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Editrice Artistica Bassano

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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’

NOVEMBRE / DICEMBRE 2018

1938

E SERVIZIO


SOMMARIO

Copertina Sebastiano Luison, Bassano e il Ponte dall’Osteria della Colomba, bulino, 1827 (collezione Fulvio Bicego). La stampa, molto nota e apprezzata, figura nel Calendario Frammenti di storia a Bassano. Un viaggio nel tempo: un’iniziativa che coniuga la cultura con la beneficenza (pag. 36).

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXIV - n. 173 Novembre/Dicembre 2018 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Andrea Gastner, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa A.F. Basso, F. Bicego, M. Bozzetto, A. Brotto Pastega, F. Campagnolo, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, A. Martinato, C. Mogentale, A. Negrello, P. Pedersini, M. M. Polloniato, F.A. Rossi, F. Scarmoncin, O. Schiavon, F. Scremin, A. Signori, G. Tessarolo, M. Vallotto, B. Zampierin Corrispondenti Nino D’Antonio (da Napoli), Erica Schöfer (dalla Toscana), Albina Zanin (da Parigi) Stampa Peruzzo Industrie Grafiche - Mestrino (PD) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it Bassano News è stampato su carta patinata ecologica Hello gloss TCF (Total Chlor Free) Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia Il Tumulo degli Ungari, misterioso monumento lungo il Brenta

p. 36 - Il rapporto Frammenti di storia a Bassano. Un viaggio nel tempo

p. 12 - Art News Graziano Tessarolo. L’immagine che racconta

p. 40 - Il Cenacolo Piccole donne. 150 anni e non sentirli!

p. 10 - Pianeta Casa Come risparmiare sulla bolletta, senza rinunciare al comfort del riscaldamento

p. 14 - Ville Lumière Mucha torna a Parigi e fa sognare…

p. 16 - Art News two Aldo Negrello. La scelta dell’arte per dar vita al bambino che è in noi

p. 18 - La lezione del passato A cosa serve studiare latino e greco?

p. 20 - In vetrina Toni Basso. Coraggioso protagonista p. 22 - Afflatus Quando l’intelligenza non basta

p. 25 - Proposte Un tempo era il ritrovo dei “Signori”…

p. 28 - Schegge Mobilità elettrica. Ritorno al futuro!

p. 30 - Sì, viaggiare Alla scoperta di Salonicco (e non solo)

p. 32 - Artigiani Trent’anni di Fedeltà Associativa… p. 34 - Renaissance Kandinsky a Montecatini Terme

In alto, da sinistra verso destra Bassano News ha incontrato Fabio Campagnolo, presidente del Football Club Bassano 1903. Netto il taglio con il passato e moltissime le novità messe in campo dalla compagine giallorossa. Fra queste, in primis, l’uguaglianza fra i soci e lo straordinario rapporto con la città (pag. 38). Uno dei piccoli gioielli della Valbrenta è il Capitel Doppio: eretto nel XVII secolo lungo la mulattiera che da Cismon sale in Grappa. è stato da poco restaurato dal team Artemisia di Antonella Martinato (pag.48).

p. 38 - Uomini e Sport Football Club Bassano 1903. Chi ben ricomincia… p. 43 - Esercizi di stile Sua maestà, il cappello

p. 44 - Le terre del vino I vini del Veneto (2)

p. 47 - Humanitas La Fucina Letteraria. Alcune proposte

Qui sotto A proposito della disputa sul ghiacciaio della Marmolada tra Veneto e Trentino, vale la pena conoscere una vicenda che coinvolse il bassanese Guerino Roberti nella difesa dei confini della Serenissima (Agostino Brotto Pastega, pag. 58).

p. 48 - Restituzioni Il restauro di Capitel Doppio in Val Goccia: una sfida, un’avventura

p. 51 - Personaggi Bepi Zampierin tra sport e lavoro

p. 54 - Omaggio In principio era la luce. Carlo Bonato e il Laboratorio Fusina p. 56 - Indirizzi utili

p. 58 - Spigolature Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Il coraggio di Guerino Roberti p. 60 - Ospitalità a Bassano e…

p. 62 - Ristorazione a Bassano e…

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Ricorda una terribile battaglia, combattuta a Cartigliano il 24 settembre dell’899…

di Andrea Gastner

A capo di un esercito potente al quale avevano aderito numerosi vassalli, Berengario I, re d’Italia, subì una rotta ignominiosa sulle rive del Brenta a opera dei barbari, che infierirono sugli sconfitti compiendo un massacro. Interrogato da Bassano News, lo storico Franco Scarmoncin ci descrive un episodio importante della nostra storia, purtroppo finito nel dimenticatoio.

“Berengario, insuperbito dalla lunga fuga degli Ungari, prima sì minacciosi, or così umili, ricusò la pace; e quei barbari allora, ridotti alla disperazione, e visto che non potevano aspettare salvezza da una pugna disperata, ripassano il Brenta, assalgono furenti i soldati sparsi per gli accampamenti […] e ne menano una tremenda strage”.

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IL TUMULO DEGLI UNGARI MISTERIOSO MONUMENTO LUNGO IL BRENTA

A sud di Cartigliano, lungo la via Rive in prossimità del Brenta, può capitare di imbattersi in un cespuglio di bosso e ligustro, sul tipo di quelli normalmente impiegati per modellare le siepi nei giardini. A chi percorre la strada in automobile può tuttavia sfuggire la presenza di una semplice croce, sostenuta da una vecchia colonna di pietra grigiastra. Per tradizione la gente chiama questo strano monumento Tumulo degli Ungari e racconta sia stato collocato a memoria di un’antica sanguinosa battaglia. Ma cosa c’è di vero?

Abbiamo chiesto al professor Franco Scarmoncin, studioso di storia medioevale, di ragguagliarci. “In verità siamo meno informati di quanto ci piacerebbe - ci ha risposto- e ci sono vari dubbi su questo monumento. Innanzitutto non sappiamo a quando risalga il manufatto; anche Gina Fasoli e Franco Signori, che ben prima di me si sono occupati di Ungari e di Cartigliano, non hanno chiarito questo aspetto. La tradizione mette in rapporto il tumulo con la vicinanza di un guado, chiamato Vadus Theotonicorum o Hungarorum”. Ma era il guado dei Tedeschi o degli Ungari?

“La faccenda presenta lati non chiariti dalla documentazione e possiamo solo affidarci all’interpretazione data da Ottone Brentari. Il noto storico di Bassano racconta che in origine la località era indicata come guado degli Ungari, perché là si era svolta la battaglia tra loro e l’esercito di Berengario I nell’anno 899; il nome si era poi trasformato in guado dei Teutonici, forse perché vi era passato un esercito di soldati tedeschi; infine nel 1412 vi transitarono le truppe dell’imperatore Sigismondo, composte dai terribili Ungheresi guidati da Pippo Spano, e così il guado avrebbe ripreso l’antico

Fotografie: Bozzetto Studio di Fotografia Cartigliano

Ottone Brentari, Storia di Bassano, 1884

Sopra, da sinistra verso destra Il Tumulo degli Ungari in via Rive a Cartigliano. Le sue origini, ancora ignote, meriterebbero maggiore attenzione da parte delle istituzioni e degli studiosi; come peraltro la Battaglia di Cartigliano dell’899, nella quale l’esercito italiano di Berengario I fu quasi completamente sgominato dagli Ungari.

In alto Thiboust Benoit, Medaglione con l’effigie di Berengario I, re d’Italia. incisione. Dal volume Aquila Saxonica sub qua Imperatores Saxones di Giovanni Palazzi, Venezia 1685.

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nome, come attestava anche il cronista Redusio da Quero, che in quel frangente fu tra i difensori di Bassano. Qualunque sia la storia del toponimo, resta il fatto che questa era l’area dove un esercito poteva guadare il Brenta, che non era allora un fiume in magra come adesso e non aveva ponti che lo scavalcassero. Proprio a sud di Cartigliano il suo corso entrava nella pianura e iniziava l’area delle ghiaie e delle diramazioni, che consentivano un più agevole passaggio a truppe e carriaggi”. Allora, il sito potrebbe essere importante dal punto di vista archeologico… “Non sono a conoscenza di ricerche fatte in tal senso e non so dire se si potrebbe trovare qualcosa di interessante; la colonna e la croce non mi sembrano di origine medievale, benché la prima possa essere più antica della seconda. La battaglia lungo le rive del Brenta dell’899 è invece un fatto

Qui sopra Il Brenta a sud di Cartigliano, in corrispondenza dell’attuale zona industriale: fu proprio qui che il 24 settembre 899 gli Ungari sorpresero e massacrarono l’esercito italiano.

Sotto Un guerriero Ungaro in una efficace rappresentazione artistica.

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storico rilevante, forse si svolse però dall’altro lato del fiume, sulla riva destra e non sulla sinistra, dove sta attualmente il cippo”. Fu davvero un fatto importante? “Sì, in un certo senso la storia d’Italia ebbe a quel punto una svolta che la segnò per sempre, e vediamo perché. Il 24 settembre dell’899 un esercito di guerrieri provenienti da tutta l’Italia di allora (cioè dalle città della Valle Padana fino alla Lombardia e al Piemonte, dalla Toscana, dal Lazio, dagli ex ducati longobardi di Spoleto e Benevento), guidati dal nuovo re d’Italia Berengario I, fu sorpreso, sconfitto e disfatto da un’orda di Ungari lungo il fiume Brenta. Pochi si salvarono e, fatto ancora peggiore, l’unità tra i popoli italici, per un istante raggiunta tra mille difficoltà, si dissolse subito. Da quel momento non ci fu più alcun ostacolo al dilagare degli invasori e ne seguì la devastazione di città e campagne, chiese e mo-

nasteri per oltre un cinquantennio, fino a quando Ottone I nel 955 non pose fine alle loro scorrerie, sconfiggendoli, un po’ con il valore ma anche con molta fortuna, vicino ad Augusta, lungo il corso del Lech. La conseguenza fu che il duca sassone Ottone diventò poi imperatore e re d’Italia, dando vita alla restaurazione dell’impero: il Sacro Romano Impero germanico”. Dunque proprio in conseguenza di questa sconfitta non si formò fin dal X secolo un regno italico autonomo; ma cosa accadde a Cartigliano di così catastrofico? “Conosciamo questi eventi attraverso un’unica fonte, ossia una vivace, pettegola cronaca, nota come Antapodosis (la resa dei conti), scritta dal vescovo Liutprando da Cremona, un seguace di Ottone I: era un suo partigiano e ciò può aver deformato il suo giudizio sull’azione dei precedenti imperatori, ma la sostanza dei fatti resta, ed è questa. Nelle loro lente


migrazioni i Magiari, o Ungari, avevano raggiunto la pianura del Danubio e la Pannonia e da qui, guidati da un signore della guerra di nome Arpad, a somiglianza di quanto avevano fatto i Longobardi nel 568, mossero un grande esercito verso l’Italia e altre regioni della Francia. Valicarono le Alpi nell’agosto del 899 e devastarono le campagne friulane sorprendendo tutti. Berengario I, allora duca del Friuli, era riuscito da poco a imporsi come re d’Italia grazie alla morte degli altri pretendenti e toccò quindi a lui radunare le forze per contrastare gli invasori. Il concorrere di tanti signori e vassalli alla sua chiamata è di per sé un fatto che desta meraviglia, ma più che dominati dal suo carisma essi dovevano essere spinti dalla paura di questa grave minaccia: un’invasione da cui si erano fatti cogliere impreparati. A inizio settembre l’esercito italico, tre volte più grande di quello magiaro - dice il cronista - mosse verso il nemico, attraversò il Po a Piacenza e lo incontrò sull’Adda, costringendolo a ripassare precipitosamente quel fiume. Gli invasori, inseguiti dall’esercito di Berengario, inviarono a quel punto una richiesta di pace proponendo la restituzione del bottino, ma l’ambasciata non ottenne alcun effetto. In realtà il comando e le decisioni non erano appannaggio esclusivo del re, c’erano insieme con lui altri duchi importanti che componevano il consiglio di guerra e le opinioni probabilmente erano diverse. Dovette prevalere la volontà collettiva di risolvere la questione definitivamente, impaurendo il nemico al punto di fargli passare la voglia di ritentare; per questo si può ritenere che la colpa di quest’atto di superbia non sia da attribuire tutta a Berengario - come invece afferma Liutprando -. Da Verona, seguendo la via

Cartigliano

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Via Rive all’altezza del “Maglio Favero”

A fianco, da sinistra La posizione del Tumulo degli Ungari a sud di Cartigliano nel Catasto Austriaco del 1832 e in una fotografia zenitale tratta da Google Maps. Tumulo degli Ungari

Tumulo degli Ungari

Tezze sul Brenta

Postumia, gli Ungari si ritirarono velocemente fino al Brenta, dove avevano creato una base all’inizio delle loro scorrerie. Non si sa dove fosse, forse nelle campagne sotto Cartigliano o Tezze, ma è interessante notare che scelsero una località da cui potevano ritirarsi sia verso est sia verso nord, per la via della Valsugana; il che fa pensare che fossero buoni strateghi. Al Brenta giunse anche il grosso dell’esercito italico e si arrestò sulla sponda destra di fronte al campo nemico. Gli Ungari rinnovarono allora le loro proposte di restituire il bottino e si offrirono di consegnare ostaggi, ma nuovamente vennero rifiutate. Berengario e i suoi ritenevano infatti di poter chiudere facilmente i conti sterminando gli invasori, e fu proprio questa eccessiva sicurezza a provocare il disastro. Mentre sul far della sera il suo esercito si disperdeva alla ricerca di vettovaglie e si rilassava, gli avversari ripassa-

apparentemente di poco conto, che in realtà rivela una sensibilità particolare e un’attenzione non comune per quegli avvenimenti del passato, di grande importanza come in questo caso, che sono purtroppo finiti nel dimenticatoio. La nostra azienda si trova in prossimità del Brenta, a sud di Cartigliano e poco distante dal Tumulo degli Ungari: denominazione, questa, che forse non è corretta, perché in effetti sotto al cippo sono sepolti i soldati di Berengario e non i guerrieri magiari! Spero che questo servizio contribuisca a smuovere da una certa apatia gli enti competenti e al tempo stesso sollecitare gli studiosi a indagare a fondo la questione, finora poco trattata. Per quanto ci riguarda, siamo a disposizione. Passione e sete di conoscenza non mancano di certo!”.

La stele presso lo studio del fotografo Bozzetto: un invito ad approfondire Nel 2010 Mario Bozzetto, noto fotografo del territorio, ha collocato al di fuori del suo rinomato studio un cippo che ricorda la Battaglia di Cartigliano, proprio laddove sembra si sia svolto il drammatico evento. “L’idea -racconta- è venuta all’industriale Andrea Campagnolo, grande appassionato di storia, amico personale e frequentatore del nostro studio. È stato proprio lui a suggerirmi di realizzare una piccola stele in pietra, sulla quale abbiamo collocato una lapide in marmo: un’iniziativa solo

Sopra, da sinistra Mario Bozzetto in posa dietro alla stele. Un ritratto di Andrea Campagnolo, da poco scomparso, ispiratore del piccolo monumento.

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A fianco Un cavaliere magiaro, al galoppo, scocca una freccia contro il nemico. Gli Ungari, oltre che per le terribili scorrerie nella Pianura Padana, si distinguevano anche per essere straordinari arcieri.

A fianco Berengario I d’Italia riceve i monaci dell’abbazia di San Clemente di Casauria. Disegno a penna dal Chronicon Casauriense di Giovanni di Berardo. Manoscritto, secolo XII. Parigi, Bibliothèque nationale de France.

rono il fiume e colsero gli uomini impreparati mentre stavano bivaccando. Ne seguì una strage. Con la sua solita vivacità narrativa Liutprando racconta che l’attacco fu così rapido che i cavalieri cristiani furono trafitti alla gola con il boccone ancora in bocca. La confusione e i contrasti interni dell’esercito italico fecero il resto e ne seguì una rotta disordinata, con gli Ungari che infierivano sui fuggitivi. Dopo questa vittoria essi dilagarono per l’Alta Italia depredando e distruggendo chiese e monasteri, attaccando le città non protette da mura. Le cronache raccontano che nel 900 anche il vescovo di Vercelli, Liutvaldo, fu ucciso mentre cercava di salvare il tesoro della sua chiesa. Infine i Magiari tornarono indietro carichi di preda e, passando dalle parti

Qui sopra Sigillo di Berengario I d’Italia. Monza, Museo del Duomo.

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della laguna, videro da lontano Venezia. Costruirono allora delle imbarcazioni e tentarono di attaccarla, però il 29 giugno del 900 ad Albiola il doge Pietro Tribuno li sconfisse sonoramente. A quel punto decisero di ritirarsi al di là delle Alpi, ma tornarono poi quasi annualmente a infierire sulle terre italiche fino alla Puglia, nonché su quelle germaniche e francesi”. Come mai i signori italici non reagirono? “Qui entriamo in un discorso politico molto complesso, che richiederebbe uno spazio maggiore. Per fare un esempio un po’ esagerato, diciamo che la politica di allora era complicata quanto quella odierna. In estrema sintesi c’erano grandi signori che per ottenere il trono propendevano verso l’alleanza coi regnanti francesi e altri, tra cui in alcuni momenti anche il papato, che preferivano quella con i principi tedeschi, come Arnolfo di Carinzia, che era duca di Baviera. Berengario in un certo senso stava nel mezzo, avverso sia ai duchi spoletini e toscani, filo-provenzali, sia ad Arnolfo con cui contendeva per il titolo imperiale. Il suo, insomma, era un partito debole, che per caso si era trovato a dirigere le sorti d’Italia; solo una vittoria prestigiosa avrebbe potuto consolidarne il potere. Per questo la sconfitta fu particolarmente nefasta per la nostra terra”. E Berengario, allora, cosa fece? “Il suo dominio fu contrastato da vari pretendenti al trono e sarebbe lungo enumerarli; poté sostenersi solo grazie all’appoggio di vescovi e abati, ai quali rilasciò numerose donazioni, come quella con cui nel 917 assegnò a Sibicone, vescovo di Padova, la curia di Solagna con la Valbrenta e le vie circostanti. Fece perfino patti con gli Ungari e li chiamò in suo aiuto contro i rivali, finché il 7 aprile 924 fu assassinato da alcuni congiurati a

Verona mentre usciva di Chiesa”. Chi erano questi terribili Ungari, da dove venivano? “Anche in questo caso, molto sinteticamente, possiamo riportare quanto scrisse Reginone di Prum nella sua cronaca: gli Ungari, ferocissimi e più crudeli di ogni belva - egli dice - provenivano dalle paludi del Danubio, dalle terre degli Sciti, erano pastori e cavalieri, vivevano e si muovevano su carri coperti di pelli e come tutti i popoli delle steppe amavano l’oro e l’argento. Come altre popolazioni erano stati spinti a occidente da genti che si muovevano più a est e combattevano con la tecnica della fuga simulata e le nuvole di frecce, scoccate all’indietro da potenti archi di corno per evitare lo scontro ravvicinato. ‘Vivono come bestie mangiando carne cruda - continua Reginone - bevono sangue e divorano il cuore dei nemici uccisi senza pietà’. Il suo racconto continua poi con una serie di luoghi comuni sulle abitudini di questi barbari, forse prese da altri autori. Non sappiamo distinguere quanto ci sia di propaganda in questa e in altre terrificanti descrizioni, ma c’era comunque anche del vero. Bisogna però sapere che, come già avevano fatto i Germani, altrettanto terrificanti per i Romani del IV-VI secolo, questi Ungari avevano fornito truppe mercenarie ai grandi signori in lotta per il titolo imperiale, e proprio in conseguenza del conflitto tra Arnolfo e Berengario avevano conosciuto l’Italia, scoprendola ricca e fertile. Il popolo magiaro però non si stanziò nelle terre dell’impero, come avevano fatto i Longobardi, ma intorno al 1001 si convertì al cristianesimo e diventò uno dei più solidi baluardi dell’occidente contro i Turchi, soprattutto al tempo degli imperatori asburgici”.


Alcuni validi consigli di Confedilizia per l’inverno…

Come risparmiare sulla bolletta, senza rinunciare al comfort del riscaldamento

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

In vista della stagione invernale abbiamo chiesto a Michele Vigne, responsabile del Coordinamento tecnico di Confedilizia, alcuni consigli per ottimizzare l’utilizzo dell’impianto di riscaldamento di casa, risparmiando così anche sul costo della bolletta.

Collocare pannelli riflettenti Si tratta di un intervento che prevede la posa di un pannello riflettente dietro ai termosifoni. Tale pannello è caratterizzato da un’esile struttura in polietilene espanso rivestita da un foglio di alluminio che, grazie alla superficie argentata, “termoriflette” il calore prodotto dal radiatore evitando dispersioni e bloccando l’energia radiante emessa dalla faccia posteriore del radiatore.

ALCuNI SERVIzI DI CONFEDILIzIA A BASSANO

Consulenze in tutte le materie attinenti la casa: fiscale, condominiale, locatizia, legale, catastale… Assistenza contrattuale nella stipula dei contratti di locazione (con l’offerta della relativa modulistica) e di ogni altro contratto. Assistenza condominiale ai molti condòmini proprietari di appartamento anche in materia di adempimenti e agevolazioni fiscali, nonché corsi di formazione e aggiornamento per amministratori. Confedilizia notizie è un mensile, ricco di informazioni utili al condòmino, al proprietario di casa, al risparmiatore immobiliare. Preziosi risultano pure i suoi manuali, opuscoli e approfondimenti periodici. Cedolare secca calcolo e consulenza per gli adempimenti connessi all’applicazione della nuova imposta sostitutiva sugli affitti. Visure catastali e ipotecarie on-line su tutto il territorio nazionale, gratuite per gli associati.

Togliere i copricaloriferi I radiatori sono corpi scaldanti (a elementi, a piastra, a tubi o a lamelle) che cedono calore per convenzione e irraggiamento. Per erogare la loro potenza devono essere liberi da impedimenti. I copriradiatori installati per motivi estetici, così come gli arredi posti a ridosso o nelle loro vicinanze, limitano in modo rilevante gli scambi termici tra radiatore e ambiente circostante.

Pulizia dei radiatori e dei termoconvettori Spesso i radiatori sono coperti da uno strato di polvere e le batterie alettate dei termoconvettori sono quasi del tutto occluse. Una pulizia a fondo con aspirapolvere e spazzola giova alla salubrità dell’ambiente e al portafoglio.

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Se molti proprietari sapessero cosa fa per loro Confedilizia, sentirebbero il dovere di correre a iscriversi. Taglia anche tu i costi per l’amministrazione della tua casa. VIENI IN CONFEDILIzIA!

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Finestre a doppi vetri o con vetrocamera Se non si hanno i doppi vetri o le vetrocamere, le dispersioni aumentano notevolmente e risulta conveniente sostituire i serramenti o almeno i vetri con vetrocamere.

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Isolare serramenti e cassonetti delle tapparelle La tenuta dei serramenti rappresenta un aspetto fondamentale per evitare dispersioni di calore.

Tali serramenti (porte e finestre) devono essere dotati di apposite guarnizioni. I cassonetti delle tapparelle possono essere isolati, al loro interno, con pannelli in poliuretano espanso e isolante adesivo, utili anche per eliminare infiltrazioni di polvere e ridurre i rumori provenienti dall’esterno.

Isolare termicamente il sottotetto Questo aspetto riguarda chi abita all’ultimo piano o in case singole e a schiera. Per impedire al calore di fuoriuscire dal tetto si possono stendere sul pavimento del sottotetto rotoli di isolante tipo lana di vetro o lana di roccia. Sono questi gli isolanti maggiormente usati se il sottotetto non è calpestabile e la posa manuale è agevole.

Spurgare l’aria dai radiatori La presenza di aria nei radiatori ne impedisce il buon funzionamento facendo lavorare di più la caldaia e aumentando i consumi. Se si hanno radiatori senza valvola di sfiato, è opportuno installarla.

Installare le valvole termostatiche Se non le avete ancora installate, conviene farlo. Queste valvole rendono indipendenti i radiatori poiché regolano automaticamente il flusso dell’acqua calda sulla base della temperatura impostata nella manopola graduata. Impostando temperature differenziate nelle varie stanze, si ottiene un risparmio e un miglior comfort termico secondo le varie esigenze. Dotarsi di un termostato programmabile Se si dispone di un impianto autonomo o a zone indipendenti è consigliabile l’installazione di un termostato programmabile a fasce orarie e impostarlo a seconda dei ritmi e delle esigenze familiari.

Manutenzione della caldaia Una corretta manutenzione periodica della caldaia e dei radiatori è fondamentale per ottenere la massima efficienza degli stessi. Eliminare gli ostacoli collocati attorno o sopra i termosifoni Più spazio lasciamo al passaggio

dell’aria calda, maggiore sarà il risultato finale. L’abitudine scorretta di porre gli indumenti bagnati ad asciugare sui termosifoni, oltre a creare evidenti problemi di umidità, soffoca la possibilità radiante del termosifone che erogherà meno calore alla stanza.

Fare entrare il più possibile la luce del sole Approfittate delle giornate di sole, aprite le tende e rimuovete le ostruzioni che impediscono ai raggi solari di entrare in casa. Così contribuirete a riscaldare l’ambiente a spesa zero.

Chiudere le tapparelle alla sera Abituarsi a chiudere le ante oscuranti e tenere abbassate le tapparelle durante la notte aiuta, oltre che a difendersi dai malintenzionati, a limitare le dispersioni di calore verso l’esterno.

Aprire le finestre solo il tempo necessario per arieggiare i locali Se si vogliono sentire gli effetti del calore emanato dall’impianto è necessario mantenere le finestre chiuse quando è acceso il riscaldamento: in questo modo non si disperderà il calore creatosi in casa. Per arieggiare sono sufficienti dieci minuti al mattino. Programmare il riscaldamento Se il riscaldamento è autonomo, va programmato per una minore temperatura notturna (15/16 gradi) e maggiore per la giornata tra i 18 e i 20 gradi. Temperature più alte non servono e fanno spendere di più: un solo grado in più fa aumentare i consumi di circa il 7%.

Risparmiare sul riscaldamento è possibile con un po’ di buona volontà. Per agevolazioni fiscali nel caso di interventi di efficientamento energetico (dal 2018 si può arrivare fino a una detrazione pari all’85% della spesa, in presenza di interventi combinati con la messa in sicurezza dell’immobile) e per ogni altra assistenza conviene rivolgersi all’ufficio di Bassano di Confedilizia.


È uno straordinario e inesausto narratore…

GRAZIANO TESSAROLO L’immagine che racconta

ART NEWS

di Andrea Minchio

Artista a tutto sesto, si propone più frequentemente con creazioni di fantasia nelle quali riversa il proprio immaginario. Ma si esprime con istintiva efficacia pure nel ritratto e in molti altri generi.

La fantasia è l’occhio dell’anima. Joseph Joubert

La fantasia è una perpetua primavera. Friedrich Schiller

A fianco Bussando al cuore della luna, olio su tela, 2018.

Qui sotto Appuntamento sui tetti. Case rosse tra la neve, olio su tela, 2015.

Qui sopra Graziano Tessarolo in piazza dei Signori a Vicenza.

A fianco Paese col sole, olio su tela, 2003.

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È davvero difficile collocare la visione artistica di Graziano Tessarolo all’interno di una precisa categoria estetica. Limitare infatti la sua particolare e multiforme produzione a pochi generi espressivi è impresa ardua. Anzi impossibile. In lui sembrano invero coesistere molte anime, che si manifestano nella proposizione di soggetti fra loro in apparenza difficilmente assimilabili. Solo in apparenza, però… “Le diverse maniere attraverso le quali si palesa la mia pittura -ci spiega dunque l’artista- sono riconducibili a un figurativismo realistico, anche quando la fantasia va oltre l’oggettiva realtà delle cose”. Forse la chiave di lettura corretta,

per comprendere nella sua complessità l’opera di Graziano Tessarolo, può essere quella di rapportarlo, come già ha avuto modo di scrivere a suo tempo

Bruna Scrimin, alla figura di uno “straordinario e inesausto narratore, un visionario che vede al di là delle cose come appaiono, per tramutarle in


A fianco, da sinistra Un ponte e l’amore, olio su tela, 2018. Luce, olio su tela, 2016.

Sotto, dall’alto verso il basso Tango - Nereo, olio su tavola, 2012. Seduta tra i suoi pensieri, olio su tavola, 2014.

fantasiose soluzioni che hanno la leggerezza della lirica, il tono pacato di una poesia ricca di trasparenze e finezze allusive e suggestive”.

Un artista poliedrico, si potrebbe anche dire, che sa raccontare ricorrendo a tecniche diverse e passando con estrema facilità da una disciplina all’altra, vuoi che si tratti di disegni, dipinti oppure anche di progetti e sculture. Certamente un talentuoso, che ha il raro dono di conferire alle sue creazioni il tocco di una elegante originalità riuscendo, al tempo stesso, a veicolare con nitidezza ed efficacia messaggi che sempre incuriosiscono e appassionano l’osservatore; e che, in più di un’occasione, possono sorprenderlo oppure addirittura spiazzarlo. La fervida immaginazione, che lo porta a generare atmosfere incantate e sospese in un gioco di dolci equilibri, si accompagna

sempre a una sapiente maestria. Una straordinaria attitudine, anche tecnica, grazie alla quale Graziano Tessarolo è in grado di governare ogni suo lavoro: dalle opere che si distinguono per una concezione magica e chimerica a quelle compiute dal vero, di getto, nelle quali il segno comunica immediatezza e tangibilità. Rimane comunque il comune denominatore di un figurativismo dalle molte declinazioni. Ed è questa la traccia che ci consente di seguire l’artista nel suo fervido percorso, tra fiabe, invenzioni e sentimenti. Ma anche nella concretezza della quotidianità. Basta infatti dare un’occhiata al suo taccuino per ritrovarla. Pure sotto forma di schizzi.

In basso, a sinistra San Maurizio, bozzetto in creta per la statua in marmo di Carrara della facciata della parrocchiale di Magliano Alfieri (CN). Qui sotto Il taccuino di Graziano Tessarolo.

Graziano Tessarolo Pittore

Corsi di pittura a olio in studio Tel. 0424 33693 - 328 8274619 studio@grazianotessarolo.com www.grazianotessarolo.com

www.facebook.com/graziano.tessarolo

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www.instagram.com/tessarolograziano


In mostra al Musée du Luxembourg fino al 27 gennaio

MUCHA TORNA A PARIGI E FA SOGNARE I SUOI FAN

VILLE LuMIèRE

di Albina Zanin

nostra corrispondente da Parigi Sotto, da sinistra verso destra Mucha, Autoritratto, olio su tavola, 1899. Praga, Fondazione Mucha. Mucha, La danza, litografia a colori, 1898. Praga, Fondazione Mucha.

Fondamentale l’incontro con l’attrice Sarah Bernhardt che lo favorì nella carriera, indirizzandolo a realizzare cartelloni teatrali. Così, quando l’artista la rappresentò nei panni di Gismonda per la promozione dell’omonimo melodramma greco, il successo fu immediato.

In basso Mucha, Cartellone per la pièce Gismonda, litografia a colori, 1894. Praga, Fondazione Mucha.

Erano quasi quarant’anni che Parigi non dedicava una mostra al grande maestro dell’Art Nouveau Alfons Mucha. A ospitarla fino al 27 gennaio 2019 è il Musée du Luxembourg, con disegni, pitture, sculture e gioielli, tutti provenienti dalla Fondazione Mucha di Praga. Mucha nasce in un momento di piena ripresa nazionale ceca nel 1860 in Moravia, a Ivančice, allora sotto l’Impero austriaco. A diciotto anni presenta la sua candidatura per l’ammissione all’Accademia di Belle Arti di Praga, dove viene così liquidato: “Lei non ha talento e perde tempo a voler disegnare. Scelga una professione dove sarà più utile”. Mortificato, Mucha emigra a Vienna dove inizia a lavorare come apprendista-pittore per addobbi teatrali, approfittando

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del suo soggiorno nella capitale per visitare musei, chiese e gallerie d’arte. Il drammatico incendio del Ringtheater, nel 1881, lo costringe a spostarsi a nord, a Mikulov, dove ha la fortuna di incontrare i conti Kuehn-Belasi che lo ingaggiano per decorare i loro castelli. Gli aristocratici ne intuiscono il potenziale e lo sostengono finanziariamente, dandogli la possibilità di accedere all’Accademia Reale di Belle Arti di Monaco, dove il giovane viene colpito dai quadri di storia monumentale di Hans Makart. Qui, frequentando i compatrioti cechi esiliati, prende coscienza della sua “slavità”. Mucha aspira ardentemente a una nazione ceca indipendente dall’Impero Austro-Ungarico e ne sostiene presto la causa illustrando le riviste satiriche ceche con il desiderio di mettere l’arte al servizio del suo paese e dei popoli slavi. Dopo Monaco approda a Parigi, allora capitale europea delle arti, dove frequenta l’Accademia Julian e crea “Lada”, un club di studenti slavi concepito per integrare la comunità “Beseda” (che in seguito presiederà). Venuto a cessare il sostegno dei fratelli Kuehn Belasi, la fortuna gli arride nuovamente quando, nel dicembre del 1894, incontra l’attrice Sarah Bernhardt. È lei a favorirlo nella carriera

indirizzandolo a realizzare cartelloni teatrali: quando egli rappresenta l’attrice nei panni di Gismonda per la promozione dell’omonimo melodramma greco, il successo è immediato. Il cartellone affisso lungo le vie di Parigi va a ruba e Mucha si trova innondato da contratti per illustrazioni destinate a manifesti pubblicitari, copertine di libri, calendari e ristoranti. Fra i clienti, pure la prestigiosa gioielleria di Georges Fouquet. Nasce così lo stile caratteristico di Alfons Mucha, dalle figure femminili con i capelli d’oro al vento, le onde sinuose immortalate in mezzo a decori floreali. La sua arte si ispira a una varietà di motivi ornamentali -giapponesi, celtici, islamici, greci, gotici e rococò-, anche se le sue radici slave lo accompagnano sempre. A partire dal 1896 integra i suoi lavori con elementi tradizionali del Paese d’origine, sotto forma di vestiti, fiori e motivi botanici ispirati all’arte e all’artigianato moravo. Le aureole, molto presenti, ricordano le icone bizantine (secondo Mucha, infatti, l’arte bizantina è il fondamento della civilizzazione slava), mentre le curve e i disegni geometrici evocano i decori delle chiese barocche ceche. Le opere tardive testimoniano il suo sogno d’unità tra tutti i popoli slavi.


Dalla pittura alla lavorazione dell’argilla…

ALDO NEGRELLO La scelta dell’arte per dar vita al bambino che è in noi

ART NEWS TWO

di Antonio Minchio Ha collaborato Andrea Gastner

Fotografie: Andrea Signori

Le sue opere spaziano dal figurativo all’astratto, ma recentemente ha intrapreso un percorso particolare e in linea con la sua forte personalità, che lo ha condotto ad amare il raku.

Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra). Lucrezio

A fianco Abat jour, raku, 2018.

Sotto, dall’alto verso il basso Donna con cappello, omaggio a Gianni Pascoli, olio su tela, 2017. Aldo Negrello sul terrazzo di casa, sullo sfondo del Canal di Brenta. Già sindaco di Valstagna negli anni 2004-2009, ha sempre amato la Valbrenta battendosi per i suoi valori.

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“Forse è un retaggio della mia vecchia professione o forse qualcosa di atavico che è dentro di me: credo comunque che l’arte del dare forma alle cose, del plasmarle con le mani facendo nascere dal nulla un oggetto, abbia a che fare con il concetto biblico della creazione. Un percorso ancestrale, per così dire, che trovo in sintonia con la mia visione della vita”. Aldo Negrello ha dedicato gran parte della sua esistenza al disegno e alla modellazione di calzature. Ne ha realizzate, di suo pugno, anche per papa

Giovanni Paolo II, potendo poi incontrare personalmente il pontefice. Il carattere spigoloso, tipico di chi è nato in un ambiente duro come quello della Valbrenta, non gli ha impedito di dare sfogo alla sua creatività. Naturalmente non è stato facile “arrivare”, poiché le condizioni di partenza di certo non lo avvantaggiavano. Suo padre aveva lavorato in miniera, all’estero, e una volta tornato in patria ha dovuto ancora faticare per garantire alla famiglia una discreta tranquillità. “Tempo per giocare -riprende

Aldo Negrello- non ne ho avuto molto. Chissà? Forse è per questo motivo che, conclusa la mia parabola lavorativa, ho trovato nell’arte quello spazio che in gioventù mi era stato precluso. E, devo confessarlo, attraverso la pittura e ora anche con il raku cerco di manifestare quella spontaneità e naturalezza, al limite del candore, che sono tipiche degli spiriti genuini. Così mi sforzo, in un certo qual modo, di far uscire allo scoperto il bambino che è in me”. Certamente, aggiungiamo noi, studio e formazione professionale


ART NEWS TWO

A fianco, da sinistra verso destra Totem, raku, 2018. Vasi, raku, 2018.

Sopra, dall’alto verso il basso Movimento cinetico, olio su tela, 2017. Fiori della Val Franzela, tecnica mista, 2018.

A fianco, da sinistra verso destra Valstagna, olio a spatola su tela, 2017. Valle ampezzana, olio a spatola su tela, 2017.

hanno contribuito a plasmare l’uomo, a conferirgli il senso estetico, il buon gusto, la capacità di capire e amare il bello. Una maturazione che è passata pure attraverso l’appartenenza al gruppo dei Pittori rosatesi, del quale fa parte da molti anni e dove ha iniziato il suo “secondo apprendistato” sotto la guida di Gianni Chiminazzo. Ai soggetti di matrice tradizionale, dedicati al paesaggio piuttosto che a figure e allegorie (qui ne pubblichiamo alcuni ai quali è affettivamente legato), Aldo Negrello alterna opere che

spaziano liberamente dal genere geometrico all’astratto. Da poco si è appassionato al raku, del quale ha subito amato il particolare procedimento creativo, così in linea con la sua forte personalità. Interessanti, per esempio, le Abat jour di recente invenzione: cilindri traforati, già originali di per sé, nei quali -a luci acceseil calibrato gioco tra vuoti e pieni crea effetti davvero molto suggestivi. Oppure i Vasi, a campana o dal collo allungato, la cui superficie molto lavorata vibra di cromatismi metallici dai riflessi ramati.

Un certo trasporto geometrico, tuttavia, caratterizza altri raku, come il Totem, costituito da una serie di cubi sovrapposti e rallegrati da motivi a tinte sgargianti, quasi a sottolineare una condizione di divertente precarietà. Colori accesi che, tornando alla pittura, ritroviamo nei Fiori della Val Franzela: gigli di Sant’Antonio, dipinti a diverse tonalità d’arancione e con un tratto ruvido, che ne sottolinea la provenianza: un ambiente silvestre, duro, a volte ostico, ma sempre attraente e di grande fascino.

Aldo Negrello Pittori Rosatesi Pittori della Valbrenta

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Via Mori, 8/a - Valstagna Tel. 0424 99133 Cell. 348 5928138 aldo.negrello@gmail.com


La nostra mente non si arricchisce quando prende consapevolezza dell’origine delle parole di cui fa uso?

LA LEzIONE DEL PASSATO

A COSA SERVE LO STUDIO DEL LATINO E DEL GRECO?

di Gianni Giolo

Sotto, da sinistra verso destra George Goodwin Kilburne, La lezione, 1892. Collezione privata. Magister romano con tre allievi, bassorilievo, II secolo d.C. Treviri, Rheinisches Landesmuseum.

È una domanda frequente, e non solo fra gli studenti. Eppure, soprattutto in un Paese come il nostro, l’opzione umanistica si configura come un importante investimento su se stessi. Vediamo perché.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior? Qui sopra Con questi versi immortali Catullo (Verona, 84 a.C. - Roma, 54 a.C.) descrive la condizione emotiva di un amore lacerato da opposti sentimenti. Sotto Donna con tavolette cerate e stilo, 50 d.C., affresco da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

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A che serve lo studio del latino e del greco? È la domanda che si pongono tutti gli studenti che devono impegnare tanto tempo nell’apprendere delle materie ostiche e spesso difficili non solo da imparare ma anche da pronunciare. La prima risposta che in genere si dà è che queste lingue “aiutano a ragionare”, “aprono la mente”. Ma tutte le altre materie, come la matematica, la geometria, la filosofia, la musica hanno lo stesso scopo di aprire la mente e aiutare a ragionare. Per capire l’importanza dello studio del latino e del greco bisogna rifarsi a un altro concetto che quello del neg-otium e dell’otium. I Romani occupavano la prima parte della giornata al negotium, cioè a tutte quelle attività pratiche

che servivano allo Stato, mentre il resto lo riservavano all’otium, cioè allo studio individuale, all’apprendimento delle materie che non avevano un’immediata attività pratica, alla riflessione, che servivano ad aumentare la propria cultura e la capacità di approfondire i significati della vita. Quindi le parole ozio e negozio italiane non hanno niente a che fare con le medesime parole latine. Quindi se uno dovesse dare una risposta a questo quesito risponderebbe che lo studio del latino e del greco non serve a nulla, intendendo per nulla ciò che è pratico e immediatamente spendibile per la vita di tutti i giorni. Lo stesso discorso vale per il criterio dell’utilità dello studio del passato, senza il quale non si potrebbe conoscere il presente ed elaborare la categorie del futuro. Se si pensa che l’italiano deriva direttamente dal latino e che quindi il latino è l’italiano del passato e l’italiano è il latino d’oggi possiamo scoprire l’immenso tesoro

dei significati delle parole che pronunciamo in ogni momento. Se pensiamo alla parola “pensare” che deriva da pesare (da cui i sinonimi soppesare, ponderare) e il latino “cogitare”, che deriva da cum-agitare, cioè una sorta di conflitto interno da cui nasce quel fenomeno particolare che chiamiamo pensiero. La nostra mente non si arricchisce quando prende consapevolezza della origine delle parole di cui fa uso? Il punto vero però non è questo, ma la parola otium che, non come la parola italiana ozio, studia un’attività superiore che è il tempo liberato dal lavoro e dallo scopo pratico. La distinzione è bene espressa da Aristotele nella Metafisica parlando della filosofia: “Come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così la filosofia, tra tutte le scienze, la diciamo libera: essa sola infatti è fine a se stessa. Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa, nessuna sarà superiore”.


Un libro ripercorre la parabola umana di un indimenticato concittadino, già sindaco di Bassano: un uomo schivo e riservato, eppure da sempre impegnato con e per gli altri

IN VETRINA

di Andrea Minchio

TONI BASSO Coraggioso protagonista

Le fotografie sono tratte dal volume Toni Basso. Coraggioso protagonista

Curata da Giandomenico Cortese e Paolo Nosadini, la pubblicazione è stata fortemente voluta da Carmen Landgrafe, che ha voluto così onorare la memoria del marito. Le numerose testimonianze raccolte nel volume sottolineano i tratti del carattere di un amministratore oculato e lungimirante, inserendolo fra gli uomini pubblici più significativi della storia bassanese del secondo Novecento.

Sotto, da sinistra verso destra Il sindaco Antonio Basso con il presidente della Repubblica Sandro Pertini nel settembre 1984. Francesco Cossica, presidente del Senato, incontra in Municipio Pietro Fabris, Toni Basso e Luigi D’Agrò in occasione di una sua visita a Bassano, sempre nello stesso anno.

In basso, a destra Antonio Basso con la moglie Carmen Landgrafe, nel 1995, a una cena del Lions Club di Bassano.

Qui sotto La copertina del volume Toni Basso. Coraggioso protagonista. Eab, 2018.

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La figura di Toni Basso, sindaco di Bassano negli anni 1980-’86, viene ricordata in un libro di recente pubblicazione, curato con competenza e passione da Giandomenico Cortese e Paolo Nosadini: un ritratto a tutto tondo, reso possibile dalle molte testimonianze di amici e non solo, dal quale emerge il carattere di una persona schiva e riservata, sicuramente timida, eppure fin dalla più giovane età impegnata con e a favore degli altri. Cattolico praticante, Toni Basso ha saputo tradurre la sua fede profonda nella partecipazione attiva a diversi servizi di volontariato, per poi dedicarsi con pragmatismo ed efficacia pure all’attività amministrativa,

dapprima come assessore comunale e poi come sindaco. Grande appassionato di sport, ha prestato all’associazionismo la sua competenza fin dai tempi del Patronato San Giuseppe (poi divenuto Centro Giovanile). Tifoso di calcio, ha accompagnato la “sua” Virtus alla fusione con il Bassano, contribuendo così a dar vita all’indimenticabile stagione del Bassano Virtus. Proprio durante il suo mandato di primo cittadino, ha inoltre fornito la carica propulsiva per portare nella nostra città, al Velodromo Mercante, una manifestazione sportiva di alto livello che ancor oggi molti ricordano: i Campionati mondiali di ciclismo del 1985.

Particolarmente significativo, nella presentazione del volume, si rivela il ritratto di Toni Basso delineato dal senatore Pietro Fabris, suo amico di sempre e


anch’egli sindaco della città: una testimonianza preziosa che arricchisce ulteriormente il quadro di un contesto e di un momento storico, già ben descritto nella pubblicazione. “Il volume -scrive infatti Pietro Fabris- racconta “non solo il personaggio, ma anche l’ambiente e l’epoca in cui egli ha operato. C’è stato il periodo privato, quello della formazione e della gestione delle prime realtà educative e sportive al Patronato San Giuseppe: il periodo del dopoguerra, in cui più di qualcuno si preoccupava di assistere, istruire, fornire gli esempi necessari per preparare

i giovani ad affrontare la vita”. A quel tempo Toni Basso ha fatto davvero di tutto per favorire lo sviluppo delle varie realtà sportive, “gestendo con comprensione ma anche con fermezza centinaia di giovani. La sua presenza era ovunque, il suo consiglio richiesto e ascoltato. […] Così si è preparato, quasi senza saperlo, all’altro suo impegno: quello politico. Prima nell’ambito del partito, per imparare anche questo mondo, e poi nell’Amministrazione comunale, settore a lui più congeniale. […] Sapeva leggere, capire, redigere i bilanci, nei quali entrate e uscite non serbavano mai sorprese,

anche per la professione che esercitava. Ma accanto alla competenza tecnica, c’era il fiuto della persona intelligente, la capacità di dialogare con tutti, la risolutezza di prendere delle decisioni. Toni sapeva decidere e questo ha prodotto realizzazioni importanti. C’è un tratto del tempo in cui ha operato, certamente con l’aiuto anche di altri, che porta il suo marchio. Ha fatto storia! […] La città ha progredito, sono state realizzate molte opere pubbliche e i risultati elettorali danno valutazioni positive del suo operato. Con lui Bassano ha camminato e raggiunto traguardi significativi”.

Qui sopra, dall’alto verso il basso L’assessore allo Sport Luigi D’Agrò a fianco del sindaco Basso, nel 1984, durante un incontro sul ciclismo in Sala consiliare. Ricordo di Alcide De Gasperi in piazza Libertà, con i vertici locali e nazionali della Democrazia Cristiana. Si riconoscono, da sinistra, Luigi D’Agrò, Lorenzo Munaretto, Toni Basso, Giuseppina Dal Santo, Tina Anselmi, Pietro Fabris, Mario Ferrari Aggradi, Mariano Rumor, Giuseppe Saretta, Ciriaco De Mita, Francesco Guidolin, Antonio Bisaglia e Carlo Fracanzani. A sinistra, in alto, foto grande Il sindaco Antonio Basso, con la fascia tricolore, in occasione di una cerimonia ufficiale.

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I disturbi specifici dell’apprendimento o DSA

AFFLATuS

QUANDO L’INTELLIGENZA NON BASTA

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Fortunatamente, però, l’efficacia e l’efficienza dei trattamenti neuropsicologici sono molto elevate.

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita. una diagnosi neuropsicologica accurata permette di: • analizzare tutte le abilità sottostanti al processo di lettura scrittura e calcolo; • comprendere come da caso a caso sono coinvolti i diversi processi alla base degli apprendimenti; • stendere un profilo funzionale; • impostare ed effettuare un trattamento riabilitativo neuropsicologico efficace (statisticamente verificabile e clinicamente significativo, ovvero non dipendente dal normale progresso in assenza di trattamento che il bambino/ragazzo avrebbe comunque avuto) ed efficiente (ottenere i migliori risultati nel minor tempo possibile riuscendo anche a prevenire l’evoluzione di alcuni disturbi in altro quale disturbo della comprensione, disistima, perdita di motivazione, abbandono scolastico); • verificare l’efficacia del trattamento in itinere in modo da ottimizzarlo sull’esigenza del ragazzo e sulla sua velocità di miglioramento. CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 - 347 8911893 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 info@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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Ci sono bambini con un’ottima intelligenza che però non riescono ad apprendere, se non con molta fatica, le abilità di lettura, scrittura e calcolo. Alcuni di questi bambini presentano un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA): dislessia, disortografia, discalculia o disgrafia. Altri presentano un disturbo dell’attenzione o della comprensione, spesso associato ai disturbi di cui sopra. Tali disturbi sono dovuti alla mancata automatizzazione di alcuni “moduli” cerebrali, che porta il bambino a eseguire con più lentezza, e talvolta più errori, la decodifica (trasformazione del segno grafico in fonologico nella lettura), la scrittura, le procedure di calcolo e di transcodifica numerica (es. traduzione di un numero in cifre in lettere e viceversa), così come nella qualità grafica della scrittura con esecuzione del segno grafico alterata fino a renderla illeggibile o estremamente lenta. Statisticamente in una classe di 25 alunni compaiono almeno 7-8 ragazzi con difficoltà di apprendimento di vario genere. Nella popolazione italiana la dislessia compare nel 4-6% dei bambini, spesso associata a discalculia e disortografia, mentre il disturbo di comprensione può arrivare anche al 25% di prevalenza nella popolazione scolastica.

COSA OSSERVARE CHE NON VA? Difficoltà a imparare informazioni in sequenza come le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, i mesi dell’anno, le tabelline Difficoltà anche a livello spazio-temporale, confusione per rapporti spaziali e temporali (destra/sinistra; ieri/domani; mesi e giorni) Organizzazione temporale difettosa (impara a leggere l’orologio tardi, spesso non sa in quale mese si trova la data del suo compleanno) Difficoltà a esprimere verbalmente ciò che si pensa Difficoltà nella capacità di attenzione e di concentrazione (i compiti scritti richiedono un forte dispendio di tempo, il bambino appare disorganizzato nelle sue attività, sia a casa sia a scuola) Ha difficoltà a copiare dalla lavagna e a prendere nota delle istruzioni impartite oralmente Talvolta perde la fiducia in se stesso e può avere alterazioni del comportamento

I disturbi dell’Apprendimento hanno un importante impatto sia a livello individuale (frequente abbassamento del livello curriculare conseguito e/o prematuro abbandono scolastico nel corso della scuola secondaria di secondo grado), sia a livello sociale (riduzione della realizzazione delle potenzialità sociali e lavorative dell’individuo) con il perdurare delle difficoltà in età adulta. La diagnosi di DSA può essere fatta solo da psicologi o da neuropsichiatri infantili. La diagnosi neuropsicologica certa di dislessia può essere posta a fine 2° anno primaria, di discalculia a fine 3° anno primaria, ma l’assenza di alcuni prerequisiti per lo sviluppo di queste abilità e dunque per un intervento precoce riabilitativo neuropsicologico avviene a partire dalla scuola dell’infanzia! Il trattamento riabilitativo neuropsicologico è mirato alla riabilitazione delle componenti di base che hanno generato e/o aggravato il disturbo (attenzione, memoria di lavoro e funzioni esecutive) e successivamente alle funzioni specifiche deficitarie (lettura, scrittura, calcolo, ecc.) che poi generano altre difficoltà: essere lenti nella lettura può causare difficoltà di comprensione del testo scritto, rallentamento nel processo di studio e dunque

risultati scolastici scadenti e demotivazione, con un rischio di abbandono scolastico 1,5 volte maggiore che non per uno studente non DSA. L’efficacia e l’efficienza dei trattamenti neuropsicologici per i DSA sono molto elevate, come riportato nella letteratura scientifica, e sono indipendenti dall’età del soggetto! Ciò che cambia con l’età è il tipo di trattamento, il numero e la sequenza dei moduli riabilitativi, gli obiettivi scolastici o lavorativi desiderati. Un metodo di studio tarato sul profilo neuropsicologico di un ragazzo, inoltre, può compensare in parte ai deficit presenti dando il tempo al neuropsicologo di riabilitare i processi sottostanti in modo da favorire benessere e autostima, componenti necessarie del successo scolastico e lavorativo.

Un esempio della potenzialità di apprendimento e automatizzazione del nostro cervello applicato alla lettura.


Lo “sfruttamento intensivo” di piazza Libertà…

Un tempo era il ritrovo dei “Signori” oggi un contenitore per (troppi) eventi

PROPOSTE

di Andrea Minchio

LA VOSTRA OPINIONE? Fatela pervenire a uno dei seguenti recapiti

Senza rinunciare alle molte iniziative che testimoniano la vitalità dei bassanesi, è indispensabile ospitarle proprio tutte in questo luogo oppure è possibile dirottarne almeno una parte altrove?

Ormai ci siamo abituati a vederla, nei week-end, sempre animata da manifestazioni di vario genere. In realtà sarebbe più corretto dire “non vederla” perché, fra esposizioni di ogni tipo, spettacoli, competizioni ludiche e sportive, concerti, mercatini, cene e molto altro ancora, la visione risulta in gran parte ostacolata da una miriade di strutture: bancarelle, palchi, tende, archi gonfiabili, stand… Per non parlare della presenza, davvero ingombrante e quasi irrispettosa, di furgoni, camion e automezzi di ogni tipo. Stiamo parlando di quella che un tempo veniva chiamata “piazza dei Signori”, denominazione

modificata nel 1945 con il termine “piazza Libertà”. Personalmente ritengo, ma si tratta di un’opinione ampiamente condivisa da molti bassanesi, che soffra di iper-sfruttamento. Poterne infatti gustare l’elegante e ariosa geometria, abbracciando con lo sguardo gli edifici che la cingono da ogni lato (dal prospetto monumentale di San Giovanni alle facciate delle Case Remondini e del Municipio) è sempre più spesso impresa ardua. Forse la prospettiva migliore si coglie dai portici del lato ovest: da lì, partendo dalle colonne di San Bassiano e del Leone marciano, l’occhio può esplorare

bassanonews

editriceartistica

tutta la piazza e correre oltre, alzando la mira verso la Torre grande e potendo anche scorgere -sulla destra- il sagrato di San Francesco. Una scenografia straordinaria, che tuttavia nei giorni di festa è di frequente preclusa; proprio quando, magari, si ha il tempo di sorseggiare un buon bicchiere e sprofondare per qualche istante nella contemplazione di questo incanto cittadino. La presenza voluminosa di qualche installazione (normalmente palcoscenici montabili, sulla scia delle storiche cavalchine carnevalesche), accompagnata da immancabili transenne, ne impedisce infatti la vista.

Sopra, da sinistra verso destra Piazza Libertà vista dal lato ovest. Due immagini di un’esposizione di prodotti gastronomici, con la possibilità di pranzare nei pressi del Municipio. Sotto Un camion-gru parcheggiato a ridosso della chiesa di San Giovanni.

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PROPOSTE

Qui sopra, da sinistra verso destra Il Giardino Parolini, centralissimo polmone verde a ridosso di tre scuole (Mazzini, Vittorelli e Brocchi), potrebbe sicuramente ospitare un numero maggiore di manifestazioni rispetto all’attuale impiego. Anche il vasto piazzale di Quartiere Firenze, opportunamente chiuso al traffico veicolare per qualche ora, potrebbe costituire un’alternativa interessante (offrendo peraltro il non trascurabile vantaggio di due piccoli parchi-gioco). In alto Il cinquecentesco brolo di Palazzo Bonaguro, luogo ideale per iniziative di qualità in Destra Brenta, si estende su una superficie di oltre 11.000 metri quadrati (più di tre volte quella di piazza Libertà).

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A questo punto ci si domanda, senza rinunciare ai molti eventi che testimoniano della vitalità dei bassanesi, se sia davvero indispensabile ospitarli proprio tutti in questo luogo oppure se sia possibile dirottarne almeno una parte altrove. Tanto più che la città può fortunatamente offrire alternative valide, sia in contesti verdi sia in spazi rappresentativi all’interno di alcuni quartieri. Pensiamo per esempio al Giardino Parolini, oggetto di un recente e felice intervento di riqualificazione botanica, oppure al Parco Ragazzi del ‘99 (48.000 metri quadrati), a pochi passi dal viale dei Martiri e a ridosso del parcheggio di Prato

Santa Caterina. Un altro splendido polmone è poi costituito dal brolo di Palazzo Bonaguro, nel cuore di Angarano: forse la migliore destinazione per contenere manifestazioni di livello e, allo stesso tempo, offrire alla Destra Brenta qualche opportunità in più. Per quanto riguarda i quartieri (tenuti sempre in molta considerazione da tutte le Amministrazioni Civiche, soprattutto in periodo di elezioni), sicuramente alcuni di essi sembrerebbero avere le carte in regola per ospitare più di un’iniziativa. Perché allora non provare a trasferirne qualcuna, eventualmente intervenendo per poche ore sulla viabilità, a San Vito oppure in

quartiere Firenze? A San Michele, piuttosto che a Sant’Eusebio o a Santa Croce? Si potrebbe così realizzare un doppio beneficio: da un lato favorire luoghi finora poco toccati da iniziative di interesse collettivo (al di là delle sagre), dall’altro “liberare” piazza Libertà e il centro storico in genere da un eccessivo sfruttamento, una saturazione che a lungo andare rischia di rivelarsi più dannosa che utile. E se è vero che l’utilizzo della piazza viene richiesto e “prenotato” dai diversi organizzatori con molto tempo d’anticipo e grandi aspettative, è altrettanto importante tentare di indirizzare, almeno parzialmente, verso altre destinazioni cittadine le domande. Un po’ alla volta, con la collaborazione e i suggerimenti dei Consigli di quartiere e dei rispettivi operatori economici, si potrebbe addivenire a risultati sorprendenti. Il desiderio della gente di cooperare e contribuire alla buona riuscita di proposte interessanti e coinvolgenti, anche a titolo volontario, è infatti molto presente. Non resta che provare: prima o poi bisognerà cominciare.


La prima auto elettrica nasce attorno agli anni Trenta del 1800

SCHEGGE

MOBILITA’ ELETTRICA RITORNO AL FUTURO!

di Massimo Vallotto

Museo dell’Automobile Bonfanti-VIMAR

In anticipo sul motore a scoppio, quello elettrico torna oggi a far parlare di sé per la valenza ecologica. Per la prima volta, nello scorso mese di settembre, le vendite delle auto ibride hanno superato quelle con motore alimentato a gpl.

Sotto ai titoli Servizio di trasporto collettivo elettrico a New York verso la fine dell’Ottocento. A quell’epoca oltre il 30% delle vetture circolanti nelle grandi città americane era alimentato a energia elettrica.

Sopra, dall’alto verso il basso La prima auto elettrica, nata negli anni ‘30 del XIX secolo a opera dell’olandese Sibrandus Strating. La prima auto elettrica italiana, nata nel 1891 per volere del conte Giuseppe Carli di Castelnuovo e il relativo brevetto. Qui sotto La prima auto elettrica italiana prodotta in serie nel 1909 dalla STAE (Società Torinese Automobili Elettriche).

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Il futuro dell’auto e della mobilità in generale, potrebbe essere elettrico. Questo assunto, ormai ampiamente condiviso, ci fa pensare che l’uso dell’elettricità nel campo dei trasporti sia un punto di arrivo, una nuova frontiera cui ambire, permessa dal progresso tecnologico di questi ultimi decenni. Sorprende invece scoprire che il primo motore elettrico è apparso negli anni ‘30 del XIX secolo, prima di quello a benzina e dopo di quello a vapore (1801, a opera dell’inglese Richard Trevithick) che riutilizzava la tecnologia già adottata per battelli e locomotive. Fu infatti solo nel 1854 che Eugenio Barsanti e Felice Matteucci misero a punto un motore a combustione interna capace di funzionare realmente. Tale invenzione divenne affidabile ancor più tardi, nel 1876, grazie all’industriale tedesco Nikolaus Otto, da cui il nome di “Ciclo Otto”. L’osservazione del fenomeno elettrico in età moderna parte invece alla seconda metà del XVI secolo e annovera tra gli scienziati che se ne occuparono nomi illustri come

quelli di Cardano, Boyle, Franklin, Faraday, Galvani, Ampère, Ohm e Volta. A quest’ultimo si deve l’invenzione della pila, dispositivo che converte energia chimica in energia elettrica e primo generatore statico di elettricità. Continuando le ricerche in campo elettromagnetico Michael Faraday scoprì nel 1831 l’induzione elettromagnetica, il principio alla base dei motori elettrici, in anticipo quindi di più di vent’anni sul motore a scoppio. L’invenzione, attorno alla metà degli anni Trenta del XIX secolo, del motore elettrico si deve a Robert Anderson, imprenditore scozzese che per primo creò una sorta di carrozza elettrica, a cui seguì, per mano dell’olandese Sibrandus Stratingh, il primo vero progetto di un auto alimentata a batterie. Se oggi diverse nazioni del mondo stanno implementando sistemi di car-sharing elettrico, a fine ‘800 poco più del 30% delle vetture circolanti a New York, Boston e Chicago erano elettriche, mentre a New York e Detroit si sperimentavano servizi taxi a elettroni. La prima auto elettrica italiana fu

creata nel 1891 a opera del conte Giuseppe Carli di Castelnuovo. Il veicolo venne realizzato fra il 1890 e il 1891 e aveva la prerogativa di essere totalmente elettrico. Il conte Carli lo brevettò con lo scopo di produrlo in breve tempo in serie. Era su tre ruote, in tubi d’acciaio, lungo 1,80 m e largo 1,20 m, per un peso di 140 chili. La sua batteria era costituita da dieci piccoli accumulatori, che consentivano un’autonomia di dieci ore. Un dispositivo di inversione della rotazione permetteva addirittura la marcia indietro. Nel 1898 Porsche ideò la P1: una carrozza senza cavalli alimentata da un motore elettrico da 3 cv che le consentiva di raggiungere i 34 km/h con ben 78 chilometri di autonomia. Dopo oltre cento anni, la P1 è stata recentemente trovata in un capanno in Austria, dove riposava fin dal 1902 e può essere ammirata al Porsche Museum di Stoccarda, in Germania. Tra i pionieri dell’auto elettrica c’è anche l’inglese Thomas Parker. Conosciuto col soprannome di “Edison d’Europa”, dopo numerose


A fianco Il modello PGE (Progetti Gestioni Ecologiche) pensato per la condivisione urbana, antesignana dell’odierno car-sharing. Il progetto, nato negli anni ‘70 del secolo scorso dall’intuito visionario del veneziano Angelo Dalle Molle, era in anticipo di trent’anni, ed è un orgoglio del Veneto. Veicoli e progetti sono ora patrimonio del Museo dell’Automobile “Bonfanti-Vimar”.

invenzioni legate all’elettricità, realizzò la sua prima vettura nel 1895. Curioso notare che, a quel tempo, le auto dovevano essere guidate da tre persone, due davanti e una dietro, che doveva sventolare una bandiera rossa. Il limite di velocità era di 3 km/h in città e 6 km/h in aperta campagna. Altro celebre produttore di auto elettriche del primo Novecento era la statunitense Baker Electrics. Il primo modello nacque nel 1899 e tra gli acquirenti ci fu persino Thomas Alva Edison, l’inventore della lampada a incandescenza. Nel 1907 la Baker Electrics era diventata il più grande produttore al mondo di vetture elettriche. Poteva vantare ben 17 modelli, tra i quali una Coupé, di cui sopravvivono ancora oggi alcune unità perfettamente funzionanti. Una di queste è stata acquista da Jay Leno, presentatore statunitense e collezionista d’auto. La prima italiana costruita in più esemplari arriva nel 1909 grazie alla STAE, la Società Torinese Automobili Elettriche. Dotata di un propulsore da 10 cv, aveva un’autonomia di 80 chilometri e raggiungeva una velocità massima di 30 km/h. Chiaramente le antesignane delle

elettriche odierne erano limitate. Non andavano oltre i 30 km/h di velocità massima e l’autonomia era di circa di 50 chilometri, ma nel 1899 segnarono un importante traguardo. Grazie alla sua Jamais Contente, l’ingegnere e pilota belga Camille Jenatzy toccò i 105,88 km/h nel chilometro lanciato, superando per la prima volta nella storia dell’auto il traguardo dei 100 km/h. Nonostante i successi raggiunti, la propulsione elettrica subì un duro colpo con la nascita della Model T, l’auto per le masse ideata da Henry Ford nel 1908. Il prezzo stracciato di 650 dollari la rendeva molto competitiva rispetto alla cifra di almeno 1.700 dollari, necessaria per una vettura elettrica. Da quel momento iniziò il tracollo dei veicoli a emissioni zero. In più, sempre nel 1908, Charles Kettering inventò il motorino di avviamento: non era più necessaria la manovella per azionare le vetture a benzina, un’ulteriore comodità che ne incrementò le vendite in tutto il mondo, a discapito delle concorrenti elettriche. Nuovo impulso: P.G.E. Nei primi anni ‘70 del secolo scorso l’industriale veneziano Angelo

Dalle Molle, artefice e proprietario del gruppo Cynar, cedette l’azienda ritirandosi sulla Riviera del Brenta e dedicandosi a progetti indirizzati all’ecologia e al rispetto ambientale. Venne così costituita la P.G.E. (Progetti Gestioni Ecologiche) per la costruzione di alcuni esemplari di vetture elettriche, dando il via a una collaborazione col Centro Studi della Barbariga e alcuni docenti dell’Università di Padova per la progettazione di un sistema di stazioni di ricarica e noleggio. Dalla sua costituzione sino ai primissimi anni ‘90, la PGE ha omologato cinque tipi di mezzi elettrici: 2/3P, Taxi, Taxi Merci, Van e Van 8 Ambulanza, costruendo quasi duecento veicoli e partecipando a una serie di progetti in collaborazione con Fiat, Enel, Agip e con l’Università di Bruxelles. Con tre decenni d’anticipo il progetto prevedeva delle città campione (Padova e Milano), dove l’automobilista poteva essere assistito da apposite stazioni di ricarica. Un’intuizione in netto anticipo sulle esigenze che poi si manifestarono nel mondo dell’automobile.

Sopra, dall’alto verso il basso La Jamais Contente, esemplare di auto elettrica che nel 1899 raggiunse la strabiliante velocità di quasi 106 km/h. La Ford T, auto di serie con motore a benzina; grazie all’innovazione della catena di montaggio, si riuscì a contenerne i costi di produzione e a imporla come nuovo riferimento sul mercato, soppiantando l’elettrico. Sotto Un momento della manifestazione “green to GO”, tenutasi a Bassano in occasione della Settimana Europea della Mobilità e che ha visto il Museo dell’Automobile Bonfanti-Vimar presente in uno stand in piazza Libertà con un esemplare PGE e il sistema di ricarica e pagamento tramite un computer e carta di credito (1970…).

La storia del progetto PGE merita un approfondimento dedicato in uno dei prossimi numeri.

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Città cosmopolita, ponte tra Oriente e Occidente, e per secoli multietnico crocevia del mediterraneo

Sì, VIAGGIARE

ALLA SCOPERTA DI SALONICCO (e non solo)

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Calda e generosa, immersa nella storia e all’avanguardia, è la seconda città più grande della Grecia: ideale per un breve soggiorno, offre un mosaico di culture e affascinanti spunti per le vacanze.

Certo, Salonicco è in Grecia, oggi. Fondata nel 315 a.C. da Kassandros, re di Macedonia, prese il nome di Thessalonika proprio dalla moglie del sovrano, sorellastra di Alessandro Magno. Eletta a capitale della provincia della Macedonia nel 146 a.C. dai Romani, nel 395 entrò a far parte dell’impero bizantino, fino a essere conquistata dai turchi nel 1430. Nel 1912, poi, venne ripresa dai greci. Oggi, dicevamo, Salonicco è in Grecia, ma le varietà di influssi e di tendenze che qui convivono da sempre la rendono cosmopolita, giovane e vivace. Persone di ogni religione e tipo girano per le sue vie movimentate, in cui l’arte contemporanea si affianca meravigliosamente ai resti antichi e a testimonianze passate di ogni tradizione e cultura. Salonicco si affaccia fieramente sul golfo Termaico e il suo lungomare non è solo un porto per mercanti e traghetti: la costa dell’antica capitale macedone è infatti il punto da cui partire per visitare questa città frizzante, circondati da per-

Qui sopra Una via del centro di Salonicco.

In alto, da sinistra verso destra La Torre Bianca di Salonicco: venne eretta nel XV secolo dove prima sorgeva un’analoga struttura bizantina. Il suo nome deriva dal fatto che alla fine del XIX secolo un detenuto imbiancò l’intero edificio in cambio della libertà. Un’immagine panoramica della città dalle mura del castello.

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sone aperte e disponibili. Le tracce delle civiltà e dei popoli che hanno lasciato il segno su questa grande città sono ben visibili passeggiando tra le vie del centro. Il Palazzo, l’Arco di Trionfo e l’imponente Rotonda danno l’idea di ciò che fu il regno dell’imperatore Galerio Massimiliano e rappresentano quello che fu il centro amministrativo e religioso della città in epoca romana. Il Museo ebraico, in un elegante edificio storico del 1904, ricrea la vita della comunità ebraica prima della guerra e dello sterminio da parte dei nazisti. Dalle stradine della Città alta, uno dei quartieri più antichi di Salonicco, si potranno ammirare numerosi castelli e monumenti religiosi, quali la Torre di Trigoniou, le fortificazioni di Eptapyrgio, il monastero di Vlatades e le chiese bizantine di Osios David e Agios Nikolaos Orfanos. Oltre, naturalmente, all’emblematica Torre Bianca del XVI secolo. In centro l’atmosfera è piena di energia giovanile, tutto il giorno e tutta la notte. A ogni passo si sco-

prono tesori nascosti: caffè storici, bar accoglienti e discoteche con disegni impressionanti in spazi industriali rinnovati e locali di musica ricavati da vecchi magazzini che ospitano concerti rock dal vivo. La vita notturna è uno dei punti di forza della città. Seguite la gente del posto nelle loro mete preferite e lasciatevi guidare attraverso i segreti di Salonicco, sicuri che saranno soddisfatti tutti gli stili e i gusti. Lasciando la città, porterete con voi migliaia di ricordi e qualche chilo in più. Ristoranti di alto livello e ristoranti storici, ristoranti alla moda, ouzeri fuori mano, taverne e locali aperti tutto il giorno vi offriranno un divertimento che ricorderete per tutta la vita. Istanbul e il Ponto, i Balcani e il Mediterraneo, la Macedonia e la Tracia… tutte queste culture si faranno strada nel vostro piatto. Calda e generosa, immersa nella storia e all’avanguardia, Salonicco saprà stupirvi con la contaminazione di un mosaico di culture. Non vi resta che partire.


Sì, VIAGGIARE A fianco, da sinistra verso destra La chiesa ortodossa di San Paolo a Salonicco. Fu proprio in questa città che l’Apostolo dei Gentili fondò la prima chiesa cristiana d’Europa. Il sito archeologico di Dion sullo sfondo dell’Olimpo, il monte degli dei della mitologia greca.

A fianco Il sito archeologico di Filippi, città edificata da Filippo II il Macedone, padre di Alessandro Magno.

Sotto Tetradramma con l’effigie di Filippo II.

Dal 28 dicembre al 2 gennaio 2019 Viaggio di 6 giorni

Una metropoli che è anche il cuore della Grecia ALLA SCOPERTA DI SALONICCO (e non solo) Una città che racchiude le mille anime delle comunità che ne hanno scritto la storia. Qui si respira la bizantinità di una nazione e ci si accorge per la prima volta di essere nei Balcani.

1° giorno - Venerdì 28 dicembre 2018 Italia - Salonicco Ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e trasferimento in aeroporto. Partenza con volo per Salonicco. Arrivo e trasferimento in hotel per la cena e il pernottamento.

2° giorno - Sabato 29 dicembre 2018 Kavala - Filippi Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino partenza per Kavala, città costruita sui resti di una precedente cittadella bizantina e cinta da mura ben conservate. Kavala è conosciuta perché

l’apostolo Paolo vi sbarcò per portare la “buona novella”: per questo la zona è considerata la porta d’ingresso del cristianesimo in Occidente. Pranzo libero e proseguimento per Filippi, importante sito archeologico e antica città eretta da Filippo II il Macedone. Qui San Paolo fondò la prima chiesa cristiana in Europa. Visita del sito archeologico e, in serata, rientro a Salonicco.

3° giorno - Domenica 30 dicembre 2018 Verghina - Dion Prima colazione, cena e pernottamento in albergo. Al mattino partenza per Verghina e visita della necropoli reale scoperta nel 1977, sito dove si trova la tomba di Filippo II, padre di Alessandro Magno. Pranzo libero. Nel pomeriggio proseguimento per Dion e visita del sito archeologico e della città sacra agli antichi macedoni, posta alle pendici del monte Olimpo.

4° giorno - Lunedì 31 dicembre 2018 Pella Prima colazione e pernottamento in hotel. Al mattino partenza per Pella e

visita guidata ai resti dell’antica capitale macedone e al museo, dove si trovano splendidi mosaici del III secolo a.C. Pranzo libero. Nel pomeriggio rientro a Salonicco e tempo a disposizione per visite individuali. Cenone di capodanno in hotel.

5° giorno - Martedì 1 gennaio 2019 Salonicco Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Intera giornata di visita guidata a Salonicco e in particolare al centro storico, con le numerose chiese bizantine, le fortificazioni, la Torre Bianca e i numerosi resti del periodo romano.

6° giorno - Mercoledì 2 gennaio 2019 Salonicco - Italia Prima colazione in hotel. Al mattino trasferimento in aeroporto e partenza con volo per l’Italia. Arrivo e trasferimento alle località di origine.

Quota individuale di partecipazione euro 1.090,00

La quota comprende: - i trasferimenti da e per gli aeroporti; - il volo aereo in classe economica; - tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 31/07/2018; - sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, bevande incluse; - visite ed escursione con pullman e guida locale; - assicurazione medico bagaglio e annullamento; - nostro accompagnatore. La quota non comprende: - le camere singole (suppl. di euro 150,00) - gli ingressi (circa euro 20,00); - le mance e gli extra in genere. All’iscrizione acconto di euro 300,00

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Lo scorso 20 ottobre, nel corso di una cerimonia, Confartigianato ha espresso riconoscenza a 58 imprese del Mandamento di Bassano

ARTIGIANI

Trent’anni di Fedeltà Associativa Ecco le aziende premiate

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

Il presidente Sandro Venzo ha ricordato come benessere e sviluppo economico del nostro territorio siano dovuti in gran parte anche alle ditte che hanno saputo competere nei mercati internazionali. TuTTI I PREMIATI, DALLA A ALLA zETA

Non sono un artista, ma un artigiano Fritz Lang

L’artigiano è quella persona nella quale la mano, la testa e il cuore vanno sempre insieme. John Ruskin

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Capitani d’impresa, eroi dei nostri tempi, motori dell’Italia: sono queste sono le espressioni che, da diverso tempo ormai, vengono usate per definire gli imprenditori artigiani odierni. Giusto per non lasciare dubbi su quanto sia difficile e complesso portare avanti un’azienda nel nostro Paese. Verrebbe da dire che, nonostante tutto, c’è chi ci riesce e c’è chi lo fa da oltre trent’anni con grande passione e spirito di sacrificio. Con questa premessa, lo scorso 20 ottobre a Villa Gioiagrande di Rosà, il Mandamento di Bassano di Confartigianato ha festeggiato 58 dei propri iscritti che hanno raggiunto l’importante traguardo dei trent’anni di anzianità associativa e d’impresa, riconoscendo loro il giusto premio di stima. “Il territorio bassanese esprime da sempre un patrimonio e un valore economico di grande importanza tramite le proprie aziende, che creano ricchezza e permettono un benessere generale diffuso”: il presidente mandamentale Sandro Venzo ha chiarito così le finalità dell’evento, aggiungendo poi che “si tratta di un evento pensato per conferire alle nostre imprese un tributo doveroso. Abbiamo invitato alla festa le Amministrazioni Comunali, perché riteniamo che il primo beneficiario dell’attività di queste realtà produttive sia proprio il territorio che, grazie a esse, trova coesione sociale e sviluppo”.

Alfa Antincendio Srl Mussolente Arbor Snc Lavorazione del Legno Mussolente Barbon Franco Bassano del Grappa Bazzon Srl Rosà Bellò Paolo Solagna Bertoncello Guido Antonio Rosà Borsa Daniele San Nazario Bresolin Alfeo Cartigliano Brion Graziano Rossano Veneto Brotto Francesco Rosà Capovilla Sas Capovilla Vittorio & C. Rosà Carrozzeria Alessi di zen Marilisa Bassano del Grappa Carrozzeria Piemme di Meneghetti Antonio Massimo & C. Sas Tezze sul Brenta Carrozzo Cataldo Romano d’Ezzelino Ceramiche Borsatto Fausto Cartigliano Ceramiche Ferraro di Ferraro Fiorenzo Rosà Citton Claudio Mussolente Confezioni Campagnolo Snc Campagnolo Teobaldo & C. Rosà Corazzina Valerio Tezze sul Brenta Cuman Roberto Rosà Dalla Bona Sergio Tezze sul Brenta Dolce Gelato di Croda Maria Cristina Rosà Elettrodiesel Guidolin Dario Romano d’Ezzelino Emmedue di Mocellin Michele Cassola Eppel’s Sas Di Lando Morena & C. Cassola F.A.L.M. Snc di Alberton Graziano & C. Cassola Fmb Informatica Srl Bassano del Grappa Gardin Roberto Srl Mussolente Gold Line di Grigoletto Luigina Rosà Impianti Elettrici Baron Loris Sas Bassano del Grappa I Simo Parrucchieri di Simonetto Mauro Rosà I.B.S. Bontorin Sebastiano Bassano del Grappa

Il Gattopardo Srl Cartigliano Il Paralume Marina Srl Cassola Impresa Edile Fratelli zanetti di zanetti Giuseppe & C. Cartigliano Istituto di Estetica Butterfly di Guglielmin Lorella Rosà La Tre Emme di Brunello Giovanni & C. Cassola Litografia La Grafica di De Pellegrin Flavino Bassano del Grappa Marcon Franco Bassano del Grappa Maroso Mario Bassano del Grappa Mobilzen Snc zen di Natalino e zen Mario Bassano del Grappa N&A Nadia e Arianna di Marchiorello Nadia Rossano Veneto Nichelatura F.lli zanellato Srl Rosà Niki Confezioni Srl Tezze sul Brenta Panificio Orlando Sas di Orlando Matteo & C. Cassola Pasticceria Gianni Snc di Saccone Giovanni & C. Rosà Piotto Domenico Piotto Simone & C. Snc Rosà Pul. Met Srl. unipersonale Rosà Rossi Giovanni Enego S.A.E. Snc di Cavallin & C. Bassano del Grappa S.E.A. di Ceccato Giovanni Cartigliano Scremin Franco Bassano del Grappa Strappazzon Giovanni Bassano del Grappa Studio Marchetti di Marchetti Lorena Tezze sul Brenta Termoidraulica Baggio Snc di Fabio & Stefano Rosà Todesco Giampietro San Nazario Toso Decimo di Toso Giuseppe Tezze sul Brenta Vetreria zuliani di zuliani Fabio Pove del Grappa Vettorazzo Domenico Srl Rosà Zanella Dario e Mirco Snc Cassola Munaron Luigi (Pensionato Artigiano Benemerito) Scaldaferro Claudio (Pensionato Artigiano Benemerito)


Una mostra singolare allo Stabilimento Tamerici

Kandinsky Color Experience a Montecatini Terme

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

Si tratta di una rassegna immersiva, dedicata al pittore russo Wassily Kandinsky e realizzata con l’impiego di tecnologie avanzate: dalla Realtà Virtuale al Projection Mapping.

Lo Stabilimento Termale Tamerici di Montecatini ospita in questo periodo, e fino al 13 gennaio 2019, una particolare rassegna dedicata a Wassily Kandinsky. Si tratta di una mostra immersiva realizzata con la tecnologia della Realtà Virtuale e del Projection Mapping, un processo multimediale che permette di proiettare la luce su superfici reali, in modo da ottenere uno speciale effetto artistico giocando sull’illusione ottica e sull’alterazione della percezione visiva. Il percorso espositivo prende in esame alcune delle opere più note dell’artista russo, proponendo una passeggiata nel suo mondo immaginario: dai paesaggi figurativi all’astrazione geometrica, dai primi esperimenti espressionisti fino alla sintesi del design Bauhaus. L’obiettivo è quello di coinvolgere lo spettatore e immergerlo nell’universo astratto del grande

Sotto Le Terme Tamerici di Montecatini si trovano all’interno di un complesso in stile neomedievale, che fu edificato nel 1843 sopra una polla d’acqua. Con le Terme Tettuccio costituiscono uno dei principali luoghi di riferimento della città toscana.

KANDINSKY COLOR EXPERIENCE Terme Tamerici Fino al 13 gennaio 2019 Informazioni Telefono 0572 78903 info@kandinskycolorexperience.it www.kandinskycolorexperience.it

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maestro grazie a lanterne magiche che proiettano sulle pareti forme geometriche con virtuosismi policromatici ed effetti sonori. In una saletta del Motion Graphic e del Projection Mapping viene riprodotta a terra un’immagine liquida, con elementi biomorfi, che rappresenta la famosa opera Cielo Blu del 1940. La Realtà Virtuale consente poi di creare un ambiente a 360 gradi, dove le linee, le forme, i colori e le figure della sua pittura sono animati tridimensionalmente. Ci si trova così nei colori e nelle forme geometriche, sentendosi parte dell’opera stessa. Grazie a un grande schermo curvo si ripercorrono i temi figurativi, legati al misticismo e al folklore russo, che ispirarono il giovane Kandinsky nel passaggio all’astrattismo lirico e geometrico e al biomorfismo. Nell’ultima saletta viene proposta

una proiezione interattiva che consente di interagire con una opera geometrica di Kandinsky: Circles in a Circle. Lungo il percorso espositivo, che si svolge all’interno della palazzina Liberty delle Terme Tamerici, si può ammirare la Sala Chini, aperta al pubblico in occasione della mostra. Si tratta del Salone di Mescita realizzato nel 1910 da Galileo Chini, pittore, scultore, decoratore e ceramista: uno dei pionieri del Liberty in Italia!

Lo Stabilimento Termale Tamerici si trova all’interno del parco di Montecatini, splendida area verde nel cuore della città. Il suo nome deriva proprio da queste particolari piante, presenti a Montecatini da moltissimi anni. Nel giardino si trova una fontana di marmo con un puttino e un ranocchio di bronzo, singolare simbolo dello stabilimento.


Fulvio Bicego dedica al Ponte vecchio e al Brenta il Calendario 2019, ultimo arrivato di una fortunata serie

IL RAPPORTO

Frammenti di storia a Bassano UN VIAGGIO NEL TEMPO

di Andrea Minchio Ha collaborato Andrea Gastner Iconografia Riproduzioni di stampe originali della collezione di Fulvio Bicego

Tredici immagini per altrettante spettacolari vedute. Soggetti noti (ma sempre di grande impatto emotivo) si alternano a splendide chicche. Fra queste, una xilografia di Antonio Marcon che inquadra la struttura palladiana da un inedito punto di vista. Si tratta, come per il passato, di un’iniziativa ormai irrinunciabile, che coniuga cultura con beneficenza.

Willemore James Tibbits, Bassano, acquaforte, mm 152x229, secolo XIX. In alto La copertina del calendario Frammenti di storia a Bassano.Un viaggio nel tempo, edizione 2019. Qui sotto Fulvio Bicego, ideatore dei calendari.

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“Grazie alla realizzazione di otto calendari, distribuiti nel corso degli anni e tutti dedicati a Bassano, ho potuto raccogliere oltre settantamila euro: una sorta di tesoretto che, nel tempo, è stato destinato all’acquisto diretto di materiale a favore di vari beneficiari: alludo a strutture quali scuole, case-famiglia e pensionati per anziani; ma pure all’Ospedale San Bassiano (nella fattispecie al reparto di pediatria), così come a parrocchie e associazioni…”. È giustamente orgoglioso Fulvio Bicego, appassionato collezionista di fotografie e stampe d’epoca, di questa sua sempre più apprezzata iniziativa cittadina.

Un service, per così dire, nato quasi casualmente sul Ponte vecchio… “Ricordo esattamente il giorno e l’anno: si trattava di domenica 29 ottobre 2006 e stavo serenamente sorseggiando un aperitivo con Gianpaolo Bizzotto ed Egidio Torresan, allora rispettivamente sindaco e assessore allo Sport di Bassano. Da tempo coltivavo l’idea di dare vita a un’iniziativa di carattere sociale e solidale. Ma fu proprio in quella circostanza che si accese la classica lampadina ed -eureka!- giunse l’ispirazione di realizzare un calendario di grande qualità: un prodotto raffinato, con immagini di Bassano a tema.

Dalla sua diffusione si sarebbero potute raccogliere le risorse per poi intervenire in molte situazioni di disagio e bisogno”. Detto fatto, un paio di mesi dopo è nato il Calendario 2007, primo di una lunga serie che negli anni avrebbe mantenuto un denominatore comune, Frammenti di storia a Bassano, differenziandosi però in tre precise collane: Le immagini e i ricordi (2007, 2008, 2009, 2010, 2016), I favolosi anni Sessanta (2011, 2015) e Un viaggio nel tempo (2017). E il 2019? “L’edizione che accompagnerà le nostre giornate l’anno prossimo


IL RAPPORTO

A fianco Sebastiano Luison, Veduta del Ponte di Bassano, bulino, mm 325x430, 1826. Sotto, da sinistra verso destra Sebastiano Luison, Interno del Ponte di Bassano, bulino, mm 325x430, 1826. Sebastiano Luison, Il Brenta dal Ponte di Bassano, bulino, mm 330x438, 1827.

appartiene ancora alla collana Un viaggio nel tempo e ospita tredici incisioni dedicate in buona parte al Ponte vecchio e al Brenta. Vedute perlopiù note (per esempio quelle di Sebastiano Luison), ma sempre apprezzate e di grande fascino. Non mancano però alcune autentiche chicche. Penso in particolare a una splendida xilografia di Antonio Marcon (1898-1974), che offre uno scorcio inedito del ponte palladiano. Non a caso è questa l’immagine scelta per la copertina. Curiosi anche altri due soggetti: la Veduta di Belvedere e Porta di Bassano di Gaetano Zancon (1771-1816), stampata in controparte, e la variante di un’altra veduta, questa

volta firmata dall’inglese James Tibbits Willemore (1800-1863), che ritrae il castello e i mulini di via Pusterla dalla riva destra del Brenta con, in primo piano, una imbarcazione munita di albero: un dettaglio alquanto singolare poiché l’uso della vela appare improbabile in questo tratto di fiume. Forse, rispetto alla prima edizione, un espediente dettato da ragioni commerciali”. Anche questo nuovo calendario, oltre a regalarci immagini molto accattivanti, avrà una precisa funzione sociale… “Certamente. Devo però confessare che le risorse raccolte, in questa circostanza saranno destinate

soprattutto al quartiere di San Lazzaro (dove risiedo). Sperando in una rilevante adesione, l’idea è infatti quella di poter consegnare alla nostra parrocchia un impianto audio per la sala cinema. Se tutto va bene, prevedo inoltre di destinare qualcosa pure alla Scuola dell’Infanzia Rico Tessarolo e alla Primaria Gugliemo Marconi”. L’auspicio, naturalmente, è quello di battere i record degli anni scorsi. Tutti possiamo contribuire, magari intervenendo numerosi alla presentazione ufficiale del calendario, in programma alla Libreria Cedis mercoledì 28 novembre (ore 18.30).

TuTTI I SOGGETTI Copertina Antonio Marcon, Bassano del Grappa. Ponte sul Brenta, xilografia, mm 266x305, 1937. Gennaio Maurizio D’Agostini, Il Ponte di Bassano e la figura allegorica del Brenta, bulino, mm 128x235, 1980. Febbraio Anonimo, Bassano, acquaforte, mm 90x105, dopo il 1821. Marzo Willemore James Tibbits, Bassano, acquaforte, mm 152x229, secolo XIX (dopo il 1840). Aprile Sebastiano Luison, Veduta del Ponte di Bassano, bulino, mm 325x430, 1826. Maggio Sebastiano Luison, Interno del Ponte di Bassano, bulino, mm 325x430, 1826. Giugno Sebastiano Luison, Il Brenta dal Ponte di Bassano, bulino, mm 330x438, 1827. Luglio Sebastiano Luison, Bassano e il Ponte dall’Osteria della Colomba, bulino, mm 330x438, 1827. Agosto Francesco Franceschini, Il Ponte di Bassano sul fiume Brenta, bulino, mm 100x135, prima metà secolo XIX. Settembre Adolf Closs, Bassano dalla discesa del Margnan, xilografia, mm 133x186, 1874. Ottobre Gaetano Zancon, Veduta di Belvedere e Porta di Bassano, acquaforte, mm 205x218, fine secolo XVIII. Novembre Marco Sebastiano Giampiccoli, Veduta di Bassano, acquaforte, mm 239x322 dopo il 1776. Dicembre Anonimo, Prospetto, sezione e pianta del ponte di Bassano, xilografia, mm 170x265, 1570.

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Non solo calcio nella nuova società giallorossa

Football Club Bassano 1903 Chi ben ricomincia…

uOMINI E SPORT

di Antonio Minchio

Fotografie: Gianluca Frison, Stefano Sartore

Bassano News ha incontrato il presidente Fabio Campagnolo. Netto il taglio con il passato e moltissime le novità messe in campo dalla compagine giallorossa. Fra queste, in primis, l’uguaglianza fra i soci e lo straordinario rapporto con la città.

Quello tra i bassanesi e la loro più importante società di calcio è sempre stato un rapporto molto particolare, caratterizzato da sentimenti altalenanti, a volte perfino contrastanti: nel corso degli anni e delle diverse gestioni la passione e l’indifferenza si sono infatti alternate nell’animo della gente. Un discorso che ovviamente non vale per la tifoseria, che invece si è sempre spesa con generosità a favore della squadra di casa. A prescindere. Da pochissimi mesi, però, l’intera città segue con eccezionale calore le vicende del calcio giallorosso, supportandolo davvero con il cuore. Un trasporto inimmaginabile fino a non molto tempo fa, successivo alla delusione per il trasferimento della vecchia società a Vicenza, e

Qui sopra, da sinistra verso destra Fabio Campagnolo, presidente del Football Club Bassano 1903. I titolari della nuova squadra in una foto ufficiale allo Stadio Mercante. In alto Lo stemma della società, con la torre e i leoni rampanti, sul solco della storica tradizione bassanese. Sotto La presentazione della nuova realtà calcistica ai soci, in Museo Civico, lo scorso 23 luglio. In prima fila, il sindaco Riccardo Poletto.

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dovuto alla prontezza e alla lungimiranza con le quali un pugno di volontari ha costituito, sotto l’egida dell’Amministrazione comunale, il Football Club Bassano 1903. Uno scenario nuovo, dunque, per lo sport bassanese, soprattutto per le modalità e le scelte che hanno portato alla rinascita della squadra e per gli obiettivi che il gruppo dirigente si è coraggiosamente posto. In un mondo come quello del calcio, spesso dominato da logiche di tipo aziendale e difficilmente conciliabili con l’autentico concetto di sport, stupiscono favorevolmente i due principi ai quali si ispira la missione del Fcb 1903: l’uguaglianza dei soci e l’amore per la città. Per capire meglio la genesi di tale filosofia, molto diversa rispetto

alla visione di precedenti gestioni, abbiamo incontrato il presidente della società Fabio Campagnolo (1968), formazione universitaria alla Bocconi e attuale amministratore delegato di F.lli Campagnolo Spa. “In merito al primo punto -spiega il presidente- deve essere chiaro che tutti i soci sono uguali: la quota stabilita per far parte del Fcb 1903 è stata fissata in tremila euro, con l’impegno morale di rinnovare il contributo per cinque anni. Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, puntiamo moltissimo sul coinvolgimento dei soci: dall’area tecnica a quella amministrativa, dal settore medico-sanitario alla comunicazione e al marketing, senza trascurare le fasce sociali più deboli e mirando pure all’elimina-


zione delle barriere architettoniche presenti allo Stadio Mercante. Ma l’obiettivo di fondo è quello di promuovere in toto lo sport locale, coniugando l’attività agonistica con iniziative culturali, sociali e ricreative che interessino tutti i bassanesi”. Un proposito che è già passato dalle parole ai fatti, attraverso l’individuazione di una serie di iniziative già avviate o in programmazione. Progetto “Bambini allo stadio” L’idea di assegnare allo sport una valenza educativa ha portato alla creazione della Kid Fan Card, una tessera destinata ai bambini dai tre agli undici anni che prevede l’apposizione di un bollino a ogni partita. Alla quinta vidimazione i piccoli tifosi ricevono il pallone del Fcb 1903 mentre con dodici bollini hanno in dono la maglia ufficiale della squadra. Fino agli undici anni, inoltre, l’ingresso allo stadio è gratuito e per i genitori è previsto un prezzo speciale. Ma non è tutto: in occasione delle partite in casa funziona un servizio di babysitting e, fra il primo e il secondo tempo, ai bimbi è riservata una merendina. Tutto ciò, nella logica di fare del Mercante la casa di quanti credono nei valori autentici dello sport.

Terzo Tempo Ispirato all’usanza del rugby di far festa assieme agli avversari al termine della partita, su iniziativa dei Fedelissimi è tornato al Mercante il Terzo Tempo, con l’allestimento di un ricco buffet offerto ai tifosi e ai giocatori di entrambe le squadre.

Bassano da sogno Lo scorso 29 agosto, è stata organizzata la cena Bassano da sogno, primo degli eventi benefici a favore del progetto “Sport in movimento” volto a sostenere economicamente l’attività sportiva dei bambini meno fortunati. Alla manifestazione, in piazza Libertà, hanno partecipato seicento persone!

Progetto disabili In linea con i principi che hanno ispirato la candidatura di Bassano a “Città europea dello Sport 2018”, fra gli obiettivi della società figura quello di favorire la pratica delle diverse discipline ai disabili. Un intento che prevede l’abbattimento delle barriere architettoniche al Mercante, ma anche la promozione degli sport paralimpici allo stadio. Codice etico Per creare un ambiente sportivo volto alla crescita calcistica e personale di tesserati e sostenitori il Fcb 1903 si è dotato di un Codice etico. Il tesseramento, così come la sottoscrizione dell’abbonamento o l’acquisto dei biglietti, prevede l’obbligo di rispettarlo.

Progetto Amatrice L’idea è quella di dar vita a una sfida calcistica tra il Bassano e la squadra di Amatrice e, al contempo, creare un connubio enogastronomico tra le rispettive tipicità: progetto duraturo a favore di “Sport in Movimento”.

Gelato Giallorosso In collaborazione con vari gelatai bassanesi, il Fcb 1903 ha concepito il Gelato Giallorosso, nuova delizia del palato: a ogni pallina venduta vengono accantonati dieci centesimi per “Sport in Movimento”. Natale Giallorosso Per il Mercatino di Natale il Fcb 1903 colorerà di giallorosso uno chalet, che per qualche settimana sarà la “casa” dei tifosi bassanesi e la base per varie azioni benefiche.

Tornando al calcio giocato, ricordiamo che la prima squadra milita in 1a Categoria (grazie all’acquisto da parte giallorossa del Mussolente) e che per le giovanili le idee del presidente sono molto innovative… “Abbiamo pensato di sviluppare il vivaio dando vita a tre squadre rappresentative, sul modello della Nazionale In pratica, a partire

dall’anno prossimo, le categorie Giovanissimi, Allievi e Juniores del Fcb 1903 attingeranno i propri giocatori selezionandoli dalle altre squadre bassanesi: Angarano, Ca’ Baroncello, Marchesane, Santa Croce, Sant’Eusebio, San Lazzaro e San Vito. A fronte di questa collaborazione tali società potranno contare su un sostegno economico e apporre sulle loro maglie ufficiali, accanto al proprio stemma, pure quello del Fcb 1903. Una scelta che consente ai ragazzi di rimanere nelle loro squadre, facendo convergere nella rappresentativa i migliori: un bel modo per fare selezione!”. Difficile non essere d’accordo. Grazie presidente Campagnolo e… in bocca al lupo, Fcb 1903!

Sopra, dall’alto verso il basso La squadra del Fcb 1903 al gran completo, con lo staff, alcuni soci e sostenitori. Bassano da sogno, cena organizzata dalla società per promuovere l’attività sportiva dei bambini meno fortunati.

Sotto Dopo la paura per la possibile perdita della sua squadra di calcio, l’abbraccio di Bassano ai giocatori giallorossi.

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Louisa May Alcott (1832-1888) e Lisa Frison

PICCOLE DONNE

IL CENACOLO

di Chiara Ferronato

Centocinquant’anni e non sentirli!

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Quattro le versioni cinematografiche (1919, 1933, 1949, 1994, la migliore, forse, quella del ’33, regista George Cukor, Katharine Hepburn nei panni di Jo), di un romanzo che, scritto e pubblicato nel 1868, era - molto probabilmente anche nelle intenzioni dell’autrice - indirizzato alla lettura delle adolescenti del Massachusetts, che smettevano di essere bambine a sedici anni e a diciotto, con un certo disagio, iniziavano a sentirsi “piccole donne” e quindi avrebbero potuto trarne tracce per una iniziale emancipazione. Ma il romanzo si fece subito spazio tra i libri “educativi” del tempo con un imprevedibile successo e Louisa May Alcott, con orgoglio e un disegno coraggioso (siamo pur sempre in pieno Ottocento), gli fece seguire “Le piccole donne crescono”, “I figli di Jo”, “Gli otto cugini”…

Louisa May Alcott (Germantown, 29 novembre 1832 - Boston, 6 marzo 1888). Sotto Due immagini di Lisa Frison, docente di spagnolo al Remondini, in veste teatrale.

Jo: Meg, Amy… sorelline carissime… Meg: Che gioia rivederci anche quest’anno… Non vedevo l’ora di tornare a ridere, scherzare, stuzzicarci e raccontarci di noi aspettando il Natale, come facevamo un tempo, quando eravamo ragazzine… Amy: Questo rendez-vous annuale, senza mariti e figli per una sera, è un’irrinunciabile tradizione natalizia. Tutte e quattro insieme… Jo: Dici bene, Amy, tutte e quattro… Anche lei sarà presente… Del resto, lei è sempre con noi… Ma, bando alla tristezza e alla malinconia! Siamo qui per ricordare i bei vecchi tempi e lo faremo con il sorriso sulle labbra, proprio come lei vorrebbe, d’accordo? E poi ci sono i regali da scartare… “Natale non sembrerà Natale senza nemmeno un regalo”, brontolavo un tempo… Ricordate? Meg: Certo, Jo. Quel Natale con la guerra e il babbo al fronte come cappellano… per me, che amavo il lusso, la povertà in cui eravamo precipitate, dopo che papà aveva perso il suo patrimonio per aiutare un amico sfortunato, era il cruccio maggiore! Amy: Anch’io mi lamentavo perché ritenevo ingiusto che tante ragazze avessero un mucchio di cose belle e noi proprio niente… Meg: Allora Beth dal suo cantuccio ci ricordava che noi avevamo la mamma, il papà e noi stesse, l’una per l’altra!

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Non ne fece una saga: osservò la vita (e quella delle sue tre sorelle, che, sono, in fondo, le reali protagoniste dei suoi racconti) che le girava intorno con il desiderio di farla sopravvivere. Era tutto il suo mondo. Ancora adesso continua ad esistere. Lisa Frison, appassionata di teatro, lei stessa vivace e versatile attrice, ha fatto rivivere Jo, Meg, Amy e Beth in una sceneggiatura che le vede “donne” che ricordano: e i sentimenti delle “Piccole donne” ci sono tutti e ci sorprende di essere ancora deliziosamente attratti dalle battute di un dialogo che Lisa (ha portato in scena recentemente, alla Biblioteca di Bassano, anche una sua riduzione di “Pinocchio”), con sorridente bravura, sottrae al tempo e alla memoria. Chiara Ferronato

Jo: In realtà non lo avevamo il papà quel Natale e non potevamo sapere quando e se sarebbe tornato. Meg: La mamma aveva proposto di non farci regali perché l’inverno, con la guerra, sarebbe stato duro per tutti. Quel poco che potevamo fare dovevamo farlo con piacere, ma a me costava tanta fatica… Desideravo tante cose belle per me e la mia famiglia e francamente credevo di meritarmele. Tutto il giorno a far lezione a quei terribili ragazzi, quando avrei voluto godermi la mia casa! Jo: Parli tu che almeno stavi con creaturine vivaci ed esuberanti… Io? Ore ed ore chiusa tutti i santi giorni con una vecchia agitata e nervosa che mi faceva trottare per tutta la casa e non era mai contenta… Amy: E quanto soffrivo io all’idea di andare a scuola con ragazze impertinenti che ridevano del mio vestito, bollavano papà perché non era ricco e mi insultavano perché non avevo un naso greco! Jo: Cristoforo Colombo… Abbiamo fatto progressi in proprietà lessicale! Un tempo avresti detto “etichettavano” papà, come se fosse un vasetto di sottaceti! Amy: Non c’è bisogno che tu faccia tanto la saccente… È stato un lapis linguae… Ridono Meg: Come vi punzecchiavate voi due, così diverse in tutto e per tutto! Io pensavo che certo sarebbe stato più facile essere buone e brave se fossimo state ricche.


Da sorella maggiore ricordavo meglio di tutte voi i tempi agiati della nostra infanzia. Jo: Però, Meg, devi riconoscere che tutte insieme ci divertivamo un mondo ed eravamo “un’allegra masnada”. Amy: La tua inconfondibile raffinatezza, Jo… Non potevo soffrire i tuoi modi da ragazzaccio! Jo: Ed io non potevo soffrire le tue smancerie da occhetta leziosa! Meg: Gli uccellini dello stesso nido vanno d’accordo, diceva Beth. Veramente avevate torto tutte e due. Tu, Jo, eri abbastanza grande per smettere quei modi da maschiaccio e comportarti finalmente da signorina… Jo: Quanto detestavo l’idea che un giorno avrei dovuto essere la signorina March e assumere un’aria contegnosa e modesta da viola mammola! Era già abbastanza brutto per me essere nata femmina quando mi piacevano i giochi e le maniere dei ragazzi! Morivo dalla voglia di andare a combattere con papà e invece dovevo starmene lì sul divano a fare la calza come una vecchia di cent’anni! Meg; Anche tu, però, Amy, esageravi. Sapevi bene di essere la mia cocca, ma eri sulla buona strada per diventare una smorfiosetta viziata… Solo Beth era un angelo anche allora… Jo: Sembrava vivesse in un mondo felice, fatto apposta per lei e dal quale usciva soltanto per incontrare coloro che le ispiravano amore e fiducia. Beth suona Amy: Quel Natale Beth propose di fare ciascuna un regalo alla mamma e di non comperare niente per noi. Meg: Tu, Jo, avevi una gran fretta di tornare a casa perché volevi che facessimo le prove per la rappresentazione della sera di Natale! Jo: Ci tenevo moltissimo! Meg, tu eri la nostra migliore attrice, con il tuo bel vestito bianco con lo strascico e i capelli sciolti! Invece, tu, Amy, quando facevi la scena dello svenimento sembravi dura come un pezzo di legno! E pensare che dovevi semplicemente trascinarti per la stanza a mani giunte piangendo disperatamente: “Salvami, salvami, Roderigo!” Beth mi chiedeva come facessi a scrivere e recitare cose tanto belle… Mi diceva che ero una specie di piccolo Shakespeare! Esagerava, certo, ma modestamente credo che la mia Maledizione della strega fosse una tragedia lirica ben riuscita. Eppure, nessuna pagina scritta mi emozionò tanto quanto la lettera che la mamma ci portò quella sera… Amy: Una lettera di papà, in cui c’era un messaggio speciale per ognuna di noi. Meg: Ci avvicinammo tutte al fuoco, la mamma sedette nella grande poltrona con Beth ai suoi piedi, io e Amy sui due braccioli…

Jo: … ed io mi appoggiai alla spalliera, così nessuno avrebbe visto la mia emozione… Beth suona durante la lettura della lettera Meg: “Dì loro tutto il mio affetto, con un bel bacio a ciascuna. Le penso di giorno e prego per loro la sera, e il mio più gran conforto è il bene che mi vogliono”. Amy: “Un anno passato lontano dai propri cari sembra assai lungo, ma pur aspettando si può e si deve lavorare perché non siano inutili questi giorni così tristi”. Jo: “Esse devono ricordare quello che raccomandai prima di partire: siano buone ed affettuose con te, facciano il loro dovere senza lagnarsi, combattano energicamente i loro nemici interni e sapranno vincersi così bene che al mio ritorno sarò più che mai orgoglioso e soddisfatto delle mie piccole donne”. Meg: La mamma ci aveva insegnato il Gioco dei Pellegrini, ricordate? Amy: Sì, ci legava addosso il sacco che chiamavamo il nostro fardello, ci dava il bastone, il cappello e un rotolo di carta e ci lasciava andar in giro per la casa, dalla cantina, che era la “Città Infernale”, fino alla terrazza, dove tenevamo i nostri tesori. La chiamavamo la Città Celeste. Meg: Era un gioco che ci insegnava ad essere più buone… Beth suona musica natalizia Jo: Io fui la prima a svegliarmi nell’alba grigia del mattino di Natale. Infilai la mano sotto il guanciale e trovai un libricino, la vera guida per il lungo viaggio di qualsiasi pellegrino. Qualche parola scritta dalla mamma rendeva ai miei occhi il dono ancor più prezioso. Meg: Quella mattina la mamma ci chiese di offrire la nostra colazione come regalo di Natale a una povera donna con sette bambini, l’ultimo dei quali era appena nato. Amy: Uscimmo tutte per aiutare quella famiglia bisognosa. Come si spalancarono gli occhi di quei piccoli, pallidi e affamati, che cercavano di riscaldarsi raggomitolati sotto una vecchia coperta, quando entrammo in quella nuda e gelida stanza! Meg: Accendemmo il fuoco con la legna che avevamo portato, cercammo di tappare i buchi dei vetri con qualche scialle, preparammo la tavola e imboccammo i bambini come se fossero stati degli uccellini affamati, mentre la mamma fasciava il neonato teneramente, come se fosse stato suo. Jo: Fu una stupenda colazione, benché noi fossimo rimaste a digiuno e quando tornammo a casa, lasciando alle spalle quel po’ di conforto, in tutta la città non v’erano quattro persone più allegre di noi, che la mattina di Natale avevamo fatto dono della nostra colazione. […]

Qui sopra Tre opere immortali di Louisa May Alcott, edite a Firenze da Marzocco negli anni ’50 (Biblioteca Todescan).

Sotto, dall’alto verso il basso Alcuni fotogrammi tratti dai film “Piccole donne”, rispettivamente del 1933, 1949 e 1994.

Biblioteca Civica di Bassano del Grappa Giovedì 20 dicembre, ore 17.30 Lisa Frison in: 150 anni di noi, piccole donne

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Agli appuntamenti mondani non manca mai, anche se non sempre la sobrietà e l’eleganza hanno la meglio…

ESERCIzI DI STILE

SUA MAESTA’, IL CAPPELLO

di Federica Augusta Rossi

Ci sono tre cose che una donna è capace di fare con niente: un cappello, un’insalata e una scenata.

Già in uso in Egitto e nell’antica Grecia, è un accessorio dalla storia lunga e stuzzicante. Fra Sette e Ottocento, poi, è divenuto un autentico oggetto di culto e di eleganza.

Piccole grandi sfide alla fantasia, al buongusto, persino all’architettura. Sono i cappelli a cui la regina Elisabetta II con la sua reale famiglia hanno abituato il nutrito pubblico di ammiratori e detrattori. Non esiste avvenimento ufficiale in cui la sovrana non sfoggi un copricapo. Col progredire dell’età, il contegno di Sua Maestà è aumentato: i colori si sono smorzati nelle tonalità pastello e le fogge si sono fatte via via più sobrie. Tendenza, invece, che sembra non valere per le decine di invitate agli ultimi royal wedding. Appuntamenti in cui stilisti e artigiani hanno dato libero sfogo alla creatività. Duchesse, attrici, cantanti, scrittrici, first ladies: una variegata passerella di mise in cui il copricapo conta tanto quanto l’abito. Non sempre sobrietà ed eleganza hanno la meglio, ma il cappello è accessorio inderogabile. A vedere tutte queste nobildonne e appartenenti al jet set, verrebbe da pensare che più che il detto “essere nate con la camicia” a loro si addica la variante di “nate con il cappello”, tanta è la disinvoltura con la quale sfilano davanti alle telecamere di tutto il mondo, incuranti dell’accessorio che adorna il loro capo e che talvolta sembra essere in equilibrio precario.

Se il cappello ai matrimoni delle case reali europee talvolta è fonte di stupore, l’appuntamento principe per celebrare la stravaganza fatta a copricapo è la Royal Ascot Week, il più famoso concorso ippico della Gran Bretagna. Piume, fiori, farfalle, sfere, uccelli, api, tulle, sete, organze, paglia: la parola d’ordine è osare, per trasformare la fantasia in ostentata esagerazione. Non c’è limite per dimensioni, colori e linee se non quello della forza di gravità. Non bisogna dimenticare, tuttavia, che in ogni civiltà il cappello ha avuto molte valenze, diventando indicatore di livello culturale e sociale. La sua è una storia lunga, che dall’antico Egitto alla Grecia e all’Asia giunge in Europa, dove tra il Settecento e l’Ottocento diventa un oggetto di culto e di eleganza, dopo che per decenni, oltre che a riparare da freddo e sole, ha avuto anche il compito di preservare capigliatura e nuca delle donne, considerati elementi di seduzione muliebre, dagli sguardi maschili. Anche l’uomo, ovviamente, ha trovato nel cappello un simbolo del proprio rango sociale o dell’appartenenza ai differenti corpi militari, distinti non solo dalla divisa. È nel Novecento che questo meraviglioso accessorio vive la sua stagione migliore. Divenuto di

Mark Twain

utilizzo comune, uomini e donne lo indossano quotidianamente, facendolo diventare componente essenziale di fascino ed eleganza. La gestualità che lo riguarda rientra nella sfera del galateo e allora toglierlo, tenerlo, toccarlo costituiscono gesti con un significato preciso. Tanto che attori e attrici ne fanno addirittura il loro elemento di identificazione. Tutti ricordano Humphrey Bogart in “Casablanca” con l’inseparabile Borsalino, oppure Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” con un elegantissimo modello di Edith Head. Ora gusti e abitudini sono ulteriormente cambiati. I prodotti nati dalle abili mani di maestri artigiani e venduti da negozianti competenti e bravi nel comunicare l’antica arte della cappelleria sono stati sostituiti da prodotti figli della globalizzazione che, oltre ad avere appiattito la produzione, hanno anche contribuito alla perdita della gestualità che per secoli aveva rappresentato garanzia di buona educazione. Nella città del Grappa, però, almeno resiste una cara vecchia tradizione: quella del cappello con la lunga penna nera. Vessillo inconfondibile di valori e senso di appartenenza.

Sopra, da sinistra verso destra Thutmose, Busto di Nefertiti, pietra calcarea ricoperta di stucco e dipinta, 1340 a.C. c. Berlino, Neues Museum. L’attrice Audrey Hepburn, nei panni di Holly Golightly nel film che l’ha resa immortale: Colazione da Tiffany. La regina Elisabetta II con il figlio Andrea, in occasione della Royal Ascot Week dello scorso anno.

Sotto Napoleone Bonaparte durante la prima Campagna d’Italia in un disegno di Edouard Detaille del 1880 circa. Così dovette presentarsi il giovane generale francese quando entrò in Bassano nel 1796.

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Per quanto pregiati e con alle spalle un’antica sapienza, hanno stentato a lungo a imporsi sul mercato…

LE TERRE DEL VINO

I VINI DEL VENETO (seconda parte)

di Nino D’Antonio

nostro corrispondente

Può sembrare una contraddizione, ma la progressiva nascita di un nordest industriale ha trainato anche il settore del vino. Che rimarrà però sempre un prodotto dell’uomo, fatto di storia, amore per la terra e orgoglio del proprio passato.

Qui sopra Vigneti nelle immediate vicinanze di Breganze, centro vinicolo pedemontano noto soprattutto per l’eccellente Vespaiolo.

Segue dal numero precedente

Per un clima quasi mediterraneo bisognerà invece spostarsi sulla sponda orientale del Garda, con le sue colline moreniche, nate da preistorici ghiacciai. Qui, a mitigare la temperatura, è non solo la barriera del Monte Baldo, ma la grande massa d’acqua del lago. Sono queste le condizioni ambientali che favoriscono la presenza di quel Bardolino Superiore Docg, fra i più accreditati vini veneti, grazie anche al Consorzio di Tutela (1926), che gestisce ben sedici comuni, tutti in provincia di Verona. C’è anche una versione rosata - il Chiaretto - vinificato “in rosa”, grazie a un parziale contatto con le bucce. Si tratta di un vino che ha incontrato un crescente favore fra i giovani, anche per il suo largo

A fianco Una bottiglia di Vespaiolo della Cantina Col Dovigo di Breganze

(p.g.c. Enogastronomia Baggio - Bassano).

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abbinamento con ogni tipo di piatto. Ma che c’è dietro il gusto asciutto, morbido, leggermente speziato del Bardolino? Un felice uvaggio di Corvina, Rondinella e Molinara - tutte varietà autoctone della Valpolicella - più altri vitigni minori, allevati sulle colline, a circa trenta chilometri da Verona. Qui, la vite e l’ulivo sono da ricondurre all’insediamento dei monaci di San Colombano, nell’Alto Medioevo. Oggi il Bardolino può contare sulla presenza di oltre novecento viticoltori e di ben centoventi cantine, che hanno meritato la Doc fin dal ‘68 e la Docg per la tipologia Superiore. Il comprensorio che vanta la denominazione di Bardolino Classico è limitato però a soli sei comuni (Bardolino, Garda, Lazise, Affi, Costermano e Cavaion), per i quali il Disciplinare impone di non superare il 70% della resa di uve per ettaro. Assai suggestiva la Strada del Vino che si sviluppa per ottanta chilometri, a sud verso Peschiera, e a nord verso il Monte Baldo. Il Bardolino - il nome è legato al delizioso borgo sul lago - è stato il primo vino veneto a ottenere per la tipologia Superiore la Docg (2001), che richiede una gradazione non inferiore a 12, e almeno un anno d’invecchiamento. Fra i centri termali di Abano e Montegrotto, in provincia di Padova, si leva una catena di colline di origine vulcanica, comprese entro i 400 metri.

L’inverno è quantomai mite, le piogge non dannose e le escursioni termiche fra giorno e notte assai equilibrate. Siamo nel territorio che ospita da sempre i vigneti dei Colli Euganei, e in particolare quel Fior d’Arancio Docg, nome che è attribuito in questa zona al Moscato Giallo. Il pregio di questi colli, va ricercato nella giacitura dei terreni, tutta a pendii e a declivi, che favoriscono il deflusso delle acque, evitando così ogni ristagno. Questo consente di allevare a nord uve per vini fermi o a base di spumante, e di ottenere a sud, nelle aree più soleggiate, vini passiti. I reperti archeologici presenti in zona provano quanto antica sia la coltivazione della vite sugli Euganei. Si risale al VII secolo a. C. Ma anche in provincia di Vicenza - alle falde dell’Altopiano di Asiago e a ridosso di Marostica il Veneto offre vini di sicura identità. O meglio, quindici tipologie, da vitigni internazionali come Merlot, Cabernet, Pinot, Cabernet Sauvignon e vitigni autoctoni come il Vespaiolo, dalle cui uve più pregiate si ottiene il famoso Torcolato, un passito dai lunghi trascorsi. Il vino per eccellenza di queste terre è il Vespaiolo di Breganze (dall’omonimo Comune), Doc dal ‘69. Uva cara alle vespe (da cui il nome), che ne hanno minacciato la sopravvivenza ai primi del Novecento, il vino è presente sul territorio fin dal Medioevo, godendo sempre di buona fama, se a Carlo V, di


transito nel Veneto per incontrare papa Clemente VII, viene offerta in omaggio qualche botte di Vespaiolo. Grazie alla lenta maturazione dell’uva - si vendemmia a fine settembre - il vino ha una particolare predisposizione all’invecchiamento, e la sua naturale acidità lo rende adatto anche a piatti impegnativi. Prima ancora che ai suoi vini, l’immagine di Soave è quella di un borgo di forte suggestione, chiuso tra colline e cinta muraria, fino alla scenografia del castello medievale che troneggia nel cuore dell’abitato. La Doc copre 13 comuni del veronese e risale al ‘68. Ma fin dal ‘31 il Soave era considerato “Vino tipico e pregiato”. L’approdo, trentanni dopo, alla Docg Recioto Soave e Soave Superiore, non è che il compimento di una lunga strada di successi. Il suolo, tutto pendii e dolci colline, è di natura vulcanica. Il che lo differenzia nettamente dalle aree storiche del Bardolino e della Valpolicella. Il clima è mite, e le piogge sono concentrate soprattutto in primavera e autunno. Pare che il nome c’entri poco con i morbidi caratteri del territorio. L’origine andrebbe cercata in Suaves, cioè Svevi, arrivati qui al seguito di Alboino. Ma non mancano altre ipotesi. Alle soglie del Rinascimento, il territorio diventa un interessante polo produttivo, grazie alle nuove tecniche introdotte nei vigneti. Si fa strada infatti la viticoltura “a palo secco” - staccata cioè dagli alberi, e quindi non più uve maritate - e via via la pergola, e poi ancora gli impianti a viti basse. Il Soave rappresenta oggi poco meno della metà della produzione di vino nel Veronese e ha come base il Garganega, almeno per il 70%. Il resto è rappresentato da Chardonnay, Pinot Bianco e Trebbiano, anche se sono molte

le cantine a vinificare il vitigno principale in purezza. Il Garganega - maturazione tardiva, buccia dura che diventa rossa alla soglie della vendemmia - non può contare su un aroma spiccato, ma gode in cambio di un piccolo patrimonio di profumi, che costituiscono la sua identità. Il vino si afferma ai primi dell’Ottocento, quando il confronto con quelli del Reno e con i Tokaj si svolge in gran parte a suo favore. Poi, nel 1901, la nascita della Cantina Sociale e successivamente quella del Consorzio di Tutela, due organismi che non mancheranno di dare un forte impulso al mercato. La parte alta del grappolo di Garganega è quella più ricca di zuccheri e viene selezionata per ricavarne il Recioto. L’uva viene fatta appassire su graticci per circa sei mesi, e poi pigiata. La fermentazione è lenta e avviene solo in piccole botti. Il nome deriva dal veneto “recia”, cioè orecchio, con riferimento appunto al frammento del grappolo. Il Garganega - in purezza o in uvaggio con gli internazionali, fino al 30% - fa da base a tutti i vini del territorio. L’affermazione dei vini veneti, oltre i confini della regione, è

riconducibile solo ai primi degli anni Sessanta. Per quanto pregiati e con alle spalle un’antica sapienza, hanno stentato a lungo a imporsi sul mercato. Può sembrare una contraddizione, ma la progressiva nascita di un nordest industriale ha trainato anche il vino. Che rimarrà sempre un prodotto dell’uomo, fatto di storia, amore per la terra e orgoglio del proprio passato.

Sopra, dall’alto verso il basso Vigneti sulle sponde del lago di Garda, zona di produzione del celebre Bardolino. La vite abbonda anche nei pressi del castello scaligero di Soave, borgo medievale che dà il nome a un altro rinomato vino veneto.

Qui sotto Sulle pendici dei Colli Euganei viene invece prodotto il Fior d’Arancio, un Moscato Giallo molto apprezzato da cultori e non.

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Molte idee e fantasia all’insegna della cultura

LA FUCINA LETTERARIA Alcune proposte…

25 ottobre Cineforum Rassegna “Rapporti Genitori - Figli” La scelta di Michele Placido con Raul Bova e Valeria Solarino Tratto dalla commedia in tre atti di Pirandello L’innesto, il film racconta una storia di amore e coraggio sulla scelta che cambierà per sempre la vita di una coppia. Ore 20,30 - Ex chiesetta di San Marco. Entrata libera.

8 novembre 40° Anno della Consulta delle Associazioni Marosticensi Il prof. Marco Cavalli racconta la sua lunga amicizia nel libro che ha dedicato alla vita e all’opera dello scrittore e libraio vicentino Virgilio Scapin: La compagnia di Virgilio. Entrata libera. Scritto in poesia Corso di scrittura creativa

Otto incontri quindicinali, sempre di giovedì dalle 20.30 alle 22.00, dedicati alla lettura e alla scrittura, ospitati nella Biblioteca Civica di Marostica, per scoprire misteri e fascino della scrittura poetica. Docente: prof. Marco Cavalli. 2018 15-29 novembre / 13 dicembre 2019 10-24 gennaio / 7-21 febbraio / 7 marzo Verranno presi in esame testi d’autore e grandi capolavori letterari e analizzati quelli prodotti dai corsisti che vorranno cimentarsi con la scrittura. Sperimentando alcune tecniche di costruzione di brevi testi poetici, si potrà osservare che la poesia, non diversamente dalle altre forme di invenzione letteraria, dispone di un proprio codice compositivo e comprendere che il controllo, soprattutto nella poesia, è grande amico della creatività. Nel corso delle lezioni, guidati dal docente, si avrà l’opportunità di leggere tanti magnifici

HuMANITAS

di Anna Francesca Basso

testi poetici e di imparare a creare un proprio ritmo, una musica speciale. La tradizione epica greca, attraverso l’oralità della poesia, insegna un “sentire” più ampio rispetto alla percezione sensoriale. Ma anche ai giorni nostri non mancano opere sorprendenti. Le esercitazioni pratiche saranno finalizzate a produrre brevi testi, su spunti offerti di volta in volta dal docente.

Anna Francesca Basso, curatrice di questa rubrica.

Corso di dizione e lettura espressiva Parlare è un bisogno, interpretare è un’arte

La prossima iniziativa CINEFORUM Rassegna “Rapporti Genitori-Figli”

Sei incontri settimanali, sempre di giovedì dalle 20.30 alle 22.00, per conoscere e approfondire le tecniche corrette della lettura ad alta voce, ospitati nella Biblioteca Civica di Marostica. Verranno proposti testi di grandi autori sia in poesia sia in prosa. Docente: l’attore Eros Zecchini. 2019 14-21-28 marzo 4-11-18 aprile

Venerdì 25 ottobre, ore 20.30 ex Chiesetta di San Marco Marostica A condurre il dibattito sarà il prof. Vittorio Andolfato

Altre iniziative Vari incontri a cura della Fucina Letteraria collocati all’interno delle proposte organizzate in collaborazione con la Biblioteca.

Entrata libera

I Giovedì della Fucina Appuntamenti mensili dedicati ai soci in cui scambiare consigli di lettura, libri, racconti e proposte.

Associazione culturale LA FUCINA LETTERARIA Sede incontri: Biblioteca “Pietro Ragazzoni” Via Cairoli, 4 - Marostica (VI) Tel. 346 3530285 lafucinaletteraria@gmail.com www.infomarostica.it www.facebook.com/pages/ La-Fucina-Letteraria/ 500449256651722

Un Caffè letterario in piena regola, ispirato all’epoca d’oro di questi luoghi di aggregazione e di scambio culturale e ai grandi scrittori che li animavano, organizzato in sinergia con altre associazioni culturali del territorio. A condurlo il prof. Marco Cavalli. Letture a cura della Fucina Letteraria.

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È l’ultima impresa del team Artemisia di Antonella Martinato…

Il restauro di Capitel Doppio in Val Goccia: una sfida, un’avventura!

RESTITuzIONI

di Elisa Minchio

L’originale manufatto, posto lungo il sentiero che da Cismon porta al Forcelletto o a Magnola, era stato eretto nel XVII secolo per esorcizzare la peste e arrestarne il contagio.

Qui sopra, da sinistra verso destra I particolari, a restauro avvenuto, dell’affresco di San Marco, nel capitello a valle, e del Crocefisso ligneo, dell’edicola a monte.

In alto Capitel Doppio, lungo la mulattiera da Cismon a Magnola e al Forcelletto, durante i lavori di recupero.

CAPITEL DOPPIO singolarità in linea con la tradizione La maggior parte dei capitelli segnano una “crosara” o particolari luoghi di passaggio. Sono cioè legati alla strada e in particolare ai crocicchi, perpetuando così l’antica tradizione di dare un significato sacrale agli incroci delle vie; contemporaneamente manifestano una richiesta di protezione e un segno di devozione. Anche quando la collocazione sembra casuale, emerge come siano preziosi indicatori di incroci, confini, guadi e indichino un luogo frequentato o significativo. I più antichi risalgono alla seconda metà del ‘500, altri alla prima metà del XVII secolo (dopo la peste del 1630); altri ancora ai primi decenni del ‘900. Tutte le località del Canal di Brenta sono interessate da questo fenomeno, aspetto importante del folclore, della devozione e dell’arte popolare; senza però dimenticare che a dipingere non furono solo i pittori ambulanti, cosa comune un tempo, ma

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“Spesso per effettuare il restauro di un’opera d’arte rimaniamo chiuse in laboratorio, tra boccette di solventi, battuffoli di cotone, pennelli e colori da ritocco; oppure operiamo all’interno di chiese, palazzi e ville per restituire a qualche affresco una magia perduta da tempo. Ma mai, finora, ci era capitato di lavorare lungo una mulattiera di montagna che conduce a Cima Grappa, costrette a percorrerla sia in andata sia in ritorno: un autentico trekking!”. A parlare è Antonella Martinato, nota restauratrice del territorio e fondatrice del team Artemisia, chiamata a effettuare il restauro del Capitel Doppio, eretto lungo

pure artisti come i Dal Ponte o il Balestra. Il Capitel Doppio, assieme alla Gusella, costituisce una delle icone di Cismon ed è composto da due strutture, una a valle e l’altra a monte, unite da un tetto coperto in lastame e coppi. Nel mezzo passa la via lastricata della Val Cesilla; anche qui un trivio, luogo di arrivo e partenza: caput viae. Il capitello più antico, a valle, sorge su uno sperone roccioso; il prospetto principale ha una profonda nicchia con sulla parete di fondo l’immagine di Nostra Signora del Pedancino (ormai perduta), sulla parete sinistra Sant’Antonio da Padova e su quella destra San Marco; sulla parete esterna a valle, dentro una nicchia poco profonda, è rappresentato probabilmente San Lorenzo tra le fiamme. Sulla parete esterna a monte è dipinto San Rocco con il cane. Il capitello a monte ha un’unica nicchia, che ospita un bel crocefisso databile stilisticamente tra fine ‘700 e inizio ‘800 Angelo Chemin

il sentiero che dalla piazza di Cismon conduce al Forcelletto o alla Magnola: un bel percorso tenuto in ordine dai volontari del Cai e da alcuni abitanti di Cismon. “Dopo circa quaranta minuti di cammino si giunge a un bivio; subito dopo si trova il capitello, costruito per esorcizzare la peste del Seicento nel tentativo di arrestare il contagio e non farlo salire dalla valle ai colli, dove avevano trovato rifugio molti abitanti con il loro bestiame”. Il monumento è costituito da due edicole, disposte l’una di fronte all’altra a formare una porta ideale e coperte da un’unica tettoia. “Lo stato di conservazione era pesantemente compromesso e appesantito da molti interventi di sistemazione e da discutibili rifacimenti. Fortunatamente l’Amministrazione comunale di Cismon ha accolto la richiesta da parte di abitanti e appassionati (fra i quali il prof. Angelo Chemin e l’assessore Daniela Caenaro) di effettuare un intervento di recupero. Per il nostro laboratorio è stata una sfida: niente elettricità, niente acqua, condizioni ambientali non proprio ideali e, ogni tanto, l’insolita visita di animaletti del bosco, talvolta striscianti… Ma la bellezza di questo gioiello ci ha stregate: lassù, il tempo assumeva una dimensione particolare e ci sentivamo sospese nella storia…”.

Dall’epoca della sua costruzione il capitello ha ricevuto innumerevoli visite e molte persone hanno lasciato tracce della loro presenza. Molto toccanti, fra queste, alcune scritte dei soldati italiani che affidavano speranze e preghiere ai santi raffigurati sulle nicchie. “Abbiamo realizzato una pulitura da tutte le sovramissioni che ricoprivano gran parte delle superfici arrivando gradualmente agli strati originali degli intonaci e dei dipinti: non è rimasto molto, ma quel poco che c’è costituisce una bella testimonianza della forte devozione alla Madonna dello Scapolare, a Sant’Antonio, San Marco, San Lorenzo e San Rocco. Della Madonna rimane purtroppo una debole traccia, mentre siamo riuscite a rendere leggibili le altre immagini. L’edicola posta ai piedi del monte conteneva un Crocefisso ligneo policromo del ‘700. Lo abbiamo restaurato, ma probabilmente verrà trasferito in un altro luogo; al di sotto è stata portata alla luce una Deposizione non molto visibile perché in parte perduta, ma di facile intuizione”. Per quanto riguarda gli aspetti logistici (in merito soprattutto al trasporto dei materiali), il team Artemisia ha potuto contare sul supporto di alcuni volontari, che hanno curato la manutenzione della tettoia. Fra loro, in primis, Pieregidio Fiorese.


BEPI ZAMPIERIN Una vita dedicata a sport e lavoro Nel quartiere di Angarano lo conosco tutti…

PERSONAGGI

di Andrea Gastner

Come calciatore ha debuttato nell’Angarano, per poi passare al Bassano. Nello stesso periodo ha lavorato nell’officina di Giacomo Alban. Affiancando il figlio di quest’ultimo, Antonio, ha poi fattivamente contribuito allo sviluppo dell’AGB, azienda di prestigio internazionale.

Nato e cresciuto in Angarano, quartiere che gli è entrato nel sangue, Giuseppe Zampierin (Bepi) si commuove quando ne parla. Sono molti infatti, e intensi, i ricordi di un’infanzia spensierata e avventurosa, vissuta in un “territorio” che si estendeva dal Ponte vecchio al viale della Trinità, dal boschetto Angarano al monte Crocetta. Per non parlare delle rive del Brenta, dove si recava con gli amici e dove ha imparato a nuotare. La memoria corre però a quella che è sempre stata, con il lavoro, la sua grande passione… “Ho in mente i miei primi calci a un pallone. Era di cuoio, duro come un sasso e spellato, poiché ce lo passavano quelli della prima squadra. Se si giocava in casa non c’erano problemi: tutti abitavamo vicino al campo. Per le trasferte, però, eravamo costretti a usare la bicicletta, con il buono e il cattivo tempo: altro che il pulmino!”. A quell’età Bepi Zampierin ha iniziato a lavorare con Antonio Alban in una piccola bottega artigiana. Proprio in quel laboratorio ha intrapreso un entusiasmante e lungo cammino durato tutta la vita. “In breve tempo sono diventato collaboratore fidato di Antonio, che mi ha voluto come suo braccio destro pure quando ha dato vita all’AGB, azienda che in seguito ha assunto un prestigio internazionale”. In fabbrica Bepi era di casa… “Da principio operavo sulle macchine; con il tempo Antonio mi chiese di assumere mansioni di una certa responsabilità, assegnandomi un ruolo importante in azienda. Ogni tanto, tuttavia, mi piaceva tornare alle origini, giusto per levarmi la voglia, e compiere (magari a sua insaputa!)

anche qualche lavoro manuale”. Il rapporto di Bepi Zampierin con Antonio Alban è sempre stato improntato, sia in fabbrica sia nella quotidianità, a una profonda amicizia, al punto da trascorrere assieme anche molti momenti di svago e serenità, entrambi rispettivamente accompagnati dalle mogli Angela e Marisa. “È stato un periodo meraviglioso, che non dimenticherò mai”.

Tornando al calcio, Bepi ha iniziato all’Angarano, con il ruolo di mediano. Dopo tre anni è stato chiamato al Bassano, dove invece ha giocato da terzino. “Sono stati anni di grandi soddisfazioni. Tanto che alcune squadre importanti mi hanno convocato per dei provini: Valdagno, Venezia, Vicenza e perfino la Fiorentina. A ventotto anni, però, ho chiuso l’esperienza sportiva e appeso le scarpe al chiodo, per dedicarmi al lavoro a tempo pieno, con soddisfazioni ancora maggiori”.

Ora che Bepi è in pensione, amici lettori, credete si sia seduto in poltrona? Niente affatto! Il nostro personaggio frequenta infatti il Centro Ricreativo Angarano di via Ca’ Morosini ed è presidente del locale Circolo

Bocciofilo. Il centro, oltre a due campi coperti per il gioco delle bocce e una saletta con annesso bar, è dotato di un campetto da calcio-calcetto e uno per basket e pallavolo. Ma non basta: c’è anche un edificio con tanto di cucina e una sala per le famiglie che intendono festeggiare compleanni, onomastici o quant’altro. “Insomma, qui si possono incontrare ragazzini, giovani e adulti (anche di una certa età) tutti insieme appassionatamente!”. Concludiamo con un aneddoto che Bepi ricorda con nostalgia. “Ero un ragazzo con i calzoni corti, era domenica e dovevamo incontrare una squadra piuttosto forte. Partimmo in bicicletta, io e un folto gruppo di giocatori, tutti amici, in direzione di Cartigliano. Durante il tragitto siamo stati sorpresi da un temporale: un diluvio improvviso e imprevisto. Pioveva a secchie rovesce! Siamo giunti sul campo di gara bagnati fradici. Le magliette e i calzoncini da indossare durante la partita erano nelle stesse condizioni, poiché gli zainetti non erano impermeabili. Pur zuppi d’acqua, ce l’abbiamo messa tutta e siamo riusciti a vincere la partita. Al ritorno a casa eravamo ancora bagnati!”.

Sopra, da sinistra verso destra La Prima Squadra del Bassano Calcio nei primissimi anni Cinquanta. In piedi, da sinistra, Zaborra, Ratto, Zampierin, Bizzotto, Galvan; accosciati, sempre da sinistra, Perli, Dissegna, Beggiato, Facchin, Pellizzaro, Lunardon. Davanti a tutti, la mascotte, il piccolo Carlo, figlio del presidente Antonio Gerolimetto.

In alto Bepi Zampierin, presidente del Circolo Bocciofilo Angarano, durante una partita.

Qui sotto Bepi Zamperin con la moglie Marisa in un momento di relax.

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Pronto per Natale un nuovo libro di Andrea Gastner

I RACCONTI DEL BRENTA

AMICI LIBRI

di Elisa Minchio Le fotografie d’epoca provengono dalla raccolta di Fulvio Bicego

A distanza di otto anni dalla terza edizione (2010), lo scrittore bassanese torna a raccontarci, con molte novità, le fatiche quotidiane delle popolazioni rivierasche: costanti -ora liete ora tristi- di un mondo animato da cacciatori, soldati, contrabbandieri, finanzieri, traghettatori, preti, scalpellini… tutti impegnati nella strenua lotta per l’esistenza.

Molto apprezzato dai bassanesi per l’amore che da sempre riversa sul nostro territorio attraverso la sua felice produzione narrativa, lo scrittore Andrea Gastner festeggia l’imminente uscita della quarta edizione di uno dei suoi bestseller: I racconti del Canal di Brenta. A distanza di otto anni dalla terza pubblicazione, e ben sedici dalla prima, il libro è ormai del tutto esaurito. Ma le richieste non mancano, anche da parte delle scuole, che per lungo tempo lo hanno adottato come particolare strumento di conoscenza della Valbrenta e della sua storia. “In realtà, su suggerimento di molti amici, questo nuovo volume -racconta Andrea Gastner- esce per così dire dalla valle e si apre a Bassano e all’ambiente fluviale posto a sud della città. Desideravo infatti occuparmi pure di altri contesti significativi, lungo le rive del Brenta ma non solo, dove ho rintracciato tradizioni e costumi che rischiavano l’oblio”. Un’indagine appassionata, quella dello scrittore, che lo ha portato a esplorare un territorio prossimo a Bassano, ma per molti versi distinto e spesso caratterizzato da memorie singolari, poco note e purtroppo quasi perdute. Anche il titolo dell’opera, di conseguenza, ha subito una lieve modifica perdendo la precedente connotazione, prevalentemente valliva, per limitarsi al nome del fiume e divenendo quindi I racconti del Brenta.

Qui sopra La copertina del libro di Andrea Gastner, con una bella illustrazione di Agostino Brotto Pastega. Sotto ai titoli La processione del Corpus Domini sulle rive del Brenta a San Lazzaro. La foto è stata scattata negli anni ’50 dal tetto della Fornace Chenet. In basso In barca sul Brenta, a nord del Ponte vecchio, negli anni ’40. Entrambe le fotografie richiamano atmosfere che è possibile ritrovare nelle opere di Andrea Gastner.

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Una nuova edizione, dunque, che riprende in parte il corpus delle precedenti, ma che propone pure altre avvincenti narrazioni. Ecco allora raccontati in questo libro il lavoro duro e le fatiche quotidiane delle popolazioni rivierasche, che costituiscono le costanti -ora liete ora tristi- di un mondo animato da cacciatori, soldati, contrabbandieri, finanzieri, traghettatori, preti… tutti impegnati nella strenua lotta per l’esistenza. Andrea Gastner è autore dei romanzi Valle Amara. I giorni del ritorno (1998-1999-2000), La levantina. I giorni dell’esilio (1999) e Shalom. I giorni dei ricordi (2001), che fanno parte della Trilogia della Valle del Brenta. Ha pubblicato inoltre I racconti del Canal di Brenta (2002-20072010) e Stagioni Lontane (2004),

opere alle quali ha fatto seguito il romanzo Eugenia Venier (2006). Nel 2008 è uscito Sul fiume tra gli argini e, nel 2011, Il sentiero dei passi perduti. Nel 2013 ha pubblicato Là dove muore il fiume, raccontando fra l’altro vicende ambientate nella laguna veneziana che hanno visto come protagonista nientemeno che lo scrittore Ernest Hemingway. Per il periodico culturale L’illustre bassanese ha curato le biografie dell’arbitro internazionale Guido Agnolin, del poeta petrarchesco Alessandro Campesano e del decatleta Guido Cappellari. Redattore di Bassano News, Andrea Gastner si occupa di servizi volti alla salvaguardia e alla valorizzazione del territorio. Da tempo, inoltre, si dedica alla scoperta e “riscoperta” di artisti che danno lustro alla terra veneta.


Castello Inferiore di Marostica, 15 dicembre 2018 - 6 gennaio 2019

IN PRINCIPIO ERA LA LUCE CARLO BONATO E IL LABORATORIO FUSINA

OMAGGIO

di Fabiola Scremin e Marco Maria Polloniato

Dalle prime produzioni in metallo e plastica al salto di qualità con la lungimirante scommessa sul plexiglass: un percorso lavorativo e artistico all’insegna dell’innovazione e della fantasia, poi seguito con altrettanta passione anche dai figli Giorgio e Luca.

La città di Marostica si appresta a ospitare l’antologica sulla figura di Carlo Bonato e del Laboratorio Fusina: una vita dedicata alla lavorazione creativa del plexiglass. Carlo Bonato (Marostica 1930 Nove 2016) si formò lavorativamente in alcune officine di tornitura meccanica a Marostica. Nel 1970, assieme alla moglie Maddalena Comacchio, avviò sottocasa il Laboratorio Fusina con un’iniziale produzione di oggettistica in metallo e plastica. La fondamentale collaborazione con Alessio Tasca in qualità di designer per i primi anni di vita dell’azienda e la “scoperta” del plexiglass, diedero al laboratorio un’identità propria. L’innovazione dovuta all’utilizzo del “polimetilmetacrilato”, materiale pressoché sconosciuto all’epoca e lavorato in maniera certosina grazie alle capacità tecnico-creative di Carlo Bonato, portarono l’azienda a distinguersi in pochi anni nel mercato internazionale. Numerosi i riconoscimenti e i premi, tra cui la medaglia d’oro alla Triennale del 1973, hanno accompagnato il suo lavoro per tutta la vita. L’azienda Fusina continua oggi grazie all’attività dei figli Giorgio e Luca, rispettivamente con Hangar Fusina e FusinaLab. Il progetto espositivo ospitato nelle sale del Castello Inferiore focalizzerà la figura di Carlo Bonato e del Laboratorio Fusina a cominciare dalla pratica nell’ambito metalmeccanico, pas-

A destra Alcuni significativi esempi della storica produzione artistica di Carlo Bonato e del Laboratorio Fusina (ph. Luciano Svegliado).

Qui sotto Carlo Bonato, al lavoro, in una foto della fine degli anni Ottanta (ph. Francesco Pinton).

In basso, da sinistra verso destra Il logotipo dell’azienda creata da Carlo Bonato e Maddalena Comacchio e quelli di Hangar Fusina e Fusina Lab, facenti rispettivamente capo alle attività dei loro figli Giorgio e Luca.

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sando per il fiorente contesto creativo nella fascia pedemontana vicentina dell’epoca fino alla lungimirante scommessa su un materiale inedito. L’apporto tecnico, essenziale per la realizzazione di sculture rigorose e totalmente nuove per l’epoca, ne fanno un esempio raro di imprenditorialità creativa. Oltre che per finalità scultoree e quali complemento d’arredo, i suoi oggetti sono stati spesso utilizzati anche in note pellicole cinematografiche, in contesti

di restauro d’alto livello e per promuovere l’eccellenza del territorio nel mondo. A distanza di due anni dalla scomparsa di Carlo Bonato, la famiglia ha deciso di condividere il percorso imprenditoriale, umano e creativo con un’esposizione affascinante e rigorosa, in cui l’ingegno e l’abilità artigiana saranno i protagonisti.

La mostra, a cura del gruppo di lavoro Lampi Creativi, reca il patrocinio della città di Marostica, in continuità con le esposizioni natalizie dedicate ad altri cittadini marosticensi noti per il loro contributo al mondo artistico come quelle del prof. Luigi Carron e del prof. Angelo Spagnolo.


INDIRIzzI uTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENzA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GuARDIA DI FINANzA Via Maello, 15 0424 34555

POLIzIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

In collaborazione con Ufficio Relazioni con il Pubblico Comune di Bassano del Grappa

POLIzIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Via Matteotti, 35 - Tel. 0424 519555

0424 507911 0424 519404

POLIzIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FuOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIzI PuBBLICI

AGENzIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MuSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

Az. uLSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 u.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENzA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MuNICIPIO Via Matteotti, 35 u.R.P. Via Matteotti, 35

0424 519110

0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzale Trento 9/A 0424 519165

POSTE E TELECOMuNICAzIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBuNALE DI VICENzA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CuLTuRA

MuSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MuSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAzzO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAzzO BONAGuRO Via Angarano 0424 502923

MuSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MuSEO DEI CAPPuCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MuSEO DELL’AuTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MuSEO HEMINGWAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 02/11-04/11 26/11-28/11 20/12-22/12 ALLE DuE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 04/11-06/11 28/11-30/11 22/12-24/12 ALLE GRAzIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 06/11-08/11 30/11-02/12 24/12-26/12 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 130424 522325 12/11-14/11 06/12-08/12 30/12-01/01 COMuNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 18/11-20/11 12/12-14/12 COMuNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 16/11-18/11 10/12-12/12 RAuSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 10/11-12/11 04/12-06/12 28/12-30/12 PIzzI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 31/10-02/11 24/11-26/11 18/12-20/12 POzzI Via Scalabrini, 102 0424 503649 20/11-22/11 14/12-16/12 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 14/11-16/11 08/12-10/12 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 08/11-10/11 02/12-04/12 26/12-28/12 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 22/11-24/11 16/12-18/12


A proposito della disputa del ghiacciaio della Marmolada tra la Regione Veneto e la Provincia Autonoma di Trento…

SPIGOLATuRE

IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO

di Agostino Brotto Pastega

Sotto, dall’alto verso il basso Giovanni Scajaro, Incontro di Antonio e Cleopatra, particolare del conte Guerino Roberti, affresco, 1779. Bassano, palazzo Roberti. Una maestosa veduta della Marmolada.

Vale la pena di conoscere una vicenda che coinvolse il nobile bassanese Guerrino Roberti, il quale difese con coraggio i confini settentrionali della Repubblica Serenissima.

Qui sotto Il centro di Primolano in una cartolina d’epoca, edita dalla storica Tipografia Ferrazzi di Valstagna.

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Avrà sicuramente lasciato sbigottiti molti Veneti apprendere che il 24 settembre scorso il Consiglio Regionale del Veneto, guidato dal governatore Luca Zaia, si è tenuto a Punta Serauta, a quasi tremila metri di quota, e soprattutto venire a sapere che l’insolita seduta si attuava in quel panoramico luogo per rivendicare la storica appartenenza del ghiacciaio della Marmolada al Veneto, appartenenza messa in discussione da una vertenza sollevata dai Trentini che si trascina da ben quarantacinque anni. I confini sulla “Regina delle Dolomiti” erano stati definiti nel 1778 tra la Serenissima e Leopold Maria Joseph von Spaur, principe vescovo del ducato di Bressanone, dal 1464 ininterrottamente sotto l’ala asburgica. Nell’accordo si conferiva anche la linea di displuvio del ghiacciaio a Venezia. Da allora nessuno si sognò di mettere in discussione tali confini sino a quando, nel 1973, il comune di Canazei (TN) deliberò che i patti sanciti nel 1778 non andavano più bene; poi ci pensò il presidente Sandro Pertini -che amava trascorrere le sue vacanze nel Trentino- a chiudere la contesa nel 1982 definendo una nuova linea di confine più favorevole alla Provincia Autonoma di Trento Da allora si succedettero contenziosi ininterrotti sinché, nel 2002, si trovò un accordo tra i governatori Galan (per il Veneto) e Dellai (per il Trentino) che prevedeva pragmaticamente la divisione del ghiacciaio tra i due enti. Nel luglio scorso l’Agenzia del Territorio di Roma ha di nuovo rivoluzionato i confini tra le due regioni, ristabilendo quanto deciso dal Consiglio di Stato nel 1982. In tutto ciò nulla di nuovo sotto il sole, perché le dispute confinarie

e gli “usurpi” arbitrari angustiarono per secoli la vita tendenzialmente pacifica della Serenissima, tanto più che non dispose mai di un esercito propriamente detto. Il problema dei confini assunse per Venezia grande rilevanza dopo la disfatta di Agnadello al punto che, nel 1564, il Maggior Consiglio arrivò a eleggere due “Provveditori sopra i confini” con il compito di esaminare tutte le dispute e proporre soluzioni, conservando tutto il materiale relativo in un ambiente specifico: la famosa “Secreta” in Palazzo Ducale, detta appunto “Camera dei confini”. Nel 1676 si nominò un “Sopraintendente alla Camera dei confini” che, nel corso del Settecento, divenne un ufficio stabile, anche perché gli attriti con gli altri Stati si erano fatti più accesi, in particolare con l’Impero asburgico, lo Stato pontificio e l’Impero ottomano, per la tendenza tutta illuministica di meglio definire i confini abolendo le zone promiscue: si arrivò persino a mettere in discussione il millenario predominio di Venezia sull’Adriatico settentrionale. Nel 1749, per esempio, la Repubblica stipulò un trattato con lo Stato pontificio per definire i confini lungo il ramo del Po di Ariano o di Goro mentre, nel 1750, iniziarono le trattative con l’Impero asburgico, dopo quindi il passaggio dello Stato di Milano e del ducato di Mantova alla Casa d’Austria. Tali trattati, comprendenti le nuove regole confinarie, toglievano la possibilità alle popolazioni angariate da soprusi confinari di adire a pratiche violente mediante assalti all’arma bianca con suono di campana a martello, dando invece la possibilità di ricorrere alle mappe, alle vie legali e alle autorità preposte, in questo caso al “Provveditore

ai confini” per la parte veneta. Proprio nella primavera del 1751, il nobile Guerino Roberti (17111786), appartenente a una potente famiglia bassanese, arricchitasi con la produzione e il commercio della seta filata, si prese la briga di denunciare che al limitare di Primolano (appartenente al distretto bassanese dove aveva amici e interessi) si era verificato un non indifferente “usurpo” territoriale a opera degli Imperiali asburgici, e questo sin dal 1715. Il Commissario ai confini Correr invitò il Roberti a denunciare il tutto al Soprintendente di Verona, cosa che egli prontamente fece; a sua volta il predetto Correr informava le autorità veneziane. Già alla fine di agosto del 1751 la comunità di Primolano inoltrava alle autorità veneziane una supplica nella quale esponeva le ragioni che vantava “nel Rovetino, sul monte Frizzon che guardava sopra la Brenta, tanto di qua, quanto di là supposta nel distretto Bassanese”. Sul monte Frizzon in particolare correva un sentiero che permetteva ai contrabbandieri di passare dalle terre dell’Impero asburgico a quelle della Serenissima. Si posero, alla fine della contesa, gli storici cippi confinari al loro posto. In riconoscimento della fedeltà a Venezia, Guerino Roberti ottenne nel 1757 il titolo di conte trasmissibile ai discendenti maschi, offrendo egli a “marca di Feudo” i numerosi fondi che possedeva tra Angarano e Nove. Corsi e ricorsi della storia, in particolare di una tendenza delle genti del nord di spingersi sempre più a sud: tendenza avvallata anche dal peregrino detto “pro domo eorum” secondo il quale l’Austria finirebbe laddove finiscono gli ultimi pini: in pratica all’imbocco del Canal di Brenta.


OSPITALITA’

A Bassano e dintorni

RICETTE DAL PASSATO tratte dal ricettario Un’occhiata in cucina di Elisa Minchio Continua con successo la carrellata di pietanze suggerite dallo storico ricettario Un’occhiata in cucina, edito dalla Smalteria Metallurgica Veneta. Ecco quindi altre solleticanti proposte, accompagnate per l’occasione da alcune immagini di zelanti massaie.

Giardinetto ai pomodori Occorrono pomodori maturi, grossi, lisci, pelati, tagliati a metà e liberati dai semi. Ricordare di asciugarli dall’acqua che contengono a mezzo di un panno. Salarli leggermente e riempirne i vuoti con della salsa maionese. Attorno a ogni pomodoro porre delle foglioline di prezzemolo e nel centro un pezzetto di tonno o di salmone. Spargere per ultimo alcuni capperi nel piatto.

Risotto alla cappuccina Soffriggere nel burro e olio una cipolla trita, aggiungere la polpa di tre acciughe e 500 grammi di riso. Rosolare per qualche minuto. Aggiungere brodo di pesce, fare cuocere per quindici minuti. Condire con parmigiano, versare sul vassoio, cospargere l’intingolo di gamberelli e servire. > Continua a pag. 62

Sopra, dall’alto verso il basso Le copertine della seconda e terza edizione del ricettario Un’occhiata in cucina, pubblicate a cura dell’Ufficio Propaganda delle Smalterie a distanza di un anno l’una dall’altra (1934-1935), a conferma del successo dell’iniziativa. Dall’aggiornamento della grafica risulta evidente lo sforzo di puntare su una clientela medio-alta: obiettivo avvalorato pure dalla scelta di assegnare la prefazione ad Amedeo Pettini, capocuoco di Casa Savoia.

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RISTORAzIONE

A Bassano e dintorni

Risotto coi funghi In una casseruola di acciaio inossidabile Saeculum mettere venti grammi di burro e mezzo bicchiere di olio. Quando questo è bollente, versare mezzo chilogrammo di funghi tagliati fini, cuocere a fuoco vivo e dopo qualche minuto aggiungere un cucchiaio di prezzemolo tritato, salare quindi e continuare la cottura, però a fuoco lento. Appena i funghi saranno cotti, aggiungere riso con un mestolo di brodo e procedere a fuoco lento come per il comune risotto. Aggiungere infine formaggio parmigiano grattugiato e non appena il riso sarà cotto al dente, servire.

Melanzane alla fiesolana Scegliere melanzane piccole e fresche, dividerle in due parti per il lungo e sbollentarle in acqua salata. Svuotarle quindi senza guastare l’involucro. Riempirle del seguente ripieno: buzzo delle melanzane tritato con un pezzetto di burro sciolto; salare, mettere pepe e noce moscata; aggiungere un cucchiaio di prezzemolo, uno di formaggio con fettine di uova dure e salsa di balsamella. Lisciare il composto ottenuto con il coltello, cospargerlo di pane grattugiato e polpe di acciughe in modo da ricoprirlo tutto. Riempire le melanzane e, dentro un tegame unto, mettere in forno per completare la cottura. Dopo di che possono essere servite.

Dolce “svelto” Unire a del mascarpone zucchero quanto basta e caffè in polvere, macinato fino. Lavorarlo un po’ e versarlo in uno stampo coperto con savoiardi inzuppati in liquore e mettere in ghiaccio. Secondo alcune fonti la ricetta del “Tiramisù”, delizia dalla probabile origine veneta, non sarebbe stata pubblicata nei libri di cucina prima degli anni Sessanta del secolo scorso. In realtà la presenza di questo dolce “svelto” nel ricettario delle Smalterie (1934) sembra dimostrare il contrario.

In alto Una pagina pubblicitaria della Smalteria Metallurgica Veneta che promuove gli utensili “Saeculum”, frequentemente citati nel ricettario Un’occhiata in cucina: prodotti in acciaio inossidabile al cromo-nichel, si presentano come “stoviglie dell’avvenire, inalterabili, igieniche, eleganti”.

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Bassano News  

Novembre/Dicembre 2018

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