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Editrice Artistica Bassano

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CittĂ di Bassano del Grappa

editrice artistica

Assessorato alla Cultura e al Turismo

LUGLIO / AGOSTO 2017

periodico di cultura, attualita’

1938

e servizio


SOMMARIO Copertina roberto colussi, Tramonto infuocato, tempera acrilica. coll. privata. al maestro veneziano è dedicato un ampio servizio a pag. 20.

News periodico di attualità, cultura e servizio Anno XXIII - n. 165 luglio / agosto 2017 Direttore responsabile andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO piazzetta delle poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ‘94 Bassano News è patrocinato da città di Bassano - assessorati cultura e turismo Ideazione e direzione artistica andrea Minchio Redazione elena trivini Bellini, andrea Gastner, diego Bontorin, elisa Minchio, antonio Minchio Collaborazioni associazione scrittori Bassanesi “il cenacolo” comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-archivio Bassano del Grappa a. Brotto pastega, c. casarin, r. colussi, a. Faccio, c. Ferronato, F. Fontana, o. Ganzina, G. Giolo, a. Martinato, r. Mocellin, c. Mogentale, p. perini, G. saran, M. sartoretto, l. sambruna, o. schiavon, M. vallotto, e. zanier, M. zilio Corrispondenti Nino d’antonio (da Napoli), erica schöfer (dalla Toscana) albina zanin (da Parigi) Stampa peruzzo industrie Grafiche - Mestrino (pd) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it Bassano News è stampato su carta patinata ecologica Hello gloss TCF (Total Chlor Free) Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia lo splendore ritrovato di san Bartolomeo p. 10 - Pianeta Casa un problema per un paese che punta molto sul turismo p. 12 - I nostri tesori san donato riscopre tre suoi tesori (quasi) dimenticati p. 14 - Ville Lumière dalida. une garde-robe de la ville à la scène p. 16 - Sfide osteopatia fa rima con anatomia p. 18 - La lezione del passato Giacomo zanella traduttore dei classici p. 20 - Ancora tesori “venezia attraverso i secoli”. la realtà trasformata in un sogno p. 22 - Afflatus la realtà è una nostra costruzione? p. 25 - Proposte “di padre in figlia”, ambientazione non significa identificazione p. 28 - Schegge Quarant’anni fa sandro Munari vinceva la coppa Fia piloti p. 30 - Sì, viaggiare le “mitiche” isole eolie

p. 34 - Renaissance estate con puccini

Sopra al colophon, dall’alto le chiesette di san Bartolomeo a pove del Grappa (pag. 5) e di san donato a Bassano (pag. 12).

p. 36 - Il rapporto archeologia industriale in riva al Brenta

Sopra al sommario, dall’alto archeologia industriale in valbrenta: la centrale idroelettrica a carpanè e l’ovattificio Fontana a san Nazario (servizio a pag. 36).

p. 40 - Il Cenacolo Bob dylan. discorso per un Nobel p. 42 - Progressus il sole quadrato p. 44 - Una voce dal Sud calabria. “Miniera di antichi sapori” p. 47 - Profili raffaella Mocellin. come prima, più di prima

Sotto andrea Gastner con erio carraro, amato gestore della “storica” edicola di piazzotto Montevecchio (pag. 58).

p. 48 - Art News paintings. percorsi nella pittura da una collezione privata p. 51 - Art News two Giorgia Fincato, archeologia del tempo segno e vuoto in movimento p. 52 - In vetrina terre di Giorgione p. 54 - Visita alla città p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Personaggi erio carraro, un’edicola nel cuore p. 60 - Ospitalità a Bassano e... p. 62 - Ristorazione a Bassano e...

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Grazie all’impegno degli Alpini bassanesi, la storica chiesetta lungo il Brenta è nuovamente visitabile. Ed è ancora più bella

GENS BASSIA testi di andrea Minchio e agostino Brotto pastega

lo spleNdore ritrovato di saN BartoloMeo

Fotografie: alessandro disegna, editrice artistica, Museo civico di Bassano, studio Fotografico Bozzetto

I lavori di riqualificazione sono durati quattro anni e hanno interessato anche gli spazi circostanti. Ma la novità più intrigante consiste nella presenza di riproduzioni fedeli degli affreschi (staccati nel ’66 e ora in Museo Civico), posizionate proprio laddove si trovavano gli originali.

Un giorno di festa per un tesoro che è tornato a brillare lo scorso aprile, in una splendida giornata di primavera, si è svolta a pove del Grappa la cerimonia di riapertura della chiesetta di san Bartolomeo: un evento che ha radunato a pochi passi dal Brenta, in una cornice di rara suggestione, centinaia di persone. la circostanza, davvero speciale, ha peraltro meritato la grande e festosa partecipazione che ha accompagnato i diversi momenti nei quali è stata articolata la manifestazione: dalla celebrazione della messa alla presentazione dei lavori di riqualificazione

e di abbellimento dello storico immobile. Grandi protagonisti, gli alpini bassanesi della sezione a.N.a. Monte Grappa hanno illustrato alle autorità convenute l’attività svolta nel corso degli ultimi quattro anni all’interno e all’esterno della chiesa. “i primi interventi -ha raccontato lucio Gambaretto, ex sindaco di Bassano e coordinatore delle penne Nere- sono stati realizzati nel 2014, di concerto con la Fondazione pirani cremona che è proprietaria dell’edificio, quando abbiamo effettuato delle riparazioni sulla copertura (per evitare che la pioggia penetrasse

all’interno arrecando danni) e ripulito le grondaie. Giusto un anno dopo, nel corso di un’esercitazione della protezione civile alpina, abbiamo provveduto alla posa in opera di una staccionata e riadattato alcuni tratti dei muretti di recinzione, sistemando pure la strada di accesso e il sentiero che porta al Brenta. il passo successivo è stato quello di porre a dimora alcuni ulivi e una siepe (forniti dal vicino istituto agrario parolini). Ma l’idea vincente, quella che ha fatto la differenza, è venuta dopo”. Già, l’idea vincente... lucio Gambaretto e Maria paola Gallo, presidente della Fondazione

la chiesetta di san Bartolomeo a pove del Grappa. a fianco dell’ingresso spicca la riproduzione di un affresco, posta proprio laddove fino al 1966 si trovava l’originale. Sotto il volumetto edito in occasione della riapertura della chiesa (eaB, 2017). info: Fondazione pirani cremona tel. 0424 522502

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GENS BASSIA

pirani cremona, evidentemente conoscevano bene la storia di san Bartolomeo. e sapevano che un tempo, prima della disastrosa alluvione del ’66, nella chiesa si trovava un prezioso ciclo di affreschi, eseguiti fra l’Xi e il Xii secolo; affreschi staccati subito dopo la terribile brentana per preservarli da ulteriori pericoli e oggi esposti in bella mostra nel Museo civico di Bassano. “perché allora -prosegue lucio Gambaretto- non realizzare dei pannelli ad hoc, sui quali stampare le riproduzioni degli affreschi, da collocare proprio laddove un tempo si trovavano gli originali? Grazie alla disponibilità della direzione del Museo e alla professionalità dello studio Bozzetto di cartigliano, è stato possibile eseguire delle copie davvero sorprendenti. l’architetto

Sopra, dall’alto verso il basso l’area verde a nord dell’edificio: grazie all’ottimo lavoro degli alpini, l’intera zona è stata sistemata e resa più accogliente e sicura.

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Felics zanata, con grande sensibilità e in costante collaborazione con la soprintendenza di verona, ne ha poi curato l’installazione. il suo progetto ci ha consentito di posizionare i pannelli senza toccare i muri e con orgoglio posso affermare che non abbiamo piantato nemmeno un chiodo”. alla cerimonia hanno presenziato i sindaci di pove del Grappa e di Bassano, erio Mocellin e riccardo poletto, don andrea Guglielmi, abate di santa Maria in colle (che ha officiato la messa), il direttore del Museo civico chiara casarin e, naturalmente, Maria paola Gallo, premurosa padrona di casa. Nel corso della manifestazione, che si è conclusa con un rinfresco nella vicina fattoria sociale conca d’oro, è stata anche presentata un’agile pubblicazione che ripercorre

la storia della chiesa, ne illustra il progetto di riqualificazione e racconta in dettaglio l’attività svolta dagli alpini. A.M. In un libro la storia dell’edificio e del suo recupero Le vicende della chiesetta di San Bartolomeo apostolo di Pove sono raccontate, con dovizia di particolari, da Agostino Brotto Pastega nel volumetto edito in occasione della recente riapertura dell’edificio. Ne riportiamo qui uno stralcio significativo, “la chiesa di san Bartolomeo apostolo di pove del Grappa (detta di san Bortolo) è una rara reliquia altomedievale del Bassanese, miracolosamente sopravvissuta ai molti flagelli che si abbatterono su di essa nell’arco di oltre un millennio.


GENS BASSIA

A fianco, da sinistra verso destra San Cristoforo con il Bambino Gesù, affresco, secc. Xi-Xii. Bassano, Museo civico (già nella chiesetta di san Bartolomeo di pove). ph. Bozzetto - cartigliano. La Madonna come Regina Coeli in trono con il Bambino Gesù e un Santo Evangelista, affresco, sec. Xi-Xii, Bassano, Museo civico (già nella chiesetta di san Bartolomeo). ph. Bozzetto - cartigliano.

Sotto Fra le molte autorità che hanno partecipato alla cerimonia di riapertura della chiesa, avvenuta lo scorso 22 aprile, anche i sindaci di Bassano (riccardo poletto) e pove (orio Mocellin).

posta a picco sull’argine alluvionale a sinistra del Brenta, risulta simile per caratteri architettonici alla chiesetta di san Giorgio alle acque di angarano, dovuta alla pietà dei longobardi locali. dopo l’ultima invasione degli ungari (951), i monaci benedettini ripresero l’opera di assistenza alle sparute comunità rurali, disseminando il territorio di romitori, di piccoli conventi con fattorie e ospedali per pellegrini lungo le principali vie di transito. a loro si devono, per esempio, il complesso di san vito di Bassano, la chiesa di san donato di angarano, il monastero di santa croce di campese, il convento di san Fortunato e, appunto, l’oratorio di san Bartolomeo. Quest’ultimo venne edificato in prossimità del nevralgico incrocio tra la via del canale di Brenta diretta alle terre

dell’impero e il guado sul fiume, utilizzato dai pastori in occasione delle varie transumanze dal piave, al Brenta, all’astico, lungo il tracciato pedemontano. sulla sponda destra, a poco meno di settecento metri più a valle, vi era un altro importante romitorio di guado per i pastori: quello di san Biagio vescovo, protettore non a caso dei cardatori della lana, costruito in un’enclave della chiesa padovana e dipendente dall’abbazia benedettina di valle san Floriano. si tratta di edifici di culto sorti tra il X e il Xii secolo, simili a tanti altri del periodo, con altare volto a oriente come da antica tradizione, murature di sassi misti a pietre tufacee e mattoni, tetto a capriate scoperte, severa aula rettangolare dotata spesso di piccola abside, finestrelle strombate

a est per illuminare l’altare all’alba, apertura cruciforme nella facciata principale a ovest per lasciare passare i raggi di sole serali che, nei periodi equinoziali, vanno a colpire la sacra mensa. il san Bartolomeo di pove presenta sulla facciata principale a ovest una fonte di luce riecheggiante la tipica forma delle crocette d’oro longobarde, che ritroviamo anche in san Giorgio alle acque. La vita di san Bartolomeo apostolo del domenicano Jacopo da varazze (1226 c.-1298) non può essere considerata il termine post quem per l’edificazione dell’omonima chiesetta di pove, o per la datazione dei primitivi affreschi colà rinvenuti, perché il culto del santo in area veneta era già stato mutuato dal mondo greco-bizantino da diversi secoli, comunque prima dell’anno 1000.

Qui sopra, da sinistra la direttrice del Museo civico di Bassano, chiara casarin con Maria paola Gallo, presidente della Fondazione pirani cremona, e lucio Gambaretto, ideatore dei lavori.

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in una società eminentemente pastorale come quella bassanese il santo scorticato vivo non poteva che diventare il protettore dei pastori e dei pellicciai per le similari operazioni che questi compivano sugli animali: quando cioè praticavano la tonsura della lana o quando, nel corso della macellazione, dovevano ricavare membrane il più possibile perfette per pelli, pergamene, ecc. Nella pieve di santa Maria in colle è documentato un altare dedicato a san Bartolomeo fin dal primo ’300 e nell’affresco mantegnesco dell’edicola di palazzo agostinelli risalta un san Bartolomeo con il coltello in mano. secondo eusebio e i vangeli apocrifi san Bartolomeo apostolo predicò in india, dove morì scorticato vivo il 24 agosto, giorno considerato dalla chiesa il suo dies natalis. proprio alla fine di agosto, con le prime piogge, i pastori iniziavano dalla notte dei tempi il rito della transumanza, della discesa al piano. Già all’alba del secondo millennio dell’era cristiana il san Bartolomeo di pove vegliava

In alto, da sinistra il coro edelweiss Monte Grappa, fra i protagonisti della festa. la zona absidale della chiesetta, così come si presenta attualmente con le riproduzioni degli affreschi. la folla sulla terrazza: un parterre sul Brenta di grande suggestione. la messa è stata officiata da don andrea Guglielmi, abate di santa Maria in colle (al centro) con don Flaviano Giupponi, parroco di pove (a destra) e don enrico Bortolaso, parroco di san vito.

Qui sopra Gli affreschi originali della chiesetta di san Bartolomeo si trovano al Museo civico di Bassano: vennero staccati per ragioni di sicurezza dopo la drammatica alluvione del 1966.

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sul transito degli animali che sfilavano sotto i suoi occhi stagionalmente per attraversare le acque del Brenta e proseguire alla volta di asiago o di Feltre. Non è un caso che lo stesso santo lo si ritrovi patrono delle chiese di Farra, crosara, Gallio, primolano e copatrono di quella di cassola. la chiesetta di guado entrò a far parte del beneficio della pieve di Mussolente forse già dal 1161, quando Federico Barbarossa riconobbe al vescovo di Belluno la signoria della medesima pieve posta in Comitatu Tarvisiensi […] juxta Brentam. la successiva bolla di papa lucio iii del 1185 confermò tale diritto, includendo le cappelle annesse fra le quali doveva esserci anche la stessa chiesetta di san Bartolomeo, che rimase legata alla parrocchiale di Mussolente sino al 1929 per quanto concerne le rendite. vale la pena di ricordare che il noto placito del 998 venne sottoscritto in Margnano proprio perché da tale luogo si poteva agevolmente raggiungere sia verona che Belluno. risale al 1435 la prima

menzione dell’edificio religioso, assegnato dal vescovo di Belluno, ludovico scarampi, a padre pietro Malerba della congregazione del beato pietro da pisa, il quale lo amministrò sino al 1469, anno della sua morte. subentrarono padre pietro da Firenze e altri religiosi bassanesi, fra i quali si distinse andrea compostella dei minori di san Francesco, che ne mantenne la titolarità dal 1516 al 1532, amministrando i circa sei campi in dotazione alla cappella. la chiesetta viveva allora il suo ultimo periodo di fulgore, con innumerevoli schiere di pellegrini, nonché di scalmanate soldataglie, che transitavano continuamente da e per la Germania lungo la cosiddetta via imperiale. Numerose personalità religiose vi sostarono infine per pregare durante il lungo periodo di gestazione del concilio di trento. il declino del sacro edificio coincise con il tramonto della vita eremitica, con il passaggio del fiume attraverso ponti o imbarcazioni, tanto che nel corso del seicento fu noto come il san Bartolomeo della Nave. ancora nel 1669 è documentato in sito un eremita. l’importanza della chiesetta dal punto di vista toponomastico (vi era anche una contrada di san Bartolomeo) venne ribadita dallo storico Francesco chiuppani nel 1730 circa, quando la disegnò appena fuori della conca del Margnan. il passaggio, nel 1818, della parrocchia di Mussolente dalla diocesi di Belluno a quella di treviso non comportò cambiamenti, anche se l’edificio doveva trovarsi già in precarie condizioni per le brentane sopportate e per le offese arrecate dalle truppe francesi e austriache [...]”. Testo di Agostino Brotto Pastega, tratto da La chiesetta di San Bartolomeo a Pove del Grappa (Editrice Artistica Bassano, 2017).


Ecco la manovrina che affosserà la locazione turistica

PIANETA CASA

un problema per un paese che punta molto sul turismo

di orazio schiavon Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

il nuovo testo della norma sugli affitti brevi è molto pericoloso, oltre che di dubbia costituzionalità. oltre a introdurre una nuova tassa -con l’estensione dell’imposta di soggiorno alle locazioni e a tutta italia- viene delegato a un provvedimento non legislativo, da un lato il potere di stabilire che un diritto costituzionale come quello di proprietà attraverso la locazione venga sottoposto ad autorizzazioni, dall’altro quello di trasformare in imprenditore chi affitti per un tot di giorni superiore a quanto stabilirà il funzionario ministeriale di turno o possieda un numero di appartamenti maggiore di quanto sarà gradito

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allo stesso funzionario. sennonchè tutto ciò non basta a due categorie di soggetti: i fanatici della regolamentazione e i soggetti mossi da interessi. della prima categoria fanno parte coloro che, quando notano un fenomeno economico o sociale, in questo caso l’affitto per finalità turistiche, hanno come primo riflesso quello di limitarlo, recintarlo, metterlo sotto controllo. Non ne colgono gli elementi virtuosi, le potenzialità di stimolo all’economia, l’occasione di sviluppo del paese, no: ne rilevano solo i pericoli, i rischi, le incognite. alla seconda categoria appartengono quelli che dal “fenomeno” si sentono minacciati

e quindi cercano di respingere gli “intrusi” dal loro orticello. Nel caso degli affitti turistici, questo ruolo viene svolto da esponenti del settore alberghiero che proprio in questi giorni hanno diffuso numeri tanto eclatanti quanto privi di fondamento sul presunto sommerso nel turismo, che confedilizia ha smentito in modo inequivocabile (tutti i dettagli su confelilizia.it). il risultato è quello di un festival di prescrizioni che non ha altro scopo se non scoraggiare l’esercizio del diritto di proprietà attraverso la locazione, a partire dalla folle equiparazione degli appartamenti affittati alle strutture ricettive.


Antonella Martinato, con lo staff di Artemisia, ha ultimato il restauro di alcune opere conservate nello storico complesso

I NOSTRI TESORI di andrea Minchio

saN doNato riscopre tre suoi tesori (Quasi) diMeNticati

con la collaborazione di Andrea Gastner

Fotografie: laboratorio artemisia

Si tratta delle tele di sant’ antonio abate fra sant’antonio da padova e san Biagio, attribuita a Francesco da Ponte il Vecchio, e del Martirio di san lorenzo, di scuola bassanesca. Con loro anche la statua del santo titolare, che ha finalmente recuperato tutta la sua dignità episcopale.

Sotto ai titoli, da sinistra verso destra alcune riflettografie a infrarosso della pala raffigurante Sant’Antonio abate fra Sant’Antonio da Padova e San Biagio, attribuita a Francesco dal ponte il vecchio: questa tecnica consente di leggere il disegno originale sotto la pellicola pittorica. l’opera completa dopo il restauro. Qui sotto il bel particolare di sant’antonio da padova con i suoi simboli: libro e giglio.

su sollecitazione della soprintendenza di verona, vicenza e Belluno e dell’ufficio dei Beni culturali della diocesi di vicenza, e con il sostegno della parrocchia e della direzione del Museo di Bassano, negli anni duemila è iniziata una fase di recupero dei beni artistici presenti nella chiesa della ss. trinità di angarano. la soprintendente donata samadelli, in occasione della mostra organizzata per il restauro della pala della ss. trinità, terminati gli interventi su tutte le tele della chiesa ebbe a dire: “Questo è un piccolo museo!”. con il ritorno dell’altare restaurato nella cappellina e della pala

In basso lo staff di artemisia: da sinistra si riconoscono Katia andolfatto, la titolare antonella Martinato, Martina dalla stella; in ginocchio Michela Micheletto e raffaella Berti.

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di Girolamo dal ponte, nel 2014, si sono definitivamente conclusi i lavori urgenti nella parrocchiale. Nell’ambito della stessa parrocchia si trova anche la chiesetta di san donato, storico luogo di devozione dei bassanesi. pure in questo contesto, parte di un antico monastero, si trovavano altri tesori artistici, purtroppo in evidente stato di abbandono. il gruppo promotore dei vari interventi eseguiti alla trinità si è dunque ulteriormente attivato per cercare fondi e dare avvio ad altri urgenti provvedimenti. Nei locali adiacenti alla chiesa vera e propria, e precisamente lungo le scale che portano alla

cappella di sant’antonio e nella sacrestia, si trovavano infatti due pale d’altare in evidente stato di degrado: la prima raffigurante Sant’Antonio abate fra Sant’Antonio da Padova e San Biagio, attribuita a Francesco dal ponte il vecchio (1530 ca.); la seconda con il Martirio di San Lorenzo, di tarda scuola bassanesca. Nella navata, lungo la parete di sinistra e all’interno di una nicchia, trovava inoltre posto (quasi inosservata a causa delle cattive condizioni di conservazione) una statua di san donato del Xv secolo. Grazie a un contributo elargito dalla Fondazione del Gruppo OTB


(Only The Brave), che fa capo all’industriale renzo rosso, è stato possibile avviare i lavori di restauro di queste tre opere. il loro ritorno al luogo d’origine, con tanto di cerimonia ufficiale di restituzione alla città, è previsto per settembre. sarà però necessario rinnovare l’impianto elettrico dell’intero complesso, anche in vista di un futuro restauro (sperando nell’arrivo di nuovi fondi) dell’altare e delle pareti affrescate. l’impegno economico richiesto è importante! i lavori svolti finora, relativi cioè alle tre opere sopra elencate, sono stati curati da antonella Martinato e dallo staff del suo laboratorio artemisia di san Nazario in valbrenta. ogni passo è stato progettato e concordato con luca Fabbri, funzionario della soprintendenza di verona. “le due tele e la scultura -ci spiega antonella Martinatovertevano in pessime condizioni di conservazione, aggravate anche da pesanti e aggressivi interventi eseguiti in passato (probabilmente dopo la seconda

Qui sopra, da sinistra verso destra così si presenta oggi la pala del Martirio di San Lorenzo (tarda scuola bassanesca), terminato il laborioso e complesso intervento di restauro. due particolari dell’opera prima dei lavori. il volto fortemente danneggiato della statua di san donato, prima del suo recupero.

guerra mondiale, visti i materiali utilizzati). adoperando attrezzature specifiche e non invasive, abbiamo effettuato una serie di indagini diagnostiche atte a svelare le tracce di disegni preparatori e soprattutto porzioni di cromie originali. purtroppo sono state molte le conferme dei danni provocati da mani poco esperte: danni irreversibili, quali per esempio la perdita di vaste campiture di colore sostituite da nuove stesure di smalti oppure da colori non più removibili”. il lavoro di restauro è stato a dir poco certosino: inizialmente sul retro delle tele, per risanare situazioni di muffa e lacerazioni (ne erano presenti ben quaranta su quella del sant’antonio), poi durante la pulitura, calibrata a zone sulla pellicola pittorica. la ricostruzione delle parti mancanti è avvenuta a rigatino. “il progetto -conclude antonella

Sopra e sotto la statua di san donato (particolare e assieme) a lavori ultimati: un vero gioiello del Xv secolo che ha riacquistato una dignità artistica da tempo perduta.

Martinato- mirava a raggiungere un livello ottimale di conservazione, cercando al tempo stesso di mantenere in tutte e tre le opere una valenza estetica che ne testimoniasse il vissuto. Mi piace infine ricordare che, durante tutto il restauro del san donato, effettuato direttamente all’interno della chiesa, abbiamo potuto prendere atto dell’assidua presenza di fedeli e passanti (molti i turisti): persone che nel corso della giornata entravano per sostare anche qualche minuto in silenzio rendendo vivo e animato questo piccolo gioiello di fede ed arte”. Artemisia Restauro

di Antonella Martinato Via Roma, 4 - San Nazario (Valbrenta) Tel. 336 666603 antonella@ram-international.it www.artemisiarestauro.it Artemisia Restauro Bassano d.G.

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A trent’anni dalla scomparsa Parigi dedica alla star italo-francese una mostra e un film

GRANDI vIllE TRADIzIONI luMIèRE di albina zanin nostra corrispondente da Parigi

dalida.une garde-robe de la ville à la scène

Oltre un centinaio gli abiti esposti, dai New Look degli Anni ’50 di Carven ai capi chic di Loris Azzaro, da quelli minimalisti di Balmain degli anni ’60 ai trench classici di Yves Saint Laurent...

Ha mandato in delirio folle di tutto il mondo cantando duemila canzoni in più di dieci lingue, ha fatto piangere milioni di fan quando si è tolta la vita, ha fatto sussultare i cuori a ogni suo dramma d’amore… sono trascorsi ben trent’anni dal giorno in cui iolanda cristina Gigliotti, in arte dalida (1933-’87), ex Miss egitto, decise di metter fine alla sua vita e i francesi non potevano lasciarsi sfuggire questa occasione per rinnovare l’affetto che hanno sempre nutrito per lei. dopo il film biografico di lisa azuelos, uscito a gennaio, è ora il turno del palais Galliera, museo della moda di parigi, a portarla in auge svelando ai suoi fan uno dei guardaroba più glamour dagli anni ’60 agli ’80. il fratello orlando, che vede questo evento come un omaggio alla sua tanto amata sorella, ricorda: “dalida ha fatto carriera a parigi, è parigi che l’ha lanciata. era giusto che i suoi abiti fossero tutti riuniti in questo tempio della moda: un dono fatto alla città di

Sopra, dall’alto verso il basso il Vestito-bustier di Jean dessès indossato da dalida nel 1958 al Bobino e nel 1981 all’olympia. due abiti esposti al palais Galliera. Qui sotto dalida con tenco a sanremo, 1967.

PAlAIS GAllIERA

Musée de la Mode de la Ville de Paris

Fino al 13 agosto 2017 www.palaisgalliera.paris.fr

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parigi perché diventi patrimonio nazionale”. dotata di un corpo scultoreo, una taglia da modella, dalida non è stata solo una bête de scène ma anche un’icona della moda. la mostra apre la danza con un vestito-bustier di velluto rosso incendiario firmato Jean dessès, indossato nel 1958 al teatro Bobino dove la diva conquistò subito il pubblico con la canzone “Bambino”. proprio quel vestito venne indossato 23 anni dopo, all’olympia (a prova che la sua silhouette era rimasta la stessa), durante la consegna del primo disco di diamante della storia della canzone, a commemorare la storica serata del Bobino. al Galliera si possono ammirare più di cento vestiti appartenuti alla grande cantante: i New Look degli anni ’50 di carven, i capi sobri e chic firmati loris azzaro, quelli minimalisti di Balmain degli anni ’60 nonché gli abiti lunghi di paillettes disegnati da Michel Fresnay negli anni ’70 o i trench classici e senza tempo di

Yves saint laurent. e la lista non finisce qui. da notare, il “periodo bianco” nel suo guardaroba. profondamente segnata dalla tragica morte del compagno di allora, luigi tenco, nel 1967 la cantante assunse un look più austero. Gli abiti si allungarono, diventando più “drammatici”, per la scelta di dalida di allontanarsi dai colori, come se fosse alla ricerca di spiritualità e serenità, e di apparire in scena vestita solamente di bianco o di nero. la sua vita è stata costellata da grandi successi in ambito professionale, ma anche da veri drammi nell’ambito privato. la depressione sembrava non lasciarla più. la star, comunque, aveva programmato tutto: al suo ultimo concerto (durante il quale interpretò Ciao amore, ciao), indossò infatti lo stesso vestito nero che portava quando scoprì il corpo senza vita di tenco. in un’intervista a Paris Match il fratello orlando ha spiegato come dalida faccia parte della storia della musica francese: “per entrare nel cuore della gente non basta vendere dischi o riempire i teatri. Bisogna anche fare in modo che la propria vita privata sia all’altezza di quella artistica. e lei ha pagato un prezzo molto alto. talvolta mi dico che iolanda si è ritirata perché dalida potesse entrare nell’eternità… il miracolo con dalida è che è veramente intemporelle”.


Fra i pionieri nel territorio, il dott. Emiliano Zanier pratica soprattutto in ambito neonatale e pediatrico

SFIDE di elisa Minchio

osteopatia Fa riMa coN aNatoMia

Publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Conosciamo da vicino un professionista che, dopo essersi laureato in Fisioterapia nel 2002, ha scelto di orientarsi verso una specializzazione particolare (e talvolta scomoda), coltivandola con uno studio continuo e poi diffondendola attraverso un’emblematica attività divulgativa.

Sotto, da sinistra verso destra il dott. emiliano zanier nel suo studio e durante il trattamento di un piccolo paziente.

l’OSTEOPATIA, QuESTA SCONOSCIuTA l’osteopatia è un sistema consolidato di assistenza alla salute che si basa sul contatto manuale per la valutazione, la diagnosi e il trattamento di diverse patologie. (istituto superiore ostepopatia - www.isoi.it)

l’osteopatia si basa sulla centralità del ruolo del sistema muscolo-scheletrico nell’insorgenza delle malattie e nel mantenimento della salute. Questi i fondamenti della disciplina: a) il corpo è un’unità, quindi struttura e funzione sono correlate; b) il corpo possiede dei meccanismi autoregolatori; c) il corpo ha un’innata capacità di difesa e di autoguarigione; d) le patologie possono insorgere quando la normale adattabilità del corpo è compromessa; e) il movimento dei fluidi corporei è essenziale al mantenimento della salute; f) i nervi giocano un ruolo cruciale nel controllare i fluidi del corpo; g) alcune componenti somatiche non sono soltanto manifestazioni della malattia, ma anche fattori che contribuiscono al mantenimento dello stato di malattia. (tratto da r. raschetti, www.treccani.it)

DR. EMIlIANO zANIER viale venezia, 50 Tel. 349 5636361 - fisioheal@yahoo.it www.emilianozanier.com Presente anche su

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trentasette anni, bassanese ma nativo del canal di Brenta, emiliano zanier è nel nostro territorio (e non solo) uno dei “pionieri” dell’osteopatia. laureato in Fisioterapia nel 2002 all’università di padova con il massimo dei voti, ha infatti orientato gran parte della sua formazione professionale verso una specializzazione ancora poco nota in italia, l’osteopatia appunto, applicandola in particolare in ambito neonatale e pediatrico, ma anche in relazione a certe problematiche della gravidanza. “si tratta -ci spiega- di una pratica che, grazie anche a ulteriori specializzazioni, si può davvero considerare al servizio della mamma e della femminilità in genere e, soprattutto, legare al concepimento e alla nascita di una nuova vita. entrando poi nel merito dell’osteopatia neonatale, va detto che i trattamenti dei bambini si basano su tecniche di manipolazione dolci e adatte alla loro età e sono indicate per risolvere varie problematiche. penso per esempio al trattamento del cranio del neonato (nei casi di plagiocefalia, scafocefalia, brachicefalia, quando cioè il

bimbo si presenta con la testa piatta o storta); ma anche a quelli del torcicollo miogeno, del reflusso, delle otiti recidivanti oppure delle coliche, così come del piede torto congenito e, in generale, dei traumi”. Naturalmente l’attività del dott. zanier si rivolge anche alla cura e al trattamento di problematiche muscolo-scheletriche quali per esempio lombalgie, cervicalgie, colpi di frusta, disturbi posturali e nell’ambito viscerale. “l’osteopatia è anatomia, ancora anatomia, sempre anatomia: non sono parole mie ma di andrew taylor still (1828-1917), il medico americano che nel 1892 fondò la prima scuola di osteopatia al mondo. il suo pensiero è sempre valido e di grande attualità, tant’è vero che negli stati uniti gli osteopati sono oggi medici a tutti gli effetti e possono prescrivere farmaci, compiere interventi chirurgici e iscriversi a tutte le specializzazioni mediche”. dedito a uno studio continuo, come peraltro suggerisce la stessa filosofia osteopatica, emiliano zanier è autore di numerosi saggi e di alcune pubblicazioni specia-

listiche; fra queste segnaliamo Cicatrici. Un sistema da trattare (edi-ermes, 2015), fra i primi libri che sviluppano un tema così particolare, legandolo alle metodiche manipolatorie della pelle e alla comprensione delle intrinseche connessioni fra le discontinuità cutanee e il sistema corporeo, e Aforismi Scientifici Osteopatici (cavinato editore, 2014), volume che pone invece la questione di un possibile ponte tra tradizione e innovazione. all’attività divulgativa emiliano zanier affianca inoltre quella di docente: collabora infatti con l’università di Ferrara (al master di Medicina osteopatica) e con quella di Huddersfield nel regno unito; e poi con l’ente di formazione New Master di roma e con Edi Ermes a Milano, curando pure la traduzione in italiano di autori stranieri molto noti (sempre in ambito osteopatico). “attualmente -conclude il dott. emiliano zanier- sto lavorando a un progetto particolare che prevede la costruzione di una rete di fisioterapisti specializzati per aree cliniche. la novità risiede nel fatto che opereranno tutti a domicilio sotto l’egida di FiDEs, brand creato ad hoc per questa iniziativa. un’équipe, dunque, che si dedicherà alla cura e al trattamento di patologie importanti quali ictus, emiparesi, emiplegie, morbo di parkinson, fratture dell’anziano e suo allettamento, sindromi vestibolari e problematiche di equilibrio, così come disturbi flebolinfologici... un servizio davvero importante, una sorta di fiore all’occhiello. le richieste sono già molte e a breve saremo operativi”.


Il celebre poeta di Chiampo si accostava ai greci e ai latini con l’animo capace di sintonizzarsi e di farne proprio il messaggio

lA lEzIONE DEl PASSATO di Gianni Giolo

GiacoMo zaNella traduttore dei classici

Ma amava anche confrontarsi con gli scrittori biblici e con le opere degli umanisti, dei francesi, degli inglesi, degli americani, degli spagnoli, dei siciliani, degli svedesi e dei tedeschi... e’ il versare in sé, nei propri mezzi espressivi, l’essenza stessa della poesia di un altro autore. prima che la conoscenza della lingua, la poesia richiede l’animo capace di sintonizzarsi, di far proprio il messaggio poetico, involvendolo nel proprio, fruendolo e donandolo con una versione della propria lingua. Questa la prospettiva con la quale zanella si accostava ai poeti antichi greci e latini, ma anche alla poesia degli scrittori biblici e poi quella degli umanisti, dei francesi, degli inglesi e americani, degli spagnoli, dei siciliani, degli svedesi, dei tedeschi.

Ho fatto parte della giuria del premio nazionale di poesia “Giacomo zanella” che quest’anno festeggia la sua dodicesima edizione con un’antologia, pubblicata dal comune di Monticello conte otto, con il titolo “come un ricordo”. la relazione principale alla cerimonia di premiazione è stata fatta dal prof. italo Francesco Baldo, insegnante emerito di storia e filosofia del liceo classico “pigafetta” di vicenza, che ha scritto un volumetto, edito da editrice veneta, su zanella traduttore che porta il titolo “vestir di grazïoso italo manto”. Fin dalla fanciullezza il poeta di chiampo si cimentò nell’arte

Sopra, dall’alto verso il basso un bel ritratto del poeta Giacomo zanella (chiampo, 1820 - cavazzale di Monticello conte otto, 1888). raffaello Mengs, Il Parnaso, affresco, 1761. roma, Musei di villa torlonia. Qui sotto l’effigie del filosofo callimaco in una xilografia del 1577.

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del tradurre le lingue antiche e moderne. iniziò dopo che il curato del suo paese gli aveva insegnato i primi rudimenti della lingua latina. Nel seminario di vicenza con la guida di ottimi insegnanti dei quali ricordiamo paolo Mistrorigo e l’abate andrea sandri, proseguì la sua preparazione culturale, attività che continuò fino alla morte avvenuta nel 1888, anno in cui tradusse la tragedia Ester di Jean racine. era una passione dello zanella tradurre e lo ricorda in un suo sonetto: Vestir di grazïoso italo manto qualche vecchio cantor greco o latino fu giornaliero mio trastullo e vanto. che cosa significa tradurre per l’abate vicentino?

il poeta è un essere alato, diceva platone, che veleggia per l’aere poetico del mondo, che è un’anima sola, pur espressa nella molteplicità delle lingue, tanto che si può dire che vi sia un’unica patria, il parnaso, nella quale riconoscersi e attingere quella vis poetica di cui solo le anime alte e nobili sono capaci. Nel 1869 zanella predispone con una sua Prefazione l’antologia Poeti greci minori, tradotti da varii: teocrito, Mosco, Bione, callimaco ecc. in cui il poeta elogia i traduttori che “in età di ampollose turgidezze e di artificiali smancerie non sono mai troppi gli esempi di un poetare naturale, sobrio, elegante com’ è quello dei Greci”.


Artista a 360 gradi, Roberto Colussi (in arte Roco) ha pubblicato un’originale storia della Serenissima

ANCORA TESORI di andrea Minchio

“venezia attraverso i secoli” la realtà trasformata in un sogno

E’ in questa Venezia incantata che consumo la mia vita Una Venezia sempre uguale e sempre diversa, che vuole essere scoperta giorno per giorno ora per ora, minuto per minuto.

Si tratta di un libro davvero molto particolare, impreziosito da un’ottantina di disegni dedicati ai mestieri di un tempo, nel quale l’autore fornisce una personale interpretazione delle vicende che segnarono la vità della capitale lagunare. Sarà presentato il 12 settembre a Palazzo Roberti.

Roberto Colussi

Chi è Roco veneziano doc, il maestro roberto colussi (in arte Roco), ha eletto Bassano a suo locus animi. si divide pertanto fra la capitale lagunare, dove vive e lavora (il suo studio si trova in calle zancana nel sestiere di canareggio), e la nostra città, nella quale ama di frequente soggiornare. diplomatosi con profitto in Pittura Decorativa all’istituto statale d’arte dei carmini, ha poi frequentato l’accademia di Belle arti e il centro internazionale di Grafica, interessandosi soprattutto alla tecnica della litografia. da oltre trentacinque anni svolge con immutata passione l’attività di pittore, scultore, ceramista e incisore. Nel corso del tempo Roco ha tenuto una quarantina di mostre personali e partecipato a un centinaio di collettive, in italia e all’estero: sono infatti numerose le sue opere presenti in vari paesi

Sopra, da sinistra verso destra il maestro roberto colussi (Roco) nel suo studio veneziano. Ponte della piova, acquerello a inchiostro di china. In alto la copertina del volume Venezia attraverso i secoli (eab, 2017). Sotto Il paese delle api industriose, tavola tratta dal volume Le avventure di Pinocchio. pubblicato nel 2003.

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europei, così come negli stati uniti, in america, Giappone e australia. della sua produzione artistica si sono occupati diversi critici di fama come peraltro anche testate giornalistiche ed emittenti nazionali. in ambito editoriale, come autore dei testi e delle immagini, Roco ha pubblicato finora tre libri: Le avventure di Pinocchio (treviso, 2003), Leggende illustrate di Venezia (edizioni del faro, 2012) e, recentemente, Venezia attraverso i secoli (editrice artistica, 2017). Ha inoltre illustrato Pipì lo scimmiottino color di rosa di collodi, Don Chisciotte della Mancia di cervantes e il Baldus del Folengo. Un artista difficile da inquadrare di roberto colussi il critico paolo rizzi ha avuto modo di scrivere che si tratta di “un artista complesso, pieno di talento, nutrito di multiforme cultura”. difficile definirlo,

ricorda sempre rizzi, “anche se categorialmente potrebbe rientrare in forme di neo-espressionismo di radice nordica”. e’ anche vero però che Roco, da buon veneziano, ama profondamente la sua città e che le sue tele sono intrise dei colori lagunari. “Forse -continua il critico- c’è in lui una vena quattrocentesca goticheggiante (come dire: più Bellini che Giorgione). sta di fatto che le sue opere hanno un fascino tutto particolare anche quando trattano argomenti ciclici, come le serie dedicate a pinocchio, a Merlin cocai, ai mestieri, alle leggende veneziane; o si spingono su terreni tragici, come i campi di sterminio. il lungo tirocinio nell’affresco e lo studio particolare delle tecniche materiche si evidenziano nelle vedute veneziane. il colore è vivace, persin violento, con un gusto per i riflessi sull’acqua e i tramonti infuocati: tanto da ricordare


i Fauves e, per qualche verso, i pittori del divisionismo. Qui Roco si manifesta nel solco della grande tradizione dei decoratori veneziani, amante com’è della composizione calibrata, della strutturazione compatta della forma, oltre che della forza intrinseca del colore. [...] Quando egli passa alla figura la sua pittura diventa più spigolosa, più nervosa, forse perché risente della tematica amara, spesso con risvolti freudiani, di complessità psicologica (è il caso dello splendido ciclo dedicato alla rivisitazione di pinocchio in chiave esistenziale). e’ molto importante questa capacità di Roco di entrare nell’argomento trattato, cioè di viverlo a fondo. [...] la crudezza della realtà si mescola alla fiaba: i segni della vita (e della morte) si caricano di allegorie. il senso di una pienezza vitale emerge, saldando i poli opposti di una visione che a volta a volta si fa elegiaca o tragica, fantastica o grottesca. pochi artisti hanno, come Roco, questa completezza di forza vitale”. Un artista complesso proprio lo scorso giugno, come è stato anticipato, Roco ha dato alle stampe Venezia attraverso i secoli. Da Serenissima a Dominante, un libro particolare nel quale l’autore fornisce un’interpretazione personale sulla lunga storia della serenissima, accompagnando il testo con un’ottantina di disegni dedicati ai mestieri di un tempo. “le pubblicazioni che riguardano la storia della mia città -racconta il maestro colussi- sono moltissime e ne tracciano le vicende dalle origini alla caduta a opera di Napoleone; testi scritti da studiosi competenti, che hanno contribuito alla conoscenza dei molteplici aspetti della sua vita millenaria. allora, potrebbe chiedersi più di qualcuno, perché cimentarsi in quest’impresa? sostanzialmente perché sono partito da un punto di vista diverso, cioè quello del pittore, e ho cercato di immaginare la storia della serenissima come se fossi dinnanzi a un grande telero nel quale inserire le emozioni che hanno suscitato in me le numerose letture sull’argomento. un racconto dai colori forti, con luci e ombre, chiari e scuri, quasi un dipinto che si

A fianco, da sinistra verso destra due dei circa ottanta disegni dedicati ai vecchi mestieri che impreziosiscono l’ultimo libro di Roco: Lo scavo dei canali e Il trasporto del carbone.

andava svolgendo lungo i secoli e che è terminato solo dopo l’ultima pennellata: la firma dell’autore”. un lavoro impegnativo, che ha richiesto una ricerca profonda e uno studio della città sotto vari punti di vista: economico, politico, morale e ovviamente artistico. una documentazione certosina, quella di Roco, che ha comportato l’analisi di testi specialistici e anche la lettura della monumentale Storia documentata di Venezia in dieci volumi, opera immortale pubblicata da samuele romanin a cavallo dell’ottocento. “Ho voluto confrontarmi -ricorda roberto colussi- con due visioni opposte, entrambe fondamentali per la stesura del libro: la prima legata al mito di venezia, che la rappresenta in tutto il suo splendore, senza macchie e imperfezioni; la seconda che la dipinge come luogo dell’antimito, esaminandone solamente gli aspetti negativi”.

Civitas Venetiarum il risultato, come ricorda enzo Modulo Morosini nella prefazione, è quello di una straordinaria trasformazione di venezia da realtà a sogno, tramite le immagini, i racconti e gli aneddoti di Roco: “prendendoci per mano egli ci conduce amorevolmente attraverso il suo profondo sapere, quasi fanciullesco al primo impatto, ma che invece si rivela pagina dopo pagina profondo, dove con abilità, informazioni e approfondimenti mai pedanti, ci fa apprendere attraverso una conoscenza personale completa e senza pregiudizi quale sia stata nel trascorrere dei secoli la città dedicata a san Marco. solo chi conosce fin dall’infanzia la parlata del sanudo, del Gallina, del Goldoni può trasformare un quadro storico millenario, quale appunto quello della serenissima, che è un dolce sogno da assaporare in un desiderio personale da trasmettere”.

Qui sopra, dall’alto verso il basso La leggenda di San Marco e La storia del merletto: entrambe le opere corredano il libro di Roco Leggende illustrate di Venezia (edizioni del Faro, 2012). Sopra il testo, da sinistra Il venditore di pollame e Il sarto (dal volume Venezia attraverso i secoli).

Il volume di Roberto Colussi Venezia attraverso i secoli. Da Serenissima a Dominante sarà presentato a Bassano martedì 12 settembre, alle ore 18.00 nella libreria Palazzo Roberti ROBERTO COluSSI (Roco) venezia - Cannaregio Calle zancana, 2424 Tel. 347 0187293 robertocolussi@libero.it www.robertocolussi.it

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I meccanismi di difesa emotivi sono spontanei e inconsapevoli...

AFFlATuS

la realta’ e’ uNa Nostra costruzioNe?

di carla Mogentale direttore sanitario Centro Phoenix Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Di fronte a una situazione critica è fondamentale non annullarsi in uno scenario negativo, ma ritagliarsi sempre un pezzetto di cielo blu, condividendo le proprie emozioni e pensieri.

Senza la speranza è impossibile trovare l’insperato. Eraclito

in varie correnti filosofiche (Brentano, Fusserl) più volte si è ribadito il nostro ruolo come esseri umani nella costruzione della nostra realtà ovvero la percezione soggettiva e personale che ci guida nel porre attenzione e valore solo ad alcuni elementi di ciò che ci accade. e ciò alla luce della nostra storia, delle nostre esperienze, del nostro stato emotivo in quel momento. e’ diverso sentire un rumore di passi dietro di noi di giorno, al mercato, o di notte in un quartiere isolato, no? i pensieri, le emozioni, le reazioni, saranno diverse! Molte volte anche i meccanismi di difesa che mettiamo in atto per mantenere un’immagine positiva o un’identità integra in situazioni di grande sofferenza possono aiutarci o danneggiarci. pensiamo a quanto impegnativo emotivamente e fisicamente possa essere l’assistere un nostro caro ammalato di una forma di demenza come l’alzheimer, una malattia cronica, che dura anche più di 10-12 anni. Questa condizione di assistenza riguarda almeno un terzo delle persone con un familiare ammalato di alzheimer, e nel tempo dell’assistenza si consumano anni di sacrifici e di rinunce, di mancata cura di sé, dei figli, dipendendo totalmente da come evolve la malattia e dalle sfide che comporta, ogni giorno diverse. il percorso psicologico di chi assiste viene chiamato “un lutto in vita” perché la sofferenza si rinnova a ogni perdita successiva di capacità del malato. in un “normale” processo di elaborazione di un lutto sono frequenti delle fasi di negazione, di rabbia, di rassegnazione e di conciliazione, di durata variabile

la dottoressa carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita. Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso. Nelson Mandela

orazio Gentileschi, San Francesco confortato dall’Angelo, olio su tela, 1612-’13. roma, palazzo Barberini. CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d'Ezzelino (vi) via cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (vi) via valdastico, 100 36016 - Thiene (vi) via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo valsugana (tN) via annibale da Bassano 14, int. iii 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 - 347 8911893 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 e 14.30/17.30 il sabato ore 9.00/12.30 info@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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da persona a persona. Qui diventa impossibile. e’ una situazione di “gabbia”! come reagisce l’essere umano a una tale mole di sofferenza? Nei modi più diversi. i migliori sono quelli che creano equilibrio tra i pensieri, le emozioni e i comportamenti, ma richiedono grande controllo dello stress, tempo per se stessi, consapevolezza delle trappole del pensiero... ovvero sono difficili da attuare! i meccanismi di difesa emotivi sono spontanei e inconsapevoli, utili in alcuni momenti, dannosi se non cessano per far strada ad altre fasi del lutto… alcuni esempi? pensate alla prima reazione emotiva legata al meccanismo della Negazione: “non è possibile, non può essere vero, i medici si sono sbagliati, forse si tratta di una cosa passeggera”, come influirà su quante diagnosi, quanti esperti, quanta frustrazione impotente a ogni conferma che sì, è vero, la malattia è proprio questa? e sul ritardo nell’imparare a convivere con essa e a gestirla contenendone gli effetti, frequentando corsi di addestramento per il familiare e di stimolazione cognitiva per il malato? pensate alla potenza distruttiva del ripetersi “come lo curo io non lo cura nessuno” (un esempio del meccanismo di difesa Idealizzazione), rincuorante all’inizio, ma quanto mi permetterà poi di accettare l’aiuto di altri familiari anche se non capaci come lo sono diventato io giorno dopo giorno? Ma al perdurare di queste reazioni emotive, come ne verrà influenzato il pensiero? un esempio? vivere in questa “gabbia” emotiva può far virare il pensiero verso una “squalificazione del lato positivo” ovvero verso un’attenzione mirata agli aspetti negativi ignorando i momenti belli, i commenti di ammirazione di parenti e amici, con un’attenzione

selettiva verso ciò che ora non sono riuscito a risolvere o a fare (Minimizzazione) ignorando il quadro globale di ciò che ho finora fatto (magari per anni) e a costi psicologici enormi! Questo genera un circuito depressivo, che toglie il nutrimento e la soddisfazione che proprio questa scelta coraggiosa di amore dovrebbe generare! se le emozioni influenzano la capacità di giudizio, e entrambe influenzano le nostre azioni in un circuito infinito, come fare? combattere! Non annullarsi in un unico scenario di malattia e di assistenza, in un pozzo buio senza fondo, ma ritagliarsi sempre un pezzetto di cielo blu dove ricevere conforto e rassicurazione di aver fatto bene, riposare, difendere un tempo per se stessi e per gestire e tollerare meglio lo stress, condividere le proprie emozioni e pensieri, anche se contradditori, parlarne, sfogarsi e... infine... imporsi situazioni totalmente incompatibili con la vita di tutti i giorni, una uscita a teatro, al circo, in una situazione nuova mai vissuta, perché la routine va combattuta, la depressione va combattuta, il cervello va tenuto allenato alla novità, al pensiero creativo e divergente, perché se è allenato a percepire realtà diverse avrà più possibilità di ideare soluzioni diverse ai nuovi problemi che verranno, per avere energia per il pensiero, perché avere più strade da percorrere è la base della Speranza. Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni. Non pensate alle vostre frustrazioni, ma al vostro potenziale irrealizzato. Non preoccupatevi per ciò che avete provato e fallito, ma di ciò che vi è ancora possibile fare. Papa Giovanni XXIII


Riflessioni a bocce ferme sulla fiction girata a Bassano

PROPOSTE

“di padre iN FiGlia” ambientazione non significa identificazione

di andrea Minchio lA vOSTRA OPINIONE? Fatela pervenire a uno dei seguenti recapiti Bassano News Editrice Artistica Bassano

A distanza di un paio di mesi dalla trasmissione dell’ultima puntata è possibile tracciare un primo bilancio della miniserie andata in onda su Rai1. E provare ad analizzarne a mente fredda i risultati, anche alla luce delle testimonianze di chi opera nell’accoglienza.

A fianco un momento delle riprese della fiction “di padre in figlia”, in piazza libertà a Bassano. al centro dell’immagine si riconosce il regista riccardo Milani.

una volta li chiamavamo sceneggiati, quando la rai trasmetteva da un unico canale e la colonizzazione linguistica dell’inglese, veicolata da internet anche attraverso gli innumerevoli social-media, non aveva ancora inquinato la nostra parlata. ora li definiamo fiction, come si trattasse di una novità d’importazione, forse semplicemente perché anche la televisione di stato (che per definizione dovrebbe tutelare l’idioma di dante) ci ha abituati a farlo. in realtà, però, stiamo parlando esattamente della stessa cosa. cambiano gli attori, i volti di alessio Boni e di luca zingaretti si sovrappongono a quelli di ugo pagliai e di alberto lupo, ma gli ingredienti sono i medesimi: amore, passioni, tradimenti, rabbia, frustrazioni, voglia di

riscatto, violenza... e’ anche il caso della fiction girata e ambientata nella nostra città, Di padre in figlia, che ha trasformato Bassano in un grande palcoscenico all’aperto, proiettandone l’immagine su tutta la penisola. una fiction, appunto, che ha registrato ascolti davvero importanti in ognuna delle quattro puntate trasmesse: quasi sette milioni di telespettatori hanno infatti seguito le turbolente vicende, professionali e personali, di Giovanni Franza e della sua famiglia. un risultato significativo che ora, a bocce ferme, sta riversando aspetti benefici sulla nostra economia turistica, peraltro in crescita costante da più di qualche anno. emblematiche, a questo proposito, le testimonianze

di chi opera nell’ambito dell’accoglienza e dell’ospitalità: sono numerosi i casi di persone, provenienti da diverse parti d’italia, che chiedono di visitare i luoghi rappresentati nello sceneggiato. per non parlare poi, ma questo è evidente, della soddisfazione dei produttori di distillati presenti in città e degli stessi baristi. certo sono piovute anche critiche: in particolare sulla trama, che ha concesso troppo alla violenza, all’inganno, alla frode e alla licenziosità dei comportamenti (eccessivamente concentrati in un unico nucleo familiare e anacronistici rispetto alla collocazione temporale dello sceneggiato) e poi sulla parlata, in un veneto poco credibile e quasi da barzelletta. Qualche collega della stampa (televisiva) ha raccontato che

Qui sopra, da sinistra verso destra le attrici stefania rocca e Francesca cavallin; quest’ultima, bassanese, ha recitato “in casa”.

andrea Minchio, direttore di Bassano News, paparazzato da orlando zanolla in centro: favorevole il suo giudizio sulla fiction.

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PROPOSTE

A fianco la soddisfazione di un gruppo di comparse, in piazza terraglio, dopo un “ciak”. Sotto ancora un’immagine della troupe in piazza libertà.

al termine della terza puntata i bassanesi erano “inorriditi”. per carità, mi viene da dire, di cose orribili alla televisione se ne vedono molte, davvero troppe. Ma non è certo questo il caso. anzi, a proposito di trama, ho trovato davvero suggestivo e per certi versi geniale il passaggio a Nova Bassano. un collegamento, quello con la città brasiliana fondata dal nostro concittadino pietro colbacchini, che mi ha piacevolmente sorpreso. tanto più che qui, in riva al Brenta, non sono numerose le persone che

vIA MARINAlI (E Il CENTRO) SECONDO STEFANIA Nell’ultimo numero abbiamo dedicato alla rinascita della neopavimentata via Marinali un breve servizio. Stefania Andriolo, tea taster e titolare di ADG Maison, ci ha fatto pervenire una sua visione sul possibile futuro della storica arteria cittadina... Bassano è una piccola perla della realtà italiana: mura antiche, vecchie chiese, i suoi scorci da favola che si nascondono dietro a ogni angolo, pronti a essere scoperti...

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e poi, ovviamente, il ponte, la cui bellezza regala emozioni intense. amo Bassano, infatti qui ho avviato la mia attività. secondo me, però, alcune piccole attenzioni potrebbero migliorarla e farne un luogo perfetto per chi la vive e per chi la sceglie come meta turistica. Manca per esempio uno spazio in pieno centro dove potersi fermare, far giocare i bambini, mangiare un

sanno della sua esistenza. e meno ancora del fatto che proprio quest’anno ricorra il sessantesimo anniversario del gemellaggio con il centro sudamericano (sugellato nel 1957 dal sindaco Borin). per fortuna, allora, il legame con i fratelli del rio Grande do sul ci è stato raccontato (oltre che da Franco rebellato, un anno fa, sulle pagine di Bassano News) da due “romani de roma” quali cristina comencini e riccardo Milani, rispettivamente ideatrice e regista della miniserie...

in conclusione ritengo che il nostro approccio con questa fiction debba essere improntato a una maggiore oggettività, per consentirci di comprenderla con occhio più distaccato e meno coinvolto. e per non commettere l’errore di confondere la scelta dell’ambientazione (così come è stata operata dagli sceneggiatori) con l’intreccio: per non identificare cioè la storia, che è frutto di fantasia e che potrebbe essere applicata a qualsiasi contesto, con le tradizioni e le consuetidini dei bassanesi o dei veneti. un simpatico luogo d’incontro. immagino poi un ambiente dove la presenza di vasi fioriti e di qualche pianta possa far dimenticare la tristezza di quello che è stato un luogo di detenzione. Non lo attrezzerei con panchine, ma con sedie di varie forme, come insegna la tradizione parigina, che si possano spostare per creare aggregazione, evitando così la lotta per il posto. Non dovrebbe mancare un posteggio per le biciclette, mezzo che è sempre più utilizzato in centro e al quale non è dato il giusto spazio. un luogo, infine, dove organizzare mercatini di libri o di frutta, verdura e spezie: ingredienti che fanno chiudere gli occhi a chi li assapora!

gelato o un panino durante la pausa pranzo o semplicemente sedersi ad ammirare il cielo... insomma quasi un piccolo parco in centro. ideale, a mio avviso, potrebbe essere la piazzetta che si è venuta a creare nella costruzione del nuovo tribunale, pensando anche di poter utilizzare il collegamento (finora mai Nelle foto: la piazzetta del nuovo tribunale aperto) fra via verci e via Marinali. lungo via Marinali e una via di schio, resa una soluzione che ne farebbe già più vivace da decine di ombrelli colorati.


Celebrata al Museo dell’Automobile Bonfanti-VIMAR un’importante ricorrenza per il “Drago”

SCHEGGE di Massimo vallotto

Quarant’anni fa sandro Munari vinceva la coppa Fia piloti L’incontro ha costituito l’occasione per ripercorrere l’epopea dei rally dominati dal campione di Cavarzere, proprio quando la specialità si stava evolvendo nella sua forma moderna.

A fianco, da sinistra verso destra sandro Munari, il “drago di cavarzere”, Massimo vallotto, presidente del Museo dell’automobile Bonfanti-viMar e Francesca pasetti, “lady Fulvia”, soprannome conquistato per la profonda conoscenza del modello lancia e della storia dei rally in cui è stato protagonista.

Sotto, dall’alto verso il basso un’immagine del folto pubblico intervenuto alla serata celebrativa del 9 giugno scorso. sandro Munari durante il racconto di qualche gustoso aneddoto della sua strabiliante carriera.

si deve con tutta probabilità a sandro Munari, il “drago di cavarzere”, la popolarità e il successo a partire dagli anni ’70 della specialità rally in italia. attraverso le sue imprese, le sue numerose vittorie e le sue auto, il rallysmo si evolse dall’iniziale epoca rude e in qualche modo romantica alla sua configurazione moderna. l’intera vicenda del pilota veneto, dagli iniziali interessi per il mondo del motorismo fino ai suoi più famosi trionfi, è stata al centro di una serata svoltasi il 9 giugno scorso al Museo dell’automobile Bonfanti-viMar, concepita per celebrare i quarant’anni dallo storico traguardo di Munari: la coppa Fia piloti ’77. Gli esordi attratto fin da bambino dal mondo dei motori, in special modo dalle quattro ruote, sandro Munari ha passato l’infanzia a scorrazzare nella bassa polesana con tutto quanto avesse un motore. Folgorato dalla Mille Miglia passata per la vicina rovigo, dopo aver appreso prestissimo a guidare la Fiat 1100 del padre, il giovane mosse i primi passi agonistici nel mondo dei kart. in una di queste gare, ad adria, Munari conobbe

Sotto un giovanissimo sandro Munari durante la sua prima gara nel 1964: la cronoscalata agordo-Frassené a bordo di un’abarth 850.

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arnaldo cavallari, che risultò poi determinante per la sua carriera di pilota. risale al 1961 la prima vittoria: nella Sprint Gas a Bologna san lazzaro. la prima competizione a bordo di una vettura fu invece una cronoscalata nel 1964, con una abarth 850: la Agordo-Frassené, nel Bellunese, non vide però Munari al traguardo, perché bloccato da delle noie al cambio. Fu proprio quel cavallari, conosciuto nel ’60 in occasione della gara kart di adria, a ricordarsi poi di Munari nel momento in cui aveva bisogno di un navigatore per il Rally del Lido degli Estensi. si formò in quell’occasione la “strana coppia” cavallari-Munari, che nel 1964 vinse la prima edizione del San Martino di Castrozza. la prima gara da pilota fu invece la 1000 Laghi del 1965, notoriamente impegnativa e a contatto con i forti piloti nordici, affrontata da Munari su una lancia Flavia coupé ufficiale. il pilota, che ben figurò in quest’avventura rallistica, venne notato da cesare Fiorio, che gli propose di affrontare il Rally di Montecarlo ’66 con i colori lancia ufficiali. il primo rally del principato, che tanto avrebbe significato nella

storia di pilota di sandro Munari, venne corso con una Flavia coupé. Fermato da una rottura al radiatore dell’acqua, Munari era però ormai pienamente catapultato nel mondo dei rally. la vittoria giunse nel 1966 nella Pontedecimo-Giovi, una cronoscalata in terra ligure. esaltato dalle avverse condizioni meteo, Munari fu primo fino all’ultima curva, quella che lo separava dal traguardo. la sua Flavia zagato prese in pieno una pozzanghera e l’aquaplaning fece il resto; la vettura impazzita tagliò il traguardo con il posteriore andando poi a sbattere contro un muretto: una vittoria rocambolesca! Nel 1967, con luciano lombardini, vinse la prima corsa rally su lancia ufficiale: il 999 Minuti a Novara. La Fulvia HF il Tour de Corse del ’67 consentì la presenza di vetture sperimentali, non ancora omologate. la lancia preparò una Fulvia con motore portato a 1405cc e 123cv e un peso contenuto in soli 780 kg. le difficoltà nello scegliere le gomme da gara, il serbatoio della Fulvia che perdeva benzina inzuppando abitacolo e taccuini delle note, la necessità di guadagnare sufficiente margine sugli altri per


poterne operare la sostituzione, un pericoloso testacoda dovuto alla pioggia, trasformano nei ricordi di Munari questa rocambolesca gara nella “madre di tutte le vittorie”. delle 98 auto partite, solo 14 tagliarono il traguardo. tra queste spiccò quel vittorioso prototipo che sarebbe presto diventato un mito: la Fulvia HF. per lombardini però, dopo la Corsica ’67, era arrivato il momento di chiudere con i rally. Munari invece puntava dritto a Montecarlo. Munari e Fiorio insistettero perché lombardini rivedesse la sua decisione e partecipasse al “Monte” 1968. tali e tante furono le insistenze che alla fine “Yoghi” lombardini cedette per quella che sarebbe stata, fatalmente, la sua ultima corsa. il destino lo prese troppo sul serio, fermando la sua vita presso skoplje, in Macedonia. durante una tappa di avvicinamento a Montecarlo, lombardini perse il controllo della Fulvia HF nella quale Munari, al suo fianco, stava dormendo. Nei ricordi di Munari appare vivissima e immutata la stima che nutriva e nutre nei confronti dell’amico scomparso, ultimo grande gentleman del mondo rallystico, che nel 1967 aveva rinunciato al titolo di campione italiano rally, vinto ai punti, a favore di Munari, da lui considerato più meritevole. lo shock fu tremendo e Munari ci mise un po’ per ritornare al suo mondo. Nel 1968 conobbe Mario Mannucci, con il quale costituì un’accoppiata storica e vincente. Montecarlo Nella storia di Munari pilota un posto tutto particolare lo occupa la corsa del principato. la gara più importante della stagione rallystica -invernale, difficile- nella quale si passa repentinamente dalla neve al terreno gelato, ha visto la

prima partecipazione nel ’66, con la Flavia coupé. le edizioni successive vennero affrontate tutte con la Fulvia. Nel 1972 giunse l’agognata vittoria, nonostante gli ormai palesi limiti tecnici della piccola coupé rispetto alle potenti concorrenti. l’espediente fu quello di utilizzare in maniera assai avventurosa l’autobloccante: un incremento di prestazioni della vettura sui tratti brevi veniva pagato con un immenso sforzo del pilota per tenerla in strada nei tratti lunghi. la circostanza favorevole si presentò come un percorso dalle condizioni non omogenee, tipologia che esaltava la versatilità della Fulvia HF rispetto alle potenti alpine e porsche. la Fulvia HF con l’accoppiata sandro Munari e Mario Mannucci conquistò il Monte. la vittoria al principato venne conquistata altre tre volte, nel ’75, ’76 e ’77, con la strato’s, vettura alla pari se non superiore alla diretta concorrenza. era cominciato un vero e proprio dominio di Munari al Monte, che vide avvicendarsi i navigatori: Mannucci lasciò il posto a silvio Maiga. La Strato’s Nel 1972 la Fulvia HF cominciò a mostrare la corda. cesare Fiorio e il direttore generale pierugo Gobbato erano determinati a costruire un mezzo dedicato alle corse, ma non c’era un motore all’altezza sulle linee di produzione di casa lancia. il progetto “macchina ideale”, costruito sulla base di un sondaggio interno tra addetti ai lavori -pratica assai innovativa all’epoca- stava dando forma alla strato’s, modello che successivamente annichilì la concorrenza. il motore arrivò dalla Ferrari dopo un’intensa trattativa che vide anche Munari inconsapevolmente inserito come elemento di scambio: “lancia avrà il suo propulsore se

Munari parteciperà a gare stradali alla guida di Ferrari (targa Florio)”. dopo una difficile messa a punto, la strato’s raggiunse il suo primo successo nell’aprile ’73, al Firestone Rally di spagna. a questa vittoria se ne sommarono presto numerose altre, come il durissimo Tour de France dello stesso anno. Nel 1974 lancia fu campione del Mondo grazie alla strato’s, ma anche grazie ai 12 punti raggranellati da Munari con la Fulvia nel Safari. Nel 1974 la strato’s ottenne anche la prima evoluzione: arrivò il turbo e la cavalleria passò da 245 a 400 cv, anche se questo poderoso incremento andò a discapito, almeno inizialmente, dell’affidabilità. il 1976, che lo stesso Munari ricorda come “una stagione magica”, fu l’anno di Munari e della strato’s. primo a Montecarlo, in Portogallo e in Corsica, secondo a Sanremo, terzo in Marocco e quarto al Rac nonostante il cambio rotto. Nel 1977 venne approntata anche una strato’s prototipo a passo allungato, più adatta alla pista.

la straordinaria vittoria del “Monte” 1972: Munari-Mannucci su Fulvia HF. sul clamore di questa vittoria la lancia richiamò 3.500 operai dalla cassa integrazione per produrre le 50.000 auto ordinate da tutto il mondo. Sotto, dall’alto verso il basso la conquista del “Monte” nel 1976, su strato’s e l’insufficienza del tettuccio della vettura a raccogliere tutti i premi conquistati al Monte 1977. le varie vetture con cui Munari ha partecipato alla targa Florio in un bel dipinto di Franco accardi.

La Coppa FIA 1977 il “Mondiale piloti”, ovvero la “coppa Fia piloti”, venne istituito nel 1977 e divenne l’obiettivo di Munari prima del ritiro dalle corse. la stagione cominciò con la quarta vittoria al Rally di Montecarlo, cui seguirono il terzo posto al Safari e la vittoria con la strato’s al Total Rally in sudafrica. il mondiale piloti ’77 fu così nelle mani di un vero “drago” della guida!

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E giungemmo all’isola Eolia. Qui dimorava Eolo, caro agli dei, figlio di Ippota. L’ isola errava nuotando. Un muro la cinge bronzeo; e liscia s’innalza una rupe. Odissea, libro X, vv 1-4

Sì, vIAGGIARE testi di alessandro Faccio Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

le “MiticHe” isole eolie

Ulisse viene ricevuto da Eolo, custode dei venti che avevano soffiato lontano le terre italiche. Forse solo il mito riesce a narrare la forza evocativa di questa manciata di isole emerse dal Tirreno.

l’intreccio della tradizione ellenica e siciliana è custodito nei racconti mitologici della letteratura leggendaria, tutta incentrata su racconti favolosi. Ma questo genere non nasce come semplice elaborato di fantasia. i miti sono prima di tutto patrimonio di valori, che da sempre fondano l’identità storica e culturale di un popolo. per questo motivo la mitologia è un’affascinante commistione di elementi fantastici e frammenti veritieri della realtà e dei processi storici. un esempio magistrale è la narrazione che virgilio fa della sicilia nella sua più grande opera, l’Eneide, con questi versi tratti dal libro iii: Quinci partito, allor che da vicino scorgerai la Sicilia, e di Peloro ti si discovrerà l’angusta foce. Tienti a sinistra: e del sinistro mare solca pur via quanto a di lungo intorno gira l’isola tutta, e da la destra fuggi la terra, e l’onde. È fama antica, che di questi or due disgiunti lochi erano prima un solo, e che per forza di tempo, di tempeste, e di ruine (tanto a cangiar queste terrene cose può de’ secoli il corso), un di smembrato fu

Sul titolo scuola fiamminga, Eolo dio del vento, Xvii secolo. In queste pagine alcune “irresistibili” immagini dell’arcipelago delle isole eolie.

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poi da l’altro: il mar fra mezzo entrando tanto urtò, tanto ròse, che l’esperio dal sicolo terreno alfin divise: e i campi, e le città, che in su le rive restaro, angusto freto or bagna e sparte. Nel destro lato è Scilla, nel sinistro è l’ingorda Cariddi.

descrivere la nascita delle eolie non è esercizio di stile, soprattutto quando queste splendide sette sorelle sono la meta di un viaggio. un viaggio dove il mare non è l’unico protagonista. a fargli da spalla infatti ci sono i contrasti di luce delle coste frastagliate, i tramonti su baie solitarie, i costoni bianchi di pietra dolomitica, le rocce gialle di tufo e calcare, il nero della pietra lavica, il rosso fiammeggiante dei lapilli, il verde della macchia mediterranea. lipari è l’isola più grande dell’arcipelago eoliano. l’unica ad avere un importante centro urbano. si attracca a Marina corta o a sottomonastero e il colpo d’occhio è sulla città alta circondata da mura e pareti a strapiombo sul mare. vulcano è caratterizzata dall’odore di zolfo, che anticipa l’ingresso in un luogo quasi dantesco.

un girone che però non porta penitenze ma le emozioni di trovarsi in un posto raro. la natura selvaggia, le sorgenti d’acqua e i fanghi caldi in cui sbuffano le fumarole vulcaniche. terme a cielo aperto, tra il blu del mare e il nero della sabbia lavica a salina le pendici sono il tappeto per le ginestre e i cieli sono tagliati dal volo dei falchi che vengono a nidificare sulle pareti del monte corvo. parentesi cinematografica: la spiaggia di pollara è quella del “postino” di troisi. panarea è minuscola ma con una miriade di isolotti che la avvicinano. Nella lussureggiante vegetazione non capita di rado di associarla a un’immagine da cartolina greca a stromboli infine veglia “iddu”, che giorno e notte si fa sentire con brontolii ed esplosioni. il mondo scientifico l’ha chiamata attività stromboliana e vulcanologi e appassionati di tutto il mondo attraccano sull’isola per assistere a uno spettacolo di suono e fuoco che lascia senza parole.


Dal 10 al 16 settembre 2017 viaggio di 7 giorni Tutte e sette le isole dell’arcipelago sono state dichiarate patrimonio mondiale dell’Unesco. LE DIVINE ISOLE EOLIE Un agglomerato d’incantevoli isole che non hanno nulla da invidiare a quelle d’Oltreoceano; con la radiosa Stromboli, la travolgente Lipari, la sulfurea Vulcano, Alicudi e Filicudi isole caratterizzate da una natura incontaminata, l’elegante Panarea e la verdeggiante isola di Salina. 1° giorno - Domenica 10 settembre venezia - Catania - Milazzo - lipari ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e trasferimento all’aeroporto di venezia. partenza con volo di linea per catania. arrivo, trasferimento a Milazzo e partenza con l’aliscafo per lipari. pranzo libero. in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento 2° giorno - Lunedì 11 settembre lipari e la Cittadella prima colazione, cena e pernottamento in hotel. pranzo libero. lipari è l’isola più grande e di rilievo. l’arcipelago, infatti, prende la denominazione di “isole lipari”. Già nel Neolitico la popolazione commerciava un vetro nero di origine vulcanica ovvero la preziosa Ossidiana che, lavorata in modo da diventare acuminata e tagliente, poteva essere impiegata per creare utensili e armi rudimentali. anche le montagne di pomice sono una conseguenza del fenomeno del vulcanismo. un centinaio di anni fa l’estrazione della pomice era fiorente. oggi la pietra ha assunto una conformazione particolare che può esser paragonata a della bianca schiuma di mare in formato solido. degna di nota è la Cittadella appena sopra il porto dalla quale sporgono rocce colossali. affascinante anche la cattedrale normanna del dodicesimo secolo e i suoi chiostri. visita al Museo archeologico, dove è documentata la storia dell’isola dalla vita quotidiana all’arte. l’esposizione di maschere teatrali in terracotta di tragedie e commedie greche sicuramente solletica l’interesse.

3° giorno - Martedì 12 settembre vulcano prima colazione, cena e pernottamento in hotel. pranzo libero. un breve tratto in traghetto per l’isola di vulcano. percorrendo in salita una serie di tornanti verso l’interno, fino al cratere, si può beneficiare di una magnifica vista sulle isole limitrofe. dopo la discesa, si continua verso porto di levante e il bagno di zolfo. chi lo desidera può fare il bagno sulla spiaggia di punta del cavallo o due passi presso il cratere di lipari: Vulcanello, che si trova su una penisola. 4° giorno - Mercoledì 13 settembre Panarea - Stromboli prima colazione, cena e pernottamento in hotel. pranzo libero. intera mattinata a disposizione per attività balneare. Nel pomeriggio, superato il Monte rosa e le cave di pomice di lipari, dopo circa trenta minuti di navigazione si giunge a panarea. per un’ora è possibile percorrere le vie di quella che è considerata l’isola più chic dell’arcipelago. ripartenza per un giro tra gli isolotti di panarea; dopo altri trenta minuti per mare si sbarca a scari, porticciolo di stromboli, per poi ammirare dalla barca la “sciara del Fuoco”. 5° giorno - Giovedì 14 settembre Relax al mare prima colazione, cena e pernottamento in hotel. pranzo libero. intera giornata a disposizione per attività balneare. 6° giorno - Venerdì 15 settembre Salina prima colazione, cena e pernottamento in hotel. pranzo libero. al mattino si lascia lipari costeggiandone la parte nord-orientale e si prosegue verso salina per visitare santa Marina, la frazione più grande dell’isola. continuando a osservare queste coste meravigliose si rimane davvero stupiti dallo spettacolo della natura. poi si entra in una baia meravigliosa con un isolotto al centro. l’improvviso cambio di profondità, la forma a semicerchio, le pareti alte e stratificate indicano che

ci si trova all’interno di un vecchio cratere semisommerso: è la baia di pollara, famoso set cinematografico de “il postino” di Massimo troisi. l’ultima sosta prevista è a lingua, dove visitare il laghetto salato naturale, un tempo utilizzato per l’estrazione del sale (da qui il nome dell’isola). il borgo è fornitissimo di locali tipici in riva al mare, dove pranzare dopo aver fatto il bagno. Nel primo pomeriggio rientro a lipari navigando lungo la costa occidentale, caratterizzata da spettacolari pareti rocciose, innumerevoli scogli dalle più svariate forme e dalla presenza di numerose grotte. 7° giorno - Sabato 16 settembre lipari - Milazzo - Catania - venezia prima colazione in hotel. al mattino partenza per Milazzo e trasferimento in aeroporto a catania. pranzo libero. partenza con volo di linea per venezia. arrivo e trasferimento alle località di origine.

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Quota individuale di partecipazione: euro 990,00 La polizza annullamento viaggio (facoltativa) su richiesta

la quota comprende - i trasferimenti da e per gli aeroporti; - volo aereo in classe economica; - le tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 18/11/2016; - sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi; - trattamento di mezza pensione, bevande escluse; - aliscafo da Milazzo a lipari e ritorno; - escursioni come da programma (vulcano, panarea, stromboli, salina); - accompagnatore/guida per tutto il tour; - assicurazione medico bagaglio. la quota non comprende - i pasti liberi; - le bevande ai pasti; - le camere singole (supplemento di euro 190,00); - le eventuali tasse di soggiorno; - le mance e gli extra in genere. All’iscrizione acconto di euro 300,00

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Dal 14 luglio al 19 agosto Torre del Lago ospiterà la 63a edizione del Festival dedicato al grande compositore

RENAISSANCE di erica schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana Fotografie: versiliatoday.it www.puccinifestival.it

estate coN pucciNi

Il cartellone prevede ben tredici serate, nel corso delle quali saranno rappresentate la Boheme, tosca, Madama Butterfly e turandot; in programma anche un nuovo allestimento de la rondine per ricordare i cento anni dalla Prima, avvenuta nel 1917 a Montecarlo.

Sotto, da sinistra verso destra tramonto sul lago di Massaciuccoli. il Gran Teatro all’aperto Giacomo Puccini a torre del lago (lu).

anche quest’anno inizia a luglio la stagione lirica a torre del lago, tutta ovviamente dedicata al grande Giacomo puccini, che per questo luogo ebbe un amore profondo durato decenni. torre del lago è un angolo della versilia, collocato fra le spiagge del tirreno e le alpi apuane e immerso nella macchia litoranea del lago di Massaciuccoli: uno specchio d’acqua di circa sette chilometri quadrati, poco profondo, all’interno del parco Naturale di Migliarino san rossore, area protetta e di enorme interesse naturalistico. puccini s’innamorò profondamente di questo paesaggio, tanto che ristrutturò la torre di guardia del lago per farne la sua dimora. Qui trovò quella pace e quella tranquillità che si rivelarono fondamentali per il suo lavoro: puccini compose infatti nella casa davanti al lago tutte le sue opere maggiori, dalla Tosca a Madama Butterfly, dalla Fanciulla del West alla Rondine e al Trittico.

Qui sopra, dall’alto verso il basso il grande operista Giacomo puccini (lucca 1858 - Bruxelles 1924). una scena della Turandot, sempre al Gran Teatro all’aperto. GRAN TEATRO All’APERTO GIACOMO PuCCINI Biglietteria Tel. 0584 359322  ticketoffice@puccinifestival.it

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verso la fine dell’ottocento fondò il Club della Boheme e il luogo divennne così un centro di scambio culturale fra artisti. Grazie al Festival ogni anno si rinnova il rapporto magico fra questa terra ispiratrice e puccini. in una lettera scritta a un amico, Giovacchino Forzano, egli stesso espresse il desiderio di ascoltare una sua opera all’aperto, proprio sulle rive del lago. e’ per questo che l’amico, assieme a pietro Mascagni (compagno di studi di puccini), decise di concretizzare tale desiderio, dando inizio nel 1930 a magiche rappresentazioni: anche oggi, infatti, le opere sono ambientate in un teatro all’aperto molto suggestivo, che si affaccia sul lago. ogni anno la Fondazione Festival Pucciniano di torre del lago premia inoltre la migliore voce femminile. il prestigioso riconoscimento consiste in una statuetta dorata che raffigura il maestro con il cappello a tese larghe, il bavero del cappotto alzato e l’ immancabile sigaretta.

ad inaugurare l’albo d’oro del premio puccini è stata una grande artista: rosetta pampanini. da allora numerose e famose cantanti liriche, quali Mafalda Favero, Gilda dalla rizza, renata tebaldi, Maria callas, Mirella Freni, Katia ricciarelli, cecilia Gasdia, si sono succedute per onorare uno dei più grandi compositori di tutti i tempi. il cartellone del 63° Festival Pucciniano, in programma dal 14 luglio al 19 agosto, proporrà in tredici serate pure La Boheme, Tosca, Madama Butterfly, Turandot; ospiterà inoltre un nuovo allestimento de La Rondine per ricordare i cento anni dalla prima rappresentazione avvenuta nel 1917 a Montecarlo. a quanti intenderanno partecipare, per immergersi completamente nel mondo di puccini si consiglia la visita alla sua casa, restaurata e aperta al pubblico. Gli orari di visita, durante le giornate del Festival Pucciniano sono i seguenti: dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.40.


Urban Exploration con Maurizio Sartoretto nelle storiche strutture del vecchio Ovattificio Fontana di San Nazario e della Centrale Idroelettrica di Carpanè

Il RAPPORTO testi di andrea Minchio, Francesco Fontana e Martina zilio Fotografie di Maurizio sartoretto

arcHeoloGia iNdustriale iN riva al BreNta

Lasciate solo impronte; prendete solo emozioni. Motto dell’urbexer

Qui sotto la sala macchine dell’ovattificio Fontana al Merlo di san Nazario.

Sono luoghi dal fascino misterioso, sedi un tempo del lavoro dell’uomo. Musei potenziali ma anche opportunità per future attività di valorizzazione del territorio. Li visitiamo così come sono oggi.

Maurizio Sartoretto mi aveva viziato. Sì, questa è la parola giusta, abituato com’ero alle immagini suadenti dei contesti ambientali e storici che da sensibile fotografo paesaggista era solito catturare. Ora invece mi sorprende, dopo avermi edotto sul significato di “urbex”, con fotografie ad alto impatto emotivo: vedute, per così dire, che si connotano anche per l’originale contenuto artistico. Qualcuno, a questo punto, si chiederà quale sia il significato di “urban exploration” (o appunto “urbex”), espressione che spesso

Sopra la roggia di scarico dell’acqua che forniva energia all’opificio.

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viene banalmente tradotta in esplorazione urbana ma che in realtà designa un’attività ben specifica: quella cioè di visitare con occhio fresco e disincantato, allo scopo di fornirne al tempo stesso una documentazione storica e un’interpretazione personale, strutture abbandonate oppure in rovina che hanno perduto nel tempo la funzione per la quale erano state realizzate. Insomma una sorta di infiltrazione, da più di qualcuno assimilata alla speleologia, che nel nostro caso è avvenuta all’interno della

Centrale Idroelettrica di San Nazario e dell’Ovattificio Fontana di Carpanè; naturalmente con il consenso dei proprietari (il Comune di San Nazario e Francesco Fontana, che ci ha fatto da guida): per noi, oltre che per la legge, un presupposto imprescindibile che gli “urbexer” dovrebbero sempre rispettare. Due contesti straordinari, oggi in disuso, che per le caratteristiche intrinseche e la loro localizzazione potrebbero un domani tornare a rivivere, magari diventando motori di promozione del territorio.


A fianco le macchine cardatrici risalenti agli anni trenta. Qui sotto il portale di accesso al laboratorio.

L’Ovattificio Fontana, padre di una lunga tradizione industriale il fabbricato industriale che caratterizza la frazione del Merlo di san Nazario è nato nel 1704 per produrre seta, su iniziativa della famiglia Massari di padova, dedita al commercio di legname. l’allargamento e l’innalzamento della ss47 avvenuti nel 1936 rendono oggi difficile la lettura di un contesto urbanistico che rappresenta aspetti interessanti in rapporto all’epoca di realizzazione. con la costruzione del capannone infatti, accanto alle preesistenti casa padronale e segheria, furono edificate anche una chiesa, ridotta oggi a pochi resti, edifici accessori sull’altro lato della strada, un’area

per l’inversione di marcia dei carri e case di residenza per le maestranze nella zona a sud dell’opificio, tutte strutture ancora oggi presenti e in buona parte abitate. l’edificio industriale è rimasto in servizio per circa 270 anni resistendo a guerre e alluvioni, fino al 1974, quando le difficoltà logistiche del luogo ne determinarono la chiusura. da allora le sale un tempo brulicanti di attività tacciono raccogliendo la polvere ma, nonostante i saccheggi e le vandalizzazioni cui purtroppo questi luoghi sono esposti, rimane un’atmosfera particolare, destinata a stemperarsi con gli imminenti lavori di bonifica della copertura in eternit, installata dopo l’incendio delle capriate

del tetto nel 1961. dopo le guerre napoleoniche la produzione al Merlo era passata dalla seta al cotone, indirizzandosi a tecnologie tessili in cui la lavorazione avviene senza i tipici passaggi di filatura e tessitura. le fibre cardate venivano pressate, spesso impregnate con la colla di pesce (anche questa prodotta in loco con appositi forni prima dell’avvento delle resine sintetiche), per finire con un trattamento termico. oggi questi prodotti si chiamano nontessuti e caratterizzano l’attuale distretto tessile presente in valbrenta con 4 società e 6 diversi stabilimenti, tutti riconducibili all’esperienza del vecchio ovattificio. Francesco Fontana

Sopra, da sinistra verso destra una veduta dall’alto della sala macchine. Balle di fibra a magazzino. l’attività è continuata fino al 1974. Sotto un poderoso muraglione difende il fabbricato dal fiume.

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La Centrale Idroelettrica di Carpanè: un breve ripasso la sponda sinistra del Brenta presso l’abitato di carpanè ha ospitato, nel corso dei secoli, diverse attività protoindustriali e artigianali. dalla fine del ’500, in particolare, l’area poco a sud dell’attuale ponte di rialto (che collega il comune di san Nazario con quello di valstagna) ha conosciuto un notevole sviluppo economico grazie all’intraprendenza di dinamici imprenditori della serenissima, fra i quali in primis alcuni membri della famiglia cappello. si trattava quindi di una zona già storicamente predisposta, per così dire, quando verso la metà del XiX secolo l’ingegnere feltrino Geremia

Qui sopra il prospetto occidentale della centale idroelettrica di carpanè. la costruzione sembra evocare atmosfere medievali, specialmente per la presenza della torre merlata. In alto, foto grande il salone del corpo principale: uno spazio suggestivo e luminoso dove un tempo ruotavano le turbine.

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Guarnieri decise di acquisire tale area e le varie attività produttive che su di essa insistevano. Fu proprio lui, a seguito della disastrosa brentana del 1882 (che danneggiò la briglia di sostegno della roggia di alimentazione e parecchi edifici), a concepire il progetto della centrale idroelettrica e a costituire nel 1907 la Società di Elettricità G. Guarnieri e C. un impianto innovativo che entrò in funzione l’anno seguente (con una potenza di 325 kW), allo scopo di fornire energia al territorio bassanese. poco dopo, nel 1912, la Sade (Società Adriatica di Elettricità) entrò a far parte della compagine societaria. Nel corso del primo conflitto mondiale la struttura venne presa in consegna

dagli organi militari italiani, che se ne servirono per soddisfare le necessità dei propri servizi logistici. Nel 1921 la centrale assunse la denominazione sociale di Società Idroelettrica Val Brenta ed estese la distribuzione di energia a gran parte dell’alto vicentino. Nel 1942 la Val Brenta fu completamente incorporata nella sade, per confluire successivamente nell’enel. la centrale ha cessato di funzionare dopo l’alluvione del 1966, quando la piena del Brenta ne distrusse il canale di alimentazione e rese inutilizzabili gli impianti. Nel 1991 il comune di san Nazario ha provveduto ad acquistarla per poterla recuperare e trasformare in un centro per attività turistiche e ricreative.


Sopra, da sinistra verso destra l’elegante corpo scala, ripreso dal basso e dall’alto. A fianco il prospetto meridionale. Sotto Gli interni del corpo di servizio della centrale.

Oltre vent’anni fa era stato messo a punto un progetto di recupero in chiave culturale Nel 1995 il comune di san Nazario, dopo aver acquisito dall’enel l’immobile dell’ex centrale idroelettrica di carpanè, ha incaricato l’arch. ing. Henry zilio di predisporre un progetto di recupero del fabbricato. tale progetto rappresentava una occasione davvero ghiotta per la rimessa in pristino di un edificio storico di notevole interesse architettonico e ambientale. l’ipotesi relativa alla nuova destinazione d’uso, quale “centro visitatori del canale di Brenta”, prevedeva la riproposizione dell’impianto esistente e il mantenimento dell’integrità spaziale del corpo principale, nonché un intervento di sostanziale risanamento e restauro del manufatto. era stato anche previsto di asse-

gnare alla grande sala del corpo principale la funzione di spazio polivalente, da utilizzare per allestimenti di mostre permanenti o temporanee, riunioni, convegni e, anche, per attività di supporto alla promozione turistica della valbrenta. il corpo di servizio avrebbe invece ospitato la reception con annesso bookshop, gli uffici e alcune salette per incontri. Nella torre, infine, la bella scalinata avrebbe garantito il collegamento fra i quattro livelli dell’edificio. purtroppo la mancanza dei fondi necessari (condizione cronica nelle amministrazioni pubbliche del nostro paese) ha impedito di dare concretezza al progetto. Ma non è detto che un domani non si possa riprenderlo, così da dare alla valbrenta una struttura sicuramente preziosa nell’ottica di promozione e valorizzazione del territorio. Martina Zilio

Sopra e a fianco alcune tavole del progetto redatto nel 1995 dall’arch. ing. Henry zilio, Nella fattispecie due prospetti (sud ed est) e la sezione longitudinale. p.g.c. studio Henry zilio - Bassano.

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“Blowin’ in the wind”

Il CENACOlO

BoB dYlaN

di chiara Ferronato In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Discorso per un Nobel

Bob dylan (duluth, 24 maggio 1941).

A fianco del titolo una storica cover del 45 giri di “Blowin’ in the wind”.

patti smith (chicago, 30 dicembre 1946).

Quando, il 13 ottobre, i membri dell’Accademia di Svezia assegnarono, a Stoccolma, il premio Nobel per la letteratura 2016 a Bob Dylan per aver “creato una nuova espressione poetica”, il mondo - quello letterario - sprofondò in un silenzio carico di stupore, livoroso e invidioso. Robert Allen zimmerman, alias Bob Dylan, non è - si chiese - un cantautore, tutto folk e rock, armonica e chitarra, quello di “soffiando nel vento”, appunto? Il vento della contestazione americana, del ’68 leggendario e ‘fumoso’ di Allen Ginsberg, “un blues su un disco incrinato che ripete il mio grido: per sempre! Oh baby: siamo menestrelli negli orecchi sordi!”. Niente a che vedere con la letteratura. Bob Dylan non andò alla premiazione ufficiale di dicembre, quella che impone l’inchino al re. Mandò al posto suo Patti Smith, sacerdotessa del suo cuore, che cantò “A hard rain’s a-gonna fall” (Una forte pioggia cadrà), fece l’inchino e se ne andò. Il 6 aprile 2017, Bob Dylan, in tournée in Europa,

ha ritirato il “suo” Nobel in segreto, in una cerimonia privata, durante la quale ha consegnato ai diciotto membri dell’Accademia di Stoccolma il discorso che aveva registrato per l’occasione a los Angeles: “le canzoni non sono come la letteratura, sono fatte per essere cantate, non lette”. Diploma, brindisi, medaglia: non rifiutati i 900 mila dollari del premio.

Incipit del saluto, letto dall’ambasciatrice USA Azita Raji, inviato dall’assente Bob Dylan alla cerimonia ufficiale di dicembre

e di cui si parla con riverenza, hanno sempre suscitato in me una profonda impressione. che io ora mi aggiunga ai nomi di una lista del genere lascia veramente senza parole. Non so se questi uomini e queste donne abbiano mai considerato l’idea che avrebbero ricevuto un Nobel, ma suppongo che tutti quelli che nel mondo abbiano scritto un libro, un poema o un’opera potrebbero aver avuto questo sogno segreto, nel loro profondo. probabilmente sepolto così in profondità che non sapevano nemmeno esistesse. se qualcuno mi avesse mai detto che avrei avuto la minima possibilità di vincere il premio Nobel, avrei pensato che era probabile quanto che andassi sulla luna. l’anno in cui sono nato, e anche quelli subito dopo, nessuno al mondo fu considerato bravo abbastanza per vincere questo premio Nobel. Quindi, riconosco di essere in rara compagnia, a dir poco… Bob Dylan

Buonasera a tutti. porgo i miei più calorosi saluti ai membri dell’accademia svedese e a tutti gli altri illustri ospiti presenti stasera. sono dispiaciuto per non essere lì con voi di persona, ma sappiate che sono sicuramente con voi nello spirito e sono onorato di ricevere un premio così prestigioso. essere premiato con un premio Nobel per la letteratura è una cosa che non avrei mai potuto immaginare, o prevedere. Fin da piccolo ho avuto familiarità, leggendo e studiando, con i lavori di coloro che sono stati ritenuti degni di un tale riconoscimento: Kipling, shaw, thomas Mann, pearl Buck, albert camus, Hemingway. Questi giganti della letteratura, le cui opere sono insegnate nelle scuole, conservate nelle biblioteche di tutto il mondo,

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Post scriptum D’accordo. le canzoni vanno cantate. Ma “Rimmel” di Francecso De Gregori, “via con me” di Paolo Conte, “Fiori di rosa, fiori di pesco” di Mogol-Battisti (“Scusa/ credevo proprio che tu fossi sola/ credevo non ci fosse nessuno con te/ oh, scusami tanto se puoi,/ signore chiedo scusa anche a lei…”) non sono anche “letteratura”? Non raccontano forse una storia? una storia un po’ alla Macron…: un peu d’hazard, un peu d’amour. Chiara Ferronato


Il CENACOlO

A fianco, da sinistra verso destra Bob dylan e patti smith. paolo conte (asti, 6 gennaio 1937).

Discorso di Bob Dylan in occasione del ritiro del Nobel in aprile Quando ho ricevuto il premio Nobel per la letteratura, mi sono chiesto quale fosse precisamente il legame tra le mie canzoni e la letteratura. volevo riflettere e scoprire il legame. se dovessi risalire alla genesi di tutto, immagino che dovrei cominciare da Buddy Hollie. lui era un archetipo. tutto ciò che non ero e che volevo essere. Buddy è morto quando avevo circa 18 anni e lui 22. Quando l’ho sentito per la prima volta, mi sono sentito vicino a lui. eravamo come familiari, come se lui fosse il mio fratello maggiore. Ho anche creduto di assomigliargli. Buddy suonava la musica che amavo, la musica con la quale sono cresciuto: il country dei western, il rock’n’roll, il rithym and blues. lui mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha trasmesso qualcosa. Qualcosa che non sapevo identificare. e mi ha messo i brividi. avevo principi e sensibilità e una visione del mondo. li avevo da un certo momento, appresi alla scuola elementare. Don Chisciotte, Ivanhoe, Robinson Crusoe, i Viaggi di Gulliver, il Racconto delle due città e tutto il resto: letture classiche della scuola elementare, che formano il vostro modo di vedere il mondo, che vi forniscono una comprensione della natura umana e un metro per misurare le cose. Mi sono servito di tutto questo quando ho cominciato a scrivere testi di canzoni. ci sono libri particolari che mi hanno colpito fin da quando li ho letti a scuola, voglio parlarvi di tre di questi: Moby Dick, Niente di nuovo sul fronte occidentale e l’Odissea. Moby Dick è un testo affascinante, un libro pieno di scene di dramma intenso e di dialoghi drammatici. tutto è mescolato. tutti i miti: la Bibbia giudaicocristiana, le leggende britanniche, san Giorgio, perseo, ercole: tutti cacciatori della balena. Noi non vediamo che la superficie delle cose. Noi possiamo

interpretare ciò che è al di sotto. Niente di nuovo sul fronte occidentale di remarque è una storia d’orrore, una storia che vi fa perdere l’infanzia, la vede in un mondo razionale, l’empatia per l’altro. siete presi in un incubo, aspirati in un tourbillon di morte e dolore. Ho lasciato questo libro, l’ho chiuso. Non volevo più leggere romanzi sulla guerra e non ne ho mai più letto un altro. l’Odissea è una strana, avventurosa storia di un uomo maturo che prova a tornare a casa dopo aver combattuto una guerra. un viaggiatore, ma che fa molte tappe. l’Odissea è un gran libro, i cui temi sono riproposti nei testi di molti cantautori: Homeward Bound, Green, Green Grass of Home, Home on the range, e anche le mie canzoni, consapevolmente o no, li presentano. io non devo sapere cosa significa una canzone: quando Melville inserì nella storia tutti i riferimenti all’antico testamento, alla Bibbia, alle teorie scientifiche, alle dottrine protestanti, e tutte le conoscenze sul mare, sulla navigazione e sulle balene, io non credo che si sia preoccupato di questo - di cosa tutto ciò voglia dire. se una canzone ti emoziona, è questo tutto ciò che conta. Non devo sapere cosa significa una canzone. Ho scritto ogni genere di cose nelle mie canzoni. e non ho intenzione di preoccuparmi di questo, di cosa tutto ciò voglia dire. anche le canzoni parlano di questo. le nostre canzoni sono vive nella terra dei vivi. Ma le canzoni non sono come la letteratura. la loro ragion d’essere sta nell’essere cantate. le parole di shakespeare sono fatte per essere recitate in scena. proprio come le canzoni devono essere cantate e non lette su una pagina. e spero che qualcuno di voi avrà l’opportunità di leggere i testi di queste canzoni nel modo in cui sono stati intesi per essere letti: durante un concerto o su un disco o dovunque le persone ascoltino musica al giorno d’oggi. spesso torno a omero, che disse “canta in me, oh Musa, e attraverso me racconta la storia”.

Sopra, dall’alto verso il basso lucio Battisti (poggio Bustone, 5 marzo 1943 - Milano, 9 settembre 1998). Francesco de Gregori (roma, 4 aprile 1951).

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Lanciata dal naturalista bassanese Paolo Perini un’idea innovativa che coniuga turismo e sostenibilità

PROGRESSuS di antonio Minchio

il sole Quadrato archimede a primolano

Superiamo i limiti umani e padroneggiamo l’universo. Archimede

Il progetto prevede l’installazione di specchi solari destinati a illuminare nei mesi invernali il piccolo centro di fondovalle fornendo luce ed energia. Ma non è tutto: d’estate l’impianto sarà utilizzato per produrre il carbone da biomassa che alimenterà il treno a vapore per i turisti. primolano sorge laddove la valsugana -il tratto trentino della valle del Brenta- si restringe per trasformarsi in canale di Brenta, un vero e proprio canyon largo tra i 100 e i 200 metri, con pareti rocciose verticali che dalla quota del fondovalle (circa 200 m. slm) si inerpicano fino a circa 1000 metri. ciò fa sì che i paesi di fondovalle, soprattutto nel tratto da strigno (tN) a san Nazario (vi), lungo circa quaranta chilometri, rimangano per quasi sei mesi all’anno in condizioni di bassa o nulla esposizione al sole; località che, in particolare nel settore centrale tra tezze valsugana e cismon del Grappa, quindi per circa quindici chilometri, restano prive di soleggiamento dalla fine di ottobre alla fine di marzo, con un picco inferiore alle quattro ore di irraggiamento solare diurno diretto. ciò comporta una temperatura che per i tre mesi invernali si mantiene prossima o sotto allo zero anche di giorno. Ne sono buoni testimoni i fenomeni della brina e della galaverna che caratterizzano il paesaggio tra primolano e tezze valsugana, al confine tra veneto e trentino. sotto il profilo sociale questo induce le comunità locali a trattenersi più a lungo nelle proprie abitazioni, mentre sotto quello materiale ciò comporta un elevato dispendio di energia per illuminazione e riscaldamento. e’ sulla base di questa sintetica

Sopra, dall’alto verso il basso il naturalista paolo perini. Galaverna in valbrenta: un fenomeno naturale che si verifica quando, con temperature dell’aria al di sotto dello zero, il vapore acqueo si trasforma in ghiaccio. il sito dove verrà posizionato lo specchio solare nei pressi delle scale di primolano.

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analisi che è nata l’idea di sviluppare un progetto tecnologico in grado di correggere tale situazione grazie allo sfruttamento di specchi solari, collocati sulle pareti rocciose sovrastanti allo scopo di riflettere i raggi sul paese e fornire così luce e calore. lo spunto è venuto da paolo perini, naturalista bassanese che oggi vive e lavora a primolano, dopo avere conosciuto l’esperienza di viganella, un piccolo paese della val antrona in piemonte, avviata nel 2006 a opera del sindaco pier Franco Midali: l’installazione di un grande specchio posto in montagna, che riflette i raggi di luce sul paese. il progetto di primolano si presenta però più complesso e ardito: nei mesi invernali il sole illuminerebbe il piccolo centro valligiano, mentre d’estate i raggi verrebbero riflessi su un secondo specchio per bruciare resti vegetali e ramaglie, producendo così carbone. un carbone “speciale”, per così dire, perché utilizzato per alimentare la locomotiva a vapore che dall’anno prossimo transiterà regolarmente in valsugana per trasportare i cicloturisti tra pergine e Bassano. primolano dunque è destinata a diventare un importante centro di attrazione, che coniughi una proposta turistica -come quella del treno a vapore- con un’innovativa

esperienza di sostenibilità energetica. paolo perini dunque ha lanciato l’idea e trovato nel compaesano roberto zannini, perito elettronico e tecnico specializzato nella installazione di infrastrutture in parete, un convinto sostenitore. assieme hanno contattato il prof. Hans Grassmann del dipartimento di Fisica dell’università di udine per coinvolgerlo nel progetto. luca Ferrazzoli, sindaco di cismon e presidente dell’unione Montana dei comuni della valbrenta, ha infine fatto propria l’iniziativa, che è stata quindi formalizzata. a differenza di viganella, dove lo specchio è stato installato a una distanza lineare di circa mille metri dal paese, il luogo individuato a primolano ne dista solo centocinquanta dalla piazza principale, con un notevole aumento dell’efficienza dell’impianto: uno specchio lineare che segue il movimento del sole grazie a un sistema computerizzato che permette di fornire energia solare in modo economico. il progetto si divide in due tempi: dapprima l’installazione di uno specchio lineare ai fini dell’illuminazione; in seguito la messa in opera di un secondo specchio concentratore, destinato alla produzione di carbone da biomassa.


Bergamotto e liquirizia, due primati mondiali

uNA vOCE DAl SuD

calaBria “Miniera di antichi sapori”

di Nino d’antonio nostro corrispondente da Napoli

Cedro, peperoncino piccante, clementina, nduja, fico dottato, cipolla di Tropea, capocollo: un elenco infinito, che ci invoglia a gustare tutte le specialità di una terra sorprendente. Segue dal numero precedente

d’altra parte àspros in greco vuol dire bianco. l’anarchia del territorio suggerisce pertanto di sezionare la regione in più fotogrammi. il primo è il pollino, che chiude l’appennino lucano. per i geografi è l’ultimo sistema con tracce glaciali. per il viaggiatore, invece, è terra dura, solitaria, spesso inaccessibile, e perciò del tutto integra. le altre immagini vanno dal tirreno al comprensorio della Magna Grecia. a partire da sibari e dalla sua piana. siamo nei confini della più goduriosa, raffinata e intrigante delle colonie greche. sulle mollezze dei sibariti e i fasti della loro vita - favoriti da un ambiente ricco di miniere di argento - c’è una copiosa letteratura. crotone la conquistò e la distrusse cinquecento anni prima di cristo. si vuole che i vincitori deviassero il corso del crati per sommergerne le rovine. oggi l’opera di bonifica ha realizzato cinquecento ettari di pianura. e qui - anche a volerne ignorare testimonianze e tracce - la grecità è presente al punto da diventare un tutt’uno con il paesaggio. e questo senza scomodare il suggestivo richiamo del tempio di Hera licinia o quello di apollo aleo, o ancora di pitagora e della sua scuola. Ma semplicemente facendo tappa a cirò e a Melissa, dove fra antiche pietre ha trovato casa da sempre l’ulivo e la vite. sparsi a piene mani - tanto da non farci più caso - i resti della civiltà greca hanno così perduto la loro severità, si sono fatti

Qui sopra vigneti di cirò lungo il mare. Sotto i titoli i Bronzi di riace, databili al v secolo a.c. e perfettamente conservati, costituiscono un vanto per l’intera regione. Nella foto il cosiddetto “Bronzo a”.

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familiari, domestici, quasi mortificati fra il tessuto dell’abitato e la vita di tutti i giorni. e fra questi resti, la terra è ricca di ortaggi, agrumi e vini generosi. dove il cirò finisce per esprimere l’intero territorio. come avviene per il cannonau in sardegna o il chianti in toscana. la calabria vanta oggi oltre mille ettari vitati e benché produca vini di tutto rispetto, sono destinati più all’estero che ai ristoranti del centro e Nord italia. un fenomeno dovuto all’incerta politica di promozione, che ha trascurato di puntare sul ricco patrimonio di vitigni autoctoni. se ne contano 159, quanti ne risultano cioè nel vigneto sperimentale creato da una nota azienda di cirò. e qui scatta una clamorosa scoperta, confortata dalle prove del dna e dalla puntuale ricerca dell’unità Genetica Molecolare di san Michele all’adige. roba da non credere! il sangiovese - base del chianti e di tanti vini - è figlio di vitigni calabresi, e precisamente del ciliegiolo e del Montenuovo, emigrati poi anche in campania. che dire? la scienza non mente. a contendere spazio e notorietà al vino (che non è solo il cirò, ma il Greco, il lametia, il savuto, lo scavigna, la Malvasia) c’è l’olio che - a differenza della vite - è già tutto nelle olive. c’è solo da estrarlo. un’operazione da fare

in tempi record, dalla brucatura (raccolta a mano) al frantoio. poi lavaggio e macinatura, un tempo con grosse ruote di pietra. oggi, l’estrazione dell’olio avviene con macchinari che operano successive centrifugazioni, senza che la pasta venga pressata. l’olio di calabria ha un profumo fruttato, un gusto appena amaro o amarognolo e pizzica in gola. una sensazione che tende a scomparire col tempo. “se non pizzica - ha detto l’uomo al frantoio - non è extravergine, oppure è piuttosto vecchio”. Ma in fatto di olio il primato spetta alla puglia, per cui vado alla ricerca di qualcosa che sia monopolio di questa terra. Ne individuo almeno sette - cedro,


peperoncino piccante, clementina, nduja, fico dottato, cipolla di tropea, capocollo - più due primati mondiali. Ma l’elenco di un orgoglioso calabrese rischia di non avere fine, a dispetto di qualche specialità (e penso al fico) presente anche in territori confinanti. passo così sulla costa del Medio tirreno, fra verbicano e santa Maria del cedro. che non a caso vanta la quasi totalità dei cedri italiani, più noti col nome di diamante, capitale indiscussa di quel peperoncino piccante, che qui ha dato luogo a una vera e propria accademia. il cedro è un grosso agrume con pochissimo succo e una scorza molto spessa. può pesare anche un paio di chili, e il suo pregio è tutto nel particolare profumo. citato nell’antico testamento come il frutto dell’albero più bello, è protagonista della Festa delle capanne, tipica del rituale religioso degli ebrei. di qui la periodica presenza a diamante dei rabbini provenienti dalle varie sinagoghe per scegliere i frutti più belli. al di là di questa presenza, i frutti sono destinati in gran parte ad essere canditi, vale a dire cotti più volte in sciroppo di zucchero, per impreziosire poi dolci famosi, come il panettone, lo zuccotto, la cassata. sempre lungo l’areale tirrenico, inseguo il Fico dottato di cosenza, celebrato già nel 1100 da Gioacchino da Fiore, un monaco che troverà posto nel paradiso di dante. l’assaggio è d’obbligo. polpa abbondante, semi piccolissimi. i fichi vengono farciti con una mandorla, coperti di cioccolato e passati in forno, dopo averli imbevuti di miele ricavato dai fichi stessi. Ma perché dottato? l’origine del nome è controversa, anche per la presenza di questo fico nel cilento (c’è un comune che si chiama ottati), il che non esclude una matrice latina, optatus, cioè “al momento giusto”.

in fatto d’insaccati, la calabria gareggia con le più accreditate regioni d’italia, emilia e veneto in testa. la soppressata, il salame e soprattutto il capocollo hanno una loro sicura identità. Grazie anche all’antica sapienza nel trattare la carne di maiale, fin dal tempo dei Bruzi, guerrieri di tutto rispetto che affrontarono i romani con l’appoggio di pirro, quel re dell’epiro che spaventò i legionari con i suoi elefanti. radici antichissime, quindi, che hanno tenuto in vita per secoli il rituale dell’uccisione del maiale. il coltello, affilatissimo, veniva impugnato dal capo famiglia e dal primogenito maschio, quale segno di continuità nel provvedere al mantenimento della famiglia. il capocollo è la parte anteriore del lombo, con il suo grasso. lavato con aceto, pressato, salato e aromatizzato con peperoncino, viene legato stretto e lasciato stagionare per circa un anno. per la Nduja e la cipolla di tropea, mi aspetta un pittore sulla costa ionica. si è fatto precedere da una mail che mi indica i confini in questione e mi dà qualche riferimento storico. la cipolla è giunta qui con i marinai fenici e da allora campeggia lungo il mare fino ad amantea e sulle terrazze di capo vaticano. e’ dolce, non pizzica, si può mangiare cruda, a morsi, come un pomodoro o un finocchio. Questo grazie a un più basso contenuto di zolfo (quello che fa lacrimare) e a uno più alto di zuccheri. per la nduja, ogni mio tentativo di saperne qualcosa senza ulteriori trasferimenti, è destinato a fallire. andiamo così alle pendici del monte paro, esattamente a spilinga, il paese che ha dato vita alla nduja. a vederla, pare un salame piccante, in effetti è un paté, da spalmare sul pane o da usare nei sughi per la pasta. il procedimento è dei più semplici. si sminuzza pancetta e lardo, poi peperoncino piccante

e sale. insaccato in un budello naturale, viene affumicato con legna aromatica e stagionato per circa sei mesi. la pasta da abbinare è la fileja, rigorosamente a mano e fresca di giornata. a pizzo, mi aspetta un gelato al cacao, ripieno di nocciola. siamo nelle terre della fucilazione di Murat, e io provo a sottrarmi alla lunga litania delle specialità locali. Ma la calabria vanta due primati mondiali, che ne hanno consacrato il nome nei secoli. il primo è il Bergamotto, l’agrume della costa di reggio affacciata sullo ionio. e’ una piccola arancia dal profumo particolare, che nasce da un’essenza della buccia. la destinazione è per i laboratori di tutto il mondo, perché insostituibile nell’alchimia dei profumi. il secondo primato riguarda invece la liquirizia, ricavata da pianticelle da non coltivare, bensì da estirpare con forza. la regione è leader da oltre mille anni di questo prodotto, peraltro già noto nella medicina dell’egitto faraonico. la calabria continua a sorprendermi. e l’amico pittore rincara la dose: “Non basta girare per i paesi. dovresti entrare nelle case. Qui ogni famiglia è una miniera di antichi sapori…”.

Qui sopra, da sinistra verso destra una suggestiva veduta aerea di tropea. il castello aragonese di reggio calabria, simboli per eccellenza della città. In alto le castella a isola di capo rizzuto. Sotto Bergamotti e peperoncini: due vanti della calabria.

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E’ la prima donna alla guida degli amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano...

di elisa Minchio

Presidente del prestigioso sodalizio culturale, intende seguire il solco di una tradizione solida e affermata, ma anche incrementarne la comunicazione e coinvolgere maggiormente i giovani.

Sotto, da sinistra verso destra raffaella Mocellin, neopresidente dell’Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano, nel chiostro di san Francesco e con il presidente onorario oscar Ganzina.

PROFIlI

raFFaella MocelliN come prima, più di prima dallo scorso 11 maggio raffaella Mocellin è il nuovo presidente dell’Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano: una carica importante, che la vede al vertice di uno dei sodalizi più autorevoli e blasonati della città. laureata in lettere a padova nel 2003 con indirizzo storico-artistico, è anche vicepresidente e program director del locale soroptimist club. insegnante, è iscritta all’associazione dal 2004; da nove anni è membro del consiglio direttivo. “sono entrata a far parte degli Amici dei Musei e dei Monumenti -ci racconta- a seguito della bella esperienza vissuta all’epoca della mostra di canova (organizzata durante l’assessorato di Giorgio pegoraro), quando ho partecipato all’evento in veste di guida. e’ stato proprio in quella circostanza infatti che, assieme a un gruppo di amici, abbiamo dato vita alla Sezione Giovani dell’associazione. come spesso accade in questi casi, poco a poco il livello di coinvolgimento è cresciuto, portandomi a collaborare sempre più con il Museo: nel 2007 ancora come guida, in occasione della mostra Il meraviglioso e la gloria, e nel 2012 tenendo invece due delle quattro conferenze introduttive alla mostra Novecento italiano. Passione e collezionismo”. dal 2014 al 2015 raffaella Mocellin ha svolto un tirocinio formativo in Museo, curando

l’organizzazione delle rassegne in chiesetta dell’angelo; mentre, nel 2016, ha terminato l’iter di specializzazione post lauream a padova. “Negli anni trascorsi in seno al consiglio direttivo ho appreso davvero molto, grazie anche alla memoria storica dei componenti che è fortissima. per questo motivo avverto tutta la responsabilità dell’incarico e intendo muovermi nel solco della tradizione; che è salda e riconosciuta, ma purtroppo poco nota. uno dei punti del mio programma, al quale tengo molto, verte proprio sulla necessità di implementare la comunicazione per diffondere quanto facciamo. Non si tratta infatti solamente dell’attività connessa alle gite sociali, ma anche e soprattutto di quella legata alle notevoli opportunità culturali che offriamo gratuitamente alla città, con conferenze e incontri aperti al pubblico, sempre animati da relatori di spicco, restauri e nuove acquisizioni che vanno a integrare ogni anno il patrimonio museale: basti citare lo splendido centrotavola di Giovanni volpato. Naturalmente preciso che abbiamo un sito e una pagina Facebook che potenzieremo, unitamente ad altri mezzi, per raggiungere questo obiettivo. e poi cercheremo di coinvolgere maggiormente le generazioni più giovani dei nostri oltre trecento iscritti. una formula molto valida in questo senso,

inaugurata dal mio predecessore oscar Ganzina (che ora è presidente onorario dell’associazione), è quella di invitare a collaborare con noi giovani studiosi e ricercatori, tenendo conferenze e partecipando alla realizzazione del Notiziario, il nostro qualificatissimo organo di stampa (il cui prossimo numero uscirà in autunno). dulcis in fundo, ma questo è scontato, la salda e amichevole presenza a fianco della direzione del Museo: con chiara casarin abbiamo infatti già in corso varie attività che ci coinvolgono. credo nel lavoro d’équipe e sono certa che tutti i consiglieri sapranno validamente lavorare al mio fianco”. due parole anche con il presidente onorario oscar Ganzina, reduce da una lunga stagione di successi: “con soddisfazione posso passare il testimone a raffaella (primo presidente donna dell’associazione), persona preparata e in grado di guidare con competenza gli Amici. il sodalizio gode infatti di buona salute e sono convinto che anche con questo nuovo mandato i risultati saranno più che lusinghieri”.

Il CONSIGlIO DIRETTIvO Presidente onorario oscar Ganzina Presidente raffaella Mocellin Vicepresidente alberto Bordignon Consiglieri livia alberton vinco da sesso Flavia casagranda Maurizio sammartini paolo sartori arianna tassotti Michela zonta Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano del Grappa Via Museo, 6 - Bassano Tel. 0424 525889 info@amicimuseibassano.it www.amicimuseibassano.it Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano del Grappa

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In mostra alla Galleria Civica fino al 2 settembre

ART NEWS

paiNtiNGs

di chiara casarin Direttore dei Musei Civici di Bassano del Grappa

percorsi nella pittura contemporanea da una collezione privata

Suddivise in due macrotemi, il paesaggio e il ritratto, le opere esposte provengono tutte dalla collezione di Antonio Menon e costituiscono il simbolo generazionale di un’evoluzione e di una ricerca che finirà nei libri di storia dell’arte...

Mai visti, mai esposti eppure così preziosi… i dipinti della collezione Menon sono un corpus molto ben definito. Hanno un fil rouge che li caratterizza tutti come elementi di uno stesso insieme. Molti artisti, più e meno affermati, alle prese con quello che è stato definito il più difficile degli strumenti contemporanei, la pittura, e con un linguaggio che nel corso dell’ultimo secolo è stato lentamente abbandonato per rivelarsi, solo di recente, come quello più sfidante, il figurativo. se il Museo civico rappresenta

Qui sopra saturno Buttò, Ritratto di Angela, olio su tavola, 2016. collezione antonio Menon.

MuSEI CIvICI BASSANO DEl GRAPPA Tel. 0424 519919 www.museibassano.it/

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e custodisce i beni culturali e artistici del territorio non può e non deve dimenticare l’importanza dei patrimoni privati che, senza minor rilievo, si configurano come “spie” di grandissimo interesse culturale. e per i musei il lavoro più importante è quello di farsi strumento di conoscenza e condivisione. una collezione privata ospitata nelle sedi istituzionali della cultura cittadina è dunque un primo passo verso la mappatura delle grandi opere presenti sul territorio rendendole disponibili allo sguardo, per una volta, di tutti. Fare il collezionista oggi è molto simile e al contempo molto diverso da quello che era in passato il ruolo del mecenate. da un lato l’attività di supporto alla produzione artistica, con commissioni dirette e sostegno economico, è ed è sempre stata uno dei principali motori di crescita degli autori e delle loro scuole. dall’altro negli ultimi decenni il collezionista è entrato sempre più nel merito curatoriale della produzione espositiva contribuendo come di rado succedeva prima del Novecento alla realizzazione di importanti momenti di condivisione pubblica. le maggiori collezioni dei musei di tutto il mondo, come anche quelle dei Musei civici di Bassano del Grappa, si fondano su lasciti di corpus da collezioni e, oggi

come in passato, la stretta di mano tra pubblico e privato è dovuta allo scambio di ruoli e competenze, di possibilità e missioni tra le istituzioni e le volontà del singolo. antonio Menon, bassanese d’adozione, padre della collezione proposta in Paintings, da anni si fa guidare da un istinto ben delineato nella scelta delle opere e questo atteggiamento traspare nitido e incisivo mentre si scorrono con lo sguardo le opere da lui raccolte. principalmente suddivise in due macrotemi, il paesaggio e il ritratto, le opere di pittura offrono uno scenario prezioso per la sua unicità e diventano simbolo generazionale di un’evoluzione e di una ricerca che finirà nei libri di storia dell’arte. Non solo del territorio. Artisti in mostra

Giorgio albertini, paul Beel, Greta Bisandola, danilo Buccella, alessandro Busci, saturno Buttò, angelo davoli, david de Biasio, Giovanni Frangi, ettore Frani, Giovanni Gasparro, alfio Giurato, Jonathan Guaitamacchi, Federico Guida, Maurizio l’altrella, Magdalena lamri, andrea Martinelli, Matteo Massagrande, Harding Meyer, tommaso ottieri, sergio padovani, alessandro papetti, Marco petrus, luca pignatelli, alejandro Quincoces, Mauro reggio, Filippo robboni, eric serafini, chiara sorgato, Marco tamburro, Walter trecchi, santiago Ydanez.


In mostra alla Torre delle Grazie, fino al 26 luglio

ART NEWS TWO

GiorGia FiNcato archeologia del tempo segno e vuoto in movimento

di chiara casarin Direttore dei Musei Civici di Bassano del Grappa

Restituita alla cittadinanza attraverso un programma di esposizioni personali di giovani artisti del territorio, la storica struttura medievale (recentemente restaurata) inizia una nuova vita con la mostra della bassanese Giorgia Fincato.

la torre delle Grazie, che accoglie chi entra a Bassano percorrendo viale dei Martiri e che si volge da quell’angolo di mura cittadine al magnifico panorama a nord verso le vallate e le montagne, viene ora restituita alla cittadinanza attraverso un programma di esposizioni personali di giovani artisti del territorio. un luogo d’elezione dove troveranno spazio le ricerche più interessanti dei futuri talenti, dove gli ambienti sono a disposizione di chi lavora alla propria ricerca artistica con dedizione e ininterrotta passione e che è cresciuto respirando le tradizioni locali. a inaugurare questo nuovo format, che si affianca a quello della presentazione nel chiostro del Museo civico di grandi installazioni, sarà Giorgia Fincato (Bassano del Grappa, 1982) con una personale in cui vengono allestiti i suoi lavori più emblematici, più ricorrenti di tutta la sua produzione artistica:

disegni, collage, installazioni e progetti urbani. se mi venisse chiesto quale è il soggetto della ricerca artistica della Fincato, risponderei senza esitazione che il grande protagonista è il tempo. il tempo indagato non tanto in chiave filosofica quanto in quella materiale, archeologica e, se ci è concesso, quella biologica. la sua attività ruota attorno allo scorrere delle lancette molto più che intorno ad altro: i suoi disegni finiscono solo quando l’artista esaurisce il tempo per realizzarli o quando la penna non scrive più. una linea continua, senza mai staccare la penna dal foglio, crea panorami profondi, figure illegittime, percorsi tortuosi. le sue installazioni sono composte di oggetti, così come li vediamo esposti, che sono stati trovati in determinati condizioni a causa del tempo che vi è passato sopra e dentro. la ruggine, un filone dominante nella sua

ricerca, è il più semplice dei segni del tempo, la firma dell’inevitabile fluire degli anni sulle cose. tempo è richiesto per fare, tempo è necessario per osservare, tempo è ciò che serve per trovare le chiavi che conducono alla lettura del suo lavoro in modo complessivo. un’archeologa in senso lato, la Fincato, che piano piano scava dentro di sé e dentro di noi per tirare fuori dinamiche dominanti del pensiero umano, per condurre lungo la via della comprensione dei segni e di cosa vi si pone tridimensionalmente tra loro: il vuoto. “collezionare è esplorare. Mettere in ordine è capire” sostiene l’artista rivelando parte di quello che è in mostra: serie di oggetti trovati lungo un coerente cammino artistico riposizionati sulla base di quello che ora dicono, di ciò a cui ora alludono dopo essere stati per -troppotempo dimenticati.

Sopra, da sinistra verso destra Giorgia Fincato, Senza titolo, collage su carta, 2015. Giorgia Fincato, Onde gravitazionali, china su carta, 2016.

MuSEI CIvICI BASSANO DEl GRAPPA Tel. 0424 519919 www.museibassano.it

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Una Guida per scoprire un territorio... oltre la Pala

IN vETRINA

terre di GiorGioNe

di antonio Minchio Fotografie: Maurizio sartoretto, renato vettorato

Quello che nel 2013 era un innovativo progetto di “Distretto culturale” (il secondo in Italia), concepito per promuovere le bellezze di Castelfranco Veneto e del suo territorio, prosegue oggi con una veste diversa ma sempre secondo la logica di una visione ampia e illuminata.

lo dicono gli stessi esperti di settore: il futuro del turismo, in italia, sta nella scoperta dei suoi territori. le grandi città hanno già dato. Negli ultimi anni stanno infatti sorgendo sempre più intese di sistema tra amministrazioni locali, proiettate nel mondo. il più bell’esempio viene dal piemonte, con la promozione dei “paesaggi vitivinicoli di langhe-roero e Monferrato” divenuti nel 2014 patrimonio dell’umanità per l’unesco. i primi dati sono lusinghieri. in una regione che, soprattutto dopo le olimpiadi invernali del 2006, ha registrato un massiccio incremento di presenze turistiche, in soli due anni la promozione dell’unesco ha già innescato ritmi di crescita doppi. in altre realtà nazionali si stanno imponendo i cosiddetti “distretti culturali”: il primo è sorto in lombardia, “le terre di Franciacorta”; il secondo nel

Sopra, dall’alto verso il basso piazza Giorgione a castelfranco. la copertina della Guida, iniziativa legata al progetto Terre di Giorgione. Sotto, dall’alto verso il basso Giancarlo saran: sua la maggior parte dei testi della pubblicazione. il duomo di castelfranco.

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veneto, nel 2013, ovvero “le terre di Giorgione”, nato per volontà dell’allora assessore alla cultura di castelfranco Giancarlo saran. poi, come avviene nelle vicende della vita, qualche meccanismo dell’ingranaggio si è inceppato; tuttavia, grazie anche a un’iniziativa partita da editrice artistica, pur con un veste diversa il progetto ha proseguito la sua strada, sotto forma di Guida turistica. Castelfranco Veneto e le Terre di Giorgione è una pubblicazione, agile e facile da consultare: giunta quest’anno alla seconda edizione e tirata in diecimila copie a distribuzione gratuita, è stata sostenuta dalle sole forze degli inserzionisti, senza interventi pubblici. “Quello di Giorgione è un brand forte, una calamita che attrae ma non trattiene”: questo il concetto di fondo di Giancarlo saran, che ha collaborato attivamente alla realizzazione della guida ed è

anche autore della maggior parte dei testi. “tuttavia -prosegue saran- se facciamo passare l’idea che in città e nel territorio c’è una concentrazione di bellezze come in pochi altri luoghi, il concetto può fortunatamente cambiare. e in meglio”. ecco allora che castelfranco diviene un luogo di eccellenza di epoche diverse: medioevale, con le sue mura; rinascimentale, con l’unicità di Giorgione (e con importanti testimonianze di paolo veronese e della sua scuola); illuministica, in primis con il teatro accademico e il duomo, entrambe opere da Francesco Maria preti. per non parlare, poi, dello splendore tardo romantico del compendio villa e parco revedin Bolasco, oggetto di un recente restauro con fondi europei. “a questo -prosegue saran- si aggiungono le ville d’epoca, delle quali tre sono palladiane, patrimonio unesco dell’umanità. ricordo infine due percorsi naturalistici, il parco del sile e il sentiero degli ezzelini, e un piccolo ma intrigante circuito dei luoghi del sacro, a partire dalla casetta natale di papa pio X, a riese. i tesori delle Terre di Giorgione sono davvero molti. per scoprirli vi invito perciò a sfogliare la guida. e’ disponibile anche a Bassano. Naturalmente in attesa della terza edizione, che sarà ancora più ricca!”.


vISITA AllA CITTA’ Visiting the City 1) CHIESETTA DEll’ANGElO progettata dall’architetto zaccaria Bricito risale al 1655. la pianta è ovale. Felicemente restaurata, è sede di mostre e concerti. 1) lITTlE CHuRCH OF THE ANGEl project by architect zaccaria Bricito in 1655. it was built in an oval shape. recently restored, it is now open for concerts and exhibitions. 2) GlARDINI PAROlINI l’orto botanico, realizzato dal naturalista alberto parolini, risale al secolo XiX. ricco di specie rare è ora parco pubblico e ospita manifestazioni. 2) PAROlINI GARDENS the botanic garden was created in the last century by naturalist alberto parolini. it contains rare species. donated to the city, it was trasformed into a public park. it hosts open air exhibitions and shows. 3) MuNICIPIO e’ sede del comune. la loggia presenta gli stemmi dei primi 120 podestà. l’affresco con San Cristoforo è del ’500. singolare il grande orologio con i segni zodiacali. 3) TOWN-HAll in the loggia are the fescoe of the coat of arms of the first 120 mayors. afrescoe of S. Christopher dates back to ’500. a singular wall clock shows the zodiac signs, the building holds the city offices.

4) MuSEO ospita una pinacoteca di valore con tele dei dal ponte, gessi e sculture di canova, incisioni di dürer. pregevole la sezione archeologica. annessa è la Biblioteca civica. 4) MuSEuM it hosts a painting collection of great value by artists such as the da ponte, chalks and sculptures by canova and engravings by durer. the archeologic section is of great value. the annex museum contains the civic library. 5) PAlAzzO AGOSTINEllI ospita mostre e rassegne artistiche. sulla facciata, in una nicchia, un affresco di Madonna con Bambino della seconda metà del ’400. 5) AGOSTINEllI PAlACE it belongs to the city and hosts art shows and exbits. on its front wall can be seen a niche with a ’400 frescoe of Madonna and Child. 6) PAlAzzO BONAGuRO del ’500, è stato rimaneggiato nel secolo successivo. ospita mostre e rassegne d’artigianato. il pianterreno è completamente affrescato. 6) BONAGuRO PAlACE Built in ’500, it was remodeled in the following century. it is a comunal show-place for artifacts exhibitions. the ground floor is totally frescoed. 7) PAlAzzO PRETORIO risale alla seconda metà del ’200 e dal 1315 è stato residenza dei podestà. (scala esterna del 1552). 7) PREATORIAN PAlACE Built in the second half of ’200, it was elected residence ot the Mayor since 1315 and was later turned into the seat of the comunal council. the outside stairway was built in 1552.

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8) PAlAzzO STuRM costruito nel ’700, ospita il Museo della ceramica. all’interno affreschi di G. anselmi, databili al 1785, e tempere di G. zompini. 8) STuRM PAlACE Built in ’700, the palace now hosts an important ceramics Museum. inside are frescoes by G. anselmo, dated 1785, and temperas by G. zompini. 9) PARCO RAGAzzl DEl ‘99 inaugurato nel 1973. al centro del parco sorge il monumento ai ragazzi del ’99. 9) PARK OF THE BOYS OF ‘99 inaugurated in 1973. in its center rises the monument dedicated to the Boys of ’99. 10) PIAzzOTTO MONTEvECCHIO la piazza maggiore della città nel ’200 e nel ’300. sulla facciata del Monte di pietà è infisso il primo stemma di Bassano con la torre e i leoni rampanti. 10) MONTEvECCHIO SQuARE it was the main square in ’200 and ’300. on the facade of the “Monte di pietà” can be seen the first Bassano coat of arms with the tower and two lions. 11) PONTE DEGlI AlPlNI È il monumento più famoso di Bassano. risale al Xii secolo. la forma attuale è del palladio (1570). distrutto più volte dal fiume in piena e da eventi bellici fu sempre ricostruito nella forma originaria. 11) AlPINI BRIDGE the most famous monument in Bassano. Built in the 12th century. its actual shape is by palladio (1570). destroyed at various times by floods and war actions, it has always been rebuilt in its precise original form. 12) PORTA DEllE GRAzIE risale al 1300. Fu risistemata nel 1560 dal bassanese zamberlan. a fianco si trova la chiesetta delle Grazie (fine ’400) con pregevoli affreschi. 12) GATE OF THE GRACES Built in 1300. it was later adjusted in 1560 by zamberlan of Bassano. once through the Gate, on the left, can be seen the small Grace church (end ’400) with precious frescoes. 13) PORTA DIEDA venne inserita nella torre del castello dei Berri (del ’300) nel 1541. Belli gli affreschi sul lato sud. 13) DlEDA GATE the gate was opened into the tower of Berri castle (built in ’300) in 1541. 14) SAN DONATO Fondata nel 1208 da ezzelino il Monaco. ospita una pala di Francesco dal ponte il vecchio. 14) SAN DONATO CHuRCH Founded in 1208 by ezzelino the Monk. it contains a pala by Francesco dal ponte the elder. 15) SAN FRANCESCO costruita tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300. interno a una navata. il protiro (1306) protegge il portale e l’affresco della Madonna e Bambino di luca Martinelli. 15) CHuRCH OF SAN FRANCESCO Built at the end of 1200 and early 1300. it is shaped with a single aisle. the entrance porch (1306) protects the portal and a frescoe of Madonna and Child by luca Martinelli. 16) SAN GIOvANNI di origine trecentesca, venne trasformata (1747-1785) dall’architetto Giovanni Miazzi. dipinti di Maggiotto, scajaro e vanzo Mercante. sculture di orazio Marinali. 16) CHuRCH OF SAINT JOHN its oridns date back to 1300. it was restructured from 1747 to 1785 by architect Giovanni Miazzi. inside can be seen paintlngs by Maggiotto, scajaro and vanzo Mercante. sculptures by 0. Marinali. 17) S. MARIA IN COllE l’antica pieve risale a prima del 1000. attorno a essa sorse il primo nucleo della città. all’interno due pale di leandro dal ponte e un interessante crocifisso ligneo. 17) CHuRCH S. MARIA IN COllE the ancient sanctuary was erected before 1000. around it was built the first nucleous of the town of Bassano. in its interior can be seen two paintings by leandro dal ponte and a wooden crucifix of great interest. 18) TEATRO ASTRA l’ex teatro sociale, neoclassico, progettato nel 1802 dall’architetto Bauto, è stato trasformato nel 1949 in sala cinematografica e teatrale. 18) ASTRA THEATRE ex social theatre project of 1802 by architect Bauto, it was transformed in 1949 into a theatre and hall. 19) TEMPIO OSSARIO raccoglie le spoglie di oltre 5400 caduti nella prima Guerra Mondiale. cominciato nel 1908 come nuova cattedrale, fu trasformato in tempio ossario nel 1934. 19) OSSARIO TEMPlE Holds the spoils of over 5400 soldiers fallen during First World War. erection was begun in 1908 as a new cathedral for the town. it was transformed into a burial temple in 1934. 20) TORRE CIvICA eretta tra il ’200 e il ’300 durante il dominio padovano è alta 43 metri. la merlatura e le finestre ad arco acuto sono state aggiunte nel 1823 dall’architetto Gaidon. 20) CIvIC TOWER Built between ’200 and ’300 under the dominion of padua. 43 metres tall, the battlement and sharp angle windows were added in 1823 by architect Gaidon.


INDIRIzzI uTIlI

PRONTO INTERvENTO

CROCE ROSSA

SOCCORSO Dl EMERGENzA 113

I.A.T. INFORMAzIONI E ACCOGlIENzA TuRISTICA - Bassano del Grappa piazza Garibaldi, 34 0424 519917

PRONTO SOCCORSO CARABINIERI pronto intervento comando compagnia

118 112 0424 527600

CORPO FORESTAlE pronto intervento 1515 via trentino, 9 0424 504358 GuARDIA DI FINANzA via Maello, 15 0424 34555

in collaborazione con Ufficio Relazioni con il Pubblico comune di Bassano del Grappa via Matteotti, 35 - tel. 0424 519555

POlIzIA DI STATO v.le pecori Giraldi, 56

0424 507911

POlIzIA lOCAlE via J. vittorelli, 30

0424 519404

POlIzIA STRADAlE via ca’ rezzonico, 14 0424 216611 vIGIlI DEl FuOCO 115 via ca’ Baroncello 0424 228270 SERvIzI PuBBlICI AGENzIA DEllE ENTRATE via M. ricci, 8 - 1° p. 0444 046246 Pubblicità immobiliare (conservatoria) via M. ricci, 8 - p. t. 0444 650973

I MuSEI DI BASSANO Museo Civico Fra i più antichi del veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro il palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

ARCHIvIO Dl STATO via Beata Giovanna, 58 0424 524890 Az. ulSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” via dei lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 u.R.P. 0424 888556/7 Consultorio familiare via Mons. Negrin 0424 885191

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0424 529302

Il GIORNAlE Dl vICENzA largo corona d’ltalia, 3 0424 528711

PAlAzzO BONAGuRO via angarano 0424 502923 MuSEO DEGlI AlPINI via angarano, 2 0424 503662 MuSEO DEI CAPPuCCINI via san sebastiano, 42 0424 523814

0424 217411

MuSEO DEll’AuTOMOBIlE “l. BONFANTI-vIMAR” romano d’ezzelino 0424 513746

I.N.P.S. via c. colombo, 70/94 0424 887411

MuSEO HEMINGWAY via ca’ erizzo, 35 0424 529035

MuNICIPIO via Matteotti, 35 u.R.P. via Matteotti, 35

FARMACIE

I.N.A.I.l. via o. Marinali, 79

0424 519110 0424 519555

INFORMAGIOvANI e CITTA’ piazzale trento 9/a 0424 519165 POSTE E TElECOMuNICAzIONI piazza paolo vi, 2 0424 213230 via angarano, 149 0424 503926 via passalacqua, 70 0424 513112 PRO BASSANO via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTEllO IMMIGRATI via verci, 33 0424 526437 TRIBuNAlE DI vICENzA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa via o. Marinali, 32 0424 528424 ARTE E CulTuRA MuSEO CIvICO - BIBlIOTECA piazza Garibaldi, 34 0424 519901 MuSEO CERAMICA - REMONDINI palazzo sturm 0424 519940

CAMERA Dl COMMERCIO largo parolini, 7 0424 220443

CHIESETTA DEll’ANGElO via roma, 80 0424 227303

CENTRI PER l’IMPIEGO largo parolini, 82 0424 529581

PAlAzzO AGOSTINEllI via Barbieri 0424 519945

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINEllI via del cristo, 96 0424 523195 20/07-22/07 09/08-11/08 29/08-31/08 AllE DuE COlONNE via roma, 11 0424 522412 02/07-04/07 22/07-24/07 11/08-13/08 AllE GRAzIE via passalacqua, 10/a 0424 35435 04/07-06/07 24/07-26/07 13/08-15/08 CARPENEDO piazza Garibaldi, 13 0424 522325 10/07-12/07 30/07-01/08 19/08-21/08 COMuNAlE 1 via ca’ dolfin, 50 0424 527811 14/07-16/07 03/08-05/08 23/08-25/08 COMuNAlE 2 via ca’ Baroncello, 60 0424 34882 12/07-14/07 01/08-03/08 21/08-23/08 DAll’OGlIO piazza libertà, 40 0424 522223 08/07-10/07 28/07-30/07 17/08-19/08 PIzzI via J. da ponte, 76 0424 523669 18/07-20/07 07/08-09/08 27/08-29/08 POzzI via scalabrini, 102 0424 503649 16/07-18/07 05/08-07/08 25/08-27/08 TRE PONTI via vicenza, 85 0424 502102 06/07-08/07 26/07-28/07 15/08-17/08


Dal 1971 è una figura di riferimento in piazzotto Montevecchio

PERSONAGGI

erio carraro un’edicola nel cuore

di andrea Gastner

E’ amato dai bassanesi per il sorriso sulle labbra con il quale accoglie sempre chi si ferma ad acquistare il giornale. Persona positiva, esercita un mestiere che gli è entrato nel sangue.

c’è un’edicola in centro città, è situata nella piazza degli zoccoli, vicino all’antico Monte di pietà e a poche centinaia di metri dal ponte degli alpini. chi la gestisce è conosciuto dalla stragrande maggioranza dei bassanesi, ma anche le persone che vanno ad acquistare un quotidiano o un settimanale per la prima volta rimangono colpiti dalla grande affabilità e dalla cortesia che trasmette l’uomo circondato da giornali di ogni tipo. parliamo di erio carraro: per tutti quelli che lo conoscono basta solo il nome, erio appunto. Fare l’edicolante è un mestiere che pone chi lo esercita a contatto con la gente in un continuo via vai, giorno dopo giorno, costante nel tempo. davanti all’edicola di solito

Qui sopra erio carraro davanti alla sua edicola in piazzotto Montevecchio. In alto, foto grande l’angolo nord-orientale dell’antica piazza degli zoccoli.

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si presentano quasi sempre le stesse persone, gli stessi volti e con il tempo nasce una sorta di confidenza rituale, un appuntamento al quale non si può rinunciare; specialmente se chi è preposto alla vendita dei giornali (quotidiani, settimanali, mensili e non solo), ha il dono di saperti accogliere con il sorriso sulle labbra e una battuta positiva, alla quale non si può che ribattere con lo stesso tono. erio esercita un mestiere che gli è entrato nel sangue; lo fa, oltre che per vivere, per passione. ed erio trasmette questa passione anche a chi si ferma magari solo per qualche minuto. “iniziare quest’attività -ci conferma con un sorriso accattivante- non è stato facile. Nel ’71 ho prelevato l’edicola da una zia che la gestiva

da anni e che intendeva cederla. all’inizio mi perdevo fra tutti quei giornali. e poi c’erano gli orari: dalle dieci e più ore al giorno, una faticaccia, insomma! in seguito, devo dire, che ho avuto anche qualche bella soddisfazione. ricordo per esempio che, dopo essermi fatto le ossa, potevo già contare su parecchi amici. alla sera, terminato il lavoro, mi invitavano a bere la classica ombretta. eravamo vicini a Natale, quell’anno (non ricordo quale), e avevo notato che da un po’ di tempo i ragazzi mi avevano convinto a seguirli in un altro bar, un po’ più distante dall’edicola. lì per lì non ci feci caso. passarono i giorni, giunse la fatidica vigilia di Natale. ricordo che all’una chiusi baracca e burattini andandomene a casa. Quel pomeriggio, quando tornai sui miei passi per riprendere il lavoro, entrando in piazzotto trovai ad accogliermi un sacco di gente; vedendomi, tutti cominciarono ad applaudire. Mi avvicinai stupito all’edicola e, grande sorpresa!, la scoprii tappezzata da pannelli con molti disegni di Gino pistorello: un piccolo capolavoro. Mi spiegarono poi che avevano preso le misure dei pannelli proprio in quelle sere in cui andavamo a bere lontano dal piazzotto. e’ stato un bellissimo regalo, un pacco natalizio mai visto: un giorno che non dimenticherò mai, questo è certo!”.


OSPITAlITA’ a Bassano e dintorni lO SCORRERE DEllA vITA nelle poesie di Gino Pistorello Riflessioni malinconiche e profonde sul fluire del tempo e sul senso stesso della nostra esistenza: ritroviamole in questi versi del poeta con il desiderio di fermarci, almeno per un istante, a meditare...

LA VITA COME ’NA MASENA Dal giorno che se nasse ’a se sgrenze, cussì come ’na piera, ’na masena da sorgo de mulin, che gira sempre intorno finché se frua i denti e po’ i la buta via sta piera lustra, straca consumà dal saore del sole (i la buta) sora l’erba del prà. sopra: una pietra da macina di un frantoio di epoca romana.

SONO VENUTO Sono venuto a sedermi qui sullo sperone di roccia dove l’ansa del fiume sembra un occhio tremulo perennemente accarezzato dal vento. Le mie parole sono rimaste sui sassi del fiume e l’acqua le leviga lentamente e le porta al mare. Smarrite cose io vi ritrovo oggi nel grigio di un giorno senza nome. Ho scritto sui tuoi sassi con la cenere addio.

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RISTORAzIONE a Bassano e dintorni

ALPINISTA Tu ài conosciuto le grandi cime da dove Iddio crea la luce e le nubi e la musica verde dei grandi boschi e dei pascoli. Ti sei arrampicato nel vuoto per conoscere il cielo. Sopra: ottorino tassello, L’alpinista, disegno a china, 1999.

TRAMONTO Eco rossa della lunga voce di un giorno d’estate. Una rondine smaltisce la sua sbornia di sole sul ricamo arrugginito d’un poggiolo. I nostri passi si fermano ad aspettare la notte col nero velluto di morte amorosa. S’è accesa adesso la luce sulla collina.

Un dono prezioso, un volume che NON può mancare nelle case dei bassanesi! I testi qui pubblicati sono tratti dal volume Io, Gino. Poesie edite e inedite (pagg. 272 - euro 18,00), EAB, 2009.

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Bassano News  

Luglio/Agosto 2017

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