curato dalla storica dell’arte Claudia Caramanna, che costruisce un ideale percorso per accompagnare il lettore alla scoperta o riscoperta del patrimonio barocco cittadino, offrendogli le informazioni essenziali per la comprensione delle opere attraverso un saggio introduttivo e schede dal taglio divulgativo. Come un inserto prezioso e con un corredo di nuove illustrazioni, il testo di Camillo Semenzato per L’Illustre bassanese dedicato ai Marinali nel 1998 è ripubblicato nel libro allo scopo di offrire a un pubblico più ampio le storiche pagine del fondatore degli studi sulla scultura veneta tra Seicento e Settecento. di Claudia Caramanna e Fabio Zonta Cartonato, pagg. 80 - Euro 30,00 Editrice Artistica Bassano, 2021

Il 6 luglio 2020, un anno fa, Andrea Gastner se ne andava in silenzio, lasciando in tutti noi un vuoto tuttora non colmato. Redattore entusiasta di questa testata, aveva l’innata capacità di contagiare quanti lo frequentavano - o entravano in contatto con lui con una sana e irrefrenabile carica di ottimismo. Curatore di diverse rubriche, amava particolarmente intervistare gli artisti del territorio, senza fare troppe distinzioni fra mostri sacri e new entry, badando in primis alla qualità delle loro produzioni. Scrittore fecondo, ha pubblicato nove libri fra romanzi e raccolte di racconti, ristampando con successo I Racconti del Canal di Brenta (libro di testo nelle scuole bassanesi). Prima di andarsene, stava curandone la quinta edizione, estesa anche al territorio a sud di Bassano. L’auspicio è quello di riuscire, con la collaborazione dei familiari e l’aiuto dei molti amici che lo amavano e stimavano, di darla alle stampe entro Natale. Sarà un bel modo per continuare a ricordarlo e conoscere alcune sue coinvolgenti storie inedite. Ciao Gas, ti vogliamo bene! La redazione

ORAzIO MARINAlI Storie scolpite sulla pietra “Lungi da me fare il verso a chi il critico d’arte lo fa per professione, ma memore dei miei smemorati studi liceali, mi sono divertito a rispolverare racconti e storie che rischiavamo di dimenticare, in questo terzo millennio proiettato in un futuro sempre più lontano dalle sue radici”: è questo il pensiero di Giancarlo Saran, autore del libro, cultore di storia locale e già assessore alla Cultura di Castelfranco Veneto. La pubblicazione, data alle stampe da Panda Edizioni grazie al contributo del Rotary Club di Castelfranco-Asolo, si presenta come una guida dal taglio agile e divulgativo: un percorso in alcuni significativi luoghi marinaliani, parchi di villa compresi (in primis quello Bolasco Revedin a Castelfranco), presentato con un taglio efficace e brioso che induce alla lettura. Dispiace solo che la veste grafica (l’impaginazione lascia un po’ a desiderare) e l’apparato fotografico non siano all’altezza del tema trattato. Nel complesso un’opera coraggiosa, che contribuisce a rinverdire i fasti del Marinali. di Giancarlo Saran Brossura, pagg. 270 - Euro 25,00 Panda Edizioni, 2020

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Il bozzetto della copertina de I Racconti del Brenta, libro al quale stava lavorando lo scrittore (dis. Agostino Brotto Pastega).


Inaugurata lo scorso 29 maggio, la mostra-evento dei Musei Civici rimarrà aperta fino al prossimo 10 ottobre

PRIMO PIANO

Palladio, Bassano e il Ponte Invenzione, storia, mito

di Antonio Minchio

Sotto Una delle sale della mostra, nella quale sono esposti alcuni modelli in legno di ponti. L’allestimento è stato curato da Andrea Bernard.

Oltre a ripercorrere la storia del simbolo cittadino per eccellenza, la rassegna rappresenta la prima iniziativa di un ricco calendario di manifestazioni culturali, tutte concepite secondo la logica di festeggiare la fine del lungo restauro.

Sotto Barbara Guidi, direttrice dei Musei Civici di Bassano (a destra) e Gisella Pollastro, della Galleria Nazionale di Parma, esaminano le due opere di Canaletto appena giunte dal Complesso della Pilotta, durante l’allestimento della mostra (il 26 maggio scorso).

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Per celebrare la conclusione dei lavori di restauro dello storico Ponte Vecchio, ai Musei Civici di Bassano è stata allestita la mostra “Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione, storia, mito”. Un evento davvero significativo che travalica la rilevanza di una rassegna culturale - per quanto di alto livello - per assumere un evidente valore simbolico: con l’elegante struttura lignea si identifica infatti il cuore di una intera città, l’orgoglioso senso di appartenenza di una comunità cresciuta alle porte della Valbrenta e sulle rive di un fiume impetuoso. Un contesto geopolitico che da tempi immemori fa da cerniera e da “ponte”, per così dire, fra due mondi: quello di matrice

germanica, efficacemente rappresentato dalle aquile imperiali (la tridentina, per esempio, è associata a San Venceslao), e l’universo veneziano, del quale l’alato leone marciano costituisce un’immagine millenaria e tuttora molto amata. Curata da Guido Beltramini, Barbara Guidi, Fabrizio Magani e Vincenzo Tiné, la mostra sarà aperta fino al prossimo 10 ottobre (è stata inaugurata lo scorso 29 maggio). L’evento, come ha ricordato la sindaca Elena Pavan, oltre a ripercorrere la storia del simbolo cittadino per eccellenza, rappresenta la prima iniziativa di un ricco calendario di manifestazioni culturali, tutte concepite secondo la logica di festeggiare

la fine del lungo restauro. La rassegna, ospitata nelle sale del museo, illustra tanto il “mito” del ponte quanto la storia della struttura nella sua concretezza. Quella, cioè, di un manufatto distrutto e ricostruito più volte nel corso dei secoli. Fondamentale, per i bassanesi, la “firma” di Andrea Palladio, vera archistar internazionale e autore di altri progetti di ponti, in pietra come in legno, poi pubblicati nei suoi Quattro Libri dell’Architettura. Proprio ispirandosi al celebre trattato (edito a Venezia nel 1570), in pieno Settecento Francesco Algarotti chiese a Canaletto di immaginare il ponte di Rialto, così come era stato pensato da Palladio. Tuttavia pure Bellotto,


A fianco Antonio Canaletto (att.), Capriccio con edifici palladiani, 1750 ca. Olio su tela, 580x820 mm. Parma, Complesso monumentale della Pilotta. Sotto Leandro Bassano, Un podestà di Bassano davanti alla Vergine, particolare, ottavonono decennio del secolo XVI. Olio su tela, 1050x880 mm. Bassano, Musei Civici. Si tratta di una delle più antiche raffigurazioni del ponte, finora conosciute.

Carlevarijs e Piranesi fecero dei ponti i soggetti privilegiati delle loro vedute. Il racconto della mostra si snoda partendo da disegni originali di Palladio, libri cinquecenteschi e mappe antiche, per proporre poi dipinti del XVIII secolo, fotografie di metà Ottocento e interessanti modelli di studio contemporanei. Secondo Barbara Guidi, direttrice dei Musei Civici di Bassano, la mostra è concepita come un racconto per immagini che si dipana attraverso opere, oggetti e documenti: testimonianze che, debitamente ordinate e messe in relazione tra loro, permettono di ripercorrere le fasi salienti della storia del nostro Ponte vecchio, evidenziandone le peculiarità e le relazioni con le vicende storiche, sociali ed economiche cittadine. L’evento è stato reso possibile grazie alle sinergie sviluppate fra i Musei Civici di Bassano, la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e

Vicenza e il CISA Centro Studi Internazionali di Architettura Andrea Palladio di Vicenza. L’esposizione è accompagnata da un volume che riunisce i contributi di molti studiosi.

Invenzione, storia, mito Le tre sezioni nelle quali è ripartita la mostra offrono al visitatore altrettante stimolanti prospettive. La prima è incentrata sull’attività intellettuale e costruttiva di Palladio e informa sulle novità relative all’opera dell’architetto e sui suoi memorabili ponti. La seconda sezione contestualizza la costruzione del manufatto bassanese all’interno del quadro economico, culturale e sociale locale raccontando le numerose trasformazioni che lo hanno contraddistinto, sempre uguali eppure sempre diverse rispetto all’immagine palladiana, rimasta per molti studiosi e professionisti la più affascinante e un riferimento imprescindibile. L’ultima sezione apre una finestra su un universo reale e immaginario

al tempo stesso, grazie all’esposizione di dipinti di Canaletto, Bellotto, Carlevarijs, Piranesi e Guardi; attraverso il genere della veduta - che dai propositi di una rappresentazione concreta della città evolve verso “capricciose” fantasie architettoniche pervase dall’ammirazione per Palladio questi artisti hanno riacceso la fiamma della passione per il grande architetto alimentando la diffusione del suo mito nel mondo moderno.

Antonio Canaletto (att.), Capriccio con ponte immaginario sul Canal Grande, seconda metà del XVIII sec. Olio su tela, 580x820 mm. Parma, Complesso monumentale della Pilotta. Informazioni info@museibassano.it Tel. 0424 519 901 www.museibassano.it Social

@museibassano #museibassano #pontebassano

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I nuovi “glaciali” orizzonti di Recold…

TUTTE LE VIRTÙ DI UN FREDDO SPECIALE

TRAGuARDI

di Andrea Minchio

Publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Le scelte coraggiose di un’azienda, sempre più giovane e performante, che ha saputo sfruttare le pause imposte dalla pandemia per analizzare il mercato e cogliere alcune significative opportunità. È questa, in fin dei conti, la “rivoluzione gentile” di Valentino Trentin e di suo figlio Alberto.

Qui sopra Foto di gruppo per il giovane team di progettisti e tecnici Recold, dopo il collaudo di una macchina dalle prestazioni particolarmente elevate.

Qui sopra Valentino Trentin alza un calice di buon vino davanti a una macchina refrigeratrice. Gli impianti Recold destinati ad aziende vinicole e cantine sono dotati di rivoluzionari sistemi di riuso del calore prodotto durante il funzionamento.

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“Nel periodo delle chiusure dovute al Coronavirus, quando la nostra produzione era quasi ferma (come peraltro quella di molte aziende), invece di ricorrere alla cassa integrazione ci siamo concentrati sullo studio di nuovi mercati. Un lavoro comune, svolto quindi con il coinvolgimento di tutti i collaboratori, orientato a indagare e individuare le esigenze di nuovi potenziali clienti: in sostanza una ricerca mirata a sviluppare applicazioni ad hoc per le nostre tecnologie del freddo, alla quale ha fatto seguito la realizzazione di specifici prototipi”. Valentino Trentin, “storico” fondatore di Recold, ci spiega come - attraverso un condiviso processo di analisi - sia stato possibile trasformare un problema in opportunità. “Potendo contare su una clientela spalmata su tutto il globo, eravamo abbastanza tranquilli. La pandemia ci ha invece colti di sorpresa.

Solo per breve tempo, però. Monitorando con attenzione molti settori (industriali e non), abbiamo infatti verificato che certi distretti produttivi continuavano a crescere nonostante la drammatica diffusione del contagio. Non si trattava più di effettuare uno screening di tipo geo-economico (tutto il mondo, indistintamente, ha infatti subito l’attacco del virus), dunque, ma di scandagliare ambiti precisi”. In effetti non è necessario lavorare all’interno di un osservatorio economico per comprendere l’incremento che hanno segnato distretti quali la farmaceutica o l’home delivery e l’industria agroalimentare. Per non parlare della grande distribuzione che, durante i periodi di lockdown, ha registrato forti consolidamenti (anche a scapito dei piccoli esercizi commerciali). Oppure del lusso e dell’alta qualità, entrambi cresciuti notevolmente.

“A noi interessava investigare quei settori che mantenevano i livelli produttivi ante Covid (o addirittura li stavano potenziando) e che, per i propri impianti produttivi, necessitavano del freddo. Anzi di quello che ormai siamo abituati a considerare un freddo speciale!”. Un tempo era sufficiente fornire tecnologie che potessero spaziare da + 10°C a -5°C. Oggi, però, non è più così… “Servono stress termici maggiori: da + 30°C a -30°C. In Recold stiamo lavorando per abbassare ulteriormente i limiti inferiori. Un’esigenza molto sentita, giusto per fare un esempio, da chi distilla la grappa. Abbattendo la temperatura si risolvono certe problematiche, intrinseche alla qualità del prodotto. Un discorso che vale pure per le macchine di essiccazione del legno. O per la stagionatura dei formaggi e, nel caso delle concerie, per


TRAGuARDI A fianco La consegna a un grosso centro di stagionatura di formaggi del Vicentino di una macchina Recold, concepita per la deumidificazione e il controllo della temperatura.

Sotto Le operazioni di scarico di una macchina appositamente studiata per la spumantizzazione presso un’azienda del settore enologico.

l’asciugatura delle pelli. È per questo che abbiamo messo a punto impianti che funzionano in fotovoltaico e che lavorano stoccando il freddo (indipendentemente dal ciclo giorno-notte o da situazioni meteorologiche non favorevoli). In molti casi, infatti, riutilizziamo il calore prodotto dalle nostre macchine abbinandolo al freddo. L’uovo di Colombo, inserito in una logica di economia circolare! Non a caso abbiamo partecipato al bando del Premio Internazionale SIAD 2021, relativo alla ricerca e all’innovazione nell’utilizzo del gas in viticoltura ed enologia. Il tutto nell’ottica di una ricerca ad ampio raggio, con il conseguente sviluppo di prodotti”.

Un’attività, quella di Recold, sempre più orientata a ricerca e sperimentazione: dai laboratori dell’azienda nascono infatti progetti innovativi ai quali - riconosciamone il merito! - si dedica con passione e competenza Alberto, figlio di Valentino, coa-

diuvato da un qualificato e dinamico team di giovani specialisti. Una ventata di aria fresca, che ha rinverdito la ditta e che sta portando davvero molti frutti. “Confesso che anche le nuove modalità di comunicazione, offerte dalle piattaforme più aggiornate, si dimostrano vincenti. Sempre più frequentemente i nostri tecnici intervengono in remoto per formare gli utilizzatori finali o verificare l’esatto impiego delle tecnologie Recold. Ragazzi affiatati che operano all’insegna di uno spirito di grande cooperazione e responsabilità. Assieme hanno messo a punto un’impressionante catena di innovazioni tecnologiche d’avanguardia: un’autentica soddisfazione per ognuno di noi. Anche perché, a latere dell’ormai scontata efficienza delle nostre macchine, hanno voluto porre una marcata sensibilità ambientale, individuando così soluzioni che contribuiscono decisamente al risparmio energetico. Un esempio? Per la fermentazione mallolatica

(processo utile a rendere più uniforme la qualità di un vino da un anno all’altro) è indispensabile produrre calore. Normalmente si utilizza una caldaia che, una volta assolta la propria funzione, rilascia quel calore nell’atmosfera. I nostri impianti di refrigerazione destinati ad aziende vinicole e cantine sono dotati di sistemi di riuso del calore prodotto durante il funzionamento. Tale calore viene utilizzato proprio per la fermentazione mallolatica! Un espediente tecnologico che può essere applicato ai processi di stagionatura dei formaggi, così come a quelli di essiccazione dei legnami o delle pelli o di altro ancora. Un sistema che abbiamo denominato Deumidificazione a freddo e che contiamo quanto prima di applicare anche nel campo del biogas e dei gasdotti. Si tratterà di una novità assoluta, tutta made in Veneto”. Un vero scoop, aggiungiamo noi, con l’orgoglio di averlo dato alle stampe in anteprima!

Qui sopra Alberto Trentin nel suo ufficio: sono sue molte delle intuizioni che hanno portato Recold a sviluppare progetti innovativi nell’ambito della sostenibilità.

RECOlD srl

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Via 4 novembre, 23 36061 - Bassano del Grappa (VI) Stabilimento Via Verona, 5 (zona industriale) 36020 - Pove del Grappa (VI) Tel. 0424 808943 www.recold.it ufficio_tecnico@recold.it


La Corsica, una terra che non lascia mai indifferenti

Una regione ricca di storia, arroccata sul suo passato e sul suo territorio

Sì, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

Per chi vuole essere trasportato dal libeccio sulle alture o nella macchia mediterranea. Per chi vuole andare alla scoperta di valli nascoste. Per chi vuole assaggiare una cucina saporita e gustosa. Una terra tutta da scoprire che ha sempre in serbo una caletta, un villaggio o un tratto di macchia incontaminato da esplorare.

A fianco Alta sopra Calvi, sulla punta nord-occidentale della Corsica, svetta la Cittadella, straordinaria fortezza eretta dai genovesi nel 1483 per difendere il borgo marinaro dalle incursioni ottomane.

Sotto, dall’alto verso il basso Alcuni dei centri più conosciuti dell’isola: Ajaccio, città natale di Napoleone Bonaparte; Bastia, porto principale della Corsica e sede di un importante distretto commerciale e industriale; Bonifacio sulle omonime Bocche, all’estremo sud e proprio di faccia a Santa Teresa di Gallura.

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Basterebbero il mare e le spiagge, le coste rocciose e i sentieri dai quali la si contempla dall’alto, a fare della Corsica, terza isola del Mediterraneo, una destinazione imperdibile. Se si aggiungono poi la storia, lunga e tormentata, la cultura, la gastronomia e il carattere così particolare, lontano dalle consuete riconoscibili modalità, l’alchimia è perfetta. Per questo non è difficile capire perché la Corsica abbia una propria fisionomia e continui a esercitare un indiscutibile fascino sui turisti. Legata alla Francia dal 1768, l’isola ha sempre rivendicato le proprie differenze e autonomie, dovute anche alla particolare conformazione per la quale è stata definita una “montagna nel mare”. I rilievi, infatti, caratterizzano l’interno, talvolta fin in prossimità delle coste, le quali si stendono per oltre mille chilometri, alternando baie, spiagge sabbiose e promontori rocciosi affacciati su un mare cristallino. È proprio questo splendido mosaico paesaggistico, fatto anche di laghi, di gole scavate nelle pareti granitiche delle montagne, di distese di verde, a costituire l’attrattiva principale dell’isola, dotata di uno straordinario patri-

monio naturalistico protetto da riserve e da un parco marino. La lingua ufficiale è il francese, ma la popolazione parla il corso. Grazie al suo clima mediterraneo, la Corsica è un’isola che può essere scoperta in tutte le stagioni. Le estati sono calde e ventilate, gli inverni non sono mai molto freddi. Molto piacevoli le stagioni intermedie, in particolare la primavera, quando l’isola è ricoperta dalla vegetazione e dai fiori della macchia mediterranea che profumano l’aria. Le precipitazioni sono molto abbondanti anche a causa dei venti che spirano costantemente. Il nome del capoluogo, Ajaccio, deriva dal greco Agation, che significa “buon porto” e sintetizza la sua favorevole posizione geografica. La città si affaccia su un golfo della costa occidentale dell’isola, in prossimità di spiagge bianche protette da insenature rocciose. Affascinante e accogliente, anche per le sue case dai colori pastello, Ajaccio è una cittadina allegra e gioiosa, che si lascia apprezzare passeggiando per le stradine del suo centro storico, raccolto attorno al corso principale intitolato, naturalmente, a Napoleone Bonaparte. La casa natale del cittadino più famoso

di Ajaccio è stata trasformata in Museo Nazionale. Le origini del nome ricordano la cospicua presenza greca sull’isola, molti secoli prima che la città diventasse dominio di Genova nel XVI secolo, periodo al quale risalgono le fortificazioni che la circondano. Ajaccio è una buona base per esplorare la Corsica del sud, oltre alla Riserva Naturale di Scandola e alle Îles Sanguinaires. Cap Corse è ancora sconosciuto al grande turismo di massa; questo tratto di Corsica che si allunga nel mare viene chiamato “l’isola nell’isola”. Si visita percorrendo il sentiero dei doganieri, che ne segue il profilo settentrionale, raggiungibile partendo da Bastia in direzione nord, attraversando paesaggi incontaminati e borghi di pescatori. Da non perdere la visita del villaggio di Centuri e i borghi di Rogliano, all’estremità della penisola, Cannella e Nonza. A ovest di Cap Corse, da non perdere Île Rousse, che prende il nome dal porfido rosso di cui è costituita. Bastia, fondata nel 1372, porta il nome della “bastiglia”, il fortilizio realizzato dai genovesi per difendere il territorio. L’area in cui sorgeva, e dove risiedevano i genovesi, era il quartiere di Terra Nova, i cui palazzi sono stati restaurati con facciate dai colori vivaci. Con Terra Vecchia, un insieme di pittoreschi vicoli dall’atmosfera tipicamente corsa, costituisce il centro storico della città, da esplorare passeggiando a piedi. Bonifacio, meta irrinunciabile di ogni viaggio in Corsica, si affaccia sulla parte meridionale dell’isola da un promontorio scolpito dal mare e dal vento. La città vecchia, protetta dalle fortificazioni della cittadella genovese, sembra aggrappata alle falesie di calcare che cingono il porto della città. Al fondo di un’insenatura naturale,


oggi ospita una marina mentre in passato era il rifugio ambito per i vascelli che attraversavano il Mediterraneo. Da Bonifacio le numerose escursioni in barca consentono di visitare l’arcipelago dei Lavezzi, un gruppo di bellissime isole naturali circondate da acque color azzurro. Assieme alla sua baia, Calvi è considerata una delle località più belle della Corsica, con le case bianche, la cittadella e l’atmosfera Spiagge da sogno e incantevoli borghi CORSICA, l’ISOlA DEllA BEllEzzA

Quest’isola regalerà talmente tanti momenti irripetibili che sarà difficile dimenticare l’incanto e la magia dei luoghi visitati. Dal 10 al 15 agosto 2021 Viaggio di 6 giorni

tipica delle cittadine balneari. In rue Colombe si trova il muro di un edificio considerato la casa in cui nacque Cristoforo Colombo, quando l’isola era governata dai genovesi. La città, affascinante e sorprendente per la sua posizione e per le sue architetture, diventa ancora più bella durante la Settimana Santa, quando le strade sono invase dalle processioni e dalle manifestazioni folcloristiche che illustrano la devozione dei partenza per Porto Vecchio e visita alla città. Proseguimento per Bonifacio e pranzo libero. Nel pomeriggio visita della città vecchia, appollaiata su uno stretto promontorio che si distende parallelamente alla riva e la separa un fiordo lungo 1500 metri, in fondo al quale si apre una marina, e attorno a essa si ergono le fortificazioni. In serata arrivo a Propriano e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento

Sì, VIAGGIARE

suoi abitanti. Se il pesce è uno degli alimenti più comuni dell’isola (proposto alla griglia, al forno, o misto nella tipica bouillabaisse) assieme ai crostacei, alla Corsica va riconosciuto un vero e proprio primato nella produzione di insaccati. Prosciutti crudi (prisuttu), salsicce di fegato (figatellu), coppa, salame e lonzu sono delle leccornie il cui gusto particolare è dovuto al fatto che i maiali sono allevati in libertà e si nutrono soprattutto di ghiande e castagne. Ottimi pure i formaggi di capra, da gustare da soli in versione dolce o salata, e la farina di castagna, con cui si prepara la pulenta. Miele, dolci, biscotti e confetture si accompagnano a liquori tipici preparati con il mirto e il cedro.

A fianco Un litorale di Capo Corso (Cap Corse), penisola che si allunga per circa una quarantina di chilometri a nord-est della Corsica. Sotto Il porto commerciale de L’Île Rousse, non distante da Calvi, è collegato a quello di Marsiglia. La cittadina venne fondata nel XVIII secolo da Pasquale Paoli, padre della nazione corsa. Il trenino turistico che fa servizio sulla linea Bastia-Calvi.

Pranzo libero. Nel pomeriggio proseguimento per Calvi e visita dell’incantevole località portuale dell’isola, nonché meta rinomata ricca di siti storici. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

5° giorno - Sabato 14 agosto 2021 l’Île Roussee - Corte - Bastia Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per L’Île Rousse e visita alla città. Al termine partenza per Corte e pranzo libero. Nel pomeriggio visita alla cittadina, con le sue antiche dimore che fiancheggiano viuzze lastricate con ciottoli. Al termine proseguimento per Bastia e in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

3° giorno - Giovedì 12 agosto 2021 filitosa - Ajaccio Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Filitosa e breve visita del più importante centro di menhir in Corsica. Proseguimento per Ajaccio e pranzo libero. Nel pomeriggio visita alla città natale di Napoleone Bonaparte. In serata 6° giorno - Domenica 15 agosto 2021 sistemazione in hotel per la cena e il Bastia - livorno pernottamento. Prima colazione in hotel. Al mattino completamento della visita della città e pranzo libero. Nel primo pomeriggio 4° giorno - Venerdì 13 agosto 2021 imbarco sul traghetto per Livorno. Porto - Calvi Prima colazione in hotel. Al mattino Arrivo e proseguimento per il rientro partenza per Porto e visita alla città si- in serata. 2° giorno - Mercoledì 11 agosto 2021 tuata nella costa occidentale dell’isola Porto Vecchio - Bonifacio - Propriano incorniciata tra le Calanche di Piana a Prima colazione in hotel. Al mattino sud e il Capo della Girolata a nord. 1° giorno - Martedì 10 agosto 2021 livorno - Bastia - Solenzara Ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e partenza per Padova, Bologna, Firenze. Arrivo a Livorno, operazioni d’imbarco e partenza con traghetto per la Corsica. Arrivo a Bastia, la più grande città della Corsica, incontro con guidaaccompagnatore e pranzo libero. Nel pomeriggio visita guidata della città che conserva ancora il fascino tipico delle antiche città marinare. In serata arrivo a Solenzara e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

Quota individuale di partecipazione Euro 1.090,00

la quota comprende: - viaggio in pullman gran turismo; - traghetto da Livorno a Bastia e ritorno; - sistemazione in hotel 3 stelle in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, bevande incluse; - guida/accompagnatore per tutto il tour; - trenino turistico a Bonifacio e a Corte; - assicurazione medico bagagli.

la quota non comprende: - le camere singole (suppl. di euro 180,00); - gli ingressi (circa 20,00 euro). All’iscrizione acconto di euro 300,00

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Una mostra per ricucire il rapporto del poeta con la sua città

Onorevole e antico cittadino di Firenze. Il Bargello per Dante

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

L’esposizione, allestita proprio al Bargello (laddove venne emessa la condanna alla confisca dei beni e all’esilio), costituisce un tentativo di restituire l’immagine del capoluogo toscano subito dopo la scomparsa del poeta, ricordando ciò che allora si diceva su di lui e sulla sua opera.

Firenze, 17 gennaio 1302, Palazzo del Podestà: con due sentenze Dante Alighieri viene giudicato colpevole di “baratteria” ossia di corruzione nell’esercizio di funzioni pubbliche. La condanna prevede una multa di circa cinquemila fiorini ma il poeta, che in quei giorni si trova a Roma dal Papa, non ci sta e respinge l’accusa ritenendola infondata. Poiché però decide di non pagare e di non presentarsi al cospetto del podestà, il 10 marzo di quello stesso anno la pena viene convertita in quello che sarà per lui uno dei dolori più grandi: l’esilio dalla sua città, con pena capitale nel caso di rientro a Firenze. Dante si trova così costretto a vivere in diverse città italiane ed è proprio durante questo periodo che scrive la Divina Commedia. Quale miglior posto allora, se non

Qui sopra Giotto e allievi, Il Paradiso, dettaglio del volto di Dante, affresco, 1334. Firenze, Palazzo del Bargello, Cappella della Maddalena.

Qui sopra Il palazzo del Bargello, uno degli edifici medievali più significativi di Firenze. Nel 1865 divenne il primo Museo Nazionale italiano.

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il Bargello (dove più di settecento anni fa il Sommo Poeta venne processato), per ricucire il delicato e complesso rapporto fra lui e la sua città natale? Un tentativo di mediazione, per così dire, che viene celebrato con la mostra Onorevole e antico cittadino di Firenze. Il Bargello per Dante. Si tratta di una ricostruzione degli anni immediatamente successivi alla morte del poeta, fino alla metà del XIV secolo. Numerosi i manoscritti e le opere d’arte messe a disposizione da archivi, biblioteche e musei. L’esposizione, frutto della collaborazione fra Università di Firenze e Firenze Musei, è divisa in sei sezioni e presenta le tappe e i protagonisti dell’epoca: dai copisti agli amanuensi, dai miniatori ai lettori e ai volgarizzatori, cercando di restituire l’immagine della città subito dopo Dante e ricordando ciò che si diceva allora attorno a lui e alla sua opera. Giovanni Villani, contemporaneo, lo celebra ancor prima della metà del Trecento dedicandogli la frase che dà il titolo alla mostra. Anche i podestà del tempo cercarono di riconciliarsi con Dante: ne è una testimonianza l’affresco con il ritratto del padre della lingua italiana nella Cappella della Maddalena, all’interno del Bargello. Il poeta si riconosce tra le schiere degli eletti in Paradiso perché tiene in mano la Divina Commedia. Eppure solo pochi anni prima, proprio nella sala attigua, venne emessa la terribile sentenza!

Firenze si riappropria quindi, già a meta del Trecento, del suo illustre cittadino, ponendolo al centro della cultura di allora.

Firenze, 21 maggio 2021 A sette secoli dalla morte del Sommo Poeta, il Foro di Firenze ha riaperto il caso organizzando un convegno dedicato alla revisione del processo. Avvocati, giuristi e studiosi si sono incontrati per comprendere se Dante fosse veramente colpevole oppure se si sia trattato di un processo politico. La colpa di Dante, in realtà, fu quella di appartenere a una fazione politica contraria alla dominante. Guelfo di nascita, egli abbracciò le idee dei “bianchi” che, seppur favorevoli al papa, non ne accettavano il condizionamento politico a Firenze. Una posizione che gli costò la confisca dei beni e l’esilio. Incredibile ma vero: al convegno sono intervenuti pure un discendente di Dante, il dottor Sperello di Serego Alighieri, e Antoine de Gabrielli da Gubbio, discendente del podestà di Firenze che aveva pronunciato il verdetto. A proposito della mostra, infine, è doveroso ricordare che è stato possibile realizzarla grazie alle importanti ricerche svolte negli ultimi decenni e che la rassegna è anche accompagnata da numerose iniziative didattiche. Appuntamento, dunque, al Bargello. Ma ricordate: c’è tempo fino all’8 agosto (poi la mostra chiude).


Ecco come ampliare il business grazie a una giornata d’incontri tra professionisti e aziende…

ARTIGIANI

Matching Day per il Settore Legno e Arredo: una bella iniziativa di Confartigianato

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

In un colloquio a tre, una persona è superflua e impedisce così la profondità del discorso.

L’evento avrà luogo in autunno presso l’Istituto Scolastico Scotton di Bassano. Nell’offerta didattica della scuola è infatti contemplato un indirizzo dedicato ad Arredi e Forniture d’Interni.

friedrich Nietzsche

Le relazioni sono importanti, sempre. Ampliare la propria esperienza relazionale è considerata una strategia fondamentale per il successo e la soddisfazione personale. E il mondo dell’economia e del business non fa eccezioni. L’evento Matching Day punta proprio su questo principio per offrire alle aziende una opportunità in più. Conoscere, raccontare, fare vedere produzioni e lavorazioni a potenziali partner d’affari e clienti. Di questo si tratta l’iniziativa che nel prossimo autunno (data da fissare) vedrà impegnato il settore Legno per quanto riguarda produzioni e lavorazioni d’interni (mobilifici, serramentisti, finiture interne tipo scale, etc.).

Sopra Il Matching Day organizzato dal Mandamento bassanese di Confartigianato Vicenza è previsto per il prossimo autunno e coinvolgerà gli operatori del settore Legno. I colloqui si svolgeranno secondo la formula dell’one to one.

Sotto La sede dell’Istituto Scotton a Bassano.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Le aziende di questi settori si cimenteranno in una giornata d’incontri con circa 15 professionisti (architetti e interior design) e con 25 aziende per proporsi e ampliare la loro rete. Come già successo in passato per altri settori, questo tipo di eventi si sviluppa tramite

incontri “one to one” della durata di 15 minuti ciascuno. Finito il primo incontro, si passa a quello successivo, secondo un programma definito e così via. L’adesione prevede la compilazione di una Scheda descrittiva e d’intenti, dettagliata, che permetterà di svolgere i matching più efficaci. L’obiettivo è di entrare in contatto con più soggetti possibile per fare conoscere chi siamo e cosa facciamo. La partecipazione dei professionisti sarà un aspetto fondamentale per avere un confronto di mercato ma anche tecnico e per avere da subito un riscontro con coloro che possono rappresentare dei potenziali committenti. Per ottenere un buon risultato è necessario prepararsi nel migliore dei modi, avere materiale cartaceo o informatico pronto all’uso, allenarsi nel tenere un breve discorso di pochi minuti per mettere in evidenza i propri punti di forza e le “unicità ” della propria azienda.

La giornata sarà ospitata all’interno dell’Istituto Scolastico Scotton di Bassano del Grappa che propone un indirizzo sul settore Arredi e Forniture d’Interni. L’occasione sarà quindi propizia per i partecipanti per visitare la scuola, i laboratori dedicati accompagnati dai docenti del settore in modo da fare conoscere maggiormente la realtà di questo istituto. L’iniziativa è ancora in fase di organizzazione e sarà lanciata prima dell’estate tramite i canali di comunicazione e i social media. Chi non volesse correre il rischio di perdere l’occasione può eventualmente segnalare già il proprio interesse scrivendo a: bassano@confartigianatovicenza.it lasciando i propri recapiti. La partecipazione da parte delle Aziende associate a Confartigianato è gratuita, così come anche per i professionisti.

“L’iniziativa ha una doppia finalità - spiega Sandro Venzo, presidente del Mandamento di Bassano - e cioè di offrire ai soci del settore Legno Arredo la possibilità di ampliare la propria rete di contatti facendoli incontrare con nuovi potenziali partner, anche professionisti, e fare conoscere maggiormente agli operatori l’istituto Scotton che ha un indirizzo proprio dedicato all’Arredo. Questi progetti mettono assieme filiere e territori per ampliare la collaborazione e per sviluppare l’economia locale. Come Associazione siamo sempre più interessati a offrire eventi di questo tipo ai nostri associati”.


Analizzato anche il ruolo esemplare dei militari italiani

AFGHANISTAN Fine di una guerra infinita?

SCENARI

di Giorgio Spagnol Esperto di politica internazionale Togli il sangue dalle vene e sostituiscilo con l’acqua: allora sì che non ci saranno più guerre.

In questo rapido excursus il Generale Giorgio Spagnol, nostro prezioso collaboratore, ci spiega quale sia oggi, alla vigilia del ritiro delle truppe statunitensi, la situazione nel tormentato Paese asiatico. Cosa succederà? Molto dipenderà dagli accordi di pace, in corso ad Ankara.

lev Tolstoj

A fianco Un fucile automatico Kalašnikov. Efficacia e semplicità d’uso lo hanno reso l’arma da fuoco più diffusa al mondo: impiegata in numerosi teatri bellici, costituisce il maggior prodotto d’esportazione russo.

Premessa Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario di guerra in Afghanistan, Paese in cui la situazione rimane critica. I Talebani hanno riconquistato parte del territorio e la popolazione civile esprime il proprio malcontento nei confronti degli Stati Uniti, che ritenevano di poterne conquistare la fiducia. Ma il numero crescente di vittime civili, definito “danno collaterale”, mette tuttora seriamente in dubbio la natura etica dell’intervento e sfida le ragioni della guerra. In questi vent’anni sono stati uccisi oltre 100.000 civili e 60.000 militari dell’esercito afgano. Lo scorso 15 aprile il presidente Joe Biden ha annunciato il ritiro delle forze americane entro l’11 settembre 2021. Accordi preliminari di pace (in Qatar e in Turchia) tra Stati Uniti e Talebani hanno previsto che i Talebani condividano il potere con il governo di Kabul. Ma nelle aree urbane molti afghani temono ancora il ritorno dei giorni bui del regime talebano.

Sotto, dall’alto verso il basso Militari italiani in Afghanistan. Attualmente il nostro contingente nel Paese asiatico è costituito da 700 uomini, tutti altamente qualificati. Prevalentemente montuoso e senza sbocco sul mare, l’Afghanistan confina a ovest con l’Iran, a sud e a est con il Pakistan, a nord con il Turkmenistan, l’Uzbekistan, il Tagikistan e, in piccola parte, anche con la Cina.

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I precedenti Montuoso e senza sbocco sul mare, l’Afghanistan è stato afflitto da instabilità e conflitti negli ultimi quarantadue anni: l’economia e le infrastrutture sono state devastate e una parte della sua popolazione (circa 3 milioni) si è rifugiata in

Pakistan e Iran. La sua posizione strategica tra Medio Oriente, Asia Centrale e subcontinente indiano, lungo l’antica “Via della Seta”, ha fatto sì che l’Afghanistan, al centro del cosiddetto “Grande Gioco”, sia stato conteso per due secoli tra la Russia zarista e l’impero inglese. In Afghanistan si riflettono i contrasti tra India e Pakistan, tra Cina e India, tra Iran e Arabia Saudita. E ovviamente anche tra Stati Uniti e Russia. Gli Stati Uniti sono presenti in Afghanistan sin dall’intervento sovietico del 1979 con la CIA che ha destinato al Paese 3,2 miliardi di dollari realizzando il “Vietnam dell’Unione Sovietica”. Gli Stati Uniti hanno infatti armato e equipaggiato i mujahidin nel contesto della loro strategia antisovietica. A seguito del ritiro delle truppe sovietiche, il Pakistan ha favorito la nascita del movimento dei Talebani. L’intervento della comunità internazionale in Afghanistan risale al 2001. Le immagini del crollo delle Torri Gemelle restano tuttora scolpite nella mente dell’umanità. Osama Bin Laden, leader di Al-Qaida, autore dell’attentato, diviene in quei giorni tragicamente famoso. Il regime dei Taliban del Mullah Omar, considerato colpevole per aver ospitato Al-Qaida fornendo una base di partenza per compiere gli attentati, rifiuta la richiesta americana di consegnare Osama. Viene avviata l’Operazione Enduring Freedom, condotta dagli americani con l’obiettivo di contrastare il terrorismo internazionale e distruggere la rete di Al-Qaida. Viene anche deciso il dispiegamento della International Security Assistance Force (ISAF), missione di Peace-Keeping (stabilizzazione e sicurezza) a cui partecipa anche l’Italia. Il 31 dicembre 2014 la missione ISAF termina, trasformandosi in Resolute Support, finalizzata ad addestrare le truppe

afghane. Ma il mondo politico afghano risente tuttora dell’influenza dei cosiddetti “local powerbroker”, personalità influenti a livello locale con cui il governo di Kabul deve scendere a patti: il che si traduce nelle proliferazione di pratiche clientelari e nepotistiche.

Il ruolo dell’Italia Compito del Peace Keeping-PK (Mantenimento della Pace) è di assicurare un’adeguata cornice di sicurezza e consolidare il fragile processo di pace in una situazione post-bellica. Il PK è funzionale nel ristabilire legalità e giustizia e nel promuovere la riconciliazione, la ricostruzione e lo sviluppo. L’Italia può essere fiera dell’azione svolta in Afghanistan avendo interpretato il suo ruolo in modo corretto, attenendosi alle regole d’ingaggio e ricorrendo all’uso della forza solo se necessario e in modo selettivo, stabilendo una collaborazione effettiva con la popolazione e realizzando con essa progetti congiuntamente concordati. I locali hanno infatti apprezzato la creazione di scuole, strade, pozzi e infermerie nell’area di responsabilità italiana, un’ampia regione dell’Afghanistan occidentale (grande quanto il Nord Italia) che comprende le quattro province di Herat, Badghis, Ghor e Farah, che confina con l’Iran e che nel passato costituiva la Satrapia Persiana di Herat. L’Italia è il primo fornitore, tra i Paesi occidentali e dell’Unione Europea, di personale militare e di polizia altamente qualificato. Il contingente italiano ha contato in Afghanistan 4.000 militari nel momento di massimo impegno: attualmente ne sono presenti circa 700. Il modello italiano Il modello italiano di intervento, che ha riscosso con il Generale Angioni consenso e successo in


Libano nel 1982, viene adottato dall’Italia in tutti i teatri operativi in cui agiscono i suoi contingenti. Il modello è basato su principi di comunicazione interculturale: ascoltare, comprendere e comunicare rappresentano fasi diverse del processo umano di interazione con la popolazione locale, con il fine di identificarne, valutarne e soddisfarne i bisogni con modalità concordate. Le linee guida sono improntate al rispetto reciproco, al consenso e alla responsabilizzazione delle autorità autoctone, onde evitare una pericolosa “cultura di dipendenza” che pone ogni decisione nelle mani degli operatori esterni, provocando abulia e apatia nella popolazione locale. Caratteristiche del modello italiano sono quindi imparzialità, equidistanza tra le parti, umanità, presenza costante e capillare, rispetto e conoscenza di culture e tradizioni locali, presenza non invasiva o lesiva dell’autorità decisionale e dell’orgoglio della popolazione civile locale. L’atteggiamento italiano è frutto del nostro substrato culturale, di un addestramento duro e continuo, di esperienza, sensibilità e professionalità. Toni Capuozzo, noto giornalista e inviato speciale in numerosi teatri operativi, ha riassunto in quattro punti l’approccio italiano al mantenimento della pace nel mondo. 1. Capacità di sorridere e sdrammatizzare. 2. Morale solida, ma aperta a culture e caratteri diversi, con idee forti ma scevre da giudizi categorici e inappellabili. 3. Alle ideologie e ai pregiudizi si sostituisce una sorta di “pietas allegra o ferita” che aiuta a capire e a farsi capire. 4. Diplomazia dal basso: la forma più efficace di diplomazia.

L’estenuante conflitto afghano Il modo migliore per alleviare la sofferenza dei civili, durante

l’intervento degli Stati Uniti in Afghanistan, avrebbe dovuto essere il dialogo politico, non una guerra asimmetrica con significative perdite di vite, violazioni dei diritti umani e un prolungato intervento militare che ha messo in discussione la fiducia afgana nella comunità internazionale. C’è il timore che il ritiro completo dal Paese, data la fragilità delle istituzioni statali, fornisca alle organizzazioni terroristiche un pericoloso vuoto da colmare. Ma il rischio di futuri attacchi terroristici non può essere una ragione sufficiente per permanere in Afghanistan, poiché le organizzazioni terroristiche hanno una struttura mutevole che si estende attraverso tutti i continenti, in zone ben lontane dall’Afghanistan. Si spera che la partenza delle forze occidentali (un irritante per molti locali) renderà più probabile un accordo tra le varie fazioni. Gli afgani meritano un’opportunità di pace per porre così fine alle guerre: ma non possono farlo da soli e hanno bisogno che i loro vicini, l’Occidente e la comunità internazionale, continuino a sostenere economicamente il Paese.

Gli accordi di pace I Talebani hanno accettato di impedire a estremisti e terroristi di operare dall’Afghanistan. I colloqui di pace tra i Talebani e il regime di Kabul, svoltisi a Doha, in Qatar, da settembre 2020 a marzo 2021, avevano lo scopo di definire il cessate il fuoco, la governance e la condivisione del potere. Una problematica affrontata è stata l’Islam. Per i Talebani, l’Islam deve guidare l’ideologia dello Stato. Per Kabul, il Paese è sufficientemente islamico e ha già una costituzione che mantiene la legge islamica al di sopra delle altre leggi: il che consente di concentrarsi sulla protezione dei diritti delle donne, della libertà di espressione e del processo

SCENARI

elettorale. I colloqui (sostenuti da Stati Uniti e Nazioni Unite) tra il governo afghano e i Talebani si stanno ora svolgendo ad Ankara, in Turchia. Si spera che un accordo possa essere raggiunto entro l’11 settembre.

Conclusione La relazione tossica tra atti di violenza estremista e ulteriore violenza per combatterla ha minato la capacità dell’Afghanistan di sviluppare i propri meccanismi di auto-guarigione. Gli ultimi vent’anni di guerra hanno visto la crescita di una nuova generazione di afgani. Come i loro genitori molti giovani hanno conosciuto il Paese solo in tempo di guerra ma, a differenza delle generazioni più anziane, sono cresciuti in un mondo interconnesso da Twitter, Instagram e altri media digitali. Un accordo senza il sostegno dei giovani difficilmente durerà. È quindi fondamentale che i negoziati non ignorino la necessità del consenso di coloro sulle cui spalle graverà l’attuazione e il mantenimento del processo di pace. L’accordo dovrebbe garantire il ritiro delle truppe statunitensi con i Talebani impegnati a obliterare i gruppi terroristici, annullare la violenza contro il popolo e accettare compromessi per raggiungere una soluzione politica. I tentativi statunitensi di esportare la democrazia hanno spesso avuto conseguenze tragiche con esperimenti falliti, costosi e fatali tra cui il Vietnam, l’Iraq e la Libia. È tempo che le potenze occidentali si rendano conto che i tentativi di introdurre la democrazia dall’alto non sempre aiutano a stabilire un sistema di governance migliore per popoli con una storia, una religione e una cultura completamente diverse. Una transizione pacifica in Afghanistan reggerà solo se sarà supportata dalle istituzioni tradizionali che riscuotono tuttora credito e fiducia nella sua società.

Sopra Uno dei due colossali Buddha della valle di Bamiyan, a oltre duecento chilometri da Kabul. La fotografia riproduce quello più grande (alto circa 53 metri e scolpito nella roccia nel VI secolo d.C.), come appariva prima della distruzione, avvenuta nel 2001 a opera dei Talebani. L’intera zona archeologica è stata in seguito inserita nella lista dei Patrimoni dell’Umanità Unesco con l’impegno, da parte di alcune nazioni, di ricostruire le enormi sculture. Un obiettivo che, considerata la difficilissima situazione del Paese ormai allo stremo, appare oggi praticamente inattualizzabile.

Tutte le guerre, nessuna esclusa, sono combattute per denaro. Socrate

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Lo dice Rino Piccoli, dopo anni d’intensa e gratificante esperienza

Il Velodromo Mercante non è fuori moda e può tornare a essere una palestra di cultura sportiva

PROGETTI

di Antonio Minchio

La copertura della storica pista (realizzata nel 1971 dal sindaco Pietro Fabris) potrebbe restituire all’impianto il prestigio di un tempo. E la creazione di una dinamica “Cittadella dello Sport”, con annessa Scuola di ciclismo su pista, costituire la classica ciliegina sulla torta.

La proposta progettuale di copertura dell’anello del Velodromo Mercante, elaborata dagli architetti Roberto Xausa, Pietro Vittorio e Christian Toaldo, prevede l’uso di tecnologie avanzate e di valore architettonico e e ambientale. La posizione del velodromo suggerisce l’utilizzo di membrane di copertura, leggere e flessibili e allo stesso tempo robuste e resistenti, tese e sostenute da tralicci perimetrali che nella loro essenzialità rimandano a un’immagine pulita e di immediata lettura. Qui sotto Rino Piccoli, presidente della Asd Rino Mercante, è stato anche fondatore nel 2004 della sezione bassanese dell’Unione Nazionale Veterani dello Sport, benemerita del Coni, della quale è tuttora il dinamico presidente.

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Spirito indomito, Rino Piccoli; dotato di quella determinazione che anima chi ha praticato il mondo dello sport con regolarità e imparato a conoscerlo a fondo. Una vita intensa, la sua, passata attraverso mille esperienze. E accompagnata da una passione costante, irrinunciabile e totalizzante: il ciclismo. Vicentino di nascita, Rino Piccoli è giunto a Bassano nel 1974 per motivi professionali, dopo aver rilevato un’importante azienda del settore orafo. Da allora si è fermato nella nostra città, che lo ha accolto come un amico prezioso. Atleta in gioventù, ha indossato la maglia della Lanerossi (sezione Ciclismo) per passare poi al Veloce Club Schio, società nella quale ha militato onorevolmente. Nel 1980 è diventato socio del Veloce Club Bassano, venendo eletto vicepresidente del blasonato sodalizio già due anni dopo, e presidente nel 1985. In tale veste proprio quell’anno ha organizzato il Campionato del Mondo, con il supporto del sindaco Toni Basso e dall’assessore allo sport Luigi D’Agrò, accogliendo a Bassano il

gotha del ciclismo internazionale. In quella circostanza ha ammodernato la pista in cemento del Velodromo Mercante, realizzato con coraggio nel 1971 dal sindaco Pietro Fabris, attraverso l’applicazione di una resina speciale. Dal 1986 al 1994 ha dato vita a nove edizioni della Sei Giorni, manifestazione internazionale d’indubbio prestigio, frequentata da grandi campioni e organizzata esclusivamente a Bassano nel periodo estivo: un primato non da poco! Lasciato il Veloce Club, Rino Piccoli ha in seguito fondato l’Associazione Nazionale Velodromi Italiani, divenendone presidente (con tanto d’ufficio a Milano presso la Federazione Ciclistica Italiana) e coinvolgendo nell’iniziativa otto importanti impianti del Nord Italia. Con Cipriano Chemello (bronzo olimpico nel 1968 a Città del Messico e due volte campione del mondo), ha poi girato in lungo e in largo il Veneto, organizzando innumerevoli competizioni per conto del Comitato Federale.

Presidente e fondatore della società che dal 2014 gestisce il Velodromo Mercante (e quindi concessionario dell’impianto, che appartiene al Comune di Bassano), è in questa veste che nel 2018 ha lanciato una sfida davvero ardimentosa: la copertura della pista e, contestualmente, la creazione di una Scuola di ciclismo su pista, intitolata all’amico Cipriano Chemello (scomparso nel 2017). Un’iniziativa ritenuta da alcuni “impossibile” ma, per contro, sostenuta con convinzione da vari tecnici ed esperti. E, modestamente, anche da questa testata.

“Il ciclismo - spiega il presidente Piccoli - ha davvero fatto la storia di questa invidiabile struttura sportiva. L’esperienza di tanti anni di lavoro ha però dimostrato che gli eventi atmosferici e le condizioni climatiche possono seriamente compromettere l’organizzazione di manifestazioni spesso pianificate da mesi. E ciò tanto sul piano agonistico e sportivo quanto su quello economico e dell’immagine. È per questo motivo - e anche e soprattutto per permettere ai giovani di svolgere al meglio allenamenti e competizioni che riteniamo giunto il momento di coprire la pista. Un’idea alla quale sta lavorando l’architetto Roberto Xausa, nostro socio, in collaborazione con i colleghi Pietro Vittorio e Christian Toaldo: uno studio di fattibilità (già presentato alla città e pubblicato pure su Bassano News). Il mio sogno è poi quello di creare al Mercante una Cittadella dello Sport, dove potrebbero convergere i ragazzi di diverse discipline. I numeri parlano chiaro: prima della pandemia i frequentatori, fra ciclisti (oltre 130), calciatori (circa 250), tennisti (250) e praticanti di arti marziali (oltre 100), non erano certo pochi. Ma in futuro potrebbero essere molti di più, concertando politiche lungimiranti e aperte fra le varie società e lo stesso Comune di Bassano. E poi si potrebbero ospitare con maggiore frequenza anche manifestazioni a scopo benefico (pensiamo alle sessioni in pista con atleti ipovedenti o al recente tentativo di record di Anna Mei). Io ci credo. Non sarei qui da lunghissimi anni, se non fosse così. Ora è tempo che ci credano tutti i bassanesi!”.


Anniversaire 200 anni

Il CENACOlO

Charles Baudelaire (1821-1867) Il mio cuore è un albatro in volo

di Chiara Ferronato

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

la colpa e il castigo - della sua poesia - è tutto ciò che lo circonda, che ha costruito labirinti in lui: l’infanzia (ha amato il suo primo, anziano, papà, era piccolo quando Caroline, sua madre, vedova giovane, gliene porta un altro - glielo sostituisce -, uno che fa carriera nell’esercito, uno che lui non immagina neppure reale: i bambini sono così, il papà dei primi sei anni è per sempre), quindi il collegio a lione, da cui fugge, ma anche il viaggio incompiuto nelle Indie, gli va bene solo Parigi, anche con i suoi vuoti, con i suoi tradimenti.

A Sofia Bergamin Dalla Serra

Martedì, 7 febbraio 1854 Non è vero, che voi pensate come me; che la più deliziosa bellezza, la più eccellente e la più adorabile creatura, voi stessa per esempio, non può desiderare miglior complimento dell’espressione di gratitudine per il bene che ella ha fatto? (In inglese) … Dopo una notte di piacere e di angoscia, tutta la mia anima ti appartiene… Harmonie du soir Voici venir les temps où vibrant sur sa tige Chaque fleur s’évapore ainsi qu’un encensoir; Les sons et les parfums tournent dans l’air du soir; Valse mélancolique et langoureux vertige! Ecco giungere il tempo in cui, fremente sullo stelo, come un incensiere fumiga ogni fiore. Nell’aria della sera profumi e suoni danzano, valzer malinconico e languida vertigine! Come un incensiere fumiga ogni fiore. Come un cuore afflitto il violino freme, valzer malinconico e languida vertigine! Il cielo è triste e bello come un’urna d’oro. Come un cuore afflitto il violino freme, un cuore generoso che odia il nulla immenso e nero! Il cielo è triste e bello come un’urna d’oro: è annegato il sole nel suo sangue denso. Un cuore generoso, che odia il nulla immenso e nero, conserva ogni reliquia del passato luminoso! È annegato il sole nel suo sangue denso… il tuo ricordo in me brilla come un ostensorio! Da I fiori del male, 1857

Charles Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821-31 agosto 1867) in un ritratto fotografico di Étienne Carjat (1862 c.).

Qui sotto La copertina del volumetto Baudelaire Pages Choisies. Larousse-Paris, 1934. Collezione Chiara Ferronato

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Nella preistoria della sua mente ci sono sempre state le parole dei suoi versi, il loro suono, la loro salvezza. “la poétique est faite et modelée d’après les poemes… mais un poëte aime aussi le travail et le délire…”. Romantico, derisorio, decadente, disperato, Charles Baudelaire. la sua passione sono i fiori, i petali che si dissolvono nel vento della memoria, le corolle che si impregnano di pioggia sconosciuta, gli steli senza ombra che sfidano il sole. I suoi fiori sono “les fleurs du mal”. Chiara Ferronato L’albatro Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers, Qui suivent, indolents compagnons de voyage, Le navire glissant sur les gouffres amers. Spesso, per divertirsi, i marinai Prendono degli albatri, grandi uccelli dei mari, Che seguono, pigri compagni di viaggio, Le navi in volo sugli abissi amari. L’hanno appena depositato sulla tolda, E già il re dell’azzurro, maldestro e impacciato, Strascina pietosamente accanto a sé Le grandi ali bianchi come se fossero remi. Com’è sinistro e fiacco il viaggiatore alato! Lui, poc’anzi così bello, com’è comico e brutto! Uno gli mette la pipa sotto il becco, Un altro, zoppicando, imita lo storpio che volava! Il Poeta è come lui, principe delle nubi Che sta con l’uragano e ride degli arcieri; Esule in terra fra le grida di scherno, Le sue ali da gigante gli impediscono di camminare. Da I fiori del male, 1857


Il CENACOlO

L’étranger “Qui aimes-tu le mieux, homme énigmatique, dis? ton père, ta mère, ta soeur ou ton frère? - Je n’ai ni père, ni mère, ni soeur, ni frère. - Tes amis? - Vous vous servez là d’une parole dont le sens m’est resté jusqu’à ce jour inconnu. - Ta patrie? - J’ignore sous quelle latitude elle est située. - La beauté? - Je l’aimerais volontiers, déesse et immortelle. - L’or? - Je le hais comme vous haïssez Dieu. - Eh! Qu’aimes-tu donc, extraordinaire étranger? - J’aime les nuages… les nuages qui passent… là-bas… là-bas… les merveilleux nuages!” Da Petits Poèmes en prose, 1869

Qui sotto Lo storico Café de la Paix occupa il pianterreno del Grand-Hôtel in place de l’Opéra. Il locale ebbe tra i suoi abituali frequentatori Baudelaire, Maupassant e Zola.

Hauteville-House, 30 août 1857 J’ai reçu, Monsieur, votre noble lettre et votre beau livre. L’art est comme l’azur, c’est le champ infini: vous venez de le prouver. Vos Fleurs du Mal rayonnent et éblouissent comme des étoiles. Continuez. Je crie bravo! de toutes mes forces à votre vigoureux esprit…. Victor Hugo Lettre à Baudelaire

A fianco Gustave Courbet, Ritratto di Baudelaire, olio su tela, 1848-’49. Montpellier, Museo Fabre.

In basso, a sinistra Charles Baudelaire, Autoritratto, 1860.

Sotto La copertina del volume Charles Baudelaire, Lettere. Dall’Oglio, 1961. Collezione Chiara Ferronato

Franchement, cela [Les fleurs du mal] me plaît et m’enchante. Vous avez trouvé le moyen de rajeunir le romantisme. Vous ne ressemblez à personne (ce qui est la première de toutes les qualités). L’originalité du style découle de la conception. La phrase est toute bourrée par l’idée, à en craquer. J’aime votre âpreté avec ses délicatesses de langage qui la font valoir, comme des damasquinures sur une lame fine… En résumé, ce qui me plaît avant tout dans votre livre, c’est que l’art y prédomine… Vous êtes résistant comme le marbre et pénétrant comme un brouillard d’Angleterre. G. Flaubert Lettre à Baudelaire (13 julliet 1857)

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Ecco alcune semplici (ma ferree) regole, delle quali non ci si dovrebbe MAI dimenticare

ESERCIzI DI STIlE

BON TON A TAVOLA

di Federica Augusta Rossi

Purtroppo non vengono più insegnate, come avveniva un tempo. A peggiorare la situazione, inoltre, contribuiscono anche cinema e televisione, con attori e attrici che brandiscono le forchette come fossero fioretti. I gomiti? Posati sul tavolo, all’insegna della maleducazione!

A tavola ci si comporta bene, si sa. La schiena deve restare eretta, i gomiti non vanno mai appoggiati sul tavolo, il cibo deve essere accompagnato alla bocca, guai se quest’ultima accenna ad andare incontro alla posata. Per non parlare della masticazione: banditi dal desco tutti i ruminanti, specialmente se bipedi. Quindi, labbra serrate come a difendere il segreto più compromettente. Con la bocca piena non solo non si parla, ma non si devono nemmeno emettere rumori. Così come è vietato soffiare sulle pietanze troppo calde. Meglio preservare le mucose e il palato dalle ustioni indugiando un po’ nella conversazione, sperando che non sia terribilmente noiosa. Nel frattempo, le volute di vapore cesseranno e il piatto, che tanto somigliava ai Campi Flegrei, lentamente si trasformerà nel manicaretto che attendevate. Prima di iniziare, però, quando si è ospiti in casa d’altri, è d’obbligo attendere che la padrona di casa si sia seduta a tavola e che tutti i commensali siano stati serviti. Rispettare queste piccole regole sarebbe già un buon inizio, a patto che subito

dopo qualcuno non scivoli sulla buccia di banana più insidiosa che ci sia: quel “buon appetito” che proprio non va mai pronunciato ma, semmai, sostituito con un sorriso*. E il tovagliolo? Va tenuto sulle ginocchia e portato alla bocca solo quando serve. Sempre, per esempio, prima di bere, per non lasciare fastidiosi aloni sui calici. Sarebbe un orrore annodarlo al collo come fece Totò in “Miseria e nobiltà”, film nel quale rappresentò con la sua solita ironia tutti gli errori che vanno evitati nei convivi: dall’usare le mani all’impugnare in modo scorretto le posate che, è opportuno ricordarlo, vanno posizionate a tavola seguendo un ordine preciso. Esattamente come bicchieri, calici e piattino del pane, solo per citarne alcuni. A proposito di pane, la regola ferrea è quella di non servirlo o porgerlo mai capovolto: sarebbe un vero e proprio sgarbo per i commensali e, per i più superstiziosi, persino foriero di sventura. Per andare alle origini di questa convinzione bisogna risalire fino alla Francia della metà del Quattrocento, quando l’allora sovrano, re Carlo VII, strenuo

La buona educazione di un uomo è la miglior difesa contro le cattive maniere altrui.

lord Chesterfield

utilizzatore della pena di morte, si trovò costretto a reclutare tra la gente comune una folta schiera di boia. Che presto catalizzarono il disprezzo della popolazione, tanto che i fornai decisero di produrre apposta per loro pane di scarsissima qualità. Cosa che non piacque al sovrano, che subito emanò un decreto per salvaguardare l’alimentazione degli esecutori della pena capitale imponendo ai panettieri di non praticare discriminazioni nella vendita del loro prodotto. Questi ultimi, allora, iniziarono a porgerlo capovolto ai boia, unico segno possibile di tacita ma non sanzionabile protesta. Anche il vino a tavola ha le sue regole. Ad esempio, mai versarlo “alla traditora”, ossia impugnando la bottiglia da sotto, nel palmo della mano rivolto verso l’alto: sarebbe un retaggio dei tempi in cui avversari e nemici si eliminavano facendo cadere nel calice veleni contenuti negli anelli che, capovolgendosi, liberavano nel bicchiere il loro letale contenuto. Se invece il vino lo si rovescia accidentalmente, ci si scuserà con la padrona di casa, che per spirito di cortesia ovviamente dovrà minimizzare l’accaduto. Assolutamente da evitare il ridicolo rito di intingere il dito nella macchia e picchiettarlo poi dietro l’orecchio per evitare sfortune: non è certo come profumarsi con qualche goccia di Chanel N° 5, per quanto di qualità possano essere le bollicine.

Qui sopra e sotto ai titoli L’abito non fa il monaco, A prescindere dall’eleganza degli indumenti, le coppie ritratte in queste immagini sembrano proprio ignorare l’abc della buona educazione. A parte la postura, con i gomiti sul tavolo, anche l’uso del telefono è segno di evidente malacreanza.

A fianco Terence Hill e Bud Spencer nella memorabile scena de pranzo al ristorante nel film …continuavano a chiamarlo Trinità (1971).

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* In Francia si usa per esempio la formula “Bonne dégustation!”: un modo raffinato per non incappare nell’errore.


Mercanti vivaci e intraprendenti, gli Etruschi barattavano l’Orvieto fin sulle coste delle isole greche

lE TERRE DEl VINO

I VINI DELL’UMBRIA (2 parte) fra storia, cultura e (buon) mestiere

di Nino D’Antonio

Questo saggio, come quelli che seguiranno nei prossimi numeri, è stato scritto per Bassano News dal grande giornalista napoletano, scomparso all’inizio dell’anno. È per noi un dovere morale pubblicarlo ricordando, anche in questo modo, un amico prezioso e un collaboratore di altissimo livello.

a

La regione esalta al tempo stesso lo stretto rapporto tra vitigno e territorio, nonché quei valori di sapiente manualità che hanno costruito da sempre la fortuna della sua produzione vinicola.

> Segue dal numero precedente

Vigneti di Torgiano Rosso Doc. La zona di produzione, nell’omonimo comune in provincia di Perugia, si estende su un territorio collinare con altezze comprese fra i 180 e i 300 metri sul livello del mare. Sotto Una prestigiosa bottiglia di Torgiano Rosso Riserva, vigna Monticchio Rubesco della Cantina Lungarotti.

Torniamo ora all’identità del Sagrantino. È un Passito da uve a bacca rossa, il che lo differenzia all’origine dalla quasi totalità di quelli a bacca bianca. Poi c’è il territorio. O meglio quella terra piuttosto argillosa, che favorisce il drenaggio dell’acqua durante le forti piogge. E ancora: le fasi di appassimento (c’è una geografia di criteri e di tecniche in merito, dal Friuli alla Sicilia), fino al lungo riposo nelle barriques, per quello scambio di ossigeno fra legno e vino, che favorisce la presenza di quegli aromi speziati e di quel profumo che richiama le more di rovo. Alle tipologie del Sagrantino si affianca il Montefalco Rosso e il Bianco Colli Martani Grechetto, entrambi Doc. Due vini sicura espressione del territorio, anche

P.g.c. Enogastronomia Baggio, Bassano.

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se il Montefalco nasce da un uvaggio di Sagrantino e Sangiovese, quest’ultimo da sempre diffuso nei vigneti umbri. Un’indiscussa popolarità e direi anche una frequentazione sentimentale - è legata, invece, all’Orvieto Bianco. Un vino mortificato per anni da una produzione massiccia e approssimata, che ha saputo non solo uscire da queste secche, ma ritagliarsi un posto di tutto rispetto nel panorama dei nostri vini di più largo consumo. L’Orvieto ha alle spalle secoli di storia. A partire dall’insediamento etrusco e dal paziente lavoro di scavo per ricavare le prime cantine, nel cuore della rupe tufacea. Tre profonde fosse, a precipizio. La prima per pigiare l’uva, la seconda per accogliere il mosto attraverso apposite condotte di

coccio, e l’ultima per la conservazione e l’affinamento del vino. Che si produceva in notevole quantità, se gli Etruschi, vivaci mercanti, barattavano l’Orvieto fin sulle coste delle isole greche. Ma le stagioni che vedranno il vino al centro dell’economia del territorio sono ancora da venire. Dopo l’assedio di Enrico IV, il Comune concede l’esenzione dalle tasse per chi impianta vigneti sulle colline dell’orvietano, e la Carta del Popolo prevede severe punizioni per chi danneggia le viti altrui. E ancora: sulla fine del Duecento, viene istituita addirittura la figura dei Custodi delle Vigne, a tutela degli impianti. Siamo di fronte a interventi che se da un lato testimoniano quale peso abbia avuto il vigneto nella storia di Orvieto, dall’altro favoriscono una produzione spesso fuori controllo, che ha finito poi per incidere a lungo sui futuri destini del vino. E questo a onta dei tanti riconoscimenti che pure sono stati tributati all’Orvieto. A cominciare dai papi, di volta in volta ospiti della città. Da Paolo III a Gregorio XVI, il quale volle che il suo corpo fosse lavato con l’Orvieto prima della sepoltura. Così non è solo il prestigio e la notorietà ad accompagnare le fortune di questo vino. L’Orvieto ha goduto da sempre di una sicura quotazione di mercato, come provano i contratti per gli affreschi della cattedrale, a opera di Luca Signorelli. Il compenso è integrato da ben


dodici some (mille litri) di Orvieto. Ma che gusto aveva allora l’Orvieto? Era un vino abboccato, quasi dolce, una caratteristica dovuta alla bassa temperatura delle grotte, nelle quali veniva conservato. E tale è rimasto fino alla metà dell’Ottocento, quando si comincia a produrre un Orvieto Secco. La scelta è legata anche alla necessità di utilizzare al meglio quelle uve che - prive di una buona esposizione - presentavano un notevole grado di acidità. È un vino che “viene a Roma per schiene di muli e per some”, in un’epoca in cui i vini erano distinti soltanto in cotti e crudi, bianchi e rossi. Spiccano già da allora la Malvasia, fra Amelia, Narni e Terni; mentre la Vernaccia e il Trebbiano hanno dimora fra Todi e Sangemini. A contestare il primato dell’Orvieto sul territorio, è la larga presenza di vini toscani, tenuti in particolare riguardo, anche se allora non sempre meritevoli della loro fama. Eppure, anche se tra mille approssimazioni e senza troppe pretese, la Cantina Sociale di Orvieto attiva fin dal ’49 riusciva a trasformare in media trentamila quintali di vino. Di qui la considerazione di Guido Piovene che nel suo “Viaggio in Italia” non esiterà a scrivere che la città ha una sola e vera “industria importante, l’industria vinicola Bigi”, allora nell’ex convento di Santa Trinità, ricco di un labirinto di cantine. Ma l’Orvieto, già alla fine dell’Ottocento, si era ritagliato uno spicco di notorietà oltre la cerchia dei consumatori di “fogliette” e delle osterie disseminate lungo la via per Roma. Pellegrino Artusi nel suo manuale lo cita come “vino da pasteggiare più confacente agli stomachi deboli… ottimo per la piacevolezza al gusto, perché molto digeribile”. Poi verrà la stagione che vede le vecchie viti maritate cedere il posto a vigneti specializzati, e le prime botti di rovere fare il loro

lE TERRE DEl VINO

ingresso nelle cantine. Ancora una volta i Colli di Orvieto sono fra le aree più avanzate, grazie anche al riscontro dei loro vini sui vari mercati. Il nuovo Orvieto ha ricevuto intanto la sua consacrazione a Firenze e a Roma, nel 1860. È un banco di prova senza appello, ma la versione Secco lo supera a pieni voti. E oggi? Due le tipologie più accreditate. L’Orvieto Classico e quello Superiore. Il primo, a base di Grechetto, antico vitigno umbro, e di Procanico, un clone del Trebbiano toscano. Il secondo aggiunge al Grechetto uve di Canaiolo Bianco, Verdello (presente in minima parte anche nel Classico) e Trebbiano. E passiamo al Torgiano Rosso, che ha ottenuto per primo in Umbria la Doc nel ’68, e poi la Docg nel ’90. Un vino che, assieme al Sagrantino di Montefalco e all’Orvieto Superiore, costituisce quel trittico, che ha portato il territorio a non avere più confini. La vicenda del Torgiano è strettamente legata alla storia della famiglia Lungarotti, meritevole anche di aver creato il primo Museo del Vino, su modello di quelli esistenti in Borgogna. A Giorgio Lungarotti va riconosciuto il merito di aver convinto, nel corso degli anni, i vignaioli a rinunciare alle viti alte, a vantaggio d’impianti bassi, più agevoli per le operazioni di potatura, ma soprattutto in grado di dare uve più zuccherine. Il nome del vino è fra storia e leggenda. Torgiano (Torre di Giano) richiamerebbe il

A fianco Le volte della cappella di San Brizio, nel duomo di Orvieto, con gli affreschi delle Storie degli ultimi giorni. Il ciclo, al quale in precedenza avevano lavorato il Beato Angelico e Benozzo Gozzoli, venne completato da Luca Signorelli. Il compenso di quest’ultimo, come risulta dalle carte contrattuali, prevedeva che al pittore toscano venissero assegnati anche mille litri di Orvieto (a testimonianza della fama che godeva già nel XV secolo questo vino).

biblico Noè, fermatosi sulle rive del Tevere, dopo il diluvio. Ma non è il solo riferimento alla vocazione del territorio a far vino. Lo stemma comunale raffigura accanto alla torre grappoli d’uva. Nel ’71, per la prima volta, il Torgiano è stato presentato al Vinitaly. Un evento, per l’Umbria di quegli anni. Basti pensare che l’antica pasticceria Sandri, nel cuore di Perugia fin dal 1861, aveva sempre incluso nelle sue confezioni natalizie solo dolci, liquori esteri e champagne. Bisognerà aspettare gli anni Novanta perché il Torgiano trovi posto per la prima volta insieme al Sagrantino e all’Orvieto. L’uvaggio del Torgiano Rosso Riserva (tre anni d’invecchiamento di cui sei mesi in bottiglia) è a base di Sangiovese, Canaiolo e Trebbiano, ma la sua affermazione è tutta nel sapiente dosaggio di queste componenti, nel rigoroso processo di vinificazione e in un’attenta e paziente fase di affinamento. È un vino complesso che deve - come sempre - il suo successo alla perizia e al tempo. Tredici le Doc, fra le quali fanno spicco quella dei Colli Perugini, di Todi, dei Colli Martani e di Assisi. Varie le tipologie che hanno per i Bianchi come base il Trebbiano e il Grechetto, e per i Rossi e i Rosati il Sangiovese e il Merlot. L’Umbria finisce così per esaltare al tempo stesso lo stretto rapporto tra vitigno e territorio, nonché quei valori di sapiente manualità, che hanno costruito da sempre la fortuna dei suoi vini.

Sopra Secondo la tradizione, prima di lasciare il porto di Talamone dove aveva fatto scalo con i Mille, Garibaldi brindò alla vittoria con un calice di Orvieto. Un vino davvero speciale anche per Gabriele D’Annunzio, che lo definì “Sole d’Italia in bottiglia”. Sotto Un grappolo d’uva di Torgiano Rosso.

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Amatissimo, è rappresentato in molte chiese del territorio

SAN ROCCO IL TAUMATURGO

DE’ SANTI

di Maria Luisa Parolin

L’icona più classica e ricorrente lo raffigura in piedi, accompagnato dal cane, mentre con una mano regge il bastone e con l’altra alza la tunica stretta in vita, indicando il bubbone della peste sulla coscia.

1470-’80 Scultore veneziano

1480 Giovanni Buonconsiglio

Sopra, da sinistra verso destra Scultore veneziano, San Rocco, particolare dal polittico di San Luca, scultura lignea dorata, 1470-’80. Verona, Museo di Castelvecchio. Giovanni Buonconsiglio, San Rocco, particolare dalla pala dei Santi Sebastiano, Lorenzo e Rocco, olio su tela, 1480. Venezia, chiesa di San Giacomo dell’Orio. Bartolomeo Montagna, San Rocco, particolare dalla pala Madonna in trono tra i santi Sebastiano e Rocco, tempera su tavola, 1487. Carrara, Accademia di Belle Arti. Freschista di area veneta, San Rocco, particolare dal trittico della Crocifissione con San Rocco e San Sebastiano, 1500 circa. Vicenza, oratorio di San Rocco. Tiziano Vecellio, San Rocco, particolare dalla pala della Madonna in trono tra i santi Antonio da Padova e Rocco, olio su tela, 1511. Madrid, Museo del Prado. Gerolamo dal Ponte, San Rocco, particolare dalla pala di San Sebastiano e San Rocco ai piedi della Vergine, olio su tela, 1590. Bassano, Museo Civico.

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1487 Bartolomeo Montagna

San Rocco (Montpellier 1293 c. - 1327) è stato uno dei santi più amati di tutta la storia della Cristianità. Le fonti agiografiche c’informano che egli peregrinò lungamente dedicandosi alla cura degli appestati. Il culto si diffuse straordinariamente nell’Italia del Nord. Poche sono le notizie certe su di lui. Si sa che nacque da una nobile famiglia. Rimasto orfano ventenne, donò i suoi beni ai poveri e intraprese la vita del pellegrino con il desiderio di raggiungere Roma, centro della Cristianità. Al ritorno si fermò in diverse regioni per assistere gli appestati, guadagnandosi la fama di taumaturgo. Egli stesso, ammalatosi, si ritirò in un bosco, dove venne curato da un angelo mentre un cane gli procurava il pane. Guarito tornò in Francia, dove fu arrestato e imprigionato. Morì in carcere. Numerosi artisti, anche poco noti, lo ritrassero negli ex-voto delle chiese più sperdute.

1500 Freschista veneto

1511 Tiziano Vecellio

In Italia la vasta iconografia di San Rocco copre l’intero territorio nazionale. In area veneta, con epicentro a Venezia, è stato celebrato da artisti quali Vittore Carpaccio e Tintoretto. Ma anche da Bartolomeo Vivarini, Cima da Conegliano, Jacopo dal Ponte, il Veronese, i Remondini, per citarne solo alcuni. Tiepolo gli dedicò ben quattro tele. E Palladio la Basilica del Redentore alla Giudecca. Su San Rocco si trovano opere pittoriche, illustrazioni, disegni, sculture, affreschi, ecc. L’icona più classica e ricorrente lo raffigura in piedi, accompagnato dal cane, mentre con una mano regge il bastone e con l’altra alza la tunica stretta in vita, indicando il bubbone della peste sulla coscia. Il vasto patrimonio di immagini e opere che lo riguardano ha reso la scelta iconografica quasi una sfida. Ne riportiamo una selezione minima, operata più sulla base di una scelta affettiva del soggetto,

1590 Gerolamo dal Ponte

che sulle caratteristiche stilistiche. A Venezia è Tintoretto a legare il suo nome al santo di Montpellier, dipingendo il grande telero nel soffitto della Scuola Grande di San Rocco e un ciclo pittorico. Nel 1549 il pittore dipinse per la stessa chiesa il famoso dipinto raffigurante il santo che risana gli appestati. Nel 1485 sorse a Vicenza la chiesa di San Rocco, dopo che proprio in quel borgo si erano verificati casi di peste. Il santo è rappresentato tre volte: in un dipinto d’altare, in una statua policroma all’interno di una piccola edicola cinquecentesca e ad affresco nel trittico della Crocefissione. Nel santuario di Monte Berico si trova una scultura di Orazio Marinali. Nel primo ventennio del Cinquecento fu edificato a Padova l’oratorio di San Rocco: le pareti interne sono affrescate con scene della vita del santo. Fra gli artisti che lavorarono in


GlI ATTRIBuTI ICONOGRAfICI DI SAN ROCCO Il bastone (o bordone) simbolo universale di pellegrinaggio, rappresenta il sostegno di Dio nel cammino: un appoggio utile anche per raccogliere frutti dagli alberi, cacciare animali, trasportare pesi, aprirsi varchi e difendersi. la conchiglia simbolo del pellegrinaggio a Santiago de Compostela e della perseveranza nella fede.

la bisaccia custodisce l’acqua e simboleggia la sete di Dio. Il bubbone simbolo della carità cristiana, è l’attributo primario di San Rocco, che contrae la peste presso Piacenza.

Qui sopra: Intagliatore ignoto, Cassettina per le elemosine, con i santi Antonio da Padova e San Rocco, secolo XVIII. Collezione privata.

quel contesto figurano alcuni protagonisti della pittura padovana del tempo, fra i quali Stefano dall’Arzere. Verso la metà del secolo XVII anche a Bassano, in prato Santa Caterina, venne eretto un piccolo edificio di culto, sulla cui facciata fu dipinto un Crocifisso affiancato dall’immagine del santo. Un luogo di pellegrinaggio, dove i fedeli pregavano in memoria di quanti erano morti di peste. Grazie alle offerte fu possibile erigere un capitello, dove venne scritto “Jesu Christe fili Dei vivi Miserere nobis: sante Rocche Ora pro nobis. MDCXXXI”. Nel XV secolo, sempre in terra bassanese, furono soprattutto i Dal Ponte a coniugare l’arte con la religiosità. Al Museo Civico si trovano infatti tre tele dedicate a San Rocco, dipinte da Jacopo

e Girolamo dal Ponte, oltre alle xilografie di Nicoletto da Modena e alle incisioni remondiniane. Ma è soprattutto nelle chiese attorno a Bassano che s’incontra l’immagine di San Rocco, segno di grande religiosità e devozione popolare. In Borgo Panica a Marostica, per esempio, fin dal 1410 è documentata l’esistenza di una cappella dedicata al santo taumaturgo. Nella parrocchiale di Campese il santo è stato scolpito da Giambattista Fusaro: uno dei rari esempi di artigianato povese, finalizzato a scongiurare l’epidemia di colera del 1836. In una nicchia della chiesa di Campolongo è collocata una dolcissima statua lignea secentesca con San Rocco e il cane al suo fianco. A Oliero, nella chiesa del Santo Spirito, si trova la pala

Il cane segno della Provvidenza Divina che soccorre nelle condizioni di bisogno estremo, è simbolo di fedeltà alla chiamata di Dio.

della Madonna Assunta tra i santi Rocco e Sebastiano di Jacopo Bassano. La mappatura iconografica del santo potrebbe continuare a Valstagna, Primolano, Enego, fino a giungere sull’Altopiano dei Sette Comuni. Omaggiato dagli artisti che lo hanno rappresentato con tutto il fervore possibile, San Rocco è stato anche interpretato in stili differenti, con variegate ispirazioni. L’arte sacra ha trovato in lui un’espressione di eccezionale potenza, raggiungendo livelli di alto valore estetico e religioso.

Qui sopra Maria Luisa Parolin, San Rocco, elaborazione grafica, 2021.

Quando vi mettete in viaggio, prendete un bastone e nient’altro; né borsa, né soldi in tasca. Marco 6,8

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Avviato all’inizio del 2015, si è felicemente chiuso a giugno il cantiere di riuso e riqualificazione di Villa Angaran San Giuseppe…

INIzIATIVE

Ma che cittadinanza ha Palladio?

di Tommaso Zorzi

Per festeggiare il termine dei lavori, i responsabili del complesso monumentale e l’ampia rete di associazioni e di imprese che collaborano con esso hanno organizzato una fitta rassegna di eventi: è giunto il momento del People first park.

Da padovano a vicentino, perfino americano… Possiamo dire con certezza che, in questo 2021, il grande architetto è diventato pure bassanese al 100%! Un ponte restaurato, una mostra dedicata e la Villa realizzata dal suo desolato figlio (Silla) che si apre alla città. Tutto nell’estate 2021. E se su ponte e su mostra tantissimo si è scritto, forse pochi sanno che quest’estate terminano anche i lavori di un altro monumento bassanese sito lungo la Brenta: quella Villa voluta da Giacomo Angaran presso l’antica contrà delle Carubine nel 1588, poi diventata la Casa per Esercizi spirituali “San Giuseppe” e oggi polo di inclusione socio-culturale gestito dal consorzio Rete Pictor. Nel grande edificio è stato infatti

In alto, nel tondo Ritratto di Andrea Palladio, incisione, 1825. Dal Dizionario storico universale di George Crabb. Londra, Baldwin, Cradock and Joy.

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avviato a inizio 2015 un cantiere di riuso e di riqualificazione, procedendo per fasi costruttive fino al giugno di quest’anno. Per festeggiare la chiusura dei lavori, i responsabili del complesso monumentale e l’ampia rete di associazioni e imprese che collaborano con loro hanno organizzato una fitta rassegna di eventi denominata People first park, che da giugno a settembre prevede oltre 100 appuntamenti nel grande parco della Villa. Il People first park è creato con le persone per le persone e ha come unico filo conduttore il valore e la bellezza della diversità. Il People first park si sviluppa attorno a 4 differenti tematiche: • Scopri: sono gli eventi culturali in cui si presentano novità o si narrano opere creative del passato. Scopri ci farà incontrare scrittori (con la rassegna “Metope”), ascoltare alcune tra le pagine più intense della letteratura (“Walkabout”), riscoprire dischi e album musicali appassionanti (“Las Flaviadas”) e affrontare temi attuali e complessi in conferenze e dibattiti (in particolare con la conferenza “People first in architecture” del 28 luglio). • Ascolta: sono i concerti di musica dal vivo, con piccole rassegne locali (“Maybe”, “Denshi”, “Angaround”) fino ai grandi nomi del panorama indipendente italiano, con “Uglydogs live in the park” o il “Lumen festival boutique”. • Gusta: sono le degustazioni guidate, a partire dagli eventi

legati alle nuove Birre di Villa Angaran San Giuseppe (nelle tre domeniche di giugno), fino alle esplorazioni della cucina orientale (“Bluish”). • Gioca: è il mondo dell’infanzia, con un festival dedicato ad agosto (in collaborazione con Ullallà teatro), diversi laboratori domenicali del progetto FeliceMente Fuori, e gli spettacoli di circo contemporaneo. Gli ospiti saranno davvero moltissimi e variegati: gli appassionati di storia potranno scoprire le spie vicentine del ’500 all’incontro con Andrea Savio e Mattea Gazzola; gli amanti della musica italiana non devono perdere la serata dedicata a Franco Battiato (il 22 settembre); i nostalgici del rock potranno ascoltare dal vivo Omar Pedrini (ex Timoria) o Gian Maria Accusani (ex Prozac+); per chi ha voglia di divertirsi riflettendo, le risate non mancheranno con Makkox e Pennacchi; bambine e bambini (ma non solo) sono certamente benvenuti al nuovo spettacolo creato in villa dal Circo Patuf, quest’anno dedicato alle paure! Insomma c’è davvero tanto! Per scoprire il calendario completo e tutti gli ospiti, esplora il People first park al sito www.villangaransangiuseppe.it o fatti raccontare gli appuntamenti sorseggiando un caffè o un aperitivo fresco nel giardino estivo Todomodo, che ha riaperto a giugno con tutta la sua offerta completa nel parco storico di Villa Angaran San Giuseppe.


Al Liceo Brocchi ha creato lo Sportello di ascolto per studenti…

SILVANO BORDIGNON Filosofia di vita o vita da filosofo?

PERSONAGGI

di Andrea Minchio

Vulcanico, intraprendente e carismatico, attraverso il suo impegno socio-professionale ha contribuito alla crescita culturale e civica di Rosà e di tutto il nostro territorio.

Molti bassanesi conoscono Silvano Bordignon, rosatese doc, per il suo impegno nella scuola, nell’attività giornalistica e nella divulgazione culturale. Il suo ricchissimo curricolo ci racconta tuttavia molto di più. Partiamo, per comodità, con la laurea in Filosofia, a Padova, conseguita il 5 febbraio 1974. L’oggetto del suo lavoro? Etica e Psicoanalisi, praticamente già un programma per il futuro. Da buon veneto il nostro Silvano ho poi svolto il servizio militare fra gli Alpini, per sposarsi qualche tempo dopo con Caterina Edi Bizzotto: una compagna preziosa e un matrimonio felice, il loro, dal quale sono nati tre figli. “Hanno fatto tutti carriera: Greta è medico all’Ospedale di Padova, Stefano, cardiologo a Francoforte, e Francesco, psicologo formatore nonché giornalista a Madrid”. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Veneto dal 1988 e a quello degli Psicologi dal 1993, nel 1994 Silvano Bordignon ha terminato un Master pluriennale all’Istituto superiore di formazione familiare e sessuologica di Firenze. Ancora da studente universitario, tuttavia, ha lavorato come educatore di adolescenti disabili nelle scuole professionali di Treviso, Fagarè e Lancenigo. “Scuole dove ho potuto anche insegnare Psicologia ai grafici pubblicitari e agli arredatori”. Un’altra esperienza importante è stata quella di docente alle scuole serali di Bassano per gli studenti delle 150 ore (dal 1975 al 1979). “Proprio in quel contesto è maturata una forte passione, con l’amico prof. Roberto Zonta, per l’educazione degli adulti. Non a caso da quell’avventura è nato l’attuale Centro di Educazione Permanente, noto come Cep”. Dal 1976 al 1982 Silvano Bordignon ha insegnato Filosofia e Scienze Umane all’Istituto Sacro Cuore. Già nel ’79, però, era docente di Storia e Filosofia pure al Liceo Corradini di Thiene.

“Nel 1980 sono stato chiamato al Liceo Brocchi dal preside Tranquillo Bertamini per dar vita al corso sociopsicopedagogico. E mi sono fermato in quello straordinario contesto formativo per la bellezza di trentun anni, cioè fino al 2012. Al Brocchi ho potuto vivere un’altra componente della mia personalità: l’ascolto. Fin dai primi anni ’90, con l’avallo della preside Gianna Miola, ho tenuto lo Sportello di ascolto per gli studenti, funzione allora non presente nelle scuole italiane. Così, in oltre vent’anni, ho avuto la chance di ascoltare e conoscere le ansie psicologiche e umane di centinaia di giovani: un rilevante termometro della nostra gioventù e, conseguentemente, della nostra società”. Fin dagli anni universitari Silvano Bordignon ha coltivato una forte passione civile, “da vivere nella mia comunità”. Per oltre mezzo secolo, a partire dal 1970, è stato componente del Comitato della Biblioteca Civica di Rosà, incarico che ricopre tuttora. Negli anni Ottanta ha dato vita a comitati in difesa del territorio contro le cave e le concerie. “Consigliere comunale di minoranza come indipendente del Partito Repubblicano, nel 1987 ho contributo a organizzare un partecipatissimo referendum comunale proprio contro le cave”. Lasciata la politica attiva, ha però mantenuto il suo impegno civile come corrispondente de Il Gazzettino: “Per trent’anni ho auscultato il cuore della mia comunità traducendone i battiti, come in un elettrocardiogramma, in diecimila articoli: uno specchio della realtà locale”. Collaboratore del Corriere della sera Veneto dal 2015, Silvano Bordignon è stato a lungo coinvolto nella formazione delle coppie nei corsi prematrimoniali parrocchiali e non, nella provincia di Vicenza. Ma anche in un’altra grande straordinaria esperienza: quella dell’ascolto di coppie e

persone adulte in sofferenza: “una attività che continuo a svolgere in forma di volontariato presso la Casa Mamre di Bassano”. Nel 1995 ha dato vita, assieme ad altre persone, all’Università de La Rosa, che dirige da 25 anni, contattando i relatori e programmando gli interventi. Al 2002 risale invece la fondazione del Circolo Giovani Laureati rosatesi, con l’obiettivo di favorirne l’incontro con la realtà locale. “Ogni anno pubblico un Quaderno dei Giovani Laureati, con tanto di abstract e curriculum. Ne ho già dati alle stampe una ventina, mettendo in rete quasi quattrocento ragazzi e organizzando incontri con imprenditori e altre realtà del mio paese”. Nel 2012 Silvano “l’inarrestabile” ha istituito un corso di Filosofia per adulti, denominato Aperitivo con i filosofi. “Ci si ritrova al lunedì, alle 18.30, si parla di filosofia e si finisce alle 20 con un calice di prosecco. Un’esperienza straordinaria che coinvolge una classe di studenti, dai 20 ai 30 anni: lavoratori, impiegati, mamme, professionisti, qualche giovane… Ho iniziato con i temi classici della filosofia: l’etica, il bene, il bello, la libertà, la conoscenza, l’amore, la logica. Poi ho effettuato una ricognizione storica della filosofia, presentando alcuni grandi filosofi. Tornato ai temi della psicoanalisi e della sociologia moderna, ho negli ultimi anni proposto la filosofia come testimonianza, cioè come la vivono alcuni professionisti della Filosofia del nostro territorio”. Non bisogna infine dimenticare che il prof. Bordignon ha pure dato alle stampe diversi libri, e tutti fortunati: I loro titoli? Una piccola storia di Rosà, Un Villaggio per la Cittadinanza, Pedalo dunque sono, La Bici Felice. Quanti ritengono impossibile una cosa non dovrebbero disturbare chi la sta facendo: l’ha detto Einstein. O è stato forse Silvano Bordignon?

Silvano Bordignon.

Sopra, dall’alto verso il basso Silvano Bordignon con i ragazzi del direttivo del Circolo Giovani Laureati rosatesi alla H-Farm di Roncade (TV) e, durante un Aperitivo con i filosofi, assieme al prof. Ivan Arsego.

Sotto, da sinistra verso destra Immanuel Kant ed Edmund Husserl.

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“SONO DuE I fIlOSOfI ChE AMO MAGGIORMENTE ECCO PERChÉ Il primo è Immanuel Kant, per la sua etica della libertà e per la posizione di un Dio postulato. Il secondo è Edmund Husserl, per la sua sospensione del giudizio e l’apertura verso l'altro. Entrambi mi sostengono nella relazione di aiuto con persone e coppie in sofferenza”.


Nel 1939 il meccanico vicentino Tullio Campagnolo concepì un rivoluzionario cambio ad aste

SCOPERTE

LA BICICLETTA E IL GENIO

di Antonio Calzolato

Schemi tecnici a cura di Cinzia Calzolato

Già corridore su pista, Antonio Calzolato ha praticato il ciclismo in gioventù contribuendo, come velocista nella Categoria dilettanti del Veloce Club Bassano, alla conquista nel 1955 del Campionato Italiano Specialità Olimpiche per Società. Con questo saggio - tecnico e divulgativo allo stesso tempo - descrive un congegno meccanico che egli considera un vero “frutto cerebrale”.

passi attraverso un dispositivo che svolge due funzioni: mantenerla in tensione e, su comando, spostarla da un pignone all’altro. Grazie alla genialità di un meccanico-corridore ciclista, il vicentino Tullio Campagnolo, è divenuto possibile cambiare rapporto senza alcun dispositivo meccanico aggiunto, agendo semplicemente in funzione di una serie di movimenti pilotati dalla volontà del ciclista: gli unici supporti alla cambiata sono una “sequenza di azioni umane” e lo sfruttamento di una “forza della natura”. Premessa al cambio rapporti La bicicletta è un mezzo meccanico che permette il trasporto di persone e cose, anche senza l’ausilio di sistemi di potenza aggiunti; il moto avviene usando le gambe su pedali solidali a pedivelle e corona centrale dentata che - ruotando - trascina una catena. Questa, a sua volta, fa ruotare il pignone dentato oppure, se il mezzo è dotato di cambio rapporti, il pacco pignoni dentati, solidale alla ruota di spinta. Il dispositivo di cambio rapporti permette il dosaggio dello sforzo da applicare in funzione del carico e/o delle pendenze da superare; tale dispositivo, indispensabile per chi pratica il ciclismo, può essere utile a chiunque.

Qui sopra Una bicicletta da strada del 1950, apparentemente senza cambio rapporti. In realtà è dotata di un cambio rapporti “procedura Campagnolo”. In alto, da sinistra Cambio Vittoria Margherita anni 1935-’40. Cambio Campagnolo anni 1939-’51. Cambio rapporti anni 1952-oggi. Qui sotto Antonio Calzolato, autore di questo saggio tecnico, nel giardino di casa.

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Dagli inizi del secolo scorso e fino agli anni Cinquanta ci furono vari tentativi di soluzione per il cambio rapporti. La versione universalmente adottata prevede che la catena

Il 17 ottobre 2019 la Asd Velodromo “Rino Mercante” chiudeva la stagione sportiva in pista ospitando l’ultima di una serie di competizioni dedicate alle categorie amatoriali. A conclusione delle prove, prima delle premiazioni, il sottoscritto ha compiuto un giro di pista con una bicicletta degli anni Quaranta fornita di cambio rapporti ad aste Campagnolo. L’apparizione ha destato curiosità, in particolare per il sistema di cambio rapporti a tutti sconosciuto. Riflettendo in seguito su tale curiosità ho pensato che un’opera simile, realizzata per giunta da un nostro conterraneo divenuto famoso nel mondo, non dovesse finire nel dimenticatoio. E, anzi, che fosse corretto rendere giustizia al suo creatore illustrando la procedura da lui ideata per ottenere i cambi di rapporto. Nell’ambito delle soluzioni tecniche per biciclette, Tullio Campagnolo fece la sua prima apparizione nel 1930, realizzando un dispositivo

di blocco/sblocco rapido delle ruote, composto da un tirante coassiale all’asse ruota e da una leva di comando a eccentrico. Iniziò allora un periodo di sperimentazione sui vari metodi per cambiare il rapporto tra “un giro di pedali” e la distanza percorsa. Fra tutti si affermò il dispositivo di cambio rapporto composto da un pacco pignoni da applicare alla ruota di spinta (posteriore) e un complesso meccanico da applicare al telaio della bicicletta con la duplice funzione di mantenere in tensione la catena e di agire per ingaggiarla al pignone prescelto. Nel 1939 Campagnolo concepì infatti una soluzione rivoluzionaria, escogitando una semplice procedura per cambiare rapporto. A tal fine realizzò per la ruota posteriore i seguenti congegni: - una seconda leva per deragliare la catena, posta a lato della leva di blocco/sblocco ruota (entrambe situate lungo il fodero verticale destro del telaio); - una coppia di forcelle aventi una feritoia allungata con il bordo superiore foggiato a cremagliera, che andavano fissate nei foderi posteriori del telaio, con la feritoia inclinata di 19° rispetto alla linea dell’orizzonte (pendenza del 35%), verso il basso e l’apertura rivolta verso la pedaliera; - il mozzo della ruota posteriore, avente i terminali calettati dello stesso modulo delle cremagliere e la sede filettata per ospitare il paccopignoni di dimensioni tali da supportare cinque rapporti.


SCOPERTE 13

19°

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Quote espresse in mm

Pignone piccolo, il telaio scende Pignone grande, il telaio sale

La procedura per ottenere il cambio del rapporto 1a fase: a pedali fermi, svincolare la ruota posteriore, ruotando la leva destra di 90°; 2a fase: contropedalando per circa mezzo giro, spostare la catena sul pignone prescelto; 3a fase: a pedali fermi, applicare una leggera pressione trasversale sulla catena mentre si vincola la ruota. Tale procedura prevede che la massa uomo + bici sia in movimento, condizione che dà garanzia di equilibrio, mentre l’esecuzione della cambiata richiede appena 2/3 secondi. Per quanto riguarda l’agibilità di manovra ricordo che, appassionato ciclista dilettante, iniziai non ancora diciassettenne a usare senza alcuna difficoltà una bicicletta con cambio Campagnolo ad aste, fruendone con orgoglio per oltre cinque decenni.

Le forze in gioco Si può concludere che Campagnolo ha utilizzato la ruota posteriore per due distinte funzioni: - quando la ruota è vincolata al telaio è un tutt’uno con la massa

bicicletta + atleta, costituendo il punto di contatto tra la “massa” e il “sostegno” (il suolo terrestre); - quando la ruota è svincolata dal telaio essa rappresenta, in senso figurato, il “terreno”; pertanto è l’asse della ruota che diventa il punto di sostegno, mentre il punto di contatto della massa è costituito dal bordo obliquo della forcella a cremagliera Questa seconda funzione permette di spostare da un pignone all’altro la catena, che viene mantenuta in tensione dalla forza di gravità. Il tensionamento della catena determina la variazione di distanza tra il telaio e la ruota, che scorre lungo la feritoia della forcella, essendo la stessa fissata in modo inclinato. Quando la catena viene spostata sul pignone di maggior diametro, tira la ruota e il telaio si alza, mentre quando la catena viene spostata sul pignone di minor diametro, rilascia la ruota e il telaio si abbassa. Affermare che la ruota sale o scende durante il cambio pignone è frutto di una errata interpretazione poiché la ruota rimane sempre appoggiata al suolo. Lo spostamento di posizione tra telaio e ruota avviene con precisione grazie alle cremagliere che guidano gli scorrimenti longitudinali mantenendo la centratura tra i due componenti che, per pochi secondi, rimangono sbloccati, in quanto il percorso dell’asse ruota è obbligato e vincolato all’interno delle forcelle a cremagliera.

La peculiarità della “Procedura Campagnolo” sta nella semplicità di trasmissione del moto, da ruota dentata trainante (corona) a ruota dentata trainata (pignone), collegate da una catena chiusa ad anello, senza l’ausilio di alcun dispositivo. Un vecchio “lupo di mare” diceva che meno cose si mettono a bordo, meno cose si rompono! Dal punto di vista estetico si può inoltre affermare che una bicicletta predisposta per adottare una simile tipologia di cambio risulta anche bella, semplice e senza oggetti pendenti o trasbordanti. Non sappiamo se Campagnolo conoscesse gli studi di Galileo, certo è che seguendo analoghe intuizioni e utilizzando un piano inclinato e la forza di gravità, riuscì a ottenere la gratuita tensione della catena durante il cambio dei rapporti. Si può dunque affermare che il cambio Campagnolo ad aste non è un oggetto (un dispositivo meccanico) ma un frutto cerebrale (una procedura)!

Sopra, da sinistra verso destra Il posizionamento delle due forcelle prevede una pendenza di 19°, indispensabile per il tensionamento automatico della catena; l’ampiezza di scorrimento (di mm 39) permette l’utilizzo di una serie di diversi pignoni. La lunghezza della catena deve essere tale da permettere che l’asse ruota sfiori il fondo delle forcelle, con il pignone più piccolo, e arrivi all’imbocco delle stesse, con il pignone più grande. Gino Bartali, al Tour de France del 1948, affronta un’impegnativa salita agendo sul cambio ad aste Campagnolo.

A sinistra sul testo Il frutto del Genio: la forcella posteriore del telaio, “Brevetto Campagnolo”. Qui sotto Il telaio poggia sui due assi delle ruote vincolate, che a loro volta poggiano sul terreno in assetto di marcia (A). Il telaio poggia sull’asse della ruota anteriore vincolata e, con la superficie interna superiore delle forcelle, sull’asse della ruota posteriore svincolata durante il cambio rapporto (B1 e B2).

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È un problema diffuso. Ma esistono anche le soluzioni…

Cosa ci impedisce, spesso, di portare a termine con successo una dieta?

SAPERNE DI PIu’

Per non arrendersi presto e ottenere più facilmente i risultati sperati, vale certo la pena di considerare un integratore a base di ACIDI GRASSI A MEDIA CATENA (noto come MCT).

I buoni propositi personali fanno normalmente iniziare un qualunque percorso di dieta con molto slancio ed entusiasmo. Tali intenti sono spesso spinti da stati d’animo di rimorso, magari perché l’ago della

di Matteo Zonta

Servizio publiredazionale a cura di Matteo Zonta Naturopata, responsabile dell’omonima erboristeria

bilancia sale o più semplicemente, perché il medico ci ha consigliato di perdere peso… All’inizio della dieta siamo pieni di fiducia, convinti che sarà la volta buona e che otterremo i risultati sperati. Spesso però, dopo pochi giorni, siamo costretti a fare i conti con la realtà. Qualunque dieta adotteremo (normo-calorica, ipo-calorica, iper-proteica, semi digiuno…) saremo infatti costretti a subire un’importante riduzione dei livelli di energia, minando così le nostre buone intenzioni. Tale riduzione energetica è dovuta principalmente al fatto che il nostro principale carburante, il glucosio, viene a mancare. Così le cellule, soprattutto quelle del cervello, vanno incontro a una potenziale condizione di “panico”. Per sopperire, il nostro corpo attiva altre vie metaboliche, diverse da quelle del glucosio, per garantire i normali livelli d’energia.

L’Erboristeria Zonta ha attivato un servizio WhatsApp Business, con la possibilità di consultare e acquistare prodotti in promozione e offerta. Esegue inoltre consegne a domicilio! WhatsApp Business Cell. 347 8.333.073 MATTEO ZONTA Naturopata - Iridologo e-rboristeria zonta Viale Venezia, 71 Bassano del Grappa Tel. 0424 1945594 - 328 7711333 zontamatteo@libero.it

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Purtroppo questo fondamentale sistema d’emergenza, che permette di mantenere la nostra “macchina corpo umano” attiva ed efficiente, richiede tempi più o meno lunghi per essere attivata! Ma qual è questa alternativa energetica, diversa dagli zuccheri? Un “carburante” che viene prodotto dal fegato e che consiste nei cosiddetti corpi chetonici (acetoacetato, β-idrossibutirrato e acetone). In carenza di carboidrati, il substrato utilizzato dal fegato per produrre i corpi chetonici deriva dai grassi e più precisamente da acidi grassi. Generalmente con l’alimentazione assumiamo però solo acidi grassi a catena lunga, che hanno il “difetto” di essere poco solubili in acqua e di richiedere una via metabolica complessa e lunga: un processo digestivo attraverso gli acidi biliari e gli enzimi pancreatici, che permette l’assorbimento a livello del sistema linfatico intestinale e il passaggio successivo nel sangue, per raggiungere infine il fegato dove vengono metabolizzati. Nel caso specifico degli acidi grassi a media catena (MCT) non è invece necessario tale lungo processo digestivo, perché sono maggiormente solubili in acqua. Gli MCT passano direttamente nel sangue dall’intestino, bypassando il sistema linfatico e raggiungendo direttamente il fegato. Ne consegue che accelerano la produzione dei corpi chetonici, cioè del “nuovo carburante”. Gli studi evidenziano che l’uso di MCT aumenta i livelli di chetoni 18 volte di più, appena un’ora dopo averli ingeriti.

Gli MCT determinano una maggiore termogenesi e ossidazione dei grassi, con il conseguente incremento del metabolismo e una più rapida perdita di peso durante un regime dietetico. Inoltre danno un maggior senso di sazietà e aumentano i livelli di energia sia muscolare sia celebrale, donando così forza e chiarezza mentale, utili in tutte le condizioni di restrizione dietetica. Questi preziosi grassi sono utilissimi non solo per chi si è messo in dieta, ma anche quanti necessitano di un supplemento energetico. Pensiamo per esempio agli sportivi di endurance che, utilizzandoli prima e durante l’attività, risparmiano il preziosissimo glicogeno muscolare ed epatico con notevoli vantaggi sulle performance. Questi grassi forniscono una grande fonte di energia, alternativa agli zuccheri (carboidrati 4 Kcal per grammo / MCT 8,3 Kcal per grammo), senza avere un riflesso negativo sull’insulina. Ottimi, quindi, anche per quanti hanno problematiche metaboliche legate all’assunzione di carboidrati (come nel caso del diabete). Gli MCT producono un effetto energetico notevole pure a livello del cervello, con un’azione di protezione contro lo stress ossidativo, risultando molto interessanti in tutte le forme di declino cognitivo: Parkison, Alzheimer e SLA. In questi ultimi casi l’attività degli MCT conferisce nuova energia ai neuroni, che si degradano in tali malattie perché il sistema nervoso riduce la sua capacità di utilizzare il glucosio.

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Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. R www.museibassano.it

Az. ulSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 u.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

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L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINEllI Via del Cristo, 96 0424 523195 13/07-15/07 06/08-08/08 30/08-01/09 AllE DuE COlONNE Via Roma, 11 0424 522412 15/07-17/07 08/08-10/08 AllE GRAzIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 19/07-21/07 12/08-14/08 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 23/07-25/07 16/08-18/08 29/06-01/07 COMuNAlE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 05/07-07/07 29/07-31/07 22/08-24/08 COMuNAlE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 03/07-05/07 27/07-29/07 20/08-22/08 PIzzI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 11/07-13/07 04/08-06/08 28/08-30/08 POzzI Via Scalabrini, 102 0424 503649 07/07-09/07 31/07-02/08 24/08-26/08 RAuSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 21/07-23/07 14/08-16/08 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 01/07-03/07 25/07-27/07 18/08-20/08 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 17/07-19/07 10/08-12/08 XXV APRIlE Viale Asiago, 51 0424 251111 09/07-11/07 02/08-04/08 26/08-28/08

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Un piatto estivo, originale e molto gustoso…

PENNE INTEGRALI ALLA CORSARA

ARS CulINARIA

di Elisa Minchio

Ha il vantaggio di essere una pietanza decisamente salutare e, allo stesso tempo, ricca di sapori.

Sul titolo, nel tondo Un ritratto del corsaro inglese sir Henry Morgan (1635-1688). In alto a destra Il salgariano Corsaro Nero in un’incisione ottocentesca

Partiamo dai corsari… Chi erano i corsari? In molti - è cosa abbastanza nota li confondono con i pirati. E forse non si sbagliano. Anche perché, per quanto fossero in possesso di un lettera di corsa formalmente fornita dall’autorità di una nazione (l’Inghilterra in primis), non si differenziavano poi troppo dai fuorilegge del mare. A fronte della cessione allo stato di una parte dei guadagni, infatti, i corsari erano autorizzati ad assalire le navi mercantili di Paesi nemici. Erano insomma dei (pericolosi) mercenari, utili ad aumentare le entrate di una determinata nazione nei periodi di guerra. La storia e la letteratura ci hanno lasciato il ricordo di celebri

INGREDIENTI PER 4 PERSONE 400 g di penne integrali 4 cl di olio extravergine d’oliva 200 g di seppie 160 g di pomodori 460 g di vongole veraci 120 g di zucchine 1 spicchio d’aglio 1 dl di brodo di pesce prezzemolo sale, pepe cialda di grana per decorazione VINO CONSIGlIATO Sauvignon Zonta Area Doc Breganze

La ricetta è liberamente tratta dal libro Butta la pasta a cura di Marco Valletta. La fotografia è di Vip Comunication - Maurizio Parravicini © Pasta Zara - Editrice Artistica, 2006

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corsari. Nel primo caso viene subito alla mente il nome dell’inglese sir Henry Morgan (1635-1688) che, all’apice della “carriera”, fu addirittura nominato governatore della Giamaica. Emilio Salgari ci ha invece regalato le pagine avventurose del suo Corsaro Nero: l’ombroso conte di Ventimiglia che solcava il Mar dei Caraibi a bordo della velocissima Folgore.

… per passare alla ricetta Il piatto che proponiamo in questo numero prevede l’uso della pasta integrale. Una scelta doppiamente vincente poiché, grazie alla presenza della fibra, la pietanza risulta più salutare per il nostro organismo, rendendo allo stesso tempo molto più

saporito un intingolo a base di pesce e di frutti di mare. Si tratta dunque di un piatto concepito per abbinare una salsa tradizionale con una pasta dal gusto particolare.

Pochi passaggi e molta soddisfazione Tagliare a listarelle sottili le seppie e lavare con cura le vongole per eliminare eventuali residui. In una padella, con metà olio e aglio ben caldi, lasciare cuocere prima le seppie e poi le vongole, bagnando durante la cottura con il brodo bollente. Impreziosire con sale e pepe e cospargere con prezzemolo tritato. Tagliare a pezzettini le zucchine e i pomodori e trifolarli in padella con l’olio restante. Cucinare la pasta, scolarla bene e saltarla in padella con la salsa di frutti di mare. A fuoco vivo, aggiungere anche gli ortaggi trifolati e condire bene. Servire con guarnizioni a base di cialde di grana cotte al microonde.


Una scampagnata nella natura tra un’esplosione di verde

QUATTRO PASSI A MONTE CROCETTA

ANIMAlIA

di Francesca Coretti

Fotografie: Fulvio Bicego e Andrea Minchio

È uno splendido parco naturale, ricco di piante e fiori. Un luogo davvero magico, nel quale però l’inciviltà di alcuni maleducati frequentatori ha lasciato - e lascia - sgradevoli tracce.

Nel meraviglioso mondo in cui viviamo - e chi non è d’accordo, batta un colpo - tutto cresce. Crescono i cuccioli umani e animali, crescono, in spazio, le pubblicità su giornali e riviste che, altrimenti, dovrebbero chiudere, crescono i prezzi e così la gente compera sempre di meno, ma, soprattutto, crescono le piante di ogni genere. E questo l’ho visto con i miei occhi. È successo che abbiamo deciso di fare un servizio con tante foto sul Monte Crocetta. Siamo andati su in tre: l’uomo motore di tutto (Andrea Minchio), il fotografo (Fulvio Bicego),

che attualmente segue anche la crescita di tre cicognini a San Lazzaro e ama fotografare pure animali e insetti - e quindi mi è stato subito simpatico -, e io. È stata in sostanza una simpatica scampagnata in mezzo alla natura, tra un’esplosione di verde. Mancavo da qualche anno da questo sito e le novità sono cominciate subito. In sostanza, Monte Crocetta è diventato un vero e proprio bosco. Prima era verde, certo, ma non in questo modo incredibile, bellissimo, un riposo per gli occhi e per la mente. Seconda novità: allora, quando si arrivava al parcheggio, c’era

il comitato di accoglienza, nelle vesti, anzi, nei peli, del cane Arturo che festeggiava tutti senza distinzione di razza o di appartenenza, bipedi o quadrupedi che fossero. Lui era un cagnolino più piccolo di Oscar, animato da una smania: voleva vedere posti nuovi. Una volta l’ho incontrato sul Ponte Nuovo, ci siamo salutati e lui se n’è andato. Era chiaro che aveva uno scopo nella vita. Un’altra volta in piazzotto Montevecchio: stesso comportamento. Adesso, naturalmente, non c’è più e non è stato sostituito. Ma il cambiamento che più mi ha colpito, ripeto, è stata la

Lo scenario bassanese a levante del Col di Grado, noto ai più come Monte Crocetta. Sulla sinistra della grande croce metallica si distingue la chiesa della SS Trinità, mentre a destra si scorge gran parte della città. Sotto Una delle numerose cornacchie che sorvolano la sommità del colle (metri 160 s.l.m).

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A fianco La forma allungata, a schiena d’asino, del Monte Crocetta. Qui, il 6 novembre 1796, si appostarono a presidio di Bassano reparti austriaci per arrestare l’avanzata delle truppe napoleoniche provenienti da Nove.

Sotto Il panorama a meridione del colle: evidente la marcata industrializzazione della zona.

vegetazione: un bosco. Una volta la croce che gli dà il nome si vedeva da ovunque; adesso bisogna arrivare almeno a metà della salita perché spunti tra gli alberi. Quello che è rimasto invariato è il panorama di Bassano che si adagia come una coperta patchwork quando ci si affaccia dalla zona bar. E, grazie

Qui sopra La rigogliosa sommità del Monte Crocetta e, sullo sfondo, le colline di San Michele. Sotto, da sinistra verso destra I vandali non hanno risparmiato la base del monumento. Bottiglie di birra e altri rifiuti abbandonati presso un cestino (a un metro dalla croce).

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a un marchingegno del fotografo, strabiliante (per me), si vede anche la quantità di case costruite a nord e a sud della città, senza soluzione di continuità.

Sono un prodotto di anteguerra, motivo per cui ho cominciato a fare questo mestiere negli anni Sessanta, occupandomi di vari argomenti: moda maschile, femminile, interviste a personaggi noti provvisti di almeno un cane. Il record l’ha battuto la bassanese Paola Cadore che ne aveva più o meno sette. E poi gastronomia, chiacchiere alle massaie… Ho lavorato con parecchi fotografi anche abbastanza noti nell’ambiente. Però, a quei tempi, la macchina fotografica si teneva in mano o su un trespolo, e faceva “clic”. Veder lavorare il nostro fotografo è stata un’esperienza strepitosa. Lui non aveva una macchina fotografica bensì un drone vero

e proprio, con i suoi quattro piedini rotondi e la macchina incorporata, collegata a un visore, grande come un cellulare, sul quale si vedeva quello che lui - il drone - inquadrava. Guidato da Fulvio, riprendeva il panorama o soggetti piccoli che con un clic da secolo scorso venivano immortalati. Arrivava a parecchi metri d’altezza e si spostava secondo il volere del “guidatore”. Prima di quest’invenzione, per riprendere dall’alto ci voleva quantomeno un grattacielo. Adesso è sufficiente quest’arnese, che più pratico di così non potrebbe essere. Non c’era angolo di Monte Crocetta che avesse segreti per noi. E devo ammetterlo: è stata questa la novità della nostra scampagnata. Non abbiamo visto animali in giro, tranne un gruppo di ragazzine in gita di piacere con la loro accompagnatrice. C’erano uccelli, questo sì (molte cornacchie), ma si sentivano soltanto. E molti insetti.

A proposito del fatto che di animali se ne possono vedere anche in città: l’altro giorno aspettavo mia figlia in macchina e guardavo le montagne e il cielo, ho seguito per un bel po’ le aggraziate volute sopra il Brenta di una coppia di aironi, forse cinerini, che avevano l’aria di andare a spasso senza meta e, se anche una meta l’avevano, non me ne hanno messa a parte. Avrei voluto avere un drone-clic. Ma quel giorno non sapevo ancora della sua esistenza.


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Luglio/Agosto 2021

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