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Editrice Artistica Bassano

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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’

LUGLIO / AGOSTO 2019

1938

E SERVIZIO


SOMMARIO

Copertina Albrecht Dürer, Leprotto, acquerello e guazzo su cartoncino, 1502. Vienna, Albertina (pag. 25).

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXV - n. 177 Luglio/Agosto 2019 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Andrea Gastner, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa A.F. Basso, S. Bellò, A. Brotto Pastega, C. Caramanna, R. Costa, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, S. Los, C. Mogentale, E. Pavan, P. Pedersini, F.A. Rossi, S. Sanmartin, F. Scarmoncin, O. Schiavon, M.N. Stevan, V. Trentin, F. Zanata, E. Zanier, M. Zonta Corrispondenti Nino D’Antonio (da Napoli), Erica Schöfer (dalla Toscana), Antonio Finco (da Londra) Stampa Stampatori della Marca - Vallà di Riese Pio X Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it Bassano News è stampato su carta patinata ecologica Hello gloss TCF (Total Chlor Free) Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia Chemin o Palma? Questo è il problema p. 10 - Pianeta Casa Corsi di formazione e aggiornamento per amministratori di condominio p. 12 - I nostri tesori La storia segreta dei cani di Jacopo Bassano p. 14 - The City Craven Cottage, lo stadio con un’anima p. 16 - Incontri Bassano, secondo me. Conversazione con il sindaco Elena Pavan p. 18 - La lezione del passato Odisseo ed Atena, la dea protettrice

p. 20 - Restituzioni Quando un vecchio palazzo torna a risplendere p. 22 - Afflatus Il dolore cronico può essere modulato p. 25 - Proposte Da Dürer a Marinali. Felici opportunità culturali per Bassano e il territorio p. 26 - Sfide Recold. L’arte (e la scienza) di saper raffreddare per controllare l’energia p. 28 - Schegge Museo dell’Automobile “BonfantiVIMAR”: il bilancio di fine mandato p. 30 - Sì, viaggiare La Borgogna

In alto, da sinistra verso destra Il busto di Giacomo Casanova conservato nel castello di Duchcov in Boemia, in un’acquaforte della seconda metà del XIX secolo (L’arte della fuga, pag. 40). Il progetto palladiano del Ponte di Bassano e il modello ligneo fatto realizzare dal prof. Sergio Los sulla base del disegno del grande architetto. “La modernizzazione -afferma il noto docente universitario- non ha risparmiato neanche uno dei migliori progetti di ponti coperti in legno […], diventato un ponte di acciaio carrozzato in legno” (pag. 36).

p. 32 - Artigiani Bando Impresa e Distretto del Commercio: Confartigianato è partner p. 34 - Renaissance Pietrasanta, la Piccola Atene p. 36 - Civitas Tecno-scienze vs tecno-arti nel governo delle città p. 38 - Il rapporto Dürer delle armi p. 40 - Il Cenacolo Giacomo Casanova. L’arte della fuga p. 43 - Esercizi di stile Prova costume, momento di terrore

p. 44 - Le terre del vino I vini del Piemonte (2) p. 47 - Grandi Tradizioni Cycling Team Rosà… p. 51 - Personaggi Maria Nives Stevan, una vita intensa p. 52 - Star bene Parkinson. Anche la fisioterapia offre l’opportunità di una cura p. 54 - Saperne di più Il naturopata a servizio del benessere p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Humanitas Quando scuola e fabbrica s’incontrano p. 60 - Ospitalità a Bassano e… p. 62 - Ristorazione a Bassano e…

Sotto Elena Pavan, con i familiari nel 2002 a Trento, il giorno della sua laurea in Giurisprudenza. BN ha incontrato il nuovo sindaco di Bassano. Molti i temi affrontati. E non solo quelli più seri e impegnativi (pag. 16).

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Si tratta di un binomio rimasto nella memoria collettiva, ma finora enigmatico e poco documentato storicamente…

GENS BASSIA

CHEMIN O PALMA? QUESTO È IL PROBLEMA

di Agostino Brotto Pastega

Ricostruita la saga dei ricchissimi mercanti bassanesi, esponenti della vecchia borghesia. Venuti alla ribalta alla fine del Settecento, furono protagonisti della scena cittadina per oltre un secolo. A fianco Piazza Vittorio Emenuele II in una cartolina d’epoca dei primi anni del Novecento (Raccolta Brotto Pastega). L’Antica Merceria Chemin Palma era situata in corrispondenza dell’angolo nord-ovest, dirimpetto alla statua di San Bassiano.

Qui sotto Lo stemma dei Chemin Palma nel codice araldico di Giambattista Baseggio Arme delle famiglie di Bassano (1850 circa). Bassano, Biblioteca Civica.

Il binomio Chemin Palma persiste ancora nella memoria dei più anziani, anche se avvolto ormai solo in un alone di signorilità, di grande ricchezza perlopiù inspiegata, mentre per i più giovani tale binomio risulta legato a una nota villa di Casoni di Mussolente. Il cognome della famiglia è di chiara origine patronimica, deriva cioè dal capostipite “Chemino” in forma tronca e risulta essere storicamente diffuso nella zona di Campese. Il primo esponente di tale linea a venire alla ribalta, verso la metà del Settecento, fu un certo “Anzolo Chemin”, gestore di una bettola. Suo figlio, “Giobatta Chemin detto Palma”, finì per essere soprannominato in tal modo perché inalberava una palma sul suo banco in piazza, come simbolo dell’attività mercantile, o forse perché possedeva alcune

palme lungo una roggia. Giambattista Baseggio riproduce nel suo codice araldico lo stemma della casata, costituito da una serie di palme poste in diagonale con sopra tre stelle, che fu ritenuto veritiero da un autorevole membro della famiglia nel 1852. Questo “Giobatta Chemin detto Palma” possedeva alcune case in “contrà Portici Longhi”, dove aveva una

“Tintoria” e una “Merzaria” (una bottega di tessuti) per le quali ebbe un’imposizione d’Estimo di lire 400 nel 1774. Dalla tassazione successiva del 1788 si apprende che l’intraprendente personaggio aveva allargato la sua attività sino alla “Piazza Maggiore del Comune” (ora piazza Libertà), dove teneva attivi due banchi per la vendita

Sotto, da sinistra verso destra Una pubblicità d’epoca dell’Antica Merceria Chemin Palma, inserita nella Guida Storico-Alpina di Bassano-Sette Comuni… di Ottone Brentari (1885). Tre giovani bassanesi, agghindate secondo la moda del tempo, a passeggio per le vie della città (Raccolta Ruggero Remonato).

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Sopra e a fianco La piazzetta dell’Angelo vista da sud, con le case dei Chemin Palma, unite in un’unica facciata ottocentesca. Via Roma (già Benedetto Cairoli), verso la Porta Dieda, con le merci esposte lungo i marciapiedi. Da cartoline d’epoca della Raccolta Brotto Pastega.

di teli tinti a basso costo, di panno o anche di seta detti “Droghetti”. Il figlio di questi, Angelo Chemin senior, aumentò notevolmente l’attività paterna: nel 1810 egli risulta infatti essere intestatario di una centralissima “Bottega a proprio uso di Tellerie in piano terreno con Passaggio pubblico” aperta sulla “pubblica Piazza Maggiore del Comune” (praticamente sotto i portici a est verso l’archivolto che dà su

Sopra, da sinistra verso destra Ritratto dell’ingegnere Giovanni Battista Chemin Palma (Bassano, 1868 - Villaga di Barbaran, 1930). Ritratto di Moreno Almerico Chemin Palma, erede delle mercerie di famiglia (Bassano, 1887-1930). Entrambi gli acquerelli, derivati da fotografie d’epoca, sono opera di Agostino Brotto Pastega.

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piazzotto Montevecchio). Il pregiato immobile di tipo commerciale lo aveva acquistato nel 1806 dal nobile Francesco Michieli, dal quale rilevò nel 1815 anche “due metà di bottega” confinanti a est. L’ottima posizione socio-economica da lui raggiunta è comprovata dal fatto che, nel 1817, la minorenne Paolina Remondini, figlia del conte Antonio, venne promessa in sposa a suo figlio Angelo di soli diciotto anni con una dote di ben 6000 ducati veneti. Per avere avuto grandi meriti nella realizzazione delle nuove campane della “Maggior Torre della Regia Città di Bassano” nel 1828 venne data alle stampe un’ode a lui dedicata a cura di alcuni amici. Questo “Angelo Chemin seniore detto Palma” fu un mercante molto accorto, che seppe proficuamente convogliare gli ingenti guadagni conseguiti con l’attività nell’acquisto di estese campagne (allora il bene rifugio

per antonomasia), di masserie di pregio e ville nobiliari. È il caso dell’ex complesso Trivellini di Casoni di Mussolente acquistato nel 1832 dai nobili Capovilla Gosetti, comprendente un “Palazzo dominicale” con barchesse, giardino, oratorio e cinque campagne di complessivi 103 campi. Nel suo primo testamento del 7 aprile 1856 egli destinava il predetto possedimento di Casoni al figlio medico, Francesco, coniugato con l’ereditiera Marietta Tonon, più altre campagne disseminate tra San Zenone, Bessica, Cusinati di Tezze, alle quali aggiunse quelle di Mussolente, di Borso e di Semonzo. L’altro figlio, Giovanni Battista, lo istituiva erede universale dell’attività di famiglia, delle botteghe e delle case di Bassano e, nel caso di una sua premorienza, doveva subentrare l’amatissimo nipote Angelo junior, figlio di quest’ultimo. L’infausto evento


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A fianco, da sinistra verso destra L’antica villa Trivellini di Casoni di Mussolente con annesso oratorio, passata nel secondo Ottocento in proprietà ai Chemin Palma (ora sede di una struttura ricettiva alberghiera).

si verificò il 9 agosto 1862, per cui egli fu costretto a stendere un nuovo testamento il 26 agosto successivo, con il quale nominò erede universale il ricordato nipote Angelo junior e, in caso anche di sua morte, il pronipote Giovanni Battista. Il vecchio Angelo sopravvisse pochi anni, poiché morì il 6 aprile 1868 in un Veneto ormai italiano da due anni e con l’angoscia che forse il nipote non sarebbe stato in grado di continuare la lucrosa attività di famiglia. Angelo Chemin seppe invece ampliare notevolmente l’impresa commerciale, soprattutto nel settore delle mercerie e degli abiti alla moda confezionati, poiché aveva capito che l’epoca

delle piccole tintorie artigianali era ormai tramontata. Egli passò a miglior vita il 2 maggio 1900, appagato per avere accresciuto considerevolmente il patrimonio fondiario della famiglia, acquistando anche in luoghi lontani da Bassano. Nelle sue disposizioni testamentarie, dopo avere destinato alla figlie Maria in Jonoch di Bassano le case del Margnan e di Asiago, a Ines in Degani di Udine le case di Rosà, di San Fortunato e di San Stin di Portogruaro, a Elda tutti gli stabili in Venezia affittati alla “Società di navigazione Rubattino-Florio”, istituiva eredi i figli Giovanni Battista, primogenito ingegnere, e Moreno Almerico, avuto nel secondo matrimonio, ai quali andava in quote uguali il palazzetto di famiglia di Bassano. Nel poderoso e complesso inventario dell’antico “Negozio di Merceria con annessi locali del

A fianco, da sinistra verso destra L’ovale secentesco nel soffitto dell’oratorio, con la Vergine Assunta, opera riconducibile ai modi della pittrice bassanese Perina Mante. I particolari dello strepitoso altare in marmo e maiolica dello scultore veneziano-bassanese Bernardo Tabacco: a sinistra un angelo con un drappo azzurro maiolicato, a destra il Padreterno benedicente.

piano superiore in Piazza Vittorio Emanuele II al civico n. 33 di proprietà del defunto signor Angelo Chemin Palma” risultarono capi ordinari ma anche di grande raffinatezza come: “sovracoperte, coperte cascami, tappeti, panni, flanelloni, sciarpe di lana e di seta, pistagne assortite, scialli ricamati, merli, scampoli, stoffe Astrakan, confezioni e novità per signora, capi sportivi per donna e di velluto per uomo, gilet, fodere, garze, tende, scampoli, biancheria e tovaglie di lino, tela grezza, tela juta, mantelli, juta damascata, cashmere, piquet colorato, mussolina cotone, velluti colorati, tulle broccato, ciniglie colorate, sciarpe, cravatte, apparecchi da tavola, tovaglioli, foulard seta, cretonne inglese, etc”. Seguirono: una cassaforte di antico modello, un banco mobile, uno scaffale a uso libreria, un orologio a pendolo, una poltrona,

Qui sotto Piatto popolare con animale di fantasia a forma di cigno e bordo blu a spugnetta della Manifattura di Gorgo al Monticano, fondata con scopi filantropici da Angelo Chemin Palma e diretta da Edoardo Tommasi (1880 c.). Raccolta privata.

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A fianco La monumentale quanto scenografica tomba di famiglia dei Chemin Palma (una delle più ragguardevoli del cimitero di Santa Croce), tutta eseguita in pietra viva locale e caratterizzata da una struttura piramidale a base quadrangolare. Nelle decorazioni abbondano temi esotici ed esoterici, come le colonne egizie con capitelli a forma di palma (alludenti al nome della famiglia), sfingi, soli radianti, uccelli del paradiso, civette e urne cinerarie.

una scrivania, un quadro a olio con il ritratto di Angelo Chemin senior e due ritratti fotografici rappresentanti membri della sua famiglia. Davanti alle lussuose vetrine della merceria Chemin Palma sfilò tutta la buona borghesia bassanese mentre, al loro interno, trovarono posto in esposizioni temporanee quadri di artisti bassanesi moderni, quali Giuseppe e Antonio Lorenzoni, Gaspare Fontana, Bortolo Sacchi, Antonio Baggetto, Antonio Marcon, etc. Un prezioso patrimonio di cultura e di signorilità sette-ottocentesca, dunque, un mondo che fu presto sostituito nella prima metà del Novecento dal rutilante universo dei “Grandi Magazzini di Cecilio Mercante” e del figlio Rino. Cosa sinora rimasta sconosciuta, Angelo Chemin Palma junior fu anche un mecenate e un illuminato filantropo: sua fu l’iniziativa

Sotto Altri due piatti popolari usciti dalla fornace di Gorgo di Monticano, ancora attiva alla fine del XIX secolo (Raccolta Brotto Pastega).

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imprenditoriale di costruire sullo scorcio dell’Ottocento un grande fabbricato a uso ceramico a Gorgo al Monticano (TV) per dare lavoro e sostegno alla povera gente del luogo. La direzione della fabbrica e il relativo affitto vennero conferiti al pittore Edoardo Tommasi e a un suo socio, i quali avviarono con successo una produzione in terraglia tenera, derivata dai modelli popolareschi di Nove e di Bassano e contraddistinta dal marchio “Tommasi Gorgo” incusso nella pasta. Ancora nel 1897 l’impresa godeva di un buon successo commerciale, tanto che il Chemin Palma disponeva nel testamento che, qualora i conduttori (in carica per contratto sino al 1902) avessero trovato problemi con i suoi eredi nel pagare l’affittanza, dovesse intervenire come mediatore lo stesso comune di Gorgo al Monticano. Sappiamo però

che il Tommasi, già nel 1901, passava alla direzione della fabbrica novese ex Antonibon. Il negozio Chemin Palma di piazza continuò stancamente l’attività ancora sino alla fine degli anni Trenta, quando reiterate divisioni patrimoniali e decessi improvvisi ne decretarono il tracollo. Il 12 ottobre 1930 moriva a soli quarantatré anni l’elegante Moreno Ascanio Chemin Palma, che gestiva in prima persona il “negozio di Piazza”, mentre il 25 dicembre dello stesso anno scompariva a sessantadue anni, senza figli, anche il fratello più vecchio, l’ingegnere Giovanni Battista Chemin Palma, il quale risiedeva nella splendida dimora gentilizia di Villaga di Barbarano. Entrambi furono sepolti nella monumentale cappella di famiglia del cimitero monumentale di Santa Croce (seconda metà del XIX secolo), realizzata in pietra viva locale detta “corsoduro”. A croce greca, l’eclettica costruzione presenta una svettante copertura a piramide, tre pronai con colonne egizie dai capitelli a forma di palma, riecheggianti evidentemente lo stemma di famiglia, e svariati elementi della pietà cattolica, mescolati ad altri di tipo esotericomassonico: soli alati, sfingi e l’immancabile civetta dagli occhi spalancati, regina della notte. Ora i resti dei due distinti signori riposano purtroppo in una cappella in forte degrado. Verrebbe proprio da dire, con i latini, “Sic transit gloria mundi!”. L’antico negozio di Merceria sopravvisse anche negli anni Quaranta, grazie alla solerzia di una distinta signora che i bassanesi denominarono “Mata Palma” per il suo fare estroso, coadiuvata dalla signorina Olga Bragagnolo: personaggi che molti anziani ricorderanno ancora.


Corsi di formazione e aggiornamento obbligatori per amministratori di condominio

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Per adempiere l’obbligo di formazione iniziale e periodica previsto dalla legge n. 220 / 2012 e dal decreto ministeriale n. 140 / 2014, Confedilizia pone a disposizione degli amministratori di condominio corsi di formazione sia per via telematica sia in sede (i cd. corsi frontali o residenziali), organizzati in collaborazione con la prestigiosa casa editrice La Tribuna.

AlCuNI SERVIzI DI CONFEDIlIzIA A BASSANO

Corsi on-line I corsi in via telematica avvengono attraverso il sito www.latribuna.it nell’apposita sezione Formazione. I corsi di formazione iniziale hanno un costo per i partecipanti di 240 euro più iva; per i partecipanti segnalati dalle Associazioni territoriali di Confedilizia, il costo è di 200 euro più iva. I corsi di aggiornamento hanno un costo per i partecipanti di 60 euro più iva; per i partecipanti segnalati dalle Associazioni territoriali di Confedilizia, il costo è di 40 euro più iva. Sia in un caso sia nell’altro, nessun costo suppletivo è previsto per l’esame finale che, come stabilito dal decreto ministeriale, sarà frontale. Responsabile scientifico dei corsi per via telematica è l’avv. Corrado Sforza Fogliani, direttore dell’Archivio delle locazioni, del condominio e dell’immobiliare. L’esame finale per i corsi on-line potrà essere sostenuto

Consulenze in tutte le materie attinenti la casa: fiscale, condominiale, locatizia, legale, catastale… Assistenza contrattuale nella stipula dei contratti di locazione (con l’offerta della relativa modulistica) e di ogni altro contratto. Assistenza condominiale ai molti condòmini proprietari di appartamento anche in materia di adempimenti e agevolazioni fiscali, nonché corsi di formazione e aggiornamento per amministratori. Confedilizia notizie è un mensile, ricco di informazioni utili al condòmino, al proprietario di casa, al risparmiatore immobiliare. Preziosi risultano pure i suoi manuali, opuscoli e approfondimenti periodici. Cedolare secca calcolo e consulenza per gli adempimenti connessi all’applicazione della nuova imposta sostitutiva sugli affitti. Visure catastali e ipotecarie on-line su tutto il territorio nazionale, gratuite per gli associati.

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presso la sede di Vicenza il 7 dicembre 2019 alle ore 15 o presso una delle sedi indicate dal responsabile scientifico e scelta dai partecipanti ai corsi all’atto dell’iscrizione (salvo approvazione). Gli enti organizzatori dei corsi si riservano la possibilità di indicare altre sedi, sempre scelte dal responsabile scientifico, in relazione alla città di residenza degli iscritti ai singoli corsi. Corsi frontali Per quanto riguarda i corsi frontali/ residenziali, l’Associazione proprietà edilizia di Vicenza organizzerà nel mese di settembre 2019 un corso di aggiornamento annuale di 15 ore; per l’iscrizione, bisogna inviare una e-mail a: legale@confediliziavicenza.it Si riceveranno il programma del corso e le modalità per l’iscrizione.

Diploma/Attestato A quanti avranno positivamente portato a termine - superando l’esame finale - un corso di formazione iniziale o periodica, frontale/residenziale convenzionato Confedilizia o in via telematica, Confedilizia rilascerà uno speciale diploma/attestato, differente per i diversi corsi, relativo al superamento degli stessi. Il diploma/attestato sarà firmato - per i corsi on-line - dal responsabile scientifico avv. Corrado

Sforza Fogliani e - per i corsi frontali/residenziali - dai responsabili scientifici degli stessi. I diplomi dei corsi on-line recheranno i loghi di Confedilizia e de La Tribuna e quelli dei corsi frontali/residenziali la dizione “Corso convenzionato Confedilizia” e l’indicazione dell’Associazione territoriale della Confedilizia organizzatrice. Per i corsi per via telematica e per i corsi frontali/residenziali convenzionati Confedilizia, Confedilizia assicura il rispetto di tutte le indicazioni e di tutti i requisiti previsti dalle norme di legge e regolamentari. A DOMANDA... RISPOSTA! Un regolamento di condominio può prevedere una ripartizione fra tutti i condomini in parti uguali della spesa per il rifacimento del tetto di un fabbricato? Una ripartizione del genere può essere prevista solo ove il regolamento in questione sia di origine contrattuale, cioè sia un regolamento formato con il consenso unanime di tutti i condomini ovvero predisposto dal costruttore e accettato dagli stessi condomini nei loro atti d’acquisto.

Qual è il quorum deliberativo necessario e sufficiente, in prima e seconda convocazione, per legittimare l’amministratore a partecipare al procedimento di mediazione? Sia in prima sia in seconda convocazione occorrono tanti condomini che rappresentino la maggioranza degli intervenuti in assemblea e almeno la metà del valore dell’edificio.

Si chiede se il condominio sia soggetto alle imposte sui redditi per il canone di locazione dell’appartamento condominiale affittato. No, soggetti alle imposte in questione sono i singoli condomini.

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A cura dell’Ufficio Legale di Confedilizia


L’opera bassanesca, spunto per un originale romanzo

LA STORIA SEGRETA DEI CANI DI JACOPO BASSANO

I NOSTRI TESORI

di Claudia Caramanna

Fotografie: Wikipedia, The Art Institute of Chicago

Il libro, per ora solo in lingua inglese, si intitola The eyes that look. The secret story of Bassano’s Hunting Dogs ed è opera della giornalista Julia Grigg. Fra i protagonisti che si muovono sullo sfondo della Serenissima anche Francesco dal Ponte, figlio primogenito del grande pittore.

Jacopo Bassano, Due bracchi legati al tronco di un albero, Parigi, Museo del Louvre, olio su tela, 1548-1550. La tela nel Seicento era già a Roma nella raccolta del cardinale Carlo Emanuele Pio di Savoia, dove rimase per tutto il secolo seguente. Si spostò, poi, in Inghilterra presso lo scrittore William Beckford e fu conservata dai suoi discendenti fino a metà Novecento, quando passò in Francia nella collezione TayllerandPérigord. Nel 1994 fu acquistata per il Louvre dallo Stato francese.

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Nessuno può resistere alla bellezza dei Due bracchi legati al tronco di un albero di Jacopo Bassano, una tela che emana un fascino incredibile, capace ogni volta di catturare lo spettatore. Non si sfugge allo sguardo indagatore del bracco in piedi, che ci fissa dritto negli occhi con sospetto. Né si può restare indifferenti davanti alla quiete apparente della sua compagna, in realtà pronta allo scatto, che si lascia ammirare altera, in tutto lo

splendore del suo manto pezzato. Ne è rimasta fulminata anche la giornalista inglese Julia Grigg e se ne è innamorata a tal punto da mettere quei due magnifici animali al centro di un interessante romanzo dal titolo The eyes that look. The secret story of Bassano’s Hunting Dogs [Occhi che guardano. La storia segreta dei cani da caccia del Bassano], pubblicato nell’ottobre 2018. Il volume è stato presentato l’1 giugno scorso in sala Chilesotti,

nell’ambito degli eventi culturali degli Amici dei Musei, ed è stata invitata per l’occasione come relatrice Giuliana Ericani - già direttrice di Biblioteca, Museo e Archivio cittadini - che volle il quadro per la mostra Lo stupendo inganno dell’occhio organizzata a Bassano nel 2010. Dal suo dialogo con l’autrice, che era presente in sala, è emerso un percorso creativo partito nel 2009, fatto di viaggi a Parigi per vedere il quadro dal vero nelle


sale del Louvre, di sopralluoghi a Venezia, Bassano, Maser, Verona e Firenze per prendere contatto con i luoghi in cui si sarebbe svolta la storia, di corsi presso l’Università di Oxford e il Courtauld Institute di Londra per approfondire la conoscenza dell’arte italiana del Cinquecento. Il risultato di questo lungo cammino attraverso il nostro Paese e il nostro passato è confluito in un volume di duecentosettanta pagine circa, che ci trasportano indietro nel tempo fin nel 1566 e ci avvicinano a Francesco, figlio maggiore di Jacopo, al suo conflittuale rapporto col padre, alla sua voglia di affrancarsi e, soprattutto, al suo desiderio di scoprire il mistero che si nasconde dietro il bellissimo dipinto realizzato dal pittore tanti anni prima per il gentiluomo veneziano Antonio Zantani. Come è noto dalle registrazioni del Libro secondo, il volume contabile della bottega dei Bassano, la tela del Louvre corrisponde al quadro ordinato all’artista da questo aristocratico committente nel 1548, con un’esplicita indicazione di raffigurare “cani solom”, cioè soltanto cani senza la presenza dell’uomo. Una richiesta inconsueta per i tempi che, come ha messo molto bene in evidenza Alessandro Ballarin nei suoi studi, segna l’inizio di un genere destinato a riscuotere tanto successo nella pittura europea dei secoli successivi. L’invenzione del “ritratto” di animali, infatti, si deve proprio a Jacopo Bassano, che realizzerà molte altre prove su questo soggetto lungo la sua carriera, manifestando lo sguardo affettuoso e soprattutto il grande talento con cui si dedicava all’osservazione della natura. Comprensibilmente i dati storici

A fianco Anonimo pittore veneziano, Ritratto di Antonio Zantani, Chicago, The Art Institute of Chicago, olio su tavola, post 1553. Iscrizione: “ANTONIUS / ZANTANI / COMES ET / EQUES”. Il conte veneziano Antonio Zantani o Zentani (1514-1567) era un colto collezionista. Nel 1548 pubblicò un volume intitolato Le immagini con tutti i riversi trovati et le vite degli imperatori […], in cui si illustravano le medaglie della sua raccolta grazie alle incisioni di Enea Vico. Sposato con Elena Barozzi, che era considerata una delle donne più belle della città, fu nominato cavaliere da papa Giulio III nel 1553. Nel libro secondo di Francesco e Jacopo dal Ponte si legge (carte 6 verso): “1548 adì ultimo otobrio / Il magnifico misier Antonio Zentani adì ditto mi ordinete un quadro de due brachi, cioè cani solom, per pretio de lire quindese de marchà fatto da misier pre’ Nicola da Pesaro. […] Ditto marcà fu fatto in Cittadella”.

per Julia Grigg sono stati solo la base necessaria per delineare l’intreccio e sono stati elaborati liberamente nella costruzione del romanzo, con l’obiettivo di rendere avvincenti per il lettore le vicende dei protagonisti. Si parla di protagonisti al plurale, perché sono molte le voci impegnate nel racconto. La storia è legata al desiderio di Francesco di svelare il mistero che avvolge il ritratto, ma è narrata per frammenti da molti personaggi diversi e, quindi, da molteplici punti di vista. Dopo di lui, entrano in scena di volta in volta lo zio Gianluca, la madre Elisabetta, messer Antonio Zantani, sua nipote Maddalena, il pittore Paolo Veronese, il gentiluomo veneziano Marcantonio Barbaro, proprietario assieme al fratello Daniele della villa di Maser, e il suo servo Tomaso. A ognuno di loro è riservato un capitolo per

raccontare il proprio brano di verità e aiutare in questo modo a ricomporre, tassello dopo tassello, il puzzle del destino dei due amati bracchi, di Bruno e Cara come l’autrice ha voluto chiamarli. Oltre la singolarità del racconto, però, l’apparizione di questo romanzo è anche la storia di una meravigliosa congiuntura internazionale, in cui lo straordinario quadro di uno dei massimi pittori italiani del Cinquecento approda in Francia, è esposto nel più grande museo del mondo e ispira una scrittrice inglese, fino ad allora addirittura ignara dell’esistenza dell’artista, come lei stessa ha raccontato. Si direbbe un miracolo, un miracolo che solo la bellezza è in grado di realizzare, lanciando un ponte attraverso i secoli e le nazioni, per unire con la sua azione fecondatrice mondi così lontani, eppure così vicini.

Qui sotto La copertina di The eyes that look. The secret story of Bassano’s Hunting Dogs, romanzo di Julia Grigg. Universe, 2018.

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L’impegno dei residenti locali ne ha permesso la conservazione

THE CITY

CRAVEN COTTAGE Lo stadio con un’anima

di Antonio Finco

nostro corrispondente da Londra

Struttura storica, si distingue dalle moderne arene calcistiche per la straordinaria atmosfera.

Craven Cottage è uno degli stadi più antichi d’Inghilterra, sulla sponda del Tamigi a Londra. La sua denominazione sembra quella di una residenza di campagna, e in effetti lo storico impianto del Fulham deve il suo nome proprio a un cottage. È infatti la singolare costruzione posta nell’angolo tra la Putney End e la Stevenage Road Stand, ora rinominata Johnny Hayes Stand in onore dell’ex giocatore scomparso nel 2005, a rendere unico uno degli stadi più amati della capitale inglese. In realtà il cottage originale, commissionato dal barone Craven nel 1780, non esiste più. Il progetto originale risale addirittura alla fine del XIX secolo, anche se una buona parte dei lavori di completamento fu realizzata attorno al 1905. Ora di quella struttura rimane solo la Stevenage Road/ Johnny Hayes Stand, un gioiello ufficialmente inserito nella lista delle opere da preservare. Gli elementi classici del lavoro dell’architetto scozzese Leitch sono rimasti: la facciata in mattoncini rossi, i seggiolini in legno retrò, i piloni di supporto che ricordano i bei tempi andati e poi la struttura a grata sovrastata dall’insegna con il nome del club. Per spiegare il perché di tanta passione per questo vecchio stadio basta ricordare che a pochi metri dall’altra tribuna centrale, la Riverside Stand, scorre il Tamigi e che la zona in cui si trova il Craven Cottage è immersa nel verde del Bishop’s Park. Se poi ci si trova

Sopra, dall’alto verso il basso Antonio Finco sull’erba, davvero molto curata, del Craven Cottage. Due emblematiche immagini dello stadio, patria dei Cottagers.

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da queste parti in primavera, si può assistere alla partenza della boat race, mitica gara di canottaggio tra gli armi delle università di Cambridge e Oxford. La sfida, infatti, prende il via da Putney Bridge, distante pochi passi dall’impianto del Fulham. Lo scorso 7 aprile, per la cronaca, la 165a edizione ha visto trionfare l’equipaggio di Cambridge per il secondo anno consecutivo. Tutto qui trasuda di una storia che si ripete con regolare cadenza, come i colpi di remo degli studenti di queste celebri università: un’intatta tradizione che si protrae nel tempo, come Craven Cottage, anche se in realtà lo stadio ha rischiato più volte di sparire, addirittura qualche mese prima dell’inaugurazione, a causa di due spregiudicati imprenditori dell’epoca quali Gus Mears e Henry Norris. Il primo possedeva il terreno, ben collegato con la metropolitana e la linea ferroviaria, dove sarebbe sorto successivamente lo stadio Stamford Bridge; non aveva però una squadra, visto che il Chelsea verrà fondato più tardi, nel 1905. Mr Norris, presidente del Fulham, aveva invece solo in affitto l’appezzamento dove l’architetto Leitch stava iniziando a lavorare sul futuro stadio dei Cottagers. L’idea iniziale dei due era di spostare lo storico club bianconero qualche chilometro più a nord, nei possedimenti di Mears, con l’obiettivo di unire le forze a disposizione in quel periodo. Tuttavia alla fine non se ne fece

nulla. Il Fulham rimase dov’era, con un bacino di tifosi ridotto rispetto agli altri grandi team londinesi, mentre Mr. Henry Augustus “Gus” Mears fondò ex novo il Chelsea Football Club. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, poi, una serie di difficoltà finanziarie porterà il Fulham sull’orlo del baratro, con la seria possibilità che il terreno su cui sorgeva lo stadio fosse venduto per dar vita a un’importante speculazione immobiliare. La sopravvivenza del club e la permanenza al Cottage fu garantita solo grazie alla massiccia mobilitazione dei tifosi, capitanati da Jimmy Hill, ex giocatore dei Cottagers e commentatore del calcio inglese nella trasmissione della BBC “Match of the Day”.

L’idea iniziale era quella di demolire il Craven Cottage e costruire un nuovo stadio capace di 30mila posti a sedere. Nel frattempo giocatori e tifosi furono costretti a trasferirsi per due stagioni al Loftus Road, stadio dei rivali cittadini del Queen’s Park Rangers. I costi eccessivi legati alla realizzazione del nuovo impianto e soprattutto la fiera opposizione dei residenti locali, impegnatisi in una serie infinita di ricorsi contro il progetto, alla fine hanno portato a un risultato insperato: la salvezza del vecchio, unico, romantico Craven Cottage; uno stadio che ha un’anima, a dispetto degli ormai modernissimi ma troppo uguali stadi di nuova generazione.


Abbiamo incontrato il nuovo sindaco. Molti i temi affrontati. E non solo quelli più seri e impegnativi…

INCONTRI

BASSANO, SECONDO ME Conversazione con Elena Pavan

Testi di Sara Bellò

Stagista Liceo Brocchi Classe IVAC Bassano del Grappa

e di Andrea Minchio

Eletta con uno straordinario consenso senza passare per il ballottaggio, si appresta ad amministrare la città con piglio deciso e sicuro. Le responsabilità sono notevoli, ma le idee non mancano.

Fotografia di una donna attiva e consapevole Lei è nata il 20 maggio, ultimo giorno del Toro. Si identifica nelle caratteristiche di questo segno zodiacale, solido e tenace, o si sente anche vicina al brio e all’impulsività dei Gemelli? Penso di essere un Toro pieno, perché ferma e decisa nel realizzare gli obiettivi che mi prefisso; mi appartengono però anche alcuni aspetti dei Gemelli, per esempio l’istintività e l’intraprendenza. La mia candidatura a sindaco ne è un esempio.

Qui sopra Elena Pavan il 28 maggio scorso, giorno del suo insediamento nel Palazzo Municipale. Con lei, da sinistra, la mamma Maria Maddalena, il figlio Giulio, il suocero Pierfranco Lazzarotto, il marito Giuseppe Lazzarotto e l’altro figlio, Pietro (ph. Danilo Omodei). Sotto Elena Pavan con la famiglia, ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo, durante un’escursione in montagna.

I titoli di una canzone e di un film che ama particolarmente… La mia canzone preferita è Seeing Other People dei Belle & Sebastian. Il film? Indubbiamente Lost in Translation, con Bill Murray e Scarlett Johansson.

Quale libro salverebbe dal Diluvio? Non ho dubbi. In testa alla mia classifica pongo La coscienza di Zeno del nostro Svevo e Delitto e castigo di Dostoevskij.

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Liceo o università? Dov’è riuscita a coniugare maggiormente le amicizie e lo svago con lo studio? Sono sempre stata una persona equilibrata e organizzata, ma ritengo che l’università mi abbia

aiutata a maturare un senso di responsabilità che non può essere associato a quello dei liceali: si diventa più grandi e consapevoli.

arrivata fin qui da sola, grazie a un lavoro costante, e non ho intenzione di abbandonare ciò che ho duramente conseguito.

Segue la moda? Casual o elegante? Non ho particolari preferenze. In genere i vestiti mi piacciono, e molto. Ora però, dato il mio ruolo istituzionale, adotterò in gran parte un look formale, anche se non rinuncerò ai colori accesi, come il rosso o il blu, che adoro.

È presente e attiva sui Social? Qual è il suo pensiero su questa nuova forma di comunicazione? Sono piattaforme dalle enormi opportunità, potenti strumenti di divulgazione, ma non si deve abusarne: se gli adulti possono capirlo (forse, ndr), ai ragazzi bisogna illustrarne i rischi. Sui Social sono moderatamente presente: non rispondo ai commenti critici, un’inutile perdita di tempo, ma sono assolutamente disponibile al confronto diretto.

Pratica o ha mai praticato sport? Se si, quale? Mi piace camminare. Ricordo che per parecchio tempo mi sono svegliata alle sei per condividere con alcune amiche questa bella passione. Ora amo le escursioni in montagna con mio marito (l’arch. Giuseppe Lazzarotto, ndr) e i nostri figli gemelli Pietro e Giulio, di undici anni. Le mete favorite? Cortina, le Dolomiti e… Gallio! Un luogo, quest’ultimo, al quale sono affezionata perché paese natale di mia mamma Maria Maddalena e dei miei nonni. Il Grappa, poi, è un contesto naturale che stiamo scoprendo in questi ultimi anni: lo conosco ancora poco, ma è evidente che si tratta di uno straordinario patrimonio ambientale. Ricordo infine che, oltre alle camminate, durante la stagione invernale adoro sciare con i miei cari.

La famiglia, la professione e adesso l’amministrazione della città. Cosa mette al primo posto? La famiglia costituisce un valore imprescindibile; in questo periodo della mia vita, tuttavia, so di doverla affiancare all’impegno civico. La professione, gioco forza, subirà invece un ovvio rallentamento, ma confido di tornare presto a cavallo. Sono

Ce la farà a seguire tutto, senza il rischio di trascurare qualcosa? Lo studio legale continuerà a funzionare, anche grazie alla collaborazione di alcune mie colleghe. Per quanto riguarda la famiglia, dopo un primo periodo molto compresso e di assestamento, tornerò a dare ai miei figli le attenzioni che meritano. Nel frattempo posso confidare nell’educazione e nei valori che ho loro trasmesso: continuerò comunque ad affiancarli e a sostenerli, garantendo una vicinanza di qualità non solo nello studio, ma pure nello sport: il calcio per l’uno e l’hockey per l’altro.

Sindaca o sindaco? L’Accademia della Crusca invita a declinare al femminile quest’espressione… La preferisco comunque al maschile, perché ritengo che ciò valorizzi maggiormente la professione o la funzione che si svolge. So che la lingua è in continua evoluzione, ma per il momento sono restia ad abbandonare certe consuetudini. Sara Bellò


Al lavoro per una maggiore efficienza della macchina pubblica e una razionalizzazione delle risorse. Ma anche con uno sguardo a identità e sicurezza Quando ha iniziato a occuparsi attivamente di politica? È stato nel 2012, alla chiusura del nostro Tribunale: un provvedimento incomprensibile, che ho considerato quasi un sopruso. Chiudere un ufficio giudiziario efficiente e in attivo (che faceva guadagnare lo Stato), peraltro subito dopo averne edificato la nuova sede, si è rivelato un errore madornale. L’unica motivazione, di carattere formale, era data dal fatto che Bassano non era (e non è) capoluogo di provincia. Aggiungo poi che è mancata un’azione di contrasto, seria e ben organizzata, da parte dei rappresentanti politici del territorio. Ho dunque avvertito la necessità di attivarmi; per troppo tempo i veneti, solerti e laboriosi, avevano colpevolmente tralasciato e dimenticato la politica. Era il momento di scendere in campo: così sono entrata nella Lega che a mio avviso, rispetto ad altri partiti e formazioni politiche, rispondeva (e risponde) con maggiore attenzione ed efficacia alle esigenze della gente. Da leghista, si sente più vicina a Zaia oppure a Salvini? Per quel che riguarda l’amministrazione locale il modello a cui mi ispiro è quello del governatore Zaia, che considero affidabile e capace di esprimere concretezza, preparazione e intraprendenza. Fermo restando, comunque, che la Lega è una sola, pur ospitando al suo interno personalità fra loro molto diverse. E che la mia stima per Salvini è massima.

I risultati delle Amministrative a Bassano sono inequivocabili: la sua vittoria è stata schiacciante. Quanto, in termini percentuali,

è dovuto al traino della Lega e quanto invece al giudizio dei nostri concittadini sull’operato dei suoi predecessori? Le componenti ci sono entrambe. Aggiungiamoci però anche la credibilità dei candidati: direi perciò il trentatré per cento per ognuna di esse. E il fortissimo desiderio di cambiamento da parte della popolazione. Per la prima volta a Bassano, da quando esiste, non è stato necessario ricorrere al ballottaggio. Se questo non è un segnale…

Quali gli aspetti positivi dell’era Poletto? E quali, invece, quelli negativi? Bene per quanto riguarda le politiche sociali, del resto in linea con una consolidata tradizione bassanese. Si poteva però fare di più in termini di comunicazione. Male invece per l’atteggiamento di chiusura: poca partecipazione, poche idee, pochissime risposte. Soprattutto ai Quartieri, che sono la vera linfa della città. La sua gestione sarà più orientata verso una prospettiva politica o amministrativa? I due aspetti sono imprescindibili. Certamente i principi ai quali mi ispiro sono di matrice politica: semplificazione della macchina, ottimizzazione delle risorse, salvaguardia della nostra identità e maggiore sicurezza.

Trento o Padova? Bassano è da sempre un importante crocevia commerciale e culturale fra le Venezie e le Germanie. A quale modello di governance, fra questi due poli di riferimento, guarderà maggiormente? Trento, che conosco dai tempi dell’università e che esprime sicuramente maggiore efficienza, gestendo con oculatezza le risorse pubbliche. Requisiti ai quali aggiungerei però un po’ del

INCONTRI

nostro calore umano. Ha tenuto per sé il referato alla Cultura. Bassano dispone di molte sedi espositive e museali (senza contare il progettato Polo di Santa Chiara), ma forse manca di una visione strategica e di lunga prospettiva… Sono sicuramente necessari studi attenti e approfonditi: questo è un tema cruciale, che richiede grande lungimiranza. Scelte azzeccate e ben condivise possono infatti incidere molto favorevolmente sull’economia della città e su quella dell’intero territorio. Stiamo iniziando a lavorarci. In merito poi alle diverse sedi espositive, che sono troppe e che richiedono quindi un impegno gestionale non da poco, ritengo urgente una razionalizzazione, in alcuni casi anche variandone la destinazione d’uso. Qualche esempio? Palazzo Agostinelli è inutilizzato da anni, il Bonaguro poco sfruttato. Perché allora non trasferire in centro uffici quali l’Agenzia delle Entrate o l’Inps, ora periferici, movimentando e rivitalizzando spazi urbani che stanno soffrendo? E l’Archivio di Stato? Non possiamo permetterci di perderlo. Per questo motivo ne abbiamo già individuato una possibile sede all’interno di uno storico edificio scolastico. Ovviamente ciò richiede pure una riorganizzazione dei parcheggi. E qualche idea coraggiosa: come quella di progettare un grande parking sotterraneo in Terraglio, restituendo così alla città una piazza straordinaria, pedonalizzata e con tanto di panorama sul castello e sul Brenta. Un azzardo? Non credo proprio. Sono davvero moltissimi i riscontri favorevoli a una simile proposta.

Sopra, dall’alto verso il basso Un’immagine istituzionale del nuovo sindaco di Bassano (ph. Danilo Omodei). Elena Pavan con la mamma Maria Maddalena (originaria di Gallio), nella Sala Consiliare del Municipio di Bassano, lo scorso 27 maggio a spoglio quasi ultimato.

Per ora ci fermiamo qui, con l’augurio di buon lavoro alla nuova Amministrazione. Andrea Minchio

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Il rapporto dell’eroe con una delle divinità più amate…

ODISSEO ED ATENA, LA DEA PROTETTRICE

lA lEzIONE DEl PASSATO

di Gianni Giolo

Giuseppe Bottani, Atena rivela Itaca a Ulisse, olio su tela, 1775. Pavia, Musei Civici del Castello Visconteo - Pinacoteca Malaspina.

Così come Poseidone lo odia e lo perseguita ostinatamente, lei lo soccorre e sostiene con premura. Naturalmente con l’assenso di Zeus, sempre molto attento ai diritti divini.

“Non vidi mai un dio amare in modo così palese come visibilmente Atena gli stava accanto”: così Nestore parla a Telemaco della protezione divina di Atena accordata a Odisseo. La dea ama e protegge l’eroe, come Poseidone lo odia e perseguita, con l’assenso di Zeus sempre attento ai diritti divini. Ma anche gli dei recedono dalle loro passioni, in nome di un ordine il cui ristabilimento può essere ritardato - il tempo degli immortali è infinito - ma non disatteso. L’Iliade aveva mostrato

Sotto Poseidone, armato di tridente, su un carro trainato da ippocampi. Mosaico, III secolo d.C. (Sousse, Tunisia, Museo archeologico).

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due mondi speculari e complessi, quello degli uomini sul campo di battaglia e quello degli dei che possiedono il cielo; ma aveva offerto anche lo spettacolo di una partecipazione attiva e costante degli dei alle cose degli uomini. Entrano in scena un po’ tutti, da Poseidone ad Apollo, da Era ad Afrodite, a Hermes, a Efesto; ma nell’Odissea la presenza divina è notevolmente ridotta: Ares, Afrodite ed Efesto - gli adulteri e il marito tradito - sono solo il canto dell’aedo Demodoco; altri esseri immortali compaiono

ostili, come le Sirene e Scilla e Cariddi, o benevoli come Circe e Calipso, che traducono, al positivo o al negativo, quel senso di immanenza del divino che pervade la mentalità greca arcaica. In rapporto con Odisseo entrano soltanto Hermes e Atena. Nell’isola di Eea Hermes si fa incontro a Odisseo e gli suggerisce il modo di render vani i filtri di Circe: è il dio Eriounios, il dio benefico per eccellenza, che interviene propizio e risolve situazioni di pericolo certo. Magnifico il rapporto dell’eroe con Atena, una delle divinità maggiori e più amate del pantheon olimpico. Nell’Odissea ama travestirsi: ora Mente, ora Mentore, ora fanciulla portatrice d’acqua, ora giovane pastore, ora sorella della regina, ora rondine; infine è chiarore diffuso, mentre padre e figlio ripongono le armi e Telemaco avverte dietro la luce la presenza del nume. Gli dei sono più grandi degli uomini, aveva detto il poeta nell’Iliade, ma la diversa “quantità” non intacca la “qualità” delle doti. Nel canto XIII Atena spiega che Odisseo vale come esempio tra gli uomini di boulè (parola) e mythoi (pensieri), mentre lei fra gli dei per metis (intelligenza) e kerdea (saggezza). È sotto il segno di Atena che l’eroe ritrova meglio la propria natura. Da trickster, imbroglione e astuto, egli assurge all’espressione dei più alti valori dell’umanità.


Un significativo esempio di riqualificazione edilizia in centro a Bassano, a due passi da piazza Garibaldi

RESTITuzIONI

Quando un vecchio palazzo torna a risplendere…

di Andrea Minchio

Fotografie: Studio Zanata Group - Bassano Bassano News

L’immobile, posto all’angolo fra via Vendramini e vicolo della Torre, è stato brillantemente recuperato. Bassano News ha incontrato i progettisti Felics e Giampi Zanata.

A fianco Così si presenta oggi, fotografato dal cortile di palazzo Agostinelli, l’edificio da poco ristrutturato, posto all’angolo di via Vendramini con vicolo della Torre. Sotto Non ancora raffigurato nella celebre Mappa Dalpontiana, il fabbricato è presente nel Catasto Napoleonico del 1808 (seppur come aggregazione di più unità immobiliari).

Si parla spesso di riqualificazione edilizia, e non sempre in termini propriamente corretti. Se per esempio pensiamo al centro storico della nostra città, l’immagine che viene in mente è quella di un gioiello, che però richiede un’attenzione costante e che

Sotto, da sinistra verso destra Il palazzo prima e dopo l’intervento. Sono ben visibili le nuove forature sul prospetto sud e, soprattutto, la sopraelevazione della porzione est: un’integrazione comunque rispettosa del contesto storico.

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-a ben guardare- non è scevro da alcune situazioni di degrado; anche nelle zone più centrali, anche a due passi dalle piazze. Fortunatamente c’è ancora chi ha desiderio di acquisire proprietà nel cuore di Bassano, magari mettendoci mezzi e passione,

nonostante il settore immobiliare sia penalizzato dalla crisi e da una politica fiscale scoraggiante. È il caso di Pietro Cremasco, noto industriale orafo del territorio, che, dopo aver acquistato il palazzo posto all’angolo tra via Vendramini e vicolo della Torre, ne ha affidato il restauro allo studio Zanata Group di Bassano. Si tratta di un edificio, appartenuto per decenni alla Fondazione Pirani Cremona, che occupa una superficie coperta di circa 230 metri quadrati ed è caratterizzato dalla presenza di un cortiletto cinto a sud da un alto muro. Bassano News ha incontrato i fratelli Felics e Giampi Zanata, autori del progetto di recupero, per conoscere nel dettaglio questo significativo intervento. “Attraverso un’attenta analisi filologica del complesso - spiega Felics Zanata- abbiamo potuto


RESTITuzIONI

Qui sopra Il complesso edilizio (evidenziato in colore giallo) in una fotografia della fine degli anni Sessanta. In alto, da sinistra verso destra Uno scorcio del palazzo, prima e dopo la ristrutturazione, da via Vendramini in direzione nord-sud. A fianco Il fronte meridionale, da vicolo della Torre.

individuare le trasformazioni avvenute nel corso degli anni, così come le sue peculiarità e unicità. Tale indagine, nonostante lo stato di abbandono e di forte degrado dell’immobile, ci ha consentito di raccogliere tutte le informazioni di carattere storico, stratigrafico, materiale e metrico, necessarie alla formulazione di una proposta di progetto. Dallo studio è emerso che le prime tracce del complesso risalgono al 1812. Nella celebre Veduta Dalpontiana, infatti, non appare alcuna rappresentazione del fabbricato, che è invece presente nel Catasto Napoleonico”. In seguito -veniamo a sapereil palazzo è stato raffigurato pure nel Catasto Austriaco del 1835, anche se con una forma diversa da quella che ha oggi. “L’attuale conformazione è il risultato di una serie di almeno tre successivi interventi di rifacimento e ampliamento. È così emersa una gerarchia

tipologica caratterizzata da una porzione ottocentesca (a ovest) e un’altra, rimaneggiata nel 1913, che presentava finiture e materiali di quell’epoca e che aveva quindi perduto gli originari caratteri tipologici. L’analisi stratigrafica ha inoltre evidenziato la scarsa qualità dei materiali utilizzati”. Tali presupposti hanno condotto i progettisti a determinare le specifiche dell’intervento. Così, dopo la redazione di un attento Piano di Recupero, è stato possibile procedere con la sopraelevazione della porzione est, ricavando uno spazio di grande suggestione (con splendide vedute sui tetti di Bassano, sull’Altopiano di Asiago, e sul Grappa) e mantenendo inalterata quella ovest. Nel progetto di ristrutturazione, data la vocazione residenziale dell’immobile, è stata riproposta la realizzazione di un alloggio per piano. Unica eccezione, l’appartamento al terzo livello, collegato alla zona sopraelevata.

A supporto della destinazione residenziale, è stata ricavata ex novo un’ampia autorimessa al piano interrato, che si estende anche sotto il cortiletto e alla quale si accede da una rampa; quest’ultima è nascosta da un portone carraio ubicato in via Vendramini, che si mimetizza con la facciata. “Un cenno particolare -interviene Giampi Zanata- merita l’attuale portale d’ingresso, comparso all’interno di una muratura che si doveva demolire in quanto superfetazione: in pietra locale e leggermente bocciardato, è stato opportunamente restaurato in tutto il suo splendore”. Tornando alla premessa, quando si parlava di riqualificazione, si può affermare che questo progetto ha riconsegnato alla città un importante frammento del suo tessuto urbano: un edificio che assume ora un ruolo di cerniera tra due storiche via della città. Onore al merito.

Sotto, dall’alto verso il basso Il bel cancello in ferro che immette nel cortiletto. Fortunatamente la scelta dei progettisti e della committenza è stata quella di recuperarlo.

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È importante un approccio psicofisiologico e psicoeducativo con il biofeedback per regolarne la percezione…

AFFlATuS

IL DOLORE CRONICO PUÒ ESSERE MODULATO

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Il dolore… è soggettivo, individuale e modificato dal grado di attenzione, dagli stati emotivi e dall’influenza condizionante di esperienze passate… livingston, 1943

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Il dolore è sempre soggettivo, varia da persona a persona, dai momenti della giornata, dalle sedi colpite, ecc. Sembra sia importante anche il ruolo delle prime esperienze personali

o ansia aspettando che il dolore si manifesti), deterioramento della qualità della vita. Il dolore cronico è presente in un adulto su quattro in Italia (circa 15 milioni di persone) e tende a cronicizzarsi più facilmente nella donna rispetto all’uomo. Spesso il dolore cronico si associa con depressione (50% dei casi), cambio delle

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano, 14 int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 - 347 8911893 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

con il dolore nella prima parte della vita: dunque non è importante solo la misurazione del dolore, ma anche l’impatto che il dolore ha sulla vita del paziente, cosa che spesso determina la tollerabilità o la gestione del suo possibile controllo psicologico. Quando è presente un dolore cronico è importante che vengano valutati gli aspetti cognitivi, comportamentali, psico fisiologici (Sanavio, 1986) oltre alle componenti fisiche. Si parla di dolore cronico quando persiste oltre la guarigione della malattia acuta, si associa a processi patologici cronici o evolutivi, si manifesta o persiste in assenza di cause organiche identificabili. Il dolore diventa malattia quando diventa cronico, ovvero persiste anche se ha perduto la sua finalità biologica, causa cronicizzazione, apprendimento del comportamento da dolore (es. tensione muscolare

responsabilità professionali, cambio di lavoro, perdita del lavoro. La modulazione dell’impulso doloroso è stata descritta nella teoria del Gate Control (Melzack e Wall, 1965), che prevede che il “cancello” del dolore possa essere influenzato da stimoli fisici, emozionali e cognitivi (Turner e Roman, 2001) che possono influenzare la percezione (aumentandola o diminuendola) e dunque la sofferenza percepita e sui quali la mente può avere un certo grado di controllo, grazie a terapie di rilassamento e soprattutto grazie al biofeedback. Su molta parte delle dimensioni di cui sopra (psicologiche, emozionali, fisiche) si può intervenire con una tecnica psicofisiologica chiamata Biofeedback che insegna al paziente a modulare, attraverso la misurazione e la modificazione guidata dal terapeuta di attività elettrica mu-

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scolare, pressione arteriosa, conduttanza cutanea, frequenza respiratoria addominale ecc., il livello di stress e rilassamento, l’ansia, la percezione del controllo del paziente sulla tolleranza al dolore, governando per esempio il livello di attivazione psicofisiologica generale, spesso legata a una maggiore tensione e stress generale. L’efficacia di questa metodologia, spesso associata ad altre tecniche di rilassamento e di psicoterapia, è ben dimostrata nella letteratura scientifica. È impiegata per ridurre la tensione muscolare e migliorare la postura nel dolore cronico a livello della colonna vertebrale dovuto a tensione muscolare, al dolore temporo-mandibolare spesso associato a bruxismo nelle disfunzioni dell’articolazione della mascella, nella cefalea e nell’emicrania. La European Headache Federation (EHF) ha stimato che il mal di testa colpisce regolarmente una persona su due protraendosi per ore e per giorni determinando un rischio di depressione tre volte più frequente in chi ne soffre. Il tipo più comune di mal di testa è la cefalea tensiva ed è spesso presente oltre che nell’adulto, anche nel bambino e nell’adolescente con pesanti interferenze con le normali attività quotidiane. Interventi non farmacologici come il Biofeedback e il Neurofeedback, non avendo effetti collaterali come alcuni farmaci proposti per il trattamento del dolore, risultano estremamente efficaci. Le terapie psicofisiologiche, associate spesso ad altre tecniche di rilassamento, sono effettive terapie psicosomatiche (oggetto di studio della psicosomatica cerebrale). Una valutazione psicodiagnostica preliminare è importante per determinare quali soluzioni risultino più adatte a una persona in funzione del suo disturbo e dei suoi aspetti di personalità. Nella nostra pratica clinica, le terapie combinate sono spesso più efficaci che l’uso di una tecnica singola proprio perché il vissuto e la reazione di ogni persona di fronte alla sofferenza anche fisica è diverso e molto personale.


L’importanza di dar vita, oggi come in passato, a grandi eventi

DA DÜRER A MARINALI Felici opportunità culturali (e non solo) per Bassano e il territorio

PROPOSTE

di Andrea Minchio

lA VOSTRA OPINIONE? Fatela pervenire a questi recapiti bassanonews

editriceartistica

Gia nel 1971 Bruno Passamani, indimenticato direttore del Museo Civico, aveva dedicato una mostra-omaggio all’artista tedesco. L’attuale esposizione presenta però in anteprima tutte le sue incisioni, facenti parte della Collezione Remondini. Un avvenimento rilevante per la città. E l’anno prossimo potrebbe essere la volta di Orazio Marinali, grande scultore veneto del quale ricorrerà il trecentesimo anniversario della morte.

Grazie alla mostra Albrecht Dürer. La collezione Remondini, curata da Chiara Casarin con la collaborazione di Roberto Dalle Nogare e inaugurata al termine del restauro di palazzo Sturm, i bassanesi hanno potuto nuovamente esibire, con giustificato orgoglio e per la prima volta in modo integrale, le incisioni del grande artista tedesco. Un evento che sta polarizzando l’attenzione di appassionati e cultori sulla nostra città e sulle sue continue e stimolanti proposte culturali. Non tutti ricordano, anche per evidenti motivi anagrafici, che la prima significativa rassegna dedicata al “Leonardo tedesco” venne organizzata a Bassano nel 1971, in occasione del quinto centenario della sua nascita, da Bruno Passamani, illustre storico dell’arte e all’epoca direttore del Museo Civico. Uomo di cultura e studioso di fama, ma al tempo stesso persona carismatica e molto amata dai nostri concittadini, egli rispolverò le stampe düreriane della Collezione Remondini per esporle al pubblico in Museo, affiancandole con quelle di altri incisori germanici attivi tra il XV e il XVI secolo (provenienti sempre dallo stesso fondo). Anche a quel tempo si trattò di un successo, peraltro preceduto da quello -memorabile- della mostra sul futurista Fortunato Depero, organizzata solamente un anno prima. Su Bruno Passamani, in effetti, ci sarebbe da dire davvero molto. E bene. Per ragioni di spazio ci limitiamo qui a ricordare che diresse il nostro museo per una decina d’anni, dal 1966 al 1976, lasciando un’ impronta indelebile nella vita culturale cittadina.

Autore di oltre trecento pubblicazioni, nel periodo bassanese contribuì sensibilmente allo sviluppo dell’istituto museale, curandone anche il catalogo e ponendo mano con efficacia al riordino e al potenziamento delle strutture espositive e didattiche. Fondamentale poi il suo ruolo nella promozione dei Simposi Internazionali dell’Arte Ceramica, organizzati a Nove e Bassano (nel 1972, nel 1974 e 1978), che offrirono una significativa panoramica sulla produzione di allora, sospesa tra Informale e Art Brut, con emblematici riferimenti alla Nuova Oggettività. In seguito Passamani fu a Trento, ispettore generale della Provincia Autonoma nel settore dei Beni Culturali e direttore del Castello del Buonconsiglio, e a Brescia, direttore dei Musei Civici di Arte e Storia. Nel 2009 fu insignito dell’Aquila di San Venceslao, massima onorificenza trentina, mentre a Bassano gli venne conferito il Premio Cultura quale riconoscimento al grande ruolo svolto in città e al contributo dato alla museografia italiana. Più di qualcuno, soprattutto in questi ultimi giorni, ha suggerito l’idea di dedicargli una monografia de L’Illustre bassanese, considerandolo a tutti gli effetti un concittadino onorario. Una proposta che la redazione sta valutando favorevolmente e che richiederà -nel caso- il forte coinvolgimento degli studiosi (nonché, ovviamente, il consenso e la collaborazione dei familiari).

Tornando a Dürer, anche Paola Marini, direttrice del nostro museo dal 1988 al 1993 (essendone stata in precedenza pure conservatore)

e organizzatrice di mostre-evento come quella del ’92 su Jacopo Bassano, ebbe modo di confrontarsi con l’artista. Nel 1987, infatti, l’istituto collaborò con un prestito importante (e con il catalogo) alla mostra Albrecht Dürer im Veneto, che si tenne a Stoccarda per il Venetianischer Semptember im Baden Württenberg: una delle numerose splendide iniziative di Giorgio Pegoraro, allora direttore dell’Istituto Italiano di Cultura nel capoluogo tedesco.

Dürer, e questo va detto a quei pochi che non lo conoscevano prima della rassegna in corso, non è stato “solo” un incisore di talento, ma un genio a tutto sesto; non per nulla la letteratura artistica su di lui è davvero sterminata. Franco Scarmoncin, a pagina 38, ne descrive però un aspetto molto singolare e pressoché sconosciuto: quello di illustratore di un manuale di tecniche di combattimento. Un’autentica chicca! La copertina è dedicata invece al celeberrimo Leprotto, gioiello per eccellenza dell’Albertina di Vienna: uno dei cardini della rappresentazione della natura nell’arte occidentale. Guardando all’immediato futuro, una volta chiuso il capitolo Dürer, bisognerà festeggiare un eroe di casa: Orazio Marinali. Il 6 aprile 2020 ricorrerà infatti il trecentesimo anniversario della sua morte. Quale occasione migliore per celebrare il grande scultore con iniziative di alto livello? A Castelfranco, dove si trovano oltre quaranta statue di sua mano e della bottega (nel parco di villa Revedin Bolasco), sono già all’opera da tempo.

Il prof. Bruno Passamani, nel 1972 in occasione di una mostra al Museo Civico, con l’avv. Sergio Martinelli, a quel tempo assessore all’Istruzione (p.g.c. Musei Civici di Bassano). Premio Cultura Città di Bassano nel 2009, il direttore Passamani ha lasciato un ricordo indelebile nel cuore dei nostri concittadini.

Sotto Orazio Marinali (1643-1720), Progetto per l’altare della cappella del Santissimo Sacramento della chiesa di San Giovanni Battista a Bassano, disegno a penna e matita, 1711 circa. Venezia, Fondazione Giorgio Cini onlus.

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Costituita nel 1980, l’azienda figura oggi fra le più innovative e intraprendenti del suo settore

SFIDE

RECOLD. L’arte (e la scienza) di saper raffreddare per controllare con precisione l’energia

di Antonio Minchio

Publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Qui sotto, foto grande Una delle originali immagini pubblicitarie utlilizzate da Recold per promuovere i gruppi refrigeranti di propria concezione e produzione.

Alla produzione di gruppi refrigeranti, spiega il fondatore Valentino Trentin, l’impresa ha affiancato la progettazione e la realizzazione di sistemi dedicati per soddisfare le richieste che giungono da molteplici ambiti di mercato: alimentare, farmaceutico, enologico, conciario, orafo, meccanico…

Un ritratto di James Prescott Joule (Salford, 1818 - Sale 1889): il grande fisico inglese, ponendo le basi del Primo Principio della Termodinamica, dimostrò che il lavoro meccanico e il calore possono essere convertiti l’uno nell’altro mantenendo costante il loro valore complessivo. L’attrito prodotto dal lavoro di una macchina meccanica ne trasforma infatti la potenza in calore; allo stesso modo in una macchina termica il lavoro prodotto deriva da un’equivalente quantità di calore.

A destra, in alto sul testo Valentino Trentin e suo figlio Alberto. Quest’ultimo è a capo del Gruppo Trentin, che ha recentemente inglobato Recold srl e altre realtà produttive.

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Si fa presto a dire “impianto di raffreddamento” e a pensare subito, per esempio, al frigorifero di casa. Oppure, nella stagione estiva, ai climatizzatori che mitigano il caldo rendendo migliore la qualità della nostra vita. Un concetto apparentemente semplice, quello di “raffreddare”, che in realtà presuppone la conoscenza di alcuni principi della fisica, legati in particolar modo alla nozione di energia. È significativo il fatto che la funzione del “raffreddamento”, spesso del tutto ignorata dai fruitori di mezzi e dispositivi di vario genere, si riveli in moltissimi casi una necessità inderogabile. Qualche esempio? Il motore della nostra automobile, piuttosto che quello di un qualsiasi ciclomotore, non potrebbe durare a lungo senza essere raffreddato. Non a caso nei cruscotti di ogni veicolo un’apposita spia,

collegata ad alcuni sensori, ci informa sulla temperatura del liquido refrigerante. Un aspetto che vale anche per le tecnologie maggiormente innovative: più di qualche combattutissimo Gran Premio di Formula Uno è stato perso -banalmente- proprio a causa del surriscaldamento del motore. E il discorso può essere esteso a mille altre “macchine”. Avete mai fatto caso al vostro computer? Qualcuno avrà sicuramente notato che una piccola e provvidenziale ventola evita che la temperatura

aumenti a dismisura mettendo di conseguenza in crisi il sistema. E il telefonino, prolungamento virtuale e ormai irrinunciabile della nostra quotidianità? Pure in questo caso esiste un dispositivo di raffreddamento, statico e non dinamico (senza cioè l’ausilio di ventilatori), ma assolutamente indispensabile; pensiamo infatti a quante ore rimane acceso, sempre pronto all’uso. Il disastro di Cernobyl, del quale il mondo sta ancora pagando le tragiche conseguenze, è avvenuto


SISTEMI DEDICATI DI RAFFREDDAMENTO PER: Conceria e pellami

Refrigerazione processi - Essiccazione - Recupero energetico

Conservazione alimentare

Controllo temperature - Controllo umidità - Stagionatura

Materie plastiche

Refrigerazione processi - Freecoling - Recupero energetico

Meccanica di precisione

Refrigerazione processi - Raffreddamento olii

Metallurgia processi

Refrigerazione - Presse - Lavametalli - Laser

Oreficeria basse temperature

Refrigerazione processi - Torni a ghiaccio

Processi del vino

Refrigerazione - Controllo temperature e umidità - Recupero energetico

perché i sistemi di surriscaldamento sono andati fuori controllo. Stiamo dunque parlando di qualcosa di molto concreto e importante: un aspetto che normalmente sfugge alla nostra attenzione. Ma che, per fortuna, non viene trascurato da chi opera professionalmente nel settore.

Come Valentino Trentin, fondatore nel 1980 di Recold, azienda strutturata inizialmente per fornire un servizio di assistenza e manutenzione nell’ambito della refrigerazione industriale ed entrata in seguito, a pieno titolo, nel novero delle più innovative ditte costruttrici del settore. “Per noi raffreddare -ci spiega l’imprenditore- significa saper controllare l’energia. Tutte le macchine che lavorano, come abbiamo visto, producono calore. Se poi pensiamo per esempio alle variazioni climatiche, ci accorgiamo che i cambiamenti di temperatura generano diversi fenomeni meteorologici: pioggia, vento, nebbia, afa… Ecco allora, sulla base di queste osservazioni, che da qualche tempo abbiamo impresso a Recold una svolta significativa: alla tradizionale produzione di gruppi refrigeranti è stata infatti affiancata la progettazione e realizzazione di sistemi dedicati di raffreddamento. Si tratta di particolari applicazioni che vanno a integrare determinate linee di produzione -sulla base di richieste personalizzate- e che in tali contesti svolgono precise funzioni. Sistemi che consentono, per esempio, di deumidificare, asciugare (anche a bassa temperatura), condensare… Operazioni delicate e sempre più richieste dal mercato negli ambiti più svariati:

Sopra Un’unità da esterno della nuova Serie CWN per la produzione di acqua refrigerata (con un ampio range di lavoro personalizzabile). Il sistema di controllo di ultima generazione ne consente la telegestione remota con monitoraggio costante “Azienda 4.0”. L’intero studio di progettazione, così come la stessa realizzazione, è curata da Recold, garantendo quindi un prodotto 100% made in Italy.

alimentare, farmaceutico, enologico, conciario…”. Innovazioni rilevanti, dunque, che implicano tanto inventiva quanto continua ricerca e che hanno proiettato Recold nel mercato globale, portando l’azienda a relazionarsi tecnicamente e commercialmente con nicchie di mercato ricche e interessanti. “Nel 2018, a riprova del respiro internazionale che ha assunto la nostra ditta, abbiamo installato diverse unità negli Stati Uniti, in Canada e in Asia. Ma anche in Sudamerica e in Estremo Oriente. Un’annata molto intensa, dunque, come dimostrano anche le mie 58 carte d’imbarco”. Nell’ottica di una prospettiva futura per Recold, dopo oltre quarant’anni di ininterrotta amicizia e lavoro svolto assieme,

Valentino Trentin e il suo socio Eugenio Mauretto hanno avvertito la necessità di affrontare il tema del passaggio generazionale. Al termine di una ponderata e condivisa valutazione, finalizzata a garantire una rassicurante e proficua continuità, è stato costituito il Gruppo Trentin, destinato a inglobare Recold srl e altre realtà produttive. Ne è a capo il giovane Alberto Trentin. “Ormai da molti anni -conclude Valentino Trentin- mio figlio è attivo nella ditta. Il suo passato sportivo (soprattutto nell’ambito dello sci) ha contribuito, ovviamente assieme ai percorsi formativi professionali, a plasmarlo nel carattere e a portare in azienda una carica di energia positiva. Il passaggio è così avvenuto in termini ottimali e con la giusta gradualità”.

Sopra Una monoposto di Formula 1 costretta all’abbandono per surriscaldamento del motore: in più di un’occasione è accaduto che un Gran Premio venisse perduto a causa del malfunzionamento dei sistemi di raffreddamento. Anche ai massimi livelli tecnologici la risoluzione di simili problematiche si rivela cruciale.

RECOlD srl

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Via 4 novembre, 23 36061 - Bassano del Grappa (VI) Stabilimento Via Verona, 5 (zona industriale) 36020 - Pove del Grappa (VI) Tel. 0424 808943 www.recold.it ufficio_tecnico@recold.it


Massimo Vallotto, co-fondatore dell’importante realtà museale dei Territori del Brenta, dopo trent’anni lascia ogni incarico

SCHEGGE

Museo dell’Automobile “BonfantiVIMAR”: il bilancio di fine mandato

di Roberto Costa

Sotto ai titoli Ezio Zermiani, Miki Biasion, Tiziano Siviero e Roberto Cristiano Baggio durante la serata celebrativa tenutasi nel teatro all’aperto Tito Gobbi del Castello degli Ezzelini del Trentennale della Vittoria del primo titolo Mondiale Rally da parte dei due piloti bassanesi, nel 1988. Sotto, dall’alto verso il basso Vari momenti di eventi del Museo sotto la presidenza Vallotto. Serata celebrativa di Ayrton Senna, nella Sala Chilesotti del Museo Civico di Bassano, con ospite d’onore Jean Alesi, condotta assieme al compianto giornalista Beppe Donazzan. Il Giro del Mondo in Camion del bassanese Cesare Gerolimetto, a quarant’anni dall’impresa entrata nel Guinness dei primati. Il Quarantennale del Mondiale piloti vinto da Sandro Munari, il Drago di Cavarzere, riconosciuto capostipite dei Veneti Volanti. Con Munari e Vallotto, Francesca Pasetti (“Lady Fulvia”), profonda conoscitrice della storia rallystica dell’epoca. Vallotto con Miki Biasion, bi-campione del Mondo rally, nel 1988 e 1989.

Nuova linfa per affrontare il futuro: è il turno del neopresidente Umberto Voltolin.

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La storia del Museo Fondato nel 1991 da un gruppo di soci fra i più rappresentativi del CVAE (Circolo Veneto Auto Moto d’Epoca), a sua volta nato a Bassano trent’anni prima, il Museo dell’Automobile “Bonfanti-VIMAR” fin dall’inaugurazione del 1992 si è caratterizzato per una filosofia espositiva unica e innovativa: ogni sei mesi, solitamente in primavera e in autunno, veniva allestita una mostra tematica con argomento riguardante la tecnica, la storia, lo sport, il costume e l’arte legati al mondo del motorismo. Sono ad oggi ben quaranta le esposizioni tematiche presentate nel tempo dal Museo, che spaziano dai Sessant’anni del centro stile Pininfarina al Centenario del primo volo a motore; dai Settant’anni della Topolino all’Icona di stile Lancia Aurelia; dal Mezzo secolo del mondiale F1 targato Maserati alla celebrazione dei “terribili gruppo B” del mondiale Rally. Quest’intensa attività ha permesso al “Bonfanti-VIMAR” di vincere per ben cinque volte, nel 1999, 2000, 2001, 2004 e 2007, il Trofeo di “Miglior Museo europeo della motorizzazione”, premio assegnato in occasione della Grande Parade de Mulhouse Festival de l’Automobile che si tiene ogni anno

in Alsazia, nel pieno dell’estate, e alla quale partecipano i maggiori musei europei del settore. Per il suo ventennale, nel 2011, il Museo si è dotato anche di una sezione permanente, la “Galleria del Motorismo, Mobilità e Ingegno Veneto - Giannino Marzotto”, che è poi stata rinnovata nel 2016. Tale esposizione mette in risalto primati e primatisti, invenzioni e record, uomini e donne dotati di un “coraggio intelligente e di un’intelligenza coraggiosa” che la terra veneta può vantare nell’ambito di tutti gli aspetti legati al motorismo. A tutt’oggi il Museo è riconosciuto dalla FIA, dall’ANFIA (Associazione Nazionale fra Industrie Automobilistiche), dall’ASI (Automotoclub Storico Italiano), dall’AAVS (Associazione Amatori Veicoli Storici), dall’AISA (Associazione Italiana della Storia dell’Automobile), dalla Società Italiana per la protezione dei beni culturali e dalla Regione Veneto. Non solo esposizioni Alla pur ricca attività espositiva e alla sua originale formula, il Museo dell’Automobile “BonfantiVIMAR” ha affiancato numerose attività collaterali che contribuiscono ad ampliarne in maniera

significativa l’offerta culturale. Tra queste vanno sicuramente annoverati i corsi per restauratori di auto e moto d’epoca. Suddivisi in un corso base e uno avanzato, sono articolati in 32 due ore composte da teoria e pratica, all’interno delle quali i partecipanti apprendono il corretto approccio al restauro di un veicolo d’epoca, condividendo altresì un linguaggio comune che permetta di dialogare tra loro il meccanico, il carrozziere, il tappezziere, l’ebanista e tutte le figure che ruotano attorno a quest’opera di altissimo artigianato, in modo da avere chiari obiettivi e fine dell’iniziativa. Nelle molteplici edizioni dei corsi sono state registrate partecipazioni da più parti d’Italia, segno evidente della riconosciuta qualità dell’offerta formativa. All’interno del Museo hanno avuto luogo anche lezioni per studenti di Ingegneria Meccanica dell’Università di Padova. Ai corsi per restauratori e alle lezioni universitarie, nel tempo si sono affiancati numerosi convegni, presentazioni di pubblicazioni, partecipazioni a manifestazioni che, a vari livelli, interessavano il mondo del motorismo. Tra questi, i più partecipati sono stati gli eventi che avevano come tema la


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A fianco L’ipotesi di restyling esterno dell’attuale sede del Museo a Romano d’Ezzelino. Il depliant che illustra la Galleria del Motorismo, Mobilità e Ingegno Veneto “Giannino Marzotto”.

celebrazione di storiche imprese motoristiche del recente passato, raccontate dai diretti protagonisti, come per esempio quei “Veneti Volanti”, che hanno contribuito in maniera determinante alla storia del rally negli anni ’70-’80 del secolo scorso.

La presidenza Vallotto Nino Balestra nel 2014, dopo ventidue anni di ininterrotta presidenza del Museo, ha lasciato la carica all’amico Massimo Vallotto, già con lui socio fondatore, vicepresidente e consigliere della Fondazione Amici del Museo “Luigi Bonfanti”. Se durante la presidenza Balestra il Museo è nato, cresciuto e gradualmente si è affermato a livello internazionale, con la presidenza Vallotto ha creato i presupposti per un maggior legame con la città, Bassano del Grappa, deputata ad accoglierne la nuova sede. Durante la presidenza Vallotto, giunta fino all’aprile 2019, se da un lato è stata ampliata nei contenuti la sezione espositiva permanente della Galleria del Motorismo, Mobilità e Ingegno Veneto “Giannino Marzotto”, sempre curata dall’instancabile Balestra, dall’altro sono stati moltiplicati gli eventi relativi alla celebrazione dei protagonisti del mondo del Motorismo: serate dedicate ai campioni della storia del rally, dagli albori con il “Drago di Cavarzere” Sandro Munari fino ai due volte Campioni del Mondo Miki Biasion e Tiziano Siviero,

passando per la leggenda Luigi-Luky Battistolli, si sono succedute a eventi di presentazione di pubblicazioni come il libro di Fioravanti, storico designer di Pininfarina per Ferrari, passando per i libri su Ayrton Senna in occasione del ventennale della scomparsa. Da ricordare sicuramente l’ultima partecipazione alla manifestazione “Green to go 2018”, nella quale il Museo era presente con il prototipo della macchina elettrica PGE, elemento di un futuribile progetto di car-sharing elettrico partorito dalla fervida mente di “Mister Cynar”, l’ing. Angelo dalle Molle. Già negli anni ’70 l’ing. Dalle Molle preconizzava una svolta elettrica e di condivisione per i mezzi cittadini. Di tale progetto il Museo è divenuto proprietario, per volontà degli eredi Dalle Molle, dell’intero archivio. A tutto questo Vallotto ha aggiunto l’aggiornamento dei principali elementi di comunicazione del Museo: la nuova grafica, sia cartacea sia digitale, è stata accompagnata dall’elaborazione di un nuovo sito internet, strumento ormai divenuto basilare per qualsiasi ente che proponga un’offerta turistico-culturale avanzata. La convinta adesione al progetto di marchio d’area “Territori del Brenta”, che mira a fare rete e organizzare la comunicazione della proposta turistica di un territorio più ampio, completa idealmente l’operazione di marketing che è divenuta elemento caratterizzante del consiglio presieduto da Vallotto.

Il Polo Museale Culturale Santa Chiara Ma l’impegno principale della gestione Vallotto è stato quello di affiancare le varie amministrazioni cittadine succedutesi negli anni nella definizione e accompagnamento del progetto e delle fasi di avvio del costruendo Polo Museale Culturale Santa Chiara. Posto in pieno centro storico di Bassano dove una volta sorgeva la caserma Cimberle-Ferrari, il complesso edilizio firmato dall’architetto Carlo Aymonino, ospiterà un moderno Museo di Storia Naturale e la nuova sede del Museo dell’Automobile “Bonfanti-VIMAR”. Nonostante le note vicende che ne hanno a lungo rallentato il cammino, il Santa Chiara sembra ormai aver imboccato la strada per il completamento del primo stralcio funzionale, dedicato al Museo di Storia Naturale. Occorrerà un rinnovato slancio da parte della nuova amministrazione bassanese, che già si è espressa favorevolmente in tal senso, per il reperimento dei fondi utili al secondo stralcio, a completamento dell’opera. All’interno del Santa Chiara, il Museo potrà completare l’allestimento della sua sezione permanente e riprendere al contempo la formula delle esposizioni tematiche a rotazione, costituendo una sicura fonte di richiamo per Bassano e il territorio circostante. “Il futuro è di chi ha una storia da raccontare.”

Sopra Lo stand del Museo allestito in Piazza Libertà a Bassano per la manifestazione “Green to Go 2018”, durante la settimana europea per la mobilità sostenibile. Già negli anni ’70 l’ing. Dalle Molle prevedeva un car-sharing elettrico per muoversi nei centri cittadini, progetto avveniristico e anticipatore dell’odierna realtà.

Sotto Il nuovo presidente del Museo Umberto Voltolin. Nel suo compito sarà coadiuvato dai membri del consiglio Stefano Chiminelli e Francesco Bonfanti, con la carica di vicepresidenti, Mauro Valerio, Miki Biasion, Giovanni Dolcetta e Piero Colonna come consiglieri e Rosanna Bontorin, segretaria. “L’importante strada tracciata dai precedenti presidenti Nino Balestra e Massimo Vallotto costituirà sicuramente un rilevante esempio per il nuovo Direttivo che conta di portare nuove idee e nuovi apporti proseguendo le dinamiche attività istituzionali e culturali che da sempre hanno valso al Museo Bonfanti-VIMAR qualifiche di merito anche al di là dei confini nazionali”.

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LA BORGOGNA In viaggio fra cattedrali, borghi e vigneti

Sì, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Un itinerario culturale in questa regione non può che essere particolarmente vario, perché ricco d’arte, storia e architettura, ma anche di natura e di sapori.

La Borgogna è una delle regioni più interessanti della Francia, famosa per i vini e per la ricchezza delle sue bellezze storiche. La natura colpisce per il rincorrersi di boschi e valli, tra le quali spuntano meravigliose chiese romaniche, borghi medievali e villaggi che paiono senza tempo; senza dimenticare le abbazie che sono un patrimonio mondiale. Insomma, anche il solo scorrere una lista su cosa vedere in Borgogna è sufficiente per comprendere la potenza e la prosperità che hanno da sempre caratterizzato questa regione. I palazzi e le chiese di Digione riassumono nelle loro pietre il patrimonio aristocratico della città. Durante il Medioevo, Digione era la capitale del ducato di Borgogna e qui i duchi vissero in splendidi palazzi che ancora oggi colpiscono per la grazia e l’eleganza delle loro facciate. L’attrazione turistica principale resta comunque il Palais des Ducs, nel cuore del centro. Tra le città da non perdere c’è poi Beaune, altra residenza dei Duchi

Sopra, da sinistra verso destra L’Hôtel-Dieu di Beaune venne fatto costruire nel 1443 da Nicholas Rolin, cancelliere del duca Filippo il Buono, come ospizio per i poveri. Fra i suoi tesori, anche il notissimo polittico del Giudizio Universale di Rogier van der Weyden. Il Palais des Ducs a Digione: la sua attuale configurazione si deve all’architetto Jules Hardouin Mansart, fra i maestri del barocco in Francia. Qui sotto Della grandiosa abbazia di Cluny rimangono oggi solo il transetto sud e la torre campanaria ottagonale detta “dell’acqua benedetta”.

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di Borgogna, un luogo che va apprezzato semplicemente camminando per la sue strade acciottolate e fiancheggiate da case medievali che portano a Place Monge, dove spicca una torre del XIII secolo. Il monumento principale di Beaune è l’Hôtel-Dieu, ospedale per i poveri costruito per volontà del cancelliere Nicolas Rolin e di sua moglie a metà del XV secolo. Non si può neppure provare a raccontare cosa vedere in Borgogna senza citare Cluny. La cittadina si è sviluppata intorno alla celebre abbazia benedettina, fondata nel 910 dal duca Guglielmo I detto il Pio che regalò un grande appezzamento all’abate Bernone per farvi costruire un monastero. L’abbazia assunse la regola di San Benedetto e crebbe in breve tempo fino a diventare il simbolo e il modello per la vita religiosa in quei secoli. Circondato da antichi bastioni, l’incantevole villaggio di Vézelay si erge in cima a una collina che domina la catena dei monti di Morvan: annoverato come uno

dei più belli della Francia, incanta i visitatori con splendidi scorci dove le case rinascimentali si confondono attorno alla basilica romanica (tutelata dall’Unesco) fondata nel XII secolo, all’inizio della Seconda Crociata. Un viaggio in questa terra di vino e bellezze porta per forza alla abbazia cistercense di Fontenay, luogo ai primi posti fra le attrattive della Borgogna: immersa nel verde della campagna, venne fondata da San Bernardo nel 1119. Si dice che prenda il nome dalla parola latina “fontana”, perché qui scorrevano un tempo numerosi fiumi e corsi d’acqua. A tutto ciò si aggiunga poi che la regione ha una propria grandissima tradizione gastronomica: chi arriva qui non deve perdere l’occasione di assaggiare le specialità locali, come le classiche lumache, il boeuf bourguignon (uno stufato di manzo cotto nel vino) e il pollo alla salsa di senape. È come mettere nel piatto la quintessenza dei sapori di Francia!


Dal 26 al 29 settembre 2019 Viaggio di 4 giorni Una terra ricca di storia ALLA SCOPERTA DELLA BORGOGNA

Caratterizzata da dolci pendii, vigneti, un paesaggio rurale da dipinto e graziose file di case a graticcio, questa regione vi regalerà esperienze memorabili

1° giorno - Giovedì 26 settembre Digione Ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e partenza per Vicenza, Milano, Aosta. Pranzo libero lungo il percorso. Arrivo nel pomeriggio a Digione, capoluogo della zona vinicola della Borgogna, e breve visita panoramica a questa splendida città d’arte. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

2° giorno - Venerdì 27 settembre Digione - Beaune Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino incontro con la guida e visita alla città di Digione. La grandezza del suo passato si riflette su un patrimonio storico e artistico di grande

valore. In particolare visiteremo il Palazzo dei Duchi di Borgogna, la chiesa gotica di Nôtre Dame e il centro storico con le caratteristiche case a graticcio, dimore signorili dei ricchi borgognoni. Pranzo libero. Nel pomeriggio proseguimento per Beaune, antica residenza dei duchi di Borgogna, cinta da bastioni che racchiudono le stradine e gli edifici della città vecchia. Visita guidata all’Hôtel Dieu, antico ospedale in stile gotico fiammeggiante e alla Collegiata di Nôtre Dame. In serata rientro in hotel.

3° giorno - Sabato 28 settembre Fontenay - Vézelay Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino partenza per Fontenay e visita guidata all’antica abbazia cistercense, fondata nel XII secolo, e dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’Umanità. Pranzo libero. Nel pomeriggio visita dell’Abbazia di Vézelay, famosa nel Medioevo per essere stata il punto di partenza per le crociate e il luogo dove riposano le spoglie di Santa Maria Maddalena. Visita e degustazione in una cantina della zona. In serata rientro in hotel.

Sopra Vigneti e borgate trapuntano il paesaggio della Borgogna.

4° giorno - Domenica 29 settembre Cluny Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Cluny e visita guidata alla celebre abbazia, uno dei più grandiosi edifici del Medioevo. Fondata nel 910, fu il centro riformatore dell’Ordine Benedettino, dando vita a quello Cluniacense. Al termine, partenza per il rientro. Pranzo libero lungo il percorso. Arrivo in tarda serata.

Qui sotto La splendida facciata della basilica di Vézelay, capolavoro dell’architettura romanica.

Quota individuale di partecipazione euro 650,00

la quota comprende: - viaggio in pullman gran turismo; - sistemazione in hotel 3 stelle superiore in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, bevande incluse; - gli ingressi (Hotel Die Beaune / Abbazia di Fontenay / Abbazia di Cluny); - degustazione in cantina; - auricolari per tutto il tour; - assicurazione medico bagaglio; - nostro accompagnatore.

la quota non comprende: - le camere singole (suppl. di euro 130,00); - la tassa di soggiorno; - le mance e gli extra in genere. All’iscrizione acconto di euro 150,00

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Una bella opportunità per le aziende del territorio…

Bando Impresa Bassano 2019 e Distretto del Commercio: Confartigianato è partner dei progetti

ARTIGIANI

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

Si tratta di iniziative orientate a promuovere e sostenere le attività commerciali e artigianali, con un particolare riguardo al contesto storico cittadino e alle spese destinate a investimenti.

Sopra La pieve di Santa Maria in Colle dalla riva destra del Brenta. Qui sotto Artigiani tipografi al lavoro in una stamperia del XVI secolo (xilografia, 1568).

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Anche quest’anno il Comune di Bassano ha stanziato la somma complessiva di 40mila euro per l’erogazione di contributi in conto capitale finalizzati a favorire l’insediamento, la riqualificazione e il sostegno economico di attività commerciali e artigianali nel “Centro Storico di Pregio”, ovvero nella Città antica, nel Borgo Angarano e nel Borgo Leon. All’iniziativa aderiscono pure la Camera di Commercio, Centroveneto Bassano Banca e diverse associazioni di categoria. Fra queste, ovviamente, anche Confartigianato, che appoggia con convinzione tale significativa misura (dalla durata triennale) per promuovere il più possibile la valorizzazione del centro storico. “Facendo parte di una rete che lavora e progetta per il bene della nostra città -ricorda il presidente mandamentale Sandro Venzoabbiamo sentito il dovere di completare il programma, per poi verificarne e valutarne con la massima attenzione gli effetti. Indispensabile, infatti, capire se siamo sulla strada giusta. Tutto cio, chiaramente, non basta: per questo tutti i partner hanno

già attivato nuove iniziative con la progettazione regionale sui Distretti del Commercio”. Il Bando Impresa Bassano offre contributi per la copertura di specifiche spese per un importo massimo di 5.000 euro o per il sostegno di due annualità del canone di locazione dell’immobile sede dell’attività economica. I destinatari dei contributi sono attività di natura artigianale o commerciale, con alcune esclusioni motivate dagli obiettivi del bando, che mira a equilibrare la presenza dei diversi settori merceologici nel centro e favorire attività il più eterogenee possibile. Per vedere i criteri in dettaglio si rimanda all’articolo 3 del Bando presente sul sito del Comune. Ci sono dei settori ai quali è destinato un maggior punteggio nella distribuzione dei contributi: il commercio alimentare e poi l’artigianato, in particolare quello artistico o tipico e le lavorazioni tradizionali, così come l’imprenditoria giovanile.

Per poter accedere ai contributi è necessario presentare la domanda entro le ore 12.15 di venerdi 27 settembre 2019 in forma

cartacea, all’Ufficio Protocollo del Comune di Bassano in via Matteotti 39 (da lunedì a venerdì e dalle 9.00 alle 12.15; giovedì anche dalle 16.00 alle 17.30), oppure mediante invio alla PEC bassanodelgrappa.vi@cert.ip-veneto.net. Per informazioni è possibile rivolgersi allo Sportello Unico Attività Produttive di via Verci o direttamente alla sede cittadina di Confartigianato (Ufficio Punto Impresa). Il Distretto del Commercio promuove inoltre un ulteriore bando che va a favore di tutte le aziende del Veneto, con attività commerciali (o che prevedono almeno come attività secondaria un’attività commerciale); tale bando finanzia il 50% delle spese sostenute in aggregazione (minimo tre partners). Le spese finanziabili sono per acquisti di tecnologia, comunicazione o sinergie varie. Le caratteristiche del bando si possono leggere sul sito del Comune di Bassano (Distretto del Commercio) o reperire presso le associazioni di categoria. La scadenza di questa misura è stabilita al 31 luglio 2019 e la spesa minima ammissibile è di 30mila euro a singolo progetto.


L’estate riserva mostre e rassegne a non finire…

PIETRASANTA Arte e non solo nella “Piccola Atene”

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

Capoluogo storico della Versilia, lungo l’antica Via Francigena, offre davvero mille opportunità. Quel che mi piace è Pietrasanta: bellissima cittadina, con piazza unica, una cattedrale da grande città, e, sfondo, le Alpi Apuane. E che paese all’intorno! Che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli risonanti freschi sotto i castagni e gli olivi fra il verde.

Così Giosuè Carducci, fra i poeti più noti e amati dell’Ottocento, primo italiano a vincere il Nobel per la letteratura, descrive la sua città natale: Pietrasanta. Considerata da sempre capoluogo storico della Versilia, situata ai piedi dei colli che congiungono la pianura alle Alpi Apuane, è uno dei più importanti centri internazionali per la lavorazione del marmo e del bronzo. Scultori e artisti provenienti da tutte le parti del mondo si ritrovano in questo piccolo paese facendolo diventare un vero e proprio museo a cielo aperto. Grazie alla concentrazione di numerosi laboratori artigianali, di gallerie d’arte e di artisti (tra i quali anche Botero e Mitoraj, che qui si erano stabiliti), Pietrasanta si è guadagnata il soprannome di Piccola Atene, divenendo una meta per gli amanti dell’arte. Nel periodo estivo le mostre e le rassegne artistiche nelle piazze e nelle gallerie si moltiplicano. Ed è un vero piacere passeggiare nell’elegante centro storico, punteggiato non solo da laboratori artigianali (tra i quali lo Studio Cervietti di via Sant’Agostino), ma anche da raffinati ristoranti e

Sopra, dall’alto verso il basso La movida di piazza Duomo, a Pietrasanta, in una foto notturna. Il prezioso interno della Collegiata di San Martino, ricco di tesori. Il campanile cinquecentesco del Duomo cela una straordinaria scala elicoidale autoportante, forse ispirata da Michelangelo.

In alto, sotto ai titoli La piana versiliese dalla suggestiva frazione di Capriglia.

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invoglianti enoteche. La collegiata di San Martino, in piazza Duomo, merita davvero una visita per le pregiate opere al suo interno, così come il campanile, al quale si accede da una scala elicoidale. Sulla stessa piazza si affaccia pure la chiesa di Sant’Agostino, in stile romanico e con il chiostro cinto da un peristilio di colonne in marmo. Consiglio di visitare anche la piccola chiesa di Sant’Antonio, con affreschi di Botero, e il palazzo Moroni, sede del Museo Archeologico della Versilia, con numerosi reperti etruschi. E poi il MuSa, museo virtuale di scultura e d’architettura, dove sono illustrate tramite innovativi sistemi multimediali l’estrazione del marmo e le creazione delle più importanti opere architettoniche e scultoree. Il marmo caratterizza molti degli edifici della cittadina, donando splendore e lustro a ogni contesto. È sotto i Medici che Pietrasanta conosce un periodo di stabilità sia politica sia amministrativa. L’economia è florida proprio grazie al marmo estratto dalle Alpi Apuane, ed è in questi anni

che Michelangelo giunge in Versilia per procurarsi la splendente roccia metamorfica. Le mura di cinta della città, ancor ben visibili, si raggiungono attraverso un sentiero che termina alla Rocca di Sala, costruita forse da Castruccio Castracani nel XIV secolo per fortificare Pietrasanta e difenderla dai vari attacchi dei Genovesi, dei Pisani e dei Fiorentini. Dalla frazione di Capriglia si può ammirare il panorama sopra la piana versiliese, da Forte dei Marmi a Viareggio: alla sera lo spettacolo è indimenticabile. Ricordo poi che qui, oltre ad artisti e appassionati, si incontrano anche numerosi pellegrini: percorrendo la Via Francigena essi passano da Pietrasanta, per proseguire poi il viaggio verso la Città Santa. Si tratta della tappa 26, che parte da Massa e attraversa Pietrasanta e Camaiore arrivando a Lucca, raccordo fondamentale della strada Romea. Ristorantini ben curati dai menu originali e gustosi vi aspettano per un dolce ristoro. E non dimenticate che un tuffo nel mare della mitica Versilia è d’obbligo prima di ripartire!


Per secoli, in Italia, immagini e parole hanno convissuto in un linguaggio composito, carico di contenuti morali…

CIVITAS

Tecno-scienze vs tecno-arti

di Sergio Los Università IUAV di Venezia

nel governo delle città

In questo saggio del prof. Los, l’invito a cambiare registro e a operare per la rinascita del pianeta.

Nel mio intervento al Festival Biblico 2019 (S. Los 2019) ho attribuito la responsabilità delle ‘emergenze climatiche’ che funestano il nostro pianeta, a una forma di vita moderna che opera interventi di grande impatto ambientale con procedure di controllo particolarmente carenti. Ho anche sostenuto che senza sostituire con un’altra forma di vita capace di controlli molto più accurati, quella presente termo-industriale non avremo modo di arrestare tali emergenze climatiche che caratterizzano l’attuale situazione problematica.

“Grazie al concetto di Gaia, ora possiamo comprendere che il nostro pianeta è completamente diverso da Venere e Marte, i suoi fratelli già morti. Proprio come ciascuno di noi, Gaia controlla la propria temperatura e composizione chimica per essere sempre a proprio agio, e lo fa da quando la vita ha avuto inizio, oltre tre miliardi di anni fa. Per dirla tutta, i pianeti morti sono come statue di pietra che, se anche venissero chiuse in un forno e riscaldate a 80°C, rimarrebbero tali e quali. Ma io e voi moriremmo di certo, se portati a quella temperatura, e lo stesso vale per la terra”. James Lovelock

Bibliografia Los, S., Civicità del Cristianesimo (in corso di pubblicazione). Capra, F., La Scienza Universale, arte e natura nel genio di Leonardo, Rizzoli, Milano 2007. Polanyi, K., La grande trasformazione, Einaudi, Torino 2010. Tooze, A., Lo schianto, Mondadori, Milano 2018. Fukuyama, F., La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano 1992.

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Per caratterizzare questa forma di vita alternativa ho proposto di sostituire con le pratiche operative delle tecno-arti quelle correntemente applicate delle tecno-scienze, che considero primariamente responsabili delle difficoltà nel controllare le conseguenze delle azioni svolte dalle culture termo-industriali in varie parti del mondo. Le tecno-arti sono state il maggiore contributo offerto dall’Italia all’evoluzione delle comunità culturali civiche in varie regioni del pianeta e Bassano, in partico-

lare, ha avuto in quel contributo un ruolo da protagonista, che però è andato perduto nei tempi più recenti. Intendo parlare dell’arte italiana e del suo patrimonio monumentale e civico che continua ad alimentare gran parte dei musei presenti nel villaggio globale.

Quel contributo italiano di cui parlo, che è il patrimonio monumentale e paesistico delle nostre città può essere usato in due diversi modi, secondo la maniera in cui noi lo abbiamo realizzato nel nostro passato prima della Riforma, oppure secondo la ricodificazione estetica sviluppata dai nostri colonizzatori nel XVIII secolo al tempo dei primi scavi archeologici. Per spiegare cosa distingue questi due modi, occorre ricordare che l’Italia è stata anche il luogo dove le immagini - liberate nel Concilio di Nicea del IX secolo d.C. dal divieto iconoclasta che l’Ebraismo aveva trasmesso al Cristianesimo - diventano parte del linguaggio composito, usato dalle varie istituzioni delle città, per comunicare insieme contestualmente immagini e parole.

Una convivenza semantica che rende referenziali le immagini caricandole di contenuti primariamente morali. Lo stesso nostro linguaggio emerge come linguaggio morale - in Dante con la Divina commedia, in San Francesco con il Cantico delle creature, in Ambrogio Lorenzetti con gli affreschi del Bene proprio e del Bene comune - per accompagnare quel progetto morale incorporato per molti secoli nelle culture civiche. Un linguaggio civico che per essere composito comprende anche architettura, urbanistica e paesaggi, abiti e arredi, per costruire una ‘nicchia iconica’ in cui si formano ed evolvono intere generazioni. La normatività che assume l’arte figurativa nelle botteghe dei maestri artigiani fa evolvere attraverso l’uso un linguaggio codificato dalle grammatiche elaborate e comunicate sia dalle stesse opere multi-scala che dalle istituzioni presenti nelle città. Nel primo modo questo è un patrimonio di testi incorporanti un linguaggio, che le tecno-arti riproducono con la capacità sia di comunicare sia di conoscere determinati contenuti nell’ambito della comunità simbolica che lo usa e gestisce; nel secondo esso è un insieme di opere estetiche internazionali, capaci di intrattenere avendo perduto con la referenzialità le capacità cognitive trasferite esclusivamente alle tecno-scienze. Fino al Rinascimento le tecno-arti di umanisti come Leon Battista Alberti, Leonardo, Brunelleschi, Palladio comprendono quel saper costruire bene, inteso come sistema simbolico, che trasferito nel secolo XVIII dalle tecno-arti, rese estetiche internazionali, alle tecno-scienze, diventerà una disciplina ingegneristica. La ricerca basata sui linguaggi iconici, sulle qualità,


passa così alla ricerca basata sui numeri, sulle quantità. Sarà proprio Galileo a distinguere le proprietà primarie, quantificabili, da quelle secondarie, qualificabili ma soggettive, perciò non oggettive, non disciplinari. I linguaggi non sono soggettivi, appartengono alle comunità e non agli individui, hanno un altro modo di essere obiettivi che consiste nell’essere comuni, riscontrabili in qualsiasi discussione con altri componenti della comunità pertinente. Poi, per secoli sono queste discipline a dominare, che F. Capra definisce ‘meccanicistiche’ (F. Capra 2007), e che sono quelle tecno-scienze, dove la quantificazione rende trasferibili le conoscenze, per questo applicabili anche da altri, sia nel bene sia nel male. Questa meccanicistica neutralità elude la scelta morale, la conoscenza trasmessa può essere indifferentemente usata bene oppure male, di essa ora non è più responsabile il conoscitore che la intraprende ma l’applicatore. Questo separa sensorio e motorio nelle nostre istituzioni di controllo e sarà anche il motivo di quelle emergenze climatiche da cui oggi siamo non solo minacciati ma già profondamente perturbati. La nostra paralisi del motorio politico ha lasciato troppo spazio di manovra a quelle emergenze climatiche che aumentano continuamente il costo delle operazioni di riparazione dei danni prodotti, tanto che ci dedichiamo molto più all’adattamento a tali emergenze che alla loro mitigazione. Le tecno-scienze quantitative disciplinari sono affidabili per le istituzioni giuridiche che giudicano le azioni degli individui estranei a qualsiasi comunità mediante ‘norme prescrittive’, ma non sono interessate a convincere persone che condividono ‘norme elettive’:

esse dovranno quindi ricorrere a spintoni, coerenti con la competitività caratteristica delle moderne società liberiste, ma anche della loro vulnerabilità. Sono proprio le ‘norme prescrittive’ deresponsabilizzanti a ritardare le risposte agli errori riconosciuti, alla loro correzione. Il ricorso alle istituzioni e le correlate discussioni richiedono tempi non compatibili con l’accelerazione delle innovazioni tecnologiche termo-industriali, e le emergenze climatiche ne sono la dimostrazione. Disuguaglianze mostruose ed emergenze climatiche mettono dunque fine a quel mondo liberaldemocratico, fondato sui diritti individuali, che precede la crisi del 2008 (A. Tooze 2018). Dopo lo ‘schianto’ del neoliberismo, che pareva marcare la ‘fine della storia’ (F. Fukuyama 1992), diviene necessario perseguire altri progetti che rispettino il patrimonio culturale presente in ogni paese e sviluppino prospettive impegnate a non disperdere e declassare quelle tradizioni, in cambio di mai mantenute promesse. È questa la congiuntura che rende attuali le nostre tecno-arti: le comunità civiche, il linguaggio composito immagini e parole, l’umanesimo italiano, il progetto morale che ci rende reciprocamente riconoscibili, sono risorse e vincoli che dovrebbero guidare la nostra rinascita, dove le tecno-arti sono cruciali. Non solo nostra naturalmente, ma per la quale il contributo italiano resterebbe fondamentale. Esemplare nel distinguere il comprendere delle tecno-arti da quello delle tecno-scienze è la transizione dalla via delle partiture (coerente con il linguaggio e la sua evoluzione mediante l’uso che ne fa la comunità, e che serve a chi sa suonare il pianoforte per eseguire Bach, Mozart, et cetera),

a quella della via dei grammofoni (utile per fare che chiunque, senza sapere nulla, possa ascoltare Mozart e Madonna, istantaneamente). È una regressione rendere Mozart disponibile come Madonna a chiunque, fuori dalle comunità culturali dei musicisti. Quel grammofono rende la disponibilità di tutto senza comprendere niente, caratteristica della modernità internazionale che distrugge alla radice i linguaggi e conduce a un’altra forma di vita computata, senza linguaggio e senza comunità. Chi ascolta il grammofono non imparerà né la musica trasmessa né a fare il grammofono, che proviene delle multi-nazionali termo-industriali. Sarà libero di comprare altri grammofoni e di ascoltare altre musiche e magari si accontenterà. Ma sarà completamente dipendente nella scelta del come e se sopravvivere, sarà qualcun altro a scegliere e progettare la sua vita.

Alcuni ‘grammofoni’ trasmettono architetture internazionali tra cui scegliere gli edifici, senza partiture, comunità e costruttori con cui discutere l’architettura. Così sono arrivate a Bassano le torri Portoghesi e i successivi progetti di Cappai & Segantini, torri assurde di acciaio e vetro per godersi i treni dell’adiacente stazione ferroviaria.

Sotto La modernizzazione non ha risparmiato neanche uno dei migliori progetti di ponti coperti in legno, quello di Andrea Palladio, diventato un ponte di acciaio carrozzato in legno, dimenticando i disegni/partiture, la comunità e anche l’architettura. A un paese che l’architettura l’ha insegnata per secoli, credo possa bastare.

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Pochi sanno che l’artista tedesco illustrò un manuale dedicato alle tecniche di combattimento della sua epoca…

Il RAPPORTO

DÜRER DELLE ARMI

di Franco Scarmoncin

Mentre è in corso a palazzo Sturm la mostra sulle stampe della Collezione Remondini, lo studioso Franco Scarmoncin ci invita a scoprire un lato pressoché sconosciuto del grande incisore e pittore.

Numerose mostre, inaugurate durante quest’anno in prestigiosi musei italiani e francesi, sono dedicate all’arte e al genio di Leonardo da Vinci, di cui ricorre il cinquecentenario della morte, avvenuta ad Amboise il 2 maggio 1519. Da qualche anno, però, l’attenzione si è concentrata anche su un altro grande artista del Rinascimento europeo, che di Leonardo fu quasi contemporaneo: Albrecht Dürer. Di 19 anni più giovane del grande toscano, egli nacque a Norimberga nel 1471 ed ebbe con Leonardo, per il quale nutriva profonda ammirazione, molti interessi e curiosità in comune. Così, mentre Genova ospitava a Palazzo Bianco la mostra Albrecht Dürer (1471-1528). Capolavori a bulino, a Bassano si apriva il 20 aprile, a Palazzo Sturm, l’esposizione delle stampe del maestro tedesco collezionate

Sopra Alcune pagine dell’Οπλοδιδασκαλια (Oplodidaskalia) sive Armorum Tractandorum Meditatio Alberti Dureri (Codice MS 26-232), manuale d’istruzione al combattimento e all’uso delle armi illustrato dall’artista tedesco (1512). Vienna, Albertina. Albrecht Dürer, Autoritratto con pelliccia, 1500. Monaco di Baviera, Alte Pinakothek.

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dai Remondini: 214, tra xilografie e calcografie, che rappresentano una raccolta quasi completa della sua attività di incisore, uno dei tesori dei nostri Musei Civici. Sull’artista di Norimberga molti studiosi hanno indagato e scritto, non mancano dunque i cataloghi che ne inventariano la produzione, eppure c’è un’opera che è stata sempre trascurata dai critici ed è quindi ancora poco nota. Si tratta di un libro illustrato, che per molto tempo è rimasto sconosciuto: soltanto nel 1823 fu ritrovato in Stiria da Vincenz Weintridt, dopo che una sua riproduzione secentesca era già stata scoperta nel 1809 nella biblioteca dell’Università di Breslavia (ma questo libro andò perduto durante la guerra). Il suo titolo, Οπλοδιδασκαλια (Oplodidaskalia) sive Armorum Tractandorum Meditatio Alberti Dureri, è già di per sé degno di

nota per la presenza di questo strano vocabolo, hoplon, che indica le armi del fante greco, e può essere tradotto quindi come “L’addestramento alle armi, o Meditazione di Albrecht Dürer sull’impiego delle armi”; anche noto come codice MS 26-232 della collezione grafica Albertina di Vienna. Il dossier contiene un manuale di scherma o, per meglio dire, di combattimento e appartiene a un genere di opere che in quel tempo erano chiamate Fechtbücher (al singolare Fechtbuch). In esso Dürer raffigura prese di lotta, posizioni di guardie e colpi con falcione, spada e altre armi. Si inserisce quindi in un genere di prodotti che erano molto apprezzati dalla nobiltà, ma solitamente scritti da prestigiosi maestri d’arme al culmine della carriera. Non risulta invece che Dürer fosse uno spadaccino esperto, tale almeno da scrivere un manuale per insegnare le varie modalità di combattimento. Come si spiega dunque quest’opera singolare? Sappiamo, innanzitutto, che fu composta intorno al 1512, mentre l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo si trovava a Norimberga. La città era una delle maggiori produttrici di armi, cannoni e corazze del tempo, di cui egli aveva bisogno per continuare la sua guerra contro Venezia (un’impresa che poi non realizzò a causa di ristrettezze finanziarie) e quindi la sua presenza in quella


città si spiega facilmente. La cittadinanza in quell’occasione organizzò festeggiamenti solenni per l’imperatore e lo stesso artista vi partecipò, creando una specie di grande poster, formato da 193 stampe che decoravano un arco trionfale e inneggiavano alle imprese dell’illustre ospite. È quindi ragionevole supporre che anche il Fechtbuch di Albrecht sia stato realizzato in omaggio al sovrano, ma si può ritenere che non l’abbia elaborato da solo, perché la materia richiedeva conoscenze che il maestro non aveva. Le possibilità quindi sono due: o copiò le immagini da opere prodotte in precedenza da altri esperti o qualche maestro d’arme presente nella folta corte che seguiva l’imperatore lo istruì, mostrandogli le posizioni da ritrarre. Non sappiamo quale sia la risposta giusta, ma forse sono in parte vere entrambe. In effetti, fin dalla fine del XIII secolo erano comparsi alcuni - rarissimi manuali di combattimento e, si badi bene, erano codici manoscritti, ossia pezzi unici confezionati per qualche duca o arcivescovo; soltanto verso la fine del XVI secolo si cominciò a stamparne qualcuno. Il manoscritto più antico attualmente noto, conservato presso l’Armeria Reale di Leeds, è il London Tower Fechtbuch, classificato come codice I.33; ma non fu questo il modello di Dürer, perché illustrava tipi di combattimento con altre armi. Si ritiene quindi più probabile che si sia ispirato ai lavori di alcuni spadaccini che in Norimberga avevano già prodotto codici somiglianti, come Johannes Liechtenauer, Hans Döbringer o Hans Talhoffer; in ogni caso l’opera di Dürer non fu una semplice copia di questi manuali, bensì una rielaborazione originale della materia. Non ci interessa ora l’analisi delle

mosse descritte nell’Armorum Tractandorum Meditatio e nemmeno le ipotesi dei critici sulle mani che possono aver collaborato nel vergare le varie parti dell’opera; l’aspetto più interessante è il fatto che tra tutti i grandi artisti, il maestro di Norimberga fu l’unico ad applicarsi in questo tipo di attività, e lo fece da par suo. Le prime 40 pagine contengono tre immagini di lotta ciascuna, 120 posizioni in tutto, e nelle successive ci sono sequenze di combattimento con la spada a due mani, strumento tipico della scuola germanica, poi con il pugnale e con il Großes Messer, un falcione o coltello a due mani, e infine con la spada corta e con armi diverse. Il fatto che così tanto spazio sia stato dato al combattimento corpo a corpo si spiega con le esigenze della battaglia di di quel tempo allorché, durante la mischia che spesso seguiva al primo scontro frontale, era necessario abbattere il nemico a mani nude o con la daga. I gruppi di guerrieri sono delineati a penna in fogli di 31x22 cm. Ogni scena è ricca di movimento, di membra in tensione, e le smorfie dei lottatori sono curate nei dettagli, tanto da richiamare alla mente le feroci espressioni dei militi del perduto affresco di Leonardo dedicato alla battaglia di Anghiari. Un’aderentissima tuta, che lascia trasparire l’anatomia di ogni muscolo come se il corpo fosse nudo, riveste per così dire i personaggi, e si vede chiaramente che i disegni sono tutti prodotti dalla stessa mano. Ma la bravura dell’artista si impone in tutta la sua evidenza soprattutto nel segno: ogni linea è tracciata di getto, senza errori e ripensamenti, rispettando le proporzioni e l’equilibrio delle figure. L’ombreggiatura è abbozzata con un leggero tratteggio e chiazze di

Il RAPPORTO

acquerello di color seppia o rosa per distinguere i contendenti; spesso è solo un tratto leggero, che sfuma sia sul terreno che sui corpi, immaginando una luce che fluisce lateralmente. A fianco di ogni scena c’è la descrizione dell’azione, ovviamente di difficile lettura per i profani; essa manca però nelle pagine dedicate alla scherma vera e propria, perché un maestro d’armi avrebbe ben saputo interpretare le immagini, e l’opera non era certo rivolta al grande pubblico, ma soltanto agli esperti di arti marziali. Anche per questo, sicuramente, tale lavoro è stato ignorato dai critici d’arte, che del Dürer ammirano soprattutto la forza delle incisioni e i capolavori della pittura; ma si tratta comunque di un documento importantissimo per gli storici che si occupano dell’evoluzione delle armi e della scherma antica, ed è la conferma della grandezza dell’artista.

Sopra, dall’alto verso il basso Due disegni tratti dal Codice MS 26-232. Nel primo è rappresentato un combattimento corpo a corpo; nel secondo i duellanti, armati di spada e in posizione di guardia, si studiano prima di affrontarsi. Vienna, Albertina. Sotto Albrecht Dürer, Ritratto dell’imperatore Massimiliano I, 1519. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

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Giacomo Casanova (1725-1798)

L’ARTE DELLA FUGA

Il CENACOlO

di Chiara Ferronato

Passione veneta

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Quel che non riuscì a Giacomo leopardi, come dicevamo nel precedente numero (cioè fuggire di casa), riuscì a Giacomo Casanova: fuggire dai Piombi di Venezia. Due tipi diversi, si obietterà: due personaggi che, a parte scrivere di se stessi, hanno poco in comune. È vero: ma ci sono, nella vita, cose segrete, tentativi, pagine nascoste (il “vizio” del gioco, la passione per i dolci, il gusto di peregrinare da un posto all’altro senza aver mai una lira in tasca) che accomunano, anche

Una volta sopra la cella, trovai l’apertura nel muro, che era stretta ma sufficiente per passarci e sbucai sopra il soffitto della cella del conte. Mi calai giù e abbracciai cordialmente quell’infelice vecchio. Vidi subito che non aveva il fisico adatto per affrontare le difficoltà e i pericoli cui ci avrebbe esposto la fuga su di un grande tetto inclinato coperto di lastre di piombo. Comunque il conte mi chiese quale fosse il mio piano. Mi disse anche che secondo lui avevo agito con troppa leggerezza. «Non chiedo che di andare avanti» gli risposi «fino alla libertà o alla morte». Allora lui mi strinse la mano e mi disse che se avevo in mente di forare il tetto e di cercare la via per scendere camminando sui Piombi, non vedeva come sarei potuto riuscirci, a meno che non avessi le ali. «Per quel che mi riguarda» aggiunse «non ho il coraggio di accompagnarvi. Rimarrò qui a pregare Iddio per voi». Uscii quindi ad esaminare il tetto, avvicinandomi il più possibile ai lati della soffitta. Riuscii a raggiungere la parte inferiore del tetto, nel punto più stretto dell’angolo formato dall’incontro delle travature e mi sedetti a cavallo delle travi di sostegno che si trovano nei solai di tutti i grandi palazzi. Tastai le tavole con la punta dello spuntone e mi parvero putride. Ad ogni colpo, il legno andava in polvere. Così, dopo aver appurato che in meno di un’ora sarei riuscito a praticare un’apertura abbastanza ampia, tornai nella mia cella e passai quattro ore a tagliare lenzuola e salviette. Tagliai anche il materasso e tutti gli altri oggetti di stoffa che avevo per fare una corda. Volli annodare io stesso i pezzi con nodi da tessitore, perché un nodo mal fatto avrebbe

Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 - Dux, Boemia, oggi Duchcov, Cecoslovacchia, 4 giugno 1798) in un ritratto di scuola francese del XVIII secolo.

Sotto La fuga di Casanova in un’incisione francese tratta dall’Histoire de ma fuite des prisons de Venise (Parigi, 1788).

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senza volerlo, due - in questo caso - scrittori. Giacomo Casanova, comunque, nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1755, a Venezia, venne arrestato e fu rinchiuso nelle prigioni della Serenissima, i Piombi: affari poco chiari, versi contro la Chiesa, denari non restituiti al senatore Bragadin, cabala, ed essere nessuno, in fondo, essere plebeo, anche se un plebeo d’ingegno, in un Settecento di nobili parrucche. Fuggì, poi continuò a fuggire, come chi sa di incantesimi e alchimie. Chiara Ferronato

potuto disfarsi e chi si fosse trovato in quel momento attaccato alla corda sarebbe precipitato. Misi così insieme una corda lunga cento braccia. Nelle grandi imprese, in effetti, ci sono dettagli decisivi e merita di realizzarle solo chi se ne occupa personalmente senza fidarsi di nessuno. Una volta confezionata la corda, feci un pacco con il mio vestito, il mantello di seta, alcune camicie, le calze e i fazzoletti. Poi ci trasferimmo tutti e tre nella cella del conte, portando con noi il bagaglio. Il conte si congratulò innanzitutto con Soradaci per la fortuna che aveva avuto di essere messo in cella con me e per essere sul punto di riacquistare la libertà. L’ aria perplessa di Soradaci mi faceva venire una gran voglia di ridere. Ormai avevo deposto ogni cautela e mi ero disfatto della maschera da Tartufo che avevo portato anche troppo a lungo per impedire a quel mascalzone di tradirmi. Si vedeva bene che il poveretto era convinto che l’avevo ingannato, ma era anche chiaro che non capiva nulla. In particolare, non riusciva a comprendere come avessi potuto tenermi in contatto con il presunto angelo per farlo venire e andare a mio piacimento. Sentiva inoltre il conte dirci che ci saremmo esposti a un evidente rischio di morte e, codardo come era, certo già vagheggiava di rinunciare a quel pericoloso viaggio. Invitai il monaco a fare il suo bagaglio e gli dissi che nel frattempo sarei andato ad aprire il buco in fondo al solaio. Da solo, senza l’aiuto di nessuno, prima delle due di notte, riuscii a praticare un buco polverizzando le tavole. L’apertura risultò due volte più grande del necessario, tanto che riuscivo a toccare tutta la lastra di piombo. Il monaco venne ad aiutarmi a sol-


levarla, perché era fissata e incurvata sotto l’orlo della grondaia di marmo, ma a forza di spingere lo spuntone tra essa e la grondaia, riuscii a staccarla. Poi, a forza di spalle la piegammo quel tanto che era sufficiente per ottenere lo spazio necessario per passare. Sporsi quindi fuori il capo e vidi con dispiacere che la luna, ormai al primo quarto, diffondeva una grande luce. Era un contrattempo da sopportare in santa pace. Per uscire, tuttavia, avremmo dovuto aspettare la mezzanotte, quando la luna sarebbe andata a rischiarare gli antipodi. Di fatto, non potevo espormi al rischio di farmi vedere mentre mi muovevo sui tetti in una splendida notte, quando tutta la gente elegante stava certo a passeggiare in piazza San Marco. Giù, sul pavimento della piazza, si sarebbe senz’altro vista la nostra ombra allungata e tutti avrebbero alzato gli occhi: allora le nostre persone avrebbero offerto uno spettacolo stranissimo, che avrebbe suscitato la curiosità soprattutto di Messer Grande, i cui sbirri, unici custodi della grande Venezia, vegliano tutta notte. Messer Grande, naturalmente, avrebbe subito trovato un modo di spedire lassù una schiera e ciò avrebbe mandato a monte il mio bel progetto. Decisi dunque che non saremmo usciti che dopo il tramonto della luna. Pregai Dio di aiutarmi, ma non gli chiedevo miracoli: esposto come ero ai capricci della fortuna dovevo offrirle il minor appiglio possibile. Se la mia impresa era destinata a fallire, non dovevo rimproverarmi il minimo sbaglio. La luna sarebbe tramontata senza fallo alle cinque e il sole sarebbe sorto alle tredici e mezzo, in pratica ci rimanevano ben sette ore di buio completo per agire.

* * *

Chiesi allora al conte - che possedeva tutto ciò nonostante le proibizioni, le quali per altro non valevano nulla per un tipo come Lorenzo che avrebbe venduto per uno scudo anche San Marco - penna, inchiostro e carta, e scrissi, al buio, una lettera che lasciai a Soradaci senza rileggerla. La cominciai con una massima sublime, che mi parve ben scelta e particolarmente adatta alla circostanza: Non moriar sed vivam, et narrabo opera domini. Poi continuai: «I signori inquisitori di stato debbono fare quanto è in loro potere per tenere in carcere un colpevole. Il colpevole, però, lieto di non essere prigioniero sulla parola, deve dal canto suo fare quanto è in suo potere per recuperare la libertà. Il diritto degli inquisitori si fonda sulla giustizia, quello del colpevole sulla natura. Come essi non ebbero bisogno del consenso del colpevole per chiuderlo in carcere, costui non può aver bisogno del loro per scappare.

Il CENACOlO

Quando uno si ficca in capo di attuare un progetto e non si preoccupa che di realizzarlo, deve riuscirgli infallibilmente, in barba a ogni difficoltà. Giacomo Casanova

A fianco Richard Chamberlain e Sylvia Kristel in una scena del film Casanova, diretto da Simon Langton (1987).

Giacomo Casanova, che scrive queste parole con cuore colmo di amarezza, sa che potrebbe capitargli la disgrazia di essere ripreso prima di uscire dal paese e di essere ricondotto sotto la spada di coloro da cui si dispone a fuggire. In tal caso supplica umilmente l’umanità dei suoi generosi giudici affinché non vogliano rendere più crudele la sua sorte punendolo per un gesto cui l’hanno costretto la ragione e l’istinto. Supplica che gli sia reso, se sarà ripreso, ciò che gli appartiene e che lascia nel carcere da cui evade. Ma se sarà così fortunato da mettersi in salvo, dona ciò che lascia qui dentro a Francesco Soradaci, che rimane in carcere per paura dei rischi cui io mi espongo e che non ama, come invece amo io, più la libertà della vita. Casanova supplica la magnanima virtù delle Loro Eccellenze di non contestare al miserabile il dono che egli gli fa. Scritto un’ora avanti la mezzanotte, al buio, nella cella del conte Asquin, il 31 ottobre del 1756». E conclusi: Castigans castigavit me Deus, et morti non tradit me. Consegnai la lettera a Soradaci, avvertendolo di non consegnarla a Lorenzo ma al segretario che sarebbe senza dubbio salito a fargli visita. Il conte gli disse che quanto era scritto nella lettera sarebbe stato senz’altro fatto, ma che se fossi tornato avrebbe dovuto restituirmi ogni cosa, e quello stupido gli rispose che desiderava vedermi e restituirmi tutto. Ma ormai era tempo d’andare. La luna non si scorgeva più. Legai sulle spalle a padre Balbi da una parte metà delle corde e dall’altra il pacco con i suoi stracci. Feci lo stesso con me. Poi, tutti e due in maniche di camicia, col cappello in testa, andammo all’avventura. E quindi uscimmo a rimirar le stelle.

Sopra, dall’alto verso il basso La copertina del libro Casanova, un Vénitien Gourmand, curato da Lydia Fasoli, Éditions du Chène, 1998. Tra le immagini del testo i baicoli, tipici biscotti veneziani che potevano essere portati in mare nei lunghi viaggi, grazie alla facilità di conservazione in scatole di latta.

da Giacomo Casanova, Storia della mia vita

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Temuta dalle donne, giunge inesorabile all’approssimarsi dell’estate

PROVA COSTUME MOMENTO DI TERRORE

ESERCIzI DI STIlE

di Federica Augusta Rossi

Un tempo non era così, quando l’abbronzatura veniva considerata una prerogativa delle classi umili e l’abbigliamento da bagno era ancora molto castigato. Oggi è tutta un’altra storia e la pelle viene ampiamente esposta al sole, anche se dei fatidici “due pezzi” si trovano splendide rappresentazioni già nei mosaici romani.

È la prova più temuta dalle donne di tutte le età. Per superarla c’è chi si prende per tempo, alternando allenamenti a regimi alimentari morigerati. Ma c’è anche chi cerca i rimedi dell’ultima ora, si affida alle diete più mortificanti o si affanna per ore su tapis roulant che sembrano tarati apposta per sbagliare, ovviamente per difetto, il conto delle calorie consumate. Che la coscienza in fatto di forma fisica sia pulita o meno, la prova costume è uno di quegli appuntamenti ai quali è quasi impossibile sottrarsi. Eppure non è sempre stato così. Ci sono stati tempi in cui non spaventava. D’altronde per secoli il costume è stato qualcosa di molto diverso dal bikini succinto che oggi popola i lidi di mezzo mondo, mettendo alla berlina tutto quello che eccede la taglia 38. Dall’antichità al Rinascimento immergersi in mare era pratica poco diffusa e l’abbigliamento consisteva in un corpetto con spalline e gonna, che nel XVIII secolo si trasforma addirittura in pantaloni. L’apice della castità si raggiunge invece nell’Ottocento, quando le dame si bagnano coperte da abbondanti mantelli chiusi al collo, che sovente celano forme generose, apprezzate all’epoca. Quelli dei bagni in mare sono gli unici momenti in cui si può godere

del refrigerio dell’acqua, a patto di non esporre l’incarnato al rischio di abbronzarsi: la tintarella, infatti, è ritenuta prerogativa delle classi più povere e le nobildonne devono mantenere la pelle come alabastro. Tanto che per frequentare i lidi e concedersi qualche breve bagno di sole, rigorosamente per motivi terapeutici, indossano anche calze e scarpine. L’abbigliamento castigato resta una costante fino agli inizi del secolo scorso, quando la villeggiatura al mare diventa anche un fattore di moda grazie ai nuovi stabilimenti balneari che sorgono tra Viareggio, Rimini e il Lido di Venezia. Più che di costume, si parla ancora di vestito da bagno: lunghi pagliaccetti, non troppo aderenti e rigorosamente di lana colorata, che al contatto con l’acqua non diventa trasparente. Per iniziare a vedere mise meno monacali bisogna attendere l’avvento degli anni Venti e Trenta, quando l’abbronzatura non è più considerata volgare e si possono azzardare corte gonnelline con la cintura in vita o addirittura costumi da nuoto sfiancati e senza maniche per esaltare le forme. È la rivoluzione iniziata da Annette Kellerman, nuotatrice e attrice australiana, a cui va il merito di aver indossato per prima il costume a un pezzo

che, ovviamente, fu motivo di grande scandalo. Da lì in poi l’evoluzione del costume da bagno è un lento ma inesorabile ampliamento delle scollature, un progressivo staccarsi del pantaloncino dal corpetto, che si fa via via sempre più aderente. È il tripudio delle forme femminili, esaltate da fantasie floreali e da tessuti in jersey. La seconda e decisiva rivoluzione si compie nel 1946 a Parigi: Louis Réard presenta il bikini che lascia scoperto l’ombelico. La scelta del nome non è un caso: il sarto francese, che aveva intuito gli effetti dirompenti della sua invenzione sulla società, si rifà a un atollo delle isole Marshall usato dagli americani per esperimenti nucleari. Lo scandalo è grande e il bikini, considerato troppo succinto e oltraggioso per il pubblico pudore, è vietato per anni in numerosi Stati. Si devono aspettare gli anni Sessanta e la bellezza conturbante di Brigitte Bardot per sdoganarlo definitivamente. Da lì in poi, passando per monokini e trikini, tutto il resto è storia. Pensare che i primi bikini sono documentati in un mosaico degli antichi romani del terzo secolo d.C. a Villa Armerina in Sicilia. Ma dai classici, si sa, non si smette mai di imparare.

Quel bikini ha fatto di me un successo.

Ursula Andress

Sopra, da sinistra verso destra Atlete in “due pezzi” durante una competizione ginnica in onore della ninfa marina Teti. Mosaico, IV sec. d.C. Piazza Armerina, Villa del Casale. Ursula Andress in una scena cult del film Agente 007 - Licenza di uccidere (1962). Il bikini bianco dell’attrice svizzera viene spesso citato come il più famoso di tutti i tempi.

Sotto La nuotatrice australiana Annette Kellerman in un celebre scatto del fotografo H. Walter Barnett (1907). Il suo costume a “un pezzo” diede scandalo.

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Grandi e celebrati, vengono identificati con la storia della regione

I VINI DEL PIEMONTE (seconda parte)

lE TERRE DEl VINO

di Nino D’Antonio

nostro corrispondente

Si tratta di uno straordinario universo, nel quale le sole Doc sono addirittura una quarantina. Vale tuttavia la pena compiere un rapido excursus, soprattutto per quanto riguarda i suberbi Rossi. Un discorso a sé, poi, merita sicuramente anche la spumantistica…

Continua dal numero precedente

E veniamo ai vini che fanno Piemonte. Va detto subito che fino alla metà dell’Ottocento la produzione è stata in prevalenza quella di vini dolci. Un retaggio legato ai rapporti commerciali con Genova e ai lunghi viaggi per mare cui erano soggetti i vini. Un’incognita che quelli dolci affrontavano meglio. Poi, la rivoluzione del Barolo, sulla scia della scoperta di Oudart, ha invertito del tutto questa tendenza. Si aggiunga un profondo e radicato convincimento che un vino di eccellenza (e quelli piemontesi lo sono) non può prescindere da due concetti: terroir e cru. Insomma, vini prodotti con uve provenienti da vigneti ben localizzati (zolla per zolla, direi), che spesso finiscono poi per dare il loro nome al vino. Bussia, Rocche, Lazzarito, Cerequio, Brunate sono solo alcuni cru di Barolo, il cui paesaggio è patrimonio Unesco.

Qui sopra La Scuola Enologica di Alba, una delle dieci in Italia specializzate in tale campo, venne fondata nel 1881 ed è intitolata a Umberto I di Savoia. In alto Vigneti di Barbera a perdita d’occhio nei pressi di Costigliole d’Asti.

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Circa il terroir, non va inteso solo come uno spazio fisico, un’area ben definita e con irripetibili caratteristiche. Ma vuol dire storia, tradizioni, manualità, usi e costumi di chi vive e lavora quelle vigne. In una parola, il ruolo che ha l’uomo e il contributo della sua esperienza nel far vino. Questo spiega come il celebrato Barolo possa ancora oggi aprirsi a due scuole di pensiero per la sua spiccata tannicità. Abbiamo così - da un lato - almeno cinque anni di affinamento per un vino deciso ma non troppo aggressivo; e, dall’altro, un Barolo più morbido e moderno, grazie all’uso della barrique anziché delle grandi botti. Il vitigno più diffuso in tutto il Piemonte (e non solo, perché è presente anche al Sud, nel Cilento) resta il Barbera, che diventa femmina quando si fa vino. Pare che Canelli vanti da sempre la migliore Barbera, quantunque il vitigno sia stato per secoli confuso con altre uve. Per fissare una sua prima identità, bisogna arrivare al Cinquecento. Ma anche il nome dà vita a un contenzioso non del tutto risolto. Vino dei Berberi, usato un tempo come medicinale? O vino Bàrberus, dal latino medievale, nel senso di “irruento, aggressivo”, come i Berberi che da secoli corrono il Palio di Asti? Al di là del gusto per l’etimo, resta la massiccia presenza del Barbera in tutto il Piemonte. Nelle Langhe (Alba), abbiamo Barolo, Barbaresco (altro figlio del Nebbiolo, nato nel ’60 dall’intuito di Angelo Gaja), Dolcetto, Grignolino e Freisa. Tra i Bianchi,

il Cortese, l’Arneis e il Moscato. Il Monferrato, invece, punta sul Barbera, Moscato d’Asti, Malvasia di Casorzo (anche Spumante), senza escludere Dolcetto, Freisa e Grignolino. Citare tutti i vini piemontesi e i relativi cru darebbe luogo a uno sterile elenco. Si pensi che le sole Doc sono quaranta. Senza tener conto che uscirebbe mortificata la notorietà e la storia di molti vini, spesso legata al più antico patriziato sabaudo. Tuttavia giova allungare un rapido sguardo sui Rossi, a partire dal Dolcetto, che è il vino più bevuto nelle Langhe. Un solo dato: l’80% della produzione è consumato in zona. Il nome purtroppo trae in inganno. Niente di amabile, semmai, in tempi lontani, una vinificazione a bassi gradi, visto che era destinato soprattutto a dissetare i langaroli durante il lavoro nei campi. Il vitigno in purezza dà luogo a ben tredici denominazioni, fra le quali la più nota è quella di Alba. Per il Grignolino, invece, l’areale privilegiato è quello di Asti e del Monferrato, dov’era conosciuto fin dal Medioevo come Barbesino. Il nome pare sia da ricondurre al termine “grigné”, che in dialetto indica i vinaccioli piuttosto abbondanti in quest’uva. Generalmente è vinificata in purezza, o al massimo con uve Freisa non superiori al 10%. Per la storia, è un vino che ha riscosso il plauso di Umberto I di Savoia e - pare - di recente anche quello di Papa Francesco. E veniamo al Freisa, altro Rosso con ancora tredici denominazioni. Si afferma nel Cinquecento, a


dispetto di un prezzo che è il doppio di quello degli altri vini. Il nome, dal francese “fraise”, ci riporta al frutto del quale sopravvivono i sentori. Fino agli anni Ottanta è stato in genere vinificato in versione Spumante o “mossa”, per ottenere un vino beverino, abbastanza vicino al Lambrusco o alla Bonarda dell’Oltrepò. Oggi, invece, è un vino “fermo”, di buon corpo e piuttosto asciutto. È un’uva - al pari del Grignolino piuttosto difficile da vinificare, anche se per genealogia è più legata al Nebbiolo. Dal quale però si differenzia per una maggiore presenza di tannini. Per i Bianchi, un posto d’onore spetta all’Arneis, un vitigno originario del Roero, ma diffuso anche in Liguria e in Sardegna. Vino di spessore (oggi Docg), tanto da essere etichettato fino alla seconda metà dell’Ottocento come Nebbiolo Bianco, alimenta col suo nome una serie di ipotesi. Tutte intriganti. Arneis in dialetto vale persona scontrosa, ribelle. Ma pure estroversa e simpatica. Insomma, qualcosa che ci riporta alla complessità di sentori del vino, più vicino allo spessore dei Rossi.

Un discorso a sé meriterebbe la spumantistica piemontese. Un preciso segmento di mercato, nel quale ha pochi concorrenti. E qui è d’obbligo il nome di Carlo Gancia, che nel 1850 realizza uno spumante, metodo Champenois, da uve Moscato. L’Unità d’Italia è ancora da venire, quando questo signore di Canelli spezza il monopolio della Francia in fatto di spumanti. È una scoperta destinata a imprevedibili fortune e che non mancherà di aprire nuovi mercati ai vini piemontesi. Personaggio irrequieto, Carlo è soprattutto animato da uno straordinario spirito di ricerca e da una crescente curiosità in fatto di vini. Tanto che riesce a conciliare

studio e lavoro, quest’ultimo presso un’antica casa di liquori torinesi, dove mette a punto una sua ricetta per l’affinamento e l’aroma del Vermouth, allora un prodotto assai di moda, non solo in Piemonte. Poi verrà la Francia, o meglio Reims, nel cuore della terra del perlage. L’obiettivo è quello di “rubare” giorno dopo giorno i criteri e i passaggi di quella complessa vinificazione, che i Francesi chiamano la Methode Champenoise. È un’indagine resa più complicata dal fatto che lo Champagne nasce, come base, da uve Pinot Nero, un vitigno che non esisteva in Piemonte, e che Carlo pensa di sostituire con il Moscato, invece largamente presente sul territorio. È un’operazione dagli esiti quantomai incerti che, dopo il suo rientro a Canelli, lo impegnerà per oltre quindici anni. Ma Carlo Gancia ha fatto assai di più.

Carlo Gancia (1829-1897): nel 1850 diede vita al primo spumante italiano, utilizzando il metodo Champenoise. A fianco Nel castello di Costigliole d’Asti ha sede, dal 2017, il Corsorzio del Barbera e dei vini del Monferrato. Sotto, da sinistra in senso orario Alcune bottiglie, sicuramente ricercate da intenditori e buongustai: dal Barbaresco “Bordini” della cantina La Spinetta (2014) al Barolo Ginestra “Vigna del Gris” dell’azienda agricola Conterno Fantino (2015); dal Dolcetto d’Alba della tenuta Monte Aribaldo (2016) al Nebbiolo Langhe della Cantina Sociale dei Produttori del Barbaresco (2017). Per gentile concessione Enogastronomia Baggio - Bassano.

Anche se si finisce sempre per legarlo allo spumante da uve Moscato. Basti pensare che quando gli esiti della ricerca non davano i risultati sperati, Carlo fa arrivare dalla Francia barbatelle di Pinot Nero e Chardonnay e le impianta sulle colline di Canelli. Di questa appassionata ricerca, sopravvive nel cuore delle Cantine Gancia quella “polveriera” che ha visto la nascita del primo Spumante. Il nome è legato al fatto che allora le bottiglie, non ancora perfezionate, scoppiavano spesso con fragore. Le Cantine Gancia - due chilometri di camminamenti, contrafforti, volte a crociera sono state inserite dall’Unesco fra i siti Patrimonio dell’Umanità. Ma è la rete di piccoli e medi produttori la forza della viticoltura piemontese. Una loro anagrafe porterebbe a scoprire quel mondo di affetti e di eredità familiari, che sono da sempre il patrimonio del vecchio Piemonte.

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Due parole con il presidente Stefano Sanmartin

CYCLING TEAM ROSÀ Quando la bicicletta cementa amicizia e passione

GRANDI TRADIzIONI

di Elisa Minchio Fotografie: Asd Cycling Team Rosà Chiminello Street Center Service

L’associazione sportiva rosatese è reduce da una significativa “tre giorni”, che ha portato diciotto suoi atleti (e cinque assistenti) nella Città Eterna. Un’impresa, per così dire, che alla base della pura prestazione fisica ha inteso porre un profondo sentimento di concordia, affiatamento, lealtà e anche spiritualità.

Ciclismo come sinonimo di salutare e appassionante pratica sportiva, così come di convinta adesione e partecipazione ad avvincenti competizioni; ma soprattutto quale opportunità per cementare amicizie sincere e condividere esperienze autentiche e sempre gratificanti. È questa la filosofia di fondo che anima l’Asd Cycling Team Rosà Chiminello Steel Service Center, associazione sportiva costituitasi nel gennaio 2014 in continuità con la blasonata tradizione della società ciclistica amatoriale V.P. Parolin, sorta a Rosà verso la fine degli anni Ottanta (su iniziativa del suo primo presidente Enzo Mantoan e di Gilberto Parolin). “Trattandosi di un’associazione amatoriale -racconta l’attuale presidente Stefano Sanmartinla nostra attività principale consiste nell’organizzazione di uscite festive (dalla prima domenica

di marzo all’ultima di ottobre), effettuate in base a un programma prestabilito e sempre aperte a tutti gli iscritti. Si tratta di percorsi che variano mediamente dai 100 ai 200 chilometri, da percorrere in ambito veneto (il Montello, le Dolomiti, la Pedemontana…) e non troppo impegnativi. Itinerari che richiedono in ogni caso un valido allenamento di base. Anche nei mesi invernali si continua comunque a pedalare assieme, in bici da strada o in mountain bike. Per chi ama allenarsi in modo diverso, infatti, le escursioni sul massiccio del Grappa regalano emozioni a non finire”. Un’altra attività che caratterizza l’associazione rosatese, molto più significativa sul piano agonistico, risiede nella partecipazione a competizioni di livello nazionale e internazionale: sempre gare amatoriali, naturalmente, ma di indubbia suggestione e valore.

“Normalmente affrontiamo queste competizioni con una squadra nutrita, che è infatti composta da circa trenta-trentacinque atleti: in pratica il cinquanta per cento degli iscritti”. E in effetti l’impegno agonistico del Cycling Team Rosà si è tradotto nella partecipazione a eventi di indubbia rinomanza. “Mi piace ricordare alcune delle classiche nelle quali le nostre due ruote si sono cimentate: si va dalla Sportful di Feltre, una fra le granfondo più dure d’Europa, alla Magnifica di Forlì e alla Straducale di Urbino. Ma siamo sempre presenti pure alla Nove Colli di Cesenatico e alla Milano-Sanremo. Anche all’estero ci diamo da fare: corriamo al Giro delle Fiandre e all’Amstel Gold Race, pedalando nel magico scenario delle Ardenne. Non ci facciamo poi mancare i muri della Liegi-Bastogne-Liegi”. A tutto ciò si aggiunge una vivace

A fianco Gli atleti dell’Asd Cycling Team Rosà Chiminello Steel Service Center in piazza San Pietro, al termine del tour che li ha condotti da Rosà a Roma lo scorso aprile: oltre seicento chilometri in tre giorni.

Qui sopra Stefano Sanmartin, presidente del sodalizio giallonero.

Sotto Il commosso e rispettoso omaggio alla tomba del grande Marco Pantani, nel cimitero di Cesenatico.

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GRANDI TRADIzIONI Qui sotto Del gruppo ha fatto parte anche un equipaggio in tandem, con la brillante presenza della signora Colette.

Qui sopra Foto di gruppo davanti alla Basilica di San Francesco ad Assisi. A centro pagina e in alto a destra In azione lungo l’itinerario, tra le colline del Centro Italia. A fianco Il giorno della partenza, davanti ai capannoni della ditta Chiminello Steel Service Center. Asd Cycling Team Rosà Chiminello Steel Service Center c/o Oratorio Don Bosco Via Capitano Alessio, 40 - Rosà Tel. 335 7813196 www.cyclingteamrosa.it

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attività sociale e conviviale nella quale prevale un sano spirito di amicizia; si tratta certamente di un team ciclistico, ma prima ancora di un gruppo di amici molto coesi e affiatati. “Lo scorso 25 aprile abbiamo affrontato con gioia un impegno dall’indubbio valore simbolico: un fantastico tour che da Rosà ci ha condotti fino a Roma. Siamo partiti in diciotto, seguiti da cinque amici che si occupavano dell’assistenza. La prima tappa, Rosà-Rimini (260 chilometri), prevedeva una sosta a Cesenatico e l’omaggio alla tomba di un mito del ciclismo internazionale: Marco Pantani. È quasi superfluo descrivere l’emozione che ci ha preso! La seconda tappa, Rimini-Assisi (180 chilometri) ha contemplato il passaggio per Pesaro, Urbino e la gola del Furlo. Confesso che

è stata piuttosto impegnativa, a causa di una pioggia torrenziale e un vento davvero fastidioso. L’arrivo davanti alla Basilica di San Francesco, tuttavia, ha ampiamente ripagato i nostri sforzi. La terza e ultima tappa, Assisi-Roma (180 chilometri), si è svolta lungo un percorso che prevedeva di passare per Spoleto, Sangemini, Terni, Narni, Magliano Sabina e imboccare la Flaminia, entrando finalmente a Roma per

Prima Porta. La conclusione? Ovviamente in piazza San Pietro, a significare come alla base di ogni seria pratica sportiva debba sempre esserci un sentimento profondo: di amicizia, di lealtà e anche di spiritualità”. Una lezione di sport dunque, quella del Cycling Team Rosà, che ci sembrava bello e giusto raccontare su queste pagine. Non la ribalta dei riflettori e le prestazioni strapagate di altre discipline, ma l’onesto e autentico confronto con se stessi e gli altri. “Mi preme sottolineare -conclude il presidente Sanmartin- che questa nostra impresa, così come del resto tutta l’attività del Team, è stata possibile perché qualcuno crede in ciò che facciamo. Ho quindi il dovere di ringraziare gli amici che ci sostengono da sempre: Chiminello Steel Service Center, Ugoflex, Ursus, Krom, SDR, Bergamin Omero, Carrozzeria Zanon. E per la collaborazione Tosingraf e Bassano Banca.


Un vulcano nel vero senso della parola, più attivo che mai

MARIA NIVES STEVAN Lavoro, sport, cultura e sociale all’insegna di una vita intensa

PERSONAGGI

di Andrea Gastner

Sotto, da sinistra verso destra Maria Nives Stevan, bambina, sul poggiolo della sua casa di allora e oggi, nello stesso luogo, assieme ad Andrea Gastner. Nel 1953, giovanissima segretaria, alla Scuola di Avviamento di via Beata Giovanna.

Ha sempre fatto di testa sua. Il tempo passa, ma non per lei. Una donna forte che, in ogni occasione, si dichiara pronta a nuove sfide, con nuovi traguardi da raggiungere…

Un incontro, quello con Maria Nives Stevan, unico nel suo genere: non è infatti facile condurre a termine un’intervista che si presenta molto coinvolgente. “I primi anni -inizia subito Maria Nives- li ho vissuti in piazzale Cadorna, ai piedi del Tempio Ossario. Poi, a causa della guerra, mi sono trasferita con la famiglia presso l’eremo di Sant’Agata e infine dai nonni, che abitavano alla Trinità. In seguito, dopo la scuola media (che all’epoca si trovava in piazza Castello), ancor giovanissima ho cominciato a lavorare come segretaria alla Scuola di Avviamento di via Beata Giovanna. Ero felice e a mio agio tra studenti e insegnanti, tanto più che la contemporanea scelta di frequentare le Serali mi ha consentito di ottenere il diploma di ragioneria. Dopo il matrimonio con Giuseppe Andolfato ho lasciato il lavoro e convinto mio marito ad aprire in Destra Brenta il primo mini self service alimentare di Bassano. Un esercizio che in seguito, con la collaborazione di mia figlia Maria Antonietta, decisi di convertire in un negozio di moda (e non solo): il Capogiro. Ciò ci consentì di organizzare splendide sfilate, coinvolgendo prestigiose ditte della città”. Maria Nives racconta la sua vita di famiglia, come mamma e poi come nonna, con la gioia di tre figlie e due meravigliose nipotine. E, al di fuori di questo contesto, la soddisfazione di partecipare attivamente alla vita politica e amministrativa del territorio. “A sessantanove anni sono stata nominata assessore provinciale al Sociale, incarico che prevedeva pure la delega a emigrazione e immigrazione e il monitoraggio delle strutture socio-sanitarie vicentine. Un’esperienza in linea

con il mio stile di scout della prima ora”. Non abbiamo però ancora parlato di quella che è forse la sua più grande passione: il tennis. Uno sport che le ha regalato gratificazioni a non finire. “Pur essendo la prima di sette fratelli, ai maschi veniva data la precedenza su tutto: ecco perché ho dovuto lottare come una leonessa anche per poter impugnare la racchetta. Ho iniziato tardi, a trent’anni. Ricordo ancora i primi passi, all’inizio giocando al muro e poi in partita, disputando con l’andar del tempo tornei sempre più impegnativi. Grinta e tecnica andavano di pari passo! Sono così arrivata a essere, per un lungo periodo, fra le migliori giocatrici del Veneto nella categoria C1, e Medaglia d’Oro alla Società Tennis Bassano”. Insegnante di tennis, diplomata a Roma nel 1978, Maria Nives ha vinto nella sua carriera 140 trofei, che occupano una parete di casa. Quando li mostra a chi le fa visita, le si illuminano gli occhi. Ma non sono solo stati lo sport e l’impegno nella politica a darle grandi soddisfazioni: Maria Nives ci parla infatti del concorso Voci verdi, da lei promosso e posto

in cantiere con grande successo. “Oltre che per il sociale, ho sempre avuto una particolare sensibilità per gli aspetti legati alla cultura. Ecco perché a un certo punto decisi di dare vita a un premio letterario di vaglia nazionale, mettendoci del mio e potendo soprattutto contare su una squadra di collaboratori preziosi. Correva l’anno 2007”. All’inizio le sezioni erano un paio: la Narrativa e la Poesia. Di anno in anno, però, il premio si è arricchito: con il Fumetto, la Sezione Giovani e quella dedicata ai Detenuti. “L’anno prossimo il concorso sarà aperto anche alla categoria Giovanissimi delle Primarie”. Si ferma qui la nostra intervista. A Maria Nives l’augurio di raggiungere nuovi traguardi!

Sopra, da sinistra verso destra Uno dei rovesci vincenti, “a tutto braccio”, di Maria Nives Stevan. Con il marito Giuseppe Andolfato, nel loro mini self service (1962).

Sotto Grinta ma anche disponibilità verso il prossimo: questi i tratti distintivi del suo mandato di assessore provinciale al Sociale (2007-’10). Maria Nives Stevan è attualmente presidente del CIF di Bassano.

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Stimolando la camminata, una migliore postura e un recupero del movimento e della salute…

STAR BENE

PARKINSON Anche la fisioterapia offre l’opportunità di una cura

di Dino Pavan Fisioterapista ed Emiliano Zanier Osteopata e fisioterapista

Publiredazionale a cura dello Studio dr. Emiliano Zanier

L’intervento è mirato a implementare l’autonomia residua del paziente attraverso il miglioramento della mobilità, dell’equilibrio e della coordinazione, agendo sull’aumento dell’ampiezza dei movimenti e sul potenziamento della forza e del tono muscolare.

Non nobis solum nati sumus Non solo per noi stessi stiamo nati. Marco Tullio Cicerone

Qualsiasi persona alla quale sia risparmiato il dolore personale si deve sentire chiamata per aiutare a diminuire quello degli altri. Albert Schweitzer

Dr. EMIlIANO zANIER Osteopata e fisioterapista specializzato in osteopatia neonatale Tel. 349 5636361 Viale Venezia, 50 - Cassola (VI) info@emilianozanier.com www.emilianozanier.com

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La malattia di Parkinson è una condizione cronica e degenerativa del sistema nervoso centrale. La ricerca di una cura, un miglioramento dei sintomi e della motricità quali il recupero del cammino e del movimento, una miglior postura e un benessere aumentato sono spesso obiettivi ricercati dal paziente. La patologia si presenta in un’età media attorno ai sessan’anni ma nel 10% dei casi si manifesta prima dei 50. L’incidenza è di circa 15 nuovi casi l’anno ogni 100.000 abitanti mentre la prevalenza (numero di casi) indica come a essere affetto sia quasi il 2% della popolazione sopra i 60 anni e il 3-5% di quella sopra gli 85 con una variabilità dovuta al fatto che in genere le persone di sesso maschile sono colpite con una frequenza superiore di 1,5-2 rispetto a quello femminile. Si stima quindi che in Italia le persone ammalate di Parkinson siano oltre 250.000. Questi numeri ben evidenziano, dunque, la portata del problema. Frequentemente i sintomi che precedono la malattia sono iposmia (riduzione dell’olfatto),

disturbi del sonno REM e fenomeni disautonomici come stipsi e ipotensione ortostatica. Le caratteristiche cliniche della forma conclamata sono invece rappresentate da bradicinesia (lentezza dei movimenti) in associazione ad almeno uno tra: rigidità, tremore a riposo e instabilità posturale con possibili cadute anche frequenti. La comparsa dei sintomi è associata alla perdita dei neuroni dopaminergici della substantia nigra (considerata parte dei nuclei della base e quindi del cervello) con conseguente riduzione significativa dei livelli di dopamina, un importante neurotrasmettitore prodotto da essi e implicato nella regolazione di diverse funzioni cerebrali che comprendono il sistema motorio, l’attenzione e le emozioni. Ciò spiega come attualmente il gold standard terapeutico si basi sul trattamento farmacologico con la levodopa, un amminoacido intermedio nella via biosintetica della dopamina. Il decorso clinico è progressivo, con un andamento variabile che include forme a progressione lenta e benigna ad altre più rapide, sviluppa decadimento cognitivo nella metà dei pazienti in fase avanzata ed è profondamente influenzato dalla terapia farmacologica presentando una risposta al trattamento dopaminergico che è ottima nelle prime fasi, ma che purtroppo nel corso degli anni si riduce e mostra complicanze come discinesie (movimenti involontari) alternate a fenomeni di blocco motorio. Alla luce di un quadro così complesso e delicato è fondamentale

un approccio multidisciplinare per affiancare all’essenziale terapia farmacologica interventi mirati che coinvolgano non solo il malato ma anche i caregiver (i familiari o chi assiste e si prende cura dell’ammalato). Il fine è soprattutto quello di contrastare la disabilità del paziente nella vita quotidiana e ridurre il carico assistenziale che si riversa sui familiari, spesso costretti a modificare sensibilmente le proprie abitudini di vita e lavorative per garantire ai propri cari l’aiuto di cui hanno bisogno. Da questo punto di vista molteplici studi scientifici attestano che assume un ruolo importante un trattamento riabilitativo neuromotorio che sia costante nel tempo, personalizzato e differenziato in base agli stadi della patologia. L’intervento del fisioterapista è mirato a implementare l’autonomia residua del paziente attraverso il miglioramento di mobilità, postura, equilibrio e coordinazione agendo sull’aumento dell’ampiezza dei movimenti e sul miglioramento della forza e del tono muscolare. Esso costituisce quindi una risorsa fondamentale, assieme a quello delle altre figure coinvolte nella presa in carico, per garantire ai malati la miglior qualità di vita possibile.


Cosa fa? Di cosa si occupa? Quali le sue competenze?

IL NATUROPATA Una figura professionale a servizio del benessere

SAPERNE DI PIu’

Dispone delle conoscenze che aiutano a stimolare le capacità reattive del nostro organismo.

di Matteo Zonta

Servizio publiredazionale a cura di Matteo Zonta Naturopata, responsabile dell’omonima erboristeria

Il NATuROPATA è un operatore riconosciuto in Discipline bio-naturali che opera nel campo della salute. Questa figura professionale utilizza la sua conoscenza nell’ambito delle tecniche naturali al fine di favorire il mantenimento dalla salute e la ripresa del proprio stato di benessere. Ciò avviene tramite la consulenza con l’obiettivo di educare il soggetto alla prevenzione e all’auto-guarigione. MATTEO ZONTA Naturopata - Iridologo e-rboristeria zonta Viale dei Martiri, 70 Bassano del Grappa Tel. 0424 1945594 - 328 7711333 zontamatteo@libero.it

Erboristeria Zonta

Sulle problematiche che riguardano la salute sono previste serate a tema con approfondimenti. Per informazioni telefonare a: 0424 1945594 - 328 7711333

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Il percorso di riequilibrio della Naturopatia è volto a ristabilire (laddove ciò sia possibile) i naturali meccanismi di autoprotezione del nostro organismo; se essi vengono a mancare, il soggetto incorre infatti nel rischio della comparsa di situazioni patologiche. Come fa il Naturopata a ristabilire questi meccanismi? In realtà egli può avvalersi di modi differenti per ottenere tale obiettivo: 1) consigliando l’impiego di piante medicinali, integratori di minerali, vitamine, antiossidanti, oligoelementi, batteri pro-biotici… 2) consigliando uno stile di vita sano attraverso una corretta attività fisica, un’educazione alimentare, una corretta respirazione… 3) consigliando specifici trattamenti, per esempio l’osteopatia, la chiropratica, la meditazione, lo yoga, lo stretcking…

Diamo ora uno sguardo veloce ad alcune terapie naturali a disposizione del Naturopata. 1) La Fitoterapia classica La fitoterapia classica impiega fiori, foglie, radici e corteccia di piante. Si usano differenti metodi estrattivi al fine di potere sfruttare le caratteristiche intrinseche della pianta. Negli estratti si ottiene la sinergia dell’insieme dei principi attivi della piante e non il singolo principio attivo. L’uso del totum pianta riduce enormemente gli effetti collaterali del singolo principio attivo concentrato (come per esempio nel caso dell’acido acetilsalicidico) e nello stesso tempo ne amplifica l’effetto. 2) La moderna Gemmoterapia di Pol Henry La gemmoterapia utilizza i tessuti meristematici (i tessuti embrionali della pianta in via di accrescimento) di alberi e arbusti (gemme, germogli, semi, amenti, giovani getti di radici e cortecce). Vengono anche chiamati “Macerati glicerici” o “glicerinati”. 3) L’Oligoterapia di J. Ménétrier

L’oligoterapia utilizza tracce di particolari minerali che sono parte fondamentale dei nostri enzimi. In questo modo si dà la possibilità all’organismo di ristabilire le sue fondamentali reazioni biochimiche. 4) Le terapie pro-biotiche L’uso di specifici batteri pro-biotici, volgarmente chiamati fermenti lattici, è una terapia specialistica che mira a ristabilire il complesso batterico intrinseco dell’intestino umano chiamato “eubiota”. Per ogni tipo di disturbo gastrointestinale si devono individuare specifici batteri pro-biotici, con il compito di risanare e ristabilire la zona di pertinenza degli stessi batteri. I pro-biotici non servono solo a questo, ma svolgono molte complesse attività collegate intrinsecamente al corretto funzionamento del sistema immunitario, alla corretta capacità di assimilare i nutrimenti, al buon funzionamento del cervello, alla normale produzione dei neurotrasmettitori, alla corretta permeabilità della mucosa intestinale… 5) La terapia dei Fiori di E. Bach La terapia mira a ristabilire un equilibrio emozionale basato sull’uso di 38 essenze floreali che interagiscono al livello emotivo dell’individuo che ne fa uso. 6) L’idroterapia Si tratta di una pratica naturale che prevede l’uso di “semplice” acqua fredda, con l’obiettivo di creare nel soggetto stimoli vascolari e nervosi che innescano sia una risposta di tipo nervoso sia una risposta di tipo ormonale. Studi scientifici evidenziano come queste tecniche, accompagnate da altri stratagemmi, possano modificare le percentuali di grasso bruno (il grasso buono) nei confronti del grasso bianco (il grasso cattivo) migliorando le risposte metaboliche ed antinfiammatorie naturali. Ecco ora alcuni degli “strumenti” usati dal Naturopata. 1) Lo studio della costituzione umana ha il compito di individuare

le caratteristiche peculiari che contraddistinguono il soggetto “catalogandolo” in specifiche “classi” di appartenenza. È una sorta di indagine morfologica (struttura ossea, struttura fisica, colorazione degli occhi…) che aiuta a identificare le individuali “debolezze” genetiche. In questo modo è possibile consigliare specifici comportamenti e specifici rimedi con lo scopo di migliorare la funzione bio-energetica “carente” del soggetto. Alcuni esempi: lo studio del gruppo sanguigno, dell’iride, quello morfologico… 2) L’iridologia È uno studio di tipo osservazionale statistico, basato sulla particolare struttura dell’iride dell’occhio. Infatti la capacità unica dell’iride sia di imprimere nella sua struttura i segnali di tipo elettrico provenienti dal talamo ottico (struttura di smistamento degli impulsi elettrici afferenti al sistema nervoso di tutti i tessuti del corpo alle varie aree del cervello) sia quelli di tipo chimico provenienti dal sangue permette di comprendere in modo preciso importanti caratteristiche dell’individuo che possono essere descritte e che costituiscono vere e proprie informazioni a disposizione per poter comprendere il soggetto. 3) I test bio-energetici Vengono eseguiti con uno strumento particolare, detto EAV, che misura le sottili correnti elettriche che circolano nei meridiani energetici del corpo. Queste misure aiutano a comprendere se le energie della persona sono in equilibrio oppure in difetto o in eccesso. È inoltre possibile testare sostanze, rimedi e alimenti per capire come interagiscono con il soggetto e se possono essere più o meno adatti.


INDIRIzzI uTIlI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENzA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GuARDIA DI FINANzA Via Maello, 15 0424 34555

POlIzIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

In collaborazione con Ufficio Relazioni con il Pubblico Comune di Bassano del Grappa

POlIzIA lOCAlE Via J. Vittorelli, 30

Via Matteotti, 35 - Tel. 0424 519555

0424 507911 0424 519404

POlIzIA STRADAlE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGIlI DEl FuOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIzI PuBBlICI

AGENzIA DEllE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MuSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

Az. ulSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 u.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER l’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

56

0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

Il GIORNAlE Dl VICENzA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

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MuSEO DEll’AuTOMOBIlE “l. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MuSEO HEMINGwAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINEllI Via del Cristo, 96 0424 523195 30/06-02/07 24/07-26/07 17/08-19/08 AllE DuE COlONNE Via Roma, 11 0424 522412 02/07-04/07 26/07-28/07 19/08-21/08 AllE GRAzIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 04/07-06/07 28/07-30/07 21/08-23/08 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 10/07-12/07 03/08-05/08 27/08-29/08 COMuNAlE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 16/07-18/07 09/08-11/08 COMuNAlE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 14/07-16/07 07/08-09/08 31/08-02/09 RAuSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 08/07-10/07 01/08-03/08 25/08-27/08 PIzzI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 22/07-24/07 15/08-17/08 POzzI Via Scalabrini, 102 0424 503649 18/07-20/07 11/08-13/08 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 12/07-14/07 05/08-07/08 29/08-31/08 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 06/07-08/07 30/07-01/08 23/08-25/08 XXV APRIlE Viale Asiago, 51 0424 251111 20/07-22/07 13/08-15/08


Da Baxi in dono un defibrillatore alla primaria “A. Campesano”

QUANDO SCUOLA E FABBRICA S’INCONTRANO

HuMANITAS

di Anna Francesca Basso

Due parole su una bella collaborazione, iniziata nel 2008 e da allora sempre proseguita.

Quando nel 2008 andai a chiedere alla Baxi di diventare uno degli sponsor del progetto “A che gioco giochiamo?”, nel quale avevo coinvolto tutto il 2° Circolo di Bassano e la Fondazione Cremona, non avrei mai pensato che la collaborazione, nata quasi per caso, sarebbe fiorita nel corso degli anni proseguendo con l’IC1 Bassano. Grazie all’intervento dell’avv. Francesco Bellin, presidente del Comitato Genitori della scuola primaria “A. Campesano”, intenzionato a risolvere il problema della viabilità in sicurezza al momento dell’entrata e uscita da scuola degli alunni, sono ripresi i contatti con la Baxi, che si è subito dimostrata disponibile a trovare una soluzione al passaggio di Tir davanti alla scuola, mettendo addirittura una sbarra a tempo per impedire l’uscita dei mezzi negli orari concordati. La collaborazione ha dato i suoi frutti, coinvolgendo anche gli agenti della Polizia Locale, che ogni giorno svolgono servizio davanti alla ditta. In seguito la Baxi ha donato due

Qui sopra Un momento della recente cerimonia di consegna del defibrillatore donato dalla Baxi alla scuola primaria “A. Campesano”: un evento al quale hanno preso parte, oltre ai responsabili della ditta, pure insegnanti, alunni e genitori.

Sotto Rosse pentole smaltate della serie “Due Leoni”, prodotte dalla Smalteria Metallurgica Veneta nel 1925: stoviglie presenti, all’epoca, anche nelle case di molti bassanesi.

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lavagne LIM alla scuola, alla consegna delle quali erano presenti alunni, insegnanti, genitori e rappresentanti dell’azienda. Recentemente la dott. Silvia Bordignon, responsabile delle risorse umane, e Alessandro Scomazzon, responsabile della sicurezza della ditta, hanno consegnato alla scuola durante una bella cerimonia un defibrillatore; tale dono rientra nel progetto “Defibrillazione precoce”, promosso in Baxi e successivamente allargato alla “comunità” circostante. La dirigente scolastica, dott. Luisa Caterina Chenet, si è complimentata per la sensibilità e l’attenzione che ancora una volta la Baxi ha espresso verso il tessuto sociale locale; l’avv. Bellin e i rappresentanti dei genitori hanno spiegato ai ragazzi quanto sia importante che la ditta, nella quale lavorano molti dei loro genitori, desideri dialogare con la scuola, e come sia interesse di tutte le parti sapere che i ragazzi possano andare e uscire da scuola in sicurezza. E ciò vale anche per il personale della Baxi. Il signor Scomazzon e la dott. Bordignon sono rimasti commossi dall’accoglienza da parte di ragazzi e insegnanti, che hanno offerto loro un canto e un elaborato grafico con la firma di tutti gli alunni. Come atto conclusivo, la Baxi ha organizzato al proprio interno un corso per l’abilitazione all’uso del defibrillatore per il personale della scuola. Buone pratiche come questa fanno la differenza nell’evolversi di una società sensibile al benessere della comunità.

PER SAPERNE DI PIu’ La Baxi è una delle più grandi aziende del territorio e ha visto alternarsi dal 1925 vari proprietari; i fratelli Adolfo e Augusto Westen, di origine tedesca, iniziarono con uno stabilimento, la Smalteria Metallurgica Veneta, orientato alla produzione di vasellame smaltato; in seguito la gamma venne ampliata con altri articoli quali vasche da bagno, lavelli in acciaio porcellanato, radiatori in acciaio, fornelli e cucine a gas. Tutte le famiglie bassanesi avevano in casa almeno uno dei suoi prodotti. Dopo la seconda guerra mondiale la ditta si espanse fino a raggiungere 2000 operai e una superficie di 65.000 mq. producendo anche scaldacqua elettrici smaltati. Negli anni Settanta la ditta subì un periodo di profonda crisi; poi venne rilevata dalla Zanussi, che la ristrutturò specializzandosi nel settore del riscaldamento e introducendo apparecchi domestici a gas e caldaie murali. Nel 1984 il gruppo Ocean acquisì la proprietà; in pochi anni la ditta divenne uno dei primi stabilimenti in Europa nel settore del riscaldamento. Nel 1999 entrò a far parte dell’inglese Baxi Group, leader europeo. Nel 2009 De Dietrich Remeha Group e Baxi Group annunciarono la creazione di BDR Thermea Group, diventando leader a livello mondiale di sistemi e servizi innovativi per il riscaldamento e la climatizzazione, con più di 6.400 addetti e un fatturato annuo di 1,8 miliardi di euro. Nel 2018 la Baxi a Bassano ha registrato un fatturato di 287 milioni di euro con 700 dipendenti e 540 mila caldaie prodotte.


OSPITAlITA’

A Bassano e dintorni

BONTA’ DAl PASSATO tratte dal ricettario Un’occhiata in cucina Edito nel 1934 dalla Smalteria Metallurgica Veneta di Bassano A cura di Elisa Minchio

Numero estivo, ricette estive: è questa la logica che abbiamo adottato nella selezione dei piatti che offriamo ai nostri lettori. Per la gran parte si tratta di proposte a base di pesce, molluschi e crostacei, tutti sempre interpretati secondo il gusto del tempo. Il profumo del mare sembra dunque effondersi da queste pagine, con i suoi aromi e sapori, per entrare nelle case e ispirare gli appassionati della buona cucina. Quasi un anticipo di vacanza, potremo dire, da “degustare” con la giusta consapevolezza e possibilmente in compagnia di amici sinceri. Non dovranno poi mancare i vini, da scegliere con competenza e servire alla giusta temperatura… Zuppa di vongole Lavare accuratamente le vongole in più acque, metterle in una casseruola Saeculum d’acciao inossidabile, aggiungere qualche cucchiaino d’olio d’oliva, qualche spicco d’aglio, un po’ di prezzemolo tritato e pepe. Coprire il recipiente e rimescolare ogni dieci minuti, aggiungendo del pomodoro in giusta quantità. Indi si aggiunge acqua e si lascia bollire per una decina di minuti ancora. Accertarsi che il sale sia in giusta misura e servire ben bollente con crostini tostati. S’intende che le vongole si servono con guscio, tali quali sono.

Sogliole al vino bianco Pulire il pesce, fenderlo al dorso e staccare la pelle. Nello stesso tempo sciogliere in un tegame Saeculum un pezzo di burro fresco, aggiungendovi un po’ di prezzemolo trito, uno scalogno battuto finemente, due cucchiai di minestra di funghi tritati, sale e pepe, noce moscata grattugiata e due bicchieri circa di vino bianco secco. Sul composto così ottenuto, adagiare la sogliola nella parte bianca, cioè del ventre, e aggiungere qualche pezzettino di burro impastato con farina. Coprire, far cuocere a fuoco lentissimo; a metà cottura voltare la sogliola e cospargerla di pane grattugiato fritto al burro fino al colore biondo. Quando la salsa sarà ridotta a una media densità, il pesce sarà cotto a sufficienza e dovrà essere servito con la salsa stessa.

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RISTORAzIONE

A Bassano e dintorni

Baccalà con cipolle Soffrigere in olio d’oliva alcune cipolline affettate e sottili, mettere taglioline di baccalà e farle rosolare a tegame coperto il più possibile. Aggiungere ogni tanto brodo e qualche poco di vino bianco. Ottenuta la giusta densità, servire in tavola possibilmente con polenta.

Cotolette di pesce (con salsa d’aceto) Dopo infarinato e impanato, friggere all’olio il numero di cotolette di nasello che si voglione servire; poi lasciarle freddare. Preparare intanto una salsa con un po’ di brodo ristretto, mezzo bicchiere d’aceto, un pizzico di fecola di patate, qualche cetriolino sottaceto ben tritato e, appena cotta, rovesciarla sulle cotolette, messe intanto a bollire in un tegame. Lasciare indi raffreddare tutto. Servire fredde.

Calamari alla marinara Prendere dei calamaretti, tagliarli a pezzetti, avendo cura di spaccare la testa in due. Fare rosolare in un tegame, con qualche cucchiaiata d’olio, degli spicchi di aglio e, allorché questo è rosso, aggiungere un cucchiaio di prezzemolo e un po’ di peperoncino piccante. Aggiungere i calamari, fare insaporire per dieci o dodici minuti, allungare con due bicchieri d’acqua e lasciare bollire per altri quindici minuti. Il sugo così ottenuto serve magnificamente a condire i vermicelli che riescono buoni anche senza il formaggio.

Fantasia di frutta In un piatto per dolci spalmare diversi tipi di marmellata (di pesca, d’albicocca, di susine, di pere, di mele, ecc.), suddivisi in tanti settori uguali a spicchi. Prendere quindi frutti sciroppati degli stessi gusti della marmellata e collocarli a pezzetti in ogni settore, avendo cura di non fare combinare marmellata e frutto sciroppato della stessa qualità. Al centro porre uno o più frutti canditi, possibilmente interi. Servire.

Dolce spumone Panna montata gr. 400; zucchero gr. 100; Marsala dl 1; caffè forte dl 1; uova n. 3; una fetta di pan di Spagna; qualche pezzetto di frutta candita. Con le uova, il caffè, lo zucchero e il Marsala preparare uno zabaione; quando è freddo, mescolare delicatamente la panna e il pan di Spagna a pezzetti e la frutta candita. Versare tutto in una forma liscia e mettere in ghiaccio.

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Bassano News  

Luglio/Agosto 2019

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