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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’ SETTEMBRE / OTTOBRE 2021

E SERVIZIO


SOMMARIO Copertina Disegni e foto originali della Scuola Materna di Crosara a Marostica, edificio bioclimatico realizzato da Sergio Los nel 1972 (pag. 5).

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVII - n. 190 Settembre/Ottobre 2021 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ’94

Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio, Antonio Minchio, Chiara Favero Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa F. Abbruzzese, R.C. Avanzo, A. Baggio, F. Bicego, M. Bizzotto, A. Calzolato, C. Caramanna, F. Coretti, A. Faccio, C. Ferronato, G. Giolo, B. Guidi, S. Los, A. Martinato, C. Mogentale, S. Mossolin, F. Naglieri, J. Parini, U. Patuzzi, P. Pedersini, N. Pulitzer, F.A. Rossi, O. Schiavon, M. Zonta Corrispondenti Erica Schöfer (dalla Toscana) Stampa CPEsse - Castelfranco Veneto (TV) Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it

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p. 5 - Gens bassia La scuola materna a Crosara di Marostica p. 8 - Sorprese Jacopo Bassano metafisico p. 10 - Pianeta Casa Le novità del Decreto “Sostegni” p. 12 - I nostri tesori Marinali in Santa Maria in Colle: avanti tutta! p. 14 - Amici libri Dalla toponomastica agli esercizi: due nuovi libri sulla lingua cimbra p. 16 - Il rapporto Il Museo del Duomo di Cittadella p. 18 - La lezione del passato La rivoluzione degli schiavi p. 20 - Focus “Far parlare” l’opera d’arte p. 22 - Afflatus L’intervento neuropsicologico e psicoeducativo nei disturbi del neurosviluppo p. 25 - Proposte Il fuoco nel pineto p. 26 - Reflex Il Malgaro, ostinata passione p. 28 - Art News Micaela Bizzotto. L’altro modo di dipingere p. 30 - Sì, viaggiare La Costa dei Trabocchi p. 32 - Renaissance Elba, “Isola della tranquillità” di Napoleone

p. 34 - Artigiani Il Mandamento di Bassano premia le aziende con trent’anni d’iscrizione p. 36 - Punctum dolens Jacopo Parini: “Quelle opere non le ha fatte nostro padre” p. 38 - Eventi San Giovanni si apre alla città per eventi culturali e concerti p. 40 - Il Cenacolo Memorie di neve lontana... p. 43 - Esercizi di stile Questione di fair play p. 44 - Le terre del vino I vini dell’Abruzzo e del Molise (1) p. 47 - Restituzioni Sorprese inaspettate dal restauro del Crocifisso “misterioso” p. 48 - Prospettive Cartoline addio! p. 51 - Personaggi Barbara Guidi. Ripartire dalle basi per il rilancio del patrimonio museale p. 52 - Memorie La nascita del culto dei Caduti e del Milite Ignoto p. 54 - Gustus Made in Malga. Sapori d’alta quota p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Ars culinaria Gli asparagi di Catina p. 61 - Animalia Villa Angaran San Giuseppe: un’oasi aperta a tutti

Sopra al sommario, da sinistra Orazio Marinali, Angelo di destra. Bassano, Santa Maria in Colle. Già alle prime indagini di pulitura sono risultate evidenti le molte fessurazioni: concreto il rischio di distacco di diverse parti, con la conseguente esplosione della pietra e il pericolo per chi sosta sotto l’altare. Servizio di Claudia Caramanna a pag. 12 (ph. Laboratorio Artemisia). La serra della Scuola di Crosara, vista da ovest. Saggio di Sergio Los a pag. 5 (ph. Pietro Los). Sotto A colloquio con la dott. Barbara Guidi, direttore scientifico dei Musei Civici di Bassano (pag. 51).

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Primo esempio di architettura bioclimatica in Italia (e non solo)

LA SCUOLA MATERNA A CROSARA DI MAROSTICA

GENS BASSIA

di Sergio Los Università IUAV di Venezia

Una ‘transizione ecologica’ iniziata nel 1972

1972-1976 Progetto architettonico Prof. arch. Sergio Los con arch. Natasha Pulitzer Strutture DDLL Ing. Sebastiano Petucco Impianti Prof. ing. Luca Bertolini, Politecnico di Milano, consulente della Zanussi spa

Monitorata negli anni ’80 dal PFE/CNR, è stata selezionata dall’UE tra i progetti dimostrativi più interessanti in Europa. Oggi è quasi irriconoscibile, alterata da inadeguate manutenzioni.

Quando arriva l’incarico per la scuola materna a Crosara di Marostica, ho già elaborato una tipologia situata in paesaggi terrazzati che ricorda tanti altri progetti, in particolare Casa Tabarelli a Cornaiano, Bolzano. Ho già fatto 7 anni di collaborazione con Carlo Scarpa, da 5 sono professore allo IUAV e da 8 ho costruito la scuola materna di Tarvisio. Ho pubblicato 3 libri: due nel 1967, Carlo Scarpa architetto poeta (allora il primo libro su Scarpa) e Note sulla Sintesi della Forma di Christopher Alexander (del quale ho curato la traduzione), poi nel 1969 Mandala, oltre che vari articoli, tra i quali cito quello su Zodiac 1970, tutti volti a trattare pratiche progettuali ispirate a quella distinzione che fa K. Fiedler fra arte come forma di conoscenza ed estetica come intrattenimento, abbellimento. Per me l’architettura è un linguaggio comunicante, un sistema simbolico appartenente a una comunità simbolica che produce un mondo: ero passato dall’intenzionalità fenomenologica

alla costruzione architettonica del mondo. In quegli anni stava emergendo la crisi ambientale che, prima di diventare energetica, cominciava a dimostrare la incompatibilità del macchinario termo-industriale fisico con la Terra che abitiamo biologica organica. Progettare per figure, per tipi, considerando l’architettura come una forma di conoscenza dell’ambiente umano e delle sue istituzioni civiche, mi consentiva di uscire dalle ambiguità estetiche e leggere il clima locale attraverso le espressioni architettoniche, non i dati numerici della fisica tecnica (anche se dalle sue conoscenze partivo), responsive di un ambiente circostante, l’Umwelt di von Uexküll cui mi riferivo nell’articolo di Zodiac. All’Umwelt siamo collegati continuativamente come al cruscotto della nostra auto quando guidiamo, che ci fa controllare alcune variabili, essenziali a una guida sicura. Spiega von Uexküll che ogni specie vede quello che la fa sopravvivere, seleziona tra

le tante informazioni disponibili nell’ambiente quelle significative per le azioni che la fanno sopravvivere, quelle differenze che fanno la differenza per la sua vita. Il progetto bioclimatico è consapevole delle variabili che vincolano le variazioni climatiche a condizioni al contorno corrispondenti alla conservazione del benessere umano. Il progetto bioclimatico opera come una specie di termostato complesso che attiva e disattiva dispositivi architettonici rispetto alle condizioni ambientali per conservare lo stato di benessere in un paesaggio terrazzato. Cosa fanno i tipi dell’architettura

In alto, sotto ai titoli, da sinistra Il convento di Marostica. Le pietre delle “città di roccia” sul Monte Fior (Altopiano dei Sette Comuni): l’immagine mostra come il paesaggio imiti la scuola di Crosara.

Sopra al testo, a sinistra Ispirato alla forte pendenza del terreno, il modellino mostra l’impianto edilizio: per metà integrato nel terreno, è caratterizzato dalla presenza di un tetto verde e di una serra a doppia altezza, strategie bioclimatiche che consentono da sole di climatizzare quasi completamente la scuola.

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bioclimatica in un paesaggio terrazzato, esposto a sud come quello di Crosara? Integrano la captazione dell’energia solare in vari modi e il parziale interramento dell’edificio. Due metri e mezzo sotto terra la temperatura è stabile tutto l’anno, quindi possiamo ridurre il fabbisogno modificando il contesto climatico che dobbiamo affrontare (sotterraneo invece che aereo). Inoltre, il terreno pendente di 15° limita i giochi possibili all’aperto, ma un tetto piano può ampliare molto questo ambito rendendolo accessibile in sicurezza ai bambini. Come la scuola di Tarvisio, anche questo progetto è autobiografico: riproposta in un bellissimo paesaggio collinare, la scalinata evoca i tanti giochi fatti da bambino a Marostica sui gradini degli spazi urbani, e la spianata del tetto, il grande spazio erboso del ‘Campo Marzio’. Come in altri miei progetti, la composizione architettonica comprende allo stesso modo spazi scoperti e coperti, coltivando l’intero luogo costruito in modo variamente abitabile. Ne emerge una costruzione, con una tipica pianta da palazzo veneto, dove il salone centrale - affacciato attraverso la serra a doppia altezza sulla pianura - diviene una gradinata da ‘teatro all’aperto’ in legno,

Qui sopra La copertura dell’edificio, come si presenta oggi, snaturata rispetto al progetto originario. In alto, da sinistra verso destra Il gioco all’aperto si svolgeva sul tetto (com’era in origine), dove il ciclo naturale dell’erba rendeva variabile la resistenza termica del solaio. Tre gradini collegavano il prato alla quota del parapetto. Le attività didattiche si organizzano intorno allo scalone centrale, uno spazio architettonico teatrale. Fra i bambini, in primo piano, Pietro Los. Qui sotto La storia dell’impianto bioclimatico si può raccontare con l’osservazione dei dispositivi colorati che ne facilitano la comprensione (ph. E. Poma).

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volta a rievocare i tanti giochi teatrali dei bambini che addestrano la persona/maschera a comunicare col corpo, un edificio composto da vari spazi, dove ciascuno gioca un ruolo importante nel buon funzionamento dell’organismo edilizio. La grande serra costituisce un sistema solare a “guadagno isolato”, che una vetrata distingue dallo spazio interno, per regolare continuativamente l’immissione dell’aria all’interno dell’edificio. Le vetrate laterali, apribili insieme e tali da impedire l’entrata della pioggia, generano una ventilazione incrociata est-ovest che mantiene la temperatura della serra sempre inferiore o uguale a quella esterna per evitare il surriscaldamento. Il progetto emerge da un contesto internazionale, che nei primi anni Settanta era ancora poco noto in Italia. Mentre nelle nostre Università si svolgevano contestazioni politiche prevalentemente ideologiche, mi sentivo molto più coinvolto nei primi movimenti di protesta per la crisi ambientale presenti negli USA, in Inghilterra e in Francia. Avevo intuito l’importanza di costruire edifici bioclimatici, attenti come l’agricoltura al luogo, integrati nel paesaggio come il ‘solar emicycle’ di Frank Lloyd Wright, le serre solari nel New Mexico di Peter van Dresser (che ho portato a visitare

la scuola di Crosara nel 1977); conoscevo gli studi sulla autosufficienza alimentare ed energetica, quelli sulla Casa Autonoma sviluppati da Alex Pike al Martin Centre a Cambridge in UK, e le ricerche progettuali sui sistemi integrati che porteranno alla pubblicazione nel 1977 del libro L’Architettura dell’evoluzione. Così nasce in modo esplicito uno dei primi edifici definiti “solari passivi” (distinto da quelli “solari attivi” riconosciuti in Italia e non solo) anticipando il primo convegno dedicato a questo tema svolto ad Abuquerque, New Mexico, nel 1976. La scuola di Crosara è già, per l’incrocio tra vari usi di risorse climatiche, uno dei primi ‘progetti bioclimatici’ che appariranno nel Convegno a San Jose in California nel 1979 con le Regional Guidelines, che riprendono le ricerche dei gemelli ungheresi Victor e Aladar Olgyay a Princeton USA. Bisogna ricordare la svolta epocale indotta dalla pubblicazione nel 1972 dei ‘Limits to growth’, commissionato a un gruppo di sistemisti della Sloan School of Management del MIT dal Club di Roma fondato da Aurelio Peccei, un italiano più noto all’estero che in Italia. Un libro che avrà un seguito nel 1979 con ‘La delusione tecnologica’ in cui l’Istituto


Battelle di Ginevra proponeva soluzioni economiche meno centralizzanti e interdipendenti di quelle rivelate da ‘I Limiti dello sviluppo’. La risposta è stata, con lo ‘scudo spaziale’, la regressione ‘neoliberista’ di Reagan e Thatcher e la conseguente ‘globalizzazione’. L’attuale preannunciato ‘Great Reset’ del World Economic Forum, dopo la crisi del 2008, la pandemia e le drammatiche conseguenze dei cambi climatici (ossia del sistema termo-industriale) potrebbe essere un ulteriore rafforzamento di quella centralizzazione tecnocratica. In Italia le ricerche finanziate negli anni ’70 e ’80 dal PFE (Progetto Finalizzato Energetica) 1 e 2 CNR+ENEA sono gli aiuti che mi consentono di consolidare rapporti di collaborazione internazionali, con diversi architetti che perseguono questa filosofia del costruire bioclimatico. Seguiranno nell’ambito dello IUAV e dello Studio che condivido con Natasha Pulitzer, varie

ricerche di rilievo nel campo della progettazione architettonica bioclimatica multi-scala. La crisi energetica induce molte azioni che combinano una critica dell’internazionalismo moderno (la sua insostenibilità), con l’esigenza di progetti regionali capaci di rispondere sia alle città che ai luoghi paesistici, riducendo lo spreco di risorse energetiche e materiali. Negli anni a seguire il CNR, nell’ambito del sottoprogetto “solare”, ha deciso di monitorare l’edificio e la Zanussi ne ha curato la raccolta dei dati che dimostrano come anche nei periodi invernali, in periodi non soleggiati per il cielo coperto e con impianto chiuso, la temperatura interna non scenda mai sotto i 13 °C. Purtroppo oggi, questo edificio, semplice nella formazione ma complesso nel funzionamento organico, ha perduto l’anima, il sentimento: le persone che lo visitano, dopo averlo visto in varie pubblicazioni italiane e

Sopra, da sinistra verso destra Prospetto est (ph. Pietro Los). Vista interna della serra: qui i bambini possono giocare e coltivare piante nelle mezze stagioni e anche d’inverno (ph. Pietro Los). Vista esterna. La Zanussi, che stava mettendo a punto i primi collettori solari ad acqua, per testarli si è offerta di installarli sulla facciata sud e pre-riscaldare l’acqua dell’impianto tradizionale ad aria, fornendo anche acqua calda per uso sanitario. Si trattava di un complesso di 86 panneli che, per essere efficaci, richiedevano di inclinare la facciata di 70°. Di qui la decisione di ruotare tutta la serra per rendere manifesto il suo ruolo captatore, non solo passivo ma anche attivo (ph. Pietro Los). Sopra al testo Sezione esplicativa: la serra, un sistema solare a “guadagno isolato”, funziona immettendo l’energia solare che per convezione genera una termica, corrente ascensionale dell’aria più calda che, entrando dalle finestre al primo piano (mandata), viene aspirata in profondità, attraverso fori ricavati nel pavimento; viene poi trasferita, mediante appositi canali verticali posti a fianco dello scalone, a un accumulatore di energia termica costituito da pietrame, nel quale, passando attraverso tubi forati in cemento, scalda il pavimento del pianterreno, dove giocano e mangiano i bambini, per tornare nella serra attraverso specifiche bocchette (ripresa) e riprendere il suo flusso. Schema dell’impianto tradizionale ad aria, integrato con i collettori solari ad acqua.

straniere, faticano a riconoscerlo, sfigurato nel contenuto augurale che comunicava dalle tante non pertinenti manutenzioni. Nel 2014 l’Amministrazione Civica di Marostica mi incarica di studiare una riqualificazione che lo riporti alla sua configurazione originale. Lo studio condotto con l’arch. Pulitzer e l’ing. Tonon ha come obiettivo principale quello di eliminare l’uso del gasolio e, in linea con la filosofia iniziale del progetto, realizzare un edificio a ‘zero emissioni’. Oltre a interventi sull’involucro edilizio, il ripristino del tetto verde e la dotazione di un ascensore, proponiamo un impianto a bassa temperatura, sostituendo l’esistente caldaia a gasolio con una pompa di calore geotermica o scambiatore ariaacqua. Ciascuna di queste due opzioni richiederebbe energia elettrica e pertanto si presuppone di sostituire i preesistenti collettori solari ad acqua con altrettanti pannelli fotovoltaici.

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Il fascino esercitato dall’artista bassanese del Cinquecento sul pittore greco del Novecento

GENS SORPRESE BASSIA

JACOPO BASSANO METAFISICO

di Claudia Caramanna

Crediti: Sotheby’s, Londra

La sorprendente scoperta di una tela passata recentemente in asta da Sotheby’s a Londra.

Studiare la fortuna dei Bassano dal Cinquecento ai nostri giorni è un’impresa piena di sorprese, soprattutto quando ci si avventura su percorsi insoliti e poco battuti.

Giorgio de Chirico da Jacopo Bassano, Copia della Madonna del Presepe di San Giuseppe, già Londra, Sotheby's, 26 marzo 2021, lotto 335, olio su tela stesa su pannello, cm 19,8 x 13,6. Firmato e datato 1957.

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Già nel numero di Bassano News di novembre-dicembre 2020 ho avuto l’occasione di riflettere su una singolare e imprevista tangenza tra le invenzioni di Jacopo Bassano e la pratica artistica dello scultore barocco Orazio Marinali. Questa volta la mia attenzione è stata attratta da un piccolo dipinto a olio su tela incollato su tavola passato in asta da Sotheby’s a Londra lo scorso 26 marzo. Misura poco meno di venti centimetri di altezza, ma è una testimonianza straordinaria dell’interesse riscosso dal pittore bassanese nel Novecento. Nell’angolo in alto a sinistra appare un’iscrizione che contiene tutte le informazioni necessarie per iniziare a ragionare sull’opera: la firma “g. de chirico”, le parole “copia da Bassano” e la data “1957”. Si tratta di un dipinto realizzato da Giorgio de Chirico, fondatore e maggiore esponente della corrente artistica indicata come Pittura Metafisica. Sebbene manchino notizie sull’opera che utilizzò come modello, è molto semplice riconoscere nel viso della donna i tratti della Madonna raffigurata nell’Adorazione dei pastori con i santi Vittore e Corona del 1568, comunemente nota come il Presepe di San Giuseppe, che è conservata nel Museo Civico di Bassano. Ma in quale circostanza De Chirico poté incrociare questo

Jacopo Bassano, Presepe di San Giuseppe, olio su tela, cm 240 x 151, Bassano del Grappa, Museo Civico. Firmato, 1568.

capolavoro della maturità di Jacopo? Bisogna pensare a un viaggio a Bassano? Forse no. Forse gli bastò arrivare a Venezia e visitare la prima grande mostra monografica sull’artista che, tra 29 giugno e 27 ottobre 1957, Pietro Zampetti aveva allestito in Palazzo Ducale sotto l’alto patronato di Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica Italiana. Scelto come immagine per la copertina del catalogo, il Presepe di San Giuseppe era al centro dell’attenzione, si faceva ammirare dai visitatori come un’opera cruciale nel percorso dell’artista e arricchiva un’esposizione che segnò una generazione di studiosi d’arte veneta del Cinquecento, lasciando una traccia indelebile anche sul padre della Pittura Metafisica.


Le novità del Decreto “Sostegni” convertito in legge

PIANETA CASA

di Orazio Schiavon

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

Illustriamo qui di seguito alcuni contenuti di nostro interesse relativi al Decreto “Sostegni”, come convertito in legge. Riteniamo infatti si tratti di aspetti da prendere in considerazione. Credito d’imposta per canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo Il credito d’imposta per gli affitti previsto dall’art. 28 del Decreto “Rilancio” per le imprese turisticoricettive, le agenzie di viaggio e i tour operator è stato prorogato al 31.7.2021. Inoltre, il credito d’imposta per gli affitti viene previsto, a determinate condizioni, per i canoni versati con riferimento a ciascuno dei mesi da gennaio 2021 a maggio 2021: - per i soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione, con ricavi o compensi non superiori a 15 milioni di euro nonché per gli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti (ai soggetti locatari esercenti attività economica il credito spetta a condizione che l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi del periodo compreso tra l’1.4.2020 e il 31.3.2021 sia inferiore almeno del 30% rispetto

Daniele Franco, Ministro dell’economia.

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si applica anche a beneficio delle persone fisiche titolari di un immobile, concesso in locazione a uso abitativo, che abbiano ottenuto in proprio favore l’emissione di una convalida di sfratto per morosità successivamente al 28.2.2020, la cui esecuzione è sospesa fino al 30.9.2021 o fino al 31.12.2021. Coloro che hanno già provveduto al versamento della prima rata dell’Imu relativa all’anno 2021 (che andava versata entro il 16.6.2021), hanno diritto al rimborso della stessa, con le modalità che saranno previste con Decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da adottarsi entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Differimento Tari È stato prorogato dal 30 giugno al 31 luglio 2021 il termine di approvazione delle tariffe e dei regolamenti della tassa rifiuti (Tari) e della tariffa corrispettiva per l’anno 2021. Confermata, inoltre, la validità, a tutti gli effetti di legge, delle deliberazioni adottate dopo il 30.6.2021 e fino alla data di entrata in vigore della legge di conversione del Decreto.

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a quelli del periodo compreso tra l’1.4.2019 e il 31.3.2020); - nella misura del 40% e del 20% per le imprese esercenti attività di commercio al dettaglio, con ricavi superiori a 15 milioni di euro, in relazione ai canoni versati con riferimento a ciascuno dei mesi da gennaio 2021 a maggio 2021, a condizione che l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi del periodo compreso tra l’1.4.2020 e il 31.3.2021 sia inferiore almeno del 30% rispetto a quelli del periodo compreso tra l’1.4.2019 e il 31.3.2020. Il credito d’imposta spetta anche in assenza dei requisiti anzidetti ai soggetti che hanno iniziato l’attività a partire dall’1.1.2019. Esenzione versamento Imu anno 2021 per proprietari con “blocco sfratti” È stata riconosciuta l’esenzione per l’anno 2021 dal versamento dell’Imu per le persone fisiche che possiedono un immobile, concesso in locazione a uso abitativo, che abbiano ottenuto in proprio favore l’emissione di una convalida di sfratto per morosità entro il 28.2.2020, la cui esecuzione è stata sospesa sino al 30.6.2021. Tale esenzione

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Cinquecento giorni di blocco sfratti, cinquecento giorni di violazione del diritto costituzionale di proprietà da parte dello stesso Stato che dovrebbe garantirlo. Risale infatti al 17 marzo 2020 l’entrata in vigore del primo dei diversi provvedimenti di sospensione delle esecuzioni di rilascio, varati sia sotto il Governo Conte 2 sia durante l’Esecutivo Draghi. Come noto, il blocco è stato recentemente prorogato: al 30.9.2021, per i provvedimenti di rilascio adottati dal 28.2.2020 al 30.9.2020; al 31.12.2021, per i provvedimenti di rilascio adottati dall’1.10.2020 al 30.6.2021. Formalmente si è sbloccata la parte rimanente delle esecuzioni, ma di fatto non viene svolto alcun rilascio, sia perché le ordinarie prassi dei procedimenti giudiziari contengono estesissime tutele per gli inquilini (generalmente la forza pubblica viene concessa solo dopo diversi infruttuosi

accessi da parte degli ufficiali giudiziari), sia perché il lungo blocco ha ovviamente portato all’accumulo dei procedimenti. In più, in diversi Comuni, sono iniziati rituali vari - con la partecipazione di diverse autorità pubbliche - per dilatare ulteriormente i tempi. Sta di fatto che quasi ovunque non sono partiti neppure gli accessi. Peraltro, il Decreto “Sostegni” ha comportato la proroga persino delle esecuzioni riguardanti mancati pagamenti dei canoni che nulla hanno a che fare con il Covid. E tale aspetto - insieme, fra gli altri, con quello dell’impossibilità di distinguere le singole situazioni concrete, mettendo a raffronto le esigenze del proprietario e quelle dell’occupante - è uno dei motivi che hanno indotto diversi Tribunali a segnalare alla Corte costituzionale la possibile illegittimità della normativa (già dichiarata dalla Consulta per un’altra disposizione di

sospensione delle esecuzioni). “Il blocco degli sfratti - ha dichiarato il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa - ha lasciato migliaia di famiglie senza reddito, senza la disponibilità del loro immobile e, ciononostante, persino costrette a sopportarne le spese, a partire da quelle condominiali, salvo il piccolo sollievo della cancellazione dell’Imu 2021. È, inoltre, un incentivo alla deresponsabilizzazione delle autorità pubbliche, che sarebbero chiamate a risolvere i problemi che il blocco scarica invece sui proprietari privati, persone fisiche e imprese. Ogni giorno in più di permanenza della sospensione è una ferita inferta all’affitto, ai futuri inquilini (specie i meno abbienti), alla mobilità del lavoro, all’economia tutta. Come è possibile che non lo si comprenda o si finga di non comprenderlo?”. Comunicato Stampa Confedilizia Roma, 30 luglio 2021


Grazie a diverse elargizioni, compresa quella di un anonimo benefattore, sarà possibile restaurare l’intero altare

I NOSTRI TESORI

MARINALI IN SANTA MARIA IN COLLE: AVANTI TUTTA!

di Claudia Caramanna

Fotografie: Fulvio Bicego, Laboratorio di Restauro Artemisia

Colpisce l’originale tecnica esecutiva dell’artista, che ha lavorato assemblando piccoli blocchi per poi scolpirli. Un modus operandi non raro a quel tempo. Ma potrebbe esserci un’altra spiegazione...

A fianco, da sinistra verso destra I volti delle sculture marinaliane di Sant’Anna e dell’Angelo di destra, prima dell’intervento di restauro: sono ben visibili lo strato di depositi e sedimenti e le fessurazioni della pietra. Anche nelle statue in alto sono presenti le stesse problematiche emerse durante l’intervento sulla Santa Caterina e sul San Domenico. Qui sotto La testa di San Gioacchino, con le macchie di colore (forse dovute a colature di intonaco) e l’evidente fessura di giuntura fra i due pezzi incollati dall’artista.

In basso Il piede dell’Angelo di destra, rimosso perché a rischio di caduta prima di un nuovo e sicuro ancoraggio.

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Il restauro dell’altare del SS. Rosario nel duomo di Santa Maria in Colle procede a gonfie vele. Partito nell’ottobre 2020 con l’intervento sulla Santa Caterina sostenuto dal Rotary Club Castelli, è proseguito con il ripristino del San Domenico grazie alla raccolta fondi da parte degli Amici di Orazio. Il 27 maggio scorso le statue sono state presentate al pubblico nel loro ritrovato splendore ed è stato annunziato che i lavori non si sarebbero interrotti in attesa di nuovi fondi, perché, oltre ogni più rosea previsione, la generosa donazione di un anonimo benefattore (opportunamente

chiamato in causa dal fotografo collezionista Fulvio Bicego) ne avrebbe reso possibile il completamento in tempi rapidi. Già a luglio era allestito il ponteggio per operare sulle statue marinaliane di San Gioacchino, Sant’Anna e dei due Angeli, ma anche sulla struttura architettonica di Antonio e Alberto Bettanelli, su angioletti e stemma mariano aggiunti da Bernardo Tabacco, sulla Madonna con il Bambino di Enrico Merengo collocata sulla mensa e sulla Madonna del Rosario dipinta da Leandro Bassano. Nel giro di un anno, dunque, l’altare avrà recuperato un aspetto smagliante, ma soprattutto

omogeneo, visto il breve intervallo di tempo che sarà trascorso tra fase iniziale e finale dell’intera operazione. In attesa di scoprire le novità che riservano le zone superiori, si vuole riflettere brevemente sulle informazioni emerse dalla prima tornata di interventi eseguiti da Antonella Martinato, affidataria dei lavori con la sua ditta Artemisia. Nel numero di Bassano News di maggio-giugno, era stato già rivelato un aspetto sorprendente della tecnica utilizzata da Marinali evidenziato dalla pulitura della Santa Caterina: la statua non è scolpita in un blocco unico, ma incollando e poi


modellando massi di Biancone di Pove di dimensioni assai diverse tra loro, anche molto piccoli. Durante la presentazione del restauro Antonella ha sottolineato che lo stesso procedimento fu adottato anche nel San Domenico e che in entrambe le statue solo le teste risultano lavorate senza assemblaggi, ma in un sol pezzo. La tecnica è all’origine anche delle numerose mancanze presenti sulla figura del santo, che sono state causate dalla perdita di tenuta del collante e alle quali si è potuto in parte sopperire grazie a una fortunata circostanza. Durante il recente riordino dell’archivio storico parrocchiale, in sagrestia sono state ritrovate due scatole in cui una mano previdente ha conservato alcuni frammenti staccatisi in passato dall’altare. Una porzione è servita a reintegrare il San Domenico e ci sono buone probabilità che con gli altri si possano sanare almeno una parte delle lacune presenti nelle figure in alto, che si presumono realizzate con il medesimo procedimento. Sebbene appaia soprendente, la pratica di lavorare blocchi di pietra incollati non doveva essere così rara nelle botteghe degli scultori tra Sei e Settecento, come si deduce dalla necessità di specificare, in un contratto del 1674 citato da Monica De Vincenti, che Orazio doveva realizzare “di pezzo intero” otto statue in pietra tenera di San Niccolò per il futuro doge Francesco Morosini. Nel caso di Santa Maria in Colle, però, la tecnica forse fu anche condizionata dalla tormentata vicenda dell’altare, cui fa cenno Giambattista Verci nelle Notizie intorno alla vita e alle opere de’ pittori scultori e intagliatori

della città di Bassano (1775), ricordando innanzitutto che già nel 1689 gli esponenti della Confraternita del Rosario ne avevano totalmente affidato l’incarico a Orazio. Per motivi ignoti la commissione poi passò ai fratelli Bettanelli per la struttura architettonica e allo scultore Giovanni Toschini per la parte decorativa, ma quest’ultimo non intervenne mai, visto che i registri contabili confraternali indicavano nel 1704 la consegna delle

sei sculture da parte di Marinali. Coinvolto di nuovo tardivamente, si può pensare che Orazio abbia potuto trovare una situazione mutata alla quale dovette adattarsi, per esempio, utilizzando blocchi di pietra procurati da Toschini, magari in parte già sbozzati. Si tratta solo di un’ipotesi di lavoro, ma potrebbe aiutare a chiarire le scelte tecniche dello scultore per il monumento che realizzò nel maggiore edificio di culto cittadino.

Sopra, da sinistra verso destra La drammatica situazione della spalla e del braccio dell’Angelo di sinistra: un’immagine che non ha bisogno di commenti. Il piede dell’Angelo di destra dopo l’intervento di ancoraggio.

A fianco La cassetta trovata nella sacrestia di Santa Maria in Colle, con alcuni dei pezzi staccatisi dalle sculture marinaliane nel corso del tempo. Ove possibile, verranno recuperati e riposizionati.

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Le ultime importanti fatiche del germanista Umberto Patuzzi

Dalla toponomastica agli esercizi: due nuovi appassionanti libri sulla lingua cimbra dei Sette Comuni

AMICI LIBRI

di Elisa Minchio

Qui sotto Il prof. Umberto Patuzzi, noto studioso. La toponomastica nel territorio dei Siben Komoine (o Siben Perghen) è per circa il 70% di origine germanica.

Frutto di lunghe e rigorose ricerche, le pubblicazioni si completano e forniscono al lettore adeguati strumenti per conoscere un patrimonio che non è solo lessicale, ma anche storico, culturale e umano.

Quando a una solida competenza si accompagna una grande passione i risultati non possono che essere lusinghieri. È il caso dei due ultimi importanti lavori del prof. Umberto Patuzzi, germanista e profondo conoscitore di lingue minoritarie germanofone: in entrambi i casi si tratta di testi concernenti la lingua cimbra dell’Altopiano dei Sette Comuni. Nel primo, Il Cimbro è ancora vivo, lo studioso bassanese analizza la microtoponomastica, ancora molto in uso sebbene chi la pratica spesso non ne conosca il significato. A titolo di esempio basti pensare a parole quali Laiten, Puffele, Pennar, Gertele, vocaboli utilizzati quotidianamente e che corrispondono in italiano a Coste, Montagnola, Costruttore di ceste, Giardinetto. La lingua è dunque viva nella parlata, ma non con una funzione comunicativa (se non per pochi appassionati). “Ho voluto affrontare l’etimologia dei singoli nomi - spiega Umberto Patuzzi - in maniera approfondita, chiarendo al lettore i problemi che si affrontano quando si analizza un toponimo. I nomi dei luoghi hanno infatti subito nel corso dei secoli frequenti storpiature, sia a livello di grafia sia dal punto di vista semantico: modificazioni dovute all’attività di cartografi, notai, parroci e talvolta anche ad alterazioni da parte della gente comune. Alcuni nomi sono stati persino venetizzati: Granezza da Granz (Confine), Lonetta da Lona

Sopra, dall’alto verso il basso Le copertine de Il Cimbro è ancora vivo (Eab, 2020), volume del quale è già in programma una seconda edizione, e dell’Eserciziario cimbro (Eab, 2021), fresco di stampa. Entrambe sono state realizzate da Maria Luisa Parolin.

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o Löna (Piccola slavina). Oppure cimbrizzati: Sorka, diminutivo Sörkle (ceppaia)”. Va poi detto che buona parte del testo comprende un glossario, nel quale sono prese in considerazione le radici dei singoli toponimi. Per ogni lemma il prof. Patuzzi ha riportato la traduzione italiana e tedesca, risalendo inoltre all’origine del vocabolo. “Così è possibile leggere il termine in antico alto tedesco o medio alto tedesco. Ho voluto anche aggiungere la traduzione in bavarese e in tirolese, visto che i cosiddetti cimbri provenivano da tali aree geografiche”. Qui di seguito un esempio. Cimbro: kranebet / kranabitta Aat.: kranawitu Mat.: kranwit Bavarese e Tirolese: kranewitt Tedesco: Wachholder Italiano: ginepro Dunque la microtoponomastica altopianese è senza dubbio un patrimonio linguistico, culturale e umano, degno di essere conservato e valorizzato. Per incuriosire il lettore, il libro (del quale sarà presto disponibile una seconda edizione) è scritto in tre lingue: italiano, tedesco (parzialmente) e cimbro. A integrazione del lavoro di Umberto Patuzzi, il prof. Gianni Frigo ha curato un approfondito inquadramento naturalistico, ambientale e antropico. Il secondo libro, fresco di stampa (edito a luglio), è un Eserciziario

Cimbro - Zimbrisches Übanpuch. Ogni capitolo ospita una breve introduzione grammaticale, seguita da esercizi. “È stato pensato come un utile supplemento ai corsi di cimbro che si tengono principalmente a Roana e a Rotzo. Ritengo molto curioso il confronto di questa lingua con il tedesco e il dialetto veneto. Per alcuni aspetti morfosintattici il cimbro è infatti simile al tedesco, per altri ha acquisito prestiti veneti sia morfosintattici sia semantici. Un tipico esempio di influsso della lingua dominante (veneto) su quella cosiddetta minoritaria (cimbro) è la forma del gerundio Ich pin darnaach àrbatan (Sto lavorando), che corrisponde alla traduzione letterale del veneto Son drio a lavorar! Spesso si usa la forma veneta anche nel parlato, piuttosto che quella cimbra. Ciò succede anche a Luserna e nella Val dei Mocheni. Alla forma Ich pin gafroant (Sono contento) si preferisce infatti Ich pin kontente. Oppure hornikh diventa febraaro, e così via”. Nell’Eserciziario si trovano molte osservazioni interessanti e non noiose: si tratta di un libro non necessariamente di studio, ma da sfogliare con curiosità. “Desidero infine ringraziare due Zimbar doc che hanno collaborato alla stesura del libro: Lauro Tondello Plözar di Rotzo-Aspach e Giovanni Vescovi Bischofar di Camporovere-Kamparube”.


Un tesoro a due passi da Bassano. Assolutamente da visitare

IL MUSEO DEL DUOMO DI CITTADELLA

IL RAPPORTO

a cura di Stefano Mossolin

I testi sono liberamente tratti dal Comunicato ufficiale. Si ringraziano gli Uffici Stampa della Diocesi di Padova e dello Studio Esseci di Padova.

All’interno delle mura medievali della città, si articola lungo un emozionante percorso fra arte e fede, racchiudendo otto secoli di storia in uno spazio suggestivo e completamente rinnovato.

Il museo è uno dei luoghi che danno l’idea più elevata dell’uomo. André Malraux

Qui sopra Due sale del Museo del Duomo di Cittadella. Per l’allestimento, molto accurato, si è scelto di privilegiare la qualità sulla quantità, dando vita a un percorso nel quale s’intrecciano arte, storia e teologia. Sotto Il camminamento di ronda, a quindici metri d’altezza sulle mura di Cittadella: una passeggiata, lunga quasi due chilometri, che consente ai visitatori di ammirare la città da punti di vista privilegiati regalando un’esperienza unica, quella cioè di “camminare nella storia” (foto Giancarlo Bigolin).

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Lo scorso 22 maggio il Museo del Duomo di Cittadella ha riaperto i battenti, con nuovi spazi e una veste totalmente inedita. Contiguo al Duomo, ingloba quanto rimane della precedente chiesa medievale, con i suoi preziosi affreschi. Voluto dalla Parrocchia del Duomo e inaugurato al termine di un lungo percorso, offre oggi autentiche emozioni. L’allestimento è stato curato dall’architetto Gianni Toffanello, in accordo con l’Ufficio diocesano per i Beni culturali e il Museo diocesano di Padova. La scelta è stata quella di un’attenta selezione, al fine di dar vita a uno spazio nel quale s’intrecciano arte, storia e teologia, privilegiando la qualità sulla quantità: a pitture e sculture si affiancano inoltre alcuni esempi significativi di arte applicata. Fra i quadri esposti indubbiamente grandiosa è la Cena in Emmaus (1537), capolavoro di Jacopo dal Ponte. Poco distante si trova una Flagellazione (fine XVI secolo) di particolare intensità e già attribuita a Palma il Giovane, ma verosimilmente riconducibile ad Andrea Vicentino. Merita poi menzione la grande tempera su tavola raffigurante il Compianto sul Cristo morto, splendido esempio di pittura

veneta della metà del Quattrocento, attributo da Federico Zeri ad Andrea da Murano. Proviene invece dall’antica chiesa abbaziale il Sant’Antonio Abate (XV secolo) in pietra di Vicenza, con tracce dell’antica originale policromia. È un’opera di solida potenza espressiva che richiama i secoli in cui sorse Cittadella, con le sue alte mura (oggi percorribili lungo i quasi due chilometri del camminamento di ronda). L’attuale chiesa è di epoca neoclassica, ma quella primitiva non è scomparsa e conserva architetture e preziosi affreschi di età medievale: una duecentesca Madonna con il Bambino e Santa Margherita, una Crocifissione trecentesca di sapore giottesco, i monumentali Sansone e Golia e quel che rimane di un ciclo affrescato da Jacopo dal Ponte tra il 1537 e il 1539. Testimonianze d’arte e storia che s’inseriscono a pieno titolo nel percorso museale proposto al visitatore negli attigui spazi aperti al culto. Nelle sale del Museo spiccano anche sculture lignee di epoca tardo-medievale o rinascimentale: il busto policromo di una Vergine Annunciata, il mistico Crocifisso processionale quattrocentesco, sempre in legno intagliato e

policromo, il San Rocco e il San Sebastiano cinquecenteschi... Tra gli esempi d’arte applicata si trovano il rarissimo Parato in terzo, impreziosito da ricami di raffinata fattura (sec. XVI); il Reliquiario quattrocentesco, opera di Bartolomeo da Bologna; lo Stendardo processionale dedicato a san Girolamo; il maestoso Apparato per le Quarant’ore, in legno intagliato e dorato, che domina una delle sale del Museo. “Qui s’intrecciano - ha avuto modo di affermare mons. Luca Moretti, arciprete del Duomo due storie: una antica, che parte dal 1220 e racconta di opere d’arte belle e importanti; una più recente, fatta di passione e volontariato, che ha ridato luce e splendore alla storia antica. Chi visita il museo può entrare in contatto con queste due storie. Con chi ha avuto la fortuna di costruire, abbellire, ornare, curare la nostra chiesa. E con chi ha ereditato un compito forse meno affascinante, ma non meno importante: custodire e tramandare quanto di bello e prezioso ha ricevuto”. La Cena in Emmaus di Jacopo dal Ponte (1537) È una nota contabile datata 19 agosto 1537 dello stesso Jacopo ad attestare la richiesta di “misier alciprete et masari del comun di Zitadela de depenzerli […] una palla con la istoria de Luca et Cleofas”. Il racconto evangelico dei due discepoli affranti che incontrano Cristo, quando già sono sulla via del ritorno verso Emmaus, soddisfa quindi una precisa richiesta dell’autorità civile e religiosa. Il soggetto della pala fu scelto con probabilità per rispondere alle tensioni generate da una significativa presenza ereticale nel territorio cittadellese: una presenza problematica che, accogliendo le suggestioni della Riforma protestante, avrebbe potuto creare inquietudini e disorientare i fedeli. Il tema eucaristico, con il dettaglio


A fianco, da sinistra Andrea da Murano (sec. XV), Compianto sul Cristo morto, tempera su tavola, seconda metà del XV secolo. Cittadella, Museo del Duomo. Jacopo dal Ponte (1510-1592), Cena in Emmaus, olio su tela, 1537. Cittadella, Museo del Duomo.

della rondine, simbolo della Resurrezione, o delle ciliegie, icona del sangue di Cristo, conferma la volontà dei committenti di sottolineare il magistero dottrinario della Chiesa di Roma, sgombrando il campo da ogni possibile equivoco sull’ortodossia del clero e sulla condotta della comunità. L’artista coglie il momento di serena quotidianità che precede la rivelazione narrata dal racconto evangelico: il Cristo è ancora un commensale a cena con i discepoli, anche se la mano levata indica che il momento della rivelazione della propria identità di Risorto è ormai prossimo. L’opera segna il momento più alto della produzione giovanile del pittore, che qui trova un equilibrio cromatico e una perizia compositiva che ne attestano la raggiunta maturità artistica. Sul piano stilistico le figure mostrano un’esuberanza plasticospaziale che si rafforza anche nel gioco illusivo con l’architettura dipinta. Evidente è ancora una volta il debito col Pordenone, ma

la forza espressiva del dipinto ha indotto una parte della critica a chiamare in causa anche la lezione dell’arte michelangiolesca. Il successo dell’opera è immediato, tanto che l’anno successivo il podestà di Cittadella, Cosimo da Mosto, chiede al pittore di realizzare una seconda versione della Cena, ispirata al modello cittadellese e oggi conservata al Kimbell Art Museum di Fort Worth in Texas.

Il Compianto sul Cristo morto di Andrea di Giovanni (Andrea da Murano), XV secolo Opera notevole, probabilmente realizzata nella seconda metà del Quattrocento, è stata attribuita in passato a Jacopo da Montagnana, quindi a Lazzaro Bastiani e infine ad Andrea di Giovanni da Murano. A lungo collocata nella chiesa del Torresino, a ridosso delle mura di Porta Padova, è di incerta provenienza anche se è probabile che appartenesse all’antica parrocchiale prima del rifacimento settecentesco del 1774.

Inserita nel contesto della scuola muranese dei Vivarini, la tavola si distingue per il luminoso cromatismo di chiara derivazione veneziana, ma nel contempo ne supera la classicità statica con uno slancio dinamico che esalta la teatralità della rappresentazione. In questo senso la spasmodica tensione di Maria e delle pie donne crea un climax scenografico che rende tangibile il dramma rappresentato, quasi in un’imitazione iconica dei modelli plastici di opere di medesimo soggetto. È da segnalare il particolare rilievo assegnato al contesto paesaggistico che, lungi dal rappresentare un mero elemento di sfondo, assume i tratti di una consapevole citazione della maniera di Andrea Mantegna. In particolare l’anfiteatro posto al centro delle mura, se da un lato rinvia alle suggestioni della “città ideale”, dall’altro costituisce un omaggio palese ai temi del maestro padovano e testimonia una volta di più la sua profonda influenza sugli artisti del territorio.

Sotto Ignoto autore veneto, Sant’Antonio Abate, pietra di Vicenza con tracce policrome, fine XI - inizio XV secolo. Cittadella, Museo del Duomo.

Informazioni e prenotazioni Tel. 049 9404485 cittadella@historiatravel.it www.museoduomo.it Con il biglietto del Museo del Duomo si ha la riduzione per l’accesso al camminamento di ronda sulle mura di Cittadella (e viceversa).

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Princeton ha cancellato il greco e latino,“lingue dei razzisti”

La rivoluzione degli schiavi

LA LEZIONE DEL PASSATO

di Gianni Giolo

La scelta della prestigiosa università statunitense ha acceso discussioni in tutto il mondo: L’obiettivo? Evitare di offendere la sensibilità delle minoranze... Ma si tratta della rinuncia a lottare per la libertà di pensiero. Senza studiare classici quali Platone, Aristotele, Cicerone, pilastri della nostra civiltà, sarà difficile lottare contro l’omologazione e la mercificazione dell’individuo.

Non vi è principio, per quanto giusto e ragionevole, il quale, se lo si esageri, non possa condurre alle conseguenze le più funeste.

Camillo Benso, conte di Cavour

Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo. La libertà non consiste nell’avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno.

Cicerone

Da quest’anno nella Facoltà di Lettere antiche dell’Università di Princeton gli studenti potranno laurearsi in Lettere antiche senza conoscere il latino e il greco. È sufficiente - dicono - la traduzione. E come faranno poi a insegnare lingue antiche che non conoscono? Il motivo? Sono lingue legate alla supremazia bianca e al colonialismo. Lingue di bianchi schiavisti disegnate per sconfessare la legittimità degli studiosi di colore. E allora si abbattano le statue dei bianchi, come quelle di Cristoforo Colombo, e nello stesso tempo anche le lingue! Non ci si rende conto che, per eliminare il razzismo, in questo modo lo si promuove, accusando

Qui sopra, da sinistra verso destra (?) Masson, Massacre des Blancs par les Noirs, incisione da un disegno di François-Nicolas Martinet, 1833. Da France Militaire. Histoire des Armées françaises, 1892-1837. Jacques Rene Hebert, La battaglia di Crête-à-Pierrot, xilografia da un disegno di Auguste Raffet, 1839. Collezione privata. Entrambe le stampe si riferiscono alla Rivoluzione haitiana (1791-1804), scoppiata contro il governo coloniale francese per abolire la schiavitù a Saint-Domingue (Haiti): si trattò della più grande insurrezione di schiavi dai tempi di Spartaco (109-71 a.C.).

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le lingue antiche di problemi che per esse non si sono mai posti. Allora anche Gesù Cristo era un razzista perché non ha mai parlato contro la schiavitù che regnava nel suo tempo. John McWhorter, linguista di colore della Columbia University, dice invece che cancellare le lingue classiche significa cancellare una parte della storia americana che poggia sul motto: E pluribus unum. Basta aprire un vocabolario inglese per verificare che la stragrande maggioranza delle parole della cultura sono di origine latina e greca. Il filosofo afroamericano Cornel West ha scritto che la decisione di Princeton è “una catastrofe spirituale”. “I classici latini e greci - prosegue -

sono classici perché sono straordinari. E’ incredibile quanto siano vive queste lingue morte”. L’ultimo decennio ha visto una moltitudine di traduzioni inglesi di Omero: per certi versi un nuovo Rinascimento. Le lingue si imparano nell’originale, non nelle traduzioni. I Greci antichi non sono antichi, ma contemporanei. Le loro voci sembrano le nostre. Leggerli in lingua originale li riporta in vita, trasforma le statue in carne e ossa. Uno schiavo del Maryland, Frederick Douglass, che leggeva Cicerone, diceva che non si sentiva più schiavo: la sua mente era libera. Cicerone gli aveva insegnato che la vera libertà è quella interiore.


Strategico, in museologia, l’apporto del digitale

L’importanza di “far parlare” l’opera d’arte

FOCUS

di Francesco Naglieri

Musei Civici di Bassano del Grappa

Luoghi della trasmissione, i musei dialogano con il pubblico attraverso la prassi dell’esposizione, ricorrendo anche ad alcuni principi fondamentali della teoria della comunicazione. Il coinvolgimento dei visitatori, anche di quelli più giovani, si ottiene infatti con rigore e regole precise. Esattamente come è avvenuto per la sezione dei Musei Civici di Bassano dedicata alla “Storia della città”.

La comunicazione avviene quando, oltre al messaggio, passa anche un supplemento di anima. Henri Bergson

A fianco Una delle sale della sezione dei Musei Civici di Bassano dedicata alla Storia della città. Per l’allestimento, in uno spazio abbastanza limitato, si sono adottate colorate pareti separatrici. Le diversa cromia corrisponde alle differenti epoche storiche “narrate” lungo il percorso.

Sopra e sotto Fondamentale il supporto dei dispositivi digitali (fra i quali i tablet) per integrare le informazioni, da passare ai visitatori attraverso i video e la tecnologia touch screen.

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Fin dalla sua nascita il Museo Civico di Bassano si è dato tre compiti fondamentali: conservare, studiare ed esporre. Focalizziamo l’attenzione su quest’ultimo, da interpretare non come mera esposizione di oggetti, ma come trasmissione di cultura, intesa quale veicolazione di conoscenze e di valori in un particolare contesto e con particolari modalità. Affinché l’esposizione sia efficace, cruciale importanza riveste il concetto di comunicazione, da analizzare in senso sociologico: qualcuno, che ha delle conoscenze, attraverso un codice condiviso le trasmette a qualcun altro, che non le possiede. Per la trasmissione della cultura è dunque necessario che le opere - veri e propri oggetti comunicativi in quanto nati dall’uomo con uno scopo, sia esso del creatore, inteso come artista o come committente - “parlino”: comunicare è lo scopo, la natura stessa degli oggetti contenuti in un museo. Un’opera che non comunica non è un’opera. Il museo deve quindi

rispettare la natura comunicativa delle opere d’arte, altrimenti quest’ultime decadono a oggetti d’uso e si limitano a suscitare emozioni sensoriali o contribuire al prestigio sociale di chi le possiede e le espone. In un museo il luogo della comunicazione, che può avvenire solo nell’incontro visivo con il pubblico, è dunque l’esposizione. Affinché un’opera svolga la propria funzione è necessario che il destinatario - nel nostro caso il visitatore - ne possegga il codice, conosca cioè il contesto di riferimento cui è legata l’opera stessa. Qualora tale codice non sia nel bagaglio di conoscenze dell’utenza, fornirlo è compito di chi allestisce il museo. Per capire come un’opera possa “parlare” è necessario ricorrere alla teoria della comunicazione, che consta di tre livelli: la lettura, la mappatura e l’integrazione. La lettura: per capire il significato dell’opera d’arte - e per far sì che il visitatore capisca cosa sia - il primo passo consiste nel restituirla allo stato originario, renderla

leggibile e distinta dalla sua storia. Il problema della leggibilità si pone soprattutto con i beni archeologici, spesso di natura frammentaria, con conseguente necessità di ricorrere alla loro ricostruzione, avvalendosi anche delle nuove tecnologie (es. la realtà virtuale, oppure proiezioni virtuali che, partendo dall’originale, affianchino più ipotesi ricostruttive). Altro concetto fondamentale per “far parlare” un’opera d’arte è lo spazio della stessa. L’opera deve cioè essere collocata per lo spettatore alle medesime condizioni di visibilità stabilite dall’autore. Qualora possibile, le opere d’arte andrebbero collocate nel loro contesto originario, se ancora esistente e se sussistono le condizioni di tutela. Per concludere il tema della lettura, i musei attuali, non potendo, se non di rado, ricorrere alle ricostruzioni e ospitando opere che non sono collocate nel loro contesto originario, mancano dei requisiti minimi per la lettura dell’opera e per la percezione del suo significante. La mappatura: consiste nel passaggio dal significante, acquisito in maniera chiara con la lettura (es. dal frammento di un piatto alla sua ricostruzione) al significato. Il segno cioè non solo deve essere leggibile, ma ad esso deve essere attribuito un significato. Generalmente tale operazione avviene affiancando all’opera una didascalia o un pannello esplicativo, oppure mediante una guida (operatore didattico) o una audioguida. L’integrazione: corrisponde al passaggio dal significato letterale al significato reale, inteso come la comprensione di quel particolare messaggio che l’artista ha voluto veicolare. Come fare? Attraverso il racconto, da sempre la forma


di comunicazione che più piace, possibilmente utilizzando analogie con personaggi della realtà attuale. Da questo approccio all’allestimento emergono chiaramente due fattori: l’importanza della comunicazione, da intendere anche nell’accezione etimologica di “mettere in comune”, e la configurazione dell’allestimento come narrazione; una volta definito il criterio ordinatore - di tipo estetico, storico, tipologico, topografico, tematico - gli oggetti vanno presentati all’interno di un “canovaccio” che organizza il racconto. Così come una storia accattivante conquista l’attenzione, allo stesso modo un allestimento concepito in termini narrativi permette un elevato grado di comunicazione e un apprendimento efficace. Perché il digitale è dunque così importante per la museologia? In primo luogo perché consente a un allestimento museale delle opportunità straordinarie che si basano essenzialmente sull’interazione con il visitatore. I nuovi musei pertanto da semplici contenitori di oggetti preziosi tendono sempre più a diventare contenitori di concetti, di principi e di valori immateriali, facilmente veicolati dai congegni digitali. Si passa cioè dal “vietato toccare” al “vietato non toccare”. Secondariamente, il digitale permette di raccogliere, catalogare e rendere immediatamente disponibili a tutti una serie infinita di informazioni provenienti da tutto il mondo; gli archivi digitali rappresentano ora il mezzo per l’uomo di conservare la propria memoria e per trasmetterla a chi, per vivere meglio il presente, intende imparare dal passato. La presenza in un museo di apparati tecnologici - caratterizzati da portabilità, maneggevolezza, flessibilità, multimedialità, interattività - che veicolano contenuti informativi di facile

FOCUS A fianco e sotto Luci e colori invitano i visitatori, anche i più giovani, a prendere visione del materiale esposto, per poi approfondire utilizzando i supporti multimediali.

lettura, consente, riassumendo: - l’immagazzinamento e la sedimentazione delle conoscenze apprese, in quanto il visitatore si trova a vivere la propria esperienza come un gioco, un processo di scoperta; - l’ampliamento del bacino di utenza dei visitatori, rendendo appetibili i musei non solo a chi è potenzialmente interessato (il pubblico potenziale) ma anche a categorie di utenza, giovani in primis, tradizionalmente distanti o addirittura “ostili” alla fruizione del patrimonio museale (il non pubblico); - una comunicazione che garantisca interattività, flessibilità, conoscenza a vari livelli di approfondimento, divertimento e multisensorialità; - una miglior conservazione del patrimonio culturale attraverso la sua digitalizzazione. La sezione del Museo Civico di Bassano del Grappa denominata Storia della città, nell’ottica di un museo che non sia solo luogo espositivo, ma anche spazio vivace fortemente comunicativo, non potendo disporre di spazi espositivi sufficientemente ampi per pensare a soluzioni immersive

caratterizzate dall’uso di videoproiezioni di grandi dimensioni che possano coinvolgere in modo globale il visitatore nel suo percorso esplorativo all’interno del museo, ospita un sistema integrato di offerta multimediale: tablet con testi e immagini - che fungono da approfondimento rispetto a quanto indicato nell’apparato didascalico fisso - e una pluralità di stazioni multimediali pensate appositamente per permettere al visitatore di immergersi in quel meraviglioso “racconto” costituito dalla storia dell’insediamento umano oggi conosciuto come Bassano del Grappa.

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Fondamentale la tempestività nella rilevazione precoce delle difficoltà

L’intervento neuropsicologico e psicoeducativo nei disturbi del neurosviluppo

AFFLATUS

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Individuare e intervenire precocemente per massimizzare l’autonomia e le conquiste future.

Nei disturbi del neurosviluppo rientrano i disturbi specifici dell’apprendimento (dislessia, disortografia, disgrafia), i disturbi dell’attenzione e dell’iperattività, i disturbi della comunicazione, la disabilità intellettiva, i disturbi dello spettro autistico, i disturbi del movimento. Solo per alcuni di questi disturbi sono stati individuati potenziali rischi su base genetica, ma nella maggior parte dei casi le cause sono ancora da definire o multifattoriali, in un complesso e non ancora definito intrecciarsi di componente organica pre-natale, peri-natale e ambientale.

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Quando mi avvicino a un bambino nascono in me due sentimenti: tenerezza per ciò che è e rispetto per ciò che può diventare.

Louis Pasteur

Non sempre possiamo forgiare

il futuro per i nostri giovani, ma possiamo forgiare i nostri giovani per il futuro. Franklin Roosevelt

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Gen. dei Medici, 1 38051 - Borgo Valsugana (TN) Via Annibale da Bassano 14, Int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 il sabato ore 9.00/12.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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È fondamentale la tempestività nella rilevazione precoce delle difficoltà specifiche o globali del bambino e un intervento abilitativo/ riabilitativo mirato allo sviluppo dei prerequisiti necessari per lo sviluppo di abilità più complesse future. Per esempio: uno screening dei prerequisiti degli apprendimenti a livello di funzioni esecutive (attenzione, memoria di lavoro, capacità di rappresentazione mentale), a partire dai tre anni di età, è in grado di predire l’insorgenza di disturbi dell’apprendimento alla scuola primaria, dal primo al terzo anno (dislessia, discalculia, disturbi dell’attenzione), colmando i ritardi nello sviluppo e riducendo l’impatto cognitivo, comportamentale ed emotivo di eventuali disturbi futuri. Purtroppo spesso questo non avviene poiché: - le difficoltà del bambino vengono imputate a lentezza o pigrizia, quando anche queste due variabili sono indicatrici di disturbo e non di indole o “carattere” (la lentezza è legata a disturbi dell’attenzione e della memoria di lavoro, la “pigrizia” spesso a deficit motivazionali o di pianificazione); - spesso la presenza in famiglia di qualche parente con analoghe caratteristiche sembra una spiega-

zione sufficiente dell’indole del bambino aspettando miracolosamente che trovi la sua strada! La gravità clinica, rapportata a standard oggettivi, e la gravità percepita scolastica o familiare, non sempre infatti collimano! Ciò ritarda moltissimo la rilevazione e l’intervento precoce psicologico e neuropsicologico sul bambino, sulla famiglia e sulle figure educative coinvolte (spesso avviene solo dopo la segnalazione da parte degli insegnanti), perdendo così importanti opportunità di sviluppo cerebrale, e di conseguenza emotivo e sociale, nel periodo di massima plasticità del sistema nervoso centrale. E rischiando inoltre di porre sul bambino richieste eccessive o troppo limitate, tali da influenzarne non solo lo sviluppo ma anche l’immagine fragile di sé e la motivazione a mettersi in gioco. Più tardi saranno sempre possibili miglioramenti, ma con trattamenti più lunghi e dovendo compensare disturbi e ritardi rispetto alle richieste scolastiche o ambientali molto più elevate. Per ognuno di questi disturbi è necessaria una valutazione globale delle difficoltà e delle potenzialità presenti al momento e il loro potenziale impatto futuro, rispetto alle richieste che l’ambiente porrà al bambino ora, al ragazzo e all’adulto domani. È importante fornire un supporto a genitori e a insegnanti con interventi psicoeducativi (parent training e teacher training) con indicazioni pratiche e concrete che favoriscano la comprensione e la gestione ottimale delle esigenze e dei comportamenti del bambino. Tali interventi psicologici mirano all’aumento della competenza genitoriale e alla riduzione dello stress genitoriale, un parametro che può influire pesantemente sui comportamenti disadattivi, l’autostima, la relazione genitori-figlio e tra il bambino e altre figure adulte (es. insegnanti) o con i pari età.

La plasticità del nostro sistema cognitivo e la nostra capacità di apprendere attraverso tanti canali (l’ imitazione, l’insegnamento verbale, lo studio, l’esperienza...) permettono, dato un quadro di partenza, di ampliarne sempre le conquiste, la flessibilità, la capacità di adattarsi a situazioni nuove rispondendo sempre meglio alle richieste che ogni giorno verranno poste, accompagnando il bambino nello sviluppo di competenze adattive e sociali sempre nuove. Un corretto inquadramento permette un maggior raccordo anche tra le visioni del bambino sviluppate dai genitori, dagli insegnanti e dai clinici, formulando un progetto di intervento coerente, coeso e dunque potente.

Un progetto educativo, didattico, riabilitativo condiviso evidenzia sia le difficoltà che le possibilità di recupero, le capacità possedute e che devono essere sostenute, sollecitate e rafforzate nel tempo. L’Italia è uno dei Paesi con le migliori leggi per l’inclusione scolastica dei bambini e dei ragazzi in difficoltà, ma spesso risultano carenti o talora totalmente assenti interventi riabilitativi precoci mirati alla abilitazione/riabilitazione del bambino, una cultura meno assistenziale e più riabilitativa, sviluppata da sempre principalmente nei Paesi del Nord Europa, negli Stati Uniti e nel Canada. Il futuro di questi bambini e il loro grado di sviluppo, di autonomia e di socializzazione necessitano di tutti gli interventi possibili e tempestivi. E in questa logica diffondere una cultura riabilitativa è essenziale, e non basta, seppur necessaria, l’accettazione da parte dei genitori delle difficoltà presenti, né l’importante supporto inclusivo scolastico. Nessuna di queste componenti da sola porta al miglior risultato possibile: insieme costruiscono la migliore conquista possibile!


L’informazione ha dedicato ampio spazio agli incendi che hanno devastato i boschi. Ma ha parlato troppo poco di dolo

PROPOSTE

IL FUOCO NEL PINETO

di Andrea Minchio

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo...

Immagini che ci hanno fatto stare male: bruciati ettari ed ettari di vegetazione, uno straordinario patrimonio naturale andato letteralmente in fumo (compreso uno dei luoghi dannunziani più celebrati). Colpa dei cambiamenti climatici, del vento e delle alte temperature. Ma soprattutto dei piromani. La prova del forno Ci ho provato. Dapprima su una piastra elettrica, poi direttamente nel forno di casa: non uno spezzatino e nemmeno un buon dolce, bensì alcuni ramoscelli secchi e delle foglie incartapecorite, rese gialle e croccanti dal tempo. 40 gradi, poi 50: niente. 60, 70, 80, 90 gradi: niente! Evidentemente non volevano proprio saperne di prendere fuoco. E allora? Allora mi domando perché, in occasione dei moltissimi roghi che quest’estate hanno devastato mezza Italia, i colleghi della stampa nazionale - sui quotidiani o ai telegiornali abbiano continuato per settimane a usare espressioni ambigue, la più frequente delle quali era: “Il bosco ha preso fuoco”. Il bosco, soggetto, ha cioè compiuto l’azione di prendere fuoco! Ora, capisco la prudenza (sempre meglio verificare), ma mi infastidisce l’ipocrisia. Pur mantenendosi cauti, avrebbero almeno potuto ventilare l’ipotesi del dolo e non imputare tutto ai cambiamenti climatici...

Il Triangolo del fuoco Chissà? Probabilmente non tutti sapevano cos’è il Triangolo del fuoco... Vediamo dunque noi, prima ancora di parlare di autocombustione, di cosa si tratti. Il termine si usa per rappresentare il processo chimico-fisico della combustione. I lati del triangolo rappresentano il combustibile (ogni sostanza infiammabile), il comburente (per esempio l’ossigeno) e la fonte d’innesco (l’apporto di calore). Se manca uno solo di tali elementi la combustione non avviene.

C’è incendio e incendio Per questo si può affermare che gli incendi naturali si verificano raramente e che in genere sono

provocati da fenomeni quali i fulmini e le eruzioni vulcaniche. Per contro gli incendi colposi o involontari sono causati da comportamenti inappropriati e dovuti a negligenza, imprudenza o imperizia, con l’aggravante di violare norme e regolamenti. I più tipici sono quelli dovuti all’eliminazione dei residui vegetali da lavorazioni agricole e forestali, spesso effettuate nei periodi dell’anno che coincidono con quelli di maggior rischio per gli incendi boschivi. La statistica annovera inoltre, come ulteriore fonte di inneschi, il lancio o l’abbandono di mozziconi di sigarette sull’erba secca; così come le bruciature di rifiuti in discariche abusive. E arriviamo infine al dunque, gli incendi dolosi, che sono dovuti soprattutto alla volontà di destinare le aree boschive da distruggere a speculazioni edilizie o all’ampliamento di superfici agricole. Cos’altro aggiungere?

L’autocombustione Secondo i manuali l’ignizione spontanea o autocombustione è dovuta a una reazione biochimica che si sviluppa spontaneamente nella massa di un materiale

Cecco Angiolieri

Piromani: criminali contro l’umanità. Papa Benedetto XVI

producendo il calore sufficiente a provocarne l’accensione e interessando principalmente sostanze organiche in mucchio. Una condizione (con grossi cumuli di materiale organico ad alto contenuto di umidità e fermentazioni biologiche idonee a sviluppare alte temperature) che non si riscontra facilmente nei nostri boschi a causa della loro aridità e dell’assenza di ammassi vegetali di spessore sufficiente. È anche vero però che, una volta innescato, l’incendio si propaga più velocemente a causa dell’incuria dell’uomo: pensiamo per esempio a un sottobosco non pulito o a una strada tagliafuoco non curata. Certo, il vento e le altissime temperature dei giorni scorsi hanno enormemente contribuito. Tragico effetto dei cambiamenti climatici e, quindi, del comportamento dell’uomo. Già sempre lui. Sempre noi.

Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove sui pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti... I versi de La pioggia nel pineto, con le gocce che cadono leggere sui rami animando la magica atmosfera del bosco, risuonano amari all’indomani dell’incendio doloso che ha colpito la pineta di Pescara. In alto, nella fotografia Il Triangolo del fuoco.

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A fianco Secondo i dati dell’European Forest Fire Information System (UE), l’Italia è prima in Europa per numero di incendi. Un primato (del quale non vantarsi), dovuto in particolare a tre regioni: Calabria, Sicilia e Sardegna.


Un libro e una mostra raccontano un antico mestiere

Il Malgaro, ostinata passione

REFLEX

di Morena Stocchero Servizio publiredazionale a cura di Officine micrò

L’iniziativa, patrocinata dalla Regione Veneto e fortemente voluta dal presidente di Latterie Vicentine Alessandro Mocelllin, mira a custodire un inestimabile patrimonio di memorie, saperi e tradizioni tipiche del nostro territorio e del mondo lattiero caseario. Ma non solo.

Da diversi anni Latterie Vicentine è impegnata nella promozione e valorizzazione delle attività legate all’alpeggio e alla transumanza, in particolare nel sostegno delle piccole stalle di montagna, raccogliendo il latte anche in zone impervie e difficili da raggiungere.

365 giorni l’anno, paro, monzo e faso formajo. Francesco (malgaro)

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“Il malgaro, ostinata passione” è un progetto fortemente voluto da Alessandro Mocelllin, presidente della cooperativa vicentina - oggi, il più grande polo produttivo di Asiago Dop. L’iniziativa, patrocinata dalla Regione Veneto, vuole custodire un inestimabile patrimonio di memorie, saperi, tradizioni tipiche del nostro territorio e del mondo lattiero caseario ma non solo. Un patrimonio in grado di rafforzare

il senso di identità e comunità territoriale, di salvaguardare le nostre radici e la nostra storia. Il progetto è partito nell’agosto del 2020 con il reportage fotografico di Enrico Celotto: il fotografo ha vissuto i momenti salienti della giornata del malgaro, dall’alba al tramonto, immortalando gesti, lavorazioni, emozioni, passioni e sentimenti, col fine di salvaguardare una memoria storica unica: quella di un antico mestiere che molto probabilmente sarà destinato a scomparire. Gli scatti realizzati da Celotto e le testimonianze raccolte durante il servizio fotografico sono i protagonisti del libro “Il malgaro, ostinata passione” e dell’omonima mostra fotografica che verrà allestita presso gli spazi di Villa

Cappello Morosini a Cartigliano, dal 16 ottobre al 14 novembre. Una vera e propria malgaro experience: sono previste delle stanze esperienziali, un percorso fotografico e un fitto programma di eventi collaterali come il laboratorio Casaro per un’ora, degustazioni di formaggi di malga, presentazioni di libri e attività didattiche per grandi e piccini. Questo progetto nasce dal desiderio di raccontare la storia di un’eccellenza e del suo forte radicamento nel nostro territorio sia storico sia culturale. “Ho trascorso in malga 30 anni - spiega Alessandro Mocellin e i ricordi più belli della mia infanzia li colloco esattamente in quel luogo. Questa iniziativa mi ha conquistato da subito perché


vuole far conoscere un lavoro faticoso ma estremamente affascinante ed emozionante”. “I miei ricordi - continua Mocellin - sono collegati soprattutto all’ambiente della montagna e al lavoro dell’allevatore, un impegno che deve essere accompagnato da una grande passione verso le vacche e verso gli animali. Il legame con le malghe per me è iniziato molto presto: già a 5 anni mi era stata assegnata una vacca da mungere, si chiamava Doria, la più mansueta di tutte. La mia famiglia voleva assecondare la grande passione che dimostravo per gli animali e per me era motivo di orgoglio poter contribuire al lavoro del papà e dello zio. Riuscire a mungere la vacca, un’operazione tutt’altro che facile, e vedere il secchio riempirsi di latte schiumoso sono ricordi che mi emozionano ancora oggi... I momenti indimenticabili sono tanti: il suono dei campanacci, per me il più bello del mondo; le visite nelle malghe vicine; le storie degli anziani; i momenti di socialità nell’unico bar della zona... sono cresciuto con esperienze che considero un patrimonio inestimabile. Le malghe sono state fondamentali nel mio processo di maturazione: ecco perché ho sposato immediatamente questo progetto. Spero che sfogliando le pagine della pubblicazione e ammirando le fotografie in mostra, scorrendo lo sguardo tra paesaggi, volti e momenti di vita quotidiana ripresi dall’alba al tramonto, il pubblico possa comprendere l’importanza di questo lavoro che io considero il più affascinante del mondo”. Il libro e la mostra raccontano la vita in malga dall’alba al tramonto: 24 ore del fotografo Celotto vissute in 5 malghe dell’arco alpino vicentino. “L’idea di realizzare questo racconto - afferma Celotto - è nata diversi anni fa... Avevo appena ultimato un servizio presso una malga a Recoaro, quando ho iniziato a riflettere sul valore del lavoro del malgaro: il rumore del burro schiacciato dalle mani di Lino è stata un’illuminazione. Questo antico mestiere è stato protagonista nella vita di molte famiglie del nostro territorio e sarà uno degli elementi della

memoria di cui il futuro avrà bisogno, pertanto è stato doveroso e stimolante raccontarlo...”. “Ho cercato e scelto questi malgari tra decine di realtà simili - spiega Celotto - ho vissuto 24 ore a stretto contatto con queste persone speciali, con le loro famiglie e i loro amici. Immerso minuto per minuto nel loro mondo, ho raccolto i loro discorsi e ho cercato di restituire a modo mio, con delle fotografie, uno spaccato di questa vita del presente, per il futuro”. La mostra, ospitata nei suggestivi spazi della villa palladiana di Cartigliano, è stata curata da Elena Agosti in collaborazione con l’agenzia Officine micrò che ha seguito il coordinamento dell’intero progetto insieme al fotografo Enrico Celotto e all’art director Walter Santomauro.

“La mostra è un inedito viaggio demoetnoantropologico tra gli alpeggi e creature che li abitano - precisa la curatrice Elena Agosti. -

La ricerca è stata condotta secondo il paradigma epistemologico tipico della ricerca etnografica, ossia con il metodo dell’osservazione partecipante. Fare etnografia significa recarsi tra coloro che si vuole studiare per un certo periodo di tempo, vivere con loro, intervistarli e registrare alcuni attimi del loro lavoro tramite foto, video e audio. Grazie a Enrico Celotto riusciremo a immergerci nel mondo del malgaro, un mondo fatto di fatica e di passione. Un rapporto imprescindibile con la natura e gli animali che la abitano, un lavoro lento e metodico, una testimonianza unica di un’attività secolare, un bene immateriale da trasmettere alle nuove generazioni per far capire loro l’importanza di vivere in armonia con la natura, oltre che il processo creativo di cibi genuini che stanno alla base della nostra alimentazione; tutto ciò può essere raccontato a regola d’arte, e noi lo faremo!”.

L’Oro di Malga e il 7 Malghe Ogni estate alcuni soci della cooperativa vicentina praticano l’alpeggio: portano i loro capi in montagna principalmente sull’Altopiano dei Sette Comuni. Latterie Vicentine con il latte raccolto nelle malghe produce due formaggi dal sapore inconfondibile, l’Oro di Malga e il 7 Malghe. L’Oro di Malga è un formaggio stagionato, a pasta dura, il 7 Malghe è un formaggio fresco, pasta semicotta. Questi formaggi custodiscono i profumi e gli aromi delle erbe e dei fiori di montagna.

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Movimento del corpo e ascolto consapevole del suono, le basi per esprimere in pittura il proprio sentire

ART NEWS

MICAELA BIZZOTTO L’ALTRO MODO DI DIPINGERE

di Andrea Minchio

La vita è un’enorme tela: rovescia su di essa più colori che puoi.

L’artista ci ha accolto nel suo nuovo romantico laboratorio-atelier a San Giuseppe di Cassola (inaugurazione il 10 settembre): un’occasione per conoscerne il pensiero e i progetti futuri...

Danny Kaye

A fianco Il laboratorio-atelier di Micaela Bizzotto a San Giuseppe di Cassola. Estremamente luminoso, è il luogo ideale per accogliere attività creative.

Qui sotto Micaela Bizzotto, pittrice, arredatrice e interior designer.

Qui sotto Micaela Bizzotto, San Francesco, olio su tela con spatola, cm 60x50, 2018.

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Sono passati diversi anni dal nostro primo incontro con l’arredatrice e pittrice Micaela Bizzotto, che proprio in quella circostanza stava allestendo la mostra “Da terra a cielo” a Palazzo Marco Polo, ospite di quello straordinario mecenate e appassionato d’arte che è Ivano Costenaro. Esponente di una particolare forma d’espressione, la pittura intuitiva, l’artista ci ha allora spiegato (eravamo nel 2013) come attraverso di essa sia possibile recuperare un profondo dialogo interiore e risvegliare preziose energie latenti, apportatrici di inaspettate capacità creative. “La preparazione di quella mostra - ci spiega oggi Micaela Bizzotto - ha comportato molti mesi di lavoro. Operando secondo

i principi di questa disciplina ho avuto modo di capire a fondo me stessa e cosa fosse veramente importante nella mia vita: una consapevolezza che mi ha dato la forza di rivoluzionare in positivo la mia esistenza e di compiere scelte radicali, tanto sul piano personale quanto su quello professionale. Tutto ciò ha coinciso con uno studio approfondito dei colori e del loro abbinamento con i suoni”. Un impegno quasi totalizzante, che ha portato Micaela anche a frequentare, in quel di Bologna, la Scuola Ailight della colour coach Iliana Manfredi e la Musica Tantra di Luca Vignali, una realtà dove viene praticata una forma di medicina vibratoria. “L’acquisizione di queste nuove

e stimolanti conoscenze mi ha consentito di dipingere con un coivolgimento ancor maggiore, profondo, ricco di percezioni intense. E poi, per trasmetterle anche ad altri, di imprimere un taglio diverso pure ai corsi di pittura che già organizzavo in precedenza, differenziandoli per obiettivi e target, proprio come avviene oggi”.

In pratica, ci spiega ancora la pittrice, per affrontare l’atto del dipingere in un modo più libero, al netto cioè da quelle sovrastrutture mentali che inibiscono la componente più creativa della nostra personalità, si deve partire dal movimento del proprio corpo, ascoltandolo e attivando così un nuovo rapporto con esso. Il passo successivo è quello


che riguarda il suono, da seguire in maniera consapevole, quasi spirituale, relazionandolo al movimento. Sono queste le fasi preparatorie che portano allo “sblocco della personalità”. “Impugnare il pennello senza il supporto emotivo del suono - prosegue Micaela Bizzotto conduce inevitabilmente a esprimere un giudizio: la mente prende il sopravvento. Secondo il mio metodo, invece, bisogna lasciarsi trasportare dall’onda del suono, dal suo ritmo, entrando in sintonia con le sue vibrazioni e sapendone poi cogliere la magia per dipingere. Il risultato prescinde quindi da un’azione premeditata...”.

Dalla scorsa primavera l’artista ha aperto un laboratorio-atelier a San Giuseppe di Cassola, dove ha sede la sua Impronta creattiva (la doppia “t” unisce creatività e attività): un piccolo capannone in stile vintage (scelto evidentemente con cura), nel quale opera come consulente d’arredo e interior designer e tiene i corsi di pittura. Qui realizza i suoi quadri (anche quelli su commissione) e particolari cornici, che interpreta come elementi di unione fra la pittura e l’arredamento. “Credo infatti, anche partendo da quello che già si trova all’interno di una casa o di un appartamento, che sia necessario migliorare

il più possibile gli ambienti, giocando innanzitutto con il colore: dei quadri, delle pareti, dei mobili. E, se possibile, guidando nella scelta dei materiali e degli Dipingi i 7 colori

Sopra, da sinistra verso destra Micaela Bizzotto, 21 ottobre, tecnica mista, cm 150x100, 2013. Micaela Bizzotto, Vibrazioni, olio su tela, cm 100x100, 2016.

CORSI E SEMINARI

Adatto a tutti coloro che provano attrazione per il colore. Il corso consta di sette incontri, uno per colore (dal rosso al viola), ed è concepito per chi desidera entrare consapevolmente “in contatto” con i colori, conoscendone le diverse “personalità” e comprendendo come essi risuonino in noi. Il percorso si sviluppa con una modalità teoricoesperenziale, che include anche il movimento del corpo e la musica, prima di passare alla pittura vera e propria, guidata dallo stesso suono.

Pittura intuitiva

Non è indispensabile la conoscenza del disegno o della pittura. Adatto a tutti coloro che desiderano un approccio non accademico, ma legato al proprio sentire. Il corso si articola in quattro incontri durante i quali si apprende in modo spontaneo, secondo il metodo di Livia Cuman, come usare i colori a olio esprimendo se stessi: Orizzonte, Mille pennellate, Spatola e Insieme.

Pittura & Musica

arredi chi quella casa la abita. L’obiettivo? Rendere più armoniosi gli spazi in funzione di quanti li vivono giorno e notte, sprigionando energie positive”.

Al martedì sera, dalle 20.00 alle 22.00. Si tratta di un incontro settimanale. Si inizia rilassando il corpo e predisponendosi all’ascolto consapevole del suono, per poi dipingere guidati

In basso Il romantico capannoncino vintage, sede di Impronta creattiva. Qui Micaela Bizzotto ha installato il suo laboratorio-atelier: uno spazio adatto a ospitare anche i suoi originali corsi di pittura.

dalla musica e trasportati dal proprio sentire.

Laboratorio creativo per bimbi

Si opera in gruppo, previo accordo con i genitori Non un corso vero e proprio, ma incontri su appuntamento, espressamente dedicati ai bambini. La finalità è quella di aiutarli a sviluppare la componente creativa e stimolare la loro immaginazione. Un modo giocoso per indurli, con il movimento, la musica e l’uso dei colori, a esprimere senza condizionamenti la propria personalità.

Armonizzare la casa con il colore

Si tratta di un seminario che prevede più incontri. L’obiettivo è quello di fornire ai partecipanti gli elementi conoscitivi per capire quali colori siano i più adatti alla propria casa, in base alle diverse personalità. Ogni colore, infatti, ha una frequenza che risuona in noi in virtù del nostro sentire. Il colore, abbinato a uno studio complessivo dell’ambiente può renderlo: neutro, frizzante, gioioso, giocoso, cupo, luminoso. Può calmare, smorzare, attivare... Una coppia con bambini, per esempio, ha necessità diverse di una coppia sposata da venticinque anni...

Impronta creattiva

Laboratorio-atelier di Micaela Bizzotto Viale San Giuseppe, 150 - Cassola (VI) Tel. 0424 285240 Cell. 327 1279000 micaela@improntacreattiva.com www.improntacreattiva.com

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INAUGURAZIONE UFFICIALE Venerdì 10 settembre, dalle ore 18


LA COSTA DEI TRABOCCHI Il meraviglioso litorale tra Abruzzo e Molise

SÌ, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

Lo splendido panorama della costa è caratterizzato dalla presenza di queste bizzarre strutture: imponenti macchine da pesca, forse di origine fenicia e tutelate come patrimonio monumentale.

A fianco Il trabocco di Punta Tufano, presso il porticciolo di Rocca San Giovanni. I trabocchi sono imponenti strutture in legno formate da una piattaforma che si allunga sul mare e che è sostenuta da grossi pali. Da essa si dipartono alcune antenne, sempre in legno, alle quali è fissata una rete da pesca a maglie strette (detta trabocchetto).

Sotto, dall’alto verso il basso Gli storici borghi di Lanciano (CH) e Civitella del Tronto (TE): luoghi ricchi di magia e di antiche tradizioni.

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Chiunque sia mai stato in Abruzzo e abbia visto il suo bellissimo litorale, non potrà dimenticare lo splendido panorama dei trabocchi, insoliti giganti che emergono dalle acque. Le loro origini non sono ancora chiare, ma è certo che la loro presenza rende decisamente molto più suggestivo un paesaggio già di suo a dir poco fantastico. Siamo lungo la Costa dei Trabocchi, quel tratto di litorale del Medio Adriatico compreso tra Ortona e Vasto che ha ispirato anche Gabriele D’Annunzio. Nei pressi di San Vito Chietino, lo scrittore acquistò una casetta di pescatori che trasformò nel suo nido d’amore. E proprio i trabocchi, da lui descritti come “ragni colossali”, hanno fatto da sfondo ad almeno parte della storia narrata nel suo capolavoro Il trionfo della morte. Queste bizzarre costruzioni sono delle macchine da pesca su palafitte, che secondo alcune testimonianze andrebbero accreditate ai Fenici. In realtà non sappiamo con esattezza a quando risalgano i trabocchi, le fonti sono piuttosto incerte. Qualsiasi siano le loro origini, è certo che stiamo parlando di

strutture davvero particolari, che offrono un panorama incredibile. Si stagliano sull’azzurro del Mar Adriatico e suscitano grandi emozioni. Molti trabocchi sono stati restaurati e riportati alla loro bellezza originaria, e alcuni di essi ospitano ristoranti dove potere gustare qualche saporita pietanza locale, nel pieno rispetto delle tradizioni abruzzesi. Impossibile descriverli tutti: ciascuno di loro ha una storia lunga millenni da raccontare, e solo ammirandone la maestosità è possibile capire appieno quale meraviglia possa suscitare nei visitatori. Ma la Costa dei Trabocchi ha ancora molte altre bellezze da regalare ai turisti. Le sue spiagge, ad esempio, sono tra le più affascinanti dell’intero litorale dell’Adriatico, e hanno il vantaggio di non essere ancora molto conosciute al turismo di massa. Luoghi splendidi come la spiaggia di Ripari di Giobbe, oggi considerata area protetta, o come le piccole calette del Golfo di Venere, meritano assolutamente di essere scoperte. Acque azzurre, sabbia fine e panorami mozzafiato sono garantiti.

La Costa dei Trabocchi è rigogliosa dal punto di vista della vegetazione: siamo sicuri che rimarrete incantati dalla meraviglia della Lecceta di Torino di Sangro, una riserva protetta a ridosso della foce del fiume Sangro, che si affaccia proprio sul litorale abruzzese. E che dire della Riserva Naturale di Punta Aderci? Splendide distese verdi che alternano vigneti a campi di grano, magnifici colori e odori che lasceranno un segno indelebile tra i vostri ricordi. L’area si estende sino al promontorio di Punta Aderci, un balcone sul mare che domina la bellissima spiaggia di Punta Penna. È questo il luogo perfetto se volete concedervi un’esplorazione del territorio su due ruote. A Francavilla al Mare aprirà a breve i battenti la nuova ciclostazione dei trabocchi, dove noleggiare bici da strada, mountain bike o bici elettriche, per partire poi alla scoperta dell’affascinante paesaggio della costa abruzzese. E, perché no?, potrete ammirare qualche piccolo paesino, delizioso come il borgo medievale di Rocca San Giovanni o la splendida Ortona, perla dell’Adriatico.


SÌ, VIAGGIARE A fianco Le isole Tremiti, situate a circa 12 miglia marine a nord del promontorio del Gargano, sono anche dette Diomedèe, dal nome del celebre eroe acheo. Secondo il mito, infatti, egli morì a seguito di un naufragio avvenuto proprio nelle acque di questo arcipelago. Nell’isola di San Nicola, peraltro, si trova una tomba di epoca ellenica a pianta circolare, detta “di Diomede”.

Molise, un piccolo mondo antico LE ISOLE TREMITI E LA COSTA DEI TRABOCCHI Una perla rara che ha saputo conservare antiche tradizioni di un mondo oramai scomparso. Dal 29 settembre al 3 ottobre 2021 Viaggio di 5 giorni

1° giorno - Mercoledì 29 settembre Civitella del Tronto Ritrovo dei partecipanti, sistemazione in pullman e partenza per Padova. Pranzo libero. Nel pomeriggio arrivo a Civitella del Tronto e visita guidata del caratteristico borgo medievale, ultimo baluardo borbonico e teatro di storiche resistenze. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

2° giorno - Giovedì 30 settembre Isole Tremiti Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino trasferimento a Termoli e partenza in battello per le Isole Tremiti, al largo della costa garganica,

contraddistinte da calette, faraglioni e da una vegetazione lussureggiante. Escursione in barca attorno all’isola di San Domino e visita alle grotte marine. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita dell’isola di San Nicola e in serata rientro in terraferma.

3° giorno - Venerdì 1 ottobre Roccavivara - Pietrabbondante Agnone Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino visita guidata all’abbazia della Madonna del Canneto a Roccavivara e ai vicini resti di una sontuosa Villa Romana. Proseguimento per Pietrabbondante e visita all’area archeologica di Bovianum Vetus che conserva i resti del più importante Santuario dei Sanniti. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio arrivo ad Agnone e visita all’antica Pontificia Fonderia, dove un esperto artigiano spiegherà le diverse fasi della lavorazione delle campane. Degustazione della stracciata e del caciocavallo in un caseificio artigianale.

Qui sopra L’area archeologica di Bovianum Vetus, presso Pietrabbondante, costituisce la più importante testimonianza monumentale della civiltà sannita.

4° giorno - Sabato 2 ottobre 2021 Costa dei Trabocchi Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Al mattino partenza per Fossacesia e sosta sul Belvedere di San Giovanni in Venere e visita all’Abbazia Benedettina. Sosta in un antico frantoio per la degustazione di olio delle colline frentane. Proseguimento verso la Costa dei Trabocchi e visita guidata di questa straordinaria struttura per la pesca che si estende verso il mare con esili passerelle di legno. Pranzo a base di pesce, proprio all’interno di un caratteristico trabocco.

Quota individuale di partecipazione Euro 690,00

La quota comprende: - viaggio in pullman gran turismo; - sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, bevande incluse; - le guide ove previsto; - il battello per le Isole Tremiti; - auricolari per tutto il tour; - assicurazione medico bagaglio; - il nostro accompagnatore.

5° giorno - Domenica 3 ottobre Lanciano Prima colazione in hotel. Al mattino visita guidata alla cittadina di Lanciano, città d’arte famosa già dall’età romana per le sue fiere, che richiamavano mercanti da tutto il Mediterraneo. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio partenza per il rientro con arrivo in serata.

La quota non comprende: - le camere singole (suppl. di EURO 120,00). All’iscrizione acconto di euro 200,00

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Molte le iniziative per il bicentenario della morte

Elba, “Isola della tranquillità” di Napoleone

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

Oltre al piacere di conoscere i luoghi amati dall’imperatore, godendo di scenari meravigliosi, c’è la possibilità di visitare a Portoferraio una mostra allestita ad hoc dalla Galleria degli Uffizi...

Inizia tutto il lontano 4 maggio 1814 quando Napoleone Bonaparte sbarca a Portoferraio, all’Elba, che egli definisce “Isola della tranquillità”. È sconfitto, deluso, amareggiato, ma ha ancora lo spirito del leone, quello di chi non abbassa la testa e, anzi, abbraccia intimamente il sogno della riscossa. Tant’è che a Portoferraio innalza uno stendardo progettato da lui stesso, che ancor oggi è la bandiera dell’Isola d’Elba. Bianca con una banda rossa, alla quale sono state aggiunte in seguito tre api dorate. L’originale si trova tuttora nella Palazzina dei Mulini. Costretto ad abdicare dalle potenze vincitrici, con il trattato di Fontainebleau gli fu assegnato come principato proprio l’Elba. Venne accolto con entusiasmo dalla popolazione e, durante i dieci mesi della sua permanenza, apportò grandi cambiamenti: dal sistema amministrativo ai lavori pubblici, dalla viabilità fra paese e paese alla ristrutturazione di numerosi edifici, dai condotti sotterranei (per evitare allagamenti stradali) all’agricoltura... Amante dell’Aleatico, tanto da creare una sorta di Doc ante litteram, salvaguardò l’economia eliminando le tasse di pedaggio sui vini elbani, che così vennero ammessi nei porti della Francia, della Liguria e della costa italiana con l’esenzione dei dazi doganali. Gli elbani, insomma, ricordano con rispetto il soggiorno di Napoleone sulla loro isola e ogni anno, il 5 maggio, viene celebrata

Sopra, dall’alto verso il basso Una delle stanze della Palazzina dei Mulini a Portoferraio. La neoclassica villa di San Martino. Il Masso dell’Aquila, nei pressi del Santuario della Madonna del Monte.

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una funzione religiosa in sua memoria su lascito testamentario del principe Demidoff, marito di Matilde Bonaparte e suo nipote. Quest’anno poi, in occasione del bicentenario della morte, nell’isola ci si è preparati a ricordarlo e a ripercorrere con gli appassionati di storia i luoghi da lui amati. E allora iniziamo con la Palazzina dei Mulini a Portoferraio, prima residenza scelta da Napoleone, che la fece ristrutturare e adattare alle proprie esigenze: c’è anche un salone per le feste, destinato ad accogliere la moglie Maria Luigia ma poi abitato solo dalla sorella Paolina. Già perché Maria Luigia, nonostante le promesse, non giunse mai all’Elba! Nella biblioteca ci sono ancora i libri che l’imperatore portò con sé. E poi, all’esterno, un delizioso giardino all’italiana. Villa San Martino è stata invece la sua dimora estiva: si trova in campagna, a pochi chilometri da Portoferraio. Napoleone acquistò la proprietà e la fece ampliare e abbellire con un giardino pensile per renderla elegante, tale da non avere nulla da invidiare alle residenze parigine L’architettura neoclassica si deve al principe Demidoff, che al piano terra ricavò un museo con diversi ritratti di Napoleone e dei familiari. Qui si trova anche l’originale della Galatea di Canova, per la quale sembra avesse posato Paolina Bonaparte. A Marciana il Santuario della Madonna del Monte, immerso nel verde di un bellissimo castagneto secolare, fu un luogo amatissimo

da Napoleone, che soggiornò nell’adiacente romitorio. Qui egli accolse la sua amante Maria Walewska, che lo andò a trovare assieme al loro figlioletto, dimostrando profondo e sincero amore. E da qui Napoleone poteva anche vedere la sua Corsica. Nei pressi si trova il Masso dell’Aquila, dove il governo francese aveva installato un telegrafo ottico che permetteva di comunicare mediante segnali visivi a grandi distanze.

Tanti sono i luoghi che ricordano l’imperatore: dalla spiaggia delle Viste, da dove salpò alla volta della Francia, alla Fonte di Napoleone a Poggio, allo Scoglio della Paolina (dove Paolina amava prendere il sole e fare il bagno), al Teatro dei Vigilanti e alla Casa Vantini, dove abitò Letizia Ramolino, madre di Napoleone, che lo raggiunse dalla Corsica per stargli vicino: una donna che amava la vita semplice e che si trovò benissimo all’Elba, dove rimase fino alla partenza del figlio. Per il Bicentenario vengono proposti percorsi bellissimi tra il verde e la storia: trekking e bike sulle tracce di Napoleone. Per gli appassionati c’è il Passaporto napoleonico, che prevede dieci tappe, con relativa timbratura che ne attesta l’avvenuto passaggio! Non mancano cene in costume, degustazioni, spettacoli, feste e balli (nel rispetto delle norme anti Covid). A Portoferraio vale infine la pena visitare la mostra Nel segno di Napoleone: gli Uffizi diffusi all’isola d’Elba, aperta fino al 10 ottobre.


La cerimonia avrà luogo sabato 25 settembre a Rossano Veneto nella splendida cornice del Parco Sebellin

ARTIGIANI

Il Mandamento di Bassano premia per la Fedeltà Associativa le aziende con trent’anni d’iscrizione

Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Servizio publiredazionale a cura di Confartigianato Vicenza

Solo chi ha fede in se stesso può essere fedele agli altri.

Come tante altre, costituiscono il nerbo della nostra economia. Tramite la loro costante azione il territorio trova coesione sociale, benessere e lavoro. Vediamo dunque quali sono...

Erich Fromm

Pove del Grappa Creazioni Armony Snc, P.I. Vidale Gregorio.

Romano d’Ezzelino Andolfatto Claudio, Ciak Srl, Espa Srl, Fragole Rosse Lando Patrizia, Grafic Center Sas, Motocentro F.lli Canil Snc, N.M.N. di Nichele Snc, Tonin Remigio Giacomo, Costruzioni Edili Ceccon Claudio, Miva di Dissegna M&C, Peter Pan Plast Srl. Sopra, da sinistra verso destra Sandro Venzo, presidente del Mandamento di Bassano del Grappa di Confartigianato Vicenza. Il Parco Sebellin a Rossano Veneto: una splendida oasi verde, cornice ideale per eventi culturali e non solo. Sotto Un’altra immagine del parco, attrezzato anche per spettacoli e proiezioni di vario genere.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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“Nonostante tutto, c’è chi lo fa da oltre trent’anni con grande passione e spirito di sacrificio”. Questo è quanto possiamo dire riferendoci agli imprenditori artigiani che il prossimo 25 settembre, nel Parco Sebellin di Rossano Veneto, verranno premiati per i loro trent’anni di attività. “Da sempre il Bassanese esprime un patrimonio e un valore economico di grande importanza tramite le proprie aziende, che creano ricchezza e permettono un benessere generale diffuso... - il presidente del Mandamento, Sandro Venzo, desidera chiarire le finalità dell’evento - si tratta quindi di una festa che vuole riconoscere alle nostre imprese, socie da oltre trent’anni, il giusto tributo. Dobbiamo ringraziarle per aver fatto grande il nostro territorio, come molte altre. Per questo motivo abbiamo invitato anche le Amministrazioni Comunali. Riteniamo infatti che il primo beneficiario della loro attività sia proprio il territorio: tramite l’impegno costante di tali soggetti economici trova infatti coesione sociale, benessere e lavoro”.

Le aziende del Mandamento di Bassano invitate alla Premiazione, suddivise per comune di appartenenza, sono le seguenti:

Bassano del Grappa Carrozzeria Farina Giuseppe, La Nuova Immagine di Moretto Flavia & Sandra, Muraro Liliana, Visentin Angelo, Giandesin Antonio Snc, Unigreen by Ilario Baggio, Salone Roberta di Alessi Roberta, Intermobili Bassano di Piazza Antonio, Mostra d’Arte Prof. Fiorese Amedeo, Zuinisi Marino, Legatoria Mocellin, Zuinisi Marino, F.lli Cortese di Cortese Vittorio. Cassola Ela - Sistemi Elettronici Srl, La Carica dei 101 di Reale Fabrizio, Ecoauto di Girolimetto Armando, M.P. Meccanica di Precisione Zonta Snc, Pulitura Orchidea di Tessari Maria A., ST di Stefani Terenzio, Tonellotto Sergio, Zen Giorgio. Mussolente Salone Elena di Frattin Elena, Seritarga Snc di Scodro G.

Cartigliano C.T.M. Consorzio Trasportatori Montegrappa, Riccardo Urnato Fotografo Srl, ST 4 di Boifava Stefano.

Rosà Autofficina F.lli Pasin S.N.C., Estetista Michela & Cristina di Frighetto Michela, Gin Lux Ceramiche d’Arte di Bonamigo Giacobbe, Metalpress S.A.S. di Ferraro Gastone e Borso Laura, Stragliotto Antonio & C. Snc, Termoidraulica Didonè Basilio, Torneria Meccanica Demo. Rossano Veneto Trento & Bizzotto Snc, Tuto Chimica Snc, Mirko Group Srl, Calderaro Luciano.

Tezze sul Brenta Confsport Srl Unipersonale, Valle Antonio Srl, Elettrauto Olivetto Domenico, Officina Meccanica Fomec S.A.S. di Fantinato Attilio & C., Torneria Meccanica Demo di Demo Alessandro e Loris & C. S.A.S., Nuova BBM di Bizzotto Eros e Rigon Siro. Valbrenta Valbrenta di Sguario Germano.


L’intervista a Jacopo, figlio di Andrea Parini

“QUELLE OPERE NON LE HA FATTE NOSTRO PADRE”

PUNCTUM DOLENS

di Andrea Minchio

Nel numero di Marzo-Aprile 2021 abbiamo pubblicato un servizio curato da Giambattista Petucco, nel quale si ricordava la figura del grande maestro. La paternità delle ceramiche che accompagnavano il testo è stata contestata dagli eredi dell’artista. Con garbo, ma anche con molta determinazione. Vediamo perché.

A seguito del servizio dedicato al celebre ceramista Andrea Parini, curato da Giambattista Petucco e pubblicato nel numero di MarzoAprile, abbiamo ricevuto una lettera circostanziata da parte dei figli dell’artista, Jacopo e Onoria. Oggetto della loro comunicazione le opere, datate 1945, di un collezionista (che ha finora mantenuto l’anonimato), apparse su queste pagine e attribuite dallo stesso Giambattista Petucco al maestro di Caltagirone. Ci hanno infatti scritto i figli del Parini che “le immagini dei due oggetti pubblicati su Bassano News, sia in copertina sia all’interno [...] e attribuiti ad Andrea Parini, parlano chiaro. I due oggetti non sono affatto usciti dalla talentuosa mano di Andrea Parini. I veri esperti di questo Artista (Jacopo e Onoria, figli di Andrea, n.d.r,) non hanno dubbi”. “Il ‘ritrovamento casuale’ di questi due manufatti evoca altri ritrovamenti altrettanto ‘casuali’, come per esempio quello delle tre sculture di Modigliani rinvenute ‘per caso’ nel 1984 nel canale del Quartiere Venezia a Livorno”. Si domanda allora Jacopo Parini se si tratti “anche nel nostro caso di una goliardica burla divertente e ben organizzata? Chi lo sa si faccia avanti!”.

Qui sopra Jacopo Parini nella sua casa di Milano. Nato a Bassano, biochimico, già dirigente d’azienda nel campo della ricerca farmaceutica, del change management e della comunicazione interna, è executive coach accreditato ACC (Associate Certified Coach) da ICF (International Coach Federation), nonché docente di Comunicazione. È anche musicista, compositore, autore di testi, sceneggiatore e regista, iscritto alla SIAE dal 1998 e accreditato Professional alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

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Abbiamo poi anche intervistato Jacopo. Con cortesia - e forse anche con una vena di nostalgia per Nove (Jacopo Parini è nato a Bassano) - il nostro interlocutore si è così rivolto all’estensore dell’articolo: “Grazie Giambattista della tua felice vena con cui brillantemente racconti, in maniera colorita ma talvolta un po’ fantasiosa, l’opera e la vita di nostro padre a Nove intorno alla fine della guerra. Mi hai fatto rammentare l’episodio che vissi

quando incontrai Federico Bonaldi pochi anni prima che ci lasciasse. Eravamo nel suo studio sul Brenta. Mi ci portò Nadir Stringa. Gli disse che ero il figlio di Parini (non ci eravamo mai visti prima). Bonaldi mi venne incontro, mi abbracciò e mi raccontò di quando mio papà, che era il direttore della Scuola d’Arte, andava a cercarlo a casa nei giorni in cui non si recava a scuola. A casa trovava la madre. Signora, dov’è Federico? Perché non è venuto a scuola oggi? E la madre: Professore, Federico è a lavorare nei campi, cosa vuole, dobbiamo mangiare, sa? Signora, per favore, lo vada a chiamare, io aspetto qui, poi lui viene a scuola con me. Federico mi disse: ‘Sai, Jacopo, io adesso sono Federico Bonaldi solamente grazie a tuo padre’. Si commosse e posò la testa sulla mia spalla. Non potrò mai dimenticarlo”. Un aneddoto che ben testimonia quanto l’artista e docente siciliano fosse attento e premuroso nei confronti dei suoi allievi. E, aggiungiamo noi, quanto un’intera generazione di artisti, assurti poi a fama internazionale, gli debba riconoscenza. Prosegue ancora Jacopo Parini, anche citando Petucco: “Scusami Giambattista, come vedi, il mio ‘foresto’ papà negli anni della guerra non aveva tanto tempo libero da dedicare, ospite dei laboratori del territorio, a modellare e dipingere molte opere, ma lo fece molto tempo dopo, alla fine degli anni ’60 realizzando, ad esempio, il monumentale pannello lungo 91 metri collocato su un palazzo di Caltagirone”. Il dottor Parini ricorda inoltre che il padre, “negli anni della guerra e per tutto il tempo che prestò il suo servizio a Nove, invece,

dedicava tutto il suo tempo a seguire e sviluppare con passione, dedizione e competenza i tanti talentuosi ragazzi che riusciva a individuare nel territorio: Federico, Alessio, Pompeo e molti altri”. Ha chiuso infine con un ringraziamento a Giambattista Petucco per aver ricordato che, in riconoscenza del suo operato per il benessere di tutta la Comunità, Nove gli ha giustamente dedicato una via e innumerevoli ex allievi lo ricordano con amore”. Tornando alla paternità delle opere in questione, quelle pubblicate cioè da Bassano News, il dott. Parini e la sorella hanno elencato in una mail (giunta in redazione) le ragioni specifiche per le quali le ritengono dei falsi. Le elenchiamo qui di seguito, ricordando ai lettori che il fine di questo magazine è quello di fare divulgazione culturale anche affidandosi, quando è necessario, alle parole degli esperti. Nel caso specifico, al parere di Giambattista Petucco, titolare di una storica manifattura novese e figlio di Giovanni, pittore, scultore e ceramista, della cui azienda Andrea Parini ebbe modo alla fine degli anni Sessanta di servirsi per realizzare alcune delle sue opere di più grandi dimensioni. Personalmente ho preso anche visione di un video girato qualche tempo fa, nel quale un noto artista del territorio, buon conoscitore di Parini e da poco scomparso, attribuiva uno di questi pezzi al maestro siciliano... Ecco dunque quanto ci ha scritto Jacopo Parini, d’accordo con la sorella Onoria, respingendo “fermamente” l’autografia sulla base delle seguenti considerazioni. “1) Non esiste documentazione che questi manufatti siano opera di


PUNCTUM DOLENS

A fianco e qui sotto Andrea Parini, La strage degli innocenti, assieme e particolare, 1945. Nove, Liceo Artistico “G. De Fabris”, Museo della Ceramica (ph. Carmen Rossi).

Andrea Parini come, per esempio, bibliografia, occasioni di esposizioni, passaggi di proprietà con relative date, foto d’epoca, documenti nel nostro archivio storico. 2) Noi, eredi, abbiamo infatti a nostra completa disposizione un archivio storico organizzato con documenti / disegni / bozzetti / fotografie / pubblicazioni di tutte le opere prodotte da nostro padre, di cui egli stesso curava meticolosamente l’archiviazione. Documenti o foto di questi due oggetti non sono mai stati presenti in tale archivio. 3) Alla semplice osservazione delle foto dei due manufatti è

evidente la differenza sia stilistica sia tipologica rispetto alle opere effettivamente prodotte dall’Artista. Si tratta quindi solamente di caricaturali imitazioni. Da ultimo, ma non meno importante, riferiamo che già una decina di anni fa avevamo segnalato la errata attribuzione ad Andrea Parini di un oggetto similare, comparso recentemente perfino a un’asta ma subito ritirato in quanto ritenuto non autentico. È un vero peccato che negli ultimi lustri tanto talento possa venire sprecato a produrre imitazioni invece che utilizzato per creare vera e proficua innovazione”.

Onoria e Jacopo Parini hanno poi concluso la comunicazione ricordando come, in qualità di eredi, intendano “tutelare al massimo, in primis, i competenti collezionisti di opere autentiche e, in secundis, l’onorabilità e il valore dell’Artista e in generale dell’Arte Ceramica, sempre così negletta nel panorama artistico nazionale ed internazionale”.

Grande gruppo plastico, a tuttotondo, in materiale refrattario maiolicato e, in alcune parti, solo invetriato. Decorazione policroma. Gli elementi rappresentati fanno supporre che l’artista abbia voluto ricordare l’8 settembre 1945, giorno in cui a Nove, presente anch’egli, vennero uccise nove persone (tra le quali alcuni ragazzi) durante la ritirata tedesca.

Un desiderio che è anche di questa testata, impegnata ormai da lunghi anni a promuovere la ceramica di Nove (classica e contemporanea) e in generale i talenti artistici del territorio.

In caso di dubbi sull’autenticità di opere di Andrea Parini, è possibile contattare i figli Onoria e Jacopo alla seguente mail: jacopo.parini@gmail.com

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Grazie a uno “storico” accordo fra Parrocchia e Comune, Bassano può ora contare su una prestigiosa sede espositiva

EVENTI

San Giovanni si apre alla città per eventi culturali e concerti

di Antonio Minchio

L’installazione di appositi pannelli fonoassorbenti ha corretto l’acustica, fornendo allo stesso tempo ottime opportunità allestitive. Istituzioni, privati e associazioni stanno già fruendo di uno spazio unico. È anche il caso della mostra dedicata alla Serva di Dio Mariacristina Cella Mocellin, per la quale è in corso la causa di beatificazione: evento svoltosi lo scorso mese di luglio.

Da qualche tempo la chiesa di San Giovanni, di faccia al salotto buono dei bassanesi (ossia quella piazza Libertà che ospita sempre più eventi... anche troppi), si è data un nuovo look e ha integrato la tradizionale funzione legata al culto con quella culturale: uno straordinario spazio espositivo destinato ad accogliere mostre e concerti nel cuore della città. Merito di uno “storico” accordo fra la Parrocchia di Santa Maria in Colle e il Comune di Bassano, che ha visto come protagonisti l’abate don Andrea Guglielmi e il vicesindaco Roberto Marin. In pratica l’edificio, pur rimanendo uno dei luoghi più rappresentativi della religiosità, può essere utilizzato (per circa due terzi dell’anno) da associazioni e privati per manifestazioni socio-culturali di rilevo, sempre adeguate alla peculiarità del contenitore. Un’attività, per così dire, resa possibile grazie all’installazione di opportuni pannelli fonoassorbenti (nonostante Giovanni Miazzi abbia progettato la chiesa secondo principi matematicomusicali, l’acustica dell’edificio era letteralmente disastrosa), concepiti dall’architetto Denis Bordignon anche per svolgere, in contemporanea, una funzione

Qui sopra e nel testo Due immagini dell’interno di San Giovanni Battista a Bassano, così come si presenta oggi. La chiesa è ora ripartita in due aree distinte: una dedicata al culto, verso l’altare del SS Sacramento, e una ad attività culturali e concerti. Lungo la linea di demarcazione sono stati collocati i pannelli che illustrano la storia del complesso e degli annessi. In alto Il particolare di uno dei pannelli dedicati alle vicende della chiesa.

Sotto, da sinistra verso destra La copertina del volume Una vita donata, diario spirituale di Mariacristina Cella Mocellin curato da don Patrizio Garascia (Edizioni San Paolo, 2015). Un bel ritratto fotografico della Serva di Dio, poco tempo prima della sua prematura scomparsa.

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espositiva. Ne sono un bell’esempio quelli utilizzati per la mostra permanente sulla storia del complesso di San Giovanni e degli annessi, curati da Claudia Caramanna in collaborazione con Editrice Artistica e disposti in modo da ripartire la pianta della chiesa in due parti: quella liturgica e quella “pubblica”.

A proposito di esposizioni, va qui segnalata la mostra dedicata a Mariacristina Cella Mocellin, tenutasi a luglio e organizzata dall’Associazione Amici di Cristina onlus con l’appoggio di volontari locali. Una figura esemplare di donna, sposa e madre, dichiarata Serva di Dio nel 2008 con editto del vescovo di Padova Antonio Matiazzo. A venticinque anni dalla sua morte, avvenuta il 22 ottobre 1995 (appena ventiseienne), è in corso la causa di beatificazione e canonizzazione. L’istruttoria diocesana e romana è conclusa. La prossima tappa riguarda il voto della Commissione teologica: se sarà favorevole, si passerà a quello della Commissione cardinalizia. Poi, se il Pontefice si esprimerà positivamente, Mariacristina Cella Mocellin verrà dichiarata venerabile, con

la possibilità della beatificazione. “Si tratta di una giovane donna - spiega Antonio Baggio, fra i volontari dell’iniziativa - che ha rimandato a dopo il parto le cure destinate a salvarla da una grave malattia, per non mettere fortemente a repentaglio la vita del bimbo in grembo: un gesto nobile e coraggioso, che l’ha portata a una morte prematura. Ma anche l’eroica conclusione di un lungo percorso di fede, iniziato come animatrice e catechista all’oratorio e poi perseguito perfino a scuola. Al punto che, prima di conoscere il valstagnese Carlo Mocellin con il quale si è poi sposata, aveva pensato alla vocazione religiosa. Un’esistenza dedicata al Signore, la sua, anche in seno alla famiglia. Non a caso nel 2005 è stato pubblicato per le Edizioni San Paolo il suo diario spirituale, Una vita donata, curato da don Patrizio Garascia”. Per i primi di ottobre la chiesa di San Giovanni ospiterà invece una mostra di sculture di Biagio Abrate (già Gen. C.A. e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito) e una rassegna fotografica a cura dei Gruppi della Sezione ANA Montegrappa di Bassano.


Memorie di neve lontana

IL CENACOLO

Agostino Dal Pozzo (1732-1798) Mario Rigoni Stern (1921-2008)

di Chiara Ferronato

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Non si sa da dove vengano le parole, dalle occasioni, dalle paure, dalla memoria, da dove trovino il ritmo del racconto: certo che molte volte, in un loro tono di sottofondo, si avverte un’origine forse non così lontana, non così separata da realtà diverse, anzi capace di correre il rischio di sopravvivere, in una personale, segreta, privata fedeltà a voci che fanno da richiamo… Slege, in cimbro, è Asiago. L’abate Agostino Dal Pozzo dedica due volumi e

Ai miei giovani lettori Ma torniamo a noi: e vi racconto come cominciai a scrivere il mio primo libro. Questo Sergente nella neve. Tra il 1940 e il 1945 mi capitò di dover fare la guerra. Quella brutta guerra che certamente avete sentito ricordare dai vostri genitori e dai vostri insegnanti. Nell’inverno del 1944 ero prigioniero dei tedeschi in un paese verso il Mar Baltico. Nevicava fitto, nevicava sempre. Io guardavo attraverso le piccole finestre della baracca ricordando la mia felice libertà nel paese lontano. E nel silenzio, di tra il nevischio, mi ritrovai a ricordare compagni che la guerra aveva portato via. Improvvisamente mi tornarono veri, come stessi rivivendoli, i fatti che mi erano capitati l’anno prima. Talmente vivi da provare paura, serenità, coraggio, allegria, apprensione come essere nella realtà; forse di più. Presi allora un mozzicone di matita che conservavo nello zaino per quella mania che avevo di scrivere il diario, e su pezzi di carta racimolati in fretta incominciai a scrivere: «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato...». Per un mese e mezzo, la durata nel tempo del mio racconto, dimenticai tutto: persino la fame, persino il mio paese lontano. Scrivevo sino al crepuscolo della sera (alle due del pomeriggio era già buio) e cercavo di non rompere la punta della cortissima matita. Ogni notte ricordavo, ogni mattino riprendevo a scrivere. Perché l’ho fatto? Non certo con la presunzione che il mio scritto venisse stampato e letto. Mi sembrò necessario, allora, e urgente, dovermi liberare da qualcosa che avevo dentro, e realizzare tutto in parole con vocali

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1 novembre 1921-16 giugno 2008).

Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, Einaudi Editore. 1983. Edizione per la scuola con prefazione dell’autore.

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una vita “ai germanici suoni” dell’Altopiano dei Sette Comuni, stearn è stella, schnea è neve. Li cerca nelle case del Bostel, tra gli uccelli selvatici e gli alberi del bosco, willar-haan è l’urogallo, linta è il tiglio, nelle preghiere…, nelle cantilene incomprese… Mario Rigoni Stern ne ha sentito l’eco, trascritto la pacata emozione. Poi, quelle parole, improvvisamente sono diventate bufere di neve. Chiara Ferronato

e consonanti. Fissare quello che avevo visto per poterlo sempre ricordare. Non era un diario personale: dovevo dire quello che era accaduto a migliaia di uomini come me in quel dato periodo della guerra. Senza la strategia e la tattica, le scienze della guerra. Narrare solamente una condizione umana. Tutto qui.

Questo libro non è certo un’avventura: iniziai bruscamente portandovi in un episodio della guerra. Uno dei più tragici e disperati episodi: la ritirata in Russia delle nostre truppe alpine. Al freddo glaciale si aggiungevano le tormente di neve che accecavano; le marce per centinaia di chilometri con i muscoli delle gambe duri come legno; la mancanza di rifornimenti; i combattimenti per rompere l’accerchiamento; il dover trascinare avanti i compagni feriti o congelati. La forza di proseguire in questa terribile marcia ci veniva solamente dal desiderio di arrivare in patria. «Ghe rivarem a baita?». In quella lunghissima linea di trincee, caposaldi, cannoni, carri armati che partiva dal Golfo di Finlandia e scendeva sino al Mar Nero e al Caucaso, il mio plotone di alpini era una piccolissima cosa tra milioni di altri soldati di tante nazionalità: italiani, russi, tedeschi, ungheresi, rumeni, bulgari, polacchi e altri ancora. Noi alpini eravamo nel settore centrale, dove il Don inizia la grande ansa che lo avvicina alla Volga: di fronte a noi, al di là del fiume, c’erano i russi che difendevano la loro terra. Il mio racconto incomincia qui: dal fiume Don. Scrivo dei miei compagni, della nostra vita in quelle trincee, di come vivevamo. Il fiume si gelò e una mattina di gennaio i


russi vennero all’assalto. Quella che doveva essere una guerra di conquista divenne per noi la tragedia del ritorno a casa: come i greci di Senofonte che erano andati con Ciro contro il re di Persia, Artaserse. Gli alleati ci abbandonarono al nostro destino. Fummo circondati: dissero di arrenderci e non lo facemmo. Volevamo solo tornare a casa nostra, tra i nostri monti lontani, non fare altre guerre, non subire o imporre violenze, sofferenze e morte. Eravamo in tanti, migliaia e migliaia: i più non sono tornati.

Incipit Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde. Prima che i russi attaccassero e pochi giorni dopo che si era arrivati si stava bene nel nostro caposaldo. Il nostro caposaldo era in un villaggio di pescatori in riva al Don nel paese dei cosacchi. Le postazioni e le trincee erano scavate nella scarpata che precipitava sul fiume gelato. Tanto a destra che a sinistra la scarpata declinava sino a diventare un lido coperto di erbe secche e di canneti che spuntavano ispidi tra la neve. Al di là di un lido, a destra, il caposaldo del Morbegno; al di là dell'altro, quello del tenente Cenci. Tra noi e Cenci, in una casa diroccata, la squadra del

IL CENACOLO

sergente Garrone con una mitragliatrice pesante. Di fronte a noi, a meno di cinquanta metri, sull’altra riva del fiume, il caposaldo dei russi. Dove eravamo noi doveva essere stato un bel paese. Ora, invece, delle case rimanevano in piedi soltanto i camini di mattoni. La chiesa era metà; e nell’abside erano il comando di compagnia, un osservatorio e una postazione per la pesante. Scavando i camminamenti negli orti delle case che non c’erano più, uscivano fuori dalla terra e dalla neve patate, cavoli, carote, zucche. Qualche volta era roba buona e si faceva la minestra. Le uniche cose vive, animalmente vive, che erano rimaste nel villaggio, erano i gatti. Non più oche, cani, galline, vacche, ma solo gatti. Gatti grossi e scontrosi che vagavano fra le macerie delle case a caccia di topi. I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto. C’erano topi nel caposaldo del tenente Sarpi scavato nel gesso. Quando si dormiva venivano sotto le coperte al caldo con noi. I topi! Per Natale volevo mangiarmi un gatto e farmi con la pelle un berretto. Avevo teso anche una trappola, ma erano furbi e non si lasciavano prendere. Avrei potuto ammazzarne qualcuno con un colpo di moschetto, ma ci penso soltanto adesso ed è tardi. Si vede proprio che ero intestardito di volerlo prendere con la trappola, e così non ho mangiato polenta e gatto e non mi sono fatto il berretto con il pelo. Quando si tornava dalla vedetta, si macinava la segala: e così ci riscaldavamo prima di andare a dormire. La macina era fatta con due corti tronchi di rovere sovrapposti e dove questi combaciavano c’erano dei lunghi chiodi ribaditi. Si faceva colare il grano da un foro che stava sopra nel centro e da un altro foro, in corrispondenza dei chiodi, usciva la farina. Si girava con una manovella. Alla sera, prima che uscissero le pattuglie, era pronta la polenta calda. Diavolo! Era polenta dura, alla bergamasca, e fumava su un tagliere vero che aveva fatto Moreschi. Era senza dubbio migliore di quella che facevano nelle nostre case. Qualche volta veniva a mangiarla anche il tenente che era marchigiano. Diceva: - Com’è buona questa polenta! - e ne mangiava due fette grosse come mattoni. E poiché noi avevamo due sacchi di segala e due macine, alla vigilia di Natale mandammo una macina e un sacco al tenente Sarpi con auguri per i mitraglieri del nostro plotone che erano lassù nel suo caposaldo.

Agostino Dal Pozzo (Rotzo, 23 gennaio 1732 - Bassano del Grappa, 28 luglio 1798). A sinistra, nel testo Una pagina dalle Memorie istoriche dei Sette comuni Vicentini, opera pubblicata postuma nel 1820: interessante il raffronto del Padre Nostro in cimbro fra una versione stampata nel 1602 e la lingua parlata ad Asiago nella seconda metà del Settecento.

In basso Agostino Dal Pozzo, Memorie istoriche dei Sette comuni Vicentini, ristampa anastatica - Forni Editore 1910. Raccolta privata.

Da Il sergente nella neve, Einaudi, edizione scolastica, 1983

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Anche nello sport si moltiplicano gli esempi negativi di una società che non sa più perdere

ESERCIZI DI STILE

QUESTIONE DI FAIR PLAY

di Federica Augusta Rossi

Quando perdi, non perdere la lezione.

Clamoroso e odioso il caso della Nazionale di calcio inglese, dopo la sconfitta alle finali degli Europei. Sgradevoli pure i commenti e le insinuazioni della stampa statunitense e britannica dopo la vittoria meritatissima di Marcell Jacobs. Quando manca lo stile...

Dalai Lama

La vittoria logora chi non la ottiene. In tempo di Campionati europei di calcio e Olimpiadi viene piuttosto facile interpretare liberamente la celebre frase di Giulio Andreotti “Il potere logora chi non ce l’ha”. Chissà cosa avrebbe detto lo statista più longevo della storia repubblicana italiana in questi mesi di competizioni, in cui si sono visti squadre e singoli atleti reagire alle sconfitte in modo tanto diverso e, in un caso clamoroso, tutt’altro che “nobile”? Certo, dopo anni di allenamenti, ritiri, regimi alimentari e rinunce varie perdere sul filo di lana o dal dischetto dei rigori non deve essere facile. Ma la sconfitta è l’altra faccia della medaglia della competizione e a qualcuno nel testa o croce, si fa per dire, della finale deve pur capitare. La differenza, però, la fanno lo spirito e lo stile con cui si incassa. E di stile, malgrado il reale esempio della regina Elisabetta, peraltro dimenticato troppo in fretta anche dalla sua discendenza, i giocatori della nazionale inglese di calcio non ne hanno dimostrato affatto. Tutti ricordano il loro gesto ripreso in mondovisione e replicato all’infinito sui social: sfilarsi dal collo la medaglia d’argento appena ricevuta e abbandonare

Qui sopra, da sinistra verso destra La delusione di Harry Edward Kane, attaccante della Nazionale di calcio inglese, dopo la sconfitta alle finali degli Europei di calcio. Anche lui, come i suoi poco sportivi compagni di squadra, si è subito tolto dal collo la medaglia d’argento. La gioia di Marcel Jacobs dopo aver conquistato la medaglia d’oro nei 100 metri piani ai Giochi di Tokyo in 9’’80. Analogo risultato, tutto d’oro, per la staffetta 4x100: gli azzurri hanno vinto la gara con il tempo di 37”50, record italiano. L’argento è andato alla Gran Bretagna (37”51).

lo stadio senza rendere il meritato tributo ai vincitori. E pensare che anche l’argento è un metallo nobile! Evidentemente, però, non abbastanza per i sudditi del Regno che a fine Ottocento coniò il concetto di fair play. E che, in qualità di padroni di casa, avrebbero dovuto chiudersi alle spalle i portoni dello stadio soltanto dopo aver salutato e congedato con onore gli ospiti.

Per un esempio tanto deprecabile di spirito sportivo, le Olimpiadi di Tokyo 2020 hanno invece regalato episodi di segno opposto, nel solco della correttezza e della lealtà tanto auspicate dal fondatore dei moderni Giochi Olimpici, Pierre de Coubertin, che introdusse anche i cinque cerchi, simbolo dei giochi, e il giuramento olimpico. Una formula che negli anni ha subito progressivi “aggiustamenti”, fino alla versione attuale, pronunciata da un atleta, un giudice e un allenatore del Paese ospitante: “A nome di tutti gli atleti, a nome di tutti i giudici, a nome di tutti gli allenatori e gli altri membri dell’entourage degli atleti, promettiamo di prendere parte a questi Giochi Olimpici rispettando le regole e nello spirito del fair play. Ci impegniamo a praticare lo sport senza doping e imbrogli, per la gloria dello sport, per

Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.

Che Guevara

l’onore delle nostre squadre e in rispetto dei Principi fondamentali dell’olimpismo”. Tra tutte, un’immagine sintetizza il rispetto dell’avversario e il riconoscimento del suo valore: la cerimonia di premiazione del salto in alto maschile. I due ori ex aequo, l’italiano Gianmarco Tamberi e il qatarino Mutaz Essa Barshim, salgono sul gradino più alto del podio e l’uno incorona l’altro. Alla fine della competizione, arrivati alla parità, avrebbero potuto giocarsi lo spareggio, ma avevano deciso di non farlo, concedendosi reciprocamente il coronamento di un sogno passato attraverso gravi infortuni e rinascite e scrivendo, di fatto, una pagina della storia delle Olimpiadi. Un caso unico, chiamato da subito “l’oro dell’amicizia”.

E di amicizia o meglio, di solidarietà e di integrazione, è la storia della delegazione olimpica del Sud Sudan. Giunta in Giappone nel 2019, per ambientarsi in vista dei Giochi, era rimasta bloccata in terra nipponica dalla pandemia. È scattata subito la solidarietà e in questi due anni i quattro atleti sono stati ospitati gratuitamente e messi nelle condizioni di allenarsi e imparare la lingua.

Qui sotto Fu uno dei successi dei The Rokes: “Bisogna saper perdere” fu presentata al Festival di Sanremo del 1967. Il brano venne cantato anche da Lucio Dalla e ottenne allora il quarto posto nella Hit Parade.

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Le due regioni vengono spesso associate in virtù della loro posizione geografica. Ma le differenze non mancano...

LE TERRE DEL VINO

I VINI DELL’ABRUZZO E DEL MOLISE (1 parte)

di Nino D’Antonio

Questo saggio, come quelli che seguiranno nei prossimi numeri, è stato scritto per Bassano News dal grande giornalista napoletano, scomparso all’inizio dell’anno. È per noi un dovere morale pubblicarlo ricordando, anche in questo modo, un amico prezioso e un collaboratore di altissimo livello.

a

Fra le molte storie a carattere enologico, vale la pena conoscere quella del Montepulciano, fra vivaci scontri conditi di arguzia toscana e di scaramucce all’insegna di campanili e gonfaloni.

Vina parant animos faciuntque caloribos aptos. I vini preparano gli animi e li rendono aperti agli ardori. Ovidio

Stanno insieme da oltre mezzo secolo. E il tempo, se ha rinsaldato il legame, non ha mancato di accentuare le tante diversità. Perché Abruzzo e Molise non significa un tutt’uno, ma l’accostamento di due realtà in nome di una geografia, che solo in parte è comune ai due territori. Piuttosto, risultano abbastanza contigue le radici storiche, almeno dall’avvento dei Normanni fino ai Borbone e all’Unità d’Italia. Intanto, il territorio abruzzese - rispetto al Molise - è quasi tutto sul versante adriatico, dove la costa si allunga per oltre centotrenta chilometri, fra le acque del Tronto e del Trigno, e i porti di Ortona e Pescara. Alle spalle, l’Appennino con due allineamenti montuosi, quasi paralleli all’Adriatico: il primo, con i Monti della Laga, il Gran Sasso e la Maiella;

Vigneti in Abruzzo: l’area vitivinicola della regione si concentra soprattutto sulle colline litoranee e su alcune zone collinari dell’interno.

A fianco Una bottiglia di Montepulciano d’Abruzzo Doc “Testarossa” 2016. Vino corposo, si sposa con le carni, ed è ottimo anche con gli arrosti. P.g.c. Enogastronomia Baggio, Bassano.

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l’altro, con il Velino e il Sirente. Di contro, anche se il Molise arriva sull’Adriatico - parimenti stretto fra due corsi d’acqua, il Trigno e il Saccione - non supera i trentacinque chilometri di costa e può contare solo sul porto di Termoli. Per il resto, al pari dell’Abruzzo è zona montuosa, che si attesta al crinale degli Appennini con i complessi delle Mainarde e del Matese, le cui punte superano talvolta i duemila metri. Questo non significa ridurre il Molise a sola terra di pascoli e di ortaggi. La letteratura ha dato i suoi rappresentanti. Valga per tutti Francesco Jovine, Premio Viareggio 1950, con “Le Terre del Sacramento”, la storia di una rivolta di contadini, soffocata nel sangue da fascisti e da carabinieri. E Nicola Mastronardo, che nel suo “Viteliù” ha racchiuso ben

otto secoli di storia, restituendo al Molise un ruolo e una dignità del tutto sconosciuti. Ma anche la pittura non ha trascurato il Molise. Sono a testimoniarlo alcuni paesaggi di Michele Cammarano e soprattutto il dipinto “Veduta di Casacalenda” di Marco de Gregorio, oggi al Museo di Capodimonte. E molisani sono pure due grandi paesaggisti - assorbiti poi nel contesto della Scuola Napoletana Armando De Lisio e Francesco Paolo Diodati. D’accordo, gli esiti sono modesti, ma non vanno comunque ignorati. L’Abruzzo rimane sempre troppo forte, anche per quanto riguarda il mondo del vino. Dove il più noto e diffuso vitigno, il Montepulciano, si fregia dell’etichetta “d’Abruzzo”. E i vini del Molise? La presenza del Montepulciano e del Sangiovese costituisce la base per gli uvaggi dei Rossi, mentre Trebbiano Toscano, Falanghina e Bombino danno vita a una serie di Bianchi. Si hanno così tre Doc, Biferno, Molise e Pentro d’Isernia. Perché, in effetti, il territorio può contare su un solo vitigno autoctono, il Tintilia, che peraltro ha rischiato a lungo di scomparire, visto che se da un lato offre particolare resistenza alle altitudini, alla nebbia e alle gelate, dall’altro dà una produzione assai scarsa. Poi, con gli anni Sessanta, superata l’invasione dei vitigni internazionali, anche il Molise si è preoccupato di tutelare la sopravvivenza di questo suo antico


vitigno. Sicuramente autoctono, a dispetto di quanto riportato nel Registro Internazionale delle Varietà, che lo accomuna al Bovale Sardo. Una sicura indagine a livello universitario ha infatti sancito la piena autonomia del Tintilia. Il nome testimonia l’antica presenza dell’uva sul territorio, tenuto conto che la sua origine spagnola la riporta agli anni della dinastia aragonese sul Regno di Napoli, vale a dire a partire dai primi del Cinquecento. Ed è questa la sola Doc autentica del Molise, che ancora una volta resta mortificato dall’invadenza territoriale del partner e dal suo storico peso culturale. Un fenomeno aperto alla letteratura, all’arte, alla filosofia, e che ha dato esiti eccezionali tra Otto e Novecento, con riflessi non solo in Italia.

L’espansione del Montepulciano su entrambi i territori ci riporta alla lunga e controversa questione, che da sempre accompagna le origini di questo vitigno. Una storia intricata, fra vivaci scontri conditi di arguzia toscana e di scaramucce, all’insegna di campanili e gonfaloni. Fino alla stura ad analisi ampelografiche e ad accurate ricerche. Il tutto stimolato da quell’orgoglio - paesano e vignaiolo - che non fa certamente difetto sia ai toscani che agli abruzzesi. Perché, se in provincia di Siena il Montepulciano è un vino (e s’identifica con l’omonimo Comune, patria dell’umanista Angelo Poliziano), in terra d’Abruzzo è invece un vitigno generoso, assai diffuso, non solo in tutta la regione, tanto da avere più volte goduto del primato di vino di maggiore produzione. Fin qui, il distinguo sembra chiaro. Specie se si aggiunge che il Montepulciano di Siena e il suo celebrato “Nobile” provengono dal Sangiovese, o meglio da quel clone che è il Prugnolo Gentile, mentre quello cosiddetto d’Abruzzo è del tutto autoctono

e strettamente legato da sempre alla Valle Peligna. Due vitigni, quindi, con notevoli differenze pure nel processo di maturazione. Il Prugnolo è in origine “primaticcio”, vale a dire alquanto precoce, mentre l’uva abruzzese matura piuttosto tardi, favorendo così vini più strutturati e longevi. Intanto il Montepulciano d’Abruzzo, pur avendo origini greche (e non sarà mai del tutto esaurita la scoperta del patrimonio viticolo che tra l’ottavo e sesto secolo a.C. arriva sulle coste dell’Italia meridionale), riuscirà a costruirsi un riferimento geografico e un minimo d’identità solo nel Seicento. Vale a dire a oltre mille anni dalla sua presenza sul territorio. E che questa presenza risulti più che documentata, lo dobbiamo da un lato ad Annibale - che terrà Roma sotto scacco, bivaccando ai suoi confini col vino degli Aprutzi - e dall’altro a Ovidio, poeta alla corte di Augusto e abruzzese di Sulmona. Il quale decanta la Valle Peligna come “terra ferax Cereris multoque feracor uvis”, cioè terra fertile di Cerere (dea del grano) e molto più per il vino. Fin qui il retaggio storico del Montepulciano d’Abruzzo, anche se questo non basta a testimoniare la sua originaria autonomia rispetto alla Toscana. Perché è fuori di dubbio che fra i due territori ci siano stati rapporti e scambi tali, da alimentare nel tempo questa controversa identità. Dipanare la matassa non è facile. Ma a un casato come quello dei Medici, non è dato di voltare le spalle. Padroni di mezza Italia, non sorprende che i signori di Firenze abbiano a Carapelle una vasta baronia, che impegna il versante orientale del Gran Sasso, da Calascio a Santo Stefano di Sessanio a Barisano. Tutta terra di alta montagna, vita dura, e una invidiabile posizione strategica. Questo spiega una serie d’invasioni e di domini, dai Saraceni ai

LE TERRE DEL VINO

A fianco Grappoli d’uva di Montepulciano d’Abruzzo. Le caratteristiche di questo vino sono inconfondibili: il colore è rosso rubino, al naso profuma di frutti di bosco e spezie, mentre al palato esprime profondità, con bella struttura e buona persistenza.

Normanni. E poi Svevi, Angioini, fino ai Piccolomini e ai Medici. I quali all’amore per le arti e al gusto raffinato hanno sempre aggiunto un notevole spirito d’impresa. Così non sorprende che le prime tecniche di viticoltura, già presenti in Toscana, siano state trasferite in Abruzzo. Proprio in quella baronia di Carapelle che godeva di ogni potenzialità per produrre buoni vini, capaci di resistere al tempo. È questa l’origine del contagio fra Toscana e Abruzzo, destinato con ogni probabilità a diffondersi lungo gli anni della Signoria medicea, fino alla metà del Settecento. D’altra parte, gli scambi fra Carapelle e la Toscana non si limitano agli interventi nelle vigne e in cantina. Nella baronia del Gran Sasso, si produce dell’ottima lana - la famosa Carfagna che dalle vette dell’Appennino viene trasferita a Firenze, per essere lavorata e venduta in tutta l’Europa. E’ evidente che non mancano le occasioni perché le due aree risultino reciprocamente contaminate. Ma prima di approdare alla legittima autonomia del Montepulciano d’Abruzzo, bisognerà fare i conti con la fillossera, che porterà a rivedere la geografia dei vigneti, fino a consacrare il primato della zona di Torre De’ Passeri, là dove la Valle Peligna si apre verso le coste dell’Adriatico. È a partire da questa calamità che il Montepulciano d’Abruzzo si sottrae alla tutela toscana.

Qui sopra Un ritratto ideale di Ovidio (Sulmona, 43 a.C. - Tomi, 18 d.C.) di epoca ottocentesca. Il poeta godette di grande fama anche dopo la morte. A lui si ispirarono infatti, riprendendone i temi, Dante, Petrarca, Boccaccio e Ariosto. In seguito, pure Shakespeare e D’Annunzio. Le sue Metamorfosi fornirono inoltre interessanti spunti a numerosi artisti.

Qui sopra La superficie vitata in Abruzzo occupa 31.960 ettari, dei quali il 4% su terreni montani, il 58% su colline litoranee e il 38% su colline interne. Il 60% della produzione riguarda vini rossi e rosati; il rimanente 40% vini bianchi. Nella regione sono presenti vini Docg (1), Doc (8) e Igt (8). |

> Prosegue nel prossimo numero

Dati Assovini, 2021.

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Sorprese inaspettate dal restauro del Crocifisso “misterioso” Il rapporto, in corso d’opera, di Antonella Martinato

RESTITUZIONI

di Antonio Minchio

Fotografie di Fulvio Bicego

Si tratta del Christus Patiens della cappella Uguccioni in San Francesco: un’opera che necessitava dell’intervento di recupero e che si sta rivelando più preziosa di quanto si credesse.

Il progetto di restauro del bel Crocifisso ligneo conservato nella cappella Uguccioni, all’interno della chiesa di San Francesco, ha potuto concretizzarsi grazie alla generosità del fotografo collezionista Fulvio Bicego, che ha deciso di destinare a questo nobile scopo i proventi ricavati dalla vendita del suo ultimo calendario (2021). Abbiamo incontrato Antonella Martinato, responsabile con il suo team Artemisia del delicato intervento di recupero, per avere notizie in corso d’opera su questa particolare scultura. “Va subito detto che si è ‘salvata’ dalla drastica trasformazione della chiesa avvenuta nel 1926. Prima di tale ‘ristrutturazione’ si trovava vicino all’altar maggiore, esposta ai fedeli e quindi oggetto di certe usanze devozionali, fra le quali quella di accarezzarne i piedi: un gesto ripetuto per decenni, con evidenti dannose conseguenze. La scultura, che raffigura il Christus Patiens, è in legno intagliato ed esprime un delicato espressionismo composto: il capo è chinato verso il basso, gli occhi sono serrati e la bocca - aperta - presenta una curvatura verso il basso. Gli arti inferiori sono leggermente piegati. Il corpo, un po’ sbilanciato verso sinistra, assume una posa molto realistica. La parte centrale, alla quale sono stati aggiunti due masselli che costituiscono gli arti superiori, è sostenuta dalle braccia aperte e tese, con i muscoli contratti; quelli del torace e del ventre, in particolare, appaiono ben delineati e rappresentati con realismo. Le gambe, muscolose, si uniscono sovrapponendo il piede destro al sinistro. Il perizoma è costituito da una fascia di tessuto scolpito, raccolto sulla destra su una corda con un corto drappeggio ricadente, caratterizzato da un’esecuzione più rigida e spigolosa. I lunghi

capelli hanno ciocche intagliate a onde parallele, così come la barba, corta e con la tipica arricciatura a chiocciola che dal termine si divide in due fasce di riccioli. Il volto, sottolineato dal totale abbandono del capo, risulta estremamente espressivo: magro, allungato e scavato, con gli occhi socchiusi in un dolore contenuto. La bocca, semiaperta nello spasimo, fa appena intravedere i denti e la lingua. Il lavoro d’intagliatura è rigido ma raffinato, quasi decorativo, come nel caso delle braccia, delle unghie e delle dita dei piedi. La corona è intagliata in un unico pezzo e sporge dal volume del capo”. Sul Crocifisso sono evidenti alcune decorazioni a livello volumetrico, eseguite con la tecnica “a trapano”, come nel caso della ferita sul costato, della barba, delle orecchie e dei capelli. “Ben visibile risulta l’incastro delle braccia nel corpo: nel corso degli anni le giunture hanno probabilmente subito pesanti interventi di fissaggio che hanno modificato in parte il loro assetto originale. Il Cristo è fissato sulla croce tramite grossi chiodi di ferro battuti a mano; si suppone che due sostengano le braccia e uno, centrale, le articolazioni inferiori. La croce, laccata color testa di moro e a forma latina (con il braccio verticale più lungo di quello orizzontale), si presenta semplice e proporzionata”.

Prima di iniziare il restauro, il Crocifisso di San Francesco era ricoperto da un consistente sedimento di polvere grassa e nerofumo che hanno annerito e alterato i colori originali. Si pensava poi che la policromia dell’incarnato - grigiastra - fosse quella originale.... “In prossimità dell’attaccatura delle braccia si notavano evidenti

fessure con perdite di preparazione (gesso e colla di coniglio) e pellicola pittorica; sul busto sono presenti tipiche spaccature da ritiro, delle quali una molto ampia e profonda in verticale; sulle dita del piede destro mancano del tutto la preparazione e la pellicola pittorica. Il legno appare ‘lisciato’ dallo strofinamento; alla mano destra mancano tre dita e alla sinistra una falange. La struttura presenta fessurazioni, oltre a fenditure e crepe nei punti d’innesto delle braccia. Le condizioni del legno sono preoccupanti a causa dell’attacco di insetti xilofagi. La preparazione originale presenta in alcuni punti problemi di decoesione e mancanze di adesione. Si sono rilevate pure piccole lacune che lasciano a vista il legno nella parte inferiore delle gambe, nei piedi, nelle mani e nel costato. L’aureola, scolpita in un unico disco, è interessata da una spaccatura che la divide in due porzioni”. Insomma, una situazione non propriamente felice, che giustifica appieno la necessità dell’intervento. A maggior ragione dopo le prime fasi di pulitura, quando l’indagine con il microscopio digitale ha regalato una splendida sorpresa... “Da una semplice pagliuzza dorata nel perizoma, ho piano piano allargato la porzione di test sulla pellicola pittorica e ho scoperto che sotto a quella che si credeva la cromia originale si trovava in realtà una pellicola pittorica più antica, un incarnato roseo con il perizoma a righe color bianco, indaco e oro. Siamo ora nella fase di descialbo, cioè stiamo minuziosamente e pazientemente riportando alla luce l’originale finitura. Forse, al termine di questa fase saremo in grado di attribuire con più precisione un’epoca e una collocazione storico-artistica a questa ‘misteriosa’ opera d’arte!”.

In questa pagina Alcune eloquenti immagini del Crocifisso ligneo della cappella Uguccioni. Durante il restauro, sotto alla cromia che si riteneva originale, è apparsa una pellicola pittorica più antica e dai colori molto delicati.

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L’avvento dei messaggi sui social media ne ha decretato la fine...

CARTOLINE ADDIO!

PROSPETTIVE

di Fabio Abbruzzese

Alcune ipotesi, qualche considerazione, un po’ di nostalgia, e l’analisi sull’aumento delle tariffe.

Recentemente ho ritrovato due cartoline illustrate che mi furono regalate anni fa da un amico che, conoscendomi come filatelico, collezionista di documenti postali e appassionato di ponti, me ne fece dono. Entrambe risalgono al 1901 e presentano due scorci di Bassano, con il vecchio ponte ligneo sul Brenta. La prima rappresenta il “Castello e il Ponte” ripresi dalla riva destra a monte del ponte; la seconda il “Ponte sul Brenta e la Riviera di Ponente” ripresi dall’alto dalla riva sinistra, sempre a monte del manufatto. Costituiscono una interessante fonte documentale che si presta a molte considerazioni e osservazioni. Sicuramente sul versante storico, in quanto è riprodotto un paesaggio, quasi immutato a distanza di 120 anni. Questi scorci sono molto apprezzati dai bassanesi e dai turisti. Stimolanti appaiono poi le congetture che si possono trarre da queste due cartoline sull’autore del messaggio e le motivazioni alla base dell’invio. Anche la destinazione è particolare: Villa Maffea a San Giovanni Lupatoto in provincia di Verona. Da notare che entrambe sono state spedite lo stesso giorno, alla stessa persona, la contessina Bice Cavazocca, e che recano la stessa firma di chi le ha spedite: G. Mocenigo. Si possono fare alcune ipotesi. Probabilmente, dal cognome, l’inviante è un nobile veneziano che, recatosi a Bassano per lavoro o per altri motivi, ha spedito le cartoline alla contessina, il cui casato è riportato nell’Archivio Storico Araldico Italiano, forse conosciuta a qualche festa. Due singolarità: la firma è sul verso e non sul recto e le cartoline

Sotto, dall’alto verso il basso Due cartoline spedite da Bassano a San Giovanni Lupatoto nel 1901. Collezione Fabio Abbruzzese. L’annullo tondo riquadrato.

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non riportano alcun messaggio né un accenno di saluto. Molti sono i possibili significati. Una persona timida che con una firma “invadente” si propone, senza esporsi troppo, a una relazione da approfondire. Oppure una relazione già avviata che ha trovato qualche ostacolo e che si propone come mezzo per riprendere il filo di un rapporto entrato in crisi o non gradito dalle famiglie. O, ancora, una conoscenza o una frequentazione interrotta, in vista di un possibile futuro incontro o di un invito. Pure la destinazione pone degli interrogativi. Villa Maffea potrebbe essere villa Maffei Rizzardi nel comune di Palù (VR), detta anche “Corte Grande” per i grandiosi spazi che la contornavano: un edificio che ha subito nei secoli modifiche strutturali e architettoniche e che recentemente è stato trasformato in un resort di lusso. Dal punto di vista filatelico molte altre sono le osservazioni che le cartoline evidenziano, essendo “viaggiate” e affrancate con la tariffa dell’epoca, pari a 2 centesimi di lira. L’affrancatura è stata corrisposta con il francobollo da 2 centesimi “stemma sabaudo” di colore arancione, emesso nel 1896 sotto il regno di Umberto I di Savoia. L’annullo è chiaro, del tipo tondo riquadrato, riportante il luogo di partenza (Bassano) e la data dell’annullo (24 settembre 1901). La serie completa è costituita da 3 francobolli riportanti lo stemma sabaudo: 1 cent marrone, 2 cent arancione e 5 cent azzurro. Fino a qualche anno fa le cartoline illustrate erano molto usate, soprattutto per inviare i saluti da località turistiche. Oggi pochissime persone le utilizzano ancora, con

la previsione che entro qualche anno scompariranno, soppiantate dai moderni mezzi di comunicazione e dai social. Molte sono le motivazioni alla base della loro inevitabile eclissi. Prima fra tutte, il costo. Attualmente la tariffa per l’invio di una cartolina per l’Italia è di 1,10 € pari a 2.129,90 delle vecchie lire. Ne consegue che in 120 anni la tariffa è aumentata di ben 38.725 volte, con un aumento medio annuo di circa 322 volte. Nel 1951 la tariffa postale era di 10 £ e quindi con un aumento di 200 volte e un aumento medio annuo di 4 volte. Nel 2001 la tariffa postale era di 800 £ e quindi con un aumento di circa 16.000 volte, con un aumento medio annuo di 160 volte. È quindi evidente l’escalation dei costi. In molte città non si vendono più cartoline e la ricerca dei francobolli e delle cassette postali è divenuta una vera caccia al tesoro. Per quanto riguarda il tempo di recapito, una cartolina spedita oggi arriverà mediamente a destinazione non prima di 5 giorni dall’invio, tenendo presente che nel 90% dei casi la levata della posta è giornaliera e si effettua alle ore 10.00 con l’esclusione del sabato e della domenica. Con i social l’invio dei messaggi è immediato e si possono allegare foto e video a costo praticamente nullo. Infine un piccolo particolare. Sono scomparsi gli annulli delle città in quanto la posta raccolta è concentrata nei centri di smistamento che nel Veneto sono a Padova, Venezia e Verona: l’affrancatura è annullata meccanicamente con i timbri di queste tre città. Ora gli annulli manuali sono praticamente scomparsi, sostituiti dalla timbratura meccanica...


A colloquio con il direttore scientifico dei Musei Civici di Bassano

BARBARA GUIDI

PERSONAGGI

Ripartire dalle basi per il rilancio di un patrimonio straordinario

Nata a Milano da papà Marcello, fiorentino doc, e mamma Lucia, di origini calabresi ma cresciuta nel capoluogo lombardo, Barbara Guidi si è trasferita a Firenze con la famiglia quando aveva solo due anni. È quindi concittadina del “sommo poeta”, del quale proprio quest’anno si celebra il settecentesimo anniversario della morte. “Una città - ci racconta l’attuale direttore scientifico dei Musei Civici di Bassano - dalla dimensione giusta: grande, ma non enorme, molto vivibile, permeata da un clima cosmopolita, attenta alla cultura e con un’università vivace. Un ambiente straordinario, dunque, nel quale ho avuto la fortuna e il piacere di formarmi. Quando posso, ci torno volentieri”. Dopo il liceo artistico, sezione architettura (materia sempre molto amata), l’iscrizione al corso di studi in Storia dell’arte: “Ho studiato con docenti di grande spessore quali, per esempio, Mina Gregori e Maria Grazia Messina, potendo così conoscere e approfondire i metodi della scuola longhiana e di quella arganiana. Per la tesi ho invece scelto di indagare la figura di Heinrich Ludolf Verworner (1864-1927), pittore tedesco di ambito simbolista-idealista. Un lavoro che mi ha portato a compiere soggiorni in Germania e in Belgio. Dopo la laurea ho trascorso due anni all’università come cultore della materia, continuando comunque a studiare. Poiché la retribuzione era davvero molto modesta, per mantenermi lavoravo come amministratrice di condominio e fotografa (un’altra mia passione). Ricordo che, verso la metà degli anni Novanta, ho collaborato alla realizzazione di una Guida di Firenze. Ma è stato soprattutto il rapporto instaurato con la Treccani a fornirmi le maggiori soddisfazioni. Ho infatti scattato centinaia di immagini per l’Enciclopedia dell’arte medievale, lavorando tanto a Firenze quanto

nel resto della Toscana. Un’esperienza che mi ha portato a conoscere innumerevoli opere d’arte, operando con un classico banco ottico del peso di una quarantina di chili a fianco del fotografo e artista Andrea Bazzechi”. Nel 2002 Barbara Guidi si è trasferita a Ferrara, dove si era aperta una posizione al Palazzo dei Diamanti. Primo incarico all’Ufficio Registrar, ovvero la gestione tecnico-logistica del patrimonio museale e i rapporti con enti prestatori e importanti istituzioni culturali italiane e straniere. Poi, sempre lavorando, il dottorato di ricerca, concluso con un ponderoso studio su Giovanni Boldini (1842-1931). “Un impegno che mi ha portato ad analizzare tutta la sua corrispondenza professionale, potendo così ricostruire una fitta rete di rapporti internazionali, anche attraverso la consultazione di fondi conservati a Parigi e negli Stati Uniti. Uno spaccato sulla carriera del pittore e sull’epoca di cui fu protagonista, dalla nascita della Terza Repubblica alla Grande Guerra”. Una fatica notevole, confluita in seguito in una pubblicazione, Boldini a Parigi: ritratto di un pittore attraverso le lettere (2015). Nel 2004 la dott. Guidi è passata all’Ufficio Curatori, sempre nell’organico dell’importante struttura museale ferrarese, inaugurando un periodo d’oro della sua carriera professionale. “Ho avuto la possibilità di lavorare con grandi realtà museali (dal Prado all’Ermitage) al fianco di insigni studiosi. Una finestra sul mondo e un’esperienza che mi ha donato moltissimo: un percorso di crescita che mi ha condotto ad avere la responsabilità dell’Ufficio Curatori e il coordinamento della programmazione scientifica. E, quindi, pure la possibilità di curare rassegne espositive di rilievo internazionale”. Dal 1° novembre 2020 Barbara Guidi è direttore scientifico dei Musei Civici di Bassano.

“Dopo vent’anni di attività a Ferrara, era giunto il momento di imprimere una svolta alla mia vita: un desiderio di cambiamento che mi ha portato ai piedi del Grappa per affrontare nuove sfide e gestire una realtà museale dalle enormi potenzialità. Penso infatti che, adottando opportune strategie, si possa valorizzarla maggiormente. Si tratta allora di lavorare su due livelli: da un lato sfruttare gli anniversari obbligati (il Ponte, Canova...) per avvalorare il suo patrimonio e metterlo in luce in un contesto più aperto all’esterno; dall’altro cogliere l’opportunità di queste scadenze per operare sulle collezioni e rilanciare il Museo dotandolo degli strumenti necessari. Non ha infatti senso organizzare mostre, se non si agisce anche sul museo. E c’è davvero parecchio da fare!”. La catalogazione informatizzata, la digitalizzazione del patrimonio, la realizzazione degli apparati didattici. E poi i restauri... Un lavoro imponente ma necessario... “Il museo è un organismo complesso che deve essere curato dalle radici, tutelando il patrimonio e riqualificando gli spazi. La mostra su Canova costitusce l’occasione per riportarci al passo con altre realtà, nel rispetto degli standard internazionali: un presupposto imprescindibile per fornire le corrette garanzie ai prestatori. Un esempio? Se l’impianto luci non sarà conforme alle norme museali potremmo ricevere più di un no. Sono però ottimista: se l’Amministrazione Civica fornirà adeguato supporto, con un buon lavoro di squadra potremo farcela. Un evento eccezionale. Ma sarà un investimento che resterà nel futuro. Posso poi contare su apporti e collaborazioni solide. Penso ai curatori Mario Guderzo e Giuseppe Pavanello, ma anche ad altri studiosi e allo staff del museo, composto da persone competenti e appassionate che danno moltissimo. ”.

di Andrea Minchio

Gli studi nell’amata Firenze, l’attività di fotografa sulle orme degli Alinari e - anche - l’esperienza come amministratrice di condominio. E poi il lavoro a Ferrara al Palazzo dei Diamanti, con vent’anni di successi, prima di approdare ai piedi del Grappa. Conosciamo da vicino la storica dell’arte che dirige l’importante istituto museale cittadino.

Sopra, dall’alto verso il basso La dott. Barbara Guidi, direttore scientifico dei Musei Civici di Bassano. Sotto Il chiostro di San Francesco, suggestivo accesso ai locali delle collezioni museali.

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Ripercorriamo la strada che condusse, in Italia e non solo, a onorare la memoria di chi diede la vita per il suo Paese...

MEMORIE

La nascita del culto dei Caduti e del Milite Ignoto

di Renzo Carlo Avanzo

Tenente, coordinatore del 54° Corso Allievi Ufficiali di Complemento della Scuola Militare Alpina di Aosta

Già autore di un saggio sulla raccolta delle salme fra le quali si scelse quella per l’Altare della Patria a Roma, pubblicato qualche tempo fa su Bassano News, Renzo Carlo Avanzo prosegue la sua ricerca risalendo all’origine di questa particolare devozione. Aiutato, nella missione, dai compagni del 54° Corso Allievi Ufficiali di Complemento della Scuola Militare Alpina di Aosta. nel lontano ottobre 1921. Per Vicenza, da dove è partita la ricerca, abbiamo suggerito di apporla a Monte Berico, nel piazzale dedicato ai Caduti, accanto a quella che riporta il noto Bollettino della Vittoria. Questo il testo:

Il Sacrario militare di Redipuglia, in provincia di Gorizia, ospita le spoglie di oltre 100.000 soldati italiani caduti nella Grande Guerra. Venne inaugurato da Mussolini il 18 settembre 1938.

Sotto Il cappellano militare David Railton (1884 -1955): fu lui il primo ad avere l’idea di dedicare una sepoltura monumentale a un soldato ignoto.

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Com’è noto, il 4 novembre di quest’anno ricorre il Centenario della tumulazione all’Altare della Patria (conosciuto anche come Vittoriano) della salma del Milite Ignoto: sepoltura simbolica dei circa 680.000 caduti della Grande Guerra. In un mio breve saggio, pubblicato qualche tempo fa proprio su queste pagine, avevo ricostruito con precisione il calendario delle soste nelle varie camere ardenti, approntate in occasione della raccolta delle undici salme da Trento a Gorizia. Una ricerca alla quale hanno collaborato i miei colleghi del 54° Corso Allievi Ufficiali di Complemento della Scuola Militare Alpina di Aosta, che sono naturalmente sparsi su tutto l’arco alpino. Essi si sono recati nei cimiteri, nelle chiese e negli archivi delle otto città che hanno ospitato e onorato le salme mano a mano che venivano raccolte. È stata così prodotta una memoria sull’argomento, che ha approfondito in particolare la nascita del culto del Milite Ignoto e, in generale, dei Caduti per la propria patria. Abbiamo inoltre concepito l’idea che in ognuna delle città coinvolte sia collocata una lapide a ricordo della sosta delle salme, avvenuta

NELL’OTTOBRE DEL 1921 IL TERRITORIO VICENTINO HA AVUTO L’ONORE DI VEDER RACCOGLIERE DAL PASUBIO DAL GRAPPA E DALL’ORTIGARA TRE SALME DI MILITI IGNOTI DELLE UNDICI DELLE QUALI UNA È ORA ALL’ALTARE DELLA PATRIA IN ROMA. NEL CENTENARIO DELL’EVENTO IL PRIMO CITTADINO DI VICENZA POSE A PERENNE RICORDO.

Studiando le circostanze che hanno portato all’idea di seppellire un Milite Ignoto in una struttura monumentale, da onorare in permanenza, è emersa una storia che merita di essere raccontata. L’idea nacque nella mente di un capellano militare anglicano, il reverendo David Railton. Nel 1916, mentre era in servizio sul fronte occidentale, egli osservò una sepoltura coronata da una rozza croce di legno, con la scritta a matita “Un ignoto soldato britannico della Black Watch”. Si ricorda qui che la Black Watch (Guardia Nera) è un battaglione a tradizionale reclutamento scozzese, il più antico degli Highlanders. Il pastore propose allora al Field Marshal Douglas Haig (il “Cadorna britannico”) di seppellire nella madrepatria, con tutti gli onori e in un luogo monumentale, un ignoto soldato britannico. L’idea si diffuse poi fra le varie nazioni belligeranti, che scelsero con cura i soldati ignoti, predisponendo sepolcri monumentali. L’Italia fu la prima a celebrare gli

onori alla sepoltura, il 4 novembre, al Vittoriano di Roma. Una data non casuale, poiché coincidente con l’anniversario del vittorioso armistizio con l’Austria-Ungheria. Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti optarono invece per l’11 novembre, giorno dell’armistizio con la Germania. Vale la pena di ricordare che la differenza di date è alquanto significativa, poiché deriva dal fatto che la spallata dell’Italia all’Austria-Ungheria - dopo Caporetto - fu risolutrice nel decretare la sconfitta degli Imperi centrali. Fino ad allora esistevano solo monumenti dedicati a condottieri: basti pensare alle piazze italiane, dove spesso figurano statue, per lo più equestri, in memoria di illustri personalità militari. In passato le battaglie avevano breve durata e, una volta terminate, lasciavano sul terreno numerosi cadaveri. A esclusione degli alti ufficiali, i cui corpi venivano recuperati dai serventi per essere trasferiti alle tombe di famiglia, i soldati morti venivano subito sepolti in fosse comuni (anche per scongiurare il pericolo di possibili epidemie). Fu probabilmente per merito di Florence Nightingale, impegnata nell’organizzare l’assistenza ai soldati britannici durante la guerra di Crimea (1853-1856), che crebbe la sensibilità verso il soldato comune. Molti ricordano la figura di Henry Dunant, imprenditore svizzero che aveva conosciuto la Nightingale, rimasto sconvolto alla vista dei morti e dei feriti della battaglia di Solferino. Fu lui a concepire l’idea della Croce Rossa Internazionale e, in seguito, della Mezzaluna Rossa. È poi da ricordare che le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita del culto dei Caduti.


In Italia accadde per esempio che, dopo il recupero sull’Ortigara di una salma (da affiancare a quelle raccolte per la scelta del Milite Ignoto), a Gallio si chiese di poterla vegliare durante la notte, essendo ormai troppo tardi per trasferirla a Bassano. Il generale Paolini, responsabile della delicata missione, convinse però gli abitanti che era opportuno trasferirla al duomo di Asiago. Le donne di quel piccolo centro altopianese (spose, sorelle, mamme...) vollero allora portare a spalle il feretro fino al confine con il comune di Asiago! Tornando all’800, Henry Dunant fu il primo assegnatario del Premio Nobel per la Pace, istituito nel 1901. Negli anni ’70 del XIX secolo s’iniziarono a raccogliere le ossa dei Caduti dalle fosse comuni, per trasferirle in alcune chiese. Non sono molti a sapere, per fare un altro esempio, che la Torre di San Martino della Battaglia non è stata eretta (nel 1893) come sacrario, ma per esaltare la memoria della battaglia e soprattutto di Vittorio Emanuele II. Le ossa dei Caduti di Solferino e San Martino furono recuperate e sistemate nelle chiese vicine nel 1870 circa. Il primo sacrario innalzato per onorare i Caduti fu quello di Custoza (frazione di Sommacampagna), non a caso promosso dal parroco di Custoza. Venne inaugurato nel 1879, anche alla presenza di rappresentanti dell’Impero austro-ungarico. Qui furono destinati pure i poveri resti dei Caduti della Prima e della Terza Guerra d’Indipendenza. Bisognerà tuttavia arrivare alla Grande Guerra per avere cimiteri militari, anche monumentali, dedicati ai Caduti. Molto diversa la nascita del culto dei Caduti negli Stati Uniti d’America. Appena scoppiata la Guerra di Secessione tra Unionisti del Nord e Confederati del Sud, il 12 aprile 1861 i nordisti occuparono vicino a Washington la vasta proprietà

che un tempo era appartenuta a George Washington, appena al di là del fiume Potomac, in territorio della Virginia (uno Stato del Sud). Questo per motivi strategici, perché dalle colline della proprietà, nella contea di Arlington, si poteva cannoneggiare Washington. Pochi mesi dopo l’inizio della guerra il generale Meigs, logista dell’esercito nordista, cominciò a seppellirvi soldati delle famiglie povere, che non potevano dare al proprio caro dignitosa sepoltura. Un anno dopo, a guerra ancora in corso, il cimitero fu dichiarato ufficialmente Cimitero militare nazionale. Non molto dopo alcuni veterani d’alto rango chiesero di esservi sepolti. Successivamente vi furono tumulati anche i Caduti della guerra ispano-americana del 1898, che rese Cuba indipendente dalla Spagna e sotto l’influenza statunitense. Nel 1900 il Congresso autorizzò la destinazione di un’area ai soldati confederati in segno di riconciliazione nazionale. Ci si chiede a questo punto se in Italia, dopo la tragica guerra intestina che seguì all’8 settembre 1943, si potrà mai pensare a un simile atto di riconciliazione. Da entrambe le parti si muovono accuse di crimini efferati. Chi scrive ritiene purtroppo che atti criminali in guerra ci saranno sempre: sappiamo bene che la guerra mette in luce gli aspetti migliori e peggiori degli uomini - da Salvo D’Acquisto al dottor Mengele -, ma questo non deve significare disprezzare coloro, e sono la maggior parte, che hanno fatto silenziosamente, dignitosamente e talvolta eroicamente quello che era il loro dovere nella parte in cui erano venuti, non per loro volontà, a trovarsi. Il primo cimitero specificatamente militare è quello di Arsiero, che si forma rapidamente come riquadro militare a fianco del cimitero cittadino già durante la guerra. Nel 1919 viene istituito un ufficio

COSCG, Cura e Onoranze delle Salme dei Caduti in Guerra. La sua prima realizzazione sarà il Cimitero della III Armata sul Colle Sant’Elia, inaugurato il 24 maggio 1923, con riferimento alla dichiarazione di guerra italiana, alla presenza di Benito Mussolini. Seguiranno lentamente tutti gli altri, seppur con diverse modalità. Il sacrario del Pasubio è costruito per iniziativa del Gen. Pecori Giraldi e del Vescovo di Vicenza, ma non è dello Stato: è proprietà di una fondazione privata, la “3 Novembre”, che lo gestisce. L’ultimo importante sacrario sarà quello di Redipuglia (1938), che vede le tombe schierate come un esercito, secondo lo spirito del fascismo, e che accoglierà i corpi dei sepolti nel primitivo Cimitero degli Invitti, dove le sepolture erano individuali con i ricordi poetici dei familiari, come in un comune cimitero. Ricordiamo che a Redipuglia è sepolta anche una donna. Si tratta del tenente della Croce Rossa Margherita Kaiser Parodi Orlandi, morta di Spagnola a Trieste l’1 dicembre 1918, Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Chi scrive spera che questa storia del culto dei Caduti, culminata con l’idea del Milite Ignoto, avvinca il lettore suscitando la stessa passione che ha accompagnato le nostre ricerche.

Eretta nel 1893 in stile neogotico, la Torre di San Martino della Battaglia è uno dei monumenti più significativi del Risorgimento italiano. È stata innalzata in onore di Vittorio Emanuele II e di quanti combatterono per l’indipendenza e l’unità del nostro Paese fra il 1848 e il 1870. Sotto Il generale Montgomery C. Meigs, unionista del Nord: si deve a lui la raccolta dei Caduti della Guerra di Secessione in quello che diventò il primo Cimitero militare nazionale degli Stati Uniti d’America.

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Torna ad Asiago l’evento dedicato ai formaggi di montagna

MADE IN MALGA SAPORI D’ALTA QUOTA

GUSTUS

di Elisa Minchio

Si ringrazia Novella Gioga di Guru Comunicazione per la preziosa collaborazione

Dopo un anno di pausa, la rassegna riparte alla grande nei week-end dal 3 al 5 e dal 10 al 12 settembre. All’inaugurazione sarà presente anche Oscar Farinetti, fondatore di Eataly.

Con una stagione turistica estiva all’insegna del tutto esaurito, dopo un anno di pausa l’Altopiano dei Sette Comuni torna a ospitare Made in Malga, manifestazione dedicata alle bontà della montagna giunta felicemente alla 9a edizione. L’inaugurazione è prevista per venerdì 3 settembre con la presenza di Oscar Farinetti, noto imprenditore e comunicatore, autentica icona della promozione del patrimonio agroalimentare italiano. In tale circostanza sarà presentato anche il suo nuovo libro Never Quiet. Come’è avvenuto nelle precedenti edizioni, l’evento offrirà ai visitatori numerose occasioni per conoscere i sapori della montagna: dalla mostra mercato dei produttori ai laboratori con formaggi, vini e birre artigianali; dalle escursioni sui monti agli incontri culturali e alla proiezione di film a tema. A quanti finora non hanno mai avuto modo di partecipare si ricorda che Made in Malga si è configurata nel tempo come un appuntamento fisso, legato all’Altopiano dei Sette Comuni e capace di richiamare appassionati dell’arte casearia da tutta Italia: un connubio felice che unisce intenditori e gente comune,

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promuovendo con gusto tutto il territorio asiaghese: con oltre ottanta malghe distribuite sulle sue montagne, l’Altopiano si qualifica come la più importante realtà produttiva europea. Alla preparazione del formaggio in quota si affianca il conferimento del latte destinato alla produzione del Formaggio Asiago Dop. Made in malga è nata da un’idea di Guru Comunicazione (agenzia specializzata nell’organizzazione di eventi enogastronomici) e del Consorzio Tutela Formaggio Asiago, con la collaborazione delle varie comunità altopianesi. La prima rassegna si è tenuta nel 2012 nella splendida cornice del Golf Club Asiago. Il notevole successo ottenuto ha indotto gli organizzatori a trasferire, già l’anno successivo, i banchi di assaggio nei negozi del centro di Asiago, dando così vita a un originale percorso gastronomico. Da allora la manifestazione è sempre più cresciuta, creando nei visitatori il desiderio della scoperta: una sorta di coinvolgente caccia al tesoro, un percorso a tappe che regala un’appagante esperienza sensoriale e un modo diverso per rapportarsi ad Asiago e al suo vasto comprensorio.

TUTTO IL PROGRAMMA Inaugurazione ufficiale Venerdì 3 novembre, ore 18.30 Piazza Carli Ospite d’onore Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, e presentazione del suo libro Never Quiet. Mostra Mercato dei formaggi e prodotti della montagna Venerdì 3 settembre, 10.30-19.00 Sabato 4 settembre, 9.30-19.00 Domenica 5 settembre, 9.30-19.00 Venerdì 10 settembre, 10.30-19.00 Sabato 11 settembre, 9.30-19.00 Domenica 12 settembre, 9.30-19.00 Laboratori con i formaggi, la birra e il vino d’alta quota Bistrot di montagna Degustazione di formaggio Asiago Dop - Vini e birre di montagna, arrosticini e carne di pecora. Escursioni in malga Nei giorni della manifestazione le Associazioni dell’Altopiano organizzano escursioni a tema storico-naturalistico nelle malghe. Proiezioni film di montagna Visite all’Osservatorio Astrofisico


INDIRIZZI UTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GUARDIA DI FINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POLIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

URP - Informagiovani Comune di Bassano del Grappa

POLIZIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Piazzetta Guadagnin, 13 Tel. 0424 519555 - 0424 519165

0424 507911 0424 519404

POLIZIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FUOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PUBBLICI

AGENZIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MUSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. ULSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 U.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MUNICIPIO Via Matteotti, 35 0424 519110 U.R.P. Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519165

POSTE E TELECOMUNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBUNALE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CULTURA

MUSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MUSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAZZO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAZZO BONAGURO Via Angarano 0424 502923

MUSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MUSEO DEI CAPPUCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MUSEO DELL’AUTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MUSEO HEMINGWAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 23/09-25/09 17/10-19/10 ALLE DUE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 01/09-03/09 25/09-27/09 19/10-21/10 ALLE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 05/09-07/09 29/09-01/10 23/10-25/10 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 09/09-11/09 03/10-05/10 27/10-29/10 COMUNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 15/09-17/09 09/10-11/10 COMUNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 13/09-15/09 07/10-09/10 31/10-02/11 PIZZI Via J. da Ponte, 76 0424 523669 21/09-23/09 15/10-17/10 POZZI Via Scalabrini, 102 0424 503649 17/09-19/09 11/10-13/10 RAUSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 07/09-09/09 01/10-03/10 25/10-27/10 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 11/09-13/09 05/10-07/10 29/10-31/10 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 03/09-05/09 27/09-29/09 21/10-23/10 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 19/09-21/09 13/10-15/10


Una ricetta che ha un’origine antica e singolare...

GLI ASPARAGI DI CATINA

ARS CULINARIA

di Elisa Minchio

A offrirla ai lettori di Bassano News è Antonio Calzolato, autore nel passato di importanti imprese ciclistiche. Si tratta, per lui, anche di un caro ricordo familiare legato all’inventiva della nonna.

Sotto, da sinistra verso destra Gli Asparagi di Catina: una ricetta semplice, economica e molto gustosa. Caterina Calzolato (Catina), autrice della ricetta, in una foto dei primi anni Trenta.

Qui sotto Il brindisi di Antonio Calzolato con i lettori di Bassano News.

Asparagi fuori stagione: strano ma vero (e gustoso) Pur trattandosi di una novità ed essendo coltivati prevalentemente nel Veronese, già da un paio d’anni gli asparagi settembrini si possono reperire e gustare anche nel nostro territorio. Abbiamo quindi accolto ben volentieri la proposta di Antonio Calzolato, noto per le imprese ciclistiche di gioventù e per la collaborazione su queste pagine (nello scorso numero aveva trattato del primo cambio Campagnolo), di offrire ai lettori una gustosa ricetta: un’occasione ghiotta (è il caso di dirlo!) per conoscere anche una bella scheggia di storia bassanese.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE - 2 chili di asparagi di seconda scelta; - 2 cucchiai colmi di doppio concentrato di pomodoro; - 7 chiodi di garofano; - 2 stecche di cannella in canna - Sale, pepe, olio q.b.

“Durante la Grande Guerra - ci racconta Antonio Calzolato in Prato Santa Caterina (quello che per noi era semplicemente il “Prà”) venivano raccolti i feriti

VINO CONSIGLIATO Campo di fiori Zonta Vigneto Due Santi - Vino bianco secco da uve di Malvasia Istriana

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e i soldati sfiniti, reduci dalle drammatiche battaglie del ’17 e del ’18 sul Grappa. All’angolo tra il Prato e via Santa Caterina esisteva un punto di ristoro dove, oltre al rancio, i convalescenti potevano trovare un boccone in più da Mamma Catina (Caterina), una donna che nel 1909 aveva dato alla luce la dodicesima e ultima bocca da sfamare. Avendo giocoforza imparato a preparare piatti nutrienti (e succulenti), Catina riusciva a stuzzicare anche i palati più svogliati. Ricordo poi che già a quel tempo, nei campi oltre il Termine, si coltivavano gli asparagi”. La classica ricetta con le uova, “alla bassanese”, era già diffusa, naturalmente. Ma ad Antonio poco importava, poiché per lui quella di Catina, sua nonna, era e rimane tuttora insuperata. “Tra i regali di nozze, mia madre trovò anche questa ricetta, che poi trasmise a mia moglie nel

rispetto di una buona tradizione. Ho vissuto a lungo in vari luoghi d’Italia trovando amici preziosi. Ad alcuni di loro, in primavera, abbiamo a volte deliziato il palato facendo degustare e conoscere gli Asparagi di Catina, autentica prelibatezza ottenuta da coltivazioni bassanesi”. Non avendo eredi maschi, il nostro Antonio ha deciso di donarci questa storica ricetta e un piccolo aneddoto: “Ricordo che qualche sera, durante la mia permanenza in Sicilia, ho avuto il piacere di gustare gli Asparagi di Catina. Raccolti all’alba a Bassano da mio padre, grazie all’Alitalia e a un imballo a protezione termica giungevano a destinazione ancora freschissimi!”. La ricetta Mettere in una pentola, a freddo, due chili di asparagi di seconda scelta, fatti a pezzettini della lunghezza di 3-4 centimetri. Versare poi due cucchiai colmi di doppio concentrato di pomodoro, 6-7 chiodi di garofano, due stecche di cannella in canna. Aggiungere sale, pepe e olio quanto basta. Portare a cottura in modo tale che avvenga in contemporanea il restringimento del sugo. Il piatto, imbandito, va servito con un’abbondante nevicata di Parmigiano. Nota: i pezzetti di asparago si ottengono con una piccola incisione, seguita da semplice spezzatura; eventuali sfilacci si asportano “spelacchiando” il tubero.


Passeggiata, con molte scoperte, a Villa Angaran San Giuseppe

UN’OASI APERTA A TUTTI

ANIMALIA

di Francesca Coretti

Fotografie:  Fotografi Veneti Associati

Lungo il Brenta e a due passi dal centro di Bassano, il fascino di un luogo immerso nella natura, fra storia, architettura e grande capacità d’inclusione...

Un’oasi aperta a tutti. E, per di più, è praticamente in centro a Bassano, subito dopo il Ponte Nuovo. Si tratta di uno spazio a perdita d’occhio, pieno di alberi e di prati, e si presenta subito molto bene. Si superano un orto molto curato dove - anche a un occhio inesperto come il mio - cresce ordinatamente di tutto e, a destra, un vigneto che, a dargli un po’ di tempo, produrrà del vino. Oltre a un banco di frutta e verdura, ovviamente di produzione dell’orto di cui sopra, a villa Angaran si può acquistare un Amaro molto buono, retaggio di un’antica ricetta. Poi c’è un ampio parcheggio prima di giungere finalmente alla villa vera e propria, con uno spazio anteriore delimitato da un muretto, un bar con tavolini e panche e i due unici animali visibili - un cinghiale e un cervo - forgiati dallo scultore Alberto Salvetti. Mi dicono che ci sono molti scoiattoli rossi, nostrani, e grigi, d’importazione, nonché qualche serpentello innocuo e un’infinità di uccelli, che si sentono ma non si vedono. Il nostro accompagnatore/cicerone è l’ingegner Tommaso Zorzi, al quale praticamente non servono domande: va a ruota libera e ci racconta tutto quello che c’è da sapere. Cominciamo dalla villa vera e propria. “È palladiana - spiega l’ingegner Zorzi - o, più propriamente, di ispirazione palladiana, perché Palladio non ci ha messo mano. Le persone che ci hanno lavorato sono il più importante committente palladiano bassanese, Giacomo

Sopra, da sinistra verso destra Il sentiero naturalistico lungo il fiume: costeggia per circa trecento metri la proprietà di Villa Angaran San Giuseppe. L’inizio del sentiero da via Macello. A fianco, da sinistra verso destra Il vialetto d’accesso alla villa da sud. Il belvedere sul Brenta.

Angaran (al tempo Bassano finiva col fiume Brenta, e qui c’era il comune di Angarano) e il figlio di Palladio, lo sfortunato e dimenticato Silla. Stiamo parlando della fine del ’500. Silla è procuratore di Giacomo Angaran, nonché suo grande amico, tanto che è anche uno dei testimoni alla stesura del testamento di Giacomo Angaran; il rapporto fra loro è davvero molto stretto. Diciamo che i due realizzano una piccola parte di un progetto molto più grande, perché la villa non è stata poi completata: ne è stato costruito solo un terzo di quello che avrebbe dovuto esserci in realtà,

ispirandosi chiaramente ai Quattro libri dell’architettura, pubblicati nel 1570 e dedicati proprio a Giacomo Angaran. Lui era in grado di realizzare costruzioni importanti senza l’intervento di alcun architetto, e questo possiamo assicurarlo perché non c’è alcuna prova di un altro architetto che abbia collaborato alla realizzazione di questa villa, creata grazie alle maestranze, che Angaran conosceva, di Palladio. Diciamo, quindi, che si tratta di una villa in stile palladiano, però costruita molto prima che esistesse il palladianesimo, stile che ha

In basso Alessandro Olivetto, responsabile dell’Antico Laboratorio San Giuseppe, degusta un Nocino (prodotto con le noci del parco).

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ANIMALIA A fianco, da sinistra verso destra Due opere (un cinghiale e un cervo) dello scultore Alberto Salvetti: sono state realizzate utilizzando fogli di quotidiani, filo di ferro, scotch di carta e bitume giudaico. Sotto, dall’alto verso il basso Due “abitanti” del luogo: un cormorano e uno scoiattolo rosso (ph. Wikipedia).

letteralmente contaminato tutto il mondo, dalla Casa Bianca al nord Europa all’Australia, molto anche in Gran Bretagna. Per questo è per noi importante sottolineare la presenza del Palladio non come mano, ma come pensiero, in un momento molto prossimo alla sua morte, avvenuta nel 1580. Nel 1588, Giacomo Angaran naviga finanziariamente in cattive acque, è costretto a vendere la villa di Sant’Eusebio per 25.000 ducati, paga tutti i debiti e, con la somma che gli rimane, comincia la costruzione di questa villa, assieme al figlio di Palladio. Inciso: Palladio muore mentre sta costruendo il teatro Olimpico e, alla sua morte, i lavori vengono seguiti da Silla, che dunque aveva la capacità di dirigere il cantiere (probabilmente ce l’aveva nel Dna, visto di chi era figlio, n.d.r.). Silla scrive anche una biografia del padre e lo segue molto nel lavoro, però il genio di famiglia era Andrea e Silla fu dimenticato: non si sa nemmeno dove e quando sia morto. E non ha neanche minimamente raggiunto la fama del padre. Per questo la villa non ha la firma del padre, pur avendone l’eleganza e l’impronta”.

Qui sopra Il grande orto lungo il viale di cipressi che porta alla villa da nord. A fianco Il fronte meridionale di Villa Angaran San Giuseppe. All’edificazione del complesso ha lavorato con il nobile Giacomo Angaran anche il figlio di Palladio, Silla.

Sotto Un dettaglio dei blocchi di bugnato, a rivestimento del primo ordine di arcate.

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Ma che cosa succede oggi, a quali scopi viene usata villa Angaran? “Nel 2015 è partita una trasformazione radicale dell’edificio: è stata per cent’anni un luogo per esercizi spirituali, dunque di preghiera, era ed è di proprietà dei Gesuiti, che la acquisiscono nel 1921. La villa diventa quindi soprattutto un luogo di formazione spirituale, ma anche d’incontro di diversità ed è in quest’ottica tutto il discorso della biodiversità, che anche nel parco si inserisce in maniera molto importante. Ed è per questo che abbiamo deciso di aprire un piccolo sentiero assieme all’ANA Monte Grappa, (gli Alpini) e al Coordinamento della salvaguardia del Creato, sulla spinta dell’Enciclica “Laudato si’...” di papa Francesco, e creare un percorso verde lungo il fiume: un luogo incontaminato da anni perché l’uomo non ci passava mai. Il sentiero si trova lungo i trecento metri di proprietà della villa. E lì si possono incontrare animali che vivono allo stato libero. Molti germani, molti cormorani (soprattutto alla sera). Naturalmente aironi e anche serpentelli. Una volta abbiamo visto una lontra e una volpe.

E uccellini a bizzeffe. Una delle cose che ci piace molto è proprio la possibilità di osservare animali in un ambiente adatto a loro. Dunque un’idea del verde, che esisteva già ai tempi di Palladio, e in più ecologista. L’importante è che il parco sia aperto a tutti, grandi e piccini”. A questo punto, è arrivato il momento di fare un giro nel parco, dove si alternano alberi e prati. La zona riservata ai ragazzini... beh, è dappertutto! Ed è tutto congegnato in modo da far lavorare la fantasia. Esempio: c’è un prato con una costruzione chiamata “gio-capanna” che contiene giochi; alla parte opposta un altro spazio con pezzi di tronchi d’albero (il legno, secondo me, è una cosa bellissima in ogni luogo: riscalda il cuore e fa lavorare la fantasia). Su uno di questi tronchi è ammucchiata una certa quantità di ghiande. Sarebbe interessante sapere cosa ha mosso il bambino che le ha sistemate lì. Poi c’è un belvedere sul fiume e sul sentiero a pelo d’acqua. Il tempo passa per tutti (anche per chi in gioventù veniva definita una “rampigamuri”, ma che adesso non può più farlo per raggiunti limiti d’età), ma se siete ancora gagliardi, durante la settimana - credo che il parco sia piuttosto frequentato nei giorni festivi -, mettete insieme una piccola comitiva di figli, amici dei figli, nipoti vari, e portateli qui a pascolare, a giocare, a vedere aspetti della natura che fanno bene al cuore e vedrete che se lo ricorderanno negli anni a venire. Un’ultima notizia, importante: qui sono ammessi i cani, con le solite regole che noi accompagnatori ben conosciamo e che dovremmo tutti mettere in pratica. Per non farli detestare da chi non li ama. Ma da detestare siamo noi. Buona passeggiata a tutti!


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Bassano News  

Settembre/Ottobre 2021

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