Page 1

Editrice Artistica Bassano

Distribuzione gratuita

bassanonews www.bassanonews.it editriceartistica

Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’

MAGGIO / GIUGNO 2019

1938

E SERVIZIO


SOMMARIO

Copertina Sergio Schirato, Senza titolo, legno di pero, 1974. Ph. Erica Schöfer. Collezione privata. Al grande artista bassanese, da poco scomparso, è dedicato un doveroso Omaggio a pag. 25.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXV - n. 176 Maggio/Giugno 2019 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Andrea Gastner, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa P. Baggio, C. Caramanna, G. Chiminazzo, A. Brotto Pastega, A. Faccio, L. Ferro, C. Ferronato, G. Giolo, C. Mogentale, P. Pedersini, F.A. Rossi, O. Schiavon, M. Vallotto, F. Zanata, E. Zanier, S. Ziliotto, C. Zonta, M. Zonta, S. Zulian Corrispondenti Nino D’Antonio (da Napoli), Erica Schöfer (dalla Toscana), Antonio Finco (da Londra) Stampa Stampatori della Marca - Vallà di Riese Pio X Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it Bassano News è stampato su carta patinata ecologica Hello gloss TCF (Total Chlor Free) Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia C’erano una volta le masiere p. 10 - Pianeta Casa Il Def che ci sarebbe voluto… p. 12 - I nostri tesori Il viaggio oltreoceano di un inedito ritratto di Jacopo Bassano p. 14 - The City St Albans. Alla ricerca del tempo… p. 15 - De musica Maratona pianistica. Come prima, più di prima p. 16 - Abitare Uno spazio che diventa realtà. Le verande Finstral p. 18 - La lezione del passato La maga Circe, prototipo di tutte le streghe

p. 20 - In vetrina Patrizia Baggio. I colori forti e decisi dell’ottimismo p. 22 - Afflatus Demenza. Un’epidemia silente… p. 25 - Omaggio Sergio Schirato. La metafisica nella geometria p. 26 - Proposte Palazzo Sturm-Ferrari. Un microcosmo sospeso tra Arcadia e protoindustria p. 28 - Schegge I vitigni resistenti PIWI

In alto, da sinistra verso destra Artista vicentino, San Giovanni Nepomuceno, pietra tenera, 1770 c. Bassano, palazzo Sturm-Ferrari. Dopo un felice e rigoroso restauro il poderoso complesso in riva al Brenta è stato restituito ai bassanesi (pag. 26). Albrecht Dürer. Il cavaliere, la morte e il diavolo, 1513. Bassano, Musei Civici, Collezione Remondini. Alle incisioni dell’artista tedesco ospitate nei nostri musei è dedicata la grande mostra di Palazzo Sturm-Ferrari (pag. 58).

p. 30 - Sì, viaggiare Tra i castelli della Loira p. 32 - Artigiani Il Fondo di Sviluppo per le aziende di Mussolente e Romano d’Ezzelino p. 34 - Renaissance Capraia, paradiso sul mare p. 36 - Il rapporto Così antichi fabbricati riacquistano la dignità dei tempi andati p. 40 - Il Cenacolo Giacomo Leopardi. 200 anni di Infinito p. 43 - Esercizi di stile Il fascino sottile del grigio p. 44 - Le terre del vino I vini del Piemonte (1) p. 47 - Grandi Tradizioni Sulle tracce di Alberico & C. p. 51 - Personaggi Guido Pellizzari. Una vita coi “putei” p. 52 - Star bene L’osteopatia nel colpo di frusta p. 54 - Saperne di più K2, una vitamina che stupisce p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Eventi Albrecht Dürer, la Collezione Remondini p. 60 - Ospitalità a Bassano e… p. 62 - Ristorazione a Bassano e…

Patrizia Baggio, Paesaggio sul lago, tecnica mista, 2016. Allieva di Gianni Chiminazzo, la pittrice espone allo Spazio Culturale Olympia dal 5 maggio al 4 giugno (pag. 20).

3


Grazie al generoso lavoro dei volontari, i vecchi muri a secco del Canal di Brenta tornano alla luce. E se un tempo si piantava il tabacco, ora la valle ospita nuove e creative coltivazioni

GENS BASSIA

di Andrea Minchio Fotografie: Associazione Adotta un terrazzamento in Canal di Brenta

C’erano una volta le masiere… E CI SONO ANCORA!

Ha collaborato Andrea Gastner

Bassano News ha incontrato Cinzia Zonta, presidente dell’Associazione Adotta un terrazzamento in Canal di Brenta, per documentare il progressivo e promettente recupero ambientale di uno straordinario contesto. Che fino a qualche anno fa versava nell’abbandono e nel degrado.

Cinzia Zonta è presidente di Adotta un terrazzamento in Canal di Brenta, associazione di promozione sociale riconosciuta dalla Regione Veneto e facente parte dell’Alleanza Mondiale per i Paesaggi Terrazzati (importante organismo internazionale al quale fanno capo numerosi Paesi). “La nostra storia è iniziata nel 2010 con la costituzione di un Comitato composto dal Comune di Valstagna, dall’Università di Padova e dal Club Alpino Italiano. Fra i principali promotori di

quest’iniziativa è doveroso citare il prof. Romeo Compostella: fu lui a dar vita al sodalizio anche prima di aver preso visione dei lavori di mappatura delle nostre masiere, allora condotti dal Dipartimento di Geografia dell’Ateneo patavino sotto la guida del prof. Mauro Varotto. Stiamo parlando di oltre duecentocinquanta chilometri di muri a secco, distribuiti sui due lati della valle, fra Campese e Cismon del Grappa. Ricordo poi anche altri amici della prima ora, strenui sostenitori della necessità

di un coraggioso recupero antropico e ambientale, quali Luca Lodati, urbanista geografo, Angelo Chemin, tenace e valente studioso (che operava pure sotto l’egida dell’Università Iuav di Venezia), e i sindaci valstagnesi Benito Sasso e Angelo Moro”. Entrata nel Comitato nel 2011, già l’anno successivo Cinzia Zonta aveva adottato assieme all’amico antropologo Danilo Cecchini quasi duemila metri quadrati di terrazzamenti (di pro-

Cinzia Zonta, presidente di Adotta un terrazzamento in Canal di Brenta.

5

In alto Masiere in località Mattietti, sopra Valstagna.


GENS BASSIA A fianco L’eccezionale lavoro dei residenti e dei volontari, alimentato dall’amore per la storia e la natura, ha consentito il recupero di contesti ambientali di grande fascino, ma al tempo stesso quasi inaccessibili.

prietà comunale), posti sul Col 22 Ore in località Casarette. “Il primo contatto è stato drammatico: ci siamo trovati di fronte a una situazione di totale abbandono, praticamente un bosco attraversato solamente da un piccolo sentiero, riaperto poco tempo prima proprio da Angelo Chemin in occasione delle sue ricerche. Ricordo che la formula di adozione prevede un contratto di comodato d’uso con il proprietario (pubblico o privato)

Sopra, da sinistra verso destra Valstagna in una fotografia d’epoca e così come appare ai giorni nostri. Nella prima immagine, sopra il centro abitato, si nota chiaramente l’assenza di vegetazione; mentre nella seconda è evidente come il bosco abbia del tutto ricoperto le coltivazioni e le vecchie masiere.

6

per una durata di cinque anni e rinnovabile. Esiste poi un regolamento che viene sottoscritto dagli adottanti, nel quale sono spiegate le modalità di gestione del fondo. Siamo partiti con il taglio della vegetazione, eliminando anche le radici e servendoci per la gran parte di attrezzi manuali quali piccone, pala, zappa e cesoie. Uniche eccezioni, la motosega e il decespugliatore. Come d’incanto sono riapparsi gli antichi muri a secco”.

La fase successiva, veniamo a sapere, consiste nel ripristino statico delle masiere; un passaggio delicato che richiede la necessaria preparazione tecnica e che è propedeutico all’insediamento delle diverse colture. “Ognuno di noi ha dato vita a coltivazioni particolari, favorendo così le biodiversità. Laddove un tempo si facevano crescere solo piante di tabacco, ora nascono lamponi, ribes, patate, fagioli…


GENS BASSIA

A fianco Fra gli adottanti, qui al lavoro nella frazione valstagnese di Giara Modon, anche moltissimi giovani provenienti da tutta Europa. È inoltre significativo che alcune masiere siano state adottate anche da cicloturisti di passaggio lungo la Ciclopista del Brenta.

Ma c’è anche chi coltiva grani antichi oppure zafferano. Non c’è insomma limite alla fantasia. Preciso poi che tali prodotti non vengono commercializzati, ma sono destinati all’autoconsumo oppure allo scambio fra i soci. Non si tratta cioè di un’attività economica, ma di una vera e propria azione di volontariato. Potremmo infatti qualificarla come un importante service a favore del recupero ambientale, della riqualificazione e della valorizzazione del contesto vallivo; ma pure un contributo considerevole in termini educativi e didattici (pensiamo alle scolaresche che vengono a vedere i terrazzamenti) e un valido incentivo al turismo. Non dimentichiamoci che le masiere sono visitabili e che la nota

Ciclopista del Brenta corre sotto di esse. È emblematico il fatto che alcuni terrazzamenti siano stati adottati da cicloturisti che transitavano proprio lungo questo suggestivo itinerario. Il nostro lavoro, infine, costiuisce un valido esempio di contrasto al dissesto idrogeologico, piaga che colpisce sempre più il nostro Paese. Da questo punto di vista le masiere si rivelano importantissime perché svolgono un’azione drenante. E poi sono doppiamente utili, perché erette su declivi di montagne dalla natura carsica”. La trasformazione del Comitato in associazione di promozione sociale è recentissima, essendo avvenuta lo scorso primo gennaio. Un cambiamento strategico, si potrebbe dire, che consente

agli iscritti di accedere ai bandi nazionali ed europei. Ma, pure, di concepire iniziative di ampio respiro, come quella di istituire una specifica scuola di recupero ambientale in contesti montani. Un progetto al quale sta già lavorando alacremente la presidenza nazionale dell’Alleanza, organismo al quale fanno capo comprensori di tutto rispetto: dalla Costa d’Amalfi alle Cinqueterre, dalle Isole Eolie a Pantelleria. Non mancano poi particolari contesti ambientali del vicino Trentino e della Puglia. “Con orgoglio ricordo che la nostra associazione ha ricevuto una menzione speciale da parte del Ministero dei Beni Culturali e anche dal rigoroso Osservatorio del Paesaggio del Trentino.

Sopra, da sinistra Dalla bonifica e dalla pulizia dei siti terrazzati alla loro ricostruzione e all’impianto di nuove colture. Nell’ultima fotografia a destra, lo splendido risultato (anche se sullo sfondo appare l’immagine tetra della cava miniera di Carpané…).

7


GENS BASSIA

A fianco, da sinistra verso destra Il ripristino di una masiera, pietra dopo pietra. A Ponte Subiolo, presso l’omonimo laghetto a nord di Valstagna, si è tenuto in aprile un corso che insegna a costruire i muri a secco. A fianco, da sinistra verso destra Foto di gruppo per i partecipanti al III Congresso Mondiale dei Paesaggi Terrazzati, svoltosi nel 2016 tra Valbrenta, Padova e Venezia. La squadra dell’Ass. Adotta un terrazzamento, giunta terza al Festival Sassi e non solo di Terragnolo in Trentino (2017). Qui sotto I partecipanti italiani al IV Congresso Mondiale dei Paesaggi Terrazzati, svoltosi alle Canarie lo scorso marzo.

E il Rotary ha bandito un concorso sulla centralità della risorsa “Acqua”…

Il Rotary Club Bassano, su iniziativa del presidente Mario Baruchello, ha recentemente bandito un concorso riservato agli studenti delle scuole medie superiori del territorio sul tema Ambiente, Salute, Sostenibilità. La centralità dell’Acqua, bene sempre più minacciato. “La percentuale della popolazione mondiale che ha accesso a fonti d’acqua potabile -ricorda il dott. Baruchello- è aumentata

Riconoscimenti importanti che tengono conto dalla grande mole di lavoro svolto: dal 2010 a oggi sono stati recuperati oltre cento terrazzamenti, vale a dire cinque ettari di aree terrazzate. Le contrade coinvolte sono quelle di Casarette, Palazzon, Tovo, San Gaetano, Ponte Subiolo, Sasso Stefani, Val Verta e Londa, nel Comune di Valstagna; di Merlo, Pianari, San

dal 77 all’85% fra il 1990 e il 2018; circa 800 milioni di persone, tuttavia, non hanno la possibilità di utilizzare acqua sicura. Una grave emergenza alla quale il Rotary International risponde finanziando progetti in tutto il mondo, volti ad aiutare le popolazioni bisognose nella realizzazione di pozzi, acquedotti e fognature; ma pure di idonee strutture igieniche e sanitarie. Tutto ciò però non basta: è infatti fondamentale fornire adeguate informazioni anche in materia di educazione all’igiene personale e collettiva”.

8

Marino e Rivalta, nel Comune di San Nazario. A questo proposito vale la pena di sottolineare che due volte all’anno organizziamo giornate di lavoro comune fra gli affidatari della stessa contrada: un modo efficace e proficuo per creare affiatamento e scambiare informazioni ed esperienze”. Tre anni fa, nel 2016, si è svolto

I partecipanti al concorso sono stati invitati a esprimere una visione positiva su principi, valori e comportamenti che conducono al conseguimento di un auspicabile equilibrio fra ambiente, salute e sostenibilità.

Gli studenti hanno partecipato con riflessioni, saggi, temi e prodotti multimediali. Alcuni giovani del Liceo De Fabris di Nove si sono poi cimentati nella creazione di manifesti che saranno esposti in occasione delle premiazioni. che avranno Per informazioni: bassano@rotary2060.org luogo alla fine di maggio.

in Italia (anche nelle nostre zone) il III Congresso Mondiale dei Paesaggi Terrazzati: l’evento è stato organizzato dall’Osservatorio del Paesaggio del Canal di Brenta ed è terminato positivamente. Proprio nello scorso mese di marzo, inoltre, Cinzia Zonta ha partecipato alla quarta edizione del Congresso Mondiale, svoltosi alle Canarie. “L’esito dell’incontro -conclude la nostra interlocutrice- ha portato a una molteplicità di vedute. Su un punto, comunque, c’è stata una totale identità: il fatto cioè che l’agricoltura conviviale e le biodiversità rappresentano la migliore strategia per un reale attaccamento alla terra (a lungo termine) garantendo, con la giusta esperienza, continuità e risultati; a differenza delle produzioni monoculturali su larga scala che portano invece all’esaurimento delle risorse. Soprattutto in epoca di cambiamenti climatici e a seguito dell’utilizzo intensivo della chimica”.


Non prevede politiche per il rilancio del comparto immobiliare

Il Def che ci sarebbe voluto…

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

A metà aprile Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, ha commentato il Def, recentemente trasmesso dal Governo alle Commissioni Parlamentari. Ne riportiamo qui il pensiero.

“Tra le decine e decine di pagine del Documento di economia e finanza (Def), è presente la seguente frase: «Il Governo non ritiene opportuno in questa fase rivedere l’imposizione sugli immobili, già oggetto di numerosi cambiamenti legislativi negli ultimi anni». L’intento di chi l’ha scritta era quello di affermare il proposito di non aumentare la tassazione immobiliare (e ci mancherebbe, viene da dire d’impulso): lo si evince dal fatto che la frase è collocata nell’ambito delle risposte alle «raccomandazioni» del Consiglio europeo, che da tempo chiedono all’Italia di aumentare ulteriormente il carico fiscale sulla proprietà. L’effetto per chi legge, tuttavia, è opposto: dire che non si intendono «rivedere» le tasse sugli immobili autorizza a pensare che, per il Governo, esse stiano bene così, non presentino problemi. E questo è molto grave. È come dire che il «Governo del cambiamento» condivide l’assetto della fiscalità immobiliare, in particolare di natura patrimoniale, creato dal Governo Monti. Perché vi fosse davvero un cambiamento, un documento di analisi e programmazione economica come il Def avrebbe dovuto, invece, fare due cose: riconoscere la situazione di crisi del comparto immobiliare e programmare politiche per il suo rilancio. Pochi giorni fa l’Istat

ALCuNI SERVIZI DI CONFEDILIZIA A BASSANO

Consulenze in tutte le materie attinenti la casa: fiscale, condominiale, locatizia, legale, catastale… Assistenza contrattuale nella stipula dei contratti di locazione (con l’offerta della relativa modulistica) e di ogni altro contratto. Assistenza condominiale ai molti condòmini proprietari di appartamento anche in materia di adempimenti e agevolazioni fiscali, nonché corsi di formazione e aggiornamento per amministratori. Confedilizia notizie è un mensile, ricco di informazioni utili al condòmino, al proprietario di casa, al risparmiatore immobiliare. Preziosi risultano pure i suoi manuali, opuscoli e approfondimenti periodici. Cedolare secca calcolo e consulenza per gli adempimenti connessi all’applicazione della nuova imposta sostitutiva sugli affitti. Visure catastali e ipotecarie on-line su tutto il territorio nazionale, gratuite per gli associati.

CONFEDILIZIA MERITA LA QuOTA ASSOCIATIVA!

Se molti proprietari sapessero cosa fa per loro Confedilizia, sentirebbero il dovere di correre a iscriversi. Taglia anche tu i costi per l’amministrazione della tua casa. VIENI IN CONFEDILIZIA!

L’organizzazione storica della proprietà immobiliare, da sempre a difesa del proprietario di casa Delegazione di Bassano del Grappa Via Schiavonetti, 1 - Tel. 0424 219075 www.confedilizia.it confedilizia.bassano@libero.it

A DOMANDA… RISPOSTA!

10

Si domanda se anche i condomini i cui appartamenti siano stati danneggiati da un’infiltrazione dal tetto comune dell’edificio siano tenuti a concorrere al rimborso dei danni. La risposta è positiva. E ciò perché i condomini in questione sono anch’essi

ha confermato che i prezzi delle case, e quindi i risparmi delle famiglie, continuano inesorabilmente a diminuire. Rispetto al 2010, penultimo anno prima dell’arrivo dell’Imu, il calo medio è stato del 23,2%, ma la cifra può essere considerata persino ottimistica, visto che ovviamente non considera tutte le abitazioni che non si riescono a vendere, e il cui valore è quindi prossimo allo zero (per il mercato, ma non per il catasto). Questa situazione, che caratterizza l’Italia in negativo rispetto a tutti gli altri Paesi europei, sta deprimendo i consumi (lo ha riconosciuto anche la Bce), oltre ad aver causato altre enormi conseguenze negative che continuano a essere incredibilmente sottovalutate: chiusura di imprese, perdita di posti di lavoro, svalutazione delle garanzie delle banche. Senza contare gli effetti sulle possibili dismissioni di immobili pubblici. Di fronte a tutto ciò, un Def del cambiamento sarebbe corso ai ripari. Avrebbe programmato la riduzione della patrimoniale ImuTasi da 21 miliardi di euro l’anno, il rafforzamento della cedolare secca sugli affitti, la rimozione delle storture fiscali che danneggiano le società immobiliari, la stabilizzazione e il miglioramento degli incentivi per gli interventi sugli immobili (di ristrutturazione edilizia, di risparmio energetico, di miglioramento sismico). Solo così si sarebbero gettate le basi per una crescita che tutti auspicano, che troppi annunciano, ma che in realtà finora non si riesce nemmeno a intravedere”.

comproprietari del bene comune che ha recato l’indicato pregiudizio.

Si domanda se l’amministratore, nel caso di lavori di ristrutturazione edilizia, debba effettuare la ritenuta d’acconto nonostante il fornitore sia stato pagato con il cosiddetto “bonifico parlante”. La risposta è negativa in quanto la ritenuta, in forza del “bonifico parlante”, viene operata direttamente dalle banche o dalle Poste.

CEDOLARE SECCA PER I NEGOZI Il Vademecum di Confedilizia

La Legge di bilancio, in vigore dall’1 gennaio, prevede l’avvio del regime della cedolare secca per l’affitto di locali commerciali. Ne riassumiamo, in un breve vademecum, le principali cose da sapere. • I contratti di locazione devono essere stipulati nel corso del 2019. • La cedolare potrà essere applicata per l’intera durata del contratto. • Il nuovo regime fiscale interessa le unità immobiliari di categoria catastale C/1 e le relative pertinenze locate congiuntamente. • La cedolare può applicarsi agli immobili di superficie massima di 600 metri quadri; nel calcolo della superficie, le pertinenze non vanno considerate. • Possono usufruire della cedolare i locatori persone fisiche, mentre nessun requisito è previsto in capo ai conduttori. • L’aliquota della cedolare è pari al 21%. • Non ci si può avvalere del nuovo regime fiscale in caso di contratti stipulati nell’anno 2019 se alla data del 15 ottobre 2018 “risulti in corso un contratto non scaduto, tra i medesimi soggetti e per lo stesso immobile, interrotto anticipatamente rispetto alla scadenza naturale”. Approfondimenti, assistenza e consulenza sulla nuova cedolare sono disponibili presso la sede di Confedilizia a Bassano. Si chiedono chiarimenti sulla durata dell’incarico di amministratore. La nostra interpretazione della previsione di cui all’art. 1129 del codice civile è nel senso che l’amministratore duri in carica un anno e, alla scadenza, la carica si rinnovi per un altro anno salvo diniego di rinnovazione deliberato dall’assemblea di condominio. A cura dell’Ufficio Legale di Confedilizia


Raffigura un vecchio dallo sguardo fiero e austero…

Il viaggio oltreoceano di un inedito ritratto di Jacopo Bassano

I NOSTRI TESORI

di Claudia Caramanna

Fotografie: Dorotheum Vienna, auction catalogue 23.10.2018

La tela è stata acquisita dal Museo Soumaya - Fundación Carlos Slim di Città del Messico e fa ora parte delle imponenti collezioni di questa particolare istituzione culturale privata no-profit.

Come il volto è l’immagine dell’anima, così gli occhi ne sono i suoi interpreti. Marco Tullio Cicerone

Il viso di un uomo dice cose più interessanti di quelle che dice la sua bocca, poiché il viso è il compendio di ciò che la bocca possa mai dire. Arthur Schopenhauer

A fianco e in basso Jacopo Bassano, Ritratto di uomo anziano, olio su tela, cm 68,5x59,5, anni ’80 del Cinquecento. Città del Messico, Museo Soumaya, Fundación Carlos Slim. Corredata di una preziosa cornice, l’opera è passata in asta da Dorotheum nel 2018 ed è uno dei rari esempi della ritrattistica dell’ultimo periodo di attività dell’artista, definita negli studi come la sua “quinta maniera”.

12

Sfondo essenziale, abbigliamento sobrio e sguardo penetrante. Ecco riassunti brevemente gli elementi distintivi di questo inedito Ritratto di uomo anziano, passato da Dorotheum lo scorso ottobre con un’attribuzione a Jacopo Bassano di Alessandro Ballarin, che si legge nella scheda dell’opera sul sito della casa d’aste. Per usare le parole

dello studioso, vi è raffigurato uno di quegli indimenticabili vecchi in grado di suscitare con un’occhiata severa immediato timore reverenziale, di cui è ricca l’arte veneziana del Cinquecento grazie alla ritrattistica di Tiziano e Tintoretto. In questo caso, però, l’artista è un altro grande protagonista della pittura di quel secolo, nato e vissuto sempre a

Bassano, la cui fama va ben oltre i confini cittadini. Chi ha curiosato nelle Notizie intorno alla vita e alle opere de’ pittori, scultori e intagliatori di Bassano (1775) di Giambattista Verci conosce la divisione in quattro “maniere”, dalla prima formazione alla maturità, che l’autore propone della produzione del pittore. Questa ripartizione


I NOSTRI TESORI

si è arricchita di un’ulteriore fase nel secolo scorso con il giovanile saggio di Ballarin su La vecchiaia di Jacopo Bassano: le fonti, la critica (1966-1967). Il periodo finale della sua attività, allora ritenuta inoperosa e dominata dalla presenza della bottega, è emerso come una stagione di lavoro molto feconda, una vera e propria “quinta maniera” caratterizzata da una pennellata che tende al non-finito, all’abbozzo, in sintonia con gli esiti ultimi della pittura di Tiziano. Secondo Ballarin il Ritratto di uomo anziano fu realizzato proprio all’altezza della “quinta maniera”, cioè negli anni Ottanta del Cinquecento, come rivelano i colpi di pennello rapidi che ritraggono questo austero settantenne, di cui è ignota l’identità. Il mercato antiquario ci ha regalato un nuovo numero da aggiungere a quel nucleo di ritratti di Jacopo Bassano che Roger Rearick e lo stesso Ballarin hanno molto ampliato, ma che finora conta solo poche prove riferibili al suo ultimo periodo di attività. Le notizie sulla provenienza antica della tela risalgono al 1928, quando era a Firenze presso

il commendator Ventura e fu acquistata da Simon Guggenheim e da sua moglie. Nel 1962 fu poi donata al Denver Art Museum e dopo circa cinquant’anni, come accade talvolta nei musei americani, fu nuovamente messa in vendita presso Christie’s a New York, per essere battuta il 27 gennaio 2010 (lotto 272) con una generica attribuzione alla cerchia di Tiziano per 47.500 dollari, a fronte di una base d’asta di 10.000-15.000 dollari. È riapparsa poi da Dorotheum il 23 ottobre 2018 (lotto 18) come una prova autografa di Jacopo Bassano ed è stata venduta per 45.000 euro, a partire da una stima di 40.000-60.000 euro.

Chi ha realizzato l’acquisto? Dove è finita l’opera? Spesso il compratore rimane sconosciuto, ma in questo caso i contatti con la casa d’aste per la stesura dell’articolo hanno permesso di scoprire che la tela è passata al Museo Soumaya Fundación Carlos Slim di Città del Messico. Fa parte, dunque, delle imponenti collezioni di un’istituzione culturale privata no-profit d’Oltreoceano, creata

A fianco, da sinistra verso destra Il Museo Soumaya si trova a Città del Messico ed è stato fondato nel 1994. Alla sede più antica, in Plaza Loreto, si è aggiunto nel 2011 un modernissimo edificio progettato dall’architetto messicano Fernando Romero e situato in Plaza Carso (ph. Yannick Wegner).

nel 1994 dall’imprenditore messicano Carlos Slim Helù per ospitare la sua raccolta di circa 70.000 pezzi d’arte europea e locale, tra cui, per esempio, il nucleo più importante di opere dello scultore francese Auguste Rodin fuori della Francia.

Caratterizzato da una singolare forma asimmetrica e totalmente rivestito di pannelli di alluminio, che lo rendono immediatamente riconoscibile nel panorama urbano, l’imponente edificio è alto 46 metri e si sviluppa su sei piani fuori terra e sei piani sotterranei, per una superficie totale di 17.000 metri quadrati (Real Estate Market & Lifestyle).

Grazie alla corrispondenza con la conservatrice Francesca Conti, la sorprendente scoperta è stata amplificata dall’informazione che il museo possedeva già ben sette pezzi della scuola bassanesca, acquistati tra 2005 e 2017 presso note case d’asta europee e attribuiti variamente a Francesco, Leandro e alla bottega. Nel gruppo è presente, però, anche un altro quadro autografo di Jacopo. Si tratta della giovanile Cacciata dei mercanti dal tempio esposta a Bassano alla mostra Lo stupendo inganno dell’occhio (2010), che Ballarin ritiene essere in assoluto il primo lavoro noto dell’artista e che si data circa nel 1531, quando l’artista aveva solo sedici anni. Cronologicamente siamo agli antipodi rispetto al Ritratto di uomo anziano, ma nel Museo Soumaya accade che, per Jacopo Bassano, gli estremi si tocchino.

Tradizionalmente si pensa che Jacopo Bassano sia nato intorno al 1510. L’informazione è riferita da Carlo Ridolfi ne Le Maraviglie dell’Arte (1648) sulla base delle notizie che il biografo, a cinquant’anni dalla morte dell’artista, aveva raccolto presso i suoi discendenti. In realtà Ballarin, nel catalogo della mostra Lo stupendo inganno dell’occhio (2010), ha messo in evidenza importanti testimonianze documentarie che portano a posticiparne la nascita circa al 1515.

13


Qui i londinesi fuggono dal frastuono della metropoli

ST ALBANS Alla ricerca del tempo perduto

THE CITY

di Antonio Finco

nostro corrispondente da Londra

Immaginate una cittadina simile a Bassano, per dimensioni e stile di vita, con caratteristiche ovviamente britanniche ma armoniosamente mischiate a influssi romanici…

St Albans è una delle cittadine più belle e vibranti dell’Inghilterra, nella contea dell’Hertfordshire a soli 35 chilometri a nord di Londra, ma soprattutto a 20 minuti di treno dalla stazione di St Pancras King Cross, in una linea diretta che ti catapulta in breve spazio temporale nella City. Una cittadina che è diventata il terzo posto più caro d’Inghilterra per acquistare o affittare casa anche perché, secondo una recente indagine condotta dalla Bbc, è stata inserita nella top-ten dei luoghi dove si registra la miglior qualità di vita. Per chi volesse visitare un dintorno suggestivo della capitale inglese, è un posto da non mancare. Immaginate una versione di Bassano per dimensioni e stile di vita, con caratteristiche ovviamente britanniche ma mischiate a influssi romanici. Conosciuta con il nome di Verulamium, fu la maggiore città della Britannia, sulla strada romana che da Dover portava al vallo di Adriano. La cattedrale di St Albans, dedicata a Sant’Albano, è stata costruita tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo ed è la chiesa principale della diocesi anglicana. Ha la navata più lunga d’Inghilterra ed è un posto magico, dove si respira l’aria di un multiculturalismo religioso. Una delle caratteristiche che balzano subito all’occhio, come detto, è la lunghezza della navata: ben 84 metri! Entrando, quindi, si

Sopra, dall’alto verso il basso Antonio Finco al Verulamium Park di St Albans; la splendida cattedrale della cittadina inglese; lo Ye Olde Fighting Cocks, ritenuto il pub più antico d’Inghilterra,

14

ha la netta sensazione di maestosità, specialmente se si osservano gli archi acuti normanni e inglesi che si stagliano sull’altissimo soffitto. A poca distanza, vi troverete immersi nell’incantevole Parco Verulamium, valorizzato dal fatto di trovarsi in un’area archeologica romana. Subito dopo l’ingresso, passeggiando tra i sentieri, si possono ammirare i resti delle antiche mura, riparate dalle chiome di grandi alberi. Un consiglio: per un attimo lasciate stare le rovine, sedetevi su una panchina, chiudete gli occhi e fate respiri profondi. Vivrete così l’atmosfera di un posto davvero unico, dove la colonna sonora di un pezzo dei Pink Floyd sarebbe la classica ciliegina sulla torta! St Albans ormai è la cittadina dove fuggono i londinesi dal frastuono della metropoli e dove si trovano alcune fra le migliori scuole statali del Regno Unito; con il vantaggio di vivere in un posto dove i rapporti umani sono facilitati da un grande senso di appartenenza alla comunità. Ma non solo questo. La cittadina offre un’incredibile varietà di pubs, tra i quali il celebrato Ye Olde Fighting Cocks, considerato il più vecchio d’Inghilterra, ristoranti di ogni genere, negozi e locali alla moda. Come a Londra, anche qui si incontrano persone di razze e culture tra le più svariate, che hanno messo radici nel verde del

countryside dell’Hertfordshire e che costituiscono uno splendido esempio d’integrazione. Non per nulla, uno dei ristoranti più amati è il Meze bar, piccolo ristorante egiziano condotto splendidamente da Fouad, un ragazzo del Cairo arrivato qui vent’anni fa, accompagnato da poche cose e da tanta voglia di lavorare e aver successo. Da lavapiatti a cameriere, a manager, a proprietario del locale: la sua salita è stata costante. Il sogno del giovane immigrato si è realizzato nel suo percorso. Ora, sposato con una ragazza inglese, è diventato un punto di riferimento e un approdo sicuro per chi voglia passare una bella serata tra sonorità arabe e ottimo cibo mediterraneo. Così anche un’umida serata nel nord di Londra può diventare più calda. Di certo un passaggio in questa città è consigliato a chi volesse conoscere una parte dell’Inghilterra più verace; magari prima di inoltrarsi a nord, nella campagna inglese più romantica del Cotswold, tra case color miele e dolci colline, bed & breakfast e giardini coloratissimi. Un viaggio on the road a ritmo slow, nella campagna a ovest di Londra, dove hanno comprato casa Hugh Grant e Kate Moss: un viaggio che vale la pena di assaporare con lo spirito del viaggiatore alla ricerca del tempo perduto.


Continua con successo l’iniziativa del maestro Luigi Ferro

MARATONA PIANISTICA Come prima, più di prima

DE MuSICA

di Luigi Ferro

Ai cinque concerti “tradizionali”, programmati in splendide location venete, quest’anno se ne affiancano altri quattro. Sarà infatti la volta di giovani eccellenze pianistiche: ragazzi che hanno meritato prestigiosi riconoscimenti internazionali e che ora delizieranno anche noi.

Qui sopra Il maestro Luigi Ferro.

Anche quest’anno le Maratona Pianistica si svilupperà in cinque concerti e in altrettante date e location venete. Per ogni domenica di giugno è infatti programmato un concerto, sempre in un orario che va dalle 10.00 alle 23.00. Il 2 giugno l’evento avrà inizio sull’Altopiano dei Sette Comuni, presso il palazzetto di Canove di Roana, accanto al sentiero della vecchia ferrovia. Il 9 giugno la manifestazione sarà accolta nello spettacolare scenario del colonnato del Tempio Canoviano di Possagno, luogo magico e dall’acustica eccezionale. Il terzo concerto avrà luogo il giorno 16 e si svolgerà nella Loggetta Comunale del Municipio di Bassano. Il 23 sarà la volta della scenografica Piazza degli Scacchi di Marostica. Il 30 giugno la Maratona Pianistica MARATONE PIANISTICHE (ore 10.00/23.00)

2 giugno 9 giugno 16 giugno 23 giugno 30 giugno

si concluderà in quel di Treviso, nella splendida Loggia dei Cavalieri. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero.

La Maratona Pianistica sarà poi arricchita da quattro Concerti delle Eccellenze Venete, riservati a giovani talenti, plurivincitori di concorsi pianistici internazionali. I concerti si terranno in ville e saleconcerto: si partirà il 5 giugno, nella magnifica sede della scuola di musica Unisono, a Palazzo Guarnieri, nel cuore di Feltre. Un edificio nobiliare riccamente affrescato e adibito ad attrezzatissima sala-concerto e di registrazione. Il pianista sarà Elia Cecino, uno dei migliori della sua generazione (classe 2001), vincitore di oltre 50 primi premi assoluti in concorsi internazionali. Il 15 giugno il concerto si svolgerà nella nobile cornice di Ca’

Palazzetto Cultura - Canove di Roana Colonnato Tempio Canoviano - Possagno Loggia del Comune - Bassano del Grappa Piazza degli Scacchi - Marostica Loggia dei Cavalieri - Treviso

A fianco, da sinistra verso destra La giovanissima Arianna Castellani (9 anni) e, nelle foto piccole, i pianisti Giulia Toniolo ed Elia Cecino.

Erizzo-Luca a Bassano e vedrà la partecipazione di ben cinque giovanissimi pianisti, allievi della maestra Francesca Vidal e vincitori di numerosi premi internazionali: Arianna Salvalaggio, Margherita Paulon, Issey Maresca, Alice Zanella e Arianna Castellani, quest’ultima (9 anni) reduce da concerti tenuti a Parigi. Marostica, il 20 giugno, ospiterà il terzo concerto nella chiesetta di San Marco, con la pianista Giulia Toniolo (diplomatasi a soli 16 anni), che ha all’attivo più di 30 primi premi assoluti. I Concerti delle Eccellenze Venete si concluderanno nel giardino di Villa Palma a Mussolente, dove si esibiranno tre giovani pianisti allievi della maestra Maddalena De Facci. Si tratta di Vera Cecino, Matilde Castellaro e Davide Conte, anch’essi vincitori di decine di concorsi internazionali.

Qui sopra La bella locandina della 7a edizione della Maratona Pianistica. L’evento, ideato dal maestro Luigi Ferro, è stato proposto per la prima volta nel 2013 e si è subito connotato come una delle più ricche e originali iniziative musicali della nostra regione.

CONCERTI DELLE ECCELLENZE VENETE (ore 18.00)

5 giugno 15 giugno 20 giugno 27 giugno

Palazzo Guarnieri - Feltre Ca’ Erizzo-Luca - Bassano del Grappa Chiesetta di San Marco - Marostica Villa Palma - Mussolente

IDEAZIONE E ORGANIZZAZIONE LuIGI FERRO

15

Tel. 347 3474992 luigiferro@luigiferro.it www.luigiferro.it


Più luce, più spazio, più qualità dell’abitare? Una veranda Finstral regala nuovi ambienti e realizza il sogno di un’isola di benessere personale

ABITARE

Servizio publiredazionale a cura di Finstral Spa Auna di Sotto/Renon (BZ)

Uno spazio che diventa realtà LE VERANDE FINSTRAL

Sedersi sulla propria poltrona preferita e godersi il giardino anche quando piove? Oppure quando nevica? Con una veranda Finstral ciò è possibile. Grazie alla tenuta perfetta e all’isolamento ottimale le verande dell’azienda altoatesina sono utilizzabili in ogni stagione, 365 giorni all’anno. Non importa se fuori le temperature scendono sotto lo zero o se splende il caldo sole estivo: nelle verande Finstral la temperatura è sempre piacevole, e rimane costante in tutti i mesi dell’anno.

Qui sopra Design essenziale, profili slanciati e tetto piano: queste le caratteristiche vincenti della veranda Cubo.

In alto, foto grande Estetica minimalista, linee sottili e tetto in vetro: è la veranda Penta.

16

Questa caratteristica le distingue dalla maggior parte delle comuni verande che, non essendo termoisolate, risultano abitabili solo in primavera e in autunno, quando il clima è più mite. Finstral invece impiega sempre

vetri isolanti di elevata qualità e inserisce all’interno dei profili - le parti che formano la struttura portante della veranda - un nucleo in PVC altamente performante. Questa combinazione contribuisce anche al risparmio energetico: progettata con i giusti accorgimenti, una veranda Finstral incrementa l’isolamento termico dell’edificio. Così gli spazi interni si fondono con il giardino o la terrazza, senza rinunciare a un’efficace protezione da freddo, vento e rumore. Finstral propone tre modelli che offrono la massima libertà di personalizzazione: Penta, con profili sottili e grandi superfici vetrate; Cubo, con un design dalle linee slanciate e un tetto piano altamente isolante; oppure

Classic, dall’estetica tradizionale e particolarmente versatile, può essere realizzata perfino ad angolo.

Per realizzare il lato esterno delle verande, Finstral impiega principalmente l’alluminio: un materiale particolarmente resistente e di facile pulizia, disponibile in 230 diverse colorazioni per adattarsi allo stile di ogni edificio. Così l’estetica della costruzione vetrata potrà integrarsi perfettamente nel contesto architettonico dell’abitazione oppure creare volutamente un contrasto. Dai toni più neutri come il bianco o il grigio, fino al rosso sgargiante o il verde scuro, le possibilità di scelta per colori e superfici sono davvero tante. Per il lato interno Finstral propone quattro materiali:


alluminio, PVC, legno oppure ForRes, un innovativo materiale ecosostenibile nato dal recupero dei residui della lavorazione del PVC mescolati a bucce di riso. Ogni veranda viene progettata su misura e realizzata in uno stabilimento dedicato in Alto Adige.

Che dimensioni deve avere la veranda? Su quale lato della casa è meglio farla costruire? Una porta a libro per realizzare grandi aperture o piuttosto una porta scorrevole per limitare gli ingombri? Quante aperture integrare nel tetto? E quali sono gli oscuranti più adatti? Come ci si protegge efficacemente dai ladri? Nella fase di progettazione vanno considerati tutti gli aspetti relativi alla nuova veranda. I professionisti Finstral rispon-

dono a ogni domanda su estetica e funzionalità, si assicurano che l’applicazione sia sempre adatta e garantiscono uno svolgimento veloce e professionale dei lavori di posa. Non a caso Finstral è l’azienda del settore più certificata d’Europa.

“Realizzare più componenti possibile direttamente nei nostri stabilimenti e dare al cliente la

FINSTRAL Finstral è un’impresa familiare con radici in Alto Adige e attiva in tutta Europa, che progetta, realizza e posa in opera finestre, portoncini d’ingresso e strutture vetrate: tutto ciò viene effettuato direttamente da un unico produttore. Combinando sapientemente funzionalità ed estetica, grazie anche al suo vastissimo assortimento, Finstral

certezza di essere sempre in buone mani”: così Joachim Oberrauch, uno dei dirigenti Finstral, descrive la filosofia su cui si fonda da 50 anni l’azienda altoatesina. Finstral unisce l’estrema cura per i dettagli con i più rigorosi standard di qualità per realizzare verande perfette, che dissolvono i confini e fondono gli spazi interni con l’esterno.

Qui sopra Una veranda in alluminio con eccezionali valori di isolamento termico: con Penta di Finstral ciò è possibile!

definisce da quasi 50 anni gli standard del settore. L’azienda possiede 14 stabilimenti produttivi in Italia e in Germania, impiega oltre 1.400 dipendenti e collabora con 1.000 rivenditori in 14 Paesi. La sede centrale si trova - sin dalla fondazione - ad Auna di Sotto sul Renon, in provincia di Bolzano.

FINSTRAL Spa Via Gasters, 1 39054 - Auna di Sotto/Renon (BZ)

17

STuDIO FINSTRAL Via Generale Basso, 14 36061 - Bassano del Grappa (VI)


Attirava e seduceva gli uomini con il suo fascino…

LA MAGA CIRCE prototipo di tutte le streghe

LA LEZIONE DEL PASSATO

di Gianni Giolo

Dall’immagine stereotipata, caratterizzata dalla bruttezza e dalla malvagità, a quella legata invece al potere oppure alla conoscenza (magari derivante da una presunta origine diabolica): a molte donne, nel corso della storia, è stata affibbiata un’etichetta ingiusta e diffamatoria.

Preso, e votato dai meschini il nappo, Circe batteali d’una verga, e in vile Stalla chiudeali: avean di porco testa, Corpo, setole, voce; ma lo spirto Serbavan dentro, qual da prima, integro. Odissea, Libro X Traduzione di Ippolito Pindemonte

La maga Circe, che domina il decimo libro dell’Odissea, è il prototipo di tutte le donne streghe, la cui caratteristica è quella di possedere “una maggiore conoscenza”. Nel corso della storia sono state mandate a morte molte di queste streghe, con la conseguenza che esse sono ancora fra noi con più forza che mai. L’immagine stereotipata della strega -incarnato verdognolo, cappello a punta, verruche, gatto nero- nel tempo si è radicata, ma è un’immagine di superficie che cela molte altre indentità. Partiamo dalla figura classica: la vecchia strega cattiva. Quest’immagine ha messo radici in epoca cristiana, quando le streghe erano donne che si univano al demonio; tuttavia streghe vecchie

Sopra, da sinistra verso destra Franz von Stuck, La pittrice Tilla Durieux nelle vesti di Circe, 1913. Jean Mathieu, La maga Circe tramuta in porci i compagni di Odisseo, incisione, 1665 circa. Berlino, Alte Nationalgalerie.

William Wallace Denslow, La malvagia strega dell’Ovest, illustrazione originale da Il meraviglioso mago di Oz di Lyman Frank Baum, 1900.

18

e brutte risalivano a tempi in cui si cela il mito. Le più celebri di questo genere sono le tre bizzarre sorelle del Macbeth di William Shakespeare. Sono delle repellenti “streghe di mezzanotte”, con labbra a fessura, dita screpolate e barba. I loro incantesimi -occhio di tritone e zampa di rospo- sono disgustosi quanto il loro aspetto e maledicono chiunque le contrasti. Anche la classica strega delle fiabe che mangia i bambini, rientra in questa categoria, così come la Malvagia Strega dell’Ovest, resa celebre dalla attrice Margaret Hamilton. Il ruolo era stato originariamente offerto all’affascinante Gale Sondergaard, ma lei aveva rifiutato perché non voleva apparire brutta. Caratteristica di tutte le

streghe è la bruttezza che rende evidente la loro malvagità interiore, poiché le donne dovrebbero essere il più possibile graziose, attraenti e giovani. Ma la relazione con l’età contiene anche un fondo di verità: molte delle donne accusate di stregoneria erano le cosiddette “vecchie sagge”, spesso povere vedove che campavano miseramente facendo le levatrici, le erboriste e le guaritrici. Ma non erano solo le donne vulnerabili ad attirarsi accuse di stregoneria. Erano le donne di grande potere politico come Giovanna D’Arco, che vinse gli inglesi in battaglia e per questo fu accusata di essere dalla parte del demonio. Anche Cleopatra e Anna Bolena furono accusate di stregoneria. La tradizione della strega sexy, che adesca gli uomini con la sua bellezza, risale alla prima strega della letteratura occidentale: la divina maga Circe. La cosa maggiormente degna di nota è la sua ambiguità morale che trasforma i compagni di Odisseo in porci, ma una volta divenuta amante di Odisseo, restituisce ai suoi compagni l’aspetto umano e dona a Odisseo provviste e consigli essenziali per il suo viaggio di ritorno a Itaca. Infine c’è la strega buona. Il che ci riporta alla molteplicità e varietà dei tipi di strega.


Trasfonde nella pittura la sua esuberante personalità…

PATRIZIA BAGGIO I COLORI FORTI E DECISI DELL’OTTIMISMO

IN VETRINA

di Andrea Minchio

Fotografie: Fotografi Bassanesi Associati, Gianni Chiminazzo

Allieva di Gianni Chiminazzo, solo recentemente ha potuto dar corpo a una passione che coltivava da tempo. E i risultati sono davanti ai nostri occhi. Così, dal 5 maggio al 4 giugno, terrà la sua prima personale allo Spazio Polifunzionale Olympia in via Marinali.

Scegli di essere ottimista: ti sentirai subito meglio. Dalai Lama

A fianco Tramonto sulla laguna, cm 60x70, tecnica mista, 2016.

Sotto Patrizia Baggio.

Sotto, da sinistra verso destra Vaso di fiori su fondo rosso, cm 70x60, tecnica mista, 2016. Fiori, cm 60x50, tecnica mista, 2014. Fiori con vaso rosso, cm 60x50, tecnica mista, 2014.

20

Terminati gli studi, dopo aver anche frequentato la rinomata Scuola Pratica Commerciale di Zenaide Aloisio, Patrizia Baggio ha iniziato a lavorare nella ditta di famiglia: la nota “Bottega tradizionale di Baggio Cavalier Mario”. Un negozio di generi alimentari amato dai bassanesi, posto a cavallo di via Roma e piazzetta dell’Angelo, nell’antico nucleo del Castello Inferiore, fra la Porta Dieda e quella un tempo detta del Lion. Una vita, la sua, dedicata in gran parte all’attività lavorativa, a fianco del papà Mario, della mamma Adelia e del fratello Dino, tuttora suo socio. Volto noto a Bassano, Patrizia Baggio prende spesso parte a

eventi cittadini e, in particolare, a ricorrenze legate al mondo delle Associazioni d’Arma, così come ai corpi militari e di Pubblica Sicurezza: una consuetudine iniziata dal papà, che lei oggi porta avanti con

grande soddisfazione. Un aspetto poco noto di Patrizia Baggio, invece, è costituito dal suo amore per la pittura. “Si tratta di una passione antica, per così dire, che però non avevo mai potuto coltivare. Nel 2013,


Sopra, da sinistra verso destra Vele, cm 60x70, tecnica mista, 2014. Paesaggio collinare, cm 30x40, tecnica mista, 2014. A fianco Ulivi n.3, cm 50x70, tecnica mista, 2016. Sotto Gabbiani, cm 50x70, tecnica mista, 2016.

fortunatamente, tale opportunità si è concretizzata grazie a un incontro -non casuale- con il maestro Gianni Chiminazzo: una circostanza che ha cambiato il corso della mia vita. Da quel momento, infatti, mi sono dedicata ai pennelli con costanza, diligenza e un continuo desiderio di apprendimento: un classico percorso di formazione, a partire dai primi rudimenti, segnato da uno studio appassionante. Nel corso degli anni, poi, ho acquisito le competenze necessarie per dar vita a una piccola produzione pittorica, cimentandomi nelle diverse tecniche e finendo però per privilegiare quella mista, sicuramente più congeniale al mio carattere”.

La tavolozza di Patrizia Baggio si connota per i forti contrasti cromatici, per l’adozione di colori energici e le frequenti contrapposizioni tonali. Una predilezione particolare è riservata al giallo primario, un po’ acido, frequentemente associato al rosso fuoco, al verde giada o all’arancione. Tinte decise che scaturiscono da pennellate robuste, soprattutto se destinate a illustrare contesti ambientali. Emblematico il caso di un suo Paesaggio collinare, nel quale colori chiassosi e brillanti, seppur fra loro diversi e apparentemente dissonanti, sembrano quasi fondersi in un unicum, trapuntato da una borgata di poche case che richiama

la suggestione di una civiltà contadina ormai perduta. Non mancano tuttavia le nature morte, spesso dedicate a fiori di campo, mimose, rose, tulipani… composizioni ospitate in vasi dai tocchi appena accennati. E nemmeno qualche astratto, che si connota tanto per la straordinaria esplosione dei colori quanto per la proposizione di arditi geometrismi. È la personalità forte, decisa, positiva di Patrizia, solare e luminosa, quella che erompe dalle sue tele, opere nate di getto grazie alla sua istintività: uno scoppio di ottimismo che traspare in ogni suo quadro e che coinvolge favorevolmente l’osservatore.

Patrizia Baggio Pittrice

21

Tel. 348 0900468 Via Roma, 102 - Bassano patrizia.baggio17@gmail.com


Demenza: un’epidemia silente che richiede conoscenze e nuove strategie ogni giorno

AFFLATuS

di Carla Mogentale direttore sanitario Centro Phoenix Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Comprendere bisogni e comportamenti per vivere più serenamente la malattia del proprio caro.

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Lo sforzo dedicato al miglioramento dell’ambiente di vita delle persone affette da demenza, sebbene non incida probabilmente sulla durata biologica della malattia, certamente prolunga e migliora la qualità della vita dei pazienti e delle famiglie e rappresenta a tutt’oggi uno dei pochi risultati realmente terapeutici ottenibili nella cura della demenza. Dal Progetto Regionale Demenze, Regione Emilia-Romagna, Deliberazione Giunta Regionale n. 2581 del 30/12/1999 CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 - 347 8911893 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 info@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

22

Una malattia che fa molta paura a tutti noi e che può colpire i nostri genitori o i nostri coniugi è la demenza, nelle sue varie forme. Appare incredibile che una persona possa dimenticare ciò che ha appreso durante tutta la vita, non riconoscere i propri familiari, non riconoscere se stessa, non riuscire più a esprimersi, a distinguere oggetti o ambienti, a eseguire semplici attività quotidiane, perdendo via via la propria identità di persona. “Il Rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riporta stime di crescita allarmanti della demenza: 35,6 milioni di casi nel 2010 che raddoppieranno nel 2030 e triplicheranno nel 2050 con 7,7 milioni di nuovi casi all’anno (uno ogni 4 secondi). In Italia il numero totale dei pazienti con demenza è stimato in oltre un milione (di cui circa 600 mila con demenza di Alzheimer) e circa 3 milioni sono le persone direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari” (dati Osservatorio Sanità, 2019). Ma in cosa consiste la demenza? “La demenza consiste nella compromissione globale delle funzioni cosiddette corticali superiori ivi compresa la memoria, la capacità di far fronte alle richieste della vita di ogni giorno e di svolgere le prestazioni percettive-motorie già acquisite in precedenza, di osservare un comportamento sociale adeguato alle circostanze e di controllare le proprie reazioni emotive; tutto ciò in assenza della compromissione dello stato di vigilanza” (Committee of Geriatrics Royal College of Physicians, 1981). In ogni fase della malattia l’ambiente (la casa in cui si vive, ma pure le persone che si relazionano con il malato) può compensare (assumendo una valenza protesica) o al contrario accentuare i deficit cognitivi presenti e condizionare perciò lo stato funzionale e il comportamento del malato comportando variazioni nell’umore e

nel comportamento o nelle abilità presentate. La persona è diversa dal suo comportamento e questo è diverso dal significato e dalla funzione che ha quel comportamento! E ciò è diverso per ogni persona! Per esempio una persona può assumere un comportamento aggressivo, senza mai essere stata aggressiva, se messa in una condizione che percepisce di pericolo o soverchiante le proprie capacità cognitive (un ambiente eccessivamente rumoroso o ansiogeno…). In quel caso il significato del comportamento non sarebbe tanto di aggressione, ma di difesa in una situazione che le genera confusione e dunque la spaventa! Difficile è dunque il ruolo di chi assiste perché, oltre alla sofferenza legata ai cambiamenti nella relazione con la persona a cui si vuole bene, si richiede un grande sforzo cognitivo nell’interpretare e leggere correttamente i significati e i bisogni relativi a un dato evento. Le comunicazioni verbali (e non) della persona ammalata di demenza non vanno quindi accettate unicamente per quelle che sono, ma devono essere poste nel contesto della storia personale del soggetto e della sua attuale situazione. In particolare, è essenziale cercare di scoprire il significato che il soggetto attribuisce a determinate azioni, capire come assecondare un bisogno o spostarlo su qualcosa di sostenibile (per esempio se il malato vuole tornare a casa sua e dunque uscire perché non riconosce la sua stessa casa, si potrebbe ricondurlo ad attività più coinvolgenti, al punto da distrarlo, distoglierlo dal momento di confusione e agitazione. Ciò potrebbe risultare più utile che rammentargli che quella è proprio la sua casa, cosa che non potrebbe mai comprendere e che lo agiterebbe ancora di più. Non comprendere il significato di alcuni comportamenti dovuti a specifici deficit di attenzione, di memoria, nel riconoscimento di oggetti o nell’incapacità di dare

inizio o controllare alcune sequenze di azioni, può creare grave disagio al malato, non più in grado di eseguire azioni in autonomia o nel dare loro inizio. Un rischio? Sostituirsi al malato quando si potrebbe stimolare l’autonomia nel fare, una volta dato “il via” alla sequenza di azioni (nel lavarsi, nel mangiare…) con la conseguenza di sentirsi meno autonomo e più incapace di quanto sia in realtà il nostro caro. L’opposto è altrettanto pericoloso ovvero chiedere al malato di svolgere azioni troppo complesse o in ambienti troppo rumorosi o difficili da gestire. In entrambi i casi potremmo trovare reazioni di “chiusura” del malato in se stesso oppure reazioni “catastrofiche” con manifestazioni di agitazione e talora aggressione verbale o fisica. Il malato vive la realtà che lo circonda con i mezzi cognitivi ed emotivi che è in grado di utilizzare in quel dato momento. Aiutarlo a vivere con serenità la malattia è possibile grazie a una corretta diagnosi funzionale neuropsicologica e a consigli specifici dati ai familiari e al personale di assistenza, in modo che gli sia permessa la massima autonomia possibile e il mantenimento della dignità a cui ha diritto. È importante riconoscere i bisogni e i significati che il malato esprime ogni giorno attraverso il linguaggio comportamentale ed emotivo che gli è permesso dalla malattia in quel momento o in quella fase, per garantirgli la migliore qualità di vita possibile e, con lui, alla sua famiglia che amorevolmente se ne prende cura.


Recentemente scomparso, è stato un vero gentiluomo e uno degli ultimi grandi artisti del nostro territorio…

di Antonio Minchio

Docente per lunghi anni all’Istituto De Fabris di Nove, figura carismatica ed estremamente riservata al tempo stesso, si è distinto per avere impresso alla sua produzione scultorea una connotazione dall’elevato contenuto concettuale.

Sotto, da sinistra verso destra Sergio Schirato, Linea nastro, ferro nichelato, 1974. San Martino di Lupari, Museo Umbro Apollonio. Sergio Schirato, Opera 0/5, acciaio e marmo, 1977. San Martino di Lupari, Museo Umbro Apollonio.

OMAGGIO

SERGIO SCHIRATO La metafisica nella geometria Il 2019 si è portato via Sergio Schirato, forse uno degli ultimi grandi artisti della nostra città. Persona schiva e riservata, vero gentiluomo bassanese, era nato in prato Santa Caterina nel lontano 1924, a pochi passi dalla chiesetta di Sant’Anna. Come ha ricordato lo studioso Ruggero Remonato in uno dei suoi testi, Sergio Schirato poté frequentare le scuole elementari Mazzini, quando ancora queste “odoravano di nuovo” (essendo state inaugurate nel 1910). Dopo le medie, a quell’epoca situate all’interno della pieve di Santa Maria in Colle, il giovane ebbe modo di conoscere il pittore Enio Verenini (che in seguito divennne uno dei protagonisti del Circolo Artistico Bassanese), di intrattenersi frequentemente nella sua bottega di via Verci e di divenirne amico. Sempre in quel periodo Sergio Schirato prese parte alle lezioni serali del prof. Donazzan, propedeutiche alla successiva iscrizione all’Istituto d’Arte dei Carmini di Venezia, dove si diplomò nel 1943. Dopo l’armistizio dell’8 settembre fu inquadrato nell’Organizzazione Todt, dapprima fra i lavoratori generici a Cismon del Grappa e poi nel reparto disegnatori, a Pergine Valsugana. Verso la fine del conflitto, miracolosamente, si salvò da un bombardamento alleato riparandosi sotto un ponte. Nel 1945, tornata la pace, poté finalmente diplomarsi maestro d’arte in Scenografia a Venezia per poi conseguire, un paio d’anni dopo, la licenza al corso di Magistero sotto la prestigiosa direzione di Giorgio Wenter Marini: un viatico importante, che indusse il giovane a scelte coraggiose in ambito artistico. Nel 1952, infatti, Sergio Schirato operava a Roma

come scenografo, collaborando con le principali compagnie di prosa dell’epoca. Su progetti di grandi maestri, quali Fabrizio Clerici e Gino Severini, prestò inoltre la sua opera in contesti rilevanti, compreso il palazzo dell’Eur. Il lavoro lo portò in seguito a esercitare la sua arte a Verona, Venezia, Milano e Torino, ma anche a Napoli e Bari. Nel 1957, dopo essersi sposato con Roberta Biagiotti (compagna premurosa, sempre al suo fianco), avvertì l’esigenza di una vita meno movimentata. Rientrò perciò a Bassano per insegnare materie artistiche ai Fratelli delle Scuole Cristiane di Crespano. Nel 1963 passò all’Istituto De Fabris di Nove, allora diretto dall’amico Pompeo Pianezzola, come docente di Disegno dal vero. Qui rimase fino al termine della sua carriera di insegnante (nel 1987). Amato e stimato da allievi e colleghi, fu sicuramente una delle figure di riferimento di quella scuola. In una conversazione di qualche anno fa, avvenuta nel suo atelier (una suggestiva soffitta affacciata su piazza Terraglio con una vista meravigliosa verso nord-ovest), Sergio Schirato ebbe modo di illustrare a Ruggero Remonato la sua visione dell’arte. “Per me -raccontò all’amico studioso- la geometria non è un ordine, né una condizione di partenza; si tratta piuttosto di una chiarezza percettiva, attraverso la quale è possibile formulare verità conoscitive, accettate ma sempre in continua evoluzione. La struttura che ne determina le infinite forme e la costruzione deve considerarsi un invito ad analizzare proprio tale chiarezza. Forme elementari, semplici e precise, possono

infatti assumere connotazioni imprevedibili, in una sorta di inaspettata metamorfosi, quando la nostra indagine percettiva ne esplora gli aspetti e i significati più reconditi”. Un pensiero dunque quasi metafisico, quello di Sergio Schirato, che possiamo ritrovare materializzato nelle sue sculture, tutte improntate coerentemente secondo questa singolare Weltanschauung. Fra le sue opere, molto noto ai bassanesi è il Prisma rosso nei pressi degli Uffici Postali (1989). Ma le sue sculture, di derivazione postfuturista ed elaborate sulla scia del Neocostruttivismo, sono state esposte con successo in tutta Europa. Attento anche ai materiali -dalla pietra e il legno all’alluminio, l’acciaio, il vetro e il plexiglas- Sergio Schirato ha saputo “piegare” le pure forme geometriche, dando oggettività e concretezza a una rappresentazione che oltrepassa il nesso realistico e la logica abituale, proponendo una visione superiore del reale. Attualmente la redazione de L’Illustre bassanese sta lavorando a una monografia su questo straordinario artista. Che, forse, ha avuto come unico difetto quello di essere troppo discreto e modesto.

Sotto, dall’alto verso il basso Lo scultore bassanese nel suo studio in uno scatto del 2005 del fotografo Michele Bozzetto. Sergio Schirato, Prisma rosso, 1989. Bassano, piazza Paolo VI.

25


Grazie a un felice restauro filologico, è tornato a risplendere…

PALAZZO STURM-FERRARI Un microcosmo sospeso tra Arcadia e produzione protoindustriale

PROPOSTE

di Antonio Minchio

Lo studioso Agostino Brotto Pastega ha condensato in un’agile e rigorosa pubblicazione la storia di questo straordinario complesso e quella delle famiglie che l’hanno reso così sontuoso.

Lo splendido restauro al quale è stato sottoposto fra il 2016 e il 2019 palazzo Sturm-Ferrari, curato con grande sensibilità dall’architetto Leonardo Lorenzoni sotto la supervisione della Soprintendenza di Verona, ha fornito allo studioso Agostino Brotto Pastega l’occasione di approfondire una sua monografia de L’Illustre bassanese, che tanto successo riscosse nel 2014. Lo studio ebbe allora il merito di divulgare una storia inesplorata, grazie al ritrovamento di preziosi documenti notarili distribuiti nell’arco di quasi cinquecento anni. La pubblicazione rese inoltre nota la figura del barone Giovanni Battista Sturm von Hirschfeld, del quale non si aveva a disposizione nemmeno un ritratto fotografico.

Qui sopra L’affresco del leone marciano, venuto alla luce nel corso del recente restauro, che giganteggia come uno stendardo sulla facciata ovest del complesso. In alto, foto grande Il fronte occidentale del complesso, poderosamente affacciato sul Brenta. A fianco dei titoli La copertina del volume Palazzo SturmFerrari. Un microcosmo sospeso tra Arcadia e produzione protoindustriale, recente fatica di Agostino Brotto Pastega (Eab, euro 10,00).

26

Un personaggio sicuramente brillante e mondano, ma anche colto e sensibile; al punto che, nel suo testamento (1943), egli volle legare il proprio palazzo di via Schiavonetti (con altri annessi) al Museo di Bassano perché venisse adibito a biblioteca civica: un dono munifico, che venne accettato dal Comune solo all’inizio del 1947. A distanza di cinque anni da tale felice ricerca, lo studioso l’ha ora integrata con nuovi elementi storici e con un’accurata analisi stilistico-architettonica, anche sulla base degli straordinari rinvenimenti freschivi portati alla luce, primo fra tutti quello del leone marciano che giganteggia come un vero e proprio stendardo sulla facciata ovest del complesso. Il risultato di tale lavoro è una

pubblicazione agile e rigorosa, dal titolo Palazzo Sturm-Ferrari Un microcosmo sospeso tra Arcadia e produzione protoindustriale, destinata a divenire tanto un “classico bassanese” da tenere nella libreria di casa, quanto un indispensabile strumento di conoscenza per i turisti che visitano l’edificio e i suoi musei. “Il consolidamento e il recupero degli antichi rivestimenti murari in rasato di calce, la pulizia dei terrazzamenti e l’abbattimento di vecchie piantumazioni -spiega l’architetto Brotto Pastega- hanno permesso di focalizzzare da via Macello una dimora complessa, variegata e a più piani, poco assimilabile a un palazzo propriamente detto e più vicina a tanti complessi del Canal di Brenta, costruiti su ripide rive e sviluppati in verticale. L’inserimento del settecentesco pronao ionico da parte dell’architetto Daniello Bernardi ha inoltre conferito alla facciata nord l’aspetto di un casino di villeggiatura a misura d’uomo. Entrando si coglie perfettamente l’inganno perché, invece di trovare un corridoio centrale con stanze simmetriche (come si potrebbe desumere dalle aperture del prospetto), si rimane abbacinati da un salone posto di traverso, sviluppato in tutta l’altezza, con finestre cieche, un soffitto a volto piano e due falsi ingressi a est e a ovest”.


L’annuale assemblea dell’associazione PIWI Veneto, trasformata in un convegno divulgativo, è stata l’occasione per parlare dei vitigni resistenti nel nostro territorio

SCHEGGE

di Massimo Vallotto

I VITIGNI RESISTENTI PIWI Futuro iperbiologico per la viticoltura del Nord-Est

Sotto ai titoli La drastica riduzione dei trattamenti in vigna permette di recuperare la tradizione degli animali di bassa corte tra i filari, antiparassitario e fertilizzante naturale, principio alla base della Permacultura.

L’incontro ha registrato il tutto esaurito, già a 10 giorni dall’evento. Ricco il panel degli ospiti che si sono alternati in Sala Chilesotti.

Sotto, dall’alto verso il basso Alcuni dei relatori del convegno: Massimo Vallotto per Territori del Brenta; Giampaolo Ciet, presidente dell’associazione PIWI Veneto; Nicola Biasi, enologo. Il folto pubblico presente in Sala Chilesotti lo scorso 23 marzo.

28

Sabato 23 marzo Bassano ha ospitato per la prima volta l’annuale assemblea dell’Associazione PIWI Veneto, per la conoscenza e la diffusione dei vitigni resistenti. Una gremita Sala Chilesotti (nel Museo Civico), i cui posti disponibili sono andati esauriti ben dieci giorni prima dell’evento, ha visto un ricco panel di relatori affrontare le tematiche delle viti resistenti alle malattie fungine (che in tedesco è PilzWiderstandsfähige - PIWI), dalle caratteristiche alle tecniche di coltivazione, con focus specifico sulla notevole diminuzione dei trattamenti fitosanitari. I PIWI sono vitigni nati da incroci effettuati circa due secoli fa da una decina di istituti agrari, università e vivaisti, tra le varietà di vite europea (Vitis vinifera) e quelle di vite americana o asiatica resistenti alla peronospora, all’oidio e alla botrite. Le prime due malattie, importate in Europa nel corso del XIX secolo con l’introduzione di nuove varietà

di viti americane, richiedono normalmente un importante intervento fitosanitario. Al fine di ottenere incroci di vitigni resistenti e meno costosi dal punto di vista della gestione ambientale del vigneto, si è pensato di incrociare le varietà sensibili alle malattie crittogame -merlot, sangiovese, glera- a specie di viti americane (o asiatiche), resistenti ai funghi. Nate per impollinazione indotta ma con incroci totalmente naturali, risultano resistenti ma non del tutto immuni dagli attacchi fungini. Questo punto è stato sottolineato a più riprese dai relatori, proprio per calibrare le aspettative di chi si approcciava per la prima volta all’argomento: in base al luogo di coltivazione, e di conseguenza alla pressione esercitata dalle malattie, richiedono una sensibile diminuzione della copertura fitosanitaria, ma solo in alcuni casi il trattamento può essere completamente evitato. Se sono piantate in zone

più favorevoli alla presenza dei funghi, con piovosità e umidità più elevate, sono comunque necessari due o tre trattamenti all’anno rispetto a dieci/quindici o più di un impianto tradizionale. Pertanto le varietà resistenti costituiscono la soluzione migliore per una viticoltura senza chimica.

All’introduzione dell’architetto Massimo Vallotto dell’Associazione Territori del Brenta, che ha sottolineato come le coltivazioni che puntano all’iperbiologico preservino l’ambiente rendendolo spendibile anche sul mercato turistico, sono seguiti i saluti di Giovanni Cunico, assessore alla Cultura e Turismo di Bassano, e di Giampaolo Ciet, presidente di PIWI Veneto, associazione con sede a Mel (BL) che promuove la conoscenza dei vitigni resistenti. È quindi toccato a Marzio Zanin, tecnico potatore, entrare nel vivo dell’argomento della giornata.


SCHEGGE

Zanin, trascorrendo 300 giorni all’anno in vigneto, considera il fattore tempo fondamentale in viticoltura e ha sottolineato la necessità di creare viti salubri e longeve poiché la longevità è indice di una pianta sana, integra e capace di produrre uva di qualità. Werner Morandell, viticoltore pioniere dei PIWI in Italia e proprietario della Tenuta Lieselehof a Caldaro (Bz), ha fatto un’interessante carrellata sui due principali rami di ricerca afferenti a Friburgo e all’Università di Udine, sostenendo che l’impiego delle varietà resistenti in viticoltura tutela maggiormente l’ecosistema ambientale grazie a un suolo meno compattato per il minor passaggio delle macchine operatrici tra i filari, le conseguenti minori spese, vini ottimi e più salubri. Alessandro Magrin, enologo, ha parlato in rappresentanza di Helmut Köcher, presidente e fondatore del Merano WineFestival, ponendo l’accento sulle sfide future della viticoltura tra cambiamenti climatici, opportunità produttive e aspettative dei consumatori. La temperatura è il principale motore della fenologia della vite. Diversi studi, tra cui quello condotto da Fondazione Edmund Mach, Centro Alimentazione

Agricoltura Ambiente (C3A) con l’Università di Trento e Fondazione Bruno Kessler hanno indagato l’impatto del mutamento climatico sulle fasi fenologiche della vite. Le simulazioni degli effetti dei cambiamenti climatici hanno indicato che, in futuro, ci saranno mutamenti significativi in agricoltura, con stagioni di crescita più brevi in funzione della regione e del suo microclima. Entro il 2050 le regioni viticole più importanti del mondo vedranno diminuire le loro aree coltivabili dal 25% al 73%, costringendo i viticoltori a piantare le proprie viti a maggiore altitudine. Di fronte a un mutamento climatico che sicuramente cambierà il gusto dei vini da vitigni classici, i vini ottentuti da PIWI possono avere un grande futuro considerando anche l’attuale trend di mercato, che segna da alcuni anni maggiore attenzione a un vino più naturale e senza chimica. Lo stesso parere è stato espresso da Nicola Biasi, enologo e tra i primi a puntare sui PIWI come produttore di un vino ottenuto da uve Johanniter -Vin de La Neu- a Coredo, in alta Val di Non, che considera gli ibridi resistenti una valida risposta ai problemi am-

A fianco I partecipanti all’assemblea/convegno di PIWI Veneto dopo la conferenza, all’assaggio dei vini prodotti con uva da vitigni resistenti provenienti da alcune cantine dei relatori e degli associati, accompagnati da un catering curato dal Ristorante Sant’Eusebio-HAC. Sotto, dall’alto verso il basso Werner Morandell, riconosciuto pioniere delle PIWI in Italia e proprietario della Tenuta Lieselehof di Caldaro (Bz) durante l’assaggio dei vini prodotti da vitigni resistenti seguito al convegno. Il libro di Morandell sui PIWI. Il logo dell’associazione PIWI Veneto, organizzatrice del convegno.

bientali e di riscaldamento globale in quanto, abbisognando di un numero minore di trattamenti, riducono di conseguenza le emissioni di CO2 e il consumo dell’acqua. Biasi, dopo aver elencato vantaggi e svantaggi dei PIWI, ha affermato che la strada da seguire non è facile, ma ha auspicato che tali incroci resistenti con potenziale viticolo, enologico e commerciale altissimo, guadagnino “dignità e stima” meritate. A seguire si sono succeduti gli imprenditori vitivinicoli Silvestro Cracco di Terre di Cerealto di Valdagno (VI), Thomas Niedermayr di Tenuta Hof Gandberg in Alto Adige e Renato Conchione di Terre di Ger in Friuli Venezia Giulia, che hanno raccontato l’esperienza dei loro territori e spiegato le ragioni della scelta delle viti resistenti per i propri vini. Il dibattito conclusivo ha coinvolto i presenti stimolando vari contributi, domande, aneddoti e possibili strategie. A conclusione dell’incontro, è stato offerto un buffet nella splendida cornice del chiostro dell’antico monastero francescano attiguo al Museo, con pietanze abbinate a calici di 8 interpretazioni da vitigni PIWI delle cantine presenti tra relatori e associati PIWI Veneto.

29


Tra i castelli della Loira Un’esperienza tra le più romantiche…

Sì, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Da Chenonceau a Chambord, oltre trecento splendidi castelli rinascimentali, fortezze medievali e giardini all’italiana. Un itinerario adatto alla primavera e all’autunno.

A un’ora di strada da Parigi si entra in una valle incantata, ricca di storia, che riporta i visitatori indietro nel tempo, alla corte dei re Francesco I, Enrico II e di personaggi come Caterina de’ Medici, Diane de Poitiers e Giovanna d’Arco. È la valle della Loira, dichiarata Patrimonio dell’Umanità Unesco, un territorio che va da Amboise a Orléans, passando per Blois e Tours. È qui, lungo il corso della Loira, che si trovano più di cento castelli rinascimentali, medievali, pubblici e privati, sparsi per un territorio unico. Tra i più visitati, con circa un milione di turisti l’anno, c’è il castello di Chenonceau, detto anche “Castello delle dame”. Fatto costruire da Enrico II per la sua amante, Diana de Poitiers, passò alla consorte Caterina de’ Medici alla morte del re. È famosissimo soprattutto per la

Sopra, da sinistra verso destra Gli splendidi castelli di Amboise e di Chenonceau. Quest’ultimo, detto anche “Castello delle dame”, registra la presenza record di un milione di visitatori all’anno.

Sotto Ingres, La morte di Leonardo da Vinci, part., 1818. Parigi, Petit Palais. In questo celebre dipinto il pittore francese ha ritratto gli ultimi istanti di vita del grande genio, assistito amorevolmente dal re Francesco I.

30

sua struttura, che lo solleva di pochi metri sul livello dell’acqua. Il Castello di Amboise è un edificio ricco di storia e il luogo dove pare sia sepolto Leonardo Da Vinci. Fu teatro del complotto degli Ugonotti contro Francesco II e, ancor oggi, si possono vedere i ganci di ferro ai quali vennero appesi i corpi dei cospiratori. Famoso è anche il castello di Chambord, il più grande tra i regali palazzi della Loira: un castello da favola che ha ispirato i disegnatori del film Disney La bella e la bestia. Un’immensa reggia rinascimentale circondata da un parco enorme, riconoscibile per la grande scala a chiocciola esterna realizzata in modo tale che, percorrendola, due persone non si incontrino mai, se non alla base o in cima. Alla costruzione del castello prese parte anche Leonardo da Vinci,

che visse gli ultimi anni della sua vita e morì proprio da queste parti. Infine il castello di Blois, che fu per anni la dimora reale prima che la corte si trasferisse a Parigi nel 1598. Forse è anche per questo che può essere considerato una piccola Versailles. La Salle des Etats, che ospitava il consiglio, è la sala gotica meglio conservata di tutta la regione della Loira. I castelli della Valle della Loira si presentano come uno spettacolo per gli occhi, immersi nella natura in tutta la loro maestosità, tra il verde di rigogliosi prati e giardini e gli argentei riflessi di trasparenti specchi d’acqua. Uno scenario che caratterizza una delle zone più amate da quei turisti che non vedono solo in Parigi l’unico motivo per visitare la Francia.


Dal 4 al 10 agosto 2019 Viaggio di 7 giorni Una cornice di paesaggi incantevoli PARIGI E I CASTELLI DELLA LOIRA

Un viaggio che regala viste di antichi e misteriosi castelli, racconta storie lontane, accarezza lo sguardo con maestosi edifici, diletta con l’arte più fine…

1° giorno - Domenica 4 agosto 2019 Clermont Ferrant Ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e partenza per Vicenza, Brescia, Milano. Pranzo libero lungo il percorso. Nel pomeriggio proseguimento per la frontiera francese con arrivo in serata a Clermont Ferrant e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

2° giorno - Lunedì 5 agosto Chambord - Blois - Tours Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Chambord e visita guidata al castello, immerso in uno splendido parco e considerato uno dei capolavori del Rinascimento francesce. Pranzo libero. Nel pomeriggio arrivo a Blois e visita guidata del castello, una delle residenze preferite dai re di Francia. In

serata arrivo a Tours, città d’arte e capoluogo della Valle della Loira, e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

3° giorno - Martedì 6 agosto Amboise - Chenonceau - Parigi Prima colazione in hotel. Al mattino visita guidata del castello di Amboise, le cui torri e tetti in ardesia dominano la Loira. Il re Francesco I vi trasferì la sua corte e si circondò dei più grandi artisti del Rinascimento, tra cui Leonardo da Vinci. Pranzo libero. Nel pomeriggio visita guidata al castello di Chenonceau, in posizione panoramica sulle rive del fiume Cher e conosciuto come “il Castello delle Dame”. In serata arrivo a Parigi e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento. 4° giorno - Mercoledì 7 agosto Parigi Prima colazione e pernottamento in hotel. Intera giornata dedicata alla visita guidata di Parigi. Al mattino visiteremo la parte storica, il cuore sull’Ile de la Citè, con la cattedrale di Notre Dame, il quartiere Latino e il quartiere di Saint Germain des Pres. Pranzo libero. Nel pomeriggio visita alla parte moderna

Il castello di Chambord, il più imponente di quelli della Loira, fu eretto fra il 1519 e il 1547. Sotto La colorata Place du Tertre, nel quartiere di Montmartre.

con la Torre Eiffel, il Trocadero, l’Arco di Trionfo, gli Champs Elysees e l’Opera. Cena in ristorante.

5° giorno - Giovedì 8 agosto Parigi Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino continuazione della visita guidata della città di Parigi con il quartiere di Pigalle, la collina di Montmartre e passeggiata laddove un tempo si ritrovavano artisti e letterati. Pranzo libero. Pomeriggio a disposizione per attività individuali o shopping.

Quota individuale di partecipazione euro 1.050,00

6° giorno - Venerdì 9 agosto Fontainbleu - Annency Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Fontainebleau e visita guidata al meraviglioso castello medievale, ricostruito nel 1528 e già residenza dei re di Francia. Pranzo libero. Nel pomeriggio proseguimento per Annency e in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

7° giorno - Sabato 10 agosto Annency Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per il rientro. Pranzo libero lungo il percorso. Arrivo in serata.

La quota comprende: - viaggio in pullman gran turismo; - sistemazione in hotel 3/4 stelle in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, bevande incluse; - le guide ove previsto; - gli ingressi ai castelli (Chambord, Blois, Amboise, Chenonceau, Fontainebleau); - auricolari per tutto il tour; - assicurazione medico bagaglio; - nostro accompagnatore.

La quota non comprende: - le camere singole (suppl. di euro 280,00); - le tasse di soggiorno; - le mance e gli extra in genere.

31

All’iscrizione acconto di euro 200,00


Una quindicina le aziende che hanno beneficiato dello strumento

Fondo di Sviluppo per le aziende di Mussolente e Romano d’Ezzelino: erogati finora trecentomila euro

ARTIGIANI

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

Molto soddisfatti gli imprenditori interessati dal progetto, così come gli Amministratori dei due comuni coinvolti, Lo strumento favorisce le imprese nell’acquisto di attrezzature, nel rinnovo e ampliamento dei locali, negli investimenti in formazione, digitalizzazione e ricapitalizzazione.

Sopra, dall’alto verso il basso I soci della Luisetto Cantieri srl, Ivan Giaccon e Marco Luisetto, con Alessio Zordan, funzionario Fidi Nord Est (al centro). Un momento della Conferenza stampa.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

32

Sta riscontrando un ottimo successo il Fondo di Sviluppo per le aziende di Mussolente e di Romano d’Ezzelino, istituito nell’estate del 2018 dalle rispettive Amministrazioni Comunali, da Centroveneto Bassano Banca, Confartigianato Imprese Vicenza e Fidi Nord Est. Lo strumento permette infatti alle piccole aziende di accedere in modo agevolato a prestiti di dimensioni medie, allo scopo di incrementare la loro capacità economica e favorire così lavoro, occupazione e ricchezza. Per dare testimonianza della validità della misura finanziaria, e promuovere questa possibilità verso tutte le imprese locali, si è svolto un incontro nella ditta Luisetto Cantieri srl di Romano d’Ezzelino, prima azienda beneficiaria del prestito agevolato,

utilizzato per un investimento su automezzi e ristrutturazione della sede. L’azienda, specializzata in posa pavimenti, conta un organico di undici addetti tra titolari e dipendenti. Si tratta cioè di una delle tipiche aziende artigiane alle quali è destinato il Fondo, grazie anche all’importante agevolazione dovuta all’abbattimento del tasso per l’intervento dei fondi delle Amministrazioni Comunali. “Abbiamo riscontrato -spiega Marco Luisetto, socio con Ivan Giaccon della ditta- vantaggi interessanti utilizzando questo finanziamento. La procedura è stata rapida e ha avuto un costo molto competitivo; il finanziamento, che può essere utilizzato per più voci di spesa, ci ha consentito di evitare il ricorso alla liquidità aziendale, necessaria alle altre attività del nostro lavoro. Per una ditta in espansione come la nostra, è lo strumento ideale”. Nei due comuni di Mussolente e Romano d’Ezzelino operano 704 aziende artigiane (su un totale di 1.928), realtà che occupano 2.298 addetti su un totale di 9.477 e su una popolazione di oltre 22mila abitanti. “È da circa un anno e mezzo che lavoriamo assieme al Comune di Mussolente -spiega Simone Bontorin, sindaco di Romano d’Ezzelino- e finalmente vediamo i frutti di questo sforzo, costruito apposta per il tessuto economico locale. Quando Confartigianato e Fidi Nord Est hanno proposto tale strumento, abbiamo fatto opportune valutazioni: alla fine ci siamo convinti della bontà dell’iniziativa”. Attualmente il Fondo soddisfa la richiesta di una quindicina di

aziende, per un impiego totale superiore a 300mila euro, e si calcola che prima dell’estate possa arrivare a 500mila euro. Lo strumento è stato pensato per favorire le aziende nell’acquisto di attrezzature, per il rinnovo o l’ampliamento dei locali, per liquidità a favore di start up, formazione, investimenti su digitalizzazione o informatica e ricapitalizzazione. Il meccanismo prevede la ricostituzione del Fondo tramite rate di restituzione versate in modo da avere sempre una quota a disposizione. “Le aziende che finora hanno fatto domanda -commenta Cristiano Montagner, sindaco di Mussolente- sono equamente distribuite nei territori di Romano e Mussolente, a testimonianza del fatto che collaborare porta vantaggi moltiplicati e più ampi. Speriamo ci sia la possibilità di estendere questa misura anche ad altre Amministrazioni”. Alla creazione del Fondo hanno contribuito le due Amministrazioni Comunali (con 100mila euro ciascuna) e Centroveneto Bassano Banca (con 800mila euro) per un totale di un milione di euro. “Si tratta di uno strumento -aggiunge Sandro Venzo, presidente del Mandamento Confartigianato di Bassano- che ha un effetto moltiplicatore e che fa bene alla nostra economia: le aziende investono, acquistano beni, eseguono lavori, facendo a loro volta lavorare altre imprese. Se facessimo un calcolo della forza economica che è in grado di mettere in moto tale strumento, il risultato sarebbe sicuramente sorprendente: una concreta testimonianza di collaborazione pubblico-privato che speriamo altri prendano a esempio!”.


Perla dell’Arcipelago Toscano, è sicuramente una delle isole più incontaminate e suggestive d’Italia

RENAISSANCE

CAPRAIA, PARADISO SUL MARE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

Di origine vulcanica, offre ai visitatori l’opportunità di incantevoli camminate lungo mulattiere e sentieri immersi nella macchia mediterranea ed entusiasmanti esplorazioni fra selvagge scogliere.

Tra gli isolani e il resto del mondo c’è sempre un elemento di ingovernabilità, che consiste nell’irriducibilità del mare. Peppino di Capri

Circondata dal mare Tirreno, poco distante dalla Corsica, sorge una delle isole più incontaminate dell’Arcipelago Toscano: Capraia. Qui ci aspetta infatti un ambiente selvaggio, ideale per ammirare una grande varietà di flora e di fauna. L’isola, di origine vulcanica, lunga otto chilometri e larga quattro, fa parte della riserva naturale del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano; delle sette isole che lo compongono è la più occidentale e lontana dalle coste italiane. In primavera Capraia offre la possibilità di camminate lungo mulattiere e suggestivi sentieri immersi nella colorata macchia mediterranea, esplorazioni fra le selvagge scogliere (in gran parte raggiungibili solo dal mare) e, per gli appassionati di birdwatching, il passaggio di molte specie di uccelli migratori. Nella parte interna un laghetto, conosciuto come Stagnone e alimentato dalle acque piovane, richiama i numerosi uccelli che vengono qui a svernare.

Sopra, dall’alto verso il basso La suggestione di Cala rossa. Una mappa dell’isola, lunga circa otto chilometri e larga quattro. In alto Il porticciolo di Capraia, sul quale svetta il Forte di San Giorgio.

34

Il mare, limpidissimo, offre una ricca varietà di fauna e flora, ideale meta per gli appassionati di snorkelling. Anticamente Capraia ospitava una colonia di foche monache, estinte ormai da tempo; il loro ricordo sopravvive tuttavia nell’omonima grotta. Si spera che un giorno possano ritrovare nuovamente qui la loro casa! Lentisco, mirto, rosmarino, erica, corbezzolo e numerose specie endemiche costituiscono la flora dominante dell’isola. Le coste, molto alte e rocciose, salgono rapidamente fino a raggiungere i 447 metri del Monte Castello. Sulla punta sud si trova Cala rossa, tra le più spettacolari del Mediterraneo: sulle sue acque cristalline si rispecchia il contrasto tra le rocce chiare del promontorio dello Zenobito e quelle rosse della parete a picco sul mare. Capraia era conosciuta fin dai tempi dei greci e degli etruschi; in seguito divenne un importante presidio navale romano. In epoca medievale fu un feudo pisano

e genovese, spesso oggetto di assalti da parte dei saraceni. Furono proprio i genovesi a erigere il Forte di San Giorgio con le tre torri di avvistamento che ancora oggi dominano la costa. Il nome “Capraia” deriva molto probabilmente dalla presenza delle capre selvatiche che popolavano l’isola, ma potrebbe avere però anche un’origine etrusca con il significato di “roccia”. Recentemente, grazie a iniziative private, le capre sono state reintrodotte ed è bello vederle inerpicarsi sui pendii, ripopolando così quella che era la loro isola. I formaggi, dai sapori e dagli aromi tipici della macchia mediterranea, rappresentano una delle delizie di questo piccolo Paradiso! Altri ottimi prodotti sono il miele millefiori, i distillati e il vino, tutti rigorosamente biologici nel rispetto dell’ambiente. Capraia si raggiunge dal porto di Livorno con una traversata in traghetto di circa due ore e quarantacinque minuti. Buona escursione!


Il Comune di Rossano Veneto ha da poco terminato la ristrutturazione degli annessi di palazzo Sebellin: un primo passo verso il recupero dello storico complesso

IL RAPPORTO

di Andrea Minchio

Così antichi fabbricati riacquistano la dignità dei tempi andati

Fotografie: Zanata Group Studio Associato Bassano del Grappa Archivio Editrice Artistica

Preceduto da una rigorosa analisi filologica, il progetto dell’architetto bassanese Felics Zanata ha finora riguardato l’edificio che un tempo ospitava le scuderie. Dapprima penalizzato da un pesante degrado, lo stabile si presenta oggi felicemente tornato alla luce e pronto per essere utilizzato come originale sede di molte associazioni di volontariato.

I Sebellin, munifici signori di Rossano, e il loro palazzo Palazzo Sebellin costituisce da sempre un significativo punto di riferimento a Rossano Veneto. Si tratta infatti di un’autentica emergenza architettonica, posta in posizione centrale fra tre importanti arterie: via Roma, via Bassano e la prosecuzione di quest’ultima, che assume la denominazione di via Salute. Il fronte occidentale, inoltre, affaccia su piazza Duomo, mentre quello a nord su piazzetta Tre Rose. L’edificio risale alla fine del XVIII secolo e nel Catasto Napoleonico del 1809 si presenta con pianta

Sopra, da sinistra verso destra Il prospetto nord degli annessi di palazzo Sebellin a Rossano Veneto, prima e dopo il recente intervento di recupero. L’analisi storica ed edilizia, unitamente all’attenta lettura degli elementi tipologici, ha consentito di ripristinare i tre elementi ad arco, imprimendo così alla facciata una sobria e composta eleganza.

Sotto, da sinistra verso destra Il complesso architettonico di palazzo Sebellin nei Catasti Napoleonico e Austriaco, e in un estratto di mappa dei giorni nostri.

36

quadrangolare e già provvisto dei relativi annessi, disposti in modo tale da formare una corte interna. La costruzione dell’immobile venne avviata nel 1785 dai fratelli Bernardo e Baldassare Sebellin, che lo destinarono a propria abitazione, non trascurando poi di integrarlo con alcuni fabbricati adibiti a uso rurale. Una scelta non casuale se si considera che a Rossano, a partire dal primo Quattrocento, la Serenissiva aveva provveduto allo scavo di canali (alimentati dal Brenta) favorendo l’industrializzazione del territorio, arricchitosi di conseguenza di mulini, cartiere, segherie, magli…

Imprenditori a tutto campo, i Sebellin edificarono poco tempo dopo una fabbrica posta a sud del Duomo e destinata ad attività di filatura, “un edificio da Orsolio alla Bolognese di ruote tre”, come si evince da una supplica presentata nel 1792 al Magistrato dei Beni Inculti: insomma una filanda per la lavorazione della seta molto attrezzata (“con fornelli n. 43, 7 fuori uso”). Notizia, questa, tratta dal Catasto Napoleonico e puntualmente riportata da Clelia Lunardon Marin in Rossano Veneto. Scampoli di storia e di vita (Moro, 1990). Oltre che nel settore tessile i Sebellin erano pure attivi in altri ambiti industriali. All’inizio del XIX secolo, infatti, Baldassare rilevò la manifattura di terraglie inglesi del conte Carlo Vicentini del Giglio, azienda sorta a Vicenza nel 1788 nei pressi di Porta Santa Croce e specializzata nella produzione di terraglie inglesi (servizi da tavola, vasi, catini, statuette…), sulla falsariga di quanto veniva proposto in


Toscana dai marchesi Ginori. Le notevoli disponibilità finanziarie della famiglia e l’amore per Rossano portarono in seguito i Sebellin ad acquisire vaste aree in quel comune (una di queste coincide oggi con l’omonimo parco, a nord-est del palazzo); ma anche a impegnarsi a fondo nella vita sociale e nello sviluppo economico del paese. Basti per esempio pensare che alla fine dell’Ottocento Riccardo Sebellin, nipote di Baldassare, si adoperò alacremente per migliorare la qualità della vita dei rossanesi spingendo per la realizzazione di una serie di opere pubbliche: dalla costruzione di marciapiedi, strade, pozzi e pompe igieniche all’installazione della rete elettrica e all’assunzione di illuminati provvedimenti sanitari. Tornando al palazzo, è altrettanto significativo che nel 1876 venne lasciato in dono da Baldassare Meneghini Sebellin (parente acquisito della storica famiglia) al Comune, che lo destinò poi a sede del Municipio. L’importante lascito è ricordato in una lapide dello stesso anno, collocata su una parete del piano nobile, che recita testualmente: “A Baldassare Meneghin Sebellin, cittadino probo intelligente che questa casa legò al Comune a sede del Consiglio Civico e delle Scuole, memoria di gratitudine imperitura”.

Architetture antiche: “patrimoni culturali” da salvare, anche se si tratta di edifici “minori” Palazzo Sebellin costituisce un bell’esempio di architettura signorile veneta della fine del XVIII secolo. Si tratta di un edificio di tre piani a pianta quadrangolare, la cui facciata principale è rivolta a mezzogiorno. Il ritmo regolare delle forature è interrotto solo nella parte centrale

Sopra e a fianco Due belle vedute di Rossano Veneto in altrettante cartoline degli anni Sessanta del secolo scorso. Palazzo Sebellin, allora sede del municipio, compare in entrambe, evidentemente ritenuto fra le attrattive del comune. Nell’immagine a sinistra si scorge anche la sagoma della Torre dell’acquedotto, di chiara impronta razionalista, realizzata durante il Ventennio.

da un portale al pianterreno, elemento che è riproposto al piano nobile accompagnato però da un poggiolo con un’austera balaustra in marmo bianco. L’accesso avviene attraverso due entrate, la più importante dà su via Roma, mentre la secondaria si trova al centro del prospetto settentrionale. Il piano nobile si caratterizza per l’ampio e arioso salone pavimentato alla veneziana: un ambiente raffinato che imprime all’edificio un’impronta sobria e decorosa al tempo stesso. Ovviamente nel corso degli anni la distribuzione interna ha subito diverse modifiche, che tuttavia

non hanno pregiudicato l’integrità del fabbricato. Dopo aver ospitato per oltre un secolo il Comune di Rossano, e cioè fino al Duemila, anno in cui gli uffici sono stati trasferiti nel nuovo Municipio (laddove prima si trovavano le Scuole Elementari Marconi), a palazzo Sebellin hanno trovato domicilio diverse associazioni: culturali, sportive, di volontariato e sociali. Negli ultimi tempi, tuttavia, le condizioni degli immobili non erano più idonee ad accogliere tale destinazione d’uso. Lo stabile, e soprattutto i relativi annessi, richiedevano infatti un

Qui sotto Manifattura Fratelli Sebellin - Vicenza, Grande zuppiera con scena di caccia, terraglia, XIX secolo (p.g.c. De Munari Antiquariato e 900 - Vicenza).

37


A fianco Il centro di Rossano Veneto in due fotografie del primo Novecento: in entrambe è visibile il prospetto principale di palazzo Sebellin. Qui sotto Il fronte nord del complesso di palazzo Sebellin.

radicale intervento di recupero, necessità divenuta inderogabile. Così, nell’ambito della riorganizzazione degli spazi di proprietà, il Comune di Rossano Veneto ha programmato la ristrutturazione del palazzo e delle sue pertinenze. Finora è stata realizzata la prima parte del progetto di recupero, vale a dire quella relativa al corpo di fabbrica a est del palazzo, probabilmente un tempo adibito a scuderia. Un lavoro esemplare, pur trattandosi di un edificio certamente meno appariscente e importante del palazzo, che ha richiesto al progettista, Sopra, dall’alto verso il basso Le Scuole Elementari Marconi in uno scatto del 1918 e l’edificio così come si presenta oggi. Dal 2000 è sede del Municipio.

A fianco Il pianterreno degli annessi di palazzo Sebellin, prima e dopo il recente intervento. Un’immagine elequente, che documenta come sia possibile recuperare un immobile, anche fortemente degradato, evitando così di consumare suolo.

38

l’architetto Felics Zanata, una accurata analisi filologica. E, soprattutto, una buona capacità di lettura, alla luce del pesante degrado in cui versava l’immobile e della presenza di inopportuni tamponamenti che ne rendevano di fatto quasi irriconoscibile il prospetto originario. Purtroppo situazioni di questo tipo non mancano nel nostro territorio. Sono numerosi infatti i fabbricati storici, generalmente sette-ottocenteschi (ma non solo), spesso abbandonati da decenni e in gravi condizioni di fatiscenza. Il rischio di possibili crolli può allora portare

a estreme conseguenze e cioè alla decisione di abbatterli; senza tuttavia considerare che essi costituiscono un vero e proprio patrimonio architettonico e culturale, nonché una testimonianza tangibile di passati impieghi (residenziali, produttivi o di servizio) legati ai luoghi e ai tempi. Viene per esempio alla memoria il caso di una bella costruzione colonica di epoca settecentesca, appartenuta un tempo al podestà Bombardini, nella quale alloggiarono alcuni ufficiali superiori napoleonici durante il Congresso di Bassano (1797): lo stabile,


molto degradato ma certamente recuperabile, venne abbattuto qualche anno fa (con l’autorizzazione della Soprintendenza) per far posto a un centro commerciale. Tornando a Rossano, per capire dunque quali scelte siano state operate nel recupero degli annessi di palazzo Sebellin, abbiamo incontrato l’arch. Felics Zanata dello studio di progettazione Zanata Group di Bassano. “Al contrario di quanto è storicamente avvenuto per il palazzo -ci spiega il professionista- gli annessi avevano purtroppo subito nel corso degli anni numerosi rimaneggiamenti, che hanno poi finito per comprometterne del tutto i caratteri tipologici costruttivi originari. Uniche eccezioni, la facciata sud, alcune capriate lignee della copertura e una traccia della pavimentazione in cotto (a spina di pesce) del primo piano. In fase di progetto si è dunque deciso di rimuovere le superfetazioni, conservando naturalmente le strutture perimetrali, e di riproporre nel prospetto nord aperture compatibili con l’aspetto originario del fabbricato; vale a dire due archi (in sequenza con quello tamponato), dei quali in corso d’opera si è effettivamente rilevata la presenza dopo la rimozione degli intonaci. Nella facciata rivolta a sud (su via Roma) sono state invece conservate le aperture esistenti.

Durante i lavori, inoltre, l’eliminazione del controsoffitto ci ha consentito di riportare alla luce nove capriate in legno. Fra queste, quelle maggiormente deteriorate sono state ricomposte utilizzando parte del legname recuperato dallo smontaggio del solaio: una soluzione sicura dal punto di vista statico ed esteticamente gradevole. Sempre in corso d’opera, con nostra grande soddisfazione, è stata scoperta al pianterreno una preesistente pavimentazione in pietra locale (Rosso Asiago, Verdello e Biancone), che è stata riproposta. Al piano superiore, sulla base di quanto era emerso in precedenza dall’analisi filologica, si è invece optato per dei mattoni posati a spina di pesce, utilizzando come unità di misura i piedi bassanesi. Pure in questo caso il risultato è gradevole. Merito anche della grande collaborazione offerta dagli uffici tecnici del comune di Rossano (coordinati dal dott. Adriano Ferraro) e della sempre fattiva supervisione da parte della Soprintendenza. In conclusione ritengo si possa affermare che la comunità, e in particolare le associazioni che friuranno di questo spazio, hanno oggi ritrovato un piccolo tesoro. Il prossimo obiettivo, a questo punto, sarà quello di restituire ai rossanesi anche il blasonato palazzo che fu della famiglia Sebellin”.

“Il recupero degli annessi -spiega Morena Martini, sindaco di Rossano Veneto- costituisce il primo passo di una serie di restituzioni che vedono la nostra Amministrazione impegnata nello sforzo di riconsegnare alla città il suo non trascurabile patrimonio storico-monumentale. L’inaugurazione di questi spazi è prevista per i primi di maggio; da quel momento il pianterreno sarà a disposizione delle persone della terza età, mentre il livello superiore sarà utilizzato come aula-studio dagli studenti, ma fruito anche dalle associazioni. Nel frattempo, però, la progettazione per il recupero del palazzo vero e proprio è stata affidata pure in questo caso allo studio Zanata Group di Bassano. A lavori terminati, l’edificio ospiterà le sedi della Protezione Civile e della Pro Loco; ma potrà accogliere anche varie associazioni. Un intervento davvero importante riguarderà poi piazza Duomo: saranno abbattuti gli edifici del vecchio Patronato, risalenti agli anni ’50 e inutilizzati, per realizzare due corpi di fabbrica uniti da un raccordo. La destinazione d’uso? In parte legata ad attività pastorali, in parte all’istituzione di Botteghe per la disabilità. Dulcis in fundo: il recupero dell’altro palazzo Sebellin (davanti a piazza Europa), che diventerà il Palazzo delle Arti. Ma di questo parleremo più avanti”.

Sopra, da sinistra verso destra Il piano superiore, prima e dopo l’intervento. Sotto, dall’alto verso il basso La facciata sud degli annessi, a lavori conclusi. I particolari della bella copertura a capriate in legno e della ritrovata pavimentazione in pietra (al piano terreno).

39


“E il naufragar m’è dolce in questo mare”

GIACOMO LEOPARDI

IL CENACOLO

di Chiara Ferronato

200 anni di Infinito (1819-2019)

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Luglio 1819 (verso la fine del mese): Giacomo Leopardi chiede al conte Saverio Broglio d’Ajano di aiutarlo a ottenere un passaporto, destinazione il Lombardo-Veneto. Allega alla richiesta i suoi connotati: “Età 21 anni. Statura piccola. Capelli neri. Sopracciglia nere. Occhi cerulei. Naso ordinario. Bocca regolare. Mento simile. Carnagione pallida. Professione possidente”. Non dice perché gli serve un passaporto: ma è per scappare di casa. Si è procurato alcuni arnesi per scassinare la cassaforte del padre, a cui scrive una terribile lettera e, con “barbara allegrezza”, è pronto alla fuga. Viene scoperto, ripiomba nella “mortifera malin-

Giacomo Leopardi (29 giugno 1798, Recanati - 14 giugno 1837, Napoli).

A fianco Il manoscritto originale de L’infinito, conservato nell’Archivio comunale di Visso (MC).

L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, E questa siepe, che da tanta parte Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati Spazi di là da quella, e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete Io nel pensier mi fingo; ove per poco Il cor non si spaura. E come il vento Odo stormir tra queste piante, io quello Infinito silenzio a questa voce Vo comparando: e mi sovvien l’eterno, E le morte stagioni, e la presente E viva, e il suon di lei. Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio: E il naufragar m’è dolce in questo mare

A Monaldo Leopardi, Recanati [Recanati: senza data, ma fine Luglio 1819] Mio Signor Padre. Sebbene dopo aver saputo quello ch’io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno di esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l’ha sempre

40

conia”, gli fanno male gli occhi, passa le giornate avanti e indietro tra il giardino e la stanza della “biccoccaccia” (palazzo Leopardi, piazza Montemorello, Recanati), non può leggere, ogni tanto si sporge sull’orlo della vasca che raccoglie l’acqua per annaffiare piante e fiori, qualche volta esce, sale lungo la strada di Santo Stefano che costeggia il muro di cinta della sua prigione e che porta al monte Tabor. Di ritorno da queste passeggiate, in un giorno di settembre, sul morir dell’estate, scrive L’infinito. Il naufragio più celebre della letteratura di ogni tempo. Chiara Ferronato

amata e l’ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere. Ella conosce me, e conosce la condotta ch’io ho tenuta fino ad ora, e forse quando voglia spogliarsi d’ogni considerazione locale, vedrà che in tutta l’Italia, e sto per dire in tutta l’Europa, non si troverà altro giovane, che nella mia condizione, in età anche molto minore, forse anche con doni intellettuali competentemente inferiori ai miei, abbia usato la metà di quella prudenza, astinenza da ogni piacer giovanile, ubbidienza e sommessione ai suoi genitori ch’ho usata io. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto ed hanno portato di me quel giudizio ch’Ella sa, e ch’io non debbo ripetere. Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente colle sue massime, hanno giudicato ch’io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se mi si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per fare riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di sé […]. Certamente non l’è ignoto che non solo in qualunque città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17 anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch’essi tutti hanno in quell’età nella mia condizione, libertà di cui non era appena un terzo quella che mi s’accordava ai 21 anno.


Ma lasciando questo, benché io avessi dato saggi di me, s’io non m’inganno, abbastanza rari e precoci, nondimeno solamente molto dopo l’età consueta, cominciai a manifestare il mio desiderio ch’Ella provvedesse al mio destino, e al bene della mia vita futura nel modo che le indicava la voce di tutti. […] Contuttoché si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che un barlume, Ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia. Io vedeva i miei parenti scherzare cogl’impieghi che ottenevano dal sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi con effetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che perciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle risa, ed Ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di questo suo figlio. […] Ella conosceva ancora la miserabilissima vita ch’io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi proccurava la mia strana immaginazione, e non poteva ignorare quello ch’era più ch’evidente, cioè che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva visibilissimamente, e ne sofferse sino da quando mi si formò questa misera complessione, non v’era assolutamente altro rimedio che distrazioni potenti e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare. Contuttociò Ella lasciava per tanti anni un uomo del mio carattere, o a consumarsi affatto in istudi micidiali o a seppellirsi nella più terribile noia, e per conseguenza, malinconia, derivata dalla necessaria solitudine e dalla vita affatto disoccupata, come massimamente negli ultimi mesi. […] Ed ora che la legge mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi della mia sorte. Io so che la felicità dell’uomo consiste nell’esser contento, e però più facilmente potrò esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali possa godere in questo luogo. […] So che sarò stimato pazzo, come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome. E perché la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione, perciò non mi sgomenta che la mia cominci così. Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo. I padri sogliono giudicare dei loro figli più favorevolmente degli altri, ma Ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente d’ogni altra persona, e quindi non ha mai

IL CENACOLO

creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche. […] Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta ch’io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa medesima e con quello ch’io porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono, e non potendo sperar più nulla da Lei, per l’espressioni ch’Ella si è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far dispiacere a Lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione. Alle quali io son grato sino all’estremo dell’anima, e mi pesa infinitamente di parere infetto di quel vizio che abborro quasi sopra tutti, cioè l’ingratitudine. La sola differenza di principii, che non era in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch’io fo, è stata cagione della mia disavventura. È piaciuto al cielo per nostro gastigo che i soli giovani di questa città che avessero pensieri alquanto più che Recanatesi, toccassero a Lei per esercizio di pazienza, e che il solo padre che riguardasse questi figli come una disgrazia, toccasse a noi. Quello che mi consola è il pensare che questa è l’ultima molestia ch’io le reco, e che serve a liberarla dal continuo fastidio della mia presenza, e dai tanti altri disturbi che la mia persona le ha recati, e molto più le recherebbe per l’avvenire, Mio caro Signor Padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, io m’inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, e così spero che sarà d’ora innanzi. Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a servirmi. L’ultimo favore ch’io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di questo figlio che l’ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch’Ella si possa lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si nega neanche ai malfattori.

Sopra, dall’alto verso il basso Monaldo Leopardi (16 agosto 1776 30 aprile 1847, Recanati). Il Monte Tabor, presso Recanati, noto anche come Colle dell’Infinito, in omaggio al grande poeta. Palazzo Leopardi a Recanati: qui il poeta trascorse la sua infanzia e la sua tormentata gioventù.

Questa lettera affidata a Carlo non fu mai consegnata a Monaldo e fu resa nota soltanto dopo la sua morte.

41


Sempre in di più lo scelgono come colore per i loro capelli

IL FASCINO SOTTILE DEL GRIGIO

ESERCIZI DI STILE

di Federica Augusta Rossi

Anche se per le donne la questione è sicuramente più complessa, lo charme donato dal cosiddetto effetto “pepe & sale” non è più un appannaggio esclusivo degli uomini…

L’acconciatura è l’elemento definitivo per capire se una donna conosce se stessa oppure no.

Hubert de Givenchy

Sono tutte di grigio. Sono addirittura ben più di cinquanta. Sono sfumature che non hanno nulla a che fare con romanzi o film a sfondo erotico. Anche se riguardano le donne e i loro capelli. Dopo decenni in cui il palesarsi dei primi fili bianchi e grigi così proditoriamente nascosti tra il folto della capigliatura ha seminato terrore nell’universo femminile, causando malori o crisi di panico davanti alla specchio del bagno, ora più di qualcuna può tirare un sospiro di sollievo. Merito di una vera e propria inversione di tendenza. Che sia moda oppure nuova consapevolezza è una distinzione di importanza relativa. Sta di fatto che l’inevitabile metamorfosi della capigliatura femminile, tanto temuta e così tenacemente contrastata a suon di tinte ritocchi e mèches, oggi può addirittura trasformarsi in motivo di vanto. Finalmente, viene da dire. Perché non è affatto vero che il fascino del cosiddetto “pepe & sale” debba restare appannaggio dei soli uomini. Certo, per le donne la questione è più complessa. L’effetto brizzolato da solo non basta e le variabili da valutare sono numerose. Ma il connubio tra la fiera disinvoltura di una

donna dai capelli bianco-grigi e la competenza dell’hairstylist può trasformare la capigliatura in un punto di forza. Altro che Sansone e i suoi muscoli. In questo caso si tratta di fascino, arma assai più sottile e potente, ma tutto tranne che letale. Tanto da essere desiderata anche dalle giovani che, con largo anticipo rispetto all’orologio delle stagioni, ricorrono ai migliori saloni di bellezza per tingere le chiome di nuovi riflessi. È questa la decisione di chi desidera essere alla moda. Allora la decolorazione è il primo passo da compiere e affidarsi a mani esperte per il rispetto del capello e la scelta della giusta nuance per esaltare l’incarnato diventa un obbligo. Se invece la parte di chioma bianca si avvicina al 60% del totale il gioco si fa ancora più semplice. Basteranno un pizzico di coraggio e una sana voglia di libertà, quella di affrancarsi dalla lotta estenuante contro i capelli bianchi. In entrambi i casi ecco arrivare in sostegno palette di tante tonalità quanti sono i grigi esistenti al mondo tra rocce e metalli. Per le carnagioni più calde e ambrate il suggerimento è quello di creare un sapiente gioco di chiaroscuri. Per le pelli più chiare, invece,

il consiglio è quello di preferire sfumature più fredde, tipo il platino e l’argento. Ma anche fumo, antracite e cenere in varie gradazioni sono ottime scelte. Se poi si vuole aggiungere un tocco di allegria, lievissimi accenni di celeste, lilla o violetto saranno perfetti. In tutti i casi, però, la parola d’ordine è la cura del capello con la scelta di prodotti anti giallo e anti crespo e, in caso di decolorazioni, uno studio attento delle varie fasi. Meglio progredire per tappe graduali, perché il rischio è quello di apparire improvvisamente “più vecchie”. E questo è di certo l’ultimo dei risultati che ogni donna desidera ottenere. Sia che sia giovanissima, e abbia come riferimento la Lady Gaga sul red carpet dell’ultima Mostra del cinema di Venezia, sia che abbia già raggiunto la maturità e ambisca al look stile Meryl Streep nella splendida interpretazione ne Il diavolo veste Prada, il desiderio è quello di rivalutare un colore da sempre associato all’incanutimento. Se qualcuno oserà obiettare che si tratta di vezzi da diva, si potrà replicare che dentro ogni donna c’è sempre una stella che aspetta solo di nascere e risplendere. Magari con un riflesso argenteo.

A fianco, da sinistra verso destra Meryl Streep, nei panni di Miranda Priestly (Il diavolo veste Prada, 2006), Jamie Lee Curtis e Lady Gaga. Seppur in diverse declinazioni e tonalità, tutte esibiscono una capigliatura dal colore grigio.

Qui sotto Rosalba Carriera, Autoritratto da vecchia, 1746. Castello di Windsor, The Royal Collection Trust.

43


Molti dei suoi figli illustri, a partire da Cavour, hanno contribuito a dar vita alla nobile tradizione enologica della regione

LE TERRE DEL VINO

I VINI DEL PIEMONTE (prima parte)

di Nino D’Antonio

nostro corrispondente

È impossibile non associare lo straordinario paesaggio collinare delle Langhe e del Monferrato, ricco di vigneti ordinati, alla produzione dei grandi Rossi, celebrati anche dalla letteratura…

Prima ancora che alle immagini della nostra storia, quantomai cariche di una particolare suggestione - e che a partire dall’Ottocento camminano di pari passo con quelle dei suoi celebrati vini il Piemonte ci rimanda alla precisa ripartizione del suo territorio. Nel senso che offre la più netta distinzione fra montagna, collina e pianura. Tre aree che in genere - specie nel Sud - risultano confuse e frammiste, con ogni prevedibile conseguenza per l’utilizzo dei terreni e delle relative colture. Terra di esemplare geografia, quindi, tutta posizionata a occidente, a ridosso di quella Savoia, che non è estranea alle sue vicende. Ma anche terra che ospita i maggiori massicci alpini - Monviso, Gran Paradiso, Monte Rosa - per poi cedere al morbido andamento

Qui sopra Il piccolo comune di Barolo (circa 700 abitanti), disteso sulla sommità di un colle in posizione panoramica, dà nome al rinomato vino rosso. Sotto Cavour (1810-1861): l’eminente statista piemontese aprì la via alle fortune vinicole della sua terra.

44

dei due grandi gruppi di colline, il Monferrato e le Langhe, fino ad aprirsi all’ampia e distesa pianura sulla riva sinistra del Po. E proprio a queste colline - che l’arte e la letteratura non hanno mancato di celebrare - bisogna far capo per individuare le terre del vino. La diversità fra i due sistemi collinari è dal punto di vista geografico quanto mai tenue. Mentre ben più decisa è quella antropologica, culturale, di costume. Nel senso che le Langhe non sono il Monferrato e viceversa. Un distinguo che può apparire anche artificioso, vista la contiguità dei due gruppi, per i quali non esistono precisi confini. Ma del quale va preso atto. Le Langhe sono alture disposte a catena, che si fanno sottili alle creste - da qui il nome nel linguag-

gio locale - e occupano l’alta e media valle del Belbo. Siamo nelle terre di Pavese, nell’ambientazione dei suoi racconti più intensi, ma anche lungo il corso di quel fiume che divide la Bassa Langa, ricca di vigneti, da quella Alta, più selvaggia. Sono paesaggi incantati, panorami apertissimi, quinte di colline sulle quali la vista corre fino alle creste, che sono più asciutte, decise e dure, di quelle del Monferrato. Ovunque, qui, l’abitato e le colture esprimono intensi valori di ambiente e d’arte. A cominciare da Alba, cuore delle Langhe, al tempo stesso medievale, gotica e barocca. La plaga di colline è chiusa a nord dall’arco del Po, a ponente e a levante dalla pianura, mentre a sud quasi si confonde e sconfina nelle Langhe. È un andamento più dolce, che va dai trecento ai settecento metri, percorso e diviso da un’intricata geografia di generosi torrenti e fitti vigneti. Così basta dire Piemonte, perché al territorio si associ subito la presenza di grandi vini. Anzitutto Rossi. Per i quali va detto che nessuna regione, al pari del Piemonte, ha potuto contare, sulla stretta connessione fra agricoltura e istituzioni, che è come dire fra vino e politica. Questo, anzitutto, grazie a uomini come Cavour, che non solo ha fatto l’Italia, ma ha aperto la via alle fortune vinicole della sua terra. Si pensi alla battaglia contro l’oidio (una muffa assai dannosa); alle prime ricerche ampelografi-


che per individuare le uve da vino; alla definizione di una terminologia, ancora infarcita di termini dialettali. Cavour s’intendeva di viti e faceva vini dei quali era orgoglioso. A cominciare da quel Barolo, il “re dei vini e il vino dei re”, nato dalla passione di Juliette Colbert, questo il suo nome, che sposa a ventidue anni il marchese Carlo Tancredi Falletti. Siamo ai primi dell’Ottocento, quando la nobildonna chiama l’enologo francese Louis Oudart, che già lavorava per Cavour. L’obiettivo è tirar fuori un vino importante, da poter reggere il confronto con quelli di Francia. Oudart intuisce che la maturazione tardiva del Nebbiolo (di cui il Barolo è il figlio più illustre) e il freddo intenso delle cantine piemontesi bloccavano il processo di fermentazione. Di qui una quantità di zuccheri residui, responsabili di annullare le grandi potenzialità del vitigno. Ma il Piemonte dei vini non è in debito solo con la nobiltà. Né Cavour è stato il primo politico. Nell’Italia repubblicana va ricordato il presidente Luigi Einaudi, celebre economista, appassionato produttore di vini nella sua Dogliani. Direi anzi che il Piemonte deve non poca riconoscenza a molti dei suoi grandi figli. Che non hanno mai trascurato di vivere il mondo del vino in prima persona, ponendolo al centro delle loro opere. Si pensi a Beppe Fenoglio, lo scrittore che ha lavorato per anni in una famosa cantina, a Cesare Pavese, a Giorgio Bocca. E l’elenco è di certo lacunoso. Due le aree viticole ormai consacrate. E precisamente quel territorio di colline che - da sud verso nord - va dalle Langhe al Monferrato. Un altopiano che dall’Appennino ligure avanza verso il Po, senza alcun confine fra i due insediamenti, né alcuna diversità di paesaggio. Il quale è

sempre dominato dalle vigne, che coprono ogni versante delle colline. Viti ordinatissime, che danno all’ambiente una sicura identità. Le viti rappresentano da sempre un vero e proprio monopolio, e fanno la storia di questi territori. Anche di quella più privata. Si racconta, infatti, che i bambini nati nel Monferrato siano stati a lungo battezzati col vino. Certo, il territorio. Certo, la storia. Ma è la gente a vivere con orgoglio tutto quello che c’è dietro i loro vini. Un langarolo sa intrattenere gli amici intorno alla riconosciuta nobiltà del Barolo, contrapposta alla spontanea e popolare Barbera, e lo fa con competenza e quel pizzico di orgoglio che è difficile ritrovare su altri temi. Così il vino non è solo un’eccellenza della sua terra, ma ne racchiude i valori, le tradizioni, la storia. Dal Museo Enologico de La Morra, a una decina di chilometri da Alba; al Castello Falletti a Barolo; all’Enoteca regionale di Grinzane Cavour. D’altra parte, l’enologia deve essere grata non poco al Piemonte. Dalla lotta all’oidio, condotta dalla Reale Accademia dell’Agricoltura sotto la spinta di Cavour, a quella contro la peronospora, alla scoperta dell’innesto con le viti americane, portate avanti dalla Scuola di Viticoltura di Alba, fino all’uso del filo di ferro, al posto delle tradizionali pertiche e canne oriz-

zontali. Un sistema adottato per la prima volta a Barolo, nel 1850. Ma prima ancora di accreditare i suoi vini, a partire dagli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, il Piemonte si è già ritagliato un posto d’onore nel panorama enologico internazionale. Alla fine del Settecento il Vermouth di Torino - nato ad opera di Antonio Carpano, con mescita sotto i portici di Piazza Castello - non ha rivali. È un vino aromatico, profumato con droghe ed erbe, assai gradevole, e soprattutto dal gusto del tutto nuovo. Sulla scia di Carpano, seguiranno Gancia, Martini, Cinzano, Ballor, mentre i fratelli Cora saranno i primi a esportare il Vermouth in America, nel 1838. È una generazione di imprenditori che cerca spazio oltre i confini, con tutte le disfunzioni e le incertezze di quegli anni. Quando anche la ricezione di una lettera richiedeva più di un mese, se destinata oltre Oceano. Senza contare che la presenza presso qualche fiera o i tentativi per un’avventurosa degustazione all’estero, comportavano impegni assai gravosi, anche sul piano economico. Eppure, è a questa pattuglia di produttori - qualcosa a mezza strada tra il proprietario di vasti vigneti e l’aspirante imprenditore - che il Piemonte, e non solo, deve la conoscenza dei nostri vini Oltralpe.

Sopra, da sinistra verso destra Beppe Fenoglio (1922-1963) e Cesare Pavese (1908-1950), rappresentanti illustri della cultura letteraria piemontese e nazionale.

In alto Nel 2014 i paesaggi vitivinicoli delle Langhe e del Monferrato sono stati inseriti nella lista dei siti riconosciuti Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

A fianco Una pregiata bottiglia di Barolo della Cantina Giacomo Borgoglio & Figli, Riserva 1964 (per gentile concessione Rarest Wines Bassano).

Continua nel prossimo numero

45


In autunno aprirà a San Zenone degli Ezzelini il Museo Multimediale dell’Antica Pieve

GRANDI TRADIZIONI

Sulle tracce di Alberico & C.

di Antonio Minchio Fotografie: archivio Comune di San Zenone degli Ezzelini, Maurizio Baldan, Bruno Martino

Il coraggioso progetto prevede il riallestimento e la riqualificazione del compendio del Colle Castellaro. Molte e significative le novità. Si tratta di un intervento culturale all’insegna della ricerca e della divulgazione, che tiene in debito conto anche le esigenze delle diverse tipologie di disabilità per garantire una fruizione davvero aperta a tutti.

Da San Zenone degli Ezzelini è giunta in redazione un’ottima notizia: il prossimo autunno, nel sito storico del Colle Castellaro, sarà aperto al pubblico il Museo Multimediale dell’Antica Pieve. A tale realtà culturale, fortemente voluta dalle istituzioni cittadine e concepita con la significativa collaborazione del laboratorio di ricerca Gens Iulia, è destinato un ruolo di narrazione e lettura della storia del territorio sanzenonese e della Pedemontana. Un progetto coraggioso, che prevede il riallestimento e la riqualificazione del compendio del Castellaro con una significativa funzione didattica multimediale e anche un’area di approfondimento sui temi della storia e dell’archeologia locali:

tutto ciò grazie a una formula di grande immediatezza, che consente di compiere un affascinante excursus basato sulle testimonianze pervenute dall’epoca preistorica a quella moderna. All’interno dell’abside della vecchia parrocchiale diversi pannelli, tavoli touch screen e vari totem illustreranno dunque la storia del territorio e guideranno il visitatore sino alla soglia del secondo spazio fruibile, ovvero l’aula didattica, che verrà allestita per attività di laboratori e giochi e sarà aperta a un’ampia utenza scolastica. Nella sottostante cripta e nelle sale dell’ipogeo sarà invece proposta un’altra dimensione di visita, di tipo emozionale: una lente concettuale dedicata alla storia degli

Ezzelini, ai miti e alle leggende della nostra terra, attraverso la ricostruzione filologica di ambienti medievali e riproduzioni virtuali tridimensionali con immagini olografiche. Nei vari ambienti potranno trovare spazio mostre storiche e archeologiche temporanee.

Sopra, dall’alto verso il basso La Chiesetta Rossa di San Zenone degli Ezzelini, eretta laddove un tempo svettava il poderoso castello di Alberico da Romano. Il sito storico del Colle Castellaro. In alto Ugo Munari, Ritratto ideale di Alberico da Romano, 1998.

47


GRANDI TRADIZIONI

A fianco La cripta dell’XI secolo del sito storico a San Zenone degli Ezzelini: uno degli spazi più suggestivi della nuova struttura culturale. Sotto Uno dei dispositivi interattivi multimediali touch screen di cui sarà dotato il museo.

Sopra, dall’alto verso il basso Il prospetto laterale nord della Chiesetta Rossa; sullo sfondo il campanile, la cui base coincide con quella dell’antico mastio (come si può facilmente evincere dal particolare qui proposto).

48

“Si tratta di uno dei primi musei virtuali -spiega Luigi Mazzaro, sindaco di San Zenone- dedicati esclusivamente alla storia del proprio territorio finora realizzati in Veneto. Una scelta strategica, per così dire: riteniamo infatti che l’accessibilità fisica e sensoriale sia un requisito imprescindibile per rendere pienamente fruibili a tutti i visitatori i luoghi della cultura. Per questo sarà riservata grande attenzione alle diverse tipologie di disabilità, tanto negli spazi esterni (fra i quali i parcheggi) quanto all’interno del museo, dove prevediamo di installare opportune tecnologie a favore di chi non è fisicamente in grado di raggiungere i vari luoghi”. Il museo, come ricordano poi i

responsabili di Gens Iulia, offrirà inoltre l’opportunità di conoscere importanti documenti originali della “saga” ezzeliniana, messi a disposizione dagli archivi di mezza Italia. Tra questi anche l’ultimo atto conosciuto che nomina Cunizza da Romano, rogato nel 1275 a Cerbaia in Toscana e oggi custodito nell’Archivio di Stato di Siena (mai esposto prima d’ora in Veneto). “È in campo archeologico -ricorda ancora Luigi Mazzaroche la ricerca ha però riservato un regalo insperato. Nei secoli scorsi nel territorio di San Zenone erano state rinvenute due importanti epigrafi: una commemorativa, dedicata al console romano Lucio Ragonio (vissuto a cavallo fra il I e il II secolo d.C.), e l’altra invece -a carattere funebre- destinata a ricordare Serena, una bimba di poco più di un anno, voluta dai genitori Cepiaco Sereno e Crispina. Entrambe le epigrafi risultavano disperse fin dal primo Ottocento. Ora, fortunatamente, la lapide della dulcissima Serena è stata ritrovata. Conservata presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna, con l’autorizzazione dello stesso prestigioso istituto è tornata nella sua terra d’origine (anche se per il momento solo in formato virtuale)”. Purtroppo, a causa della non facile

congiuntura, la disponibilità di risorse economiche da parte degli enti pubblici locali risulta sempre più ridotta; garantire perciò opportuni interventi di tutela, manutenzione e valorizzazione del patrimonio collettivo diviene problematico. Indispensabile, allora, creare coinvolgimento e sensibilizzazione per attivare nei cittadini un sano sentimento di partecipazione e corresponsabilità. Il progetto del Museo Multimediale dell’Antica Pieve è stato pensato proprio in funzione di una sinergia tra pubblico e privato, anche al fine di amplificare possibili positive ricadute sul territorio. La normativa nazionale, grazie alla formula del cosiddetto Art bonus, prevede l’opportunità di favorire erogazioni liberali a sostegno della cultura mediante il credito d’imposta. Ecco allora che iniziative come quella di San Zenone, che a tutt’oggi ha consentito la raccolta di circa cinquantamila euro, possono essere sostenute con maggior successo. Oltretutto con il vantaggio di far rivivere i fasti di un Medio Evo che ha segnato profondamente la storia della Marca. Quando Ezzelino III cavalcava al fianco di Federico II e suo fratello Alberico si dilettava a comporre versi poetici…


Nato a Este, da giovane pediatra si è trasferito a Bassano E la nostra città lo ha subito conquistato

PERSONAGGI

GUIDO PELLIZZARI Una vita al servizio dei “putei”

di Andrea Gastner

Instancabile nel lavoro e pronto a dare consigli, ha vissuto la grande trasformazione del nostro ospedale e il suo cambiamento di sede. Ma ha trovato anche il tempo per l’amata montagna.

Ragazzo del ’33, nato a Este, il dott. Guido Pellizzari, noto e stimato pediatra del bassanese, ha una sua storia da raccontare. Fin da adolescente ha dimostrato di possedere un carattere serio e, allo stesso tempo, dinamico e intraprendente; doti che non lo hanno mai lasciato. Dopo le scuole superiori si iscrisse all’Università di Padova, dove nel 1963 conseguì la laurea in Medicina. Specializzatosi in Pediatria, subito dopo iniziò a lavorare nella sezione staccata dell’ospedale civile di Padova, annessa all’Università. Nel 1965 lo troviamo all’ospedale di Legnago; nel 1968 si trasferisce definitivamente a Bassano (allora il nostro ospedale si trovava in viale delle Fosse), come aiutopediatra e poi viceprimario. Assieme a lui anche la moglie Maria Luisa Piva, sposata qualche anno prima. Già, Bassano: una scelta voluta con forza da Guido e mai ripudiata. La città, infatti, gli è “entrata nel sangue” e lui si è sentito fin da subito bassanese a tutti gli effetti, contagiato pure da un’irrefrenabile passione per la montagna. In molti anni di lavoro Guido ha dedicato la sua vita al servizio di piccoli pazienti, instancabile

e sempre pronto a dare consigli; anni nei quali, fra l’altro, si è evoluto il reparto di Pediatria. Del suo passato ha un po’ di nostalgia, lo si vede dagli occhi che s’illuminano mentre “vaga” nei ricordi assieme alla moglie. Dopo aver dimorato in via Passalacqua e in viale Venezia, Guido Pellizzari risiede ora stabilmente in una bella casa in prato Santa Caterina. Entrando nell’abitazione si rimane basiti dalla quantità di libri d’ogni genere distribuiti in tutte le stanze, dal pianterreno al terzo: sono la sua passione e, come si suol dire, alla passione non si comanda. Nel 1994, poco dopo essersi trasferito al nuovo nosocomio del San Bassiano, è andato in pensione. Guido e Maria Luisa hanno quattro figlie, Alessandra, Elisabetta, Paola e Isabella, che amano e stimano profondamente: “tutte laureate!”. Tra i ricordi, Guido ne ha uno che ogni tanto -come dice la canzone di Battisti- gli ritorna in mente. “Avevo appena cominciato a lavorare all’ospedale di Legnago; alla mattina dovevo alzarmi presto e partire da Este per giungere in orario, naturalmente rispettando i limiti di velocità. Di solito ero puntuale, partivo sempre con un

buon anticipo. Un giorno, però, mi accorsi che ero in ritardo sulla tabella di marcia e istintivamente, quasi senza pensarci, premetti sull’acceleratore della Cinquecento (un regalo di mio padre). A un certo punto fui bloccato dalla stradale e multato. A nulla valsero le mie proteste; il fatto che fossi un medico (con tanto di avviso sul parabrezza) non fece cambiare idea al milite. Aveva ragione lui, il codice della strada parla chiaro. Passò del tempo, io continuavo a lavorare all’ospedale, ero alle prime armi e facevo pure il turno di notte quando ce n’era bisogno. Una sera si presentò un uomo con un bambino in braccio, era disperato: suo figlio aveva avuto un malore ed era caduto. Ci guardammo in faccia e… mi riconobbe… e io riconobbi lui: era il poliziotto che mi aveva fermato e dato la multa! Quando cominciò a scusarsi, lo bloccai. Ha fatto il suo dovere, gli dissi. Ora toccava a me fare il mio. Il ragazzino, dopo un accurato controllo, venne dimesso nel giro di tre ore. Ci lasciammo da uomini, con una robusta stretta di mano. Da allora non l’ho più rivisto. Chissà se si ricorda ancora del sottoscritto…”.

Qui sopra Il dott. Guido Pellizzari in una fotografia del 1965.

In alto, da sinistra verso destra La passione per la montagna: una costante nella vita di Guido Pellizzari, qui ritratto -negli anni Ottantadurante un’escursione nelle Pale di San Martino. Il dott. Pellizzari, davanti alla libreria di casa, con Andrea Gastner. Sotto Con gli amici, il giorno della laurea in Medicina (1963), davanti al Bo a Padova.

51


Un evento che non si verifica solo nei casi di tamponamento…

L’OSTEOPATIA NEL COLPO DI FRUSTA

STAR BENE

di Emiliano Zanier

Osteopata e fisioterapista

Publiredazionale a cura dello Studio dr. Emiliano Zanier

Ogni trauma che prevede un’accelerazione e una decelerazione, insomma un movimento che trasferisca energia al rachide cervicale, può rientrare in questa definizione.

Il dr. Emiliano Zanier nel suo studio di viale Venezia.

C’è un evidente rapporto fra il movimento e la salute. Andrew Taylor Still

Dr. EMILIANO ZANIER Osteopata e fisioterapista specializzato in osteopatia neonatale Tel. 349 5636361 Viale Venezia, 50 - Cassola (VI) info@emilianozanier.com www.emilianozanier.com

52

La prima immagine che ci viene in mente quando pensiamo al colpo di frusta è generalmente quella di un tamponamento automobilistico, con le conseguenti complicazioni salutistiche, nonché medico-legali. Prima di prendere in considerazione tale evento, vale però la pena di fare una premessa: ogni trauma che prevede un’accelerazione e una decelerazione, insomma un movimento a frusta che trasferisca energia al rachide cervicale, può rientrare in questa definizione. Sbattere contro un ostacolo mentre si pattina o si sta sciando, cadere dalla bicicletta o scivolare per terra potrebbero pertanto essere annoverati tra tali disturbi. Per portare un esempio ricordo il caso di un calciatore che, ricevendo una forte e inaspettata spinta da dietro, era caduto addosso ad un altro calciatore, subito davanti di lui: ciò lo aveva portato a bloccare tutto il corpo contro quello dell’avversario e la testa era andata in estensione improvvisa, con la risultante di vertigini, dolore cervicale, difficoltà di movimento nella rotazione del capo, ecc.. Il colpo di frusta, in caso di incidente automobilistico, è un fenomeno traumatico molto complesso, che coinvolge non solo la colonna cervicale, come si pensa molto spesso, ma tutto l’asse cranio-vertebrale, compresi l’osso sacro e il bacino.

La variabile più importante che deve essere valutata infatti è se il colpo di frusta è stato previsto o meno, ovvero se per la persona c’è stato il tempo di prepararsi e irrigidire i muscoli per difendersi, nel qual caso il trauma presenta una componente muscolare importante, spesso però non molto grave. Se il trauma, invece, non viene previsto, possono avvenire lesioni a livello più profondo, in quanto le strutture di difesa passive (ossa e legamenti) assorbono l’urto e il movimento a frustata si scarica cineticamente anche a livello delle strutture di sostegno del sistema nervoso (dura madre) e degli organi interni. L’immagine qui proposta ci aiuta a capire, attraverso le frecce, come si creino dei vettori di forza già dal bacino: pensiamo alla linea d’impatto: l’altezza delle due automobili che si scontrano avviene all’incirca sulla direttrice di questo livello. Spesso, infatti, la persona che incorre nel colpo di frusta presenta dolore lombosacrale e, nella visione osteopatica, questa è la prima zona da prendere in considerazione. Per quanto riguarda la colonna cervicale, essa subisce un movimento rapido e violento di flessione ed estensione durante il colpo di frusta. Movimenti semplici che sono normalmente resi possibili dalla forma delle vertebre, dai legamenti che stabilizzano il complesso e dai numerosi muscoli che sono deputati anteriormente alla flessione e posteriormente all’estensione. Ciò che non è naturale, e risulta lesivo, è l’intensità e la velocità del movimento del collo durante il colpo. Con tali caratteristiche, il movimento effettuato tende a sollecitare sia le diverse articolazioni sia l’apparato muscolare. Si dovrà poi tener conto delle

caratteristiche dell’incidente: è avvenuto in senso antero-posteriore? Lateralmente? La macchina ha sbandato? Ha ruotato su se stessa? È fondamentale esaminare tutte le strutture, compreso il tessuto nervoso, soprattutto nel caso di cervico-brachialgie e formicolii agli arti superiori, vertigini, nausee e dolore che dal collo si irradia verso la testa. Occorre portare attenzione al distretto cranio-cervicale, poi, nel caso la testa abbia sbattuto contro il cruscotto, il volante o altri oggetti: l’osteopatia, con particolare attenzione alle dinamiche cranio sacrali e della mobilità di queste ossa, può avere una marcia in più. Anche le spalle e il costato necessitano di un’eventuale valutazione: in queste aree possiamo ritrovare tensioni dovute alla trazione della cintura che, oltre ad aver salvato la vita, può comunque aver creato un punto fisso nella “frustata”: la clavicola, lo sterno e le costole possono subire trazioni e compressioni così forti da provocare fratture vere e proprie. Da non trascurare, soprattutto nell’ottica osteopatica, sono i disturbi a livello viscerale: se pensiamo di scuotere un barattolo, avremo ripercussioni di anche nel contenuto (visceri) e non solo nel vasetto contenitore (apparato muscolo-scheletrico). Non a caso l’osteopatia si dedica alla manipolazione di tali strutture. Si sottolinea infine che il trattamento del colpo di frusta deve essere affrontato in un’ottica multidisciplinare, a partire da un’accurata diagnosi medica e, ove fosse necessario, un periodo di riposo (eventualmente con l’utilizzo di farmaci e un collare ortopedico).


Ancora poco conosciuta, ci aiuta a salvaguardare la salute…

K2, una vitamina che stupisce

SAPERNE DI PIu’

La sua regolare assunzione riduce significativamente l’incidenza della calcificazione delle arterie e il rischio legato alle malattie cardiache e cardiovascolari.

di Matteo Zonta

Servizio publiredazionale a cura di Matteo Zonta Naturopata, responsabile dell’omonima erboristeria

La vitamina K2 viene purtroppo poco considerata, cosa che non le rende giustizia. Negli ultimi anni è però cresciuto, da parte della ricerca scientifica, l’interesse verso questa vitamina e i risultati sono davvero sorprendenti per l’importante ruolo che svolge a livello organico, aiutandoci a salvaguardare la nostra salute. Finalmente, possiamo dire, che la medicina ha elevato la vitamina K2 al suo rango. Nonostante queste evidenze, tuttavia, se ne parla ancora poco…

La struttura molecolare del menachinone (vitamina K2).

MATTEO ZONTA Naturopata - Iridologo e-rboristeria zonta Viale dei Martiri, 70 Bassano del Grappa Tel. 0424 1945594 - 328 7711333 zontamatteo@libero.it

Erboristeria Zonta

Sulle problematiche che riguardano la salute sono previste serate a tema con approfondimenti. Per informazioni telefonare a: 0424 1945594 - 328 7711333

54

A testimoniarne l’importanza sono i numerosissimi studi pubblicati in autorevoli riviste scientifiche, che evidenziano il fondamentale ruolo della vitamina K2 a favore del nostro benessere e anche in una funzione preventiva. Si può per esempio fare riferimento a uno studio del 2004, apparso nel Journal of Nutrition, che riporta gli esiti di una ricerca nella quale furono esaminate 8000 persone, uomini e donne di oltre 55 anni, considerando lo stato di salute, l’uso di farmaci, la loro storia medica, lo stile di vita e altri indicatori di rischio legati a malattie croniche e alla dieta. Da tale studio risultò che una elevata assunzione di vitamina K2 tramite l’alimentazione riduce l’incidenza della calcificazione delle arterie e il rischio di morte legato alle malattie cardiache e cardiovascolari del 50% rispetto a un basso apporto della stessa vitamina. Sempre secondo questo

studio le persone che assumono maggiori quantità di vitamina K2 con la dieta, vivono in media 7 anni in più rispetto a chi invece ne è carente.

Nell’ultimo decennio si è molto parlato, in tema di problematiche cardiovascolari, della vitamina D come ancora di salvataggio per il noto paradosso del calcio. Tale paradosso evidenzia come questo minerale si dispone a favore dell’aterogenesi (formazione della placca arteriosclerotica) con un’incidenza superiore al colesterolo. Ma in realtà non si è trovata prova del compenso operato dalla vitamina D e ciò è stato quindi smentito da vari studi. A questo punto ecco emergere con “eleganza e signoria” l’attività dalla vitamina K2 la quale, grazie alle sue proprietà biochimiche, trasferisce il calcio nelle sedi giuste, cioè nell’osso, sottraendolo da quelle inappropriate (arterie o valvole cardiache). Ne consegue che la vitamina D3 non agisce da sola, ma interagisce in modo sinergico e assolutamente dipendente da specifici dosaggi di vitamina K2 e viceversa. Solo in questo modo si può svolgere un’azione di prevenzione a favore dell’apparato osseo (per quanto riguarda per esempio la riduzione di fratture nei soggetti anziani e nelle donne dopo la menopausa, in quella condizione metabolica chiamata osteoporosi), ma soprattutto si riesce a creare la fondamentale

e vitale azione di protezione dell’apparato cardiovascolare (con notevoli riduzioni dei rischio di infarto e di ictus). Nello specifico la vitamina K2 agisce sull’attivazione di una proteina, la MGP (proteina GLA della Matrice) che metabolizza il calcio delle placche arteriosclerotiche e lo riporta in circolo fino a depositarlo nelle ossa grazie alla vitamina D3. La vitamina K2 rende inoltre attiva l’osteocalcina (una proteina con azione endocrina) sintetizzata in buona parte dagli osteoblasti per la sintesi della matrice ossea.

Facciamo ora un po’ di chiarezza sulla vitamina K. Ne esistono due forme: la prima è il fillochinone cioè la vitamina K1, sintetizzata da varie tipi di vegetali a foglia verde-scuro e che è coinvolta nel processo di coagulazione del sangue; l’altra è il menachinone, cioè la vitamina K2 sintetizzata dalla fermentazione batterica intestinale in fase di equilibrio e da una serie di specifici alimenti fermentati come il “natto” (di origine giapponese e derivato dalla fermentazione della soia). Altri fonti di vitamina K2 sono i grassi di origine animale come l’uovo, il latte e i suoi derivati, solo però se gli animali sono allevati al pascolo. In questa forma la vitamina K2, oltre ad agire sull’attività di calcificazione e sull’osso, agisce anche su numerosissime altre funzioni organiche determinandone l’omeostasi (equilibrio), come su cartilagini, muscoli scheletrici, pelle, cervello, midollo osseo… Si è pure scoperto che agisce nell’insulino-resistenza diminuendo la possibilità di incorrere nel diabete mellito. Importante è anche la sua attività nel processo della memorizzazione, nelle patologie degenerative del sistema nervoso e ancora nell’insufficienza epatica, nell’ipotiroidismo e nello smaltimento del tessuto adiposo.


INDIRIZZI uTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GuARDIA DI FINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POLIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

In collaborazione con Ufficio Relazioni con il Pubblico Comune di Bassano del Grappa

POLIZIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Via Matteotti, 35 - Tel. 0424 519555

0424 507911 0424 519404

POLIZIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FuOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PuBBLICI

AGENZIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MuSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. uLSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 u.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

56

0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MuNICIPIO Via Matteotti, 35 u.R.P. Via Matteotti, 35

0424 519110

0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzale Trento 9/A 0424 519165

POSTE E TELECOMuNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBuNALE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CuLTuRA

MuSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MuSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAZZO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAZZO BONAGuRO Via Angarano 0424 502923

MuSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MuSEO DEI CAPPuCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MuSEO DELL’AuTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MuSEO HEMINGwAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 13/05-15/05 06/06-08/06 30/06-02/07 ALLE DuE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 15/05-17/05 08/06-10/06 ALLE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 17/05-19/05 10/06-12/06 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 130424 522325 23/05-25/05 16/06-18/06 COMuNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 05/05-07/05 29/05-31/05 22/06-24/06 COMuNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 03/05-05/05 27/05-29/05 20/06-22/06 RAuSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 21/05-23/05 14/06-16/06 PIZZI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 11/05-13/05 04/06-06/06 28/06-30/06 POZZI Via Scalabrini, 102 0424 503649 07/05-09/05 31/05-02/06 24/06-26/06 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 01/05-03/05 25/05-27/05 18/06-20/06 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 19/05-21/05 12/06-14/06 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 09/05-11/05 02/06-04/06 26/06-28/06


In mostra a Palazzo Sturm fino al prossimo 30 settembre

ALBRECHT DÜRER La Collezione Remondini

EVENTI

di Antonio Minchio

Si tratta di un vero tesoro, esposto integralmente per la prima volta in una rassegna che si configura come una delle più interessanti del 2019 in Italia.

A destra, sotto i titoli Albrecht Dürer, Autoritratto, 1500. Monaco, Alte Pinakothek.

Anche in occasione del suo secondo viaggio in Italia, quando ormai era un artista di chiara fama, difficilmente Albrecht Dürer avrebbe immaginato che proprio qui a Bassano, dove forse passò per recarsi a Venezia, un paio di secoli dopo avrebbe preso corpo una straordinaria raccolta di sue incisioni. E in effetti, per uno strano caso del destino, i nostri Musei Civici

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514. Bassano, Musei Civici, Collezione Remondini. L’opera, dal fascino ricco di mistero, rappresenta secondo il pensiero di diversi studiosi il “percorso alchemico” che porta alla trasmutazione del piombo in oro. Ma anche, in chiave allegorica, il cammino di redenzione dell’animo umano da una condizione materiale a una spirituale. In ambito artistico, inoltre, allude all’inquietudine sempre insita in ogni processo creativo.

58

ospitano un patrimonio grafico di 123 xilografie e 91 calcografie (delle 260 realizzate nel corso della sua esistenza da Dürer), facenti parte della cosiddetta Collezione Remondini: un corpus di 8.522 stampe, amorevolmente messe assieme da alcuni membri della nota dinastia di stampatori ed editori. Un vero tesoro, dunque, che, in occasione del recente restauro di Palazzo Sturm (si veda il servizio a pag. 26), sede del Museo della Stampa Remondini, viene ora integralmente esposto in occasione della mostra Albrecht Dürer. La Collezione Remondini: un evento culturale di grande respiro, aperto al pubblico fino al prossimo 30 settembre. Si tratta, è bene sottolinearlo, di una delle più importanti collezioni al mondo di incisioni del maestro tedesco, seconda solo a quella conservata all’Albertina Museum di Vienna. Curata da Chiara Casarin, direttrice dei Musei Civici di Bassano, con la preziosa collaborazione di Roberto Dalle Nogare, da sempre attento “tutore” del patrimonio grafico dell’istituto, l’esposizione si configura come una delle più interessanti del 2019 in Italia: notevoli pure gli apparati grafici e i video a completamento della rassegna. Con una particolare cura, inoltre, è stato realizzato l’impianto luministico, studiato opportunamente per offrire la corretta visione delle incisioni, nel pieno rispetto della sensibilità della carta alla luce. I bassanesi (e soprattutto i molti

visitatori che speriamo giungano in città) avranno così modo di ammirare la Melencolia I, forse l’opera grafica più ricca di fascino e mistero dell’artista tedesco. Un vero compendio alchemico, denso di riferimenti esoterici e considerato, con il San Girolamo nella cella e Il cavaliere, la morte e il diavolo, un autentico capolavoro. Parliamo di tre incisioni che da sempre hanno impegnato gli studiosi nella ricerca dei loro significati reconditi: codici arcani secondo alcuni oppure richiami simbolici secondo altri. In quest’ultima ipotesi, se il Cavaliere rappresenta le virtù morali e il San Girolamo quelle teologiche, la Melencolia I evoca le doti dell’intelletto: la donna alata, con il capo chino e lo sguardo assorto, sembra allora incarnare il travaglio delle menti creative e l’inquietudine che contraddistingue la vita degli artisti: la summa, in estrema sintesi, del pensiero di Dürer sull’arte e sulla natura umana.


OSPITALITA’

A Bassano e dintorni

BONTA’ DAL PASSATO tratte dal ricettario Un’occhiata in cucina Edito nel 1934 dalla Smalteria Metallurgica Veneta di Bassano A cura di Elisa Minchio

Alcuni lettori, evidentemente amanti dell’arte culinaria ma anche attenti agli aspetti storici della cucina italiana, hanno rilevato come molti dei piatti proposti in questo ricettario siano legati alla particolare situazione del nostro Paese a quell’epoca. In effetti negli anni Trenta la logica dell’Autarchia, dovuta tanto alle restrizioni imposte dalle sanzioni internazionali quanto alla mancanza di materie prime, imponeva alle “massaie” di adottare determinati comportamenti nella scelta delle risorse alimentari e nella loro proposizione in cucina. Proprio all’inizio del terzo decennio del secolo l’Ufficio Propaganda del Partito Fascista dava alle stampe e distribuiva a ogni famiglia un significativo “Ricettario Autarchico”. L’Illustrazione Italiana, storica testata nazionale, nel 1936 pubblicava poi una rubrica dal titolo “La cucina in tempo di sanzioni”. E sulle colonne de La Domenica del Corriere, nella rubrica “Le ricette di Petronilla”, Amalia Moretti Foggia suggeriva la realizzazione di buoni piatti, composti da ingredienti poveri ma indispensabili. È interessante notare come anche la terminologia culinaria ufficialmente adottata risentisse della situazione e sostituisse le espressioni straniere con idonee “traduzioni”. Ecco allora che il consommè diventava “brodo ristretto”, l’omelette “frittata avvolta”, il roastbeef “lombo di bue”, le crèpes “frittelle dolci”, i marrons glacèe “castagne candite” e così via. Maccheroni con l’agnello Ungere una casseruola di acciaio inossidabile Saeculum con strutto di maiale e porla al fuoco con un abbondante strato di cipolle tagliuzzate, su cui si adagerà un cosciotto d’agnellino. Condire con sale e pepe e tirarlo a cottura, badando che la cipolla non colorisca. Levare indi il cosciotto e porlo in disparte. Aggiungere al soffritto abbondante prezzemolo trito, un grosso pezzo di burro e un po’ di pepe e lasciar restringere. Frattanto a parte, in una pentola Saeculum, si cuoceranno in acqua salata i maccheroncini che, scolati, verranno conditi con il ragù su descritto. Il cosciotto di agnellino verrà servito a parte, con contorno di verdura.

60


RISTORAZIONE

A Bassano e dintorni

Asparagi alla spagnola Lessare in acqua salata gli asparagi e disporli in un piatto di pirofila che possa presentarsi in tavola. Aggiungere poca acqua e aceto e farli bollire: rompervi sopra delle uova e lasciar cuocere 7 minuti, avendo attenzione che rimangano intere. Coprire quindi il tutto con una salsa verde composta nel modo seguente: prezzemolo tritato, mollica di pane bagnata nell’aceto e poi strizzata e due rossi d’uovo. Per ultimo incorporare l’olio di oliva, fino a ottenere che la pietanza abbia l’aspetto di una salsa senza grumi.

Asparagi alla maltese Lessare delle punte d’asparagi e disporle in un apposito vassoio. Indi preparare la seguente salsa: mettere in una casseruola a fuoco rapido due bicchieri di vino bianco secco e farlo restringere. Aggiungere, dopo tolto dal fuoco, 8 tuorli d’uovo, un po’ di buccia d’arancia grattugiata e 100 grammi di burro. Rimettere a fuoco lento e sbattere vivamente con la frusta fino a renderla spumosa. Ritirarla e incorporarvi 100 grammi di burro unitamente al succo di 2 o 3 arance e di un limone. Aggiungere sale e pepe e passarla a un velo. Indi servirla a fianco delle punte d’asparago prima lessate.

Tonno con i piselli In una casseruola versare 5 o 6 cucchiai d’olio, uno spicchio d’aglio trito, qualche cipollina tagliata a metà, un po’ di prezzemolo e basilico trito, infine il tonno tagliato a fette, sale e pepe. Fare rosolare fino a che il tonno non abbia raggiunto il biondo da ambo le parti. Prendere quindi 2 chili di piselli e, non appena sbucciati, aggiungerli a quanto prima preparato, farli bollire per cinque o sei minuti, indi versare qualche cucchiaio di vino bianco e un po’ di brodo. Fare infine bollire lentamente per una mezz’ora circa. Giungeranno così a cottura anche i piselli e il tutto sarà pronto per essere servito a tavola.

Maccheroni con la salsa (alla meridionale) Prendere dei maccheroni napoletani, cuocerli in acqua salata, indi scolarli perfettamente. Mettere in una zuppiera 50 grammi di burro, versare dentro i maccheroni, girarli e lasciarli riposare per cinque minuti onde assorbano il burro; condirli quindi con buon parmigiano e, quando saranno bene rimescolati, mettere la salsa di pomodoro. Indi servire prontamente.

62


Profile for Editrice Artistica Bassano

Bassano News  

Maggio/Giugno 2019

Bassano News  

Maggio/Giugno 2019

Advertisement