Artemedica n.21

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PERIODICO TRIMESTRALE - PRIMAVERA 2011 - N째 21 - EURO 8

ARTEMEDICA POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE DL 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004N.46) ART.1, COMMA I, DCB MILANO

NEWSLETTER ANTROPOSOFIA OGGI

RUDOLF STEINER 150째 ANNIVERSARIO


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SOMMARIO 09

Nascere con il taglio cesareo

FOCUS: la nascita

di Daniela Niederberger Le nascite con taglio cesareo vanno di moda. I medici lodano il taglio cesareo in quanto sicuro e facile, ma ricerche ed esperienze di vita descrivono un altro quadro.

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Tagli e cicatrici di Emanuela Geraci Emanuela Geraci, una delle fondatrici dell’associazione Mondo Doula, propone alcune riflessioni sull’impatto fisico ed emotivo del taglio cesareo sulla donna.

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Un gesto naturale di Anna Chiello In questa intervista, Valentina Ghilardotti, mamma di quattro figli, ci svela le motivazioni che l’hanno portata alla scelta non solo di un parto naturale ma addirittura al rifiuto dell’ospedalizzazione.

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Gravidanza e parto di Silvia Cànepa In questa intervista la dott.ssa Giusy Corrao, ginecologa antroposofa, offre alcuni consigli pratici per affrontare la gravidanza in piena serenità.

speciale 150° Rudolf Steiner 6

150 anni dalla nascita di Steiner di Paulette Prouse

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Ricordiamo... abbiamo conosciuto Rudolf Steiner da Der Europäer

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Dallo steinerianismo all’antroposofia di Roland Wiese

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Cibo sano a sufficienza

di Jens Heisterkamp Jens Heisterkamp riporta il dibattito di un congresso sull’alimentazione svoltosi a Francoforte, durante il quale crisi economica e crisi dell’alimentazione sono state affrontate come unico problema di una crisi globale da risolvere in modo unitario.

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Giuda Iscariota, traditore o eroe?

di Konrad Dietzfeldbinger Negli ultimi tempi la discussione intorno alla figura di Giuda si è fatta accesa. Konrad Dietzfelbinger, esperto di scritti gnostici e autore di due libri sulla via spirituale del Cristianesimo, vuole esporci quale ruolo rivesta la figura dell’Apostolo

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La forza del sangue di Cristo di Gerhard Prinz da un inno di Tommaso d’Aquino

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Sani e in forma mediante l’osservazione

di Frank Meyer Come dominare lo stress

le RUBRICHE 24

La parola ai nostri esperti

di Ilaria Mainardi Nuove tecnologie nella misurazione e visualizzazione dei campi magnetici sottili

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Le vostre lettere

ARTEMEDICA NEWSLETTER ANTROPOSOFIA OGGI n. 21 - primavera 2011 iscritta al tribunale di Milano al n. 773 registro stampa, il 12.10.2005 Direttore Responsabile Lucia Abbà Direttore Culturale Paulette Prouse Redazione Anna Chiello Cristina Vergna

ARTEMEDICA • NUMERO 21 • PRIMAVERA 2011

Grafica e Copertina Anna Chiello Traduzioni Elsa Lieti in copertina Scala sud nel secondo Goetheanum, © Thomas Dix Stampatore Mediaprint S.r.l. via Mecenate, 76 - 20138 Milano

LA PUBBLICITÀ SU ARTEMEDICA È ECONOMICA E EFFICACE unico conessionario per la pubblicità EDITRICE NOVALIS via Angera, 3 - 20125 Milano tel. 02 67116249 fax 02 67116222 www.librerianovalis.it

INFORMAZIONI

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FOCUS: LA NASCITA troppo spesso si dimentica che la nascita è un evento naturale, una affermazione dell’Io della donna e un passaggio formativo fondamentale per il bambino


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Daniela Niederberger

Nascere con il taglio cesareo Le nascite con taglio cesareo vanno di moda. I medici lodano il taglio cesareo in quanto sicuro e facile, ma ricerche ed esperienze di vita descrivono un altro quadro: i rischi per la madre sono molto più alti che in un parto naturale e i bambini ne possono riportare danni psichici. Tratto da Weltwoche

In passato il taglio cesareo era un intervento d’emergenza per salvare la vita della madre e/o del bambino. Oggi in Svizzera circa un neonato su tre viene al mondo usando il bisturi. “È una via equivalente alla naturale”, sostengono alcuni medici; si parla di “taglio sicuro”. Ma è veramente cosi? A un’osservazione più accurata il taglio cesareo in realtà si rivela pericoloso per entrambi, sia per la madre che per il bambino. Uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità mostra che nella neo-mamma il rischio di complicanze anche mortali è significativamente più alto che in una nascita vaginale (intorno al 3% rispetto allo 0,5%). Nel caso di un taglio cesareo pianificato il rischio raddoppia. Bambini che vengono al mondo nella sala operatoria devono essere spesso trasferiti al reparto intensivo. Solo per bambini in posizione podalica il cesareo è sicuro. L’OMS ha raccolto i dati di circa 100.000 nascite in 8 paesi dell’America Latina: in Sud America il tasso di nascite chirurgiche è più alto che in Svizzera, nazione già tra i primi posti rispetto ad altre. Brida von Castelberg, primario della Frauenklinik Maternitè di Zurigo, dice: “La madre è disposta a correre questi rischi o forse non li considera adeguatamente; pensa semplicemente che non potrà accaderle nulla.” “Si è propensi a dire che il taglio cesareo non sia problematico, ma questo non è vero”, dice Angela Kuck, primario del reparto di ginecologia e maternità della Paracelsus-Klinik di Richterswil, ospedale che applica le metodologie della medicina antroposofica. “È un’operazione all’addome di una certa rilevanza, non si deve dimenticarlo.” Bambini nati col bisturi hanno difficoltà respiratorie a causa dell’acqua nei polmoni, acqua che durante la nascita vaginale è naturalmente spinta verso ARTEMEDICA • NUMERO 21 • PRIMAVERA 2011

l’esterno; oltre a ciò essi sono sovente “tirati fuori” prima che le vie respiratorie abbiano raggiunto l’adeguata maturazione. Spesso anche il loro sistema immunitario è debole. Ricercatori dell’Istituto svedese Karolinska, hanno scoperto che in bambini nati naturalmente le cellule del sistema immunitario si spostano meglio in caso di focolai infettivi rispetto a quelle dei nati con il taglio cesareo. Si suppone che lo stress della nascita rinforzi le difese corporee.

Bambini disorientati dal taglio cesareo Ma che cosa comporta per un bambino nascere chirurgicamente? “Uno shock”, spiega Angela Kuck. “Noi oggi sappiamo che lo stimolo alla nascita proviene dal bambino. Grazie a ciò nella madre si attivano gli ormoni e iniziano le contrazioni. È il bambino a decidere di uscire fuori”. Il taglio cesareo pianificato, invece, viene eseguito due settimane prima del termine di nascita quando il piccolo è ancora assopito. “Ed ecco che ora grosse mani lo estraggono e lo pongono sotto una forte luce”, prosegue Angela Kuck, “egli è del tutto impreparato. Nell’andamento di una nascita naturale, invece, il bambino viene spinto a lungo, quindi lasciato di nuovo, come il movimento ondoso del mare. I bambini nati con il taglio cesareo sono disorientati rispetto agli altri, impreparati. Si lasciano toccare con difficoltà e si spaventano facilmente per ciò che succede intorno a loro. Diverso invece è se la madre ha avuto le contrazioni, la nascita è iniziata ma si presenta la necessità di un intervento urgente; in questo caso i bambini sono preparati”. Caroline Iglesias, ostetrica, segue molte nascite in ospedale; anche lei osserva le stesse reazioni: “Tanti bambini nati col bisturi piangono con forza e a lungo”. Durante l’operazione, il bambino viene al mondo in una sala operatoria con molte persone in-

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torno: un anestesista, un’infermiera anestesista, le infermiere di sala, due medici. Spesso vi è un continuo andare e venire. Angela Kuck chiama questo viavai “l’impressione di una stazione”. “Il bambino è tirato fuori come da una strozzatura attraverso un taglio-bikini”, descrive l’ostetrica Bea Angehrn nel libro Der Kaiserschnitt hat kein Gesicht. La Angehrn assiste le madri durante il puerperio e afferma che i bambini nati naturalmente sono molto più felici. Dagmar Streibel ha avuto una figlia che strillava continuamente: “Lei urlava e urlava in modo estremo e a lungo portandomi spesso alla disperazione”. La bambina si era presentata podalica e, nonostante il desiderio materno di un parto naturale, si intervenne con il taglio. L’operazione fu per la madre la cosa peggiore: “Ebbi la sensazione che il bambino mi fosse strappato via.” Le autrici del libro citato sopra, Caroline Oblasser e Ulrike Ebner, hanno intervistato 162 donne sottoposte al cesareo; sono resoconti che commuovono. Molte donne testimoniano di bambini inquieti. Si leggono espressioni come: “Si calmano solo dopo averli tenuti molto in braccio… forse sono stati strappati troppo in fretta dal loro rifugio”. “Urla spesso nel mezzo della notte, in modo penetrante, senza motivo”. “Non può sentire rumori forti senza spaventarsi e mettersi a piangere”.

Merita attenzione il risultato di ricerche pubblicato alcuni anni fa: uno studio svedese analizza la relazione tra l’autismo e i rischi prenatali; nei casi di nascita chirurgica l’autismo si è rivelato più frequente che nei casi naturali.

Ormoni come nell’orgasmo Un meraviglioso ormone inonda il corpo della madre durante il parto: si chiama ossitocina. È lo stesso ormone che viene rilasciato durante l’orgasmo. Esso provoca uno stato d’apertura nei confronti del partner, un’intensiva sensazione di legame; detto in breve: l’Amore. Subito dopo il parto i suoi valori sono alti come mai accade nella vita; la donna è pronta con ogni fibra del suo essere ad amare il nuovo arrivato. Le contrazioni liberano anche endorfine, oppiati e ormoni dello stress (catecolamine): un vero cocktail. La madre si sente di buon umore e sveglia. “Gli ormoni agiscono così che la futura mamma si sente aperta all’atto del donarsi e del fondare un rapporto con il suo bambino, rapporto che ovviamente proseguirà nel futuro” dice Angela Kuck. Nel caso di un parto cesareo questa miscela manca, e inoltre alla donna vengono somministrati antidolorifici e anestetici. La futura madre non è sveglia e pronta ad amare ma “disorientata e come in una bufera” descrive Dagmar Streibel. Le viene dato il bambino per un tempo breve, quindi portato via e praticata la sutura. Solo dopo mesi è in grado di rallegrarsi veramente dell’essere divenuta mamma. Le testimonianze delle donne riportate nel testo citato si assomigliano. Una dice: “Mi è mancata la fase bonding post parto; vidi mia figlia quando era già vestita. Ero così presa con il mio corpo che la bambina mi interessava poco”. Un’altra racconta: “Dopo il parto non potevo tenere vicino a me il bambino e ne ho sentito moltissimo la mancanza; il tempo in cui mi era dato era troppo breve e questo mi procurava paura e preoccupazione”. Alcune descrivono di aver provato un certo “senso di estraneità”. Una madre di quattro bambini dice a proposito della figlia nata chirurgicamente: “Non riuscivo ad accettarla veramente. Con gli anni la cosa è migliorata, ma è stato un duro lavoro”. La bimba era venuta al mondo sei settimane in anticipo; la madre avrebbe volentieri tentato la via del parto naturale ma la piccola si presentava in posizione podalica. Subito dopo il parto le fu portata via. “Chiedevo in continuazione: dov’è il mio bambino? Non potete portarmelo via!” La neonata si trovava nel reparto neo natale e la madre aveva diritto di visita solo in precisi orari. “Io non capisco per quale motivo non si può allestire il reparto affinché la madre possa dormire con il figlio!”

Oggi sappiamo che lo stimolo alla nascita proviene dal bambino Grazie a ciò nella madre si attivano gli ormoni e iniziano le contrazioni È il bambino a decidere di uscire

Le ostetriche vedono meglio Anche Brida von Castelberg è dell’opinione che il parto senza complicazioni sia un modo di iniziare la vita migliore del cesareo: “Nel caso di un cesareo non si può sapere con certezza cosa succede al bambino; lui non può raccontarci niente”. Il ginecologo zurighese Bruno Studer, invece, non ritiene che la via chirurgica sia quella peggiore: “Non è possibile valutare se il piccolo ne trae uno shock. In merito non conosciamo fattori rilevanti”. Bisogna dire che spesso il ginecologo non rivede il bambino appena nato; la donna si ripresenta a lui sei settimane dopo il parto per una visita di controllo e in genere da sola. Le ostetriche per contro, visitano più volte la mamma e il bambino a domicilio parlando con la prima e osservando il secondo. Vedono meglio la situazione. Angela Kuck si rammarica del fatto che manchino studi sulle conseguenze del parto cesareo. “Mi interesserebbero molto, ma sono pochissimi coloro che se ne occupano. Per il sistema medico è più pratico fare un cesareo”. La dottoressa ritiene che i bambini nati per tale via presentino col tempo irrequietezze e difficoltà di concentrazione.

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La levatrice Corinne Lindegger-Zwald di Wetzikon dice: “In seguito molto si può recuperare con la calma. Io non credo che i bambini debbano necessariamente riportare carenze definitive”. Ciononostante anche lei teme “un certo effetto nella società” se sempre più bambini vengono fatti nascere chirurgicamente. Le conseguenze fisiche di un cesareo non sono da sottovalutare: “Le donne hanno spesso dolori e qualche volta per un lungo periodo”, riferisce la levatrice Carole Lüscher di Berna. Le madri alle prime armi non possono sollevare il bambino dal lettino o portarlo con sé, cosa che le fa rattristare molto. Naturalmente esistono anche parti naturali difficili e anche un taglio al perineo non è piacevole. Però “si banalizza sul taglio cesareo”, sostiene Caroline Lüscher, che constata spesso ferite psichiche nelle donne. “È frequente che si mettano a piangere se si porta il discorso sul parto”. Sostengono che “qualcosa è venuto loro a mancare per non aver potuto partorire veramente”.

Due possibilità equivalenti Qualcuno potrebbe replicare: perché tutto questo dramma per un “mancato” parto? Le donne che hanno avuto il cesareo possono essere contente di non aver patito dolore! “La nascita è un’esperienza sconvolgente” dice Brida von Castelberg, “come sono raggianti le donne dopo l’avvenimento! Questo accade meno con un cesareo”. Molte donne anche dopo che sono trascorsi tre decenni sanno raccontare nel dettaglio la loro esperienza. “Come se il cielo si fosse aperto per un momento”, una mamma l’ha descritta così, dice Angela Kuck. “I dolori spariscono per incanto non appena il bambino giace loro vicino”. Se il parto naturale è così bello e il cesareo così problematico, qual è la causa per cui si fanno sempre più interventi chirurgici? Un tempo ciò avveniva perché gli aspetti negativi dell’operazione erano poco conosciuti. Il presidente dell’Associazione dei Ginecologi del cantone di Zurigo parla nella rivista Beobachter di “due equivalenti possibilità mediche”. Le donne dovrebbero poter scegliere come mettere al mondo il loro bambino. Equivalenti significa: uno non è peggiore dell’altro. Brida von Castelberg si meraviglia di una simile asserzione: “non si può cambiare la natura”. Certo, si potrebbe discutere sul fatto che le donne abbiano libertà di scelta, ma in questo caso dovrebbe anche © ICP, John Foxx Images esser loro detto con chiaARTEMEDICA • NUMERO 21 • PRIMAVERA 2011

rezza come ci si sente dopo l’intervento. Spesso i medici dicono che le donne stesse vogliono il cesareo e basta, temono i dolori di un parto e lo vogliono pianificare, ma gli specialisti interpellati sostengono all’unisono che questi sono casi isolati. “Il numero dei tagli cesarei non aumenta perché le donne lo vogliono”, afferma il ginecologo Bruno Studer. Egli è uno dei più richiesti nella città di Zurigo; annualmente segue circa 120 gravidanze. Sostiene che forse accade due volte nel corso di un anno che la futura madre stessa scelga il parto cesareo. Una ricerca effettuata nell’Università di Brema lo conferma: su 1300 donne solo il 2% di loro ha desiderato partorire chirurgicamente. Jasmin Wolfensberger ebbe il suo primo figlio con cesareo. Quando rimase incinta per la seconda volta, sia il ginecologo che il marito le consigliarono nuovamente il taglio; si voleva fissare la data dell’operazione. “Tirare fuori il bambino quando non è ancora pronto? No!” rispose la Wolfensberger nell’incomprensione generale. Voleva forse mettere a rischio se stessa e il figlio? Per fortuna ella trovò un’ostetrica che la appoggiò, facendole coraggio. La donna, ormai in stato avanzato di gravidanza, si tranquillizzò anche perché i medici le avevano pronosticato un bambino piccolo. La nascita naturale ebbe un andamento veloce e… venne alla luce una creatura di 4 chili e mezzo! Jasmin Wolfensberger è riuscita a farsi valere e ne è felice, anche se ammette che il partorire con il cesareo era stato più semplice. La ripresa dalla seconda nascita fu comunque breve nonostante la sutura perineale. Non piacevole, invece, il commento del marito: “Il parto è stato troppo cruento e spaventoso da vedere”, lui preferiva la precisione asettica del bisturi. Ma quali sono allora le cause del numero crescente di tagli cesarei? Il motivo principale è la paura. Paura che qualcosa possa andare storto, paura di conseguenze giuridiche: “Non vi sono casi di responsabilità civile se un medico pratica un taglio cesareo, ma ve ne sono se non lo fa” dice la von Castelberg. Questo è il motivo per cui sono pochi i medici che in caso di posizione podalica o di parto gemellare hanno fiducia nel parto naturale. Molti non possono fare altro. La paura però può anche essere alimentata. “Durante la visita di controllo il medico dice: ‘Avete un bacino stretto, il bambino è grosso, credete di farcela?’ Naturalmente una donna si spaventa”, racconta l’ostetrica Caroline Iglesias, “Storie simili ne sento a centinaia”. Altre

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ostetriche confermano: non è raro che tali bambini definiti ‘grossi’ si rivelino alla nascita poco meno di 3,5 chili. Basta che un medico usi i termini ‘rischio’ o ‘margine minimo’ perché la donna sia indirizzata verso il taglio cesareo. Un parto è in ogni caso un fatto di margini minimi. “Una storia di millimetri” come la definisce Brida von Castelberg. Ma la natura è saggia. Essa ha fatto in modo, ad esempio, che durante la pressione il cranio del bambino si stringa e che il ventre si allarghi.

Il 56% nella ricca vallata zurighese Le donne vengono spaventate coscientemente? Secondo la von Castelberg, il medico stesso potrebbe consigliare orientamenti diversi. Il suo collega Bruno Studer ammette che la tendenza a sollecitare il taglio cesareo non è negabile. Nelle cliniche private risulta evidente la propensione per l’intervento (forse perché il servizio sanitario privato paga molto di più per le clienti assicurate). Nella clinica Hirslanden, situata nella ricca vallata zurighese, circa il 56% dei bambini viene al mondo con il cesareo. Nel Paracelsus-Spital invece, sono circa il 18%, come nella Frauenklinik Frauenfeld. Il reparto maternità del Triemli-Spital si attesta sul 28%, poco sotto la media svizzera (31%). Dare fiducia anziché incutere timore: questa è la vera formula magica in grado di far diminuire la tendenza a ricorrere al cesareo. E trasmettere fiducia possono farlo prima di tutto le ostetriche. Le levatrici, infatti, lo sanno: già miliardi di donne hanno partorito naturalmente; tutto sommato i metodi sono collaudati.

La nascita disturbata Nelle sale operatorie spesso regna una certa attività febbrile. Medici e ostetriche mettono le partorienti sotto pressione. Se si chiede quale sia il motivo per cui si è arrivati a intervenire con un cesareo la risposta è sempre la stessa: il parto non procede. Se si parla con le ostetriche diviene chiaro il perché: troppa agitazione. Nel regno animale le femmine che devono figliare si ritirano. Un tempo le donne partorivano da sole con le levatrici. Oggi ci si reca in ospedale dove si trova un’ostetrica e poi un’altra, quindi il marito, i medici, tutti che vanno e vengono. Prima di tutto la partoriente viene monitorata: le si applicano al ventre le cinture del cardiotocografo per il controllo del battito cardiaco del bambino e delle contrazioni e la si tiene nel letto. La futura madre dovrebbe a questo punto rilassarsi e lasciarsi andare. Il primario ginecologo del Paracelsus-Klinik, Angela Kuck, dice a proposito: “Creiamo un’atmosfera piena di stress e poi ci meravigliamo se non arrivano le contrazioni. Lo stress indebolisce le contrazioni. La nascita non è un processo che va avanti in modo lineare, con uno ‘sparo’ che ne indica la partenza e un prevedibile traguardo. Il parto procede per cicli:

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le contrazioni aumentano, quindi vi è un momento di pausa seguito da una successiva ripresa delle doglie. È necessario che la donna abbia il suo tempo e il suo spazio. Questo manca nella nostra epoca dove tutto si basa sull’orientamento dei risultati”. Ruth Bächtiger, l’ostetrica guida del Paracelsus-Klinik, dice: “Oggi le levatrici sono sottoposte all’assillo del tempo. Vi sono direttive secondo le quali durante il parto il collo dell’utero dovrebbe dilatarsi un centimetro l’ora. Se questo non accade arriva la sgridata di qualche assistente o capo medico: ‘Come mai le cose non vanno avanti?’ Una tale pressione viene naturalmente trasmessa dall’ostetrica alla partoriente: ‘Mia cara, adesso rompo il sacco amniotico e quindi il bambino dovrebbe spingersi sino a qui per poi uscire fuori’, oppure deve stare a guardare con una certa espressione d’impazienza. Tali situazioni irrigidiscono la donna. Non si tratta di un atteggiamento tenuto solo dai medici; anche molte ostetriche preferiscono il lavoro efficiente e organizzato”.

Condizionamenti che disturbano Nelle sale parto anziché un’atmosfera di calma e fiducia dominano un clima di paura e di pensiero rivolto alla sicurezza. C’è una relazione interessante: maggiore è l’utilizzo delle strumentazioni per il controllo del battito cardiaco e delle contrazioni e maggiore è il passaggio all’intervento chirurgico. La OMS consiglia di non tenere stabilmente gli strumenti attaccati alla pancia; essi inoltre non sono sempre affidabili. La levatrice Corinne Lindegger racconta: “Capita che l’apparecchio per il controllo cardiaco segnali: attenzione, qualcosa non va bene. Si fa il taglio cesareo e il bambino nasce perfettamente sano. Altre volte invece, bambini nati naturalmente fanno fatica nonostante i segnali non significanti”. Una donna in preda alle doglie dovrebbe potersi concentrare sul proprio corpo e avere il tempo di lasciarsi andare; se viene inibita non ci riesce. Le inibizioni hanno origine in quella parte del cervello considerata la sede dell’intelligenza: la corteccia cerebrale. “Una donna che può partorire indisturbata si ritrova, in un modo o nell’altro, in una condizione di isolamento totale dal resto del mondo” scrive il noto medico e ostetrico Michel Odent, che ha diretto per oltre trent’anni una clinica per le nascite. “Ella dovrebbe poter fare ciò che altrimenti non oserebbe: urlare e imprecare. Assumere posizioni insolite. Emettere suoni inusuali. L’attività della corteccia cerebrale è ridotta; una donna in preda alle doglie deve per questo proteggerla da ogni stimolazione. Controproducenti sono il linguaggio (la levatrice o il consorte presente dovrebbero tacere) e la luce troppo forte, ad esempio. Importanti invece e da osservare sono le sensazioni”.

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Anna Chiello

Un gesto naturale Nonostante la pratica del taglio cesareo sia molto diffusa in ospedali e cliniche italiane, negli ultimi anni si sta diffondendo fra i genitori una nuova e rinnovata consapevolezza sull’importanza del parto naturale, quale gesto primario di amore ed equilibrio per il nascituro. In questa intervista, Valentina Ghilardotti, mamma di quattro figli, ci svela le motivazioni che l’hanno portata alla scelta non solo di un parto naturale ma addirittura al rifiuto dell’ospedalizzazione. Nelle linee guida del Ministero della Sanità sul taglio cesareo pubblicate nel 2010 si legge, nell’introduzione di Enrico Geraci: “In Italia il ricorso alla pratica del taglio cesareo ha raggiunto livelli allarmanti, sia per il numero di interventi effettuati – ben al di sopra della proporzione registrata negli altri paesi europei e della soglia indicata come ottimale nel 1985 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – sia per la variabilità rilevata tra le diverse regioni e aziende sanitarie. Questa variabilità, in particolare, sembra essere un indizio importante di comportamenti clinico-assistenziali non appropriati, in assenza di prove scientifiche che associno il maggiore ricorso alla chirurgia a una diversa distribuzione dei fattori di rischio materno-fetali o, per altro verso, a miglioramenti effettivi degli esiti perinatali. In base a queste premesse, è necessario promuovere interventi di sanità pubblica finalizzati da una parte a un recupero dell’appropriatezza nella pratica clinica che valorizzi il ruolo dei professionisti della salute e il loro impegno a tutela delle persone assistite, dall’altra a una maggiore consapevolezza e partecipazione attiva delle donne nelle decisioni sulla gravidanza e sul parto.” Se persino dal Ministero della Salute si è sentita l’esigenza di produrre un documento così importante e articolato come le Linee Guida, appare chiaro che il ricorso al taglio cesareo è sfuggito di mano, trasformandosi da pratica emergenziale in pratica standard (si è passati dall’11% del 1980 al 38% del 2008) per una serie di motivi, fra i quali sembrano prevalere la convenienza economica del sistema (soprattutto nelle cliniche private convenzionate – il rimborso statale per un intervento di taglio cesareo è maggiore rispetto a quello per il parto naturale), la praticità di pianificazione degli interventi, la paura della donna verso i dolori e le complicazioni del parto. In opposizione a questi dati, va però registrato, negli ultimi anni, un aumento di donne che decidono non solo di rifiutare il taglio cesareo (se non in caso di

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reale necessità), ma addirittura di cercare pratiche alternative e più naturali che riportino l’evento della nascita al suo naturale senso e svolgimento. Centinaia di donne si sono rivolte ad associazioni e centri per la promozione del parto naturale per ricevere informazioni che le hanno poi convinte a scegliere in piena consapevolezza il rifiuto all’ospedalizzazione. Per capire meglio di cosa si parla quando si parla di parto naturale e rifiuto dell’ospedalizzazione, abbiamo posto alcune domande a Valentina Ghilardotti, mamma di quattro bimbi tutti nati con parto naturale, due in ospedale e due in casa. Fermo restando che ogni caso è un caso a sé e che ogni donna ha il pieno diritto di scegliere consapevolmente, pensiamo che l’esperienza della signora Valentina possa essere di grande aiuto alle future mamme.

Tutti i suoi figli sono nati in casa? Le prime due sono nate in ospedale, la terza e il quarto a casa.

Come è nata l’idea? Non aveva paura, soprattutto la prima volta che ha partorito a casa, che sorgessero delle complicazioni? Per me la decisione di cercare un parto a casa è stata conseguente alle nascite in ospedale, sia dopo aver letto diversi libri sul parto naturale, sia dopo aver conosciuto altre donne che avevano scelto di far nascere i loro bambini tra le mura domestiche. Il mio primo parto è stato vaginale, ma non naturale: ho fatto una induzione (perché avevo rotto il sacco ma non avevo contrazioni) e ero in ospedale da due giorni. Dopo l’induzione in poche ore ho avuto contrazioni da subito fortissime e senza tregua, dilatazione rapidissima, e mi stavo avviando a fare ciò che avevo sognato per la mia bambina, un parto in acqua. Cosa che non si è verificata perché secondo la ginecologa di turno “non stavo spingendo bene” (forse aveva ragione ma nessuno mi ha aiutato a farlo in quel momento, e non mi risultò poi che mia PRIMAVERA 2011 • NUMERO 21 • ARTEMEDICA


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figlia fosse in sofferenza fetale) e quindi sono stata portata sul lettino, messa sdraiata, e dopo pochissimo ho subito episiotomia, manovra di Kristeller e l’uso della ventosa per tirarmi fuori la bambina. Sedermi è stato quasi impossibile per le seguenti settimane, cosa che non è avvenuta negli altri tre parti dove il parto è stato naturale… e dire che mentre la mia primogenita pesava 3,200 kg alla nascita, gli altri tre figli pesavano tutti un chilo di più. Ma mi ritengo fortunata a non avere avuto un cesareo con la mia prima bimba. Partorire è un evento importantissimo, travolgente e sconvolgente se si vuol dire così, della vita di una donna, quindi non posso dire di non aver avuto paura man mano che si avvicinava il giorno del parto, ma la paura non era legata al luogo, quanto alla consapevolezza dell’evento! Ma il parto è prima di tutto un evento della vita della donna e poi in secondo luogo (e a volte solo eccezionalmente) un evento “sanitario”! Esistono dei protocolli per la nascita a domicilio che prevedono innanzitutto che la gravidanza sia fisiologica, ci sono numerosi controlli e il via libera viene dato quindi in condizioni di salute sia della mamma che del bambino. Le complicazioni sono davvero molto rare. Ci sono molti studi che mostrano che il parto in casa è una alternativa sicura per donne selezionate (ovvero “basso rischio”) e che riduce gli interventi medici inutili su donne e bambini sani (episiotomia, accelerazione del parto, uso di ventosa…). Inoltre per protocollo, l’ospedale d’appoggio non deve essere lontano più di 20-30 minuti dalla casa della partoriente. Il 90 per cento dei trasferimenti avviene in tutta tranquillità, con la propria macchina, solo perché c’è un problema che non può essere risolto a domicilio. Ospedale non significa emergenza. Ma nei rarissimi

casi di emergenza l’ostetrica ha gli strumenti e le capacità per intervenire nell’attesa dell’arrivo dell’ambulanza.

Il suo compagno l’ha appoggiata e sostenuta oppure le ha creato delle ansie? Non si sceglie di partorire a casa senza il sostegno e l’accordo del compagno!

Nell’immaginario cui siamo abituati c’è l’idea che il personale ospedaliero sia più preparato e più competente. Nel parto a casa ci si mette in contatto con delle ostetriche che poi seguiranno il momento della nascita; ma come si può rinunciare alla “sicurezza” dell’ospedale e mettersi nelle mani di una semplice assistente al parto? L’ostetrica è la figura professionale più importante per quanto riguarda la nascita, soprattutto se si vuole essere consapevoli di ciò che ci accade. Questo non significa negare l’importanza della tecnologia, degli esami diagnostici, delle ecografie… ma significa non affidarsi solo a questi segni esterni. Significa fare un percorso in cui si viene seguite, cercando i segni di salute, ascoltate e non controllate, sostenute in modo personalizzato e non secondo parametri di routine. Con ciò non voglio dire che sia sbagliato partorire in ospedale, ma che bisogna sapere cosa aspettarsi: non sempre in ospedale il parto è un evento in cui la donna è protagonista, ma molto più spesso ciò che accade è che la donna non venga considerata competente, ed è proprio questo a causare molta patologia.

Veniamo alla pratica. Una volta deciso che si desidera partorire naturalmente nell’ambiente che ci è più familiare, come si procede? Quali passi bisogna fare prima di giungere al momento del parto vero e proprio? Bisogna mettersi in contatto, possibilmente all’inizio della gravidanza, con le ostetriche disponibili a seguire parti a domicilio. Proprio perché vi sono precisi protocolli, questa non è una decisione che si improvvisa a termine di gravidanza. Il rapporto con l’ostetrica non sostituisce quello con il ginecologo ma lo integra.

E ora ci può parlare del momento della nascita? Cosa accade? Come avviene? Non si viene assaliti dal panico quando giunge veramente il momento della nascita?

Valentina Ghilardotti con i suoi 4 figli

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Posso parlare dei miei due parti a casa. Entrambi avvenuti abbondantemente oltre il termine, proprio alla vigilia della data per cui i

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protocolli ospedalieri prevedono l’induzione del parto (41 settimane + 3 giorni oppure 41 settimane + 5 giorni a seconda delle strutture). Certo che ero spaventata, ma ero spaventata soprattutto dall’eventualità che i miei bimbi decidessero di prendersela ancora comoda, e che così divenisse necessario… procedere con l’induzione del parto, esperienza che avevo provato con la mia prima figlia e che speravo non mi dovesse capitare più. Avevo passato l’ultima settimana di gravidanza in grande stress, perché all’ospedale, dove mi ero recata per i controlli oltre termine dopo la 40° settimana, non ritenevano degno di nota il fatto che ci fossero piscine di liquido amniotico nel mio utero e che la bambina e io non avessimo alcun segno di malessere. Quindi avevo già appuntamento per il martedì per il ricovero e l’induzione. La notte tra la domenica e il lunedì avevo avuto contrazioni ogni 10 minuti dalle 22.30 alle 6 del mattino, poi più nulla; sono riprese nel pomeriggio di lunedì ma non osavo sperare che fosse davvero la volta buona, fino alle 20 quando erano inequivocabilmente ogni 5 minuti e mi impedivano di stare ferma. Ho messo a letto le mie due bambine, che all’epoca avevano 4 anni e mezzo e due anni e mezzo, e mi sono lasciata andare al travaglio parte in passeg-

giata e poi carponi appoggiata al divano del salotto, con mio marito che mi stava vicino; sono poi arrivate le ostetriche e alle 23 la dilatazione era completa. Poi c’è stata una pausa e poi la fase espulsiva è durata 15 minuti per 3 spinte sempre carponi: è nata Maddalena… è stata sempre benissimo, e si è attaccata al seno poco dopo la nascita. Ero presente, ero consapevole di ciò che stava accadendo momento per momento, ho avuto un po’ di panico solo quando si è rotto il sacco e le ostetriche non erano ancora arrivate (avevo paura che il liquido potesse essere tinto, invece tutto ok!). Le nostre bambine non si sono accorte di nulla, hanno sempre dormito; la secondogenita si è svegliata alle 4, poco dopo che eravamo andati a letto… è venuta nel lettone, ha visto la sorellina e ha detto che era bellissima ed è stata sveglia le due ore seguenti, ad accarezzarla e baciarla… anche la maggiore, al risveglio appena l’ha vista ha mormorato “come è bella!” Molte persone quando sentono che ho partorito a casa chiedono “Ma i vicini? Non hanno sentito le urla?” Ecco, non è detto che il parto debba sempre essere un evento da macellaio come ci fanno vedere in televisione, con la donna incatenata sul lettino in posizione litotomica che urla perché si sente aprire

Nata in casa Il racconto di una nascita non convenzionale, lontano dalle fredde sale parto degli ospedali. Un parto avvenuto tra le mura domestiche. Gianni Manfredini, marito di Valentina Ghilardotti, racconta il suo punto di vista di padre alla nascita in casa della sua terzogenita Maddalena. Tratto da www.babbocanguro.it La storia della nascita di Maddalena parte da una riflessione che feci durante i momenti che precedevano il parto della mia primogenita, quando mia moglie si trovava in ospedale in attesa che il travaglio partisse dopo la rottura anticipata delle acque. In quel momento mi trovai a volere che il tutto si svolgesse in casa nostra e non in un ospedale... Quattro anni dopo, al terzo parto, ecco la decisione: proviamo a fare un parto in casa! La decisione è di Valentina (mia moglie), principalmente, con il mio appoggio: in effetti nei due parti precedenti a cosa è servito realmente partorire in un ospedale? Cosa significa fare un parto in casa? Principalmente si tratta di trovare delle ostetriche che possano farlo seguendo la gravidanza (e il parto ovviamente) in grado di dirti se le condizioni della madre sono tali da consentire un parto che non necessiti di una struttura ospedaliera (cosa che non è affatto rara). Noi l’ostetrica l’avevamo: Paola, un angelo, come l’ha definita Valentina. La gravidanza è andata bene. E non è stata una gravidanza di tutto riposo con le altre due bimbe di 4 e 2 anni. Nei mesi che precedevano l’evento le incognite, a dire il vero, erano proprio le bimbe: come gestirle durante il parto? nulla di prevedibile… molto sarebbe dipeso da quando tutto sarebbe accaduto. E così i giorni passavano nell’attesa. Le bimbe erano consapevoli di quello che sarebbe accaduto tanto che Amanda (la primogenita) alla materna aveva detto alla maestra che una mattina si sarebbe svegliata e avrebbe trovato la sorellina. Eppure quel giorno non arrivava mai. Il termine era passato. Nei weekend successivi le bimbe erano state ospitate da nonni e zii; condizioni ideali per avere la tranquillità domestica assicurata… macchè! Nulla. C’era, però, il cambio di luna imminente. La notte dell’11 (giugno 2006) era luna piena e in effetti le cose si stavano muovendo. Quella notte Valentina ha dovuto sopportare contrazioni dolorose ma non ancora tali da mettere in moto il travaglio stesso, però i segnali erano buoni (il rischio era di dover andare troppo oltre e essere costretti al ricovero in ospedale e conseguente induzione). Lunedì 12 giugno. Verso le 20 cominciamo a mettere a letto le bimbe. Le contrazioni sono ripartite e sembrerebbe proprio la volta buona. Ecco, le bimbe sono a nanna, la cena è da preparare… ma nessuno ha intenzione di mangiare. È la sera dell’esordio dell’Italia ai Mondiali di calcio di Germania 2006. Fa caldo, le finestre sono aperte e sento i boati dagli altri appartamenti… sembra stiano facendo il tifo per noi. Il travaglio è partito (sembrerebbe) ma Vale aspetta ancora a chiamare l’ostetrica.

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in due! Rispettando la fisiologia del corpo, utilizzando posizioni verticali o carponi che favoriscono la discesa del bambino, assecondando le spinte del corpo con la voce e con il respiro, il parto può acccadere anche senza urla... La sera in cui è nata la mia terza bambina, poi… c’era la partita di calcio dell’Italia ai mondiali! Con il mio quarto figlio l’iter è stato più o meno lo stesso, appuntamento per l’induzione perché ero “scaduta”, ma poi il travaglio si è avviato proprio all’ultimo momento. Evidentemente questi sono i tempi del mio corpo. Questa volta le mie figlie non erano a casa, perché il travaglio si è avviato di giorno, e sono andate dai nonni. E meno male che è stato così perché il mio ultimo bimbo ci ha messo un po’ di più a nascere, non è stato così svelto come la sua terza sorella.

Una volta nato il bambino, come si procede per i primi controlli? Si deve correre in un centro pediatrico per la prima visita? I primi controlli vengono fatti dalle ostretriche, poi il protocollo prevede che entro le prime 12 ore il bambino venga visitato da un neonatologo. Il che può avvenire in diversi modi, io ho scelto di avvalermi di un professionista dell’Ospedale di Monza

che fa da punto di riferimento per le ostetriche che mi hanno seguito, ma si può anche portare il bambino in ospedale.

Può descriverci quale sensazione le ha confermato la validità della scelta fatta, cioè la rinuncia all’ospedalizzazione, dopo la prima volta, tanto da decidere di partorire in casa anche la volta successiva? Oltre al fatto di avere avuto due ostetriche che mi conoscevano da tutta la gravidanza totalmente a disposizione solo per me nel mio parto, non avrei mai rinunciato alla comodità del mio bagno, del mio letto; alla possibilità di avere sempre il mio bambino con me, senza interferenze per l’avvio dell’allattamento e del nostro rapporto, senza separarmi dal resto della mia famiglia. L’unico neo del parto a domicilio è che nella nostra Regione, la Lombardia (a differenza di altre Regioni più illuminate quali Piemonte, Emilia Romagna, Marche, provincia di Trento dove la ASL ne rimborsa i costi), il parto a casa è totalmente a carico della famiglia. Comunque noi consideriamo che siano i soldi meglio spesi per i nostri figli, un po’ come un’assicurazione in salute e benessere.

Nel frattempo rassetto la casa, stendo i panni (eh sì, mica lo puoi fare in ospedale…). Le contrazioni si intensificano è ora di chiamare Paola (anche perché non può materializzasi all’istante, deve pur sempre impiegare del tempo per raggiungerci). Nel frattempo predisponiamo la sala (no, non è avvenuto in camera da letto, ma in sala, dove troneggia un bel divano bianco). Vado a prendere la scatola con tutto il necessario (l’elenco ci era stato fornito dall’ostetrica). Accendiamo due candele (e basta), abbasso un po’ le tapparelle e metto un po’ di musica (Bach, Albinoni). Sembra quasi l’atmosfera di una serata galante. Le contrazioni crescono e si intensificano. Si rompe il sacco. E siamo sempre solo noi due (Paola non abita al piano di sopra effettivamente…). Cerco di mantenere il mio aplomb ma non sono pronto al triplo salto mortale carpiato del parto in casa… da soli! Finalmente il suono del citofono! È più soave del canone di Pachelbel che esce dalle casse dello stereo. Ora le cose possono volare spedite! Valentina “born to be mother” doma le contrazioni, Paola discreta e efficiente visita, controlla e predispone per il gran finale. Ormai la dilatazione è completa. Le bimbe dormono sempre. E l’atmosfera è ancora quella. Siamo a casa nostra, nel nostro nido. Si parla sussurrando, a lume di candela… anni luce dall’ospedale. Stanno partendo le spinte. A un tratto vedo Vale concentrarsi… trema… vibra e poi parte la prima grande spinta. Paola la incoraggia, dice di avere visto i capelli. Ma allora ci siamo quasi! Sono le 23.45. Ancora il citofono. È Rossana la seconda ostetrica. Il tempo di togliersi le scarpe, lavarsi le mani ed ecco di nuovo le spinte. Esce la testina. rimane li un po’… sembra che le spinte successive non debbano mai arrivare e invece ecco l’ultima, definitiva e Maddalena sguscia nelle mani delle due ostetriche. La fanno passare tra le gambe di Valentina (era carponi) e la depositano nelle sue braccia. Qui proprio dove sto scrivendo ora, in sala di casa nostra è nata Maddalena. Sono le 00.08 del 13 giugno. Poi Vale si sdraia sul divano con la piccola sul seno. È avvenuto proprio come doveva succedere. Naturalmente, semplicemente, nel nostro nido, con le sole persone necessarie e con le nostre due bimbe nella stanza di fianco che dormivano beatamente. Poi con tranquillità è avvenuto tutto il resto. Espulsione della placenta, taglio del cordone, medicamenti alla mamma, bagnetto alla bimba… insomma un sogno! Di tanto in tanto sono andato a controllare le bimbe che dormivano: sembravano due giganti! Poi, terminate tutte le operazioni necessarie Paola e Rossana sono andate via e noi siamo andati a letto, quasi come avviene normalmente tutte le altre notti, solo che nel letto attaccato al nostro c’era la piccola Maddalena. Non era facile prendere sonno con tutta l’adrenalina in corpo. Poi a una certa ora si sente il solito scalpiccio di piedini e Laura arriva nel lettone. Improvvisamente sente un pigolio. “Chi è…“ chiede “…è Amanda?” No, è Maddalena, è appena nata! Non c’è più spazio per dormire. Laura felicissima continua a baciarla e a sussultare per ogni gemito della sorellina. Alle 7.30 infine svegliamo Amanda. “È nata Maddalena!”. Amanda corre nel lettone, la guarda e dice “È bellissima!”Ed è vero. Oggi festa. Non si va a scuola! Tutto questo è successo solo 5 giorni fa… a casa nostra! Gianni Manfredini ARTEMEDICA • NUMERO 21 • PRIMAVERA 2011

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Dallo steinerianismo all’antroposofia Nella Società Antroposofica si sta preparando l’evento del 150esimo anno dalla nascita di Rudolf Steiner. Con seminari e congressi piccoli e grandi, con pubblicazioni di ogni sorta, si vorrebbe finalmente vedere riconosciuto pubblicamente Rudolf Steiner per il suo profondo significato. E se gli altri non lo fanno, più che mai lo devono fare i suoi adepti. tratto da Die Drei

La ricorrenza potrebbe essere un’ottima occasione per allentare lo stretto legame con Steiner che risulta non poco problematico. Un tale “distacco” sarebbe sì un passo molto lungo, ma che potrebbe anche liberare un grande potenziale spirituale. Una simile impresa potrebbe permettere a molti di trovare il proprio cammino spirituale. In modo che non nasca un malinteso: non è Rudolf Steiner il problema, ma è il nostro rapporto con lui a essere problematico. Inoltre dobbiamo noi stessi risolverlo e assegnarcelo come compito personale. Perché l’antroposofia incomincia laddove finisce il proprio steinerianismo. Ci si potrebbe persino immaginare un esercizio che consista nel fatto di prestare attenzione quando ci si appoggia in modo problematico su Steiner, invece di contare sulle proprie forze. È un esercizio che potrebbe probabilmente essere molto più utile di quanto possiamo pensare. A ciò si potrebbe affiancare una riflessione: ogni qualvolta faccio appello a Steiner invece di sforzare me stesso mi indebolisco, ma indebolisco anche la figura di Steiner. Potrebbe anche essere di aiuto il pensiero che potrei anche rovinare le forze che mi sono conquistato con il lavoro sui testi del maestro, se non le uso in modo appropriato. Sarebbe interessante chiedersi che ripercussione potrebbe avere il mio comportamento su quei testi, sull’antroposofia e anche su Steiner. Gli allievi che seguono con

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grande serietà il loro maestro, potrebbero anche danneggiarlo, e farlo apparire nella forma limitata dell’allievo, cioè sminuito, più piccolo di quello che è; e l’allievo trattiene se stesso immaturo. Sarebbe un doppio danno. L’allievo che vuole liberarsi da quel ruolo, dovrebbe perlomeno scoprire il motivo che lo incatena a questo ruolo. Si tratta spesso di meccanismi psichici relativamente semplici e diffusi. La stessa forza con la quale innalzo il maestro, o anche altri esseri umani, sminuisce me stesso. D’altro canto mi innalzo indirettamente per il mio rapporto col maestro, però non per mia forza. La logica conseguenza è che non agisco attraverso la mia autonomia, la mia fatica, ma attraverso gli sforzi passati di un altro. Non difendo veramente il maestro ma il mio rapporto con lui. È già problematico poggiarsi sui propri sforzi fatti in passato. Ciò ha per effetto di svuotarci dalle nostre forze. Così si svuota anche una società che si poggia interamente sull’operato passato di un maestro: essa ha bisogno di essere incessantemente accesa mediante una moralizzazione e l’inganno di se stessa, altrimenti essa sarebbe esposta a un “sano” rinsecchimento. Non per niente dovunque si parla della perdita della sostanza antroposofica: ancora un atteggiamento moralizzatore, ricordarsi ancora le fondamenta. Per lo spirito non ci sono fondamenta senza un’attiva partecipazione. PRIMAVERA 2011 • NUMERO 21 • ARTEMEDICA


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Debolezze della volontà Si tratta di leggi, di atteggiamenti che contrastano fortemente la vita spirituale, la dimezzano. Personalmente trovo storicamente superato il volersi confrontare con la scienza. Questo l’ha fatto l’antroposofia del XX secolo. Dalla trasformazione della scienza naturale è stata elaborata l’antroposofia; il compito di oggi sta nella trasformazione dell’antroposofia. Il risultato di una simile trasformazione non può essere garantito, così come non può essere garantito attraverso il mantenimento della forma attuale dell’antroposofia. Essere allievi può anche voler dire sentirsi troppo deboli per assumersi il compito. Come posso io, piccolo come sono, trasformare una grandiosa spiritualità? È un sentimento doppiamente giustificato, poiché una spiritualità cresciuta sembra sempre più grande di una spiritualità nuova, che deve crescere. Quest’ultima sembra invisibile; deve, tuttavia mostrarsi abbastanza grande da permettermi di sviluppare nuove forze nella trasformazione. La mia debolezza diventa percepibile quando incomincio ad attivare me stesso. Prima le debolezze vengono nascoste dalla grandiosa spiritualità già esistente: non appare come una mia debolezza, ma è la grandezza esistente che legittima la mia inadeguatezza. Perciò uso la sublime spiritualità esistente per coprire la mia piccolezza. Un ingigantimento del passato giustifica la mia incapacità di andare avanti, così delego al passato quello che dovrei fare per la mia evoluzione: esso ha il grande vantaggio di essere una realtà oggettiva. Si potrà constatare che ogni qualvolta ci si appoggia su una spiritualità oggettiva del passato, ci si scarica dalla propria attività creativa soffermandosi in un’imitazione liturgica o in un’interpretazione di qualcosa di passato. Non si fa altro che proseguire quello che sta alla base della scienza naturale oggi, ossia una volontà debole: indagare su quello che già esiste. Con ciò si scopre il rapporto fra le cose che già esistono. La volontà indebolita è penetrata nei sostrati più profondi dell’anima umana. Così uso solo la “purezza” e un oggettivo atteggiamento interiore anche nella mia ricerca spirituale, con la premessa di limitarmi al mondo degli oggetti. Non sono un ricercatore oggettivo-soggettivo; io delego e attribuisco oggettività alla mia ricerca, in quanto conferisco alla Scienza dello Spirito una realtà oggettiva che, teologicamente parlando, corrisponde alla realtà del Dio Padre. È una ARTEMEDICA • NUMERO 21 • PRIMAVERA 2011

delega con la quale cerco di assegnare alla mia vita spirituale una certezza esteriore. Una simile risolutezza spirituale si mostra per esempio nell’istituzionalizzazione, nello stile di una fondazione intoccabile, ma la ritrovo anche nel significato che io attribuisco alla mia vita spirituale prima di avere sperimentato personalmente il suo contenuto. È una convinzione che ha per motivo un’illusione soggettiva che provoca un indurimento in me, poiché se non fossi spiritualmente insicuro, non avrei bisogno di tanto dispendio di energia nel tentativo di attribuire oggettività alla mia vita spirituale. Una sottovalutazione di se stessi Oggi posso prendere in considerazione un rapporto allargato. Il legame fra la mia vita e il cosiddetto mondo spirituale. Esiste uno spostamento, psicologicamente comprensibile, ma spiritualmente pericoloso, di forze rimosse da una sfera all’altra. Spesso si tratta di fughe per evitare certi ostacoli, resistenze. Spesso anche solo un lieve eccesso di forze psichiche (animiche) può provocare un indurimento della coscienza che può influire sulla vita. Questo fa sì che nella rispettiva sfera io voglio troppo. Ma siccome non raggiungo quello che vorrei, il contraccolpo dell’ostacolo provoca in me ulteriori insicurezze rispetto alle mie forze. L’apparente inaccessibilità conferisce all’inaccessibile un significato che non gli appartiene, ma che fa parte dalla mia ambizione personale. Questo significa dissolvere ciò che mi sono conquistato, ossia ciò che mi è accessibile. Così io non ho neanche quello che mi appartiene o ciò che potrebbe essere mio. (È possibile che il Cristo non fu riconosciuto perché molti dei suoi contemporanei se lo erano immaginato più grande). In questo campo la Società Antroposofica è un ottimo terreno per allenarsi. Se essa vuol seriamente rappresentare una comunità di ricerca e di auto-conoscenza, dovrebbe afferrare l’eccezionale opportunità per usare il suo malessere come occasione per avviare una terapia. Un simile malessere dovrebbe farci prendere in considerazione le manifestazioni dell’antroposofia e del nostro rapporto con essa. Anche piccoli passetti in quella direzione potrebbero essere di grande aiuto per trasformare il 150esimo anno dalla nascita di Steiner in una rinascita dell’antroposofia. Sono ricorrenze che offrono l’occasione di ricordarsi della piccolezza e dell’insicurezza degli inizi.

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