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Editrice Artistica Bassano

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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’ MARZO / APRILE 2020

1938

E SERVIZIO


SOMMARIO

Copertina Mario Mossolin (Momar), Figura femminile, semirefrattario, 1994. Coll. Giambattista Mossolin. All’artista novese, scomparso poco meno di un anno fa, è dedicato il servizio a pagina 16.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVI - n. 181 Marzo/Aprile 2020 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Andrea Gastner, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa A. Berton, C. Caramanna, D. Dinale, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, F. Grego, S. Los, A. Martinato, C. Mogentale, P. Pedersini, D. Pozza, C. Quinziani, F.A. Rossi, O. Schiavon, G. Spagnol, A. Strobbe, M. Zonta Corrispondenti Nino D’Antonio (da Napoli), Erica Schöfer (dalla Toscana), Antonio Finco (da Londra) Stampa CPEsse - Castelfranco Veneto (TV) Distribuzione Bassano e comprensorio

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p. 5 - Gens bassia Palazzo Pretorio, il Terzo Castello p. 10 - Pianeta Casa Negativo il giudizio di Confedilizia sulla legge di bilancio 2020 p. 12 - In vetrina Chiesa e Oratorio dei Carmini. Il recupero del complesso in un libro p. 14 - Anniversari In memoria di Orazio Marinali p. 16 - Art News Mario Mossolin. La sintesi estrema della figura, declinata al femminile p. 18 - La lezione del passato I Greci hanno inventato la filosofia p. 20 - Grandi Tradizioni Gli Alpini e i bassanesi. Un legame indissolubile p. 22 - Afflatus Il comportamento di mio figlio mi fa impazzire p. 25 - Proposte Smontare il mercato senza smontare il marciapiede p. 26 - Sfide La sfida più grande p. 28 - Eventi Quando hai un Cimabue in corridoio senza saperlo p. 30 - Sì, viaggiare Namibia, tra i due deserti p. 32 - Artigiani Lo Scotton si rinnova in un’alleanza con categorie economiche e Regione

In alto, da sinistra verso destra Due foto aeree del complesso di Palazzo Pretorio (da Google Maps): al Terzo Castello bassanese è dedicato un ampio servizio a pag. 5. Albano Berton, curatore del volume sul restauro della Chiesa e dell’Oratorio dei Carmini di Marostica, e Duccio Dinale, progettista, direttore dei lavori e fra gli autori del libro (pag. 12). Mario Mossolin, Volto di uomo, semirefrattario patinato, 1996. Collezione Ivano Costenaro. La BlueSingers & Orchestra durante un concerto (pag. 52). Sabato 28 marzo, alle 20.30, la formazione del maestro Brunelli terrà un concerto nella Chiesa degli Scalabrini per il Centenario della Sezione ANA Monte Grappa (pag. 20). Sotto Così si presenta oggi, restaurato dal team Artemisia, il San Francesco nel complesso di San Donato (pag. 47).

p. 34 - Renaissance Aria, una mostra-monito di Tomás Saraceno a Palazzo Strozzi p. 36 - I nostri tesori Una nuova tela di Jacopo Bassano per il Museo Sinebrychoff p. 38 - Civitas Il pifferaio magico del progresso termo-industriale e le sue emergenze climatiche p. 40 - Il Cenacolo “Salutala dovunque sia” - Racconti p. 43 - Esercizi di stile La borsa, compagna inseparabile della donna p. 44 - Le terre del vino I vini della Lombardia (2) p. 47 - Restituzioni Grazie al team Artemisia due piccoli tesori tornano a brillare p. 51 - Personaggi Alessia Orlandini e il pole sport p. 52 - De musica BlueSingers & Orchestra. Un crescendo che coinvolge p. 54 - Saperne di più Naturopatia via WhatsApp p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Il rapporto Christian Quinziani. Dalle letture giovanili dei gialli alla scelta… p. 60 - Ospitalità a Bassano e… p. 62 - Ristorazione a Bassano e…

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Autentico patrimonio civico, dalle origini medievali, ha ospitato nel corso dei secoli il governo cittadino e molte altre funzioni pubbliche

GENS BASSIA

PALAZZO PRETORIO IL TERZO CASTELLO

di Andrea Minchio

Si ringraziano l’assessore Andrea Zonta e il dott. Diego Pozza per la preziosa collaborazione

Nelle sue sale, un tempo affrescate da Jacopo dal Ponte, soggiornò anche l’imperatore Carlo V. Indispensabile progettarne il recupero totale e individuare le destinazioni più appropriate.

Qui sotto Il grande salone delle feste, all’interno del complesso di Palazzo Pretorio. La pareti di sinistra (lato est) confinano con via Vittorelli.

In un futuro per ora imprecisato (speriamo il più vicino possibile) i bassanesi potrebbero tornare a ritrovarsi gioiosamente nel loro antico e centralissimo salone delle feste. Uno spazio dalle dimensioni davvero notevoli, all’interno di quel patrimonio civico - storico e immobiliare che è costituito dall’imponente nucleo di Palazzo Pretorio. Un luogo simbolico, questo, purtroppo poco conosciuto e dall’elevato valore identitario, in grado di sprigionare - una volta recuperato (e individuate le destinazioni più appropriate) -

Anonimo, Pianta ideale e schematica di Bassano, particolare, 1690-’91. Bassano, Musei Civici. Nel dettaglio sono raffigurati il Palazzo Pretorio, le mura con la piazza interna e un edificio a sud, coincidente con l’attuale chiesetta della Madonna del Patrocinio.

potenzialità realmente impensabili. Il complesso, posto fra piazzetta Guadagnin, via Vittorelli, via Matteotti e vicolo Matteotti, si caratterizza per la rilevante estensione e per la straordinaria importanza storica. Secondo gli studiosi, pare tragga origine dalla riconversione di un precedente sistema militare del XIII secolo, il cosiddetto “cassero della torre bianca”, sede del capomasnada ser Ivano di Mondino, temibile vicario di Ezzelino III da Romano: colui che viene ricordato anche per aver dato il nome alla torre a guardia della porta delle Campa-

nelle, attraverso la quale si accede al castello superiore e alla pieve di Santa Maria in Colle. Stiamo dunque parlando di un sito strategico, fulcro dell’apparato difensivo dell’epoca, divenuto poi una sorta di “castello di mezzo” fra quello superiore e quello inferiore. Un complesso che, durante la loro dominazione a Bassano, i Padovani, preoccupati dalle mire espansionistiche di Cangrande della Scala, provvidero a potenziare e ad adattare a palazzo fortificato del podestà. Con l’arrivo di Venezia, nel 1404, a Palazzo Pretorio s’insediò il

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governatore cittadino: una scelta che, di fatto, trasferì il centro decisionale da piazzotto Montevecchio a un luogo più adatto. Quale sede del Consiglio Comunale venne destinata una sala al pianterreno, con accesso dal cortile interno: una collocazione valida fino al 1726 (anno in cui tale organismo si trasferì nell’attuale municipio), che testimonia la significativa rilevanza pubblica del complesso per un lunghissimo arco temporale. Evidenza, questa, ulteriormente confermata anche da molte altre successive destinazioni d’uso,

Qui sopra, da sinistra verso destra Le piante dei piani terra, primo e secondo (in quest’ultimo è evidenziato il primo livello del salone delle feste.

In alto, da sinistra verso destra La facciata meridionale ricalca in gran parte quella rivolta a occidente, anche se è priva dei poggioli e degli elementi decorativi delle forature. L’elegante prospetto ovest, su via Matteotti: le balaustre dei balconi sono in pietra, con quattro elementi centrali e pilastri angolari con volute.

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sempre legate alla civicità: di fatto un luogo che riassume nelle sue pietre una chiara e inequivocabile identità bassanese. Su questo non ci sono dubbi. Basti per esempio ricordare che il grande salone delle feste, collocato sul lato orientale del complesso e distribuito in altezza su due livelli (al secondo e al terzo piano), ospitò il primo teatro cittadino: “bello, tutto dipinto coi suoi palchetti, al modello di quelli di Venetia”, come riporta il cronista Zerbino Lugo, venne realizzato nel 1684 dal podestà Emilio Pizzamano

su richiesta di alcuni notabili. Una struttura articolata su sessantaquattro palchi (e quindi particolarmente sontuosa) che, pur avendo subito danneggiamenti un paio d’anni dopo, ospitò rappresentazioni fino a Settecento inoltrato, quando cioè i nobili Brocchi ne edificarono uno di proprio in vicolo Teatro Vecchio. Fra le molte meraviglie di questo gioiello cittadino figura anche la singolare - e degradata - scala coperta: in pietra e risalente al 1552, ricorda analoghe strutture tardomedievali. A metà rampa, sul pianerottolo, si apre


A fianco, da sinistra verso destra La copertura del complesso è stata oggetto di un rilevante intervento di restauro e rifacimento nel 2001. Uno degli ariosi saloni che a suo tempo hanno ospitato la Prefettura e il Tribunale di Bassano.

Qui sotto Lo stemma sul portale a metà della scala esterna potrebbe essere quello della famiglia Gritti (che diede a Bassano alcuni podestà).

un bel portale sormontato da uno stemma, forse identificabile con quello della famiglia Gritti (che a Bassano diede alcuni podestà).

Cantiere secolare, Palazzo Pretorio subì con il trascorrere degli anni innumerevoli trasformazioni, quasi sempre legate alle nuove esigenze cittadine. Dell’originaria destinazione militare s’è già detto. È poi interessante ricordare, con il cronista secentesco Mario Sale, che c’è stata un’epoca in cui il palazzo brillava per la sontuosità e che molte delle sue sale erano decorate da affreschi

di Jacopo dal Ponte (purtroppo andati in gran parte perduti, ma in qualche caso documentati nel Libro Secondo della bottega). Insomma una residenza prestigiosa in grado di accogliere nel 1552, durante il suo soggiorno a Bassano, nientemeno che Carlo V. L’imperatore, infatti, “alloggiò nel Pallazzo pretorio nella Camera Minota che era avanti la chiesola di pallazzo dipinta nel sofito dal Ponte, pittore celebre detto il Bassan”. Un luogo che oggi ospita, nel settore orientale, il Comando della Polizia Locale. In passato

si sono qui avvicendati Vigili del fuoco e Carabinieri mentre le tracce, per così dire, della presenza della Prefettura e del Tribunale sono ancora ben visibili. Si diceva dei numerosi interventi

Sopra, da sinistra verso destra Il fronte est, su via Vittorelli. Il complesso nel Catasto Napoleonico e in una ripresa da Google Maps.

Sotto: il prospetto su via Matteotti con, evidenziate, le mura medievali.

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GENS BASSIA Qui sotto Un fregio nella sala riunioni, al terzo piano del settore nord (restaurato fra il 1986 e il 1991): si tratta di un lacerto di affresco cinquecentesco che, nella fattura, richiama alla mente lavori eseguiti dalla bottega dei Nasocchi in altri palazzi cittadini.

Sopra, a destra La bella scala coperta: in pietra e risalente al 1552, ricorda analoghe strutture tardo-medievali. Molto degradata, meriterebbe urgenti lavori di restauro.

A fianco, da sinistra verso destra La scala dall’alto, vista dall’ingresso della vecchia Prefettura. L’accogliente sala riunioni nel settore settentrionale del complesso.

dei quali il complesso è stato oggetto. A questo proposito vanno assolutamente menzionati il restauro del blocco nord, eseguito fra il 1986 e il 1991, e quello della copertura (2001). Nell’autunno dello scorso anno, inoltre, è stato effettuato il collaudo statico delle stanze appartenenti al corpo sud-ovest e - contestualmente approntato uno studio di fattibilità in vista del consolidamento del solaio della vecchia sala consiliare (alla quale, come abbiamo visto, si accede dal bel portale che dà su piazzetta Guadagnin). Si tratta di misure che prevedono la messa in sicurezza delle strutture murarie

Sotto Il portale d’ingresso su piazzetta Guadagnin.

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e dei solai e la protezione di affreschi e decorazioni, destinate a rendere accessibili tali locali (sebbene non utilizzabili per uffici e non apribili al pubblico): un passo avanti, sicuramente, anche se prima o poi bisognerà prendere il classico toro per le corna e affrontare radicalmente la questione. Ogni tanto, a livello amministrativo, si parla di una possibile permuta del complesso con il Cinema Teatro Astra: una notizia diffusa, anche recentemente, dai colleghi della stampa quotidiana. Inutile dire che tale operazione rappresenterebbe una sorta di

suicidio identitario, la negazione delle origini civiche, l’abiura di quel fiero e orgoglioso spirito municipale che ha sempre animato la città e le sue istituzioni. Si pensi piuttosto a mobilitare gli esperti, perché provvedano a studiare a fondo il palazzo e la sua storia. E la divulghino, se serve anche attraverso i social. Ne abbiamo molti e preparati. Ricordo, citando i più autorevoli, Giamberto Petoello, Franco Scarmoncin, Giovanni Marcadella, Agostino Brotto Pastega, Livia Alberton, Claudia Caramanna… Scientia potentia est, la conoscenza è potere, diceva Bacone.


Negativo il giudizio di Confedilizia sulla legge di bilancio 2020

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

UNA MANOVRA INIZIATA BENE, MA FINITA MALE

[…] I fronti negativi sono due, quello dell’unificazione Imu-Tasi e quello del mancato rinnovo della cedolare secca sugli affitti dei negozi. Sul primo punto, il Parlamento (il Senato, per meglio dire, visto che alla Camera è stato inopinatamente negato il diritto di esaminare il disegno di legge di bilancio) non ha migliorato il testo proposto dal Governo. Restano ferme, dunque, tutte le obiezioni di Confedilizia. La patrimoniale sugli immobili da 22 miliardi l’anno resterà e la responsabilità - oltre che di chi l’ha introdotta (il senatore a vita Monti) - pesa sulle spalle di questo Governo come di tutti quelli che lo hanno preceduto, che ne hanno lasciata inalterata l’impostazione (salvo l’eliminazione, con eccezioni, della tassazione sull’abitazione principale, e la riduzione del 25% dell’imposta dovuta per gli immobili locati “a canone concordato”, entrambe operate durante l’Esecutivo Renzi). Quanto alla cedolare negozi, davvero non ci sono parole per commentare. Si tratta di una scelta talmente priva di senso che nessun esponente del Governo ha trovato il coraggio per abbozzare una qualche spiegazione. Certo, la scelta del precedente Esecutivo di limitarla ai soli contratti stipulati nel 2019, oltre a essere criticabile nel merito, ha avuto anche l’effetto di facilitare il compito della nuova maggioranza (nella parte Cinque Stelle, peraltro, rimasta immutata). Ma la responsabilità che si è assunto chi ha negato la prosecuzione di una misura nata per arginare la strage di locali commerciali è gravissima […].

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Giorgio Spaziani Testa Presidente Confedilizia

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NUOVA IMU 2020 ISTRUZIONI PER L’USO

Base imponibile Rendita catastale, rivalutata del 5% e moltiplicata per: - 160 per abitazioni, magazzini, autorimesse; - 140 per laboratori e locali senza fine di lucro; - 80 per uffici, banche, assicurazioni; - 65 per opifici, alberghi; - 55 per negozi e botteghe. La base imponibile è ridotta del 50% per: - fabbricati di interesse storico o artistico; - fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati. Aliquote Aliquota di base del 8,6 per mille, che i Comuni possono: - aumentare fino al 10,6 per mille; - diminuire sino all’azzeramento. Abitazione principale e relative pertinenze (categorie A/1, A/8, A/9). Aliquota di base del 5 per mille, che i Comuni possono: - aumentare fino al 6 per mille; - diminuire fino all’azzeramento. Detrazione di 200 euro, se l’unità immobiliare è adibita ad abitazione principale da più soggetti passivi, la detrazione spetta a ciascuno di essi proporzionalmente alla quota per la quale la destinazione medesima si verifica. Immobili locati Viene confermata la riduzione al 75% per i seguenti contratti della l. n. 431/98: a) contratti agevolati, della durata di 3 anni più 2 di rinnovo; b) contratti per studenti universitari, di durata da 6 mesi a 3 anni; c) contratti transitori (di durata fino a 18 mesi), se stipulati nei Comuni nei quali il canone deve essere stabilito dalle parti applicando gli Accordi territoriali.

Quando si paga A regime, il versamento della nuova Imu si effettua in due rate che scadono la prima il 16 giugno e la seconda il 16 dicembre. È comunque possibile pagare in unica soluzione entro il 16 giugno. Per l’anno 2020, la prima rata è pari alla metàdi quanto versato a titolo di Imu e Tasi per l’anno 2019; il versamento della seconda rata a saldo dell’imposta dovuta per l’intero anno va eseguito, a conguaglio, sulla base delle aliquote risultanti dal prospetto che forma parte integrante delle delibere comunali, che dovranno rispettare i 2 seguenti requisiti: - 1. siano state adottate entro il 30 giugno; - 2. siano state pubblicate sul sito delle Finanze (www.finanze.it) entro il 28 ottobre. Come si paga Il versamento può essere effettuato tramite una delle seguenti modalità: modello F24; specifico bollettino postale; piattaforma PagoPA. Maggiorazione nuova IMU Il limite del 10,6 per mille può, con espressa delibera del consiglio comunale, essere superato dello 0,8 per mille (arrivando così all’11,4 per mille) da quei Comuni che avevano già previsto la maggiorazione della Tasi di cui alla l. n. 147/2013, nella stessa misura applicata per l’anno 2015 e confermata fino all’anno 2019. Tali Comuni, per gli anni successivi al 2020, possono solo ridurre la maggiorazione anzidetta, restando esclusa ogni possibilità di variazione in aumento.

MILLEPROROGHE: CONFEDILIZIA, ERRORE NO A CEDOLARE NEGOZI Aggraverà la già disastrosa situazione delle nostre città Così Confedilizia, sul suo profilo Twitter, a proposito “La conferma del no al rinnovo della cedolare secca per della mancata conferma - nel decreto Milleproroghe gli affitti dei negozi è una scelta sbagliata che aggraverà della cedolare secca sugli affitti dei negozi e dell’annuncio del viceministro Misiani circa l’intenzione del la già disastrosa situazione delle nostre città. Se il Governo, come detto e ribadito, non è contrario a Governo di inserirla nella manovra per il 2021. questa misura, non vi è ragione per non riavviarla subito”. ANSA, Roma, 06 febbraio 2020 - ore 17:38


È un gioiello di Marostica e vale la pena conoscerlo bene

Chiesa e Oratorio dei Carmini Il recupero dello storico complesso raccontato in un magnifico libro

IN VETRINA

di Andrea Minchio

Le fotografie sono tratte dal volume La Chiesa e l’Oratorio dei Carmini

Per saperne di più abbiamo incontrato Albano Berton, curatore della corposa pubblicazione, e Duccio Dinale, progettista e direttore dei lavori. Ecco quanto ci hanno anticipato.

Sotto, da sinistra verso destra Il professor Albano Berton e l’architetto Duccio Dinale. L’interno dell’Oratorio dei Carmini con i dipinti, la boiserie lignea e, sullo sfondo, il posto del Priore e dei Massari: uno spazio magico, sede del coro I Cantori di Marostica e dell’associazione Sodalitas Cantorum.

Un progetto ambizioso… “Certamente, ma la volontà e la costanza nell’impegno hanno aiutato a vincere gli ostacoli. Era necessario coinvolgere molta gente, in grado di recepire il nostro messaggio e la richiesta di aiuto. Un auspicio che si è concretizzato attraverso una partecipazione davvero molto ampia. Proprio come era accaduto nel 1618 alla storica confraternita”.

Presentato lo scorso novembre nella Sala Consiliare del Castello Inferiore di Marostica, il volume La Chiesa e l’Oratorio dei Carmini (Eab, 2019) illustra con cura tutti gli interventi eseguiti negli ultimi anni per il recupero complessivo dell’oratorio e il parziale restauro della chiesa (limitatamente alla volta). La pubblicazione, alla quale hanno collaborato diversi studiosi, è uscita in occasione del 400° anniversario dalla fondazione della Chiesa del Carmine (16192019): come si suol dire, la classica ciliegina sulla torta!

Qui sopra La volta del presbiterio della Chiesa dei Carmini, a restauro ultimato. In basso La copertina del libro (Eab, 2019). La pubblicazione è disponibile in libreria, al prezzo di euro 25,00.

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Ad Albano Berton, curatore del libro e figura molto amata a Marostica, chiediamo dunque di raccontarci brevemente la storia di questo “prodigioso” recupero. “Si è cominciato dall’oratorio, risalente alla metà del Seicento, che presentava problematiche piuttosto gravi e complesse. Non avendo la parrocchia di S. Antonio Abate, proprietaria del manufatto, le risorse per avviare qualsiasi tipo di intervento sulla struttura, si è pensato di istituire un’associazione che potesse fare da tramite presso istituzioni,

enti pubblici e privati, aziende e cittadinanza, al fine di reperire i fondi necessari. Il 31 gennaio 2012 è nata l’Associazione Sodalitas Cantorum con l’obiettivo di recuperare l’immobile e farne la propria sede e quella dei Cantori. Lo stato di degrado e abbandono era noto: da decenni quello spazio era infatti adibito a magazzino e deposito di materiale in disuso, oltre che delle attrezzature per l’illuminazione della chiesa alla Festa della Madonna”. Cosa pensavate di ricavare da una situazione così precaria? “C’era l’idea di realizzare qualcosa di utile, pur paventando le difficoltà cui si andava incontro. Certo non immaginavamo allora che, strada facendo, sotto alcuni strati di grossolana pittura murale avremmo trovato intere pareti affrescate, con i nomi di quanti - circa quattro secoli fa - avevano occupato quelle stanze. Persone che, pregando e cantando sugli scanni d’abete, avevano dato vita a uno dei sodalizi più influenti di tutta la storia della comunità marosticense: la Confraternita del Carmine”.

Come vi siete posti nei confronti della proprietà, cioè della Parrocchia di S. Antonio Abate? “Il progetto è partito sotto l’egida di importanti enti istituzionali: la CEI, l’Ufficio Diocesano Beni Culturali di Vicenza, diretto allora da mons. Francesco Gasparini, la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici e la parrocchia di S. Antonio Abate. Con quest’ultima è stata stipulata una convenzione in comodato d’uso della durata di vent’anni, rinnovabili, per la quale la Sodalitas Cantorum si accollava gli oneri dei lavori di restauro e di manutenzione dei locali”. Qual è stato l’impatto con la cittadinanza marosticense? “È stata una vera e propria gara di solidarietà e operosità: grazie ai volontari si è potuto registrare un risparmio notevole sulle spese complessive, relativamente a opere di manovalanza generica, muratura, pittura murale, falegnameria e carpenteria. L’intera comunità si è sentita coinvolta in quest’operazione; per ricordare tutti i collaboratori all’entrata dell’oratorio abbiamo pensato di collocare una targa ufficiale e creare una Tavola dei Benefattori. Tra le collaborazioni più significative mi piace ricordare il restauro della parete sud, finanziato dal Lions Club Marostica, l’adozione


da parte del nostro Comune dell’affresco centrale della volta, il restauro della facciata, con il contributo della Fondazione BPMV, e il recupero del telo copri-organo (Re David che suona l’arpa), grazie all’intervento del Rotary Club Bassano Castelli per interessamento del caro e compianto amico Luigi Colognese”.

In merito all’oratorio, quali novità emergono nel libro? “La novità più importante riguarda la scelta dei Santi protettori da parte della Confraternita, individuati in San Girolamo e San Filippo Neri, oltre alla B.V. del Carmine, che resta la titolare della chiesa e dell’oratorio. Tale determinazione è spiegata bene al capitolo terzo del libro, scritto da Giuseppe Antonio Muraro, da Stefano Rigon e dal sottoscritto”. A Duccio Antonio Dinale, progettista e direttore dei lavori, chiediamo invece di fornirci qualche elemento conoscitivo sulla Chiesa dei Carmini. “La Chiesa della Madonna del Carmine, costruita nel 1618-’19 dalla Confraternita omonima ad aula unica di forma quadrata, ha un’impostazione a pianta centrale e prosegue la prospettiva ascensionale esterna data dalla scalinata. Di stile barocco, ha un fronte con motivi tardo-cinquecenteschi nel colonnato di ordine gigante e nel timpano. Si trova nella zona che i marosticensi chiamano le strade alte, perché in posizione elevata rispetto alla piazza”.

Era così anche in origine? “È molto probabile che l’edificio consistesse nell’unica navata a pianta centrale e che l’altare maggiore fosse ligneo e situato sulla testata della chiesa, mentre l’attuale presbiterio sopraelevato fu aggiunto nel 1648, anno di costruzione dell’oratorio. I recenti

lavori di restauro della volta hanno dimostrato che la struttura lignea del soffitto del presbiterio è identica a quella del contiguo oratorio: è legittimo pensare che le strutture siano contemporanee. All’inizio, inoltre, la chiesa non era decorata così come la vediamo oggi. Infatti non c’erano ancora i dipinti ad affresco sulla volta del presbiterio e al centro della navata, né i riquadri alle pareti laterali: elementi decorativi aggiunti verso la prima metà del secolo XVIII. Nell’altare di destra e in quello di sinistra ci sono due splendidi paliotti in scagliola risalenti alla seconda metà del secolo XVII”. Che interventi ha subito l’edificio nel corso dei secoli? “Dopo quello del 1648, con l’aggiunta del presbiterio e altri di manutenzione straordinaria (soprattutto al presbiterio e all’altare maggiore verso la metà del XIX secolo), la chiesa è stata oggetto, nei primi decenni del XX secolo, di un intervento sugli intonaci e sui dipinti parietali. All’inizio della seconda metà del secolo scorso è stato rifatto il tetto, sostituendo la struttura a capriate lignee con una nuova struttura a capriate d’acciaio”.

Gli ultimi lavori hanno portato a qualche risultato interessante? “Con il restauro della volta, nei primi mesi del 2019, è emersa, sotto la tinteggiatura dell’aula e del presbiterio, una finitura a marmorino, che è stata messa in luce. La novità assoluta è che il presbiterio è stato costruito in una fase successiva rispetto alla navata, nel 1648, lo stesso della realizzazione dell’oratorio, del quale venne murata una finestra sul lato est dell’abside. Nel volume è narrata la vicenda dei restauri di questi ultimi anni: un racconto che fa comprendere il lavoro svolto e i risultati ottenuti”.

E sui dipinti della chiesa? “Anche in merito all’apparato decorativo ci sono novità, in particolare per l’affresco al centro della volta, raffigurante la B.V. del Carmine che offre lo scapolare a San Simone Stock, fra uno stuolo di angeli. L’osservazione ravvicinata ci ha permesso di attribuirlo al vicentino Costantino Pasqualotto, detto il Costantini (1681-1755). Lo storico dell’arte Luca Fabbri, della Soprintendenza di Verona, ne ha individuato con sicurezza il tratto, fatto di pennellate decise, dalle quali traspare un’assoluta padronanza tecnica. I sei riquadri ad affresco delle pareti laterali, raffiguranti episodi della narrazione biblica, sono invece attribuibili al pittore Giuseppe Graziani (1699 - dopo 1760); quelli che si vedono oggi, tuttavia, sono delle ridipinture del XX secolo, due delle quali piuttosto grossolane, come precisato anche da Mario Guderzo nel capitolo da lui curato”.

Sopra, dall’alto verso il basso L’affresco di Costantino Pasqualotto, al centro della volta nella Chiesa dei Carmini, recentemente restaurato. Uno schizzo della struttura che regge la volta all’estradosso. Una fase del restauro della volta a botte dell’oratorio, condotto da Alessandra Sella e Barbara D’Incau.

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Trecento anni fa moriva uno dei piu grandi scultori veneti

In memoria di un illustre bassanese ORAZIO MARINALI

ANNIVERSARI

di Antonio Minchio

La sua bottega fu una delle più prolifiche e una vera scuola…

Nel maggio del 1998 Camillo Semenzato, illustre storico dell’arte e cattedrattico a Padova, pubblicava - nella collana de L’Illustre bassanese - un’agile e appassionante monografia su Orazio Marinali. Un numero che ancor oggi, per chi ha la fortuna di possederne una copia, costituisce un validissimo strumento di conoscenza sull’opera del grande scultore veneto. Una gloria della nostra città, dove ha lasciato preziose testimonianze del suo talento artistico, e di Vicenza, dove la laboriosa e prolifica bottega di famiglia ha prosperato con successo. Nato in Angarano da Francesco e madonna Anna, bassanese quindi (seppur della sponda vicentina del Brenta), egli ha dato grande

Sopra Uno degli splendidi destrieri della Cavallerizza di villa Revedin Bolasco a Castelfranco, eseguiti assieme a una quarantina di altre statue dal Marinali e dalla sua bottega per il giardino della non più esistente villa Cornaro (ph. Maria Pia Settin). Bottega Marinali, Destriero, disegno. Bassano, Musei Civici. La Cavallerizza del Parco storico di villa Revedin Bolasco, assieme a villa Manin di Passariano, è la maggiore eredità, giunta a noi, della statuaria di Orazio Marinali.

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lustro al suo borgo natio. È morto trecento anni fa, il 6 aprile 1720, a Vicenza, dove è sepolto nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Lo scorso anno sia questa testata (nel numero di settembre/ottobre) sia lo stesso Illustre bassanese (nel numero di luglio, dedicato al suo “collega” scultore Sergio Schirato) gli hanno dedicato alcune pagine. Ora, approfittando di questo piccolo spazio, cogliamo nuovamente l’occasione per ricordarlo proprio attraverso quanto il prof. Semenzato, su invito dell’indimenticato direttore Giambattista Vinco da Sesso, aveva scritto nel 1998 nell’incipit de L’Illustre bassanese. “Tra il il Sei e il Settecento gli scultori Marinali non furono solo una famiglia, ma una bottega e una scuola. L'essere una bottega non era un’eccezione perché nel campo dell’architettura e della decorazione plastica il restare compatti in un nucleo familiare era da tempo un’abitudine: c'era bisogno di molte braccia per assolvere i tanti impegni di lavoro, e la preparazione tecnica in una società che non aveva strutture pubbliche per l’insegnamento, avveniva nella bottega. Tanto meglio quindi se la bottega era in casa, rassodata nell’unità della famiglia, dove era accettata senza discussione la presenza di un capo e i vari compiti potevano essere distribuiti con quella fiducia e competenza che l’esperienza non poteva che arricchire. Quella dei Marinali era una di queste famiglie, simile alle confraternite di artigiani che nei vari campi legati all’edilizia il non lontano Ticino espandeva ovunque. Questa volta i maestri non erano i ticinesi o i montanari

della Valsolda che in quell’epoca operarono con successo nel Vicentino, ma gente nostrana che portava quell’abnegazione, quello spirito di sacrificio, quella dedizione che erano una ricchezza degli artigiani di allora e recavano, accanto a queste doti morali, un profondo senso del mestiere, una abilità tecnica che ingiungeva loro a dare sempre meglio di se stessi. Sotto questo aspetto entriamo nell’altra componente che guida l’attività di queste maestranze, quella che le faceva diventare una scuola nel momento in cui l’eccellenza della loro produzione emergeva. Allora non si trattava più per esse della partecipazione a un mestiere, ma del prendere parte a un’arte che in quanto tale richiedeva un’originalità creativa e una elevatezza di risultati in grado di far convergere attorno al loro nome altri artigiani e altri seguaci, La famiglia dei Marinali aveva raggiunto verso la fine del Seicento questo livello. Il tempo era più che mai favorevole all’espandersi della loro produzione. In quel momento infatti si stavano moltiplicando molte iniziative architettoniche: palazzi cinquecenteschi che venivano terminati o rinnovati, erezione di nuove chiese e, soprattutto, proliferazione di nuove ville e giardini. In questa intensa attività costruttiva il Vicentino occupò un posto di prim’ordine anche per la presenza di valenti architetti quali, per citare un nome, Francesco Muttoni […]”.


In ricordo dell’artista novese che amava firmarsi Momar

MARIO MOSSOLIN La sintesi estrema della figura declinata al femminile

ART NEWS

di Elisa Minchio

Sotto ai titoli Donna allo specchio, terracotta, 2001.

Le sue opere non ricalcano freddi modelli d’ispirazione apollinea, ma rappresentano anzi la donna in una sorta di provocatorio condensato estetico, che ne sublima gli aspetti più intimi e profondi: quelli di madre e di compagna, simbolo per eccellenza di valori autentici e assoluti…

Sotto, dall’alto verso il basso Mario Mossolin (Momar) in occasione delle sua ultima personale, Maternità e donna, al Museo Casa Giorgione di Castelfranco Veneto nel 2016. Donna sul divano, cera su cartone, 1988. Donna distesa, gres, 1954.

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È trascorso poco meno di un anno dalla scomparsa di Mario Mossolin, artista novese di vaglia noto anche come Momar. Uno dei molti big che le “tere nove” hanno saputo esprimere nella seconda metà del secolo scorso, quando cioè la tradizione ceramica di matrice ottocentesca ha lasciato il posto a nuovi linguaggi, portati avanti da una illustre e nutrita schiera di coraggiosi sperimentatori e innovatori. Forse meno noto degli amici Alessio Tasca e Pompeo Pianezzola (praticamente suoi coetanei), con i quali partecipò a varie mostre, Momar era nato nel 1929 e già da

ragazzino lavorava la ceramica; cosa che, del resto, avveniva abbastanza normalmente in quegli anni lontani. Un tirocinio, il suo, iniziato nella premiata ditta Zanolli Sebellin e proseguito dapprima alle Ceramiche Spiller e poi alle Ceramiche Ancora, che lo ha formato principalmente come decoratore e modellatore. Ma, anche, un’esperienza che lo ha avvicinato all’universo artistico, inducendolo a iscriversi all’Accademia di Venezia. Una scelta felice che lo premiò: divenne infatti allievo del celebre pittore e incisore Bruno Saetti, autentico maestro e allora pure direttore

del prestigioso istituto lagunare. Innamorato di Picasso, che ebbe modo di apprezzare per la prima volta in occasione della grande mostra tenutasi al Palazzo Reale di Milano nel 1953 (fra i massimi momenti culturali internazionali del secondo Dopoguerra), Mario Mossolin si allontanò progressivamente dalle forme di rappresentazione canonica dell’arte, elaborando un proprio codice espressivo orientato a una sintesi estrema della figura e prediligendo soprattutto il soggetto femminile: dapprima nella pittura, sulla tela, e poi nella plastica, con la terracotta.


ART NEWS

A fianco e qui sotto Figura femminile, refrattario smaltato, 1982. Abbraccio, olio su tela, 1967.

Qui sotto Pietà, tempera e cera su cartone, 1989.

A fianco, da sinistra verso destra Studio di figura femminile, china su cartoncino, 1972. Adamo ed Eva, tempera su cartone, 1991. Sofferenza, tempera su cartone, 1994.

Realizzazioni che a quel tempo, a Nove, qualcuno giudicò forse troppo “audaci” e che gli valsero perfino un rimprovero da parte del parroco, con l’esortazione a tornare, per così dire, a operare nelle fila dell’ortodossia artistica. In seguito, però, si comprese la dirompenza del suo straordinario messaggio, sempre più orientato a una rappresentazione poetica e al tempo stesso viscerale della donna, proposta quale madre e compagna, simbolo per eccellenza di valori autentici e assoluti. Chissà? Forse si è trattato dell’esito di una sofferta, intensa e infaticabile

rielaborazione, umana e spirituale prima ancora che artistica, della prematura perdita della madre, avvenuta quando Mario Mossolin era poco più che un ragazzo.

Ricorda giustamente suo figlio Giambattista che nel 2016 la Città di Castelfranco, nella significativa cornice del Museo Casa Giorgione, ha ospitato l’ultima mostra di Momar, Maternità e donna, sapientemente curata da Nadir Stringa, oltre che critico ed esperto di storia della Ceramica anche estimatore d’antica data dell’ormai anziano artista. Un’occasione importante

Sotto Figura, semirefrattario bronzato, 1978.

per Mario Mossolin che, proprio laddove si respirano tuttora atmosfere e suggestioni legate all’immortale autore de La tempesta, un luogo dunque carico di riferimenti simbolici, ha potuto “far parlare” le sue opere e lasciarci così il messaggio di una straordinaria energia vitale: un afflato vigoroso e fantastico, mai venuto meno con il trascorrere del tempo. Anzi. Per maggior conoscenza si consiglia anche la visione di DENTRO L’INCANTESIMO di Mario Mossolin https://youtu.be/OMzk_2ERkq0

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Grazie a loro la cultura dell’Occidente ha preso una direzione del tutto diversa da quella dell’Oriente

LA LEZIONE DEL PASSATO

I GRECI HANNO INVENTATO LA FILOSOFIA

di Gianni Giolo

Il filosofo non fornisce vere risposte, pone piuttosto vere domande.

Seppur conquistata militarmente da Roma, la patria di Platone e Aristotele riuscì poi a incivilire con le sue lettere e le arti il feroce conquistatore, rozzo e incolto.

Claude Levi Strauss

In un’intervista a La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, Michel Onfray, autore della trilogia “Cosmo”, “Decadenza” e “Saggezza”, accusa la filosofia greca di astrattezza, di essere “una filosofia da filosofi o da professori di filosofia che non ha alcun effetto sulla vita pratica: Il Parmenide di Platone, la Metafisica di Aristotele o le Enneadi di Plotino sono libri che servono per passare gli esami e ottenere diplomi di filosofia”. Onfray esalta invece la filosofia romana essenzialmente pratica: “il genio romano consiste nell’aver scartato la filosofia destinata ai filosofi professionisti che brillavano per i loro sofismi o le retoriche formali. I Romani non volevano una filosofia per filosofi ma per tutti”. Ci si dimentica il pensiero di Orazio: Graecia capta ferum victorem cepit / et artes

Sopra, da sinistra verso destra I ritratti di Platone, Epicuro, Zenone, Aristotele, Democrito, Eschine ed Isocrate in una xilografia del 1880. I busti dei filosofi Socrate, Antistene, Crisippo ed Epicuro, in una delle sale del British Museum, a Londra. In basso, a destra Giorgione, I tre filosofi, particolare, olio su tela, 1506-1508. Vienna, Kunsthistorisches Museum. Qui sotto Bernardo Strozzi, I tre filosofi, olio su tela, prima metà del XVII secolo. Mercato antiquario.

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intulit agresti Latio (la Grecia conquistata dai Romani riuscì a civilizzare il selvaggio vincitore e introdusse le arti nel Lazio agreste). Roma conquistò la Grecia con le armi, ma questa, con le sue lettere e arti, riuscì a incivilire il feroce conquistatore, rozzo e incolto. Prima della Grecia la cultura del mondo antico era al servizio dell’utile e del pratico, ma la filosofia vera e propria è una creazione peculiare dei Greci. Infatti, se per tutte quante le altre componenti della civiltà greca si trova l’identico corrispondente presso altri popoli dell’Oriente, non è invece dato di trovare l’identico corrispettivo della filosofia o quanto meno qualcosa che sia assimilabile a quello che i Greci, e poi con loro tutti gli Occidentali, hanno chiamato “filosofia” (parola creata forse da Pitagora che significa “amore della sapienza”).

I popoli orientali eccelsero in molti campi, ma per quanto concerne la filosofia noi ci troviamo di fronte a un fenomeno così nuovo che non ha confronti con nessun popolo antico. I Greci perciò diedero alla civiltà occidentale qualcosa che essa non aveva e che si rivelerà di tale portata rivoluzionaria da mutare il volto della stessa civiltà. Grazie ai Greci la cultura dell’Occidente ha preso una direzione del tutto diversa da quella dell’Oriente. La scienza nascerà solo in Grecia e non in Oriente. È stata precisamente la filosofia a generare la scienza stessa. E riconoscere questo significa riconoscere ai Greci il merito di aver apportato un contributo eccezionale alla storia della civiltà. Platone sottolinea lo spirito pratico e antispeculativo degli Egiziani di contro allo spirito teoretico dei Greci, mentre Aristotele attribuisce ai creatori delle piramidi la scoperta delle matematiche. Ma l’idea dell’unità del tutto e della ciclicità del cosmo è propria dei Greci.


L’ANA Monte Grappa festeggia i cento anni di vita

GLI ALPINI E I BASSANESI UN LEGAME INDISSOLUBILE

GRANDI TRADIZIONI

di Fidenzio Grego Fotografie: Archivi ANA Monte Grappa ed Editrice Artistica

La nostra città può vantare un secolare rapporto di amicizia con uno dei Corpi più amati dell’Esercito Italiano. Vediamo, in estrema sintesi, l’origine di questo straordinario sentimento popolare. ha rappresentato, anche per la popolazione dei dintorni e della Valle del Brenta, un motivo di orgoglio e simpatia. La cordialità della gente si manifestava particolarmente nei mesi invernali, al rientro dalle esercitazioni che si tenevano tra l’Altopiano di Asiago e la piana di Marcesina.

Qui sopra Una compagnia del Battaglione Bassano, preceduta dalla fanfara, sfila in quartiere Margnan. L’addestramento in Prato Santa Caterina è finito e il rancio attende gli Alpini alla Caserma Santa Chiara. In alto foto grande La cerimonia d’inaugurazione del Ponte degli Alpini. In primo piano il presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi e il senatore e presidente dell’ANA Ivanoe Bonomi.

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La data di fondazione del Corpo degli Alpini risale al 15 ottobre 1872, quando Vittorio Emanuele II firmò un regio decreto volto ad aumentare il numero dei distretti militari, anche con la formazione di alcune Compagnie alpine. Lo scopo era quello di affidare la difesa dei valichi ai giovani di leva provenienti dalle zone di montagna, buoni conoscitori del territorio e abituati a muoversi in condizioni estreme. Le reclute, nelle caserme dei distretti prealpini, parlavano lo stesso dialetto, alcune erano ex compagni di scuola, altre si incontravano spesso nelle manifestazioni paesane… Elementi che contribuivano a formare nei reparti una solidità granitica che nasceva spontanea nei momenti di difficoltà e che ne consentiva il superamento grazie all’aiuto reciproco. Dopo le prime esperienze, gli Stati Maggiori aumentarono il numero delle Compagnie alpine, anche per le frequenti prese di posizione dei maggiori quotidiani nazionali che ne esaltavano le virtù. Così nel

1882, a seguito di un’importante riorganizzazione, si costituirono i nuovi Reggimenti Alpini. Il 6° Reggimento era formato dai Battaglioni Verona, Vicenza e Bassano, con la sede del Comando a Verona. Accanto all’Esercito permanente fu inoltre creato il Battaglione di Milizia Territoriale denominato “Valle” (Val Brenta), gemello del Bassano e composto da Alpini reclutati nel circondario bassanese. Il Battaglione Bassano, impegnato nelle esercitazioni nella zona degli Altopiani, aveva la base logistica nella Caserma Santa Chiara a Bassano (dal nome dall’adiacente chiesetta ancor oggi esistente nei locali della Libreria Cedis) ed è rimasto in quel luogo fino all’inizio della Grande Guerra. La struttura militare fu poi utilizzata quale deposito del 6° Reggimento. Si ricorda che questa caserma fu il principale insediamento militare fino alla realizzazione della Monte Grappa in viale Venezia. Avere in città un Battaglione che ne portava lo stesso nome

Il Battaglione, peraltro, si trovò in prima linea già all’inizio della Grande Guerra. Ma le Truppe Alpine, costituite per difendere le Alpi, vennero impiegate per la prima volta a migliaia di chilometri di distanza, sull’Altopiano Etiope: un paradosso della storia italiana, dovuto alla mancanza di coordinamento fra la politica estera e quella militare. Francesco Crispi, presidente del Consiglio, inviò in Africa il 1° Battaglione Alpini del Colonnello Davide Menini, inquadrato nel “Corpo Speciale Africa”: fu un tragico “battesimo del sangue”. Infatti, il 1° marzo 1896 ebbe luogo la battaglia di Adua. Diecimila soldati italiani contro i centomila uomini del Negus Menelik. Queste cronache, nella crudezza delle cifre, hanno dimostrato che l’impegno di quegli uomini fu subito a livello estremo e che le Truppe Alpine furono sempre inviate a sostenere i più duri e sanguinosi combattimenti. In quella battaglia caddero pure alcuni bassanesi, che il Comune volle ricordare cambiando il nome, nell’aprile del 1898, alla Caserma Santa Chiara, sede del Bassano. La nuova denominazione fu “Ufficiali Paolo Cimberle e Antonio Ferrari e militi Giò Battista Artuso e Bernardo Simioni”, che presto i bassanesi abbreviarono in “Cimberle-Ferrari”. Gli Alpini del Bassano vennero adottati dalla cittadinanza, che non mancò di sostenerli nel corso dei tre anni di guerra, creando così un filo diretto di solidarietà, alleviando le loro condizioni, e garantendo un supporto prezioso.


La popolazione vedeva negli Alpini i soldati che dovevano difendere la città e proteggere le donne, i bambini, gli anziani da un possibile contatto con il nemico. Quest’unità di intenti veniva corrisposta sia dagli Ufficiali sia dagli Alpini, instaurando così un legame di stima e fiducia che è rimasto inalterato. Lunedì 20 aprile 1915, circa un mese prima dell’entrata in guerra dell’Italia, a Bassano si riunì il Comitato della Preparazione Civile, composto dal sindaco Antonibon e da vari notabili, i quali sottoscrissero un importante manifesto che venne divulgato tramite il settimanale “Il Prealpe”. Dalla metà di giugno su proposta dell’Antonibon, il direttivo assunse la denominazione di Comitato di Assistenza Civile. In base alle competenze degli iscritti si costituirono dei gruppi di lavoro; il primo era composto da studenti e docenti, il secondo si occupava di previdenza e assistenza sanitaria, il terzo era dedicato a servizi pubblici e privati, infine il quarto era riservato all’organizzazione femminile. Quest’ultimo, in particolare, dava assistenza ai bambini orfani, alle vedove, agli ammalati, coordinava la corrispondenza tra soldati e famiglie e forniva indumenti e doni ai soldati e ai bisognosi. Così vennero poste in vari punti della città e nei comuni limitrofi delle cassette per la raccolta della lana e gli studenti organizzarono una passeggiata di beneficenza. Furono riempiti ben quattro carri di vestiario e raccolte 350 lire. Tutti i paesi risposero con slancio e generosità encomiabile. Il Battaglione Bassano venne impiegato su vari fronti nel corso della Prima Guerra Mondiale, scrivendo pagine eroiche e pagando un elevato tributo tra morti e feriti (fu poi insignito di due Medaglie d’Argento). Il Comitato di Assistenza Civile durante i quarantuno mesi del conflitto non abbandonò mai gli Alpini, inviando settimanalmente corredi, pacchi dono e scaldarancio. Il 14 dicembre 1919, al Teatro Sociale di Bassano si tenne una solenne cerimonia per la consegna del Gagliardetto al Battaglione, offerto dalle bassanesi con una sottoscrizione popolare. Per la prima volta, dopo il termine della guerra, giunse in città una rap-

GRANDI TRADIZIONI

presentanza del Battaglione (di stanza a Cividale del Friuli) con il comandante, Maggiore Amedeo De Cia. La cronaca dell’evento venne messa in risalto e riportata sul settimanale “Il Prealpe”. Nel dopoguerra gli Alpini, dopo anni di comune convivenza, “abbandonarono” Bassano e la popolazione rimase orfana di una parte importante del tessuto sociale ed economico della città. Nel 1934, però, Bassano ospitò la S.A.U.C.A. (Scuola Allievi Ufficiali di Complemento Alpini), una fucina di giovani che si distinsero nel secondo conflitto mondiale. L’arrivo della scuola diede lustro alla città; tanto che le autorità comunali si offrirono di assumersi gli oneri finanziari per la sistemazione della caserma. La vita militare riservava agli allievi anche momenti di spensieratezza, che contribuivano a creare un legame di simpatia e amicizia con l’intera collettività. Dopo l’8 settembre 1943 anche la S.A.U.C.A venne sciolta. Tornata finalmente la pace, un importante evento suggellò definitivamente il legame degli Alpini con la città: l’inaugurazione del Ponte Vecchio, ricostruito dopo essere stato in parte distrutto dai partigiani il 17 febbraio 1944 e dalle mine dei tedeschi in ritirata il 29 aprile dello stesso anno. Il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, presente, affermò che: “[…] al di sopra delle Armi, delle Specialità, delle fedi e delle credenze politiche, nessuno contesta agli Alpini il diritto di occupare un posto d’onore nelle fatiche della ricostruzione e di dare il proprio nome al rinato Ponte di Bassano”. Così, da quel giorno, la splendida opera palladiana ha assunto anche la denominazione di “Ponte degli Alpini”.

Le Forze Armate Italiane sono state oggetto nel corso degli anni di un processo di ristrutturazione che ha ridotto l’organico della leva e reso l’apparato militare più efficiente e moderno. Pure le Truppe Alpine furono riorganizzate, con la soppressione delle Brigate Orobica e Cadore. Il cambiamento degli scenari internazionali, con l’impiego degli Alpini in missioni estere, richiese una competenza professionale che mal si conciliava con una formazione militare di pochi mesi. Dal 2002, a mano a mano che si stabilizzava la nuova fisionomia dell’Esercito, anche la presenza degli Alpini a Bassano andò lentamente diminuendo. Il 31 ottobre 2005 la Caserma Monte Grappa, che per anni era stata la casa delle reclute alpine, ha chiuso per sempre i battenti. Nel febbraio 2016 la Sezione ANA Monte Grappa, nell’ambito delle iniziative del Centenario della Grande Guerra, ha proposto all’Amministrazione Comunale di Bassano il riconoscimento della Cittadinanza onoraria al Battaglione Bassano. Il sindaco Riccardo Poletto ha affermato che “le ragioni di riconoscenza nei confronti degli Alpini e della nostra Sezione ANA Monte Grappa sono moltissime e non basterebbe una serata per elencare i momenti, le occasioni, i fatti, le situazioni in cui l’apporto di volontariato sono stati fondamentali per la vita della Città”. Il 4 giugno 2016, nel corso di una cerimonia solenne, il sindaco Riccardo Poletto e il presidente della Sezione ANA Monte Grappa Giuseppe Rugolo hanno consegnato al Tenente Colonnello Angelo Crocco, comandante del Bassano, la pergamena della Cittadinanza Onoraria.

Qui sopra, da sinistra verso destra La facciata della Palazzina Comando della Caserma Monte Grappa, lungo il viale Venezia. Una cerimonia militare nel piazzale della Caserma Cimberle Ferrari (1920). Sotto Il sindaco Riccardo Poletto e il presidente della Sezione ANA Monte Grappa Giuseppe Rugolo consegnano al Tenente Colonnello Angelo Crocco, comandante del Battaglione Bassano, la pergamena della cittadinanza onoraria (2016).

Qui sotto Una cartolina della Caserma Monte Grappa e del Gruppo Agordo del 1983 (Raccolta Paolo Casotto).

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Strategie di comprensione e gestione di alcuni comportamenti problematici nei bambini e nei ragazzi

AFFLATUS

IL COMPORTAMENTO DI MIO FIGLIO MI FA IMPAZZIRE!

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Quando pianifichi per un anno semina chicchi di grano. Quando pianifichi per un decennio pianta alberi. Quando pianifichi per la vita alleva ed educa uomini. Kwan - Tsu

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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Andiamo al supermercato e, quando neghiamo il pacchetto di patatine, il bambino si butta a terra urlando e catturando l’attenzione di tutte le persone, che poi ci guardano con rimprovero; parliamo al telefono e il bambino disturba e interrompe… ecc. E questo accade nonostante tutte le nostre spiegazioni razionali, arrabbiature, punizioni, implorazioni… Ma il comportamento non si modifica. Perché accade tutto questo? Prima di pensare che dipenda dal carattere ereditato da qualche familiare (sempre appartenente alla famiglia del coniuge) dobbiamo pensare che una legge fondamentale in psicologia governa gran parte dei nostri comportamenti: la legge dell’effetto. Stabilisce che il destino di ogni comportamento dipende strettamente dalle conseguenze che esso ha prodotto nell’ambiente fisico e interpersonale. Qualunque nostro comportamento produca un aumento del comportamento disadattivo del bambino, in qualche modo lo ha gratificato e, dunque, rinforzato rispondendo a un suo bisogno di attenzione, di potere, di possesso, ecc. Se la nostra reazione invece produce una diminuzione del comportamento disadattivo, allora ha avuto un effetto di rinforzo negativo o “punizione”. Il ruolo educativo è estremamente difficile perché spesso quello che l’adulto pensa essere una punizione, una regola ben compresa, non lo è affatto per il figlio! Per esempio, se per ottenere che il bambino smetta di urlare per un capriccio gli compriamo le patatine che voleva, imparerà che questo funziona benissimo per ottenerle! E se noi aspettassimo fino all’estremo per poi cedere, imparerebbe che basta continuare a urlare e prima o poi le patatine arriveranno! Se per esempio un bambino non vuole andare a scuola, piange, si dispera, senza che si sia trovata alcuna motivazione, o presenta “mal di pancia sospetti”, e noi lo teniamo a casa e lo coccoliamo, la probabilità che per il bambino sia molto più piacevole restare a casa che andare a scuola potrebbe aumentare!!!

In un mondo in cui tutto va di fretta, le regole nelle relazioni non sono cambiate, anzi, il bisogno di attenzioni, di regolare il proprio potere rispetto ai genitori, di capire i limiti del proprio comportamento, sono sempre gli stessi, ma sono molto più difficili da governare e talvolta da comprendere. Spesso, se si comprendono le motivazioni profonde del bambino o del ragazzo, possiamo giocare d’anticipo. Ricerca “attenzione”? Gliela concediamo tutte le volte in cui se la merita o in funzione di comportamenti concordati. Rispetta una regola definita a priori (es. non si disturba il genitore che parla al telefono o con un’altra persona)? Lo si gratifica con attenzione e magari una carezza. Quando questo non accade lo ignoriamo. L’affetto, la carezza, il condividere momenti speciali, il comprare un giocattolo tanto desiderato, ecc. devono costituire momenti pieni di significato sia per il genitore che per il figlio, strumenti che danno valore alla relazione e dunque non la danno per scontata. Con gli adolescenti la situazione ovviamente può presentarsi molto più impegnativa perché uno dei loro compiti evolutivi è proprio quello di differenziarsi dal genitore costituendo una propria identità. In questo caso il rispetto dei sentimenti, delle emozioni, dei “gusti”, anche se non condivisi dal genitore, deve essere prioritario. Per esempio: nostro figlio ascolta musica a tutto volume disturbando tutta la casa? Possiamo agire in due modi: 1. se urliamo, svalutiamo il suo desiderio, il tipo di musica (“cosa ascolti questa stupida musica?!!!” sotto intende che “lui è stupido in quanto ascolta musica stupida”) e dunque, dovendo scegliere se sentirsi stupido o litigare per difendere la propria identità, potremmo ottenere una escalation di potere, al punto di perdere di vista il vero scopo educativo del nostro intervento, che si trasforma in svalutante del ragazzo e dunque lo allontana dall’aderire a

qualunque nostra richiesta anche futura; 2. se noi comprendiamo e rispettiamo che il ragazzo possa desiderare ascoltare musica e quel tipo di musica, come noi potremmo desiderare perseguire un nostro hobby, più utile potrebbe essere la strategia di comunicarlo, “capisco che ti piace ascoltare musica e questo tipo di musica come a me piace fare… Però, vedi, ognuno di noi in questa casa cerca di rispettare l’altro perché ci vogliamo bene e siamo una famiglia, puoi ascoltare musica con le cuffie, se vuoi”. Un importante messaggio educativo deve passare attraverso delle regole di base motivazionali (triade di Mc Clelland) ovvero deve essere volto a far sentire più capace nostro figlio (nel regolarsi, nel portare pazienza, nel rispettare i diritti degli altri), deve farlo sentire speciale ai nostri occhi e al centro del nostro affetto per la persona che è o dimostra di voler diventare, deve farlo sentire appartenente alla famiglia che è un gruppo. Dunque le regole dovrebbero essere rispettate “perché sei uno di noi, e tutti noi le rispettiamo anche se non è facile a volte”. Costruire l’autostima di un bambino o di un ragazzo passa attraverso il rispetto, l’affetto, le regole. Non servono tante spiegazioni, anzi, la regola andrebbe data una volta sola e fatta ben comprendere. Dover ribadire costantemente le stesse regole implica a volte il non aver lavorato sulle conseguenze adeguatamente o perché troppo stanchi, o perché sfiduciati, o perché non si ha voglia di litigare, non si è coerenti nelle reazioni e nelle conseguenze tra i due genitori, ecc. La legge dell’effetto ci guida nel capire se il nostro comportamento è stato giusto o sbagliato. Sicuramente è più utile prevedere delle regole e gratificare il figlio quando le rispetta, che non essere presi in contropiede da un comportamento inaccettabile e dunque doverlo rimproverare. Gratificare è sempre più piacevole sia per il genitore sia per il figlio. Non è una missione facile ma non è impossibile!


Procedure che si svolgono con regolarità vengono spesso date per scontate, dimenticando che… est modus in rebus!

PROPOSTE

SMONTARE IL MERCATO senza smontare il marciapiede

di Antonio Gaidon

LA VOSTRA OPINIONE? Fatela pervenire a questi recapiti bassanonews

editriceartistica

Un maggiore amore per la cosa pubblica, come avviene in molti altri Paesi europei, potrebbe aiutarci a risolvere certe problematiche. Partendo proprio dalle piccole cose.

E la necessità di porre adeguati rimedi, con relativi costi a carico della comunità (anche se talvolta si tratta di rattoppi antiestetici e non propriamente eseguiti a regola d’arte). Le immagini che pubblichiamo sono state scattate da una nostra lettrice, residente nella via, e ci paiono sufficientemente chiare.

NO

Via

Piazzetta delle Poste

l e de Mur

Via

Piazzale Cadorna Marinali

SI

Piazzetta delle Poste Via

25

Marinali

Si tratta, comunque, di questioni di poca importanza rispetto ad altre criticità di Bassano, ben più gravi e di complessa soluzione. Partire dalle piccole cose, tuttavia, costituirebbe già un segnale di attenzione e buona volontà.

Sopra, dall’alto verso il basso Un camion sul marciapiede di via Verci al termine di una mattina di mercato. La prassi del posteggio selvaggio è così radicata che non risparmia nemmeno il parcheggio dell’ospedale. Foto grande, sotto ai titoli Un giovedì qualsiasi, all’una e mezza, in via Verci… Sotto “L’anello che non c’è più”!

i Via Verc

Automaticamente viene poi da dire dell’inveterata abitudine di parcheggiare l’auto sempre sui soliti marciapiedi. Anche se la sosta non è prevista, non esiste la regolare segnaletica orizzontale e i cartelli di divieto vengono sistematicamente ignorati. “Solo un paio di minuti!”: è questa la frase di rito che sembra scongiurare possibili sanzioni. A questo punto, anche per un senso di giustizia nei confronti di chi invece si ostina a seguire le regole, tanto vale aumentare i posteggi disponibili; sebbene il parcheggio Il ponte (quello in piazzale Cadorna, interrato) rappresenti con i suoi 279 posti una risorsa straordinaria, purtroppo snobbata da molti automobilisti.

Da un amico del Consiglio di Quartiere Centro Storico - giusto per rimanere in tema - è poi giunto l’invito a (tornare a) parlare del cosiddetto “anello che non c’è più”. L’argomento è stato già affrontato ma, come si suol dire, repetita iuvant anche se spesso le “auctoritates non audiunt”. La questione è nota: nei giorni di mercato nel tratto compreso fra le vie Verci, Mure del Bastion, Marinali e la piazzetta delle Poste le automobili sono costrette a laboriose gimkane a causa di un paio di bancarelle poste davanti al condominio Bellavista: il rischio di incidenti fra veicoli che si muovono in direzioni contrarie non è affatto da escludere. Bisognerebbe allora spostare le due bancarelle (trovando un’altra collocazione) e ripristinare lo status quo. È così difficile?

i Via Verc

Avete mai provato a percorrere a piedi via Verci, al termine di una mattina di mercato? Al giovedì e al sabato, attorno all’una e mezza? L’impresa, lo diciamo subito, non è semplice. Lo smantellamento delle bancarelle e il successivo carico della merce e delle varie strutture nei furgoni (e nei camion) richiedono infatti un determinato impegno logistico, assolutamente comprensibile. Per non essere fraintesi aggiungiamo anche che ai commercianti ambulanti va tutta la nostra solidarietà, soprattutto se si considerano le non facili condizioni (incluse quelle meteo) nelle quali si trovano spesso a operare. Qualche falla, per così dire, nelle modalità di sgombero della strada va tuttavia registrata. E segnalata agli uffici competenti. Ci riferiamo al sistematico utilizzo dei marciapiedi per le varie operazioni: certamente una prassi poco ortodossa che, a lungo andare, finisce per danneggiarli. Con la conseguente creazione di piccoli (ma pur sempre insidiosi) avvallamenti, fessurazioni, crepe…

re Mu Piazzale Cadorna


Le implicazioni dei mutamenti del clima nel settore della sicurezza

LA SFIDA PIÙ GRANDE…

SFIDE

di Giorgio Spagnol

Esperto di politica internazionale

C’è urgente bisogno di un’azione tesa sia a contrastare gli effetti del cambiamento climatico sia a predisporre le condizioni per vivere in un mondo complesso, nel quale il riscaldamento globale e il degrado ambientale influenzeranno preoccupantemente gli attuali equilibri socio-economici.

A me non interessa risultare impopolare, mi importa invece della giustizia climatica e del pianeta. Greta Thunberg

I modelli di consumo e crescita del XX secolo non possono più essere sostenuti. Luca Mercalli

Si vis pacem, para bellum. Anonimo romano

Nel 2018 il diossido di carbonio (CO2), principale gas serra legato alle attività umane, ha raggiunto un livello pari al 147% in più rispetto a quelli registrati in epoca preindustriale. La Terra ha conosciuto una simile concentrazione di anidride carbonica cinque milioni di anni fa, quando la temperatura globale era di circa 2-3 gradi più elevata e il livello dei mari 10-20 metri superiore a quello odierno.

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Alla vigilia della Conferenza di Madrid delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, COP 25, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres aveva affermato che “sinora gli sforzi del mondo per limitare il riscaldamento globale sono stati assolutamente inadeguati; il punto di non ritorno non è più oltre l’orizzonte; è in vista e sfreccia verso di noi”.

La Conferenza (2-13 dicembre 2019) non ha, purtroppo, prodotto effetti tangibili, pur ribadendo che sono necessarie azioni urgenti per ridurre le emissioni di gas a effetto serra che stanno contribuendo al riscaldamento globale. Un pianeta più caldo costituisce una sfida alla sicurezza globale e richiede una maggiore consapevolezza, migliori strumenti di previsione e nuove strutture organizzative. La nostra società pianifica a breve termine ed evita di affrontare le minacce di lungo termine. I governi si concentrano sulla vittoria alle prossime elezioni, il che rende poco popolari le spese per prepararsi al mondo del futuro: gli appelli a volare di meno e a mangiare meno carne sono infatti considerati dalla politica tradizionale mosse perdenti. I danni al pianeta si producono più velocemente delle risposte necessarie a prevenirli o attenuarli. C’è la tendenza ad aspettare che gli altri agiscano per primi e a chiudere gli occhi, i nostri cuori e i nostri confini alle persone

più colpite. I movimenti di protesta globale dei giovani (Greta Thunberg, “Sunrise” e altri) si uniscono alla voce degli innumerevoli scienziati che da decenni avvertono che stiamo facendo troppo poco e troppo tardi. L’Accordo di Parigi del 2015 aveva fissato due obiettivi: mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C e cercare di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C. Purtroppo le emissioni di gas a effetto serra continuano ad aumentare. “Sic stantibus rebus”, dobbiamo iniziare a prepararci a vivere in un mondo radicalmente diverso, nel quale i cambiamenti climatici e il conseguente degrado ambientale globale avranno un impatto considerevole sulla sicurezza umana internazionale. Sempre di più i processi fisici, chimici e biologici che interagiscono con la Terra supereranno i punti di non ritorno e i circuiti di feedback avranno un ulteriore impatto sull’ambiente. Non si tratta solamente di sicurezza


SFIDE

climatica, ma anche di sicurezza planetaria: se sottovalutate, tali sfide comporteranno secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) un aumento della temperatura di oltre 3 °C entro la fine del secolo, con impatti sempre più dannosi sul benessere umano. Mentre dovremmo fare del nostro meglio per mitigare i cambiamenti climatici, è difficile prevedere cosa accadrà a temperature sempre più elevate, con l’impazzire delle condizioni meteorologiche, il deterioramento degli ecosistemi e la crescita del livello del mare. La desertificazione aumenterà, molti dei ghiacciai dell’Himalaya scompariranno, numerose città costiere rischieranno di essere sommerse. Miliardi di persone potrebbero, dunque, trovarsi di fronte a livelli elevati di stress idrico o di scarsità di cibo e in molti potrebbero migrare verso parti più abitabili del pianeta. Tutto ciò rende il cambiamento climatico un nuovo nemico senza bandiera né leader, né combattenti, né un manifesto rivoluzionario: un assassino che sta operando in tutto il mondo per destabilizzare le società. I cambiamenti climatici devono quindi essere combattuti da politici, diplomatici, imprese

e ambientalisti, mentre i militari dovrebbero prepararsi alle ripercussioni dei cambiamenti climatici sulla sicurezza. Sempre più esperti militari, infatti, esprimono le loro preoccupazioni. Il Consiglio Consultivo Militare Globale sui Cambiamenti Climatici (GMACCC) è una rete globale di ufficiali in servizio e in pensione e di istituzioni associate. Per più di dieci anni, ha messo in guardia sulle potenziali implicazioni di sicurezza del cambiamento climatico, con risorse naturali sempre più scarse che possono provocare migrazioni di massa, guerre climatiche e guerre per l’acqua. Fortunatamente abbiamo sempre più dati digitali sullo stato del pianeta tramite la combinazione del telerilevamento, dei “big data” e dell’intelligenza artificiale: strumenti in grado di fornire trasparenza e valutare i rischi nella gestione delle risorse naturali. Gli storici futuri potrebbero avere difficoltà a spiegare perché abbiamo agito così tardi per prepararci alla sfida sulla sicurezza planetaria. La portata della sfida del cambiamento climatico è così grande, i rischi così complessi e così numerosi gli attori coinvolti, da indurci ad affermare che sinora non abbiamo mai affrontato

un rischio così sfaccettato. Le conferenze sulla sicurezza planetaria organizzate dal 2015 hanno contribuito ad abbattere il muro esistente tra scienziati, responsabili politici ed esperti militari. Negli ultimi anni anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’Unione Europea e altre organizzazioni regionali hanno prestato sempre più attenzione a queste sfide alla sicurezza planetaria e alcuni attori hanno sviluppato una capacità iniziale di affrontarle. Manca tuttavia un’efficace struttura in grado di combinare le conoscenze e i ruoli di tutte le parti interessate. Tecnicamente, ed economicamente, il mondo dovrebbe essere in grado di affrontare questa sfida e di adattarsi a nuovi assetti. Mentre la gente sta sempre più alzando la voce per chiedere un’azione indifferibile, i governi però tentennano. Comprendere la realtà del cambiamento climatico, cooperare tra tutte le parti interessate e mostrare una leadership visionaria sono passi essenziali per individuare la via da seguire. In passato abbiamo affrontato con successo minacce di ogni genere. Oggi non possiamo permetterci di ignorare la più grande di tutte le sfide.

Sopra La popolazione, soprattutto nelle aree più evolute del pianeta, ha ormai preso coscienza del problema. Ma i governi non lo hanno finora affrontato con a giusta determinazione e unitarietà. Fra i Paesi che immettono più CO2 nell’atmosfera figurano la Cina, gli USA e l’India. A livello pro-capite, invece, il Qatar, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti. I cambiamenti climatici e le loro conseguenze, un argomento spesso trattato su queste pagine Nel numero di Gennaio/Febbraio 2005 BN pubblicava il primo di una serie di saggi di Luciano Baruzzi, ex docente di Scienze all’Itis ed esperto di problematiche ambientali. Già allora, riferendosi ai cambiamenti climatici, lo studioso si lamentava di essere inascoltato e invitava i lettori a muoversi “ognuno nel suo piccolo, per non produrre gas climalteranti”, partendo dalle famiglie, dalle scuole e dai comuni. Chiamando in causa quest’ultimi, in particolare, suggeriva l’adozione di misure rapide e sempre orientate al risparmio energetico. Un tema strategico, ripreso nel numero di Novembre/Dicembre 2009 dal generale Eugenio Mocchi, il quale segnalava il rischio dell’insorgenza di conflitti in diverse parti del globo a causa della progressiva scarsità di risorse idriche: venti di guerra dovuti principalmente a motivi di sopravvivenza. Recentemente i mutamenti del clima e la necessità di correre ai ripari sono oggetto, sempre su queste pagine, di approfonditi saggi del prof. Sergio Los, uno dei padri dell’architettura bioclimatica in Europa.

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Della serie “Scoperte che ti cambiano la vita”

QUANDO HAI UN CIMABUE IN CORRIDOIO SENZA SAPERLO

EVENTI

di Claudia Caramanna

Crediti fotografici: Wikipedia

È successo in Francia, l’anno scorso. E subito la notizia ha suscitato interesse e clamore…

Sopra, da sinistra verso destra Cimabue, Cristo deriso, tempera e oro su tavola, cm 25,7 x 20,5, coll. privata, circa 1280. Cimabue, Flagellazione di Cristo, tempera e oro su tavola, cm 25,2 x 20,3, New York, Frick Collection, circa 1280. Cimabue, Madonna con Bambino in trono tra due angeli, tempera e oro su tavola, cm 25,7 x 20,5, Londra, National Gallery, circa 1280.

Cenni di Pepo, detto Cimabue (Firenze, circa 1240 - Pisa, 1302) L’artista toscano fu tra i maggiori artefici della pittura pre-rinascimentale in Italia. Rinnovò lo stile bizantino, che a metà del Duecento dominava il panorama artistico, indirizzandolo verso un maggiore naturalismo. In questo modo aprì la strada alla rivoluzione di Giotto, che è considerato suo allievo. Nel Purgatorio (IX, 9496) Dante ricorda entrambi e ne mette a confronto la fama per sottolineare la breve durata della gloria umana: Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura.

Dittico Dipinto a due ante, incernierate in modo da essere aperte o chiuse a seconda delle circostanze. Destinato alla devozione privata, le piccole dimensioni lo rendevano anche facilmente trasportabile. Gli studiosi ipotizzano che ogni anta dell’opera di Cimabue fosse divisa in quattro scomparti con storie della Passione di Cristo. Si veda il grafico a destra

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Chiamare l’esperto di una casa d’aste e scoprire che quell’icona ormai appannata dallo sporco e dal tempo, appesa da sempre tra la cucina e il salotto, in realtà è un capolavoro preziosissimo. È accaduto nel settembre scorso a un’anziana signora di Compiègne, cittadina a nord di Parigi, che improvvisamente non si è trovata più tra le mani un anonimo quadretto dall’aria bizantineggiante, bensì una tavola duecentesca dal fondo d’oro realizzata da Cimabue. Per di più il suo piccolo Cristo deriso è subito apparso vicino per stile e datazione ad altri due pannelli dell’artista delle stesse dimensioni conservati a Londra e a New York, che gli studiosi avevano già da tempo collegato tra loro in quanto frammenti di un dittico devozionale, smembrato forse nell’Ottocento. La tavoletta di Compiègne è diventata, quindi, il terzo pezzo emerso dall’oblio di questo insieme perduto, assumendo un valore certamente molto superiore rispetto a ogni più rosea previsione della proprietaria. Esposta nel Municipio di Compiègne il 23 ottobre 2019 per essere ammirata prima di lasciare la cittadina, è stata venduta dalla

casa d’aste Actéon nella sede di Senlis il giorno 27 dello stesso mese, facendo saltare ogni pronostico. Rispetto a una stima iniziale oscillante tra i quattro e i sei milioni di euro, infatti, l’opera è stata aggiudicata per ben diciannove milioni e mezzo, ovvero in totale poco più di ventiquattro milioni con diritti e tasse. Un tesoro nascosto e insospettabile fino a qualche mese prima, acquistato dal magnate cileno Àlvaro Saieh Bendeck per aggiungerlo alla raccolta di opere di maestri italiani dal Duecento al Seicento - nota come Alana Collection che condivide con la moglie Ana Guzmán Ahnfelt.

Un’operazione non così semplice, però, visto che le autorità francesi il 20 novembre ne hanno negato il permesso all’esportazione in virtù della rarità, del valore di testimonianza di un complesso artistico perduto e dell’interesse superiore che rappresenta per il patrimonio nazionale. Adesso il Ministero della Cultura ha trenta mesi a disposizione per raccogliere i fondi necessari ad acquisire la tavoletta a beneficio delle collezioni nazionali pubbliche, che significherà destinarla al Louvre dove è già conservata una grande Madonna in Maestà del maestro. Staremo a vedere come andrà a finire.


Enogastronomia A. Baggio Via Bellavitis, 19 Bassano del Grappa


NAMIBIA, TRA I DUE DESERTI Il fascino della Natura, nelle sue espressioni più intense

Sì, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

È impossibile resistere all’incanto che esercitano i suoi luoghi e i suoi straordinari abitanti…

Dal 19 al 31 gennaio 2021 Viaggio di 13 giorni

Il Paese dell’acqua asciutta, la terra che Dio creò in un giorno di rabbia. L’incantesimo del nulla, distese roventi di polvere rossa mitigate dall’azzurro smerigliato del cielo. Strade zitte che si perdono all’orizzonte, camminate incessantemente da uomini e donne diretti verso improbabili destinazioni. 1° giorno - Martedì 19 gennaio 2021 Venezia - Windhoek Ritrovo dei partecipanti e trasferimento all’aeroporto di Venezia. Operazioni di imbarco e partenza con volo di linea per Windhoek via Francoforte. Pasti e pernottamento a bordo.

2° giorno - Mercoledì 20 gennaio Windhoek - Otjiwarongo (250 km) Arrivo a Windhoek, disbrigo delle formalità doganali e incontro con la guida parlante italiano. Partenza verso nord in direzione di Otjiwarongo e sistemazione al Lodge C’est Si Bon o similare per la cena e il pernottamento.

Quota individuale di partecipazione euro 4.790,00

La quota comprende: - i trasferimenti da e per gli aeroporti; - volo aereo di linea in classe economica; - tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 28/02/2020; - sistemazione in hotel e lodge in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma; - pullman e guida a disposizione per tutte le visite; - ingressi ai parchi; - acqua durante i trasferimenti; - assicurazione medico bagaglio e annullamento; - nostro accompagnatore.

La quota non comprende: - le bevande ai pasti; - le camere singole (suppl. di euro 540,00) - le mance e gli extra in genere.

La quota è stata calcolata in base al cambio (1,00 euro = 16,30 rand) Con eventuali oscillazioni del cambio del 2% la quota verrà adeguata. All’iscrizione acconto di euro 1.200,00

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3° giorno - Giovedì 21 gennaio Otjiwarongo - Parco Nazionale Etosha (170 Km) Prima colazione. Partenza alla volta del grande Parco Nazionale Etosha. Giornata dedicata ai fotosafari con veicolo del tour. Pranzo. Etosha in lingua locale significa “Acque secche” ed è caratterizzato da un ambiente assolutamente unico con un lago alcalino asciutto che ne costituisce la parte centrale. I suoi mulinelli di polvere e i branchi di animali che vagano su questo sfondo bianco sono uno spettacolo imperdibile! Rientro al tramonto. Cena e pernottamento in Lodge Etosha Village o similare.

4° giorno - Venerdì 22 gennaio Parco Nazionale Etosha Dopo la colazione partenza per un’intera giornata nel Parco Nazionale Etosha con veicolo utilizzato per il tour (fotosafari in veicoli 4x4 a pagamento su richiesta). Pranzo in corso di escursione. Cena e pernottamento al Lodge.

5° giorno - Sabato 23 gennaio Parco Nazionale Etosha Damaraland (290 Km) Prima colazione. Si lascia il Parco Etosha verso la costa atlantica, entrando nel

Damaraland: una regione caratterizzata da terra e grandi rocce di colore rosso forte con panorami belli e selvaggi. Gli scenari sono mozzafiato e ogni visione motivo di sorpresa. Visita alla Foresta Pietrificata con i suoi antichissimi tronchi. Pranzo in corso di viaggio. Arrivo e sistemazione al Twyfelfontein lodge o simile. Nel pomeriggio, visita alle famose incisioni rupestri di Twifelfontein dove i Boscimani hanno lasciato tracce della loro memoria ed enigmatici messaggi. Prosecuzione con la visita di Burnt Mountain e Organ Pipes. Cena e pernottamento al Lodge.

6° giorno - Domenica 24 gennaio Damaraland - Costa Atlantica (330 Km) Prima colazione al Lodge. Prosecuzione del viaggio nella regione del Damaraland fino a raggiungere l’Oceano Atlantico; nel tratto di costa denominato Skeleton Coast passiamo per grandi asperità da una zona semidesertica e caldissima a una costa fredda e nebbiosa. Arrivo a Cape Cross e, dopo la visita alla colonia di otarie, pranzo. Al termine partenza in direzione di Swakopmund. Arrivo e breve giro della città. Sistemazione al Beach hotel/ Strand hotel o similare per il pernottamento. Cena libera.

7° giorno - Lunedì 25 gennaio Costa Atlantica Prima colazione e pernottamento in hotel. Intera giornata di escursione con, in mattinata, visita della Laguna di Walvis Bay e minicrociera nella baia, tra foche e delfini. A bordo spuntino con snacks e vino frizzante sudafricano, seguita da un’escursione nel deserto fino a Sandwich Harbour. Rientro a Swakopmund nel pomeriggio inoltrato. Cena libera.

8° giorno - Martedì 26 gennaio Costa Atlantica - Namib Naukluft Park (390 Km) Prima colazione. Partenza per il Deserto del Namib, attraverso il Namib Naukluft Park. Durante il tragitto sosta e veduta panoramica sulla Valle della Luna; visita alla Piana delle Welwitschia Mirabilis (pianta rarissima e presente solo in questa parte del mondo, caratteristica perché sopravvive in condizioni estreme e a volte raggiunge i mille anni di età). Pranzo in viaggio. Arrivo e sistemazione al Le Mirage Resort/Homestandt o similare per la cena e il pernottamento.

9° giorno - Mercoledì 27 gennaio Deserto della Namibia Prima colazione all’alba. Mattina dedicata alla visita del deserto della Namibia con escursione alle dune di Sossusvlei. Le ombre del mattino danzano tra le dune e il vento canta una nenia traversandole, il paesaggio è splendido e l’escursione indimenticabile. Visita del Sesriem Canyon. Pranzo. Nel pomeriggio rientro al Lodge e un po’ di relax. Cena e pernottamento.

10° giorno - Giovedì 28 gennaio Namib Naukluft Park Kalahari Desert (430 Km) Sveglia presto e prima colazione. Partenza in direzione del Kalahari. Pranzo al sacco lungo il percorso. Arrivo e, se tempo a disposizione, nature game drive nella riserva, tra i grandi canaloni del Kalahari. Sistemazione al Camelthorn/ Bagattelle Lodge o similare per la cena e il pernottamento.

11° giorno - Venerdì 29 gennaio Kalahari Desert - Windhoek (470 Km) Dopo la colazione mattinata dedicata ad attività-incontro con i Boscimani della riserva. Pranzo. Nel primo pomeriggio partenza per Winhdhoek. Arrivo previsto in serata, sistemazione al Kalahari Sands hotel o similare per la cena e il pernottamento.

12° giorno - Sabato 30 gennaio Windhoek - Venezia Prima colazione e mattinata a disposizione. In tempo utile trasferimento in aeroporto e partenza con il volo di linea per Venezia via Francoforte. Pasti e pernottamento a bordo. 13° giorno - Domenica 31 gennaio Venezia Prima colazione a bordo. Arrivo in mattinata a Venezia e trasferimento alle località di origine.


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Con un’attenzione sempre maggiore alle esigenze del territorio…

LO SCOTTON SI RINNOVA Creata una sinergica alleanza con le categorie economiche e la Regione

ARTIGIANI

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

Nel corso di un importante incontro si sono gettate le basi per una fruttuosa collaborazione fra la scuola e le imprese, specificamente mirato alla formazione di figure altamente professionali.

A fianco Il Laboratorio del Legno dell’Istituto Scotton, unica realtà scolastica del Veneto con un indirizzo dedicato alle Lavorazioni del Legno e Arredo, in grado di fornire ai ragazzi competenze e capacità per interpretare progetti e realizzare mobili (usando macchine tradizionali e a controllo numerico).

Sopra, dall’alto verso il basso La sede bassanese dell’Istituto Scotton (che ha un’importante sede anche a Breganze). Due immagini di repertorio, sempre relative all’indirizzo di Lavorazioni del Legno e Arredo.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Un importante incontro fra le associazioni di categoria del nostro territorio e la Regione del Veneto si è recentemente svolto, al fine di sostenere l’Istituto di Istruzione Superiore Andrea Scotton nel suo percorso di accompagnamento degli studenti verso il mondo delle aziende. I rappresentanti di Confartigianato Imprese Vicenza, Confindustria Vicenza e l’assessore regionale alla Formazione Elena Donazzan si sono riuniti con i vertici della scuola in un Tavolo di lavoro con l’obiettivo di delineare i prossimi passi per il riposizionamento della scuola valorizzandone le competenze tecniche sul manifatturiero. L’Istituto rappresenta infatti uno dei principali bacini di riferimento occupazionale del territorio bassanese per specifiche figure, alle quali attingono le aziende quando hanno necessità di manodopera e tecnici specializzati, soprattutto in questi ultimi anni, considerato l’evoluzione che ha conosciuto il mondo produttivo. Le aziende, com’è noto, sono nella maggior parte dei casi gestite con sistemi informatici evoluti, macchine a controllo numerico, programmi informatici

di ultima generazione che hanno bisogno dell’intelligenza smart dei giovani e di tecnici con nuove competenze. Il mondo imprenditoriale del territorio, a forte vocazione manifatturiera, lamenta però una carenza crescente di figure tecniche, perché ancora oggi studenti e famiglie continuano a non considerare l’istituto professionale come un possibile sbocco per il futuro, anche se è la principale porta verso il mondo dell’azienda.

Per tutti questi motivi l’Istituto Scotton ha deciso di rilanciare la scuola, e in particolare alcuni suoi indirizzi, offrendo una progettualità unica nel suo genere che darà un nuovo vigore e soprattutto un futuro alle giovani generazioni. Gli indirizzi dello Scotton sono fortemente collegati alle esigenze delle nostre zone e si sdoppiano tra Bassano e Breganze, con percorsi di tipo tecnico (grafica e comunicazione, meccanica-meccatronica ed energia, viticoltura ed enologia) e di tipo professionale (grafico, moda, socio-sanitario, meccanico e mezzi di trasporto,

chimico-biologico, elettrico, elettronico, termico idraulico, meccanico), fino ad arrivare al nuovo corso di qualificazione professionale triennale di “Operatore del legno, settore mobile e forniture d’interni”, che sarà attivato a partire dal prossimo anno scolastico 2020-’21. Quest’ultimo corso era stato soppresso qualche anno fa dalla riforma degli istituti professionali, ma si è deciso di riproporlo per rispondere alle richieste di un territorio in cui operano molte aziende del settore mobili e manufatti in legno. L’obiettivo del nuovo corso, quindi, è quello di formare giovani competenti nella progettazione e nella realizzazione di processi produttivi nell’ambito del settore dell’arredamento e delle forniture d’interni, seguendo modelli nuovi e utilizzando le moderne tecnologie. Per far conoscere l’articolata proposta della scuola e del tessuto imprenditoriale dell’area, il Tavolo ha stilato un programma di azioni da svolgere in sinergia e con il coinvolgimento dello stesso Istituto Scotton.


Aperta a Firenze fino al 19 luglio, lancia un messaggio forte sui problemi ambientali che attanagliano le società capitaliste

RENAISSANCE

Aria, una mostra-monito di Tomás Saraceno a Palazzo Strozzi

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana Le emissioni di carbonio riempiono l’aria, il particolato galleggia nei nostri polmoni, mentre le radiazioni elettromagnetiche avvolgono la terra. Tuttavia è possibile immaginare un’era diversa, l’Aerocene, caratterizzata da una sensibilità proiettata verso una nuova ecologia di comportamento.

L’esposizione si sviluppa fra il cortile e le sale del piano nobile, esaltando il contesto simbolico dell’edificio e invitando il visitatore al confronto fra il Rinascimento e l’epoca attuale: l’uomo non più al centro del mondo, ma “parte di un universo nel quale ricercare una nuova armonia”. E, a pochi chilometri dal capoluogo, il Wander and Pick, primo parco ecologico della Toscana…

Tomás Saraceno

Palazzo Strozzi apre le sue sale (e il cortile) alla visionaria mostra Aria di Tomàs Saraceno. In un momento in cui nulla è più come prima, con la situazione climatica totalmente mutata, la flora e la fauna stanno inevitabilmente soffrendo; c’è allora bisogno di ritrovare un giusto equilibrio con il nostro ecosistema, per salvare la terra e impedire gli errori che tuttora provocano gravi danni. Ecco quindi giungere la risposta di Tomàs Saraceno, l’artista argentino che riesce a imprimere nelle sue opere il messaggio di un futuro ecosostenibile. Attualmente residente a Berlino, città culturalmente dinamica ed energica, ha anche il suo studio nella capitale tedesca. È interessante sapere che ha intrapreso studi specifici alla Nasa, al Mit e al Cnes, l’agenzia

Sopra, da sinistra verso destra Aerocene Pacha, la scultura volante ecologica realizzata da Tomàs Saraceno: è alimentata solo con l’aria e l’energia del sole. Una delle opere dell’artista argentino, provocatoriamente inquietanti, in mostra a Palazzo Strozzi. Sotto Colorati tulipani nel parco ecologico Wander and Pick a Scandicci, nei pressi di Firenze.

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governativa francese impegnata nelle attività spaziali. Nei suoi lavori Saraceno mostra mondi utopici, nei quali natura e società umana si armonizzano rispettandosi reciprocamente. Egli nutre inoltre un profondo interesse per ogni specie vivente; soprattutto per gli animali, le piante e gli insetti ora in via di estinzione. È poi l’inventore di Aerocene Pacha, un’enorme scultura volante alimentata solo con l’aria e l’energia del sole: il sogno di una nuova forma di movimento, priva di emissioni di carbonio, pannelli solari, gas o batterie, sorta di mongolfiera, che a fine gennaio - dopo diversi anni di studi ed esperimenti - si è finalmente levata in volo. Un progetto che ha coinvolto scienza e attivismo ambientale e che gli ha permesso di compiere il primo volo umano aerosolare

della storia. Infatti con questa “mongolfiera green” Saraceno e la sua pilota Letizia Marques hanno attraversato un lago salato in Argentina. Un risultato storico dovuto anche alla collaborazione di esperti nel settore dell’ingegneria spaziale e dell’aereonautica. A Palazzo Strozzi l’artista espone una vasta produzione. Attraverso opere immersive, sculture volanti e immense ragnatele, ci parla della crisi ambientale e ci invita a rispettare la natura e le diversità biologiche. E, una volta giunti a Firenze, vi consigliamo anche di recarvi al Wander and Pick, primo parco ecologico della Toscana, a pochi chilometri dal capoluogo: un vero sogno per gli amanti dei tulipani. Qui è infatti possibile ammirarne ben 300.000, di 100 varietà distinte, e 10.000 bellissimi narcisi anch’essi di diverse varietà! I bulbi si schiuderanno all’inizio della primavera, verso fine marzo. Quando i fiori saranno “pronti”, il parco aprirà le porte al pubblico. Come avviene in Olanda, si potranno ammirare gratuitamente i tulipani fioriti. E anche raccoglierli, con un piccolo contributo. I responsabili di Wander and Pick hanno inoltre curato l’ideazione di un parco floreale biologico con il futuro ripristino di specie autoctone e dimenticate. Un bel progetto per l’ambiente!


Il dipinto rappresenta l’arte italiana nelle fredde regioni del Nord

Una nuova tela di Jacopo Bassano per il Museo Sinebrychoff

I NOSTRI TESORI

di Claudia Caramanna Crediti fotografici Finarte - Roma; Wikipedia

L’opera, un singolare San Giovannino nell’atto di porgere fiori, testimonia l’interesse dell’artista per la lettura dei testi sacri, avvicinati senza filtri e utilizzati come continua fonte di ispirazione.

A destra Jacopo Bassano, San Giovannino raccoglie fiori nel bosco da donare a Santa Elisabetta e San Zaccaria, olio su tela, cm 39,7 x 51,8, Helsinki, Sinebrychoff Art Museum, ca. 1559-1560. Il dipinto è stato presentato in asta da Finarte a Roma il 27 maggio 2019, lotto 320.

L’ISPIRAZIONE BIBLICA Nella biografia di Jacopo inserita ne Le Maraviglie dell’Arte (1648), Carlo Ridolfi racconta: “[…] faceva il Bassano molti quadri, quali volentieri traeva dalla Scrittura Sacra, che gli venivano levati di quando in quando dai negotiatori, & altri ne mandava à Venetia per vendere, si che non sia discaro al Lettore, che di quelli facciamo un breve racconto”. A questa affermazione segue un fittissimo elenco, lungo ben tre pagine, dei soggetti da lui illustrati. Vi sono comprese anche storie molto rare, come il Rapimento di Dina o Giosuè ordina al sole di fermarsi, di cui molto spesso non sono noti né autografi dell’artista né repliche dei figli.

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Nel maggio scorso è passato in asta a Roma un piccolo dipinto, attribuito a Jacopo Bassano, dal singolare titolo San Giovannino che offre fiorellini alla madre Santa Elisabetta accompagnata da San Zaccaria. Saggiamente nel catalogo lo si confrontava con un importante precedente già noto, una versione autografa della stessa composizione transitata in Inghilterra nel 1988 e pubblicata a colori da Alessandro Ballarin con il titolo San Giovannino prende commiato dai genitori e una data “circa 15591560” [Jacopo Bassano. Tavole. Parte prima 1531-1568, 3 voll., Cittadella, 1996, III, tav. 346]. L’attribuzione e la datazione di uno dei massimi studiosi dell’artista rappresentavano una traccia sicura dalla quale farsi condurre nei ragionamenti sul pezzo, che in nessun modo si poteva considerare una copia

del quadro “britannico”. La sola fotografia ad alta risoluzione nel sito della casa d’aste, infatti, era sufficiente per avvertire il tocco leggero, la mano felice del pittore e la sua capacità unica di creare seducenti accordi cromatici. Per esempio negli abiti di San Zaccaria, dove il rosso del berretto si riverbera sul colore malva della giubba, a sua volta affiancato dal verde smeraldo del mantello. O nella veste aranciata di Santa Elisabetta che, come fuoco crepitante, diventa rossa nelle parti in ombra e brilla d’oro nelle creste del panneggio. Solo un maestro come Jacopo avrebbe potuto incastonare queste pietre preziose vicine tra loro, facendole splendere su uno sfondo che, invece, è reso in modo uniforme ed essenziale. L’indispensabile visione dell’opera da vicino, poi, ne avrebbe confermato l’autenticità, come è

avvenuto nel caso di chi scrive. Dopo questo primo passo, però, bisognava anche capire di essere davanti a un pezzo speciale del catalogo dell’artista, realizzato in un momento in cui era profondamente affascinato dall’opera di Parmigianino e di Schiavone. Un tempo maturo, ma ancora abbastanza antico rispetto alla più nota e diffusa produzione biblico-pastorale di fine secolo. Un tempo in cui Jacopo avviava una produzione di delicati quadri destinati alla devozione domestica, dal formato talvolta molto piccolo, di cui la tela è un esempio molto raffinato. Dal punto di vista iconografico, inoltre, andava compresa la grande singolarità della storia illustrata, che lo studioso ceco Eduard Safarik, dalla cui eredità proviene l’opera, a ragione riteneva un’ulteriore prova


I NOSTRI TESORI

dell’autografia di Jacopo. È ben noto, infatti, che l’artista ebbe grande interesse per la lettura dei testi sacri, avvicinati senza filtri e utilizzati come una fonte continua di ispirazione. Molto probabilmente tra i volumi che gli capitarono tra le mani bisogna inserire anche un libro abbastanza raro dal titolo Vita e morte di San Giovanni Battista, stampato senza indicazione dell’autore a Firenze da Lorenzo Torrentino nel 1555, grazie al quale è possibile meglio puntualizzare il soggetto dell’opera. La scena raffigura con precisione, infatti, il brano in cui si racconta che il santo, all’età di soli cinque anni, iniziò ad allontanarsi da casa per girare da solo tra i boschi, lodando Dio per la bellezza del creato, raccogliendo fiori e suscitando l’ovvia preoccupazione dei genitori. Un tema particolarissimo, dunque, di cui non si conoscono altre versioni in pittura. Le caratteristiche così speciali della tela non sono sfuggite a Kirsi Eskelinen, studiosa del-

l’artista da sempre e direttrice del Museo Sinebrychoff di Helsinki, già nota ai lettori di questa rivista [vedi numero di sett.-ott. 2019]. Grazie al permesso all’esportazione, di cui con lungimiranza si era fornita la casa d’aste, il quadretto è stato acquistato senza impedimenti per il museo, diventando così il secondo autografo di Jacopo del Sinebrychoff e, più in generale, della Finlandia. Ambasciatore dell’arte italiana

VITA E MORTE DI SAN GIOVANNI BATTISTA, per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze, 1555. Nel capitolo Come San Giovanni cominciò a usar la solitudine gustando il diserto, si narra che Giovannino molto presto manifestò il suo amore verso Dio e verso il creato, insieme a un gran desiderio di solitudine. Poco dopo avere imparato a camminare, prese l’abitudine di stare a lungo da solo in giardino in mezzo ai fiori, cantando salmi e inneggiando al Signore. Compiuti cinque anni cominciò a spingersi oltre, entrando in un bosco al limite del deserto, lontano dalla

nelle fredde regioni del Nord Europa, adesso questo piccolo gioiello gode dello stabile approdo in un’istituzione pubblica, dove è affidato alle cure di specialisti che si dedicano esclusivamente alla conservazione delle opere d’arte. D’ora in poi, inoltre, chiunque lo voglia apprezzare potrà farlo al costo del biglietto d’ingresso, sapendo di essere sempre il benvenuto, perché l’opera è a disposizione di tutti senza eccezioni.

LA STELLA D’ITALIA PER KIRSI ESKELINEN L’interesse per l’arte di Jacopo Bassano è solo uno degli aspetti dell’amore per il nostro Paese della direttrice del Sinebrychoff, che conosce e parla perfettamente la nostra lingua. Per l’impegno profuso in Finlandia a favore della cultura italiana, il 20 novembre 2017 è diventata Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia. L’onorificenza le è stata consegnata nel febbraio 2019 nella residenza dell’ambasciatore italiano, Gabriele Altana. Sopra, a sinistra Il Museo Sinebrychoff di Helsinki ha origine dal lascito allo Stato nel 1921 delle opere appartenute a Paul Sinebrychoff (1859-1917), disposto da sua moglie Fanny nee Grahn (1862-1921). La loro casa e l’intera collezione fanno parte da allora della Galleria Nazionale Finlandese, il più grande museo d’arte della nazione. Sotto Jacopo Bassano, San Giovannino […], particolare della testa di San Zaccaria.

gente e dalle abitazioni. Qui il testo racconta che “gli venne uno odore della solitudine”, cioè rimase affascinato dalla vita solitaria. Gli parve di essere arrivato in un paradiso dove riposarsi, in un luogo bellissimo, pieno di alberi e fiori. Incominciò a lodare Dio, a cogliere i fiori, trovandone sempre di nuovi e più belli da regalare al padre e alla madre, tanto che, per contenerli tutti, fu costretto ad alzare i lembi della tonaca. In questo modo perse la cognizione del tempo e, resosi conto dell’ora tarda, si affrettò a tornare a casa, dove trovò la madre che lo aspettava con ansia.

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Serve una radicale trasformazione di tutto lo scenario moderno…

Il pifferaio magico del progresso termo-industriale e le sue emergenze climatiche

CIVITAS

di Sergio Los

Università IUAV - Venezia

Sotto Augustin von Mörsperg, Il pifferaio di Hamelin, acquerello, copia da una vetrata della Marktkirche di Hamelin, 1592.

Sono moltissimi gli italiani che, giovani e disperati, abbandonano l’Italia, pensando che essa faccia schifo. Non vogliono fare dei figli in questo Paese che, pur essendoci nati, giungono a odiare, contribuendo così a una difficile crisi demografica oltre che economica. Un’emorragia di giovani che dovrebbero costituire il riprodursi e il rinnovarsi del nostro Paese e che vanno a rinnovarne altri, attratti da una mitologia tecno-progressista che le emergenze climatiche hanno dimostrato completamente falsa. La portata di questo flusso migratorio, che tradisce - considerandole senza futuro - le nostre città, ha una portata assolutamente preoccupante: un italiano se ne va ogni cinque minuti!1 E avvertono che non torneranno, se non per qualche vacanza. Abbiamo avuto perfino un ministro del lavoro che manifestava la sua contentezza per queste partenze, che parevano ridurre il problema dell’occupazione. Come se questa potesse essere una soluzione2. Dunque questi giovani cercano e non trovano in Italia quello che contano di trovare in altri Paesi europei o non europei. Questo accade più nel sud che nel nord, dove la differenza tra l’Italia e il mondo moderno pare minore, e in parte lo è. Queste migrazioni sono oggi anacronistiche; sarebbero

In basso Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, 1338-1340. Siena, Palazzo Pubblico, Sala della Pace. Ambrogio Lorenzetti, mostra come un buon livello di capitale sociale nella Siena del XIV secolo con le sue architetture e i suoi lavori portasse al buon governo del bene comune. L’immagine comunica un sentimento civico come buona forma di vita fondata sulla collaborazione tra cittadini che condividono la visione che il bene di ognuno sia il bene comune, il bene di tutti. La città è il prodotto integrale della comunità senese auto-governata e auto-sussistente. Gli effetti del buon governo sono comunicati come una varietà di atti civici complementari riconoscibili, organizzati e collaboranti, ma non meccanicamente: scambiare, costruire, sposarsi, festeggiare, educare, et cetera con i corrispondenti supporti architettonici che li fanno avere luogo. Un resoconto architettonico dell’economia civica, non tanto del surplus quanto della forma di vita.

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state comprensibili cinquant’anni fa, quando il sistema termo-industriale poteva ancora far credere alle sue velleitarie promesse: un futuro sempre più radioso con servomeccanismi al nostro servizio, tali da consentirci di fare soltanto le pratiche intelligenti avendo macchine pronte a fare quelle faticose o ripetitive oppure addirittura sporche e pericolose. Da trent’anni siamo però di fronte ai pericoli delle emergenze climatiche rispetto alle quali tutti si aspettano spettacolari interventi che, oltre a risanare l’ambiente, aggiungano nuovi profitti al tecnologico paese dei balocchi produttivo moderno. Non è così, per padroneggiare le emergenze climatiche serve una radicale trasformazione di tutto lo scenario moderno: i suoi prodotti, il suo modo di lavorare, la scala degli insediamenti e delle reti che li connettono. Il mondomerce in vetrina da compravendere è l’aria del Pifferaio magico: sappiamo dove porta. La globalizzazione ha portato allo ‘schianto’ del 2008 e i danni del clima sono sempre più evidenti. Quello schianto ha danneggiato gravemente l’economia dell’Italia artigiana, delle città medie e piccole, della piccola e media industria, et cetera, quella economia che sarebbe esemplare anche per le altre nazioni, se comprendessero come uscire dalla crisi climatica e dalle sue mostruose disuguaglianze. La struttura insediativa e produttiva italiana sarebbe

ideale per contrastare i danni delle multi-nazionali, della loro devastante erosione di risorse accompagnata dall’incontrollabile dispersione di rifiuti, ma soprattutto per eliminare sistematicamente tutti i mestieri e magisteri locali. La forma di vita termo-industriale, mercatizzata come la più razionale, appare oggi - per i suoi apparentemente ludici risultati astronautici, in realtà motivati da progetti militari e dal mercato delle armi - come la più irrazionale, per cui ha da essere abbandonata e non meramente aggiornata per le proteste di Greta. Purtroppo, quando gli italiani affrontano discutendo questi problemi pare che siano inclini al conflitto, allo scontro, poiché le discussioni, invece che giungere ad accordi, paiono fatte per scoprire ulteriori ragioni di conflitto. Secondo il mio punto di vista questa è molto spesso una patologia del linguaggio, una retorica particolare della comunicazione che, diventando trasmissione, è volta più a polemizzare che a cercare di superare le diversità di prospettiva. Le discussioni diventano spesso liti, e non tanto per la effettiva diversità delle cause abbracciate quanto per tematizzare ed eseguire giochi conflittuali che ne precedono le ragioni, la loro preconcetta diversità e incompatibilità. È mio convincimento che tale malessere provenga da una situazione che emerge dal conflitto fra la ‘grande trasformazione’3 perseguita dalla modernità e la situazione italiana che precede l’invasione napoleonica. Tale trasformazione termo-industriale presuppone una stessa condivisa economia mercantile che sottomette tante differenti culture, chiamata appunto liberalismo multi-culturale, coloniale, come il moderno impero britannico della borghesia nord-europea. L’Italia è l’opposto di questo moderno sistema per due ragioni: a) è la cultura che aveva improntato l’intera cultura europea prima della riforma; b) è una cultura condivisa cristiano-


umanistica (con poche dissidenze) e tante diverse economie locali, rappresentate addirittura da nazioni diverse, gli spagnoli nell’Italia meridionale, gli austriaci nel nordest, i francesi nel nordovest e al centro le terre del Vaticano, con economie molto differenti: marittime, commerciali, artigianali, agricole, variamente organizzate. I prodotti di questa cultura sono ora distribuiti in vari musei europei che comportano un implicito apprezzamento. Solo uno sprovveduto come Napoleone poteva credere di invertire questo millenario sistema per modernizzarlo. Rapendo il Papa ed espropriando molte proprietà della Chiesa, cercava di annientare quel cristianesimo culturale, umanistico e antropologico che supportava il nostro senso di appartenenza - come hanno fatto nel XX secolo i paesi comunisti. Su questa precaria base è stata purtroppo costruita nel 1861 quell’unità nazionale italiana, che ha finito, non per unire un’Italia che pareva divisa, ma per dividerla effettivamente. Salta infatti quel’unico valore culturale che, insieme con il linguaggio, univa le diverse regioni italiane, incitate poi ad abbandonare una gloriosa tradizione per inseguire il miraggio termo-industriale della ‘grande trasformazione’. Ancor prima dell’unità nazionale, la cultura italiana offre nel Veneto la sua idea di un’economia industriale civica, basata sull’energia solare idroelettrica: un’appropriata evoluzione dell’artigianato. Ma non è quella rivoluzione termo-industriale competitiva e individuale che col mercato della forza-lavoro porterà alle moderne società di classe, tanto che la nuova globale FCA, che sostituisce la FIAT, migra all’estero, decretando la carenza italiana di vocazione termo-industriale. La tesi qui sostenuta, esplicitando questo malessere, lo attribuisce alla contraddizione fra la cultura italiana, basata sulla presenza di una unica cultura condivisa e tante

diverse economie e il suo opposto, che è un’unica economia di mercato condivisa e tante diverse culture, come vuole il multi-culturalismo liberale coloniale, moderno e termoindustriale. La modernizzazione emergente dalla riforma - che era naturalmente anti-italiana, ovvero contro la cultura che teneva unita l’Italia - non potrà mai diventare civicamente italiana, come alcuni, in nome del progresso, pretendono. Non è possibile che il valorizzare la comunità culturale italiana arrivi a essere considerato, oltre che anti-europeo, addirittura razzista. Quindi l’emigrazione-rifiuto da parte dei giovani e il crollo demografico, la distruzione sistematica delle pratiche artigianali - pur avendo il 70% dei monumenti mondiali da mantenere oltre che restaurare - la divisione sud nord, gli evasori fiscali, le mafie e tanti altri malesseri della cultura italiana, sono riconducibili a quella poco italiana unità nazionale e alla sua cultura implicitamente termo-industriale, che sono radicalmente contrapposte alla nostra civica tradizione culturale. Questo va tematizzato e discusso perché la sua rimozione nell’inconscio comporta l’incapacità di superare tutti i problemi che esso comprende. La prospettiva centrale di questo discorso è che l’Italia ha una cultura civica che costruisce ‘capitale sociale’4; però quel capitale sociale, che incorporato in una diversa situazione produttiva avrebbe un grande valore anche economico, è incompatibile con la cultura termo-industriale moderna, che è anglosassone piuttosto che internazionale, indigeribile dai Paesi non riformati come dalla cultura latina del sudamerica. La cultura nomadica della industrializzazione militare moderna è incompatibile con l’ambiente naturale - come dimostrano i cambi climatici - ma anche con questo polo formato dalle nazioni non riformate (dai cosiddetti PIGS).

Il laboratorio di sostenibilità del sistema Italia, qui proposto per le città medie e piccole, aiuterebbe non solo l’intero citato polo, ma anche quella forza-lavoro proletaria, che Marx sognava ereditasse le forze produttive industriali dei Paesi nord-europei che le praticavano. Di fatto, essa trovò invece risposte proprio nei poco industriali PIGS: Portogallo, Italia, Grecia, Spagna e Sudamerica, che sono quelli rimasti lontani dalle rivoluzioni della riforma. Al posto del ‘capitale sociale’, che emerge dalla classica cultura cristiana, la termo-industrializzazione militare richiede competitività e reciproca estraneazione tra individui volta a ridurlo, come è evidente da tutte le esperienze in corso. Però, questo basso capitale sociale comporta il passaggio dall’uso comunicativo del linguaggio al suo uso trasmissivo, e quindi alla difficoltà di realizzare discussioni politiche efficaci, che giungano ad accordi invece che incrementare inevitabilmente la reciproca competitiva conflittualità. Un Paese basato su una cultura prevalentemente civica e quindi con alto capitale sociale, come l’Italia, dovrebbe fondarsi sul suo straordinario linguaggio figurativo che ispira il made in Italy, espresso in quel 70% dei monumenti e delle città del mondo, da gestire - secondo quanto affermato dall’articolo 9 della nostra Costituzione. Anche il paesaggio e il clima in Italia favoriscono la soluzione proposta, che dovrebbe partire primariamente dalle città medie e piccole, da rendere auto-sussistenti per ridurre drasticamente i fabbisogni di energia e insieme una interminabile concatenazione di conflitti presenti.

Sopra I Paesi cosiddetti PIGS, acronimo dispregiativo per designare alcune nazioni del Sudeuropa: Portogallo, Italia, Grecia, Spagna. Ma, in genere, anche il Sudamerica.

NOTE 1 - Barbara Pavarotti, è una giornalista che ha lavorato per la RAI e Mediaset, ha dedicato il suo impegno nel descrivere la paradossale situazione italiana, dove molte istituzioni pubbliche lamentano scarsità di personale, quindi potrebbero offrire tanti posti di lavoro, ma contemporaneamente quei giovani che potrebbero occuparli emigrano andando a lavorare, ma anche a fare bambini, all’estero. Questo drammatico problema è oggetto di un documentario “Italia addio, non tornerò”, che la Pavarotti ha prodotto con la Fondazione Paolo Cresci. 2 - Il ministro del lavoro Giuliano Poletti del Governo Renzi ebbe a dire: “Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averla più fra i piedi”. 3 - Karl Polanyi, La grande trasformazione. Einaudi, Torino 2010. 4 - Robert D. Putman, La tradizione civica nelle religioni italiane. Mondadori, Milano 1994.

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Chiara Ferronato

“SALUTALA DOVUNQUE SIA”

IL CENACOLO

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Racconti

A Dorothy Parker, a George Saunders, a Roald Dahl, a John Williams, ad Alice Munro * “Mentre percorre a piedi Lonsdale Avenue, in salita, si sente a terra, ma recupera a poco a

poco la padronanza di sé. Questo potrebbe perfino diventare un aneddoto divertente da raccontare a qualcuno un giorno o l’altro. Non si stupirebbe” (Too Much Happiness).

È consapevole del compiacimento - è secondario un leggero senso di colpa - che gli viene da quel nome e da quel cognome: Jacopo Ortis. Mi chiamo Jacopo Ortis. Sì, come lui. E dalle beffarde coincidenze che lo accompagnano: anche lui ama una donna che si chiama Teresa, anche lui ha un amico che si chiama Lorenzo (non ha, è vero, un nemico che si chiama Odoardo), anche lui è fuggito da Venezia e si rifugia in solitudini collinari. Così gli pare logico tenere un diario, scrivere lettere. Non cambia niente se le lettere sono di lui, dell’altro. “Ti scongiuro, Lorenzo, non ribattere più. Ho deliberato di non allontanarmi da questi colli. È vero ch’io avevo promesso a mia madre di rifuggirmi in qualche altro paese; ma non mi è bastato il cuore…”. “L’ho veduta, o Lorenzo, la divina fanciulla. Taci, taci: vi sono de’ giorni ch’io non posso fidarmi di me; un demone m’arde, mi agita, mi divora…”. Naturalmente, inserisce qua e là qualcosa di suo. Tipo: oggi ho vagato lungo il fiume e ho assaporato il fresco odore dell’erba, che, secondo me, è sopravvissuta all’inverno. Sono stato assalito, pur nella pace del mio ritiro, dal ricordo dei seni bianchi di Teresa e quindi non ho risposto al saluto dell’uomo che accompagna il suo cane e che incrocio - dovrò prenderne nota ogni volta che esco. Ieri ho finito di sistemare i libri nella credenza del soggiorno e posso dire che il vecchio mobile, svuotato di chicchere e bicchieri che ho sistemato altrove, ne ha acquistato: come in un processo di rieducazione, anche le cose traggono vantaggio dai cambiamenti. “Cos’è più l’universo? Qual parte mai della terra potrà mai sostenermi senza Teresa? E mi pare di esserle lontano sognando. E m’è bastato il cuore di partire così senza vederla? Né un bacio, né un unico addio! A minuto a minuto credo di trovarmi alla porta della sua

casa e di leggere, nella mestizia del suo volto, che m’ama. Fuggo; e con che velocità ogni minuto mi porta ancora più lontano da lei. E intanto? Quante care illusioni! Ma io l’ho perduta”.

J. O.

La copertina del libro Salutala dovunque sia di Chiara Ferronato. Biblos Edizioni, 2019.

Ci sono donne che fuggono, donne che vanno via, c’è Cappuccetto Rosso con i Fratelli Grimm, un Bach inseguitore, ci sono Leonida e Jacopo Ortis… Ironiche o struggenti (lo stile si adegua, con destrezza, di volta in volta al tema), queste dieci short stories di Chiara Ferronato raccontano - con essenziale, lucida emozione - le piccole, quotidiane catastrofi del nostro tempo reale o immaginario. C’entrano, ovviamente: l’amore, la solitudine, la musica, i ricordi, i fiori. Gatti? Ce n’è anche per loro.

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Intanto? Intanto l’importante era stato fuggire da lei, la mère-oie. Sempre faticoso vivere con la grassa madre-oca: da quando era fuori corso, impossibile. Continue flebo di rimproveri: come si fa ad andare fuori corso a lettere? Correggendo bozze qua e là, mia cara, lavorando e studiando: ecco come si fa. Hai mai studiato tu? Studiato no, ma lavorato sì. Soprattutto da quando tuo padre ha ‘mollato’ la ditta. (Ha mollato te). Mamma: qualcuno bisognava pure che mi facesse studiare. Solo quello? Spezzatino, polpette, pasticcio: pace? Ultimo tentativo di verbalizzazione. Era l’ora di dirsi ciao. Vado a stare nella casa in collina. A livello di emozioni: sta attento al gas. A livello di raccomandazioni: studia. Ti mancano solo tre esami. Se sua madre era l’oca grassa, lui era lo scrittore magro. E fallito: ma con quel nome.

Non c’è più nessuno, in quel borgo tra le nebbie delle colline sul Brenta, che possa ricordarsi di loro, dei loro rari week-end in quella casa. “Il cielo è tempestoso, le stelle rare e pallide e la luna, mezza sepolta tra le nuvole, batte con raggi lividi le mie finestre. Lorenzo, non odi? T’invoca l’amico tuo: qual sonno! Spunta un raggio di giorno, forse per inasprire i miei mali… Misuro l’universo con uno sguardo, contemplo con occhio attonito l’eternità: tutto è caos, tutto sfuma e s’annulla. Dio mi diventa incomprensibile: e Teresa mi sta sempre davanti”. Foscolo, Foscolo: Ugo Foscolo. Perché, addirittura, non chiamarmi come lui?


IL CENACOLO

L’uomo con il cane accostò i suoi passi al recinto, poi al cancello. “Buongiorno - disse. - Oggi è il primo giorno d’estate”. Lui stava disteso sulla branda, sotto il ciliegio, le dispense di filologia romanza sparse tra i ranuncoli del prato. “È vero: ed è una bella giornata”. “Io sono Aldo: e questo è Buk”. “Piacere. Jacopo. Jacopo Ortis”.

“Vedessi, Lorenzo, con quale sorriso sul volto quell’uomo si è allontanato. E si è poi girato, più volte, a guardarmi, sempre con quell’espressione di sorridente meraviglia, quasi, vorrei dire, d’invidia. E come non potrebbe essere altrimenti, come non essere invidiosi di chi porta tal nome, evocatore di sospiri, di lacrime, di passione! Il bello è che, più passa il tempo, più divento lui, come se un’invisibile forza mi costringesse ad essere lui, e la mia Teresa è la sua Teresa, e tu, Lorenzo, sei il suo Lorenzo, e ogni parola è come fosse sgorgata dal suo cuore, e le selve, la luna e quel fiume che mi scorre sotto casa (per risalirmi dentro le vene) è come mi portassero la voce della sua eternità. Il destino m’ha dato quel nome: io sono quel nome. Sono Jacopo Ortis”.

Non era vero. La sorte non gli aveva affibbiato il nome che Foscolo aveva scelto per il suo ragazzo romantico. Non c’era mai stata nessuna Teresa nella sua vita (sì, qualcuna, ma non di quel tenore), non c’era mai stato - purtroppo - nessun Lorenzo. C’erano, questo sì, la mére-oie, il corso di laurea in caduta libera e, siamo proprio qua, la macchia d’umido a forma di stella sopra la porta d’ingresso, le bracciate di legna secca raccolta la scorsa estate (sempre andando lassù, per recuperare esami) e il fiume di sotto. Tutto come al solito. Solo che oggi il fiume sembra più vicino, mentre si solleva a guardarlo e si alza calpestando i fogli delle dispense e lanciando nel vuoto il testo di filologia romanza dove sono impresse le iniziali del suo nome, B.G., un nome qualunque, più vicino ancora mentre corre sul sentiero e sente, proprio dietro a lui, l’uomo del cane che grida: “Si fermi, dove sta andando, si fermi, signor Jacopo Ortis!” Gli si chiudono gli occhi, sotto quelli del cane, affannati, fiutanti, che gli guazza intorno felice e lo trascina tra i sassi, levigati e lucenti come i piccoli seni di Teresa.

François-Xavier Fabre, Ritratto di Ugo Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778 Turnham Green, 10 settembre 1827), olio su tela, 1813. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale.

Chiara Ferronato è nata ad Asiago, sotto il nevoso segno del Sagittario. Si è laureata all’Università di Padova in Lettere antiche. Vive a Bassano del Grappa. Ha pubblicato: La tesi (Rebellato, 1983) Australia, non avrai il mio cuore (GB, 1988) Nazareth (Biblos, 1998) L’ultimo inverno di Giacomo Leopardi (Biblos, 1999) Fuga dalla provincia (Biblos, 2001) Cavallina storna (Biblos, 2003) Lo Sciatore (Biblos, 2005) Gabriel (Biblos, 2006) Quattro variazioni sul tema (Biblos, 2009) Hemingway Hotel (Biblos, 2011) Perdonami (Biblos, 2004)

Qui sotto La copertina delle Ultime lettere di Jacopo Ortis nell’edizione di Sonzogno del 1934 (collezione Lidia Betello Ferronato).

Nel 1992 è stata finalista al Premio Prosa e poesia “Anna Cova”, Milano. Nel 2006 ha ricevuto a Venezia il Premio Inner Wheel per la donna, per la letteratura. Nel 2009 la Giuria dei Giovani le ha conferito il Premio letterario Regione del Veneto - “Leonilde e Arnaldo Settembrini”, Mestre per i racconti Quattro variazioni sul tema (Biblos, 2009). In alto: Chiara Ferronato, fotografata da Marc de Tollenaere.

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In origine, però, era un accessorio prettamente maschile…

La borsa, compagna inseparabile della donna

ESERCIZI DI STILE

di Federica Augusta Rossi

Perché il gentil sesso cominci a usarla, soprattutto per contenere lettere e oggetti personali, bisogna aspettare il XVII secolo. Con la rivoluzione industriale, tuttavia, la borsa diventa un accessorio femminile imprescindibile, legandosi progressivamente alla sartoria e al design.

Da accessorio prettamente maschile a simbolo di rivalsa sociale femminile. La storia della borsa, tra diversi utilizzi ed evoluzioni di fogge, attraversa i secoli e caratterizza il costume. Nata quasi certamente assieme al denaro, all’inizio è di esclusivo utilizzo degli uomini: è un piccolo sacchetto di pelle o di cuoio che serve appunto a custodire le monete e, a seconda del periodo storico, viene appeso alla cintura, portato a tracolla o tenuto in mano. Perché le donne inizino a utilizzare i borsellini, soprattutto per contenere lettere, documenti e oggetti personali, bisogna attendere fino al XVII secolo: le signore recuperano in fretta il tempo perduto e si adeguano velocemente alla nascente moda delle cosiddette “tasche in tessuto” che, allacciate alla cintura stretta in vita e nascoste sotto le ampie gonne, rendono facilmente accessibili bottigliette di profumo, belletti, strumenti per cucire e persino cibo. La moda, nel frattempo, è in costante evoluzione e quando, a cavallo del XIX secolo, gli abiti iniziano a mettere in risalto il punto vita, esaltando le forme femminili, diventa impensabile appesantirsi con ampie tasche contenenti effetti personali tra i più disparati. È così che nasce il “reticolo”, piccola borsetta fatta a mano con tessuti decorati, dentro la quale è possibile riporre pochi essenziali oggetti. Nella sua funzione assomiglia all’odierna pochette da sera e per la prima volta si connota come accessorio al passo con il gusto corrente nell’abbigliamento. Sono gli anni della rivoluzione industriale, viaggiare è più semplice e la borsa diventa un accessorio imprescindibile che nel corso dei decenni si lega in modo sempre più stretto alla sartoria e al design. Nel Novecento il connubio

diventa ancora più marcato, e l’accessorio, che solo nel secolo scorso viene per la prima volta chiamato “borsa”, diventa testimone delle tappe dell’emancipazione femminile, trasformandosi in compagna inseparabile della donna che lavora, vota e si sposta autonomamente. Dalla Belle Epoque ai giorni nostri è un susseguirsi di interpretazioni che i grandi stilisti lanciano sul mercato creando vere e proprie icone, ambite, sognate e persino imitate senza pudore. È il caso del modello “Kelly” di Hermès: nata attorno al 1940 come borsa da sella, in linea con la vocazione della famosa maison francese da sempre produttrice di accessori per il mondo dell’equitazione, nel 1955 viene utilizzata da Grace Kelly sul set di “Caccia al ladro”. Tutto il resto è storia di un successo planetario per un accessorio che ancora oggi viene realizzato a mano con oltre duemila cuciture. Ma è anche storia dei record e degli eccessi: basti pensare al modello Kelly Matte geranium porosus crocodile & pelle togo nera con piedini di 32 centimetri di altezza battuta all’asta per l’esorbitante somma di 125mila dollari. Tutt’altra storia, invece, quella di un marchio italiano, Roberta di Camerino, ideato dalla veneziana Giuliana Coen di Camerino, a cui va il merito di essere stata tra le prime a pro-

Stanca di portare le mie borse a mano e di perderle, ci aggiunsi una striscia e le misi a tracolla.

Coco Chanel

muovere il “Made in Italy”. Tutti ricordano la “R” apposta come simbolo sulle sue celebri borse multicolore in velluto. Forse pochi però sanno che la ricca e intelligente altoborghese, rifugiatasi in Svizzera in modo rocambolesco scappando dalla deportazione perché ebrea, si scoprì stilista e imprenditrice per necessità di sopravvivenza. Le sue borse, che rifiutavano qualsiasi abbinamento con le scarpe e dovevano essere tenute in mano come oggetto a sé stante, rappresentarono una vera rivoluzione nel secondo dopoguerra e ancora oggi godono di una folta schiera di ammiratrici.

Qui sopra Grace Kelly con il marito Ranieri III di Monaco verso la metà degli anni Sessanta. A fianco La stilista veneziana Giuliana Coen Camerino durante una sfilata all’inizio del Duemila.

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In alto, da sinistra verso destra Una borsetta Roberta di Camerino e la classica “Kelly” di Hermès.


Non solo fabbriche e capannoni, ma anche ordinati vigneti…

I vini della Lombardia (seconda parte)

LE TERRE DEL VINO

di Nino D’Antonio

nostro corrispondente

Nei primi anni Ottanta le Cantine della Franciacorta hanno colto, in anticipo rispetto ad altri distretti vinicoli italiani, i nuovi orientamenti del gusto. E ciò ne ha determinato il successo.

Situata fra Brescia e l’estremità sud del Lago d’Iseo, la regione vinicola della Franciacorta si caratterizza per l’elevata produzione di spumanti. Sotto Franciacorta Uberti Brut Francesco I: lievemente acidulo, gradevole e di ottima persistenza, è dedicato al re di Francia che decantò le virtù del vino spumeggiante.

Prosegue dal numero precedente

L’areale più vocato è quello del Sassella, Grumello, Inferno e Valgella. Quest’ultimo riprende il dialetto Valgel, “piccoli torrenti”. Una fortuna per queste terre aspre, ricche di scheletri e con modeste risorse idriche. Qui a dominare è la roccia nelle sue varie strutture, che a loro volta nascono dalla degradazione di altre rocce, diverse fra loro e coperte da uno strato di terreno coltivabile - portato quassù per riempire i terrazzamenti - e del tutto privo di argilla e di calcare. Di qui gli impianti di Nebbiolo a ceppi bassi, distribuiti su modesti appezzamenti. Perché in Valtellina parlare di ettari nella loro completezza, è pura utopia. C’è sempre da mettere insieme più frazioni, in genere appartenenti a più proprietari, per raggiungere i diecimila metri quadrati. Chi vende qualche piccola vigna, lo fa o per mancanza di eredi o

P.g.c. Enogastronomia Baggio - Bassano

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perché gli impianti, piuttosto in là con gli anni, vanno sostituiti. Un intervento che oggi, alla luce di criteri meno empirici, non prevede più la disposizione delle viti da nord a sud, bensì da est a ovest, e soprattutto ben distanziate. Questo, allo scopo di consentire l’utilizzo di piccoli cingolati per ridurre sia la fatica che i costi. La geografia della Valle e la sua varia altimetria hanno suggerito ai produttori più attenti una vinificazione differenziata delle uve, che tenga conto sia del carattere dei terreni che della loro altezza. In effetti, ogni tipologia di uva è destinata ad avere un suo percorso, il che equivale a dei veri e propri cru. Il risultato favorisce la finezza e l’eleganza che è propria della Chiavennasca, rispetto alla struttura e alla forza del Nebbiolo delle Langhe. Il vino in Franciacorta ha origini remote. Come prova il diffuso reperimento di vinaccioli di epoca

preistorica. Si aggiunga che non ha mancato di meritare fin dall’antichità anche qualche generosa citazione da parte di Plinio, Columella, Virgilio. Ma per averlo protagonista nelle prime forme di baratto, bisognerà aspettare l’insediamento dei monaci Benedettini, nell’Alto Medioevo. Saranno infatti i monaci, con i terreni intorno, a costituire le prime “curtes francae”, cioè quelle piccole comunità esenti dal pagamento di ogni dazio, sia al feudatario che al vescovo. Un privilegio che aveva come risvolto un duplice impegno da parte dei monaci: quello di provvedere alla bonifica del territorio e quello di curare la formazione dei contadini nel lavoro dei campi. Ed è a queste funzioni, assolte con grande scrupolo, che va ricondotto il primo riscatto della Franciacorta, dopo le conquiste dei Galli, dei Romani e dei Longobardi. Di questi lontani trascorsi, sopravvive una manciata di monasteri, chiese, abbazie, castelli medievali e ville distribuiti a piene mani su tutto l’arco collinare, che da Brescia si apre all’estremità terminale del lago d’Iseo. Sono colline moreniche, che la frequenza di qualche toponimo non manca qua e là di richiamare. La geografia dei luoghi è tutta raccolta in un suggestivo quadrilatero - dal lago a Ospitaletto, dalla riva del’Oglio a Navezze ed è terra da sempre vocata a vitigni di qualità, da cui la sapienza dell’uomo ha ricavato grandi vini. Così la tramatura dei filari a ridosso degli antichi insediamenti dà vita a scenari d’altri tempi,


fra nobili architetture e umili case rurali. Il territorio si è costruito una sua identità per la produzione di quei vini Spumanti, che hanno alimentato il florido mercato delle cosiddette “bollicine”. Le Cantine della Franciacorta hanno colto con anticipo, nei primi anni Ottanta, i nuovi orientamenti del gusto in fatto di vini. Determinati, in special modo, da una clientela giovane (non esclusa quella femminile), che richiedeva vini non strutturati e capaci di favorire il piacere di bere insieme, senza troppe preoccupazioni. Insomma, un vino non troppo alcolico, non tannico, non stucchevole e profumato quanto basta. In sostanza, un capolavoro di equilibrio, che inviti a bere senza dare quella sazietà che spesso accompagna i vini importanti. L’uvaggio del Franciacorta è lo stesso di quello dello Champagne. Vale a dire Chardonnay e Pinot Noir, con la sola sostituzione del Pinot Meunier con il Pinot Bianco. Per il resto, rigorosa rifermentazione in bottiglia, unico metodo consentito per la presa di spuma. Risale al 1961 la prima produzione di tremila bottiglie di Franciacorta, realizzata allora dalla Berlucchi. Ma come nascono le “bollicine”? Cominciamo dalla pigiatura delle uve, per la quale viene spesso utilizzato lo storico torchio verticale Marmonier, che più di qualche cantina ha provveduto a farsi costruire da esperti artigiani. Chi fa spumante, sa bene quanto sia utile questo attrezzo. La sua pressa agisce in misura molto soft sulle uve, senza frantumarne le bucce e riducendo i tempi di deflusso del mosto. Questo grazie all’ampiezza del cosiddetto vaso e al suo modesto spessore. I passaggi successivi obbediscono a un preciso codice, aperto a ogni possibile variazione suggerita dall’esperienza e dalla bravura dell’enologo. Le tre uve vanno

tenute separate, sia nella fase di spremitura che in quella della prima fermentazione, a temperatura controllata. Solo dopo si procede all’uvaggio, in cui il rapporto fra i mosti è legato alle diverse cuvée che si vogliono ottenere. Grazie alla “liqueur de tirage” (zucchero di canna, intorno ai ventidue grammi per litro, misto a lieviti, che si trasformano in alcol e anidride carbonica), ha inizio a questo punto la seconda fermentazione - che avviene nelle singole bottiglie, chiuse con tappo metallico a corona - e che è destinata a dar vita al classico “perlage”. La fedeltà al metodo francese è tutta qui, nella seconda fermentazione in bottiglia. La quale dà l’avvio ad una serie d’interventi, tutti manuali. A cominciare dalla posizione dei vetri, che vengono capovolti e sistemati nei fori di quei grossi cavalletti che i francesi chiamano “pupitres”, proprio per la loro inclinazione a leggio. Poi, giorno dopo giorno, le bottiglie vengono ruotate in senso orario (“remoige”), con piccoli scuotimenti e un progressivo aumento dell’inclinazione. Lo scopo è quello di far defluire i sedimenti verso il tappo. A questo punto, non resta che ghiacciare il collo della bottiglia per bloccare le impurità sotto il tappo, che sarà espulso dalla pressione, appena la bottiglia sarà aperta (“degorgement”). Siamo agli ultimi passaggi. Prima l’aggiunta della cosiddetta “liqueur de dosage”, poi il tipico sughero a fungo con relativa gabbietta e infine l’etichettatura. Seguono almeno tre mesi di affinamento per consentire alla liqueur di fondersi perfettamente con il Franciacorta. Qual è allora la differenza col Metodo Charmat? L’uvaggio con i lieviti fermenta in autoclave. E così anche la seconda fase di fermentazione, che va dai

trenta agli ottanta giorni. Poi, l’imbottigliamento. Vino leader della Franciacorta è il Satèn, ormai in costante testa a testa col celebrato Cremant, prodotto nella Champagne. Si ottiene da mosti di prima spremitura, con l’aggiunta di piccole percentuali di vino di annate precedenti, breve contatto col legno (3/4 mesi) e poi tutti i rigorosi passaggi previsti dal metodo Champenois. Alle tre aree indicate - Oltrepò, Valtellina e Franciacorta - va aggiunta la riva bresciana del Garda, quella di Salò e di Gardone, per intenderci. Ma il lago, per il suo clima mediterraneo e la conseguente presenza di prodotti come i limoni, risulta parecchio estraneo ai caratteri propri della Lombardia. D’altra parte, i vitigni più ricchi e qualificati del Garda appartengono alla riva veronese - terra per eccellenza di Valpolicella e Amarone - che sulle colline moreniche offre vini di successo come il Bardolino e il Lugana. Così la Lombardia aggiunge ai capannoni delle sue fabbriche l’ordinata geometria delle viti, che danno al paesaggio quella nota di civiltà contadina e di poesia, mortificata dall’avanzata dell’industria.

Sotto Una bottiglia di Rosso del Sebino Casotte Bellavista del 1999. Vino d’annata, si presta perfettamente come regalo originale e di grande impatto emozionale. P.g.c. Enogastronomia Baggio - Bassano

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Si tratta di una scultura del XV secolo e di una tavoletta lignea attribuita a Francesco dal Ponte il Vecchio

RESTITUZIONI

Grazie al team Artemisia due piccoli tesori tornano a brillare

di Elisa Minchio

Ha collaborato Andrea Gastner

Antonella Martinato e le sue “ragazze” hanno brillantemente condotto a termine il restauro del San Francesco nella chiesa di San Donato e della Madonna dell’Aiuto della parrocchiale di Solagna in Valbrenta.

Sopra, da sinistra verso destra Il volto del San Francesco di San Donato prima del restauro, durante il reintegro e alla fine dei lavori di recupero. La semplice facciata della chiesa di San Donato in Angarano. A fianco, da sinistra verso destra Il particolare del costato, prima e dopo l’intervento del team Artemisia.

A

vete presente la scala che, nel piccolo complesso della chiesa di San Donato in Angarano, conduce alla cappella e alla cella di Sant’Antonio? All’inizio della rampa, sulla sinistra, si trova una antica scultura in pietra: un San Francesco, riportato allo stato originale da un attento restauro. L’intervento è stato eseguito con la “solita” e appassionata professionalità dal team Artemisia di Antonella Martinato. Un minuzioso lavoro di recupero di un’opera che ha una storia particolare, intimamente intrecciata con quella della chiesa. Come ha sapientemente ricordato Luca Fabbri, funzionario e storico dell’arte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di VR, RO e VI,

si tratta di una “storia che vede come protagonista uno scultore probabilmente non italiano, e di cui non mi sono note altre opere nel territorio vicentino, che deve essere arrivato fino a Bassano spinto chissà da quale motivazione, di vita o d’arte, forse già nella seconda metà del XV secolo. Che l’autore di questa scultura non sia stato italiano è certo solamente un’ipotesi, ma che trova ragione d’essere nel linguaggio foresto che parla la statua. Avrete modo di avvicinarvi all’opera, e allora vedrete come l’anonimo autore di questo San Francesco abbia voluto enfatizzare in ogni modo la verosimiglianza, ma anche la crudezza dell’immagine. Il santo è emaciato, ha gli occhi infossati nelle orbite profonde e

sgranati, quasi in preda a una visione mistica, le vene del collo, del cranio, delle mani, si leggono chiaramente in rilievo, e sembrano quasi pulsare sopra, e non sotto, l’epidermide. Le mani ossute sono piagate da lesioni sanguinolente, e aprono la veste ostendendo la profonda ferita del costato. La scultura pare raccontare un intero episodio agiografico, quello in cui San Francesco accoglie nel proprio corpo le stimmate di Cristo; questo messaggio era inoltre ulteriormente ribadito da quanto si doveva leggere nel cartiglio, che citava un passo della profetica lettera di San Paolo apostolo ai Galati: ego enim stigmata Domini Jesu in corpore meo porto, ovvero Io porto nel mio corpo le stimmate

Sotto La statua nella sua interezza.

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A fianco Tasselli di indagine, pulitura delle vecchie vernici e delle ridipinture con tampone e gel a pH acido.

A destra, foto grande La tavoletta a lavoro finito, con le rize sul capo della Madonna e del Bambino, non coeve alla data di esecuzione dell’opera.

Sotto, da sinistra verso destra Due fasi dell’indagine preparatoria: la riflettografia all’infrarosso (per leggere eventuali disegni sottostanti) e la termografia (per riconoscere la composizione dei colori e del legante).

Qui sopra L’elegante prospetto della chiesa di Santa Giustina a Solagna, affacciata sul Brenta.

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del Signore Gesù. Un linguaggio così vero, così commovente, ma anche così crudo, difficilmente può essere stato opera di un autore italiano. Infatti l’enfasi con la quale viene sottolineato il dolore, il sangue, l’espressione esasperata dei sentimenti, è tipica dell’arte di area germanica”. Il restauro, capillare, è stato volto al massimo recupero della cromia originale. Il laboratorio ha optato per un intervento conservativo effettuando una pulitura delle parti originali, con la rimozione delle ridipinture; in particolare dello strato di scialbo biancastro che celava l’intera policromia, rendendo la statua simile a un calco in gesso. Sono state poi effettuate alcune stuccature, dopo aver rimosso quelle vecchie. “D’accordo con la Soprintendenza - spiega Antonella Martinato abbiamo portato il cartiglio a un livello conservativo, e quindi poco leggibile, vista la situazione della scritta originale quasi interamente abrasa. Al termine, con grande soddisfazione, possiamo dire che l’intervento ha superato largamente le aspettative iniziali”.

D

a una chiesa bassanese a un luogo di culto in Valbrenta: Antonella Martinato ci conduce a Solagna nella parrocchiale di Santa Giustina. Il motivo? Il restauro della Madonna dell’Aiuto, una tavoletta lignea del 1520 attribuita nientemeno che a Francesco dal Ponte il Vecchio. “L’opera presentava pesanti danni strutturali, non ben visibili sulla superficie dipinta. Poche erano infatti le cadute di colore: una vicino al collo della Madonna, l’altra sulla mano destra. L’aspetto problematico era invece costituito da un grosso nodo di legno, che nel corso dei secoli si è ritirato creando una sorta di implosione. L’avvallamento formatosi sotto gli strati preparatori comprometteva la stabilità del dipinto. Così, dopo aver eseguito parecchie indagini e aperto alcuni tasselli di pulitura, abbiamo potuto rimuovere gli elementi estranei (chiodi e viti) e, anche, due rize non coeve,

poste sulle teste della Madonna e del Bambino. Alla pulitura della superficie è seguito il consolidamento strutturale nella zona del nodo e nel resto della tavoletta. Sono state inoltre asportate alcune grossolane ridipinture e stuccate le fessurazioni e le cadute di colore, per poi reintegrarle ad acquerello con la metodologia a rigattino. Anche la foglia d’oro dello sfondo è stata pulita e ripristinata. L’opera è stata infine vaporizzata con un protettivo”.

Dalle indagini iniziali il team ha stabilito che l’immagine originale è stata rimaneggiata, forse a causa del nodo, e che questo può aver causato la parziale perdita della figura del Bambino, dipinta in origine sul lato sinistro. “Tali indagini testimoniano del vissuto di quest’opera, che risale comunque a cinquecento anni fa ed è ancora in grado di suscitare emozioni e attestazioni di fede!”.


Volteggia sulla sbarra da quando aveva quindici anni

ALESSIA ORLANDINI E IL POLE SPORT PASSIONE TRAVOLGENTE

PERSONAGGI

di Andrea Gastner

Sotto, dall’altro verso il basso Un “numero” di Alessia Orlandini. La giovane con Andrea Gastner e con la sua allenatrice Ingrid Maddalena. Una spettacolare figura acrobatica.

Nonostante la giovane età il suo palmares è di tutto rispetto. E non intende fermarsi… “Fin da piccola ho sempre fatto attività sportive, era nel mio Dna… - inizia così la nostra intervista alla campionessa bassanese di pole sport - Ho cominciato da giovanissima con la ginnastica artistica e la danza, i miei primi amori. In seguito ho assistito a un’esibizione di giochi circensi, nella quale gli atleti e le atlete si confrontavano in audaci gesti acrobatici, incluso il pole sport. È stato un colpo di fulmine! Così, avevo quindici anni, è nato l’amore per questa disciplina. In seguito ho conosciuto una persona molto importante, l’istruttrice Ingrid Maddalena di Vicenza, che mi ha convinta a intraprendere questa attività sportiva: un tipo di ginnastica che si pratica su una sbarra verticale di quattro metri, fissata tra il pavimento e il soffitto. In queste competizioni ci sono una parte artistica e una tecnica: non è facile unirle e fonderle assieme”.

Ormai sono cinque anni (anni di sacrifici e rinunce, specie nel tempo libero) che Alessia pratica questo tipo di ginnastica, sempre supportata dai genitori: ci tiene a dirlo! E i risultati non si sono fatti attendere… “Ho partecipato a molte gare - racconta Alessia - e, tra quelle che mi hanno dato maggiore soddisfazione, ricordo un primo posto ai Campionati Italiani del 2017, categoria Amatori (avevo 16 anni, essendo nata nel 2001) e un secondo posto ottenuto l’anno dopo nella categoria Agonisti. Sempre nel 2018 ho partecipato ai Campionati Mondiali categoria Junior, a Miami Florida, classificandomi quinta. Con quest’importante affermazione ho avuto la possibilità di partecipare ai World Games svoltisi in Spagna, a Tortosa, sempre per la categoria Agonisti

(dai 18 ai 40 anni). È stata un’esperienza indimenticabile: giunsi quarta. In quella gara riuscii a controllare le emozioni e dare il meglio di me stessa”. Una parentesi della sua vita sportiva che non potrà mai dimenticare. È commossa e con lei la mamma, che presenzia all’intervista. E il futuro? Come vede il suo futuro la nostra atleta? “Oltre alle diverse gare alle quali parteciperò (a proposito, sto preparandomi anche nella specialità del cerchio aereo…), ho deciso di intraprendere la carriera di insegnante di pole sport, prima come assistente e poi come professionista, avendo a mia disposizione varie classi di giovanissime. Nel contempo intendo finire la scuola e diplomarmi in ragioneria: quest’anno, in aprile, compirò 19 anni…”. Hai diversi traguardi da raggiungere: auguri di cuore, Alessia! Guardandola negli occhi si ha l’impressione che la giovane sia pronta a tutto, per niente intimorita dai molti ostacoli che dovrà superare nel suo cammino. Alla domanda se ricorda con nostalgia un fatto accaduto durante la sua ancor breve vita sportiva, Alessia non ha dubbi e cita ancora la Spagna. “Eravamo cinque ragazze italiane, giunte a Tarragona (Catalogna) per delle gare di pole sport: una settimana in cui abbiamo fatto gruppo. Un gruppo davvero molto affiatato. Ci siamo divertite un sacco incitandoci a vicenda durante le varie prove. Non abbiamo vinto molto, ma questa particolare esperienza mi ha fatto conoscere a fondo lo spirito di squadra, l’importanza dell’essere sempre unite, soprattutto quando ci sono delle notevoli difficoltà da superare…”. Guardo la giovane atleta e mi

rendo conto che lei ci crede con tutta se stessa: dovrà metterci volontà e tenacia, perché da oggi in avanti il cammino da intraprendere sarà sempre più duro e difficile. Con la passione si superano tutti gli ostacoli, mi risponde. Accomiatandomi, le auguro di mantenere questa sua filosofia anche negli anni a venire. Mi risponde con un sorriso e una forte stretta di mano.

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Conosciamo da vicino la nutrita formazione musicale bassanese, diretta dal maestro Diego Brunelli

DE MUSICA

BlueSingers & Orchestra Un crescendo che coinvolge

di Antonio Minchio

Fotografie: Pianozero

Molti e significativi i successi, ottenuti in contesti prestigiosi, grazie alla sua grande versalità. E pensare che è nato tutto in un gruppo di amici, uniti da un’irrefrenabile passione…

Qui sopra Il maestro Diego Brunelli, direttore della BlueSingers & Orchestra.

Alberto Strobbe, presidente (e corista) della formazioine musicale.

BlueSingers & Orchestra www.bsando.org info@bluesingers.it Tel. 348 7052442 bluesingers & orchestra

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La BlueSingers & Orchestra è stata fondata nel 2015 su iniziativa di un gruppo di amici musicisti, guidati dal maestro Diego Brunelli, sulla base di precedenti innumerevoli esperienze corali e strumentali. Da un ristretto numero di elementi (inizialmente erano meno di una trentina), la formazione è passata agli attuali 55 coristi (fra maschi e femmine) e 20 strumentisti. Si tratta quindi di una vera e propria orchestra ritmico-sinfonica, alla base di una numerosa corale. “Attualmente la nostra sede - spiega il presidente Alberto Strobbe - si trova al teatro del Patronato di San Vito, una location ideale tanto sotto l’aspetto tecnico (la risposta acustica) quanto sotto quello logistico (ampio parcheggio). Purtroppo si tratta di una sistemazione provvisoria, gentilmente messaci a disposizione dal parroco don Enrico Bortolaso, nell’attesa di individuarne una di definitiva. A suo tempo s’era parlato del Vecchio Ospedale: una struttura che avrebbe tutte le caratteristiche

necessarie. Ora, però, questa bella opportunità pare purtroppo essere sfumata”. “La nostra principale prerogativa - interviene il maestro Diego Brunelli - risiede nella notevole consistenza, qualitativa e quantitativa, delle due sezioni (corale e strumentale), grazie alla quale siamo in grado di affrontare brani di repertorio molto vari, che spaziano dalla musica classica al rock, dal gospel al pop e al musical. Molto apprezzata dal pubblico è anche la proposta di pezzi tratti da colonne sonore cinematografiche e da opere rock, quali per esempio Jesus Christ Superstar, Cats, Il fantasma dell’opera… Mi preme inoltre sottolineare un’altra nostra peculiarità: la presenza, all’interno del coro, di numerose e splendide voci soliste”. Recentemente la BlueSingers & Orchestra ha tenuto una fortunata serie di concerti nel Veneto, il più significativo dei quali si è svolto al Teatro Comunale di Vicenza nel periodo natalizio con il classico tutto esaurito.

“La scaletta dei nostri spettacoli - conclude Alberto Strobbe - è strutturata in maniera tale da creare un crescendo di emozioni e di coinvolgimento nel pubblico, anche attraverso un gioco di effetti luminosi e di intriganti proiezioni”. I prossimi impegni della formazione vedranno la BlueSingers & Orchestra esibirsi ancora al Comunale di Vicenza, così come al Teatro Verdi di Padova (per la quinta volta in cinque anni) e al Manzoni di Bologna, oltre che in numerosi altri contesti veneti e, ovviamente, del territorio bassanese. Fra quest’ultimi va sicuramente segnalato il concerto che si terrà in occasione dei festeggiamenti per i cento anni della Sezione ANA Montegrappa, il 28 marzo, nella chiesa dell’Istituto Scalabrini. Dulcis in fundo, per la stagione estiva è prevista una spettacolare esibizione al Tempio Canoviano di Possagno: un suggestivo preludio in chiave corale alle celebrazioni del 2022, in onore del grande scultore italiano.


Novità significative all’Erboristeria Zonta…

Consulenza personalizzata di Naturopatia via WhatsApp e consegne a domicilio

SAPERNE DI PIU’

Il servizio è stato avviato per favorire le esigenze di una clientela che ha sempre meno tempo a disposizione e che a volte, ricorrendo a Internet, rischia di compiere delle scelte inadeguate.

di Matteo Zonta

Servizio publiredazionale a cura di Matteo Zonta Naturopata, responsabile dell’omonima erboristeria

NATUROPATIA Vis medicatrix naturae “È una scuola di filosofia e pratica medica introdotta alla fine dell’Ottocento dal medico tedesco Benedict Lust, che non si identifica con una specifica tecnica terapeutica ma mira a migliorare la salute e a trattare la malattia principalmente stimolando e accompagnando la capacità innata del corpo a guarire dalle malattie secondo il principio vis medicatrix naturae (il potere curativo della natura). La naturopatia si ispira a principi vitalistici e si basa sulla teoria che il corpo è un sistema che si autoregola in grado di mantenere se stesso in uno stato di salute e benessere attraverso un’azione preventiva e l’adozione di corretti stili di vita. […] Mentre i trattamenti medici convenzionali possono liberare il corpo dai sintomi, secondo la naturopatia questi trattamenti da soli non determinano una vera guarigione. […] Gli interventi terapeutici della naturopatia possono includere un insieme articolato di tecniche quali, per es., l’aromaterapia, l’idroterapia, l’agopuntura, le erbe medicinali, i massaggi, la dieta”. Tratto da treccani.it Enciclopedia della Scienza e della Tecnica

MATTEO ZONTA Naturopata - Iridologo e-rboristeria zonta Viale dei Martiri, 70 Bassano del Grappa Tel. 0424 1945594 - 328 7711333 zontamatteo@libero.it

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Ormai da parecchi anni Matteo Zonta, conosciuto naturopata e iridologo, cura con passione e competenza questa rubrica, dal titolo assolutamente non casuale di “Saperne di più”: pagine, le sue, che ci aiutano a conoscere numerosi aspetti legati alla cura della salute e del benessere e che di norma - vuoi per abitudini consolidate vuoi per scarsa informazione - tendiamo purtroppo a trascurare. Si tratta dunque di una mission molto utile, che vale la pena di prendere in considerazione.

In questa circostanza il dottor Zonta non affronta un argomento specifico, ma ci fornisce alcune indicazioni sulle novità offerte dall’Erboristeria Zonta, vale a dire dalla realtà che ha fondato da tempo e dove è possibile trovarlo quotidianamente. “Ho sempre considerato molto importante - ci spiega - curare la qualità del servizio di consulenza professionale nel campo della salute e del benessere. Comprendere la persona e i suoi disturbi è infatti fondamentale per poterle consigliare le soluzioni migliori. Se la consulenza personalizzata è di primaria importanza, per poterla offrire nel miglior modo possibile, e quindi con efficacia, serve però una risorsa fondamentale: il tempo! Il fatto è che oggi abbiamo sempre meno tempo a disposizione e non riusciamo a svolgere tutte le cose che ci servono o che dovremmo fare. Può infatti diventare perfino impegnativo recarsi in un negozio: il tempo scarseggia, spesso è difficile trovare un posteggio, abbiamo molte commissioni da sbrigare, c’è traffico… In fin dei conti sono queste alcune delle

principali ragioni per cui molti di noi cercano vie alternative per semplificarsi la vita e per fare ciò che una volta veniva fatto con maggiore tranquillità”. Effettivamente i ritmi spesso frenetici ai quali siamo sottoposti possono indurre comportamenti alternativi rispetto a un tempo… Ma in cosa consiste l’aspetto problematico? “Accade per esempio che, nel tentativo di risparmiare tempo, ci affidiamo alla rete, al mondo di Internet, per acquistare vari prodotti e spesso ci fidiamo (sconsideratamente…) di ciò che leggiamo e che appare sullo schermo del computer o dello smartphone. Ma siamo proprio sicuri di aver compiuto la scelta migliore? Quella corretta? Per molti aspetti la tecnologia è di grande aiuto, ma dobbiamo pure considerare che tante informazioni presenti in rete possono essere fuorvianti. Anche perché, soprattutto nel caso di benessere e salute, si tratta di dati generici che non possono tenere conto

delle singole peculiarità di chi nella fattispecie naviga in rete. Insomma della persona specifica nel suo insieme”.

E dunque? “Le conseguenze di un simile comportamento, peraltro pericolosamente diffuso, potrebbero essere anche gravi. Ecco perché attraverso l’Erboristeria Zonta abbiamo pensato di offrire un servizio che consenta ai clienti di risparmiare tempo, mantenendo però un profilo professionale che guidi la persona in un percorso verso la propria salute”.

In cosa consiste? Si tratta semplicemente di sottoporre alla nostra attenzione le diverse problematiche utilizzando l’applicazione WhatsApp (tel. 328 7711333): risponde un esperto in grado di guidare chi chiama e di trovare la soluzione opportuna. Su richiesta, inoltre, è possibile ricevere a domicilio il prodotto del quale si ha bisogno. Insomma, il classico uovo di Colombo. E funziona!”.


INDIRIZZI UTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

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GUARDIA DI FINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POLIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

In collaborazione con Ufficio Relazioni con il Pubblico Comune di Bassano del Grappa

POLIZIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Via Matteotti, 35 - Tel. 0424 519555

0424 507911 0424 519404

POLIZIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FUOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PUBBLICI

AGENZIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MUSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. ULSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 U.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MUNICIPIO Via Matteotti, 35 U.R.P. Via Matteotti, 35

0424 519110

0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519165

POSTE E TELECOMUNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBUNALE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CULTURA

MUSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MUSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAZZO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAZZO BONAGURO Via Angarano 0424 502923

MUSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MUSEO DEI CAPPUCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MUSEO DELL’AUTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MUSEO HEMINGWAy Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 20/03-22/03 13/04-15/04 ALLE DUE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 22/03-24/03 15/04-17/04 ALLE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 02/03-04/03 26/03-28/03 19/04-21/04 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 06/03-08/03 30/03-01/04 23/04-25/04 COMUNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 12/03-14/03 05/04-07/04 29/04-01/05 COMUNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 10/03-12/03 03/04-05/04 27/04-29/04 RAUSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 04/03-06/03 28/03-30/03 21/04-23/04 PIZZI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 18/03-20/03 11/04-13/04 POZZI Via Scalabrini, 102 0424 503649 14/03-16/03 07/04-09/04 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 08/03-10/03 01/04-03/04 25/04-27/04 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 24/03-26/03 17/04-19/04 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 16/03-18/03 09/04-11/04


Titolare di un’agenzia di investigazioni…

CHRISTIAN QUINZIANI Dalle letture giovanili dei gialli alla scelta di lavorare nella sicurezza

IL RAPPORTO

di Andrea Minchio

E, qualche anno fa, ha dato vita anche alla Krav-Maga Bassano, associazione che propone un particolare metodo di autodifesa, al passo con le minacce di questi ultimi anni.

Di origini trevigiane ma ormai bassanese a tutti gli effetti, dopo la laurea in Criminologia Scienze dell’Investigazione e Sicurezza alla Sapienza di Roma (Facoltà di Giurisprudenza) e la partecipazione a vari master in Italia e all’estero, nel 2004 Christian Quinziani ha dato finalmente vita al Gruppo MAS Investigazioni Private & Servizi di Sicurezza, con regolare autorizzazione delle Prefetture di Vicenza e Treviso. Un percorso originale, il suo, che trae origine dalla passione coltivata fin da ragazzino per la letteratura di genere giallo, così come per la cinematografia legata a questo particolare filone. E che, in tempi in cui si parla sempre più spesso di sicurezza, ci ha indotto ad avvicinarlo per conoscere il suo lavoro e, anche, per capire come si colloca nel nostro territorio.

Sopra, dall’alto Due immagini dei corsi organizzati da Krav Maga Bassano presso il Palazzetto dello Sport di Fellette e all’aperto, nella valle del Brenta. Qui sopra La copertina del numero 1771 de “Il Giallo Mondadori” (Il cattivo perde sempre due volte di D. Francis), 9 gennaio 1983.

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“Prima per fondazione a Bassano - ci spiega Christian Quinziani la nostra agenzia pianifica e cura il servizio di sicurezza legato a eventi e manifestazioni, ma anche a precise situazioni ambientali quali location di varia natura. Allo stesso tempo ci occupiamo di indagini informative patrimoniali cooperando, quando necessario, con la Procura della Repubblica. Quale esperto nella prevenzione del crimine figuro infatti fra i collaboratori preferenziali delle Istituzioni giudiziarie. Pure per quanto riguarda il nostro territorio, nella pianificazione dei servizi di sicurezza si deve ormai sempre tenere conto, come avviene a livello nazionale, di possibili azioni criminose (comprese quelle terroristiche), così come di eventi di altra natura: per esempio trombe d’aria, incendi, terremoti…, fenomeni giustamente contemplati dalla normativa in materia”.

A latere di questa particolare attività, Christian Quinziani ha costituito una società sportiva, l’asd Krav-Maga Bassano, idealmente riconducibile alla sua professione… “Si tratta di un sistema di combattimento di origine militare, già praticato prima della nascita di Israele, che si distingue per essere in continua evoluzione e quindi sempre al passo con la minaccia. Ricordo infatti che la criminalità è molto cambiata nel corso dell’ultimo ventennio. Un tempo, per esempio, la minaccia da coltello (ma si potrebbe trattare anche di un semplice taglierino o

di un cacciavite) non veniva presa in considerazione, se non in casi rari. Ora invece è la norma. La Krav-Maga, a differenza di altre discipline di autodifesa personale o delle arti marziali, proprio per la sua costante trasformazione prevede un approccio sempre molto aggiornato”.

Krav-Maga Bassano organizza corsi annuali di autodifesa per uomini e donne, dai sedici anni in su, con incontri bisettimanali presso il Palazzetto dello Sport di Fellette. Tali corsi, organizzati pure su precisa richiesta di alcune Amministrazioni della zona, si articolano in una parte pratica e in una teorica. Con l’aiuto e la collaborazione di esperti vengono infatti trattati temi scottanti quali il femminicidio, lo stalking (ossia un insieme di comportamenti persecutori ripetuti e minacciosi), la legittima difesa…

In conclusione, due parole su Bassano. È ancora un’isola felice? “Purtroppo non viviamo più negli anni tranquilli di un tempo. Anche da noi si registrano infatti comportamenti criminosi. Si segnalano, in questo senso, le iniziative di bande giovanili, delle quali in qualche caso fanno parte alcuni pregiudicati. Si tratta di gang a composizione multietnica, piuttosto difficili da arginare, dall’atteggiamento disturbativo e arrogante, spesso dedite allo spaccio di sostanze stupefacenti…”.

www.kravmagabassano.com


OSPITALITA’

A Bassano e dintorni

BONTA’ DAL PASSATO tratte dal ricettario Un’occhiata in cucina Edito nel 1934 dalla Smalteria Metallurgica Veneta di Bassano A cura di Elisa Minchio

Diceva Gualtiero Marchesi che se la cucina è una scienza, sta però al cuoco farla diventare un’arte. Ed Enrico IV, molto prima del celebre gastronomo italiano, sosteneva che la buona cucina e il buon vino sono il paradiso in terra. Come dar loro torto? Le ricette che ormai da tempo proponiamo in questo particolare spazio rappresentano, come i nostri lettori sanno bene, il gusto di un’epoca. Sta dunque a noi seguirle alla lettera oppure interpretarle e renderle attuali!

Zuppa di quadrucci Fare tanti quadrucci con gambi di carciofi, avendo cura di accertarsi che siano teneri. Liberati della corteccia, tagliarli in quadrettini della grossezza dei piselli. Metterli quindi a bagno in acqua e limone per un’ora circa. Toglierli e poi farli cuocere in un giusto quantitativo d’olio, con l’aggiunta di qualche cipollina novella tagliata finemente. Prima che siano del tutto cotti, toglierli dal fuoco e aggiungere due rossi d’uovo con formaggio grattugiato, pepe e cannella. Servirli in piatti da zuppa con quadretti di pane, tostati al forno.

Gnocchi di carne, pollo e patate Passare al setaccio patate cotte lesse e ben farinose. Tritare finemente della carne di pollo o di tacchino lesso. Mescolare bene la carne alla farina di patate e aggiungere tre rossi d’uovo, 50 grammi di parmigiano per ogni 200 grammi di patate. Aggiungere poi il sale e l’odore di noce moscata. Stendere infine un velo di farina sullo spianatoio del tagliere, mettervi sopra l’impasto bene amalgamato, farne tanti bastoncini come grissini e lunghi un centimetro o due. Metterli a cuocere in brodo bollente. Raggiunta la cottura, servire.

Carne alla pizzaiola Mettere in un tegame un po’d’olio o di strutto, preparare uno strato con pomodori già senza semi, aglio e basilico. Poscia coprirlo con delle fettine di carne e, quindi, con un altro strato come il primo, aggiungendo origano e formaggio grattugiato. Cuocere pochi momenti prima di servire.

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RISTORAZIONE

A Bassano e dintorni

Crostata all’abruzzese Viene cotta in graticola e perciò possibilmente sul braciere. Si può però farla anche in cucina. Prendere delle costate di vitello tagliate abbastanza grosse, indi appiattirle con il batticarne e metterle a bagno per mezz’ora in olio d’oliva. Nel frattempo pestare qualche spicchio d’aglio e qualche grana di pepe con mollica di pane grattata. Disporre il miscuglio così ottenuto sul tagliere, poggiare sopra le costate con forte pressione, onde il miscuglio stesso penetri nella carne. Ripetere l’operazione due volte per lato. Rovesciare quindi sopra dell’olio in modo che inzuppi il pane. Poi metterle in graticola. Quando saranno rosolate da ambo i lati, servirle con contorno di patate fritte o insalatina.

Crema di pomodoro con i gamberelli Prendere dei gamberelli e, una volta puliti accuratamente, versarli in acqua con l’aggiunta di un bicchiere di vino bianco. Liberarli dalle croste e dalle teste, che dovranno essere poste in un mortaio a parte. Ottenuto con questo un pesto, stemprarlo con 300 grammi di pomodoro e cuocerlo con uno spicchio d’aglio e prezzemolo. Nello stesso tempo cuocere i gamberi in olio. Passare il residuo dei gamberi e la salsa di pomodoro in un lino precedentemente bagnato. Aggiungere alla salsa così ottenuta burro, olio, pepe di Cayenna e lasciare bollire per circa dieci minuti. Mettere dentro i gamberi e servire.

Nasello lessato Mettere il nasello al fuoco, in una casseruola, con acqua diaccia, una mezza cipolla steccata con due chiodi di garofano, pezzetti di sedano e di carota, due o tre fettine di limone e prezzemolo. Dopo un quarto d’ora di bollitura, levarlo dal fuoco e lasciarlo nel suo brodo. Mandarlo caldo in tavola e contornarlo di prezzemolo, patate lesse e qualche spicchio di uova sode.

Budino di ricotta Ingredienti: 300 grammi di ricotta, 100 grammi di zucchero, 100 grammi di mandorle dolci, tre mandorle amare, cinque uova e della scorza di limone. Sbucciare le mandorle nell’acqua calda e pestarle finissime. Mescolarle alla ricotta e aggiungere lo zucchero e le uova frullate a parte. Versare il composto in uno stampo, dapprima unto con burro e cosparso di pane grattato. Cuocere al forno o fra due fuochi in un fornello. Servire freddo.

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Bassano News  

Marzo/Aprile 2020

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