Bassano News

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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’

MAGGIO / GIUGNO 2018

1938

E SERVIZIO



SOMMARIO

Copertina Elisabetta Baggio, Cellular, olio su tela, cm 70x60, 2015. All’autrice di questa opera è dedicato il servizio a pag. 12.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXIV - n. 170 Maggio/Giugno 2018 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Andrea Gastner, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa R.C. Avanzo, E. Baggio, A.F. Basso, G. Bellò, P. Bertoncello, G. Brocca, C. Caramanna, A. Chemin, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, C. Mogentale, P. Pedersini, E. Piva, F. A. Rossi, G. Rossi, O. Schiavon, M. Vallotto, T. Vivere Corrispondenti Nino D’Antonio (da Napoli), Erica Schöfer (dalla Toscana), Albina Zanin (da Parigi) Stampa Peruzzo Industrie Grafiche - Mestrino (PD) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it Bassano News è stampato su carta patinata ecologica Hello gloss TCF (Total Chlor Free) Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia Quel giorno a Campese… Gabriele D’Annunzio e i Lupi di Toscana

p. 34 - Renaissance Gli Uffizi si rinnovano con Caravaggio superstar

p. 12 - Art News Elisabetta Baggio, il glamour sulla tela

p. 40 - Il Cenacolo Le lettere di Mozart

p. 10 - Pianeta Casa Una nuova detrazione dalla legge di bilancio: il “Bonus verde”

p. 14 - Ville Lumière Mary Cassatt, impressionista a Parigi

p. 16 - Sfide Toni Vivere, l’uomo dalle mani di fata

p. 18 - La lezione del passato Le varie identità di Odisseo

p. 20 - I nostri tesori Un nuovo dipinto nel catalogo di Jacopo Apollonio

p. 22 - Afflatus La scelta della scuola superiore in un mondo che cambia

p. 25 - Proposte Parcheggiare in Castello? Per ora forse sì, ma solo in parte

p. 28 - Schegge Biasion-Siviero. Trent’anni da una storica impresa

p. 30 - Sì, viaggiare Alle pendici del Mont Saint Michel

p. 32 - Artigiani Alta Formazione per le PMI artigiane

Sopra al sommario Un momento della cerimonia tenuta a Col Moschin nel giugno 1998, in occasione dell’80° Anniversario della Battaglia, alla presenza di una compagnia del 9° Reggimento Paracadutisti d’Assalto. Il Centenario verrà celebrato il 22 e 23 giugno, con manifestazioni a Pove del Grappa, Solagna e Bassano (ph. Albergo San Giovanni, Colli Alti). Servizio a cura del Generale di Divisione Gianfranco Rossi a pag. 58. Info: www.montegrappa100.eu Il ciborio della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Bassano. Alla famiglia dei Nasocchi, artisti bassanesi del XVI secolo, è dedicato il servizio dello storico Angelo Chemin a pag. 36.

p. 36 - Il rapporto I Nasocchi. Un’attiva bottega bassanese di decoratori-pittori tra ’400 e ’500 p. 43 - Esercizi di stile Elogio al foulard, sinonimo di eleganza p. 44 - Le terre del vino I vini del Friuli Venezia Giulia (2)

p. 47 - Humanitas Joan Mirò. Materialità e Metamorfosi

p. 48 - Gustus Riccardo Antoniolo, la passione per la cucina fra ricerca e proposte

Qui sotto Jacopo Apollonio, Ritratto di Matteo Zamberlan, olio su tela, particolare fine XVI - prima metà XVII sec. Coll. privata. Servizio della studiosa Claudia Caramanna a pag. 20.

p. 51 - Personaggi Gianni Baggio, l’uomo e la musica p. 54 - In vetrina L’omaggio di Bassano a Renzo Bortignon p. 56 - Indirizzi utili

p. 58 - Eventi Quando gli Arditi ripresero il controllo di Col Moschin

p. 60 - Ospitalità a Bassano e…

p. 62 - Ristorazione a Bassano e…

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Era il 12 maggio 1918, una data memorabile

Quel giorno a Campese… GABRIELE D’ANNUNZIO E I LUPI DI TOSCANA

GENS BASSIA

di Renzo Carlo Avanzo Con la collaborazione di Andrea Gastner

Fotografie: Raccolta Renzo Carlo Avanzo, Raccolta Gianni Bellò

Il poeta soldato, allora maggiore, era stato invitato per commemorare l’amico Giovanni Randaccio, giovane comandante del 77° Battaglione, perito durante la X Battaglia dell’Isonzo.

Qui sotto D’Annunzio a Campese mentre parla ai fanti della Brigata Toscana.

Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria. Gabriele D’Annunzio ha già cinquantadue anni. Dopo aver sostenuto vigorosamente la partecipazione del nostro Paese al conflitto, a compimento degli ideali risorgimentali, chiede di essere arruolato come volontario. In gioventù, però, il poeta vate non ha espletato il servizio di leva come ufficiale di complemento e ora verrebbe arruolato, data la sua età, come sergente nella milizia territoriale.

Terminati gli studi in fisica nucleare, Renzo Carlo Avanzo è stato ufficiale di complemento negli Alpini. Dapprima docente alle superiori, ha poi lavorato come fisico medico all’Ospedale di Padova, dove ha insegnato. Passato all’Ospedale di Vicenza, ha ideato una innovativa tecnica di chirurgia cerebrale con radiazioni. Tornato a Padova, ha istituito la sezione di fisica ambientale. Ha concluso la carriera da direttore del Dipartimento ARPA di Vicenza. Consigliere di Unuci Vicenza, oggi si occupa di ricerche storiche.

Ma ormai è famoso per le sue gesta e anche per le doti oratorie. E’ infatti rimasto nella storia il suo discorso a Quarto, il 5 maggio 1915, per l’inaugurazione del monumento ai Mille di Garibaldi. E’ inoltre amico di Emanuele Filiberto, duca d’Aosta. Forse è proprio quest’ultimo a convincere il re a nominarlo, con decreto ad personam, tenente di cavalleria nei Lanceri di Novara, confidando nel suo ruolo di trascinatore di folle per tenere alto il morale dei soldati.

Nel maggio del 1916 D’Annunzio viene assegnato come ufficiale di collegamento alla Brigata Toscana, formata dal 77° e 78° Reggimento. Un Battaglione del 77° è comandato dal maggiore Giovanni Randaccio, un trentatreenne ufficiale piemontese d’Accademia. La Brigata si è già fatta onore in Trentino e gli austriaci, in un rapporto del 25 maggio 1915, hanno scritto che i soldati della grande unità combattono come lupi. Da qui il poeta ricava il motto

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Tusci ab hostium grege legio vocati luporum (Toscani, dal gregge del nemico chiamati legione di lupi). Tuttavia solo nel 1939 la Brigata, con il 30° Reggimento Artiglieria, diventa ufficialmente la Divisione dei “Lupi di Toscana”.

Qui sopra I “Lupi” della Brigata Toscana sfilano a Campese davanti al Duca d’Aosta, comandante della III Armata. In alto Il glorioso distintivo del 77° Reggimento “Lupi di Toscana”.

Sotto, da sinistra verso destra Il primo monumento ai “Lupi di Toscana”, realizzato nel 1938 presso San Giovanni di Timavo, fu distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, probabilmente dai partigiani jugoslavi. L’attuale monumento (a destra) è stato inaugurato il 3 novembre 1951.

Tra il giovane ufficiale e il poeta soldato nasce subito una reciproca ammirazione. Con Randaccio D’Annunzio partecipa alle battaglie del Veliki e del Faiti e a quelle dell’Isonzo, dove si guadagna la

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promozione al grado di capitano. Il 28 maggio nella X Battaglia, su insistenza del poeta, Randaccio tenta l’attraversamento del Timavo sulla strada rivierasca. D’Annunzio porta con sé una grande bandiera che intende issare sul castello di Duino, in modo da renderla visibile fino a Trieste. Randaccio viene ferito a morte e D’Annunzio lo avvolge nella bandiera, che si macchia di sangue, accompagnandolo poi all’ospedale da campo di Monfalcone. Con quella bandiera,

ora al Vittoriale di Gardone, il poeta entrerà a Fiume il 12 settembre 1919. Il maggiore Randaccio aveva in animo di ornare la corona di forzamento di una granata, raccolta sul campo di battaglia del Faiti e rimasta intatta, con fronde d’alloro in oro e argento, ponendovi al centro una piccola alabarda, simbolo di San Sergio (protettore di Trieste). Desiderio che l’ufficiale ha espresso in una lettera a D’Annunzio, dal letto d’ospedale il 7 novembre 1916: “Quando passasti tra noi nella mischia, o grande Poeta Soldato, una orrenda granata ci cadde d’appresso, ma il mostro non nocque. Allora dissi ad uno dei miei fanti: Leva la coronatura a quell’orribile vaso di morte. Ne faremo una corona per la testa del Poeta. Il soldato si curva e colla punta dell’arma scarna il rame dall’acciaio. Ma lavora con cura e quasi con mano leggera. Perché? (gli chiedo) tu temi di guastare la corona? No (risponde), la corona sul capo del Poeta Soldato sarà sempre bella. Non voglio guastare la punta dell’arme che dovrà seminar nuova strage. Ho serbato la corona e quando i miei bravi soldati avran tregua nelle lotta dirò loro sommesso: Questa è la corona del grande Poeta Soldato. Fermatevi sopra due fronde di lauro, una d’argento e l’altra d’oro. Quella d’argento è pel Poeta e quella d’oro è pel soldato; perché oggi l’aureo alloro è soltanto ai soldati. Poi la poserò io stesso sulla tua fronte di Capitano”. Ma Giovanni Randaccio muore in seguito alle ferite riportate in battaglia e viene sepolto con gli onori nel cimitero degli eroi di Aquileia, dove tuttora riposa assieme ai dieci Militi Ignoti, compagni di colui che giace nell’Altare della Patria. Egli non


può quindi onorare con quella corona il poeta. Ma la Brigata non dimentica questo proposito.

Il 24 ottobre del 1917, data dello sfondamento di Caporetto, la Brigata Toscana è impegnata sull’Altopiano di Asiago, che Cadorna considera un perno della seconda linea difensiva italiana, dagli altopiani al mare. Alla fine di febbraio del 1918 è in linea sullo sbarramento di Valstagna. I fanti della Brigata si alternano con turni di riposo a Campese e qui, il 12 maggio successivo, viene organizzato un grande evento per commemorare l’anniversario della morte di Giovanni Randaccio. E, contestualmente, per consegnare a D’Annunzio la corona preparata secondo la volontà di Randaccio. Viene invitato il poeta, ormai maggiore pluridecorato per le sue imprese di terra, di mare e di cielo. Davanti a Emanuele Filiberto, duca di Savoia Aosta e comandante dell’invitta III Armata

(così verrà chiamata da Diaz nel bollettino della vittoria), sfila a passo di corsa la Brigata Toscana. D’Annunzio commemora l’amico di tante battaglie con parole come sempre molto appassionate: “Giovanni Randaccio era il fante esemplare. Non poteva essere se non fante. Pareva stampato fante dalla nascita. Era un figlio della terra, una creatura della zolla e del sasso, della mota e della polvere. Per amore dell’ardimento, per smania del nuovo, aveva tentato di prendere le ali, di alzarsi a volo, di combattere nell’aria. Quando l’incontrai la prima volta aveva ancora l’insegna dell’aviatore sul braccio, e pareva si rammaricasse di non essere nell’azzurro, se da un camminamento ingombro gli avveniva di volgere gli occhi al palpito di una macchina alata. Ma non era così. Nel cielo avrebbe perduto la sua forza vera, avrebbe smarrito la sua vera potenza. Egli era nato fante. Anche in sella stava come un fante. La forma del

cavallo non s’accordava con la sua struttura. Montava a cavallo per stare più in alto per arringare i soldati. L’arcione era la sua ringhiera. Poi discendeva e per combattere s’affidava ai suoi garretti. Era l’esempio di ogni improba virtù. Era l’uomo compiuto della guerra nuova: l’audacia riscolpita secondo il modello della pazienza. Era il vero operaio della vittoria, era il fante. O fanti, o fabbri del nostro destino, operai della Vittoria, io vi giuro che per ogni tratto mantenuto, per ogni pollice ripreso, per ogni linea spinta più innanzi, là dove avrete puntato il piede, la Patria bacerà l’impronta. E il ringraziamento di D’Annunzio per l’onore della corona ricevuta fu impresso nella stele di Campese eretta nel 1939 dal Comitato bassanese della Dante Alighieri: Fanti della Brigata Toscana se mai mi furono attribuiti lauri da arbitri vani… tutti li getto per questa dura corona carsica per questo pezzo di metallo raccolto

Sopra, da sinistra verso destra La stele inaugurata a Campese il 7 maggio 1939 su iniziativa della Dante Alighieri di Bassano. D’Annunzio, con i gradi di capitano, alla cerimonia del Nastro Azzurro ad Aviano nell’agosto 1917. Al braccio porta la fascia a lutto, in memoria dell’amico Giovanni Randaccio. Sotto Il maggiore Giovanni Randaccio, comandante del 2° Battaglione del 77° Reggimento di Fanteria.

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GENS BASSIA

Sopra Il copricapo voluto da Giovanni Randaccio per l’amico “poeta soldato”, ricavato da una corona di forzamento di una granata, raccolta sul campo di battaglia del Faiti e rimasta intatta.

ancora caldo di là dalla morte e donatomi oggi dopo tanto destino … E’ la corona del fante è la corona di tutti i fanti ciascuno di voi abbia oggi la sua fronda d’oro

Sopra il testo. a destra L’inaugurazione del cippo con asta portabandiera, avvenuta a Campese il 7 maggio 1939, alla presenza di autorità civili e militari.

Gabriele D’Annunzio

Campese, 12 maggio 1918

E così il 12 maggio 1918 a Campese viene organizzata una grande cerimonia per esaudire la volontà del maggiore Randaccio. Davanti a Emanuele Filiberto di Savoia Aosta, comandante dei “Lupi di Toscana” sul Carso, D’Annunzio commemora dunque l’amico e ritira la corona. Randaccio, decorato pochi mesi dopo la morte con la Medaglia d’oro al Valor Militare, è sepolto nel Cimitero degli Eroi, presso la Basilica di Aquileia. Gabriele D’Annunzio muore a Gardone l’1 marzo 1938, a 75 anni, e viene sepolto al Vittoriale degli Italiani, suo rifugio dorato e colmo dei ricordi di una vita straordinaria. La gloriosa Brigata Toscana,

Sotto Il lato della stele rivolto a ovest, con l’effigie dei “Lupi di Toscana” e la menzione dei due Reggimenti della Brigata.

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ridotta poi al solo 78° Reggimento “Lupi di Toscana”, viene sciolta definitivamente nel 1995 nell’ambito del ridimensionamento delle Forze Armate dovuto alle mutate condizioni strategiche e tecnologiche. Il “Cippo a D’Annunzio” e l’arciprete d. Luigi Crivellaro

Nel Libro della Cronistoria dell’Archivio Arcipretale di Campese, alla data 7 maggio 1939, si trova un’interessante annotazione che qui riportiamo integralmente. «Inaugurazione di un Cippo a D’Annunzio. A semplice titolo di cronaca si ricorda che la domenica 7 maggio in occasione del Convegno Triveneto della “Dante Alighieri” fu inaugurato un Cippo al “Poeta Soldato” per ricordare il celebre discorso che il Comandante tenne nel maggio del 1918 ai “Lupi di Toscana”. Il discorso ufficiale venne detto dal Bassanese sig. Bortolotto Prof. dell’Università di Roma nel quale esaltò il fante della grande guerra. Il parroco era stato invitato per la benedizione del suddetto Cippo… ma non partecipò alla cerimonia dato che un cippo non si benedice…». L’Arciprete Crivellaro nel 1938 aveva benedetto le lapidi e le iscrizioni poste

Durante una cerimonia toccante la bandiera di guerra della storica unità viene trasferita dall’ultimo comandante al Sacrario delle Bandiere nel Museo Centrale del Risorgimento all’Altare della Patria in Roma.

nella “Scuola materna” (l’asilo) costruito dal paese e dal suo predecessore. Come mai non volle “benedire” il nuovo monumento? Guardando la foto dei partecipanti alla cerimonia balza all’occhio che le “autorità” sono, in gran parte, in camicia nera. Poiché l’arciprete non voleva associarsi in alcun modo alle manifestazioni propagandistiche del regime, si appigliò a un’interpretazione linguistica: è un cippo, non un monumento -disse- e nel Rituale Romano non c’è la rispettiva formula di benedizione… Da quanto ha scritto, l’arciprete conosceva bene D’Annunzio e il suo “celebre discorso”; non era però per il poeta che egli trovò il modo di non benedire il monumento, ma per quanto succedeva a quel tempo. Infatti negli anni seguenti, durante il conflitto e la Guerra di Liberazione, il coraggioso parroco intervenne più volte, rischiando di persona, per aiutare e salvare la popolazione e i giovani del paese. Angelo Chemin



Una nuova detrazione dalla Legge di bilancio

“Bonus verde”, vediamo cos’è

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Le Legge di bilancio 2018 ha previsto una nuova detrazione fiscale sull’Irpef pari al 36%, da calcolarsi su una spesa massima di 5.000 euro per la sistemazione a verde di aree private o comuni e cioè il “bonus verde”.

AGEVOLAZIONI FISCALI PER INTERVENTI SUL VERDE Oggetto dell’agevolazione: • interventi relativi alla “sistemazione a verde” di aree scoperte private di edifici esistenti, unità immobiliari, pertinenze o recinzioni, impianti di irrigazione e realizzazione pozzi; • realizzazione di coperture a verde e giardini pensili; • gli interventi predetti effettuati su parti comuni esterne di edifici condominiali. Sono detraibili anche le spese di progettazione e manutenzione connesse all’esecuzione degli interventi indicati.

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Importo massimo della spesa su cui calcolare la detrazione: • dall’1.1.2018 al 31.12.2018 = 5.000 euro. Misura della detrazione (dall’imposta lorda): • dall’1.1.2018 al 31.12.2018 = 36%, in 10 quote annuali.

Nell’ambito della tradizionale iniziativa del Sole 24 Ore Telefisco 2018, l’Agenzia delle entrate ha chiarito meglio le caratteristiche di questa detrazione, rispondendo ai quesiti formulati sul tema. Ecco di seguito riportate le domande con le relative risposte.

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E’ possibile usufruire del “bonus verde”, relativamente alle spese sostenute per la manutenzione annuale di giardini preesistenti, ancorché per il solo anno 2018? L’articolo 1, comma 14, della legge di bilancio 2018 prevede che le spese di progettazione e manutenzione sono agevolabili solo se connesse agli interventi di “sistemazione a verde” di aree scoperte private o condominiali di edifici esistenti, di cui ai commi 12 e 13 del medesimo articolo 1. Pertanto, le spese sostenute per la manu-

tenzione ordinaria annuale dei giardini preesistenti non possono essere ammesse alla detrazione. Nel caso del “bonus verde”, se vengono effettuati interventi di sistemazione dell’area verde condominiale e il contribuente effettua anche un intervento di sistemazione dell’impianto di irrigazione del proprio balcone o terrazzo di proprietà esclusiva, il limite massimo di spesa agevolabile - sommando la quota di sua competenza di spesa condominiale e quella effettuata direttamente - è di 5 o 10mila euro? Per l’anno 2018 la legge di bilancio ha introdotto la detrazione del 36% delle spese documentate, fino a un ammontare complessivo non superiore a 5mila euro per unità immobiliare residenziale, sostenute per interventi di “sistemazione a verde” di aree scoperte private o condominiali di edifici esistenti. Trattandosi di interventi spettanti per unità immobiliare si ritiene che il limite di spesa su cui calcolare la detrazione spetti per ogni unità immobiliare oggetto di intervento. Pertanto, nel caso di interventi di “sistemazione a verde” eseguiti sia sulla singola unità immobiliare sia sulle parti comuni di edifici condominiali, il diritto alla detrazione spetta su due distinti limiti di spesa agevolabile, di 5mila euro ciascuno. Gli interventi, per essere agevolabili con il “bonus verde”, devono essere eseguiti da ditte a cui il lavoro è appaltato o il contribuente può eseguire il lavoro anche in economia? Il “bonus verde”, consistente in una detrazione dall’imposta lorda del 36% delle spese documentate, fino a un ammontare complessivo non superiore a 5mila euro per unità immobiliare residenziale, riguarda interventi di “sistemazione a verde” di aree scoperte private o condominiali di edifici esistenti, comprese le pertinenze, recinzioni, impianti di irrigazione, realizzazione di pozzi, coperture a verde, giardini pensili nonché le spese di progettazione e manutenzione connesse all’esecuzione degli interventi citati. La relazione

tecnica chiarisce che la detrazione riguarda “interventi straordinari di sistemazione a verde… con particolare riguardo alla fornitura e messa a dimora di piante e arbusti di qualsiasi genere o tipo”. Da tale indicazione si evince che è agevolabile l’intervento di sistemazione a verde nel complesso, comprensivo delle opere necessarie alla sua realizzazione e non il solo acquisto di piante o altro materiale. Non risultano pertanto agevolabili i lavori in economia. A DOMANDA... RISPOSTA! Si domanda come ripartire la spesa per la ristrutturazione di un cavedio. Di regola le spese per la manutenzione del cavedio vanno ripartire tra tutti i condomini. La giurisprudenza ha precisato, però, che le unità immobiliari non collegate o non collegabili al cavedio non sono tenute a tanto. In tal senso si è espresso il Tribunale di Genova (sent. 20.01.2011), il quale ha stabilito che il cavedio è comune ai soli condomini che ne traggono utilità.

Un condomino intende installare la canna fumaria della sua caldaia sulla parete esterna dell’edificio. Si chiede un parere al riguardo. L’installazione di canne fumarie o di altri manufatti di per sé non costituisce, di norma, uso illegittimo delle parti comuni ma esercizio di un diritto (art. 1102 c.c.) a condizione però che, per le modalità con cui vengono realizzati non ledano il decoro architettonico o la sicurezza dell’edificio o i diritti soggettivi degli altri condomini. Bisogna anche verificare se l’eventuale regolamento di condominio contrattuale e il regolamento edilizio del Comune in cui il condominio è ubicato contengano divieti o limitazioni.

Si chiede se il sottotetto in un edificio condominiale possa essere annoverato tra le parti comuni. In base alla nuova formulazione dell’art. 1117 c.c. il sottotetto, destinato per caratteristiche strutturali e funzionali all’uso comune, si presume condominiale; sempre che un regolamento contrattuale non disponga diversamente.

A cura dell’Ufficio Legale di Confedilizia



La pittrice si ispira tanto all’universo dell’haute couture quanto agli orizzonti culturali e artistici dei classici

ART NEWS

ELISABETTA BAGGIO IL GLAMOUR SULLA TELA

di Andrea Minchio

Fotografie: Bassano News

Con la collaborazione di Andrea Gastner

Nei suoi quadri il mondo della moda viene sapientemente mescolato a intriganti e originali riletture dei grandi maestri, dando così vita a opere fascinose e suadenti. Attraverso l’uso spigliato della componente cromatica l’artista celebra situazioni particolari, sublimando l’attimo prima che fugga.

Qui sotto La pittrice Elisabetta Baggio.

Sopra, da sinistra verso destra Rose, olio e acrilico su tela, cm 80x80, 2015. Luce estiva, olio su cartone telato, cm 48x89, 2018,

Sotto Gondola, olio su tela, cm 80x80, 2018.

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C’è un’espressione inglese che è difficile tradurre in italiano con un solo vocabolo. Partendo dal comune concetto di fascino, dovremmo evocare altri termini per definirla con una maggiore compiutezza. Quando parliamo di glamour, questa la parola in questione, ci riferiamo infatti a un’immagine che richiama alla mente raffinatezza ed eleganza così come seduzione e sensualità. Ecco, osservando le opere di Elisabetta Baggio, artista brillante e sofisticata, la chiave di lettura va individuata proprio nella sua sorprendente e suggestiva capacità di rappresentare l’idea di glamour sulla tela. E’ appunto questo il comune denominatore della sua produzione, sia che la pittrice si ispiri al patinato universo dell’haute couture,

popolato da filiformi mannequin, sia che il riferimento giunga di volta in volta da complessi e articolati orizzonti culturali. Le originali interpretazioni di Elisabetta Baggio nascono dalla sua frequentazione dei classici: una rilettura singolare dei lavori degli Impressionisti (pensiamo alle figure femminili, con tanto di parasole alla Monet), piuttosto che alla atmosfere metropolitane di Edward Hopper. Ma non mancano accattivanti e suadenti omaggi al Canova, dal quale la pittrice attinge con grande forza espressiva: ne sono un felice esempio il primo piano, quasi fotografico, dell’Endimione dormiente della collezione dei duchi di Devonshire, e la Danzatrice con il dito sul mento della Pinacoteca Agnelli, ritratta

con tocco iperealistico su uno sfondo argenteo, senza spazio e senza tempo. Il mondo della moda rimane comunque per Elisabetta Baggio un saldo punto di ancoraggio, anche quando l’artista presenta situazioni legate alla descrizione di scenari solo apparentemente convenzionali. Esemplare l’opera proposta in questa pagina, caratterizzata da eccezionali condizioni chiaroscurali, che vede trionfare nel contesto di una storica e suggestiva quinta urbana -una viuzza di Lecce- l’agile figura di una donna presa di spalle, controluce, e della quale si individuano appena le forme slanciate sotto una leggera veste estiva. Fascinosa, nel suo tubino rosso Valentino, anche la donna che


ART NEWS

A fianco L’addio, olio su tela, cm 60x70, 2015. Qui sotto Estate, olio su tela, cm 70x70, 2015.

abbiamo incontrato nella copertina di questo numero: impegnata in una conversazione telefonica (probabilmente dagli accenti mondani), gli occhiali da sole e un Tank Solo di Cartier al polso, ricorda quel sofisticato modello femminile che spesso viene associato all’icona, ben presente nell’immaginario collettivo, di Audrey Hepburn. L’invenzione ha portato Elisabetta Baggio a rappresentarla sullo sfondo, velato da un soffice tendaggio ma riconoscibilissimo, del nostro Municipio. Va detto, a onor del vero, che l’inclinazione glam dell’artista si mescola alla sua affezione per

il colore, del quale si avvale con generosità privilegiando una tavolozza densa e al tempo stesso fresca e frizzante. Attraverso un uso spigliato della componente cromatica, la pittrice punta in varie occasioni a celebrare situazioni particolari, sublimando l’attimo “prima che fugga” e tendendo quasi alla sua spettacolarizzazione. Un prototipo emblematico di tale atteggiamento può essere rintracciato nella proposizione dei pastosi riflessi dorati che animano e colorano, fino a occupare l’intera campitura, l’acqua della laguna proprio al di sotto della prua di una gondola.

Tornando alla riproposizione dei classici, sempre riferendoci alla sua originale capacità di reinterpretarli in chiave glam, ci siamo permessi di suggerire a Elisabetta Baggio di attingere alle suggestioni di Giandomenico Tiepolo e alla sua straordinaria rappresentazione della mondanità veneziana, ormai giunta al crepuscolo della Serenissima. Cristallizzata in un affresco che l’artista dipinse per la sua villa di Zianigo (ora a Ca’ Rezzonico), la Passeggiata a tre, seducente icona glamour ante litteram, potrebbe costituire un intrigante e prestigioso richiamo.

Sopra, da sinistra verso destra Endimione dormiente, olio su tela, cm 80x80, 2015. Danzatrice con il dito sul mento, olio su tela, cm 80x80, 2015. In campagna, olio su tela, cm 70x50, 2017.

Elisabetta Baggio Pittrice

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Tel. 348 0841357 elibettabag@gmail.com Rosà (VI) - Via Po, 12


In mostra al Museo Jacquemart-André fino al 23 luglio

MARY CASSATT Impressionista americana a Parigi

VILLE LUMIèRE

di Albina Zanin

nostra corrispondente da Parigi Il futuro dell’arte è nel volto di una donna.

Amica di Degas, Pissarro, Berthe Morisot... condivise con loro una straordinaria stagione artistica. Inconfondibili i suoi intimi ritratti femminili, così come le maternità e i visi dei bambini.

Amedeo Modigliani

Era quasi un secolo che la Francia non dedicava una mostra monografica all’unica donna impressionista americana, Mary Cassatt (1844-1926). E’ il Museo Jacquemart-André a offrirci fino al 23 luglio prossimo un’unica retrospettiva sull’artista d’oltreoceano, che trascorse quasi sessant’anni sul suolo francese. Pur sentendosi americana nel profondo, la Cassatt era comunque fiera delle sue origini francesi: la madre parlava correntemente francese e il padre discendeva da una famiglia di francesi ugonotti. Di estrazione sociale molto agiata, la Cassatt non aveva bisogno di soldi, ma solo di riconoscimento. Da piccola aveva soggiornato qualche anno in Francia, per poi proseguire gli studi all’Accademia delle Belle Arti in Pennsylvania, prima di installarsi definitivamente a Parigi per approfondire la sua educazione artistica. A quell’epoca le donne non erano ammesse alla Scuola delle Belle Arti, ma Mary Cassatt ebbe modo di frequentare diversi ateliers. Influenzata dal movimento impressionista, sarà Degas il suo più grande ispiratore. Come lei stessa disse nel 1915: “Degas ha dato una svolta decisiva alla mia carriera”. E Degas, a sua volta, disse di lei, vedendo il quadro intitolato Ida esposto al Salon des Artistes nel 1874: “Finalmente un’artista che sente quello che io sento, solitamente le donne dipingono come ricamano ma questa pittrice è unica!”.

Sopra, dall’alto verso il basso Autoritratto, acquerello e grafite su carta, 1877-’78. Washington, National Portrait Gallery. Bimba su una poltrona blu, olio su tela, 1877-’78. Washington, National Gallery of Art.

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Nacque così un’amicizia profonda tra i due. Sebbene dipingessero raramente assieme, si frequentavano molto e Degas, suo vicino di casa, l’accompagnava persino dalla modista o dal parrucchiere. Prendendola sotto la sua ala, la introdusse nel cerchio degli impressionisti. Il successo di Mary Cassatt non fu immediato, ma esporre a fianco di Monet, Renoir, Pissarro o Caillebotte non poteva che darle una visibilità immediata. Uno dei suoi capolavori, Bimba su una poltrona blu (1878), fu rifiutato dal Padiglione americano dell’Esposizione Universale perché la postura della bambina era considerata sconveniente ed esulava nettamente dai precetti di allora. Indignata, l’artista informò Degas, (che aveva tra l’altro collaborato al ritocco dello sfondo del quadro). L’opera venne presentata l’anno seguente al Salon des Impressionnistes, ideato dallo stesso Degas, stanco di essere alla mercé di una giuria troppo rigida e il successo fu assicurato. Come Berthe Morisot, Mary Cassatt eccelse nell’arte del ritratto, al quale si avvicinò in modo sperimentale. Tre grandi tipi di opere si distinguono nella sua feconda produzione: i ritratti femminili (donne che cuciono e si dedicano ad attività domestiche) i visi dei bambini e le maternità, dolci e serene. Il suo talento consisteva nel moltiplicare le variazioni su uno stesso tema sperimentando tecniche diverse:

pastello, olio, acquatinta, punta secca, acquaforte. Alla domanda sul perché i modelli maschili fossero poco presenti nei suoi quadri ella rispose: “Ci sono abbastanza figure maschili nei muri dei padiglioni. Lasciate a noi donne la dolcezza dell’infanzia e il fascino della femminilità”. Pur non avendo avuto figli, la pittrice seppe infatti declinare in modo ineguagliabile il tema della maternità fino a farla diventare una sua specialità. Così erano state le ballerine per Degas e le cattedrali o i pagliai per Monet. L’ispirazione le veniva osservando il suo entourage, testimone privilegiata di relazioni intime che seppe tradurre con freschezza e spontaneità attraverso gli sguardi, le mani, i gesti, le posture dei personaggi. La mostra permette ai visitatori di scoprire Mary Cassatt attraverso una cinquantina di opere maggiori: oli, pastelli, disegni e incisioni che raccontano la modernità della sua storia, quella di un’americana a Parigi. Ciò è stato possibile grazie ai prestiti eccezionali di rinomati musei di oltreoceano, come la National Gallery of Art di Washington, il Moma di New York, il Museo delle Belle Arti di Boston, il Philadelphia Museum of Art o la Terra Foundation di Chicago, ma anche di istituzioni prestigiose in Francia e in Europa, senza tralasciare numerose opere provenienti da collezioni private.



Ceramista, creatore di orologi e complessi meccanismi continua a stupirci per la sua straordinaria capacità di riportare in vita oggetti andati letteralmente in frantumi

SFIDE

di Andrea Minchio

TONI VIVERE L’uomo dalle mani di fata

La prima regola di una riparazione benfatta consiste nel recuperare tutti i pezzi di ciò che si è rotto.

Manualità, competenza tecnica, ma anche fantasia e creatività. E un’infinita pazienza. Sono queste le doti del super-riparatore e restauratore che ha dichiarato guerra al consumismo.

Anonimo

Qui sopra Toni Vivere, ceramista e orologiaio nato a Campese, è autore di straordinari restauri: “riparazioni” che nel tempo gli sono valse la fama di “anticonsumista”.

Sotto ai titoli, da sinistra Uno dei tanti miracoli di Toni Vivere: un piatto in maiolica con decoro al tacchiolo di fine Ottocento, ricostruito certosinamente dopo essere andato in mille pezzi: un “puzzle” impossibile per molti, ma non per lui.

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Alice è in salotto, impegnata a spolverare i diversi oggetti appesi alle pareti e disposti ordinatamente sui mobili: molte le opere in ceramica, autentica passione del marito che da sempre le colleziona, quasi con fanatismo, riservando alla produzione artistica novese uno spazio privilegiato. Un lavoro che Alice preferisce fare di persona, senza delegarlo alla colf, per la delicatezza del compito. Il consorte, persona peraltro sempre amabile, si fida infatti solo di lei. Commercialista di grido, negli ultimi tempi è parecchio preso dagli obblighi professionali e non riesce a trovare il tempo per eseguire, piumino alla mano, la delicata operazione di pulizia. Dalla cucina giungono, entrambi graditi, il suono della radio e il profumo dello spezzatino.

All’improvviso, inaspettato e in anticipo rispetto alle previsioni, erompe il fischio acuto della pentola a pressione. Quasi contemporaneamente squilla la suoneria del telefono e Alice, per fronteggiare con rapidità la doppia emergenza, rischia di inciampare. Non perde l’equilibrio, ma il piatto che tiene in mano, sì proprio quello preferito da Tiziano (il marito supercollezionista!), dopo un’interminabile e nefasta parabola finisce a terra, andando completamente in frantumi. La donna alza le mani al cielo, corre in cucina, regola la pressione della pentola, dà una rapida occhiata al telefonino (la solita amica scocciatrice, che chiama sempre al momento sbagliato…), decide di non rispondere e torna in salotto. Uno sguardo a terra le rivela una

situazione desolante: una vera frittata, senza alcuna possibilità di rimedio. E ora, cosa fare?

Abbiamo immaginato questa situazione (simile nella sostanza a tante altre nelle quali si rischia di incappare), prendendo in prestito da Lewis Carroll il nome della maldestra protagonista, per raccontare ai lettori solo alcune delle imprese impossibili di Toni Vivere, al secolo Antonio Fantinato: un artista poliedrico che abbiamo incontrato qualche anno fa, proprio su queste pagine, e che proviene dal mondo della ceramica. Decoratore talentuoso, in gioventù Toni Vivere ebbe modo di formarsi in importanti aziende (Zortea, Bonato, Razzetti…), prima di aprire nel 1961 un suo laboratorio a Campese. “La cura quasi maniacale del


SFIDE

dettaglio -racconta Toni Viverederiva appunto dalla mia passione per il decoro in ceramica, una forma d’arte che oltre alla fantasia richiede anche precisione, meticolosità e molto rigore. E poi non bisogna dimenticare che sono figlio di un orologiaio; di quelli di una volta, ovviamente, che sapevano intervenire con abilità su meccanismi complessi. Spesso, quando papà ricostruiva parti mancanti o danneggiate, o addirittura interi ingranaggi,

mi capitava di osservarlo con attenzione; quella sua attività, così preziosa e minuziosa, ha sicuramente influito sulle mie scelte professionali. E questo, oggi che sono in pensione e ho maggior tempo libero, spiega anche la mia capacità di riparare e riportare in vita oggetti andati in frantumi. Un lavoro che dà soddisfazione e che crea notevole stupore: il consumismo ci ha infatti abituati a eliminare con troppa facilità quanto non fun-

ziona più o sembra irrimediabilmente perduto. Invece bisogna saper amare le cose, comprendere che sono frutto dell’ingegno e della fantasia. Pensate, per esempio, al grammofono riprodotto qui sopra: aveva perso la voce, per così dire, e rischiava di terminare la sua carriera in discarica. Invece è tornato a funzionare, proponendoci un suono straordinario e l’opportunità di compiere per qualche istante un romantico viaggio nel tempo”.

Sopra, a sinistra e dall’alto Così, grazie al provvidenziale intervento di Toni Vivere, è tornato a segnare le ore (e a brillare) un orologio in ottone dorato dei primi del Novecento, con meccanismo a “parigina”, che aveva rischiato di finire nel bidone della spazzatura. Sopra, a destra e dall’alto Un grammofono, dopo e prima del restauro dell’artista di Campese.

Toni Vivere Ceramista, orologiaio Tel. 338 4795365

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Omero ci insegna che la simulazione è spesso necessaria per la conquista del potere…

LA LEZIONE DEL PASSATO

LE VARIE IDENTITA’ DI ODISSEO

di Gianni Giolo

O veneranda, le rispose Ulisse, Donna del Laerziade, il mio lignaggio Saper vuoi dunque? Io te l’insegno.

Ai diversi interlocutori che si trova ad affrontare nel corso del suo travagliato viaggio di ritorno in patria, Ulisse fornisce spesso false generalità di sé. Un espediente necessario per garantirsi così il raggiungimento degli obiettivi che si è astutamente posto.

Omero, Odissea (trad. Pindemonte, Libro XIX)

Quante identità muta Odisseo nei suoi vari racconti che leggiamo nell’Odissea! Egli rinuncia alla propria identità: da re diventa mendico nella propria reggia, da padrone si fa supplice. Alla domanda di rito che si rivolge allo straniero -chi sei, qual è la tua patria, chi sono i tuoi genitori?Odisseo dà di volta in volta

Qui sopra Giovanni Andrea Sirani, Ulisse e Circe, olio su tela, 1650. Roma, Musei Capitolini.

In alto, a destra Francesco Primaticcio, Ulisse e Penelope, olio su tela, 1563. New York, collezione Wildenstein.

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risposte diverse. Ad Alcinoo dice: “Non rassomiglio, io, agli dei che possiedono il cielo infinito, ma a un uomo mortale. Se conoscete degli uomini oppressi da pene grandissime, a questi potrei somigliare nelle sventure”. In queste parole Odisseo non accenna né a un nome, né a una patria, bensì solo alla sofferenza che accomuna tutti gli uomini. Come le mentite spoglie di supplice non possono occultare del tutto il corpo robusto e forte, così le false identità rivelano sempre qualcosa del suo vero essere. Al padre Laerte Odisseo-Esperito dice di essere stato portato fuori rotta dalla Sicilia, memoria di quell’isola che ha segnato la morte dei suoi ultimi compagni e la distruzione della nave; ai Proci riferisce un passato ricco e felice e poi un viaggio in Egitto dove i compagni trasgrediscono ai suoi ordini: vengono adombrate le molte resistenze del suo equipaggio, dalla disobbedienza dopo la razzia nella terra dei Ciconi fino a quella fatale delle vacche del Sole. Ma è in tre casi che Odisseo fornisce generalità tra loro diverse, che però rimandano tutte all’isola di Creta: una prima volta, appena giunto a Itaca, nell’incontro con Atena; una seconda con Eumeo, il porcaro; una terza con Penelope. Tutte e tre riconducono a un’isola famosa, lontana e ormai poco frequentata: non ci sono perciò

rischi di essere scoperti e contestati. Creta, per il suo fulgido passato, esercita un grande fascino. I cretesi sono bugiardi, intraprendenti e astuti. Dichiarandosi cretese Odisseo sembra scegliersi la patria che gli è più congeniale, per farsi narratore di storie che non sono, eppure sono, la “sua” storia. Con Penelope assume l’identità di Etone. Comune alle tre versioni è il ricordo di un passato felice, argomento di valido contrasto con la sua presente condizione di miseria. Così Odisseo dice di essere figlio “bastardo” di un uomo abbiente, e di aver sposato, per le proprie qualità (arete), una donna ricca. Nel colloquio con Penelope, invece, riguadagna la sua dignità di principe: si dice fratello minore di Idomeneo, il re, figlio di Deucalione e nipote del mitico Minosse. Omero così ci insegna che la simulazione è spesso necessaria per la conquista del potere.



Il quadro è stato venduto all’asta da un collezionista viennese

Un nuovo dipinto nel catalogo di Jacopo Apollonio

I NOSTRI TESORI

di Claudia Caramanna

Fotografie: Dorotheum, Vienna Musei Civici, Bassano

Nipote di Jacopo Bassano, il pittore è autore di un delicato e sorprendente ritratto, battuto lo scorso anno da Dorotheum. Dell’effigiato, sicuramente un personaggio di rilievo, si conosce per ora solo il nome, Matteo Zamberlan. Spetta dunque alla ricerca approfondire i molti aspetti ancora oscuri.

Qui sopra Jacopo Apollonio, Ritratto di Matteo Zamberlan, olio su tela, fine XVI - prima metà XVII sec. Collezione privata.

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In assenza di altre informazioni, chi avrebbe avanzato un’attribuzione a Jacopo Apollonio per questo bel ritratto virile, battuto da Dorotheum l’anno scorso? Non assomiglia molto, infatti, alle opere finora raggruppate attorno al nome di questo pittore,

discendente dell’ottima famiglia dei Dal Ponte e ultimo erede di una tradizione che attraversò tutto il Cinquecento. Eppure è firmato con grande evidenza “Jacobus Apollonius Bassanensis” sull’astuccio poggiato sul tavolo in primo piano, dunque è senza

dubbio un dipinto autografo di quel giovane dilettante di pittura, a cui il nonno materno, Jacopo Bassano, lasciò nel testamento una parte dei propri disegni e che fu instradato all’arte dagli zii. Soprattutto Leandro influenzò il suo modo di dipingere e lo si capisce bene anche da questa prova che, in circostanze diverse, forse proprio a lui avrebbe finito per essere assegnata. E che dire dell’identificazione del personaggio? Qualcuno avrebbe potuto suggerire il nome di Matteo Zamberlan, se sulla lettera vicino al calamaio non si leggesse: “Al Molto Magco et Eccmo Sigr: mio / Ossmo il Sigr: Matthio Zamber/lani/ Bassano”? Non credo, come dimostrano i tanti ritratti antichi dei quali non è nota, né lo sarà mai, l’identità dell’effigiato. A questa ricchezza di informazioni si aggiungono una scioltezza di pennello e una finezza di particolari finora ignote per il pittore, che rendono il pezzo molto attraente per chi pratichi la materia bassanesca. Prima di incontrare quest’opera, Apollonio era per noi il robusto e franco autore di quadri “da stanza” come l’Adorazione dei pastori del Museo Civico, di recente attribuitogli da Alessandra Pattanaro, o di pale come il Martirio di san Sebastiano del convento dei Cappuccini. Adesso diventa anche il delicato ritrattista di questo volto inedito della Bassano cinquecentesca, rivelandoci un personaggio del tutto sconosciuto, ma il cui cognome richiama inevitabilmente quello dell’architetto Francesco Zamberlan, artefice della Porta alle Grazie, proto della Serenissima e attivo con Palladio al restauro della Loggia di Brescia e di Palazzo Ducale a Venezia


I NOSTRI TESORI

negli anni Settanta del secolo. Attraverso le note di Franco Signori al Libro secondo dei Dal Ponte, però, sappiamo che i figli del proto si chiamavano Girolamo, Antonio, Livio e non… Matteo, per cui è ancora da dimostrare che ci sia stato un legame e di quale tipo. Una flebile traccia di ricerca si ricava dal saggio di Gino Benzoni nel catalogo de Lo stupendo inganno dell’occhio (2010). Lo studioso cita un increscioso fatto di cronaca avvenuto nella pubblica piazza cittadina l’8 agosto 1609 per mano di un certo Francesco Rossi, che uccise a colpi di archibugio Matteo Zamberlan e Alessandro Apollonio, ritenuti tra i “principali soggetti” della città. All’uomo del quadro potrebbe essere toccata questa tragica fine? L’abbigliamento, l’anello ostentato sulla mano destra, la ricchezza dell’arredo e l’esistenza stessa di un suo ritratto celebrativo ne fanno un personaggio di rilievo. Sarà stato proprio lui la vittima dell’omicidio oppure si tratta di omonimia? Chissà… Venduto all’asta da un collezionista

viennese, il quadro non porta con sé notizie sulla sua provenienza antica. Giambattista Verci nelle Notizie racconta, però, che presso “il Sig. Dottor Antonio Larber, Protomedico della Città, v’è il Ritratto di Mattio Zamberlan, fatto dal nostro Appollonio, il cui nome vedesi scritto a piedi”. Anche in questo caso i dati sono stringenti, perché si cita la firma dell’artista ed, evidentemente grazie all’iscrizione, il personaggio è individuato con sicurezza: si parla proprio di questo dipinto! Nella seconda metà del Settecento, quindi, la tela era ancora in città presso il famoso medico bassanese, indicato da Bartolomeo Gamba come “non meno valente nella Professione sua che nella bella erudizione”. Si aggiungeva alla sua ricca collezione di pezzi dei Bassano, che si ricostruisce spulciando proprio tra le Notizie di Verci: ben nove opere di Jacopo - tra cui un’antichissima Sacra Famiglia con Maria Maddalena perduta che recava l’iscrizione “Jacobus a Ponte pingebat. Ann. MCCCCCXXXI [1531]” -, una Madonna col Bambino di Francesco e tre dipinti di Leandro.

Come è arrivato il ritratto in Austria? Chi è Matteo Zamberlan? Che data assegnare alla tela? Sono domande alle quali risponderà la ricerca. Per ora rallegriamoci dell’incontro con un nuovo bel dipinto nel catalogo di Jacopo Apollonio, che è anche il primo ritratto noto del suo catalogo.

Sopra, da sinistra: Jacopo Apollonio, Ritratto di Matteo Zamberlan, olio su tela, fine XVI - prima metà XVII sec. Collezione privata. Dettaglio sulla firma del pittore e il nome dell’effigiato. Giambattista Baseggio, Arme delle famiglie di Bassano, manoscritto, 1850 circa. MBA Bassano 261.B.21 Sotto: Jacopo Apollonio, Adorazione dei pastori, olio su tela, secondo decennio del XVI sec. Bassano, Musei Civici (inv. 334).

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Come aiutare i nostri figli? (prima parte)

AFFLATUS

La scelta della scuola superiore in un mondo che cambia

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Il momento della decisione, purtroppo, arriva presto, troppo presto, per i genitori e per i ragazzi…

Nel nostro mondo tutto sta cambiando molto velocemente: i 10 lavori più richiesti nel 2017 non esistevano nel 2004; entro i 38 anni si stima che un uomo avrà cambiato almeno 14 lavori; nel 2017 un uomo su quattro ha lavorato nello stesso posto di lavoro per meno di un anno; entro il 2021 si stima che il 6% dei lavori verrà eseguito da robot al posto di esseri umani; uno studente al quarto anno di una laurea tecnica vedrà cambiare gran parte dei contenuti insegnati a chi entra al primo anno della stessa facoltà…

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte. Karl Popper CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d'Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 - 347 8911893 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 info@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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Come aiutare i nostri figli nella prima scelta importante della loro vita? Alcune componenti della scelta riguardano la conoscenza del mondo del lavoro, puntuale, precisa, aggiornata (di cui parleremo in questo primo articolo), altre componenti della scelta riguardano più parametri di autostima personale (di cui parleremo nel prossimo articolo) con ricaduta sulla convinzione che il figlio ha di essere più o meno in grado di affrontare un certo percorso di studi. Purtroppo sembra che il 50% dei ragazzi giunti al quarto anno della scuola superiore giudichi il proprio percorso scolastico errato (dati Almadiploma 2017). In contemporanea nel mondo del lavoro è introvabile un lavoratore su cinque (dati Il Sole24ore, gennaio 2017) a causa della non corrispondenza tra domanda e offerta nel mondo del lavoro unita a una scarsa corrispondenza, spesso, tra i percorsi scolastici e le richieste in ambito lavorativo. L’Italia detiene in Europa un record di NEET (Not in Education, Employment or Training), ovvero ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, 2.400.000 in Italia (dati Università Cattolica 2015): “Il 50% si perde al biennio iniziale”. Quali componenti sono importanti

per una scelta corretta, che non sia basata sulle votazioni raggiunte nelle materie scientifiche, su quale scuola scelgono gli amici, sull’impressione della visita all’open day delle scuole già preventivamente considerate, escludendo dunque alternative potenzialmente interessanti (Bias, o errore a monte, nella scelta)? 1) Conoscere i settori di lavoro futuri Quali competenze vengono richieste? Come acquisirle? Chi conclude un percorso scolastico e svolge uno stage all’estero ha la probabilità superiore all’80% di trovare un posto di lavoro entro un anno dal diploma!

2) Conoscere se stessi, le proprie attitudini, la propria percezione di autoefficacia = motivazione + fiducia Conoscere i propri desideri, le proprie aree di sviluppo personali e la determinazione presente nel raggiungere i propri obiettivi (nel settore di interesse del ragazzo si può trovare un’offerta formativa in una scuola professionale piuttosto che in un istituto tecnico o in un liceo, a seconda del livello di impegno che il ragazzo intende applicare e questo rispettando le inclinazioni e le attitudini finora dimostrate dal ragazzo). 3) Conoscere il proprio processo decisionale scientifico Si può migliorare la capacità di effettuare una scelta tra diverse alternative con una consulenza che applica un metodo scientifico ai processi decisionali, valorizza i parametri individuali che ogni ragazzo ritiene più importanti per se stesso, “pesandoli”(a esempio: la lontananza, il numero di ore teoriche/pratiche, i progetti di alternanza scuola-lavoro, ecc.) e dunque stilando una graduatoria delle scuole più “ utili” al perseguimento degli obiettivi sia formativi sia personali del ragazzo, spesso

considerati secondari. Per esempio: due ore di autobus per raggiungere la scuola dei tuoi sogni per 5 anni potrebbe risultare un ostacolo al raggiungimento dei tuoi obiettivi!

4) Capire di cosa abbiamo bisogno Quale scuola alla fine mi dà l’utilità più alta, soppesando tutte le alternative? I miei bisogni, le mie paure, i miei punti di forza, il mio impegno? 5) Conoscere le scuole del territorio e visitare non solo le strutture, ma anche i siti internet, informarsi sui progetti realizzati nel tempo, sul gradimento reale sperimentato dalle famiglie e dai ragazzi, sulle opportunità offerte rispetto all’investimento richiesto, sull’occupabilità successiva.

La scelta della scuola superiore, purtroppo, arriva così presto, troppo presto, per i genitori e per i figli. Richiede una progettazione e un pensiero da iniziare fin dal secondo anno delle scuole medie, in modo da non giungere impreparati e raccogliere e discutere assieme genitori e figli delle variabili in campo, formative, lavorative nonché personali, di cui parleremo nel prossimo articolo. LE PRINCIPALI CAUSE DI ABBANDONO SCOLASTICO 1) Errore nella scelta della scuola Consapevolezza al 4° ANNO: 50% 2) Bocciature da mancato rendimento o per problemi di comportamento (DSA, ADHD, BES in genere) Circa il 50% nel primo biennio 3) Mancanza di competenza nell’IMPARARE A IMPARARE, nella flessibilità e capacità di problem solving relazionale e situazionale, presenza di un locus of control esterno, scarsa motivazione 4) Timore dell’insuccesso e alte aspettative dello studente o della famiglia

5) Curricolo offerto dalle scuole poco stimolante in sé e poco legato alle richieste del mercato del lavoro




La questione riguarda solo apparentemente i residenti…

Parcheggiare in Castello? Per ora forse sì, ma solo in parte

PROPOSTE

di Andrea Minchio

LA VOSTRA OPINIONE? Fatela pervenire a uno dei seguenti recapiti

Abbiamo ascoltato le ragioni di Pamela Bertoncello, portavoce dei residenti che abitano nello storico nucleo fortificato. Trasferire in blocco i posti auto potrebbe rappresentare un problema per tutta la città. Allora, in attesa di tempi migliori, ecco una possibile soluzione.

bassanonews

editriceartistica

Sagrato di Santa Maria in Colle, zona di rispetto libera da veicoli

A fianco L’area del castello in una foto zenitale. Sono evidenziati i due grandi spazi del sagrato e di piazza Castello, con le possibili (provvisorie) destinazioni d’uso. Un domani, risorse economiche permettendo, si potrebbe pensare a progetti davvero risolutivi, in primis a un grande parcheggio interrato in piazza Terraglio.

Sbarre

Piazza Castello, organizzata a parcheggio

Angolo nord-orientale di piazza Terraglio, a disposizione ospiti Hotel Al Castello

In questa rubrica abbiamo affrontato, a più riprese, il tema dei parcheggi nel centro storico di Bassano. In qualche circostanza, inoltre, ci siamo spinti in quel luogo magico, sorta di sancta sanctorum, che è l’area all’interno del castello. A tal proposito ricordiamo che anche noi, come molti concittadini, abbiamo espresso soddisfazione all’idea che tale contesto, assolutamente suggestivo, venga liberato dalle automobili: un obiettivo, peraltro, che l’attuale Amministrazione

Comunale si è posta fin dal suo insediamento. Con il passare del tempo, però, tale proposito si è rivelato molto più complesso del previsto e il suo compimento di non facile attuazione. Forse, in attesa di soluzioni davvero risolutive ma per ora troppo dispendiose, vale la pena di pensare a rimedi alternativi. E di ricorrere così al classico compromesso, che non sempre è da considerare come un accomodamento imperfetto. E’ proprio di questo che abbiamo

parlato con Pamela Bertoncello, agguerrita portavoce dei residenti che parcheggiano le loro auto all’interno della prima esclusiva cerchia murata. Per alcuni, una sorta di cittadini privilegiati. “Privilegiati? Se ne può parlare -ci spiega la nostra interlocutricema ricordo che finora paghiamo duecentocinquantotto euro l’anno per i nostri posti macchina, sulla base di un accordo stabilito a suo tempo con il Comune. E che dal prossimo 30 giugno siamo a rischio di sfratto. Ma, prima di

Qui sopra Due sbarre potrebbero liquidare in maniera tombale l’annosa questione del posteggio dei veicoli sul sagrato di Santa Maria in Colle: la chiesa rappresenta indubbiamente uno dei principali simboli cittadini (non solo religiosi) e meriterebbe un maggior rispetto. In merito poi alla tipologia delle barriere (necessarie conoscendo l’italica indole), si potrebbe pensare a un design meno banale e più sobrio. I progettisti non mancano in città, ma anche il contributo degli studenti del Liceo Artistico di Nove potrebbe costituire un interessante esempio di collaborazione e coinvolgimento…

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illustrare il nostro punto di vista, una premessa è d’obbligo: anche per noi piazza Castello e il bel sagrato di Santa Maria in Colle (i due grandi spazi compresi fra la chiesa e gli edifici che ospitano, uno di fronte all’altro, gli Uffici Tecnici del Comune) sono fra i luoghi maggiormente suggestivi di Bassano: qui si respira davvero un’atmosfera incantata e, se non fosse per i veicoli posteggiati sul selciato, la sensazione sarebbe quella di trovarsi in un contesto dove il tempo si è fermato. Non a caso abbiamo espresso la nostra disponibilità a liberare l’area e a trasferirci in blocco in piazza Terraglio. Ma questa opzione potrebbe destabilizzare, per così dire, una situazione che per certi versi è già critica…”.

Sopra, da sinistra verso destra Il nucleo primigenio del centro storico di Bassano, dalla caratteristica forma di triangolo irregolare (da Google Maps). Piazza Castello e il sagrato di Santa Maria in Colle by night: la suggestione c’è tutta… ma anche le automobili!

Sotto, da sinistra verso destra Pamela Bertoncello, portavoce dei residenti dell’area del castello, ed Erio Piva, presidente del Consiglio di Quartiere Centro Storico (profondo conoscitore di molte problematiche cittadine e, in più occasioni, nostro prezioso interlocutore).

In effetti il trasbordo repentino di circa una quarantina di posti auto, ripartiti fra le vetture dei privati e quelle di servizio del Comune, provocherebbe un autentico baillame, senza considerare il rilevante aspetto economico derivante dai mancati introiti del parcheggio del Terraglio. Forse è proprio il caso di rivedere questa nostrana vexata quaestio alla luce del buon senso. Si potrebbe allora pensare di concentrare tutti i veicoli in piazza Castello, lasciando così

Tomaso Tomasoni, Pianta del Castello di Bassano, 1735. Archivio di Stato di Venezia.

IL “COLLAGE” DI VIA MURE DEL BASTION Da un po’ di tempo giungono in redazione segnalazioni sullo stato di “salute” del marciapiede di via Mure del Bastion, lungo la salita che porta a piazzetta dell’Angelo. In effetti non occorre essere osservatori particolarmente attenti per notare il degrado della pavimentazione. Di certo la responsabilità di

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completamente libero, anche per un dovuto e comprensibile rispetto, il sagrato di Santa Maria in Colle. Delle sbarre potrebbero garantire l’osservanza di tale nuova destinazione degli spazi. Per quanto attiene infine ai posti auto assegnati all’Hotel Castello, tuttora all’interno dello storico nucleo murato, perché non trasferirli proprio davanti alla struttura turistica? Rimane la questione delle auto di servizio del Comune ma, per quanto riguarda questo aspetto, sembra che si stia provvedendo… “Sarà anche un compromesso -conclude Pamela Bertoncelloma noi saremmo sicuramente d’accordo. Approfitto però di questa occasione anche per ricordare a quanti ci leggono che la presenza dei residenti nell’area del castello costituisce un vero presidio territoriale, soprattutto alla sera e nelle ore notturne, quando cioè il rischio di intrusioni poco piacevoli da parte di persone non perfettamente sobrie oppure dalle intenzioni poco chiare si fa più concreto”. Certo -se ne discute ormai da decenni- la realizzazione di un grande parcheggio interrato sotto al Terraglio risolverebbe davvero molti problemi. Per non parlare di un analogo progetto in Prato Santa Caterina,

questa situazione, che richiama tristemente l’espressione “collage”, ricade su quanti all’epoca hanno ordinato e seguito i lavori (l’assessore competente, l’ufficio tecnico del Comune, l’impresa che ha realizzato tale “impresa”). E’evidente che lo spessore delle lastre di trachite era assolutamente insufficiente, come dimostrano le molte crepe e rotture. Qualcuno, in

seguito, ha pensato bene di “rimediare” con l’asfalto: in dialetto diremmo “peso el tacon del sbrego”. Dulcis in fundo, proprio al termine della salita lo scarico di un pluviale distribuisce generosamente acqua piovana sul disastrato marciapiede: un torrentello che crea non poco disagio ai trascurati pedoni. In conclusione, un lavoro nato male e finito peggio!

con tanto di ascensori per viale dei Martiri: pura fantascienza! Con i tempi che corrono è meglio essere realistici e accontentarsi di soluzioni percorribili. In fin dei conti bisogna saper fare di necessità virtù…

Anche in questa circostanza abbiamo chiesto un illuminante parere a Erio Piva, presidente del Consiglio di Quartiere Centro Storico. Eccolo. “Per quanto ne so, credo che l’Amminitrazione Comunale intenda procedere con la totale liberazione dell’area. Tuttavia se il sindaco Poletto dovesse rivedere in parte tale decisione, peraltro anticipata già nel corso delle passate Amministrative e ribadita più volte, credo che il compromesso qui proposto possa essere praticabile. La mia idea, giunti a questo punto, è però quella di realizzare quanto prima un piano sopraelevato sul parcheggio di Prato Santa Caterina (sembra che lo scavo presenti criticità per ragioni di carattere idrogeologico) sul modello del parcheggio Canove di Vicenza: una soluzione facilmente percorribile, nella speranza che venga accolta dal Comune e, soprattutto, non sia bocciata dalla Soprintendenza…”.



Nel 1988 la coppia di piloti bassanesi conquistava il Safari Rally

SCHEGGE

BIASION-SIVIERO Trent’anni da una storica impresa!

di Massimo Vallotto

Museo dell’Automobile Bonfanti-VIMAR

La coppia bisserà il successo in terra d’Africa l’anno successivo e Biasion resta a tutt’oggi l’unico pilota italiano ad aver vinto questa durissima competizione.

A fianco Massimo “Miki” Biasion in una foto celebrativa con la Lancia Delta HF Integrale “Safari” che trent’anni fa lo portò alla vittoria della faticosissima e avventurosa gara africana (ph. Ruoteclassiche). Sotto, dall’alto verso il basso Miki Biasion e Tiziano Siviero trionfano al Rally Safari il 4 aprile 1988. Alcune spettacolari immagini del duo in azione durante la gara.

Nairobi, capitale del Kenya, 4 aprile 1988: Miki Biasion e il suo fidato navigatore Tiziano Siviero vincono la trentaseiesima edizione del Safari Rally su Lancia Delta HF Integrale, configurazione “Safari”. L’impresa verrà replicata dai due piloti bassanesi l’anno successivo. Prima del 1988 il Continente Nero non ha mai arriso pienamente ai colori della casa automobilistica italiana.

A fianco Sandro Munari, il “Drago” di Cavarzere, affronta il Safari e nel 1974 con la Lancia Fulvia conquista uno straordinario 3° posto.

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Prima della coppia Biasion-Siviero infatti la gara africana aveva visto partecipare coi colori Lancia a più riprese un altro grandissimo del mondo dei rally, Sandro Munari -detto il Drago- che si era presentato al via in più edizioni e con diverse vetture: nelle edizioni ’70-’71-’74 con la mitica Fulvia e nelle edizioni ’75-’76-’77 con la Strato’s. Il Campione di Cavarzere aveva provato ad agguantare il gradino più alto del podio della gara africana anche con mezzi di altri marchi nel ’79 con la Fiat 131 Abarth, nell’81 con una Dodge Ramcharger, nell’82 con una Porsche 911, nell’83 con un’Alfetta GTV6 e nell’84 con una Celica Toyota. Il miglior piazzamento tuttavia è stato un secondo posto nel 1975 su Strato’s. Vincere il Safari Rally era pertanto divenuto per Lancia un obiettivo importante, un vuoto da colmare

nel palmares delle sue numerose vittorie. La corsa del 1988 viene affrontata con due vetture ufficiali appositamente preparate per questa sola avventura, assettate appunto in conformazione “Safari” su indicazioni precise di Biasion: passaruota allargati in modo da ospitare gomme più larghe, le prese d’aria frontali maggiorate, le sospensioni irrobustite e un nuovo cambio a 6 marce Al via si presentano in 54, ma dopo cinque giorni (dal 31 marzo al 4 aprile) e 4200 chilometri di percorso solo in 14 arrivano al traguardo. Tra i ritirati anche la Delta di Preston-Lyall, che hanno distrutto un differenziale su una pietra messa sulla strada, a quanto pare, dagli abitanti ubriachi di un villaggio. La coppia Biasion-Siviero, comunque, deve vincere. Alla pagina seguente ripercorriamo la gara attraverso le parole del suo protagonista:


A fianco Miki Biasion e Tiziano Siviero durante un trasferimento del Safari Rally del 1988, che li ha visti, primi italiani, ottenere la meritata vittoria.

“Ero in testa al Safari Rally ma i presagi non promettevano niente di buono. Troppe le negatività che si erano succedute nel corso della preparazione di quell’edizione 1988. Anche per uno come me, per nulla superstizioso. A febbraio, nel corso delle prime ricognizioni nella savana, avevo avuto un grave incidente. In piena velocità, a 180 chilometri all’ora, la macchina era decollata su un avvallamento ed era capottata. Ero uscito indenne, Tiziano invece lamentava la frattura di una costola e una forte botta alla schiena. Dopo i controlli la sua partecipazione al rally del Portogallo, che si sarebbe corso all’inizio di marzo, era apparsa impossibile. Dire che la cosa mi disturbava era dire poco. Nel corso di una delle ultime ricognizioni il muletto era letteralmente affondato nel fango. Per cercare di uscire dalla trappola mi ero messo a spingere anch’io. Il ginocchio ne era uscito malconcio. In gara la sfortuna ci aveva perseguitato non poco: nella tappa verso nord si era spaccato il turbo e una zebra era finita sotto le ruote, per fortuna le protezioni anteriori avevano resistito bene al grande colpo. Episodi da Safari, ma ne avremmo fatto volentieri a meno dopo tutto quanto

avevamo patito. Continuavo a essere in testa. Il timore di altre disavventure era salito durante la notte. In Africa, più nera della pece. Nonostante la batteria dei fari anteriori e i due posizionati sui parafanghi, vedevo solo qualche decina di metri più avanti. Kirkland, con la Nissan 200 SX, mi seguiva a nove minuti, un niente. Sarebbe bastata anche una foratura per compromettere tutto. Per questo Cesare Fiorio e Ninni Russo, quest’ultimo a bordo di un piccolo aereo Cessna a tenere i collegamenti radio, avevano riorganizzato completamente le assistenze. Ai 25 meccanici del team era stato chiesto il massimo sforzo. Troppo importante la posta in palio. Per tutti. Le forze erano state divise: alcuni uomini dislocati ai controlli orari, tutti gli altri erano stati piazzati lungo la pista, pronti a intervenire nel momento in cui avessimo avuto bisogno. Nel corso di uno dei parchi assistenza pensavo mi venisse un infarto. Io e Tiziano eravamo andati nel camper a rifocillarci a al ritorno la nostra Delta non c’era più. Scomparsa, svanita. Mi sentii morire. Il piazzale era in leggera discesa e, a causa delle pastiglie che si erano raffreddate, il freno a mano aveva

Sotto, dall’alto verso il basso Il “paravacche” anteriore e i fari supplementari: configurazione apposita per correre in Africa. Il nome dei due piloti bassanesi riportato sul parafango anteriore. La testimonianza di un incontro ravvicinato (molto ravvicinato!) con una zebra durante la gara. La copertina del libro Miki Biasion storia inedita di un grande campione, di Miki Biasion e Beppe Donazzan (Giorgio Nada Editore, 2010).

perduto d’efficacia. La macchina si era andata ad appoggiare contro il tronco di un albero. Nessun danno, le protezioni anti animali, avevano fatto il loro dovere. La nostra Delta Integrale era irriconoscibile, stava insieme con il filo di ferro dopo oltre quattromila chilometri di pietraie, polvere e guadi. Percorsi oltre 125 chilometri all’ora di media. Avevo perfino paura di parlare, sapevo che ormai era fatta, che mi stavo avviando verso un’impresa storica, ma sudavo freddo pensando che anche, negli ultimi metri, sarebbe potuto accadere qualcosa. Anche all’ingresso di Nairobi, a velocità ridotta, controllavo le spie sul cruscotto. Avevo paura che qualcuna si accendesse. Avevo perfino ripensato ai Safari perduti da Sandro Munari, una gara stregata per lui. Nel centro della capitale del Kenya la gente si era accalcata numerosa lungo la strada. A centinaia, a migliaia, sempre di più. A seguire l’evento dell’anno. E io e Tiziano eravamo là, davanti a tutti. Primi al Safari, i primi italiani. Con una macchina italiana”.

Da Miki Biasion e Beppe Donazzan, Miki Biasion, storia inedita di un grande campione. Giorgio Nada Editore, 2010

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Strade bucoliche, rilievi, alte scogliere inframezzate da bastioni gotici. Tutto il fascino della Francia del Nord. Da scoprire anche fuori stagione

Sì, VIAGGIARE

Alle pendici del Mont Saint Michel

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Rilievi montuosi che giocano a rincorrersi, campagne rubate alle pagine di un romanzo e spiagge immense che si trasformano in altissime scogliere, per poi tuffarsi nelle acque di un dipinto: questo l’abbraccio tra Bretagna e Normandia, che si veste di onirico e racconta i segreti di una delle terre più affascinanti d’Europa: il nord della Francia.

La storia scorre nei colori di questa terra, che conosce il suono della solitudine ma anche il sorriso di gente calorosa e accogliente, che una volta lontani lascia scolpito nella mente il significato della nostalgia. Il clima è l’esatta cornice di un luogo remoto, celebre per le piogge e i forti venti che sferzano durante tutto l’anno, per i buoni formaggi come il Camembert e gli squisiti frutti di mare. Le nuvole da queste parti corrono via in un attimo, lasciando un retrogusto poetico che echeggia in ogni prato di lavanda o negli occhi di chi in questi luoghi è nato. In Alta Normandia, usciti da Parigi, ci appare il celebre capolavoro delle ninfee, ispirate dalla piccola città in cui Claude Monet visse e morì, Giverny.

Rouen appare come un’autentica città museo con le sue case a graticcio, le strade lastricate e i cento campanili, teatro del martirio di Giovanna d’Arco, condannata al rogo e qui bruciata nel 1431 in Place du Vieux Marché. Eccola Honfleur, dimora di artisti, pittori, musicisti, dove adagiata su una piazzetta troviamo la chiesa gotica di Sainte-Catherine, mentre intorno case colorate si affacciano sul vecchio porto, tra negozietti di artigianato locale e velieri ormeggiati. Il D-Day (6 giugno 1944), giorno in cui gli alleati sbarcarono per iniziare la liberazione dell’Europa,

Sopra, dall’alto verso il basso Il faro di Mean Ruz nella Costa di Granito Rosa in Bretagna. Le falesie con l’arco naturale della Porte d’Aval: una delle immagini più conosciute della Normandia. Sotto La cattedrale di Quimper, “capitale” della Cornovaglia francese.

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si riflette e contrasta con il meraviglioso tratto di costa che percorriamo, fino ad arrivare al cimitero militare americano, dove si ergono file regolari di croci in marmo bianco di Carrara, rivolte dall’alto del colle a osservare le acque e quel tratto di spiaggia, chiamata Omaha Beach, dove tanti uomini caddero in battaglia. Victor Hugo lo chiamava “il castello fatato piantato in mezzo al mare”, come un vaso di pandora che lascia intravedere solo una piccola parte di quello che è il suo immenso segreto.

Le Mont-Saint-Michel, riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità dal 1979, si erge maestoso nella costa settentrionale della Francia, dall’alto del suo scoglio granitico, incorniciato da un’immensa baia raccontata dalle più grandi maree d’Europa, che appaiono e scompaiono ogni sei ore. Attraverso la Porte de L’Avancée, come in quella di un paese delle meraviglie, si entra nel villaggio di origine medievale, cinto da mura fortificate, abitato da case di granito risalenti al ’400 e ’500 e dove oltre alla via principale, un tempo percorsa dai pellegrini, si svela attraverso alcune piccole vie laterali nascoste sulle mura, vicoli senza uscita che aprono scorci fiabeschi. Quando il sole si sveglia così come quando va a dormire è il momento migliore per osservare il silenzio di questo luogo, che lascia senza

fiato chiunque si trovi ad alzare gli occhi al cielo e a osservare questa dama misteriosa.

Lasciamo alle spalle una delle cartoline più belle al mondo, mentre in lontananza Saint Malo appare interamente circondata da un’intatta cortina difensiva, da Porte St-Vincent accediamo direttamente a Place Chateaubriand, dove un’atmosfera calda e pittoresca presenta al mondo un gioco di piccole vie, locali e ristorantini all’aperto, edifici con tetti a punta e facciate in granito. Base sia per le navi mercantili che per i vascelli dei pirati, che erano riconosciuti dal governo e noti con l’appellativo di corsari, Saint Malo ci svela il suo cuore, fino a giungere nella città vecchia dove si erge la Cathédrale SaintVincent. L’animo si quieta arrivando nella riserva ornitologica di Cap Fréhel, tra le più ricche della Bretagna, camminare sulla grande brughiera per raggiungere la punta estrema del promontorio, regala alla mente un senso di libertà, catturata solo dalla dolce danza del giallo delle ginestre con il verde dell’erba e il viola dell’erica. Si ode nel silenzio il sibilo del vento mentre accarezza il volo dei gabbiani ed è proprio in questo istante, mentre il vecchio faro in granito osserva il mare, che si ha la sensazione di essere giunti in uno di quei luoghi dove il tempo, di tanto in tanto, si va a rifugiare.


Sì, VIAGGIARE A fianco e sotto L’inconfondibile silhouette di Mont Sant Michel: fra i centri turistici più visitati della Francia, è sede di un complesso monumentale annoverato nel Patrimonio dell’Umanità Unesco.

Dall’11 al 19 agosto 2018 Viaggio di 9 giorni

NORMANDIA E BRETAGNA Tra i luoghi più romantici e suggestivi d’Europa

Un itinerario che unisce due regioni ricche di fascino e che ci condurrà alla scoperta di uno straordinario patrimonio storico, paesaggistico e naturale: dagli spettacolari scenari di Mont St. Michel, all’eleganza delle cittadine normanne, dalle antiche tradizioni delle cittadine di mare bretoni, alla storia raccontata dalle spiagge scenario dello Sbarco.

1° giorno - Sabato 11 agosto Basilea - Nancy Ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e partenza per Vicenza, Milano, Chiasso. Pranzo libero lungo il percorso. Nel pomeriggio proseguimento per Basilea con arrivo in serata a Nancy e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

2° giorno - Domenica 12 agosto Reims - Rouen Dopo la prima colazione partenza per Reims, famosa per la celebre cattedrale di Notre Dame. Pranzo libero. Nel pomeriggio proseguimento per Rouen, capitale della Normandia, e in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

3° giorno - Lunedì 13 agosto Rouen - Caen Dopo la prima colazione incontro con la guida locale e visita del centro storico di Rouen. In particolare ammireremo la cattedrale di Notre Dame, la chiesa di St. Quen, la rue du Gros Hor-

loge e la piazza del Vecchio Mercato dove fu arsa Giovanna d’Arco. Al termine partenza per Honfleur, cittadina della costa normanna che nel secolo scorso richiamò numerosi musicisti, poeti e pittori impressionisti. Pranzo libero. Arrivo in serata a Caen, graziosa città adagiata alla confluenza dell’Orne e dell’Odeon, e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

4° giorno - Martedì 14 agosto Bayeux - St. Malo Prima colazione in hotel. Escursione per l’intera mattinata con la guida per visitare Bayeux e in particolare la cattedrale con l’arazzo della Regina Matilde, uno splendido ricamo che narra la conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore. Al termine proseguimento per Arromaches e visita alla zona dello Sbarco. Pranzo libero. Nel pomeriggio proseguimento per Rennes e in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

5° giorno - Mercoledì 15 agosto St. Malo - Mont St. Michel - Quimper Prima colazione in hotel. Al mattino giro panoramico di St. Malo, antica città corsara, cinta interamente da mura. Al termine partenza per Mont St Michel e visita al famoso complesso monastico, una delle meraviglie del mondo. Pranzo libero. Nel tardo pomeriggio partenza per Quimper e in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

6° giorno - Giovedì 16 agosto Quimper - Pleyben - Camaret Pennhir - Locronan Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Escursione intera giornata con guida alla scoperta della Bretagna.

Al mattino visiteremo il centro storico di Quimper, capitale della Cornovaglia francese, Pleyben, uno dei più importanti recinti parrocchiali della regione, e Camaret, un villaggio di pescatori. Pranzo libero. Sosta a Pennhir, il più spettacolare dei quattro promontori della penisola di Crozon e visita di Locronan, pittoresco villaggio dalle belle case di granito.

7° giorno - Venerdì 17 agosto Carnac - Vannes - Angers Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Concarneau, famosa per la Ville Close, e visita al centro storico. Proseguimento per Carnac, nota per i suoi monumenti preistorici. Arrivo a Vannes e visita di questa incantevole cittadina medioevale. Pranzo libero. Nel pomeriggio proseguimento per Angers e in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

Quota individuale di partecipazione euro 1.190,00

La quota comprende: - viaggio in pullman gran turismo; - sistemazione in hotel 3/4 stelle in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, bevande incluse; - le visite guidate come da programma; - auricolari per tutto il tour; - tasse di soggiorno; - assicurazione medico bagaglio; - nostro accompagnatore. La quota non comprende: - i pasti liberi; - le camere singole (suppl. di euro 350,00); - gli ingressi (ca. 20,00 euro); - le mance e gli extra in genere; All’iscrizione acconto di euro 400,00

Qui sotto Le facciate colorate di Honfleur, città posta sulla costa normanna che nel secolo scorso richiamò numerosi musicisti, poeti e pittori.

8° giorno - Sabato 18 agosto Angers - Bourges - Lione Prima colazione in hotel. Al mattino visita di Angers, città da cui prese il nome la dinastia degli Angiò. In particolare visiteremo il Castello, famoso per gli arazzi dell’Apocalisse. Proseguimento per Bourges, fra le principali città d’arte della Francia centrale, e visita alla famosa cattedrale. Pranzo libero. In serata arrivo a Lione e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

9° giorno - Domenica 19 agosto Lione - Vicenza Prima colazione in hotel e breve visita a Lione. Al termine partenza per l’Italia. Pranzo libero lungo il percorso. Arrivo in serata.

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Alta Formazione per le PMI Artigiane a Bassano

Controllo di gestione: “Non giocare a moscacieca con la tua impresa” Smart Working: workshop “Modelli organizzativi orientati al cambiamento”

ARTIGIANI

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

Confartigianato lancia due importanti iniziative, volte ad agevolare e mantenere competitiva e al passo con i tempi l’attività delle nostre imprese. Vediamo di cosa si tratta…

Qui sopra Sandro Venzo, presidente del Mandamento di Bassano di Confartigianato Vicenza. In alto La sede bassanese di Confartigianato Vicenza.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Governare o essere governati? Qual è la scelta migliore per un imprenditore che vuole gestire la propria realtà aziendale? La risposta appare scontata, eppure la strada per passare dal puro adempimento fiscale a una gestione capace di prevenire e di fare strategia è ancora lunga. Questa è la sfida che le aziende di qualsiasi dimensione devono saper affrontare nei prossimi mesi se hanno l’obiettivo di crescere. Lo slogan “non è più sufficiente saper fare” è ormai un dato assodato. Oltre al requisito scontato della qualità, altre capacità devono prendere luogo stabile nelle aziende. Il successo manageriale si orienta oggi soprattutto verso la capacità di controllare la gestione finanziaria, quasi in tempo reale, di elaborare obiettivi raggiungibili e adeguati, di conoscere i prodotti e le attività che fanno guadagnare maggiormente, di valutare i giusti investimenti. “Per aiutare in questo passaggio di crescita gli imprenditori” -commenta il presidente di Bassano della Confartigianato

Sandro Venzo- “con il nostro Centro di Formazione Cesar abbiamo deciso di lanciare un corso sul Controllo di Gestione e l’Analisi dei Costi. L’obiettivo è quello di fornire strumenti e conoscenze sufficienti a raggiungere un buon livello di managerialità, gestendo con autonomia e consapevolezza la propria attività piccola o grande che sia”. Il corso ha l’obiettivo di introdurre l’imprenditore al controllo di gestione e ai modelli di contabilità, a seconda delle diverse tipologie organizzative, per capire il sistema di controlling più adatto. Verranno inoltre spiegati i concetti di vantaggio competitivo, di catena del valore e gli strumenti di pianificazione, per arrivare alla realizzazione di un business plan e di budget. Ci sarà una specifica sessione dedicata all’Analisi dei Costi, necessaria per imparare a identificare il costo del prodotto e giungere a un adeguato tornaconto. Grande attenzione verrà riservata poi all’aspetto dei flussi finanziari e ai rapporti con le banche. In tutto cinque incontri per affrontare un tema importante, lavorando assieme ad altri imprenditori. La seconda proposta riguarda il tema dello Smart Working, o lavoro agile, che rappresenta l’evoluzione moderna del “posto di lavoro” abilitata dalle nuove tecnologie digitali. Nelle aziende italiane e nella PA si diffonde il fenomeno e oggi esiste anche un quadro normativo di riferimento, che contempla un vero e proprio contratto di lavoro agile (legge 81/2017). Una scelta vincente per le aziende e per i lavoratori. Ma per chi è adatto e quali solo

le tecnologie coinvolte? A questi e altri interrogativi risponderemo nella Smart Working Week (o settimana del lavoro agile), che si terrà dal 21 al 25 maggio: una serie di eventi che avranno come obiettivo quello di fare networking, apprendere e scambiare esperienze. Lo Smart Working, inteso come un nuovo approccio al lavoro basato su responsabilità, fiducia e flessibilità, può rappresentare una soluzione per accelerare il cambiamento e innovare il modo di lavorare in maniera più collaborativa, funzionale e dinamica. Il fenomeno dello Smart Working, inoltre, è spesso legato a quello della diffusione dei coworking. Si tratta di spazi dove è possibile affittare una scrivania, magari vicino casa, per evitare di andare in ufficio senza però rinunciare a vivere alcuni momenti della giornata con altri lavoratori, o colleghi. Spesso frequentati da lavoratori autonomi e freelance, oggi i coworking in Italia sono circa 300. Nella classifica delle regioni italiane dove sono più diffusi spicca la Lombardia con circa 93 spazi, seguita da Veneto ed Emilia Romagna che ne hanno 30 a testa, poi Piemonte (20). Per questo motivo l’evento finale della settimana previsto per il 25 maggio 2018, si terrà proprio nella sede coworking di Cre-Ta e avrà l’obiettivo di trattare il tema da più punti di vista: cultura, tecnologia e spazi, senza tralasciare gli aspetti normativi.

Per conoscere meglio queste proposte è possibile contattare l’Ufficio Confartigianato di Bassano: tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it



La celebre Galleria fiorentina ha aperto otto nuove sale

GLI UFFIZI SI RINNOVANO CON CARAVAGGIO SUPERSTAR

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

L’allestimento si sviluppa al primo piano dell’ala di Levante e assegna alla pittura del Seicento un ruolo di spicco: una visita è d’obbligo. Firenze, però, ha pensato anche ai visitatori più piccoli…

Quella degli Uffizi di Firenze è una delle Gallerie più conosciute al mondo per le sue straordinarie collezioni. Recentemente questa prestigiosa sede museale italiana ha aperto otto nuove sale per ospitare alcuni capolavori del Caravaggio e della pittura del Seicento. L’inaugurazione ha registrato un grande successo e migliaia di visitatori sono stati attratti da tale iniziativa. L’allestimento si sviluppa al primo piano dell’ala di Levante del Museo e a ognuna delle sale è stato dato un nome. Nella prima, “Tra Realtà e Magia”, si trovano degli esempi di pittura d’ispirazione naturalistica del ’500 maturo; nella seconda, “Caravaggio e Artemisia”, da giugno sarà esposto anche un David e Golia di Guido Reni; nella terza,

Sopra, da sinistra verso destra Caravaggio, Medusa, olio su tela, 1597. Firenze, Uffizi. Caravaggio, Bacco adolescente, olio su tela, 1597. Firenze, Uffizi. Sotto Justus Sustermans, Ritratto di Galileo, olio su tela, 1636. Firenze, Uffizi.

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“Caravaggio: la Medusa”, il celebre scudo è ospitato in una nuova teca; nella quarta, “Caravaggio: il Bacco”; nella quinta, “Lume di Notte”, con opere illuminate dal chiarore delle candele; nella sesta, “Rembrandt e Rubens”, opere dei maggiori maestri della pittura europea dell’epoca; nella settima, “Galileo e i Medici”, ci sono i ritratti dello scienziato e della celebre dinastia toscana; nell’ultima, “Epica fiorentina”, opere ispirate ai poemi di Ariosto e di Torquato Tasso. Già dalla denominazione delle sale si comprende comunque che la parte del leone è ovviamente riservata al Caravaggio! Complessivamente sono cinquanta i capolavori da ammirare e, come ha affermato il direttore Eike Schmidt, solamente queste sale

basterebbero per dar vita a un museo in ogni parte del mondo! Per far rivivere l’atmosfera di un tempo, le pareti delle sale sono state dipinte di rosso, colore che riprende proprio quello di stoffe e parati, e rappresentato spesso nei quadri di quel secolo! Per tinteggiarle è stato usato un pigmento naturale: il cinabro, molto impiegato nel Seicento. E’ quindi doveroso rendere omaggio ai nostri musei che negli anni incrementano le loro già imponenti collezioni. A fine visita è suggestivo lo sguardo su piazza della Signoria dal terrazzo del Caffe del Museo. Da qui infatti la vista è unica!

Per accontentare i più piccoli, nello splendido contesto di Villa Bardini e fino al 3 giugno è stata allestita una mostra dedicata a Pinocchio, Topolino, Heidi, Cappuccetto Rosso, il Gatto con gli Stivali, Harry Potter e ad altri personaggi… Si tratta di un viaggio nelle fiabe più belle, raccontato attraverso le illustrazioni dell’Archivio Storico Salani. La villa si trova lungo una strada panoramica collinare, “Costa San Giorgio,” ed è famosa per il meraviglioso giardino (situato in uno dei punti più incantevoli di Firenze). Quattro ettari di bosco, giardini all’italiana e all’inglese, ortofrutteti, affiancati dalle mura medievali della città vi accoglieranno in una oasi di verde, non da tutti conosciuta!



Fra opere certe e attribuite, ecco un’agile panoramica su quanto rimane -nel territorio- della loro produzione

IL RAPPORTO

I NASOCCHI Un’attiva bottega bassanese di decoratori-pittori tra ’400 e ’500

di Angelo Chemin Fotografie: Angelo Chemin, Luciano Dal Lago, Pierluigi Lucietto e Andrea Minchio

Sotto, dall’alto verso il basso Bartolomeo e Francesco Nasocchi, Madonna con Bambino in trono tra San Bartolomeo, San Giovanni Battista e angeli musicanti, mestica d’olio su tavola, assieme e particolare del libro retto da San Bartolomeo, 1530 circa. Primolano, chiesa di San Bartolomeo.

Lo studioso Angelo Chemin ci guida alla scoperta delle tracce lasciate, in città e nei dintorni, da una straordinaria famiglia di artisti, contemporanei e concorrenti dei più celebri Dal Ponte.

I Nasocchi: chi erano L’attività dei Nasocchi non è oggi molto conosciuta, ma la loro opera di decoratori di interni e anche di facciate ha lasciato un’interessante traccia nei palazzi e nelle chiese bassanesi e del vicino feltrino. In alcune brevi e sintetiche note vogliamo qui anticipare quelli che sono “i lavori in corso”.

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La famiglia arriva a Bassano da Marostica attorno alla metà del Quattrocento. Tra il 1465 e il 1507 è attivo Nicolò, figlio di Bartolomeo, che si può considerare il fondatore della bottega. Nel 1477 gli viene commissionata la decorazione della facciata della Loggia del Comune. Accanto a lui operano il fratello Giacomo con il figlio Andrea: li troviamo poi a Feltre, dove nel 1518 aprono bottega. Dell’opera pittorica di Andrea Nasocchio sono rimaste testimonianze nella chiesa di S. Giorgio di Sorriva a Sovramonte, nelle chiese di Zorzoi e Grum di Villabruna, nella pieve di Servo, a S. Giorgio di Vignui, nel fregio della Scuola di San Vittore a Feltre, nel capitello presso la chiusa di Anzù, e nella facciata di palazzo Altino-Salce a Feltre: tutte nella stessa diocesi, ed è da notare che allora anche Primolano, pur essendo bassanese, faceva parte della diocesi di Feltre. Primolano era un importante luogo di confine lungo la via per la Germania: vi si trovavano un lazzaretto, una dogana, la fortezza della Scala e l’Ospitale di San Bartolomeo, per il quale fu commissionata la pala a Francesco e Bartolomeo Nasocchi. A Bassano Nicolò è attivo, spesso affiancato dai figli Francesco e Bartolomeo. Il Verci annota infatti:

“I primi che in Bassano giunsero ad alto grido in questo aureo secolo, furono i due fratelli Nasocchi Francesco e Bartolomeo”. I cicli di affreschi più conosciuti sono quelli del Monastero dei Santi Felice e Fortunato (dal 1502), della Chiesa delle Grazie e della chiesa del Monastero dell’Invenzione della Santa Croce di Campese (un fregio con medaglioni, datato 1495). Troviamo ancora la loro opera a Bassano nel fregio di palazzo SalePengo e nelle facciate di Casa Michieli, con le Storie di Giuseppe Ebreo, affrescate nel 1539. Abbiamo poi notizia di pale d’altare eseguite a Cartigliano, a Fonte e a Gallio; purtroppo, da quanto si sa, quella di Primolano è l’unica sopravvissuta. Francesco è un personaggio molto attivo e noto nella vita cittadina bassanese; inoltre ricopre più volte cariche pubbliche di prestigio. La bottega dei Nasocchi si trova a operare contemporaneamente a quella dei Dal Ponte, dedicandosi prevalentemente all’affresco. L’ultimo discendente della famiglia è Nicolò, figlio di Francesco, attivo fino alla seconda metà del ’500. Allo stato attuale delle conoscenze e della ricerca, tuttavia, possiamo riconoscere “la mano” dei pittori della bottega nelle decorazioni di parecchie case bassanesi.


Le opere certe nel territorio bassanese… - la tavola di Primolano con la firma dei due fratelli Francesco e Bartolomeo; - la tavola di Gallio (scomparsa), con la firma dei due fratelli Francesco e Bartolomeo e la data di esecuzione; - gli affreschi nella chiesa di San Fortunato a Bassano. Francesco Nasocchio è esplicitamente citato nel Liber Regiminis del Monastero. … e quelle attribuite a Campese - il fregio della chiesa di Santa Croce; - il Crocifisso del 1517.

a Bassano - il fregio e il ciborio della chiesa di Santa Maria delle Grazie; - il fregio e le metope di Palazzo Perli; - il fregio e le metope di Palazzo Sale-Pengo; - il fregio e le metope del palazzo Ronzoni Zanchetta; - il fregio e le metope di casa Sbordone; - le decorazioni freschive della facciata di Casa Michieli con le Storie di Giuseppe Ebreo (1539); a Rosà - il fregio e le metope di Palazzo Casale, ora Biblioteca Civica.

Altre attribuzioni e collegamenti, elaborati sulla base di affinità stilistiche o nell’ambito geograficotemporale dell’attività dei Nasocchi, sono attualmente “in corso d’opera”.

Primolano Nella parrocchiale di Primolano, dedicata a San Bartolomeo Apostolo, si trova sopra l’altare maggiore la pala raffigurante la Madonna con il Bambino tra i santi Bartolomeo e Giovanni Battista. Così ha scritto il Verci nel 1775: “In Primolano, Villa del Territorio Bassanese [i Nasocchi] lavoravano per la Parrocchiale la Tavola dell’Altar maggiore, in cui si vede l’immagine di Nostra Donna, incoronata da due Angeli, con S. Bartolommeo, ch’è il titolar della Chiesa, e S. Giovanni Battista, e a’ piè leggesi il nome de’ due fratelli, come in quella di Gallio. Aveva essa in alto una giunta, come una specie di cimiero da’ medesimi fratelli lavorato, che fu levato per far l’altare di pietra, e posto sopra il Battisterio. Contiene a mezzi busti Cristo deposto di Croce, Maria Vergine, S. Maria Maddalena, S. Giovanni, e S. Stefano Levita e Protomartire”. Francesco Sartori nel 1884 riporta una succinta descrizione della pala datandola al 1530 e citando il Verci. Nel Verci però la datazione della pala non compare e il Sartori

non fa menzione della parte superiore (il “cimiero”) che sarebbe stata posta, smembrandola dalla tavola, sopra il battistero. E’ probabile, invece, che questo “cimiero” di cui non è detta la forma fosse, originariamente, la predella della pala. Di questa “giunta, come specie di cimiero” ora non vi è traccia. Giovanni Chiuppani nel 1909 (nel Bollettino del Museo Civico di Bassano) ne dà una minuziosa descrizione. Questa pala, recentemente restaurata, è l’unica che ci conserva la firma dei due fratelli Francesco e Bartolomeo.

Abbazia di San Fortunato L’antico monastero di San Fortunato, dopo varie vicende, nel 1450 torna a far parte della congregazione benedettina di Santa Giustina di Padova. Comincia allora il restauro che comprende anche la costruzione di una nuova chiesa, con notevoli variazioni in corso d’opera. Il cantiere ha termine negli anni compresi tra il 1495 e 1500. La decorazione è eseguita da Francesco Nasocchio, come ben ci informa il Liber Regiminis del monastero.

L’interno della chiesa del monastero di San Fortunato a Bassano. In alto, da sinistra I tondi con i Padri della chiesa nei pennacchi sotto la cupola. Sant’Ambrogio, San Girolamo, Sant’Agostino e San Gregorio. Qui sotto Il Liber Regiminis del monastero. Padova, Archivio di Stato.

Monastero dell’Invenzione della Santa Croce a Campese Alla fine del Quattrocento la chiesa monastica assume l’attuale aspetto ed è decorata con una fascia fre-

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IL RAPPORTO A fianco, da sinistra La suggestiva chiesa del Monastero di Santa Croce a Campese. Sotto all’imposta delle capriate, la fascia freschiva è decorata con motivi zoomorfi e floreali e con tondi.

A fianco, da sinistra, e sotto Il ciborio della chiesetta delle Grazie a Bassano, unico nel suo genere nella Pedemontana veneta, e alcune decorazioni a fresco: dai tondi dipinti nelle vele alla fascia che corre lungo la parete occidentale. In basso, a fondo pagina Due immagini della decorazione a fresco di palazzo Sale Pengo, in via Verci a Bassano.

Palazzo Sale Il complesso, nelle sue origini, è riferibile agli ultimi anni del Quattrocento e ai primi del Cinquecento. La decorazione freschiva superstite è costituita da fregi e metope tra le testate delle travi. Anche qui la mano riporta ai Nasocchi. schiva a motivi floreali e zoomorfi con dei tondi recanti l’emblema della Croce e le figure dei santi venerati nella liturgia del monastero. Non abbiamo documenti che attestino direttamente l’autore degli affreschi, ma l’analisi stilistica e il fatto che l’amministrazione del monastero avesse dei rapporti con i Nasocchi inducono ad attribuire il ciclo di affreschi, che porta la data del 1499 e anche un crocifisso frescato del 1517, proprio all’ambito dei Nasocchi.

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Chiesa di Santa Maria delle Grazie Eretta attorno al 1492 su intervento di Ludovico Rizzi per custodirvi l’immagine di Santa Maria delle Grazie, la piccola chiesa viene affidata ai Serviti, che accanto edificano un piccolo convento. All’interno dell’edificio è davvero notevole il ciborio sopra l’altare, unico esempio rimasto di tale architettura nella pedemontana veneta. Le diverse decorazioni riportano con grande probabilità ai Nasocchi.

Casa Sbordone E’una piccola casa nella contrà del Corno Rotto; al primo piano si trova uno “studiolo”, comunque un vano, con un fregio e delle metope di buona mano; le decorazioni sulle pareti rappresentano dei tessuti appesi: i velaria. Sappiamo che in quella zona della città i Nasocchi avevano delle loro case.

Casa Michieli-Bonato È contigua a Casa Dal Corno in piazzotto Monte Vecchio, decorata da Jacopo dal Ponte (gli affreschi sono ora al Museo Civico).


A fianco, da sinistra La facciata meridionale di casa Michieli Bonato su piazza Libertà in una foto recente e il prospetto occidentale su piazzotto Montevecchio in un dipinto di Gaspare Fontana dei primi del ’900. Bassano, Museo Civico. Sotto Un particolare de Le storie di Giuseppe Ebreo, affrescate sulla facciata sud di casa Michieli Bonato, opera di Bartolomeo e Francesco Nasocchi.

Si trova all’angolo tra piazza Libertà e il piazzotto e risale al periodo compreso tra la fine del Quattrocento e i primi del secolo successivo. I riquadri riportano La storia di Giuseppe Ebreo. In queste case contigue sono intervenute le due maggiori botteghe di pittori bassanesi dell’epoca Ora si vede poco di quanto il Verci descriveva nella sue Notizie intorno alla vita e alle opere de’ pittori, scultori, e intagliatori della città di Bassano, edite a Venezia nel 1775. “Le Pitture peraltro, che fecero a Giuseppe molto onore, sono le buone Storiature a fresco sulla facciata di quella porzione di casa de’ nostri Signori Michieli più alta del restante, una parte della quale guarda sopra la Piazza vecchia, volgarmente ora chiamata il Piazzotto del Sale, ed altra parte sopra la Piazza nuova. In molti comparti sono esse distribuite. Incominciano dall’alto con una fascia ripiena di diversi puttini graziosi, indi ne segue un’altra con molte figurine, e ne’ comparti sopra il Piazzotto, in uno

si vede Giacobbe in ginocchioni avanti il Padre Isacco, che credendolo Esaù gli dà la benedizione paterna. Di sopra in un altro comparto si vede Giacobbe in piedi, che benedisce Giuseppe, il quale è in atto di recare a’ fratelli ne’ boschi le solite vettovaglie. Vicino a questa Pittura stassene un’altra più grande. Rappresenta il Re Faraone in trono, che porge al giovine Giuseppe il manto reale tenuto in mano da un paggio alla presenza di molti venerandi vecchioni, e giovani Egiziani, che danno segni di stupore, ed ammirazione; e di sotto si leggono questi due versi: Praemia digna tuis meritis sunt vestis, & aurum; Nec fatis hoc, mecum regia sceptra geres. Segue a ciò il Sagrifizio di Abramo, e d’Isacco, coll’Angelo che ferma il colpo; più a basso si veggono le tre parche, una che prepara lo stame, una che ‘l fila, e l’altra che lo taglia; e a queste vicina nell’ultimo comparto si vede Betsabea che lavasi al fonte, col Re Davidde in lontananza che sta rimirandola. In quella parte poi che guarda la Piazza nuova,

sta Giuseppe in trono eminente, e di sotto gli undici suoi fratelli alla presenza d’immenso popolo Egigiano. Seguono indi altre Pitture tratte dalla Sacra Istoria, con fascie di puttini in alto, e da un lato vicino ad una bassa finestra con ferriata, un vecchio Astronomo con lunga barba, e da un altro vicino ad una simile, vuole il suddetto Sig. Memmo che il Nasocchio dipingesse se medesimo stando su di un antico sedile in atto di pingere”. Palazzo Casale-Biblioteca Civica di Rosà Durante i lavori di adattamento di palazzo Casale a Biblioteca Civica sono emersi resti del parato decorativo risalenti alla fine del ’400 e ai primi anni del ’500. Anche questo intervento è attribuibile alla bottega dei Nasocchi. Palazzo Casale vide parecchie trasformazioni; il suo impianto originario era tardo-gotico e la trasformazione che gli fece assumere l’aspetto odierno venne attuata nella prima metà del ’700 dall’architetto bassanese Miazzi.

Sopra, dall’alto verso il basso Affreschi in casa Sbordone a Bassano e in palazzo Casale a Rosà. Sotto La probabile copertina di un prossimo numero de L’Illustre bassanese dedicato alla famiglia dei Nasocchi, al quale sta lavorando Angelo Chemin.


“Non sono un poeta: sono un musicista”

LE LETTERE DI MOZART

IL CENACOLO

di Chiara Ferronato

La musica e il tempo

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Capita, a volte, nell’ascoltare un brano di musica, di pensare a come doveva essere stato “lui” (“lei” non ce ne sono state o non ne conosciamo), l’immagine della perfetta felicità o infelicità - quando componeva -, la sua infanzia, le sue case, i suoi vestiti: al posto delle note mettiamo elenchi di immagini. In un certo senso, ascoltiamo senza ascoltare. “L’epistolario completo della famiglia Mozart (1755-1791)”, curato da Marco Murara, ci restituisce, lettera su lettera, a questo nostro stato d’animo, un’intimità immaginaria con il compositore e la sua vita. Ma è come rincorrere ombre. Ad averla vinta, è la musica. Chiara Ferronato

Qui sopra Leopold Mozart (1719-1787), padre del celebre compositore e anch’egli musicista, in un ritratto del pittore italiano Pietro Antonio Lorenzoni.

Mozart a suo padre a Salisburgo

Al signore / signor Leopold Mozart / maestro della cappella di S.A.R. / l’arcivescovo di e a / Salisburgo Mannheim, il 29 novembre 1977 la sera

A fianco, sotto ai titoli Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) nel celebre dipinto postumo di Barbara Krafft.

Mio carissimo padre! Questa mattina ho puntualmente ricevuto la vostra lettera del 24 e ho constatato che voi non sapreste adattarvi alla buona e alla cattiva sorte, se per caso ci capitasse improvvisamente qualcosa. Fino ad ora tutti e quattro non siamo mai stati né fortunati né sfortunati, e per questo ringrazio Dio. Voi fate a noi due molti rimproveri senza che ce li meritiamo. Non facciamo alcuna spesa che non sia necessaria; e ciò che è necessario nel corso di un viaggio lo sapete come e meglio di noi. Sono io l’unico responsabile del fatto che ci siamo fermati a Monaco così a lungo; e se fossi stato da solo, sarei certamente rimasto a Monaco. Ci siamo fermati 14 giorni ad Augusta? Dovrei quasi credere che non avete ricevuto le mie lettere da Augusta? - Volevo dare un concerto - ho dovuto aspettare, ed ecco passati 8 giorni. Volevo assolutamente partire. Non mi hanno lasciato. Vole-

La copertina del volume di Marco Murara, Tutte le lettere di Mozart. Zecchini Editore, 2012.

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vano che io dessi un concerto, io volevo che mi pregassero. E così è accaduto. Ho dato un concerto, ed ecco passati 14 giorni. Ci siamo recati subito a Mannheim? - A questo riguardo ho risposto nella mia ultima lettera. Siamo ancora qui? - Sì. - Potete davvero credere che resterei da qualche parte senza ragione? - Ma si potrebbe tuttavia dirlo al papà. - Bene, dovete sapere le ragioni, anzi, l’intero sviluppo della faccenda. Ma per Dio, non volevo scrivere nulla di ciò, poiché non ero in grado (come non lo sono oggi) di scrivere tutti i particolari, e perciò vi avrei dato (visto che vi conosco) pensieri e preoccupazioni con una notizia incerta, cosa che ho sempre cercato di evitare. Poiché però ne attribuite la ragione alla mia negligenza, noncuranza e pigrizia, non posso che ringraziarvi per la buona opinione che avete di me e di rammaricarmi di cuore che non conosciate, me,


vostro figlio. Non sono noncurante, sono pronto a tutto e posso perciò aspettare e sopportare tutto con pazienza - se soltanto il mio onore e il buon nome di Mozart non ne hanno a soffrire. Ma poiché bisogna, sia dunque così. Vi prego però in anticipo di non rallegrarvi o rattristarvi prima del tempo, giacché, succeda quel che vuole, l’importante è essere sani. In effetti la felicità consiste - soltanto nell’idea che uno se ne fa. 8 giorni fa, martedì 18, vigilia di Sant’Elisabetta, la mattina andai dal conte Savioli e gli chiesi se non sarebbe stato possibile che quest’inverno il principe elettore mi trattenga qui. - Dissi che volevo dare lezioni ai giovani signori. Rispose: sì, voglio proporlo al principe elettore; e se fosse per me, lo farei senz’altro. Nel pomeriggio ero da Cannabich, e poiché ero andato dal conte su suo consiglio, egli mi chiese subito se c’ero stato. - Gli raccontai tutto. Mi disse: mi piacerebbe molto se resterete da noi quest’inverno, ma mi piacerebbe ancora di più se foste assunto per sempre e stabilmente. Replicai: non mi auguro niente di più che di poter restare sempre con voi, ma definitivamente non saprei proprio come sarebbe possibile. Avete già due maestri di cappella, non saprei dunque cosa potrei essere, visto che non voglio essere alle dipendenze di Vogler! E non lo sarete, disse lui. Qui nessun musicista sta alle dipendenze del maestro di cappella, e neppure a quelle dell’intendente. Il principe elettore potrebbe nominarvi compositore di camera. Aspettate, ne parlerò al conte. Il giovedì successivo ci fu una grande accademia. Quando il conte mi vide, mi pregò di perdonarlo di non aver ancora parlato a causa delle giornate di gala; mi disse però che non appena il gala sarebbe finito, ossia lunedì, ne avrebbe senz’altro parlato. Lasciai passare 3 giorni, e poiché non venni a sapere più nulla, andai da lui per informarmi. Disse: Mio caro signor Mozart (era venerdì, cioè ieri), oggi c’era la caccia, per cui non ho potuto assolutamente fare domande al principe elettore, ma domani a quest’ora potrò certamente darvi una risposta. Lo pregai di non dimenticarsene. Per dire la verità, quando andai via ero un po’ irritato e perciò mi decisi a portare al giovane conte le mie 6 variazioni più facili sul minuetto di Fischer (che avevo già ricopiato io stesso a questo scopo), per avere l’occasione di parlare personalmente al principe elettore. Quando arrivai, non potete immaginarvi la

gioia della governante. Venni accolto molto cortesemente. Quando tirai fuori le variazioni e dissi che erano per il conte, lei esclamò: oh, che bravo, ma avete qualcosa anche per la contessa? - Non ancora, risposi, ma se resto ancora qui tanto a lungo da avere il tempo di scrivere qualcosa, allora farò - A proposito, interloquì lei, mi farebbe piacere se voi rimaneste qui per tutto l’inverno. - Io? - Non so nulla! Questo mi stupisce, questo è curioso. Me ne ha parlato di recente il principe elettore stesso. A proposito, ha detto, Mozart resta qui quest’inverno. Ebbene, se 1’ha detto lui, allora l’ha detto quello che può dirlo, giacché senza il principe elettore non posso ovviamente restare qui. Le raccontai allora tutta la storia. Convenimmo che sarei ritornato l’indomani, cioè oggi, alle 4 e che avrei portato qualcosa per la contessa. Lei (prima del mio arrivo) parlerà al principe elettore e io lo incontrerò di nuovo. Oggi sono andato, ma lui non è venuto. Ritornerò dunque domani. Ho composto un rondò per la contessa. Non ho dunque abbastanza ragioni per restare qui e aspettare la conclusione? - Dovrei partire adesso che è stato fatto il passo più grande? - Ora ho l’occasione di parlare con il principe elettore stesso. Credo che per l’inverno con tutta probabilità rimarrò qui, poiché il principe elettore mi vuole bene, mi stima molto e sa cosa posso fare. Spero di potervi dare una buona notizia con la prossima lettera. Vi prego ancora una volta di non rallegrarvi o preoccuparvi troppo presto e di non confidare questa storia a nessuno, salvo che al signor Bullinger e a mia sorella. In allegato invio a mia sorella l’Allegro e l’Andante della sonata per la signorina Cannabich. Il rondò seguirà prossimamente; sarebbe stato troppo grosso spedire tutto insieme. Dovete accontentarvi dell’originale; potete farlo copiare più facilmente a 6 kreuzer il foglio, che io a 24 kreuzer: non vi pare caro? - Addio. Vi bacio 100.000 volte le mani, abbraccio mia sorella di tutto cuore e sono il vostro ubbidientissimo figlio

Alberto Brunetti, fotografato a Parigi da Peter Knaup.

Alberto Brunetti ha studiato con le docenti Alessandra Marconato e Ines Scarlino. Si è diplomato in pianoforte al Conservatorio di musica Cesare Pollini di Padova nel settembre del 2009. Tra il 2015 e il 2016 ha partecipato, a Belgrado, a corsi di perfezionamento, seguendo la scuola interpretativa classico-moderna del pianista e compositore croato Maksim Mrvica, uno tra i musicisti più rappresentativi e in ascesa sulla scena concertistica contemporanea.

Venerdì 8 giugno 2018, ore 18 Salone degli Affreschi di Palazzo Roberti Via Jacopo da Ponte, 34 in Bassano

I CONCERTI DEL CENACOLO Il pianoforte e il tempo

“Ho passato così tante ore al pianoforte che ne ringrazio Iddio” Wolfgang Amadé Mozart, 1 agosto 1777, all’arcivescovo di Salisburgo

Wolfgang Amadé Mozart

Musiche di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) Franz Schubert (1797-1828) Robert Schumann (1810-1856) Franz Liszt (1811-1886) Claude Debussy (1862-1918) Pianista: Alberto Brunetti

Avrete certamente sentito qualcosa della sonata, giacché dai Cannabich viene cantata, suonata con il cembalo, eseguita con il violino o zufolata almeno 3 volte al giorno! - Naturalmente soltanto sotto voce.

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E’ stato amato e indossato, in testa oppure attorno alla vita, da molte delle donne più famose del mondo…

ESERCIZI DI STILE

ELOGIO AL FOULARD SINONIMO DI ELEGANZA

di Federica Augusta Rossi

Ricchi si diventa, eleganti si nasce.

Honoré de Balzac

L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare.

Maria Callas, Jacqueline Kennedy, Grace Kelly, Audrey Hepburn ma anche Brigitte Bardot e Sophia Loren: tutte lo hanno portato, conferendo un tocco di classe alla propria immagine.

Lo hanno indossato principesse, dive del cinema, first lady, cantanti, facendolo diventare una delle icone dell’eleganza in tutto il mondo. E pensare che il foulard, termine francese per indicare il fazzoletto di seta, nei secoli scorsi era tutto tranne che un vezzo. Veniva ad esempio usato dai militari che, annodandolo al collo, si proteggevano la gola o lo esibivano come simbolo di appartenenza a un reparto. Se invece erano le donne a utilizzarlo, aveva comunque una funzione pratica: coprire il capo dal sole nel duro lavoro dei campi. Oppure religiosa: era impensabile assistere alla funzione a capo scoperto. Esattamente nel 1937 il foulard inizia ad assumere la connotazione odierna. Lo dobbiamo all’intuito -e soprattutto al gusto- di Emile Hermès, esponente della terza generazione della blasonata maison parigina. Ispirandosi alle dame e ai mezzi di trasporto, disegnò quest’ultimi su due cerchi concentrici, quasi a rincorrersi, e al centro rappresentò un gruppo di dame con cavaliere, sedute attorno a un tavolo e impegnate in un gioco molto in voga nell’Ottocento, simile al nostro dell’oca. Lo intitolò Jeu des omnibus et dames blanches e lo stampò su seta pregiata in un quadrato di novanta centimetri di lato. Nacque così il famoso carré, formato che da allora si è imposto nei guardaroba femminili. La produzione fu sospesa durante il secondo conflitto mondiale, ma ripartì subito dopo, assieme ad altre nuove realizzazioni, permettendo al foulard di connotarsi non solo come espressione di raffinata sartoria e creatività, ma anche di vera e propria arte.

Ci furono addirittura esemplari firmati da Henri Matisse e Salvador Dalì. Una staffetta tra artisti e validissimi artigiani: è questo il segreto della produzione del foulard. Ore e ore di lavoro, anche mille, per passare dai bozzetti del designer ai quadri colore dell’incisore fino all’artigiano stampatore.

Come non innamorarsi dei disegni -scene di caccia, cavalli, motivi floreali o geometrici-, dei colori, della tipica consistenza apprettata del foulard? Come non desiderarne almeno uno dopo che li abbiamo visti al collo, in testa, attorno alla vita delle donne più famose del mondo? Sono state maestre di eleganza del calibro di Maria Callas o Jacqueline Kennedy, bellezze come Sophia Loren o Brigitte Bardot a utilizzarli per prime suggerendo sobrissime o fantasiose interpretazioni. Anche il cinema ha contribuito a sancirne il ruolo di accessorio moda irrinunciabile. Tutti ricordano Susan Sarandon in “Thelma e Louise” mentre sfreccia a bordo della decappottabile o Audrey

Giorgio Armani

Hepburn in “Charade”: grandi occhiali scuri e foulard attorno al capo e annodato sotto il mento. Dal cinema al principato a volte il passo può essere breve, almeno nel caso di Grace Kelly, la cui nobile e innata eleganza veniva spesso sottolineata dal fazzoletto di seta. Al quale è difficile rinunciare, oggi più che mai, tanti possono essere i suoi utilizzi. In rete esistono svariati tutorial per farlo diventare turbante, camicetta, piccola borsa, cintura, braccialetto, fascia per i capelli, copricostume.

Se ancora non lo avete fatto, tirate fuori dall’armadio il vostro foulard preferito. Aspetta solo di essere indossato, magari in un modo inedito, se avete voglia di sperimentare, oppure più tradizionale, se gli azzardi non fanno per voi. E se per caso non ne avete nemmeno uno, beh, è arrivato il momento di procurarvelo. Chiedetelo in prestito a un’amica o cercate nei mercatini. Se sarà vintage, avrà addirittura un fascino ulteriore. Oltre al vostro, s’intende.

Sopra, da sinistra verso destra Due icone del jet set internazionale, Grace Kelly e Jaqueline Kennedy: entrambe portano il foulard, ma secondo stili diversi e coerenti con le rispettive personalità. Uno dei primi foulard prodotti nel 1937 da Emile Hermés.

Sotto Ribelle e anticonformista, anche Brigitte Bardot era solita indossare il foulard.

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Vantano tutti una tradizione blasonata ma i bianchi, in particolare, brillano fra i più noti e apprezzati al mondo…

LE TERRE DEL VINO

I VINI DEL FRIULI VENEZIA GIULIA (seconda parte)

di Nino D’Antonio

nostro corrispondente

Fotografie:

Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia (Elio e Stefano Ciol, Marco Milani), tratte dal volume “Aquile e Leoni” in fase di preparazione

Molti terreni di questa straordinaria regione sono costituiti da un impasto di marna e arenaria, un humus miracoloso dal quale nascono anche “gemme” preziose come il Picolit.

Segue dal numero precedente

Sopra, da sinistra verso destra Fra le particolarità botaniche del sentiero Rilke, panoramica passeggiata nella Riserva delle Falesie di Duino, anche la Campanula piramidale. Situato nella parte settentrionale della Carnia, il monte Crostis offre un imperdibile panorama sulle Alpi.

Alla Vitovska si abbina la Malvasia d’Istria, un tempo in uvaggio al 50%. Ma oggi le cantine preferiscono trattare i due vitigni in purezza. Il riscatto della Malvasia risale ai primi anni Novanta, ed è stato portato avanti da un pugno di giovani produttori, intenzionati a restituire ai vini d’Istria la notorietà e il prestigio goduti fin dall’antichità classica. E’ appena il caso, infatti, di ricordare che nel Golfo di Arsa c’è un borgo chiamato Kalavojna, che in greco vuol dire buon vino, a testimonianza che i naviganti provenienti dall’intero Mediterraneo si rifornivano di vino sulle coste istriane. Allora - e poi lungo gli anni dell’impero austriaco - il vino ha rappresentato una voce importante nell’economia locale. I vigneti fino alla Grande

A fianco Malvasia Istriana: un vino ideale come aperitivo oppure da degustare in combinazione con antipasti delicati e piatti di pesce (Enogastronomia Baggio - Bassano).

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Guerra hanno coperto più di trentamila ettari. Destinati soprattutto alla Malvasia, il cui vitigno è giunto qui grazie ai traffici e ai commerci che Venezia intratteneva non solo con le isole del Peloponneso, Cipro e Creta in testa, ma con molti Paesi dell’Oriente. La Malvasia Istriana dà un vino secco, senza residui zuccherini, di colore giallo paglierino. Di moderata struttura, ha un sapore amarognolo appena percettibile, misto a una fragranza che richiama la frutta fresca. Perché se le viti sono allevate in zone ben esposte al sole, la Malvasia acquista una buona struttura, un profumo di frutta matura e una decisa longevità, grazie soprattutto al passaggio in barrique. Ma questa non è solo terra di autoctoni. C’è un largo ventaglio di

vitigni europei (Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, in particolare) e tutti hanno assunto nel tempo una loro sicura connotazione rispetto ad altre aree. Valgano i risultati raggiunti dal Moscato di Momiano e da quello Rosa. Sono vini di grande fascino, ideali come dessert, che si esaltano se il vino proviene da uve autoctone, come il Moscato Borgogna o la Hrvatica, in verità quasi introvabili. Questo è il territorio del più sotterraneo dei fiumi, il Timavo, che dopo un tratto in superficie scompare in una voragine, per riemergere solo dopo trentacinque chilometri. Ma è anche quello di un’antica istituzione (ancora molto sentita) come l’Osmiza. Un disposto di Maria Teresa d’Austria che consentiva ai contadini di vendere direttamente


i loro prodotti, per la durata di otto giorni. Otto in sloveno suona “osem”, da cui il nome. Gli ettari vitati (un vero miracolo in questo ambiente) sono solo un centinaio, per poco più di diecimila ettolitri, che rappresenta appena l’1% della produzione del Friuli Venezia Giulia. Per qualità, la Vitovska è in testa, elegante, asciutta, fresca. Oggi la Doc e il Consorzio di Tutela hanno dato a questo vino una sua spiccata fisionomia. Perché fino ai primi anni Sessanta, il Bianco del Carso era il risultato di diverse uve vinificate insieme: Ribolla Gialla, Glera, Garganja, Malvasia. Si racconta che c’erano almeno tre varietà di Vitovska: quella Domasa (di casa), quella piccola e la Garganja, come riferisce Stefano Cosma nel suo bel libro. Ma a parte l’indiscussa bontà del vino, credo che il suo successo non sia estraneo alla musicalità del nome, allegro, goliardico e al tempo stesso forte. E alle sue origini. Che pare siano da ricondurre allo sloveno “vitiz”, cioè cavaliere. Una figura che non ha niente in comune con quella del feudatario, ma che godeva di una riconosciuta autorità per la protezione che offriva alla gente del luogo contro l’attacco dei turchi. Di qui l’obbligo nei suoi confronti della “pravda”, vale a dire di una quantità di vino in omaggio. E passiamo al Terrano, Rosso istriano per eccellenza, di forte impronta, piuttosto acidulo e aspro, allevato su terra rossa. Ma sono proprio questi caratteri a dare al vino un’identità senza confronto. In passato, quando l’economia della gente di campagna era ridotta all’osso, il Terrano d’annata veniva usato nella “supa”, a base di pane raffermo, ben tostato e imbevuto di vino. L’habitat è quello dominato da rocce bianche, che corrono a strapiombo sul mare. I vigneti si sottraggono spesso a un’ordinata geometria, per porsi in

LE TERRE DEL VINO

A fianco Situato su un’altura, il castello di Gorizia risale al secolo XI ed è uno dei simboli della città.

Sotto, da sinistra verso destra Il quattrocentesco Palazzo dipinto all’interno del castello di Spilimbergo: gli affreschi sono attribuiti ad Andrea Bellunello (attivo nella città friulana fra il 1469 e il 1475). Vigneti nelle colline del Collio.

modo irregolare, appena nascosti fra una cromia di colori contrastanti e la diffusa presenza di una terra ricca di sostanze ferrose. Vino difficile, sia da vinificare sia da gustare, il Terrano ha inizialmente una decisa asprezza, che lo fa quasi respingere, ma col tempo diventa sempre più gradevole e accattivante, come avviene per un giovane che, maturando, perda via via l’arroganza che è propria della sua età. Il fenomeno è legato al progressivo passaggio dall’acido malico all’acido lattico. Di qui l’opportunità di un invecchiamento di almeno due/tre anni, per liberare il vino da quel carattere che lo rende “tagliente come una lama”. Perché il Terrano, noto fin dai tempi di Plinio, trova la sua ideale dimora in quella gigantesca spugna, non lontana dalle risorgive del Timavo, che grava su Trieste come un pesante mantello di “pietre fredde, dure, prosciugate”, per dirla con Ungaretti. L’impegno e l’orgoglio dei vignaioli del Carso ha saputo dare a questo vino, proprio grazie alla sua elevata acidità, requisiti di particolare freschezza

e intensi profumi di bosco. Far vino nel Friuli Venezia Giulia significa anzitutto essere bravi vignaioli. La terra è generosa, ma difficile e sensibile ai capricci del tempo. I terreni friulani sono costituiti da un insieme di pietre di marna e arenaria, che in superficie tendono a sgretolarsi in argilla finissima. Si ha così un mix miracoloso, che la gente di qui chiama “ponka”. E’ questo l’humus nel quale nasce il Picolit “la gemma enologica più splendente del Friuli”, come la definì Goldoni. Un vitigno dalla storia tormentata, noto fin dalla Roma imperiale, ma che ha rischiato di scomparire a metà del Novecento. Il nome richiama in friulano la modesta dimensione del peduncolo, cui si aggiunge la ridotta fecondazione dei fiori - quasi un aborto naturale e i pochissimi acini (se ne contano dieci/quindici per grappolo). Un tempo coltivato in tutto il Friuli, oggi è presente solo sui Colli udinesi e goriziani, con una produzione complessiva che non supera i cinquecento ettolitri.

Qui sopra Carlo Goldoni (1707 - 1793). Il celebre commediografo veneziano definì il Picolit come “la gemma enologica più splendente del Friuli”.

Continua nel prossimo numero

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Aperta a Palazzo Zabarella, a Padova, fino al 22 luglio

Joan Miró. Materialità e Metamorfosi

La mostra che documenta le metamorfosi artistiche nei campi del disegno, della pittura del collage e della tappezzeria di Mirò (Barcellona, 20 aprile 1893 - Palma di Maiorca, 25 dicembre 1983), di proprietà del governo portoghese, è stata organizzata dalla Fundação de Serralves - Museu de Arte Contemporânea di Oporto; vista solo due volte a Oporto e Lisbona, giunge per la prima volta in Italia. Il 9 marzo il ministro della cultura portoghese Luis Felipe Carrilho de Castro Mendes, l’ambasciatore della Repubblica del Portogallo Francisco Ribeiro Telles e il curatore Robert Lubar Messeri, fra i massimi esperti di Mirò al mondo, hanno inaugurato la rassegna dedicata al pittore, scultore, ceramista tra i più noti dell’arte moderna. Di origini recenti, la raccolta è stata protagonista di una serie di vicissitudini degne di rilievo. Dopo essere stata acquistata da un’importante collezione privata giapponese tra il 2004 e il 2006, diventa proprietà del Banco Português de Negociós il quale, nel 2008, viene nazionalizzato dallo Stato portoghese; in forti difficoltà economiche, il governo nazionale decide di metterla sul mercato. Incaricata della vendita, nel 2014 Christie’s organizza l’asta presso la sede di Londra. In seguito a proteste, l’asta viene cancellata e la collezione rimane in Portogallo. Sono presenti ottantacinque tra quadri, disegni, sculture, collages e arazzi. Fulcro della mostra, che spazia lungo sei decenni di attività, è la naturalezza fisica dei supporti impiegati da Mirò, nonché l’elaborazione dei materiali come fondamento della pratica artistica. Giocano un ruolo essenziale nella formazione di Mirò i viaggi a Parigi, New York e in Giappone, così come gli artisti che conosce: P. Picasso, A. Breton, T. Tzara, M. Ernst, P. Jackson Pollock; tuttavia a eguagliarlo forse è solamente Paul Klee. Miró allarga in maniera decisiva i confini delle tecniche di produzione artistica del Ventesimo secolo.

HUMANITAS

di Anna Francesca Basso

Oltre a questa esplorazione dei materiali, egli sviluppa un linguaggio dei segni innovativo, che modifica il corso dell’arte moderna. In un processo di trasformazione morfologica, gli oggetti assurgono allo status di segni visivi: negli arazzi le matasse di filo possono sostituire schizzi di colore; il fil di ferro dei primi collages rappresenta spesso la linea disegnata; talvolta la carta riformula le caratteristiche fisiche della tela in quanto supporto. In senso molto lato, la morfologia è il principio operativo del lavoro di Miró: tutto è in uno stato di flusso e cambiamento permanenti, man mano che l’artista esplora le possibili equivalenze tra i mezzi. Sebbene la morfologia si definisca come una variazione della forma, della sostanza e della struttura fisiche, non è tuttavia nella scienza o nella biologia che va cercata la chiave interpretativa dell’arte di Miró, bensì nella trasformazione e nella logica interna dei suoi metodi di lavoro. Nel duplice ruolo di artefice e trasgressore della forma del modernismo del XX secolo -pittore e antipittore al tempo stesso- Miró sfida il concetto stesso di specificità del mezzo. Materialità e metamorfosi costituiscono quindi i due capisaldi della poetica dell’artista che, nell’arco della sua carriera, non smette di sperimentare, utilizzando una vastissima gamma di supporti e strumenti: tela (montata su telaio o meno, strappata, logorata o perforata), diversi tipi di carta da parati, pergamena, legno e cartone (ritagliato e ondulato), ma anche vetro, carta vetrata, iuta, sughero, pelle di pecora, fibrocemento, ottone, truciolato, celotex, rame, foglio di alluminio e carta catramata, olio, colori acrilici, gessi, pastelli, matite Conté, grafite, tempera all’uovo, gouache, acquerello, vernice a smalto, inchiostro di china, collage, stencil e dacalcomanie, applicati in maniera innovativa su basi sia tradizionali sia poco ortodosse come gesso, caseina e catrame, talvolta combinati con una eclettica gamma di oggetti comuni e materiali quotidiani, come linoleum, corda e filo.

Sopra, da sinistra verso destra Joan Miró, Peinture, olio, caseina, catrame e sabbia su masonite, 1936. Filipe Braga, Fundação de Serralves, Porto. Joan Miró, Apparitions, gouache e inchiostro di china su carta, 1935. Filipe Braga, Fundação de Serralves, Porto. Joan Miró, Nature morte au papillon, gouache e inchiostro di china su carta, 1935. Filipe Braga, Fundação de Serralves, Porto. Qui sotto L’artista spagnolo nel suo studio.

JOAN MIRÓ Materialità e Metamorfosi 10 marzo - 22 luglio 2018 info@palazzozabarella.it www.zabarella.it

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E’ autore di una straordinaria ricerca sul lievito madre…

RICCARDO ANTONIOLO La passione per la cucina, fra ricerca e proposte sempre più raffinate

GUSTUS

di Antonio Minchio

Ha cominciato a cucinare quando aveva ancora i calzoni corti. E da allora non si è più fermato.

Riccardo Antoniolo, ristoratore e chef bassanese, ha coltivato fin da ragazzino un’irrefrenabile passione per quello che in seguito è diventato il suo lavoro. “Ho cominciato a cucinare a nove anni, praticamente ogni giorno, esercitandomi con entusiasmo nell’arte culinaria: è stato perciò naturale iscrivermi poi alla scuola alberghiera di Possagno. Ricordo inoltre che nel 1990, durante l’estate e ancor prima di passare alle superiori, ho avuto la possibilità di fare una rapida ma significativa esperienza al Ristorante San Bassiano, allora molto blasonato e riconosciuto con una stella Michelin. Durante il periodo scolastico, comunque, era normale lavorare nei weekend e durante la bella stagione”.

Sopra Alcune immagini del Bio-ristorante e pizzeria Ottocento a Bassano. Sotto Due emblematici scatti fotografici dello chef Riccardo Antoniolo al lavoro nel suo locale.

OTTOCENTO Bio-ristorante e pizzeria Contrà San Giorgio, 2 Tel 0424 503510 Bassano del Grappa (VI) www.800simplyfood.com

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Terminati gli studi e poco dopo il servizio di leva (svolto da capo-cuciniere nella mensa del Comando Regione Toscana a Firenze), Riccardo Antoniolo si è dedicato a varie attività pur cucinando sempre, ma non in maniera continuativa; per qualche tempo ha fatto perfino il ceramista in una ditta di Bressanvido! A 23 anni ha aperto il suo primo locale: la Trattoria Da Gamba a Cartigliano: “Un’esperienza sicuramente positiva, considerato anche il fatto che all’epoca avevo costituito, tra l’altro, una cantina

ricca di 140 etichette. Ma pure un test propedeutico alla successiva apertura, avvenuta poco tempo dopo, della Pizzeria Al Ponte di Rossano Veneto. Un’attività, quest’ultima, di grande successo, che mi ha consentito nel 2004 di produrre, tra i primi in Italia, la pizza utilizzando il lievito madre, cioè quel particolare impasto naturale che avevo conosciuto in precedenza, frequentando con entusiasmo un corso specifico in materia: l’unico disponibile a quel tempo riguardava il panettone ed era tenuto presso la Scuola Etoile di Sottomarina. Un’esperienza fondamentale che mi ha anche permesso di lavorare con maestri quali Rossano Boscolo e Stefano Laghi, due autentiche autorità”. Detto fatto, Riccardo Antoniolo ha ceduto le quote della pizzeria investendo i guadagni in una formazione continua. Trasferitosi in Piemonte, ad Alba, ha infatti collaborato a un progetto di pasticceria con Luca Montersino. Poco dopo è tornato all’Etoile, non più da allievo ma nella veste di docente. “In seguito ho alternato l’attività di docente a quella di consulente e ricercatore, soprattutto nell’ambito del lievito, delle farine e dei prodotti di pasticceria. Girando l’Italia mi capitava di entrare in tanti ristoranti: solo quelli di alta gamma offrivano però una pro-

duzione di effettiva qualità. Oppure le trattorie specializzate in pochi piatti, ma molto curati. E’ stato allora che ho avuto l’idea di rilevare l’Ottocento dai fratelli Brunello e dare vita a un locale alternativo, proponendo così una cucina di valore e accessibile, nella quale competenza e tecnologia facessero davvero la differenza. Il 25 aprile 2008, fra i primi in Italia, abbiamo inaugurato un ristorante bio, iniziando una splendida avventura che continua ancora oggi”. In pochi anni il locale raccoglie i frutti di una scelta coraggiosa: molti i frequentatori e numerosi i riconoscimenti nazionali e internazionali. Tra questi anche la Ruota d’Oro del Touring Club, la citazione nella Guida Michelin e in quella del Gambero Rosso; oltre a una serie di servizi televisivi di rilevanza nazionale. “Ho vinto pure un concorso della Rai, al quale avevano partecipato oltre duecento cuochi. In quella circostanza ho rifiutato un contratto che prevedeva la mia presenza in più trasmissioni: preferivo stare in cucina piuttosto che fare lo showman”. Oggi, a distanza di dieci anni e dopo avere proposto fra i primi in Italia la pizza Gourmet, la scelta di Riccardo Antoniolo è quella di differenziare l’offerta. “A Bassano l’Ottocento mette infatti a disposizione dei clienti una gamma di prodotti di elevata qualità e complessità, ma a prezzi contenuti; a Pove del Grappa, dove stiamo aprendo un nuovo locale, sarà invece possibile fruire di un’esperienza gastronomica estremamente raffinata, quasi esclusiva, e destinata ai palati più esigenti”.




Gianni Baggio, l’uomo e la sua grande passione per la musica Un bassanese che ha fatto onore alla nostra città

PERSONAGGI

di Andrea Gastner

I suoni che escono dalla tromba di un uomo sono parte di lui.

Dalla tromba alla fisarmonica e all’organo, le dita non conoscevano ostacoli, sempre agili e leggere sopra i tasti dei suoi molti strumenti. Sono in molti a ricordarlo e a rimpiangerlo…

Louis Armstrong

La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno altro che incorniciarlo.

Miles Davis

A fianco, da sinistra verso destra Gianni Baggio, in una foto di qualche tempo fa, fisarmonicista del gruppo “Le Arti per via”. L’eclettico musicista alla fine degli anni Settanta, durante un concerto della Filarmonica bassanese, con la sua amata tromba.

Domenico (Gianni) Baggio è nato l’8 luglio 1929 in via Rambolina nell’antica località Riva Bianca. Recentemente scomparso, ha lasciato nella comunità bassanese il ricordo di una persona sempre ben voluta e rispettata. Un suo ritratto, ricco di aneddoti e nostalgia, ci viene fornito dal fratello Antonio, anch’egli molto noto e stimato in città.

“La nostra era una famiglia contadina unita e numerosa, come tante altre in quei tempi lontani e non facili. Ricordo che fin da giovanissimo Gianni manifestò un’ardente passione per la musica: l’aveva proprio nel sangue! Frequentava infatti la scuola e, allo stesso tempo, la Filarmonica Bassanese, allora diretta dal maestro Fraccaro: un legame che lo portò a essere presente in tutte le manifestazioni in programma. Dopo i primi approcci la società

gli prestò una tromba, strumento che fu il suo primo amore e che suonava con grande maestria, al punto che Gianni venne per questo chiamato il Trombettiere”. In seguito il nostro musicista si cimentò anche con altri strumenti quali la fisarmonica e l’organo. Nella sua giovinezza fece parte di alcuni complessi, soprattutto jazz, nei quali, oltre che con la tromba, si destreggiava pure con la fisarmonica: una passione che in seguito trasmise ai figli Ilario e Ivano.

“Durante il servizio di leva -prosegue Antonio Baggio- mio fratello trombettiere ebbe modo di esprimere la sua bravura in varie esibizioni, meritandosi gli encomi dei superiori e pure qualche licenza-premio. Grazie alle innate doti di musicista la sua carriera militare, per così dire, fu premiata con la promozione

al grado di caporal maggiore, peraltro senza avere mai sparato un colpo! Tornato a casa, sempre più innamorato della musica, Gianni cominciò a suonare nelle sagre paesane, allora in voga, eseguendo brani popolari e folcloristici: regina incontrastata la fisarmonica. Più tardi, proprio per la sua versatilità, fu chiamato a far parte delle Arti per Via, recandosi con lo storico gruppo bassanese in Brasile assieme all’instancabile organizzatore e presidente Gianni Posocco. Divenne inoltre l’anima degli Storicanti, amata formazione musicale cittadina”. Tra le innumerevoli attività musicali di Gianni Baggio è doveroso citare anche quella di direttore del coro parrocchiale di San Lazzaro: un’esperienza importante che segnò l’iniziò del suo “dialogo” senza fine con l’organo e con quella musica

Sotto Gianni Baggio, ragazzino, all’inizio della sua carriera musicale.

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A fianco Gianni Baggio, impegnato con “Le Arti per via”, durante una trasferta a Grenoble nel 1976. Sotto Con il gruppo “Gli storicanti” qualche anno fa.

sacra che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni.

“In realtà Gianni veniva regolarmente invitato a suonare anche in altre parrocchie: Santa Maria in Colle, Santa Croce, la SS. Trinità, San Leopoldo… E poi accompagnava i canti nelle messe; come solista, invece, prestava la sua opera in occasione di matrimoni e altre cerimonie”. Qui Antonio fa una breve pausa: certi ricordi gli salgono in gola e fa fatica a proseguire… “In un certo periodo della sua vita Gianni venne contattato da suor Angioletta, della Congregazione delle suore della Divina Volontà, che cercava un organista per animare la messa nella chiesa della Beata Giovanna. Iniziò allora una collaborazione che durò oltre vent’anni: a fianco di Gianni, sempre presente, la moglie Rita che invece cantava. Tutto ciò, fino al 17 dicembre dell’anno scorso. Poi Gianni si ammalò…”. Il silenzio che segue le ultime

Qui sopra Il musicista bassanese con l’amata moglie Rita nei primi anni Ottanta. Sotto Gianni Baggio, solista in viale dei Martiri, mentre suona il Silenzio fuori ordinanza alla Ballata del Millennio nel Duemila.

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parole di Antonio è significativo: a ottantotto anni Gianni ha lasciato questo mondo per il cielo. “Tra le partecipazioni delle quali era particolarmente orgoglioso -prosegue Antonio- ricordo un suo pellegrinaggio a Lourdes: nella chiesa sotterranea, tra vescovi, sacerdoti e malati, Gianni ebbe l’onore e l’onere di suonare il maestoso organo del santuario. In occasione di una festività di San Bassiano, poi, egli diresse la Filarmonica Bassanese e fu un vero successo! Un altro momento che Gianni non dimenticava mai di citare, riguardava il suo assolo con la tromba (uno struggente Silenzio fuori ordinanza) in occasione della Ballata del Millennio, nel quadro in cui venivano commemorati i martiri della Seconda Guerra Mondiale”. “C’è un particolare che ricordo con nostalgia- afferma Antonio Baggio prima di concludere-. Gianni era ancora un ragazzino e a casa le risorse economiche

non abbondavano. Per ovviare alla mancanza di un pianoforte egli ricorse a un ingegnoso stratagemma: si procurò una lunga tavola di legno, la tirò di fino e con un pezzo di carbone appuntito ne disegnò i tasti neri, (allora non c’erano i pennarelli!) intervallandoli in ordine perfetto a quelli bianchi. Così poteva mantenersi sempre in esercizio; altro che storie!”. Gianni Baggio: un piccolo grande bassanese che ha lasciato in tutti noi un ricordo incancellabile. Mi piace infine rammentare pure le sue ottime qualità di barbiere (anche mio), un professionista che sapeva imprimere alla sua attività quotidiana la stessa competenza e lo stesso entusiasmo che riversava nella musica. E, sempre parlando di musica (giusto per chiudere in gloria), un ultimo aneddoto: quando faceva le prove con l’orchestra, a casa sua in campagna, venivano ad ascoltarlo da tutto il circondario.



Premiato dal sindaco Poletto il “capo carismatico” delle GAIE

L’OMAGGIO DI BASSANO A RENZO BORTIGNON

IN VETRINA

di Gilberto Brocca Fotografie: Mario Camonico Sotto, da sinistra verso destra La Sala Consiliare affollata dagli aderenti al Gruppo GAIE. Il sindaco Riccardo Poletto con Renzo Bortignon.

Lo scorso mercoledì 28 marzo è stato un giorno speciale per il Gruppo Adulti Imperterriti Escursionisti, che ha visto riconosciuta la sua ultraventennale attività con una pergamena.

Mercoledì 28 marzo le GAIE sono giunte alla passeggiata n. 1028. Qualcuno dirà: “Embè, ma che significato ha questo numero?”. E invece per il gruppo di amici vecchi e nuovi che in continuità si ritrovano tutti i mercoledì fin dal 1995 per la consueta passeggiata settimanale (e non solo), e in particolare per il suo fondatore e animatore Renzo Bortignon, classe 1930, è stato un mercoledì assolutamente speciale. Il sindaco Riccardo Poletto ha ufficialmente conferito a Renzo Bortignon, in una Sala Consiliare gremita di aderenti al Gruppo GAIE nonché di parenti e amici, una pergamena di riconoscimento e ringraziamento per la sua ultraventennale attività. Un impegno, il suo, dedicato alla promozione e alla conoscenza degli aspetti storici, culturali,

La pergamena conferita dal Comune di Bassano a Renzo Bortignon. Qui sotto Renzo Bortignon con il sindaco e l’amico Attilio Fracasso.

INFO gaie.bassano@gmail.com Tel. 338 3781788

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ambientali e naturalistici del territorio e del comprensorio, ma anche a favore dell’attività fisica e del benessere di tanti concittadini. Nel suo breve ma incisivo discorso il sindaco ha sottolineato come l’uso della Sala Consiliare abbia conferito alla cerimonia un’ufficialità densa di significato: attraverso la sua persona era infatti tutta la città a stringersi attorno a Renzo congratulandosi con lui per le sue preziose e meritorie iniziative. E infatti, nonostante la giornata così “speciale”, Renzo ha riunito le sue GAIE alle 9.30 al parcheggio Gerosa per l’immancabile passeggiata del mercoledì; ha condotto il gruppo attraverso il quartiere dei SS. Fortunato e Lazzaro, il Ponte nuovo e poi il Ponte vecchio, facendo osservare alcune parti-

colarità del percorso (come per esempio la palla di colubrina francese incastrata nella facciata di un palazzo adiacente all’ingresso orientale del Ponte fin dal lontano 1813, quando l’esercito imperiale francese in ritirata per sfuggire all’inseguimento degli Austriaci incendiò e distrusse la struttura lignea), per giungere puntuale all’appuntamento in Comune alle 11.30. La giornata delle GAIE si è infine conclusa a tavola in un ristorante del centro di Bassano dove tutto il Gruppo si è stretto intorno a Renzo e lo ha festeggiato e ringraziato per la dedizione e la passione che trasmette a tutti con la sua capacità organizzativa, la perseveranza e la partecipazione continua alle attività comuni. GRAZIE RENZO DA TUTTE LE TUE GAIE!



INDIRIZZI UTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia

118

112 0424 527600

CORPO FORESTALE Pronto Intervento 1515 Via Trentino, 9 0424 504358 GUARDIA DI FINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POLIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

In collaborazione con Ufficio Relazioni con il Pubblico Comune di Bassano del Grappa

POLIZIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Via Matteotti, 35 - Tel. 0424 519555

0424 507911 0424 519404

POLIZIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FUOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PUBBLICI

AGENZIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MUSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. ULSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 U.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MUNICIPIO Via Matteotti, 35 U.R.P. Via Matteotti, 35

0424 519110

0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzale Trento 9/A 0424 519165

POSTE E TELECOMUNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBUNALE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CULTURA

MUSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MUSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAZZO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAZZO BONAGURO Via Angarano 0424 502923

MUSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MUSEO DEI CAPPUCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MUSEO DELL’AUTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MUSEO HEMINGWAy Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 18/05-20/05 11/06-13/06 ALLE DUE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 20/05-22/05 13/06-15/06 ALLE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 22/05-24/05 15/06-17/06 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 130424 522325 04/05-06/05 28/05-30/05 21/06-23/06 COMUNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 10/05-12/05 03/06-05/06 27/06-29/06 COMUNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 08/05-10/05 01/06-03/06 25/06-27/06 RAUSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 02/05-04/05 26/05-28/05 19/06-21/06 PIZZI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 16/05-18/05 09/06-11/06 POZZI Via Scalabrini, 102 0424 503649 12/05-14/05 05/06-07/06 29/06-01/07 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 06/05-08/05 30/05-01/06 23/06-25/06 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 30/04-02/05 24/05-26/05 17/06-19/06 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 14/05-16/05 07/06-09/06



Cent’anni fa si combatteva la Battaglia del Solstizio

Quando gli Arditi ripresero il controllo di Col Moschin…

EVENTI

a cura del Generale di Divisione Gianfranco Rossi

Fotografie: Archivio Col. Gianni Bellò

Il 16 giugno 1918 le “Fiamme nere” riconquistarono con audacia l’importante posizione.

Carta del comando della IV Armata dell’agosto 1918, con le varie linee difensive sui Colli Alti, le cui tracce sono rinvenibili ancora oggi sui prati e nei boschi della zona.

Sotto, dall’alto verso il basso Il Magg. Messe, con gli “Arditi” del IX Reparto d’Assalto (detti “fiamme nere” dal colore delle mostreggiature che portavano al bavero), a Pove dopo i combattimenti ai Colli Alti. Il Col Moschin nel 1920 con le trincee e sullo sfondo, al di là del sottostante Canal del Brenta, l’Altopiano dei 7 Comuni.

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Durante la 1^ Guerra Mondiale, dopo l’arretramento del fronte a seguito della tragica vicenda di Caporetto, il Grappa, posizione strategica già scelta da Cadorna per l’eventualità di eventi bellici sfavorevoli come perno tra la fronte montana e lo sbarramento costituito dal Piave, divenne di somma importanza come baluardo difensivo italiano e ostacolo da superare da parte degli AustroUngarici al fine tagliare in due il Regio Esercito e assestargli un colpo fatale. Già dai primi mesi del 1918 il Capo di Stato Maggiore Imperiale, Gen. Arz, delineò una manovra a tenaglia, con un braccio in pianura -Operazione “Albrecht”, Gen. Boroevic- e l’altro attraverso i monti -Operazione “Radetzky”, Gen. Conrad- con rispettivi obbiettivi a Treviso e Vicenza, chiedendo però a Conrad di gravitare sul Grappa, ove le difese erano scaglionate su più linee (linee “Alba”, “Bianca”, “Clelia” e di Massima Resistenza) ma avevano esigua profondità. L’offensiva, poi ricordata come Battaglia del Solstizio, fu preparata con un’eccezionale larghezza di mezzi, schierando 23 divisioni per ciascuna direttrice d’attacco, ed ebbe per teatro tra il 15 e il 27 giugno il Piave (8^ Armata e 3^ Armata), il

massiccio del Grappa (4^ Armata) e l’Altipiano dei 7 comuni (6^ Armata), con simultaneo inizio austriaco alle 03.00 del 15 giugno con tiri d’artiglieria a gas su tutta la fronte tra l’Astico e il mare. Sul Grappa si risolse sostanzialmente nei primi tre giorni, pur con un seguito di duri combattimenti anche nei mesi seguenti. Gli sforzi nemici principali si svilupparono sui Solaroli e sui Colli Alti ed ebbero dapprima un andamento molto dinamico, specie nel settore verso la valle del Brenta ove la 27^ divisione ungherese, coperta da fitta nebbia, dalle 07.40 del 15 giugno iniziò a infiltrarsi verso l’osteria “Il lepre”, fino alla seconda linea, e lungo la dorsale dei Colli Alti, fino a isolare e occupare il Col Moschin, posizione che consentiva il controllo della sottostante valle del Brenta. Tra le 09.00 e le 10.00 furono superate tre successive linee di difesa giungendo sino a Ponte San Lorenzo sulla strada “Cadorna” e di fronte alle nostra linea di massima resistenza sul Col del Gallo, ultimo ostacolo allo sbocco in pianura degli attaccanti, che sentivano così la vittoria quasi conseguita, e per di più con poche perdite: sembravano i prodromi di una nuova Caporetto! Ma a partire dalle 10.30 la nebbia cominciò a diradarsi, svelando le truppe avanzanti alle nostre unità e ai nostri osservatori di artiglieria. Dalle artiglierie del XX C.A. dell’Altipiano di Asiago furono diretti tiri a sbarrare la progressione degli ungheresi. Dopo l’esaltazione dei primi successi, la situazione degli ungheresi sui Colli Alti andava rapidamente peggiorando: contrastati con decisione dai nostri reparti sull’ultima linea difensiva, alle loro spalle il fuoco di sbarramento dell’artiglieria italiana impediva ai rincalzi e ai rifornimenti di raggiungere gli scaglioni di attacco avanzati. Verso le 15 vennero così predisposti dei contrattacchi, e il

Comando del IX C.A., che stava inviando in valle San Lorenzo il IX Reparto d’Assalto del maggiore Messe lo dirottò contro la penetrazione sui Colli Alti. Gli Arditi dei Reparti d’Assalto erano soldati scelti, tutti volontari con al bavero le “Fiamme nere”, inquadrati in reparti istituiti nel 1917, caratterizzati da fortissima determinazione e da un addestramento nella tecnica dei colpi di mano, nonché dotati di armamento leggero ma efficace. Tra le 15 e le 18 gli Arditi entrarono in azione sgomberando gli ungheresi dal Col Raniero e riconquistando Palazzo Negri, e proseguirono riprendendo il Col Fagheron, spingendosi fino alla chiesetta di San Giovanni ai Colli Alti. La stessa notte, le “Fiamme nere”, dopo una violenta azione della nostra artiglieria, assaltarono e presero il Col Fenilon infliggendo al nemico forti perdite. Appena il tempo di riordinarsi, e il giorno 16 il Comando del IX C.A. ordinò al IX Reparto d’Assalto di riprendere la posizione del Col Moschin e all’alba, dopo 15 minuti di fuoco d’artiglieria, il reparto riconquistò l’importante posizione. Mentre la lotta ancora infuriava sul Piave e sul Montello, nella zona centrale del Grappa rimaneva in mano agli austro-ungarici soltanto il crinale dei Solaroli, ma già il pomeriggio del giorno 16 l’Operazione “Radetzky” poteva ritenersi fallita in montagna, non avendo conseguito lo sbocco in pianura. A ricordo di quei fatti gloriosi di riscossa nazionale, un reparto di Forze Speciali del nostro Esercito, il 9° reggimento paracadutisti d’assalto “Col Moschin”, porta il nome dell’altura contesa e, in occasione del Centenario della Battaglia del Solstizio del giugno 1918, sarà celebrato con vari eventi nei comuni di Solagna, Bassano e Pove del Grappa, che culmineranno con una cerimonia solenne sul Col Moschin il 23 giugno 2018, alle ore 09.30.



OSPITALITA’

A Bassano e dintorni

RICETTE DAL PASSATO tratte dal ricettario Un’occhiata in cucina di Elisa Minchio Proseguendo l’excursus gastronomico nel ricettario Un’occhiata in cucina, edito dalla Smalteria Metallurgica Veneta nel 1934, anche in questa circostanza abbiamo il piacere di proporre ai lettori alcuni “piatti d’epoca”. Acciughe all’ostrica Disporre le acciughe divise a metà in un vassoio, dopo averle pulite. Sbattere insieme limone, sale, pepe e versare il sugo sulle acciughe. Attendere qualche ora per servirle.

Filetti d’acciuga al pomodoro Preparare i filetti d’acciuga lavandoli e asciugandoli. Infarinarli, passarli all’uovo e pannarli, indi friggerli in un recipiente che possa andare in tavola. Preparare una salsa con pomodoro, olio puro d’oliva e fettine d’aglio, cuocendola fino a che l’aglio non sarà bene rosolato. Se è necessario per la cottura, aggiungere qualche poco d’acqua e mezzo bicchiere di vino secco. Aggiungere sale, pepe e una cucchiaiata di capperi sott’aceto. Con la salsa così preparata, cinque minuti prima di servire, condire i filetti fritti e portare in tavola nello stesso recipiente.

Salsa tartara Fare sciogliere un pezzetto di burro, mettere una cucchiaiata di farina, versare un bicchiere d’acqua tiepida, impepare, mescolare. Quando il composto sarà condensato, lasciare che si raffreddi e aggiungere, dopo, un po’ di prezzemolo trito. Rompere due uova, metterne i tuorli in una scodella aggiungendo una cucchiaiata di senape, un cucchiaio d’aceto, pesto d’erbe, salsa bianca, un bicchiere d’olio e mescolare il tutto, indi metterlo al centro del piatto con le vivande. Si adatta con coniglio, pollo, pesci arrostiti, ecc., ma può servire anche come antipasto. > Continua a pag. 62

La copertina di Un’occhiata in cucina. Smalteria Metallurgica Veneta, 1934.

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RISTORAZIONE

A Bassano e dintorni

Pasta e piselli (“pasta coi bisi”) Far fondere un bel battuto di lardo e, non appena ben rosolato, mettervi una dozzina di cipolline novelle; aggiungere 500 grammi di piselli sbucciati e lasciarli bollire per una decina di minuti a recipiente coperto. Dopo di che aggiungere due litri di acqua calda o meglio di brodo. Salare e mettere 500 o 600 grammi di pasta di Napoli. Continuarne poi la cottura al punto da ottenerne una consistenza pari al risotto (la pasta deve essere di taglio piccolo). Raggiunta la cottura, metterla in zuppiera e dopo cinque minuti servirla.

Spaghetti al tonno Mettere in un tegame una cipolla grossa tritata, un ramaiolo d’acqua e un po’ di sale. Far bollire fino a consumazione dell’acqua, aggiungere olio e far rosolare, indi sugo di pomodoro e, quando è ora di levarla dal fuoco, aggiungere mezzo etto di tonno e due acciughe tritate. Questo condimento serve per 500 grammi di spaghetti.

Crocchette di patate a sorpresa Con delle patate lessate preparare una pasta a base di tuorli d’uovo (senza burro). Nello stesso tempo preparare un succoso ragù con carne di maiale, di pollo, ecc., avendo attenzione che non sia grasso. Il tutto, dopo mescolato, solidificare a bagno maria a freddo. Della pasta ottenuta con le patate e i tuorli fare tante polpette e dentro a ognuna di esse mettere una cucchiaiata del ragù; indi appiattirle con spatola umida. Avvolgere con tuorlo d’uovo e pane grattugiato, come per la comune cotoletta. Dopo, lasciarle ferme qualche minuto, sommergerle in frittura in grasso bollente e servirle subito.

Medaglioni di vitello Tagliare alcune fette di vitello; lardellarle con fette di lardo e prosciutto e friggerle nel burro. Bagnare poi con brodo e vino bianco secco. A cottura raggiunta, disporre le fette sul piatto e coprirle con il sugo mescolato prima con quattro cucchiai di panna fresca.

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