Artemedica n.12

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ARTEMEDICA • ANTROPOSOFIA OGGI • NEWSLETTER TRIMESTRALE • NUMERO 12 • INVERNO 2008-2009 • 8,00 EURO POSTE ITALIANE S.P.A - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE DL 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N.46) ART.1, COMMA I, DCB MILANO

Prevenzione durante la gravidanza Cosa possiamo fare per accompagnare e accogliere dignitosamente i bambini che si preparano ad arrivare sulla terra? Attualizzare l’antroposofia Come vivere e interpretare l’antroposofia oggi secondo W.U. Klünker

Stelle parlarono un dì agli uomini L’artista-terapeuta Francesca Ghelfi ci parla della Parola del Cuore

CAMPAGNA ABBONAMENTO 2009 RINNOVA il tuo abbonamento compilando il bollettino allegato Sottoscrivi un NUOVO abbonamento compilando il modulo a pagina 38


Indice 3 Editoriale 4 Focus Prevenzione durante la gravidanza di Bartholomeus Maria

8 Biologia - La rinascita dell’organismo di Brian Goodwin

Newsletter Artemedica Antroposofia Oggi n.12 Inverno 2008/2009 Iscritta al tribunale di Milano al n. 773 registro stampa, il 12.10.2005 Direttore responsabile Luisa Abbà Direzione culturale Paulette e Giovanni Prouse Coordinatore progetto Davide Colombi Redazione Anna Chiello Traduzioni Teresa Buccheri Giuseppina Quattrocchi

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Progetto grafico Bruno Laurenti - Ellemme

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Hanno collaborato Francesca Accorsi Michela De Petris Federica Del Piero Francesca Ghelfi Brian Goodwin Raphael Kleimann W.U. Kluenker Bartholomeus Maria Paulette Prouse Dietlind Rinke Markus Wuelfing Tiratura 6000 copie Distribuzione 4000 copie abbonati 2000 copie distribuite presso i maggiori centri, scuole e associazioni di antroposofia, negozi biologici, erboristerie, centri artistici e ricreativi. Stampatore Abbiati - Via Padova 5 - Milano

EDITRICE NOVALIS Via Angera 3 (angolo Belgirate 15) 20125 Milano tel. 02 66984677 - fax 02 67116222 www.librerianovalis.it Redazione annachiello@artemedica.it

10 Pane e Borsa di Markus Wuelfing

12 Corso di Alimentazione Naturale e benessere: il resoconto di Michela De Petris

15 La parola ai lettori 16 Attualizzare l'antroposofia intervista a W.U. Kluenker

20 Lo sfruttamento dei minori tratto dal Quaderno di Flensburg n.6

22 Bambini lavoratori: un'opportunità di crescita sociale di Francesca Accorsi

26 In principio - Stelle parlarono un dì agli uomini di Francesca Ghelfi

28 Parmenide - Medico, Guaritore spirituale, Legislatore di Federica Del Piero

32 Antroposofia nel mondo Cambiare sul sentiero dei fiori di Raphael Kleimann

36 Editrice Novalis


Editoriale

Tuttavia l'atmosfera di Natale richiede un'attenzione per l'altra polarità, ossia, la nascita. Con l'articolo sulla gravidanza viene ricordato il gesto materno dell'accogliere. Invece di percepire la presenza invisibile dell'anima del bambino che si nasconde nel grembo materno, le tecniche moderne come l'ecografia violano spesso in modo esagerato l'intimità dell'essere che vuole nascondersi. L'eccessivo controllo medicotecnico è forse segno di una mancanza di fiducia nella propria salute, nel proprio destino. Diventa sempre più difficile percepire un'autentica e genuina atmosfera del Natale. In effetti l'andamento dell'economia e l'aumento del costo della vita sembrano assumere delle proporzioni preoccupanti. Nell'articolo “Pane e borsa” viene descritta la tecnica delle speculazioni sui generi alimentari. Sembrano essere sotto accusa i grandi, sempre un po' anonimi, avventurieri della finanza. Per fortuna io non faccio parte dei colpevoli! Diventiamo tutti un po' untori perché la partita viene giocata da altri e così si può continuare a vivere passivamente la storia come destino e non come compito. Ma è veramente così? Siamo davvero così slegati da tutto quello che succede fuori, nel mondo? Vorrei fare un esempio lampante che contraddice alcune delle nostre certezze. Parlando degli anziani che sono costretti spesso a lunghi anni di solitudine e di sofferenza nelle case di cura prima di aver il diritto di morire. È un problema

Nel mese di novembre è venuto a mancare il professor Prouse, ideatore, insieme alla moglie Paulette, del Centro Artemedica e dell’Editrice Novalis. La sua passione per la scienza e la sua profonda spiritualità saranno per noi tutti una guida, affinché il seme da lui piantato porti frutti generosi.

che viene soffocato perché non c'è risposta, ci sentiamo impotenti davanti alla sua dimensione e quindi preferiamo far finta di niente e andare avanti. Ma Rudolf Steiner ci dice che è un sacrificio necessario che molti uomini devono fare al servizio dell'umanità per salvarla dall'eccessiva arimanizzazione. Si parla dunque di una sorta di martirio, anche se inconsapevole, per smussare le forze arimaniche portate dalla nostra civiltà. Dovrebbe essere palese che una ragionevole felicità dell'uomo dipenda più dal senso della vita che non dai piaceri o dalle cose facili. Quando sarà il tempo di riflettere seriamente? E di creare del nuovo nella nostra impostazione rispetto alle responsabilità di ciò che avviene anche lontano da noi, nel mondo? Come posso accompagnare in modo sensato la malattia, le difficoltà esistenziali di chi mi sta intorno? Un simile atteggiamento presuppone una certa capacità di soffrire. Nel momento in cui l'uomo capisce di dover soffrire, potrebbe anche dirsi: se devo già soffrire, tanto vale soffrire per qualcosa di sensato e non semplicemente perché è una necessità. Accettato questo fatto potrebbero venirci incontro molte vie meravigliose, anche creative per la vita sociale. Ciò sarebbe una sorta di pensiero positivo che richiede però un tentativo di superamento del proprio egocentrismo. Presume di guar-

dare in faccia con coraggio le nostre colpe e di assumerci le conseguenze. Di sdrammatizzare la sofferenza inflittaci da chi ci sta o ci è stato intorno. Con questo potremo alleggerire non solo il nostro karma ma anche quello di chi è legato a noi. Non è dunque pensabile che il nostro cammino interiore possa avere un'importanza non solo per noi, ma che potrebbe avere un più ampio raggio d'azione, non poi così slegato dalla situazione mondiale? La redazione vi augura un felice Natale ARTEMEDICA•ANTROPOSOFIA OGGI•NEWSLETTER TRIMESTRALE•NUMERO DODICI•INVERNO 2008/2009

Il tema principale dell'autunno era la vecchiaia e la morte. È un argomento che ha suscitato grande interesse fra i nostri lettori. Abbiamo intenzione di dedicare con una certa regolarità spazio al problema dell'invecchiamento articolato nei suoi vari aspetti.

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Pane e borsa di Markus Wuelfing tratto da Info3, agosto 2008

Cosa fa levitare in tutto il mondo il prezzo dei generi alimentari? La borsa scopre i generi alimentari come merce su cui speculare. I prezzi che salgono attirano gli speculatori: ciò è valido non solo per le azioni e l’oro, ma vale anche per le materie prime agrarie come il grano o il mais.

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la borsa scopre i generi alimentari come merce su cui speculare

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Tecnicamente si svolge nel modo seguente. Per investimenti diretti in materie prime dell’agricoltura esistono solo due possibilità: l’acquisto fisico della materia prima con consegna immediata, o l’acquisto di “FuturesContracts”, una transazione a termine. L’acquisto fisico di materie prime, eccetto per i metalli, è praticamente irrilevante. Il magazzinaggio è in genere molto costoso e solo pochi investitori dispongono di un’attrezzatura adeguata. E quindi gli investimenti diretti di quel genere di materie prime avvengono quasi sempre attraverso l’acquisto di Futures. In questi contratti a termine viene stipulato l’obbligo di consegna della merce in futuro in una precisa data. Per evitare un eventuale danno materiale, il contratto a termine viene rivenduto con la sua posizione rispetto alla data fissata per la consegna. Il ricavo viene spesso reinvestito in un altro contratto a ter mine (è un procedimento che si chiama anche “rotolare”). Grandi investitori come i FondiPensione, Hedge Funds e banche investono sulle materie prime e fanno così alzare le quotazioni dei generi alimentari. È difficile valutarne l’esatta influenza sui prezzi, generalmente viene stimata intorno al 20%.

L’attuale crisi Gli investitori non hanno mai impegnato così tanto capitale come nel primo trimestre del 2008. In relazione alle materie prime agrarie ciò significa che gli investitori controllano più della metà della riserva dei cereali negli Stati Uniti; poiché questi mercati sono diversi dalle azioni e dalle valute estere, essi hanno un volume d’affari piuttosto limitato. Con relativamente pochi contratti possono essere facilmente orientati e manipolati.

con relativamente pochi contratti possono essere facilmente orientati e manipolati L’anno scorso il grande Fondo-Pensione Calpers ha investito nel settore 450 milioni di dollari in materie prime. In modo diverso dai classici speculatori, che forniscono al commercio a termine

la liquidità necessaria, i Fondi-Pensione non puntano sulle oscillazioni dei prezzi ma comprano e mantengono le loro posizioni. I grandi Fondi o gli speculatori di indice non sono speculatori tradizionali. Non apportano alcun vantaggio ai mercati a termine, poiché a differenza degli speculatori tradizionali essi non incrementano la liquidità dei mercati a ter mine. E, visto che acquisiscono una posizione e non la rivendono, spesso i tempi si allungano e la liquidità diminuisce. Già questo di per sé diventa problematico, a ciò si aggiunge una richiesta in costante aumento: quanto più i prezzi salgono, tanto più questa forma di transazione si intensifica, in quanto tali investitori acquistano con grande stile poca merce e vogliono tutelarsi mediante un continuo rialzo dei prezzi. Essi addossano alle società l’onere delle spese sempre in aumento. Così spiega il Hedge Funds-Manager Michael Masters, un veterano indipendente di


è sorprendente che il rialzo del petrolio e delle materie prime non abbiano già da tempo provocato proteste e moti di rabbia Per il loro comportamento “buy-andhold“ (compra e tieni) le grandi società di investimento avanzano i soliti argomenti in favore del mercato a termine: i mercati a termine sono indispensabili perché permettono ai produttori, ai lavorati e ai consumatori di limitare il loro rischio. In questo modo un coltivatore mediante un mercato a termine che funziona può, per esempio, fissare già oggi il prezzo del cereale che raccoglierà nel 2010; è un procedimento che gli offre una certa sicurezza. L a f o r m a i d e a l e c h e d ov r e b b e assicurare la stabilità dei prezzi può però verificarsi solamente se le borse a termine attirano anche capitali privati. Questo capitale, che proviene dalle cosiddette speculazioni, prende su di sé il rischio del prezzo del produttore o della lavorazione delle materie prime, con l’intenzione di realizzare un profitto che va oltre la quota media. Quanto più capitale speculativo fluisce verso le borse a termine, tanto più aumenta la liquidità e nella stessa misura

crescono le possibilità di raggiungere l’obiettivo di assicurare dei prezzi alti in modo da distribuire maggiori interessi agli investitori. Senza il capitale o la liquidità i mercati stenterebbero e peserebbero troppo sulle assicurazioni. Questo concatenarsi di argomenti diventa, nelle specifiche circostanze, fragile per due motivi. Da un lato i grandi investitori fanno di tutto per assicurare dei prezzi così alti che i coltivatori e i lavoratori non possono più permettersi di partecipare ai mercati a termine. Dall’altro lato gli investimenti permanenti dei grandi fondi non rappresentano una crescita del capitale e per di più riducono la produzione agraria con conseguenze negative sui prezzi, e ciò influisce sul mercato mondiale.

bisognerebbe piuttosto fare un lavoro sulla coscienza e appellarsi ai grandi investitori affinché rinuncino alla speculazione sui mercati agrari Le conseguenze In seguito a questo sviluppo il governo indiano ha deciso di chiudere provvisoriamente i mercati a termine del proprio paese. Siccome i mercati a ter mine che funzionano sono un’ottima istituzione per i contadini, i lavoratori e i consumatori, un simile provvedimento non può essere una soluzione durevole. Bisognerebbe piuttosto fare un lavoro sulla coscienza e appellarsi ai grandi investitori affinché rinuncino alla speculazione sui mercati agrari. Con la speranza che un simile appello trovi ascolto. Tuttavia, molti Fondi-Pensione hanno evidentemente a cuore il benessere delle persone che si sono affidate a loro. Si tratta di mostrare agli investitori che il loro comportamento è al massimo grado controproducente quando aumenta la fame nel mondo, tenendo conto che anche le persone anziane, che essi dovrebbero tutelare con i F o n d i - Pe n s i o n e , s o n o c o l p i t e dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Ma una riflessione etica non deve essere unicamente rivolta ai FondiPensione. Così alcune settimane fa si

poteva leggere sul giornale svizzero Le Temps che la banca privata di Ginevra Lombard Odier Darier Hentsch (LODH) vuole ritirarsi dal mercato agrario.

per poter combattere la fame e la povertà occorrono investimenti mirati all’aiuto ai piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo Sembra che alla base della decisione ci siano delle ragioni etiche. E se dovesse essere delusa la speranza in un compor tamento ragionevole, rimarrebbe pur sempre la possibilità di proibire quel genere di transazione, così come Michael Masters ha già richiesto al Congresso americano. Mirare alla stabilità Se si riesce a sottrarre il capitale speculativo dai mercati agrari, i prezzi dei generi alimentari che oggi sono così go n f i a t i ve r r e b b e r o c e r t a m e n t e ridimensionati. È importante però che i prezzi non tornino al livello troppo basso di prima. Perché bisogna dare degli incentivi ai produttori. La superficie globalmente coltivabile è sempre più sfruttata e si può solo incrementare la produttività dei campi. Per poter combattere la fame e la povertà occorrono investimenti mirati all’aiuto ai piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo. Anche se tardivamente, ora ci vuole una bella spinta innovativa e di ricerca nel campo agrario con massicci investimenti per uno sviluppo durevole dell’agricoltura in favore dei piccoli contadini nei paesi poveri e sovrappopolati. £

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Wall-Street. È sorprendente che il rialzo del petrolio e delle materie prime non abbiano già da tempo provocato proteste e moti di rabbia.

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La parola ai lettori

Inviateci le vostre riflessioni, i vostri suggerimenti, le vostre opinioni: troveranno qui uno spazio dal quale, siamo certi, scaturiranno spunti per una nuova consapevolezza.

Il tema fondamentale dell'invecchiamento Sono una vostra abbonata sin dal nascere della vostra "Newsletter" che apprezzo moltissimo. Desidero comunicarvi che gli articoli sull'invecchiamento, sulla dignità del destino, sulla morte e sui defunti sono, secondo il mio punto di vista, fondamentali per questo nostro tempo, anche per cercare di comprendere situazioni veramente difficili da giustificare e da vivere. Vi esorto a continuare ad approfondire questi temi anche segnalando letture e gruppi utili ad aprire le coscienze affinché il periodo dell'invecchiamento, che sempre di più si allunga e tocca un numero sempre più grande di individui, possa veramente divenire un tempo fondamentale di aiuto e comprensione reciproca nel cammino della vita. Per ora è tutto, spero in futuro di riuscire ad inviarvi considerazioni più approfondite e specifiche. Ancora “grazie” e buon lavoro Donata Gai, Grinzane Cavour, 24 ottobre 2008

Trovo particolarmente stimolante l’idea di una “scuola di vecchiaia” che insegni a gestire il passare degli anni in modo da non isolare nella solitudine e nella dimenticanza le persone una volta superata l’età “attiva”. Mi sono riconosciuta nel detto africano citato nell’articolo: “quando muore un anziano, va persa una biblioteca”. Non sono più una ragazza, ma ricordo ancora con affetto quei momenti in cui mio nonno, ormai ottantenne, radunava noi bambini per raccontarci le storie meravigliose e tragiche della sua giovinezza: a noi sembravano cose lontanissime, forse inventate; ma col passare degli anni mi sono resa conto che attraverso quei racconti ho potuto conoscere alcuni aspetti della storia del nostro paese che altrimenti non avrei potuto accettare come realtà esistite: come avrei potuto credere ai racconti dei miei insegnanti sul periodo della guerra e del dopoguerra se non li avessi sentiti dalla viva voce del nonno? Penso che a volte anche un piccolo gesto, come il racconto della propria esperienza, per una persona anziana possa essere un modo per sentirsi partecipe, utile, “attivo”… senza contare l’inestimabile valore educativo e spirituale che un semplice atto di ascolto porterebbe nei cuori delle generazioni più giovani. Nuccia, Milano

Le lettere, della lunghezza massima di 25 righe, vanno indirizzate a: Editrice Novalis-Posta Newsletter, via Angera 3, 20125 Milano, fax 0267116222 oppure all’indirizzo di posta elettronica annachiello@artemedica.it, specificando “POSTA” nell’oggetto.

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Ho letto la vostra Newsletter dell’autunno scorso e ho trovato molto interessante l’articolo dedicato all’invecchiamento.

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Lo sfruttamento dei minori Per un mondo degno dell’uomo, siamo tutti responsabili! tratto da QF n.6 Scontro tra culture?, editrice Novalis di Dietlind Rinke

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In questi ultimi mesi il tema dell’immigrazione è tornato alla ribalta della cronaca suscitando allarme sociale e paure individuali. Il problema dell’immigrazione e della conseguente integrazione etnica nell’Europa “sviluppata” è sicuramente una realtà che ci tocca tutti; è un tema molto delicato, che va affrontato con i giusti equilibri e nel rispetto di tutti i soggetti interessati. Ciò su cui, però, ci interessa riflettere con questo articolo sono le possibilità concrete che ognuno di noi ha nelle proprie mani per circoscrivere il fenomeno, intervenendo alla fonte del problema, in quei paesi del Sud del mondo, laddove la fame, lo sfruttamento, la mancanza di prospettive spingono l’essere umano alla fuga.

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A seguito di una conferenza della Comunità dei Cristiani tenuta a Brema da Wolfgang Weirauch, da titolo Il mondo in rivolta-L’umanità fra il baratro e una nuova comprensione, fu fatta l’osservazione che nelle piantagioni di cacao in Africa venivano utilizzati 200mila bambini come schiavi. Il Municipio di Brema è coperto da mesi da un gigantesco cartellone pubblicitario che reclamizza il cioccolato Milka del gruppo multinazionale Kraft Foods (dal 1988 di proprietà della Philip Morris). Da un lato, quindi, davanti al Municipio la pubblicità della Milka, una multinazionale che offre i suoi prodotti col motto “vogliamo creare prodotti che diano la felicità ogni giorno”, dall’altro, in Africa, troviamo condizioni di lavoro disumane nella raccolta del cacao per la produzione di cioccolato, con l’impiego di bambini rapiti e venduti. Quando ho pensato a queste due cose, mi sono chiesta: possiamo noi continuare ad

accettare una pubblicità simile in bella mostra davanti al palazzo storico del Municipio, nel centro di Brema? Non ci rendiamo complici se non tentiamo di trovare un rimedio a simili indegne condizioni produttive? Quanta ingiustizia nel mondo può sopportare la nostra coscienza? Cosa posso fare per cambiare le condizioni e aiutare quei bambini?

quanta ingiustizia nel mondo può sopportare la nostra coscienza Mi misi in moto per cercare di avere una conferma di ciò che avevo ascoltato. Mi procurai un libro che era stato citato nella suddetta conferenza, Schwarzbuch Markenfirmen (Il libro nero delle aziende di marca), di K. Werner e H. Weiss, nel quale erano tra l’altro descritte queste condizioni: “Schiavi-bambini nelle piantagioni di cacao. L’organizzazione umanitaria Terre des Hommes ha rilevato che circa 200mila bambini sono stati deportati dal Mali fino alle grandi piantagioni della Costa d’Avorio. Essi vengono picchiati, maltrattati e sfruttati. ‘Ciò che accade lì è vero e proprio schiavismo - dice Pierre Poupard che dirige l’azione di aiuto per l’infanzia dell’Onu nel Mali - la maggior parte di loro non sa neanche da dove viene, e tanto meno dove si trova. Chi tenta di sfuggire a questo terrore rischia di essere picchiato dal proprio padrone, o persino ucciso’ ”. “Con il commercio di bambini (si valuta che in Africa Occidentale vengono tenuti 200mila bambini come operai a buon mercato) si è creata una nuova forma di schiavismo”. E, secondo una notizia del Süddeutsche Zeitung (5 maggio 2001), in Costa d’Avorio, Nigeria e Camerun 200mila bambini maschi e femmine rapiti da Togo, Mali e Benin lavorano da 16 a 18 ore al giorno senza alcuna retribuzione.

Lettera al Sindaco In seguito a ciò scrissi al Sindaco di Brema, Henning Scherf, facendo notare quali siano i collegamenti fra la pubblicità della Milka e la schiavizzazione dei bambini, pregandolo di intervenire presso il gruppo industriale, che ha la propria sede tedesca proprio a Brema, per far sì che i bambini potessero essere liberati, indennizzati e facessero ritorno a casa per sostenere le famiglie. A coloro, invece, di cui non fosse possibile stabilire la provenienza, si dovrebbe offrire una sistemazione dignitosa e un’istruzione. Un’altra lettera la scrissi al gruppo Kraft Foods, comunicando a loro la mia intenzione di preparare una manifestazione davanti al cartellone pubblicitario presso il Municipio. Quest’ultima lettera la consegnai anche al Sindaco, allegandovi l’ulteriore esortazione per un commercio più leale e condizioni di lavoro più umane. Così, volevo dare all’azienda la possibilità di darmi magari subito un segnale dell’intenzione di voler applicare questi criteri di maggior giustizia in un mondo di lavoro globale, manifestando la disponibilità al pagamento di un risarcimento e al rifiuto di una politica dei prezzi capitalistica che tollera lo sfruttamento dei bambini!

circa 200mila bambini sono stati depor tati dal Mali fino alle grandi piantagioni della Costa d’Avorio La lettera al Sindaco la consegnai per conoscenza anche alle varie organizzazioni di Brema che si occupano di commercio equo e solidale, e che si impegnano contro lo sfruttamento dei bambini; ciò per chiamarle a un’azione comune, che secondo me era l’unica che aveva possibilità di riuscita. Presto ricevetti un invito dal portavoce del Consiglio comunale di Brema per un colloquio


Come ottenere testimonianze in capo al mondo? Il colloquio al Municipio si svolse in una atmosfera aperta e amichevole. Il signor Sauerbier raccontò che era appena tornato da un viaggio nella Costa d’Avorio. Schiavibambini non ne aveva visti, ma ciò non significava che non ce ne fossero. La cosa gli pesava, così come pesava a noi, e avrebbe voluto fare qualcosa per questi bambini. Se avessimo potuto dimostrargli la veridicità delle nostre asserzioni e fargli delle proposte per avviare una soluzione, avrebbe collaborato con noi. I finanziamenti c’erano, ed egli sarebbe eventualmente stato disposto anche a partire insieme a noi. Certo, il signor Sauerbier aveva “rilanciato” a noi la palla, e le sue asserzioni ci richiedevano di continuare a cercare ulteriori informazioni e conferme. Per un intero giorno parlai al telefono con vari interlocutori in tutta la

Germania, venendo continuamente rimbalzata da una persona all’altra, senza risultato! Come ottenere testimonianze in capo al mondo? Una ex collaboratrice dell’Unicef, che mi fu indicata, riuscì finalmente a descrivermi, per esperienza personale, come fossero difficili e differenti le condizioni in Africa. Lì i bambini aiutano dappertutto dove serve, in maniera del tutto naturale. Il lavoro minorile è vietato in tutto il mondo, tutti i governi hanno sottoscritto questa convenzione. Loro sanno di essere in difetto, ma non lo ammettono; quando arriva un controllo, fanno sparire i bambini. “Quando il lavoro diventa monotono si utilizzano i bambini”, raccontava un’altra signora che viveva in Africa. Nel frattempo, attraverso una ricerca dell’Unicef, ho ottenuto un documento che confermava il numero stimato di 200mila bambini-schiavi, ma distribuiti in varie regioni dell’Africa e riferiti a diversi ambiti, come per esempio piantagioni di cotone, piantagioni di caffé e cacao, pesca, lavori domestici, sfruttamento sessuale… Come fondare un commercio equo? All’incontro di primavera della società degli agricoltori a Brema sul tema “Agricoltura e denaro”, nel quale si Attac sia Trans-Fair guidavano un gruppo di lavoro, furono diffuse le nostre domande: Come dar vita a un commercio equo? Quali possibilità si presentano per controllare i canali di produzione? Quale ruolo assumeranno le multinazionali per mantenere, o persino creare, condizioni degne dell’uomo anche in un commercio globalizzato? Penso che sia necessario anche prendere in considerazione le idee di Rudolf Steiner relative a un sano organismo sociale, anche nelle discussioni con le grandi organizzazioni già attive sul territorio, con le cooperative createsi nei vari luoghi, con i gruppi industriali e con tutti coloro che sono coinvolti, per esempio in Costa d’Avorio.

penso che sia necessario anche prendere in considerazione le idee di Rudolf Steiner relative a un sano organismo sociale Sono domande che porto nel cuore e che fanno sì che nel mio ambiente io cerchi con le mie “antenne” le persone che vogliono prendere in considerazione il problema insieme a me.

Le idee esposte più avanti sono state delineate da persone che si sono ritrovate nella “Iniziativa per un sistema economico degno dell’uomo” per affrontare i seguenti compiti: 1. istituire una fondazione per gli agricoltori 2. creare un fondo per gli schiavi-bambini Sostegno economico Gli agricoltori che vogliono riconvertire l’azienda a causa di una sovrapproduzione di cacao dovrebbero avere a disposizione dei prestiti senza interessi per una conduzione ecologica e per la trasformazione delle monocolture. In Costa d’Avorio si è venuta a creare un’unica monocoltura di cacao. Fino al 2000 provvedeva il governo ad acquistare il cacao grezzo a un prezzo fisso (anche quando il prezzo di mercato a livello mondiale era sceso), ma questo ebbe come effetto la creazione di ulteriori piantagioni. Una legge della UE che ha permesso di aggiungere alla cioccolata il 5% di altri grassi, ha causato al governo una perdita di svariati milioni di dollari. Fu così che il primo ministro N’Guessan protestò, partì per l’Inghilterra e si lamentò che gli agricoltori non avrebbero più avuto di che vivere e si sarebbero dovuti utilizzare schiavi-bambini per produrre ai prezzi richiesti! Quando la disperata richiesta si spense senza alcun effetto, egli ruppe l’accordo di acquisto con gli agricoltori. Da allora persistono situazioni molto corrotte. Molte organizzazioni che avevo contattato si sono ora ritirate dalla Costa d’Avorio. Dovrebbe essere messo a disposizione del denaro sufficiente per i bambini da liberare e da risarcire, in modo che possano tornare ai loro paesi di origine e poter garantire un sostentamento alle famiglie. A quei bambini, invece, per i quali non fosse possibile ritrovarne la provenienza, si dovrebbe offrire una sistemazione dignitosa e un’istruzione. Le somme destinate ai bambini dovrebbero essere consegnate, previo approfondito controllo, soltanto alle organizzazioni operanti in loco. Tutti coloro che si sentono in qualche modo interessati a questa situazione, possono offrire donazioni alle organizzazioni impegnate in tal senso. Bisognerebbe anche cercare di “tirare in ballo” tutte le grosse aziende coinvolte, poiché la Kraft Foods non è l’unico gruppo che per contenere le spese offende e sfrutta esseri umani per ottenere la massima produttività. La Kraft Foods, in associazione con GTZ (Società per il lavoro tecnico comune) è già impegnata e sostiene la costruzione di scuole nell’Africa Occidentale. In questo modo

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in Municipio assieme al portavoce del gruppo Kraft, signor Sauerbier, fissato per tre giorni dopo la data prevista per la manifestazione! Da parte delle organizzazioni e associazioni non era arrivata alcuna risposta. Alla mia richiesta telefonica presso il Centro Informazioni dei Diritti dell’Uomo di Brema nessuno sapeva niente delle richieste scritte che avevo anche pregato di controfirmare, né delle mie lettere al Sindaco, che non riuscivano più a trovare. Solo una mia amica si era impegnata per raccogliere molte firme presso la sua parrocchia… I colloqui con la taz Bremen (quotidiano di Brema) furono positivi. Un redattore, il signor Simon, volle venire alla manifestazione per seguire lo sviluppo del nostro progetto. Così preparai i manifesti: “Bambini schiavi raccolgono il cacao per la Milka”, e sotto scrissi in rosso: “Liberateli e risarciteli!”, “Via le reclame della Milka dal Municipio!”, “Controllo dei metodi di lavoro delle multinazionali per combattere l’alleanza fra politica e potere dei grossi gruppi industriali!”, “Per un mondo degno dell’uomo, siamo tutti responsabili!”. C’erano soltanto cinque persone a manifestare davanti al Municipio. Il redattore della taz arrivò con una collega che ci fotografò con il nostro manifesto davanti al Municipio. Il giorno seguente, su mezza pagina della taz apparve un articolo con un buon servizio sul tema dello schiavismo infantile nelle piantagioni di cacao, che lasciava spazio alle argomentazioni di Terre des Hommes e di Unicef, nonché della ditta Hachez di Brema, per i suoi interventi nel commercio equo e solidale.

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potrebbero essere costruite scuole anche in Costa d’Avorio e si potrà affrontare il problema nella sostanza. Ma fino ad ora, così non è stato. I corsi per gli amministratori delle cooperative potrebbero forse essere gestiti attraverso le strutture di Trans-Fair, già presenti sul territorio, con un adeguato aumento del finanziamento; questo per poter realizzare la riconversione e ottenere quindi la certificazione. Il controllo che ogni tanto dovrebbe essere eseguito, dovrebbe senz’altro basarsi sull’aumento delle forze.

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Ci sarebbero certamente ancora molte possibilità di intraprendere nuove vie, per esempio, se gli studenti africani studiassero in Europa, potrebbero in seguito portare le loro competenze nei paesi d’origine. Utilizzare queste strade, non sarebbe compito di un buon servizio per lo sviluppo? Così, penso, si edificherebbe lentamente un sistema economico sociale, se noi tutti produttori, commercianti e consumatori fossimo sufficientemente attenti a osservare i problemi mondiali come se fossero nostri e ne cercassimo insieme la soluzione, poiché: per un mondo degno dell’uomo, siamo tutti responsabili! £

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Note Dietlind Rinke, ex maestra elementare Waldorf, madre di sei figli. Durante il periodo lavorativo è stata anche due anni in Romania come insegnante. Rispetto al periodo della pubblicazione di questo articolo (2003) sono stati fatti alcuni passi in avanti, soprattutto per quanto concerne la mobilitazione della società civile di fronte a certi atteggiamenti delle grandi industrie multinazionali. Ma il fenomeno dello sfruttamento dei minori è ancora troppo diffuso nel mondo e riguarda non solo l’ambito del lavoro. Per aggiornamenti sui dati, si veda: ILO, International Labour Organization www.ilo.org Markenfirmen www.markenfirmen.org Onu www.onuitalia.it Terres des Hommes www.terredeshommes.org Unicef www.unicef.it

Bambini lavoratori: un’opportunità di crescita sociale di Francesca Accorsi, professoressa di scuola media statale

Se l’articolo di Dietlind Rinke obbliga la nostra coscienza a una riflessione sulle nostre responsabilità verso il Sud del mondo in quanto “consumatori” appartenenti a un Occidente benestante e razziatore di risorse, la testimonianza della professoressa Accorsi ci offre un punto di vista apparentemente opposto. Se la signora Rinke ha posto sotto i riflettori la piaga globale dello sfruttamento dei minori, la professoressa Accorsi, da un’altra angolazione, ci mostra come il lavoro minorile possa anche essere una opportunità per la costruzione di una società migliore. R i b a d e n d o l a n o s t ra f e r m a condanna allo sfruttamento dei bambini in tutte le sue forme, non possiamo però rimanere indifferenti alle parole di questa educatrice che ci esor ta a riflettere sul nostro modello sociale proprio partendo da come educhiamo i nostri giovani. Noi, gli abitanti del Nord del mondo, pretendiamo di esportare il nostro “modello di civiltà”. Ma siamo poi certi che il nostro modello sociale sia il migliore per un futuro consapevole e responsabile nei confronti di noi stessi e del nostro prossimo?

Ho avuto l’opportunità di conoscere l’Associazione NATs attraverso un progetto realizzato a scuola con la mia classe, una terza media. NATs significa Niños y Adulescentes Trabajadores (Bambini e Adolescenti Lavoratori). Si tratta di un sindacato di lavoratori

minorenni, dagli 8 ai 18 anni, nato in America latina 25 anni fa. Noi occidentali associamo il concetto d i l avo r o m i n o r i l e a l l ’ i d e a d i sfruttamento: i bambini non devono lavorare, devono andare a scuola e, se lavorano, significa che è in atto un’azione di sfruttamento che va combattuta. Invece nei paesi non occidentali il punto di partenza è un altro: laddove una famiglia, un villaggio, una popolazione vivano in condizioni d i p ove r t à , l ’ a p p o r t o d e i f i g l i all’economia familiare è spesso determinante. Questo non è scandalo, è contributo di ogni familiare alla sopravvivenza della famiglia stessa. Scandalo è quando il lavoro del minore si estende fino a rendere impossibile l’istruzione che, ad ogni latitudine, è un diritto dell’infanzia. I Nats, dunque, si battono non contro il lavoro minorile, ma contro la sfruttamento del lavoro minorile.

laddove una famiglia, un villaggio, una popolazione vivano in condizioni di povertà, l’apporto dei figli all’economia familiare è spesso determinante Le attività proposte dal movimento puntano alla presa di coscienza dei propri diritti e sulla loro difesa e rivendicazione attraverso la pratica c o l l e t t i va e l e e s p e r i e n z e d i cooperazione e solidarietà… Ci troviamo di fronte, dunque, ad un nuovo paradigma di infanzia che riconosce ai bambini e agli adolescenti un ruolo storico, che non li considera marginali o ininfluenti rispetto alla costruzione


scandalo è quando il lavoro del minore si estende fino a rendere impossibile l’istruzione che, ad ogni latitudine, è un diritto dell’infanzia L’associazione Nats italiana promuove l’incontro tra la realtà di lavoro e formazione dei ragazzi del Sudamerica e le realtà scolastiche italiane. La mia classe, dopo un percorso di approfondimento delle tematiche connesse, ha incontrato Josè, un quindicenne venezuelano. In una famiglia di cinque figli, Josè sente la necessità di lavorare per sostenere l’economia familiare; lavora in un mercato ortofrutticolo, ma la sua giornata non si esaurisce qui: la mattina va a scuola, poi torna a casa, e nel pomeriggio va al mercato fino al tardo pomeriggio. Dopo il lavoro incontra dei coetanei e trascorre un po’ di tempo con loro, a giocare o a guardare le ragazze. Di fronte alla sua testimonianza, alcuni dei miei alunni gli hanno chiesto: “Ma non ti pesa lavorare, non preferiresti avere più tempo libero per te, come abbiamo

noi?”. Lui, tranquillamente ha risposto che volentieri dava una mano a sua madre per mandare avanti la famiglia, che questo non gli pesava, e che gli sembrava invece che i ragazzi italiani avessero troppo tempo libero, che poi trascor rono davanti alla tv o al computer, in definitiva annoiandosi, e lui non lo riteneva interessante. È stata una bella lezione per i nostri ragazzi, e anche per noi educatori! Ci aspettavamo forse di incontrare ragazzi miseri, sfiniti dalle loro attività manuali, anelanti ad un riscatto sociale, estasiati di fronte alle opportunità offerte alla nostra gioventù. Macchè! Josè si è rapportato ai nostri ragazzi come uno di loro, con un look non distinguibile, con la passione per il calcio e le belle ragazze, con il desiderio di frequentare amici e di avere del tempo per sé, con una sufficiente passione per la scuola, ma con qualcosa in più: il senso di responsabilità verso la propria famiglia e verso la società. Il lavoro per lui non è una condanna a cui devono sottostare i ragazzi dei paesi poveri, ma il modo naturale di vivere all’interno di una realtà in cui ognuno è chiamato a fare la sua parte.

ma il nostro modello educativo è davvero formativo?

Il lavoro tutelato allora non è solo inteso come fonte di guadagno ma soprattutto come atto di solidarietà nei confronti delle proprie famiglie e come esperienza educativa che permette di partecipare attivamente alla vita della società. Josè si è rivelato un quindicenne come i nostri, ma con una maturità maggiore, che gli deriva dalla consapevolezza di vivere da protagonista la costruzione del suo futuro. Allora io, come madre, come insegnante, come educatrice, mi sono chiesta: ma il nostro modello educativo è davvero formativo? Noi cresciamo delle persone consapevoli di avere dei legami e di dover contribuire a mantenerli, oppure alleviamo soltanto dei soggetti di diritti? Diritto alla salute, diritto all’istruzione, diritto al gioco, diritto alla creatività… tutto sacrosanto, certo. Ma all’interno di questa realtà dorata i nostri figli si annoiano, sono insoddisfatti, diventano sempre più individualisti e intrattengono relazioni più virtuali che reali. Avere cura solo di se stessi fa crescere solo in parte: l’unica responsabilità che diamo ai nostri figli è di impegnarsi a scuola. Ma anche questo è un dovere verso se stessi, che li fa sentire dei piccoli geni in formazione. Quanto tempo libero hanno i nostri figli? Quanto di questo tempo è veramente necessario per la loro “ricreazione”? Quanto di questo tempo potrebbe diventare “lavorativo”, cioè essere destinato all’esecuzione di un compito che proietti il ragazzo fuori dal proprio egocentrismo naturale?

i nostri figli si annoiano, sono insoddisfatti, diventano sempre più individualisti e intrattengono relazioni più virtuali che reali Di cosa sto parlando? Parlo della possibilità che ai nostri figli venga affidata qualche responsabilità non solo in casa (sparecchiare, spolverare…) ma verso la società. So bene che trovare lavoro è già difficile per i maggiorenni, figuriamoci per i minorenni. Ma rimane disponibile tutta un’area di impegno gratuito che può essere un valido campo di allenamento: fare compagnia ad un anziano, visitare le case di riposo e gli ospedali, ripulire i prati,

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della società attuale e valorizza la loro vita e le attività da essi svolte come esperienze di costruzione e par tecipazione sociale reali e significative.

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intrattenere bambini più piccoli… Si dirà: sono tutte proposte che i gruppi parrocchiali fanno da sempre. È vero, ma io ci vedo ora non solo una opportunità di crescita cristiana, ma anche una urgente necessità, cristiana proprio perché profondamente laica, di crescita sociale.

la costruzione di una coscienza libera passa anche attraverso la fatica del dono

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Se vogliamo che le nuove generazioni crescano con il senso del bene comune, dell’apertura agli altri e non solo del ripiegamento narcisistico su se stesse, dobbiamo farle “lavorare”: dobbiamo far sentire loro la responsabilità di qualcosa, di qualcuno, dobbiamo far loro sentire che, anche se la famiglia ha soldi a sufficienza per esaudire tutti i loro desideri, questo non significa che essi non debbano contribuire alla costruzione di una società migliore, più solidale e più affettiva.

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Mi sento di lanciare un appello: la formazione è fondamentale, e insostituibile (e spesso non si fa nemmeno quella!), ma non basta, va accompagnata dall’assunzione di responsabilità verso gli altri; come ai giovani si propone l’anno di volontariato civile, così ai più piccoli andrebbero proposte forme di responsabilizzazione nel condominio, nel quartiere, nella scuola, nella parrocchia, verso gli anziani soli o i giovani handicappati. Non ci possiamo accontentare che i nostri ragazzi studino e si comportino ”bene”: la costruzione di una coscienza libera passa anche attraverso la fatica £ del dono.

Note Le parti in corsivo sono tratte dal volumetto Bambini al lavoro: scandalo e riscatto, Editrice Berti. Per saperne di più sui Nats: w w w. a s s o c i a z i o n e n a t s . o r g

Il Movimento dei Nats I movimenti NATs (Niños y Adulescentes Trabajadores) sono organizzazioni autogestite dai bambini e dagli adolescenti che le compongono, e sono basate sull’organizzazione e la rappresentazione democratica. Si tratta di organizzazioni a più livelli, nelle quali i bambini, supportati e accompagnati da educatori adulti che svolgono una funzione di facilitatori, operano direttamente sul territorio in difesa dei loro diritti. L’esperienza è nata in Perù nel 1976 e successivamente si è estesa a quasi tutti i paesi dell’America Latina, in diversi paesi dell’Africa e in India ed altri paesi asiatici. I movimenti dei NATs hanno come obiettivo principale la difesa del lavoro minorile dallo sfruttamento. Lo scopo di queste organizzazioni è di LOTTARE CONTRO OGNI FORMA DI SFRUTTAMENTO ECONOMICO DEI MINORI, pur essendo contrarie ad un’ABOLIZIONE DEL LAVORO INFANTILE assoluta e indifferenziata. I movimenti dei NATs svolgono attività di conoscenza e promozione dei diritti civili e sociali dei minori, affinché questi ne abbiano coscienza e siano in grado di rivendicarli e difenderli, grazie alla pratica collettiva, con esperienze cooperative e di solidarietà. I NATs chiedono semplicemente di poter lavorare in condizioni degne qualora ce ne sia la necessità o la volontà. Dicono di smettere di confondere ciò che è sfruttamento con ciò che può essere lavoro degno, ricordando che non è il lavoro ad essere negativo in sé ma le condizioni in cui può essere svolto. Non vogliono obbligare nessuno a lavorare ma chiedono di poter esercitare liberamente tale diritto. Lottano per riappropriarsi di un concetto più ampio di lavoro, liberandolo dai vincoli prettamente economici che l’hanno schiavizzato, pur non negando l’importanza che un’attività economica ricopre per la sopravvivenza e la vita. Incontrano nella valorizzazione critica del lavoro uno strumento per riconquistare la propria autostima, come per costruirsi un’identità sociale e individuale. I Movimenti promuovono laboratori produttivi e servizi di sostegno per i bambini che lavorano, quali mense, biblioteche, scuole con orari flessibili e metodologie educative alternative che consentano di praticare l’alternanza tra scuola e lavoro, case di accoglienza, assistenza e servizi sanitari, microimprese, percorsi di formazione per adulti e ragazzi. L’Associazione NATs Onlus ha organizzato la mostra fotografica “BAMBINI AL LAVORO-SCANDALO O RISCATTO? Uno scorcio sui bambini e adolescenti lavoratori organizzati del Perù”, che può essere richiesta tramite prenotazione, tel. 349/1474075, associazionenats@libero.it. dal sito: www.associazionenats.org



Parmenide Medico, Guaritore spirituale, Legislatore di Federica Del Piero

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Dedicato al professor Gerardo Fraccari, amico di Mario Napoli e docente di Storia della Filosofia al liceo Scientifico Vittorio Veneto di Milano, oltre che di Filosofie Orientali presso l'Università Statale di Milano. Perché tanto si impegnò con entusiasmo, in qualità di volontario, negli scavi di Elea, insieme a molti suoi studenti liceali, intorno agli anni Settanta. E dedicato a mio fratello Giampaolo, la cui vita fu strappata da un incidente sportivo nel 1972, perché apparteneva a questo gruppo di “appassionati”. Entrambi sono scomparsi, ma la loro essenza vive anche di Elea.

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Siamo antichi: non abbiamo 20 o 40 o 70 anni. C’è in noi tutta la storia della vita. Come diceva Einstein “È un dato di fatto che i filosofi greci e gli antichi Saggi orientali raggiunsero un livello spirituale superiore a quello che prevale oggi nelle nostre scuole e Università”. Arrivando, dice Hegel, alla “Connessione tra Infinito e Finito, che è certo un sacro mistero, giacché questa connessione è la Vita stessa”. Noi dobbiamo molto a loro, anche se tale apporto è stato in parte stravolto. È necessario supporre dunque che quelle civiltà, nelle loro élites più rappresentative, avessero un modo di pensare, ma soprattutto di sentire e vedere, che col passare dei tempi, per un capovolgimento di prospettive spirituali e per un’esigenza evolutiva, andò indebolendosi nella coscienza e di conseguenza nel comune modo di vivere. Non è azzardato affermare che, fin dai tempi più remoti della nostra civiltà europea, da parte di grandi personalità vi fossero tentativi di incontri e fusioni spirituali tra Occidente e Oriente: quelle due civiltà potrebbero del resto essere prese a simbolo di due diverse e complementari forme mentali umane. Senso e ragione.

Dobbiamo però ammettere che la forma mentale della prima civiltà mediterranea fosse prevalentemente sensitivo-mistica… per una tensione infinita che è in noi, la caccia all’Essere direbbe Platone, verso un Infinito che è fuori di noi e che come tale si rifiuta perciò di essere esaurito entro schemi. I grandi rappresentanti di questi popoli “videro”: la stessa “idea” platonica significa infatti “visione” e non conoscenza razionale; lontano dal misticismo quale noi siamo abituati, quello intellettualistico astratto, come se ci fosse un mondo dello Spirito distinto dalla Materia. Videro “l’indicibile” di particolari esperienze individuali.

fin dai tempi più remoti della nostra civiltà europea, da parte di grandi personalità vi erano tentativi di incontri e fusioni spirituali tra Occidente e Oriente Ecco che allora Parmenide, forse il mistico per eccellenza pur tuttavia fondatore ad Elea di una scuola medica (a Velia c’è infatti la via “dei Medici Eleati”, dove anche la scrivente ha scavato), sosteneva che la caduta dell’uomo è dovuta alla metodica e inarrestabile affermazione nella civiltà umana delle “opinioni”, della mente “sofisticata”e non di quella naturale. Mentre la civiltà greca genuina doveva rappresentare il tentativo di usare la Ragione come strumento per esprimere l’Infinito contemplato e intuito; cosa che, nello stesso periodo del nostro filosofo, accadeva in India grazie alla grande figura di Gotama Siddharta il Buddha. Si sa che Parmenide (o Parmeneide) di Elea è l’uomo che più di ogni altro ha dato l’impronta alla cultura occidentale vivendo la filosofia come “amore per la saggezza”, ma si è dimenticato che il suo pensiero aveva appunto un legame con le tradizioni orientali.

I suoi genitori, infatti, provenivano da Focea, odierna zona di Smirne nella Turchia occidentale: i Focei erano gli avventurieri più intrepidi di tutta la Grecia. Parmenide era uno dei giovani della prima generazione cresciuta da un padre (Pirete di Mileto) e da una madre che avevano il cuore ancora legato alla patria e alle peregrinazioni e che arrivarono a Yela/Elea/Velia nel V secolo, come ci narra Erodoto: qui vissero uomini a cui il mondo occidentale deve molto, uomini che riuscirono ad arrivare al cuore delle cose che non muta mai. Nell’Italia del sud questi esseri venivano chiamati Saggi, per qualità divina, perché riuscivano a vedere oltre le apparenze e sapevano interpretare gli oracoli e i sogni. Platone lascia trasparire nei Dialoghi un’ammirazione per la sua profondità interiore: in quanto Parmenide aveva scritto un poema in esametri per descrivere l’incontro tra gli umani e il mondo degli Dei… dove tutti i personaggi, anche gli animali, sono femminili, in un universo tutto femminile. Era un “viaggio” nel divino compiuto con l’aiuto del divino (che il fatto fosse mitico non esclude fosse reale), un viaggio strano… dalla Luce all’Oscurità. Con raffinatezza Parmenide dice e non dice di personaggi che vengono dai confini dell’Universo e che lo conducono all’immenso baratro del Tartaro, alle porte della Notte, luogo che anche gli dei temono. Egli è consapevole di avviarsi verso la propria morte, verso la trasformazione, che è sofferenza… ma che passa attraverso la distruzione delle illusioni. Lo conferma una statua, “L’uomo in Toga”, che venne alla luce nel 1958 a Velia, nei pressi del porto, sotto una casa antica: sul basamento un’iscrizione simile ad altre due che Mario Napoli, allora soprintendente ai beni Culturali della regione Campania, mise da parte perché forse non sembrava chiaro il messaggio, ma che richiamava il fatto che questo personaggio fosse votato ad Apollo “Oulios”, quindi “Oulis”, cioè prima distruttore ma poi risanante, e protettore della salute.


Velia, mosaico

E proprio a Velia si sviluppò anche tutta una mitologia che ruotava intorno al dio Sole, posto su un carro trascinato da cavalli. Attraversare l’inferno trasformava purificando e permetteva di risalire (raggiungere la luce rifiutando l’oscurità è impossibile, infatti, perché ogni cosa ha in sé il proprio opposto). Parmenide stesso arriva dove gli opposti si incontrano: dove o si accede agli Inferi oppure all’Empireo.

il sole sorgeva proprio dagli Inferi e vi ritornava ogni notte. Significa che la sorge n t e d e l l a l u c e è nell’oscurità Qui la Dea lo accoglie e lo chiama “Kouros”, cioè figlio, giovane (anche se anziano): uno che vive ancora la purezza di un bambino (come l’arte antica raffigurava l’Eroe e come ci ricorda l’affermazione di Gesù nei Vangeli) e la vita come una sfida, quella dell’iniziato che ha vigore e passione nella ricerca della verità. C’erano anche le “Kouroi”, giovani donne che proteggevano e guidavano l’eroe. Parmenide era inoltre “Pholarchos”, cioè “Custode del Rifugio”: a Velia, e solo qui, su un frammento di marmo era scritta tale parola. Era luogo dove si induceva la morte apparente, una specie di letargia. Nel mondo antico, infatti, si credeva che la guarigione av ve n i s s e gr a z i e a l f e n o m e n o dell’“Incubazione”, durante il quale il divino poteva agire perché l’adepto giaceva apparentemente privo di sensi (richiama il non noto fenomeno cristiano dei primi secoli, chiamato “Riposo nello Spirito”, ancora

sperimentato in certi gruppi di preghiera cattolici, per esempio dai Carismatici): i malati venivano portati in un tempio dedicato a un dio o a un eroe e fatti giacere in una caverna, nella quale sognavano o avevano una “visione”.

non esiste vera guarigione se non si è in grado di affrontare la morte Se si trovavano “faccia a faccia” con il divino, il risultato era quello di esserne risanati. Ma era necessario arrendersi, non opporre resistenza e stare immobili, senza cibo anche per giorni interi. Assistiti da sacerdoti, detti i “Signori dei Sogni”. Questo si praticava pure nei templi di Esculapio, figlio di Apollo, dio della CONSAPEVOLEZZA, espressa tramite oracoli enigmatici, con però una propria logica. A Roma il culto avveniva nel cuore della notte, e in Caria si usava chiudere la sacerdotessa nel santuario al tramonto, affinché la mattina potesse pronunciare la profezia, ispiratale dall’unione mistica con il dio.

Michele era venerato in tutta l’Asia Minore, in Grecia e in Egitto come guaritore, rivelatore di misteri e psicopompo Come sopra accennato, si pensava che non esiste vera guarigione se non si è in grado di affrontare la morte: per questo i sacerdoti di Apollo avevano anche stretti contatti con il culto di Persefone (“…colei che accoglie con la mano destra…”). Di lei potevi fare esperienza ma non parlarne. A Velia, in particolare, la regina dei morti non poteva essere nominata: era semplicemente “la Dea”. Divinità importante il cui culto era affidato soprattutto alle donne, in luoghi tenuti segreti e non facilmente riconoscibili. Del resto le donne non scrivevano… Già dall’epoca di Parmenide anche a Roma c’era il tempio di Persefone e di sua madre Demetra, custodito da sacerdotesse che, di generazione in generazione, provenivano da Velia e praticavano lo stesso culto dei Focei. Secoli dopo, la figura della Dea confluì nella figura cattolica della Vergine Maria, e quella di Apollo probabilmente nell’entità dell’Arcangelo Michele (il cui culto ebbe origine proprio in Frigia a Colosse, oggi Konya);

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Era la funzione del Guaritore, che si tramandava di generazione in generazione, sulle orme di quell’Apollo venerato specie nell’Anatolia occidentale, che tali sacerdoti rappresentavano sulla Terra. Si deve notare che il nome “Oulis” è sconosciuto in tutto il Mediterraneo occidentale se non intorno a Marsiglia, colonia focea: le altre tre iscrizioni trovate, dedicate agli “Oulis” risalgono all’epoca di Cristo, ma già richiamavano una tradizione antica di 500 anni, risalente quindi ai Focei. Dunque Parmenide percorse il sentiero della morte mentre era ancora in vita, iniziato ai sentieri dell’Aldilà e per questo chiamato “Saggio”, cioè colui che sa ciò che altri non sanno e che conosce il legame che unisce al mondo divino. Colui che giunge alle porte enormi custodite dalla Giustizia, dea che vigila sul mondo (a Velia viveva la tradizione poetica mistica sugli Inferi, per il culto di Persefone e di Ade, oltre ad altri culti femminili, alcuni particolarmente interessanti ed evidenziati da statuette con copricapo conico, il “tutulus”, che rappresentava la tensione verso l’alto cioè il divino). Il saggio era disposto a pagare il prezzo della morte pur di arrivare alla saggezza. Ci voleva un gran coraggio, perché il viaggio che Parmenide descrive cambia nel profondo (come già per Eracle ed Orfeo): nessuna lotta ma una grande passione per la quale si veniva condotti semplicemente dove trascinava il desiderio, che se inappagato lacera e può condurre alla depressione. Gli Inferi, infatti, non erano solo un luogo di morte e di oscurità, perché come dicevano le mitologie sia orientali che occidentali, il sole sorgeva proprio dagli Inferi e vi ritornava ogni notte. Significa che la sorgente della luce è nell’oscurità.

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ma già nel IV secolo d.C. esisteva un “michaelion” anche a Costantinopoli, noto per le apparizioni e i miracoli attribuiti a Michele, dove si praticava appunto il rito della permanenza notturna (incubatio), in attesa dei sogni rivelatori. Quindi Michele era venerato in tutta l’Asia Minore, in Grecia e in Egitto come guaritore, rivelatore di misteri e psicopompo (guida dell’anima verso l’aldilà). Questo culto approdò poi sul Gargano a Monte Sant’Angelo e, nell’Alto Medioevo, a Mont Saint-Michel in Normandia; infine nel 983 sul monte Pirchiriano all’imbocco della Val di Susa, dove i templi vennero ora costruiti sulle alture, pur in grotte, quasi a una stessa distanza tra loro, per indicare un richiamo alla dimensione ora consapevole del pensiero. Va chiarito che l’incubazione non era praticata solo dai malati, ma anche da chi era chiamato a sperimentare un altro livello di consapevolezza attraverso il contatto con il divino, espresso dalla Giustizia e dalla Verità: lo stesso Pitagora costruì una stanza sotto un tempio, in cui giaceva per lungo tempo, nella QUIETE più assoluta. Fulcro della dottrina pitagorica erano i misteri dell’Oltretomba, che nasceva dall’esperienza pratica (Parmenide era discepolo di un pitagorico, Aminia). Strabone stesso accenna a malati che venivano ammessi nell’area consacrata perché accuditi e iniziati da sacerdoti particolari. Il poema di Parmenide era collegato a tutto ciò, il che ha messo a disagio quegli studiosi che lo consideravano solo il fondatore della logica occidentale, non sapendo che a quei tempi il misticismo era unito alla magia. Uomini come Parmenide erano, infatti, anche “Iatromanti”: nel blocco di marmo n° 20067, trovato nel 1960 c’era scritto OULIADES IATROMANTIS APOLLO Cioè figlio di Apollo “Oulios”, il guaritore, e medico particolare, che risana grazie a capacità profetiche: capace di parlare da un altro livello di consapevolezza… in grado di leggere cose che ad altri sfuggono. A volte usavano per lo scopo tecniche incantatorie, quali il canto monotòno e ripetitivo di parole difficili, o prive di significato; oppure il controllo del respiro per diminuire la percezione dei sensi fisici: il poema di Parmenide ha un’intensità iniziale che scema alla fine del verso, con lo scopo di portare il lettore all’interno di se stesso. In un linguaggio enigmatico di allusioni e doppi sensi, adatto per comunicare con chi sa già o con chi invece vorrebbe sapere. Oltre la retorica,

perché al contrario realizza ciò che dice, dove le ripetizioni trascinano in un altro mondo, il mondo della libertà, nel quale si incominciano a vedere i principi che determinano gli eventi, la trama che si ripete, il cuore dell’esistenza.

questi medici sapevano che la causa della malattia sfugge spesso alla nostra percettività, e che non basta la sola comprensione intellettuale Questi medici sapevano che la causa della malattia sfugge spesso alla nostra percettività, e che non basta la sola comprensione intellettuale: usavano allora i sogni e una condizione che non è né sogno né veglia. Lo iatromante credeva nell’Unità di ciò che è, dell’Essere fuori dallo spazio e dal tempo. Ma l’esperienza dell’Essenza era folgorante e terrorizzante per chi non ne era preparato: non a caso Pitagora non ammetteva al suo insegnamento nessuno che non avesse praticato il silenzio per anni (si dice addirittura cinque). Apollo stesso poteva essere in ogni luogo e tempo: essere “posseduti da Apollo” voleva infatti dire per i Greci essere in estasi. Un’estasi diversa da quella indotta da Dioniso, che era delirante e caotica, bensì intima e riservata. Passava inosservata e si muoveva nella libertà. Non a caso i sacerdoti di Apollo venivano chiamati i “Viandanti del Cielo”. Pare che viaggiassero anche in oriente, Persia, Siberia, Tibet, India (in Grecia ci sono iscrizioni e oggetti che mostrano tali tradizioni) dove questo speciale stato di consapevolezza viene chiamato “samadi”. Nel caso del poema di Parmenide, si legge di un “suono”, quello di canna vuota (vedi le immagini antiche del dio con in mano un flauto a sette canne), prodotto dal carro guidato dalle “Figlie del Sole” che lo conducevano alla meta. Stesso rumore era prodotto dai cardini della porta degli Inferi. Il richiamo è al sibilo del serpente: syrinx significa canna vuota e syrigmos è il flauto dal suono stridulo… quindi negli Inferi l’unico suono percepibile è un fischio stridulo. Con l’incubazione si accedeva anche ad altri fenomeni: alla sensazione di un rapido movimento “rotatorio” e al suono stridulo, che in India indica il processo del risveglio della “Kundalini”, il potere del serpente, l’energia della creazione… quasi del tutto sopita negli esseri umani.

Perché quando si risveglia produce un sibilo? I testi mistici greci dicono che è il suono della creazione, lo stesso emesso da stelle e pianeti durante la loro orbita, chiamato da Pitagora “armonia delle sfere” proprio perché lui stesso lo aveva udito durante la quiete assoluta. Un oracolo anatolico diceva che quando una persona entra in contatto con l’origine di questo suono “il suo cuore non gli potrà più essere strappato, perché l’Origine non ammette nessuna separazione!”. L’iniziato per rinascere doveva seguire il sentiero del Sole, finché diventava “Auriga solare” nell’ultima fase (l’immagine stessa del Sole mostrava un’appendice a forma di flauto a canne). Bisogna poi ricordare che i serpenti erano animali sacri al culto di Apollo: nel mito di Delfo il dio lotta contro il serpente per appropriarsi dei suoi poteri profetici. Mentre a Roma si credeva che apparisse di notte ai suoi devoti nelle sembianze di un serpente appunto, seguito anche da altri serpenti sibilanti. Secoli dopo anche nel culto di Esculapio, una volta ricevuti i poteri di guaritore dal padre Apollo. Il santuario più importante del culto di Apollo era a Delfi: tutti i Greci che salpavano verso ovest vi andavano per chiedere all’oracolo del loro futuro. Qui ogni anno si rappresentava la lotta del dio con il serpente (come a Babilonia si mimava il percorso dei pianeti attorno al Sole) e ciò farà poi parte di tutti i riti d’iniziazione ai Misteri del mondo greco, dove l’iniziato che uccideva il serpente doveva essere per forza un “Kouros”, per poter vincere sulle forze dell’oscurità. L’altra iscrizione che si trovò a Velia poco dopo nel 1962 era: PARMENEIDES PYRETOS OULIADES PHYSICOS Dove si rilevava che questo saggio fosse anche medico e non solo guaritore: era quindi in grado di mettere in pratica le conoscenze sull’essenza delle cose “reali” (come gli alchimisti): ciò apparteneva a tutti i filosofi primitivi, che, si ribadisce, erano dei pratici e non degli speculativi. In questa iscrizione manca la data, il che significa che Parmenide rappresentava l’anno zero. Da lui discendevano gli altri “Oulis” (Ippocrate stesso, in quanto si definiva figlio di Esculapio, nomina, all’inizio del suo giuramento, Apollo “Oulios”). Era perciò un sacerdote venerato come Eroe, cioè uomo con delle qualità straordinarie, in


Agli iniziandi si ponevano semplicemente degli “Enigmi” e non si davano risposte, ma solo tecniche per stimolare la ricerca interiore e arrivare alla consapevolezza, in modo che ciascuno si desse da sé la risposta. Si concedeva il germe della risposta, già posto nell’enigma stesso.

agli iniziandi si ponevano semplicemente degli “Enigmi” e non si davano risposte, ma solo tecniche per stimolare la ricerca interiore e arrivare alla consapevolezza Le iscrizioni di Velia ci sono anche confermate da Diogene Laerzio nelle sue Vite dei Filosofi: Parmenide era sacerdote di Apollo guaritore, dio anatolico dell’incubazione. Ma anche Legislatore in collegamento con il Divino: Platone ci conferma nelle Leggi che a sostegno di chi governava la città ci dovesse essere un gruppo di sacerdoti di Apollo. Una specie di “Consiglio notturno” in riunione quotidiana “fra l’alba e il levar del sole”,

Excursus sui Focei I Focei provenivano dalla zona di Smirne, nell’odierna Turchia occidentale. Da avventurieri, pare fossero i primi nel VII secolo a.C. a effettuare regolari spedizioni oltre lo stretto di Gibilterra, verso l’Africa del nord, e oltre fino alla Francia e alla Scozia. Da Focea poi si diressero verso la Siria, fino al Golfo Persico, attraverso la grande strada Reale, percorsa, successivamente, da Alessandro Magno e dagli stessi cristiani che volevano diffondere il Vangelo. Focea vuol dire “città delle foche”… infatti tutta la loro storia si svolse sull’acqua. Anche Samo, un’isola a sud di Focea, era nota per gli stretti rapporti che aveva sia con le terre d’occidente che con l’Egitto, dove costruirono anche luoghi di culto. Samo ci interessa perché è la patria di Pitagora, che lasciò nel 530 a.C. per raggiungere l’Italia dopo aver acquisito le proprie conoscenze in Egitto, Persia, Babilonia e India, dove come suo padre comparava gemme per intagliarle (sappiamo che soleva indossare i pantaloni, usanza tipica persiana e insolita per i Greci). Pitagora ebbe il merito di adattare al mondo occidentale scoperte da tempo conosciute a Babilonia. Quindi i Greci non diedero da soli l’impronta al mondo occidentale, visti i profondi legami con l’oriente. Quando nel 540 a.C. i Persiani cercarono di espandersi fino ai confini della Terra, i Focei abbandonarono la città portando via gli oggetti sacri: la leggenda narra che gettarono in mare un grosso pezzo di ferro, giurando di non tornare a Focea a meno che il blocco non ricomparisse in superficie. Si diressero verso la Corsica, come già avevano fatto alcuni conterranei vent’anni prima. Ma per fondare una colonia era gioco-forza consultare l’oracolo del dio Apollo a Delfi: la risposta veniva data sotto forma di enigma, che sembrava indicare “Kyrnos” (Corsica). Da qui però se ne dovettero andare, spostandosi verso il sud della penisola, dove uno sconosciuto spiegò loro che l’oracolo in realtà si riferiva alla dimora di Cirno, eroe figlio di Eracle. (L’ambiguità dell’oracolo era il linguaggio degli dei). I Focei così costruirono la loro dimora vicino a Posidonia (Paestum), da dove proveniva lo sconosciuto, e lì rimasero per secoli… sul luogo della sorgente di Yela.

momento in cui si era liberi da altri impegni sia pubblici che privati. Va notato che le pratiche di guaritore e di legislatore erano collegate in quanto dare buone leggi significava “guarire” la città dai suoi mali (come a Creta già aveva fatto il mitico “Kouros Epimenide”: con riti che ritroviamo solo anche a Mileto e Focea). Questi Saggi utilizzavano la pratica dell’incubazione per svolgere il loro compito. Parmenide dunque, ed altri filosofi greci primitivi erano anelli di una catena di iniziati che lavorava per sviluppare la consapevolezza e dare la conoscenza in chi era pronto: suscitavano la trasformazione negli adepti (aderire) -discepoli (seguire una disciplina), per condurre verso la pienezza della libertà. Tali Mistici sono sempre esistiti. Oggi come profeti fraintesi e spesso ignorati, che dall’epoca del Cristo in poi agiscono sullo sviluppo della coscienza alla luce del sole, pur confusi nella massa della superficialità, ma con la forza discreta e potente della verità e dell’armonia. £

Bibliografia Elio Aristide, Discorsi sacri, Milano 1984, p. 193 n. 41. Gabriele Burrini, L’angelo dei nuovi tempi - Oriente e Occidente verso la spiritualità futura, Edilibri, Milano 2003. Gian Vittorio Cappelletto, L’uomo verso l’assoluto. Aspetti delle religioni occidentali - Vol. 1, DSG editore, Pinerolo 1986. A.C. Carpiteci, L. Pennino, Paestum e Velia, Nuova Edizione Matonti, Salerno 1994. L. Cicala, A. Fiamminghi, L.Vecchio, Velia - La documentazione archeologica, Naus Editoria, Pozzuoli 2005. Gerardo Fraccari, Eraclito e la civiltà mediterranea, L’Età dell’Acquario-Bresci editore, Torino 1981. P. Kingsley, Nei luoghi oscuri della saggezza, Marco Tropea Editore, Milano 2001. Parmenide, Poema sulla Natura (frammenti), Rusconi editore, Milano 1991. G. Pugliese Caratelli intervista a, “Parmenide. La storia di Velia”, Roma, Musei Capitolini, 12 aprile 1988. Werner Weick, L’ombra di Dio, RTSI Multimedia, Lugano 2006.

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grado di superare le comuni possibilità umane. Zenone ne era discepolo, adottato come figlio, perché allora il rapporto con il maestro era strettissimo in quanto tramite per andare oltre: al maestro si affidava la propria vita per questo lo si chiamava “Padre”, cioè colui che aveva raggiunto l’ultima fase dell’iniziazione misterica. Anche Parmenide provava questo per Aminia, e da facoltoso perché parte di una famiglia illustre, fece costruire un santuario in suo onore, pur essendo Aminia stato socialmente povero. (Nei santuari si sentiva la presenza dell’eroe e del suo potere e dal momento che rappresentavano il varco per un altro mondo, chi si avvicinava aveva l’obbligo di mantenere il più assoluto silenzio e rispetto). Nei primi secoli dell’era cristiana furono spesso trasformati in luoghi di culto dei santi, dove ancora si manteneva l’”Hesychia” cioè l’incubazione, la quiete tipica degli dei (che non è, ripetiamo, la contemplazione filosofica astratta): essi mantengono una calma assoluta di fronte a eventi che gettano gli uomini nel panico. Dove passato, presente e futuro sono la stessa cosa.

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