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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’

E SERVIZIO Gennaio / Febbraio 2018

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SOMMARIO Copertina Jacopo Bassano, San Giovanni Battista, olio su tela, particolare, 1558. Bassano, MBA Musei Biblioteca Archivio. A pag. 58 servizio di Claudia Caramanna sul Libro secondo di Francesco e Jacopo dal Ponte.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXIV - n. 168 Gennaio / Febbraio 2018 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Andrea Gastner, Diego Bontorin, Elisa Minchio, Antonio Minchio Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa R. Andriollo, A.F. Basso, L. Berto, A. Berton, A.B. Brotto Pastega, C. Caramanna, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, A. Martinato, C. Mogentale, G. A. Muraro, P. Pedersini, R. Piccoli, M. Rech, F. A. Rossi, G. Saran, M. Sartoretto, O. Schiavon, A. Spagnolo, M. Vallotto Corrispondenti Nino D’Antonio (da Napoli), Erica Schöfer (dalla Toscana), Albina Zanin (da Parigi) Stampa Peruzzo Industrie Grafiche - Mestrino (PD) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it Bassano News è stampato su carta patinata ecologica Hello gloss TCF (Total Chlor Free) Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia Il Compendio Bolasco. Universo ritrovato

p. 10 - Pianeta Casa La manovra economica? Insufficiente...

p. 12 - I nostri tesori La riscoperta della pala di Primolano

p. 34 - Renaissance Viareggio. L’arte dei carri mascherati

p. 36 - Il rapporto La parabola di Matteo Fabbian. Dalla battaglia di Murqub ai cieli del Grappa

p. 14 - Ville Lumière Irving Penn. Icona della fotografia

p. 40 - Il Cenacolo Scrittori in cucina. Artusi e Camporesi

p. 17 - Art News Angelo Spagnolo. L’essenza della forma

p. 44 - Le terre del vino I vini del Trentino Alto Adige (2)

p. 16 - Uomini e sport Il velodromo, tempio del ciclismo bassanese

p. 43 - Esercizi di stile A lezione di calligrafia

p. 18 - La lezione del passato Itaca. La meta ultima di Odisseo

p. 47 - Humanitas Rivoluzione Galileo. L’arte incontra la scienza

p. 22 - Afflatus Imparare a imparare

p. 51 - Remondinia Carnevale fuori stagione

p. 20 - Ancora tesori L’oratorio dei Carmini. Gioiello ritrovato

p. 25 - Proposte Belle e preziose, ma figlie di un dio minore

p. 28 - Schegge Dopo Marconi le comunicazioni non furono più le stesse...

p. 30 - Sì, viaggiare Incredibile India!

Sopra al sommario, da sinistra Angelo Spagnolo, Plana, 2017. Motivi a rilievo in terre cotte colorate su piastra in semirefrattario (ph. Studio Bozzetto). Il noto ceramista-designer è al Castello Inferiore di Marostica fino al 7 gennaio con la mostra L’essenza della forma (pag. 17). Bartolomeo e Francesco Nasocchi, Madonna con Bambino in trono tra San Bartolomeo, San Giovanni Battista e angeli musicanti, olio su tavola, particolare, 1530 c. L’opera, proveniente dalla chiesa di San Bartolomeo di Primolano, è attualmente in restauro presso il laboratorio Artemisia (pag. 12).

p. 32 - Artigiani Le imprese investono nella crescita

Sotto Anna Schettin, Alfabeto, composizione di lettere fatte a mano. A partire da questo numero Federica Augusta Rossi cura la nuova rubrica “Esercizi di stile” (pag. 43).

p. 48 - Personaggi Gianni Lunardon. Una vita da mediano

p. 54 - Spazio Inizio Il sole di Francesco d’Assisi... p. 56 - Indirizzi utili

p. 58 - Tradizioni I libri contabili. Che noia!

p. 60 - Ospitalità a Bassano e...

p. 62 - Ristorazione a Bassano e...

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Si tratta di un contesto storico-artistico e paesaggistico straordinario. E proprio nel cuore di Castelfranco Veneto

di Giancarlo Saran

L’intero compleso appartiene all’Università di Padova, ma per ora solo il romantico parco, gioiello dell’Ottocento veneto, è visitabile. Grazie a un’originale webapp concepita dal Rotary della città di Giorgione, è possibile conoscerlo in ogni sua più intrigante sfaccettatura...

Qui sotto La Serra Moresca con, sullo sfondo, Villa Revedin Bolasco.

A Castelfranco Veneto, città del Giorgione, molte sono le testimonianze di una storia che si è dipanata nei secoli con eccellenze diverse. A partire dalla medievale cinta muraria (di cui si sta avviando un ormai indispensabile restauro), alle tracce di Giorgione, con la sua Pala custodita entro al Duomo, al Museo... Testimonianze di un Settecento illuministico che ha dato una forte impronta urbanistica alla città. Basti pensare al Teatro Accademico e al Duomo, opere entrambe di Francesco Maria Preti, e, infine, all’eccellenza dell’epoca tardo romantica: Villa e Parco Revedin Bolasco,

Il rotariano Giancarlo Saran, già assessore alla Cultura del Comune di Castelfranco Veneto e autore di questo servizio, con donna Antonia Rubelli, ultima discendente dei Bolasco, e Clara Peranetti, già dirigente regionale (cui va il merito del reperimento dei fondi europei e ministeriali che hanno reso possibile i lavori di restauro del parco).

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IL COMPENDIO BOLASCO UNIVERSO RITROVATO

un autentico polmone verde nel centro cittadino. Un mondo a parte che, grazie a un recente restauro sostenuto con fondi europei e ministeriali, ha permesso all’ente proprietario, l’Università di Padova, non solo di insediarvi importanti attività accademiche e di ricerca, ma anche di rendere il parco fruibile alla cittadinanza, forte richiamo turistico per la città e il territorio, da alcuni ribattezzato “Terre di Giorgione”: un comprensorio che annovera molto altro ancora, a partire da tre ville palladiane, patrimonio Unesco dell’Umanità. Villa Revedin Piccinelli Bolasco

è stata edificata a metà Ottocento dal conte Francesco Revedin, di origini ferraresi, con interessi tra terre padovane e trevigiane. Podestà della città, prima con gli Austriaci e poi con i Savoia, egli volle il meglio del tempo in termini di architettura e botanica. Dove ora vi trovano il parco e la villa sorgeva una precedente costruzione, con annesso giardino all’italiana e peschiera (come si usava nel ’500), di proprietà della famiglia Corner. Dopo vari passaggi di proprietà, tutto il compendio Corner del Paradiso (così si chiamava) venne demolito agli inizi dell’Ottocento, con la caduta

Fotografie: Maurizio Sartoretto

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della Serenissima. Fu allora che Francesco Revedin rivoluzionò completamente l’architettura del tempo con una villa imponente, a partire dalla facciata ricca di richiami (rosoni vetrati ecc.) al Palazzo Ducale di Venezia. Il progetto fu affidato all’architetto Giovanni Battista Meduna. La prestigiosa Sala delle Feste venne affrescata da Giacomo Casa, artista di Conegliano Veneto che aveva all’attivo -tra le altre- le decorazioni del Teatro La Fenice e del Caffè Quadri a Venezia e che terminò la sua carriera a Roma. Francesco Revedin nutriva una forte passione per il mondo dei cavalli: si spiega così l’impostazione assolutamente originale delle scuderie, quasi un “resort” per equini piuttosto che una stalla, dove a ogni box per gli animali

Qui sopra e foto grande in alto Il maestoso Salone delle feste di Villa Bolsco Revedin con affreschi di Giacomo Casa. Sopra al testo, da sinistra L’originale scalinata, progettata da Giovanni Battista Meduna. La famosa sala del biliardo: qui, per quasi un secolo, si sono decisi i destini della città.

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era stato assegnato il nome di un protagonista della lirica, altra passione del nobile podestà. Allo stesso modo si spiega la disposizione della Cavallerizza progettata dal francese Marc Guignon: un maneggio circondato da una corona di statue scolpite del bassanese Orazio Marinali e della sua scuola. Opere importanti del Seicento, destinate in origine al giardino dei Corner. Ma il tocco di assoluta eccellenza il conte Revedin lo fece, forse, affidando all’architetto vicentino Antonio Caregaro Negrin la progettazione del parco, di taglio romantico. Lo sviluppo sapiente dei coni visuali, alternati alle superfici lacustri e alla presenza di piante monumentali (di origine locale ma con qualche innesto esotico), e la visione degli scenari

lontani del Monte Grappa (un tempo ben visibile) resero subito il parco un’ambita meta di ritrovo della nobiltà; tanto che, per quasi un secolo, la villa e il parco furono il vero centro politico, economico e sociale della città. Infatti, anche nella successione delle proprietà, la dimora ospitò sempre importanti personalità del territorio. Tuttavia, con il passare del tempo, la centralità del luogo venne meno, anche per l’assenza di eredi diretti degli ultimi proprietari: il conte Rino Bolasco Piccinelli e la consorte Renata Mazza. Fu così che tutto il compendio fu donato nel 1967 all’Università di Padova, con l’impegno di venire valorizzato per eventi e iniziative di prestigio culturale. Seguirono anni di progressivo oblio: da un lato non si vedeva infatti una


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chiara destinazione operativa del compendio da parte della stessa Università, e dall’altro ci si scontrava con l’oggettiva difficoltà di mantenerne viva, cioè aperta al pubblico, perlomeno la parte relativa al parco. Finalmente qualcosa si sbloccò, in maniera virtuosa, tra il 2010 e il 2011. Su iniziativa dell’allora assessore alla Cultura di Castelfranco Veneto, ebbe luogo una mobilitazione di cittadini che, attraverso la raccolta di oltre seimila firme, testimoniarono come la città non potesse più accettare che il degrado superasse le colonne d’Ercole di un recupero senza ritorno. Sull’onda di tale campagna di sensibilizzazione il 2011 vide Bolasco protagonista di un’importante mostra, tenuta al Teatro Accademico, dal titolo Conoscere Bolasco. Ieri. Oggi.

Domani: un excursus sulle vicende della villa, con la presentazione di documenti inediti, che ha permesso alla città di riappropriarsi di un bene che, seppur formalmente dell’Università di Padova, fa parte della storia cittadina. Si è trattato di un’occasione basilare per aprire un dialogo costruttivo tra Amministrazione cittadina e Ateneo patavino e che, anche grazie a una serie di opportunità createsi nel frattempo, portò alla decisione di collocare a Bolasco la sede del costituendo Centro interdipartimentale di ricerca per il restauro, il recupero e la valorizzazione dei parchi storici e degli alberi monumentali (CIRPAM). A ciò si aggiunse la favorevole coincidenza della disponibilità di un bando europeo per il recupero dei parchi storici, che permise di

avviare nel 2013 i lavori di restauro del parco, nella sua interezza, e di parte del piano terra della villa. Grazie a sinergie virtuose con il territorio, fu possibile completare inoltre il recupero delle scuderie, restaurandone la facciata sud e aprendole al pubblico per eventi particolari (come avvenne per le giornate FAI di primavera negli anni 2011, 2012, 2015). In queste progressive strategie di valorizzazione un ruolo importante è stato ricoperto dal Rotary Club di Castelfranco Asolo. Oltre a sovvenzionare la mostra e il relativo catalogo, infatti, il club aveva già finanziato un’indagine diagnostica sullo stato di conservazione delle statue, per poterne poi identificare le relative voci di bilancio nel successivo bando europeo; così come avvenne poi

La Cavallerizza, con le statue di Orazio Marinali e della sua bottega.

anteprima Dedicata a Bolasco la copertina della Guida cittadina L’edizione 2018 della Guida turistica di Castelfranco Veneto e delle “Terre di Giorgione”, in uscita per fine gennaio, si presenta con una copertina a effetto: l’immagine, del fotografo castellano Maurizio Sartoretto, riprende infatti un particolare della Cavallerizza di villa Bolasco.

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per le scuderie e, più avanti, con un’operazione volta a valorizzare e far conoscere il parco al visitatore curioso. Proprio recentemente è stata presentata al pubblico una guida virtuale, sotto forma di webapp, utilissima per farsi un’idea dei diversi aspetti del parco. La webapp è, in sostanza, una mappa georeferenziata che permette di filtrare i contenuti in quattro categorie ben definite secondo percorsi tematici. Così avviene per esempio per la voce Vegetazione: attraverso le 42 schede dedicate alle tipologie di piante presenti, si possono scoprire aspetti e curiosità di un luogo emblematico nella cultura del giardino paesistico dell’Ottocento. Nel parco coesistono esemplari tanto di piante esotiche quanto di specie autoctone, tipiche degli ambienti rurali di pianura: dal gelso comune alla farnia, dal sambuco nero alla sofora pendula e al cedro dell’Himalaya... Otto schede raccontano, invece, altrettanti elementi architettonici geo-referenziati nella mappa. Ecco allora che si possono scoprire le bellezze della piccola cavana (il

Qui sopra Un dettaglio delle raffinatissime scuderie, quasi un “resort” per cavalli (ph. Maria Pia Settin). In alto, da sinistra Il suggestivo lago del parco e una emblematica della Cavallerizza. Sotto La webapp per la visita virtuale del parco. Per accedervi, da smartphone o da tablet, basta collegarsi al sito www.parcobolasco.it

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ricovero destinato alle barche con le quali i proprietari e i loro amici si dilettavano nelle acque del lago) e dell’esotica Serra Moresca, ma pure dei ponti e delle torri colombaie (testimoni, quest’ultime, del precedente insediamento cinquecentesco). All’interno di quella a est, grazie ai lavori di restauro sono emersi alcuni affreschi, tra i quali uno di Orazio del Paradiso, artista presente anche in Duomo. Tutta una scoperta, poi, la parte dedicata alla Cavallerizza, grazie a 52 schede che danno modo di conoscere la straordinaria versatilità di Orazio Marinali e della bottega: le statue si ispirano infatti a generi diversissimi tra loro, tra mito, allegoria e storia. A tale proposito Giacinto Cecchetto, curatore con Otium arti compositive della parte storica della webapp, ricorda che “divinità olimpiche si affiancano a figure minori, come Baccanti e Suonatori, a Ninfe e Divinità fluviali. Accanto a queste personaggi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, personificazioni delle stagioni, allegorie filosofiche e morali; personaggi della storia antica”. Letteralmente da perdersi, quindi,

tra tanta bellezza e imponenza. Un aspetto riguardante anche i due cavalli che ora si ergono maestosi all’apertura della Cavallerizza e che, nel giardino di villa Corner del Paradiso, sorvegliavano la porta al confine della proprietà con i terreni a nord della città. Un contesto così ricco di opere marinaliane, concentrate in un unico luogo, si riscontra soltanto nella villa Manin di Passariano, presso Udine. Questa webapp, voluta dal Rotary di Castelfranco e sviluppata da Otium arti compositive (che ha curato il lavoro di valorizzazione del compendio Bolasco di concerto con l’Università di Padova) rappresenta, in un certo senso, la quadratura del cerchio di un lungo percorso di recupero. Per il futuro ci auguriamo dunque una sempre maggiore fruizione del parco e delle sue bellezze. Un luogo meraviglioso, ben inserito in quell’ulteriore contesto di bellezza, storia, paesaggio e architettura che caratterizza Castelfranco Veneto e “Le Terre di Giorgione”.


Il pensiero del presidente di Confedilizia

La manovra economica? Insufficiente, come la ripresa

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Lo scorso 6 dicembre il giornalista alberto Ciapparoni, nel blog del sito Linkiesta.it, ha intervistato Giorgio Spaziani Testa. In tale occasione il presidente di Confedilizia, proprio mentre in Parlamento si definivano gli ultimi dettagli della Legge di Bilancio, ha espresso il suo punto di vista. Dato l’interesse dei temi trattati, riteniamo utile riportarne qui alcuni significativi stralci.

L’avv. Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia.

ALCuNI SERVIzI DI CONFEDILIzIA A BASSANO

“il vostro giudizio sulla manovra economica è insufficiente? Sì, perché il provvedimento non aggredisce adeguatamente il tema della crisi dell’immobiliare. E non lo fa soprattutto attraverso una proposta lanciata da noi ma che trequarti del Parlamento aveva supportato, cioè almeno l’avvio nel settore degli immobili commerciali, i negozi e gli uffici, della cedolare secca sugli affitti. Ovvero, quella tassazione sostitutiva che consentirebbe di rendere più conveniente l’investimento su questo tipo di immobili, investimento che ha perso ogni tipo di redditività per via del cumulo fra tassazione patrimoniale, Imu e Tasi, e tassazione reddituale, Irpef e relative addizionali. [...]

Consulenze in tutte le materie attinenti la casa: fiscale, condominiale, locatizia, legale, catastale... Assistenza contrattuale nella stipula dei contratti di locazione (con l’offerta della relativa modulistica) e di ogni altro contratto. Assistenza condominiale ai molti condòmini proprietari di appartamento anche in materia di adempimenti e agevolazioni fiscali, nonché corsi di formazione e aggiornamento per amministratori. Confedilizia notizie è un mensile, ricco di informazioni utili al condòmino, al proprietario di casa, al risparmiatore immobiliare. Preziosi risultano pure i suoi manuali, opuscoli e approfondimenti periodici. Cedolare secca calcolo e consulenza per gli adempimenti connessi all’applicazione della nuova imposta sostitutiva sugli affitti. Visure catastali e ipotecarie on-line su tutto il territorio nazionale, gratuite per gli associati.

Ma per voi la ripresa c’è o no? Come dice l’Istat, la ripresa è in atto ma solo in un settore non è partita: proprio quello immobiliare. Alla ripresa dell’Italia, che pure non è esaltante, manchiamo noi, insomma. Molto accade perché siamo stati colpiti e continuiamo a esserlo da una tassazione di tipo patrimoniale che raggiunge i 21 miliardi con Imu e Tasi, che, sommati al resto dell’imposizione fiscale, arriva a 50 miliardi. [...]

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Se molti proprietari sapessero cosa fa per loro Confedilizia, sentirebbero il dovere di correre a iscriversi. Taglia anche tu i costi per l’amministrazione della tua casa. VIENI IN CONFEDILIzIA!

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La campagna elettorale è già iniziata. Cosa chiedete ai partiti? La nostra principale richiesta è quella di capire che l’immobiliare dà sviluppo al Paese attraverso le mille attività che ne fanno parte e sono collegate. Quando tutta la politica capirà questo concetto

sarà già un passo avanti. Per ora non lo ha ancora fatto e si limita solo a misure di dettaglio. Poi, chiediamo che venga quantomeno ridotta fortemente la tassazione di tipo patrimoniale sugli immobili diversi dalla prima casa [...]. Pertanto bisogna intervenire con misure fiscali e anche con misure di liberalizzazione, ad esempio per negozi e uffici, dove ci sono ancora obblighi contrattuali di 12 o 18 anni, senza modifica del canone, in una fase in cui nel mondo ogni anno cambia tutto con una velocità impressionante [...].

Se le faccio il nome di Mario Monti che cosa le viene in mente? L’atto peggiore che sia stato mai compiuto negli ultimi decenni verso il settore immobiliare, perché con quella manovra del 2011 la tassazione è stata portata da 9 a 25 miliardi, e di tipo patrimoniale, cioè slegata da qualsiasi redditività, mortificando così la forma di risparmio principale e tradizionale degli italiani e facendo danni all’intera economia. Poi dopo Monti altri non hanno corretto la situazione ma a partire da lì sono stati versati dai proprietari circa 140 miliardi di imposte patrimoniali. [...]

Una piaga tutta italiana è quella delle occupazioni illegali… I dati sono quelli diffusi recentemente dal capo della Polizia e sono sconcertanti poiché parlano di migliaia di occupazioni abusive in Italia. [...] Situazione pertanto disastrosa, con una legislazione che non garantisce a sufficienza i proprietari, come del resto il sistema giudiziario. [...] E ahinoi la legislazione ancora non si muove, anzi si è mossa in peggio col decreto sicurezza varato dal governo. Per fortuna, la giurisprudenza comincia a fare qualcosa, ovvero i giudici del Tribunale di Roma hanno di recente stabilito che lo Stato deve risarcire il proprietario per un’occupazione a cui non è stato posto termine da parte delle forze di polizia. [...]

Ma nel 2017 in italia la proprietà privata è garantita? Solo sulla carta. Per due motivi sostanziali: l’eccesso di tassazione, il che è un esproprio non tecnicamente ma in modo surrettizio, e la mancata garanzia sulla liberazione degli immobili e i suoi tempi. La Costituzione perciò è disattesa e dovrebbero essere varate norme diverse, così come ci vorrebbe una mentalità diversa in molti”. Circolare del Ministero dell’Economia sulle modalità di calcolo della Tari

La parte variabile della tariffa rifiuti va computata “una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica” composta sia dalla parte abitativa sia dalle pertinenze. Pertanto, “laddove il contribuente riscontri un errato computo della parte variabile effettuato dal Comune o dal soggetto gestore del servizio rifiuti, lo stesso può richiedere il rimborso del relativo importo”. Ciò, però, “solo relativamente alle annualità a partire dal 2014, anno in cui la Tari è stata istituita dall’art. 1, comma 639, della legge 27.12.2013, n. 147”. Non è possibile, quindi, “chiedere il rimborso relativamente alla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu), governata da regole diverse da quelle della Tari, che non prevedevano, tranne in casi isolati, la ripartizione della stessa in quota fissa e variabile”. Né si può procedere alla richiesta di rimborso “laddove i Comuni che hanno realizzato sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico”, abbiano introdotto in luogo della Tari, “una tariffa avente natura corrispettiva”, in applicazione dell’art.1, comma 668, della citata legge n. 147/’13. L’istanza di rimborso va proposta “senza particolari formalità” entro il termine di cinque anni dal giorno del versamento; deve contenere “tutti i dati necessari a identificare il contribuente, l’importo versato e quello di cui si chiede il rimborso nonché i dati identificativi della pertinenza che è stata computata erroneamente nel calcolo della Tari”.


Il team Artemisia guidato da Antonella Martinato sta lavorando al restauro dell’importante dipinto dei fratelli Nasocchi...

I NOSTRI TESORI

LA RISCOPERTA DELLA PALA DI PRIMOLANO

di Antonio Minchio

Fotografie: Artemisia Restauro

Si tratta di una Madonna con Bambino in trono tra San Bartolomeo, San Giovanni Battista e angeli musicanti, eseguita su tavola nel 1530. Attraverso straordinarie immagini, Bassano News documenta -in anteprima e in corso d’opera- le fasi salienti dell’intervento (che si concluderà entro febbraio).

A fianco Bartolomeo e Francesco Nasocchi, Madonna con Bambino in trono tra San Bartolomeo, San Giovanni Battista e angeli musicanti, olio su tavola, particolare, 1530 circa. L’opera, proveniente dalla chiesa di San Bartolomeo di Primolano, è attualmente in restauro presso il laboratorio Artemisia.

Qui sopra L’opera in una fotografia Alinari scattata prima del 1906. Bologna, Fondazione Federico Zeri. Sotto Il significativo dettaglio del volto della Madonna, molto deteriorato, prima dell’intervento di restauro.

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La loro bottega era attiva a Bassano negli stessi anni in cui in città operavano anche i più conosciuti Dal Ponte: questo, tuttavia, non toglie nulla al valore dei fratelli Francesco e Bartolomeo Nasocchi, talentuosi pittori che invece meriterebbero maggior gloria. La cronaca di questi giorni li vede tornare protagonisti, grazie a un importante intervento di restauro su una preziosa pala d’altare conservata -fino a poco tempo fanella chiesa di San Bartolomeo a Primolano. “Si tratta -racconta in anteprima ai lettori di Bassano News la restauratrice Antonella Martinato del team Artemisia- di un dipinto su tavola, eseguito attorno al 1530 e raffigurante una Madonna con Bambino in trono tra San Bartolomeo, San Giovanni Battista e angeli musicanti. L’opera si

trovava da parecchi decenni in pessime condizioni di conservazione. Grazie all’interessamento di quanti in paese ne avevano a cuore il destino, è stato avviato un lungo progetto di restauro conservativo. Aggiungo che la pala, quasi certamente, era già stata restaurata nel dopoguerra, ma il tipo di intervento effettuato appare oggi drastico in alcune soluzioni: la tavola, di grandi dimensioni (m 1.85x1.90), era stata infatti assottigliata e incollata a un pannello in truciolare che ne vincolava pesantemente i naturali movimenti, essendo costituita da tre assi assemblate con tecnica tradizionale. In quegli anni, inoltre, era stata eseguita una pulitura aggressiva, poi compensata da un reintegro pittorico carico di velature e rifacimenti non attinenti al tessuto cromatico originale”. Da un’eloquente fotografia

Alinari, scattata prima del 1906, è possibile ammirare un disegno spettacolare: un capolavoro (perfettamente leggibile anche tramite la diagnosi riflettografica) che regala una significativa testimonianza della bellezza espressiva dei Nasocchi, coetanei e concittadini del celebrato Jacopo Bassano. “Il minuzioso lavoro di restauro -prosegue Antonella Martinatoè iniziato alcuni mesi or sono ed è volto a riportare alla luce il reale cromatismo dell’opera; questo, ovviamente, dopo una attenta messa in sicurezza delle fragilità che purtroppo il supporto presentava. Abbiamo così provveduto a equilibrare tutte le sezioni del supporto e degli strati preparatori, effettuando anche diverse indagini diagnostiche non invasive, ma necessarie per ricostruire le effettive condizioni


Qui a fianco La firma dei fratelli Nasocchi.

In questa pagina Alcune fasi del restauro. Al termine dell’intervento la comunità di Primolano potrà festeggiare il ritorno di un vero capolavoro del Cinquecento.

del manufatto, così come si presentava prima e dopo l’intervento del dopoguerra”. Il restauro è monitorato dalla Soprintendenza di Verona e seguito dal funzionario Luca Fabbri, storico dell’arte, con il prezioso supporto del “nostro” Angelo Chemin. Dopo le festività il team Artemisia inizierà la delicata fase di “ricucitura” delle lacune con un meticoloso lavoro di rigatino a tratteggio, per restituire così una corretta visione d’insieme alla tavola. Per ora, grazie alla disponibilità di Antonella Martinato, pubblichiamo in esclusiva alcune immagini dei lavori in corso d’opera. Nel prossimo numero, tuttavia, contiamo di poter presentare il dipinto dei Nasocchi felicemente restaurato e in tutto il suo cinquecentesco splendore.

DETTAGLI ELOQuENTI

La lettura, minuziosa e approfondita, di Angelo Chemin Irrinunciabile presupposto al progetto di restauro del team Artemisia, la ricerca storica sulla pala dei Nasocchi è stata rigorosamente condotta da Angelo Chemin. Dal suo accurato studio si vengono infatti a conoscere quanti, nel corso dei secoli, se ne sono occupati. Giambattista Verci, primo fra tutti, ebbe modo di scrivere del dipinto ricordando -fra l’altro- che ai suoi “pie’ leggesi il nome de’ due fratelli” pittori. Dopo di lui Francesco Sartori ne ricostruì la genesi, citando peraltro l’illustre storico bassanese e datando l’opera al 1530. Nel 1909 Giovanni Chiuppani ne fornì una descrizione particolareggiata, osservando con attenzione anche la Madonna, “i cui occhi cilestri sono di una espressione strana indefinibile” e la presenza delle firme dei due fratelli “sur un figurato cartellino”. Angelo Chemin ha poi analizzato le cinque iscrizioni riportate sulla tavola. La prima si trova sulla pagina sinistra del libro tenuto da San Bartolomeo apostolo. In parte consunta, è stata ricomposta dallo

A fianco Un dettaglio del libro tenuto dall’angelo centrale ai piedi della Madonna. Si intravede una partitura musicale che, secondo un’ipotesi di Angelo Chemin, potrebbe essere quella trascritta qui sotto.

studioso e recita testualmente: Gaude o Primolanum / ditatum tanto munere / Ad deum preces tuas / confidenter effunde / Speras indubitant / bartholomei meritis / Impetrare quod petis (Sii lieto o Primolano / d’avere un dono sì grande / A Dio le preghiere tue / con confidenza rivolgi / Spera senza dubitare / per i meriti di Bartolomeo / Di ottenere ciò che chiedi). La seconda è sul coltello, simbolo del martirio del santo, e si tratta di una sigla, probabilmente le iniziali di Francesco Nasocchio. La terza è in realtà una partitura musicale e si intravede all’interno del libro

tenuto semiaperto da uno dei tre angeli ai piedi della Madonna, forse la melodia del breve inno Gaude o Primolanum. La quarta è la “firma” dei fratelli Nasocchi, in un cartiglio tra il trono della Madonna e San Giovanni Battista. Con la perduta pala di Gallio, quest’opera è l’unica firmata dai fratelli Nasocchi. L’ultima si trova infine in un altro cartiglio, appeso alla croce: Ecce Agnus Dei. Con grande competenza Angelo Chemin ha poi analizzato i tre angeli musicanti. Quello al centro sta cantando, quello a sinistra suona il liuto mentre l’ultimo, a destra, si diletta con un flauto dolce.

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Nel centenario della nascita, il Grand Palais di Parigi dedica all’artista americano un’importante retrospettiva

VILLE LuMIèRE

IRVING PENN ICONA DELLA FOTOGRAFIA

di Albina Zanin

nostra corrispondente da Parigi Sono sempre stato affascinato dalla macchina fotografica. La riconosco per lo strumento che è: metà Stradivarius, metà scalpello.

La mostra, aperta fino al 29 gennaio, celebra un autore eclettico, in grado di spaziare dalla moda (collaborò con Vogue per oltre sessant’anni), alle nature morte, al ritratto, alla pubblicità...

irving Penn

In occasione del centenario della nascita del grande fotografo statunitense Irving Penn (19172009), il Grand Palais di Parigi gli rende omaggio con la più ampia mostra mai consacratagli prima d’ora: una raccolta di 238 foto scattate e sviluppate dall’artista stesso. Distribuite in 11 stanze diverse, ognuna di esse è stata catalogata per tema: Nature morte, In Vogue, Cuzco, Piccoli mestieri, I nudi, Le sigarette e così via. Penn lavorava infatti per “serie” e tali serie continuarono per tutta la sua vita. Dopo gli studi di grafica, tipografia e stampa seguirono i corsi d’arte, ma a introdurlo nel mondo della moda e della fotografia fu Alexey Brodovitch, fotografo e art director.

Sopra, da sinistra verso destra Truman Capote, New York, 1948. The Irving Penn Foundation. Donna con cappello-gallina, New York, 1948-’49. La modella è Lisa Fonssagrives, moglie dell’artista. Sotto Bambini di Cuzco, 1948.

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Penn lo assisterà nei progetti di grafica per il cliente Harper’s Bazaar e, con i soldi guadagnati, si acquisterà un Rolleiflex dando così il via alla sua avventura artistica e professionale. Noto nel mondo come fotografo di moda (ha collaborato per più di sessant’anni con Vogue), Penn è molto conosciuto anche per i ritratti di personaggi famosi come quelli di Jean Cocteau, Truman Capote, Alfred Hitchcock, Ingmar Bergman, Yves Saint Laurent, Coco Chanel, Picasso, Salvador Dalì, De Chirico... La mostra mette però in evidenza pure altri temi da lui trattati, e talvolta privilegiati, quali le nature morte, i nudi o l’interesse per la gente comune, anonima, che aveva modo di incontrare nei suoi spostamenti. Durante un reportage in Perù per Vogue, nel 1948, Penn colse l’opportunità di realizzare centinaia di ritratti degli abitanti e dei visitatori giunti a Cuzco, nelle Ande, per le feste di fine anno. Una delle sue foto cult, I bambini di Cuzco, fu proprio scattata in quell’occasione, quando chiese in prestito lo studio a un fotografo del posto e invitò il suo assistente a portargli delle persone scelte per strada. Le sue foto si distinguono per l’uso sistematico di sfondi neutri: un fondale bianco oppure una vecchia tenda di teatro dai toni grigio chiaro, scovata a Parigi nel

1950, che si portava sempre dietro. La maggior parte dei ritratti è stata eseguita in un angolo (forse di 45°) dello studio di Manhattan, arredato con un semplice cavalletto e un pouf: un ambiente che dava quasi la sensazione di intrappolare, senza via di scampo, quanti qui venivano immortalati. “Tra i fotografi è considerato il più grande artigiano, nessun altro aveva una conoscenza così approfondita della fotografia da un punto di vista tecnico; Penn trascorreva ore e ore in camera oscura a sviluppare e risviluppare, tornando incessantemente sul negativo. Era esigente, meticoloso, appassionato, perfezionista. Ma anche riservato e umile: si presentava in studio in jeans e scarpe da tennis, al punto da poter essere scambiato per un assistente”: è quanto ci racconta la co-curatrice della mostra, Maria Morris Hambourg. Accattivante anche la serie dei Petits métiers, realizzata tra il 1950 e il 1951 a Londra, New York e Parigi, rappresentata da lavoratori, artigiani e operai anonimi, in posa come fossero delle star. Impossibile uscire dalla mostra non inebriati da tanta sobrietà, eleganza e intensità psicologica! Coloro che non riusciranno a visitarla entro il 29 gennaio, potranno comunque vederla a Berlino e poi in Brasile, dove sarà successivamente allestita.


Generosamente donato nel lontano 1922 da Rino Mercante all’Ospedale Civile, fu in seguito ceduto al Comune

uOMINI E SPORT

IL VELODROMO, TEMPIO DEL CICLISMO BASSANESE

di Agostino Brotto Pastega

Il campo fu uno dei primi in Italia di tipo polifunzionale, potendo così dare spazio a giovani impegnati in diverse discipline: dall’atletica al calcio e, soprattutto, al ciclismo.

Il signor Rino Mercante (Bassano 1885-1931) si trovò a ereditare, appena ventinovenne, la fiorente attività di mercerie che il padre Cecilio aveva creato in alcuni spaziosi ambienti posti fra piazza Libertà e piazzotto Montevecchio ossia i rinomatissimi “Grandi Magazzini Cecilio Mercante”. Animato da acceso fervore, egli seppe dare all’attività un taglio moderno con l’introduzione di tessuti pregiati, capi d’alta sartoria su ordinazione, valigeria, modisteria, corredi completi, ecc. Appassionato di sport fin dalla giovinezza, nel 1922 compì un gesto di grande filantropia costruendo per la città di Bassano

Sopra, dall’alto verso il basso Un particolare della facciata dei Grandi Magazzini Cecilio Mercante, in piazza Vittorio Emanuele, ora Libertà (1920 c.). Una riunione su pista, al Mercante, di famosi campioni degli anni ’40: fra loro, anche i mitici Fausto Coppi, Gino Bartali e Toni Bevilacqua. I lavori di costruzione della nuova pista nel 1971.

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il primo vero campo sportivo, realizzato totalmente a proprie spese su un terreno di proprietà posto, non a caso, alla fine del nuovo viale Venezia, in una zona non ancora urbanizzata e quindi facile da raggiungere. Nello stadio si potevano praticare l’atletica, il calcio e soprattutto il ciclismo. Pienamente appagato da tale impresa, Rino Mercante consentì subito al Comune di disporre gratuitamente del campo. In seguito rinnovò tale concessione, senza però fare a tempo a vederne la conclusione perché morì all’improvviso nel 1931, a soli quarantasei anni. I funerali (solo civili per sua espressa richiesta) furono davvero imponenti e il sindaco di allora, l’avvocato Guido Dal Sasso, ricordò che l’estinto si era ben guadagnato un posto nel Pantheon dei benemeriti cittadini con la generosità dimostrata in vita e, soprattutto, con il suo testamento. Infatti Rino Mercante non aveva solo dato lavoro a molte persone e portato benessere in città, ma anche legato tutto il suo cospicuo patrimonio all’Ospedale civile di Bassano. L’amministrazione di tale ente si orientò ben presto a cedere il campo sportivo al Comune, con l’obbligo però di chiamarlo Stadio Rino Mercante: una denominazione peraltro entrata nell’uso corrente già dalla sua inaugurazione. Il Campo Sportivo-Velodromo

voluto dal Mercante fu uno dei primi costruiti in Italia di tipo polifunzionale: già nel giugno del 1922, infatti, il glorioso Veloce Club di Bassano poteva trattare con il Consiglio di Amministrazione della struttura per far correre i suoi atleti in quella pista. Nel giugno del 1923 ebbe luogo una storica manifestazione sportiva al Velodromo Mercante, nella quale ottenne gli allori nella corsa per dilettanti il concittadino Galliano Lozzera, poi influente organizzatore dello stesso Veloce Club per molti anni. Nel 1934, promotore il Comune, fu realizzata una nuova pista con rialzo delle curve e asfaltatura, che fu inaugurata dal podestà Giacomo Bertizzolo. Tale pista in asfalto, che vide sfrecciare i grandi campioni del passato, da Girardengo, al padre dello scrivente, sino a Coppi, fu ricostruita e inaugurata il 14 luglio 1971 dal sindaco Pietro Fabris. Da allora, molti furono i primati mondiali che si conseguirono in quella nuova pista e molte le competizioni prestigiose ospitate, tra le quali la Sei giorni ciclistica in notturna nel 1977, i Campionati mondiali nel 1985, la Settimana dei record e la Sei giorni internazionale su pista nel 1986. Manifestazioni queste che, se non ci fosse stata a monte la munifica realizzazione di Rino Mercante, non avrebbero potuto concretizzarsi a Bassano.


Il ceramista-designer espone a Marostica, al Castello Inferiore, una sintesi della sua cinquantennale attività artistica

ART NEWS

ANGELO SPAGNOLO L’ESSENZA DELLA FORMA

di Antonio Minchio

Fotografie: Studio Bozzetto

La rassegna, realizzata con la preziosa collaborazione di Argillà Italia, Lampi Creativi e Nove Terra di Ceramica, rimarrà aperta fino al prossimo 7 gennaio. A fianco da sinistra Tessere, 2017, terraglia smaltata. Ossidiana, 2017, piastra in gres porcellanato con rilievi in terraglia smaltata, cm 50x50. Svola, 2017, gres e terrecotte, cm 50x50.

A fianco Piastre, 2017, semirefrattario con inserti a rilievo smaltati. Fregio su un’architettura, cm 600x30 h. (ph. Marco Maria Polloniato).

La Sala Grande del Castello Inferiore di Marostica ospita in questi giorni una significativa personale di Angelo Spagnolo dal titolo L’essenza della forma. L’iniziativa è stata promossa dal Comune scaligero e patrocinata anche da quelli di Bassano e di Nove, in continuità con altre rassegne dedicate ai protagonisti del nostro territorio che ben rappresentano la cultura ceramica nazionale. Nella figura di Angelo Spagnolo si fondono le caratteristiche del designer, attivo per cinquant’anni in diverse aziende della zona, con quelle del docente sensibile e preparato, indissolubilmente legato all’Istituto Statale d’Arte G. De Fabris di Nove. Notevole anche il suo apporto in ambito grafico, con l’ideazione di numerosi lavori e allestimenti per varie

occasioni. La personale allestita al Castello Inferiore spazia attraverso diversi ambiti espressivi tra oggetti funzionali e d’arredo dalle linee essenziali e pannelli più liberi, che ne rivelano l’inconfondibile personalità.

“Un’esposizione -sottolineano il sindaco di Marostica Marica Dalla Valle e l’assessore Serena Vivian nel catalogo della mostradi rara bellezza ed essenzialità, di equilibrio e modernità che rivela, anche negli esemplari più datati della sua produzione, una ricerca sempre all’avanguardia, frutto dei linguaggi più attuali della contemporaneità. Possiamo dire che la produzione di Spagnolo è quella che in questo momento risponde con maggiore intensità alla necessità di ordine, profondità e silenzio,

che a tratti i nostri animi invocano in un periodo storico così tormentato. In particolare il certosino lavoro di togliere e ridurre rispetto al modello naturale per ricondurre all’essenzialità della forma, appunto, ha come esito il raggiungimento di una bellezza estetica quasi arcaica, con opere di profonda moralità”. A coronamento dell’esposizione un catalogo che, dopo l’antologica Le forme dell’utile del 2016, ne sintetizza il percorso passato con una particolare attenzione alle creazioni più recenti.

L’esposizione, realizzata con la collaborazione di Argillà Italia (rassegna organizzata dal Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza), Lampi Creativi e Nove Terra di Ceramica, rimarrà aperta fino al 7 gennaio.

Angelo Spagnolo nel suo studio (ph. Bassiano Zonta).

Angelo Spagnolo L’essenza della forma

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Castello Inferiore di Marostica Aperta fino al 7 gennaio Da martedì a domenica 10.00-12.00 / 15.00-18.00 Tel. 0424 75549 Tel. 0424 479122 cultura@comune.marostica.vi.it


E’ il punto di partenza e di approdo di un lungo viaggio, dopo dieci anni di guerra e altrettanti di affanni

LA LEzIONE DEL PASSATO

ITACA, LA META ULTIMA DI ODISSEO

di Gianni Giolo

non smetteremo di esplorare. e alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta. 

Già prima del costituirsi e del consolidarsi della polis l’uomo greco non disgiunge la propria origine da una terra, da un luogo preciso, da una proprietà stabile. E ciò vale anche per l’eroe omerico.

Thomas S. eliot

“Non vi sono, a Itaca, prati né ampie strade: è terra di capre, eppure è più amata di una terra che alleva cavalli. Nessuna delle isole adagiate sul mare è ricca di prati, di strade per carri; Itaca meno di tutte”: con queste parole Telemaco, il figlio di Odisseo, ospite a Sparta di Menelao, descrive la caratteristiche della sua patria. Omero non indugia a descrizioni: pochi gli epiteti e costanti che richiamano a una natura non troppo generosa. E’ un’isola “cinta dal mare” dice il poeta, è rocciosa -tratto che verrà ripreso dal Foscolo nel suo sonetto “A Zacinto”- è piena di sole, eudeielos, un aggettivo dal

Sopra, dall’alto verso il basso Hendrick van Balen, Odisseo ospite della ninfa Calipso, 1616 c. Vienna, Akademie der bildenden Künste. Jean-Jacques Lagrenée, Telemaco incontra Menelao ed Elena a Sparta, 1795. San Pietroburgo, Hermitage.

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significato ambiguo, dove la chiarità tutta mediterranea si associa alla visibilità di una terra dai confini nettamente definiti dal mare. L’ascoltatore non può scordare il Catalogo delle navi iliadico, nel quale per ogni città, dalla più famosa alla più oscura, il poeta offre anche un tratto soltanto, utile a fermarla per sempre nell’immaginazione: “montuosa”, “spaziosa”, “ricca di vigne”, “cinta di mura”, “città di colombe”, “battuta dai venti”, sono soltanto alcuni degli epiteti che Omero riserva a questi siti, dei quali ciascun guerriero porta in cuore il ricordo. Itaca è il punto di partenza e la meta del lungo viaggio di Odisseo,

dopo dieci anni di guerra e altrettanti di affanni: al centro del suo pensiero e del suo rimpianto, perché per ognuno la patria - dice l’eroe ai Feaci - è la cosa più dolce, e l’impulso di ritornare è più forte del godimento di qualunque ricchezza in un altro luogo, e persino di quella vita immortale, immune da vecchiaia e da morte, che Circe e Calipso possono dare a chi si unisce a loro. Quali sono le domande tipiche che l’ospite rivolge alla straniero? Sono tre: “Chi sei, qual è la tua città, chi sono i tuoi genitori?”. L’identità dell’uomo greco è costituita dal nome - che sempre porta con sé un senso -, da un patronimico - che può svilupparsi nell’occasione come storia di famiglia, e sarà allora genealogia -, e da una provenienza - la patria. Già prima dunque del costituirsi e del consolidarsi della polis (città) l’uomo greco non disgiunge la propria origine da una terra, da un luogo preciso, da una proprietà stabile. A portare l’uomo lontano sul mare non è una scelta romantica o avventurosa (il viaggio di piacere nasce nell’800) ma la necessità e la prima necessità è la fame: “nascondere non si può la fame funesta che tante sciagure procura agli uomini: per essa si armano le navi dai solidi banchi che portano guerra ai nemici sul mare profondo”. Odisseo parla di “ventre” che precede e governa anche i moti dell’animo e nel quale l’uomo deve riconoscersi per forza.


A Marostica, in una delle zone più belle della città...

L’ORATORIO DEI CARMINI GIOIELLO RITROVATO

ANCORA TESORI

Testo di Albano Berton e Giuseppe Antonio Muraro

Fotografie: Gianni Baron, Andrea Minchio, Sebastiano Petucco e Nereo Scanagatta

La facciata della chiesa dei Carmini a Marostica, affiancata -a sinistra- da quella dell’omonimo oratorio. In alto, foto grande Gli affreschi della parete ovest.

Dopo un accurato intervento di restauro, durato tre anni e sostenuto dell’Associazione Sodalitas Cantorum (sorta nel 2012 intorno al coro de I Cantori di Marostica) la struttura è tornata all’antico splendore offrendo al visitatore lo spettacolo di un suggestivo ciclo di affreschi secenteschi.

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L’Oratorio dei Carmini venne costruito nel 1648 dalla storica Confraternita del Carmine, come propria sede, dopo che la stessa aveva eretto in un anno, fra l’agosto del 1618 e l’agosto del 1619, la chiesa barocca posta alla sommità della scenografica scalinata di pietra bianca, nella parte alta e più suggestiva di Marostica. Il manufatto fu adibito come sede della Confraternita, e quindi come luogo di incontro e di preghiera per i confratelli, fino alla sua soppressione in epoca napoleonica; dopo di che, per un lungo periodo nel corso del sec. XIX, ormai deturpato e privato della decorazione pittorica e dei

pregevoli stucchi, che ne ornavano le pareti e la volta, passò ad altre proprietà e fu usato in modo del tutto diverso da come era stato in origine. Successivamente passò al Comune e venne adibito prima a scuola pubblica, negli anni ’30/’40 del secolo scorso, poi come abitazione precaria di famiglie povere di Marostica e infine come laboratorio di ceramica, fino agli anni ’60, quando tornò definitivamente in proprietà alla Parrocchia di Sant’Antonio Abate. Per tutto questo tempo le due aule, separate da un arco trionfale murato e tinteggiate più volte, prima con calce bianca, poi di

giallo ocra e infine di grigio uniforme, hanno celato il tesoro dei dipinti sottostanti e sono state usate come ripostiglio e magazzino di qualsiasi materiale, abbandonate a un destino di progressiva, inevitabile rovina. L’intervento provvidenziale dell’Associazione Sodalitas Cantorum, sorta nel 2012 intorno al coro de I Cantori di Marostica con lo scopo di recuperare quegli ambienti e di farne la propria sede, nonché un centro di promozione culturale e musicale, ha fatto sì che i dipinti, rovinati e rimasti nascosti per lunghi anni, tornassero a splendere nella loro bellezza originaria dopo un restauro durato quasi tre anni e condotto con perizia e rigore filologico da Alessandra Sella di Schio, coadiuvata da Barbara D’Incau e da un’équipe di collaboratrici. Direttore dei lavori di recupero del manufatto è stato l’architetto Duccio Dinale, che ha prestato la sua opera a titolo volontario e gratuito. Ora l’Oratorio dei Carmini è recuperato nella sua equilibrata originaria bellezza, che denota un ambiente semplice e sereno nella struttura lineare, nell’arredo essenziale, nella calda accoglienza che ispira al visitatore. Il ciclo pittorico, voluto e commissionato dalla Confraternita del Carmine tra il 1648 e il 1657, ha nel suo insieme un profondo significato religioso, in quanto si riferisce a una precisa simbologia legata alle Scritture e al messaggio cristiano, in un’epoca che risente ancora del clima controriformistico. Sono emersi cartigli, date e scritte con i nomi dei committenti, tra i quali risultano Zamaria Bassetto capo (priore della confraternita nel 1656), Zuane Lago, Parise Marzari, Francesco Viero, Andrea Mattiello, tutti


capi della confraternita negli anni compresi tra il 1656 e il 1666, e alcuni componenti della famiglia Scaratti, priori e notai in città. Spicca nella parete sud, sotto l’artistico rosone, la figura del Padreterno fra due angeli e nuvole: un volto nobile e austero di vecchio canuto, dalla barba fluente, che ricorda da vicino i vegliardi della bottega dei Dal Ponte, nell’atto di benedire e indicare, con le tre dita protese della mano destra, il simbolo della Trinità. Appena sotto, in un grande riquadro, appare la scena della fondazione dei Carmelitani: l’apparizione, nel 1251 sul monte Carmelo, della Madonna dai lineamenti aggraziati e materni, seduta in trono, con in braccio il Bambino Gesù, che offre lo scapolare a S. Filippo Neri inginocchiato a destra, mentre a sinistra è raffigurato S. Gerolamo, dottore e padre della Chiesa, autore della Vulgata, con tutte le attribuzioni che di solito ne accompagnano l’iconografia, cioè il leone, il teschio, la croce e il libro. Questi due santi risultano essere i protettori ufficiali della Confraternita e dell’Oratorio dei Carmini. Sopra l’arco trionfale è dipinta l’Annunciazione, semplice e ingenua forse nel tratto dei personaggi della Vergine e dell’angelo, ma commovente per l’immediatezza del messaggio. Al centro della volta stellata, il Cristo Pantocratore benedicente in mandorla, segno di glorificazione. Ai quattro angoli della volta sono rappresentati gli Evangelisti, con i relativi simboli. A seguire, nel registro superiore delle pareti lunghe, gli Apostoli, ritratti ognuno con il simbolo del proprio martirio, in riquadri separati l’uno dall’altro da bei vasi di fiori e altri motivi ornamentali. Nel registro mediano infine sono ritratte rispettivamente a est scene

ANCORA TESORI

A fianco L’arco di trionfo con l’affresco dell’Annunciazione.

Sotto, da sinistra verso destra La Madonna con il Bambino Gesù fra S. Gerolamo e S. Filippo Neri, affresco situato fra le due finestre della parete sud.

della vita di S. Gerolamo (in gran parte perdute per lo sfondamento di parte del muro, provocato in epoca non definita) e a ovest di S. Filippo Neri, con attualizzazioni di fatti straordinari della vita del Santo, interpretabili in chiave morale-edificatoria per la confraternita e per noi, che li ammiriamo dopo quasi quattrocento anni. In sintesi si tratta di un’opera di indubbio valore, che potrebbe risalire a una bottega di pittoridecoratori attivi in ambito veneto, abbastanza vicini al nostro contesto territoriale. Non siamo ancora in grado di attribuire i dipinti, che tuttavia, secondo il parere degli esperti, sono stati eseguiti a più mani e in tempi diversi tra il 1648 e il 1657. Sui lati ovest, sud ed est corre una boiserie in legno d’abete, del tutto originale. Dopo l’accurata pulitura fatta dal maestro restau-

ratore Leopoldo Costenaro, sono emersi a intervalli più o meno regolari dei nomi, scritti a encausto, con cura calligrafica e in corsivo, dei confratelli che in un certo periodo hanno dato vita al Consiglio della Confraternita del Carmine: era allora priore Giovanni Dalla Zuanna, il cui nome appare ben leggibile al centro della boiserie sul lato sud, nel posto che doveva essere proprio del Capo, mentre a destra e a sinistra sono da individuare i nomi dei suoi diretti collaboratori e assistenti. Degli altri nomi pochi sono leggibili, alcuni addirittura si sormontano in duplice scrittura. E’ molto interessante il fatto che, sotto alcune scritte più o meno leggibili, si distingua il ruolo ricoperto dal confratello interessato: maestro di novizi, corista, sagrestano, segretario dell’Oratorio.

Qui sopra La splendida Madonnina dei Carmini, recentemente restaurata. A eccezione della testa, di fattura tardo-ottocentesca, potrebbe addirittura trattarsi di un’opera del XV secolo. informazioni e visite guidate SODALITAS CANTORuM Corso Mazzini 71 - Marostica www.sodalitascantorum.it Tel. 0424 72219 - 0424 72187

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Prestare attenzione e organizzarsi

AFFLATuS

IMPARARE A IMPARARE

di Carla Mogentale direttore sanitario Centro Phoenix Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Dobbiamo formare i nostri alunni insegnando loro ad affrontare problemi che ancora non esistono! più attenzione e approfondimento è un risparmio di tempo e di fatica!

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

LA DEFINIzIONE “imparare a imparare è l’abilità di organizzare il proprio apprendimento sia individualmente sia in gruppo, a seconda delle proprie necessità, e alla consapevolezza relativa a metodi e opportunità. E’ un’opportunità che permette alla persona di perseguire obiettivi di apprendimento basato su scelte e decisioni prese consapevolmente e autonomamente, per apprendere, ma soprattutto per continuare ad apprendere, lungo tutto l’arco della vita e nella prospettiva di una conoscenza condivisa e di un apprendimento come processo socialmente connotato”.

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, neuropsicologia, riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d'Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 - 347 8911893 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 info@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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imparare a imparare è una delle otto competenze chiave di cittadinanza europee, richiesta ai nostri studenti, e a noi tutti, lungo l’arco della vita, tanto da parlare ormai di Lifelong Learning, in una logica esponenziale di crescita di conoscenza e dunque di necessità di una sua gestione strategica. Infatti la maggior parte dei lavori richiesti nel 2010 non esisteva ancora nel 2004. Si stima poi che quanti sono nati dopo l’anno 2000 cambieranno almeno 25 lavori diversi nella propria vita: il che significa che dobbiamo formare i nostri alunni insegnando loro ad affrontare problemi che ancora non esistono! Il Lifelong Learning è un processo di continuo miglioramento delle proprie conoscenze, abilità, attitudini, in grado di seguire l’evoluzione delle scoperte scientifiche, gli stili di vita, i cambiamenti socio-economici, la velocità di processamento delle informazioni. Soprattutto la grande quantità di informazioni da elaborare mette a dura prova le nostre capacità di concentrazione, di selezione di ciò che è importante rispetto a ciò che non lo è, di organizzazione sia dei contenuti sia dei tempi, in una modalità spesso frenetica e poco produttiva. L’imparare a imparare non è un metodo di studio, ma è un insieme di fasi e procedure che facilitano il dominare il continuo cambiamento

delle informazioni, collegando le une alle altre, sintetizzandole, definendone le priorità a seconda dello scopo per cui le stiamo raccogliendo.

Cominciamo con alcuni punti chiave che devono essere rispettati, nello studio come nel lavoro: 1) Chiarezza rispetto agli scopi, agli obiettivi, alla modalità di verifica di quanto appreso nel tempo: perché sto studiando? Come devo studiare questo argomento? Cosa sarà essenziale sapere? Che cosa so già di questo argomento? Come dovrò produrre questo sapere (interrogazione, compito scritto, traduzione in azione pratica, ...)? Il contenuto andrà appreso nella stessa modalità in cui verrà poi richiesto: per esempio, apprendere facendosi domande è ottimale, se la verifica o l’interrogazione saranno tramite domande! 2) Creare dei pre-organizzatori di conoscenza. E’ utile produrre una mappa mentale a raggiera con le domande chiave e le possibili risposte prima ancora di leggere con attenzione tutto il contenuto da studiare, anticipandolo, creandomi delle aspettative, dei collegamenti con quanto già appreso precedentemente, importantissime per capire a cosa dovrò dare più attenzione. Prevedere a cosa dovrò prestare

3) Il funzionamento neuropsicologico dell’attenzione. Una delle cose che più ostacolano una buona organizzazione è sbagliare le valutazioni relative ai tempi di svolgimento e/o alle difficoltà di un compito, cosa molto frequente in alunni con dislessia o disturbi di attenzione, ma anche in adulti in stato d’ansia. E’ necessario il rispetto delle nostre curve attentive (vedi figura) che ci vedono concentrati e produttivi in alcuni momenti e stanchi in altri. Il rispetto dell’alternanza delle curve permette il massimo dell’efficienza ovvero di ottenere più risultati in meno tempo (anche nello studio ma non solo). Il pomeriggio di studio, o l’attività, andrà organizzata prevedendo fasi di concentrazione (30-40 minuti al massimo) e fasi di recupero (al massimo 5-10 minuti) adattandole all’età, alla complessità del contenuto, alla stanchezza della giornata. Ogni cambiamento di attività porterà a “ricaricare” il sistema. Gestire il nostro tempo e la quantità e qualità dei contenuti che la nostra mente elabora è dunque fondamentale, combattendo la sensazione di esserne travolti, in perpetuo affanno, non consapevoli se ciò che si è appreso è corretto, sufficiente, se è realmente prioritario, e se sarà soprattutto disponibile, stabile e utile in ogni momento successivo in cui ne avremo bisogno. Nel prossimo articolo entreremo nel merito della rappresentazione della conoscenza e della memorizzazione a lungo termine.


Alcune piazzette cittadine potrebbero concorrere a rendere ancora più attraente Bassano. Si tratta di conoscerle e valorizzarle...

PROPOSTE

BELLE E PREZIOSE, MA FIGLIE DI UN DIO MINORE

di Andrea Minchio

LA VOSTRA OPINIONE? Fatela pervenire a uno dei seguenti recapiti bassanonews

La gran parte delle manifestazioni si concentrano nelle piazze maggiori. Esistono però altri luoghi, di grande fascino, che dovrebbero venire riqualificati e valorizzati. Come meritano.

Sono contesti urbani dalle grandi potenzialità, soprattutto alla luce di una progressiva e auspicabile affermazione di Bassano in ambito turistico. In più di un caso, tuttavia, il lavoro da svolgere per ottenere risultati significativi si presenta quanto mai impegnativo. Stiamo parlando di alcune piazzette (peraltro centralissime e tutte all’interno della mura) che, se opportunamente valorizzate, potrebbero di certo concorrere a incrementare il fascino della città. Sono però figlie di un dio minore, per così dire, perché rispetto alle sorelle maggiori, abbondantemente utilizzate quali cornici per mille iniziative (forse troppe), sembrano quasi sfuggire all’attenzione di molti. Eppure all’occhio curioso e sensibile non possono certo passare inosservate: la specifica localizzazione, la particolare configurazione spaziale, la presenza di edifici di pregio (piuttosto che di vere e proprie

emergenze architettoniche), così come il loro evidente valore storico, ne fanno in realtà degli scenari di grande suggestione e rilevanza. Le problematiche maggiori, quelle che attualmente ne impediscono una fruizione più libera e “serena”, sono costituite -tanto per cambiaredall’eccessiva presenza di veicoli, in movimento oppure in sosta (spesso al di fuori degli spazi adibiti a parcheggio). Ma anche il degrado ambientale, in qualche caso, penalizza non poco contesti altrimenti molto accattivanti e attraenti.

Se osserviamo la corona degli edifici che prospettano su di essa, una della piazzette più interessanti è sicuramente quella dell’angelo. Basti per esempio pensare a palazzo Del Monico Marcon, sulla cui facciata è ancora ben visibile un ciclo freschivo dipinto fra il 1550 e il 1555: opera di un pittore

vicino al manierismo di Giulio Romano, è stato realizzato nel periodo in cui Paolo Veronese lavorava alla perduta villa Soranza (presso Castelfranco). Oppure all’adiacente palazzo Scolari Marin, uno dei primi edifici progettati da Antonio Gaidon (nel 1770 circa), con un linguaggio di stampo illuministico. O, ancora, alla chiesetta dell’Angelo, ideata nel 1655 dall’architetto Giambattista Bricito a pianta ellittica, che prospetta sullo slargo trapezoidale verso via Roma, all’altezza del monumento a Vittorio Emanuele II. Dulcis in fundo, all’antica porta dell’Angelo che, molto prima della Dieda (ricavata all’interno della torre), permetteva il passaggio attraverso le mura a sud della città: una struttura quest’ultima che, a vederla oggi, malconcia e puntellata in più parti, mette quasi tristezza... Altro discorso merita invece

editriceartistica

Sopra Tre immagini di piazzetta dell’Angelo, prezioso contesto urbano sul quale prospettano edifici importanti: dalle omonime porta e chiesetta ai palazzi Scolari Marin e Dal Monico Marcon

Sotto Un particolare del cinquecentesco ciclo freschivo di palazzo Dal Monico Marcon.

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PROPOSTE

piazzetta Zaine, recentemente riqualificata e oggi aggraziata e composta. Peccato, verrebbe però da dire, che questo spazio felicemente ritrovato -a ridosso della splendida balconata di viale dei Martiri- sia percorso dalle automobili nonostante la presenza (visibile ma ignorata) di un segnale di divieto di transito; e che, purtroppo, non sia stato possibile mantenere l’esistenza di alcune aggreganti destinazioni d’uso. Chi, fra i meno giovani, non ricorda il frequentatissimo Cantinon? Qualche tavolino e un paio d’ombrelloni colorati rallegrebbero di certo la piazza, conferendole maggior appeal... Sono poi davvero notevoli le potenzialità, ancora inespresse, di due splendidi spazi all’interno del nucleo del cosidetto Castello inferiore, che si tratti dell’attuale corte dei berri o della piazzetta adiacente a porta Dieda (che sembra non avere un nome...). Ci troviamo dunque nel cuore medievale della città e le tracce di una storia secolare sono qui palpabili: basta alzare la testa...

Qui sopra Uno dei “torresini” del Castello inferiore nell’attuale corte dei Berri. Sopra il testo, a sinistra e dall’alto La corte dei Berri, vista da est. La piazzetta a nord di porta Dieda: la forma squadrata e la compattezza dell’edificato circostante rivelano con evidenza che era proprio questa la vera corte del castello. Sopra il testo, a destra e dall’alto Due vedute di piazzetta Zaine: nonostante il divieto di transito (foto sotto) non sono poche le auto che la percorrono ogni giorno.

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o scendere negli scantinati di alcuni negozi. Barbacani, mura (inglobate in gran parte negli edifici), fondazioni, resti di opere fortificate: il passato si presenta in tutta la sua fierezza. Tuttavia, nonostante la buona volontà di alcuni coraggiosi esercenti, il degrado edilizio è evidente; così come ingombrante è la presenza delle auto, parcheggiate ovunque. Di piazzetta Guadagnin abbiamo già scritto in passato. Le parole non servono: si tratta di uno spazio scenico unico, cornice ideale per piccole e raffinate manifestazioni. Ma anche qui c’è molto da fare, a partire dal riassetto del selciato e per finire (programmi e risorse pubbliche permettendo) con la sistemazione della facciata di palazzo Pretorio e della bella scala coperta cinquecentesca. Anche di piazza Castello, a suo tempo, Bassano News si è già occupato. Il luogo è magico e l’atmosfera sospesa gli conferisce l’incanto di uno spazio dove il tempo sembra si sia fermato. Preservando i parcheggi dei residenti e diminuendo il più

possibile il numero delle auto del Comune, si potrebbe pensare di liberare completamente il sagrato di Santa Maria in Colle. La recente pubblicazione di una Guida turistica dedicata a via Marinali, audace esperimento di valorizzazione culturale e commerciale promosso dagli esercenti e dai residenti di quella storica arteria, ha messo in luce altri “angoli” cittadini, dimenticati o poco sfruttati. Anche in questo caso i margini di manovra sono enormi. Il comitato spontaneo (riunito nel logo “Gente di Via Marinali”) ha recentemente anticipato, in occasione di un evento svoltosi nel Vecchio Tribunale, di avere in serbo alcune iniziative volte a rilanciare la presenza di attività e servizi. Staremo a vedere. Chissà che tali proposte, formulate proprio dai rappresentanti di una via con tante vetrine ancora vuote, possano sortire i risultati sperati e, anche, costituire un esempio. Se non altro, per la buona volontà di quanti ci stanno lavorando...


Una rara e prestigiosa collezione di radio entra a far parte del patrimonio del Bonfanti-VIMAR...

SCHEGGE

Dopo Marconi le comunicazioni non furono più le stesse… e oggi, grazie a lui, permeano ogni aspetto della nostra vita

di Massimo Vallotto

Il collezionista bassanese Pierantonio Ganazzin ha donato al Museo la sua raccolta, ricca di oltre 400 esemplari. Un domani tutto ciò confluirà nel Polo Museale Culturale Santa Chiara.

A fianco Guglielmo Marconi nel suo laboratorio, in età già adulta. La sua invenzione gli valse il Premio Nobel per la Fisica nel 1909. Sotto, dall’alto verso il basso Il pannello presente nel Museo dell’Automobile che mostra una foto di Guglielmo Marconi sul Monte Grappa. Il padre della radio utilizzò il nostro territorio come campo prova per alcune trasmissioni. Pierantonio Ganazzin, l’imprenditore bassanese che ha donato al Bonfanti-VIMAR la sua rara e preziosa collezione di apparecchi radio degli anni 1920-’70.

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La generosa proposta di Pierantonio Ganazzin, imprenditore orafo in pensione, di donare la propria collezione di radio d’epoca perché potesse essere ammirata dal più ampio pubblico possibile, è stata raccolta dal Museo dell’Automobile Bonfanti-VIMAR che ora conta nel proprio patrimonio espositivo oltre 400 esemplari del mezzo di comunicazione che, assieme al motore a scoppio, può essere considerato uno dei progressi tecnologici con maggiore ricaduta del secolo scorso. La passione per le radio nacque in Pierantonio Ganazzin all’età di circa otto anni, quando ebbe a disposizione un esemplare Minerva, tenuto con religiosa cura dal padre. Come spesso accade, le passioni nate quando si è bambini ci accompagnano poi per tutta la vita. Da allora Pierantonio iniziò a studiare e ad approfondire la storia di questo straordinario mezzo e degli apparecchi riceventi lanciati via via sul mercato; appena poté permetterselo, attorno ai trent’anni, iniziò a collezionare gradualmente i modelli che riteneva più rappre-

sentativi. Nel tempo questa collezione si è arricchita di soggetti, a volte rari a volte curiosi, tutti risalenti al periodo compreso tra il 1920 e il 1970: testimonianze preziose dell’evoluzione non solo tecnologica ma anche sociale e politica di tale periodo. Oggi in parte esposta nella sede di Romano d’Ezzelino del BonfantiVIMAR, nel 2014 la collezione è stata oggetto di una mostra tenuta a Bassano, in palazzo Agostinelli. L’evento ha attratto, nei due mesi della durata, oltre tremila visitatori. L’intelligente impostazione del catalogo di tale mostra, edito dalla Mosè Edizioni a cura di Antique Radio Magazine dal titolo “Radio la Voce della Storia”, ha permesso ai visitatori di approfondire anche gli eventi storici correlati ai modelli presentati. L’interesse suscitato indusse il collezionista bassanese a donare l’intero corpus alla Città, all’unica condizione che venisse esposto permanentemente. La generosa offerta non ebbe adeguata risposta dall’Amministrazione di allora. L’arco temporale coperto dalle radio

di Ganazzin è particolarmente significativo per raccontare la rapida trasformazione di un’epoca, sicuramente connotata dall’evoluzione dei media e dalla mobilità di massa. Ma l’estetica degli apparecchi mostra anche lo sviluppo del design, la spinta verso una maggiore miniaturizzazione e la più ricercata semplificazione ed economicità degli esemplari, allo scopo di aggredire più ampie fette di mercato. Sempre interessato all’evoluzione tecnica e tecnologica, il Museo dell’Automobile ha colto l’occasione della generosa offerta di Pierantonio Ganazzin per inserire la collezione delle radio all’interno della “Galleria della Mobilità, Motorismo e Ingegno Veneto Giannino Marzotto”, collegandola a un fatto storico avvenuto nel nostro territorio. Gli esperimenti sul Grappa Guglielmo Marconi, al quale viene popolarmente attribuita l’invenzione della radio, nel 1917-’18 durante la prima Guerra Mondiale si recò più volte sul Monte Grappa (come ufficiale del Regio Esercito Italiano)


A fianco Il corner che il Bonfanti-VIMAR ha dedicato alla fiction “Di padre in figlia” girata a Bassano. Nella ricostruzione storica, oltre ai mezzi d’epoca reperiti dal Museo, sono stati utilizzati esemplari di radio del tempo, esposti alla base di pannelli esplicativi.

per effettuare dei test di trasmissione e per sovrintendere all’installazione di apparecchiature radiotelegrafiche usate durante il conflitto. Come sempre, l’attenzione del Museo per gli episodi collegati all’evento bellico è mirata ai soli, pochissimi, aspetti positivi, cioè esclusicamente a quelli riguardanti il progresso tecnologico.

La vera storia Va tuttavia precisato che l’invenzione del rivoluzionario mezzo di comunicazione, dovuta al Premio Nobel 1909 per la Fisica, ha avuto in realtà una gestazione piuttosto lunga, iniziata con Micheal Farraday (1792-1867) che, dopo alcune ricerche, notò come ci fosse una forte interazione tra elettricità e campi magnetici. Quando Farraday si accorse che l’ago di una bussola cambiava direzione in presenza di elettricità, affermò con certezza che quest’ultima genera campi magnetici. Alla base dei risultati di Farraday ci furono poi le scoperte di H.C. Oëster, le cui ricerche sull’interazione tra campi magnetici ed elettricità lo portarono a dire che nello spazio esiste un vettore che è un trasportatore di messaggi. Antonio Pacinotti, fisico italiano, sfruttò le scoperte di Farraday per inventare la dinamo, producendo elettricità tramite energia meccanica. J. C. Maxwell scoprì a livello teorico l’esistenza delle onde elettromagnetiche, la cui individuazione a

livello pratico è però dovuta a H.R. Hertz. Proprio a Hertz può essere ascritta l’intuizione della radio. La sua teoria indicava infatti le onde elettromagnetiche come movimenti di propagazione di elettricità e, per la prima volta, riuscì a misurarle. Il passo successivo fu quello di trasformare queste onde in suono. Nel 1895, a coronamento degli esperimenti condotti nella casa paterna di Villa Griffone a Pontecchio presso Bologna, il ventunenne Guglielmo Marconi ottenne alcuni risultati fondamentali per le applicazioni delle onde elettromagnetiche, risultati che segnarono la nascita della radio come sistema per trasmettere informazioni. In quell’anno prese avvio un processo destinato a incidere profondamente sullo sviluppo dell’umanità per tutto il ventesimo secolo. E’ dunque assai lungo il percorso che ha portato alla possibilità di trasmettere informazioni a grande distanza mediante onde elettromagnetiche a propagazione libera. Il cammino ha avuto la sua ideale conclusione nel 1901, sulla collina di Signal Hill a San Giovanni di Terranova, con la prima trasmissione transatlantica. Si è trattato di un fermento che ha attraversato un intero periodo, una serie di singole scoperte e invenzioni che hanno permesso di arrivare alla radio come la intendiamo oggi. Se si dà questa interpretazione

Sotto, dall’alto verso il basso Tra i tanti modelli raccolti da Ganazzin, alcuni spiccano per importanza storica: - il ricevitore VE301, voluto dal regime nazista per diffondere la radiofonia e, di riflesso, la propaganda del partito; - il modello R.R. XVI - “Radiorurale” Philips, avente lo stesso nome dell’ente fascista nato allo scopo di educare il popolo secondo la dottrina del partito; - il modello TR-1, la prima radio a transistor, costruita nel 1954; - l’italianissimo Brionvega Mod. TS 502 del 1962. Il progetto dei designer Marco Zanuso e Richard Sapper è considerato un’icona di stile.

all’espressione “invenzione della radio” si può sgombrare il campo da qualsiasi disputa, più o meno cavalleresca, su chi sia il vero “inventore della radio”: nessuno prima di Marconi compì le prove e le sperimentazioni da lui compiute nell’arco di tempo che va dal 1895 al 1901; solo in seguito il primato di certe scoperte gli fu contestato. “Prima che Marconi presentasse al mondo la sua invenzione nessuno avrebbe mai creduto che egli avrebbe potuto farla, mentre dopo molti la avevano già fatta prima di lui”: disse a tal proposito il grande elettrotecnico Charles Steinmetz nel ’22. Aspettando il Santa Chiara Quanto esposto nell’attuale sede del Museo Bonfanti-VIMAR è solo una parte della collezione Ganazzin, in attesa della nuova location presso il Polo Museale Culturale Santa Chiara a Bassano. In tale prestigioso contesto i visitatori potranno valutare integralmente la generosità del gesto di un cittadino che ha donato il frutto di anni di lavoro collezionistico, con l’unico intento di permettere a un pubblico vasto di goderne gli stimoli e i ricordi. Sensazioni che verranno amplificate da un allestimento multisensoriale con l’ausilio delle tecnologie più avanzate, oggi possibili anche grazie a quella straordinaria invenzione di oltre 120 anni fa: la Radio.

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INCREDIBILE INDIA! I colori, i gioielli, lo sfarzo, le tradizioni...

Sì, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Un Paese mistico, leggendario e terribilmente affascinante, che si può scoprire, vedere, visitare, odiare, amare... ma che difficilmente si riuscirà a conoscere davvero.

Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

L’India è una delle civiltà più antiche del mondo, grazie ai suoi ottomila anni di storia. Si tratta di un luogo davvero affascinante e sospeso in un clima quasi irreale. Nell’immaginario collettivo, l’India rappresenta sicuramente un Paese di grande spiritualismo. Qui convivono persone di varie religioni (induismo, buddismo, giainismo, sikhismo, islamismo e cristianesimo), che pervadono di profondo misticismo ogni angolo del territorio indiano. Caratterizzata dall’unione di razze e linguaggi diversi, l’India permette ai visitatori di conoscere un mondo complesso ed eterogeneo caratterizzato da usi e costumi molto attraenti. Vediamo dunque le caratteristiche principali di questo Paese asiatico. La lingua nazionale è l’Hindi. La Costituzione di questo Stato, però, riconosce in totale diciotto lingue ufficiali, alle quali vanno aggiunte oltre 1.600 lingue minori e dialetti. L’inglese rimane comunque quella diffusa in modo capillare e l’idioma ufficiale della legge indiana. Questo, perché l’India fu colonia dell’Inghilterra fino al 1947, ottenendo l’indipendenza grazie alla rivoluzione non violenta guidata dal movimento del Mahatma Gandhi. Le cerimonie dell’India sono abbastanza numerose e durano anche diversi giorni. Ogni celebrazione sembra un tributo entusiastico alla vita, con danze, musiche e colori. Una delle più importanti feste è l’Holi, nella quale viene celebrata la fine della stagione invernale. Nel mese di luglio c’è invece la Festa del Mango, realizzata con una meravigliosa coreografia di cestini di frutta colorata. Una delle più famose ricorrenze è la Rama Lila, che si festeggia fra ottobre e

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novembre. Questo evento, caratterizzato da un insieme di rappresentazioni e canti, termina con la distruzione delle fotografie del demone Rāvaṇa. La cucina è complessa e variegata, proprio come il popolo indiano, e si differenzia in base alle diverse zone e religioni. Un elemento comune consiste nel notevole impiego di spezie, che forniscono alle pietanze gusti intensi e speciali. Nel grande mercato di Khari Baoli alle porte di New Delhi si possono acquistare spezie e aromi di qualsiasi tipo. Anche l’abbigliamento è legato alle diverse etnie presenti. Il vestito indiano più antico è il Sari, con drappeggi, volute e tessuti dalle infinite sfumature cromatiche.

Lo straniero che si reca in India nota sicuramente una moltitudine di usanze a dir poco bizzarre: costumi, gesti, tradizioni che è importante conoscere per vivere al meglio la prima visita in quel Paese. Ecco quindi qui elencate le più particolari e diffuse. 1. Mi stai dicendo sì o no? Incomincio con il gesto che più mi ha fatto sorridere quando parlavo con la gente. Gli indiani annuiscono muovendo la testa dall’alto al basso (il nostro sì) che per loro però significa no! Il nostro gesto del capo per dire no in realtà per gli indiani vuol dire sì. Vi racconto un aneddoto: sono appena arrivato a Delhi e ad attendermi c’è l’autista che poi mi accompagnerà in un lungo tour. Gli chiedo se posso entrare in macchina e lui china il capo dall’alto verso il basso, gesto che interpreto come un no (perché non sapevo che per loro è sì); così rimango in attesa fino a quando lui si scusa e chiarisce il mistero.

2. La mano sinistra è impura! In India si mangia con le mani ed è proibito toccare il cibo da portare alla bocca con la mano sinistra, in quanto questa è considerata impura e usata per l’igiene quotidiana; anche i mancini devono adeguarsi. La stessa cosa vale pure per il passaggio di soldi e altri oggetti. 3. La sposa che aspetta lo sposo! Quasi tutti i matrimoni in India sono combinati, ma non è questa la stranezza. A differenza nostra è la sposa che deve attendere l’arrivo dello sposo; quando questo giunge, le dona una ghirlanda di fiori, mentre alla suocera porge una noce di cocco. 4. Essere gentili e arrabbiarsi è maleducazione! Se vi trovate in un autobus e volete cedere il posto, non fatelo. Se desiderate aiutare qualcuno ad attraversare la strada, non fatelo. Se volete essere gentili in qualsiasi modo, non fatelo! In India “cavalleria” e gentilezza sono considerate quasi un insulto. Per quanto riguarda l’arrabbiarsi, in India bisogna tirare un lungo respiro e sorridere, sorridere sempre anche di fronte a situazioni che vi fanno imbestialire: otterrete quello che volete solo sorridendo. 5. La donna mangia sola! La donna che vive nei villaggi e nelle piccole città, soprattutto in quelle più remote, è considerata un peso nonostante si occupi continuamente della casa, dei campi, del bestiame. Anche nei momenti di raccoglimento familiare e durante la consumazione del pasto principale, la donna mangia per ultima: prima il marito, poi i figli maschi, quindi le figlie femmine e, infine, la donna di casa. Comunque da sola e in cucina.


sistemazione in hotel. Nel pomeriggio, visita di Orchha, importante centro legato alla storia della dinastia Moghul, famoso per il Palazzo Jehangir Mahal che risale al 16° secolo e costruito sulla riva del fiume Betwa in onore dell’imperatore Jehangir. Successivamente, visita ai cenotafi dei reali di Orchha.

Dal 17 al 28 febbraio 2018 Viaggio di 12 giorni

inDia Da ViVere Un viaggio di ampio respiro che regala sensazioni ed emozioni: dalla vibrante Dehli alla luce e ai colori di Jaipur, dalle originali architetture di Gwalior al fascino medievale di Orchha, dalle sculture di Khajuraho all’atmosfera mistica di Varanasi… senza dimenticare l’incanto del Taj Mahal ad Agra.

1° giorno - Sabato 17 febbraio Venezia - zurigo - Dehli Ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e trasferimento in aeroporto a Venezia. Operazioni d’imbarco e partenza con volo di linea per Dehli via Zurigo. Pasti e pernottamento a bordo.

2° giorno - Domenica 18 febbraio Dehli Arrivo previsto in nottata, incontro con la guida locale (che parla italiano), trasferimento in hotel e riposo. Prima colazione in albergo. Inizio della visita di Nuova Delhi. Quando, nel 1911, la capitale venne trasferita qui da Calcutta, ci fu grande fermento fra gli architetti inglesi dell’epoca, che ambivano legare il loro nome alla progettazione e all’edificazione della nuova città. Si visiteranno i quartieri centrali, dove si trovano i palazzi del Governo, la Porta dell’India, il Parlamento, il tempio Sikh. Successivamente ci si sposterà al Qutub Minar. Pranzo durante il percorso. Rientro in hotel. Cena e pernottamento.

3° giorno - Lunedì 19 febbraio Dehli - Jaipur Pensione completa. Al mattino, proseguimento della visita di Dehli e successiva partenza per Jaipur, detta la “Città rosa”, che divenne lo stato più forte del Rajasthan intorno al 1500. Jaipur dista circa 220 chilometri da Delhi ed è una delle città più affascinanti dell’India del Nord. Le decorazioni dei palazzi sono veri e propri merletti di pietra, mentre lo stile degli edifici costituisce un felice sincretismo tra gli elementi architettonici rajasthani e quelli propri del Moghul.

All’arrivo, sistemazione in hotel e pernottamento.

4° giorno - Martedì 20 febbraio Jaipur Pensione completa. Intera giornata dedicata alla città di Jaipur. Il tour prevede, oltre alla visita del Forte Amber, che verrà raggiunto a dorso di elefante o su jeep, quella del Palazzo di marmo, del Tempio della Vittoria e del Palazzo degli Specchi, tutte testimonianze dello stile architettonico di Rajput. Successivamente, visita al City Palace Museum. Il Jantar Mantar è un famoso osservatorio risalente al 1726. Jaipur, colorata di rosa nel 1883 in occasione della visita del principe Alberto, consorte della regina Vittoria, è l’unica città al mondo che simboleggia nove divisioni di dodici universi essendo, da un punto di vista toponomastico, formata da nove rettangoli che la suddividono in dodici. I suoi monumenti testimoniano un passato glorioso. 5° giorno - Mercoledì 21 febbraio Jaipur - Fatehpur Sikri - Agra Pensione completa. Al mattino, partenza per Agra. Sosta a Fatehpur Sikri, antica capitale dell’impero Moghul sotto Akbar il Grande. Oggi, disabitata e nota come “città fantasma”, è uno dei complessi archeologici meglio conservati e rappresentativi dell’arte Moghul. Proseguimento per Agra, arrivo e visita al tramonto all’incomparabile Taj Mahal, una delle meraviglie della terra che si erge su un parco funerario, murato come una cittadella. Proseguimento al Forte Rosso dei Gran Moghul, simile a una montagna di rossa arenaria sulle rive del sacro fiume Yamuna. Splendide le porte ogivali, i triplici bastioni, le rampe grandiose attraverso le quali si accede a un mondo bianco di muri, colonne e balaustre finemente lavorate e intarsiate con mosaici d’agata e porfido. 6° giorno - Giovedì 22 febbraio Agra - Jhansi - Orchha Pensione completa. In tempo utile trasferimento alla stazione ferroviaria e partenza con treno veloce per Jhansi. All’arrivo proseguimento per Orchha e

7° giorno - Venerdì 23 febbraio Orchha - Khajuraho Pensione completa. Al mattino partenza per Khajuraho e sistemazione in hotel. Nel pomeriggio, visita ai superbi templi della città che abbracciano un arco temporale compreso fra il 950 e il 1050 d.C. e presentano una struttura architettonica diversa da altri templi induisti. Negli edifici si trovano sculture erotiche che si rifanno al tantrismo, dottrina iniziatico-esoterica per la quale il Nirvana è raggiungibile attraverso il controllo del piacere fisico oltre che con la disciplina spirituale e meditativa.

8° giorno - Sabato 24 febbraio Khajuraho - Varanasi (Benares) Pensione completa. In tempo utile trasferimento all’aeroporto e partenza con volo per Varanasi (Benares), una delle città sante dell’India, posta sulla riva sinistra del Gange tra la foce del fiume Varuna a nord e quella del fiume Assi a sud. Per gli induisti il territorio che si estende tra i due fiumi è il luogo più sacro della terra. Per comprendere la mistica atmosfera che avvolge Benares è d’obbligo un giro in barca lungo il Gange al sorgere del sole, quando arrivano i pellegrini che scendono ai ghat per le abluzioni: uomini, bambini e donne avvolti in colorati sari. Nel tardo pomeriggio si assisterà alla cerimonia religiosa Puja sulle gradinate del Gange.

9° giorno - Domenica 25 febbraio Varanasi Pensione completa. Sveglia prima dell’alba e giro in barca per assistere ai rituali di purificazione e alle offerte dei pellegrini. Rientro in albergo per la prima colazione. Nel pomeriggio visita al centro di Varanasi, alle sue stradine ai suoi vicoli e ai suoi templi.

10° giorno - Lunedì 26 febbraio Varanasi - Bombay Pensione completa. Trasferimento in aeroporto e partenza per Bombay. Pomeriggio dedicato a visitare i principali luoghi d’interesse di questa grande metropoli asiatica: Museo del Principe di Galles, dov’è possibile ammirare una splendida esposizione di miniature del XVIII secolo nonché splendidi oggetti tibetani e nepalesi. Sosta ai Dobi Ghat, coloratissime lavanderie all’aperto della città. In seguito trasferimento in pullman sulla collina Malabar e sosta al Parco Kamia Nehru, intitolato a un altro grande padre della nazione. Da quì è possibile ammirare Bom-

bay e godere di uno splendido panorama sul Mare Arabico.

11° giorno - Martedì 27 febbraio Bombay - Escursione all’isola di Elefanta Dopo la prima colazione, sosta al Gate of India da dove gli Inglesi partirono nel 1948 (data che segna la fine del colonialismo britannico in India e la vittoria della rivoluzione non violenta di Gandhi). Dall’imbarcadero poco distante si partirà per l’escursione all’isola di Elefanta. Qui si trovano grotte dedicate alla fede indù e a quella buddhista. Le sculture intagliate nella roccia datano dal V all’VIII secolo d.C. Il sito è dal 1987 Patrimonio Unesco. Pranzo in ristorante locale. Dopo cena trasferimento in aeroporto e inizio delle operazioni di imbarco per l’Italia.

12° giorno - Mercoledì 28 febbraio Bombay - Venezia Partenza con volo di linea per Venezia via Zurigo. Arrivo previsto in mattinata.

nota: tutte le visite menzionate nel programma sono garantite, ma potrebbero subire variazioni nell’ordine di effettuazione.

Quota individuale di partecipazione euro 2.830

La quota comprende: - voli di linea da Venezia in classe economica; - trasporto in franchigia Kg 20 e con un solo bagaglio in stiva (per i voli interni la franchigia è di Kg 15 - 1 solo bagaglio in stiva); - tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 26/06/2017; - sistemazione in hotel 4/5 stelle in camera doppia con servizi (10 pernottamenti); - i pasti come da programm;a - acqua in bottiglia inclusa durante tutti i pasti; - trasporti interni come da programma inclusi i voli Khajuraho/Varanasi e Varanasi/Bombay; - minibus da 18 posti (fino a 14 persone) oppure pullman da 35 posti (da 15 a 24 persone); - visite come da programma allegato; - visto indiano non urgente; - ingressi inclusi quando espressamente indicato; - assistenza di guida locale parlante italiano dall’arrivo a Delhi alla partenza da Bombay; - tonga ride dal parcheggio fino all’entrata principale al Taj Mahal; - corsa sugli Elefanti a Jaipur; - giro in barca sul fiume Gange; - trasferimento in treno da Agra a Jhansi; - 2 bottiglie di acqua minerale in bus ogni giorno; - borsa da viaggio in omaggio; - assicurazione infortunio, malattia e bagaglio.

La quota non comprende: - le camere singole (supplemento di euro 680,00); - le mance obbligatorie (40,00 euro a persona); - gli extra di carattere personale. Il cambio applicato è di 1,00 euro = 72,27 INR

all’iscrizione acconto di 900,00 euro

Documenti e visti Ai cittadini italiani oltre al passaporto, occorre il visto consolare per l’ottenimento del quale sono necessari: il passaporto con almeno sei mesi di validità, due pagine consecutive libere, obbligatoriamente firmato, due foto tessera recenti a colori, biometriche su fondo chiaro (non grigio, celestino o altro fondino anche molto chiaro) senza occhiali scuri e l’apposito modulo debitamente compilato.

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Innovazione, Industria 4.0, Bandi Regionali, voucher...

LE IMPRESE INVESTONO NELLA CRESCITA

ARTIGIANI

di Paolo Pedersini

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

L’incremento della produttività nelle aziende passa attraverso provvedimenti che inducono a investire nell’ammodernamento tecnologico, nella ricerca, nello sviluppo e nella formazione...

Qui sotto Il territorio del Mandamento di Bassano del Grappa.

Confartigianato Vicenza Mandamento di bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Dall’anno scorso provvedimenti statali e regionali, tramite diversi strumenti, hanno introdotto meccanismi di incremento della produttività utilizzando forme agevolative a livello fiscale o bonus e voucher. Il filone che viene privilegiato è quello dell’innovazione, dell’ammodernamento tecnologico, della ricerca e sviluppo, della formazione e internazionalizzazione, dell’automazione. Non è semplice orientarsi attraverso gli strumenti a disposizione delle aziende, ma Confartigianato si è attrezzata per assistere con azioni di consulenza, sia per le perizie su investimenti in macchinari di concezione 4.0 (iperammortamento), sia per progetti di ricerca e sviluppo (credito di imposta R&D). Sono oltre 300 le imprese associate che negli ultimi mesi sono state affiancate da nostri consulenti in tema di Industria 4.0, anche grazie al portale Digital Innovation Hub Vicenza. Le imprese che si sono affidate a noi per il credito d’imposta per ricerca e sviluppo hanno ‘risparmiato’ più di 30.000 euro di media a impresa; inoltre sono state fatte consulenze e perizie per un totale di oltre 10 milioni di euro in macchinari ad alto contenuto tecnologico. Molto attente a queste opportunità sono

le imprese dell’area pedemontana e in particolare del bassanese. La risposta è superiore alla media, a dimostrazione della vocazione innovativa di questo territorio. Per Industria 4.0 l’ufficio ha seguito 28 casi a livello provinciale, con una movimentazione economica superiore ai 6 milioni e mezzo di euro. Le perizie di idoneità sono state oltre 70. Il credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo ha visto alcune decine di aziende coinvolte e saranno almeno il doppio il prossimo anno. L’ammontare complessivo del credito d’imposta si aggira sui 588mila euro. Anche per questo ambito, nel bassanese c’è stata una risposta ottimale, superiore alla media. Sul fronte dei Bandi Regionali, in Confartigianato lavora un pool di esperti a favore degli associati supportandoli nella stesura della domanda. L’ufficio bandi ha offerto aiuto diretto a più di 400 aziende a livello provinciale. Almeno 70 aziende hanno potuto presentare le loro proposte progettuali, di cui circa un quarto nella zona di Bassano del Grappa. Tanti procedimenti amministrativi sono ancora in valutazione, ma quelli conclusi ultimamente si sono aggiudicati quasi 200mila euro di contributi. L’attività dell’ufficio si svilupperà

per aiutare le aziende a capire i loro fabbisogni e ad agire preventivamente su tipo e tempistica degli investimenti in modo da sfruttare al meglio tali opportunità. Altro strumento di grande novità è la recente approvazione del Bando per il trasferimento delle conoscenze verso le aziende: viene finanziata a fondo perduto la consulenza di alto livello tecnico (sia riguardante la tecnologia, ma anche l’aspetto strategico e organizzativo) a favore delle PMI, arrivando a contributi pari a massimo di 7.500,00 euro. Confartigianato aiuta le aziende in tre filoni: - sviluppo del modello di business per accrescere competitività e mercato tramite il Business Model Canvas e il Business Design; - analisi del mercato di riferimento per la creazione di nuovi prodotti con la tecnica del Design Thinking; - analisi della clientela (e del suo processo decisionale) e sviluppo della comunicazione sulla base delle tecniche di Neuro Marketing. Le opportunità per le imprese per quanto concerne la Ricerca e Sviluppo saranno ancora superiori nel 2018 poiché i benefici fiscali aumenteranno dal 25 al 50%. Per informazioni è possibile contattare il Mandamento di Bassano del Grappa di Confartigianato.


Nato il martedì grasso del lontano 1873, il celebre Carnevale toscano continua a esercitare grande fascino

RENAISSANCE

VIAREGGIO, L’ARTE DEI CARRI MASCHERATI

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana Sotto, dall’alto verso il basso Uno dei giganteschi carri allegorici viareggini in sfilata in occasione dell’edizione 2014 del Carnevale. Burlamacco, maschera ufficiale della manifestazione.

Nel 2001 è stato creato il grande centro tematico della “Cittadella”, un enorme complesso dove sono concentrati i laboratori per i costruttori, gli hangar in cui vengono costruiti e conservati i carri, due musei e un centro documentario storico... viareggini che, usando la tecnica della cartapesta (o carta a calco), utile per rendere leggere le enormi figure, si ingegnarono nel conferir loro il movimento. Un’arte che si tramanda ormai di padre in figlio e grazie alla quale è possibile realizzare strutture che superano perfino i venti metri di altezza!

Burlamacco è il simbolo del Carnevale di Viareggio, la nota parata di carri allegorici nella quale i personaggi della politica, dello sport e dello spettacolo si danno appuntamento per essere ammirati nella loro divertente veste in cartapesta. Questa grande manifestazione folcloristica, conosciuta a livello internazionale, è nata nel lontano 1873 grazie all’iniziativa di un gruppo di amici, che ebbero l’idea di allestire per il martedì grasso di quell’anno una sfilata di carrozze addobbate a festa. Da allora il Carnevale è divenuto, assieme ai suoi carri, sempre più famoso e popolare. Fu però tra il 1923 il 1925 che le coloratissime figure dei carri iniziarono come per magia ad animarsi. Tutto ciò, grazie al minuzioso lavoro dei maestri costruttori

Sopra Il complesso del grande centro tematico della “Cittadella”.

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Nel 2001 è stata creata la “Cittadella”, il più grande centro tematico in Italia dedicato alle maschere e al Carnevale. Al suo interno si trovano i laboratori dei costruttori, ma pure le aree per il parcheggio dei giganteschi carri e ben due musei dedicati al tema carnevalesco. Nel Museo principale è interessante vedere come vengono realizzate, fase dopo fase, le opere in cartapesta; nei laboratori didattici è poi possibile provare con le proprie mani a modellare la creta e la carta. Sono inoltre esposti i modellini dei carri allegorici vincitori delle ultime edizioni e le opere degli artisti che si sono cimentati con questa tecnica, utilizzando elementi molto semplici: carta da giornale, farina, colla, creta, gesso e giunchi. All’interno della “Cittadella” si trova poi il Museo Carnevalotto, dedicato all’arte contemporanea, al quale artisti di fama mondiale hanno donato opere come premi

ai primi classificati nelle varie edizioni dell’evento. Come abbiamo anticipato, la maschera ufficiale del Carnevale di Viareggio è quella di Burlamacco, nato per mano di Umberto Bonetti nel 1931. I colori del suo abito, bianco e rosso, ricordano quelli dei primi ombrelloni delle spiagge di Viareggio. Non a caso, in uno storico manifesto, Burlamacco appare assieme a Ondina, una ragazza che ricorda la spensierata estate viareggina. Effetti scenografici e coreografie abbinate alla musica e alla satira, sempre attuale, fanno di questo appuntamento qualcosa di unico, sicuramente poco adatto però a chi cerca un posto tranquillo. Se si entra tuttavia nello spirito goliardico della manifestazione, che si sviluppa lungo i cosiddetti Viali a mare, tutti riescono ad apprezzarla di gusto. Il primo corso mascherato è in programma per sabato 27 gennaio, dalle ore 16. Al termine grande spettacolo pirotecnico. I successivi corsi mascherati sono previsti nelle seguenti date: - domenica 4 febbraio, dalle 15; - domenica 11 febbraio, dalle 15; - martedì 13 febbraio, dalle 17; - sabato 17 febbraio, dalle 17 (quest’ultimo con uno spettacolo pirotecnico finale di straordinaria suggestione).


Dapprima artigliere, in Libia e nel Carso, e poi aviatore: la sua originale storia è raccontata in un libro...

IL RAPPORTO

La parabola di Matteo Fabbian

di Marco Rech

Le fotografie sono tratte dal volume Matteo Fabbian. Un Artigliere divenuto aviatore e dall’omonimo calendario

Dalla polvere della battaglia di Murqub ai cieli del nostro Grappa

Si ringraziano per la collaborazione Rosanna Andriollo e Giuseppe Piazza

Marco Rech, autore della pubblicazione, traccia per i lettori di Bassano News un breve profilo di questa singolare figura di soldato e del suo ultimo tragico volo.

non ho paura di volare, ho paura di non tornare a volare.  enzo Ferrari

Era il 16 dicembre 1917 e alle 14.50 del pomeriggio il cielo terso invernale prendeva già il colore serale nella Valle dello Stizzon, dove ormai il sole era tramontato e illuminava soltanto la linea sommitale dei tanto contesi Solaroli e del Fontanasecca. Il sergente maggiore pilota Matteo Fabbian e

Sopra, da sinistra verso destra Il sergente maggiore Matteo Fabbian, nel 1917 al campo di Arcade (TV), durante la formazione della 115a Squadriglia; il pilota di Borso del Grappa alla Scuola di Venaria (TO) su un Bleriot (archivio Giuseppe Piazza). Sotto Il 2° Reggimento di Artiglieria a Homs, in Libia, nel 1912.

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il suo osservatore, tenente Orazio Giannini di Pistoia, avevano appena concluso la loro missione di bombardamento, sganciando due pesanti bombe sulla Val Goccia, lo stretto budello, incassato tra le rocce, che sale da Cismon alle postazioni in quota sugli Asoloni. Stranamente, alla fine della missione, i due avevano abbandonato con il loro SAML 2 la squadriglia, formata da altri tre apparecchi da ricognizione, per operare una virata a destra. Furono seguiti a distanza da due caccia della 79a Squadriglia, che erano di scorta. In un attimo si consumò un duello impari: tre assi dell’aviazione austroungarica (Arigi, Kiss e Lahner), evidentemente in agguato nei cieli del Grappa, attaccarono il ricognitore che tentò di sottrarsi al fuoco

delle mitragliatrici Schwarzlose dei velivoli imperiali, ciascuno dei quali ne aveva due in dotazione, sincronizzate con il movimento dell’elica. Il combattimento si svolse sopra il paese di Seren, non ancora del Grappa (“aggiunta” guadagnata poi con le sofferenze dell’anno di guerra novembre 1917- ottobre 1918, l’An dela fam). Don Antonio Scopel, parroco di Valle (Chiesa Nuova S. Luigi), sfollato assieme ai parrocchiani dal paesino troppo vicino alla linea di combattimento, assistè al duello e scrisse nel proprio diario: “16 dicembre 1917. Dopo lunga e accanita lotta nella zona aerea del Roncon un nostro aeroplano, colpito da uno austriaco con bomba incendiaria, cadde lentamente in fiamme, slittando verticalmente


in aria, e atterrando verso Caupo. Quando l’apparecchio giunse a terra il motorista Fabbian Matteo di Borso, sergente maggiore, stava ancora appoggiato alla macchina mezzo carbonizzato e agonizzante. L’altro aviatore, tenente Giannini Orazio di Pistoia, era precipitato poco prima dal medesimo velivolo sul greto dello Stizzon, presso il molino del Crudo, rimanendo orribilmente sfracellato”.

Attaccato dai caccia austroungarici l’aereo del Fabbian si incendiò, colpito da qualche tracciante al fosforo, e, per sfuggire alla terribile morte per ustioni, il tenente Giannini si lanciò nel vuoto, mentre il povero pilota restò ai comandi del suo SAML tentando un atterraggio nella campagna di Caupo, giungendovi ormai agonizzante. Bambini e donne di Caupo e militari austriaci si affollarono attorno

ai resti del velivolo, riuscendo a estrarre dalla carlinga il povero sergente maggiore, che spirò. La gente partecipò con intensità e dolore al tragico evento; il giorno successivo, al funerale dei due sfortunati aviatori (ai quali vennero tributati gli onori militari), ad alcune donne che piangevano venne chiesto se si trattava di loro parenti. La risposta fu pronta: “No, erano italiani!”.

Qui sopra Matteo Fabbian davanti al suo SAML (archivio Giuseppe Piazza).

In alto, da sinistra verso destra Matteo Fabbian a Palmanova (UD) con i compagni di trincea nel 1916 (archivio Giuseppe Piazza) e, l’anno successivo, con alcuni colleghi piloti a Nove (archivio Igino Fabbian).

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IL RAPPORTO SAML 2 e ALBATROS (Oef) D.III A CONFRONTO

SAML 2 ALBATROS Apertura alare 12,10 m 9,00 m Lunghezza 8,50 m 7,35 m Altezza 2,95 m 2,80 m Motore Fiat A12 bis Austro-Daimler Potenza 260 cv 200 cv Vel. massima 162 Km/h 190 Km/h Autonomia 4 ore 3 ore Equipaggio Pilota e osserv. Pilota Armamento SaML 2 Due mitragliatrici Fiat Revelli Avio Armamento albatros D.iii Due mitragliatrici Schwarzlose sincronizzate

Anche il cappellano militare ungherese, che celebrò le esequie, ebbe parole di stima e compassione per i nemici caduti adempiendo al loro dovere, e li additò a esempio.

Qui sopra, dall’alto verso il basso Un SAML 2 in ricognizione sui cieli del Trentino (archivio Giuseppe Piazza). Foto di gruppo per i componenti della 115a Squadriglia all’aeroporto di Nove (archivio Luigino Caliaro).

Matteo Fabbian era un “ragazzo” del 1890 e aveva già avuto una sua guerra anticipata, partecipando alla campagna di Libia del 1912 contro i turchi. Artigliere provetto, si era guadagnato la promozione dapprima a caporale e poi a caporalmaggiore, dimostrandosi eccezionale come puntatore al pezzo, specialmente nella seconda battaglia di Murqub (27 febbraio 1912), narrata nel dettaglio in una lettera ai genitori. Proprio le sue lettere ci consentono di conoscere le esperienze militari del giovane, vissute tanto in Libia quanto sul fronte isontino nella Grande Guerra e da ultimo come aviatore. Proveniente da una famiglia contadina abbastanza “agiata”, Matteo Fabbian ebbe la possibilità di proseguire gli studi fino al diploma ginnasiale, non trascu-

Sopra il testo, a destra e dall’alto Un Nieuport della 79a Squadriglia in fase di atterraggio a Nove. Il campo di Nove nel 1917 in una foto panoramica (archivio privato).

Sotto La copertina del volume Matteo Fabbian. Un Artigliere divenuto aviatore. Edizioni DBS, 2017. Il libro è disponibile su richiesta a: matteofabbianaviatore@gmail.com

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rando però le attività di famiglia. Era legato in modo particolare ai fratelli e alle sorelle, soprattutto a Giovanni, vicino per età e interessi, che morirà il 20 agosto 1915 a pochi mesi dall’entrata in guerra dell’Italia, nell’ospedale militare di Cassegliano per le ferite riportate in combattimento sul Carso. Di lui Matteo parlerà frequentemente nelle lettere ai genitori, prima e dopo il tragico evento.

Nel suo ultimo volo Matteo ebbe la sventura di imbattersi in tre assi dell’aviazione austroungarica. Facevano tutti parte della famosa Kaiser-Staffel (Squadriglia dell’Imperatore), la 55a Compagnia Aviatori di stanza a Pergine Valsugana. Anch’essi compivano missioni su velivoli in legno e tela, con poche componenti meccaniche. A loro favore disponevano però di aerei più veloci, gli Albatros D III, nettamente superiori al SAML 2 di Fabbian e Giannini. E, come abbiamo detto, di mitragliatrici Schwarzlose (due per aereo),

sincronizzate con l’elica: un accorgimento tecnico che rendeva molto più agevole e vantaggioso il puntamento e il tiro rispetto alla Fiat da aviazione italiana. Quel 16 dicembre, nella porzione di cielo sopra Seren, gli aviatori coinvolti nella contesa erano sette, quattro di parte italiana e tre austriaci. Alla fine della guerra ne tornarono a casa soltanto due: Lahner e Arigi. A loro toccò in sorte di partecipare da istruttori al secondo conflitto mondiale e di guidare da terra i piloti del III Reich. E pure in quella drammatica circostanza parteciparono alle sofferenze di amici e nemici. A quanti decidano di visitare il Sacrario del Grappa consiglio di sostare anche davanti al loculo numero 824 dove riposa Matteo Fabbian e, se possibile, di ricordarlo con una preghiera. Assieme a tutti quei giovani che, come lui, ebbero la gioventù stroncata dall’assurdità della guerra.


il brodo indiano e l’arte di mangiare bene

SCRITTORI IN CUCINA ARTUSI E CAMPORESI

IL CENACOLO

di Chiara Ferronato

In collaborazione con il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Siamo - visivamente - sommersi da libri di cucina, (edicole, librerie, autogrill, grandi magazzini, aeroporti), olfattivamente storditi da ricette, confusi da chef-torquemada che, denigrando quel po’ che ognuno di noi sa, anzi, credeva di sapere davanti a un fornello, non fanno altro che farci rimpiangere, come evanescenti immagini che pensavamo scomparse dalla nostra opaca memoria, scenari con attori completamente diversi: lei, che muovendosi tra cespugli e prati rugiadosi, raccoglie erbe, le annusa, ne tritura qualcuna tra i denti (sperando che le vada bene), stacca una foglia qua, un germoglio là, non può mancare una mela, lui che insegue un cervo, prima o poi lo raggiungerà e lo finirà con quello che ha in mano in quel periodo della sua, nostra preistoria, insomma, una coppia del paleo-neolitico che deve mettere insieme il pranzo con la cena. Stop. Le immagini si fermano qui. La casa editrice “Il Saggiatore” sta ristampando i libri di Piero Camporesi. Si può già “assaggiare” il brodo indiano.

Piero Camporesi (Forlì, 1926 - Bologna, 1997), filologo, storico e antropologo.

Il brodo indico Il progressivo allontanamento del Settecento dal secolo precedente può essere avvertito osservando il passaggio dal gusto complicato, denso di aromi forti della cioccolata barocca a quello più semplice e lineare della cioccolata illuministica, preparata mescolando semplicemente zucchero e cacao con una leggera passata di vaniglia e cannella. Nel secondo Seicento, osservava Francesco Redi, l’uso in Europa è diventato comunissimo e particolarmente nelle Corti de’ principi e nelle case de’ nobili; credendosi che possa fortificare lo stomaco e che abbia mille altre virtù profittevoli alla sanità. La Corte di Spagna fu la prima in Europa a ricever tal uso. E veramente in Ispagna vi si manipola il cioccolatte di tutta perfezione: ma alla perfezione spagnuola è stato a’ nostri tempi nella corte di Toscana aggiunto un non so che di più squisita gentilezza, per la novità degl’ingredienti europei, essendosi trovato il modo d’introdurvi le

Pellegrino Artusi (Forlimpopoli, 1820 Firenze, 1911), scrittore, gastronomo e critico letterario.

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Il “brodo” è il chocatl degli atzechi, la cioccolata dei salotti del ’700, la bevanda illuministica che, con il caffè, introduce, tra gli sciroppi barocchi, voluttà e intraprendenza. Piero Camporesi è, tra i saggisti e gli antropologi, quello che con più eleganza, e saggezza e cultura ha scritto di cibo (il pane selvaggio, Le vie del latte, il paese della fame, ...), associando all’idea di alimentazione quella di nostalgia, felicità (o infelicità), stupore, scoperta, avventura, conforto e amore. Per i nostri nonni, l’aveva già fatto Pellegrino artusi. La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene. Manuale pratico per le famiglie. igiene - economia - buongusto, prima edizione 1891. Poi un best seller. 790 ricette. Ricette, soltanto ricette? No. Invisibile, tra un “Pollo alla Marengo” e un “Soufflet di castagne”, tra uno “Sformato di carciofi” e un “Risotto con i ranocchi”, c’è un piccolo mondo antico di aneddoti e conoscenze, che, con misteriosa incoerenza, lega un libro all’altro, nomenclatura - entrambi - di tattili, profumati sentimenti. Chiara Ferronato

scorze fresche de’ cedrati e de’ limoncelli, e l’odore gentilissimo del gelsomino, che mescolato colla cannella, colle vainiglie, coll’ambra e col muschio fa un sentire stupendo a coloro che del cioccolatte si dilettano. Tanta «squisita gentilezza» però doveva rimanere sepolta nei palazzi medicei. La formula era un segreto di Stato che il gelosissimo Cosimo (come aveva fatto per il «gelsomino del cuore») non voleva cadesse in mani estranee. L’ordine dato al suo archiatra e soprintendente alla spezieria era tassativo: le procedure e le dosi della lavorazione del cioccolato al gelsomino non dovevano uscire dalla «fonderia» granducale. Quando nel 1680 Diacinto Cestoni, valoroso microscopista dell’équipe rediana e speziale sottile, gli chiese la ricetta, Francesco Redi, solitamente gentile con tutti e legato da particolare affetto al naturalista livornese strenuo studioso dei camaleonti, gli rispose con una lettera dalla quale traspare chiaramente il suo disappunto per l’inopportuna richiesta.


Mi dispiace che V.S. mi abbia domandato di una cosa, la quale io ho ordine espresso di non palesare. Cioè come si manipoli il cioccolatte con l’odore di gelsomini. Quello che posso dirle si è, che non si fa con l’acqua de’ gelsomini, perché il caccao nel lavorarsi non unisce con l’acque, e sebbene vi si può mettere qualche pochina di acqua di odore questa non è tanta che possa dar l’odore di gelsomini a tutta la massa del cioccolatte. E se quest’acqua fosse molta, il cioccolatte non si unirebbe insieme. So che V.S. è discreta, e che sa molto bene insino a dove si può arrivare a parlare. La reticenza rediana può apparire inspiegabile soltanto se non si tiene presente che il protomedico di Casa Medici, responsabile della spezieria granducale, confidente e cortigiano devoto, non poteva divulgare i segreti che rallegravano l’ipocondriaco e taciturno principe. Dopo la sua morte la ricetta finalmente venne fuori e, tramite Cestoni, la «cioccolata coll’odore di gelsomini» arrivò al grande naturalista Antonio Vallisnieri. Prendi - vi si leggeva - caccao abbronzato, e ripulito, e stritolato grossamente lib. 10. Gelsomini freschi sufficienti da mescolare con detto caccao, facendo strato sopra strato in una scatola, o altro arnese, e si lasciano stare 24 ore e poi si levano e se ne torna a mettere altrettanti in esso caccao, facendo strato sopra strato, come prima, e così ogni 24 ore si mettono gelsomini freschi per dieci o dodici volte. Poi piglia zucchero bianco buono asciutto lib. 8. Vainiglia perfetta once III, cannella perfetta once II. Ambra grigia scrop. II e secondo l’arte si fa la cioccolata; avvertendo nel fabbricarla, che la pietra sia poco calda; ma che l’artefice la lavori e che non passi quattro o cinque libbre per massa; perché se scaldasse troppo la pietra, perderebbe la cioccolata il suo odore. Il recipe misterioso, gelosamente tenuto nascosto nella cassaforte della fonderia di Palazzo Pitti, sognato e bramato da avidi speziali e dai patiti del «brodo indico», oggi non interesserebbe nessuno. Il secolo degli odoristi e di Cyrano fu naturalmente anche quello dei grandi nasi. Canali intellettuali che comunicavano direttamente con la preziosissima camera dell’intelligenza, con l’umida materia cerebrale, essi entravano nell’epos eroicomico, nella meditazione della fisiognomica, nei capitoli berneschi, nelle prediche edificanti, nei trattati di rinoplastica, nelle ballate grottesche e deformanti della poesia popolare. Poteva succedere che a Firenze un sacro oratore tenesse «alla presenza della granduchessa una predica

IL CENACOLO

de’ nasi» e ne ritrovasse «di tante razze e così ridicolose che tante non credo che si trovin mai né anco nel paese de’ Nasamoni». Nella seconda metà del secolo il profumo del cioccolato esercitava una irresistibile attrazione su nasi e palati di principi e di cardinali, di medici e di gesuiti. Francesco Redi, arcispeziale sapiente, diventa un ingegnoso spedizioniere che sovrintende alla strategia odorosa e alla diplomazia ambrata di Cosimo, maniacale collezionista di gelsomini e di cioccolate ingelsominate. Nel 1689 parte dal Palazzo fiorentino diretto al padre Paolo Antonio Appiani della Compagnia di Gesù un prezioso pacco contenente quel «cioccolatte che col suo viglietto mi dice desiderare. Egli è in sei bogli di sei diverse sorte, tra le quali quella di ambra, quella di Spagna e quella di gelsomini dovrebbono essere le migliori». L’anno prima aveva mandato a un altro gesuita, il padre Tommaso Strozzi, uno scrigno colmo di rare, inaudite squisitezze, accompagnandolo con una lettera odorosissima. Assaggi - gli scriveva - un poco il polviglio del Tonc. Oh di questo certamente io credo che V. Reverenza non ne abbia mai assaggiato, imperocché è la nuova moda, e la moda che è solamente tra personaggi di alto affare; ed è polviglio puro, tal quale fu prodotto dalla madre natura, senza artifizio di odore veruno veruno: gnene mando un piccolo saggio, perché di questo non ne tocca a tutti i cristiani. L’accompagno con alcuni altri saggi maggiori di iacinti, di vainiglie, di giunchìglie, di mughetti, di ambra, di muschi greci e di puro del Brasil... Il cioccolatte di gelsomini, che in dodici bogli le mando, potrà portarlo per assaggio de’ suoi amici a Napoli. * * * L’infatuazione collettiva per il «cioccolatte», di cui i gesuiti erano stati araldi, cantori, pionieri e importatori, parve solo sfiorare gli altri ambienti cattolici e gli altri ordini religiosi. I domenicani, tradizionali rivali della Compagnia di Gesù, e molti altri ordini presero posizione contro l’«uso, e più tosto l’abuso d’alcune piante aromate nella bevanda del Messico detta cioccolata». Il padre Giuseppe Girolamo Semenzi, chierico regolare somasco, professore di teologia all’Università di Pavia, qualche anno prima che il padre Strozzi s’immergesse nei più minuti segreti della tecnologa della cioccolata, aveva assaggiato con sospetto il «brodo indico» mettendo in guardia contro i pericoli celati in quella insidiosa bevanda che aveva potere di riscaldare in eccesso il sangue.

La copertina de L’arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie di Pellegrino Artusi. Bemporad, 1923.

La copertina de Il brodo indiano di Piero Camporesi. Il Saggiatore, prima edizione 1990.

Da “il brodo indiano” di Piero Camporesi

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Non solo un fenomeno di costume, ma la riscoperta del piacere per un gesto lento, dal valore estetico e intellettuale...

ESERCIzI DI STILE

A LEZIONE DI CALLIGRAFIA La bella scrittura quale raffinata espressione della nostra personalità

di Federica Augusta Rossi

Il desiderio di scrivere a mano contagia sempre più persone. Ma non si tratta di un ritorno al passato, bensì di una tendenza che rispecchia l’aspirazione a una consapevole eleganza.

Un’arte a misura di mano. Anzi, di pennino. La calligrafia, antica quanto la nostra cultura, sta vivendo una nuova stagione. Come testimonia il fiorire di vetrine e corsi dedicati all’argomento. Lo dimostra l’ampia partecipazione alle lezioni di Anna Schettin, socia fondatrice e docente dell’Associazione Calligrafica Italiana, da anni insegnante in ambito universitario, professionale e amatoriale. E hanno successo sul web i giovani artisti che diffondono l’arte e la cultura della scrittura a mano. Non solo un fenomeno di costume, ma la riscoperta del piacere per un gesto lento, preciso, dal valore estetico e intellettuale. Perché dietro un segno tracciato con grazia e precisione ci sono ore di studio ed esercizio, la conoscenza dell’antica regola amanuense, la scelta degli strumenti di lavoro, la disciplina della postura, l’impostazione

della fonte di luce. A tutto ciò si giunge per gradi. Come quando, sui banchi di scuola, per mesi si riempivano interi quaderni di “aste” e alle lettere legate in corsivo si arrivava in primavera. I nuovi appassionati sono donne e uomini di tutte le età. Mossi dal bisogno di rallentare e concedersi del tempo per sé, dal piacere di regalare biglietti vergati a mano, dal desiderio di ripetere la calligrafia degli antichi epistolari. Ma ci sono anche ragazzi che sperano di farne una professione, magari diventando designer. Tutti hanno in comune la consapevolezza che la scrittura è un gesto unico e personale, che non potrà mai essere omologato agli altri: conserverà tratti esclusivi, diversamente dal carattere tipografico o dal font digitale che, generati da un disegno a mano, poi diventano standard. E poi c’è il magico mondo del

profumo degli inchiostri, della forma dei pennini, delle qualità della carta, nel quale si diventa un po’ tutti moderni alchimisti. E se qualcuno si azzarda a parlare di “bella calligrafia non è più il caso di correggerlo invocando l’etimologia greca secondo la quale “calòs” e “graphìa” significano già “bella scrittura”. Lo ha chiarito una volta per tutte l’Accademia della Crusca, sostenendo che “la dilatazione del significato da arte di tracciare la scrittura in forme eleganti a modo di scrivere individuale” risale già all’Ottocento. È allora più facile comprendere la madre di tutte le motivazioni che hanno portato alla riscoperta della calligrafia nell’era digitale: la soddisfazione di tracciare un segno che parli di noi, ci rappresenti attraverso uno stile, comunichi impegno, dedizione.

Sopra, da sinistra verso destra L’astuccio con gli strumenti di lavoro di Anna Schettin e, in secondo piano, alcuni suoi esercizi. Alfabeto, composizione di lettere fatte a mano. Wishes, biglietto di auguri.

Sotto La calligrafa vicentina al lavoro nel suo studio (Foto Ferrini, Vicenza).

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Termina qui l’excursus dedicato alle produzioni di un territorio particolare, cinto da straordinarie montagne...

LE TERRE DEL VINO

I VINI DEL TRENTINO ALTO ADIGE (seconda e ultima parte)

di Nino D’Antonio

nostro corrispondente

Fotografie:

Andrea e Antonio Minchio

Fra le eccellenze della regione merita sicuramente menzione l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, da sempre straordinario punto di riferimento per la qualità dell’insegnamento e la serietà delle ricerche, spesso tra le più avanzate del settore.

il vino è fatto per il popolo che lavora e che merita di berne.  Charles baudelaire

Segue dal numero precedente

Recenti ricerche sul DNA hanno collocato da un lato il vitigno fra i discendenti del Pinot -originario a sua volta della Borgogna, e diffuso in tutta l’Europa dalle legioni romane- e dall’altro non hanno mancato di riconoscergli, a sua volta, la paternità del Marzemino e del Lagrein. Il Teroldego è una vite vigorosa, dai tralci sottili e poco ramificati. Il grappolo maturo è di media grandezza, a forma di piramide, e l’acino ha polpa succosa, appena acidula. Fin dal ’78 è stata indagata una varietà di cloni, che si è via via arricchita a partire dal Duemila. Per cui i caratteri del vitigno sono abbastanza differenziati, pur nel costante legame alla natura dei terreni. Che risultano

Sopra, dall’alto verso il basso Castel Mareccio a Bolzano: la torre più antica risale al 1194 circa e fu eretta da Berthold von Bozen. L’attuale struttura del castello venne definita nel XVI secolo. Il monumento al poeta Walther von der Vogelweide (1889) nella omonima piazza del capoluogo sudtirolese.

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costituiti da rocce dolomitiche e arenacee, nonché da una fitta rete di acque sotterranee. A questi caratteri va aggiunta la convergenza di due grosse valli, quella di Non e quella dell’Adige, che mitigano di parecchio sia la temperatura che l’umidità dell’aria. Il sistema di allevamento del Teroldego è la classica Pergola doppia, largamente diffusa nel territorio. Dove oltre il 95% delle superfici vitate è protetta da migliaia di “diffusori”, contro la Tignoletta, un insetto le cui larve bucano l’acino, provocando una muffa assai dannosa. In passato, per combattere il fenomeno si ricorreva agli insetticidi, oggi la soluzione viene dalla biologia, che ha scoperto il principio della cosiddetta “confusione sessuale”. Cioè, visto che gli insetti -o meglio tutto il mondo animale- si accoppiano per attrazione olfattiva, basterà produrre gli ormoni coinvolti e distribuirli su tutti i vigneti per creare quel particolare odore. Così, alla calata dei maschi, non ci saranno le femmine, ma solo il loro ingannevole umore. Le viti sono salve. Ed eccoci al San Leonardo, un vino che non ha confini e alimenta invidia sui mercati. Nasce da uve che danno vita ai Bordeaux, per cui -territorio a parte- fa storia a sé. Anche se i filari di viti sono tutti qui, fra il corso dell’Adige e i severi monti del Trentino. Siamo a Borghetto d’Adige, dove i Gonzaga Guerrieri portano le loro

insegne, sul finire dell’Ottocento. Così viene da chiedersi come mai la signoria di riferimento non sia Mantova, bensì il Trentino. Dietro c’è il matrimonio del marchese Tullo con Gemma de’ Gresti, ultima discendente di un nobile casato, al quale appartiene la tenuta di San Leonardo. Che si stenta a etichettare come cantina, non solo per l’estensione di oltre trecento ettari, quanto per quella villa che reca, nella sua architettura di confine, i segni della Scuola italiana e di quella austriaca. La grande casa troneggia nel cuore di un feudo chiuso da una cinta muraria, che ne fa un corpus unico, una sorta di cittadella con tutti i requisiti di quell’economia curtense, tipica delle grandi strutture di un tempo. Si pensi che la villa, sia per il suo prestigio che per le naturali difese, fu requisita dal Comando militare per le intese sull’armistizio, alla fine della Grande Guerra. E il vino? La presenza della vigna a San Leonardo è assai antica. Risale a oltre mille anni fa, quando intorno alla piccola chiesa dedicata al santo, sorgeva un monastero e un ospizio dei Frati Crociferi. E’ a loro che va riconosciuto il merito di aver impiantato i primi vigneti. A dominare su tanta storia, resta comunque l’immagine di Gemma de’ Gresti, la trentina erede della tenuta. Circola ancora il ricordo della sua commossa partecipazione alla vicenda di una donna, che aspettava da anni


il rimpatrio del marito, prigioniero in Russia. Grazie al prestigio del suo nome e alle autorevoli amicizie di cui godeva, la marchesa scoprì che quello non era un caso isolato, ma la sorte di migliaia di prigionieri, alla fine del conflitto. Riuscì a riportarne in patria oltre dodicimila, ormai dati per dispersi, e questo ha reso mitica la sua figura nelle valli del Trentino. In apparenza, la vicenda ha poco da spartire col vino, e invece una ventina di quegli uomini curavano la terra e i vigneti della tenuta, all’interno della quale abitavano, come avviene ancora oggi per alcuni dei loro figli. Ma veniamo al San Leonardo, le cui viti sono allevate in soli venti ettari (su un’estensione di trecento), i più vocati, per la presenza di quel microclima che è proprio dell’area meridionale del Garda. Il primo vino nasce a Bolgheri, nella tenuta San Guido, dove il marchese Mario Incisa della Rocchetta affida al giovane Carlo Guerrieri Gonzaga e all’enologo Giacomo Tachis l’incarico di seguire la fase di sperimentazione di un suo progetto, che porterà poi alla nascita del Sassicaia. Un nome da mito, il Rosso che ha rivoluzionato l’arte di far vino, il caposcuola dei Supertuscan, un vero e proprio miracolo, in grado di tener testa agli Chateaux bordolesi. L’esperienza per il nobile Guerrieri Gonzaga è destinata a lasciare un forte segno. Matura così l’ambizioso obiettivo di ripetere il miracolo anche fra i monti del Trentino. Le diversità fra i due territori sono tante, anzi troppe. Dalla natura dei terreni al tipo di viti presenti in quegli anni. In prevalenza Lambrusco a foglia tonda, ancora allevato in coltura promiscua, con i tradizionali impianti a pergola trentina. Per cui la rivoluzione parte dai nuovi impianti di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. I primi due destinati ai terreni più alti e sabbiosi, il terzo appena più in basso, fra zolle

ricche di ciottoli. Impianti a guyot o a cordone speronato, ceppi ad alta densità per renderli meno produttivi (una resa di circa sessanta quintali per ettaro) e uve portate a perfetta maturazione. Poi, quella lunga fase di ricerca che finisce sempre per impegnare tutta una vita. A cominciare dalle cuvées fra le tre uve, vinificate singolarmente, nel rapporto che vede il Cabernet Sauvignon al 60% al trenta il Franc e al dieci il Merlot. Ma è solo un riferimento di massima, perché un grande vino è sempre esposto a mille incognite e a mille insidie. Seguono lente macerazioni a bassa temperatura, per estrarre la massima quantità di tannini nobili, poi una breve permanenza in piccole vasche di cemento per la fermentazione malolattica, e infine sei mesi in grandi botti di rovere di Slavonia, da sessanta ettolitri. L’affinamento si conclude lungo due anni in barrique nuove, ma anche di secondo e terzo passaggio, per meglio equilibrare l’apporto del legno. Se non è l’annata buona, il San Leonardo salta. Si tratta infatti di un vino che comincia a esprimere le sue potenzialità a partire dal sesto anno, e nelle migliori condizioni dà il meglio di sé oltre i venti. L’unità amministrativa del TrentinoAlto Adige non sempre trova riscontro nel mondo del vino e nel disciplinare delle Doc. E’ il caso della denominazione “Alto Adige”, alla quale si accompagna sempre il nome del vitigno. Esempio: Alto Adige Lagrein. Ma per il Lago di Caldaro, l’indicazione geografica cade, perché il vino è prodotto anche nel Trentino. Questo non incide minimamente su quell’unità del paesaggio che la vite continua a celebrare attraverso la fitta alternanza di pergolati e di filari. I quali, spesso su ripidi pendii, sono sostenuti da quei bassi muretti di pietra che formano riquadri di perfetta geometria. E’ la patria della pergola,

l’impianto tipico della Val di Cembra (semplice nei terreni collinari e doppio in quelli pianeggianti), che oggi sta cedendo il passo al sistema a spalliera, meno faticoso da gestire, specie nei terreni destinati ai vitigni internazionali. Al Trentino va riconosciuto altresì il merito di avere dato vita fin dalla fine dell’Ottocento a quell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, da sempre straordinario punto di riferimento per la qualità dell’insegnamento e la serietà delle ricerche, spesso tra le più avanzate del settore. Centoventi ettari fra orti, erbari, frutteti e vigneti costituiscono di sicuro la migliore premessa per ogni attività didattica. Così, ancora una volta, l’impegno dell’uomo ha saputo costruire quel legame con la terra, che va ben oltre ogni qualificata istituzione.

Qui sopra Edificato su uno sperone roccioso, il Castello del Buonconsiglio è il più importante monumento di Trento: costruito tra il 1239 e il 1255, fu la residenza dei principi vescovi fino alla secolarizzazione dell’episcopato nel 1803.

A fianco Una bottiglia di San Leonardo della Tenuta San Leonardo di Borghetto d’Adige, Avio (TN). P.g.c. Enogastronomia Baggio - Bassano.

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Una mostra intorno al genio che ha ridisegnato l’universo

RIVOLUZIONE GALILEO L’ARTE INCONTRA LA SCIENZA

HuMANITAS

di Anna Francesca Basso

L’esposizione è aperta al Palazzo del Monte di Pietà di Padova fino al prossimo 18 marzo.

Promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova, Rivoluzione Galileo è un percorso fra arte, musica, scienza, filosofia e letteratura: un viaggio per raccontare la figura di Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 - Arcetri, 8 gennaio 1642), umanista e letterato, musicista, fisico, astronomo, filosofo, medico, matematico. Un uomo che ha riassunto in sé l’ideale unitarietà delle arti e delle scienze, il genio che ha ridisegnato l’universo. Dopo Galileo, infatti, nulla è stato più come prima, non solo nella ricerca astronomica e nelle scienze, ma anche nell’arte. La mostra racconta in dodici sale, nelle quali sono esposte più di duecento opere (tra cui gli splendidi acquerelli e schizzi dello stesso Galileo, preziosi e antichi strumenti astronomici, manoscritti e testi, celebri opere d’arte), il passaggio dall’era dell’astrologia a quella dell’astronomia: il cielo prima e dopo Galileo, l’osservazione astronomica dei monti lunari, della composizione della Via Lattea e dei pianeti. Viene raccontata per la prima volta la figura complessiva e il ruolo di uno dei massimi protagonisti del mito italiano ed europeo in una esposizione dai caratteri del tutto originali, dove capolavori assoluti di sette secoli dell’arte occidentale dialogano con testimonianze e reperti diversi, consentendo di scoprire un personaggio da tutti sentito nominare ma da pochi realmente conosciuto. Dalla mostra emerge l’uomo Galileo, che per diciotto felici anni

A fianco, da sinistra Cristiano Banti, Galileo davanti all’Inquisizione, 1857. Carpi, Palazzo Foresti. Cesare della Chiesa, Galileo in carcere, ante 1838. Pavia, Musei Civici.

visse a Padova, nelle sue molteplici sfaccettature: dallo scienziato padre del metodo sperimentale al letterato esaltato da Foscolo e Leopardi, Pirandello e Ungaretti, De Sanctis e Calvino. Dal Galileo musicista ed esecutore virtuoso al Galileo artista, tratteggiato da Erwin Panofsky quale uno dei maggiori critici d’arte del Seicento; dal Galileo imprenditore (non solo il cannocchiale, ma pure il microscopio e il compasso) al Galileo della quotidianità. Era un uomo eccezionale per potenza d’intuizione e genio scientifico anche nei piccoli vizi e debolezze, quali gli studi di viticoltura e la passione per il vino dei Colli Euganei; si racconta che barattasse i suoi strumenti di precisione con il vino migliore o la produzione e vendita di pillole medicinali. Era poi un critico d’arte salace, specie verso Arcimboldo, i cui capricci erano “una confusa ed inordinata mescolanza di linee e colori”. L’influenza delle conquiste galileiane e della scienza moderna sulla cultura artistica è evidente già nel primo Seicento con la minuziosa

resa della natura, come testimoniano le straordinarie opere dei Brueghel e di Govaerts, ma anche in una pittura che recepisce immediatamente la prorompente portata delle macchine di Galileo. Nel 1610 Galileo pubblica il Sidereus Nuncius e un effetto immediato si può scorgere nella celebre Fuga in Egitto di Adam Elsheimer, prima raffigurazione della Via Lattea, seguita da molti altri artisti capaci di rappresentare la luna così come vista con il cannocchiale e la natura morta legata allo sviluppo delle scienze naturali. Il dipinto del Guercino dedicato al mito di Endimione, presenta una delle prime raffigurazioni del cannocchiale perfezionato dallo scienziato pisano. Tra il 1620 e il 1630 prende vita una vera e propria generazione di artisti: Artemisia Gentileschi, l’Empoli, Stefano Della Bella, Donato Creti ecc., capaci di raffigurare stelle e pianeti con l’aspetto che mostrano al telescopio. Un’ampia sezione è dedicata all’arte contemporanea da Previati a Balla, ad Anish.

Sopra, dall’alto verso il basso Justus Sustermans, Ritratto di Galileo Galilei,1597-1681. Firenze, Galleria degli Uffizi. Galileo Galilei, Le fasi della Luna, acquerelli, 1616. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale.

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Giocatore e allenatore, lo ricordano in molti come un vero sportivo

GIANNI LUNARDON UNA VITA DA MEDIANO

PERSONAGGI

di Andrea Gastner

Da quasi cinquant’anni gestisce con competenza e immutata passione un negozio di ceramiche artistiche a pochi passi dal Ponte degli Alpini dove, oltre a clienti e cultori, riceve gli amici. E, manco a dirlo, nelle molte animate discussioni è sempre il calcio a farla da padrone.

Incontriamo Giovanni Lunardon (Gianni Cagna per gli amici) nella Bottega dell’Artigiano, il suo negozio situato vicino al Ponte Vecchio. Le ceramiche artistiche di qualità, qui esposte, sono appese alle pareti e posate in ogni angolo; ce n’è per tutti i gusti e per i clienti più esigenti. Il locale, lasciatogli dal padre Vittorio, è stato inaugurato nel 1969 da Gianni dopo un’esperienza di tre anni nella premiata ditta Ceramiche Bonato, anch’essa un tempo posta nei pressi del Ponte, ma nello storico Borghetto di Angarano. Un’esperienza che in seguito si rivelò fondamentale, in termini di conoscenza e competenza, per la sua attività di commerciante. Alla prima domanda d’obbligo, sul suo passato di calciatore (Gianni era noto per la grinta e la notevole resistenza), l’interessato

Giovanni Lunardon, con Andrea Gastner, davanti alla Bottega dell’Artigiano in via Gamba,

In alto Il ceramista bassanese, all’epoca mediano giallorosso, in azione durante una partita fra la Triestina e il Bassano Virtus nei primi anni ’70.

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risponde a valanga. “Ho iniziato a calciare il pallone giovanissimo in quel di Marchesane, partecipando manualmente alla realizzazione del campo da calcio. Ricordo che perdemmo la prima partita diciotto a zero! In seguito ho giocato con il San Giuseppe, per poi approdare al Bassano Virus seguendo tutta la trafila dalle giovanili fino alla prima squadra. Rammento che, all’inizio, giocavamo nel campetto in terra battuta vicino all’Ossario, utilizzando l’alto muro di cinta come sponda. In prima squadra ho militato per sei anni, fino al ’75, quando ho avuto un incidente al ginocchio che ha posto praticamente fine alla mia carriera di giocatore. Per nulla demoralizzato, l’anno dopo ho iniziato a fare l’allenatore nelle giovanili, un’esperienza che mi ha coinvolto fin dalle prime partite”. Gianni fa una pausa per riordinare le idee. Poi riprende il discorso. “Non ero un giocatore di gran classe, mi muovevo alla Furino, sempre pronto a correre e a marcare duro l’avversario di turno che difficilmente riusciva a fare gol. Alla fine, persa o vinta la partita che si giocava in undici, l’incontro veniva archiviato e dimenticato in fretta. Quando facevo l’allenatore, invece, mi sentivo coinvolto in prima persona e se la squadra perdeva mi ritenevo responsabile soffrendone

terribilmente. In ogni caso posso dire che ho avuto molte più soddisfazioni da allenatore che da calciatore; ho sempre preteso dai ragazzi la correttezza e il rispetto per gli avversari in campo e fuori”. Tra gli episodi che lo hanno riguardato come giocatore, Gianni ne annovera uno che ancora adesso gli riesce difficile da capire. Mentre lo racconta, sorride. “Stavamo giocando contro l’Adria, in casa; io dovevo stare alle costole di un certo Paesanti, un attaccante pericoloso, difficile da contenere e marcare. Verso la fine del primo tempo -eravamo zero a zero- un compagno è uscito dalla nostra area palla al piede. Io lo accompagnavo a lato, pronto a riceverne il passaggio, quando lui -maldestramentepassò la palla proprio al Paesanti che, rapido come un fulmine, attaccò sulla sinistra. Il nostro avversario evitò due difensori mentre il sottoscritto, preso in contropiede, gli correva dietro. Paesanti crossò al centro. Il portiere e un terzino uscirono a vuoto e l’adriese Tivelli (ne ricordo ancora il nome!) segnò a porta vuota. L’allenatore, arrabbiato nero, mi sostituì all’istante nonostante l’errore non fosse stato mio. Scesi negli spogliatoi scuotendo la testa. Sono cose che capitano, mi sono detto. Perché proprio a me? Ho pensato subito dopo…”.


Lucca Comics and Games: un successo confermato da oltre mezzo milione di visitatori. Bassano News era presente

di Andrea Minchio

L’evento, secondo per importanza al mondo, ha registrato la massiccia presenza dei cosplayer, che hanno impresso alla manifestazione quasi il carattere di una festa in costume...

Qui sotto Il direttore di Bassano News, Andrea Minchio, al Lucca Comics and Games. Al suo fianco un cosplayer nei panni del Gran Maestro Ragnarok, personaggio della Saga di Thor targata Marvel Comics.

REMONDINIA

CARNEVALE FUORI STAGIONE

Vi è mai capitato di imbattervi nella Banda Bassotti al gran completo, non tanto in un parco divertimenti disneyano quanto invece in un contesto storico di tutto rispetto? E’ quello che ci è accaduto ai primi di novembre, in occasione di una coinvolgente trasferta al Lucca Comics & Games, straordinaria vetrina internazionale dedicata al fumetto d’autore e ai videogames. Si trattava, più precisamente, di una formazione musicale alla stregua di quelle che animano le feste popolari sfilando per le strade. Ognuno dei suoi elementi, oltre a portare e suonare uno strumento, vestiva la divisa dei famigerati nemici di Paperone: un incontro davvero ravvicinato, a causa della folla che gremiva ogni via (oltre 243mila visitatori paganti e mezzo milione di

presenze in cinque giorni), ma emblematico dell’atmosfera che si vive a Lucca durante il festival.

Per parecchi anni, attraverso la rubrica Remondinia (inizialmente dedicata alla grande tradizione incisoria ed editoriale della nostra città), Bassano News ha contribuito a divulgare la cultura del fumetto, dedicando agili schede ai protagonisti dei comics made in Italy (tanto agli autori quanto ai loro eroici personaggi). Per noi era quindi “doveroso” prendere visione diretta di una manifestazione dedicata proprio a questo particolare universo, la seconda al mondo per importanza dopo il Comiket di Tokyo. Formidabile, innanzitutto, il contesto espositivo: non un enorme capannone fieristico, grigio e impersonale, ma un’intera

città -e che città!- interamente occupata dagli stand. L’organizzazione aveva infatti setacciato ogni piazza, dalle principali (San Michele, San Martino, Anfiteatro, ...) a quelle minori, ogni via, ogni angolo di Lucca. Un esempio da prendere in considerazione, dovessimo mai riuscire a organizzare una qualche forma di kermesse dalle nostre parti, Bassano compresa.

Sopra, da sinistra verso destra Appassionati in coda davanti al padiglione della Warner Bros. La Bassotti Band sfila lungo via Pozzotorelli.

In basso, da sinistra verso destra La copertina di Zagor 84: Indian Circus, storia del 1972 riproposta da Sergio Bonelli Editore per il festival. Il n. 3233 di Topolino: dedicato a La Nuova Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi e disponibile nel padiglione della Panini, è stato pubblicato in anticipo rispetto all’uscita normale e con copertina a edizione limitata.

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Un altro aspetto, da noi in parte sottovalutato, ha riguardato la presenza massiccia dei cosplayer, incontrati già di primo mattino nei numerosi parcheggi attivati per l’occasione: persone di ogni età, occupate a rifinire nel dettaglio trucco e abbigliamento, prima di varcare le monumentali mura cittadine e prendere attivamente parte alla festa nei panni dei propri beniamini. Una partecipazione, la loro, di anno in anno sempre più rilevante; al punto da imprimere alla manifestazione quasi un carattere carnascialesco. “Si tratta sicuramente -ci spiega Antonella Vannetti, della boutique Principe in piazza San Michele (fiorentina doc, ma residente a Lucca da oltre vent’anni)- di una straordinaria ribalta internazionale per la città, che ora è conosciuta in tutto il mondo più per il festival che per la sua storia. Inizialmente i protagonisti del Lucca Comics erano i disegni, le strisce, insomma il fumetto vero e proprio. Negli ultimi tempi, proponendosi anche come ribalta per l’universo dei videogiochi, il festival si è quasi trasformato in una carnevalata. Niente di male, naturalmente, ma

Antonella Vannetti, della boutique Principe in piazza San Michele: ha gentilmente accettato di fornirci un suo parere sulla manifestazione. In alto, da sinistra verso destra I costumi vivaci e curatissimi dei cosplayer hanno acceso di colore le storiche contrade lucchesi. I supereroi della Justice League nel padiglione della Warner Bros. Sotto Il Monopoly di Tex, edizione speciale del celebre gioco da tavolo realizzata da Sergio Bonelli Editore.

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lo spirito originario era diverso”. In realtà, pur avendo dedicato alla manifestazione solamente una giornata (per quanto intensa), ci sembra si possa distinguere fra due diversi approcci: quello maggiormente popolare, che anima lo spirito dei cosplayer e le loro performances, e quello più ferrato, tipico dei cultori. Resta il fatto che l’edizione 2017, con settecento espositori e novanta location, ha ottenuto il classico pienone. Oltre al numero delle presenze fisiche (come abbiamo già visto), il successo è stato decretato anche dalla risposta sui social e sul web. Basti per esempio pensare che la pagina Facebook di Lucca Comics & Games ha registrato in media 800.000 contatti al giorno durante la durata della manifestazione: un vero record! Notevole e molto apprezzata dai fan la presenza degli ospiti, accorsi numerosi al festival; fra questi Michael Whelan, autore del poster 2017 della manifestazione, Robert Kirkman, creatore del fumetto di The Walking Dead, e gli attori di Stranger Things e Star Trek Discovery. Fra i padiglioni più visitati, con

code interminabili, sicuramente quello della Warner Bros in piazza San Michele, dedicato in gran parte ai supereroi della Justice League; così come l’area della Fox TV in piazza Anfiteatro dove, rispondendo a quiz sulle serie trasmesse dal canale telematico, era possibile cimentarsi nel primo “survival game” del festival. Gettonatissimo pure il padiglione monografico della Nintendo, in piazza Bernardini, con “Super Mario Odyssey”: il videogame dell’idraulico più amato di sempre. Da non dimenticare la Japan Town in piazza San Francesco, quartier generale dell’arte e della cultura nipponica, e l’area Junior al Family Palace, in piazza del Collegio, con Lego, Pokémon e Harry Potter. Ai “tradizionlisti”, come chi scrive, hanno infine riservato piacevoli emozioni i padiglioni della Panini e di Sergio Bonelli Editore. In fin dei conti il fascino di Tex Willer non tramonta mai. E a Lucca, oltre a magliette e altri gadget, all’immortale ranger dalla camicia gialla è stata dedicata anche una speciale edizione del Monopoly.


Lo spazio INIZIO ospita la mostra personale della pittrice Livia Cuman

SPAzIO INIzIO

Il sole di Francesco d’Assisi illumina Bassano

di Lorenzo Berto

La scelta di intitolare i quadri con citazioni tratte da componimenti del Santo accompagna il visitatore e aiuta a dimenticare momentaneamente la frenesia della quotidianità.

Qui sopra La pittrice Livia Cuman.

In alto, da sinistra verso destra O Alto e Glorioso Dio, illumina el core mio, olio su tela, 2017. Tu sei forte, olio su tela, 2017. Laudate e benedicete mi Signore e rengraziate, e serviateli con grande humilitate, olio su tela, 2017.

Qui sopra Tu sei il Re onnipotente, particolare, olio su tela, 2017. INIzIO Spazio Culturale Bassano del Grappa Palazzo Finco, via Zaccaria Bricito, 32

iniziobassano Inizio - Spazio Culturale

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Sabato 9 dicembre è stata inaugurata la mostra della pittrice marosticense Livia Cuman, dedicata al santo patrono d’Italia Francesco d’Assisi, mostra che si concluderà il 21 gennaio. Classe 1957, Livia Cuman è figura intrigante, capace di unire la passione per l’arte a quella per la filosofia, materia in cui si è laureata, e l’approfondimento della sfera del sacro. Sin da piccola ha sempre disegnato e dipinto, ma è solo dal duemila che ha riscoperto questa sua dote, tradotta in uno stile informale che predilige alla figurazione il potere del colore, inizialmente secondo uno stile più delicato oggi fattosi più materico e gestuale. Nel frattempo l’artista ha aperto uno studio a Marostica, dove tiene i corsi della Scuola di Pittura Intuitiva cui hanno fatto seguito alcune pubblicazioni. A introdurre i presenti al tema e al percorso creativo di Livia la critica d’arte Donata Demattè e l’attuale direttore del Museo e Gipsoteca Antonio Canova di Possagno Mario Guderzo, i quali già da alcuni anni ne stanno attentamente seguendo l’evoluzione. Entrambi hanno messo al centro il valore del co-

lore per tradurre stati d’animo e il mondo naturale lodato in ogni sua espressione da san Francesco, spiegandone in modo approfondito i vari significati. Come osserveranno i visitatori, infatti, ci sono opere dominate dal viola, dal verde o da colori caldi, a richiamare il sole e le virtù. Su tutto, però, svetta il bianco puro della tela nella prima sala, “rappresentazione di Dio” non necessariamente legata ai dettami religiosi ebraici e musulmani, i quali non permettono la raffigurazione del Creatore, ma l’interpretazione personale, figlia della tradizione (si pensi all’oro delle icone) e delle conoscenze di Livia Cuman, colpita dalla sua luce abbagliante capace di immergerci in un assaggio di paradiso. Una parola in più merita il percorso espositivo suddiviso in tre sezioni, ciascuna dedicata a uno specifico componimento: il Cantico delle Creature; La Preghiera davanti al Crocifisso di San Damiano; le Lodi di Dio Altissimo. Colpisce il fatto che nelle prime sale ci siano tutte tele di dimensioni medie, mentre proprio nell’ultima abbiamo ben 31 opere di piccole dimensioni. Anche in questo si può cogliere

la visione di Livia Cuman sulla vita, il fascino esercitato su di lei dal saper coniugare di Francesco nei suoi scritti, grazie a una profonda comprensione della fede cristiana, la sfera umana e terrena, soprattutto secondo i valori dell’umiltà e della semplicità, alla grandezza, alla carità e all’amore infinito di Dio. Non a caso il sottotitolo è Il sole di Francesco d’Assisi, senza la definizione di “santo”, giacché come condiviso dalla pittrice “quella viene dopo, mentre io sono interessata alla sua figura umile, che rifuggiva le chiese sfarzose per cercare Dio nelle persone e nelle cose più semplici; arrivando a trovare bellezza persino nella sore morte”. Infine vorremmo richiamare ancora l’intervento del direttore Mario Guderzo, il quale ha sottolineato la forza poetica delle opere della Cuman e dei componimenti del santo umbro. Anzi, proprio la scelta di intitolare ogni dipinto con una breve citazione non solo è una felice intuizione, giacché accompagna e facilita il visitatore, ma aiuta a dimenticare momentaneamente la vita quotidiana per lasciarsi trasportare dal sublime binomio tra il colore e la Parola.


INDIRIzzI uTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENzA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia

118

112 0424 527600

CORPO FORESTALE Pronto Intervento 1515 Via Trentino, 9 0424 504358 GuARDIA DI FINANzA Via Maello, 15 0424 34555

POLIzIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

In collaborazione con Ufficio relazioni con il Pubblico Comune di Bassano del Grappa

POLIzIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Via Matteotti, 35 - Tel. 0424 519555

0424 507911 0424 519404

POLIzIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FuOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIzI PuBBLICI

AGENzIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MuSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, biblioteca e archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

Az. uLSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 u.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENzA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MuNICIPIO Via Matteotti, 35 u.R.P. Via Matteotti, 35

0424 519110

0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzale Trento 9/A 0424 519165

POSTE E TELECOMuNICAzIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBuNALE DI VICENzA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CuLTuRA

MuSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MuSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAzzO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAzzO BONAGuRO Via Angarano 0424 502923 MuSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MuSEO DEI CAPPuCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MuSEO DELL’AuTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513746 MuSEO HEMINGWAy Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 18/01-20/01 11/02-13/02 ALLE DuE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 20/01-22/01 13/02-15/02 ALLE GRAzIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 31/12-02/01 22/01-24/01 15/02-17/02 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 130424 522325 06/01-08/01 28/01-30/01 21/02-23/02 COMuNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 10/01-12/01 03/02-05/02 27/02-01/03 COMuNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 08/01-10/01 01/02-03/02 25/02-27/02 DALL’OGLIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 04/01-06/01 26/01-28/01 19/02-21/02 PIzzI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 16/01-18/01 09/02-11/02 POzzI Via Scalabrini, 102 0424 503649 12/01-14/01 05/02-07/02 ROMITO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 30/01-01/02 23/02-25/02 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 02/01-04/01 24/01-26/01 17/02-19/02 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 14/01-16/01 07/02-09/02


Ma se si tratta del Libro secondo di Francesco e Jacopo dal Ponte il discorso diventa molto intrigante...

TRADIzIONI

I LIBRI CONTABILI CHE NOIA!

di Claudia Caramanna

Sotto ai titoli Jacopo Bassano, Incontro di Giacobbe e Rachele al pozzo, olio su tela, 1566 c. Bassano, MBA Musei Biblioteca Archivio.

Oltre alle storie di quadri, questo straordinario documento racconta l’organizzazione di una poliedrica impresa familiare. Per conoscerlo meglio gli Amici dei Musei e dei Monumenti hanno organizzato per sabato 24 febbraio in Sala Chilesotti (ore 17) un incontro davvero imperdibile.

Sotto, dall’alto verso il basso Jacopo Bassano, San Giovanni Battista, olio su tela, 1558. Bassano, MBA Musei Biblioteca Archivio. Libro secondo, Bassano, MBA Musei Biblioteca Archivio. Conto per “Misier Domenego della Bella” con il lodo arbitrale di Francesco Nasocchi conservato nel Libro secondo.

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Cos’è un libro dei conti? Un volume che registra le entrate e le uscite di una ditta: per definizione una noia mortale! Ma se il volume è il Libro secondo di Francesco e Jacopo dal Ponte - unico sopravvissuto dei quattro registri contabili della più grande bottega artigiana della Bassano cinquecentesca - il discorso diventa più intrigante, perché le sue pagine non contengono solo aride cifre, ma sono una finestra aperta sul passato. Oltre alle storie di quadri, il Libro racconta l’organizzazione di un’impresa familiare che copriva tutte le esigenze decorative dei committenti, dal forziere alla “banderuola da marzapan”, e dove si filava la seta, si davano lezioni di grammatica e si commerciavano i beni più vari, come il sapone o la legna. Le sue pagine tramandano poi notizie sulla vita dei Dal Ponte, perchè Jacopo vi registrò con

cura anno, giorno e ora di nascita dei suoi figli, ma anche le date di battesimo, il nome di padrini, madrine e dei preti che celebrarono il sacramento. E narrano storie di debiti e di crediti, ricordando come la natura umana non sia cambiata molto nei secoli. Tra 1550 e 1551, per esempio, “Misier Domenego della Bella” commissionò gli apparati per salutare il podestà alla fine del suo mandato: una bandiera, due scudi con l’arma della casata, alcuni volantini con la scritta Viva il magnifico misier Zuan Soranzo. Dalla nota contabile si scopre che Della Bella ritirò la merce e sparì senza saldare il lavoro. Così Jacopo, pittore affermato che non aveva disdegnato una commissione modesta per il suo già ampiamente riconosciuto talento, dovette rivolgersi per un arbitrato a Francesco Nasocchi, esponente dell’altra grande bottega attiva in città. In

poche righe il Libro ci ha consegnato un frammento di vita quotidiana altrimenti perduto (cc. 36v, 37r). Per chi è curioso di viaggiare nel tempo alla scoperta di questa e di altre preziose testimonianze, l’appuntamento è per sabato 24 febbraio alle ore 17 in Museo, sala Chilesotti. Attraverso un inedito racconto dal titolo “Senza schei no se canta messa”. Arte e crediti nella bottega di Jacopo Bassano entreremo nel mondo del più grande pittore bassanese del Cinquecento, muovendoci in punta di piedi tra dati storici e immaginazione. L’incontro è organizzato dall’Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano del Grappa, che ha voluto raccogliere la sfida della valorizzazione di un documento fondamentale del patrimonio della comunità bassanese, pronto a rivelarsi per tutti un vero e proprio tesoro nascosto.


OSPITALITA’

A Bassano e dintorni

RICETTE DAL PASSATO Così si mangiava negli anni Trenta di Elisa Minchio Iniziamo, a partire da questo numero, uno stimolante viaggio nella cucina, così come veniva proposta a cavallo degli anni Trenta. Un excursus originale che possiamo compiere, con una buona dose di curiosità, avvalendoci di un intrigante volumetto edito a cura della Smalteria Metallurgica Veneta. La grande azienda, dalla quale nel secolo scorso ebbe origine il significativo sviluppo industriale bassanese, fu infatti sempre molto attenta alle trasformazioni sociali ed economiche del Paese. Promuovendo le cucine e i fornelli a gas della serie Aequator, ma anche gli utensili da cucina in acciaio inossidabile Saeculum, i responsabili dell’Ufficio Propaganda della ditta pensarono bene di pubblicare, quale omaggio alla clientela, “una guida pratica per le giovani massaie”: si tratta di un particolare ricettario, dal titolo Un’occhiata in cucina, che fornisce una rapida carrellata sulle “vivande principali delle diverse cucine regionali italiane” e una serie di consigli orientati al “cucinar bene”. Non mancano raccomandazioni “alla giovane sposa” (una sorta di decalogo dagli evidenti propositi moralistici) e alcune indicazioni utili ancor oggi. Fra queste, per esempio, quelle di “controllare sempre la quantità all’atto dell’acquisto; non è sfiducia verso il fornitore, ma è giusta prudenza giacchè tutti si può sbagliare” e di interpellare diversi “rivenditori per rendersi conto esatto del prezzo minimo, a parità di prodotto”. Si suggerisce pure di porre attenzione “che il manzo sia color rosso amaranto vivo col grasso avorio; il vitello, l’agnello e il coniglio di rosa pallidissimo; il maiale di rosa brillante; il pollame con le zampe grosse dà maggior garanzia di essere tenero”. Avremo modo, di numero in numero, di conoscere altri accorgimenti, nella > Continua a pag. 62

La copertina di Un’occhiata in cucina, ricettario pubblicato nel 1934 dalla Smalteria Metallurgica Veneta nel 1934 (2a edizione).

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RISTORAzIONE

A Bassano e dintorni

gran parte dei casi tuttora validi. Per il momento ci fermiamo qui, dando voce alle ricette e premettendo che la scelta non è facile, considerata la grande varietà di proposte. Di volta in volta, in ordine sparso e compatibilmente con lo spazio a disposizione, cercheremo di presentarne una piccola e stuzzicante selezione ricordando, come raccomanda il libretto, che: “La diligenza e la giusta misura anche in cucina fan la lor figura”. antipasto alla romana A carciofi giovani togliere le foglie indurite. Indi tagliare orizzontalmente a fettine sottili la parte interna. Condire quindi con olio d’oliva, succo di limone, sale e pepe. Lasciar riposare qualche ora e servire insieme a filetti d’acciuga preparati a parte.

Minestrone con verdura alla milanese Unire tutte le verdure di stagione che si possono avere disponibili (patate, sedani, cavoli, zucchine, pomodori freschi, verze, ecc.) un bel fungo e un porro, e mettere tutto a bollire in una casseruola con acqua fresca, sale e pepe. Far bollire a fuoco sollecito. Nello stesso tempo fare a parte un trito misto con 100 grammi di pancetta e 150 di lardo, due spicchi d’aglio, qualche foglia di salvia e, se di stagione, un pomodoro fresco. Mettere il soffritto nella casseruola con le verdure e, dopo mezz’ora di cottura, aggiungere un pugno di riso, cotto il quale condire e servire con molto parmigiano grattugiato.

bracioline di vitello alla maggiorana Cuocere bracioline di vitello, spalmate con burro, sale e pepe, sulla gratella. Mettere in un tegame del burro con acciughe triturate, farlo fondere a fuoco e aggiungere un pugno di foglie di maggiorana. Sulle braciole cotte in gratella gettare un po’ della salsa verde ottenuta, indi servire.

Ciambelline della befana Formare una pasta con 800 grammi di farina, 400 grammi di zucchero, 2 bicchieri di vino bianco dolce, un bicchiere d’olio, mezzo bicchiere di anicini, un pizzico di bicarbonato. Ottenuta la pasta bene amalgamata, fare dei bastoncini pressapoco come i comuni grissini, ripiegarli in rotondo nella forma della comune ciambellina e su di una lamiera di ferro, leggermente spalmata di burro e infarinata, mettere le ciambelline a cuocere al forno a fuoco lento, fino a ottenerle di un biondo oro. Continua nel prossimo numero

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Bassano News  
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Gennaio/Febbraio 2018

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