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POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE DL 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004N.46) ART.1, COMMA I, DCB MILANO

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La forza dell'acqua


EDITORIALE

Primavera 2016 Lo scorso febbraio, ArteMedica Antroposofia oggi ha compiuto 10 anni di vita. Due lustri in cui molte cose sono cambiate. Inalterato è rimasto però il principio ispiratore che ha sovrainteso alla sua nascita: la volontà di aprirsi sempre più al mondo conservando le solide radici fedelmente ancorate al pensiero di Rudolf Steiner. Oggi è anche consultabile online l’archivio decennale con centinaia di articoli dedicati a medicina, architettura, pedagogia, cultura, antroposofia e molto altro ancora. L’anniversario è anche occasione per ricordare i tanti, significativi momenti che hanno segnato la storia di ArteMedica, dalla creazione del Centro medico, nel 2000, alla successiva fondazione dell’Editrice Novalis, per arrivare infine alla nascita della rivista. Era già da diverso tempo che avevo in mente di creare un punto d’incontro antroposofico. Avevo pertanto preso contatto con Federico Ceratti, uomo pieno di vitalità e di progetti che avevano sempre uno sfondo idealistico, purtroppo prematuramente scomparso in seguito a un incidente. Un addio che ci ha lasciato tutti un po’ orfani. Ricordo di aver visitato l’immobile, oggi sede di Artemedica, insieme al dottor Giuseppe Leonelli. Allora era solo un enorme cantiere aperto: quattro piani di pilastri in calcestruzzo. Uno spettacolo desolante, ma l’entusiastica esclamazione del dottor Leonelli: “Questo è un posto meraviglioso!”, è stata per me un incoraggiamento ad andare avanti con il progetto. Anche mio marito, John Prouse – allora titolare della cattedra di Analisi Matematica al Politecnico di Milano e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei – che aveva accolto nel suo cuore il mio stesso interesse verso l’Antroposofia, aveva aderito con entusiasmo alla mia idea di attivare una struttura legata al movimento steineriano. Successivamente, una volta avviato il Centro, il dottor Leonelli veniva a trovarci settimanalmente per ricevere alcuni pazienti. Purtroppo ci ha lasciato troppo presto e sentiamo ancora oggi un grande vuoto. Poco dopo anche John Prouse, sempre presente e attivo, ci ha lasciato dopo una lunga e pesante malattia ma, fino all’ultimo, ha voluto essere tenuto al corrente di tutte le nostre iniziative. Poi, per alcune vicissitudini un po’ deludenti e anche un po’ tristi, i medici antroposofi hanno abbandonato il progetto. Tuttavia, nuove forze sono entrate dando maggiore vigore e rinnovato slancio: forze che sono ancora presenti. Sono i veri capitani che non abbandonano la nave: con loro ho una forte affinità e per loro nutro una grande riconoscenza. Artemedica era nata con l’intenzione di portare l’antroposofia nel mondo e, nonostante la defezione dei primi compagni di viaggio, è rimasta fedele ai suoi intenti. E anche se gli operatori attivi nel Centro hanno svariate provenienze, sono tutti seri professionisti contraddistinti da elevate qualità morali. Ma veniamo ora alla nostra rivista. Quattro sono gli elementi: Fuoco, Aria, Terra e Acqua. A quest’ultima è dedicato il focus di questo mese. Numerosi sono gli studi dedicati all’Acqua, a questo elemento di cui è costituito gran parte del nostro corpo, che rimane però ancora un grande mistero. Certo la scoperta della memoria dell’acqua ha aperto nuovi orizzonti confermati dagli esperimenti di Masaru Emoto e da tanti altri validi ricercatori. Intanto, diventa sempre più stretta la collaborazione che da anni lega ArteMedica a Info3 di cui Jens Heisterkamp è caporedattore. Cogliamo l’occasione dell’intervista per ringraziarlo di consentirci di attingere all’inesauribile fonte del suo periodico. C’è anche un’altra persona che vogliamo oggi ringraziare con grandissimo affetto e gratitudine: Luisa Abba, la storica direttrice che in tutti questi anni è stata al nostro fianco offrendoci il supporto della sua professionalità, che da questo numero lascia il suo posto al timone della rivista a Cris Thellung. Giornalista e fotografo in numerose testate nonché regista radiotelevisivo, ha negli anni allestito numerose mostre personali in Italia e all'estero. A lui vanno i nostri migliori auguri di buon lavoro quale nuovo direttore. Buona lettura


ARTEMEDICA ANTROPOSOFIA OGGI

n. 41 - primavera 2016 iscritta al tribunale di Milano al n. 773 registro stampa, 12.10.2005 WWW.EDITRICENOVALIS.COM

Direttore Responsabile Cris Thellung

Direzione Culturale Paulette Prouse

Redazione e coordinamento editoriale Anna Chiello Bruno Lanata

Traduzioni Daniela Castelmonte Giuseppina Quattrocchi

Impaginazione e grafica Giulia Boffi

Stampatore La Tipografia s.n.c Via Bramante 5, Buccinasco (MI) Stampato su carta Cyclus® 100% fibre riciclate – Colore naturale senza azzurranti ottici (OBA) – Prodotto in linea con le più severe certificazioni ambientali.

Per testi e immagini di cui non è stato possibile rintracciare i detentori dei diritti, l’editore si dichiara sin d’ora disponibile a riconoscere i diritti a chi ne facesse legittimamente richiesta. Eventuali indicazioni terapeutiche presenti negli articoli sono da considerarsi esemplificative e generiche e non sono applicabili a singoli casi senza il consulto di uno specialista.

Concessionaria per la pubblicità EDITRICE NOVALIS Via Angera, 3 - 20125 Milano tel. 026711621 - fax. 0267116222 mkt@librerianovalis.it


SOMMARIO Primavera 2016 4 Marzo

Le atmosfere di primavera nelle parole di Fabio Tombari

La forza dell’acqua 6 La tradizione delle terme • A.C. - D.C.

9 Il mistero di Amleto e Orazio • Franco Realini

11 Una memoria prodigiosa

28 L’iconostasi ortodossa e il ciclo delle feste • Paolo Fuga

31 Una sana alimentazione per un vivere sano • Luigi Orsucci

32 L’impatto ambientale dei progetti “Unis vers Tchad” • Marcel Vogelsberger

34 Consigli di lettura

• B. L. Appunti di viaggio

12 L’acqua informata nella terapia medica

36 Scoprire Lisbona • Cris Thellung

• Elio Sermoneta Arte&Anima

15 Fresca, buona, salutare • Maurizio Candino

18 Dialogo fra correnti spirituali

• Intervista a Jens Heisterkamp a cura di Paulette Prouse

20 Per l’economia della Terra: la nostra Casa Comune

Appunti dal convegno organizzato dall’Associazione Agricoltura Biodinamica

22 I figli provocano un’autocoscienza dei genitori • Intervista a Mathias Wais a cura di Christine Pflug

24 Calendario aprile-maggio

Incontri - Conferenze - Iniziative

26 Giuda: un traditore? • Matthias Mochner

38 Non solo pane

Il contributo dell’arte al tema “Nutrire il pianeta” • Alessandro Lazza

40 L’alimentazione vegetale

Prevenzione e terapia nelle patologie cronico-degenerative • Michela De Petris

42 Capire il destino

La legge del karma nelle vicende umane

44 Il coraggio • Patrizia Bertuzzi

46 Ricette di primavera

Contributi 48 L’Oro del Reno

a cura di Simone Mattioli

51 La Casa Andrea Cristoforo • Daniela Castelmonte

Allegato in omaggio per gli abbonati

PER UNA CULTURA DELLA POSITIVITà di Karl-Martin Dietz


La forza dell’acqua

Una memoria prodigiosa Uno degli aspetti più intriganti e controversi riguardanti l’acqua è quello relativo al fatto che questa possieda la capacità di conservare nella propria struttura un “ricordo” delle sostanze con cui viene in contatto, anche quando di queste non è più presente alcuna traccia fisica.

Cristallo di acqua a sollecitazione positiva

Masaru Emoto

L’idea della “memoria dell’acqua” fu avanzata per la prima volta verso la fine degli anni Ottanta da un medico francese, Jacques Benveniste, che aveva svolto una serie di esperimenti volti a spiegare il meccanismo su cui si basa la realizzazione dei rimedi omeopatici. Questi vengono infatti preparati miscelando il principio attivo nell’acqua in diluzioni sempre maggiori, fino a quando del principio non rimane più alcuna traccia. Sull’esistenza della memoria dell’acqua la scienza ufficiale ha sempre mostrato un profondo scetticismo sia negando i presupposti scientifici della teoria sia contestando l’attendibilità delle sperimentazioni volte alla dimostrazione della reale sussistenza del fenomeno. Per contro, lo studioso giapponese Masaru Emoto, nel corso della sua vita, ha condotto una costante ricerca che lo ha portato ad affermare l’esistenza di una stretta relazione tra il pensiero umano e i diversi stati dell’acqua. Egli sosteneva che l’acqua costituisce il mezzo per eccellenza per trasmettere la vibrazione (Hado). Aveva, quindi, osservato come i cristalli di acqua a -4 °C assumessero una forma simmetrica, armonicamente organizzata, dopo essere stati sottoposti a stimoli provenienti da una fonte

di energia esterna che può, di volta in volta, assumere la forma di «preghiera, musica o testo». Emoto ha documentato la propria scoperta con prove fotografiche in cui appare chiaramente come i cristalli ottenuti dal congelamento di acqua sottoposta a specifiche sollecitazione modifichino la propria struttura in relazione ai messaggi ricevuti. In particolare, l’acqua sottoposta a stimoli positivi forma cristalli simili a quelli della neve, mentre l’acqua sottoposta a parole e pensieri negativi reagisce creando strutture amorfe e prive di armonia. Nel corso della sua vita Masaru Emoto ha pubblicato numerosi libri sul potere e sulla capacità di guarigione dell’acqua. In particolare, così scriveva nella sua opera L’insegnamento dell’acqua, edito in Italia dalle Edizioni Mediterranee. “Dobbiamo tornare al punto di partenza e ricordarci che noi uomini siamo acqua che scorre. Non vogliamo ritornare al ciclo in cui fiori, alberi, uccelli, insetti, esseri viventi di ogni tipo vivono in armonia con la natura? Se noi amiamo la natura con tutto il cuore, la natura ci ama. Se noi preghiamo la natura, lei ci risponde. E questo amore si riverserà su tutto ciò che vive e su tutta l’acqua esistente”. B.L.

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La forza dell’acqua

Fresca, buona, salutare • Maurizio Candino naturopata L’acqua indispensabile ma trascurata è la base della piramide alimentare, prima ancora di frutta e verdura, ed è in testa a tutti gli alimenti protettivi e salutari nelle raccomandazioni di tutte le autorità sanitarie internazionali. Il nostro organismo non può fare a meno dell’acqua per il suo vitalismo, basti considerare che la quantità di acqua durante la vita uterina supera l’80%, alla nascita il 70%, riducendosi progressivamente al 60% nell’età adulta e fino alla fine della vita. Le nostre cellule contengono il 55% del totale della quantità d’acqua, mentre il 45% è presente nei liquidi extracellulari e inoltre la quantità varia da tessuto a tessuto. Il sangue, ad esempio, ne contiene il 90%, il cervello il 77%, i muscoli e la massa magra sono costituiti per il 73% di acqua, invece il tessuto adiposo (massa grassa) ne contiene solo il 15%.

L’equilibrio idrico nell’organismo Che funzioni ha l’acqua nel nostro organismo? • Presiede al trasporto e allo scambio di sostanze nutritive • Garantisce l’eliminazione delle sostanze di scarto • Regola la temperatura corporea • Permette lo sviluppo degli impulsi nervosi • Attiva la scissione e la trasformazione dei composti necessari per il metabolismo • Permette la produzione di energia grazie al suo fluire esterno/interno delle cellule • Mantiene la forma delle strutture e l’architettura dell’organismo • Regola i processi rigenerativi e costitutivi dei tessuti Il meccanismo più importante per mantenere in equilibrio il bilancio idrico dell’organismo è la sete. Il desiderio di bere permette di regolare l’assunzione di liquidi tramite stimoli fisiologici, come la concentrazione del sangue, che può innalzarsi, per esempio, a causa di un’elevata assunzione di cibi troppo dolci o salati. Anche la perdita di acqua tramite, ad esempio, la sudorazione può favorire la sete, che permane finché non è stata reintegrata la quantità di liquidi necessaria.

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La sete è quindi un campanello di allarme fisiologico che indica la necessità di acqua e non deve essere trascurato. La concentrazione di acqua nel corpo deve restare costante, mentre l’organismo ne elimina ogni giorno una quantità ingente per svolgere le sue funzioni vitali: la maggior parte con le urine, un’altra parte con le feci, la respirazione e la sudorazione. La quantità di acqua eliminata varia notevolmente in relazione all’età, il sesso, le condizioni climatiche, l’attività svolta e il tipo di alimentazione.

Il consumo quotidiano L’ultima versione dei LARN (Livelli di Assunzione Raccomandati per la popolazione italiana) pubblicata nel 2012, conferma il ruolo dell’acqua come alimento primario e raccomanda un consumo quotidiano di almeno 2 litri per la donna e 2,5 litri per l’uomo. Non si tratta solo di acqua da bere tal quale: frutta e verdure, che contengono il 90% di acqua in forma facilmente assorbibile, contribuiscono in modo importante a prevenire la disidratazione. Tuttavia, da soli non bastano e occorre, infatti, assumere regolarmente acqua. Molti esperti, complice la pubblicità dell’acqua minerale, raccomandano di anticipare la sete bevendo in abbondanza. Meglio però rivolgersi al buon senso. Sforzarsi di bere oltre misura, senza sete, non è sempre produttivo. Bere in maniera esagerata durante i pasti, ad esempio, diluisce troppo i succhi gastrici e rallenta i processi digestivi. D’altra parte, una quantità adeguata di acqua (5-6 dl) facilita

BILANCIO MEDIO DELL’ACQUA NELL’ADULTO ENTRATE (espresse in ml)

USCITE (espresse in ml)

Bevande

1200-1500 Urine

Cibo

700-1000

Feci

100-150

Metabolismo

350

Sudore

500-850

Polmoni

350

1250-1500

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La forza dell’acqua

la digestione perché migliora la consistenza del cibo ingerito. È sempre raccomandabile definire la quantità di acqua eventualmente con il proprio operatore sanitario in caso di disfunzioni renali, cardiache ed epatiche. Un abuso di acqua in queste circostanze può alterare l’equilibrio, favorendo, ad esempio, la ritenzione di liquidi. Un altro esempio è un eccesso di acqua povera di sali minerali abbinata a un’intensa sudorazione, può favorire la carenza di sodio, comportando squilibri nelle prestazioni fisiche e mentali. Anche per l’acqua, come per il cibo, non esistono, quindi, ricette preconfezionate, ma è preferibile valutare di volta in volta le reali esigenze dell’organismo in base alle necessità individuali.

La priorità assoluta è il controllo delle contaminazioni microbiche e, quando necessario, l’acqua viene disinfettata nei serbatoi di stoccaggio con diversi mezzi, fra cui l’ozono e i raggi ultravioletti. Le tubature, spesso non completamente integre, possono causare contaminazioni durante il percorso e aumentare i rischi, anche se al punto di partenza l’acqua è batteriologicamente pura. A scopo preventivo si aggiungono derivati del cloro, in modo che la concentrazione di cloro libero alla distribuzione non superi gli 0,2 mg/l. Un altro aspetto da verificare dell’acqua del rubinetto è la concentrazione di sali minerali, poiché quantità troppo elevate di alcuni minerali quali manganese, ferro, arsenico presenti per cause naturali, possono avere controindicazioni. Nonostante la complessità dei problemi, l’acqua potabile dell’acquedotto offre in molti casi un buon livello di sicurezza e qualità pari a quello della più costosa minerale. Un consiglio per chi sceglie l’acqua potabile del rubinetto: fatela scorrere qualche secondo, quindi raccoglietela in una brocca di vetro, e lasciatela riposare al fresco per un’ora. Prima di berla, mescolatela velocemente, in senso orario, per qualche secondo. Quando riempirete di nuovo la brocca di vetro ricordatevi di svuotarla accuratamente di eventuali residui di acqua e sciacquatela, prima di riempirla di nuova acqua. In generale una buona acqua dovrebbe essere conservata in bottiglia di vetro, al riparo dalla luce, dal sole e da fonti di calore, con un residuo fisso non superiore a 200mg/l, con un pH compreso tra 7,1 e 7,5, un grado di durezza compreso tra 14 e 50 gradi F (gradi francesi), non gassata e conservata in ambienti freschi e asciutti.

La scelta dell’acqua

L’acqua per la prevenzione

Anche il tipo di acqua ha la sua importanza nell’equilibrio idrico ed energetico del singolo individuo. Secondo la legge, la definizione “acqua minerale naturale” spetta solo ad acqua sorgiva profonda, confezionata all’origine, batteriologicamente pura, che dovrebbe essere al riparo da eventuali contaminazioni e non ha bisogno di trattamenti. Utilizzare quotidianamente l’acqua del rubinetto può essere utile a risparmiare preziose risorse, ma non sempre le caratteristiche sono soddisfacenti. Sapore di cloro e calcare che incrosta le pentole rendono spesso la sua qualità dubbiosa. In molte aree del nostro paese, l’acqua potabile deriva da falde freatiche profonde, ma anche da pozzi, laghi, fiumi e falde superficiali e, in ogni caso, prima di essere immessa in rete, è sottoposta a diversi trattamenti di depurazione.

L’acqua diventa anche un utile alimento in stati patologici sia cronici che acuti. Recenti ricerche, per esempio, hanno mostrato che l’incremento di assunzione di acqua può attenuare l’asma allergica in 3-4 settimane. Per ottenere questo beneficio i ricercatori suggeriscono 6-8 bicchieri di acqua oligominerale, preferibilmente con un contenuto di calcio e magnesio tra i 30 e i 100 mg, da bere in più riprese, lentamente, durante la giornata a una temperatura tra i 15 e 20°C. Un’idratazione adeguata mantiene il sangue al giusto grado di fluidità e previene così la formazione di sedimenti e infiammazioni sulle pareti dei vasi sanguigni. La mancanza di acqua aumenta la produzione di colesterolo a livello delle membrane cellulari, mentre un apporto costante favorisce la funzione del fegato e dell’apparato digerente assicurando un

FABBISOGNO dipende da età, sesso, clima, attività svolta e stato di salute ml media al giorno LARN 2012 Maschi Femmine 5 mesi /1 anno 900 1 / 3 anni 1200 4 / 6 anni 1400 7 / 10 anni 1800 11 / 14 anni 2000 1900 15 / 17 anni 2500 2000 Fino a 74 anni 2500 2000 Dai 75 anni in su 2500 2000 Gravidanza + 300 - Allattamento +700

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La forza dell’acqua

migliore metabolismo dei grassi e del colesterolo. La disidratazione può provocare aumento della frequenza cardiaca e diminuzione della gettata sanguigna, che a sua volta comporta una ridotta irrorazione e ossigenazione dei tessuti. Di qui la necessità, per tutti coloro che soffrono di disturbi cardio-circolatori, di integrare la loro dieta con acqua mediamente mineralizzata (residuo fisso tra i 500 mg/l e 1500mg/l), in particolare ricca di calcio (maggiore di 150 mg/l) e magnesio (oltre i 50mg/l), che supportano l’attività del muscolo cardiaco. In chi soffre di dolori articolari, la disidratazione cronica causa un’alterazione delle membrane protettive delle artico-

lazioni e favorisce un’acidificazione del sangue, a sua volta responsabile di infiammazioni. Bere quotidianamente 6-8 bicchieri di acqua oligominerale non gassata, integrata con abbondanti quantità di ortaggi e frutta, anche sotto forma di centrifugati e frullati, arricchiti magari con 1-2 cucchiaini di olio di semi di lino crudo spremuto a freddo, aiuta a ridurre le infiammazioni ed attenuare i dolori articolari. L’acqua diventa così non solo un bene primario, ma una necessità per migliorare il nostro grado di benessere e, se consapevoli e rispettosi per l’ambiente, anche per rendere migliore il nostro pianeta.

ACQUA MINERALE: ALCUNI ESEMPI E INDICAZIONI Minimamente mineralizzata

Residuo fisso < 50mg/l, è indicata in caso di ipertensione e calcoli renali.

Oligominerale e leggermente mineralizzata

Residuo fisso < 500mg/l, adatta all’uso quotidiano.

Residuo fisso tra i 501 e 1500 mg/l, ha una percentuale significativa di sali minerali ed è quindi meglio non berne più di 1 litro al giorno alternandola ad Medio minerale acqua oligominerale. È consigliabile quando si suda molto o si svolge attività fisica intensa. Residuo fisso > 1500 mg/l, molto ricca di sali, va bevuta a scopo terapeutico, Ricca di minerali su suggerimento del medico, per problemi specifici. Calcio > 150 mg/l, indicata durante l’accrescimento e quando l’apporto di calcio è scarso perché non si consumano latticini. Acqua “dura”, quindi ricca Calcica di calcio, sembra favorire la prevenzione di malattie cardiovascolari e dell’ipertensione Magnesio > 50 mg/l, suggerita in caso di stress, stipsi e per la prevenzione Magnesica dell’arteriosclerosi. Contenuto di bicarbonato > 600mg/l, favorisce la digestione in caso di Contenente bicarbonato acidità di stomaco, se ha un elevato contenuto di calcio (acqua bicarbonatocalcica) aiuta a regolare i grassi nel sangue. Sodio >200 mg/l, indicata durante intensa sudorazione e attività fisica; stimola fegato e cistifellea, favorendo il flusso della bile, è indicata in caso di calcoli alla cistifellea, in particolare se ricca di solfati (acqua solfato-sodica); Sodica previene la stipsi, soprattutto se ricca di cloruri (acqua cloruro-sodica). L’acqua “a basso contenuto di sodio” (inferiore a 20 mg/l) è indicata nelle diete povere di sodio. Residuo fisso: solitamente espresso in mg/L indica la quantità di sostanza solida perfettamente secca che rimane dopo aver fatto evaporare in una capsula di platino, previamente tarata, una quantità nota di acqua precedentemente filtrata. (Tabella liberamente tratta da Acqua e benessere, Carla Barzanò, Ed. Tecniche Nuove, 2013). n. 41 Primavera 2016 - ARTEMEDICA

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L’iconostasi ortodossa e il ciclo delle feste

Le icone e la loro disposizione nello spazio liturgico. Paolo Fuga, profondo conoscitore dell’arte iconica, ci guida attraverso il mondo di immagini delle icone cristiane. • Paolo Fuga Nell’Antico Testamento (Esodo 20,4 e Deuteronomio 5,8) viene esplicitamente sottolineato il divieto di creare immagini della divinità. Pertanto nelle comunità cristiane fino al terzo secolo, l’iconografia si limita a poche note simboliche. Ma dal quarto secolo iniziarono a sorgere i primi sintomi di quella che sarebbe diventata una fra le più aspre dispute in seno alla cristianità. Eusebio di Cesarea considerava l’uso di immagini di Cristo e degli apostoli come un’abitudine pagana, mentre Basilio di Cesarea affermava che la pittura fosse “per gli occhi ciò che la parola era per gli orecchi”. Si accesero contese teologiche destinate ad alimentare forme di repressione e di scontri fra gli iconoduli e gli iconoclasti. Tale disputa, con alterne vicende, si protrasse fino al 780 quando, alla morte di Leone IV, la moglie Irene assunse la reggenza in nome del figlio minorenne Costantino VI. L’imperatrice proveniva dalla regione greca tradizionalmente favorevole al culto delle immagini e provvide a far eleggere un nuovo patriarca, che convocò un concilio. Il concilio, il settimo nell’ordine e l’ultimo riconosciuto ecumenico dall’intera cristianità, fu convocato nel mese di settembre del 787 a Nicea. I prelati affermarono che: “L’onore reso all’immagine, passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l’immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto”.

sentazioni congruenti alla dottrina ecclesiastica. La struttura architettonica delle chiese bizantine riflette quella gerarchia dei prototipi divini che regola il sistema delle immagini, basato sui principi che governano l’organizzazione propria della Chiesa Ortodossa. La chiesa deve quindi prestarsi ad essere il ricettacolo ideale del sistema gerarchico iconografico, e può essere interpretata come immagine: • del cosmo, simbolizzando il Cielo, la Terra Santa (ovvero il Paradiso) e il mondo terrestre; • dei luoghi santificati da Cristo nella sua vita terrena; • del ciclo liturgico. Lo spazio dedicato ai fedeli (la navata) venne separato da quello riservato alla liturgia (il presbiterio), la parte “sensibile” da quella “intelligibile”. Le icone vennero generalmente disposte in un ordine gerarchico che interpreta la formula centrale della teologia bizantina.

Lo spazio liturgico Lo spazio liturgico delle chiese, all’epoca, veniva decorato con affreschi e bassorilievi. Nella seconda metà dell’800 si era giunti a un modello pressoché unico: l’altare maggiore con il tabernacolo collocato verso la parete dell’abside; altri due altari alle pareti terminali delle navate laterali, a fianco del presbiterio; quest’ultimo separato dalla navata da una balaustra per la comunione. L’idea fortemente unitaria, con la sottolineatura dell’elemento strutturale gerarchico della Chiesa aveva dato luogo a un modello uniforme di chiesa. In ogni caso, la decorazione pittorica, mobile o fissa che fosse, doveva rispettare rigorosi canoni teologici atti a formare, nei fedeli che spesso non sapevano né leggere né scrivere, rappre-

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Nelle chiese paleocristiane di rito latino la separazione, nel corso dei secoli, si trasformò in una bassa barriera in marmo (“recinto presbiteriale”) detta anche “balaustra”, ancora visibile in molte chiese, in prossimità della quale i fedeli ricevevano la comunione. Nelle chiese di rito orientale, prevalse invece una separazione costituita da una barriera più alta in forma di transenna o portico (pergula), i cui intercolumni venivano in genere addobbati con drappi ed in seguito con raffigurazioni pittoriche, le icone, appunto, da cui il nome di iconostasi: là dove stanno le immagini. In oriente con il passare del tempo la transenna si ingrandì sino a trasformarsi in una parete, mentre parallelamente veniva definendosi l’impianto iconografico. Attualmente a destra della porta centrale si trova sempre l’immagine del Salvatore, mentre a sinistra c’è quella della Madre di Dio. A queste due icone fondamentali si affiancano in genere, a destra e sinistra rispettivamente, l’icona del Precursore e quella del santo titolare della chiesa. Al di sopra la serie delle immagini dei dodici Apostoli o delle dodici feste. Al culmine si trova l’immagine di Cristo crocifisso affiancato da Maria e da S. Giovanni Evangelista, oppure la rappresentazione dell’Ultima Cena. I due battenti della porta centrale recano la rappresentazione dell’Annunciazione, mentre le due porte minori portano sovente l’immagine di due angeli. Nelle iconostasi particolarmente grandi e ricche, in specie in Russia, gli ordini di icone sovrapposte possono divenire anche più di quattro, includendo gli evangelisti ed altri santi. Nell’ambito della Chiesa ortodossa russa l’iconostasi prevede, in genere, quattro ordini di icone. • I patriarchi che affiancano l’icona della Trinità e rappresentano l’Antico Testamento • I profeti • Le Feste liturgiche • Il Deisis o deesis (preghiera) costituiva il registro centrale e principale dove si trovano le icone dei santi (principalmente San Giovanni Battista e Maria) in posizione di preghiera intorno al Cristo pantocratore. A queste talvolta si aggiungono le icone locali o del tempio, poste in alto: queste icone vengono spesso cambiate a seconda della festività.

terreno e quello divino, alla quale la realtà spirituale si affaccia sul nostro mondo. Attraverso questa finestra sono colti i veri tratti della realtà divina. L’icona nasce da una visione e conduce alla visione. “L’armonia delle verità divine, nota il teologo Evdokimov, è personalizzata in Cristo, creduto ma anche veduto e contemplato…L’Epifania, il Tabor, la Risurrezione, la Pentecoste sono irruzioni folgoranti che si lasciano vedere”. L’icona viene “scritta”, non dipinta; quindi ci si aspetta che chi la vede possa “leggerla”. Considerando quindi l’iconostasi, la visibile rappresentazione della realtà spirituale, il fedele ne notava l’ordine principiale e in particolare: • nei patriarchi vedeva coloro che, come Noè o Abramo, contribuirono fisicamente alla formazione della stirpe ebraica • nei profeti coloro che, grazie alla visione dello Spirito del tempo, plasmarono l’elemento sociale del popolo • nelle 12 principali feste le circostanze che offrono all’anima la possibilità di accordare la propria coscienza agli eventi cosmici • nelle porte regali l’invito ad accedere ai misteri. Spazio, tempo, causalità ed essenza sono quindi leggibili nell’iconostasi, ognuno di questi concetti relato a uno specifico registro figurativo. Questa scansione verticale, che conduce progressivamente al superamento della soglia, si accompagna, soprattutto nelle chiese ortodosse, alla scansione orizzontale delle 12 principali feste, ovvero: 1. l’annunciazione 2. la natività 3. la presentazione di Gesù al tempio 4. il battesimo 5. la trasfigurazione 6. la resurrezione di Lazzaro 7. l’ingresso in Gerusalemme 8. la crocefissione 9. la discesa agli inferi 10. l’ascensione 11. la pentecoste 12. la morte della Vergine

L’icona L’autore materiale dell’icona, cioè l’iconografo, inizia la professione dipingendo (scrivendo) dapprima l’icona della Trasfigurazione. Questa usanza ricorda che la rappresentazione iconica proviene dalla luce taborica e non da una visione umana. Ogni opera finita veniva sottoposta al giudizio dell’autorità ecclesiastica e, qualora non conforme, immediatamente distrutta. Perché l’icona è considerata uno strumento di conoscenza soprannaturale, una finestra posta tra il mondo

Tale sequenza, che appare già codificata intorno all’XI secolo in una icona su tavola nel monastero di santa Caterina ai piedi del Monte Sinai, non sempre è stata rispettata nei secoli successivi. Troviamo quindi ancor oggi, in molti luoghi di culto, non solo un numero di icone maggiore o minore di 12, ma anche una loro disposizione in ordine casuale. Questo impedisce una corretta lettura del processo di trasformazione dell’anima in relazione agli eventi descritti, spezzando e falsando l’originaria unità manifestantesi in un aspetto duodecimale.

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Il cosmo e l’immagine L’aspetto duodecimale viene accennato da Platone nel Timeo, in cui, riferendosi ai poliedri regolari, viene presentato come simbolo universale in relazione con la bellezza. “Vi era ancora una quinta combinazione, di cui il dio si servì per decorare l’universo”. “Cosmo” (κόσμος) per i greci aveva un significato originale sia di ordine che di ornamento (da cui l’italiano cosmetico). Nel caso delle icone delle feste viene da un lato sottolineato l’ordine cosmico, dettato dai luminari (Genesi 1,14), dall’altro l’invito a una loro “bella” rappresentazione. La collocazione delle feste nell’anno, così come la conosciamo oggi, può anche essere considerata un adattamento “cristianizzato” di celebrazioni precedenti (come il Natale, che si è sovrapposto al “Dies Natalis Solis Invicti”). Ma, accanto ai consueti appuntamenti che tuttora scandiscono il corso dell’anno, il registro delle dodici feste suggerisce una diversa lettura. Già nel pensiero greco esiste un rapporto di coappartenenza, e non di semplice opposizione, tra la concezione lineare del tempo (successione ‘cronologica’) e la concezione del tempo secondo la dimensione qualitativa e incommensurabile della durata, o concezione “ciclica”. Il vocabolario greco classico si riferisce al tempo con tre termini: “chronos”, “kairos” e “aión”. Nel passo 37d del Timeo il tempo viene definito “immagine mobile dell’eternità”. Qui Platone non usa per “immagine” il termine eídolon, ma eikón. Chronos è dunque mobile icona di aión, non semplice eidolon, simulacro, ma icona, immagine autentica della durata nel

senso di scansione e declinazione ritmica della durata. Quindi la successione delle feste nel tempo riferisce a una realtà sovrasensibile (aión = eone, il cui significato è da ricercarsi in eternità e durata), ovvero un essere spirituale procedente dal Principio supremo, e concepito come intermediario tra il mondo della luce e il mondo della tenebra o materia. Nell’XI secolo il cristianesimo non conservava più la visione di un Cristo che veniva riconosciuto come il grande Messaggero Divino disceso dal Sole sulla Terra per operare d’ora innanzi tra gli uomini. Dai Cristiani dei primi secoli il Cristo veniva considerato come la grandiosa Divinità Solare. Ma già allora non esisteva più quella che un tempo era presente nell’umanità come facoltà di chiaroveggenza istintiva. Restava la tradizione riguardo al fatto che il Cristo dal Sole è disceso giù sulla Terra e si è unito col corpo di Gesù di Nazareth. Sulla sua natura ed essenza, se fosse Dio oppure Dio e uomo ad un tempo, si cominciò a discutere nei Concili. L’iconografo che, nella sua prima icona, “scriveva” la Trasfigurazione, conservava tuttavia il presentimento della realtà solare del Cristo, facendola oggetto della sua meditazione. Questo riferimento al Cristo e alla sua “segnatura” solare è ben presente negli affreschi di molte cupole di chiese orientali, dove il Pantocrator viene rappresentato circondato dai 12 segni zodiacali. La suddivisione dell’anno tropico su base duodecimale risale alla cultura assira (XIX secolo a.C.). Il calendario ebraico, lunisolare, riprende la maggior parte delle feste attestate nella Bibbia e fa memoria di importanti eventi storici del popolo d’Israele, primo fra tutti l’Esodo. Il calendario cristiano è invece incentrato sull’evento di Cristo; recepisce due feste ebraiche - Pesach diviene Pasqua; la festa delle Settimane diviene Pentecoste - ma interpretandole in maniera nuova. Anticamente, la maggior parte delle feste annuali era una celebrazione di divinità o dei momenti significativi dell’anno agricolo. L’accordo tra l’elemento cosmico, come per esempio le fasi della luna, con determinati interventi da eseguirsi sul terreno, era un patrimonio di conoscenza che si è mantenuto fino a tempi recenti. Tale accordo viene significativamente sottolineato anche nelle chiese romaniche, dove i 12 “lavori dei mesi” compaiono costantemente nelle decorazioni. Il ritorno ciclico delle stagioni è portato come esempio del raccordo fra il tempo di Dio e quello dell’uomo. Nell’oriente bizantino confluì nelle feste l’elemento cosmico unito all’azione di un singolo uomo ponendo in primo piano la figura del Cristo Gesù. La rilettura delle icone delle 12 principali feste ortodosse ci consentirà di ritrovare tale elemento, in pieno accordo con la tradizione teologica.

Paolo Fuga, nato a Venezia, si è interessato fin da giovane ai rapporti tra essere umano e cosmo. Membro della Società Antroposofica Universale, ha tradotto diversi testi di autori legati all'antroposofia. Opera nell'ambito della tutela dei beni culturali e da più di trent’anni ha approfondito il linguaggio delle icone ortodosse.

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Appunti di viaggio

Scoprire Lisbona

Su e giù per i suoi sette colli Inauguriamo la rubrica del nostro direttore con un rapido affresco della capitale portoghese, tra monumenti, profumi e suoni di questa città sospesa fra l’Atlantico e l’Europa. • Cris Thellung Lisbona sa di Tago, il fiume che si trasforma in Oceano Atlantico poco dopo la Torre di Belém. Sa di bucato, steso ad asciugare nel labirinto di vicoli e piazzette dell’Alfama che scendono tra i locali di fado e quelli che offrono la ginja, il tipico liquore lusitano a base di amarena. Nell’aria c’è profumo di arance e datteri, frutta raccolta nelle valli poco lontane e poi, ancora, l’effluvio di sardine arrostite che esce dalle cucine di qualche bettola, sempre ben disposta a darti un buon piatto a pochi euro. A Lisbona si respira aria di un passato importante, fatto di storie di naviganti e conquistatori nella grande epoca delle scoperte. Ovunque si cammini si incontrano tracce d’Africa, America e Asia, perché il territorio portoghese è il più occidentale d’Europa e nel corso dei secoli i suoi marinai hanno conquistato possedimenti in tutti i continenti. È tradizione che questa terra abbia spinto lontano i suoi abitanti a causa della debolezza della sua economia, spesso oltreoceano nei possedimenti coloniali (soprattutto in Brasile) e, in tempi più recenti, nei paesi più industrializzati dell’Europa. E loro, i portoghesi, quando sono tornati a casa hanno realizzato architetture per edifici pubblici, chiese e monasteri in quello stile tra il gotico e il rinascimentale che è il manuelino, finanziati dai vantaggiosi commerci delle spezie tra Africa, India e continente europeo. Sono nati il Monastero dos Jerónimos e la Torre di Belém, entrambi patrimonio mondiale dell’Unesco. La prima è un’opera fatta costruire per celebrare il ritorno del navigatore Vasco da Gama dopo aver scoperto la rotta per l’India, la seconda è stata realizzata a difesa del fiume Tago e diventata nel tempo icona storica di Lisbona. Visitare questi due esempi di architettura manuelina è comodo perché sono molto vicini l’uno all’altro ed è anche l’occasione per immergersi nei sapori della pasticceria lisbonese entrando all’Antiga Confeitaria de Belém. A due passi dal monastero, questo noto negozio di dolci segna-

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Appunti di viaggio

lato da tutte le guide turistiche offre un ottimo assaggio dei pastéis de nata (letteralmente, paste alla crema), piccoli cestini di pasta sfoglia con crema pasticcera tipici di queste terre e creati, pare, proprio dai monaci tra le mura del vicino convento. A voi decidere se siano più buoni questi, i Pastéis de Belém ufficiali, o quelli della Confeitaria Nacional in centro città. Certo è che, oltre alla maestria della preparazione, l’ingrediente base, le uova, sono sempre di eccellente qualità. Il quartiere di Belém offre al viaggiatore un’altra perla da cogliere al volo, il nuovo Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Berardo che contiene capolavori di Marcel Duchamp, Pablo Picasso, Salvador Dalí, Andy Warhol, Francis Bacon, per citarne solo alcuni. Lisbona, infatti, non è solo arte gotica o rinascimentale, ma è lieta di accogliere anche gli stili più recenti, come quando ha dato vita al Parco delle Nazioni, costruito per l’Expo del 1998 e che ospita l'Oceanario, l’acquario più grande d’Europa. Quando si è presentata l’occasione, i portoghesi non si sono mai tirati indietro a dimostrare un innato talento nelle arti: il quartiere della Baixa è stato completamente distrutto dal drammatico terremoto e maremoto del 1755, per poi essere ricostruito come importante esempio di architettura neoclassica. Purtroppo, la catastrofe naturale ha portato via con sé molto del patrimonio architettonico d’origine araba presente in città, ma non le Azulejos, le tipiche piastrelle bianche e blu arrivate prima in terra spagnola e poi portoghese dalle aree musulmane. Le troverete ovunque sulle facciate dei palazzi e sui muri interni delle

trattorie, anche in versione moderna nelle stazioni della metropolitana realizzate da una nuova generazione di ceramisti. Le più spettacolari sono alla birreria Trindade nel Chiado, la zona assai nota per avere dato i natali a Fernando Pessoa. E, a proposito del poeta portoghese più rappresentativo, una sua statua la si trova proprio in questo quartiere, nei pressi del café A Brasileira. Lisbona è stata costruita su sette colli, occorre perciò avere un discreto allenamento da podista cittadino per visitarla tutta in pochi giorni. Si sale e si scende in continuazione usando scale, ascensori e vicoletti, dal Bairro Alto, che si contraddistingue per essere il quartiere dei giovani e del divertimento, procedere verso l’Alfama significa passare da un colle altro, ma con un po’ di sano esercizio fisico l’operazione riesce anche a un bambino. Per chi non vuol fare fatica, il mezzo di trasporto più consigliato per girare la città rimane il mitico tram giallo. Questo ospita spesso i ragazzi che non vogliono pagare il biglietto, appesi alle sue maniglie esterne, ma ci sono anche tre funicolari: la Gloria, la Bica e la Lavra. C’è un ascensore spettacolare in ferro che non può certo passare inosservato: è l’Elevador de Santa Justa, costruito a fine Ottocento da un allievo di Gustave Eiffel, con i suoi 32 metri di salita e due cabine in legno, porta direttamente al Chiado, davanti alla Chiesa del Carmo. Non è, ovviamente, il punto più alto della città: a dominare è il Castello di San Giorgio posto sulla collina più alta di Lisbona e dedicato al santo guerriero, rappresentato mentre combatte il drago.

Caratteristico scorcio lisboeta n. 41 Primavera 2016 - ARTEMEDICA

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La Casa Andrea Cristoforo Ciò che mi piace così straordinariamente è l’elemento della meteorologia; è la stessa meteorologia che ho già trovato in Grecia: questa lontananza del blu all’orizzonte, nell’atmosfera e nelle montagne, e poi questa profonda acqua blu con le isole verdi, e la vegetazione, le variazioni di temperatura, i movimenti dell’aria che si osservano qui, e la luce che si manifesta ricca di sfumature. Tutto ciò stimola all’attività creativa sia da un punto di vista artistico che della scienza dello spirito. (Lettera di Ita Wegman a Jules Sauerwein, Ascona, 18.8.1942). Quando Ita Wegman arrivò ad Ascona sul lago Maggiore, quest’impressione di “calore compenetrato di luce” le ricordò immediatamente l’infanzia vissuta in Indonesia, e al tempo stesso le fece intuire che lì sarebbe potuto nascere un luogo dove prendersi cura delle persone sofferenti nel fisico o nell’anima. Ma non era solo una posizione di straordinaria bellezza: artisti e intellettuali vi avevano trovato il loro rifugio ideale, che non fu pressoché toccato dalla tragedia che sconvolgeva il resto d’Europa. Il Monte Verità – cima collinare sopra Ascona – era, fin dall’inizio del secolo, ritrovo di molti movimenti che si richiamavano a visioni spirituali, a un culto della natura, a una vita vissuta come arte. L’architetto della Bauhaus Carl Weidemeyer aveva costruito sulle colline sovrastanti Ascona case e ville che per la forma e il colore si armonizzavano perfettamente nel paesaggio. Una di queste, bianca, inondata di sole, immersa nella vegetazione, colpì particolarmente Ita Wegman. Da lì il panorama si apriva perdendosi nelle brume lontane che salivano dal lago, e lei comprese d’aver trovato la “Casa”! Il nome rimase quello dei due bambini che l’avevano abitata in precedenza, Andrea e Cristoforo. La storia della Casa conobbe da quel momento luci e ombre. Fra le luci, brilla quella della pittrice Liane Collot d’Herbois, che la Wegman invitò da subito ad arricchire l’Andrea Cristoforo con la sua presenza e le sue opere in modo che i suoi quadri fossero terapeutici per i pazienti della Casa. Ancor oggi possono essere ammirati alle pareti delle sale comuni: il soggiorno, l’aula di euritmia, la biblioteca, gli spazi dedicati all’arte. Suoi sono gli affreschi nella cappella di Brissago dove furono conservate le ceneri della Wegman. Ombre più o meno cupe accompagnarono però la storia della Casa: la guerra, le difficoltà economiche, i dissidi e le divisioni nell’ambito antroposofico, la morte improvvisa della fondatrice… In anni più vicini a noi – nel 2000 – l’amministrazione si trovò di fronte a una scelta radicale: o rinnovare completamente i locali e la gestione, oppure chiudere. Fu coraggiosamente imboccata la prima via ed ora la Casa è stata ampliata con una nuova ala che ben si fonde con la struttura precedente. Fedele agli intenti originari, la Casa Andrea Cristoforo, che nel 2016 festeggia gli ottant’anni dalla sua fondazione, offre in una vera e propria oasi di rilassamento cure e terapie legate ai principi della medicina antroposofica. I pazienti giungono in particolari momenti della loro vita, dopo difficili interventi chirurgici, cicli di chemioterapia, crisi depressive o semplici fasi di ‘spossamento’; vengono considerati qui nella loro complessità e il programma delle terapie è concordato con il medico. L’offerta in questo senso va dalla terapia musicale e artistica, alla fisioterapia, alla terapia cranio-sacrale, all’euritmia curativa, ai bagni in dispersione oleosa. Anche per il cibo vi è un’attenzione particolare, partendo dalla scelta delle materie prime, di solito da agricoltura biodinamica o biologica, fino alla preparazione di piatti gustosi e salutari. In ogni caso l’approccio è olistico, rivolto alla persona prima che al suo malessere o alla malattia che non va evitata, ma superata. Seguita in modo armonico, una malattia può rappresentare persino un passo importante per la crescita personale. La Casa Andrea Cristoforo è apprezzata, inoltre, per tranquilli soggiorni di vacanza. La regione, nella quale si fonde un paesaggio alpino incontaminato con la quiete del panorama lacustre, invita a innumerevoli escursioni: crociere sul lago, visite alle isole di Brissago con il Giardino Botanico, le “cento valli” dei paesini ticinesi. Daniela Castelmonte

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IL BAGNO IN DISPERSIONE OLEOSA Claudia Christiane Liebig Si tratta di una tecnica terapeutica messa a punto da Werner Junge in base alle indicazioni di Rudolf Steiner. Oltre a preziose informazioni relative alla pelle, come organo triarticolato, e sui sensi a essa connessi – tatto, vita, calore –, troverete anche un’esposizione sugli oli e le loro corrispondenze con l’essere umano e sul dispositivo utilizzato per la miscelazione, oltre alla descrizione dell’esecuzione del bagno.

In varie occasioni Rudolf Steiner tornò sui cosiddetti sei esercizi complementari, gli esercizi che preparano e accompagnano il cammino iniziatico. Ne parlò in particolare negli Scritti fondamentali, sottolineando ogni volta differenti sfumature. Karl-Martin Dietz prende in esame qui l’esercizio della positività, tracciando un filo fra le diverse versioni: colte nel loro insieme costituiscono una vera e propria “cultura della positività” che confluendo nel metodo dialogico può arricchirlo e consentire a ognuno di cogliere nelle affermazioni degli altri, per quanto distanti siano dalle proprie, il seme positivo che prelude a una vera collaborazione.

Nella collana dei Quaderni di Flensburg, i titoli sugli Esseri Elementari riportano i colloqui avuti attraverso la mediazione di Verena Staël von Holstein, che, nel corso di molti anni, ha imparato a comunicare con vari esseri della natura. Tramite la modalità dell’intervista, si affronta il tema dell’acqua esplorandone le proprietà naturali, la forza spirituale, la potenza guaritrice.

Karl-Martin Dietz è nato nel 1945 a Heidelberg. Ha compiuto studi di filologia classica, germanistica e filosofia ad Heidelberg, Tübingen e Roma, ha inoltre frequentato la facoltà di scienze economiche. Si è laureato con una tesi sulla filosofia pre-socratica. Dal 1974 al 1980 ha svolto attività di insegnamento presso l’Università di Heidelberg. Nel 1978 ha fondato con Thomas Kracht l’Istituto Friedrich von Hardenberg für Kulturwissenschaften dove, oltre a lavori legati alla scienza dello spirito e a pubblicazioni volte a una presa di consapevolezza del momento attuale, viene sviluppata una “cultura dell’iniziativa basata sul dialogo” che nel corso del tempo si è concretizzata in intraprese economiche e in organizzazioni culturali.

In copertina: copertina: foto diCris Mariaelisabetta Realini foto di Thellung

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Verso una cultura della positività di Karl-Martin Dietz In varie occasioni Rudolf Steiner tornò sui cosiddetti sei esercizi complePER UNA CULTURA DELLA POSITIVITÀ mentari, gli esercizi fondamentali che preparano e accompagnano il cammino iniziatico. Ne parlò in particolare negli Scritti fondamentali, sottolineando ogni volta differenti sfumature. Karl-Martin Dietz prende in esame qui l’esercizio della positività, tracciando un filo fra le diverse versioni: colte nel loro insieme costituiscono una vera e propria “cultura della positività” che confluendo nel metodo dialogico può arricchirlo e consentire a ognuno di cogliere nelle affermazioni degli altri, per quanto distanti siano dalle proprie, il seme positivo che prelude a una vera collaborazione. KARL-MARTIN DIETZ

Collana di studi e ricerca per la formazione individuale e sociale

Di seguito un breve elenco di libri da noi pubblicati che offrono diversi spunti di riflessione sul tema del focus di questo numero della rivista.

POLIS

Editrice Novalis: proposte

Karl-Martin Dietz è nato nel 1945 a Heidelberg. Ha compiuto studi di filologia classica, germanistica e filosofia ad Heidelberg, Tübingen e Roma. Si è laureato con una tesi sulla filosofia pre-socratica. Dal 1974 al 1980 ha svolto attività di insegnamento presso l’Università di Heidelberg. Nel 1978 ha fondato con Thomas Kracht l’Istituto Friedrich von Hardenberg für Kulturwissenschaften dove, oltre a lavori legati alla scienza dello spirito e a pubblicazioni volte a una presa di consapevolezza del momento attuale, viene sviluppata una “cultura dell’iniziativa basata sul dialogo” che nel corso del tempo si è concretizzata in intraprese economiche e in organizzazioni culturali.

Il volume Per una cultura della positività è offerto in omaggio agli abbonati. Prezzo del singolo volume € 5,00

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Rivista Artemedica n.41  

La forza dell'acqua. Una memoria prodigiosa. La forza dell'acqua. Fresca, buona, salutare. L'iconostasi ortodossa e il ciclo delle feste. Sc...

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