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Editrice Artistica Bassano

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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’ GENNAIO / FEBBRAIO 2021

1938

E SERVIZIO


SOMMARIO

Copertina Amedeo Fiorese, Abbraccio, refrattario, smalto rame, maiolica, oro, 1981. All’apprezzato scultore, reduce da alcuni importanti successi, è dedicato il servizio a pag. 20.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVII - n. 186 Gennaio/Febbraio 2021 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa C. Caramanna, A. Concato, F. Coretti, A. Faccio, C. Ferronato, A. Fiorese, G. Giolo, M. Guazzo, don A. Guglielmi, A. Martinato, M. Mascotto, C. Mogentale, S. Mossolin, G.B. Petucco, M.L. Parolin, P. Pedersini, D. Pianalto, E. Piva, F.A. Rossi, G. Sandonà, O. Schiavon, G. Tagnin, V. Trentin, F. Zonta, M. Zonta, T. Zorzi Corrispondenti Nino D’Antonio (da Napoli) Erica Schöfer (dalla Toscana) Stampa CPEsse - Castelfranco Veneto (TV) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it

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p. 5 - Gens bassia Frammenti di Veneto nella “Comedìa” del Ghibellin fuggiasco p. 8 - Testimonianze Don Renato. Un ricordo, un’eredità… p. 10 - Pianeta Casa Focus sul Blocco sfratti. Aria di proroga p. 12 - I nostri tesori A tu per tu con Orazio Marinali p. 14 - Gustus Desi Pianalto. La convivialità secondo me p. 16 - Il rapporto Poveglia, l’isola dei fantasmi p. 18 - La lezione del passato La psicologia delle folle p. 20 - Art News Amedeo Fiorese. Il mestiere dell’artista secondo una visione rinascimentale p. 22 - Afflatus Life Skills e Soft Skillis… p. 25 - Proposte Cultura. La riscossa di associazioni e privati p. 26 - Omaggio Ricordando alcune opere meno note di mio padre Giovanni Petucco p. 28 - Prospettive Oggetti e opere d’arte in legno. L’importanza della conservazione p. 30 - Sì, viaggiare Italia, destinazione turistica del 2021 p. 32 - Renaissance L’oro rosso di San Gimignano

Sopra al sommario, da sinistra Gustavo Doré, Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio bianco per antico pelo…, La Divina Commedia, Inferno. A Dante e alla sua permanenza in Veneto è dedicato il saggio di Giambattista Sandonà (pag. 5). Orazio Marinali, Altare del SS. Rosario, dettaglio di un angelo del coronamento, post 1704. Bassano, Santa Maria in Colle. A pag. 12 il servizio di Claudia Caramanna, con immagini di Fabio Zonta, ne documenta il degrado. Recentemente la storica dell’arte e il noto fotografo hanno collaborato alla realizzazione del libro I Marinali. Illustri bassanesi (Eab, 2021) disponibile da fine gennaio (qui sotto la copertina).

p. 34 - Artigiani Intervista a Sandro Venzo p. 36 - Sfide Leviamo i calici aspettando il ritorno della leggiadra Ebe p. 38 - Punctum dolens Focus degrado. L’allarme di Erio Piva p. 40 - Il Cenacolo Louise Glück. Vaccinum vitae p. 43 - Esercizi di stile Tatuaggi. Moda sempre più diffusa… p. 44 - Le terre del vino I vini delle Marche (1) p. 46 - De’ Santi Sebastiano e Valentino. I due martiri della passione p. 48 - Schegge L’inaspettato “centro culturale” di Villa Angaran San Giuseppe p. 51 - Personaggi Gabriella Tagnin. La volontà vince ogni ostacolo p. 52 - Eventi Guardare avanti. I prossimi obiettivi del Museo Gypsotheca Antonio Canova p. 54 - Saperne di più Come funziona il sistema immunitario? p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Ars culinaria Antonio Concato. Così prepariamo il bacalà p. 61 - Animalia Incontri ravvicinati di strano tipo

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Settecento anni fa, reduce da un’ambasceria a Venezia, moriva a Ravenna il Sommo Poeta

GENS BASSIA

FRAMMENTI DI VENETO NELLA “COMEDÌA” DEL GHIBELLIN FUGGIASCO

di Giambattista Sandonà

Sotto, da sinistra verso destra La struttura difensiva del castello scaligero di Soave (ph. Maurizio Sartoretto). Dante Alighieri nel particolare di un quadro di Henry Holiday (del 1883), conservato alla Walker Art Gallery di Liverpool.

Reso ramingo dai colpi della sorte in tempesta, Dante trova fra le nostre genti, dalla parlata ispida e dura, un’accoglienza buona e sincera: qui egli depone il Paradiso, che dedica a Cangrande della Scala, offrendo così la lectio magistralis del suo massimo lavoro.

Di ponte in ponte (Inf. XXI,1) Dante e il Maestro suo van su Malebolge e, dall’alto, inorriditi vedono la mirabilmente oscura pece nera (v.6). Il pensiero del viatore ultraterreno divaga su vie diverse da ciò che la sua Comedìa cura (v.2): non ritorna alla caligine della selva prima, ma entra ne l’arzanà de’ Viniziani, ove bolle l’inverno la tenace pece (vv.7-8). La descrizione poetica di quattro terzine dice l’esperienza di una diretta visione. Il luogo più tragicamente oscuro è sposato nel pensiero alla luce fervida di Venezia in quell’ossimoro spurio fatto d’oscurità e della vox media dell’avverbio luminoso che, come un barbaglio di sole, apre al miracolo lagunare, riassunto nei ponti sue vene sulle

arterie dei canali e nel pulsante cuore d’acqua dell’Arsenale, forte fabbrica fondaco di navi nuove, officina antemurale pompa della gloria navale marciana, santuario artigianale della Regina sposata al mare. Qui Dante intitola in forma generale la sua cattedrale di parole, la incastona negli ordini massimi dei generi letterari, le dichiara nel possessivo totale amore. La Comedìa è sua e il poeta sommo ci dice la natura del suo maggior volume nel proscenio mentale lagunare. Il Leone è ancora una moeca tutta d’acqua, non vola aligero sulla terra veneta, ancora tutta punteggiata di castelli, borghi e campi, maculata come un vello di lonza steso tra le Alpi, la Padanìa

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GENS BASSIA A fianco, dall’alto verso il basso Luca Carlevarijs, Veduta esteriore delle porte dell’Arsenale, acquaforte 1703. Collezione privata. Giuseppe Bernardino Bison, Veduta dell’Arsenale, guazzo su carta, ante 1845. Collezione privata. Dante fu a Venezia, negli ultimi anni dell’esilio, quale ambasciatore dei Da Polenta di Ravenna: la città è citata nel XXI Canto dell’Inferno, con riferimento all’Arsenale. L’immagine della pece che ribolle tenace nella V Bolgia dei barattieri evoca infatti quella impiegata dai calafatari ne l’arzanà de’ Viniziani per incatramare le navi.

Sotto Ugo Zannoni, Monumento a Dante, 1865. Verona, piazza dei Signori.

Prima destinazione dopo la condanna all’esilio, la città scaligera diede asilo al poeta per diversi anni. Qui egli scrisse una parte consistente della Divina Commedia. Non a caso sono molti i riferimenti ai luoghi e ai personaggi storici.

lombarda e l’Adriatico. Stanchi comuni anziani, onusti più di memorie e blasoni che di forza, cedono il passo a giovani signorie ruggenti, rampanti verso i cieli di nuovi poteri. Cittadino vomitato in una faida comunale, Dante lo annusa e sente, lo sa sulla sua pelle e lo vede in queste nostre terre. Lo colpisce e stupisce l’eccezionale città del Leone - che un giorno indurrà a riverente ammirazione anche il fiorentino Machiavelli che sta a sé sul margine anfibio orientale, tesa ancor tutta a guardare i campi levantini del mare, le semine dei suoi commerci, priva ancora alle spalle delle distese roride e floride pedemontane, delle loro riserve agricole. Ammira Verona, il fuoco opposto di questa breve ellisse tormentata, che in un giorno bello noi come Dante vediamo tutta, biunivocamente: dalle fondamenta di Venezia ai pinnacoli di dolomite, dai colli

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alla laguna plaga di luce, attraverso la mediazione rotonda della matrice euganea. Verona è l’altro estremo, segnato al margine occidentale dal sigillo germanico imperiale, dal vessillo dell’Aquila imbracciato dagli Scaligeri dopo il cedimento del vicariato ezzeliniano. A Verona Dante - fiorentino di nascita ma non di costumi - (Ep. XIII, 1), già lì ospite onorato, già in sostanza passato per forza di cose da guelfo moderato a ghibellin fuggiasco, già esiliato e aduso al pane salato e alle scalee di abitazioni straniere (Par. XVII, 59-60), ospizi e non case, tappe e non destini - alla città e al suo Gran Cane offre in segno gratulatorio d’amicizia l’Epistula latina con cui dedica la suprema cantica della Comedìa, che si onora del titolo di Paradiso (Ep. XIII, 11). Anche in questo esito alato, su questa guglia estrema nel crescente

climax ternario delle cantiche il poeta finisce idealmente in terra veneta: nel testo dispiega il senso del suo parto, dice di Comedìa intera, la inquadra nella cornice della solennità dottrinale, biblico sapienziale e filosofico intellettuale del pensiero alto di quel tempo, la affida ai sapienti degli studia e delle corti, ne ineterna e sigilla le sorti. Per ogni grande medievale nessuna prova è maggiore del cantiere di una cattedrale, anche del pensiero, e l’Aquinate severo e la sua Summa avevano indicato questa via eroica, questa oblazione del dire elevato a purezza di cristallino pensare. Ogni sommo maestro medievale delle arti belle - da Cimabue a Giotto, da Coppo a Duccio, ai mosaicisti di Torcello - aveva trovato nei due novissimi fatali di Giudizio e Paradiso il vertice massimo e l’ultimo approdo di una vita di lavoro. È così anche per Dante, rimasto povero e solo prima che il nero 1348 rendesse tale Petrarca e l’Europa intera. Reso ramingo dai colpi della sorte in tempesta, Dante trova tra i veneti, dalla parlata ispida e dura, accoglienza buona e sincera: qui depone il suo Paradiso, qui squaderna e offre la lectio magistralis del suo massimo lavoro. L’antenato Cacciaguida, capostipite del casato e martire crociato, dopo avergli predetto post eventum lo strale dell’esilio, unge Dante lottatore, lo porta a entrare nel fortilizio del suo cuore, a far parte a sé nella verità entro il gioco bugiardo e violento delle parti politiche, a essere tetragono ai colpi di fortuna, lo sprona alla denuncia buona e franca del male del mondo, invitandolo rimossa ogni menzogna,/ tutta tutta tua vision fa manifesta (Par. XVII, 128). Siamo al centro della terza


cantica, nel trittico dei canti XV, XVI e XVII, ennesimo climax ascensionale, altra scala spirituale. Quel poeta disperso e peccatore senza via che aveva dissimulato in principio indegnità, Io non Enea, non Paolo sono (Inf. II, v. 32), ora ha prova certa del suo mandato: come Enea con Anchise, come Odisseo omerico, come loro solo e travagliato, visto l’oltretomba tornare nel mondo per cambiarne la storia, per dire e vergare una nuova pagina morale. Questo cuore di Paradiso, in cui solennemente Dante si erge profeta e monitore universale, coincide con il peana scaligero, con la lode di Verona, primo rifugio e primo ostello (Par. XVII, 70) e l’esaltazione di Cangrande, anima della città e prototipo di una signoria nuova: a lui il tributo altissimo di otto terzine encomiastiche. L’alba di un mondo nuovo, la speranza di una politica diversa è veneta e siede nella cortesia del gran lombardo/ che in su la scala porta il santo uccello (Par. XVII, 71-72). Già allora terre d’Aquile e Leoni, le Venezie sono per Dante ostello ospitale, son bastione da cui intravvedere un panorama nuovo, oltre i mali della gigliata città partita (Inf. VI, 60-61), le vicissitudini sanguinose della serva Italia, di dolore ostello, bordello di disordine (Pur. VI, 76-78), la devastazione dell’impero universale. Il fulgore della stella scaligera, la solidità mercantile veneziana, la serenità del territorio subalpino che le collega sono solacium e auspicio per l’animo ferito del titano solo. Il Veneto dantesco è insospettabilmente equoreo: l’acqua di laguna, l’adigea lacustre Verona, gli euganei padovani (di cui anche noi siamo) con la loro Brenta, i cui argini fatti per difender lor ville e castelli (Inf. XV, 8) - ahi,

GENS BASSIA A fianco Gustavo Doré, In forma dunque di candida rosa…, incisione, 1861. L’illustrazione si riferisce al Canto XXXI del Paradiso dantesco.

Qui sotto Cangrande I della Scala in un ritratto ideale del XVIII secolo. Fra il 1313 e il 1318 Dante fu al servizio del signore di Verona, svolgendo per suo conto diverse missioni diplomatiche, A lui dedicò la terza Cantica della Divina Commedia.

c’eran già le brentane! - vengono in mente a Dante nella visione dei gironi infernali. È del pari di terra e solida pietra: fortificato di rocche, fiorito di colture, ameno dai colli di Soave ai soavi colli ezzeliniani, e tanti sono i luoghi che vantano visita, sosta e parola benedicente del poeta: privilegio di un onore riservato solo a lui, ad Antonio di Padova, e Francesco d’Assisi. Questo veneto dantesco battezzato dal poeta è certo anche inabitato dal male: nelle paludi di Oriago Jacopo del Cassero è ferito e le sue vene si fan lago di sangue (Pur. V, 83-84), tra le pinete e le lagune che incernierano Venezia a Ravenna Dante stesso contrarrà febbri e, da esse, il

transito nel 1321, quello che noi oggi ricordiamo. In questo Veneto medievale, percorso da Dante e Giotto, dai francescani pellegrini, dai mercanti, dagli studenti ultramontani avveniva la prima semina dell’Italia moderna.

Federico Faruffini, Sordello e Cunizza, particolare, olio su tela, 1864. Milano, Accademia di Brera. Nel IX Canto del Paradiso Dante incontra la sorella di Ezzelino, nata presso un colle (quello di Romano) tra Rïalto e le fontane di Brenta e di Piava.

A noi la vera celebrazione anniversaria: difendere il tesoro della storia, conservare l’incanto dei paesaggi, tutelare la bellezza della nostra lingua dalle sgorbiature di isterismi alloglotti, ritrovare beni intellettuali e tesori di attività economiche materiali propri nelle diversità ed escursioni di tutte de le genti/del bel paese là dove il sì risuona (Inf. XXXIII, 80).

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Recentemente scomparso, ha lasciato un’impronta indelebile nella nostra città. E tutti noi l’abbiamo molto amato

TESTIMONIANZE GENS BASSIA

DON RENATO Un ricordo che diventa eredità

di don Andrea Guglielmi

Nato a Schio, ha compiuto gli studi teologici nel Seminario diocesano e si è laureato in filosofia all’Università di Padova. È stato poi docente di Storia della filosofia e psicopedagogia nel Seminario. Dal 2002 al 2016 ha retto la Parrocchia di Santa Maria in Colle.

Il rapporto fra la Chiesa e la politica fa sempre discutere. Per qualcuno la questione è chiara e presto risolta: la Chiesa deve restare fuori dalla politica e occuparsi delle sacrestie, perché la fede è qualcosa di interiore, che non c’entra con la vita pubblica. […] Per altri poi la questione è altrettanto chiara: la Chiesa ha il diritto e il dovere di far valere la propria verità, anche presso le istituzioni pubbliche… don Renato Tomasi da Quarta pagina, 2016

A fianco Don Renato Tomasi, in una fotografia di qualche anno fa.

Dammi tre parole! Mi servono tre parole chiave per rileggere la presenza di don Renato a Bassano. La prima: intelligenza. È l’uomo della parola, che ama la parola di Dio e la intreccia in continuazione con i percorsi personali e con le situazioni attuali; l’uomo di cultura che prende la parola con autorevolezza e competenza, perché ha letto molto e continuerà a farlo finché il corpo glielo consente; il pastore che osserva i fenomeni ecclesiali, sociali e politici con uno sguardo lucido, sapiente, lungimirante; l’arciprete abate che partecipa alla vita della città e siede nei tavoli in cui si riattiva in continuazione il lavoro di rete; talvolta

In basso La copertina di Quarta pagina. Tracce di Parola nella città dell’uomo. Il libro raccoglie molti dei testi scritti da don Renato Tomasi nella quarta pagina di Vita parrocchiale, il foglio settimanale della Parrocchia di Santa Maria in Colle. Editrice Artistica Bassano, 2016.

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si impegna lui, in prima persona, a creare cenacoli di scambio culturale; un presbitero che ha dedicato il suo ministero alla progettualità pastorale, in uno sforzo costante di ripensare e riqualificare i percorsi formativi e le strutture. Intelligenza significa apertura mentale e capacità di dialogo con chi è estraneo ai circuiti ecclesiali, con i fratelli islamici, con la comunità rumeno ortodossa. Intelligenza significa anche saper scrivere: una scrittura costante, attraverso le pagine di un foglietto parrocchiale, strumento semplice ma incredibilmente efficace, se colui che scrive riesce a provocare una città intera, senza la preoccupazione di essere politicamente corretto, ma sempre con lo sguardo fisso al vangelo. Un’altra parola chiave: fragilità. Don Renato è stato un pastore sensibile e attento ai più deboli. Ha riorganizzato la Caritas parrocchiale e vicariale. Ha pagato di tasca sua, e non solo a livello economico: ci ha messo la faccia e ha fatto da ponte con le istituzioni, per favorire processi di accoglienza e integrazione di persone immigrate o dell’associazione islamica. Si è battuto per dare alla comunità cristiana il volto di una chiesa evangelica, che si curva come il

samaritano e si carica sulle spalle il fratello bisognoso. Fragilità è ciò che lui stesso ha sperimentato nella carne, con l’aumento dell’età anagrafica e la necessità di affrontare problemi di salute piuttosto pesanti. Fragilità è una chiave con cui ha immaginato la chiesa del futuro, lontana dai trionfalismi antichi, ma non per questo insipida: una minoranza che può ancora essere lievito, luce e sale. Un’ultima parola: umanità. A Bassano don Renato ha creato legami di inaudita profondità e intensità affettiva; non ha mai puntato alla quantità dei rapporti, ma alla qualità; un parroco che, quando può, si immerge fino in fondo nelle vite degli altri e diventa padre, fratello, amico.

Don Renato è stato prima di tutto l’uomo del silenzio, grembo interiore che generava continuamente pensieri, progetti, programmi, sguardi e relazioni. Il silenzio ha fatto maturare dentro di lui la preghiera, l’amicizia con il Signore, l’abbandono alla tenerezza del Padre. E in questo infinito abbraccio noi ora lo immaginiamo felice per sempre, nella liturgia del cielo che a Bassano ha pregustato e condiviso, insieme alla sua gente. Don Andrea


FOCUS SUL BLOCCO SFRATTI ARIA DI PROROGA…

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, è stato recentemente ricevuto dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Al centro del colloquio, in particolare, il tema del blocco degli sfratti, disposto sino al 31 dicembre 2020 nell’ambito della sospensione dell’esecuzione di tutti i provvedimenti di rilascio degli immobili. Il presidente Spaziani Testa - che era accompagnato dal responsabile del Coordinamento legali Confedilizia, Cesare Rosselli - ha illustrato al ministro Bonafede i drammatici effetti sociali che il blocco continua a determinare in tante famiglie di proprietari che, sovente, hanno nel reddito da locazione l’unica o la principale fonte di sostentamento e che in questo periodo non sono neppure esentati dal pagamento dell’Imu e di altre tasse. A giudizio di Confedilizia, il blocco generalizzato degli sfratti è una disposizione inaccettabile sul piano di principio, per il suo essere palesemente lesiva del diritto di proprietà e conseguentemente in contrasto con la Costituzione, ma la sua gravità potrebbe essere almeno attenuata se fosse limitata a situazioni di comprovata difficoltà degli inquilini, esclusa per i casi risalenti a periodi precedenti alla pandemia e accompagnata da adeguati indennizzi in favore dei locatori. Condizioni, quelle citate, assenti dalla misura introdotta. Nel corso dell’incontro con il ministro Bonafede è stato affrontato anche il tema del disegno di legge delega di riforma del processo civile, in relazione al quale Confedilizia ha formulato osservazioni, fra l’altro, in tema di contenzioso condominiale.

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Giorgio Spaziani Testa, presidente Confedilizia, e Alfonso Bonafede, Ministro della Giustizia.

Dal Movimento 5 Stelle la proposta di prorogare il blocco degli sfratti In merito a quest’idea del M5S Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia ha dichiarato: “Ufficializzando la richiesta di portare a un anno il blocco degli sfratti, il Movimento 5 Stelle ha firmato oggi la sua dichiarazione di guerra nei confronti dei proprietari di casa. Ne prendiamo atto e ci appelliamo agli altri partiti della maggioranza affinché l’infausta ipotesi di estendere ulteriormente il già lunghissimo periodo di requisizione di fatto di beni privati - sui quali continuano a essere pagate fior di tasse - non divenga realtà. Quanto alle motivazioni portate a sostegno della proposta - ‘prendere in considerazione le esigenze delle fasce più deboli della popolazione’ - invitiamo i parlamentari firmatari degli emendamenti a consultare l’archivio, in continuo aggiornamento, delle lettere che Confedilizia riceve da parte di famiglie di piccoli risparmiatori ridotte alla fame a causa della sottrazione da parte dello Stato della loro spesso unica fonte di sostentamento. Il fatto che i proprietari non usino il ricatto o le sommosse di piazza per affermare le loro ragioni non dovrebbe autorizzare la politica, in un Paese civile, a calpestarne i diritti. Ci rivolgiamo, per questo, anche al Presidente della Repubblica”.

A DOMANDA... RISPOSTA! Si domanda quale quorum deliberativo sia sufficiente per modificare i millesimi per la ripartizione delle spese ove risulti che siano conseguenza di un errore. Occorre un quorum deliberativo, in prima e seconda convocazione, costituito da tanti condòmini che rappresentino la maggioranza degli intervenuti in assemblea e almeno la metà del valore dell’edificio.

Si domanda a chi spetti la spesa per la riparazione delle ringhiere che delimitano il lastrico solare a uso esclusivo. Le ringhiere sono elementi che - come chiarito dalla giurisprudenza - non “servono” alla “copertura dell’edificio”; pertanto la spesa relativa alla loro riparazione spetta - sempre che un regolamento di origine contrattuale non disponga diversamente - al condòmino che ha l’uso esclusivo del lastrico (Cass. n. 10602 del 5.11.1990).

Si domanda in quali casi la legge riconosce al conduttore il diritto di partecipare all’assemblea di condominio. L’art 10 L. 392/1978 stabilisce che il conduttore ha diritto di voto, in luogo del proprietario dell’immobile locatogli, “nelle delibere dell’assemblea condominiale relative alle spese e alle modalità di gestione nei servizi di riscaldamento e di condizionamento d’aria”. Sempre secondo la predetta disposizione il conduttore “ha inoltre diritto di intervenire, ma senza diritto di voto, nelle delibere relative alla modificazione degli altri servizi comuni”.

A cura dell’Ufficio Legale di Confedilizia


Indagine a distanza ravvicinata per l’altare del SS. Rosario in Duomo

I NOSTRI TESORI

A TU PER TU CON ORAZIO MARINALI

Testi di Claudia Caramanna e Antonella Martinato Fotografie di Fabio Zonta

Le fotografie da Fabio Zonta, qui offerte nel dettaglio ai lettori, documentano uno stato di degrado particolarmente accentuato nelle figure dei due angeli, poste sul coronamento.

Io vidi l’angelo nel marmo e scolpii fino a liberarlo. Michelangelo

Sotto e a destra Orazio Marinali, Altare del SS. Rosario, Bassano del Grappa, Chiesa di Santa Maria in Colle, post 1704. Assieme e particolare dell’angelo posto a sinistra sul coronamento dell’altare. L’ala esterna dell’angelo è andata perduta ed è stata sostituita in epoca imprecisata attraverso un restauro.

Lo stato di degrado rilevato dall’ispezione delle zone superiori del monumento ha reso ancora più evidente la necessità che il restauro non si limiti alla statua della Santa Caterina. È importante che tutti contribuiscano al recupero integrale dell’altare per ridare lustro a uno dei monumenti più significativi del duomo cittadino.

Contributi ed elargizioni

IBAN PRO BASSANO: IT77Z 02008 60169 00000 2605525 Via Matteotti, 23 - Tel 0424 227580

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Grazie all’intervento del Rotary Club Bassano Castelli che, in occasione delle Divagazioni marinaliane del 3 ottobre scorso, ha donato l’intera cifra necessaria per il restauro della Santa Caterina, si è potuto avviare in tempi rapidi la campagna di analisi preliminare sullo stato di conservazione di tutte le statue di Orazio Marinali presenti in Santa Maria in colle. Condotta dalla restauratrice Antonella Martinato con il funzionario della Soprintendenza Luca Fabbri, l’ispezione ha riguardato anche le inaccessibili zone superiori della struttura, raggiunte con un braccio meccanico. Il resoconto della restauratrice

e le fotografie realizzate contestualmente da Fabio Zonta, qui offerte ai lettori, documentano uno stato di degrado impossibile da percepire dal basso e particolarmente accentuato nelle figure degli angeli, che presentano numerose fratture. Una sconcertante scoperta che rende ancora più urgente l’estensione dei restauri anche alle altre sculture del monumento. C.C.

Analisi dello stato di conservazione dell’altare di Antonella Martinato Il gruppo scultoreo si presenta a una prima analisi estremamente sporco, con numerose e diffuse macchie imputabili a più cause.

L’incuria e l’assenza di manutenzione degli ultimi decenni hanno prodotto un fitto strato di polvere e sedimenti di varia natura, anche organica. Precedenti tentativi di pulitura, che risalgono a più di quarant’anni fa, e/o lucidatura del marmo con cere e prodotti non idonei hanno procurato aloni giallastri di patina cristallizzata, che deturpano e rendono illeggibile la raffinatezza dei volti e dei panneggi scolpiti. Nelle due sculture alla base, che raffigurano San Domenico di Guzmán a sinistra e Santa Caterina a destra, sono presenti aloni neri da affumicamento di lumini votivi, alcune gocciola-


I NOSTRI TESORI

ture di candela e gocciolature di intonaco causate dall’ultima tinteggiatura della parete adiacente. Alcune parti aggettanti delle sculture, porzioni di veste o dita delle mani, sono perdute o sono state ricostruite in modo approssimativo con un agglomerato di stucco non lavorato, per esempio nel caso delle mani di San Gioacchino, a sinistra, o di alcune dita di Sant’Anna, a destra. Gli angeli nella parte superiore presentano uno strato più spesso di depositi e sedimenti, ma soprattutto maggiori e gravi problematiche strutturali. Entrambi hanno perduto l’ala esterna, rifatta ex novo con altro materiale più grossolano nel caso dell’angelo a sinistra. La gamba dell’angelo a destra, nella porzione che sporge dalla cornice, è completamente ricostruita in pasta di stucco e sono

presenti importanti fessurazioni all’altezza del ginocchio destro e del collo. Dopo la fase di pulitura si effettuerà un’attenta analisi e mappatura della situazione strutturale e dei vari rifacimenti effettuati nel corso dei secoli precedenti. Importanti e delicate saranno le fasi d’intervento: il rilievo fotografico preliminare; la documentazione digitale accurata e parametrata dello stato di conservazione a luce diretta e a luce radente; l’accurata mappatura delle parti mancanti, dei rifacimenti ottocenteschi e delle situazioni di precaria stabilità. Dopo un’attenta asportazione dello sporco incoerente e dello strato di polvere con pennelli a setole morbide e micro vacuum cleaner a bassa aspirazione, si passerà alla definizione dell’iter progettuale e alla campionatura

A fianco e in basso Orazio Marinali, Altare del SS. Rosario, Bassano del Grappa, Chiesa di Santa Maria in Colle, post 1704. Particolare del busto e della gamba dell’angelo posto a destra sul coronamento dell’altare. Anche l’ala esterna dell’angelo a destra risulta assente ma, in questo caso, non sostituita. L’immagine mette bene in evidenza la mancanza dell’indice e di parte del mignolo della mano che il personaggio porta al petto.

che servirà da verifica di quanto rilevato in fase di sopralluogo e progettuale. La pulitura specifica della superficie avverrà con il supporto di tamponi di cotone idrofilo fine e tensioattivi in H2O. Sarà rimosso anche l’eventuale sporco tenace di varia natura e/o eventuali macchie/aloni, nonché i materiali sovrammessi, come le cere, che limitano la corretta lettura d’insieme. Si concorderanno con il funzionario della Soprintendenza eventuali smontaggi di stuccature pregresse compromesse o esteticamente inaccettabili per poi proporre l’eventuale reintegrazione plastica delle lacune. Sul gruppo scultoreo verrà poi steso un protettivo finale, anche se, per questa tipologia di beni, la manutenzione è il “protettivo” migliore!

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Incontriamo il nuovo Console Territoriale per il Veneto dell’Union Européenne des Gourmets

GuSTuS

DESI PIANALTO La convivialità secondo me

di Antonio Minchio

Molte le idee in campo. In primis il desiderio di espandere il sodalizio e di spingere ulteriormente sul tema della qualità. Anche se il ritrovarsi a tavola in amicizia rimane un caposaldo irrinunciabile.

Il piacere dei banchetti non si misura solo dalle squisitezze delle portate, ma anche e soprattutto dalla compagnia degli amici e dai loro discorsi.

Cicerone

Qui sopra, dall’alto verso il basso Un primo piano di Desi Pianalto, nuovo Console Territoriale per il Veneto dell’UEG. Desi Pianalto durante un incontro conviviale con l’amico Valentino Trentin, Console Nazionale con mansione allo Sviluppo dei Consolati Territoriali Centro Nord.

union Europeenne des Gourmets ueg.consolato.veneto@gmail.com www.ueg.it

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In più di un’occasione abbiamo avuto modo di occuparci dell’Union Européenne des Gourmets. Su questa testata, inoltre, è stata recentemente pubblicata la “cronaca” di un convivio svoltosi con successo nella nostra città. Quasi scontata, allora, la curiosità di alcuni lettori, che ci hanno contattato per avere qualche informazione in più sulla natura di quest’associazione. Detto fatto, grazie ai buoni uffici di Valentino Trentin (Console Nazionale con mansione allo Sviluppo dei Consolati Territoriali Centro Nord), abbiamo potuto incontrare Desi Pianalto, Console Territoriale per il Veneto… “Anche se formalmente faccio parte da poco dell’UEG, posso tranquillamente affermare di averla frequentata per anni assieme a mio marito Giorgio Mariot, venuto a mancare improvvisamente nel 2017, per lungo tempo socio attivo del sodalizio e amico del bassanese Angelo Grando. Ne conosco a fondo le dinamiche e mi sto adoperando per rendere sempre più incisiva la sua azione. Un obiettivo che condivido con Valentino e che ci sta portando a creare una squadra di grandi esperti in diversi ambiti. Penso per esempio alla zootecnia, oltre ai temi classici che trattiamo normalmente e che riguardano l’abbinamento vino/pietanze. È fondamentale, secondo noi, spingere sempre più in questa direzione, con spirito aperto e propositivo, creando anche sinergie con altre associazioni. Una politica che sta già dando risultati lusinghieri e che ha trovato l’apprezzamento del nostro zoccolo duro: quei soci che, iscritti da tempo al sodalizio,

avevano perso un po’ di smalto e che ora tornano a frequentare con entusiasmo le conviviali”.

Nel corso di una riunione operativa svoltasi alla Recold (l’azienda fondata da Valentino Trentin che è anche sede del Consolato Territoriale per il Veneto) è stata delineata la nuova strategia: da un lato il potenziamento dei Consolati, pure in termini numerici e di organico, dall’altro la crescita culturale dei soci attraverso l’attività didattica di figure quali Giancarlo Favaretto, Stefano Miotti e Diego Schiavoi: vere autorità del settore, autentici maestri della buona tavola. “Mi piace ricordare - prosegue Desi Pianalto - che in Veneto sono sorte la prima scuola di enologia italiana (a Conegliano) e una delle prime scuole alberghiere della Penisola (a Recoaro): una tradizione che prosegue e che pure nostro tramite deve continuare a crescere. Uno sviluppo che passa anche attraverso la collaborazione con i Consolati del Trentino, dove operano esperti del calibro di Luigi Togn e Alan

Bertolini, e dell’Emilia Romagna, con il quale vantiamo storici rapporti d’amicizia. E, a proposito di amicizia, è doveroso rammentare che la convivialità gioca un ruolo centrale nella nostra azione. Si può infatti essere soci senza particolari obblighi, ma la partecipazione alle degustazioni rimane uno dei fondamenti dell’UEG. Potremmo anche dire che le componenti sociali del nostro sodalizio sono due: una è rappresentata dagli esperti, l’altra da quanti amano semplicemente la buona cucina, il buon bere e la buona compagnia. Aggiungo che la convivialità non si esaurisce a tavola, ma può essere declinata in molti modi: degustazioni (vini, formaggi…), visita a cantine, allevamenti ittici, distillerie, malghe, scuole alberghiere…”. “In questo delicatissimo momento storico - conclude Desi Pianalto il calendario è temporaneamente sospeso. Appena l’emergenza sarà terminata (speriamo in tempi non troppo lunghi) l’attività riprenderà, come prima più di prima, con la consueta carica di energia positiva”.


Una fama sinistra accompagna questo luogo particolare…

POVEGLIA, L’ISOLA DEI FANTASMI (1 parte)

Il RAPPORTO

di Stefano Mossolin

a

Situata nella parte meridionale della laguna di Venezia, proprio di fronte a Malamocco, è stata oggetto di studio da parte di team di ghost hunters. La sua è una storia lunga e travagliata, ma in passato ha conosciuto anche momenti di grande splendore.

Certi mostri sono reali e anche i fantasmi lo sono. Vivono dentro di noi e, a volte, vincono. Stephen King

Qui sopra Un’immagine evanescente e molto evocativa dell’isola di Poveglia.

Sotto Il manifesto della serie televisiva Scariest Places on Earth, andata in onda negli Stati Uniti fra il 2000 e il 2006: dedicata all’esame di luoghi collegabili a situazioni paranormali, è stata condotta dall’attrice Linda Blair (la bambina posseduta dal demonio nel film del 1973 L’esorcista). La puntata su Poveglia, Island of No Return: The Venice Dare, è stata trasmessa nell’agosto del 2001.

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Poveglia, l’isola maledetta di Venezia, da diversi decenni esercita una sorta di fascino macabro sugli appassionati del soprannaturale. La sua notorietà ha assunto negli ultimi anni una dimensione internazionale, tanto che recentemente diversi team di ghost hunters statunitensi, più o meno “attrezzati”, l’hanno visitata per rilevare tracce di una possibile attività paranormale. Stando alla leggenda nera che la circonda, la misteriosa infestazione di presenze tenebrose a Poveglia sarebbe una conseguenza della deportazione in massa sull’isola dei veneziani malatisi di peste nera, durante la grande epidemia che colpì la città lagunare e tutta l’Europa verso la metà del Trecento. In realtà Poveglia venne destinata a luogo d’isolamento preventivo dalla peste non prima del 1793. Infatti la notizia - molto diffusa in rete - secondo la quale l’isola sarebbe stata utilizzata per la deportazione degli appestati nel 1348 è falsa1. Questa “invenzione storica” su Poveglia si è diffusa negli Stati

Uniti in seguito a una puntata della serie Scariest places on earth (Island of No Return: The Venice Dare), prodotta da Sci-Fi e andata in onda negli USA nell’agosto del 2001. A parlare delle presunte presenze paranormali di Poveglia negli anni successivi fu anche un’altra serie televisiva americana, Ghost Adventures, che nel 2009 le dedicò un episodio (Poveglia Island), riportando le medesime errate informazioni. Non a caso nel 2017 il giornalista scrittore Alberto Toso Fei, studioso di misteri, dichiarò che le leggende su Poveglia sarebbero state il “frutto dell’invenzione di alcuni sceneggiatori americani di una trasmissione che andava in voga qualche anno fa negli Stati Uniti sui luoghi infestati della terra”2.

La prima vera informazione documentaria che abbiamo su Poveglia risale al 911, anno in cui il doge Pietro Tribuno la citò ricordandone la posizione, al confine con il territorio di Chioggia. Secondo la tradizione, riportata pure da Antonio Frari

nella sua cronaca “Cenni storici sul’isola di Poveglia” (1837), i primi gruppi etnici che abitarono l’isola provenivano da Monselice (e da altre zone del Padovano) e appartenevano allo stesso ceppo che nel 421 era giunto in laguna occupando Malamocco. L’arrivo in Italia dei Franchi Carolingi, nell’809, spinse poi la popolazione di Poveglia a fuggire e a rifugiarsi nelle zone più interne della laguna. L’isola rimase inabitata fino all’864, quando vi vennero trasferiti i servi e gli schiavi del doge Pietro Tradonico, che nel settembre di quell’anno era stato assassinato. Poco tempo prima, appena giunta la notizia della sua morte alla servitù, quest’ultima si barricò all’interno del Palazzo Ducale imbracciando le armi e rifiutandosi di uscire fino a che non fosse stata fatta giustizia. Il nuovo doge, Orso Partecipazio, iniziò una trattativa promettendo che si sarebbe impegnato in tal senso. Vennero scelti tre giudici per processare i colpevoli tra quelli sopravvissuti alla furia del popolo,


che però non attese il processo. I rei subirono la pena del bando: alcuni vennero inviati in Francia, altri a Costantinopoli. Solo allora i servi e gli schiavi del defunto doge liberarono il Palazzo Ducale. Essi vennero assolti da possibili accuse, alla condizione però di trasferirsi a Poveglia. Ottennero anche diversi privilegi, in cambio dei quali erano tenuti a offrire annualmente dei tributi. L’insediamento sull’isola prosperò in breve tempo: vennero costruite abitazioni e fabbricati e la popolazione crebbe velocemente. Allora sull’isola si trovavano vigne e saline, fondamentali per l’economia degli abitanti, assieme alla pesca. Alcuni secoli dopo, Poveglia venne nuovamente abbandonata a causa della Guerra di Chioggia (1378-’81), scoppiata tra Genova e Venezia: i genovesi, sconfitti, ritirandosi dalla laguna si vendicarono mettendo a ferro e fuoco l’isola e risparmiando soltanto la chiesa di San Vitale. Gli esuli povegliotti, rifugiatisi nel frattempo a Venezia, vennero distribuiti tra la Giudecca, San Trovaso e Sant’Agnese. Essi fondarono anche una propria scuola (Scuola de’ Povegiotti) e, pur non tornando più sull’isola, mantennero a lungo un forte

senso identitario; come è peraltro testimoniato dai frequenti processi e contenziosi aperti a difesa dei loro antichi privilegi3. Nel 1659 il Senato concesse alla comunità povegliese l’autorizzazione a riprendere possesso dell’isola: una disposizione che riguardò in realtà solo gli aspetti legati alle proprietà del suolo, che in alcuni casi furono affittate. La comunità, residente ormai da secoli a Venezia, non si spostò infatti dalla città. Nonostante il tanto atteso permesso, dunque, non si verificò più un vero e proprio reinsediamento nell’isola, che rimase quasi disabitata fino al XVIII secolo. Tanto che Antonio Frari, nella sua Cronaca, ricorda come nel 1777 vivessero a Poveglia soltanto “8 anime”, tra le quali l’oste e la sua famiglia. Nonostante le molte traversie patite, Poveglia aveva comunque mantenuto nel tempo una certa importanza grazie alla presenza della chiesa di San Vitale. E sebbene questa avesse in seguito perduto lo status di parrocchia, non venne mai trascurata: il Magistrato alle Ragion Vecchie esercitava su di esso il diritto di patronato ed eleggeva, ancora nel XVIII secolo, i cappellani e i priori da destinare all’isola. Le informazioni sull’edificio nei

primi anni della sua presenza sono scarse, ma sappiamo che esisteva già nel XII secolo. La chiesa, inoltre, doveva essere molto ben tenuta negli anni in cui Poveglia prosperava, abitata da una popolosa comunità. Un dato interessante è che, anche negli anni di abbandono dell’isola, la costruzione subì lavori di sistemazione e restauri. Nel XVII secolo la chiesa si arricchì di opere di vari artisti, sebbene l’isola fosse praticamente deserta. Si provvide a realizzare altari in marmo e a dotarla di diversi quadri, alcuni realizzati da artisti di grido (fra i quali Tiziano). Sicuramente degno di menzione è il trecentesco Crocifisso, ora nella chiesa di Santa Maria Assunta in quel di Malamocco: per la particolare tipologia stilistica, i materiali con i quali è stato realizzato (argilla, gesso e stoppa) e la sua fama miracolosa, è tuttora oggetto di grande devozione. Le potenzialità dell’isola, anche in ambito sanitario, vennero rivalutate verso la fine del XVIII secolo, quando sì pensò di realizzarvi un Lazzaretto nuovissimo: un’esigenza inderogabile dopo il degrado, ormai insanabile, del Lazzaretto Nuovo.

Il trecentesco Crocifisso di Poveglia, ora nella chiesa di Santa Maria Assunta a Malamocco (ph. MiBACT). In alto da sinistra Giacomo Guardi, L’isola di Poveglia, olio su tavola, inizio del XIX secolo. Budapest, Museo di Belle Arti. Una veduta aerea dell’isola con, in primo piano, l’Ottagono, realizzato nell’ambito del sistema difensivo lagunare e mai utilizzat in tal senso). Note 1) Stando alla documentazione storica archivistica, riportata anche in pubblicazioni di noti storici veneziani come Nelli-Elena Vanzan Marchini e Davide Busato, i luoghi della laguna usati per il seppellimento di quei corpi furono altri, elencati anche dal sottoscritto (Bassano News n. 183, LuglioAgosto 2020), “Così a Venezia si cercò di arginare l’epidemia”. 2) 13/01/2017 - “L’Isola di Poveglia sempre più meta di cacciatori di fantasmi”. Video disponibile su Youtube. 3) Poveglia tra ’300 e ’400 aveva subito anche un ridimensionamento territoriale. Stando a Frari, tale ridimensionamento venne visto come una conseguenza dell’erosione operata dalle maree o addirittura da terremoti e procelle che ne avrebbero causato la sommersione di alcune parti.

> Continua nel prossimo numero

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Un tema incandescente nell’era della globalizzazione…

LA PSICOLOGIA DELLE FOLLE nel libro di Donatella Di Cesare

lA lEZIONE DEl PASSATO

di Gianni Giolo

Eugène Delacroix, La Libertà guida il popolo, olio su tela, 1830. Parigi, Museo del Louvre.

Probabilmente in futuro le rivoluzioni diventeranno sempre meno possibili, mentre è quasi certo che le rivolte esploderanno sempre più di frequente.

È uscito il libro di Donatella Di Cesare, docente di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, “Il tempo della rivolta”, che richiama il libro di Gustave Le Bon “Psicologia delle masse” del 1895. Per Le Bon le folle facilmente sono indotte a farsi uccidere per il trionfo di una fede, di un ideale e altrettanto facilmente possono essere spinte agli atti più bassi e vili. La massa, permeata di sentimenti autoritari e di intolleranza, crea un inconscio collettivo

“La popolana alla nobildonna e alla badessa: Una volta per uno, oggi tocca a voi!”. Stampa caricaturale rivoluzionaria, fine XVIII secolo.

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attraverso il quale l’individuo si sente deresponsabilizzato e viene privato dell’autocontrollo, che rende le folle manovrabili dal prestigio e dal carisma (parola greca che significa dono) di singoli individui all’interno della massa stessa. Oggi - osserva l’autrice - la rivoluzione delle masse sarebbe caratteristica dei soggetti marginali o marginalizzati, oggi esiste la contrapposizione tra l’arroccamento “statocentrico” dei più e le esplosioni anarchiche dei

marginali, esplosioni che esprimono “un malessere impreciso, un disagio vago ma assillante”. La Di Cesare loda i Saturnali romani, durante i quali le regole non erano semplicemente cancellate, ma si spezzava il nesso fra mezzo e fine, che scandiva la consueta produttività dei giorni, e si viveva un altro modo di abitare il tempo che diventava laboratorio del riscatto e universo di liberazione. Basti pensare alla rivolta milanese dei Promessi Sposi che incita Renzo all’azione ribelle e ai capitoli di Tucidide che descrivono l’impazzimento morale delle folle dovuto alla diffusione della peste. La storia è costellata di rivolte le cui caratteristiche sono il precipitare in forma violenta e apparentemente liberatoria, come esplosione di un malcontento che si accende sempre da un singolo pretesto per poi trascenderlo. L’autrice si chiede se nel futuro le lotte si diffonderanno e si radicalizzeranno e delinea un bivio tra rabbia cieca senza domani e scintilla destinata a divampare. Molto di rado le rivolte diventano rivoluzioni, anzi le rivoluzioni diventeranno sempre meno possibili, mentre le rivolte esploderanno sempre più di frequente. A Luigi XVI che chiedeva se era scoppiata la rivolta, il suo ministro rispose: “No, è una rivoluzione”.


In un ponderoso volume la sua produzione figurativa

AMEDEO FIORESE Il mestiere dell’artista secondo una visione rinascimentale

ART NEWS

di Andrea Minchio

“L’arte non è che sentimento. Ma senza la scienza dei volumi, delle proporzioni, dei colori, senza la destrezza della mano, il sentimento più vivo è come paralizzato.

Da poco ha concluso la realizzazione di una grande opera, commissionatagli dal Gruppo Arneg, che sarà collocata all’ingresso del nuovo Parco Tecnologico del Politecnico di Milano.

Auguste Rodin

A fianco, da sinistra verso destra Oggi come ieri, l’operosità artistica di Amedeo Fiorese non conosce soste. Lo scultore davanti a una Madonna con Bambino, realizzata nel 1964 per il vescovo Carlo Zinato (e destinata alla chiesa di villa Ghellini a Villaverla), e al lavoro sulla scultura Acrobati nel 2019.

Qui sopra La copertina del volume Amedeo Fiorese, dedicato alla produzione figurativa dell’artista (Editoriale Giorgio Mondadori, 2020). Curato da Mario Guderzo, il libro è stato realizzato tecnicamente da Editrice Artistica Bassano.

AMEDEO fIORESE GAllERIA 1 (sede) Via Molise, 3 - tel. 0424 501811 Bassano del Grappa (VI) GAllERIA 2 Via Bonamigo, 21 - tel. 0424 501811 Bassano del Grappa (VI) GAllERIA 3 Via Angarano, 73 - tel. 0424 501811 Bassano del Grappa (VI) www.fiorese.net amedeofiorese@libero.it

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Se è vero che Amedeo Fiorese è partito dalla ceramica, manifestando il suo innato talento fin dai tempi in cui studiava alla Scuola dei Carmini a Venezia, è altrettando certo - come ha ricordato giustamente Mario Guderzo - che il noto artista bassanese ha saputo “andare oltre. Oltre a quella ristretta realtà locale che lo avrebbe rinchiuso in un piccolo mondo antico”. La sua visione, ieri come oggi, si è infatti aperta a orizzonti più dilatati, consentendogli così di ignorare e superare con passo fermo e sicuro i molti ostacoli che di volta in volta gli si ponevano innanzi. Per capire fino in fondo la natura delle sue scelte, quelle che lo hanno portato giorno dopo giorno a divenire un artista a tutto tondo, apprezzato a livello internazionale,

è aspicabile (e molto istruttivo) varcare la soglia della sua bottega ed entrare in contatto diretto con lui. È soprattutto in questo modo, prima ancora di visitare le sue tre gallerie sparse per Bassano (tutte ricche di splendide opere), che ci si può fare un’idea della personalità di Amedeo Fiorese. A colpire sono innanzitutto i disegni. Infiniti. Enormi. Stesi sui tavoli di lavoro, arrotolati, appesi alle pareti, abbandonati fra le carte, testimoniano di un fervore che non lo lascia mai. “L’ispirazione giunge improvvisa - spiega l’artista - un guizzo che dev’essere colto al volo e subito fissato sulla carta. Per questo ho sempre con me qualche matita. Nell’istante in cui la mano traccia linee e segni, a volte morbidi e arrotondati a volte geometrici ed

essenziali, ho già in mente la loro destinazione tridimensionale: vedo la scultura, anche nei particolari. Talvolta mi aiuto con i colori per bloccare alcuni dettagli. Per le dimensioni, nessun problema: sono abituato a disegnare in scala reale”. Sorprendente, poi, il grande forno: viene utilizzato per le cotture a elevatissima temperatura e, nella forma, ricorda le capsule spaziali lanciate dalla Nasa negli anni Settanta. Un investimento che documenta la lungimiranza di Amedeo Fiorese, comperato a costo di grandi sacrifici. Ma indispensabile per realizzare quelle opere, talvolta smisurate, che collezionisti e galleristi (europei, americani, giapponesi…) gli chiedono, alimentando una lunga lista d’attesa. Preziosi gli strumenti di lavoro, nella gran


ART NEWS

A fianco, da sinistra verso destra La grande opera realizzata da Amedeo Fiorese per conto del Gruppo Arneg, ancora nella sede della Fonderia Artistica Fracaro di Vicenza: sarà posta all’ingresso del nuovo Parco Tecnologico del Politecnico di Milano, come evidenziato dallo schizzo degli architetti Barbara Bogoni e Francesco Cancelliere.

Qui a fianco Amedeo Fiorese con il figlio architetto Denis, al lavoro durante una delle fasi di preparazione della fusione.

A fianco, da sinistra verso destra Cavallo, refrattario e maiolica, 1969. Acrobata, argilla, ingobbi, smalto, 2010. Figura, Gres Olanda, 2020.

parte dei casi ideati e realizzati dallo stesso Amedeo al fine di creare effetti particolari. Un atelier, anzi una bottega - come abbiamo già detto - che riflette il temperamento del suo estroso inquilino. Indubitabile il fatto che, per carattere e talento, Amedeo Fiorese possa essere avvicinato agli artisti rinascimentali, in grado com’è di cimentarsi con naturalezza con le più svariate tecniche, pittura compresa. Probabilmente proprio quel suo essere artista completo, sempre pronto a imboccare nuove strade, aperto, anzi “spalancato”, alla sperimentazione, l’ha spinto a individuare proprie modalità espressive nell’ambito di tecniche antiche: non per nulla è di casa nelle fonderie, dove segue passo a passo la laboriosa genesi delle sue sculture.

Recentemente ha pubblicato con l’Editoriale Giorgio Mondadori un ponderoso volume dedicato alla sua produzione figurativa: un cammino iniziato a tredici anni, con la modellazione nel gesso di tre piccoli musicisti. Si tratta del secondo libro uscito per i tipi della nota casa editrice. Non un caso, evidentemente. Come non è un caso che Arneg, gruppo multinazionale italiano specializzato nella progettazione e produzione di attrezzature per il settore del retail (con una marcata sensibilità per l’universo artistico) gli abbia da poco commissionato una grande opera, da collocare all’ingresso del nuovo Parco Tecnologico del Politecnico di Milano: una soglia plasmata nel bronzo e costituita da due ante, che “non tras-porta fisicamente i corpi nello spazio - come hanno

In basso, da sinistra verso destra Crocifissione, refrattario e smalti,1987. Crocifissione, acciaio e plastica, 2012.

scritto gli architetti Barbara Bogoni e Francesco Cancelliere, progettisti di questo particolare spazio ma che schiude all’idea, al pensiero e spalanca all’innovazione”.

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“Soft Skills predict success in life” (Hard evidence on Soft Skills, 2012, James J. Heckman, Tim D. Kautz)

AfflATuS

LIFE SKILLS E SOFT SKILLS Abilità per la vita e il lavoro

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Le Soft Skills sono competenze trasversali e attitudinali caratteriali che facilitano la capacità di lavorare e interagire con gli altri. Comprendono, secondo l’Osservatorio Almalaurea, che monitora l’occupabilità dei vari percorsi di laurea, la capacità di organizzare, la resistenza allo stress, la flessibilità, la fiducia in se stessi, l’autonomia, la precisione, l’apprendimento permanente, la capacità di conseguire obiettivi, la capacità di gestire le informazioni, lo spirito d’iniziativa... Si distinguono dalle Hard Skills che sono le competenze specifiche che riguardano una professione (competenze e qualifiche con attestati, certificazioni e prove di lavoro) e che possono essere acquisite tramite corsi, programmi di studi, pratica, e che sono più facilmente misurabili con voti, prestazione, ecc. Nella nostra società sono sempre più presenti Hard Skills (per l’innalzarsi della scolarità media) ma sempre più ricercate le Soft Skills, creando un grande divario mondo scuola-mondo lavoro. Infatti i giovani tendono a sopravvalutare le proprie competenze trasversali che risultano carenti nell’entrata nel mondo del lavoro (indagine commissionata da quattro fondi europei di formazione settoriale, progetto App-titude).

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Non giudicare ogni giorno dal raccolto che raccogli, ma dai semi che pianti.

Robert louis Stevenson

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

COMPETENZE PERSONAlI

Responsabilità Dedizione Motivazione Curiosità Autodisciplina Autoriflessione Fiducia in se stessi 22

Secondo lo Standford Research Institute International, il 75% del successo di un lavoro a lungo termine dipende dalla padronanza delle Soft Skills e solo il 25% da competenze tecniche. Infatti fra le 10 competenze trasversali più richieste nel lavoro del futuro (Quarta rivoluzione industriale) indicate dal WEC (World Economic Forum dal nome “Future of Jobs”) troviamo: la capacità di risolvere problemi complessi (problem solving), il pensiero critico, la creatività, gestione delle persone, coordinamento con gli altri, intelligenza emotiva, ragionamento e prendere decisioni, orientamento ai servizi (service orientation), negoziazione e flessibilità cognitiva. Il Sole 24 ore ha recentemente comparato le Soft Skills richieste nel 2015 con quelle richieste del 2020 e alcune sono risultate più necessarie di altre. In modo particolare la capacità di risolvere problemi, di usare creatività, l’intelligenza emotiva, fanno la differenza a livello di realizzazione personale tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 1994 le aveva definite “competenze per la vita” o Life Skills, ovvero necessarie per lo sviluppo della persona e non soltanto del professionista.

lIfE SKIllS / SOfT SKIllS COMPETENZE SOCIAlI

Sensibilità / Empatia Capacità di integrazione Capacità comunicative Spirito critico Conoscenza della natura umana Capacità di lavoro in team Capacità di interazione

A grandi linee le Life Skills possono essere suddivise in tre categorie: competenze personali, competenze sociali, competenze metodologiche. Tali competenze si declinano poi in competenze molto più specifiche inerenti il mondo del lavoro e non solo, o Soft Skills. Ma le Soft Skills possono essere apprese? Sì! A partire dalla scuola, ricca di stage e di apprendimenti significativi e collegati al mondo reale, fino a percorsi, svolti da professionisti, mirati a sviluppare componenti della propria personalità che ci permettano di vivere meglio i nostri contesti di vita e di lavoro in un empowerment continuo. Cosa può fare il genitore? Può aiutare il proprio figlio a sviluppare alcune delle Life Skills presenti nella sottostante tabella, come curiosità, responsabilità, resistenza allo stress, capacità comunicativa... attraverso l’esempio, l’esposizione del figlio a esperienze (viaggi, volontariato, relazioni, contesti) che aprano la mente, che sviluppino il piacere di apprendere e di modificarsi continuamente, in una continua evoluzione, aumentando così autostima, percezione di auto efficacia, flessibilità, fiducia. Perché farlo? “Soft Skills predict success in life”, quale sfida è dunque più importante? COMPETENZE METODOlOGICHE

Capacità di analisi Capacità organizzative Capacità di presentazione Capacità di problem solving Resistenza allo stress Gestione nuovi media


Importanti azioni di acquisizione e recupero di alcune opere di Jacopo Bassano, Orazio Marinali e Antonio Canova

PROPOSTE

CULTURA. LA RISCOSSA DI ASSOCIAZIONI E PRIVATI

di Andrea Minchio

A fronte della grave perdita della pala di Sant’Anna, c’è qualcuno che si adopera con passione e coraggio per arricchire e valorizzare il patrimonio storico-artistico della comunità…

Volti dalpontiani: la raccolta fondi prosegue con successo Se dovessimo tracciare una sorta di bilancio relativo alla vita culturale a Bassano nel corso dell’anno passato, ovviamente al netto del Covid, dovremmo registrare più di qualche aspetto contrastante. Fra le voci in rosso, per così dire, non dovremmo per esempio dimenticare la dolorosa perdita della pala di Sant’Anna, uno dei capolavori di Jacopo dal Ponte, ora definitivamente trasferita alle Gallerie dell’Accademia di Venezia (nonostante un tardivo quanto vano tentativo di recupero). Anche Bassano News, attraverso la voce di autorevoli studiosi, ha avuto l’occasione di ripercorrerne le storiche vicende, ricordando pure le circostanze che hanno portato alla “sottrazione” dell’opera dalla pinacoteca cittadina. Se in questo caso le istituzioni hanno mancato, fortunatamente da parte dei privati si possono registare alcune iniziative che, tramite le formule della raccolta fondi o del service (nel caso di club o associazioni), stanno ampiamente contribuendo a restituire a Bassano quel ruolo di piccola capitale della cultura che da qualche tempo - almeno nel pubblico - sembrava perduto. In primis va segnalata l’azione intrapresa da Marcello Zannoni, presidente degli Amici dei Musei e dei Monumenti, da Giovanni Marcadella, già direttore dell’Archivio di Stato di Vicenza (ispiratore fra l’altro del piano di mantenimento dell’Istituto a Bassano, grazie al concorso di diverse realtà associative), e da chi scrive. Si tratta dell’acquisto, a condizioni di favore, di due Volti dalpontiani, dei quali già si è parlato su queste pagine (Bassano News, Settembre/ Ottobre 2019): frammenti di una pala di grandi dimensioni, molto

probabilmente un’Adorazione dei pastori, che sono stati attribuiti a Jacopo Bassano da Giuliana Ericani e Claudia Caramanna. Tesori che, grazie a una faticosa “colletta” alla quale partecipano associazioni, istituti di credito e privati, entro breve potranno essere ammirati nelle sale del nostro museo.

Marinali e Canova: i restauri Nel frattempo i cosiddetti Amici di Orazio, nati sotto il segno di Bassano News e ora forti dell’adesione della Parrocchia di Santa Maria in Colle e di un manipolo di associazioni (Amici del Duomo, Pro Bassano, Consiglio di Quartiere Centro Storico) e della Galleria d’Arte Piazzotto Montevecchio, hanno lanciato una raccolta fondi per il restauro delle opere marinaliane dell’Altare del Rosario in Santa Maria in Colle. Grazie al Rotary Bassano Castelli il recupero della Santa Caterina è già garantito (e sarà ultimato in primavera). Per le altre statue si sta provvedendo. Al Rotary Bassano del Grappa si deve invece il finanziamento per il restauro del gesso di Ebe, del quale parliamo diffusamente, in questo numero, a pagina 36. Tre restituzioni importanti, nate dall’intuizione e dallo spirito d’iniziativa di chi opera nel volontariato culturale, ma anche di privati cittadini che amano

la loro “piccola patria”. Non va dimenticata nemmeno l’iniziativa del collezionista Fulvio Bicego, volta a finanziare tramite la vendita di un calendario artistico, il restauro di un antico Crocifisso ligneo policromo nella chiesa di San Francesco.

Sopra da sinistra verso destra Jacopo Bassano, Sant’Anna in trono con la Vergine bambina tra i santi Girolamo e Francesco o Immacolata Concezione, particolare, olio su tela, cm 147x103, 1541. Venezia, Gallerie dell’Accademia. © G.A.VE - Archivio fotografico Jacopo Bassano, Madonna, olio su tela, cm 33,4x26; Pastore, olio su tela, cm 36x27. Anni Settanta del Cinquecento.

Amarus in fundo Rimanendo in tema di restauri e di “soccorso” privato in ambito storico-culturale, sarebbe davvero opportuno procedere al recupero della lapide posta sulle mura della vecchia Caserma Cimberle Ferrari. Dedicata alla memoria degli ufficiali Paolo Cimberle e Antonio Ferrari e dei soldati Gio. Battista Artuso e Bernardo Simioni, caduti nella battaglia di Adua (1896), versa in condizioni di grave abbandono. È allora lecito immaginare che un’azione congiunta fra le diverse associazioni d’arma possa garantirne un adeguato e doveroso restauro. Qui habet aures audiendi…

Per contribuire al restauro delle opere di Orazio Marinali Info: PRO BASSANO

Via Matteotti, 23 - Tel. 0424 22758 IBAN IT77Z 02008 60169 00000 2605525

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A fianco La lapide posta su muro della vecchia Caserma Cimberle Ferrari lungo il viale delle Fosse. Ricorda i Caduti bassanesi della battaglia di Abba - Garima nella Guerra di Abissinia (1895-1896). Sarebbe proprio il caso di restaurarla.


Nell’arcipretale di Nove e nella chiesa di Santa Maria Assunta a Marostica si trovano piccoli tesori…

OMAGGIO

Ricordando alcune opere meno conosciute di mio padre GIOVANNI PETUCCO

di Giambattista Petucco

Un paio di dipinti, un fonte battesimale e una pala in maiolica (e non solo): si tratta di realizzazioni di grande suggestione non sempre adeguatamente ricordate dalla critica, che vengono qui eccezionalmente proposte e commentate dal figlio del grande artista e ceramista.

A destra Giovanni Petucco, I Santi Pietro e Paolo Apostoli, olio su tela, 1939. Nove, sacrestia della chiesa arcipretale.

Qui sotto Giovanni Petucco, Ritratto di padre Roberto da Nove, olio su tela, metà degli anni Cinquanta del secolo XX. Nove, sacrestia della chiesa arcipretale.

Qui sotto Giovanni Petucco, Natura morta, olio su tela, 1930. Collezione Gabriella Petucco Bernardi.

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Non è facile parlare del proprio padre, soprattutto se si tratta di un artista importante qual è stato Giovanni Petucco, a cui sono già state dedicate pagine significative da critici autorevoli. Un compito delicato che mi appresto a svolgere con la necessaria sensibilità, affrontando un tema finora poco battuto e relativo ad alcune opere, che meriterebbero invece maggiore attenzione. Mi piace innanzitutto ricordare che papà manifestò fin da bambino una grande passione per il disegno e conseguentemente per la pittura. Esistono infatti alcuni quadretti eseguiti quando aveva quindici anni - tuttora sparsi nelle case di nostri parenti - che ne anticipano e ne testimoniano l’innato talento: soggetti inerenti a paesaggi del territorio, con una particolare propensione per l’ambito collinare. Ricordo poi che fino al 1935, pur lavorando in alcune manifatture ceramiche locali, papà riusciva a ritagliarsi un po’ di spazio nel tempo libero e coltivare così la pittura. Risale a quell’epoca una serie di ritratti di conoscenti e parenti, della quale rimane ancora traccia. Anni di formazione, che coincisero con la frequentazione dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e dei corsi tenuti da Guido Cadorin, pittore passato alla storia per avere lavorato anche al Vittoriale degli Italiani incantando nientemeno che Gabriele D’Annunzio. Oltre che con la pittura a olio (su tela oppure su tavola), papà si esprimeva pure attraverso la tecnica ad affresco e - ma questa

è cosa molto nota - lavorando per le aziende novesi e decorando con i soggetti più svariati grandi piatti in ceramica. Accadde così che don Oreste Bartolomei, parroco di Nove, ex combattente nella Grande Guerra, cappellano militare e figura molto amata dalla gente, gli affidò l’incarico di eseguire una grande tela dedicata a I Santi Pietro e Paolo Apostoli, titolari della nostra chiesa. Papà li ritrasse con i loro principali attributi (la chiave e la spada). Su uno sfondo neutro e classicheggiante, sul quale campeggia un tempio greco, le due figure si stagliano imponenti: una grandezza che non è solo fisica e che simboleggia il loro ruolo di pilastri della nostra Cattolicità. L’opera si trova

attualmente nella sacrestia della arcipretale, è datata 1939 e firmata al piede sulla parte destra. A fianco è esposto un altro quadro, di dimensioni inferiori, nel quale è ritratto di profilo padre Roberto da Nove. Proveniente dalla famiglia Cecchetto, molto conosciuta in paese, il religioso era tenuto in grande considerazione come straordinario predicatore, soprattutto durante il periodo quaresimale. Papà lo dipinse verso la metà degli anni Cinquanta su un morbido fondo ocra, conferendo all’effigiato un’aura di spiritualità. Non bisogna dimenticare che a quel tempo era stata costituita anche un’associazione intitolata a padre Roberto. Gli iscritti si ritrovavano nella sala Pio X, allora adibita a cinematografo,


OMAGGIO A fianco, da sinistra verso destra Gino Cuman, Andrea Parini, Giovanni Petucco, Fonte battesimale, 1945 c. Nove, chiesa arcipretale. Giovanni Petucco, Pala d’altare di Santa Rita da Cascia, maiolica a gran fuoco, 1947. Cappella Festa. Marostica, chiesa di Santa Maria Assunta.

Qui sotto Due delle sei formelle disposte a mo’ di predella sotto la pala e ispirate ad alcuni episodi della vita di Santa Rita.

per ascoltare musica, poesia e assistere a incontri culturali.

Nella nostra chiesa si trova un fonte battesimale di notevole suggestione. Ricavato in una nicchia, a sinistra del portale d’ingresso, si presenta come un piccolo e raffinato complesso eseguito in ceramica. Fu fortemente voluto dal parroco don Luigi Panarotto, all’epoca presidente dell’Opera Pia Giuseppe De Fabris, istituzione religiosa con annessa scuola di ceramica. Un ruolo, il suo, che lo portò

ad affidarne la realizzazione a tre maestri: Andrea Parini, Gino Cuman e, appunto, mio padre. Approvato il progetto dalla Curia Vescovile e acquisita l’argilla semirefrattaria dalla locale ditta Cecchetto, gli artisti si misero all’opera modellando le due belle figure del Battista e di Cristo, poste su una base color verde ramina che rappresenta le acque del Giordano. Tutt’intorno vennero poi eseguite delle formelle con scene bibliche decorate a rilievo. Quando nacqui l’opera non era ancora stata completata. Ricordo però che diversi anni dopo entrambi i miei figli, Giovanni Maria e Marco, furono battezzati proprio su questo fonte, come accadde peraltro a molti bambini novesi. Non so se oggi sia ancora utilizzato. I tempi cambiano… e anche le regole liturgiche! Un salto di qualche chilometro ci porta a Marostica nella chiesa di Santa Maria Assunta, e precisamente nella cappella di Rita da Cascia (la santa dei casi

disperati e impossibili), di fronte a quella del Beato Lorenzino. Uno spazio molto venerato dalla pietà popolare, nel quale l’industriale vicentino Angelo Festa fece collocare nel 1947 una pala in maiolica come ex voto (nella speranza di non essere internato nella Germania nazista). L’opera fu commissionata dall’illustre mecenate a papà, che la realizzò con la collaborazione di Andrea Tolio e Gino Cuman. Festa aveva conosciuto mio padre nel ’45, dopo aver ammirato un suo San Camillo di Lellis, affresco tuttora esistente nell’edificio a suo tempo abitato dalle suore dell’Ospedale di Marostica. La santa è ritratta in atteggiamento ieratico su un fondale azzurro cielo, ulteriormente ravvivato dalla presenza di candide nuvole e teneri angioletti. Ai suoi piedi Marostica, tutta racchiusa fra i due castelli e le mura, fa da base alla sacra immagine. Tutt’attorno una cornice di rose riquadra il bassorilievo, mentre in basso sei formelle a predella ricordano alcuni episodi della vita della santa.

A sinistra, nel testo Una delle formelle del fonte battesimale di Nove. È ispirata alla Prima Lettera ai Corinzi: Et omnes eundem portum spiritalem biberunt (E tutti bevvero la stessa bevanda spirituale) I. Cor. X, 4. Qui sotto Giovanni Petucco, capitello dedicato a Maria Vergine Madre di Dio, maiolica a gran fuoco, 1952 c. L’opera si trova nei pressi dell’Asilo nido già della Madre e del Bambino, in via Quattro Martiri a Marostica, ed è stata da poco restaurata dal Lions Club Marostica.

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Alcune riflessioni sul significato profondo del restauro

Oggetti e opere d’arte in legno L’importanza della conservazione

PROSPETTIVE

di Antonella Martinato con le sue collaboratrici Katia Andolfatto e Antonella Todaro

Ciò che un tempo scompariva a causa di incendi ed eventi catastrofici, come per esempio le guerre, rischia oggi di deteriorarsi e perdere di valore per incuria e scarsa sensibilità. Ma a volte basta davvero poco per restituire la vita a piccoli e grandi tesori…

Ciò che rende l’esistenza preziosa sono i nostri sentimenti e la nostra sensibilità. Hermann Hesse

A fianco e qui sotto Antonella Martinato al lavoro su una scrivania in noce. Un grazioso angioletto ligneo, prima dell’intervento di recupero.

Il legno, nei secoli, è sempre stato un supporto fondamentale per la realizzazione di opere d’arte di immenso valore. Fin dagli albori della storia ha espresso una forte affinità con l’uomo. Pensiamo per esempio all’albero che, accostato alla vita, ha fornito le prime risposte alle esigenze dell’umanità: il calore del fuoco, gli attrezzi per la caccia, le prime rudimentali dimore e i loro semplici arredi, la ruota… L’uomo ha infatti impiegato questa straordinaria e duttile materia fin dalla notte dei tempi, imparando a conoscerla alla perfezione, per poi esaltarne le straordinarie potenzialità eseguendo manufatti di rara bellezza in epoche di ricchi splendori. Dopo diversi secoli di storia e innumerevoli vicissitudini (incluse le guerre), molte di queste opere lignee sono comunque giunte a noi: vecchie cornici, sculture,

Sopra, dall’alto verso il basso Il recupero di un elemento ligneo di discrete dimensioni e quello di una cornice dorata con intagli fogliacei.

A fianco Un bel capitello ionico, parecchio deteriorato, in fase di restauro.

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scrivanie, cassapanche, altari e tanti altri oggetti. E ciò grazie all’amore per le tradizioni, alla forte devozione popolare e a un ineccepibile rispetto per l’arte e i suoi capolavori. Oggi però è sempre più difficile riuscire a mantenere quei valori. L’impegno quotidiano alla conservazione e alla manutenzione di tali manufatti lignei non è poi così scontato… Serve infatti molta sensibilità, nonché educazione alla cultura del restauro e alla cura dei beni artistici, almeno per quelli ancora presenti nel territorio e nelle nostre case. Fortunatamente l’amore e la passione spingono molte persone a investire tempo e denaro nella sistemazione e nel restauro di tali oggetti, con il desiderio di restituir loro una nuova vita, dopo che sono stati per troppo tempo trascurati. Il degrado dei manufatti lignei può veramente far scomparire in poco tempo oggetti preziosi. Nel passato avvenivano incendi e alluvioni; in tempi più recenti sono invece le muffe, l’umidità, gli attacchi di tarme e tarli alcuni importanti fattori di distruzione e abbruttimento di tanti oggetti legati ai nostri luoghi o ai nostri ricordi. E pensare che basterebbero solo

un po’ di attenzione e qualche accorgimento, partendo da un buon restauro conservativo e una costante manutenzione, per percepire con soddisfazione le emozioni che riescono ancora a offrirci! La conservazione delle opere d’arte lignee crea un momento di “pausa” nel mondo che corre, il restauro richiede molta pazienza e lunghi tempi di riflessione: un lavoro manuale che - per nostra fortuna - fa riassaporare vecchie tecniche ebanistiche e artistiche ricche di odori, essenze, suoni e… un pizzico di alchimia. La sorpresa e lo stupore nel vedere questi oggetti tornare piano piano a risplendere ci fa sentire un po’ bambini e, allora, ci si interroga su mille questioni storico-artistiche: come sono stati realizzati, chi li ha intagliati, quando e per conto di chi…? Lo stupore lascia poi spazio alla consapevolezza del valore del restauro e alla soddisfazione di aver recuperato una piccola fetta del nostro passato. E si comprende che l’oggetto non ha percorso alcun binario correndo, ma è sempre stato accanto a noi: in silenzio, quasi in punta di piedi, ha atteso che il nostro sguardo si posasse nuovamente su di lui…


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L’Italia sarà la destinazione turistica del 2021 Il nuovo Rinascimento italiano

Sì, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

Importanti riviste internazionali di settore hanno decretato che il nostro Paese sarà la destinazione ideale di viaggio del 2021 per diversi e interessanti motivi…

Senza vedere la Sicilia non si può capire l'Italia. La Sicilia è la chiave di tutto. Goethe

A fianco La Costiera Amalfitana, Patrimonio dell’Umanità Unesco, è conosciuta in tutto il mondo per la bellezza dei luoghi, naturalmente vocati al turismo, e per lo spirito ospitale delle sue genti.

Sotto L’Etna (3.326 m), detto anche Mongibello, è il più alto vulcano attivo d’Europa. Nel 2013 è stato inserito nel Patrimonio dell’Umanità Unesco.

Il 2020 verrà ricordato come l’anno di stasi del turismo, un punto di non ritorno per il viaggio come lo conoscevamo, messo in discussione come mai prima. Un’esperienza ricreativa che davamo per scontata, fino all’insorgere dell’emergenza sanitaria. Da alcuni mesi le persone in diverse parti del mondo stanno tornando a spostarsi, magari timidamente, ridisegnando un settore con connotati inediti. Quali sviluppi ci aspettano nell’anno che verrà? Le prossime vacanze sono già nella mente dei viaggiatori? Secondo importanti riviste del settore l’Italia sarà la destinazione di viaggio del 2021.

Sotto La magia della Val d’Orcia: un territorio caratterizzato da atmosfere di grande suggestione e dalla presenza di numerosi borghi medievali, fra i quali Pienza e Montalcino.

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E lo sarà perché “è una terra fatta di bellezze significanti che il mondo intero riconosce e ama”. Pensiamo per esempio alla Val d’Orcia, “dove i cipressi marciano in filari su colline basse e ondulate”; alle vertiginose e maestose scogliere della Costiera Amalfitana “dove villaggi dai colori pastello scendono fino a spiagge di ciottoli e insenature segrete”; e per finire alle pianure della Puglia “con i loro ulivi secolari le spumeggianti cattedrali barocche”. Il Belpaese è forse, più di qualsiasi altro, quello che “esprime il concetto di vacanza”. E proprio per questo motivo che il 2021 sarà l’anno ideale per esplorarlo. Non dimentichiamo inoltre che l’Italia è stato il primo Paese dell’Occidente a essere colpito dalla terribile pandemia che sta caratterizzando il 2020, e per questo motivo stiamo per assistere al “nuovo Rinascimento italiano” che è, già adesso, in fase di attuazione. Ma quel che è certo è che nel 2021 l’Italia sarà affascinante grazie al “cibo, al vino, alle

tradizioni artigiane, alla moda, alle città storiche, al mare”, anche se c’è anche qualcosa di nuovo nell’aria, “un rinnovato apprezzamento della ricchezza e dell’ampiezza del patrimonio del nostro Paese”. E così che noi della Canil Viaggi vogliamo invitare i nostri amici viaggiatori a scegliere la destinazione Italia nel 2021, anche perché l’ecosistema turistico italiano è vasto e non comprende solo hotel, aeroporti e navi da crociera, ma si estende in profondità nel tessuto sociale del Paese, diventando spina dorsale di tutte quelle attività che rendono il viaggio “esperienza”. Esse sono per esempio produttori di vino, locandieri, artigiani, capitani di barche, autisti e naturalmente guide, che hanno sofferto profondamente questo ultimo anno. Tutti noi dobbiamo essere attori di questo nuovo Rinascimento italiano, ed esortiamo quindi tutti a esserne parte attiva facendo un viaggio nel nostro Belpaese perché “la bellezza e il patrimonio italiano sono anche nelle nostre mani”.


A fianco, da sinistra in senso orario Ragusa, la Città dei ponti, è il capoluogo di provincia più a sud d’Italia. Il teatro greco-romano di Taormina: scavato nella roccia, ha la scena che si staglia sullo Ionio e sull’Etna. L’isola di Ortigia costituisce la parte più antica di Siracusa. Le celeberrime maioliche di Caltagirone: sembra che la loro produzione sia iniziata all’epoca della dominazione araba. Sotto Il cioccolato di Modica: una delle delizie siciliane, è prodotto in maniera rigorosamente artigianale.

Un’esperienza unica e indimenticabile lA SICIlIA BAROCCA

Un cielo luminoso e sereno, il blu intenso del mare, le distese verdi dei mandorli e degli aranceti, le costruzioni dei templi… tutte le meraviglie di un’isola dalla cultura millenaria! Dall’1 al 5 aprile 2021 Viaggio di 5 giorni

1° giorno - Giovedì 1 aprile 2021 Venezia - Catania - Piazza Armerina Caltagirone Ritrovo dei partecipanti, trasferimento in aeroporto a Venezia e partenza con volo per Catania. Arrivo e proseguimento per Piazza Armerina e visita degli splendidi mosaici pavimentali della nota Villa Romana del Casale, principale testimonianza della civiltà romana nell’Isola. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita di Caltagirone, celebre per il centro barocco, ricco di numerose chiese e caratterizzato dalla maestosa “Scalinata di Santa Maria del Monte”. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

2° giorno - Venerdì 2 aprile 2021 Modica - Ragusa Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino partenza per Modica e visita di questa graziosa cittadina, il cui Duomo di San Giorgio rappresenta il simbolo del barocco della Val di Noto. Degustazione di cioccolata prodotta secondo le antiche ricette azteche. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita di Ragusa, culla del tardo-barocco siciliano con le sue bellissime chiese e il Giardino Ibleo.

3° giorno - Sabato 3 aprile 2021 Noto - Siracusa Prima colazione in hotel. Al mattino visita di Noto, autentica “capitale” del barocco europeo. La raffinatezza architettonica di Palazzo Ducezio, del Duomo, del Teatro e degli altri edifici barocchi, l’hanno fatta definire “il giardino di pietra”. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio proseguimento per Siracusa e visita della più potente città del Mediterraneo all’epoca di Dionisio I, con l’isola di Ortigia con la Fonte Aretusa e il Duomo. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

4° giorno - Domenica 4 aprile 2021 Etna - Taormina Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino partenza alla scoperta dell’Etna, il vulcano attivo più alto d’Europa. Le suggestive formazioni rocciose e i flussi lavici pietrificati accompagneranno l’ascensione fino a quota 1.900 metri, dove si potrà passeggiare sui crateri silvestri. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita di Taormina, la perla del Mediterraneo, caratteristica cittadina con un meraviglioso panorama sul mare e sull’Etna.

Qui sotto La Trinacria, simbolo della Sicilia, ricorda la particolare configurazione geografica dell’isola, caratterizzata dai tre promontori dei capi Passero, Peloro e Lilibeo che rimandano ai vertici di un triangolo.

Quota individuale di partecipazione Euro 990,00

5° giorno - Lunedì 5 aprile 2021 Catania - Venezia Prima colazione in hotel. Al mattino visita di Catania, cittadina dal forte contrasto del nero basalto lavico col bianco della pietra scolpita, dove ammireremo la Piazza Duomo, la Statua dell’Elefante, la Via Etnea e la Via dei Crociferi. Brunch presso un’azienda agricola. Nel pomeriggio trasferimento in aeroporto e partenza per Venezia. Arrivo e proseguimento in pullman per le località d’origine.

la quota comprende: - i trasferimenti da e per gli aeroporti; - volo aereo di linea in classe economica; - tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 31/10/2020; - sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi; - visite ed escursioni in pullman e guide locali; - degustazione di cioccolato modicano; - auricolari per tutto il tour; - assicurazione medico bagaglio e annullamento; - accompagnatore locale: la quota non comprende: - gli ingressi (ca. 30,00 euro); - le camere singole (suppl. di euro 140,00). All’iscrizione acconto di euro 300,00

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Lo Zafferano, orgoglio dello splendido borgo medievale

L’ORO ROSSO DI SAN GIMIGNANO

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

Si ricava dagli stimmi del Crocus sativus e la raccolta viene effettuata rigorosamente a mano. Per il suo valore economico, davvero molto elevato, viene equiparato al prezioso metallo.

O pallido croco, nel vaso d’argilla, ch’è bello, e non l’ami, coi petali lilla tu chiudi gli stami di fuoco […].

Giovanni Pascoli

Forse non tutti sanno che per il suo pregio e per il colore intenso lo Zafferano di San Gimignano si è guadagnato, a buona ragione, l’appellativo di “Oro Rosso”. Si tratta infatti di una delle spezie più costose della terra, molto più cara - per esempio - del tartufo! Si stima che il prezzo di un chilo di zafferano oscilli fra i 15.000 e i 30.000 euro. Viene ricavato dagli stimmi del Crocus sativus, un bulbo dal fiore di un bellissimo colore viola-lilla che sboccia solo per pochi giorni l’anno e che richiede molta cura, poiché non si adatta a tutti i climi. Verso la metà di ottobre i prati di San Gimignano si colorano e i fiori del Crocus cominciano a sbocciare. Purtroppo, però, si potranno ammirare solo per alcuni giorni. Alle prime ore del mattino, prima che il fiore si schiuda del tutto, avviene la raccolta, che è effettuata rigorosamente a mano. Da ogni fiore vengono presi tre stimmi, poi si procede con la mondatura cioè con la separazione

Qui sopra, dall’alto verso il basso Il prezioso e prelibato “Oro Rosso” di San Gimignano. Un esemplare di Crocus sativus, dalla caratteristica tinta viola-lilla.

Sotto ai titoli, da sinistra verso destra Una bella veduta panoramica sulla “Città dalle cento torri” e un campo, coloratissimo, di Crocus sativus.

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della parte giallastra da quella arancione. Proprio da quest’ultima si ricava lo zafferano, che dovrà venire essiccato prima di essere confezionato. Attenzione: per produrre un solo grammo di zafferano occorrono circa centocinquanta fiori! È chiaro allora il motivo per il quale lo si chiama “Oro Rosso”. Lo Zafferano di San Gimignano a Denominazione di Origine Protetta è rappresentato esclusivamente dagli stimmi essiccati, ha un sapore forte e anche il colore, dopo l’essiccatura, si mantiene di un bel rosso bordeaux brillante. Il fatto di non venire macinato in polvere, inoltre, ne garantisce l’autenticità. Dulcis in fundo, il fiore del Crocus coltivato in questa zona ha stimmi lunghi e profumati: ciò lo rende ancora più prelibato. Nella “Città dalle cento torri” (in realtà erano settantadue e ora ne sono rimaste quattordici) pare che lo zafferano venisse già

coltivato nel XIII secolo. È certo comunque che, a causa dell’elevato valore economico, veniva usato dai mercanti come sostituto della moneta. Si dice addirittura che alcune torri siano state erette dalle diverse casate locali grazie ai proventi derivanti dal commercio dei preziosi stimmi del Crocus. Non solo: lo zafferano era talmente importante da essere tutelato con apposite leggi che ne garantivano la qualità e ne regolamentavano la vendita dei bulbi!

A prescindere da questa gustosa spezia, non va dimenticato che San Gimignano è stata dichiarato Patrimonio dell’Umanità Unesco. Posta sulle colline della Val d’Elsa, la città è sicuramente uno dei più bei borghi medievali d’Italia ed è nota pure per altre sue prelibatezze enogastronomiche. Fra queste, l’apprezzatissima Vernaccia Docg, ricordata nientemeno che da Dante nel suo Purgatorio!


Necessario creare le condizioni per lavorare con una certa tranquillità…

INTERVISTA A SANDRO VENZO Presidente del Mandamento di Bassano di Confartigianato Imprese Vicenza

ARTIGIANI

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

“Il 2020 è stato un anno terribile e nefasto. E non è finita. Abbiamo di fronte ulteriori mesi duri, che metteranno ancora alla prova la nostra capacità di resistere”. A conclusione di quest’anno, diverso da tutti gli altri in maniera radicale, abbiamo fatto il punto della situazione con Sandro Venzo, presidente del Mandamento bassanese di Confartigianato Imprese Vicenza, per capire la situazione del mondo artigiano.

Presidente, com’è la situazione dell’artigianato nel territorio? Siamo di fronte a un momento serio: la prima ondata e questo ritorno autunnale hanno bloccato il lavoro di molte aziende. E non parlo solo delle attività rivolte al privato; anche il mondo delle manifatture e delle subforniture ha infatti subito rallentamenti, ancora difficili da stimare dal punto di vista economico. C’è poi un aspetto reale e concreto, di mancato introito, ma pure uno psicologico, che forse sottovalutiamo. Anche se la pandemia dovesse passare tra qualche mese, ci vorrà tempo per riprenderci.

Sopra Sandro Venzo, presidente del Mandamento di Bassano del Grappa di Confartigianato Imprese Vicenza.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Di cosa ci sarebbe bisogno? Le misure di cui avremmo maggior bisogno nei prossimi dodici mesi, per tornare alla normalità, dovrebbero prevedere una notevole riduzione del costo del lavoro: questo aiuterebbe anche l’occupazione. I decisori pubblici, quando istituiscono misure d’intervento, dovrebbero inoltre tenere conto della burocrazia, che è spesso un forte deterrente alle richieste di agevolazione. Non è possibile, per esempio, che le aziende aspettino per mesi la cassa integrazione. Anche gli incentivi fiscali sul tipo del bonus 110% (di per sé manovre di grande valore), richiedono una serie infinita di adempimenti. E molti rinunciano per questo… Un altro esempio? La Lotteria degli scontrini, che è partita quasi

all’improvviso: numerosi negozi sono stati colti alla sprovvista!

Come ha risposto il territorio di Bassano a questa emergenza? Le aziende hanno subìto un forte contraccolpo, che ancora si fa sentire. Soprattutto la ristorazione e tutte le attività “bloccate” dai provvedimenti governativi: penso al mondo dello spettacolo e della cultura o a quello dello sport. Ma pure ai service di vario tipo, quali i negozi ad alta concentrazione di vendita. Fortunatamente lo spirito di questo territorio è quello di rimboccarsi le maniche e di non farsi abbattere dalle difficoltà. Abbiamo degli esempi positivi: qualcuno ha infatti scoperto canali commerciali nuovi, mai sperimentati prima. Da parte delle Amministrazioni pubbliche locali abbiamo rilevato grande attenzione al mondo economico. Alcune di esse hanno offerto contributi concreti, come Bassano, Mussolente, Romano d’Ezzelino e Cassola. Qualche altra, secondo noi, avrebbe potuto fare di più. Come hanno reagito le Associazioni di categoria? Se da un lato Confartigianato ha dovuto rinviare una serie di attività sindacali basate su eventi, incontri, momenti di aggregazione, assemblee, eccetera, dall’altro ha prodotto uno sforzo enorme per aiutare le aziende ad adempiere ai vari DPCM e aderire alle misure di agevolazione. Nel periodo più duro del lockdown la struttura a livello provinciale ha gestito 3.900 domande, tra indennizzi per i titolari e congedi o redditi d’emergenza. Ha presentato direttamente 3.200 domande di fondo perduto a vari livelli e svolto attività formativa tramite webinar, raggiungendo 2.600

utenti. Senza contare lo sforzo per la gestione della cassa integrazione SFBA, che è stato enorme. Cosa auspica per il futuro? Dobbiamo necessariamente ricreare le condizioni perché le aziende lavorino con una certa tranquillità, cosa che è stata impossibile nel 2020. Se questo sarà possibile, potremo assistere nella seconda metà del 2021 a una timida ripresa. Non siamo di fronte a una crisi di carattere economico-finanziario e dobbiamo fare di tutto perché non lo diventi. Su questo aspetto sono ottimista, perché conosco l’intraprendenza e le capacità delle imprese. Ma servono segnali positivi. Qualcosa recentemente è arrivato e la produzione dei vaccini a livello generale aiuta a vedere il futuro con più serenità. Anche l’apertura del cantiere della Pedemontana in zona Bassano è un punto favorevole. Appena sarà possibile, dovremo spingere sul Turismo, una risorsa che come territorio possiamo favorire. E qui ci vuole uno sforzo comune. In conclusione approfitto di questo spazio per porgere gli auguri di Buone Feste. Che il Santo Natale possa essere veramente quella Rinascita che simboleggia e che tutti noi oggi desideriamo ardentemente!


L’intervento, il primo legato alle Celebrazioni canoviame del 2022, prevede il restauro additivo della statua in gesso

SfIDE

LEVIAMO I CALICI aspettando il ritorno della leggiadra Ebe

di Antonio Minchio Nell’auree sale dell’Olimpo accolti intorno a Giove si sedean gli Dei a consulta. Fra lor la veneranda Ebe versava le nettaree spume, e quelli a gara con alterni inviti l’auree tazze vôtavano mirando la troiana città…

L’iniziativa, lanciata dal Museo Civico e coordinata dall’ex direttore Mario Guderzo, è sostenuta dal Rotary Club Bassano del Grappa e dal Rotary Club Asolo e Pedemontana del Grappa. Già a marzo sarà possibile vedere la scultura, così come l’aveva concepita il genio di Possagno.

Iliade, Libro Quarto Traduzione di Vincenzo Monti (1825)

A fianco, da sinistra verso destra Antonio Canova, Ebe, marmo statuario, 1816-’17. Forlì, Musei Civici San Domenico. Il gesso di Bassano in un’immagine recente, ancora molto danneggiato e incompleto, e così come si presenterà a restauro terminato. Sotto, dall’alto verso il basso Uno dei saloni del nostro Museo Civico in una fotografia anteriore al 1945. Si distinguono i modelli in gesso di due opere canoviane: la Danzatrice ed Ebe (nel tondo). Marco Guazzo, presidente del Rotary Club Bassano del Grappa. In collaborazione con l’omologo Club Asolo e Pedemontana del Grappa, il sodalizio si è impegnato a finanziare il restauro dell’opera.

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Ebe, un nome che evoca al tempo stesso il fascino ermetico delle figure mitologiche e la personificazione del concetto di “giovinezza”. Di lei parla Omero che la colloca nell’Olimpo, figlia nientemeno che di Zeus ed Era. L’autore dell’Iliade e dell’Odissea la descrive nel ruolo di ancella della madre, sorella premurosa del bellicoso Ares e fedele compagna di Afrodite nell’arte della danza. Solitamente, nell’immaginario collettivo, Ebe viene però ricordata come la “coppiera degli dei”, generosa dispensatrice di nettare e ambrosia, garante quindi della loro immortalità. Un incarico, per così dire, che ricoprì per poco tempo, poiché Zeus colse l’occasione di una sua poco elegante caduta per sostituirla con Ganimede, il bellissimo giovinetto che il capo degli dei aveva rapito per farne anche il suo amante.

Le antiche fonti greche accostano inoltre Ebe a Eracle, l’eroe delle dodici fatiche, che la ebbe in sposa come premio assieme all’immortalità e - appunto all’eterna giovinezza. A Roma venne identificata con la dea Iuventa (Giovinezza), protettrice degli adolescenti. Questi ultimi (gli iuvenes) le tributavano sacrifici quando, al momento di indossare la toga virile, cessavano di essere ragazzi e diventavano uomini. I suoi attributi, riproposti dagli artisti in epoca rinascimentale, sono il calice (per questo oggi Ebe viene spesso associata dai sommelier ai loro sodalizi) e l’aquila. Fu però a partire dal XVIII secolo che si assistette alla riscoperta del suo mito, accompagnata da una ricerca iconografica che seppe tenere conto delle esigenze e delle mode del tempo.

Anche Antonio Canova, del quale il 13 ottobre 2022 ricorrerà il bicentenario della morte, volle cimentarsi con questo mito. Fra il 1796 e il 1817, infatti, egli realizzò quattro sculture dedicate a Ebe: la prima, eseguita per il patrizio Giuseppe Giacomo Albrizzi, si trova attualmente all’Alte Nationalgalerie di Berlino; la seconda, voluta da Giuseppina Beauharnais, è ora all’Hermitage di San Pietroburgo; la terza è esposta nel castello di Chatsworth (Regno Unito); la quarta, scolpita per una nobildonna romagnola, è al Museo di San Domenico a Forlì. Proprio a quest’ultima si riferisce l’opera in gesso conservata al Museo Civico di Bassano: un modello donato all’Istituto nel 1852 da mons. Giovanni Battista Sartori Canova, fratello acquisito del grande artista possagnese. Un’Ebe rimasta per lunghi anni


inaccessibile ai visitatori, in quanto gravemente danneggiata nel corso del bombardamento alleato del 24 aprile 1945. Nel 1994, in seguito a un esame delle opere descritte negli inventari del museo, se ne individuarono i frammenti (conservati nelle casse dei depositi). Grazie a un paziente lavoro di ricomposizione fu possibile recuperare intere sculture. E, fra queste, anche la “nostra” Ebe. Il gesso, tuttavia, è parzialmente danneggiato e risulta tuttora privo di alcuni pezzi, andati purtroppo perduti. Fortunatamente la tecnologia più avanzata consente oggi di operare interventi di restauro, integrando i volumi mancanti attraverso una prototipazione rapida, resa possibile da scansioni comparative in 3D. Tale processo, noto come reverse engeenering, può essere applicato anche nel caso dell’opera bassanese, che è una copia del marmo ospitato al Museo di San Domenico di Forlì. Partendo appunto da quella scultura, attraverso un percorso inverso (dal marmo al gesso), si potrà ricomporre la copia

conservata a Bassano: un restauro addittivo, che si avvale di una tecnica ormai diffusa e peraltro già sperimentata con successo al Museo Canova di Possagno.

Una splendida notizia, possiamo proprio dire, che rientra nelle iniziative organizzate dal Museo Civico in vista delle prossime Celebrazioni canoviane. Sul fronte operativo l’intervento vedrà impegnati il restauratore Giordano Passarella, attivo nel settore della conservazione, e Ivano Ambrosini, responsabile di Unocad srl di Altavilla Vicentina, ditta che sì occuperà della realizzazione in 3D. L’intervento, effettuato sotto la supervisione del dott. Mario Guderzo (già stimato direttore del nostro museo e di quello di Possagno), avrà luogo nei primi mesi dell’anno e sarà sostenuto economicamente del Rotary Club Bassano del Grappa, in collaborazione con il Rotary Club Asolo e Pedemontana del Grappa: un impegno notevole, considerata l’entità dell’intervento (circa 24mila euro).

“In linea con il tema che ci siamo dati quest’anno, Pensiamo ai giovani e ripensiamo al futuro, è nata l’idea di finanziare questo singolare restauro, che unisce il passato con il presente utilizzando tecnologie innovative”. Marco Guazzo, presidente del Rotary Club Bassano del Grappa, non ha dubbi sulla natura di questo particolare service, che vede nel recupero di una splendida rappresentazione di Ebe, dea della giovinezza, un nesso significativo con l’attività del sodalizio. “Abbiamo coinvolto in questa importante operazione pure gli amici del Club Asolo e Pedemontana del Grappa: fondamentale, infatti, la presenza di Moira Mascotto, direttrice del Museo Canova e a sua volta rotariana. Certamente l’impegno è molto elevato, ma siamo convinti ne valga la pena. Investire sulla nostra Ebe significa lanciare un messaggio a favore dell’arte e della cultura: ambiti nei quali bisognerebbe incrementare la partecipazione, anche professionale dei giovani”.

Qui sopra Elaborazione al computer dei modelli tridimensionali virtuali, relativi alle parti mancanti del gesso bassanese, effettuata in seguito al rilevo 3D sulla statua in marmo di Forlì. Su questa base vengono poi realizzati, mediante prototipazione rapida a deposito di gesso (stampa progressiva orizzontale di fogli in gesso dello spessore di un decimo di millimetro, legati fra loro da un collante) i volumi necessari al completamento dell’opera bassanese (p.g.c. Unocad srl - Altavilla Vicentina). In alto, a sinistra I frammenti della Ebe del Museo Civico, recuperati dopo i danni del bombardamento alleato del 1945: assieme alle parti ricostruite in 3D, saranno utilizzati nella ricomposizione della scultura.

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Incuria, mancanza di pulizia, scarso senso civico… È necessario risolvere i problemi in vista di una ripartenza

PuNCTuM DOlENS

FOCUS DEGRADO L’ALLARME DI ERIO PIVA

di Elisa Minchio

La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge se stessa. franklin Delano Roosevelt

Devo lasciare un biglietto a mio nipote: la richiesta di perdono per non avergli lasciato un mondo migliore di quello che è.

Non si può proprio dire che oggi l’aspetto di Bassano sia al top. Sporcizia e abbandono, anche nelle zone più frequentate, non mancano. Ecco l’analisi impietosa dell’ex presidente del Consiglio di Quartiere Centro Storico, da sempre attento osservatore delle problematiche cittadine.

Andrea Zanzotto

A fianco La scala a sud-ovest del Ponte Nuovo: porta a via Macello e alla passeggiata lungo la sponda destra del Brenta.

Sotto, dall’alto verso il basso Erio Piva, infaticabile sostenitore della necessità di riqualificare il Centro Storico (e non solo) di Bassano. Il ”boschetto” sotto al Ponte Nuovo e, sullo sfondo, l’immancabile gru, presenza decennale sulla verticale dell’ex Macello.

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“Da parecchi anni, ormai, Bassano ha incrementato la sua naturale propensione all’ospitalità: una vocazione turistica cresciuta passo dopo passo, che si è ora arrestata con le restrizioni anti Covid 19. Ma che dobbiamo essere pronti a rilanciare appena sarà possibile. Per questo credo sia indispensabile fare una sana autocritica e riconoscere che la città non si presenta in maniera adeguata e attrattiva. La maggiore carenza riguarda sicuramente la mancanza di pulizia, tanto in centro storico quanto nelle zone periferiche. Non si salvano nemmeno gli spazi più centrali, in prossimità del ponte palladiano o delle piazze. Un degrado e una incuria che non fanno per nulla onore alle tradizioni bassanesi”. Erio Piva, anima del Consiglio di Quartiere Centro Storico, lancia un messaggio forte e chiaro,

guardando avanti con occhio attento e previdente. La parola chiave, dunque, sembra proprio essere pulizia. “Non occorre certo la lente d’ingrandimento per osservare come sui nostri marciapiedi si accumulino foglie, mozziconi di sigaretta, cartacce e ora perfino mascherine. Per non aprire poi il capitolo delle deiezioni animali (le cacche dei cani)! Spesso ai piedi delle piante si ammucchia il fogliame, che con la pioggia può ostruire i tombini: un bel problema, che evidentemente non si risolve abbattendo gli alberi”.

Viene allora da chiedersi dove nasca il problema… “Ritengo ci sia una sorta di buco nero. Una situazione che il Comune dovrebbe risolvere in collaborazione con Etra e Sis. Manca di fatto una persona che sovrintenda

alla pulizia del centro storico, che abbia il polso della situazione e intervenga. E poi, riconosciamolo, con le macchine non si arriva dappertutto, per quanto siano ben equipaggiate. Attenzione, però: non pensiamo che le mancanze siano tutte imputabili al pubblico. Anche da parte di molti privati c’è negligenza. Gli spazi pertinenti ad attività chiuse, per esempio, diventano spesso ricettacoli di sporcizia. E pochi si adoperano per tenerli puliti. Difficile a questo punto incentivare il senso civico. I regolamenti comunali ci sono, ma mancano le risorse per farli rispettare”. A proposito delle molte, troppe saracinesche abbassate… Meglio non parlarne? “Parliamone, invece. Con il Distretto del Commercio si sarebbe dovuto attivare un bel


progetto, orientato a rivitalizzare le vetrine degli esercizi sfitti, naturalmente con la fattiva collaborazione dei proprietari dei locali o delle agenzie immobiliari. Qualcosa si sta facendo, ma è troppo poco. In compenso sono in corso importanti interventi di restauro in ambiti strategici del centro. Recuperi che in parte ne miglioreranno l’immagine. Tornando ai marciapiedi, va detto che troppe altre cose si mischiano ai nostri piedi. Alludo ai plateatici, alle biciclette e ora, purtroppo, anche i monopattini”.

Un altro tema problematico è quello della centralina idroelettrica di via Pusterla… “Quasi un mistero senza fine. Si farà? Non si farà? Ricorsi e controricorsi… Si interverrà pure sugli edifici vicini? Fatiscenti e degradati, meriterebbero una

valorizzazione, magari restaurando il vecchio mulino… Anche la destra Brenta, comunque ha i suoi drammi. Come la gru che staziona da decenni sopra l’ex Macello comunale. Oppure la vegetazione (sarebbe più corretto definirla boschetto) cresciuta in gran quantità sotto al Ponte Nuovo. Non parliamo nemmeno della scala a sud-ovest che scende dalla storica infrastruttura verso via Macello: un pessimo biglietto da visita per i turisti”.

Fra le tante questioni sul tappeto non possiamo ignorare le sinergie attivabili con il Consorzio Nevi (Consorzio di Polizia Locale Nord Est Vicentino)… “Potrebbe rappresentare la soluzione di molte problematiche bassanesi. Tornando ad altri aspetti, uno bello e uno no, immagino che l’ampliamento

del Caffè Italia porti beneficio. Bisognerà capire alcune cose poco chiare: il costo e i tempi di realizzazione. Una vera bruttura è costituita dall’ex distributore di carburanti sul finire di via Parolini, all’intersezione con via Ca’ Baroncello: l’area andrebbe riqualificata, magari con un piccolo parcheggio, ben tenuto, a servizio dei residenti e di chi raggiunge la città da sud”.

In queste pagine un pot-pourri di immagini scattate durante lo scorso mese di novembre. Situazioni non certo esemplari, alcune delle quali potrebbero essere state risolte nel frattempo. Sotto L’area di servizio dell’ex distributore di via Parolini. Perché non trasformarla in un piccolo (e curato) parcheggio per i residenti e per quanti giungono a Bassano da sud.

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Vaccinum vitae

Louise Glück

Il CENACOlO

di Chiara Ferronato

Premio Nobel per la letteratura 2020

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Ci piace pensare che la poesia vince dei premi. Ci piace pensarlo, perché non sappiamo più in che mondo viviamo. Quando foscolo, leopardi e tutti gli altri (gli altri… Pascoli, Carducci, D’Annunzio…) scrivevano una poesia, la facevano leggere agli amici, la inviavano ad una donna, come fosse un regalo. Adesso, se uno invia una poesia a qualcuno, passa per matto. Mai come ora la poesia è separata dalla realtà, sostituita da altre rappresentazioni, sopraffatta da altre immagini. le stesse poesie che ci hanno accompagnato per tutta la vita ci appaiono sfocate, come se appartenessero ad un tempo lontano, di-

verso, privo di gravità. (un non-essere: ci stanno vaccinando per questo?). louise Glück è una poetessa americana. Ha vinto il Premio Nobel per la letteratura 2020, “per l’intelligenza austera, ma giocosa, per il raffinato ritmo dello stile” (Anders Olsson, presidente del Comitato Nobel). Newyorkese, di origine ebraicoungherese, louise Glück è l’erede di Emily Dickinson e di Walt Whitmann, come loro fonde l’allegoria dell’esistenza nella ricerca delle parole, e le parole nell’anima. Di nuovo, ci piace pensare che la poesia vince l’assenza del tutto. Chiara Ferronato

lA STEllA DEllA SERA

Louise Glück (22 aprile 1943, New York, Stati Uniti).

Questa sera, per la prima volta in tanti anni, mi è apparsa di nuovo una visione dello splendore della terra: nel cielo del crepuscolo la prima stella sembrava crescere in luminosità mentre la terra andava oscurandosi

A destra New York a volo d’uccello.

finché in ultimo non poté divenire più scura. E la luce, che era la luce della morte, sembrava restituire alla terra

Qui sotto La copertina del volume Averno di Louise Glück. Napoli, 2019.

il suo potere di consolare. Non c'erano altre stelle. Solo quella di cui sapevo il nome poiché nell'altra mia vita le ho fatto torto: Venere, stella del crepuscolo,

a te dedico la mia visione, poiché su questa superficie vuota

hai gettato luce sufficiente a rendere il mio pensiero nuovamente visibile.

Da “Averno”

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PRESAGI

Cavalcai per incontrarti: i sogni come esseri viventi mi sciamavano intorno e la luna alla mia destra mi seguiva, bruciando. Cavalcai ritornando: tutto era cambiato. La mia anima innamorata era triste e la luna alla mia sinistra mi veniva dietro senza speranza.

A tali impressioni innumerevoli noi poeti ci diamo assolutamente, traendo, in silenzio, presagi dal mero intervento finché il mondo riflette le necessità più profonde dell’anima.

Da “Averno” (da Aleksandr Puškin)


Il CENACOlO

CANZONE DEl lIuTO

Nessuno vuol essere la musa; alla fine, tutti vogliono essere Orfeo. Eroicamente ricostruito (da terrore e dolore) e poi travolgentemente bello;

ristabilita, in definitiva, non Euridice, la compianta, ma l’ardente spirito di Orfeo, reso presente

non come essere umano, piuttosto come pura anima resa distaccata, immortale, attraverso un narcisismo deviato.

Ho fatto un’arpa nel disastro per perpetuare la bellezza del mio ultimo amore. Eppure nella mia angoscia, così com’è, rimane la lotta per la forma

e i miei sogni, se parlo apertamente, hanno meno il desiderio di essere ricordati che il desiderio di sopravvivere, che è, io credo, il più profondo desiderio umano.

Da “Nuovi poeti americani”

lE MIGRAZIONI NOTTuRNE

Questo è il momento in cui vedi di nuovo le bacche rosse del sorbo selvatico e nel cielo scuro le migrazioni notturne degli uccelli.

Mi addolora pensare che i morti non le vedranno queste cose su cui facciamo affidamento, esse svaniscono.

Allora cosa farà l’anima per rinfrancarsi? Mi dico che forse non avrà più bisogno di questi piaceri; forse già non essere basta del tutto, per quanto sia difficile da immaginare.

Da “Averno”

EuRIDICE

Qui sopra Il tramonto sulla Grande Mela: un’immagine suggestiva e carica di pathos.

Euridice ritornò agli inferi. Quello che era difficile era il viaggio, che, all’arrivo, è dimenticato. La transizione è difficile. E muoversi tra due mondi in modo particolare; la tensione è molto grande.

Un passaggio colmo di rimpianto, d’intenso desiderio a cui abbiamo, nel mondo, un qualche vago accesso o memoria.

Qui sotto La copertina del volume Nuovi Poeti Americani di Louise Glück. Einaudi, 2006.

Solo per un momento quando il buio dell’oltretomba si diffuse di nuovo intorno a lei (gentile, rispettoso), solo per un momento poté un’immagine della bellezza della terra raggiungerla di nuovo, bellezza per cui lei si doleva.

Ma vivere con l’umana miscredenza è tutta un’altra cosa.

Da “Nuovi poeti americani”

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Hanno un’origine antica, spesso legata a una precisa funzione

TATUAGGI Moda sempre più diffusa, ma c’è chi si pente

ESERCIZI DI STIlE

di Federica Augusta Rossi

Oggi il corpo tatuato è socialmente accettato, se non addirittura ostentato. E anche gli “insospettabili” sembrano apprezzare questo nuovo modo di esprimere la loro personalità.

Un bisogno impellente di comunicare esprimendo al prossimo qualcosa di sé? Oppure un simbolo inequivocabile di regalità o di appartenenza? Certamente il tatuaggio rimanda a un significato altro, ma è proprio la lettura di questo “altro” che potrebbe generare qualche dubbio. O imbarazzo, almeno di questi tempi, quando nella vita di tutti i giorni, o addirittura tra gli “insospettabili”, è sempre più frequente imbattersi in tattoo dal soggetto, dalle dimensioni o dalle posizioni alquanto stravaganti. Se “domandare è lecito e rispondere è cortesia”, è comunque consigliato astenersi dal chiedere che cosa rappresenti il disegno oggetto della nostra curiosità: il tatuato in questione, nella migliore delle ipotesi, potrebbe rispondere che l’ha fatto proprio per evitare di usare le parole. E allora tornerebbe utile un altro proverbio: “un bel tacer non fu mai scritto”, lasciando però il dubbio se la bellezza del tacere sia da riferire al curioso oppure all’interrogato.

Ma l’imbarazzo è condizione recente. C’è stato un tempo in cui il significato dei pigmenti depositati sotto pelle difficilmente dava adito a interpretazioni dubbie. Prova ne è Ötzi, la mummia del Similaun. Con i suoi 61 tatuaggi e gli oltre 5300 anni di “vita” è il più antico esempio di essere umano tatuato di cui sia abbia conoscenza. Nessun intento decorativo per i punti, le linee e le croci rinvenuti in varie parti del suo corpo, risultate colpite dall’artrosi, ma una forma di preistorica agopuntura. Facendo un balzo in avanti lungo

la linea temporale, uno dei simboli più utilizzati nell’antico Egitto è il cosiddetto “occhio di Ra”, dio del sole e creatore dell’universo. Farselo tatuare su nuca, spalle e schiena costituiva una potente forma di protezione dalle energie negative. Anche la civiltà romana ebbe i suoi tatuaggi: la punzonatura a fuoco con le iniziali del padrone sul corpo dello schiavo, la marchiatura, sempre a fuoco, sulla fronte di chi veniva sorpreso a rubare o della croce, anch’essa sulla fronte, inflitta come supplizio ai martiri cristiani. Con l’affermarsi del Cristianesimo il tatuaggio, in quanto violazione della purezza del corpo creato da Dio, fu inizialmente messo al bando dalla Chiesa, salvo poi riacquisire valenza religiosa nel periodo delle crociate o con l’inizio dei pellegrinaggi al santuario della Madonna di Loreto. La religione ebraica tuttora condanna la pratica, che invece viene tollerata, purché nella forma temporanea all’hennè, da quella islamica e induista. Al capitano James Cook e al medico antropologo Cesare Lombroso dobbiamo l’interpretazione più recente del tatuaggio. Il primo ne coniò addirittura il nome, traduzione onomatopeica del rumore prodotto dalle bacchette affilate usate dagli aborigeni per creare sulla pelle segni indelebili. L’esploratore portò dalle Isole Marchesi il primo indigeno completamente tatuato, presentandolo alla corte inglese come un regnante. Di tutt’altro segno, invece, l’interpretazione data da Lombroso nel saggio “L’uomo delinquente”, nel quale sostiene la correlazione tra il tatuaggio e il decadimento

morale e la criminalità. Oggi non si arriva a tanto: il corpo tatuato è socialmente accettato, se non addirittura ostentato. Ma iniziano anche a proliferare i “pentimenti”: il nome del partner scritto come pegno di eterno amore diventa improvvisamente sgradito o l’ideogramma che avrebbe dovuto tradurre in segni il proprio nome di battesimo si è scoperto significare tutt’altro. La soluzione c’è e si chiama laser e ha due soli nei: il costo e il dolore che provoca. Esattamente come il tatuaggio che dovrebbe cancellare.

John Savage, Il principe Giolo, figlio del re di Moangis, incisione, 1692. Camberra, National Gallery. Proveniente dalle Filippine e fatto schiavo dagli Spagnoli prima di essere ceduto al navigatore inglese William Dampier (che poi lo esibì a pagamento), questo giovane uomo mostra un corpo interamente tatuato. La lunga didascalia precisa che tale “pittura si ottiene con una speciale tinta”, estratta dal succo di certe piante, e non si toglie con i solventi. E inoltre che, a detta degli indigeni, i disegni sono riservati ai membri della famiglia reale e hanno lo scopo di “preservare dalle punture degli insetti e dai morsi dei serpenti”.

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In alto Il dettaglio di un disegno settecentesco ricavato dall’incisione di Savage.


Il felice caso del Verdicchio, autentica bandiera della regione

LE MARCHE. Una somma di pregiati vini e un eccezionale patrimonio di beni culturali (1 parte)

lE TERRE DEl VINO

di Nino D’Antonio

nostro corrispondente

a

Arte, letteratura, storia. Ma anche ottime cantine, come ebbe modo di ricordare Carlo Goldoni…

A metterli insieme, i vitigni che fanno l’Italia del vino non sono più di una ristretta pattuglia. Eppure, con ogni comprensibile diversità, occupano buona parte del territorio. Basti pensare alla larga presenza del Sangiovese o del Montepulciano. Anche se di contro c’è il fenomeno opposto. Vale a dire di uve che hanno una modesta geografia, o che per la loro unicità sono la stretta espressione di un preciso topos. Insomma, vini-bandiera, che si associano a un luogo, come avviene per il santo-patrono. È il caso del Verdicchio, da sempre allevato soltanto nelle Marche, o meglio in quell’entroterra fatto di creste, che va dalla valle dell’Esino da un lato, a quella del Musone dall’altro. Due confini che rischiano di mortificare lo stretto rapporto - antico, profondo, carnale - che lega il Verdicchio alla storia delle Marche. Le quali

Il castello-fortezza di Gradara. Secondo la leggenda questa straordinaria rocca fece da cornice al tragico amore fra Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, narrato da Dante nel V Canto dell’Inferno. Nel tondo William Dyce, Francesca da Rimini, olio su tela, 1837. Edimburgo, Scottish National Gallery. Una bottiglia di Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore doc Massaccio. Ottimo vino, è da abbinare ad antipasti di pesce, carni bianche, formaggi freschi, pesce e crostacei al vapore… P.g.c. Enogastronomia Baggio. Bassano via Bellavitis, 19.

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non si pongono solo come l’unica regione d’Italia al plurale, ma esprimono nel nome la varietà e la ricchezza di un mondo. Un fenomeno che ha preso corpo nel corso dei secoli, grazie anche al diffuso frazionamento di quei feudi - la “Marca”, appunto - che insieme hanno poi dato vita a quel tutt’uno che sono oggi le Marche. Non a caso è stata definita una regione, “somma più che sintesi”, e Guido Piovene la considera “una terra filtrata, civile, la più classica delle nostre terre”, in omaggio a quel suo pluralismo culturale che si è sedimentato nel tempo e che ancora sopravvive in quei piccoli centri carichi di storia, che costituiscono il prezioso tessuto della regione. Perché le Marche in fatto di beni culturali non solo reggono il confronto con aree ben più consacrate, ma spesso vantano veri e propri primati. Pensate. Una regione, fra le più piccole d’Italia, che annovera oltre cento castelli, tutti conservati al meglio e soprattutto fruibili, e che su 246 Comuni può contare ben 242 musei e pinacoteche di tutto rispetto, nonché oltre trecento biblioteche. Siamo a rapporti da primato, se si considera il numero degli abitanti e la modesta distanza che intercorre fra i vari centri. Così alla fine non sorprende che anche in fatto di teatri - di quelli storici, dalle suggestive architetture egregiamente tutelate - le Marche guidino la classifica. Sono oltre settanta, e molti hanno trascorsi più che illustri.

Viene da chiedersi come si spiega un tale concentrato di arte, letteratura e storia. Che, in verità, per molti ha il sapore di una scoperta, visto che al di là di Recanati e del suo Leopardi, le Marche godono di scarsa popolarità in quanto a giacimenti culturali. E invece, basta allontanarsi dalla linea della costa, lasciare i verdi riverberi dell’Adriatico per i dolci rilievi dell’interno, perché questo mondo finisca per incantare anche il viaggiatore meno sensibile. Certo, l’immagine più celebrata delle Marche resta quella del Conero, col suo profilo di cetaceo, le pareti che precipitano a mare, la maestà di quel monte che s’impone a dispetto della sua modesta altezza (poco più di cinquecento metri), la folta vegetazione di lecci, lauri, lentischi. Perché è questo il fotogramma caro agli italiani. Così il silenzio, i fitti boschi di faggi e frassini, i piccoli paesi sparsi in scenari antichi, l’atmosfera da pittura del Quattrocento, restano fuori dai percorsi turistici. Eppure il solo accesso a questi borghi non manca di suggestione. A cominciare da quei lunghi filari di pioppi, tigli, ippocastani e gelsi che ci accompagnano fin sotto la cinta muraria, le torri, il castello. E poi la piazza, che conserva sempre i caratteri dell’agorà, di uno spazio consacrato alla partecipazione del popolo alla vita pubblica. Per cui le Marche s’identificano con queste realtà, che ci restituiscono a tutto tondo il loro passato. Quello vissuto


in una rete di piccole comunità, dove il costante frazionamento del territorio non ha mai favorito aggressioni e conquiste. La presenza di famiglie come i Montefeltro a Urbino, i Da Varano a Camerino, i Malatesta a Pesaro, spesso a loro volta legate a insediamenti e a signorie ben più importanti, ha garantito secoli di tranquilla convivenza, consolidata poi dal dominio della Chiesa, a partire dai primi del Cinquecento. E il Verdicchio? In questo contesto, non è mai uscito di scena. Anzi. È dalla discesa di Alarico, per saccheggiare Roma, che il vino delle Marche è oggetto di desiderio. Le cronache raccontano che il re “seco portasse quaranta some in barili, nulla a sé stimando recar sanitade et bellico vigore melio”. Si tratta di un vino fresco, di pronta beva, lontano da punte alcoliche, adatto a vincere la sete ma anche a dare un po’ di energia nelle lunghe cavalcate. E ancora. In pieno Medioevo, un monaco addetto alla cantina annota a proposito del Verdicchio: “De solar claritade et virtù eccellentissime”. È il primo riferimento al colore chiaro e trasparente del vino, non ancora individuato in quel verde, che gli darà poi il nome. Ma anche Goldoni, diretto a Roma, fissa nei Memoires, i suoi ricordi. Che al di là del sapore da commedia, registrano il suo interesse non solo per i luoghi ma anche per le cantine, dove scopre “immensi serbatoi di buoni vini a uso di una folla sterminata di preti, servitori, petulanti, viaggiatori, pellegrini, domestici, fannulloni… ”. Si ferma a Loreto e fa, come tutti, i suoi acquisti alla “perpetua fiera di rosari, di medaglie, di santini…”. Scoprirà solo dopo di averli pagati più del giusto prezzo, perché forestiero e per giunta veneziano. Su come poi il Verdicchio sia arrivato nelle Marche, le notizie sono piuttosto incerte e risalgono a non prima del Cinquecento. L’ipotesi più accreditata è quella

che il vitigno sia stato introdotto da coloni veneti giunti nelle Marche, fra Matelica e Jesi, per ripopolare le campagne dopo una terribile epidemia di peste. L’analisi genetica ha negli anni aperto un lungo contenzioso sulla stretta parentela fra il Verdicchio e il Trebbiano di Soave. È probabile che quest’ultimo altro non sia che l’antica Turbiana, che ai primi dell’Ottocento risultava coltivata in tutta la zona. Ma anche l’unicità del vitigno è stata oggetto di studi, e in proposito pare che sulla sua presenza non ci siano più dubbi, benché oggi sopravviva solo con pochi ceppi nell’area veronese. Trascorsi storici a parte, il Verdicchio ha da sempre un preciso spartiacque, che non sfugge a chi ha un minimo di confidenza con questo vino. Infatti quello coltivato a Matelica, nel Maceratese, è più dotato sul piano dell’olfatto, mentre quello di Jesi, nell’Anconetano, risulta avere più corpo e struttura. In effetti, si tratta di due Verdicchi radicati su un ristretto territorio, assai vicini ma anche alquanto diversi. Gli esperti, pur attenti alla continuità geografica, fissano due identità: Verdicchio di montagna, Matelica, e di mare, Jesi. Il territorio è quello che parte dalle alture di Genga, vicino a Fabriano, e le balze del monte Catria, per poi allungarsi a mare, fino allo sbocco dell’Esino. Questa duplice presenza accresce il carattere eclettico del Verdicchio. Il quale dà vini giovani, di gradevole beva, ma anche vini strutturati e longevi, nonché Spumanti (metodo classico e Charmat) e Passiti. Questo non esclude che la sua fortuna sia legata - almeno fino a tutti gli anni Sessanta - alla versione fresca e semplice, prima che le ambizioni e l’impegno di alcuni produttori, nonché le più avanzate conquiste dell’enologia, non abbiano portato a scoprire nel Verdicchio insospettabili qualità e caratteri, tali da farne un vino con ben altre aspirazioni.

E qui il primo intervento si è avuto ovviamente nelle vigne. A cominciare dalla distribuzione delle piante fino alla potatura e alla resa. Un lavoro rigoroso e paziente, che ha richiesto soprattutto tanta fiducia nei futuri destini del Verdicchio. La cui uva è cresciuta di qualità di anno in anno, prima di poter garantire buona struttura, spalla acida ed elevato tenore alcolico. Poi, a seguire, il lento, progressivo lavoro in cantina, con ogni prevedibile incognita su uve ancora da scoprire. I primi risultati - del tutto impensabili qualche anno prima - aprono nuovi fronti. Alle tecniche di vinificazione si aggiungono continui confronti e verifiche, anche per quanto riguarda i tempi della vendemmia, ormai sempre più tardiva. Nascono così i primi Verdicchi evoluti, ricchi di una gamma di profumi e di note minerali mai emersi prima, e suggellati da quel finale appena amarognolo. Si direbbe un altro vino, se non fosse così ancorato al territorio e così espressivo del suo humus. Specialmente per quelle doti di longevità, del tutto estranee all’originario Verdicchio. Siamo a quel felice percorso che porterà prima alla Doc del ’68 e poi alla Docg per le due Riserve di Matelica e di Jesi, nel 2009. Ma è solo il riconoscimento all’azione di riscatto di un grande vino, troppo a lungo mortificato nelle sue potenzialità per rispondere a un mercato che lo richiedeva “fresco, giovane, poco alcolico e di gradevole beva”.

Sopra È dalla discesa di Alarico, per saccheggiare Roma, che il vino delle Marche è oggetto di desiderio. Le cronache raccontano che il re “seco portasse quaranta some in barili, nulla a sé stimando recar sanitade et bellico vigore melio”.

Sopra, dall’alto verso il basso La spiaggia di Mezzavalle dal Monte Conero (m 572). L’antico centro storico di Fabriano, “Città Creativa” Unesco.

> Continua nel prossimo numero

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L’uno, immagine efebica amata dagli artisti del Rinascimento, l’altro, divenuto nel tempo l’icona degli innamorati

DE’ SANTI

SEBASTIANO E VALENTINO I due martiri della passione

di Maria Luisa Parolin

Riconoscibilissimo per l’attributo delle frecce che gli penetrano il corpo, il primo è stato oggetto di un’interessante evoluzione che lo ha portato a divenire quasi la personificazione della bellezza e della sensualità. Il secondo, protettore dell’amore coniugale, richiama alla mente una festa che ha ormai assunto una connotazione laica.

1478 Andrea da Murano

1485 Bartolomeo Montagna

Sopra, da sinistra verso destra Andrea da Murano, San Sebastiano, particolare del polittico dei Santi Vincenzo, Ferrer e Rocco tra i Santi Sebastiano e Pietro, olio su tavola, 1478. Venezia, Gallerie Accademia. Bartolomeo Montagna, San Sebastiano, particolare della pala della Madonna in trono tra i Santi Bartolomeo, Agostino, Sebastiano e i tre angeli musici, olio su tela, 1485. Vicenza, Chiesa di San Bartolomeo. Cima da Conegliano, San Sebastiano, olio su tela, 1485. Strasburgo, Museo delle Belle Arti (già a Mestre nella chiesa di San Rocco). Pittore veneto, San Sebastiano, particolare della pala di San Vito, San Sebastiano e San Rocco, olio su tavola, 1505. Visnà di Miane, chiesa di San Vito (TV). Bernardo Falcone, San Sebastiano, scultura in marmo, 1670 circa. Venezia, chiesa degli Scalzi. Perina Mante, San Sebastiano, particolare della pala di San Carlo, altri Santi, la Madonna e le anime del Purgatorio, olio su tela, 1729. Bassano, Pieve di Sant’Eusebio.

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1503-’05 Cima da Conegliano

Sebastiano, icona efebica per un libero virtuosismo anatomico La storia di San Sebastiano nelle arti visive è una tra le più lunghe e ricche: probabilmente egli può essere considerato uno dei santi più rappresentati della Chiesa cattolica. Riconoscibilissimo per l’attributo del martirio che lo riguarda - le frecce che gli penetrano il corpo - la sua immagine nel corso del tempo è stata oggetto di un’interessante evoluzione: l’originaria figura di uomo barbuto di mezza età che indossa l’armatura si è trasformata in quella di adolescente muscoloso con un corpo intatto, seminudo e inerme, fino a trasfigurarsi ai giorni nostri in una vera e propria icona gay. Iconografia ricorrente nell’arte, che lo vuole dipinto come protettore dalla peste con San Rocco, Sebastiano è stato un’immagine efebica con un’esplosione di rinnovato interesse nel Rinascimento;

1505 Pittore veneto

1670 circa Bernardo Falcone

immagine che si presta a esprimere un corpo nella sua bellezza, nella perfetta anatomia, nella sensualità delle membra, il martire è spesso dipinto da solo o inserito nelle composizioni accanto alla Madonna in trono. Ma la rappresentazione che qui desideriamo trattare è la più diffusa e anche la più presente nel nostro territorio: quella del santo legato a un albero o a una colonna, trafitto da frecce.

Innanzitutto è importante chiedersi: chi era Sebastiano? Un cavaliere convertito al Cristianesimo! Originario della Gallia, fu guardia del corpo di Diocleziano e Massimiano. Egli si avvalse della loro amicizia per recare soccorso ai cristiani incarcerati e condotti al supplizio. Diocleziano, sentendosi tradito, passò dapprima alle minacce e poi alla condanna: Sebastiano fu legato al tronco di un albero, in campagna, e ferito

1729 Perina Mante

dai dardi di alcuni commilitoni. L’aspetto giovanile e aggraziato è stato tramandato dalla tradizione popolare e dalla leggenda, confermata da un passo del Salmo 42,4 che recita: “Mi accosterò a Dio che dà letizia alla mia giovinezza”; un vero e proprio invito a nozze per gli artisti, che si dilettarono a rappresentarlo come un ragazzo ignudo e bellissimo che subisce il martirio. Interpretato alla stregua di un Apollo o di un Adone, tanto esaltati nell’arte greca e romana, Sebastiano viene rivisitato da pittori e scultori in chiave religiosa. Innumerevoli le opere che lo descrivono sullo sfondo di un paesaggio, come nel caso di Vittore Carpaccio, oppure addossato alle vestigia di un’età che tramonta, come lo raffigura Mantegna. Si tratta di artisti di area veneta, la cui opera assai nota permette solo un cenno: Bartolomeo Viva-


GlI ATTRIBuTI ICONOGRAfICI DI SAN SEBASTIANO

Antiche rovine Frammenti di classicità: vestigia che richiamano il passato e che nel Rinascimento sono modello di bellezza e ispirazione.

la colonna Talvolta è sostituita da un tronco d’albero, al quale Sebastiano era legato per essere colpito dalle frecce. la figura Molto spesso gli artisti lo hanno rappresentato come un giovane seminudo.

le frecce Stanno a indicare il supplizio che ha subito il santo.

le ferite Nella tradizione popolare sono paragonate a quelle di Cristo.

rini, Giovanni Bellini, Giambattista Tiepolo, Tiziano… Nelle nostre zone anche Cima da Conegliano, Bartolomeo Montagna e Jacopo dal Ponte si cimentano con questo tema, valorizzando nei fondali i paesaggi e le colline. Anche Apollonio, nipote di Jacopo, dipinge il martirio del Santo con notevole abbondanza di particolari nel “fascino della sofferenza”. A Bassano sono da ricordare, infine, il capitello e il bassorilievo, del secolo scorso, situati in via San Sebastiano, a nord del Margnan.

Valentino, santo protettore dell’amore coniugale Il San Valentino che siamo abituati a festeggiare il 14 febbraio è menzionato nei principali codici del Martirologio Geronimiano. Solitamente è raffigurato con abiti vescovili, il pastorale, il libro e la palma, nell’atto di guarire un epilettico. Jacopo Bassano lo rappresenta nel celebre Battesimo di Santa Lucilla, esposto nel nostro Museo. Una sua statua secentesca svetta sul timpano dell’omonimo oratorio a Costabissara, proprio assieme a quelle di Sebastiano e Rocco. In una Passio Sancti Valentini si

narra che fu inviato a Roma dove, essendosi rifiutato di adorare gli idoli, venne torturato. Decapitato, fu sepolto a Terni dai discepoli. Valentino si prodigò a favore dell’amore coniugale rendendo possibili anche i matrimoni più difficili. La sua particolare protezione degli innamorati era già nota in epoca medievale, quando gli uccelli iniziavano a nidificare, allo sbocciare dei primi germogli. Allora veniva dato il via ai corteggiamenti tra i giovani, che si scambiavano letterine definite appunto Valentini.

Sopra, da sinistra verso destra Antonio Arrigoni, San Valentino sacerdote, olio su tela, 1707. Pozzoleone, parrocchiale. Dal 1517 a Pozzoleone si ricorda questo santo con una grande fiera: un evento che favorisce l’incontro e la cultura alternando momenti ludici a convegni e conferenze. Maria Luisa Parolin, San Sebastiano, elaborazione grafica, 2020.

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Quando l’arte ha il profumo dell’inclusione…

L’inaspettato “centro culturale” di Villa Angaran San Giuseppe

SCHEGGE

di Tommaso Zorzi

Differenze di abitudini e linguaggi non contano se i nostri intenti sono identici e i nostri cuori aperti.

Sviluppare esperienze artistiche in spazi dedicati alla disabilità e alle vulnerabilità sociali pare essere l’evoluzione di questo storico complesso. Da luogo che accoglie le fragilità a centro culturale che esaudisce la città: un presidio civico in cui tutti possano partecipare alla bellezza.

Joanne Rowling

Walkabout: un’idea semplice ma preziosa, unita alla collaborazione con la Biblioteca Civica e la Libreria Palazzo Roberti, realizza quattro serate nelle quali la lettura e il racconto di alcune grandi pagine di letteratura si speziano con variopinti brani musicali. Las Flaviadas: progetto di un viaggio melodico assieme agli amici di PickUp Records, attraverso l’ascolto guidato di dischi, tra gemme nascoste e grandi classici, ispirato alla tradizione pacheña di Flavio Machido Viscarra. Due piccoli esempi, che raccontano come accogliere varietà culturale sia diventato uno dei principali scopi di Villa Angaran San Giuseppe. Sebbene nessuno l’avesse progettato né previsto, in questo luogo di inclusione sociale per disabilità e vulnerabilità

Qui sopra Alcuni eventi organizzati e ambientati nella splendida cornice di Villa Angaran San Giuseppe (le immagini si riferiscono a manifestazioni che hanno avuto luogo in epoca pre-covid).

L’attuale situazione di emergenza ha temporaneamente sospeso la proposta “live”, che si sposta momentaneamente - e in maniera ridotta - nelle pagine social di Villa Angaran San Giuseppe (Fb, Ig, YouTube). Tutti i venerdì da novembre a maggio, alle 14.30 verrà proposta una puntata di “Larve - Attitudine al volo”, un webcast dai contenuti eterogenei in cui ospiti differenti ci regaleranno uno sprazzo del loro mondo.

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si stanno sempre più sviluppando proposte popolari di immersione nelle svariate forme dell’arte, in modalità semplice e variopinta. Nel corso dei sei anni di rigenerazione dell’edificio si sono infatti realizzate una miriade di attività e si sono susseguiti molteplici ospiti più o meno noti: scrittori come Gabriele del Grande, Paolo Malaguti, Pierdomenico Baccalario; musicisti come Paolo Benvegnù, Sainkho Namtchylak, Cisco Bellotti; divulgatori come Antoni Vives ì Tomas, Franco Berrino, Vandana Shiva; religiosi come Bartolomeo Sorge, John Dardis, Pietro Parolin; artisti come Altan, Simone Carraro, Takoua Ben Mohamed; narratori come Natalino Balasso, Andrea Pennacchi, Stefano Benni. E altre decine di musicisti, gruppi di danza, illustratori, scrittori,

ricercatori, acrobati, circensi, studenti e docenti che per una ragione o per l’altra sono giunti a narrare, creare, raccontare la loro “arte in villa”. Spinto da questa imprevista (eppure naturale) propensione artistica, lo staff di Villa Angaran San Giuseppe intende continuare a sviluppare e accogliere percorsi culturali, rendendo il luogo una vera “casa per la bellezza”. Come il Farm Cultural Park di Favara, il Noivoiloro di Erba o l’Opificio Golinelli di Bologna (e in Italia esistono parecchie esperienze di questo tipo) immaginiamo che Villa Angaran San Giuseppe possa diventare per Bassano un nuovo presidio di innovazione civica, una piazza persistente di incontro, inquietudine artistica, benessere diffuso. www.villangaransangiuseppe.it


Venticinque anni fa apriva a Bassano un negozio rivoluzionario…

GABRIELLA TAGNIN La volontà vince ogni ostacolo

PERSONAGGI

di Andrea Minchio

Dove c’è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà.

Diventata imprenditrice di successo, ha superato con tenacia le difficoltà della vita.

“Sono una bassanese doc, nata in via Zaccaria Bricito, dove ho vissuto fino ai quindici anni. Rammento ancora nitidamente la ditta di mio nonno, lungo via Vittorelli, e la grande insegna con la scritta Zilio Legnami. Ogni giorno giungevano i camion rimorchio per le necessarie operazioni di approvvigionamento. La cucina della sua casa, al piano terra, era posta laddove oggi si trova un negozietto. Poi mi sono trasferita al di fuori delle mura con mamma Clelia, che fra viale Venezia e via IV Armata aveva nel frattempo acquistato un locale, l’ItalBar”. Sono molti i ricordi di Gabriella Zilio Tagnin (più conosciuta però come Lella) e tornano a galla un po’ alla volta. Una vita decisamente movimenta e degna quasi di un romanzo, la sua, con momenti di grande difficoltà. Ma sempre affrontata con animo saldo, coraggio e determinazione. E, soprattutto, con un’immancabile dose di positività. “Mamma è rimasta vedova a venticinque anni, quando io ne avevo solo due e mezzo, e ha dovuto rimboccarsi le maniche. Mio padre Giuseppe, infatti, era morto nel 1945 di soffio al cuore: una patologia che oggi si cura ma che a quell’epoca, appena finita la guerra, poteva essere letale. Così, con mio fratello Antonio (che oggi guida da grande appassionato il Gruppo Micologico Bresadola), ci siamo dati da fare, aiutandola come potevamo nell’attività”. I bar, com’è noto, sono luoghi di grande socializzazione: un caffé, un buon bicchiere, due chiacchiere e una veloce occhiata al quotidiano. Chissà? Forse il carattere aperto e affabile di Gabriella si deve anche alla sua frequentazione dell’ItalBar. È certo comunque che, proprio in quel locale, conobbe Ivan Tagnin, suo futuro marito.

“Mi conquistò con il suo carisma. Tant’è vero che a diciannove anni lo sposai - non ero ancora maggiorenne - e iniziai una nuova vita dedicandomi a tempo pieno alla famiglia. Nacquero così i nostri quattro figli: Carlotta, Federica, Giovanni e David. Mentre Ivan seguiva l’azienda di autotrasporti F.lli Tagnin, io curavo la casa e la formazione dei ragazzi. Mio marito, piuttosto tradizionalista, non mi faceva mancare nulla riservandomi sempre premurose attenzioni. Un periodo felice. Che però s’interruppe bruscamente…”. Nel ’75, proprio nel momento di maggior espansione dell’azienda, Ivan Tagnin è mancato, colpito da un infarto. Aveva appena finito di realizzare un enorme magazzino a Roma, in via Magliana: una sciagura che si abbatté improvvisamente sulla famiglia e sulla ditta. “Da moglie-bambina, madre di quattro creature (Carlotta, la primogenita, aveva dieci anni e David, il più piccolo, appena uno e mezzo), mi trovavo così a dover affrontare una svolta radicale e a imprimere un corso inaspettato alla mia vita. Per qualche tempo lavorai con i fratelli di Ivan; poi, alla chiusura dell’azienda, aprii il magazzino bassanese della Bartolini, noto corriere con cui collaborai per un paio d’anni: un lavoro che però non mi piaceva più. Al punto che lo lasciai, senza rimpianto e senza avere ancora un’alternativa. L’idea, da grande appassionata di cucina quale sono tuttora, era quella di aprire un ristorante. E c’è mancato davvero poco”. Nel frattempo Carlotta, ranista scoperta da Ausilio Basso e Luigi Agnolin, era diventata una campionessa di nuoto. Nell’84, assieme alle bassanesi Cosetta Campana, Gabriella Dorio e Paola Moro, partecipò alle Olimpiadi di Los Angeles. “Una parabola che, per sua scelta,

Niccolò Machiavelli

non durò molto: era fortissima, ma sentiva la nostalgia di casa. Chissà? Se avesse continuato, forse avrebbe potuto vincere ancora gare importanti…”. Gabriella, però, aveva altro a cui pensare. In primis il lavoro, anche per consentire ai suoi ragazzi di studiare (“si sono tutti laureati con profitto”).

Un bel mattino, dopo interminabili peripezie, ecco presentarsi una grande opportunità… “Sfogliando Il Giornale di Vicenza m’imbattei in un trafiletto che annunciava una nuova forma di franchising. Si trattava di Mail Boxes Etc., una rete di centri vendita di prodotti per l’ufficio, con servizi d’imballaggio e spedizione in tutto il mondo. Pensai che la cosa faceva per me. Avevo cinquant’anni e mi dissi: ora o mai più! Così, appena scoccarono le nove, composi il numero di telefono riportato in calce. Rispose, da Milano, un signore estremamente cortese che mi fornì le informazioni di cui avevo bisogno: ero la prima persona a farsi viva (lo scoprii in seguito). Prima di aprire, visitai il negozio pilota nel capoluogo lombardo e acquisii la necessaria formazione. Poi cominciò una bella avventura che continua tuttora!”. Gli inizi non furono facilissimi… “Pensavano facessi concorrenza alle Poste e la gente era diffidente. Furono fondamentali amici come Lino Santi, per il quale curai le primissime spedizioni”. Oggi l’attività è seguita da Giovanni, socio con David, mentre Federica, che è commercialista, cura l’amministrazione. I negozi made in Tagnin sono sei: Bassano (nella nuova sede di via Ca’ Dolfin), Belluno, Mirano, Rubano, San Giorgio delle Pertiche e Venezia (presso il Ponte di Rialto). Una bella soddisfazione per la nostra Gabriella, sempre attiva in azienda. Quando non prepara ottimi manicaretti, ovviamente!

Sopra, dall’alto verso il basso Gabriella Tagnin nel 2013 a Roma, in occasione di una convention Mail Boxes Etc., e, giovanissima, durante una vacanza a Ginevra nel 1964. Qui sotto L’imprenditrice bassanese con i vertici nazionali di Mail Boxes Etc. ad Atene nel 2019.

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I prossimi obiettivi del Museo Gypsotheca Antonio Canova

GUARDARE AVANTI con una progettualità positiva

EVENTI

di Moira Mascotto Direttore del Museo Gypsotheca Antonio Canova

Fotografie: Museo Gypsotheca Antonio Canova

Qui sopra La dottoressa Moira Mascotto, direttore del Museo Gypsotheca Antonio Canova. In alto, foto grande Antonio Canova, Paolina Bonaparte come Venere vincitrice, gesso, 1804-’08. Possagno, Museo Gypsotheca Antonio Canova.

In previsione delle celebrazioni canoviane del 2022, a primavera verrà inaugurata una mostra storica sullle vicissitudini del modello di Paolina Bonaparte. E questo è solo l’inizio…

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Nonostante la chiusura imposta dal DPCM dello scorso novembre, che ha costretto anche il Museo Gypsotheca Antonio Canova a sospendere i servizi al pubblico, la parola che vogliamo fare nostra è positività. Facciamo sì che questa pausa, questo momento di crisi, si trasformi allora in un presupposto di riflessione e miglioramento, per proseguire rinvigoriti e ottimisti, guardando alla progettualità futura. Pur non essendo accessibile al pubblico, il Museo ha infatti

continuato a lavorare, comunicando Canova e la bellezza della sua arte e mantenendo il contatto con i visitatori. Questo, grazie a momenti di condivisione online, alla nostra massiccia presenza sui social, ai virtual tour e alle visite guidate a distanza. La nostra offerta formativa è stata rinnovata e ripensata per la Scuola, che ha cambiato le sue esigenze, perché crediamo profondamente che educare all’arte sia educare alla vita. Abbiamo continuato, da “dietro le quinte”, a occuparci della tutela

del nostro immenso patrimonio, sviluppando alcuni progetti che hanno bisogno di tempo e cura per essere condotti in maniera responsabile e completa.

Abbiamo continuato a lavorare per far sì che il nostro Museo sia sempre più inclusivo, grazie a strumenti e servizi che diano la possibilità di avvicinare e apprezzare la bellezza dell’arte canoviana e degli spazi che la custodiscono. Uno dei canali utilizzati sarà quello della digitalizzazione


del patrimonio archivistico: lo metteremo in rete e sarà consultabile da remoto. Accoglieremo poi le famiglie, cercando di soddisfare le esigenze dei più piccoli. Ancora, crediamo che il piacere dell’esperienza museale debba essere un diritto acquisito e quanto più diffuso: il progetto #Museosenzabarriere, nato nel 2019, si è posto proprio questo obiettivo! Nel prossimo periodo avremo gli strumenti adeguati per accogliere i visitatori non vedenti o ipovedenti: così potranno conoscere l’opera canoviana attraverso riproduzioni tattili e con l’ausilio dei nostri educatori, formati ad hoc per offrire un servizio adeguato.

Stiamo inoltre lavorando al programma per gli anniversari canoviani del 2022, anno in cui ricorrerà il bicentenario della dell’Artista. L’iniziativa con la quale il Museo Gypsotheca Antonio Canova inaugurerà le celebrazioni sarà la mostra PAOLINA. Storia di un capolavoro, prevista per la primavera 2021. A seguito del danneggiamento occorso lo scorso 31 luglio al modello in gesso della Paolina Bonaparte come Venere vincitrice e del relativo restauro, il Museo vuole omaggiare quest’opera dedicandole una mostra che ne racconta le vicende storiche: dalla genesi al trasporto dallo Studio romano fino a Possagno, prima via mare, da Civitavecchia fino a Mestre, e poi con carri trainati da buoi fino al piccolo paese della Pedemontana, lungo il Terraglio. Si ripercorreranno le vicende legate alle Prima Guerra Mondiale e ai conseguenti danni subiti dall’opera. Come quando, nel dicembre 1917, una granata sfondò il tetto del Museo esplo-

dendo al suo interno. Documenteremo poi il restauro del 2003, realizzato grazie all’utilizzo di un’innovativa tecnologia, e quello degli ultimi mesi: interventi che daranno la possibilità di poter aprire un confronto sul tema del restauro.

L’esposizione sottolineerà inoltre l’iter creativo seguito da Canova per giungere alla realizzazione della Paolina attraverso la valorizzazione di alcune opere appartenenti al nostro patrimonio museale: dipinti, sia a olio sia a tempera, monocromi, incisioni e gessi, documenti d’archivio e volumi storici, stesi dai sui amici e biografi, che riportano testimonianze relative alla realizzazione del capolavoro. La mostra sarà arricchita anche da beni provenienti da altri istituti museali e collezioni privati: verranno esposti dei disegni appartenenti al patrimonio dei Musei Civici di Bassano del Grappa, generosamente messi a disposizione per testimoniare le genesi dell’opera. Ci sarà poi una lettera, scritta a Roma il 16 giugno del 1804 dall’architetto Alessandro Papafava dopo una visita allo studio dello Scultore, che costituisce una delle prime testimonianze relative all’opera: “Ho veduto due nuove produzioni dell’inestimabile Canova, nate così tutte in un punto mentre ha mille altri lavori per le mani: queste sono due Veneri; una è la Principessa Borghese o la sorella di Bonaparte la quale è veramente nell’insieme una bella donna […].” Ma la mostra su Paolina segnerà soltanto l’inizio di una programmazione articolata e ricca di iniziative.

Il 2021 proseguirà infatti con la mostra Canova e il Contempora-

neo, curata da Vittorio Sgarbi, presidente di Fondazione Canova onlus. Per celebrare al meglio questo importante anniversario non mancheranno poi lavori di restauro: oltre al già citato intervento sul modello in gesso di Paolina, vi sarà un importante restauro conservativo sul Cavallo, conservato nelle Scuderie del complesso museale di Possagno e realizzato da Canova su commissione di Giuseppe Bonaparte, allora re di Napoli, per un monumento equestre a Napoleone. Sappiamo che, a causa dei rivolgimenti politici, l’opera venne poi dedicata a Carlo III di Borbone su commissione del figlio Ferdinando e ancora oggi è posta in Piazza del Plebiscito a Napoli.

Sopra, dall’alto verso il basso Due eloquenti immagini dell’Ala Scarpa. Si tratta di uno degli interventi più significativii del noto architetto veneziano: fu realizzata fra il 1955 e il 1957.

Stiamo lavorando con entusiasmo ed energia a molti progetti: dalla conservazione alla tutela e alla valorizzazione, per migliorare l’esperienza dei nostri visitatori e per offrire un ricco programma di eventi, che spazi tra le diverse espressioni artistiche: tutto ciò, volto a omaggiare nel migliore dei modi il nostro Scultore, uno dei più grandi artisti di tutte le epoche, nato nel piccolo paese di Possagno!

Museo Gypsotheca Antonio Canova

Via Canova, 74 - Possagno www.museocanova.it

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Quali le relazioni con i nostri pensieri e comportamenti?

COME FUNZIONA IL SISTEMA IMMUNITARIO?

SAPERNE DI PIu’

Una nuova disciplina scientifica, la Psiconeuroendocrinoimmunologia, studia le relazioni tra attività mentali, comportamento, sistema nervoso ed endocrino e reattività immunitaria…

La salute dipende dalla capacità dei nostri sistemi di guardia di difenderci da qualsiasi potenziale danno. Questo compito fondamentale è svolto tramite una triplice linea di difesa: 1) una barriera fisica, rappresentata dalle pelle e dalle mucose che rivestono l’apparato digerente, l’apparato respiratorio e urogenitale, con un’azione di tipo meccanico; 2) una barriera chimica, rappresentata dalle lacrime, dai secreti, dal muco, dalla bile, dagli acidi gastrici, con un’azione tipicamente chimica; 3) una barriera di cellule, rappresentata da fagociti, leucociti e anticorpi, con un’azione specialistica. Quando le prime due barriere non sono sufficienti a bloccare una minaccia d’invasione scatta la terza barriera: la risposta immunitaria! Tale risposta è composta da due sistemi ben distinti: 1) il sistema immunitario innato, che è attivo già dalla nascita; 2) il sistema immunitario adattativo, che ha invece bisogno di essere sviluppato tramite l’obbligata acquisizione di “informazioni” attraverso il contatto con il mondo esterno (antigeni). Questo sistema si sviluppa lentamente, è altamente specializzato e richiede adeguati processi di acquisizione nel tempo.

di Matteo Zonta

Servizio publiredazionale a cura di Matteo Zonta Naturopata, responsabile dell’omonima erboristeria

MATTEO ZONTA Naturopata - Iridologo e-rboristeria zonta Viale Venezia, 71 Bassano del Grappa Tel. 0424 1945594 - 328 7711333 zontamatteo@libero.it

Erboristeria Zonta

Ora analizziamo, in breve e nelle loro peculiarità, i due sistemi immunitari appena indicati. Il primo, cioè quello innato, ha come caratteristica la velocità

d’azione: agisce infatti entro 12 ore dall’invasione e lo fa in modo diretto. È governato da fagociti, macrofagi, mastociti, eosinofili, cellule dendritiche e cellule Natural Killer. Tali cellule sono disperse nella pelle, nelle mucose, nelle secrezioni (bile, lacrime, saliva…). Il grande obiettivo di questo sistema è quello di circoscrivere l’infezione prima che causi problemi: una prima linea di protezione cellulare che si serve di particolari recettori di riconoscimento presenti nelle proprie membrane (PPR, Pattern Recognition Receptors). Poiché queste strutture si legano solo in presenza di profili molecolari associati ai patogeni, le cellule immunitarie si attivano e distruggono l’invasore. Se è vero che questa risposta è rapida, manca purtroppo di specificità. Il secondo sistema immunitario, quello adattativo, è molto più evoluto, essendo in grado di riconoscere in maniera specifica un patogeno che ci aveva già infettati. La sua principale peculiarità è la memoria di un specifico intruso; in questo secondo caso il sistema evidenzia la sua “affidabilità” e velocità d’azione nei confronti di una riesposizione di quel patogeno. Tale sistema è governato dai linfociti, una categoria di cellule immunitarie a loro volta suddivise in due grandi gruppi: i linfociti T e i linfociti B. Questi sottogruppi governano appunto l’immunità di memoria con complesse attività.

Dobbiamo però dire di più sul sistema immunitario (il nostro asso nella manica): è infatti risaputo che non è indipendente, ma legato a un profondo coinvolgimento del nostro intero essere. Per questo motivo negli ultimi anni è nata una “nuova” disciplina scientifica con l’obiettivo di interfacciare questa efficace rete di funzionamento. Tale disciplina si chiama Pnei Psiconeuroendocrinoimmunologia e studia le relazioni tra le attività mentali, il comportamento, il sistema nervoso, il sistema endocrino e la reattività immunitaria. Detto ciò, possiamo comprendere che il sostegno alla nostra salute va al di là di un’unica soluzione monotematica, qualunque essa sia. Di conseguenza, per la salvaguardia di questi differenti sistemi di difesa, prima di ogni altra cosa dobbiamo individuare (cosa che spesso non accade) ciò che realmente possa supportare, migliorare e mantenere in equilibrio la loro attività. Succede però, nella maggioranza dei casi, che i nostri comportamenti e le “nostre” scelte siano invece contrarie, perché spesso dettate dalla paura e dall’ansia. Nel progredire delle conoscenze scientifiche si sono scoperti modi per migliorare e mantenere efficienti i sistemi che governano le barriere di difesa in modo naturale. Per ogni sistema esistono specifici modi e sostanze che possono migliorare, modulare e sostenere le risposte. Spetta a noi fare le giuste scelte informandoci nel modo corretto!

Nuova ampia sede con parcheggio in viale Venezia, 71 di fronte alla ex Caserma Montegrappa. VI ASPETTIAMO! 54


INDIRIZZI uTIlI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GuARDIA DI fINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POlIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

URP - Informagiovani Comune di Bassano del Grappa

POlIZIA lOCAlE Via J. Vittorelli, 30

Piazzetta Guadagnin, 13 Tel. 0424 519555 - 0424 519165

0424 507911 0424 519404

POlIZIA STRADAlE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGIlI DEl fuOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PuBBlICI

AGENZIA DEllE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MuSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. ulSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 u.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER l’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

Il GIORNAlE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.l. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MuNICIPIO Via Matteotti, 35 0424 519110 u.R.P. Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519555

INfORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519165

POSTE E TElECOMuNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTEllO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

MuSEO DEI CAPPuCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MuSEO DEll’AuTOMOBIlE “l. BONfANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MuSEO HEMINGWAy Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 fARMACIE di Bassano del Grappa AGOSTINEllI Via del Cristo, 96

AllE DuE COlONNE Via Roma, 11 0424 522412

AllE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a

CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 COMuNAlE 1 Via Ca’ Dolfin, 50

TRIBuNAlE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

COMuNAlE 2 Via Ca’ Baroncello, 60

MuSEO CIVICO - BIBlIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

PIZZI Via J. da Ponte, 76

ARTE E CulTuRA

MuSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DEll’ANGElO Via Roma, 80 0424 227303

PAlAZZO AGOSTINEllI Via Barbieri 0424 519945

PAlAZZO BONAGuRO Via Angarano 0424 502923

MuSEO DEGlI AlPINI Via Angarano, 2 0424 503662

0424 523195

0424 35435 0424 522325 0424 527811 0424 34882

RAuSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223

POZZI Via Scalabrini, 102

0424 523669 0424 503649

ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163

TRE PONTI Via Vicenza, 85

XXV APRIlE Viale Asiago, 51

0424 502102 0424 251111


Lo abbiamo incontrato con la moglie nella sua storica Bottega

ANTONIO CONCATO Così prepariamo il bacalà!

ARS CulINARIA

Elisa Minchio

Sotto ai titoli, da sinistra verso destra Antonio e Claudia Concato nella loro boutique di via Matteotti. Stoccafissi in essiccazione alle isole Lofoten, in Norvegia

lA RICETTA ORIGINAlE della Venerabile Confraternita del Bacalà alla Vicentina Ingredienti per 12 persone 1 chilo di stoccafisso secco 50/300 grammi di cipolle 3 sarde sotto sale ½ litro di olio d’oliva extravergine ½ litro di latte fresco poca farina bianca 50 grammi di formaggio grana grattugiato un ciuffo di prezzemolo tritato sale e pepe Preparazione Ammollare lo stoccafisso, già ben battuto, in acqua fredda, cambiandola ogni 4 ore, per 2-3 giorni. Aprire il pesce per lungo, togliere la lisca e tutte le spine. Tagliarlo a pezzi. Affettare finemente le cipolle, rosolarle in un tegamino con un bicchiere d’olio, aggiungere le sarde sotto sale, tagliate a pezzetti; per ultimo, a fuoco spento, unire il prezzemolo tritato. Infarinare i vari pezzi di stoccafisso, irrorati con il soffritto preparato, poi disporli uno accanto all’altro, in un tegame di cotto o alluminio oppure in una pirofila (sul cui fondo si sarà versata, prima, qualche cucchiaiata di soffritto); ricoprire il pesce con il resto del soffritto, aggiungendo anche il latte, il grana grattugiato, il sale, il pepe. Unire l’olio fino a ricoprire tutti i pezzi, livellandoli. Cuocere a fuoco molto dolce per circa 4 ore e mezzo, muovendo ogni tanto il recipiente in senso rotatorio, senza mai mescolare (fase di cottura che in vicentino è chiamata “pipare”). Solamente l’esperienza saprà indicare l’esatta cottura dello stoccafisso che, da esemplare a esemplare, può differire di consistenza. Il bacalà alla vicentina è ottimo anche dopo un riposo di 12/24 ore e va servito con la polenta. www.baccalaallavicentina.it/la-ricetta Vino consigliato Breganze Vespaiolo doc

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Una bella tradizione che ha trovato in Bassano un grande interprete. Non a caso al suo raffinato negozio giungono da tutt’Italia. Per acquistare, farsi una cultura e conoscere una storia antica…

Non ce ne sono molte, in Italia. Anzi, potremmo forse dire che è l’unica. Di fatto si tratta di una vera boutique, anche se l’insegna reca la scritta Bottega. Un’espressione che saremmo portati a cogliere nell’accezione più nobile, quella che evoca cioè atmosfere rinascimentali. Non parliamo di un negozio di abbigliamento o di qualcosa del genere. Ci riferiamo invece a quello splendido esercizio che Antonio e Claudia Concato gestiscono con passione da molti anni: La Bottega del Baccalà. Appunto. Stiamo esagerando? No, e lo dimostrano le moltissime persone che raggiungono questo luogo particolare da ogni dove della Penisola. Merito anche di una tradizione familiare inaugurata nel 1935… “In effetti - ci spiega Antonio posso affermare di essere nato qui. Nel vero senso della parola.

Il nostro appartamento, infatti, si trovava proprio sopra al negozio: un’attività iniziata da mio padre Mario, proveniente da Montecchio Maggiore, che originariamente prevedeva anche la vendita di altri prodotti. È stato con il mio ingresso nella ditta che ci siamo specializzati, dando un taglio davvero molto tecnico. Oggi, ancor più di ieri, il nostro punto di forza risiede in una scrupolosa preparazione del pesce, ossia dello stoccafisso che in Veneto chiamiamo bacalà (indicando cioè quello secco e non quello sotto sale): dapprima la battitura e poi la bagnatura. Operazioni che devono essere eseguite a regola d’arte. E poi ci piace ricordare che i nostri bacalà provengono tutti direttamente dalle isole Lofoten, in Norvegia: proprio laddove fra il 1431 e il 1432 fece naufragio il capitano da mar Pietro Querini. Fu lui, rientrato in patria dopo un viaggio avventuroso, a portare a Venezia il primo

carico di stoccafissi essiccati”. La storia ci ricorda come questo pesce piacque subito ai veneziani, che ne apprezzarono la bontà gastronomica e la caratteristica di “cibo magro” a lunga conservazione (utilissimo quindi nei viaggi di mare e di terra). “Una tradizione che dura da allora e che si è diffusa in tutt’Italia. Tant’è vero che ogni regione ne ha tratto una propria ricetta. Cito solo, a esempio, le declinazioni alla livornese, all’anconetana, alla napoletana, alla messinese (la cosiddetta ghiotta). Da noi, ovviamente, impera quella alla vicentina, che ha in Sandrigo (paese gemellato con l’isola di Røst) un suo inequivocabile punto di riferimento. Fondamentale, poi, il ruolo della Venerabile Confraternita del Bacalà alla Vicentina, nata appunto con lo scopo di tutelare e diffondere la nostra antica e originale ricetta, che peraltro vanta oltre quattrocento anni”.

Così, giusto per non sbagliare, l’abbiamo riportata nel colonnino a lato. È frutto di studi e comparazioni tra quanto era in auge nei ristoranti e nelle trattorie della provincia tra gli anni Trenta e Cinquanta: una vera squisitezza. Provare per credere!


Passeggiando a Bassano, lungo via Pusterla

INCONTRI RAVVICINATI DI STRANO TIPO

ANIMAlIA

di Francesca Coretti

Gli animali condividono con noi il privilegio di avere un’anima.

La fauna che “risiede” ai margini del fiume, in una zona tutto sommato ancora centrale, può riservare diverse sorprese. Alcune belle e perfino commoventi, altre un po’ meno…

A proposito di animali, il DevotoOli (Dizionario della Lingua Italiana, ndr) spiega: “Esseri animati, cioè dotati di moto e di sensi”. E li divide in molte categorie. Però noi ci accontenteremo di parlare di animali liberi in cielo, acqua, terra, con un accenno all’homo sapiens, alla cui razza apparteniamo. A ben vedere, quest’ultima produce dei tipi un po’strani: bipedi, glabri, con un ciuffo più o meno abbondante di pelame sulla testa, sono arrivati qui tantissimi anni fa, probabilmente in gruppo con altri loro simili, dopo aver superato monti, attraversato valli, e poi ancora monti e fiumi, fino ad arrivare in una valle bellissima, divisa in due da un fiume, verde di boschi, foreste e pianori con le montagne tutt’intorno. Tanto accogliente e bella da far venir loro voglia di

fermarsi, magari anche a lungo. Detto, fatto. E così siamo arrivati a oggi. Per chi volesse incontrare il maggior numero degli animali che ci interessano, la passeggiata più proficua è via Pusterla che, sulla riva sinistra del Brenta, lo costeggia dal Ponte Vecchio fino a quando, dopo due sottopassi, termina contro il muro di una casa. Personalmente, lungo questo percorso, ho fatto diversi incontri interessanti. Anche Oscar ne ha fatto uno, che è sfociato in un reciproco odio feroce. Lui camminava lungo un muretto, Pippo dietro al medesimo. Tutto tranquillo. Improvvisamente, Pippo sbuca dal muretto: i due si trovano naso a naso, in modo del tutto inatteso, si spaventano e… a non trattenerli con braccio fermo, sarebbe stata una strage! Dimenticavo di specificare che

Pitagora

Oscar e Pippo sono due cani. Da allora - e sono passati parecchi anni - si riconoscono a decine di metri di distanza e incominciano a fare cagnara, nel vero senso della parola. Il che dimostra che certi odi, come certi amori, possono durare una vita. Una volta, veramente, si sono ritrovati per caso sulla spiaggetta tra i due sottopassi, spiaggetta che al momento è sbarrata causa lavori in corso (hanno abbattuto diversi alberi, più o meno dove dovrebbe sorgere la centralina idroelettrica di cui si parla da anni e che Dio sa se verrà mai costruita; intanto però si sono portati avanti con i futuri lavori sbarrandola con reti e cancello provvisto di lucchetto). Dicevo, in questa spiaggetta si sono ritrovati Oscar e Pippo, senza guinzaglio. Noi accompagnatori abbiamo subito pensato al peggio, invece niente: si sono avvicinati, annusati coscienziosamente da tutte le parti, e poi ognuno se ne è andato per i fatti propri. Valli a capire i cani! Comunque, per tornare a noi, in via Pusterla ho fatto quattro incontri memorabili. Ero ormai quasi alla fine della passeggiata, nel secondo sottopasso che a destra è ricoperto di mattoni, con i tradizionali buchi per far defluire l’acqua piovana in eccesso. Mi cade casualmente l’occhio su uno di questi: dentro c’era un uccellino che stava covando. Si era costruito un nido di fili d’erba secchi e qualche rametto davanti, presumo per

A sinistra La parte finale di via Pusterla a Bassano. Sullo sfondo la Valbrenta, fra l’Altopiano di Asiago e il Grappa. Qui sotto Francesca Coretti, autrice di questa simpatica “cronaca”.

Sopra, dall’alto verso il basso Un martin pescatore, con la sua elegante e variopinta livrea, e due (affamati) uccellini.

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ANIMAlIA

A fianco Ancora una bella immagine del tratto settentrionale di via Pusterla: ben tenuto e pavimentato, costituisce una sorta di belvedere sul fiume. Sotto, dall’alto verso il basso Un’anatra selvatica con il suo seguito di anatroccoli. Meno gradevoli di altri animali, anche le nutrie abitano le rive del brenta.

Sotto, dall’alto verso il basso Se il tratto terminale di via Pusterla è curato e piacevole da percorrere, altrettanto non si può dire di quello più a sud. Le auto parcheggiate e una sensibile situazione di degrado impediscono a questa breve arteria cittadina di essere considerata un’amena passeggiata lungofiume. La cancellata che, ormai da tempo immemore, chiude la cosiddetta “isola pusterla”: il cantiere è legato alla spinosa e nota questione della centralina idroelettrica.

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evitare che uova e futuri pulcini scivolassero fuori, e pazientemente aspettava la schiusa. Ci sono cose più toccanti di un uccellino che cova, probabilmente sì, ma mi fa sempre una tenerezza infinita vedere una delle tante espressioni della natura. Mi sono avvicinata con cautela e lui (o forse dovrei dire lei…) mi ha guardata con un’espressione così feroce, di quelle che non promettono niente di buono, che, anche per non agitarlo, mi sono allontanata. Non so se un uccello, che non sia un’aquila o un condor, possa fare la faccia feroce, però vi assicuro che è proprio questa l’impressione che mi ha fatto. Naturalmente nei giorni seguenti l’ho tenuta d’occhio e a tempo debito sono nati i tre pulcini, sono stati nutriti a dovere e sono cresciuti. E un giorno non li ho trovati più. Volati via. Il secondo - incontro, dico - è stato spettacolare. Proprio dove dovrebbe nascere la famosa centralina, vedo cadere nel canale qualcosa dal ramo alto di un albero. E la “cosa” torna su di scatto, tipo yo-yo per intenderci. Mi fermo, naturalmente, e guardo: era un martin pescatore, uno degli uccellini più belli che io conosca, una specie di gioiello multicolore, che si buttava in picchiata nell’acqua e risaliva di botto in verticale con un minuscolo pesciolino nel becco, lo ingoiava seduta stante e giù di nuovo a catturarne un altro. E chissà per quante volte avrebbe continuato se i miei due cani di allora (Gastone, quattro chili di bassotto a pelo ruvido, e Gigina, di taglia media, figlia di una cooperativa, ma riuscita bene, nera come il carbone) non si fossero fiondati dal sottopasso con una cagnara ignominiosa. Naturalmente il martin pescatore

è volato via. Non li ho sgridati, in primo luogo perché non ne avrebbero capito la ragione, in secondo perché tendo a essere democratica con i miei cani. Infatti le mie figlie dicono che sono maleducati, ma a me va bene così. La seconda parte di via Pusterla è più selvaggia, se così si può dire, soltanto verde e fiume a sinistra e a destra un muraglione che sostiene Santa Maria in Colle, ricco di piantine fra le pietre e il verde sotto la canonica. Nel canale del Brenta, oltre a esserci qualche grosso pesce sconosciuto, nascono e crescono innumerevoli covate di anatroccoli. Nel canale non si può scendere, chiuso com’è dalla famosa rete di protezione, e la spiaggia lungo il fiume è desolatamente vuota, mentre era piacevole passeggiare vicino alle acque del Brenta molto frequentate da anatre adulte. Una volta ho visto anche un paio di gallinelle d’acqua e, forse, un cormorano. Andiamo avanti. Dopo il cancello c’è l’ultimo pezzo di via Pusterla, sempre lungo il canale: altro muro a destra e a sinistra, una specie di stradina tutta erba e piante, più bassa di almeno un metro. Avevo già Oscar - ormai viviamo insieme da dodici anni - che, quando arriviamo a quel punto della strada, va e viene come la fantasia e gli innumerevoli odori gli suggeriscono. In modo del tutto inatteso, sbucati chissà da dove, vedo a qualche metro da me un gruppo - saranno stati sette o otto - di anatroccoli, piccoli da stare in una mano che, agitatissimi, correvano freneticamente da tutte le parti. A un certo punto, suppongo, hanno visto questo strano tipo di bipede eretto, si sono bloccati

un attimo, poi, come un sol anatroccolo, con due salti - non avevano ancora le ali per volare prima sono arrivati sul sentierino e poi in acqua dove sono spariti, ovviamente poi riemersi e filati verso una specie di rigagnolo che porta al fiume. Il tutto in meno di un minuto. Ho notato che gli anatroccoli nuotano alla velocità del fulmine, come avessero sempre il diavolo alle calcagna. Per diverso tempo non ho avuto incontri, finché è arrivato il giorno della nutria. Tutti sappiamo chi è la nutria: un animale nocivo perché scava dove può, lungo le rive dei fiumi e dei canali, per esempio, in cerca di erbe e radici da mangiare, rendendo così più fragile il terreno. Dunque, come sempre durante le mie passeggiate, ero arrivata agli ultimi metri della strada e, al solito, mi sono affacciata al muretto. In quel periodo era cresciuta una calla, praticamente in acqua, di proporzioni per me inusuali: un gigante con una ventina di fiori. Non so voi, ma io sono abituata alle calle che crescono nei vasi e per me quella era una cosa assolutamente fuori dal comune. Guardo la calla e l’occhio mi cade su un animale. Grosso, come un cane di taglia media, col muso appuntito, grigiastro e con la coda pelata come quella dei topi. È stata una sorpresa, per me e anche per lei, che ho riconosciuto come una nutria. Amo tutti gli animali, in ognuno di loro trovo almeno un particolare piacevole. Nella nutria no, non ci sono riuscita e mi sono sentita in colpa, in un certo senso. Ci siamo guardate per meno di un minuto, poi lei è entrata nell’acqua, considerate che era sull’erba, rialzata dal canale almeno dieci centimetri, ma la cosa più incredibile, almeno per me che ero alla prima esperienza, è stato “come”: è entrata di naso e in un attimo era sparita scivolando letteralmente senza muovere l’acqua. Si è infilata sotto il muretto, dove probabilmente aveva già scavato in precedenza. Devo ammettere che la cosa mi ha affascinato: la nutria, il suo silenzio e anche il suo assomigliare a un grosso topo ributtante. Ecco, l’ho detto!


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Bassano News  

Gennaio/Febbraio 2021

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