Artemedica n.43

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POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE DL.353/2003 (CONV.IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA I, DCB MILANO 4,00€

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OGGI A I F O POS ANTRO


EDITORIALE Autunno 2016 Il tema base di questo numero di ArteMedica è rivolto alla polarità che ritroviamo dovunque, e che non vorrei definire semplicisticamente come contrapposizione benemale, bianco-nero, materiale-spirituale. Entrambi gli aspetti hanno bisogno l’uno dell’altro. Nel suo saggio, il dottor Carmelo Samonà descrive il percorso di decadenza e il grande sacrificio necessario perché l’uomo possa conquistare un ruolo importante non solo per se stesso ma anche per tutta l’evoluzione, e anche per il mondo spirituale che si nutre delle nostre azioni, permettendo così allo spirito di penetrare nella materia. Un importante aspetto della polarità si trova fra Gesuitismo e Rosicrucianesimo. Nel Gesuitismo, ma così in tutte le religioni e soprattutto nel monachesimo, viene richiesta un’obbedienza assoluta agli ordini, senza mai discutere sul perché, sulle ragioni che sovraintendono a quegli ordini che vengono dall’alto. Ancora oggi importanti istituzioni non capiscono che non è più tempo per addormentare le coscienze, in quanto oggi ogni uomo è responsabile individualmente per le proprie azioni. Ciò non è forse una sottovalutazione del singolo uomo? Perché questa difficoltà di diventare autoreferenziali? Cioè responsabili, non solo delle proprie azioni, ma anche consapevoli della portata dei propri sentimenti e delle proprie opinioni. Forse l’uomo libero fa paura in quanto, crescendo, prende anche coscienza della propria unicità. Ci vuole coraggio. A partire da questa uscita, e in quelle successive, verrà affrontato l’argomento tecnologia, sull’esempio del contributo di Sergio Motolese, Giorgio Capellano, Maurizio Canese, Paul Emberson. Motolese fa riferimento a ciò che Steiner disse già nel 1910 riferendosi a nuove facoltà umane. Vi suggerisco quindi di prendere in considerazione l’incontro che verrà organizzato a Torino per il 20 novembre (vedi pag. 29). Su questo argomento si raccomanda la lettura di due testi di Paul Emberson: From Gondishapur to Silicon Valley – purtroppo non ancora tradotto in italiano – e Tra 50 anni edito in Italia da AgriBio. Stiamo anche preparando per il prossimo numero un articolo sul transumanesimo, argomento che richiede anch’esso un’approfondita riflessione. L’articolo di Maurizio Morisco pone in luce come la logica del mondo spirituale non sia quella del mondo terreno. Così, quando Goethe delineò la pianta primordiale a Schiller, questi rimase perplesso e gli rispose che quella era una rappresentazione e non un’esperienza soprasensibile! Ma qui si fa riferimento a una logica superiore del pensiero. Tuttavia la vera arte, soprattutto la grande musica, riesce a congiungere le due realtà, giungendo dove la scienza non arriva. Oggi, per esempio, possiamo vedere case con i muri esterni trasformati in orti: poco tempo fa ciò non era pensabile. Anche se dobbiamo però ricordarci i magnifici giardini pensili dell’antica Babilonia…


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SOMMARIO Autunno 2016 4 L’antroposofia e il futuro della ragione

Associazione Menschen

30 L’esperienza sovrasensibile Maurizio Pietro Morisco

Karl-Martin Dietz

8 La qualità al giusto prezzo

32 Antroposofia al tempo del Fascismo Paulette Prouse

a colloquio con Fabio Brescacin

11 Il mistero della moneta Renzo Rosti

Il sogno di una morfologia

33 Osservare in una disposizione di spirito pasquale Walter Bos

16 L’euritmia curativa Kirsten Hollesen

35 Oltre il Cancro riflessioni sul libro di Giulietta Bandiera

18 L’azione del doppio nella nostra civiltà Michel Joseph

Appunti di viaggio

36 Siviglia: tra antiche moschee e palazzi moreschi

20 Dermatologia olistica: filosofia o paradigma? Roberto Cavagna

Cris Thellung

38 Quella scuola sulla via francigena Marco Rossetti

Arte & Anima

22 La trama della memoria LeoNilde Carabba

Libertà di scelta per medici e pazienti

40 Libertà di cura a cura di Stefano Gay

Architettura per l’uomo

24 Come agiscono le forme dell’ambiente sull’uomo? Stefano Andi

Speciale

42 Gesuitismo e Rosicrucianesimo Carmelo Samonà

28 L’agire quotidiano in un mondo tecnologico

52 Novità Novalis

Sergio Motolese

in copertina, opera di Krasmir Stoicev


La qualità al giusto prezzo Dalla presa di coscienza del consumatore dipende il futuro sviluppo della società e dell’economia. G

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Colloquio con Fabio Brescacin a cura di Bruno Lanata

Come è avvenuto il suo incontro con l’antroposofia e l’agricoltura biodinamica?

dell’alimentazione. Ma anche, per molteplici aspetti, dal punto di vista sociale.

L’esperienza di EcorNaturaSì nasce da un gruppo di persone che nutrivano un particolare interesse nei confronti dell’alimentazione e dell’agricoltura. Questo anche in seguito all’influenza esercitata dalla figura del dottor Ivo Beni, allora presidente dell’associazione biodinamica, noto per le sue traduzioni in italiano delle conferenze di Koberwitz. Uomo dai molteplici interessi, Ivo Beni non era un agricoltore, ma era sicuro che l’antroposofia avrebbe potuto affermarsi in Italia attraverso la biodinamica. Per noi allora la biodinamica era un modello estremamente interessante: tanto dal punto di vista dell’agricoltura che

Una delle critiche mosse al mercato del bio è quella di “non essere per tutte le tasche”. Ai consumatori i prezzi appaiono eccessivi se confrontati con l’agricoltura convenzionale. Per contro gli agricoltori “convenzionali” denunciano l’imposizione di un prezzo di mercato che non copre i costi di produzione. Come possono l’agricoltura biologica e quella biodinamica contribuire a generare un processo virtuoso dove alla produzione di alimenti sani, salutari e di qualità corrisponda anche un giusto prezzo, cioè un prezzo

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che sia considerato equo tanto dal consumatore quanto dall’agricoltore? Quale peso rivestono in questo rapporto la catena distributiva in generale e il rivenditore in particolare? Sono due le componenti fondamentali che determinano il prezzo finale del prodotto nel punto vendita. La prima concerne il costo della materia prima, ossia quanto viene corrisposto all’agricoltore per il frutto del suo lavoro. È ovvio che un’agricoltura di qualità, come quella biodinamica o biologica, comporta impegni e costi di produzione che non possono certo essere paragonati a quelli dell’agricoltura convenzionale. Quest’ultima si è sviluppata proprio su strategie di mercato che puntano alla drastica riduzione dei prezzi al dettaglio e, quindi, al taglio dei costi di produzione. Questo ha generato, come conseguenza, la drammatica situazione economica in cui versa attualmente l’agricoltura, dove il coltivatore, sovente, non riesce a coprire col venduto le spese sostenute per la produzione. C’è poi la componente legata alla distribuzione, che per il biologico incide, più o meno, per il 50 per cento sulla definizione del prezzo finale. Si tratta indubbiamente di una percentuale molto gravosa. Di gran lunga nettamente superiore a quella della distribuzione convenzionale, dove l’incidenza è del 25-30 per cento. Ma occorre inoltre considerare che quello del biologico e

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del biodinamico è anche il prezzo di un’idea, di un modo di operare che ha una ricaduta diretta tanto sul contesto sociale quanto nella tutela dell’ambiente. Certo, si può anche lasciare il bio nelle mani delle grandi catene di distribuzione che possono tranquillamente inserirlo nei loro scaffali così come fanno con qualsiasi altro tipo di merce. Oggi ha successo il bio: ed ecco subito i supermercati pronti a proporre prodotti biologici. Domani cala la richiesta di bio: immediatamente viene sostituito con altri tipi di prodotto. Oggi sono ormai numerose le strutture che, accanto alla distribuzione cosiddetta convenzionale, offrono anche una distribuzione specializzata. Questa è però obiettivamente più costosa in quanto si basa su volumi molto più bassi. Basti tener conto che una realtà come la nostra, con una dimensione significativa e una presenza diffusa sul territorio – che va da Sicilia, Sardegna e Puglia alla Val d’Aosta e all’Alto Adige – ha un volume di affari paragonabile a quello di tre ipermercati. Certo il nostro impegno nel contenere i prezzi è costante. Questi sono però inevitabilmente legati ai volumi.

In un precedente numero di ArteMedica ci siamo occupati di alcuni progetti finalizzati a favorire lo sviluppo rurale e la formazione e l’occupazione giova-

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nile nei paesi africani. Una delle preoccupazioni principali dell’organizzazione promotrice si è rivelata quella di curare, accanto agli aspetti economici, anche il carattere sociale ed ecologico delle iniziative. Pensa sia possibile sviluppare nei Paesi più poveri un’agricoltura in grado di soddisfare non solo il fabbisogno locale ma che sia al contempo rispettosa dell’ambiente? In questo campo non ho un’esperienza diretta. Ritengo, però, che un esempio significativo dei risultati che possono essere ottenuti nei paesi in via di sviluppo grazie alla biodinamica sia rappresentato dall’organizzazione Sekem con le sue aziende biodinamiche in Egitto, Iran e Sudan. Altre esperienze del genere sono state portate avanti anche in India e in Sud America. Noi attualmente stiamo sviluppando un progetto con il Marocco, un paese che, grazie anche alle favorevoli condizioni climatiche, offre eccezionali opportunità per sviluppare un’agricoltura sana.

Oggi il biologico e il biodinamico sono sotto attacco. Pensiamo agli articoli apparsi su Il Foglio e su Altroconsumo. Nel primo si accusa il biodinamico di scarsa scientificità, se non addirittura di pratiche assimilabili alla “stregoneria”. Mentre il secondo afferma che per quanto riguarda i prodotti bio “le analisi dicono che non sono più nutrienti né più salutari degli altri prodotti”. Al di là dello scarso valore delle argomentazioni portate a supporto di critiche spesso preconcette, quali sono secondo lei le motivazioni di queste polemiche e come possono essere contrastate? In fondo non si è mai riscontrata una vera e propria contestazione nei confronti del biologico, i cui concetti ispiratori stanno ormai, per gran parte, permeando anche l’agricoltura convenzionale. Comunemente diffusi sono ormai i concetti di agricoltura conservativa, di fertilità della terra, di humus e rotazioni. Espressione di un convenzionale che sta facendo tesoro di svariati concetti del bio, ormai ritenuti inconfutabili. Anche la ricerca scientifica si muove in questa direzione. Critiche più consistenti si sono piuttosto mosse nei confronti dell’agricoltura biodinamica, che presenta in effetti un approccio più articolato. È ovviamente più difficile avvicinarsi ad aspetti complessi come quello del cornoletame. Anche se poi gli incontrovertibili risultati ottenuti sono sotto gli occhi di tutti. Le aziende biodinamiche sono aziende modello per tutto il comparto del biologico. Sono sempre state e continuano a essere una testa di ponte. Se poi ci sono i risultati, mi sembra inutile speculare su temi epistemologici. Mi sembra più semplicemente un problema di libertà di scelta: l’importante è che il consumatore, disponendo delle dovute informazioni, possa decidere in piena autonomia quale prodotto acquistare.

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Certo riuscire a coltivare rispettando la salute della terra e tutelando quella dell’uomo non è cosa da poco. Inoltre i prodotti sono eccellenti. Intanto crescono occupazione ed esportazioni. Secondo i dati riportati sulla stampa nazionale il comparto del biodinamico fattura 445 milioni di euro solo con i prodotti certificati a marchio Demeter. L’intero comparto del biologico dà lavoro a 55 mila persone senza tener conto dell’indotto. Noi siamo convinti che i problemi dell’agricoltura debbono essere affrontati a livello sociale. L’agricoltura convenzionale sottoposta alle leggi del mercato è in profonda crisi. Occorre un nuovo approccio all’economia per risolvere i problemi dell’agricoltura. Per contro un certo tipo di agricoltura può diventare il banco di prova per dimostrare che può esistere un’economia diversa. Bisogna avere un approccio concreto, di tipo associativo, che sappia coinvolgere produttori, distributori e consumatori. Dobbiamo capire che l’interesse dell’agricoltura è l’interesse di tutti, che il rinascimento dell’economia inizia dall’agricoltura. Il consumatore deve cominciare a prendere coscienza che è lui a dirigere le sorti del mercato: non le multinazionali o la politica o le leggi dello Stato. E questo succede nel momento in cui indipendentemente decide di acquistare quel determinato prodotto a un determinato prezzo. Quello e non un altro. Per contro è necessario che le aziende siano più trasparenti. Devono far sapere cosa c’è dietro a un prodotto e al prezzo che noi paghiamo per acquistarlo. Qualità, giusto prezzo, libera coscienza del consumatore sono concetti sani, evolutivi, sui quali si gioca lo sviluppo della società e dell’economia. I

Fabio Brescacin Laureato in agraria (1979), Fabio Brescacin è uno dei principali fautori dello sviluppo del biologico e del biodinamico in Italia. Dopo aver contribuito alla nascita dell’associazione antroposofica di Conegliano apre Ariele, uno dei primi punti vendita biologici del nostro paese. Nel 1988 concorre alla fondazione di Ecor, azienda destinata a diventare punto di riferimento nel campo della distribuzione di prodotti destinati al dettaglio specializzato. Diventa quindi uno dei promotori della fusione di Ecor con NaturaSì – la principale catena italiana di supermercati specializzati nella distribuzione al dettaglio di prodotti biologici e biodinamici – da cui nasce il gruppo EcorNaturaSì Spa di cui è presidente.

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Il mistero della moneta G

Renzo Rosti

Rudolf Steiner riteneva della massima importanza che la triarticolazione trovasse il suo sano collocamento nell’organismo sociale. Questo modello prevede la necessità di mantenere separate le tre sfere sociali: quella giuridica, quella culturale e quella economica. Anche se può sembrare un’astrazione, non si tratta di implementare una teoria chiusa, ma di trovare soluzioni concrete per le crescenti disuguaglianze sociali e per contrastare le egoistiche prevaricazioni dello Stato centralizzato. In questo consiste la sua forza e il suo valore: non nell’imporsi, ma nella capacità di adattarsi alle diverse realtà, come tener conto delle diverse esigenze dei vari paesi e delle diverse culture. P.P.


uscito poco tempo fa sul Financial Times un articolo di Martin Wolf dal titolo: Spogliare le banche private del potere di creare denaro. Il maggior quotidiano economico del mondo ammette ormai apertamente quello che molti esperti di economia sanno da sempre, ma che la maggior parte dei cittadini invece ignora, e cioè che la maggior parte del denaro oggi in circolazione (97 per cento) viene creato dal nulla – perché lo stato lo consente – dalle banche private nel momento in cui concedono prestiti. Cioè quando il signor Rossi chiede in prestito una certa somma, questa viene scritta da un contabile sul suo conto corrente senza che un solo euro venga tolto dai risparmi dei cittadini o da altri depositi presso la banca. I banchieri sostengono che il denaro così creato una volta in circolazione crea beni e servizi reali a vantaggio della comunità. Questo è vero. Ma tale denaro non rimane nella disponibilità della sfera economica, perché deve essere poi restituito con gli interessi alla banca che ha sì concesso 100, ma ritira 120 prelevandoli dall’economica reale e dalle tasche dei cittadini in modo tale che la moneta in circolazione passa rapidamente e completamente sotto il controllo del sistema bancario (moneta debito). Già da tempo molte associazioni di studiosi ed economisti che non accettano questo sistema stanno studiando il modo per uscire da questo incubo e ritengono che il sistema monetario vada completamente rivisto alla radice. Emergerà

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così come lo strumento monetario, se adeguatamente compreso, possa essere mezzo per un’economia al servizio dell’uomo e non uno strumento di potere per il suo condizionamento, come lo è stato finora. Esaminiamo alcune delle proposte più interessanti in questa direzione. Partiamo dalla riforma più semplice e ovvia sostenuta da molti: lo stato torni ad appropriarsi della sua sovranità monetaria in modo che possa emettere la moneta necessaria per le esigenze del paese e dei cittadini senza indebitarsi con le banche centrali private. Il ritorno a una moneta di stato (moneta giuridica) porterà certo un miglioramento, ma non sarà sufficiente senza una riforma che impedisca alle banche, attraverso l’artificio della riserva frazionaria , di trattenere il denaro scritturale creato ancora alla vecchia maniera. Inoltre, è facile immaginare come questa risorsa rimarrebbe preda della voracità dei partiti e dei loro giochi di potere, come è già avvenuto in regime di sovranità monetaria. Rimane poi irrisolto il problema dei centri di potere che si formano quando tale danaro si accumula nel buco nero della finanza e, grazie al meccanismo degli interessi, si moltiplica senza creare beni, sottraendolo alla sfera economica alla quale invece deve essere destinato. Per questo molti economisti ritengono ormai indispensabile l’introduzione di una “moneta a scadenza”, come già proposta da Silvio Gesell e Rudolf Steiner all’inizio del secolo

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scorso. Tassando la moneta se ne impedisce l’accumulo e se ne favorisce la circolazione nella sfera economica cui viene restituita come mezzo di scambio. In questa direzione va la proposta dell’antropocrazia di N. Bellia, che prevede per i cittadini una tassa unica sull’intera massa monetaria resa completamente elettronica, in modo da impedire l’evasione fiscale. Supponendo un tasso dell’8 per cento su 9 mila miliardi si otterrebbero 720 miliardi coi quali lo stato potrebbe comodamente erogare i servizi necessari per i cittadini, oltre a un reddito di cittadinanza incondizionato per impedire che il lavoro diventi una merce. Certamente la proposta è degna di considerazione e va nella direzione di un’economia etica. Secondo alcuni economisti occorrerà pero chiedersi: se la massa monetaria viene erogata dalle banche private nel solito modo, rimane in circolazione una moneta a debito di proprietà delle banche cui occorre restituirla con gli interessi. Se rimane lo stato ad erogare il reddito di cittadinanza e i servizi abbiamo due padroni, le banche e la “casta” dei politici, a controllare la moneta e non certo i cittadini o la sfera economica dalla quale invece la moneta dovrebbe provenire. In questa ipotesi rimane in circolazione sempre lo stesso denaro “vecchio” che porterebbe il sistema, privo di denaro “giovane”, al collasso anche secondo gli economisti che concordano col denaro a scadenza. Diventa indispensabile ripensare così ancora più a fondo alla funzione del denaro perché non basta favorire lo scambio e impedirne l’ accumulo, occorrerà considerare anche la qualità e le intenzioni di quanto circola come denaro. Già Rudolf Steiner distingueva, oltre al denaro di scambio, anche un denaro di prestito e un denaro di dono. A questo proposito merita ricordare il lavoro dell’economista Geminello Alvi che, raccogliendo proprio le indicazioni di Steiner, prevede la circolazione di tre tipi di denaro. Secondo Alvi saranno le banche private in libera concorrenza ad erogare denaro giovane per nuovi investimenti (invor), che diverrà poi denaro di scambio (mercor) una volta in circolazione e che a sua volta, col meccanismo del decumulo, diventa denaro di dono (donor) da destinarsi liberamente alle istituzioni senza passare attraverso la discrezionalità della “casta”. I cittadini avranno così la possibilità di premiare o meno l’operato delle organizzazioni che si adoperano in favore della comunità. Si giustificherebbe così la creazione di denaro dal nulla qualora questo sia destinato alla creazione di nuovi beni. Se aumenta la popolazione o il tenore di vita necessitano più beni e servizi sul mercato e quindi più liquidità disponibile per scambiarli e siccome il denaro non si trova in natura, la creazione di nuovo denaro sarà indispensabile. Anche in questo modo però le banche continuano a succhiare liquidità dalla sfera economica e rimangono ancora i veri proprietari della moneta e questo potrà essere evitato solamente quando l’eccedenza di denaro che si accumula nel sistema bancario verrà considerato un bene comune e, con adeguati meccanismi, potrà tornare nella totale disponibilità

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della sfera economica, dove operano coloro che creano beni e servizi per la comunità. A questo punto, dopo tutto quanto detto, non possiamo fare a meno di considerare le complesse metamorfosi che la moneta ha subito nel tempo. Da bene materiale, come lo erano l’oro e gli altri metalli preziosi che si barattavano con le merci per facilitare gli scambi (moneta-bene), divenne poi denaro cartaceo, che però ancora li rappresentava, emesso dallo Stato (moneta giuridica). Questo fino al 1971 quando, con i trattati di Bretton Wood, per il denaro non esiste più l’obbligo di copertura aurea. Una vera rivoluzione passata completamente inosservata perché da allora il denaro cessa di essere un bene materiale faticosamente reperibile e soggetto alla scarsità, ma una risorsa immateriale facilmente disponibile e completamente soggetta alle intenzioni dell’uomo e alla sua moralità. Infatti l’oro non poteva essere creato dal nulla, ma la moneta scritturale ora lo può. Ricordiamo che solo ora che la moneta è divenuta un bene immateriale non può più essere soggetta alla scarsità, come erroneamente ci si ostina ancora a pensare, ma anche se in questa forma il denaro diventata più facile preda della brame di profitto da parte del sistema bancario, sarà anche più disponibile alle intenzioni morali dell’uomo che ne potrà fare strumento per la realizzazione del principio di fratellanza in economia. A questo proposito anche autorevoli economisti, concordano che con questo tipo di moneta, affermare che non si possono creare beni necessari per mancanza di denaro è come sostenere che non si possono fare strade per mancanza di chilometri. Dopo queste proposte e considerazioni, diventa sempre più evidente che solo il denaro che circola per favorire lo scambio dei beni che esso rappresenta è denaro sano, il resto è denaro improprio che finisce per falsare i veri valori dell’economia. Ma occorre non dimenticare che i beni sono frutto del lavoro umano. Infatti anche i doni che ci offre madre natura hanno bisogno del lavoro dell’uomo per arrivare sulla tavola ed essere consumati. Lo stesso dicasi per beni materiali come, ad esempio, un’auto che per essere utilizzata dovrà essere accuratamente progettata dall’ingegno e dalle competenze dell’uomo, faticosamente acquisite. A maggior ragione beni come i servizi sanitari, l’istruzione, le creazioni artistiche, e via dicendo, sono beni immateriali dove è maggiormente evidente che i contenuti della sfera economica sono ormai totalmente frutto del lavoro ingegnoso dell’uomo. Questo è il vero bene che riempie di sé e muove la sfera economica dove ognuno vive del lavoro degli altri. Allora sarà fecondo solo il denaro creato per corrispondere alle iniziative ingegnose che arricchiscono di beni e servizi la comunità. Si giustifica solo così anche il denaro creato dal nulla che una volta in circolazione potrà diventare denaro di scambio e di risparmio soggetto però al decumulo per favorirne la circolazione e sottrarlo alle brame speculative del sistema finanziario che lo vorrebbe ancora un bene materiale da comprare e vendere per mantenere l’uomo nella paura della scarsità. I con-

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tenuti del decumulo potranno poi confluire a sostegno della sfera culturale che solo apparentemente consuma e non produce beni materiali, ma che invece è indispensabile per creare ed accrescere il patrimonio di competenze da cui provengono poi la maggior parte di beni materiali e immateriali di cui abbiamo detto. Abbiamo così un denaro che nasce dallo spirito e nello spirito muore e risorge. Un capitale che lo rappresenti e che lo serva perché di esso è figlio. Se è vero che ogni creazione umana incorpora in sé le motivazioni morali che l’hanno provocata, allora solo questo tipo di denaro potrà diventare uno strumento a sostegno di un’economia al servizio dell’uomo. Naturalmente per gestire un tale denaro occorreranno nuovi organismi bancari dove si amministra tale risorsa al servizio dell’uomo e dell’economia e non certo per il profitto delle banche private. Il principio dovrà essere quello di una moneta bene comune che deve rimanere nella disponibilità della collettività che lavora e produce. Quindi banche etiche che dovranno preoccuparsi di: - creare nuovo denaro (invor) solo quando le esigenze della comunità lo richieda a fronte di progetti che meritino fiducia per concretezza e utilità. - Occuparsi poi che tale denaro di prestito, una volta rientrato, torni nella disponibilità della sfera economica e dei cittadini o come eventuale reddito di cittadinanza oppure prevedendo che i correntisti siano anche soci di tali cooperative bancarie che potranno trattenersi solamente il dovuto guadagno di gestione. Solo in tale modo la moneta potrà rimanere un bene comune. - Aiutare i risparmiatori a indirizzare tali risorse (mercor) alle attività economiche di pubblica utilità che richiedono liquidità, in

modo che il denaro circoli il più possibile nella sfera economica e compensi la svalutazione da decumulo. - Accertarsi sulla natura delle organizzazioni culturali che meritano fiducia in modo da indirizzare il denaro di decumulo (donor) a chi lavora per creare cultura e competenze e arricchisca quel capitale umano di cui ogni uomo è creatore e fruitore. Queste le funzioni indispensabili di questi nuovi istituti bancari che dovranno adoperarsi in ogni modo per gestire questo nuovo denaro che deve essere di tre tipi per rispondere meglio alle esigenze di un’economia al servizio dei cittadini per i quali deve essere creato e fatto circolare. Ma perché queste nuove banche non esistono già ? In realtà niente e nessuno può impedire a semplici cittadini di organizzarsi e, nel rispetto delle regole esistenti, dare vita a tali realtà finanziarie. Se lo stato permette alle banche private di creare denaro dal nulla per sfruttare i cittadini, non potrà certo impedire che questi stessi gestiscano analoghi istituti che operano nello stesso modo ma a loro favore. Purtroppo manca, innanzitutto, la consapevolezza della natura del denaro e di come esso venga gestito in modo truffaldino dalle banche con la complicità dei politici i quali contano sul sonno dei cittadini e sul fatto che i più grandi segreti non hanno bisogno di essere nascosti perché vengono protetti proprio dalla incredulità delle stesse vittime. Occorre, allora, che coloro che da questa consapevolezza sono mossi si organizzino per dare vita a queste nuove realtà finanziarie. I dormienti non tarderanno poi a risvegliarsi quando si accorgeranno che possono esistere anche banche che non li derubano ma che possono renderli partecipi della gestione del loro denaro e perfino dei loro profitti. I

L’elemento sociale della donazione

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Un’architettura per l’uomo

Attualità e problematicità dell’architettura contemporanea

Come agiscono le forme dell’ambiente sull’uomo? G

Stefano Andi

L’attualità porta ogni tanto all’attenzione della cronaca, tra le molte notizie di politica, economia, costume, cultura e società, anche quelle che annunciano importanti eventi pubblici che riguardano l’arte moderna e l’architettura contemporanea. Di recente, per esempio, grande risalto è stato dato all’istallazione paesaggistica di Christo, il famoso artista, sul Lago d’Iseo (seconda metà di giugno del 2016), come pure all’improvvisa, precoce scomparsa di Zaha Hadid, architetto iracheno, che era assurta a fama internazionale. Il suo caso è particolare sia perché architetto, una professione in cui fino all’altro ieri il femminile storicamente e spiritualmente non aveva spazio, sia perché originaria di un Paese del Medio Oriente, l’Iraq, in cui né la donna né le professioni indipendenti e “laiche” possono godere di libertà o sviluppo autonomo, sia per suo tipo di architettura, molto avveniristico e dinamico, persino aggressivo e provocatorio. Anche in Italia Zaha Hadid ha avuto modo di farsi notare per alcune realizzazioni di forte impatto: a Milano una torre grattacielo e un quartiere residenziale nell’area di sviluppo della ex-Fiera; a Napoli la stazione ferroviaria di Afragola. Una delle componenti forti dello stile hadidiano è la complessità geometrica delle forme, che non ha più nulla della tradizionale impostazione basata sulla geometria euclidea o classica, ma ricerca il movimento e la trasformazione, il segno forte e dinamico. Si tratta di una tendenza abbastanza diffusa oggi, negli ultimi 15 anni dell’evoluzione dell’ar-

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chitettura di punta, anche se il caso di Zaha Hadid è radicale e spinto all’eccesso. Qui noi però vogliamo fare considerazioni generali sull’architettura moderna e contemporanea dal punto di vista dell’azione delle forme sull’essere umano, perché esse si presentano all’esperienza della persona come elemento fondamentale dell’ambiente in cui vive. Si può a questo proposito, per esempio, prendere spunto dal convegno “Le coniche in architettura”, promosso dalla Rivista on-line La Confederazione Italiana, svoltosi qualche tempo fa a Milano. Il tema era risvegliare l’attenzione dei presenti sulla qualità formale dell’architettura dal punto di vista soprattutto della sua fondatezza geometricomorfologica, in un’epoca come la nostra in cui il tema della Forma è passato in secondo (o terzo) piano nella preoccupazione degli attori coinvolti nella cultura e nell’attività edilizia odierne (committenti, progettisti, imprenditori, critici, scuole tecniche, riviste, legislatori) per porre in primo piano, al suo posto, altri valori: la convenienza economico finanziaria (redditività degli investimenti edilizi), la rispondenza fattori prettamente tecnici e tecnologici (semplicità e rapidità costruttiva, sostenibilità ecologica, risparmio energetico ecc.), il rispetto formale della legislazione in materia (della pura lettera dei regolamenti e delle procedure burocratiche). Si è fatto notare nel convegno come la geometria, soprattutto quella di ordine superiore, quella non euclidea, possa

dare degli impulsi importanti per una fecondazione dell’ispirazione progettuale architettonica: si sono portati alcuni esempi, illustrati dai relatori del convegno, in cui questo è avvenuto e si sono presentate alcune ricerche in atto in questo senso. Riconoscendo evidentemente l’interesse e il valore dei temi proposti, si vogliono però qui aggiungere ulteriori osservazioni all’argomento, su aspetti che non sono stati toccati nelle varie trattazioni, oppure sono stati solo accennati di sfuggita. Mi riferisco per esempio al richiamo fatto da Geminello Alvi – il noto editorialista e scrittore, esperto di temi economici e di cultura – nella introduzione ai lavori, in merito alle potenzialità che alcune figure geometriche possono avere qualora poste alla base della progettazione. L’accenno di Geminello Alvi non è stato raccolto da nessuno dei

Opera di Luigi Nervi

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presenti, i quali hanno invece trattato argomenti correlati, spaziando effettivamente su esemplificazioni che riguardano propriamente le coniche – tema di fatto del convegno: ellissi, parabole, iperboli e figure tridimensionali derivate – oppure sul tema delle figure parametriche. Non addentrandomi in trattazioni puramente matematico-geometriche, ma riferendomi invece alla presenza di questi enti geometrici nelle forme dell’architettura costruita, si può riconoscere come tutte le coniche strettamente intese siano state assunte come matrici di notevoli opere architettoniche, proprio all’epoca in cui l’architettura si fece fecondare palesemente dalle scienze matematiche, cioè nel Seicento-Settecento; epoca dove la teoria matematica fece grandi passi (da Cartesio a Leibniz, a Newton, per arrivare a Fermat, Cassini, Desargues) e dove operarono grandi architetti che riversarono quella cultura in realizzazioni grandiose e notevoli (Borromini, Bernini, Guarini, Benedetto Alfieri, per rimanere agli italiani). Da quell’epoca, però, l’architettura non ha continuato a lasciarsi fecondare, almeno fino a tempi recentissimi, da quel campo ispirativo, tornado invece a volumetrie euclidee essenziali e geometrie elementari, magari mascherate da apparati decorativi e simbolici sovrapposti, come nei vari stili storicistici dell’Ottocento o nella parentesi dell’Art Nouveau. Addirittura, con il funzionalismo razionalista del Novecento i mo-

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delli geometrici elementari sono stati adottati esplicitamente come esclusivi valori di modernità (Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe), portando – nell’edilizia del XX secolo – al trionfo delle volumetrie stereometriche, statiche, bloccate e scatolari. È solo con la corrente minoritaria e alternativa dell’organicismo, autrice comunque di capolavori indiscutibili (l’opera di Frank Lloyd Wright, Alvar Aalto, Hans Scharoun), oppure con l’oggettiva ricerca tecnica costruttiva dei grandi ingegneri (Pier Luigi Nervi, Eladio Dieste, Felix Candela, Eduardo Torroja, Frei Otto) che nella seconda metà del secolo si è tornati a esplorare le potenzialità delle geometrie complesse, per realizzare architetture più libere e stimolanti. Per non parlare – perché è un caso a sé, ma idealmente e culturalmente importante – dell’esempio di Rudolf Steiner e del movimento di architettura organica vivente che da lui ha preso avvio. Bisogna riconoscere che solo a partire dal 1988-89 (la caduta del Muro è solo una coincidenza?) è iniziata una stagione, quest’ultima in cui siamo tuttora immersi, dove la libera ricerca formale e l’esplorazione delle geometrie più complesse in chiave architettonica hanno riconquistato il primo piano, e guidano l’evoluzione della cultura progettuale. Sicuramente, con la disponibilità degli strumenti di rappresentazione grafica e di calcolo offerti dall’informatica e dalla digitalizzazione come an-

che da tecnologie realizzative automatizzate ed evolute tecnicamente, è stata possibile questa rivoluzione, propiziata però all’inizio da un cambio di coscienza e di paradigmi di pensiero che si possono raccogliere attorno all’area del decostruzionismo/decostruttivismo. È importante però far notare che questa svolta era stata preparata nei decenni precedenti dalle ricerche e dalle realizzazioni non allineate alla main-stream razionalista-funzionalista. Ma oggi, 25 anni dopo, quando ormai le iniziative di punta della ricerca architettonica fanno a gara per immaginare (e costruire!) le forme più originali, eccentriche, suggestive e anche aggressive, si impongono alcune domande. Proviamo a formularne almeno tre. Al di là del significato teoretico e culturale di tali ricerche, qual è l’effetto di queste forme costruite sull’esperienza della persona? Perché sono confinate in quegli esempi eccezionali e limitati, opera delle archi-star e degli eventi-spettacolo (Expo, musei, teatri ecc.), mentre nella produzione edilizia quotidiana siamo fermi allo scatolarismo di cinquant’anni fa? Qual è infine la dimensione ispirativa profonda di questi modelli formali in rapporto all’evoluzione della coscienza e della cultura umana? Tentiamo qui alcune risposte embrionali. Indubbiamente, sul piano teoretico e ideale, un’architettura risolta in base a geometrie complesse ed elaborate è concettualmente più matura e di necessità costruttivamente più sofisticata e perfezionata rispetto a quelle storiche, al punto da soddisfare maggiormente il bisogno intellettuale e scientifico del nostro tempo. Ma un’architettura viene percepita e sperimentata in gran parte anche con altre facoltà umane (il sentimento del bello, dell’equilibrio e dell’armonia), la molteplicità dei sensi umani (oggi la scienza ne riconosce 8 o 9 e c’è chi ne annovera ben 12). E queste sono porte attraverso le quali passano gli stimoli che fanno sorgere impressioni e sensazioni interiori nella persona, che le forniscono materiale per rappresentazioni e per la crescita culturale, che costituiscono la sostanza della sua

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esperienza umana individuale o collettiva, che è la base per il suo sviluppo personale e sociale. Esaminare questa fenomenologia antropologica di tipo psicologico e spirituale, per individuare quanto è fecondo e sano per gli uomini e quanto invece può essere sterile o malsano, dovrebbe essere compito di una ricerca scientifica, artistica e spirituale all’altezza dei tempi. Non sembra però che questo avvenga, salvo rare eccezioni. Winston Churchill diceva che l’ambiente costruito fa l’uomo, come le idee e le opere dell’uomo costruiscono l’ambiente. Architetture che abbiano in sé valori plastici, dinamici, metamorfici, rispondono indubbiamente di più alle esigenze di un mondo che chiede immaginazione, creatività, vitalità e un pensiero vivo e spregiudicato, rispetto a un’edilizia convenzionale, ripetitiva, asettica e anodina, minimalista, spesso miserabile. La cultura architettonica d’avanguardia, costituita ormai dall’affermata corrente dell’architettura-spettacolo, che si propone con le forme più inusitate e avveniristiche, è limitata a quella serie di monumenti e icone rappresentative che finiscono sulle riviste, sui media e sui libri illustrati specialistici. Ma se osserviamo la normale attività edilizia, soprattutto in Paesi come l’Italia ancorati a una sonnacchiosa tradizione conservatrice, non c’è quasi traccia di quelle realizzazioni di punta, mentre si perpetua una convenzionale e omologata ripetizione dei vecchi modelli funzionalistici borghesi. Sono due mondi separati: la fuga in avanti e il torpore passatista. Indubbiamente le architetturespettacolo richiedono enormi investimenti e hanno costi spesso spropositati; necessitano di un’organizzazione sia progettuale che esecutiva di grande livello e impegno, ma la ricerca formale, le innovazioni spaziali, le sperimentazioni d’uso degli ambienti, anche a livello sociale, quasi mai sono in grado di suggerire anche solo alcuni spunti semplificati all’edilizia quotidiana e diffusa. La motivazione economica poi, con l’ausilio delle tecnologie informatiche a disposizione oggi, non regge più nel giustificare una impermeabilità ai tra-

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vasi culturali ed esperienziali tra i due mondi, quello delle archi-star coi loro clienti-star e quello dei cittadini comuni. Le motivazioni a questa incongruenza possono essere diverse, ma qui vogliamo accennarne solo una, lasciando a ulteriori occasioni l’approfondimento di altre cause. Si tratta della contrapposizione polare di due tendenze insite nella natura umana e delle cose del mondo, che vede da una parte la tensione verso la visionarietà, la fantasia, il sogno, l’illusione, se non la fantasticheria; e dall’altra la tendenza a una concretezza rassicurante e collaudata, a un pragmatismo minimalista e rinunciatario, a una conferma conservatrice di strade già battute, prosaiche e convenzionali. Non è possibile, però, pensare e soprattutto praticare una via di mezzo? Non c’è spazio per un’innovazione di buon senso, una visionarietà razionale e consapevole, una meditata e programmata rivoluzione culturale e spirituale? E qui sta il punto: quali sono le forze che spingono da una parte a lanciare queste provocazioni, questi messaggi sensa-

Milano, Il bosco verticale

zionali, spiazzanti, persino squassanti, delle ultime architetture dei progettisti più famosi? Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Massimiliano Fuksas, Zaha Hadid, appunto recentemente ricordata con enfasi per la sua prematura scomparsa, e alcuni altri meno noti alle masse, ma di compiuto successo. E, dall’altra, forze che invece mantengono la continuità stagnante della tradizione del moderno, funzional-razionalista, a circondare la vita delle persone di spazi, volumi e forme inerti, bloccati, morti? Dietro la spinta delle due tendenze accennate nel punto precedente, si pone un ulteriore strato di azione di valori ideali culturali, che si muovono anche a livello di istanze sociali e politiche. Anche qui si tratta di ambiti opposti: la tradizione conservatrice, rassicurante anche in architettura, mantiene l’uomo in uno stato di coscienza non desta, sognante, appagandolo con modelli, figure, immagini consuete e consolatorie, agendo quindi come strumento per favorire il consenso e la continuità del sistema; dall’altra parte, lo shock dato dai singoli esempi eccentrici, che deve creare scandalo, sconcerto e provocazione, causa in molti casi disarticolazione e sconquasso nella costituzione fisica e psichica e persino biologico-organica delle persone, nonostante la sua originalità ed eccellenza tecnica (numerosissimi sono infatti i casi testimoniati di disagio psicofisico indotto da edifici di questo tipo). E questo, a sua volta, è un mezzo per indebolire la struttura della coscienza, centrata sull’io autonomo e libero, consapevole, cui l’umanità deve andare incontro evolutivamente. Con questo non si vuole fare il vecchio discorso sull’architettura come strumento di controllo delle masse a fini politici e di egemonia di governo, ma accennare a un piano più alto dei processi di sviluppo della storia e della società, di tipo culturale, artistico, economico, e anche politico, che è legato all’evoluzione, positiva o meno, dell’autocoscienza dell’essere umano. Questi tre interrogativi, e altri, aspettano di essere approfonditi da uno sguardo aperto e senza pregiudizi sui fatti della realtà. I

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Quella scuola sulla via francigena Giardino d’infanzia e percorso di istruzione primaria e secondaria di primo grado a indirizzo steineriano di Fidenza (PR). Un’esperienza per bambini e adulti a pieno contatto con la natura. G

Marco Rossetti, Associazione per la libera pedagogia steineriana di Fidenza

el 2008 è stata fondata l’Associazione per la pedagogia steineriana, realtà apolitica e aconfessionale che promuove lo svolgimento di attività culturali e sociali. Oggi gestisce La casa d’oro, giardino d’infanzia a indirizzo steineriano per bambini dai tre anni, con sede in un antico casale sulle suggestive colline nelle vicinanze della città di Fidenza, in provincia di Parma. Nel 2010 il Giardino d’infanzia La Casa d’Oro ha ottenuto la parità scolastica. Dal 2010 ha avuto inizio un percorso di istruzione primaria e secondaria di primo grado a indirizzo steineriano, per bambini dai sei-sette ai quattordici anni. Offriamo anche un servizio di tagesmutter per bambini da zero a tre anni, in un ambiente famigliare e accogliente.

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Il contatto con la natura come elemento di base di un’educazione salutogenetica Scuola e asilo sono ubicati sulle colline tra Fidenza e Salsomaggiore Terme, completamente immersi nel verde. Questo

consente di portare i bambini del primo e del secondo settennio a vivere profonde e autentiche esperienze a contatto con la natura. L’orto, la coltivazione dei cereali, l’aula nel bosco, le passeggiate, le gite in mountain bike sono solo alcune delle molte attività che vengono proposte con questo intento. È stato ampiamente dimostrato come questo tipo di collegamento con Madre Terra sia in grado di apportare forze di salute fisica e interiore al bambino e, in termini più generali, all’uomo, e faccia nascere in lui un sentimento di rispetto e di appartenenza all’ambiente naturale.

La nostra cucina La mensa scolastica si avvale di una cucina interna nella quale lavorano due cuoche. Ogni giorno vengono preparati pasti con ingredienti freschi, biologici e provenienti dall’orto della scuola o da produttori locali con cui si è instaurato un rapporto di reciproca fiducia e collaborazione. Le cuoche si avvalgono, inoltre, della consulenza di nutrizionisti e medici pediatri che vagliano, studiano e approvano il menù settimanale. Il menù si articola su quattro settimane e la sua stagionalità segue la cadenza Autunno/Inverno e Primavera/Estate in base alla disponibilità dei vari prodotti: per cui, a titolo d’esempio, in autunno/inverno prevarranno verdure di stagione con maggiore presenza di liliacee (aglio, cipolla, porro e verdure bianche per l’azione drenante sul catarro), mentre in primavera/estate si darà maggiore spazio a ortaggi verdi per una maggiore freschezza.

Il programma culturale Il progetto è sempre stato sostenuto e accompagnato da un programma culturale ricco

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di conferenze pubbliche e seminari artistici, e rinnovato di anno in anno al fine di sensibilizzare le persone verso i principi dell’Antroposofia e della pedagogia steineriana.

I lavori manuali Il gruppo di lavori manuali utilizza materiali naturali e si occupa della preparazione di soggetti legati alle stagioni e alle fiabe, bambole in stoffa e personaggi per il teatrino delle marionette. Il gruppo è attivo tutto l’anno, il mercoledì dalle 15.30 alle 18. La partecipazione al gruppo è aperta a chiunque voglia contribuire, imparando insieme.

Il laboratorio del legno Il laboratorio del legno si occupa di preparare gli arredi necessari alla scuola e all’asilo e giocattoli creativi per i bambini. Il gruppo lavora tutto l’anno e si ritrova ogni sabato dalle 10 alle 17 ed è occasione per passare delle giornate insieme alle altre famiglie e ai bambini.

Internazionalità del progetto Giardino d’infanzia e scuola sono ubicati su un tratto della via Francigena, l’antico percorso di pellegrinaggio che da Canterbury, attraversando la Francia, conduce a Roma. Ogni giorno, pellegrini da tutto il mondo, specialmente nel periodo che va da marzo a ottobre, passano davanti alle nostre strutture, questo passaggio è occasione per insegnanti e bambini di interagire con loro, offrendo una tazza di tisana, frutta dai nostri alberi o una canzone magari nella loro lingua madre, considerato che l’inglese e il tedesco vengono imparati fin

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dalle prime classi con insegnanti madrelingua, membri del nostro staff. Oltre a ciò, da quest’anno la nostra associazione ha cominciato ad accogliere ragazzi del progetto di volontariato internazionale promosso dall’organizzazione Amici della pedagogia steineriana nel mondo (Freunde der Erziehungskunst Rudolf Steiners e.V.): un’opportunità per ragazzi in media tra i 18 e i 21 anni, provenienti dalla Germania, di fare un anno di volontariato all’estero, sostenendo un progetto a indirizzo Steiner-Waldorf. Questo permette al volontario di fare un’esperienza formativa in un momento così importante della sua vita come è quello rappresentato dalla fine del terzo settennio, e alla scuola ospitante di avere un madrelingua in più che collabora attivamente nelle classi (co-worker) portando elementi linguistici e culturali delle sue zone d’origine.

Un fenomeno migratorio… in search of the good life Negli ultimi anni è divenuto sempre più manifesto un fenomeno migratorio di famiglie che si trasferiscono da altre regioni d’Italia in cerca di una proposta educativa che segua le tappe di sviluppo del bambino secondo i principi dell’antroposofia e della pedagogia steineriana in un contesto che privilegia non solo ritmi sani e cura per l’alimentazione ma anche il contatto con la natura. In questo senso anche la prossimità alla cittadina termale di Salmomaggiore, con le conseguenti possibilità in termini di trattamenti volti alla salute e benessere, favorisce ancor più l’interessamento a trasferirsi verso la zona collinare circostante la nostra realtà, ritenuta di pregio anche dal punto di vista paesaggistico. I

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Novità Novalis Rudolf Steiner figura sicuramente fra le personalità più embelmatiche e rappresentative che hanno segnato la cultura e la società a partire dei primi anni del Novecento. E ancor oggi forte e attuale è il valore assoluto dei suoi insegnamenti che travalicano i limiti di una singola epoca. Attraverso la narrazione di episodi della sua vita pubblica e privata, il volume offre un primo approccio alla conoscenza di Rudolf Steiner e della sua vasta opera che si è espressa in diversi campi: dall’educazione alle scienze, dall’agricoltura alle arti e alla spiritualità. Filosofo, pedagogista, conferenziere, artista e riformista sociale, Rudolf Steiner è il fondatore della Società Antroposofica. Il suo lavoro non è né religioso né settario, ma si propone piuttosto come una Scienza universale e moderna dello Spirito, adeguata alle condizioni dell’umanità dei nostri giorni. Rudolf Steiner formulò la sua filosofia della libertà come base della conoscenza per l’individuo morale autonomo. Lottò per il rinnovamento della società, della liberazione dell’individuo dalle costrizioni della religione, dalla tradizione, dal nazionalismo, dallo stato e dal sistema economico dominante. Rudi Lissau, nato a Vienna si ispirò per tutta la vita allo spirito dell’antroposofia. Ha insegnato per molti anni alla Wynstones School nel Gloucestershire, ed è considerato tra i principali biografi e studiosi di Rudolf Steiner. Rudi Lissau Rudolf Steiner. Vita, opera, cammino interiore e iniziative sociali pagine: 224 prezzo: 12,00 euro Irene Cattaneo, artista, ricercatrice spirituale, libera pensatrice di rara grazia, maestra di bellezza, ha vissuto la sua vita terrena con la delicatezza di chi entra in una stanza in punta di piedi. Nel libro viene ricordata per la sua opera e per quei germi di vita che si è lasciata dietro e che negli anni sono stati raccolti, germogliando poi anche nella sfera sociale, quale inestimabile contributo pedagogico e terapeutico finalizzato alla cura dell’uomo e della terra. In ogni campo in cui operò, con tocco creativo ma discreto, Irene ha lasciato l’impronta del “nuovo”, che traspare e riluce, anche laddove attendano ancora riscontro concreto o partecipazione attiva. Molti artisti sono conosciuti tanto per le opere compiute, quanto per quelle rimaste incompiute. Ma, al di là delle opere, questa biografia, corredata da una ricca raccolta di testimonianze, intende delineare la peculiare individualità di Irene, per ravvivarne il ricordo e coniugarlo al tempo presente, dando un doveroso riconoscimento alla sua figura e al suo pensiero, profondamente ispirati dall’antroposofia, che rappresentano ancor oggi un contributo prezioso e indimenticabile per lo sviluppo della Comunità alloggio Irene Cattaneo e le iniziative della Cooperativa agricola La Monda. Quanto realizzato da Irene, o da lei espresso, insegnato, accolto e donato; quanto, dopo di lei ha preso forma quasi a sopperirne l’assenza, possa ora, a dieci anni dall’inizio delle attività di socioterapia ad indirizzo steineriano e a venti dal ritorno ai mondi spirituali di Irene Cattaneo Vigevani, maturare nell’attività della Monda, una comunità che realizza ed incarna l’antroposofia. Irene Cattaneo Una musica di pensieri pagine: 56 prezzo: 10,00 euro