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Editrice Artistica Bassano

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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’

LUGLIO / AGOSTO 2018

1938

E SERVIZIO


SOMMARIO

Copertina Agostino Brotto Pastega, Villa Dolfin Boldù con il Grappa sullo sfondo, tempera su carta, 2018 (pag. 16).

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXIV - n. 171 Luglio/Agosto 2018 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Andrea Gastner, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa L. Alberton Vinco da Sesso, A.F. Basso, A. Berton, P. Bizzotto, E. Confortin, D. Dinale, A. Faccio, D. Fadda, C. Ferronato, G. Giolo, G. Grandesso, C. Marchi, C. Mogentale, P. Pedersini, F.A. Rossi, O. Schiavon, M. Vallotto Corrispondenti Nino D’Antonio (da Napoli), Erica Schöfer (dalla Toscana), Albina Zanin (da Parigi) Stampa Peruzzo Industrie Grafiche - Mestrino (PD) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it Bassano News è stampato su carta patinata ecologica Hello gloss TCF (Total Chlor Free) Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia Quei dipinti sfregiati dall’Isis. La vicenda del pittore Matti al-Kanun

p. 34 - Renaissance A Pisa, mura con vista

p. 12 - Art News Ottobizz... Istinto e immediatezza, fondamenti di libertà

p. 40 - Il Cenacolo Philip Roth for ever (sine Nobel)

p. 10 - Pianeta Casa Speranze sul rilancio dell’immobiliare...

p. 14 - Ville Lumière Le opere tardive di Monet

p. 16 - Eventi “Monte Grappa tu sei la mia patria”

p. 18 - La lezione del passato La storia, mescolanza di cultura e civiltà

p. 20 - I nostri tesori Così re Davide è tornato a suonare l’arpa

p. 22 - Afflatus La scelta della scuola superiore in un mondo che cambia

p. 25 - Proposte La società del brutto

p. 26 - Incontri In passeggiata alla scoperta di S. Ignazio p. 28 - Schegge Pilzwiderstandsfähige

p. 30 - Sì, viaggiare Isole Egadi, perle del Mediterraneo

p. 32 - Artigiani Due iniziative di Confartigianato...

Sopra al sommario La mole possente del convento dei Santi Fabiano e Sebastiano sopra borgo Giara a Marostica: uno straordinario complesso, purtroppo fortemente degradato, da salvare e valorizzare prima che ogni tentativo di recupero risulti impraticabile. Servizio di Duccio Dinale a pag. 36.

p. 36 - Il rapporto Il convento dei Santi Fabiano e Sebastiano a Marostica

p. 43 - Esercizi di stile Corallo, un classico da rivalutare

Sotto La ricercatrice italo-brasiliana Catia Dal Molin. Studiosa dei fenomeni migratori veneti e già docente alla Universidade Federal di Santa Maria, ha pubblicato Ti tasi sempre. Ti parli mai, libro che documenta le traversie patite dai nostri connazionali sotto il regime di Getúlio Vargas (pag. 54).

p. 44 - Le terre del vino I vini del Friuli Venezia Giulia (3) p. 47 - Humanitas Di lassù ti scrivo

p. 48 - Art News Two Duilio Fadda. Il cuore fra Sardegna e Pedemonte p. 51 - Personaggi Gianni Mattana, ragazzo del ’38

p. 52 - Civitas Santa Maria in Colle, illustre bassanese

p. 54 - In vetrina “Ti tasi sempre. Ti parli mai” p. 56 - Indirizzi utili

p. 58 - Memorie Vittorio Emanuele III nei ritratti di Gaspare Fontana p. 60 - Ospitalità a Bassano e…

p. 62 - Ristorazione a Bassano e…

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Una storia drammatica, terminata con il lieto fine

Quei dipinti sfregiati dall’Isis LA VICENDA DEL PITTORE MATTI AL-KANUN

GENS BASSIA

Testo e fotografie di Emanuele Confortin

Giornalista e fotoreporter di Castelfranco Veneto, Emanuele Confortin ci racconta le tormentate vicissitudini di un docente d’arte della minoranza cristiana siriaco-irachena e della sua famiglia. Emblematica, in un tragico contesto di guerra a tutto campo, la scelta di eleggere l’arte quale possibile e augurabile antidoto alla violenza e agli scempi.

Tutto ha inizio in Iraq, a Bartella, città a maggioranza siriaca posta 20 chilometri a est di Mosul. Qui vive Matti al-Kanun, pittore cristiano di 75 anni, rientrato nella sua abitazione dopo quasi tre anni di occupazione dell’Isis. Era il 6 agosto 2014 quando i jihadisti superarono l’ultima resistenza dei peshmerga curdi, estendendo il loro metodo di governo a Bartella e su gran parte della Piana di Ninive, fino alla catena dei monti Sinjar a ridosso del confine turco-siriano.

Per decine di migliaia di cristiani e di shabak sciiti, le principali componenti etniche di Bartella, l’unica soluzione è stata la fuga. Tre anni dopo la città è libera, ma languisce in uno stato di profondo degrado. Il quartiere in cui viveva la famiglia Al Kanun è disseminato di macerie. Tutto attorno, silenzio e carcasse di auto blindate testimoniano gli scontri avvenuti a ottobre 2016, quando le truppe dell’esercito iracheno riconquistarono l’area. Era l’inizio dell’offensiva “Stiamo arrivando,

Ninive” contro lo Stato Islamico in Iraq, poi diventata “Battaglia di Mosul”, il cui termine e la «fine di Daesh in Iraq» sono stati celebrati il 10 dicembre 2017 dal Primo ministro e comandante in capo delle forze armate di Baghdad, Haider al-Abadi. La riconquista di Bartella è avvenuta prima che l’assedio di Mosul prendesse le sembianze di una rappresaglia verso i sunniti, accusati di aver aperto le porte ai jihadisti, consentendo la nascita del Califfato. Dopo la ritirata dei

Qui sopra Il pittore Matti al-Kanun, tornato a casa dopo la liberazione di Bartella da parte delle forze armate di Baghdad, esamina gli squarci praticati dai jihadisti sulle sue opere.

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In alto, da sinistra verso destra Così si presentava la Madonna con Bambino dipinta da Matti al-Kanun, dopo essere stata rozzamente lacerata dai militanti dell’Isis. Il pittore durante la riparazione dell’opera, eseguita solo con acqua, colla e un pezzo di tela: operazione compiuta senza occultarne gli sfregi, allo scopo di preservare la memoria di quanto accaduto e di rivendicare così il diritto alla normalità per tutte le comunità dell’Iraq. A fianco Il particolare dei volti della Madonna e del Bambino Gesù, chiaramente ispirati a modelli figurativi orientali con, evidenti, i segni delle cuciture.

miliziani, a Bartella è iniziata la lenta bonifica dagli ordigni inesplosi e dalle trappole esplosive, proseguita fino a primavera 2017. Ciò ha permesso agli abitanti di rientrare, e di quantificare i danni subiti dalle abitazioni e magari mettere un po’ in ordine. Superata la soglia di casa, Al Kanun sale al secondo piano, alla

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ricerca delle sue opere, 35 in tutto, abbandonate al momento della fuga. I dipinti sono ammassati alla rinfusa a lato della porta metallica che conduce sul tetto piatto con le cisterne per l’acqua. Quasi tre anni di abbandono hanno lasciato un’impronta evidente. La polvere rinsecchita dal caldo torrido riveste i colori come una

patina, facendo trasparire solo gli ampi squarci inferti dai jihadisti sulle tele a tema cristiano, tre in tutto. Quello che un tempo era l’atelier di un artista, oggi sembra un ammasso di rifiuti, dove i frammenti di intonaco scricchiolano sotto le suole, rompendo un silenzio quasi irreale. Dal controsoffitto penzolano pannelli in


GENS BASSIA A fianco Verso il centro di Bartella, i segni della battaglia tra jihadisti ed esercito iracheno.

gesso scivolati dall’intelaiatura a quadrati. La struttura portante dell’edificio tuttavia è integra, le granate più vicine sono cadute a qualche decina di metri di distanza. Questione di fortuna. «In città erano fuggiti tutti ormai, verso Erbil. Ho visto delle persone caricare su un mezzo le loro cose e andarsene, erano tra gli ultimi rimasti. A quel punto ho capito che non potevamo rimanere oltre. Un’auto ci ha portati a Kalak, e da lì a Erbil». Usa queste parole Matti al-Kanun per descrivere quel giorno d’agosto 2014, quando è fuggito da Bartella. Si esprime nella sua lingua, variante locale dell’aramaico con qualche intrusione di arabo. Una frase alla volta, trattenendo l’emozione davanti all’ingresso di casa assieme alla nuora Elien che funge da interprete. «Quando siamo scappati abbiamo preso poche cose, ho lasciato qui molti dipinti, con me ho portato solo i più piccoli, in un album. Ho sofferto molto per questo, ma non c’è stata alternativa». Per Al Kanun e la sua famiglia, dodici persone in tutto, è iniziato

il limbo a Erbil, in un monolocale dalle pareti in cartongesso ricavato nelle aree sfitte del centro commerciale Nishtiman, divenuto un campo sfollati per centinaia di famiglie cristiane e musulmane, allo stesso modo fuggite dalla guerra. «Guarda, avevamo un bel prato, con i fiori e l’erba verde», spiega Ramiz al-Kanun, figlio di Matti, mentre scorre vecchie foto di casa sullo schermo del telefono, soffermandosi nella stessa posizione da cui erano state scattate. L’immagine di oggi è desolante, un fazzoletto di terra secca punteggiata da bossoli di proiettili e da qualche filo d’erba. Poi si alza, scuote la testa e prosegue verso l’ingresso, sotto una tettoia ombreggiata che protegge dai cinquanta gradi di agosto. La casa è vuota, i jihadisti hanno visitato ogni abitazione, rubando arredamenti e suppellettili, poi svenduti all’interno del loro Califfato o usati come ricompensa per i soldati meritevoli. «Prima della fuga la casa era stata rimessa a nuovo, il 9 agosto io e Rami ci saremmo

sposati», spiega Elien, indicando gli spazi vuoti della sala da pranzo, «stavamo già preparando il cibo per gli ospiti, ma tre giorni prima siamo fuggiti. Hanno preso la

EMANUELE CONFORTIN

Cronista sul campo di Giancarlo Saran

Emanuele Confortin appartiene a quella schiera di cronisti di razza che la notizia la vanno a cercare, sui fronti di guerra, mettendoci davvero le scarpe sul terreno e rischiando in prima persona. Chi ha una certa anzianità di lettura ricorderà nomi quali Egisto Corradi (correvano i tempi delle guerre in Cambogia e in Vietnam) e, dopo di lui, Lucio Lami (guerre del Golfo, Afghanistan), in percorsi condivisi con Toni Capuozzo, Fausto Biloslavo e molti altri che, in queste terre di nessuno, sono caduti sul campo. Emanuele proviene da una formazione diversa: laureatosi in Lingue e Civiltà Orientali a Ca’ Foscari di Venezia, per lui tutto è cominciato dall’India, da dove ha iniziato a lavorare in quei mondi sospesi tra passato e futuro quali sono le montagne ai confini del Tibet. Sarà anche per questo che, per distrarsi, Emanuele arrampica

Sopra Costretta a fuggire dall’Isis tre giorni prima di sposarsi. Un rubinetto è quanto resta della cucina di Elien al-Kanun, nuora di Matti, a Bartella. sulle nostre Dolomiti. Con il tempo la sua sensibilità si è affinata e lo ha portato a indagare su quella particolarissima antropologia legata all’uomo che si trova prigioniero, a casa sua, di cose più grandi di lui; e di chi, da quest’inferno, vuole scappare rischiando di trovarne di peggiori. Ecco allora il suo bellissimo libro Dentro l’esodo. Migranti sulla via europea (Antiga, 2017) nel quale racconta come, in diverse tappe, ha affiancato a piedi, in autobus, nei loro stessi campi di sosta, uomini, donne, famiglie che dall’Iraq orientale, costeggiando i fronti di guerra, cercavano di arrivare in Europa attraverso la via dei Balcani. Ma al cuor non si comanda e a opera conclusa, con relative mostre (tutte di successo), Emanuele è tornato a cercare altre storie per raccontarle e valorizzare così quegli eroi, senza nome, che lottano per la vita ogni giorno. Ecco allora materializzarsi la vicenda di Matti al-Kanun, docente d’arte, pittore per passione, della minoranza cattolica, siriaco-irachena: una storia tutta da leggere e da vivere in diretta che, per una volta e per la gioia di tutti, si è conclusa con un lieto fine.

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GENS BASSIA

A fianco Un blitz in furgone a Bartella per recuperare le tele e portarle al sicuro. Sotto, dall’alto verso il basso L'iconoclastia dei jihadisti colpisce anche Winnie de Pooh, all’esterno di un asilo per l’infanzia a Mosul. Missili fai da te a Bartella, recuperati dalle officine dei miliziani.

cucina, hanno preso tutto, sono rimasti solo un cuscino e una tenda». Superato l’atrio, Matti al-Kanun infila le scale e si affretta a raggiungere il suo atelier e le tele rimaste. Nell’ammasso spicca la sua Madonna con Bambino addossata alla parete, un metro e ottanta di altezza per un metro di larghezza. Sotto alla patina di polvere si scorge il turchese dello scialle su sfondo azzurro, in contrasto con i gialli e l’arancio usati per delineare l’aureola. L’immagine risulta comprensibile malgrado lo squarcio al volto, poi un altro esteso all’intera lunghezza del busto. Stessa sorte è toccata al Ritratto di Gesù e alla Deposizione di Cristo, ugualmente deturpati in nome di un’iconoclastia che, benché non sia specificamente islamica, attribuisce al gesto dei miliziani un carattere peculiare: colpire le minoranze attraverso i loro simboli religiosi. E’ questo lo scopo degli uomini di Al Baghdadi, per i quali l’estensione del Califfato prevede l’eliminazione di qualsiasi ele-

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mento alieno alla loro ideologia. Trattamento riservato in egual misura a cristiani, curdi, yazidi e musulmani. «Hanno tagliato le tele in quanto è nella loro cultura», spiega Al Kanun, con gli occhi inchiodati sui dipinti disposti sul tetto. «Sono nemici, sono contro i cristiani e le altre minoranze, è il loro modo di eliminare la nostra identità. Sapevo che sarebbe accaduto. Rientra nel loro modo di agire». La reazione dell’artista siriaco di fronte allo scempio dei jihadisti è inequivocabile. «Voglio riparare i miei dipinti per dimostrare che si può resistere. Non sono un uomo politico, non sono nemmeno un soldato. L’arte è l’unico modo che ho per oppormi a tutto questo». Trovato un furgone a Erbil, Matti e il figlio Ramiz tornano a Bartella per recuperare le opere. Le tele trovano posto l’una sull’altra, ammassate nel cassone del mezzo. Poi inizia il difficile rientro attraverso il checkpoint dell’esercito iracheno, poi quello dei peshmerga curdi, ultimo ostacolo

sulla via di Erbil. Qui Al Kanun completa il lavoro. Con un pezzo di tela, dell’acqua e un po’ di colla vinilica ricompone gli squarci delle opere. Lo fa per se stesso, per la sua comunità e per le altre comunità dell’Iraq, a prescindere dalla fede o dall’etnia, tutte in egual misura colpite da tre lustri di violenze, iniziate quando “stato islamico” erano ancora parole senza senso. Il suo è un messaggio di speranza. Mettendo assieme i brandelli squarciati vuole ricomporre le divisioni provocate dalla guerra, causa di profonde spaccature tra le comunità dell’Iraq. Un segno dopo l’altro Al Kanun rimette ordine tra le parti. Così facendo manifesta la sua resilienza al fanatismo e alla guerra, intende dimostrare la volontà di un popolo intero, mai come ora sfiancato dall’odio e dalle divisioni etniche. Un messaggio di speranza pensato tra le ombre della guerra. Questo perché «tornare alla vita è possibile», anche partendo dalle macerie, anche in Iraq. Parola di Matti al-Kanun.


Speranze sul rilancio del settore immobiliare...

Le sfide per tornare a crescere

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

PER RACCOGLIERE 24 MLD DI TASSE SUGLI IMMOBILI E’ STATA CAUSATA UNA PERDITA DI VALORE STIMABILE TRA 1.000 E 2.000 MLD DI EURO 19 giugno 2018

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Cosa farà -si chiede Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia- il nuovo Governo sull’immobiliare? Nel contratto fra Lega e Movimento 5 Stelle non c’è molto su questo tema, anche se si registra il passaggio del capitolo sul fisco in cui si parla di “contrarietà a misure di tassazione di tipo patrimoniale”. E’ pure confortante leggere il proposito di azioni più incisive contro le occupazioni abusive di immobili e quello di “rilanciare il patrimonio edilizio esistente”, favorendo la rigenerazione urbana e la riqualificazione energetica. Gli interessi del comparto si intrecciano inoltre con altre misure indicate nel testo (dalla flat o dual tax al reddito di cittadinanza). Non va poi dimenticato che il programma della Lega conteneva la proposta di introdurre la cedolare secca per le locazioni commerciali e l’abolizione dell’Imu sui negozi sfitti. La speranza è che fra le priorità dell’esecutivo sia previsto il rilancio del settore immobiliare quale mezzo di stimolo per la crescita, con effetti virtuosi sulle imprese, sul lavoro e sui consumi. L’onere tributario sul comparto deve essere razionalizzato e ridotto.

In sede locale va previsto un vero tributo sui servizi, deducibile dal reddito per famiglie e imprese e a carico del soggetto che occupa il bene. I locali commerciali devono essere salvati dalla condanna all’abbandono, con misure fiscali e di snellimento della normativa. E’ necessario fornire ai locatori garanzie di rientrare in possesso dell’immobile in tempi certi in caso di morosità o a fine contratto. Occorre favorire lo sviluppo del turismo anche attraverso la proprietà immobiliare diffusa. Nel governo è presente, come ministro per gli affari europei, un economista che ha dimostrato di aver compreso i danni procurati all’Italia dall’eccesso di tassazione sugli immobili in essere dal 2012: nel suo libro Come un incubo e come un sogno (Rubbettino, 2018) il professor Paolo Savona rileva come il Governo Monti (non corretto dai successivi) abbia disposto un aumento della tassazione del risparmio investito in immobili “che ha causato una paralisi di questo motore dello sviluppo a seguito di una caduta grave dei valori immobiliari, con effetti negativi sui consumi e una generale sensazione di impoverimento da parte della popolazione”.

A DOMANDA... RISPOSTA!

Si domanda se le modalità di convocazione dell’assemblea condominiale possano essere derogate dal regolamento di condominio L’art. 66 disp. att. c.c. prescrive che la convocazione assembleare debba essere effettuata a mezzo raccomandata o pec o fax o mediante consegna a mano. Ai sensi dell’art. 72 disp. att. c.c. l’art. 66 è inderogabile anche da un regolamento di natura contrattuale. Quindi non possono essere ammissibili forme diverse di comunicazione.

Le polizze “globale fabbricati” prevedono, in caso di liquidazione di sinistri, l’applicazione di specifiche franchigie. Ciò posto, si domanda se il condomino danneggiato da un bene comune abbia diritto all’integrale risarcimento del danno subito e quindi a richiedere anche la somma non coperta dall’assicurazione. Il danneggiato ha diritto a essere risarcito integralmente del danno. La somma non coperta, pari all’ammontare della franchigia, deve essere versata dalla compagine condominiale, ivi compreso il danneggiato che, in quanto condomino, è comproprietario della cosa comune da cui è derivato il danno.

A cura dell’Ufficio Legale di Confedilizia


La pittrice Paola Bizzotto e la sua visione dell’arte

OTTOBIZZ... ISTINTO E IMMEDIATEZZA FONDAMENTI DI LIBERTA’

ART NEWS

Testi di Elisa Minchio e Andrea Gastner

Fotografie: Ottobizz..., Bruno Ferraro, Bassano News

La Natura come fonte ispiratrice e al tempo stesso soggetto privilegiato delle sue originali creazioni: quadri o poesie che evocano le suggestioni di un mondo possibile e carico di messaggi positivi.

In una terra antica affondo le mie radici... in un cielo infinito protendo i miei rami... in un vento giocoso si cullano le mie foglie... io donna albero...

Ottobizz..., Donna albero, 2011

“Possiedo un cavallo chiamato fantasia; quando lo lancio in corse sfrenate nessuno può raggiungermi e la libertà è assoluta. Quando mi fermo, alla fine della corsa, il quadro è lì, davanti a me! Cavallo, cavallo della mia fantasia portami via...”. Parole evocative che troviamo nel sito della pittrice bassanese Paola Bizzotto (in arte Ottobizz...) e che costituiscono, per così dire,

Sopra, da sinistra verso destra La pittrice Paola Bizzotto, in arte Ottobizz..., durante un’esposizione. Incendio d’autunno, acrilico su pannello, cm 40x60, 2009.

Qui sotto Les Baigneurs, acrilico su birilli da bowling riciclati, 2017.

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la sua inconfondibile cifra artistica. Una fantasia che non può e non vuole essere imbrigliata all’interno di un nitido e ponderato percorso progettuale, per poter erompere con spontaneità e immediatezza, sia che si concretizzi in un quadro sia che invece assuma la forma alata di una poesia. Istinto, impulso, tempestività: sono questi gli imprescindibili presupposti che Ottobizz... pone a fondamento dell’atto creativo. Il quale, necessariamente, deve coincidere con una scelta di assoluta libertà, senza lasciare il minimo spazio all’incertezza o a eventuali ripensamenti. Anche a costo di sacrificare la cosiddetta perfezione, che poi -a ben vederenon è una prerogativa di questo nostro mondo. E nemmeno della Natura, dalle cui molteplici e sorprendenti manifestazioni la pittrice trae continua ispirazione, assegnandole, seppur attraverso diverse forme e colori, un ruolo da protagonista nelle sue opere.

Una filosofia che conduce verso precise opzioni tecniche ed espressive fra le quali, in primis, l’uso del colore acrilico, che Ottobizz... integra con materiali eterogenei e riciclati (spesso recuperati da scarti) come vetro, legno, carta e anche minuscoli frammenti di specchi. Ma niente cornici, poiché l’artista, coerente con se stessa, desidera che i suoi quadri “rimangano liberi”. La Natura, dicevamo, come fonte privilegiata e soggetto principale della produzione artistica della pittrice: fiori, paesaggi e animali passati attraverso l’originalissimo setaccio di Paola Bizzotto e rappresentati a tinte accese tramite un cromatismo vigoroso e d’impatto. Lavori eseguiti talvolta preferendo le mani al pennello piuttosto che alla spatola e ai tamponi; ma realizzati pure con l’ausilio di stracci e scampoli a significare come, guardando le cose con occhi diversi, sia possibile trasformare il negativo in positivo. E.M.


ART NEWS

A fianco Foresta di vetro, tecnica mista (acrilico, vetro, specchio, pasta acrilica) su tela, cm 80x60, 2010.

Paola Bizzotto, bassanese di San Vito, abita ora a Mussolente ed è un’artista dalla personalità vivace e comunicativa, con le idee chiare: tutto in lei proviene dalla passione e da un incondizionato senso di libertà che, assieme alla fantasia, “guidano” le sue mani. A volte l’ispirazione può nascere durante il sonno: la sera prima, il nulla; il giorno dopo, il quadro prende forma. Il tempo che l’olio impiega ad asciugarsi le è d’impedimento: ecco perché preferisce l’acrilico. Dipinge su legno o su tela, usando colori o altri materiali che ne arricchiscono le opere e sono frutto dell’estrosità personale.

Ma l’artista rimette in gioco pure prodotti scartati, riutilizzandoli con creatività. Mi ha colpito, per esempio, come ha saputo dare nuova vita ad alcuni birilli da bowling non più usabili, trasformandoli in personaggi d’altri tempi: bagnanti o gentiluomini della Belle Époque, con tanto di baffi e pettinature impomatate, cravatte e papillon. Nella Foresta di vetro, un’opera nella quale s’intravede fra le piante l’immagine di un misterioso cavaliere, Ottobizz... ha inserito minuscoli pezzi di vetro che si avviluppano sui tronchi... Un’artista decisa, Paola Bizzotto, che sa ciò che vuole: non è da lei

infatti cancellare e rifare. Nella sua collezione non manca però qualche astratto: percorrere sempre vie nuove è il suo motto! Le chiedo se ha qualche hobby. Mi risponde che ama andare in bicicletta accompagnata dal marito, guardandosi attorno e ammirando la natura, che non manca mai di stupirla. Altra sua grande passione è la poesia, alla quale accompagna il piacere di stare frequentemente con i bambini a leggere fiabe. Con le parole Ottobizz... riesce a incantarli: la si può trovare spesso nella nostra Biblioteca Civica, attorniata da piccoli amici che l’ascoltano a bocca aperta. A.G.

Sopra, da sinistra verso destra Istinto negato - Volpe, tecnica mista (acrilico e pasta acrilica) su pannello, cm 50x50, 2010. Monsieur Bigio, tecnica mista (acrilico) su legno, cm 40x40, 2017. Mimetismo, tecnica mista (acrilico) su tela, cm 50x50, 2010.

In alto Notturno in laguna, tecnica mista (acrilico e pasta acrilica) su pannello, cm 50x50, 2015.

Ottobizz... (Paola Bizzotto) Pittrice

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Tel. 338 3138643 bipa.pb@libero.it www.ottobizz.altervista.org


“Nymphéas. L’abstraction américaine et le dernier Monet Fino al 20 agosto al Museo dell’Orangerie

VILLE LUMIèRE

Le opere tardive di Monet e la loro influenza sull’arte astratta

di Albina Zanin

nostra corrispondente da Parigi

Definite “un suicidio plastico” in occasione della loro presentazione nel 1927, furono presto dimenticate. Vennero però rivalutate -dopo alcuni decenni- dagli artisti americani, che le considerarono una fonte d’ispirazione per il nascente Espressionismo astratto.

Io devo forse ai fiori l’essere diventato pittore. Claude Monet

A fianco Claude Monet, Ninfee blu, olio su tela, 1916-1919. Parigi, Museo d’Orsay. Sotto, dall’alto verso il basso Claude Monet, Il ponte giapponese, olio su tela, 1918. Parigi, Museo Marmottan. Philip Guston, Dial, olio su tela, 1956. New York, Whitney Museum of American Art.

Chi ama Monet ha forse potuto recarsi a Giverny per contemplare il suo splendido giardino con il laghetto di ninfee e il mitico ponte giapponese, che tanto ispirarono le sue tele seriali. All’indomani dell’Armistizio dell’11 novembre 1918 Monet decise di offrire allo Stato francese due pannelli di Ninfee come contributo personale alla vittoria. Ed è proprio per celebrare il centenario dalla donazione di questi pannelli che il Museo dell’Orangerie ha allestito una mostra, cogliendo l’occasione per sottolineare la risonanza delle opere tardive dell’artista al momento della consacrazione dell’Espressionismo astratto. Purtroppo i 22 pannelli di Ninfee inaugurati al Musée dell’Orangerie nel 1927 non incontrarono l’approvazione del pubblico, insensibile alle forme prive di

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prospettiva e più rivolto verso la raffigurazione e l’astrazione geometrica. In quelle tele tardive i critici d’arte videro un’opera testamentaria di vecchiaia, resa informe dalla cataratta dell’artista o addirittura, come le definì Lionello Venturi, “il più grave errore artistico commesso da Monet”. Clive Bell, inoltre, le paragonò a dei “diagrammi policromi di una triste monotonia”. Si dovette attendere il 1952 e la riapertura delle sale (danneggiate da una granata durante la Liberazione di Parigi) perché la potenza premonitrice di queste opere incontrasse la forza poetica e la dinamica dell’attrazione americana degli anni Cinquanta. Nel Dopoguerra la consacrazione dell’Espressionismo astratto americano permise di “scoprire” le ultime opere di Monet. Fu allora che numerose tele della serie, rimaste nell’atelier di Giverny dopo il decesso dell’artista nel 1926, furono messe in vendita dal figlio Michel e diffuse nel mercato, soprattutto americano, attirando così l’interesse dei collezionisti e dei musei. Contestualmente Alfred Barr, direttore del Museum of Modern Art di New York, acquisì nel 1955 un grande pannello delle Ninfee di Monet: una rivelazione! I critici e il mercato d’arte d’Oltreoceano furono unanimemente concordi nel vedere in

Monet una “fonte” essenziale dell’arte astratta ed egli venne presentato come “una passerella tra il naturalismo dell’inizio dell’Impressionismo e la scuola contemporanea d’astrazione più spinta” di New York. Il pittore André Masson, rifugiatosi a New York tra il 1940 e il 1945, dichiarò che le Ninfee dell’Orangerie erano “la Sistina dell’Impressionismo”. Il percorso espositivo della mostra, aperta fino al 20 agosto, è articolato su una selezione delle ultime tele di Monet, che dialoga con una ventina di capolavori realizzati (tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’60) da artisti americani quali Rothko, Clyfford Still, Barnett Newman, Morris Louis, Philipp Guston, Joan Mitchell, Jackson Pollock, De Kooning, Ellsworth Kelly... Secondo lo storico d’arte Michel Leja, sono gli stessi quadri espressionisti astratti americani “a educare lo sguardo pubblico e renderlo capace di apprezzare, nel suo giusto valore, la produzione tardiva di Monet”. “L’ultima maniera di Monet”, aveva scritto già nel 1948 il critico americano Clement Greenberg, “mette in crisi le convenzioni della pittura da cavalletto. Vent’anni dopo la sua morte, le sue pratiche sono diventate il punto di partenza di un nuovo modo di dipingere”.


Un grande evento in programma a Rosà, nella cornice di villa Dolfin, celebrerà il prossimo 24 agosto i cento anni dalla prima esecuzione pubblica di uno degli inni patriottici più amati

EVENTI

di Giuseppe Grandesso Fotografie: Archivio storico Ca’ Dolfin, Giuseppe Grandesso, Massimo Tessarolo

“MONTE GRAPPA TU SEI LA MIA PATRIA”

Qui sotto Il capitano Antonio Meneghetti si presenta al re Vittorio Emanuele III prima di dirigere l’esecuzione di vari inni patriottici, tra i quali la canzone “Monte Grappa tu sei la mia patria”, composta ad hoc per l’occasione.

La storia di una canzone che appartiene a buon diritto alle memorie di un popolo costituisce l’occasione per ricordarne, con una serie di manifestazioni, la genesi quasi avventurosa...

Sotto, dall’alto verso il basso L’arrivo del sovrano a villa Dolfin, il 24 agosto 1918. Gli organizzatori dell’evento in una foto ricordo. In basso, a destra Villa Dolfin in una foto del 1880.

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Nell’anno delle celebrazioni della Grande Guerra, nella comunità rosatese è maturata un’iniziativa che -pur avendo radici legate a quel lontano conflitto- non ha la pretesa di evocare rivalità o tragici momenti di contrapposizione, ma vuole ricordare la nascita di una canzone che ha saputo unire e armonizzare tante coscienze. E’ pur vero che si tratta di un inno patriottico, ma la sua struttura si nutre di quel linguaggio universale, la musica, che sa legare chiunque e in qualunque parte del mondo. Poiché un insieme coordinato di note esprime armonia, il nostro obiettivo -partendo da una lontana rappresentazione- è stato quello di raccogliere numerose sensibilità diverse sotto un unico abbraccio. Parliamo della canzone Monte Grappa tu sei la mia Patria, nata durante la guerra e fra le più conosciute e apprezzate. Nell’agosto del 1918 le sorti del conflitto erano incerte e la difesa delle posizioni acquisite, simbolo ne furono il Piave e il Grappa, era di vitale importanza per l’integrità nazionale. Le cronache del tempo

ci riportano a quando il generale Gaetano Giardino, consapevole della volontà del re di organizzare una festa per la IV Armata con l’intento di infondere nelle truppe un senso di solidarietà e vicinanza, incaricò il generale De Bono di creare una canzone che richiamasse il motivo “Monte Grappa tu sei la mia Patria”, diffuso tra la popolazione irredenta come simbolo di appartenenza e di libertà. Perentorio fu l’invito di Giardino, pronta la risposta di De Bono, a quel tempo comandante del IX Corpo d’Armata che aveva sede

logistica in villa Dolfin Boldù a Rosà. Così il 4 agosto 1918 De Bono iniziò a scrivere i versi della canzone in settenari, mentre il capitano degli alpini Arturo Andreoletti (addetto all’ufficio operazioni del Comando e appassionato di musica) cercò di tradurre in note il motivo che il generale stava creando. Lo sforzo, tuttavia, non approdò a un risultato soddisfacente. L’indomani De Bono consegnò una versione ridefinita, questa volta strutturata in endecasillabi ad Andreoletti. Proprio allora un episodio inat-


I rappresentanti del Gruppo Culturale “XXIV Agosto”. Da sinistra: Stefano Fabris, La “Banda Monte Grappa” in concerto. La formazione musicale, nata alla fine del XIX Silvano Bordignon, Paolo Bernardi, Angelo Bizzotto, Enrico Bordignon, Giuseppe secolo e sciolta durante la guerra, si ricostituì nel 1918 prendendo nome dalla “Canzone”. Grandesso, Massimo Tessarolo, Gianni Ferraro e Mario Baggio. Nel 1969 fu insignita di Medaglia d’Oro dal presidente del Consiglio Mariano Rumor.

teso fornì lo spunto per cambiare il destino del progetto: durante un turno di riposo gli ufficiali della Compagnia del capitano Meneghetti vennero invitati a pranzo dal colonnello Mariotti. Durante l’incontro la Banda del 92° Reggimento eseguì alcune marce militari, tra le quali una composizione dello stesso Meneghetti (già noto per alcuni lavori musicali pubblicati sotto lo pseudonimo di “Dux”). In quell’occasione il colonnello Jori prese informazioni sul capitano e lo convocò chiedendogli senza tanti convenevoli se fosse un compositore. Sintetica ed esauriente la risposta: “Non precisamente, ho studiato un po’ di musica”. In realtà Meneghetti aveva cominciato a picchiettare i tasti del pianoforte a cinque anni per poi compiere studi di tecnica e composizione, con maestro di strumentazione nientemeno che il padre di Arturo Benedetti Michelangeli. Inoltre prima della guerra aveva composto dei lavori spaziando tra musica da camera, musica leggera e canti liturgici. Quel giorno, comunque, la conversazione fini lì. L’indomani Meneghetti venne invitato a Villa Dolfin per un colloquio con il generale De Bono, che gli chiese se conoscesse già la filastrocca cantata dalla gente della Val Cismon. Meneghetti ammise di conoscere solo la frase “Monte Grappa, tu sei la mia Patria”, scritta su ogni muro. Così, preso dalla tasca un foglio di carta scritto a matita, De Bono glielo porse: “Capitano, i versi

sono già pronti: glieli affido!”. Dopo averli letti, Meneghetti offrì pronta collaborazione: “Se ha carta da musica, scrivo subito”. Il generale, intuendo l’importanza del momento, dispose che il capitano rimanesse a colazione facendo accomodare l’ospite in salotto, dove si trovavano un tavolino e un pianoforte. Le cronache parlano di una stesura repentina: infatti in poco più di mezz’ora Meneghetti buttò giù la traccia della canzone. Il motivo, scritto d’impeto, venne apprezzato da De Bono, che incaricò il compositore di farlo intonare a un coro militare per poi sottoporre la prima esecuzione al giudizio del generale Giardino, che si trovava a Galliera Veneta dove aveva sede il comando della IV Armata. Il generale, entusiasta, diede disposizione per formare un coro più imponente, in vista delle cerimonie che si stavano organizzando in onore dell’Armata del Grappa. Si ebbe il tempo di compiere solo alcune prove, ma il brano aveva già di per sé una base solida, tanto che dopo pochi marginali aggiustamenti venne inserito tra gli inni eseguiti il 24 agosto 1918. Di quella memorabile giornata, scarne sono le cronache; importanti sono invece i ricordi dei nostri antenati e gli appunti dattiloscritti riportati da alcuni componenti di casa Dolfin. Si narra di una giornata sobria ma al tempo stesso carica di passione e orgoglio nazionale. La guerra non consentiva infatti esibizioni festose; tuttavia una moltitudine di protagonisti in divisa, di buon

mattino, calcarono il prato davanti alla villa in attesa della venuta di S.M. Vittorio Emanuele III. L’evento ebbe inizio con l’arrivo dello Stato Maggiore italiano, al quale seguirono numerose rappresentazioni: la sfilata delle truppe, la premiazione dei valorosi e l’esecuzione di inni patriottici. Fu dunque in questo contesto che venne inserita la canzone “Monte Grappa tu sei la mia patria”, eseguita pubblicamente per la prima volta. Lo stesso re volle congratularsi con i compositori per l’ottimo lavoro prodotto. E fu così che quella canzone, “quasi improvvisata” , divenne uno degli inni patriottici più amati della Grande Guerra. Da qualche tempo un gruppo di appassionati, uniti dal comune obiettivo di ricordare quell’evento, si sta impegnando per celebrare al meglio, il prossimo 24 agosto, una delle pagine di storia più interessanti della nostra comunità. Villa Dolfin sarà, dunque, il naturale palcoscenico per i 100 anni della “Canzone del Grappa”. A sostegno dell’iniziativa sono state invitate molte associazioni e tutti i comuni dell’area del Grappa. Fra le manifestazioni a corredo della festa, una rassegna fotografica dedicata a quel lontano 24 agosto 1918 e l’esposizione del pianoforte usato da Meneghetti. I festeggiamenti si concluderanno con un grande concerto della banda di Rosà, che proporrà una nuova canzone composta per l’occasione.

Programma del CONCERTO A VILLA DOLFIN BOLDÙ per la ricorrenza dei 100 anni della prima esecuzione della “Canzone del Grappa” Rosà, 24 agosto 1918 - 24 agosto 2018 Prima parte - Coro Improvviso 1) Mani di Luna (parole e musica di Marco Maiero); 2) Monte Pasubio (parole di Carlo Germiniani, musica di Bepi De Marzi); 3) Carezze (parole e musica di Marco Maiero); 4) Stellutis alpinis (testo e musica di Arturo Zardini, elaborazione di Mario Lanaro); 5) Monte Nero (armonizzazione di Gianni Malatesta; arrangiamento per violoncello, pianoforte, fisarmonica, coro maschile e soprano: Mario Lanaro); 6) Io resto qui: addio! (Giorgio Susana) 7) Ricordi quel treno? (parole e musica di Marco Maiero). Parte seconda - Banda Monte Grappa 1) Echi di trincea (fantasia sulle musiche della Grande Guerra: Il capitan della Compagnia, Tapum, Sul ponte di Bassano (arrangiamento di Fulvio Creux); 2) Marcia Reale (inno nazionale del Regno d’Italia 1861-1943) di Giuseppe Gabetti - revisione di Stefano Fabris; 3) Il silenzio fuori ordinanza (arrangiamento di Stefano Fabris); 4) Preghiera del soldato, accompagnata dalle note della Leggenda del Piave di Ermete Giovanni Gaeta (arrangiamento di Stefano Fabris); 5) Inno alla gioia di Ludwig van Beethoven (arrangiamento di Stefano Fabris); 6) Ave Maria di Robert Prizeman (arrangiamento di Stefano Fabris). Coro e Banda 1) Montanara di Toni Ortelli (arrangiamento di Stefano Fabris); 2) Inno della Fratellanza di Philippe Rombi (arrangiamento di Stefano Fabris); 3) Rosa Rosà, musica di Mario Lanaro, versi di Silvano Bordignon, (arrangiamento di Stefano Fabris) 4) La Canzone del Grappa (testo del gen. Emilio De Bono, musica del cap. Antonio Meneghetti - revisione di Stefano Fabris).

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Sostenere il contrario, oggi, significa essere ostinatamente ancorati ad analisi, valori e schemi ormai superati...

LA LEzIONE DEL PASSATO

LA STORIA, MESCOLANZA DI CULTURA E CIVILTA’

di Gianni Giolo

Dei piaceri e dei beni che possediamo non ce n’è alcuno esente da qualche mescolanza.

Secondo Elias Bickerman, studioso delle relazioni giudaico-ellenistiche, l’incontro degli Ebrei con i Greci ebbe luogo prima ancor della conquista di Alessandro Magno e ne influenzò i modelli culturali. Egli rileva infatti evidenti analogie fra la centralità della Torah e quella dei libri omerici.

Michel de Montaigne

Elias Bickerman, accanto a Finley e Momigliano, è uno dei grandi della storiografia. Il suo libro The Jews in the Greek Age, apparso postumo ad Harward nel 1988, è il punto di arrivo della sua riflessione critica. Il punto di partenza era il libro rivoluzionario e scandaloso Der Gott der Makkabäer (Il dio dei Maccabei), pubblicato nel 1937 a Berlino, in cui sosteneva che la persecuzione antiebraica del sovrano seleucide Antioco IV era venuta proprio dagli stessi ambienti ebraici ellenizzati, dagli “ellenisti-giudei” di Gerusalemme. Tesi inquietante, soprattutto in quegli anni di persecuzione ebraica. La tesi opposta diceva che non sarebbe provata una profonda

Sopra, da sinistra verso destra Rubens e bottega, Il Trionfo di Giuda Maccabeo, olio su tela, 1636. Nantes, Musée des Beaux-Arts. Gustave Doré, L’Angelo dei Maccabei, xilografia acquerellata, tavola della Sacra Bibbia illustrata, 1866. Sotto Tetradramma raffigurante Antioco IV Selucide (175-164 a.C.).

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ellenizzazione di Gerusalemme, ma Bickerman obiettava che essa era provata ancora prima di Alessandro Magno. Lo storico segue il processo di ellenizzazione in tutta la sua complessità, a partire dal momento verificatosi con il subentrare del dominio macedone a quello persiano. Nota il progressivo affermarsi di una centralità della Torah (la legge ebraica espressa nel Pentateuco, cioè nei primi cinque libri dell’Antico Testamento) in analogia con il modello della centralità dei libri omerici nell’educazione greca. Constata il progressivo divaricarsi tra l’alto clero gerosolimitano, ricco ellenizzato e colto, e clero indigeno,

donde provennero i Maccabei. Appunto perché volto allo studio dell’incontro degli Ebrei con i Greci e viceversa, questo è dunque essenzialmente un libro sulla mescolanza. Lo si può osservare bene nei capitoli dedicati al cruciale fenomeno della traduzione della Torah (quella dei celebri “Settanta”) e cioè della Bibbia in greco avvenuta in epoca ellenistica. Centrale non solo nella vicenda del mondo giudaico-ellenistico ma della civiltà mondiale: “essa aprì la Bibbia al mondo, e -osserva Bickerman- senza questa traduzione Londra e Roma sarebbero ancora pagane e le Scritture non sarebbero note meglio del Libro dei morti egiziano”. Che la mescolanza orientaleoccidentale incominciasse ben prima di Alessandro Magno era un’intuizione del Niebuhr, che offusca e supera la stessa visione del Droysen dell’Ellenismo come mescolanza conseguente alla conquista macedone dell’Iran e dell’India. La storia è mescolanza di cultura e di civiltà. Lo stoicismo è presente nel buddismo del re indiano Asoka allo stesso modo che giudaismo e pensiero greco sono presenti nel cristianesimo. Chi sostiene il contrario sono gli ortodossi che sono come i patetici tutori della “purezza della razza”.


Marostica ha ritrovato, con un delicato restauro, un raro e singolare telo copri-organo

I NOSTRI TESORI

COSI’ RE DAVIDE E’ TORNATO A SUONARE L’ARPA

di Andrea Minchio

Fotografie: Studio di Restauro Alessandra Sella

L’intervento, eseguito da Alessandra Sella e Barbara D’Incau, è stato promosso dall’Associazione Sodalitas Cantorum e sostenuto dal Rotary Club Bassano Castelli. L’opera, ritrovata durante i lavori di recupero dell’Oratorio dei Carmini, era un tempo nella chiesa di Sant’Antonio Abate.

Sotto e a fianco Il particolare della testa di Re Davide nel telo copri-organo di Marostica, prima e dopo il delicato intervento eseguito dallo Studio di Restauro di Alessandra Sella con la collaborazione di Barbara D’Incau: le fotografie parlano da sole.

Sotto, da sinistra verso destra Albano Berton, Barbara D’Incau, Alessandra Sella e Luigi Colognese in occasione della presentazione ufficiale del telo, avvenuta all’Oratorio dei Carmini il 3 maggio scorso.

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Lo scorso 3 maggio, grazie al provvidenziale sostegno del Rotary Club Bassano Castelli e alla fattiva collaborazione della Sodalitas Cantorum, i marosticensi (e non solo) hanno potuto tornare ad ammirare un piccolo gioiello che sembrava dapprima perduto e poi quasi irrecuperabile: una restituzione dal chiaro significato artistico e religioso, sottolineato nel corso di una sobria cerimonia svoltasi all’Oratorio dei Carmini e preceduta da una circostanziata conferenza al Doglione. Di cosa stiamo parlando? Ce lo racconta Albano Berton, presidente dell’Associazione Sodalitas Cantorum, principale

promotore dell’iniziativa. “Si tratta di un telo copri-organo, ispirato al motivo di Re David che suona l’arpa, dipinto a olio su tela verso la fine del XIX secolo. Tale singolare drappo aveva la funzione di proteggere le canne di facciata dell’organo della chiesa di Sant’Antonio Abate, realizzato nel 1882 da Giovanni Battista Zordan (fondatore dell’omonima famiglia organaria di Cogollo del Cengio), durante la Quaresima e in particolare nel periodo compreso fra la domenica di Passione e la notte del Sabato Santo: una prescrizione adottata in segno di lutto e penitenza per onorare la passione e la morte

di Gesù Cristo”. Casualmente ritrovato fra gli oggetti abbandonati nell’Oratorio dei Carmini prima del restauro (quando cioè l’edificio era ancora adibito a magazzino), il telo si trovava in un precario stato di conservazione. Il supporto, privo di telaio e divenuto molto rigido, presentava infatti deformazioni, lacerazioni, tagli e lacune su tutta la superficie pittorica; la cromia dell’opera, inoltre, risultava molto offuscata per il deposito sulla tela di vari materiali. “Il restauro -prosegue Albano Berton- si rendeva necessario. Per noi è stato quindi naturale tornare a rivolgerci ad Alessandra


Sella e a Barbara D’Incau, che già avevano fattivamente collaborato al recupero degli affreschi e di altre opere d’arte nell’Oratorio dei Carmini. Ora, a intervento felicemente completato, il telo si trova su una parete dell’aula nord, sempre ai Carmini, e figura come uno scenografico arazzo dal grande impatto visivo”.

Il lavoro dalle restauratrici, però, non si è rivelato semplice, come ci spiega Alessandra Sella: “Il dipinto è stato eseguito su un supporto tessile in misto cotone ad armatura di tela con densità fitta e regolare. Costituito dall’assemblaggio di quattro pezze cucite verticalmente, è ancorato sul lato superiore a un rullo ligneo che serviva a riavvolgerlo e a stenderlo a seconda dell’esigenza.

Lo strato preparatorio, visibile perché utilizzato come fondo, è di colore grigio-bruno con spessore sottile. La pittura è stata eseguita con pigmenti legati a olio e stesi per velature. Detto questo, considerato il grave deterioramento dell’opera e la sua delicatezza, abbiamo proceduto dapprima con un’operazione di protezione della pellicola pittorica, per poi pulire il supporto tessile e rimuovere i materiali non idonei o non funzionali (rinforzi e cuciture). Successivamente è stata eseguita una pulitura degli strati pittorici, alla quale sono seguiti alcuni interventi sulla struttura lignea di sostegno e il ristabilimento delle funzionalità del supporto tessile Infine abbiamo provveduto a consolidare la pellicola pittorica e a ricomporne la cromia. Nel

complesso, un lavoro impegnativo ma di grande soddisfazione”. D’altro canto va anche detto che manufatti come questo vantano una certa tradizione nell’ambito della storia dell’arte e che, per la loro particolarità, hanno sempre richiesto attenzioni particolari... “Certamente -interviene Barbara D’Incau- gli artisti che si sono cimentati nel dipingere teli di questo tipo (peraltro oggi rari a causa del facile deterioramento) dovevano operare con delicatezza e maestria. Purtroppo nel nostro caso non è stato finora possibile identificare l’autore, che tuttavia pensiamo possa essere ricondotto a un ambito veneto. Di sicuro, date le dimensioni del drappo (cm. 278x370), si è trattato di una impresa piuttosto laboriosa”. Grande soddisfazione, nel corso della cerimonia di consegna dell’opera, è stata espressa pure da Luigi Colognese, presidente del Rotary Bassano Castelli. Questi ha infatti ricordato come a latere dei service che il club destina ad azioni di carattere umanitario e sociale si collochino anche iniziative volte alla tutela e valorizzazione del patrimonio storico e artistico del territorio. Il caso del telo di Marostica ne è un’evidente testimonianza.

Qui sopra Alcune immagini che documentano il grave stato di degrado in cui versava l’opera e le diverse fasi dell’intervento di recupero. A sinistra, foto grande Così si presenta, quasi come un grande arazzo, il telo copri-organo posto su una parete dell’aula nord nell’Oratorio dei Carmini.

RE DAVIDE, NON SOLO GUERRIERO MA ANCHE MUSICISTA DI TALENTO Quello di Re Davide che suona l’arpa è un tema molto presente nella storia dell’arte. Infatti, a ricordo della sua passione per la musica (ma anche per la poesia), il grande re degli israeliti è stato frequentemente rappresentato con questo strumento. Peraltro va anche detto che la figura più spesso associata alla musica dei tempi biblici è proprio quella di Davide, al quale viene attribuita la paternità di 73 Salmi sui complessivi 150 del Salterio. Poeta, compositore e interprete, come ricorda il Secondo Libro delle Cronache (7:6) egli si distinse pure per l’invenzione di alcuni strumenti musicali. Fondamentale, infine, il suo ruolo nell’organizzazione del canto e della musica in Israele. In alto: Gherardo delle Notti, Re Davide che suona l’arpa, 1622. Utrecht, Centraal Museum.

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Sviluppare l’autostima e la fiducia in se stessi (seconda parte)

AFFLATUS

La scelta della scuola superiore in un mondo che cambia

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Possiamo aiutare i nostri figli favorendo lo sviluppo di cinque fondamentali dimensioni psicologiche...

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Pensa positivo! Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto. Carlo Maria Martini

Semina un pensiero e raccoglierai un’azione, semina un’azione e raccoglierai un’abitudine, semina un’abitudine e raccoglierai un carattere, semina un carattere e raccoglierai un destino. Legge del Karma

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Su cosa si basa la scelta della scuola superiore? Spesso sul giudizio degli amici, dei fratelli, degli insegnanti, dei genitori, oppure sulla fama della scuola (facile/difficile/impegnativa), nonché su ciò che il ragazzo pensa di se stesso e dunque dalla personalità che via via si sta costruendo. Sono stati studiati i profili di personalità che più facilmente portano un ragazzo al diploma e i principali sono risultati i seguenti: la convinzione che con il proprio impegno si possono ottenere buoni risultati scolastici, l’interesse nei confronti di ciò che ci circonda e del “nuovo”, la capacità di comprendere le regole degli ambienti in cui ci si trova. Inoltre i ragazzi che sembrano entrare nel mondo del lavoro con maggiore successo e in minore tempo, spesso studiano per il piacere di studiare e senza attendersi alcuna retribuzione “dovuta”, sanno investire in concentrazione e impegno non aspettandosi di ricevere subito gratificazioni, nonché credono nell’apprendimento sull’intero arco di vita. Di fatto si crea un circolo positivo, tale per cui chi raggiunge votazioni scolastiche più elevate è più motivato a fare e dunque spesso ottiene maggiore successo, che a sua volta lo motiva a fare e a non mollare al primo ostacolo! Per questo motivo la tolleranza alla frustrazione è un parametro educativo molto importante da insegnare ai figli: infatti chi raggiunge elevate votazioni scolastiche spesso è disponibile a studiare anche le discipline non gradite: mentre solo il 7% dei diplomati non disposti a studiare con regolarità anche le materie non gradite ha concluso la scuola secondaria superiore con un voto superiore a 90, questo stesso risultato è stato invece raggiunto dal 48% dei diplomati pienamente disposti a studiare ogni materia (Almadiploma, 2017). La capacità di concentrarsi senza farsi distrarre da altre cose e studiare anche quando non si deve affron-

tare un compito in classe o un’interrogazione (lo “studio distribuito” di cui abbiamo già parlato in un altro articolo), sono altri due insegnamenti molto utili per perseguire il successo scolastico. Come genitori dovremmo aiutare lo sviluppo di cinque dimensioni psicologiche fondamentali, che forgiano gli atteggiamenti e le modalità di scelta dei nostri figli nonché lo sviluppo di una solida personalità: 1. Auto efficacia (Bandura, 1993): la fiducia nella propria capacità di ottenere gli effetti voluti con le proprie azioni influenza notevolmente il modo in cui gli individui sentono, pensano, trovano motivazioni e si comportano. 2. Assertività (Salter, 1949): una buona assertività sociale porta alla capacità di iniziare, continuare e portare a termine le interazioni sociali il più possibile con facilità e a proprio agio; unita a una buona capacità di comunicare i propri sentimenti alle altre persone, favorisce lo sviluppo di positive relazioni sociali con un’adeguata capacità di affrontare e risolvere eventuali conflitti. 3. Locus of control (Rotter, 1954): se un soggetto percepisce una situazione favorevole come determinata per lo più dalla fortuna, da altre persone o da fattori esterni, è meno propenso ad accrescere la possibilità che tale situazione si ripeta e dunque si impegna meno (locus of control esterno); chi invece considera la medesima situazione come determinata alle proprie capacità (locus of control interno) è più fiducioso nelle proprie abilità e si adopera attivamente per ricreare tale situazione. Chi crede in se stesso non molla alla prima difficoltà, chi dipende dalla fortuna o dall’aiuto esterno non reagisce alle difficoltà. 4. Ottimismo (Seligman, 1991): è un modo di sentire e pensare contraddistinto dalla positività. Rappresenta la disposizione mentale ad attendersi esiti favorevoli in

futuro. Gli ottimisti tendono ad assumere un atteggiamento di fiducia e di persistenza, poiché hanno l’aspettativa di raggiungere il loro scopo e valutano le avversità come ciò che si deve accettare per vincere: colgono la sfida come opportunità. 5. Stile di coping (Lazarus e Folkman, 1984): fa riferimento alla modalità, piuttosto stabile nella personalità, con cui gli individui cercano di gestire eventi stressanti o traumatici. La prima reazione di fronte a una situazione problematica può essere molto emotiva e poco produttiva, ma in un secondo momento le energie dovrebbero concentrarsi sul trovare una soluzione pratica al problema! Chi reagisce solo emotivamente disperde energie e spesso non coglie le opportunità e, di fatto, non risolve i problemi che incontra. Pensiamo dunque a inoculare fiducia, perseveranza, metodo e ottimismo! Raccoglieremo adolescenti e adulti più soddisfatti e consapevoli: ciò che ogni genitore vorrebbe per il proprio figlio. DA DOVE POSSO PARTIRE? Vademecum per instaurare un dialogo sul futuro con i propri figli. Sostituiamo allora la domanda “Che cosa vorresti fare da grande?” con dei quesiti più mirati per aiutare nostro figlio a comprendersi e noi ad aiutarlo: Cosa vuol dire esattamente il lavoro che hai in mente? Quali passi devi fare per raggiungere il TUO obiettivo? Quali sono i tuoi punti di forza nel raggiungerlo? Quali sono le tue difficoltà eventuali? Come puoi esaltare i tuoi punti di forza? Come puoi diminuire l’effetto dei tuoi punti di debolezza? Con quale atteggiamento ti muovi nel mondo? (fiducioso, ottimista, ansioso, dipendente da altri,…) Cosa può darti la CARICA? (leva motivazionale…) Chi ti può aiutare a capirti o a sviluppare determinate capacità? Io, ti posso aiutare così…


E’ malata di selfiete e di overdose da social media

LA SOCIETA’ DEL BRUTTO Brevi note su una quotidianità che non vorremmo più vedere

PROPOSTE

di Andrea Minchio

LA VOSTRA OPINIONE? Fatela pervenire a uno dei seguenti recapiti bassanonews

Indispensabile un ritorno alla sobrietà, ripartendo da scuola e famiglia. Ma è pensabile?

Senza scomodare Nietzsche e la sua teorizzazione dello “spirito dionisiaco” quale particolare tratto della natura umana, in poche righe e con una dose forse imperdonabile di superficialità, si intende qui affrontare il tema del “brutto”, presenza ormai costante nella nostra quotidianità. In pratica, ma tutto ciò è espressione di un personalissimo punto di vista (e come tale opinabile), l’idea di fondo è che l’attuale società abbia in parte dimenticato quei canoni classici di bellezza -ma pure di educazione e buon gusto-, dei quali soprattutto il nostro Belpaese è sempre stato un formidabile produttore, promotore ed esportatore. Di cosa stiamo parlando? In primis della moda, naturalmente, le cui proposte (che per ovvie ragioni non possono essere svincolate dalle necessità commerciali) sembrano spesso collidere con i principi estetici basilari. Pensiamo, giusto per fare banalmente qualche esempio concreto, ai pantaloni confezionati apposta per essere portati ben al di sotto della vita oppure ai blue jeans artificiosamente sporcati e macchiati, piuttosto che penosamente sbrecciati al ginocchio. Prodotti antiestetici, potremmo dire per definizione, che hanno incontrato il favore di giovani e (purtroppo) di meno giovani. Insomma un azzeccato articolo industriale, elaborato

concettualmente dai guru delle case di abbigliamento e proposto ai possibili acquirenti quasi sotto la forma allettante di un oggetto trasgressivo. Ma si tratta solo di moda? Certamente no. Il fenomeno del “brutto”, sempre secondo il nostro pensiero, si è infatti esteso a ogni umana manifestazione, divenendo a tutti gli effetti un fatto di costume planetario (o se preferite globale). Un altro esempio? Piercing e tatuaggi sono ormai all’ordine del giorno e “decorano” gambe, braccia, spalle... ma non sempre con esiti felici. Tanto in merito ai soggetti rappresentati (peraltro spesso ripetitivi e omologati) quanto ai “supporti” utilizzati, soprattutto quando l’epidermide comincia a patire inesorabilmente le ingiurie del tempo. Naturalmente il “brutto” è in agguato un po’ ovunque. Basta un’occhiata ai graffiti (si fa per dire) che colorano “case, vicoli e palazzi”, senza alcun rispetto per i rivestimenti più pregiati quali marmo e pietra, oppure ai treni che fanno servizio lungo le nostre tratte, completamente rivestiti da disegni sgraziati e privi di una benché minima progettualità artistica. Decisamente i secoli delle urbes pictae sono tramontati per sempre e oggi il maggior timore dei restauratori, e di quanti ricorrono al loro prezioso intervento, è

editriceartistica

quello di vedere presto imbrattate, a colpi di bomboletta, pareti appena tornate a splendere. E che dire, spostandoci su altri piani, della selfiete, l’ossessione di realizzare dozzinalissimi autoritratti con il telefonino, che ormai sembra aver contagiato proprio tutti? Per molti, poi, è impossibile resistere all’irrefrenabile tentazione di fotografare i propri piatti al ristorante, per condividere prontamente in rete le immagini catturate (correndo il concreto rischio di mangiare una pietanza scotta). Altro aspetto del “brutto” al quale ci siamo ormai del tutto rassegnati è quello dell’iperprotagonismo di quanti utilizzano i social media per dare quotidianamente il peggio di sé. E qui c’è davvero poco da commentare... Non sarebbe dunque male, soprattutto nel Paese che ha dato i natali a Michelangelo, Canova e Palladio, tornare a promuovere la bellezza e la sobrietà facendo riferimento al mondo dell’arte. E scuola e famiglia dovrebbero tornare a fare la loro parte... Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany, ricordava che l’eleganza è la combinazione di distinzione, naturalezza e semplicità. E lord Brummel, che è l’arte di passare inosservati. In conclusione ci piace citare Stendhal, per il quale la bellezza costituisce una promessa di felicità: un buon auspicio per invertire la rotta.

Qui sopra Aperitivo sul ponte: una buona idea, peccato che la pavimentazione non sia propriamente un tavolo!

In alto Sgorbi e brutture sul muro di un liceo bassanese. Forse è il caso di partire con l’educazione alla sobrietà e al buon gusto proprio dalle scuole...

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Un’originale passeggiata ricorderà il fondatore della Compagnia di Gesù e la sua presenza a Bassano

INCONTRI

Passo dopo passo, alla scoperta di Sant’Ignazio di Loyola

di Clara Marchi

Fotografie: Francisco Alvarez

L’escursione, fissata per il prossimo 28 luglio, si articolerà su tre significative tappe, con partenza da Villa Angaran San Giuseppe e arrivo alla chiesa parrocchiale di San Vito.

E’ un’originale passeggiata lungo le vie cittadine quella in programma per sabato 28 luglio, organizzata allo scopo di celebrare la ricorrenza di Sant’Ignazio. Proposta dall’associazione Amici di Villa San Giuseppe in collaborazione con Rete Pictor (attuale gestore della ex casa di esercizi spirituali dei gesuiti), questa particolare escursione prenderà avvio da Villa Angaran San Giuseppe per giungere a San Vito, con una sosta nella chiesa di Sant’ Anna. Lungo il percorso verranno illustrate la vita del santo fondatore della Compagnia di Gesù e le circostanze della sua presenza a Bassano. Non mancheranno importanti riferimenti sul significato, i contenuti e il metodo degli esercizi spirituali.

Sopra, da sinistra verso destra La Villa Angaran San Giuseppe e la chiesa di San Vito: partenza e arrivo della bella passeggiata in ricordo di Sant’Ignazio di Loyola. Sotto, dall’alto verso il basso Un caratteristico scorcio del percorso. La copertina de L’Illustre bassanese dedicato a “I gesuiti a e da Bassano”.

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Nato nel 1491 a Loyola, nel nord della Spagna, di nobile famiglia e cavaliere, dopo essere stato ferito in guerra a una gamba e costretto a un forzato riposo, Ignazio cominciò un cammino di conversione, favorito in questo dalla lettura per lui inconsueta

di libri sulla vita dei santi e di Gesù. Egli potè così assaporare per la prima volta una grande serenità interiore, che gli provocò il desiderio di trasferirsi in Terrasanta e di vivere nei luoghi narrati nel Vangelo, condividendo con altre persone la sua personale esperienza. Dopo un primo soggiorno tornò in Spagna, dove fece amicizia con alcuni studenti dell’università di Parigi, desiderosi di seguire il suo stile di vita. Con loro fondò la Compagnia di Gesù e tentò nuovamente di recarsi in Terrasanta, rimanendo però bloccato a Venezia a causa della dichiarazione di guerra della Serenissima ai Turchi. Nell’attesa di ripartire la piccola compagine si divise in gruppetti di due o tre compagni, che si sparsero in varie città del Veneto cominciando così l’opera di evangelizzazione dei gesuiti. Ignazio, con Pietro Favre e Giacomo Laynez si fermò a Vicenza. Giunse poi a Bassano, nel romitorio di fra Antonio Eremita a San Vito, per visitare Simon Rodriguez, anch’egli

gesuita e gravemente ammalato. Dopo la visita, miracolosamente, quest’ultimo guarì. Una lapide e alcuni affreschi ottocenteschi, situati in una cappella della chiesa, ricordano tale avvenimento. La presenza di Sant’Ignazio nella nostra città, unitamente ad alcune importanti scoperte effettuate dallo studioso Stefano Zulian (fra le quali l’esistenza di tre bassanesi fra i primissimi gesuiti), è inoltre ben documentata in un numero de L’Illustre bassanese (171-172 gennaio-marzo 2018). La pubblicazione, estremamente gradita dai lettori, mette inoltre in luce molti altri aspetti legati all’attività dei gesuiti nella Bassano del Cinquecento. Il ritrovo per la passeggiata sarà alle ore 7.45 a Villa Angaran San Giuseppe. Il percorso si snoderà negli antichi borghi di Angarano e Margnan e si concluderà nella chiesa di San Vito con la celebrazione della messa alle ore 11.00. Seguirà un momento conviviale nelle strutture parrocchiali.

Villa Angaran San Giuseppe: 0424 504097


Sostenibilità globale ripartendo dalla natura

PILZWIDERSTANDSFÄHIGE

SCHEGGE

Servizio publiredazionale a cura di Comunicazione Ca’ Apollonio

Ca’Apollonio, neonata azienda agricola a Romano d’Ezzelino, sta investendo nella biodiversità con al centro una rivoluzione enologica.

A fianco Il “Masterplan Ca’ Apolonio” che identifica la diversificazione delle colture nell’area dell’Azienda Agricola di Romano d’Ezzelino.

Sopra Biodiversità Un occhio che sappia vedere la natura. Un cuore che sappia sentire la natura. Una volontà che osi seguire la natura... e un’anima che sappia di essere natura! da “Manifesto per un’agricoltura sostenibile”, di L. e C. Bourguignon Sotto Il terreno agricolo a Romano d’Ezzelino, per ben tre anni trattato a “sovescio” per ottenere la riconversione biologica per la quale è in corso la certificazione. La messa a dimora del primo vigneto, varietà Souvigner Gris.

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Continuare a parlare di territorio in forma generica porta anche le coscienze ecologiche più sensibili a un’assuefazione e a un distacco che rischiano di generare un pericoloso disinteresse per tutto ciò che invece merita considerazione e sostegno. E’ ormai dimostrato che gli stereotipi abusati quali “consumo di suolo zero”, “rigenerazione”, “contenimento delle emissioni climalteranti”, “ritorno alla natura”... difficilmente trovano risposte pubbliche incisive e sistemiche. Ecco allora che iniziative private coraggiose e visionarie possono riempire i vuoti esistenti, tracciando vie e metodi riproducibili con l’intento di incidere realmente nell’ormai improcrastinabile cambiamento che le mutate condizioni climatiche impongono. Riconvertire un’importante porzione di territorio agricolo, lasciato da anni in stato di semiabbandono o, peggio ancora, sfruttato per colture intensive con evidenti alterazioni del suo equilibrio organolettico, in un’oasi di verde dove la biodiversità sta progressivamente ritornando, è un’impresa impegnativa che richiede molte risorse sia umane che materiali.

La ricerca quindi della prima regola della sostenibilità, l’equilibrio economico dell’azione che s’intraprende, ha portato i responsabili del progetto a elaborare un masterplan che comprendesse varie tipologie di coltivazioni e allevamento. Tra le prioritarie, il progetto vitivinicolo. La scelta di utilizzare i vitigni PiWi, acronimo della parola tedesca PilzWiderstandsfähige che significa “resistenti alle malattie fungine”, è stata fatta con convinzione ed entusiasmo dopo aver a lungo studiato il fenomeno. Per alcuni questi vitigni sono la rivoluzione enologica, per molti sono sconosciuti.

Dagli ibridi americani a oggi: due secoli di varietà resistenti I primi incroci, i cosiddetti ibridi di prima generazione, risalgono al 1820, quando ibridazioni spontanee o artificiali da parte dei coloni americani danno vita a clinton e noah, entrambi ottenuti da Vitis labrusca x Vitis riparia. L’incrocio fra Vitis vinifera con altra Vitis (riparia, labrusca, rupestris) è alla base della seconda generazione, realizzata negli stessi anni per lo più in Francia -donde il nome di

ibridi franco-americani- e annovera varietà come uva fragola, bacò, seibel. L’introduzione della V. vinifiera porta con sé un miglioramento organolettico, che rimane però limitato vista la percentuale di genoma “nobile” circoscritto. Resistenza alla fillossera, seppur non completa, e scadente qualità enologica e organolettica -sentori foxy e di fragola, oltre ad alti contenuti di metanolo- sono le caratteristiche principali di queste due prime generazioni. Questo non ne prevenne, tuttavia, una cospicua diffusione che nel 1950 ammontava a 400mila ettari in Francia, 100mila nell’ex URSS piantati a severny saperavi, viorica, riton e 30mila in Romania. Nel frattempo, infatti, verso il 1920, i ricercatori dell’allora URSS avevano incrociato varietà ibride franco-americane, V. vinifera e V. amurensis, originaria dell’Asia e in grado di resistere a temperature fino a -40° C. La resistenza all’oidio viene raggiunta verso il 1970 grazie agli incroci di V. vinifera e V. rotundifolia eseguiti dagli ibridatori francesi, mentre dagli anni Ottanta in poi la ricerca si concentra nel far prevalere le proprietà della V. Vinifera rispetto alle altre Vitis.


Il logo “PIWI International” identifica l’associazione che promuove lo scambio di informazioni tra istituti di ricerca, allevatori, coltivatori e produttori di vini PIWI, per consentirne la diffusione delle varietà di vite resistente ai funghi. A fianco La Permacultura prevede la compresenza di animali e piante nelle aree coltivate. Sotto L’emblematica immagine dell’inzio di una nuova avventura: la posa delle “barbatelle” di vite PIWI.

Per meglio spiegare ciò che sta avvenendo a Romano d’Ezzelino, riprendiamo le parole dello scrittore e giornalista Alessandro Zaltron

tura naturale nel vero senso della parola: ulivi, ciliegi, querce, rose, pruni, asparagi, sambuchi... Senza ansia di prestazione produttiva né frenesia, il terreno accoglie “Qualche settimana fa ho ricevuto vigne allevate secondo il metodo un invito inatteso e gradito da PiWi azzerando quasi il ricorso Massimo Vallotto per un aperitivo alla chimica, ortofrutta e cereali nella sua azienda agricola Ca’ antichi con la formula della perApollonio a Romano d’Ezzelino. macultura (rispettosa degli ecosiNon sapevo di cosa si trattasse, ma stemi naturali), e ancora arnie stimo l’arch. Vallotto, con cui ho capaci di rafforzare la presenza avuto modo di collaborare per un delle api (indispensabili alla soprogetto civico legato alla sosteni- pravvivenza del genere umano), bilità; ed ero curioso. Mai avrei siepi di cinta con arbusti di bacche pensato a un’iniziativa del valore e frutti selvatici. Uno spazio di e della portata di quella presentata duemila metri quadrati, ugualmente quella mattina. Da tre anni Massimo privato, verrà messo a disposizione e la moglie Maria Pia stanno lavodella comunità: un orto sinergico rando alla riqualificazione di un’area pubblico. A un capo dell’area è estesa -6 ettari a ridosso della suin fase di sistemazione lo storico perstrada-. fabbricato, chiamato “Ca’ Apollonio” in omaggio a un’antica famiglia Altrove quest’espressione è una bassanese: ospiterà un hotel-SPA truffa verbale: nasconde manovre secondo i dettami CasaClima e un cementizie sempre legittime, di piccolo ristorante di qualità; al solito inopportune; non qui: in capo opposto, accanto e invece di questo caso, che gioia per il cuore edifici cadenti, troveranno posto scoprire che l’intera fascia lunga un agriturismo a base di prodotti a oltre un chilometro resterà a verde! chilometro zero e la cantina “Ca’ Non solo: è destinata ad agricolda Roman”, in onore della stirpe

che dominò il luogo nel Medioevo; alla dinastia sono dedicate anche le prime due linee di vini, “Ecelo” e “Gisla” (marito e moglie, capostipite degli Ezzelini), cui seguiranno “3-6-9” (in riferimento alle cadenze triennali con cui si compie il progetto) e “Il vino del Grappa” (che ambisce a introdurre la viticoltura sul Massiccio a 1.300 metri di altitudine). Può sembrare patetico, ma mi sono commosso assistendo all’esposizione, chiara e professionale, di questo piano che unisce rispetto per l’ambiente, recupero della storia, spinta turistica, sensibilità estetica e culturale, scelta e valorizzazione di specialisti locali, e che soprattutto denota un pensiero profondo, coerente, organico -merce sempre più rara-.

Sotto, dall’alto verso il basso Un momento di illustrazione del progetto durante l’incontro del giugno scorso chiamato “AperiPIWI”. Da destra, il giornalista enogastronomico Gianpaolo Giacobbo, Paolo Massobrio, ideatore di molteplici iniziative tra le quali Golosaria, e Cristian Bertoncello, che sta ridando vita alla tradizione plurisecolare del tabacco con il “nostrano del Brenta”.

Di Vallotto mi piace lo stile: signorile, ironico e misurato; nel progetto romanese vedo un modello virtuoso: fare imprenditoria privata con la consapevolezza che ogni nostra azione, singola o collettiva, modifica lo spazio -anche ideale, quello dei sogni- che è patrimonio di tutti”.

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Isole Egadi, perle del Mediterraneo A una quindicina di chilometri dalla costa occidentale della Sicilia...

Sì, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Baie dal colore dello smeraldo, case candide, litorali rocciosi e grotte nascoste: un arcipelago di tre isole e due grandi scogli, poco distante da Trapani, dove la natura incontaminata regna sovrana. più elevato è il Pizzo del Monaco, che sfiora i 278 metri. Marettimo, la più lontana dalla Sicilia, ha una superficie di 12 kmq. Il territorio è prevalentemente montuoso (si trovano qui le cime più alte di tutto l’arcipelago, come il Monte Falcone, che arriva a 686 metri di altezza). La natura è incontaminata e la fauna ricchissima. In generale, lungo le coste sono diffusi i boschi di leccio. Nelle zone più secche si trovano invece rosmarino ed euphorbia. Per quanto riguarda la fauna, nel territorio si trovano moltissimi uccelli, essendo l’arcipelago situato nel mezzo delle rotte migratorie.

Il territorio Tra gli arcipelaghi più belli del Mediterraneo, le Egadi si trovano a una quindicina di chilometri dalla costa occidentale della Sicilia. Tre le isole fondamentali (Favignana, Levanzo e Marettimo) e due gli isolotti più piccoli (Formica e Maraone). Sono complessivamente caratterizzate da una natura incontaminata, acque cristalline, scogli, e spiagge pulite. Favignana misura 19 kmq e ha una particolare morfologia, che le ha procurato l’appellativo di farfalla. Al centro si trovano delle colline, mentre ai lati due piccole pianure. Levanzo, invece, dista da Favignana circa quattro chilometri ed è l’isola più piccola. La sua costa è alta e frastagliata e il punto

La suggestione delle Egadi in tre scatti: Favignana (sopra), Levanzo (sotto) e Marettimo (in basso).

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Le isole Favignana è l’isola più grande e attrezzata, nonché il capoluogo. E’ dominata dal Monte Santa Caterina e possiede alcune delle più belle calette dell’arcipelago. Lì si svolgeva, fino a pochi anni fa, la mattanza dei tonni, uno spettacolo cruento e ricco di storia che richiamava sempre molti turisti. Marettimo è un piccolo mondo antico di pescatori, di barche e reti lasciate ad asciugare al sole, fra ritmi slow e assenza di mondanità. Le case sono basse e bianche, ravvivate da persiane e porte blu, tra strade, vicoli e piazzette. E’ la più occidentale dell’arcipelago, nonché la più alta e la più montuosa. Una piccola perla in miniatura è invece Levanzo, con solo 12 chilometri di coste e duecento residenti. Meta ideale per chi vuole staccare la spina, è caratterizzata da un’atmosfera tranquilla e rilassata. La vita si svolge essenzialmente attorno a Cala Dogana, l’unico paese del-

l’isola, dove sono davvero poche le attività commerciali. La sua seduzione maggiore è, però, nelle calette sparse lungo le coste, raggiungibili a piedi o con le barche dei pescatori. Infine ci sono Maraone e Formica, due grandi scogli di cui uno disabitato, che nascondono paesaggi sottomarini davvero unici.

Il capoluogo Favignana è il centro principale dell’omonima isola, situato in una vasta baia dominata dal Forte di Santa Caterina, un tempo postazione di avvistamento per i Saraceni. Per scoprire il paese si può partire dal porto, dove è facile incontrare numerosi pescatori intenti a rammendare reti dopo le fatiche della notte. Sollevato lo sguardo si incontra Villa Florio, con i suoi tetti rosati e i merletti architettonici. Costruita nel 1876, doveva esaltare la potenza della famiglia di imprenditori palermitani arricchitisi soprattutto grazie al commercio di vino e tonno. Interessante, quindi, dare un’occhiata all’omonimo stabilimento, ovvero la vecchia industria conserviera del pesce, una delle più grandi d’Europa. Nella piazza centrale del paese si trova la Chiesa Madre, in mezzo a negozietti di souvenir e locali tipici. E’ chiamata dagli abitanti Madrice, ha forma di croce e un portale neobarocco. Al suo interno c’è un crocifisso in legno del XIX secolo e il reliquiario di Santa Maddalena di Canossa. Suggestivo, anche il Rione di Sant’Anna, primo nucleo del paese, dove si trovano ancora oggi le case più antiche e più belle.


Sì, VIAGGIARE

A fianco, da sinistra verso destra I colori magici della costa nella Riserva naturale dello Zingaro. Il Tempio Dorico a Sagesta. Sotto, da sinistra verso destra Mulini a vento e saline presso Marsala. Selinunte, l’area archeologica più grande d’Europa. Il porto di Palermo, uno dei maggiori del Mediterraneo per dimensioni e traffico passeggeri.

Dal 10 al 16 settembre 2018 Viaggio di 7 giorni

Un’occasione imperdibile: il “Cus Cus Fest” LA SICILIA OCCIDENTALE E LE ISOLE EGADI La Sicilia occidentale, un ”oasi” del Mediterraneo dove tra tinte forti, antiche tradizioni, sapori unici e monumenti eterni, è possibile catturare energie intense.

1° giorno - Lunedì 10 settembre 2018 Venezia - Palermo - Segesta Ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e trasferimento all’aeroporto di Venezia. Operazioni di imbarco e partenza per Palermo. Arrivo all’aeroporto e incontro con la guidaaccompagnatore che rimarrà con noi per tutto il tour. Partenza per Segesta, centro archeologico di grande interesse. Pranzo libero. Visita al monumento più importante, il Tempio Dorico (in ottimo stato di conservazione), che sorge su un’altura in un paesaggio lussureggiante e ricco di fascino. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

2° giorno - Martedì 11 settembre Isole Egadi Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Escursione di un’intera giornata in battello alle Isole Egadi. In particolare si visiteranno l’isola di Marettimo, la più distante e la più selvaggia delle Egadi, l’isola di Levanzo, con il suo piccolo centro abitato, e l’isola di Favignana, famosa per la pratica tradizionale della pesca del tonno,

che ha un aspetto prevalentemente pianeggiante con l’eccezione del monte di Santa Caterina.

3° giorno - Mercoledì 12 settembre Mothia - Marsala - Trapani - Erice Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. In mattinata visita della rigogliosa isola di Mothia e del suo museo, tra i più interessanti per la conoscenza della civiltà fenicio-punica nel Mediterraneo. Proseguimento per Marsala e pranzo in cantina con degustazione nell’area vinicola più importante della Sicilia. Nel pomeriggio arrivo a Trapani, dove saline e mulini a vento disegnano un paesaggio suggestivo in cui la luce crea un gioco di riflessi e di colori. Al temine arrivo a Erice e passeggiata nel centro storico, che presenta un impianto urbanistico tipico, con piazzette, strade strette e sinuose sulle quali si affacciano bellissimi cortili.

4° giorno - Giovedì 13 settembre Riserva dello zingaro - Cus Cus Fest Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino partenza per Castellammare del Golfo ed escursione in minicrociera alla scoperta della Riserva dello Zingaro, prima riserva naturale in Sicilia con sette chilometri di costa frastagliata, ricca di calette, scogli e faraglioni. Rientro a San Vito Lo Capo e pranzo libero. Pomeriggio a disposizione per assistere al Cus Cus Fest, un evento di sapori e civiltà, che celebra il piatto della pace e dell’integrazione. In programma gare di cous cous tra chef di dieci nazioni, cooking show, degustazioni, concerti gratuiti e talk show.

5° giorno - Venerdì 14 settembre Cave di Cusa - Selinunte Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino partenza per le Cave di Cusa, dove gli ingegneri selinuntini trovarono la pietra migliore, il banco di calcarenite, per realizzare le loro opere grandiose. Al temine proseguimento per Selinunte e visita alla zona archeologica, costituita dall’Acropoli, dalla Collina orientale, dal pianoro di Contrada Manuzza, dal santuario della Malophoros in contrada Gaggera e da due Necropoli. Pranzo libero. Nel pomeriggio rientro in hotel e tempo a disposizione per visite individuali o relax.

6° giorno - Sabato 15 settembre Castelvetrano - Valle del Belice Prima colazione e pernottamento in hotel. Al mattino partenza per Castelvetrano e visita al centro storico e alla chiesa medievale della SS. Trinità. Proseguimento lungo la via dell’olio nella Valle del Belice e pranzo in un frantoio con degustazione. Nel pomeriggio continuazione dell’itinerario via Partanna, Santa Ninfa, Salaparuta e Salemi. In serata rientro in hotel e cena con musica e balli.

Quota individuale di partecipazione euro 1.260,00

La quota comprende: - i trasferimenti da e per gli aeroporti; - il volo aereo in classe economica; - le tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 30/10/2017; - la sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, bevande incluse; - il pullman riservato per tutto il tour; - visite ed escursioni con guide locali come da programma; - tutti gli ingressi (Segesta - Mothia - Erice - SS. Trinità di Delia - Selinunte); - l’assicurazione medico bagaglio; - nostro accompagnatore. La quota non comprende: - i pasti liberi; - le camere singole (suppl. di euro 180,00); - le mance e gli extra di carattere personale. All’iscrizione acconto di euro 400,00

Qui sotto Un tipico carretto siciliano: un tempo strumento di lavoro nell’attività rurale, è oggi un ricercato oggetto di artigianato artistico e un riconosciuto simbolo del folclore siciliano.

7° giorno - Domenica 16 settembre Palermo - Venezia Prima colazione in hotel. Mattinata a disposizione per attività individuali e shopping. Pranzo libero. In tempo utile trasferimento in aeroporto a Palermo e partenza per il rientro. Arrivo e proseguimento per le località di origine.

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Due iniziative che coinvolgono le imprese del Mandamento

Uno spazio dedicato all’artigianato artistico nel Museo Civico Contributi alle aziende impegnate nell’Alternanza Scuola Lavoro

ARTIGIANI

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

Qui sotto Jacopo Bassano, La fucina di Vulcano, olio su tela, particolare, 1577. Madrid, Museo del Prado. Nel dettaglio sono visibili molti oggetti tipici dell’artigianato bassanese del Cinquecento: si tratta soprattutto di vasellame in rame, ottone e peltro.

Arte, cultura, istruzione, ma anche promozione e comunicazione. Queste le sfide degli operatori del settore artigiano per consolidare e potenziare posizioni di competitività... considerazione. Punteremo molto alla comunicazione e al web per diffondere tale proposta, cercando così di coniugare la tradizione e il suo valore con la tecnologia e la sua capacità di richiamo”

CENA PER I NOSTRI FRATI Facciamo squadra... anche a tavola! Confartigianato organizza per il 6 luglio (ore 20), nei saloni di Palazzo Bonaguro, una serata di beneficenza con tanto di cena di gala a favore del Convento dei Frati Cappuccini di Bassano. Il ricavato dell’evento sarà destinato alla ristrutturazione degli spazi della storica struttura adibiti all’accoglienza. L’iniziativa, aperta a tutta la cittadinanza, si inquadra nelle attività sociali dell’associazione (che opera nella doppia veste di promotrice e finanziatrice) e già diverse aziende deciso di sostenerla. Iscrizioni: tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Museo e Artigiani, una sinergia orientata alla promozione delle eccellenze del territorio Confartigianato e Museo Civico di Bassano del Grappa stanno lavorando assieme per offrire al settore dell’artigianato artistico locale, al turismo della città e ai suoi residenti una nuova realtà: si tratta di un centro espositivo di prodotti di qualità, collocato proprio nell’area del bookshop museale. Il nostro territorio si caratterizza infatti per una sempre maggiore vocazione turistica e, al tempo stesso, per la concentrazione di produzioni artigianali e artistiche di primo valore. I settori della ceramica, della stampa, delle lavorazioni lignee e tessili sono stati veri punti di forza di questa zona e, in alcuni casi, hanno anche raggiunto livelli d’eccellenza. Se la tradizione e la cultura di tali attività artistiche si combinano oggi con uno spazio espositivo prestigioso e una forma moderna di comunicazione e coinvolgi-

mento di potenziali clienti, può nascere una sinergia di indubbio valore. Proprio con questa convinzione Confartigianato e Museo Civico di Bassano, i due promotori dell’iniziativa, si sono spesi per il progetto che vedrà la luce, almeno in un primo step, in autunno. C’è da considerare l’immagine di una città, Bassano, che ha molto da offrire e molto da dire a chi desidera conoscerla: anche attraverso questo progetto è possibile potenziarne la capacità di proposta e di richiamo. “Si tratta di un bell’esempio di collaborazione tra privato e pubblico…”, spiega soddisfatto Sandro Venzo, presidente di Confartigianato di Bassano, “ci sono diversi ambiti in cui si possono mettere in campo delle sinergie utili a entrambe queste realtà. Nel caso specifico abbiamo dei vantaggi per le aziende e dei vantaggi per la città. Credo sia una buona pratica, da tenere in

Alternanza Scuola Lavoro: un bando per le imprese che sostengono il progetto La Camera di Commercio di Vicenza ha istituito un bando per le imprese che sostengono l’Alternanza Scuola e Lavoro, ospitando studenti in un programma ormai diventato obbligatorio per tutte le scuole. La presentazione delle domande scade il 27 luglio 2018. L’iniziativa si inquadra nelle attività che la Camera di Commercio di Vicenza sta portando avanti nel suo obiettivo di favorire e supportare il mondo della scuola e degli studenti. In particolare questo programma dell’Alternanza, che congiunge il mondo della Scuola con quello dell’Azienda, rappresenta un ambito di grande interesse, da far conoscere e incentivare. Questa è la terza edizione del bando e i contributi a fondo perduto vengono erogati alle Aziende vicentine e agli altri soggetti che si iscrivono nel Registro nazionale per l’Alternanza Scuola Lavoro (di cui alla Legge 107/2015 art. 1, c. 41). Per accedere al bando ci si può connettere direttamente al sito della Camera di Commercio: L’Ufficio Scuola di Confartigianato Vicenza offre supporto e consulenza alle aziende interessate a richiedere il contributo. Info su Alternanza Scuola Lavoro dott.ssa Sandra Fontana s.fontana@confartigianatovicenza.it


Aperto recentemente un camminamento in quota...

MURA CON VISTA Scorci inediti sui monumenti di Pisa

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

Una passeggiata di tre chilometri sull’antica cinta medievale regala l’emozione di conoscere la città dall’alto, con straordinari panorami anche sulla celebratissima piazza dei Miracoli.

Qui sotto Pisa, “città superbissima in Toscana”, in una xilografia di Jacopo Filippo Foresti del 1553.

Le mura di Pisa, ossia la cinta medievale che circondava il centro storico dell’antica Repubblica Marinara, ci regala, grazie a un accurato restauro durato alcuni anni, un camminamento in quota nella parte nord (all’altezza di undici metri) offrendo un’inedita e spettacolare vista sui monumenti di piazza dei Miracoli. Un percorso di tre chilometri, che solo dal maggio di quest’anno è stato aperto regolarmente alle visite: ci sono scorci sorprendenti sulla città e, lungo il tragitto, si vedono tratti di mura e bastioni rimasti nascosti negli anni. Quattro sono i punti di salita: il primo dalla piazza delle Gondole o porto delle Gondole, così chiamato per il bacino d’acqua tuttora visibile, fatto costruire da Cosimo I de’ Medici nel Cinquecento. Qui approdavano le cosiddette gondole, barche a chiglia piatta, che trasportavano persone e merci attraverso i numerosi canali della pianura pisana.

Sopra al testo, da sinistra verso destra Il Battistero e la celeberrima Torre Pendente ripresi dal camminamento sulle mura, recentemente aperto al pubblico (ph. Francesco Ghieri). Sotto, dall’alto verso il basso Una sala del Museo delle navi antiche presso gli Arsenali Medicei. Il murale Tuttomondo dell’artista Keith Harin, un’altra attrattiva di Pisa.

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Il secondo punto di salita è dalla Torre Santa Maria, la più nota in quanto chiude il lato nord-ovest dell’antica cinta muraria, vicino a piazza del Duomo. Il terzo dalla Torre Piezometrica, costruita negli anni Trenta per una fabbrica tessile e, infine, l’ultimo accesso, dalla Torre di Legno in piazza Federico del Rosso dotata di un ascensore per disabili. La passeggiata si conclude in piazza dei Miracoli e vedere dall’alto la Torre Pendente, il Camposanto Monumentale, la Cattedrale e il Battistero è davvero imperdibile! Alla sera l’illuminazione delle mura rende la vista ancora più scenografica. Uscendo un po’ dagli itinerari turistici consueti è di grande interesse visitare il Museo delle navi antiche di Pisa che è stato allestito presso gli Arsenali Medicei sul Lungarno Pisano, in seguito ai ritrovamenti negli anni Novanta di antiche navi romane.

Da scavi sotterranei vicino alla stazione di Pisa San Rossore sono emerse infatti alcune imbarcazioni, pare naufragate a seguito di grandi alluvioni ma perfettamente conservate nel tempo grazie all’assenza di ossigeno e alla presenza di falde acquifere nel sottosuolo. Il carico delle navi è ancora ben conservato: si tratta di vasi e anfore, attrezzi da pesca, utensili e grandi orci per gli alimenti… Su una nave si legge ancora il nome Alkedo (“gabbiano”, in latino), una delle meglio conservate, praticamente intatta! Gli Arsenali Medicei furono costruiti da Cosimo I allo scopo di realizzare le galee dei Cavalieri di Santo Stefano, un ordine cavalleresco per la difesa navale contro l’invasione saracena. Le visite al Museo devono essere prenotate in anticipo, poiché si tratta di un cantiere ancora in allestimento e spesso chiuso al pubblico per i continui lavori di recupero. Per informazioni più dettagliate conviene chiamare la Cooperativa Archeologica che cura le visite guidate (tel. 050 5520407). Un’ultima annotazione per gli appassionati di Pop Art: a Pisa merita anche vedere uno dei murales più grandi d’Europa (ben 180 metri quadrati), realizzato da Keith Haring sulla parete esterna della canonica della Chiesa di Sant’Antonio Abate, il famoso Tuttomondo!


Contraltare al Castello Superiore, domina la parte orientale di Marostica sulla verticale di Borgo Giara

IL RAPPORTO

IL CONVENTO DEI SANTI FABIANO E SEBASTIANO

di Duccio Dinale

Fotografie: Archivio Storico Bittante, Andrea Minchio, Marco Uderzo

Monumento da scoprire e proteggere

Documentazione grafica: Duccio Dinale, Marco Farro e Francesco Parolin

Fra i grandi tesori del territorio, è stato abbandonato a se stesso e versa in condizioni di gravissimo degrado: un brutto biglietto da visita per una città che mira a crescere con il turismo.

Sopra il primo nucleo di Marostica, Borgo Giara o “Bocha di Valle”, sorto all’incrocio tra l’antica strada “pedemontana” e la via per l’Altopiano dei Sette Comuni, incombe l’imponente sagoma del Convento dei Santi Fabiano e Sebastiano. Questo insediamento religioso è documentato fin dal 1259 e sembra

Qui sopra Il lunghissimo fronte sud del complesso conventuale: una presenza suggestiva e incombente sull’antico Borgo Giara. Sotto Il prospetto sud del convento dei Santi Fabiano e Sebastiano, così come si presentava nel XVIII secolo.

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fosse di origine benedettina. Dalle Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV (1297) si evince che in seguito il monastero fu retto da monache, probabilmente umiliate o canonichesse di San Marco; non si conosce ancora l’epoca in cui l’ordine reggente tornò nuovamente maschile, ma i documenti citano come ultimo religioso presente nel monastero un certo “fra Laureto”, probabilmente un monaco eremita che qui condusse vita solitaria, stante ormai la decadenza delle strutture. Nel 1483-’86 avvenne la rifondazione del convento a opera dei frati francescani osservanti, ai quali il luogo sacro era stato affidato dalla comunità di Marostica, sensibilizzata dalle predicazioni del beato Bernardino Tomitano da Feltre (dello stesso ordine) e dall’uccisione del

piccolo Lorenzino Sossio, popolarmente considerato beato ma mai riconosciuto tale dagli organi ecclesiastici: il suo corpo, trasportato e custodito nella chiesa del convento, fu infatti oggetto di devozione e qui rimase fino alla soppressione napoleonica, dopo la quale venne trasferito nell’antica pieve di Santa Maria Assunta, poche centinaia di metri a ovest di Borgo Giara. La rifondazione del convento comportò un importante ampliamento della chiesa, situata a nord del complesso, ricostruita a due navate e dotata di tre altari, campanile e abside a ovest; prese forma contestualmente il corpo principale dell’edificio, con la costruzione del primo grande segmento del corpo di fabbrica sud, a partire da est fino al corpo centrale di


IL RAPPORTO A fianco Una veduta aerea del convento, ripreso da nord-ovest.

Sotto, da sinistra Il complesso da sud-ovest: una foto emblematica, che mette in evidenza la sua posizione straordinaria nei pressi di Marostica e al tempo stesso nel contesto pedemontano, giusto all’imbocco della via per l’Altopiano dei Sette Comuni. Una rappresentazione isometrica del convento, così come appariva nel periodo di massimo fulgore, cioè verso la metà del XVIII secolo: da notare i due chiostri, la chiesa con il companile e il prolungamento dell’ala ovest.

collegamento con la chiesa, del quale oggi rimangono solo alcuni lacerti murari. L’insediamento aveva quindi planimetria rettangolare: sul lato nord la chiesa, sui lati sud e ovest l’edificio conventuale e sul lato est un alto muro a chiudere il claustro scoperto centrale, che non si presentava ancora porticato. Al di là del muro, verso est, si trovava un orto, contraffortato da un alto contenimento in pietra, che perimetra ancor oggi il lato a monte del sentiero di accesso al convento dal Borgo.

Sulle pendici del colle, a ovest, era il brolo con vigna e alberi da frutto. A nord della chiesa stava il cimitero. Nel corso dei secoli, con il susseguirsi di Riforma e Controriforma, l’edificio venne notevolmente ampliato: nel 1640-’45 venne realizzato un secondo chiostro a ovest; i due claustri vennero arricchiti con portici voltati a crociera e logge soprastanti; furono ampliati il lungo corpo a sud e la chiesa, si costruirono due nuovi corpi trasversali a est (destinati probabilmente a parlatorio e a biblioteca) e

a ovest (una grande cantina voltata a botte al piano terra e tre stanze per foresteria al primo piano); il campanile venne sopraelevato, mentre al primo piano del corpo a sud furono infine ricavate le celle per i frati, in luogo del grande dormitorio precedente. L’ultima significativa trasformazione avvenne nel XVIII secolo, quando fu ulteriormente prolungato il corpo a sud per ricavare altre celle (che in tutto divennero 17) e venne costruito, di fronte alla facciata est della chiesa, un atrio voltato, sotto

Sotto La lapide posta su una delle pareti del chiostro ovest, che riporta la data del primo ampliamento (avvenuto nel 1643).

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IL RAPPORTO

A fianco, da sinistra verso destra I resti del complesso conventuale all’inizio del XX secolo.

Sotto, da sinistra verso destra Il loggiato del secondo chiostro (lato ovest) e ciò che tristemente rimane della grande chiesa conventuale.

In basso Le diverse fasi di sviluppo del complesso nel corso dei secoli.

il quale erano arche sepolcrali (visibili ancora oggi). La chiesa stessa, che già era a due navate, venne ampliata verso nord con un’ulteriore cappella (forse per la custodia e la venerazione del corpo del “Beato Lorenzino”), fino a raggiungere il numero di otto altari. La soppressione napoleonica, nel 1810, determinò il progressivo decadimento del complesso, con la graduale rovina dell’intera chiesa (rimangono solo tracce dell’abside con fornice a sesto acuto), di buona parte dei chiostri, del corpo centrale e del campanile, crollato nel 1936 a causa di un fulmine. Della notevole quantità di opere d’arte un tempo presenti nel cenobio (tra cui dipinti di Jacopo dal Ponte e Felice Cignaroli), sono visibili solo alcuni lacerti di affresco nelle

Sec. XVI

Sec. XVII

Sec. XVIII

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lunette sotto il portico dei due lati residui di chiostro, con storie bibliche e della vita di San Francesco; da indagini e rilievi condotti sul posto è risultato che gli intonaci ricoprono e custodiscono in alcuni locali pitture a fresco, tra le quali potrebbe esserci un’Ultima cena del Cignaroli, documentata nel refettorio. Oggi il convento è ridotto a quattro abitazioni private che comprendono l’intero corpo a sud, il quale si sviluppa su tre piani a partire dal seminterrato, dove si distribuiscono quattro cantine seriali con volta a botte interamente in pietra a vista ad opus incertum, inscrivibili, ciascuna, in un cubo di cinque metri di lato. L’edificio si fonda sulla roccia sottostante, costituita da calcare nulliporico in posto a strati

verticali inclinati verso nord: un sostrato tra i migliori, che garantisce stabilità alle fondazioni. Sul convento dei Santi Fabiano e Sebastiano di Marostica non sono stati condotti finora studi sistematici, se non quelli svolti dal 1985 al 1988 da chi scrive, assieme a Marco Farro e Francesco Parolin, in occasione della loro tesi di laurea in Architettura all’IUAV di Venezia (dalla quale è tratta parte delle informazioni di questo servizio). L’edificio, vincolato come bene monumentale, ha destato e desta ancor oggi curiosità e interesse, proprio perché la sua storia è sconosciuta ai più. All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, considerate le condizioni in cui il complesso si trovava, il sindaco di Marostica Mario Consolaro ne


A fianco Il campanile e i ruderi della chiesa in una foto dei primi del Novecento. Sotto Il capitello del Beato Lorenzino e il basamento della croce ferrea posta all’inizio della salita al convento. Transenne e reti di protezione lungo e sopra via Beato Lorenzino.

Planimetria dello stato attuale (elaborato a cura di Alessandro De Vicari e Duccio Dinale).

propose la vendita “per preservarlo dal decadimento” e pubblicizzò l’iniziativa con un pieghevole che divulgò in tutto il mondo: il suo obiettivo era quello di favorire il recupero del convento per farne un centro di studi universitari, di corsi e seminari internazionali, un albergo o comunque per un “nobile scopo”. L’iniziativa non ebbe esito e il complesso, oggi abitato in parte da due sole famiglie, avanza verso un inesorabile degrado tanto che il corpo est, di proprietà comunale, ancora integro alla fine degli anni Ottanta, sta ormai rovinando a terra e che lungo il sentiero sono state poste reti di protezione dalla caduta delle pietre dalle murature. Il Comune di Marostica, proprietario oltre che del corpo est anche dell’orto adiacente, del sedime della chiesa (sotto al quale si trova una vasca piezometrica dell’acquedotto, realizzata nel 1908), del sentiero che dal Borgo porta al convento e della comproprietà sulla corte co-

mune (costituita dal sedime dei due chiostri e del corpo centrale), intende progettare la sistemazione dei beni di sua proprietà. A tal fine ha incaricato uno studio di architettura: l’obiettivo è quello di avere a disposizione un progetto cantierabile per poter accedere a finanziamenti dedicati al recupero dei beni storici e architettonici, proponendo pure la realizzazione di un orto storico sul luogo dell’orto del convento. Finora è stato realizzato un preciso rilievo strumentale e manuale di tutti gli spazi esterni e del corpo est, con un’attenta valutazione dei degradi e dei possibili interventi di restauro. Le indagini sono state favorite dall’intervento della Compagnia delle Mura, quarantennale associazione cittadina, che ha provveduto a liberare gli spalti murari da edere e altri infestanti e che si è resa disponibile a operare periodicamente interventi di manutenzione ordinaria degli spazi scoperti del monumento, come ha

finora fatto per i castelli e le mura scaligere di Marostica. Grazie a tale intervento di pulizia, sono venuti alla luce numerosi tratti di muratura prima occultati dalla fitta vegetazione. Tra questi spicca l’elevato muro di contenimento dell’orto, citato da un autore anonimo della storia del convento di San Sebastiano (poi riportato da Gaetano Maccà in un manoscritto e ripreso da Bortolo Brogliato in “750 anni di presenza francescana nel vicentino” - Vicenza, 1982): “[…] del 1557 et 1558 fu fatto il muro della scala longa più di 100 piedi vicentini (sentiero di accesso al convento, ndr), che conduce dal piano al cimitero del convento situato su per la collina alquanto eminente [...]”. Se il progetto troverà attuazione, sarà finalmente possibile accedere a un monumento eccezionale nel nostro territorio: un primo tassello all’auspicabile recupero di tutto il convento.

Sopra, dall’alto verso il basso Ricostruzione in pianta e sezione longitudinale della chiesa dei Santi Sebastiano e Fabiano: considerevole il numero degli altari, giunti a otto nel momento di massimo splendore del complesso conventuale.

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Il mio fucile è l’alfabeto

PHILIP ROTH

IL CENACOLO

di Chiara Ferronato

For ever (sine Nobel)

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Philip Roth (Newark, 19 marzo 1933 New York, 22 maggio 2018).

“Ho sempre saputo che sarei diventato uno scrittore”.

La copertina del romanzo di Philip Roth, Nemesi. Einaudi, 2010.

La morte di Philip Roth, il 22 maggio a New York, ci fa pensare che sia morta con lui la Narrativa. Non la Letteratura, non la Storia, non la Poesia: la Narrativa. E, per come la sentiva lui, la Narrativa era uno stato di essere, era scendere nei campi di battaglia della vita per diventare padrone del racconto, al di là di virtuosismi politici-storici-giornalistici, al di là della ricerca di forme vuote da riempire di parole, al di là di ogni altro intento che non fosse raccontare. E raccontare l’America: paradossale, febbrile, ironica o mortificata, brutale o nobile, avvolta nell’in-

volucro della sua vita quotidiana, nella quale Philip Roth voleva vedere tutto. E ha visto tutto. A settantotto anni Philip Roth decise di non scrivere più. Da Pastorale americana (il libro sempre menzionato come per dire che si è a conoscenza degli altri) fino ai brevi romanzi della vecchiaia - Everyman, Indignazione, L’umiliazione e Nemesi (dove un’epidemia si insinua nel doppiofondo della credibile realtà: un raptus di bravura) - Philip Roth in nessun momento ha tradito la Narrativa e noi gliene siamo grati, terrorizzati di sentirne il vuoto. Chiara Ferronato

Doveva andare a casa! Ebbe l’impulso di alzarsi e metter via i suoi averi nella sacca da viaggio in modo da esser pronto a prendere il primo treno del mattino. Però non voleva svegliare i ragazzi o dar l’impressione di fuggire in preda al panico. Era per venire lì che era fuggito in preda al panico. Ora invece se ne andava dopo aver ritrovato il coraggio per affrontare traversie la cui realtà era innegabile, ma i cui rischi restavano pur sempre incomparabili con quelli che minacciavano Dave e Jake mentre combattevano per consolidare la presenza alleata in Francia. Quanto a Dio, era facile pensar bene di Lui in un paradiso come Indian Hill. Diverso era a Newark - o in Europa o nel Pacifico - nell’estate del 1944.

lontananza, sull’isola che avevano raggiunto in canoa per fare l’amore sotto il baldacchino delle foglie di betulla... privarsene dopo un solo giorno era impossibile. Perfino l’immagine delle tavole di legno zuppe d’acqua all’entrata della capanna, dove il vento aveva sospinto le gocce di pioggia attraverso la veranda e oltre la porta a zanzariera, agì per lui come corroborante: anche quel banale segno di un torrenziale acquazzone in qualche modo rafforzò la sua decisione di rimanere. Sotto un cielo tirato a lucido dalla pioggia sferzante, con gli uccelli che cinguettavano e volavano sopra la sua testa, e in compagnia di quegli euforici ragazzini, come avrebbe potuto fare altrimenti? Non era un medico. Non era un infermiere. Non poteva tornare a una tragedia le cui condizioni non aveva la facoltà di cambiare. Lasciamo perdere Dio, disse a se stesso. Da quando in qua consideri Dio affar tuo? E, assumendo il ruolo che invece era affar suo, si avviò alla colazione insieme ai ragazzi, riempiendosi i polmoni della fresca aria montana monda d’ogni sostanza inquinante. Mentre marciavano giù per l’erboso pendio della collina, un intenso profumo di vegetazione umida, del tutto nuovo per lui, si alzava dalla terra zuppa d’acqua, a certificare la sua indiscutibile sintonia con la vita. Aveva sempre vissuto in un appartamento cit-

La mattina dopo, il mondo bagnato dal temporale era svanito, e il sole era troppo lucente, il clima troppo salubre, l’eccitazione dei ragazzi di fronte a una nuova giornata senza l’impaccio della paura era troppo contagiosa per immaginare di non svegliarsi mai più fra le pareti di quella capanna tappezzate dagli stendardi delle scuole. E mettere a repentaglio il futuro abbandonando precipitosamente Marcia era cosa troppo orribile per essere presa in considerazione. La vista dalla veranda della capanna sull’immota lucentezza del lago in cui al termine del suo primo giorno si era tuffato così in profondità e, in

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tadino insieme ai nonni e non aveva mai sentito sulla pelle il miscuglio di calore e freschezza di una mattina di luglio in montagna, né conosciuto la sensazione di pienezza che ne derivava. C’era qualcosa di così vivificante nel trascorrere la propria giornata lavorativa in quello spazio sconfinato, qualcosa di così accattivante nello spogliare Marcia nell’oscurità di un’isola deserta lontano da tutti, qualcosa di così emozionante nell’addormentarsi in un’apocalisse di tuoni e lampi per poi risvegliarsi in quella che sembrava la prima mattina in cui mai il sole avesse brillato sull’umanità. Sono qui, pensò, e sono felice... e lo era, rallegrato anche dal cic ciac prodotto da ogni suo passo sulle fradice zolle erbose. E’ tutto qui! Pace! Amore! Salute! Bellezza! Bambini! Lavoro! Cos’altro c’era da fare se non rimanere? Sì, tutto quel che vedeva, udiva e odorava era un’eloquente premonizione del fantasma della felicità futura. Qualche ora dopo, si verificò un insolito episodio, un episodio che si diceva non fosse mai accaduto prima al campo. Calò su Indian Hill un enorme sciame di farfalle, e per circa un’ora a metà pomeriggio le si vide scendere qua e là, saettare sui terreni di gioco, appollaiarsi fitte fitte sul bordo della rete nei campi da tennis e posarsi sugli alberi della seta che crescevano in abbondanza ai margini del terreno. Forse erano state trascinate lì nella notte dal forte vento del temporale? Si erano smarrite mentre migravano a sud? Ma perché avrebbero dovuto migrare quando l’estate era ancora agli inizi? Nessuno, nemmeno il capogruppo delle attività naturalistiche, conosceva la risposta. Comparvero in massa come per analizzare ogni singolo stelo d’erba, arbusto e albero, ogni fusto di rampicante, fronda di felce e gramigna, ogni petalo di fiore nel campo in cima alla montagna, prima di rimettersi in volo per il luogo dove erano dirette.

Mentre Bucky se ne stava sulla banchina sotto il sole caldo a guardare le facce illuminate dai raggi solari che ballonzolavano nell’acqua, una delle farfalle si posò su di lui e cominciò a succhiargli la spalla nuda. Miracoloso! Sorbiva le sostanze minerali del suo sudore! Fantastico! Bucky restò immobile, osservando la farfalla con la coda dell’occhio finché si alzò in volo e subito scomparve. Più tardi, raccontando l’episodio ai ragazzi della capanna, disse loro che quella farfalla pareva concepita e dipinta dagli indiani, con le sue ali piene di nervature e colorate di nero e arancio, e gli orli neri puntellati di minuscole macchioline bianche - invece non disse loro che era così stupefatto da quella meravigliosa farfalla che si nutriva della sua carne che, quando era volata via, quasi si era concesso di considerarlo un altro presagio dei benefici tempi a venire. Nessuno a Indian Hill si fece intimorire dalle farfalle che ammantavano il campo e formavano nell’aria nuvolette colorate. Anzi, tutti sorrisero deliziati per quel silenzioso, brioso volteggiare, campisti e capigruppo ugualmente elettrizzati sentendosi avvolti dall’eterea fragilità di quelle innumerevoli, frementi ali screziate. Alcuni campisti uscirono di corsa dalle loro capanne armati di acchiappafarfalle fabbricati al laboratorio di falegnameria, mentre i bambini più piccoli correvano pazzamente dietro alle bestiole che salivano e scendevano cercando di catturarle a mani nude. Tutti erano contenti, perché tutti sapevano che le farfalle non mordevano e non attaccavano malattie ma disseminavano il polline che faceva crescere le piante. Cosa poteva esserci di più salutare? Sì, il campo giochi di Newark se l’era lasciato alle spalle. Non se ne sarebbe andato da Indian Hill. Là era preda della polio; qui era cibo per le farfalle.

Sopra, da sinistra verso destra Frammenti di quotidianità nell’America degli anni Ottanta.

Sotto, dall’alto verso il basso Alcuni grandi successi dello scrittore.

Da “Nemesi” di Philip Roth

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Può donare un tocco in più di charme e trasformarsi in raffinata arma di seduzione. L’importante, però, è che sia naturale

ESERCIzI DI STILE

CORALLO, UN CLASSICO DA RIVALUTARE

di Federica Augusta Rossi

Sotto, da sinistra verso destra Collana a quattro fili in corallo naturale grezzo di Torre del Greco. Collana in corallo naturale del Mar del Giappone.

E’ noto per il suo potere di portafortuna. Ma non tutti sanno che per millenni ebbe anche il valore di una moneta di scambio, usata per pagare le merci preziose provenienti dall’ Oriente.

Si nomina il “rosso” e si pensa al rosso Valentino, a quello dei rossetti Chanel o addirittura a quello Ferrari. Ma è il rosso del corallo quello che non può mancare alle signore nell’estate 2018. Da sempre classico ornamento estivo, quest’anno si impone come accessorio da riscoprire e rivalutare in tutto il suo fascino. Basterà una collana dal sapore etnico su un decolleté abbronzato. Oppure un paio di orecchini pendenti per incorniciare il viso. Gioielli che anche in inverno potranno ravvivare il serioso ed eterno tubino nero. L’importante è che sia naturale. Come il rosso del Mediterraneo, quello di Sciacca, il momo, diffuso nel Pacifico, o il corallo bambù. Solo per citare i più conosciuti. Tutti si sposano molto bene con il caleidoscopio di toni che illuminano la stagione calda e sapranno donare quel tocco in più di charme che, visto il colore, potrebbe anche trasformarsi in raffinata arma di seduzione. Si stima che il 70% del corallo esistente sul mercato sia di origine mediterranea. Viene pescato a una profondità media di cento metri e ha un colore più intenso di quello del Pacifico, ormai considerato specie protetta a causa dei metodi di pesca che negli anni hanno danneggiato e impoverito le colonie. L’albero del mare -così chiamato per la sua forma arborescente è protagonista di numerosi miti. La leggenda più vicina alla nostra cultura collega la sua origine a Medusa, la cui testa, mozzata da Perseo e gettata in mare, stillò sangue su foglie e ramoscelli nati sott’acqua. Questi si tinsero di rosso e, una volta pescati, pietri-

ficarono al contatto con l’aria. Dall’India alla Mongolia, dall’Europa all’America, passando per l’Africa, al corallo è stato universalmente riconosciuto il potere di portafortuna. Ma anche il valore di moneta di scambio. Per millenni, infatti, “l’oro rosso” è stato usato per pagare le merci preziose provenienti da Oriente. Fu così che le famose vie della seta e delle spezie diventarono anche vie del corallo. E’ anche in virtù della sua storia che il corallo si conferma un ornamento sempre più prezioso, affascinante e versatile. Lo sanno bene gli abitanti di Torre del Greco, la cittadina ai piedi del Vesuvio, dove quasi non esiste famiglia che in qualche modo non abbia a che fare con la lavorazione o la commercializzazione. Si tratta spesso di attività tramandate di generazione in generazione: un vero albero genealogico fatto di corallo. Buona parte della storia professionale di queste famiglie parte da un passato lontano, quando a Torre del Greco l’attività legata

al corallo si limitava soltanto alla pesca. Nell’Ottocento erano ben 1300 le barche dei pescatori dediti alla raccolta delle madrepore. Fu il marsigliese Martin Bartolomeo, nel 1805, ad aprire il primo opificio della città. Iniziò così la storica vocazione manifatturiera del centro campano, grazie anche all’apertura di una scuola di incisione tutt’ora attiva. Nella lavorazione del corallo fondamentali sono la scelta del materiale grezzo e la sua valorizzazione attraverso modelli che ne esaltino appieno le caratteristiche. Nel corso dei decenni, ovviamente, si sono evolute tanto le tecniche quanto i legami con il mondo della moda. Gusto e classe, però, non devono mai mancare. Neppure negli oggetti montati in argento e nella bigiotteria di alta gamma. Applicazioni impensabili fino a pochi anni fa ma ora, complice il dialogo sempre più creativo con l’abbigliamento e gli accessori, il corallo ha ampliato le sue declinazioni. Non resta che scegliere la propria.

(p.g.c. Gioielleria Pepita Bassano)

E ripensavo ai primi tempi quando ero innocente. A quando avevo nei capelli la luce rossa dei coralli. Quando ambiziosa come nessuna mi specchiavo nella luna e lo obbligavo a dirmi sempre: sei bellissima!

Claudio Daiano Da “Sei bellissima”, canzone lanciata da Loredana Bertè nel 1975.

Sotto Il corallo di Sciacca si caratterizza, oltre che per la bellezza, anche per la difficile reperibilità: le nuove lavorazioni sono infatti rare a causa della poca materia prima disponibile. I banchi antistanti la città siciliana, scoperti nel 1875, sono esauriti.

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La nascita del Consorzio di Tutela, nel ’64, trasforma una schiera di vignaioli in imprenditori: è l’inizio di una rivoluzione

LE TERRE DEL VINO

I VINI DEL FRIULI VENEZIA GIULIA (ultima parte)

di Nino D’Antonio

nostro corrispondente

Fotografie:

Regione Aut. Friuli Venezia Giulia, tratte dal volume “Aquile e Leoni” in fase di preparazione

Per anni il Friuli Venezia Giulia ha alimentato il mercato dei vini sfusi e a buon prezzo, con la generica etichetta di “Vino del Friuli”. Si salvava solo il Picolit, con la sua ristretta circolazione. Poi, finalmente, è iniziata la grande stagione del riscatto...

Segue dal numero precedente

Benché noto fin dall’antichità, il Picolit può dirsi una scoperta del conte Fabio Asquini, che attorno alla metà del Settecento mette assieme una prima documentazione sulle origini del vitigno, che definisce “nettare prodotto dagli sparuti acini del grappolo”. Ma il nobile ha dietro le spalle studi di agronomia, e questo lo aiuta a superare ogni incognita circa la buona conservazione del vino, nel corso di lunghi trasferimenti. Infatti, Asquini organizza un largo commercio del Picolit in tutta l’Europa, che da Venezia arriverà fino alla corte di Vienna e a quella degli zar. Ma la vera rinascita si deve a Luigi Veronelli, che - su invito della contessa Perusini, della Tenuta Rocca Bernarda - s’impegna a tutto campo per rilanciare il Picolit. Scrive infatti: “Non credo vi sia in

Qui sopra Il conte Fabio Asquini (1726-1818), “scopritore” e primo promotore del Picolit, in un ritratto attribuito al pittore friulano Giovanni Battista de Rubeis (coll. privata). In alto Vigneti nei Colli Orientali.

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Italia vino più nobile di questo... Potrebbe essere quello che lo Chateau d’Yquem è per la Francia”. E ancora: “Vino fermo e aristocratico, ha nerbo deciso e stoffa alta, che si compiace fino a coda di pavone. Grandissimo vino, vino da meditazione…”. E passiamo agli altri Friulani di nobile retaggio. A cominciare dalla Ribolla Gialla, che è certamente il vitigno più antico, con ben settecento anni di storia alle spalle. Anche se s’identifica, al tempo stesso, con uno dei vini più moderni, nel senso di più vicino agli attuali orientamenti del gusto. Delicato, fragrante di profumi floreali e fruttati, ha la sua patria di elezione nei Colli Orientali. Le origini e il nome sono abbastanza controversi. Importato dai Romani? O dall’isola di Cefalonia? Rabiola o Robola? Le ipotesi non trovano confortanti

riscontri, ma il nome è di sicuro legato al particolare contenuto di acidità malica che - in passato portava il vino a ribollire nelle damigiane. Terre ideali della Ribolla rimangono le colline al riparo dalle correnti fredde delle Alpi Giulie, ed esposte alla dolce ventilazione che viene dal mare Adriatico. Di un bel colore giallo paglierino (e il nome lo conferma), presenta deboli riflessi verdastri e una gradevole acidità. Il gusto è secco, la gradazione alcolica media. E’ insomma un vino invitante e beverino. Dal Verduzzo in purezza si ottiene invece il Ramandolo (il nome è quello di una frazione di Nimis nell’Udinese), esempio di raro equilibrio fra tannino, acidità e dolce. Un vino da meditazione, che non va oltre le trentamila bottiglie. E’ considerato un “quasi


Sopra, da sinistra verso destra Una delle ricercate etichette del Vino della Pace, le cui bottiglie sono ormai divenute oggetti cult: in questo caso si tratta di quella disegnata nel 1985 da Enrico Baj. Udine, la salita al Castello in una foto notturna (ph. FVG - Fabrice Gallina). A fianco Il paesaggio suggestivo del Collio, territorio collinare ricco di vigneti e frutteti, costellato dai resti di numerosi castelli. E’ situato tra l’Isonzo a est e il suo affluente Judrio a ovest; mentre i confini meridionale e settentrionale sono rispettivamente con la pianura e con il Monte Korada (812 m).

Rosso”, per la sua capacità antiossidante, superiore di circa venti volte a quella di altri Bianchi. Il Rosazzo - prodotto da una decina di aziende su cinquanta ettari - nasce da un uvaggio abbastanza vario di Friulano, Sauvignon, Pinot Bianco o Chardonnay e Ribolla Gialla. Ha sapore secco e armonico. Si è affermato sui mercati fin dalla metà del ’400, quando l’abbazia di Rosazzo è passata sotto la giurisdizione di Venezia. Del ’63 è la costituzione della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. E l’anno dopo del Consorzio di Tutela, che porterà le Doc ai vini del Collio. Siamo a un passaggio epocale. Una categoria di vignaioli deve trasformarsi in piccoli imprenditori. Una vera e propria rivoluzione, portata avanti dal conte Attems, storico presidente del Consorzio, e da Marco Felluga,

l’inventore dell’Isontino, il primo vino in bottiglia con tappo di sughero. A Cormons, cuore del Collio e sede di una storica e omonima Cantina Sociale, spetta il merito di aver dato vita a due vini che non hanno confronti. Il Vino della Pace e quello del Papa. Il primo è ottenuto con 650 varietà di vitigni provenienti da tutto il mondo, Armenia, Brasile, Cile, Australia, fino alla vecchia Europa. La prima vendemmia è del 1985, il vino prodotto in appena diecimila bottiglie ha, però, bisogno di un’etichetta d’eccezione, che può venire solo dal mondo dell’arte. E sarà Enrico Bay a firmarla. Poi è stata la volta di Arnaldo Pomodoro, Minguzzi, Manzù, Fiume, Rauscemberg. Nel ’90, il colpo grosso. La Cormons crea il vino del Papa. La Chiesa non ha mai previsto

Sopra L’inconfondibile logo del Consorzio di Tutela dei vini del Collio.

alcun requisito per il vino da messa, mentre le dinastie reali hanno sempre avuto una codificazione per i vini ammessi a corte. E’ tempo di pareggiare i conti. Il processo è rigoroso: i peduncoli dei grappoli vengono spezzati (non tagliati), in modo che l’uva appassisca sulla pianta. Dopo quaranta giorni, taglio e pigiatura nella stessa giornata. Per anni, anche per il Friuli Venezia Giulia, il mercato è stato quello dei vini sfusi e a buon prezzo, a cominciare da quelli del Collio, con la generica etichetta di Vino del Friuli. Si salvava solo il Picolit, con la sua ristretta circolazione. Poi, la stagione del riscatto, dell’orgoglio, della ferma volontà di non tradire i caratteri e la storia di una terra difficile ma generosa. Così il solitario e modesto vignaiolo friulano ha saputo dare un nome e un’identità alla sua fatica.

Sotto Una bottiglia di Ribolla Gialla Vinnae Jermann, vino ideale per piatti di pesce (Enogastronomia Baggio - Bassano).

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La Fucina Letteraria: idee, fantasia e cultura

DI LASSU’ TI SCRIVO Quando una scoperta diventa un romanzo epistolare...

HUMANITAS

di Anna Francesca Basso

Anna Francesca Basso, curatrice di questa rubrica.

Venerdì 25 maggio, nell’ex chiesetta di San Marco, a Marostica, l’autrice Laura Primon, presidente de “La Fucina letteraria”, ha presentato insieme con lo storico Paolo Pozzato il suo nuovo libro, Di lassù ti scrivo. L’evento, organizzato in collaborazione con il Gruppo di Storia Ana e con l’Università Adulti/Anziani, è stato patrocinato dalla Città di Marostica; le letture sono state curate da Fabio Valerio. Nel corso delle celebrazioni del Centenario, un appuntamento della rassegna “Quattro passi nella storia” ha portato a conoscenza eventi poco noti, o addirittura inediti, che riguardavano la storia del territorio; sono proprio i racconti e le testimonianze di autori e ricercatori, che hanno ispirato il progetto “Marostica e la Grande Guerra” all’interno dell’Università Adulti/Anziani, curato dalla prof. Liliana Contin. Il 28 gennaio 1918 venne colpito l’aereo da ricognizione del tenente Alberto Pascal, mentre sorvolava l’Altopiano di Asiago; l’ufficiale venne sepolto nel cimitero di Marostica assieme ad altri soldati, caduti come lui nella zona. Il prof. Gianni Frigo, che ricordava fin da piccolo una tomba un po’ trascurata (ma con una dedica bellissima intitolata al tenente Pascal), ha iniziato le ricerche, presentate nel 2015 nell’ex chiesetta di San Marco e precedute da un video incentrato sulla figura di Alberto Pascal. Il pilota era un brillante studente di matematica, aveva già pubblicato studi e ricerche grazie alle quali, a guerra finita, gli vennero conferite la laurea

Di Laura Primon MI CONCEDE QUESTO BALLO?

ad honorem e due medaglie d’argento al Valor Militare per il suo impegno “nell’onorare la Patria”. Il padre Ernesto era professore di matematica all’Università di Napoli, suo zio Carlo un illustre latinista. Il fratello Mario, professore all’Accademia Aeronautica di Caserta, cadde anche lui vittima della guerra. La tomba del tenente Pascal è stata proclamata “Monumento a un Caduto”. Laura Primon, presente, colpita dalla storia e soprattutto dal fatto che Alberto intrattenesse una corrispondenza quasi quotidiana con la madre, e che del carteggio non fosse rimasta nessuna traccia ma soltanto un orologio, ha iniziato a scrivere alcune lettere, quasi a ritessere le fila di un grande amore filiale fatto di tenerezza, senso del dovere, smarrimento e consapevolezza di un evento senza precedenti come la Grande Guerra. Documentatasi sui fogli di volo e su altri carteggi che i ricercatori avevano raccolto, dopo aver visitato alcuni luoghi dell’Altopiano sorvolati da Alberto e aver preso visione di materiali inviati dalla famiglia Pascal e da un docente dell’Università di Napoli, Laura Primon è riuscita a raccontare in modo diverso la storia: ha infatti ricreato la figura di Alberto, ricca di sentimenti ed emozioni, dando voce anche a tutti i ragazzi che hanno perduto la vita in quell’interminabile guerra. Lo storico Paolo Volpato ha scritto l’introduzione e Roberto Bertacco ha raccolto le fotografie. Durante la serata, che è stata molto partecipata, è stato proiettato il video su Alberto Pascal.

Quindici ritratti di donne, ballerine della vita, che sanno tenere il ritmo anche quando si fa tragico e straziante; note stonate sulle quali le donne sanno ancora danzare. Pina, Agatha, Maria, Teresa, Giulia, Rodi e altre senza nome attraversano l’esistenza con piedi leggeri, perché la vita, a volte, “concede un altro ballo”. Associazione culturale LA FUCINA LETTERARIA Sede incontri: Biblioteca “Pietro Ragazzoni” Via Cairoli, 4 - Marostica (VI) Tel. 393 463530285 lafucinaletteraria@gmail.com www.infomarostica.it www.facebook.com/pages/ La-Fucina-Letteraria/ 500449256651722

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La pittura: una passione giovanile che prende forma...

DUILIO FADDA IL CUORE FRA SARDEGNA E PEDEMONTE

ART NEWS TWO

di Andrea Minchio

Fotografie: Duilio Fadda

Con la collaborazione di Andrea Gastner

Sotto La porta della Valle, olio su pannello, 2017.

Nella sua particolare produzione artistica coesistono due anime: la prima legata alle amate origini isolane, la seconda cresciuta lentamente alle falde del nostro Grappa.

Il pittore Duilio Fadda: di origini sarde, è giunto a Bassano negli anni ’80. A destra Omaggio a Luciano Buso, olio su tela, 2015. Qui sotto Tavolara, olio su tela, 2018.

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Colpisce, nelle opere di Duilio Fadda, l’adozione di colori decisi, verrebbe quasi da dire robusti. Un vigore che genera intensi contrasti cromatici e che rafforza l’aspetto compositivo dei suoi quadri, parecchi dei quali a tema paesaggistico-figurativo, esaltandone in particolare le ampie prospettive. Così come, peraltro, è possibile ritrovare la stessa consistente energia nei ritratti, vero punto di forza del pittore, spesso dedicati a donne volitive, dal carattere gagliardo e lo sguardo deciso e fiero. Difficile, vedendo questi lavori, credere che Duilio Fadda abbia iniziato a impugnare i pennelli solo pochi anni fa. Merito, naturalmente, di quanti ne hanno compreso le potenzialità, tra i quali i maestri Gianni Chiminazzo e Felice Feltracco; ma anche di

un’innata e mai sopita predisposizione, resasi evidente già negli anni giovanili e prepotentemente esplosa come irrefrenabile passione in età matura. “Non completamente ignaro dell’arte e spinto dal desiderio di confrontarmi con alcuni amici pittori, terminata la vita lavorativa mi sono attrezzato di carta, colori

e pennelli (pochi e scadenti!), per dedicare qualche ora del mio tempo libero a quell’ardente inclinazione che a scuola mi aveva dato tante soddisfazioni. Proprio durante la fanciullezza aveva infatti preso corpo in me l’aspirazione a disegnare e dipingere; fu un compagno delle elementari a suggerirmi di tra-


ART NEWS TWO

A sinistra Nuraghe Santu Antine (Torralba), acquerello, 2015.

A fianco, dall’alto verso il basso A passeggio lungo il Brenta, olio su tela, 2017. Post mortem, olio su pannello, 2017.

Sotto, da sinistra verso destra Studio 1, matite su cartoncino, 2017. Studio 5, matite su cartoncino, 2018.

sferire sulla carta i volti che incontravo ogni giorno, in aula come in molti altri contesti. Da adolescente potei poi affinare la tecnica, amando riprodurre figure femminili ma pure atleti e calciatori, ripresi dai libri e dalle riviste. Passato quel periodo, però, rivolsi i miei interessi verso altri aspetti della vita, legati soprattutto al sociale e alla politica. L’arte, tuttavia, tornava in più occasioni a manifestarsi come una valvola di sfogo verso una ricerca di libertà. Poi il lavoro e la famiglia assorbirono tutto il mio tempo, facendomi ragionevolmente trascurare quella che era, in fondo, una passione effimera”. Ci racconta uno stralcio della sua esistenza Duilio Fadda, giunto dalla Sardegna a Bassano all’inizio degli anni Ottanta, a seguito di un trasferimento professionale, e ben presto innamoratosi

della nostra terra. Non a caso nella sua produzione pittorica coesistono due anime: la prima legata alle origini isolane, la seconda cresciuta lentamente alle falde del Grappa. Possiamo così ritrovare, accomunate dall’intensità del colore e dalla predilezione per i vasti panorami, rappresentazioni di luminose marine e spiagge assolate, così come di piccoli e raccolti borghi dell’entroterra (dove il turista vacanziero raramente approda), nuraghi e paesaggi collinari; ma anche opere che inquadrano il territorio pedemontano veneto, del quale il pittore indaga soprattutto ciò che ancora rimane di una radicata (ma irrimediabilmente perduta) civiltà contadina. Dei ritratti abbiamo già detto. Vale però la pena di soffermarci qualche istante sui lineamenti dei volti, specie quelli femminili,

che richiamano una comune matrice mediterranea. Un probabile retaggio delle radici di Duilio Fadda, giustamente fiero della sua Sardegna, la patria di Grazia Deledda che così la descrisse: “Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta. Noi siamo sardi”. Fondamentale nel recupero di un impulso sempre latente in Duilio Fadda, quello per l’arte, è stato un articolo apparso nel 2014 sulla stampa locale, che invitava a un incontro nella sede del Gruppo Artisti Rosatesi. Inutile dire che tale invito è stato accolto. Con un esito decisamente promettente.

Ragazza afgana (omaggio a Steve McCurry), acquerello, 2018.

Duilio Fadda Pittore

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Tel. 335 7284802 duiliofadda52@gmail.com


Gianni Mattana, ragazzo del ’38 Una vita piena di avventure Gli anni passano, ma non ha tempo per pensarci: ha troppo da fare

PERSONAGGI

di Andrea Gastner

Quando camminerete sulla terra dopo aver volato, guarderete il cielo sapendo che là siete stati e proprio là vorrete tornare.

Sulla terra o in cielo (fino a poco tempo fa!), é sempre in movimento. Quando poi si tratta di provare un nuovo veicolo, nessuna esitazione: lui mette in moto e parte…

In via Cereria lo conoscono tutti, ci abita da quando è nato, cioè da qualche anno prima che iniziasse la Seconda Guerra Mondiale. Un evento drammatico che lo coinvolse da ragazzino, proprio lui che amava la libertà di muoversi sui campi attorno alla sua casa. Tempi duri, specialmente quando suo padre Cristiano, allora carabiniere sul fronte albanese, venne arrestato dai tedeschi perché non voleva collaborare e fu condotto in un campo di concentramento. Per molto tempo non si seppe nulla di lui. Tornò solo alla fine del conflitto, magro come un baccalà. Finita la guerra -Gianni aveva circa sette anni- assieme ad alcuni amici si dedicava “all’esplorazione” del territorio, alla ricerca di residuati bellici abbandonati dalle truppe tedesche in fuga. Dai “pezzi” smontati si ricavavano ottone e polvere da sparo: il primo veniva venduto ai depositi e la seconda serviva a far saltare in aria i barattoli di latta. “Ragazzate -dice con noncuranza Gianni-. Noi non ci rendevamo conto del pericolo, era un gioco,

uno dei tanti che inventavamo”. Sono passati gli anni, ma il suo carattere non è cambiato: è sempre un uomo libero, gli piace l’avventura, oggi come ieri. Rivangando un passato non molto lontano ha scoperto che, oltre a muoversi con ogni mezzo sulla terraferma, si poteva anche volare: sì, dico bene, volare! Così il nostro Gianni, ottenuta l’abilitazione al volo nel 1989, durante il tempo libero si recava all’aviosuperficie Alla Colombara dei fratelli Sartori, a Marsan. Una volta messo in pista il suo ultraleggero Polaris 503, dopo un rollio di qualche decina di metri, Gianni si alzava in volo, destinazione Asiago o il Grappa, sorvolando il Canal di Brenta e anche il Pedemonte. “Ricordo che, quando mia moglie con i ragazzi andava al mare e io rimanevo a Bassano a lavorare in officina, nei fine settimana prendevo l’aereo e li raggiungevo a Jesolo. Mi sembrava di toccare il cielo con un dito, il mare in lontananza appariva in tutta la sua grandezza...”.

L’officina, appunto, di cui è proprietario con il fratello Giuseppe, purtroppo recentemente scomparso, è attiva dagli anni ottanta e lo vede sempre presente tra vetture e quad. “Ho lasciato il volo -ci spiega Gianni Mattana- e scoperto il quad, un motomezzo a quattro ruote che mi permette di muovermi sui sentieri del Grappa e dell’Altopiano e lungo il greto del Brenta: Sempre attento, però: ho ancora la testa sulle spalle”. Conoscendolo bene, questa è una precisazione che ci lascia perplessi. Sarà proprio così? In ogni caso, a chiudere il colloquio con Gianni, ecco un aneddoto che vale la pena di ricordare e che ha visto coinvolta durante un volo sua moglie Lucia, seduta dietro di lui. A un certo punto Gianni ha compiuto una manovra azzardata e il velivolo ha perso quota: per raddrizzarlo ci sono voluti tutto il sangue freddo e l’esperienza del pilota. Lucia lo ricorda ancora con un certo tremore. Da quella volta ha evitato di partecipare ad altri voli.

Leonardo da Vinci

Qui sopra L’Abilitazione al volo per apparecchi provvisti di motore di Gianni Mattana.

In alto, da sinistra verso destra Gianni Mattana, in una foto recente, in sella al suo quad in località Forcelletto (Monte Grappa) e, in un’immagine di qualche tempo fa, sulle sponde del lago di Garda.

In basso Il fondatore di Mattana Autoservice, all’inizio degli anni Duemila, prima di affrontare un volo con il suo ultraleggero nell’aviosuperficie Alla Colombara dei fratelli Sartori.

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L’ultimo numero de L’Illustre bassanese racconta i pregi storico-religiosi e artistici dell’importante monumento

CIVITAS

SANTA MARIA IN COLLE Pieve matrice delle chiese del Bassanese

di Antonio Minchio

La pubblicazione è stata presentata in “Duomo”, con grande partecipazione di cittadini.

L’idea iniziale dell’arciprete don Andrea Guglielmi e di Editrice Artistica, quella di dare alle stampe una piccola guida della chiesa più amata dai bassanesi, ha finito col trovare forma in un importante numero de L’Illustre bassanese di quaranta pagine. La pubblicazione, che per una particolare coincidenza cade giusto 1020 anni dopo il placito del 22 luglio 998, ha riscosso unanimi apprezzamenti ed è stata ufficialmente presentata in una gremita pieve mercoledì 30 maggio. Nel corso della cerimonia hanno parlato l’arciprete di Bassano, l’editore Minchio, gli autori dei testi Giovanni Battista Sandonà e Agostino Brotto Pastega. L’evento è stato reso suggestivo dall’esecuzione di alcuni brani liturgici cantati dal coro “Compagnia di canto” diretto da Fabio Sbordone, il quale ha messo in luce i pregi delle opere prescelte. Nel corso degli interventi è stato evidenziato l’alto valore storicoreligioso della pieve, “Simbolo e memoria di una Comunità” che affonda le sue radici nell’Alto Medioevo, e il suo profondo legame con le istituzioni e le corporazioni cittadine: in primis il Municipium che si fece sempre promotore di donazioni, ampliamenti e abbellimenti vari, al punto da diventare esso stesso committente di pregevoli opere artistiche. Spesso fu costretto a “muovere liti” agli arcipreti, quando questi si rifiutavano di partecipare alle spese. E’ stato adombrato che

Sopra, dall’alto verso il basso La copertina del n. 173 (maggio 2018) de L’Illustre bassanese. Don Andrea Guglielmi, davanti al portale della chiesa, con i protagonisti della presentazione della rivista. La pieve gremita, lo scorso 30 maggio. I ritratti di Francesco e Jacopo dal Ponte, con l’autoritratto di Leandro nella Madonna del Rosario (1596 c.).

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dietro il misterioso crocifisso ligneo del Duecento e il ciclo freschivo della Passione ci sia stato l’intervento del Comune; certa invece fu la sua opera nelle commissioni della grande croce lignea della Scuola del Guariento (ora nella chiesa di San Francesco) e della preziosa croce astile del Filarete. Sempre attento a chiamare le migliori maestranze sulla piazza -emblematico il caso del Palladio convocato per il ponte sul Brenta nel 1569- al Comune si deve anche la chiamata di Vincenzo Scamozzi, che fornì i disegni per la monumentalizzazione in forma classicistica del coro della pieve. La presenza del grande architetto vicentino risulta documentata con pagamenti nel corso del biennio 1588-ʼ90, durante il quale venne fra l’altro interrata la medievale “ecclesiola subterranea”. Quando un secolo dopo la navata della chiesa venne definitivamente adornata, si volle con lungimiranza riprendere i paramenti che Scamozzi aveva ideato per l’abside, forse, utilizzando un suo disegno superstite. Questo spiega perché, nonostante le numerose opere barocche conservate al suo interno, la pieve appartenga ancora stilisticamente alla “Maniera”. Quando la piazza bassanese poteva offrire artisti validi il Comune, o le Confraternite religiose, ricorrevano alle glorie locali, come nel caso di Jacopo dal Ponte, del figlio Leandro, di Orazio Marinali, di Giovanni Battista Volpato (autore

dei tre teleri barocchi del soffitto), di Giustiniano Vanzo Mercante, di Francesco Roberti, sino ai moderni Giuseppe Lorenzoni e Luigi Bizzotto. L’intero emiciclo della pieve rappresenta una vera e propria antologia dell’arte veneta, abbracciante circa settecento anni nel corso dei quali i bassanesi hanno dato forma al loro senso del divino. Per la prima volta in assoluto, nella rivista è stata colta una particolarità che appartiene solo alla pieve di Bassano: ossia l’insistita presenza di autoritratti di pittori nelle pale d’altare, aspetto questo che le rende vive. E’ il caso dell’autoritratto di Leandro dal Ponte nel Martirio di Santo Stefano dell’omonimo altare; dei ritratti di Jacopo e Francesco dal Ponte nella Presentazione di Gesù al Tempio eseguita a quattro mani per l’altare del Santissimo Nome di Gesù (in Museo dal1870); dell’autoritratto di Leandro assieme ai ritratti del padre e del fratello Francesco (allora entrambi deceduti), nella Madonna del Rosario; dell’autoritratto di Francesco Roberti tra i “Purganti” nella pala de I santi Bartolomeo Apostolo, Carlo Borromeo e Ignazio di Loyola dell’omonimo altare. Un ulteriore autoritratto di Jacopo dal Ponte fa capolino anche nel Presepio di san Giuseppe (1568) che si trovava sino al 1859 nella chiesa di San Vittore, comunicante attraverso un porticato ligneo con la pieve.


In un libro di Catia Dal Molin una storia finora mai raccontata...

“Ti tasi sempre. Ti parli mai”

IN VETRINA

di Antonio Minchio

Il dramma dei Veneti nel Brasile del Sud, all’epoca dei totalitarismi

Il volume racconta la storia, praticamente sconosciuta, delle tribolazioni patite dai nostri ex connazionali nel Rio Grande do Sul, fra il 1938 il 1945, sotto il regime di Getúlio Vargas. sempre. Ti parli mai (Eab, 2018), già disponibile in libreria: un’opera dedicata all’emigrazione veneta nel Rio Grande do Sul, ma anche un lavoro di “riesumazione storico-culturale” -come ricorda Gianni Posocco nella prefazioneche offre al lettore preziose informazioni su un periodo poco noto, ma pur sempre parte integrante della travagliata epopea delle nostre genti in Sud America.

Alla fine dell’Ottocento, in un travagliato momento di transizione storica, migliaia di italiani attraversarono l’Oceano alla ricerca di lavoro e di una vita migliore. Molti di essi, di origine veneta, si insediarono nel Brasile del sud, dove portarono la propria lingua, assieme a cultura e tradizioni. Lì fondarono, tra le altre, le città di Nova Bassano, Nova Treviso, Nova Venezia... Dopo il 1938, con il governo di Getúlio Vargas, gli emigrati e i loro discendenti furono colpiti da severe restrizioni e punizioni, perché considerati appartenenti a stati politicamente contrari al regime. Fu soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il Brasile dichiarò guerra ai Paesi dell’Asse, che la pressione si fece più intensa. Ci fu un susseguirsi

La famiglia di Silvio Antonio Ferron e Elizabetha Venturini (bisnonni di Catia Dal Molin), originari di Orgiano ed emigrati nel Rio Grande do Sul. In alto La copertina del volume Ti tasi sempre. Ti parli mai, curato da Catia Dal Molin (Eab, 2018 - euro 15,00). Qui sotto Catia Dal Molin.

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di episodi contro gli italiani e i loro discendenti: carcerazioni, rivolte, distruzioni... La tensione e la paura erano costanti! La formula “Ti tasi sempre”, allora molto usata dai nostri ex connazionali, invitava a stare zitti, poiché con il silenzio si potevano forse evitare denunce, rappresaglie e prigione. L’espressione “Ti tasi sempre” veniva ripetuta pure ai bambini, per far loro capire che, non sapendo ancora parlare in portoghese, era meglio tacere. Questo modo di dire, “Ti tasi sempre”, può allora essere usato oggi per raccontare le frustrazioni e le angosce patite in quegli anni dalle popolazioni di origine veneta. Una missione, quella del recupero di tale memoria, che si è posta Catia Dal Molin, curatrice e coautrice del volume Ti tasi

Catia Dal Molin, italo-brasiliana, è nata a Santa Maria, nel sud del Brasile, e vive in Italia da undici anni. Laureata in Storia Specialistica all’Università Francescana di Santa Maria, ha realizzato e diretto per dieci anni Conheça a Quarta Colonia. La terra dei nostri nonni, programma di cultura italiana di Radio Imembui. Dal 1997 studia gli effetti della Seconda Guerra Mondiale sulle comunità del Brasile meridionale. E’ autrice del libro Senza ritorno: a emigração italiana no Brasil (2004) e curatrice del volume Mordaça Verde e Amarela: imigrantes e descendentes no Estado Novo (2005), nonché del relativo film-documentario. Il volume Ti tasi sempre. Ti parli mai sarà presto pubblicato anche in Brasile in una versione bilingue talian-italiano, alla quale hanno collaborato i Distretti Rotary 2060 (Tre Venezie e Alto Adige) e 4700 (Rio Grande do Sul).


INDIRIzzI UTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENzA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia

118

112 0424 527600

CORPO FORESTALE Pronto Intervento 1515 Via Trentino, 9 0424 504358 GUARDIA DI FINANzA Via Maello, 15 0424 34555

POLIzIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

In collaborazione con Ufficio Relazioni con il Pubblico Comune di Bassano del Grappa

POLIzIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Via Matteotti, 35 - Tel. 0424 519555

0424 507911 0424 519404

POLIzIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FUOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIzI PUBBLICI

AGENzIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MUSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

Az. ULSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 U.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENzA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MUNICIPIO Via Matteotti, 35 U.R.P. Via Matteotti, 35

0424 519110

0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzale Trento 9/A 0424 519165

POSTE E TELECOMUNICAzIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBUNALE DI VICENzA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CULTURA

MUSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MUSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAzzO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAzzO BONAGURO Via Angarano 0424 502923

MUSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MUSEO DEI CAPPUCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MUSEO DELL’AUTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MUSEO HEMINGWAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 05/07-07/07 29/07-31/07 22/08-24/08 ALLE DUE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 07/07-09/07 31/07-02/08 24/08-26/08 ALLE GRAzIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 09/07-11/07 02/08-04/08 26/08-28/08 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 130424 522325 15/07-17/07 08/08-10/08 COMUNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 21/07-23/07 14/08-16/08 COMUNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 19/07-21/07 12/08-14/08 RAUSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 13/07-15/07 06/08-08/08 30/08-01/09 PIzzI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 03/07-05/07 27/07-29/07 20/08-22/08 POzzI Via Scalabrini, 102 0424 503649 23/07-25/07 16/08-18/08 29/06-01/07 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 17/07-19/07 10/08-12/08 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 11/07-13/07 04/08-06/08 28/08-30/08 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 01/07-03/07 25/07-27/07 18/08-20/08


Il pittore bassanese ritrasse il re in più occasioni

Vittorio Emanuele III nei ritratti di Gaspare Fontana

MEMORIE

di Livia Alberton Vinco da Sesso

Due significativi dipinti sono conservati nel nostro Museo Civico. Entrambi furono derivati da fotografie ufficiali della Casa Reale

Il 29 luglio 1900 l’anarchico Gaetano Bresci uccise a Monza con tre colpi di rivoltella il re Umberto I, cui succedette sul trono il figlio, allora trentunenne, Vittorio Emanuele III. Appresa la notizia, il Consiglio Comunale di Bassano deliberò d’intitolare alla memoria del sovrano scomparso la via Palazzo e di erigergli un monumento “busto o lapide”. L’opera, una edicola marmorea con il busto bronzeo realizzata dallo scultore vicentino Emerico Caldana, fu collocata nel muro di Palazzo Pretorio il 29 luglio 1901. In omaggio al nuovo re, il Consiglio commissionò al giovane

Sopra, da sinistra verso destra Gaspare Fontana, Ritratto del re Vittorio Emanuele III, 1901, olio su tela, cm 160x94. Bassano, Museo Civico. Gaspare Fontana, Ritratto del re Vittorio Emanuele III, primi anni ’30 del ’900, olio su tela, cm 111x76,5. Bassano, Museo Civico. Le fotografie di riferimento per i due dipinti.

Uno sguardo alle decorazioni

Nel ritratto del 1901 compaiono, in senso orario, il piccolo collare del Supremo Ordine della Santissima Annunziata, la medaglia dell’Ordine di San Pietro di Cetinje (Montenegro), la placca dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (del quale viene indossata la fascia verde), la placca dell’Ordine della Corona d’Italia, la placca di Balì Gran Croce di Onore e Devozione con croce di professione ad honorem dell’Ordine di Malta e la placca della Santissima Annunziata. La foto, qui pubblicata a fianco del dipinto, è probabilmente quella utilizzata per eseguirlo; essendo l’immagine in bianco e nero ed es-

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sendo la decorazione montenegrina riservata alla Casa del Montenegro e ai principi congiunti (e quindi rarissima), il pittore non riconobbe i colori del nastro (rosso, azzurro e bianco) e li interpretò col tricolore italiano. Quanto all’Ordine di San Pietro di Cetinje, la presenza è dovuta al matrimonio con Elena di Montenegro nel 1896. La divisa militare porta il grado di Generale di Corpo d’Armata.

ma già affermato pittore bassanese Gaspare Fontana (1871-1943) un ritratto regale per esporlo nella sala consiliare. Il dipinto, finito nel marzo 1901, fu giudicato “perfettamente riuscito, sia per la somiglianza che per la tecnica”. Dopo l’8 settembre 1943, per le note vicende, questo ritratto venne tolto dalla sala del Consiglio e ricoverato nei depositi del Museo Civico (inv. 624). Nel giugno del 1901 Gaspare Fontana offrì a Vittorio Emanuele III un ritratto del padre Umberto, disegnato su raso imitante l’incisione e racchiuso in un’artistica cartella. Riferiscono le cronache contemporanee che la sua rilega-

stico, il colore liturgico della quale è l’azzurro) e le medaglie relative alla Grande Guerra, italiane e degli Stati alleati, rese con una certa fantasia. La prima, per esempio, è la Croce al Merito di Guerra, ma il nastro non è reso con i corretti colori (tre pali d’azzurro e d’argento anziché cinque). Le medaglie stesse consentono di datare la foto tra il 1922 e il ’24. La divisa porta il grado di Generale di Corpo d’Armata. Solo dal 1938, anno in cui venne creato il grado di Primo Maresciallo dell’Impero, conferito sia al Re che al Duce, Vittorio Emanuele III comincerà a indossare le insegne di quest’ultimo grado.

Nel ritratto posteriore sono presenti le medesime decorazioni, salvo quella dell’Ordine di Malta. Si aggiungono la fascia azzurra di ufficiale (l’azzurro è il colore dei Savoia, dovuto alla Santissima Annunziata dell’Ordine dina- Marcello Zannoni Alberto Lembo Luca Lazzarini

tura “in felpa bianca e raso” era opera del bassanese G. Monico. Il frontespizio era “in pergamena finemente miniata in stile preraffaellita; nell’interno v’era da una parte il ritratto di S. M. Umberto I, nell’altra l’arma di Casa Savoia”. Il sovrano fece pervenire al pittore una lettera di compiacimento e accompagnò la missiva con la somma di lire 200 “per l’acquisto, se crede, di un ricordo a sua scelta”. Da una lettera del 18 marzo 1912 (conservata nell’archivio della famiglia Fontana) fatta pervenire dal sovrano all’artista apprendiamo che egli ne eseguì un altro ritratto inviandolo in dono al Quirinale, nelle collezioni del quale ancora oggi si trova, come ha accertato l’architetto Gaspare Fontana, nipote del pittore. Nella missiva Vittorio Emanuele III ringraziò calorosamente l’artista e gli fece omaggio di un orologio con le iniziali della Casa reale. Il Fontana eseguì un altro ritratto del re, conservato anch’esso nel nostro Museo (inv. 625) e databile attorno al 1925. Entrambi i dipinti sono stati derivati da fotografie ufficiali.


OSPITALITA’

A Bassano e dintorni

RICETTE DAL PASSATO tratte dal ricettario Un’occhiata in cucina di Elisa Minchio

Alimentato in particolare dalla curiosità delle nostre lettrici (e in generale dai buongustai), continua anche in questo numero l’originale excursus culinario nel ricettario Un’occhiata in cucina, edito dalla Smalteria Metallurgica Veneta nel 1934. Ecco dunque “servite” alcune curiose e storiche ricette per stuzzicanti piatti d’epoca!

Antipasto “2000” Cuocere in un tegame con olio, sale e pepe alcune cipolline piccole, aggiungendo un cucchiaio di aceto al momento di levarle dal fuoco. Lasciarle raffreddare, tagliarle a metà nel senso orizzontale, metterle su crostini e coprirle con fettine di uova sode, tagliate pure orizzontalmente.

Zuppa estiva Tagliare in fette sottili del pane e rosolarle al burro. Nello stesso tempo cuocere a parte in un buon brodo dei piselli, punte di asparagi, carote, cuori di carciofi... Disporre le fette di pane in ogni fondina lasciando al centro uno spazio vuoto nel quale si dovrà rompere un uovo fresco. Versare in ogni fondina quanto si è prima preparato con l’aggiunta di brodo. Fare in modo che venga servita tiepida.

Pasta asciutta e zucchini Prendere zucchini di media misura, tagliarli a fette dello spessore di un centimetro circa, salarli e metterli in una cola-pasta a sgocciolarsi dall’acqua. Dopo un’ora circa friggerli in olio bollente e disporli su un piatto. Cotta la pasta, condirla con l’olio avanzato dagli zucchini (a cui naturalmente si dovrà aggiungere un po’ di burro, formaggio, prezzemolo e pepe) e sopra adagiare in bell’ordine gli zucchini fritti. Indi servire. > Continua a pag. 62

La copertina di Un’occhiata in cucina. Smalteria Metallurgica Veneta, 1934.

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RISTORAzIONE

A Bassano e dintorni

Carciofi alla romana Prendere carciofi di prima scelta e possibilmente grossi, mondarli girando attorno come se si trattasse di pelare una patata e togliere in tale modo tutto quello che è scuro. Lasciare un paio di centimetri di gambo, allargarli spremendoli leggermente, salarli e metterli per un’ora a bagno nell’acqua unitamente a pezzi di limone. Preparare nello stesso tempo un tegame con tant’olio a sufficienza per tenerli completamente immersi. Mezz’ora prima di doverli servire, mettere l’olio in bollore, indi immergervi i carciofi fino a rosolarli di un colore biondo scuro. Toglierli quindi e servire. Filetto alla bolognese Per la buona riuscita di questa gustosa pietanza è necessario procurarsi un mezzo chilo di filetto di manzo tenerissimo, un ettogrammo di buon prosciutto magro e uno di formaggio svizzero; tagliare a fette sottili la carne e il formaggio e a piccoli dadi il prosciutto. Imburrare il fondo di una teglia di acciaio inossidabile “Saeculum”1 a sponde alte e deporvi un primo strato di fettine di carne sovraponendovi dadini di prosciutto e fettine di formaggio. Ripetere la stessa operazione per il secondo strato e così via fino a esaurimento degli ingredienti. Mettere la teglia fra due fuochi non troppo vivaci lasciandovela per un’oretta. Si ottengono così delle squisite scaloppine alla bolognese.

Gelato di ribes Spremere attraverso un lino 400 grammi di ribes ben maturo. Aggiungere il sugo di due arance e quattro decilitri di sciroppo. Versare in sorbettiera mettendola a gelare. Volendo si possono adoperare anche dei lamponi invece del ribes.

1) “Saeculum” era un marchio registrato delle Smalterie di Bassano, relativo a una specifica produzione di utensili per cucina in acciaio inox (stoviglie e vasellame) di elevata qualità. La pagina pubblicitaria qui sopra è stata pubblicata nel 1954 dal mensile La cucina italiana.

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Bassano News  

Luglio/Agosto 2018

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