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PERICOLO! Gli esperimenti raccolti in questo libro implicano la presenza di sostanze tossiche, elettricità, esplosioni, utensili affilati, materiali sotto pressione e altri elementi potenzialmente pericolosi. Prima di affrontarli, CHIEDETE A UN ADULTO DI LEGGERE ATTENTAMENTE LE ISTRUZIONI. In ogni caso sarà necessario il suo intervento per risolvere alcuni passaggi dei singoli progetti. Siamo convinti che questi esperimenti siano sicuri e a misura di famiglia, ma gli incidenti possono sempre capitare e non possiamo garantire in alcun modo la sicurezza di tutti coloro che li realizzano. Ricordate: le istruzioni di questo libro non possono sostituire in alcun modo il buon senso o la vostra autonoma capacità di giudizio.


CAPITOLO

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Qualcuno salì a bordo del taxi. Joe Devlin posò il giornale e guardò nello specchietto retrovisore, già sul punto di chiedere: “Per dove?”. Ma si bloccò. Seduti alle sue spalle c’erano due ragazzini, un maschio e una femmina, con un’espressione seria e triste sul volto. Dovevano avere undici o dodici anni. Nessun adulto in vista. Che cosa ci facevano due bambini tutti soli su un taxi fuori dall’aeroporto internazionale di San Francisco?


Il ragazzino abbassò lo sguardo sulla lettera che stringeva tra le mani. “Cinquecentotredici di Chesterfield Avenue” disse. Dal fruscio della carta, Joe capì che stava tremando. “Half Moon Bay” disse la sua compagna di viaggio, con voce ferma e risoluta. “È qui vicino, vero?” Joe si voltò per dare un’occhiata ai suoi aspiranti passeggeri. Erano vestiti come qualsiasi altro ragazzino – maglietta, jeans e scarpe da ginnastica – ma avevano un’aria austera e composta che non si addiceva alla loro età. Viaggiavano senza altro bagaglio

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Guai all’orizzonte, disse l’istinto di Joe.

che la lettera, due piccole valigie nere e un libro ciascuno. Lui teneva in mano Una breve storia del tempo, o qualcosa del genere. Lei un manuale di Teoria di robotica applicata: cinematica, dinamica e controllo. “Non sarete scappati di casa?” chiese Joe. “Dove sono i vostri genitori?” “No, non siamo scappati” rispose la ragazzina. “I nostri genitori sono… beh…” “Sono in Uzbekistan” disse l’altro. Joe strabuzzò gli occhi. “Uzbekistan?” ripeté.

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Il ragazzino annuì. “A guardare la soia che cresce nei campi.” “Ecco” disse lei, “è leggermente più complicato di così.” “Sicuro.” disse Joe. “Come no?” “Ci hanno mandato a casa dello zio per l’estate” disse il ragazzino. “Doveva venire a prenderci, ma non si è visto.” Joe li osservò per un momento, cercando di capire se poteva fidarsi. Magari sì. Però sentiva lo stesso puzza di guai, e a Joe i guai non piacevano. La ragazzina infilò una mano nella tasca dei jeans e tirò fuori una mazzetta di banconote accartocciate. “Abbiamo novantatré dollari” disse. Anche il ragazzino si cacciò le mani in tasca. “E cinquantotto centesimi. Bastano, vero?” “Direi proprio di sì” rispose Joe. Si voltò e accese il motore. E il tassametro. A Joe non piacevano i guai. I soldi sì, però.

Di tanto in tanto, Joe dava una sbirciata ai suoi gio12

vani passeggeri nello specchietto. Lei guardava le col-


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line ondulate della California del Nord scorrere fuori dal finestrino, mentre lui giocherellava con un ciondolo d’argento appeso a una catenina che portava al collo. Era a forma di stella. “Smettila” disse lei, quando se ne accorse. “Potresti romperlo.” “Rompere cosa? Non ho nemmeno capito che cavolo è.” “Un gioiello. Punto e basta. Un ricordo di mamma e papà.”

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“E da quando mamma e papà ci lasciano dei ricordini?” Lei sollevò le spalle. Lui riprese a giocherellare con il ciondolo. “E comunque” mormorò “io non porto gioielli.” La sorella aveva già ripreso a guardare il paesaggio. Dopo qualche minuto sfilò da sotto la maglietta un ciondolo identico a quello del fratello e cominciò ad accarezzarlo distrattamente. Una dozzina di metri dietro il taxi, Joe avvistò un grosso SUV nero che li seguiva ormai da parecchi chilometri. Per la precisione da quando avevano lasciato l’aeroporto, prima sulla 101 Sud e poi sulla 92 Ovest. Di sicuro era una coincidenza. Ma se un Guaio sapeva guidare, non avrebbe forse scelto di mettersi al volante di un grosso SUV nero? Joe spinse sull’acceleratore.

Gli capitava almeno una volta a settimana di scendere per quella strada serpeggiante fino ad Half Moon Bay. Era solo un pugno di case, ma grazie alla sua po14

sizione perfetta, annidata sulla costa ai margini di


in cerca di vacanze salutari. Il posto era tranquillo, incantevole, pittoresco. E noioso, ma questo ai turisti non sembrava importare. Il cinquecentotredici di Chesterfield Avenue si trovava in un quartiere grazioso poco lontano dall’oceano. La casa, però, era piuttosto malandata, soprattutto rispetto al vicinato: il colore dei muri era sbiadito, il vialetto pieno di crepe e il giardino ricoperto di erbacce. Anche la cassetta della posta era ammaccata e scrostata su un lato. Il taxi di Joe rallentò e accostò di fronte alla casa.

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una rigogliosa foresta collinare, attirava molti turisti

Nel giardino c’era un tagliaerba che girava in tondo. Peccato che nessuno girasse in tondo insieme a lui. Era come se ci fosse un fantasma a prendersi cura del prato. Una corda collegava il tagliaerba a un’asta metallica nel mezzo del giardino. L’estremità della corda, avvolta a spirale attorno all’asta, si srotolava man mano che il tagliaerba girava, lasciandolo libero di tracciare cerchi sempre più ampi. Era un tagliaerba automatico. “Forte” disse lei. “Uh uh” disse il fratello.

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Poi indicò l’asta. Più il tagliaerba tirava, più quella s’inclinava. “Oh” disse la sorella. L’asta era sempre più instabile e alla fine cedette. Il tagliaerba entrò sferragliando nel giardino dei vicini. Una fila dopo l’altra, falciò tutti i fiori del prato, perfetti e ordinati, e alla fine s’imbatté in uno gnomo da giardino, restò impigliato e – con uno stridio, un botto e uno sbuffo di fumo nero – scoppiò in fiamme. “Beh” disse lei, “l’idea era forte.” “Sessantacinque dollari” disse Joe. Lei contò il denaro. “Dobbiamo darti la mancia, giusto?” chiese il fratello. “Non preoccupatevi” disse Joe. La sua coscienza gli stava gridando di non abbandonare una coppia di ragazzini fuori da una casa malandata con un tagliaerba sul punto di esplodere. Doveva andarsene in fretta o avrebbe finito per darle retta. Mentre schizzava via, diede un’ultima occhiata ai due fratelli nello specchietto retrovisore. Si erano inginocchiati accanto all’asta caduta per esaminare la corda. Sembrava che volessero rimettere tutto in

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piedi, trovare un altro tagliaerba e provare di nuovo.


aveva notato in autostrada. C’era qualcuno seduto al volante, nascosto nell’ombra. Chiunque fosse, sembrava che stesse sorvegliando i due ragazzini. L’istinto di Joe ci aveva visto giusto. Quei due volevano dire guai. Guai strambi. Correndo via, sempre più veloce, Joe promise a sé stesso: D’ora in poi in aeroporto solo turisti di mezza età. Solo turisti di mezza età. Solo turisti di mezza età…

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Poco più in là sulla strada, Joe vide il SUV nero che

“Almeno sappiamo che zio Newt è qui attorno” disse Tesla. “E come lo sappiamo?” le chiese Nick. Tesla indicò con un cenno del capo il tagliaerba. “Chi pensi che lo abbia fatto partire?” “Non vuol dire nulla” disse Nick. “Uno che riesce a farlo funzionare da solo, è capace anche di farlo partire da solo.” “Sicuro. Vuoi controllare se c’è un timer?” Le fiamme si erano spente, ma il tagliaerba bruciava ancora, sfrigolando minaccioso. “Magari dopo” disse Nick.

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“Bene.” Tesla prese la valigia e andò verso l’ingresso. Da qualche tempo aveva deciso che era lei a comandare. Dopotutto era la più vecchia. Era nata dodici minuti prima del fratello gemello. Nick prese la sua valigia e la seguì sotto il portico. Tesla stava per premere il campanello, ma si bloccò con le dita a mezz’aria: aveva cominciato a suonare prima che lo toccasse. “Ehi” disse Tesla, guardandosi attorno. Nick fece lo stesso. “Sensore di movimento?” disse. “Forse” disse Tesla. Era in piedi su uno zerbino. Sopra c’era scritto: Se siete scout e vendete biscotti, non sono in casa. Tesla si accorse che da sotto il tappetino spuntava un cavo che correva fino allo stipite della porta. Scese dallo zerbino, e poi ci risalì. Il campanello suonò di nuovo. “Sensore di pressione” disse Nick. “Niente male.” “Già. Lo zio Newt sembra un tipo in gamba. Ma allora perché non era in aeroporto?” “Mamma e papà dicono che tende… a perdersi nel

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suo mondo. Magari si è solo dimenticato.”


vere da lui?” Nick sollevò le spalle con aria triste e sconsolata. L’estate era partita con il piede sbagliato. Erano passati solo due giorni dalla fine della scuola quando – bang! – il viaggio a Disneyland era saltato, i loro genitori scienziati avevano annunciato che dovevano correre in Asia centrale per studiare nuove tecniche di irrigazione della soia, e loro due erano stati spediti a vivere con lo zio solitario di cui tutta la famiglia parlava ridendo sotto i baffi, o rabbrividendo. Non proprio il massimo del divertimento.

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“Dimenticato che oggi i suoi nipoti venivano a vi-

Tesla sospirò. “Non siamo qui per vendere biscotti!” gridò. Ancora nessuna risposta. Tesla allungò la mano verso la maniglia. La porta non era chiusa a chiave. La aprì. “Ti sembra una buona idea?” disse Nick. “Perché no?” Tesla fece un passo oltre la soglia. “Adesso è anche casa nostra. Almeno per i prossimi tre mesi.” “Ma… e se lo zio Newt avesse, che so… un ferocissimo cane da guardia?”

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“Avrebbe abbaiato alla seconda scampanellata.” “Oh. Giusto.” Tesla s’inoltrò nella casa buia. Nick rimase sotto il portico. “Oddio… Le mie begonie!” gridò qualcuno dietro di lui. Nick si guardò alle spalle. Nel vialetto dei vicini una piccola donna muscolosa in tuta da ginnastica, dall’aria sudaticcia, scese da una grossa automobile luccicante e si fermò a bocca aperta davanti alle aiuole malconce e al tagliaerba fumante, fissandoli con orrore. Con sguardo torvo, andò dritta verso la casa dello zio Newt. Non cambiò espressione nemmeno quando si accorse che Nick la stava osservando. Anzi, divenne ancora più torva. Nick fece un debole sorriso e con un cenno di saluto si affrettò dentro casa, chiudendosi la porta alle spalle. “Uao” disse quando gli occhi si furono abituati alla penombra. Sparsi ovunque nel lungo corridoio davanti a lui c’erano dozzine di vecchi computer, un telescopio,

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un metal detector collegato a un paio di grosse cuf-


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fie, uno scafandro da sommozzatore con tanto di elmetto in ottone, un orso polare impagliato (di quelli veri), una motosega, una specie di lanciafiamme (ma non poteva esserlo… vero?), una scatola con sopra scritto TENERE IN FRESCO, un’altra scatola con la scritta ALTO capovolta e un albero di Natale tutto illuminato, addobbato con decorazioni ricavate da vecchi becher e provette rotte (era giugno). Cavi e fili elettrici scoperti uscivano dall’intonaco e giravano attorno a ogni angolo, e appesi alle pareti c’erano così tanti diplomi, premi scientifici e brevetti (tutti intestati a Newton Galileo Holt, altrimenti detto zio Newt) che restavano a malapena due o tre centimetri di spazio vuoto. Sulla sinistra si apriva un salotto con dentro così tanti libri da fare invidia a una biblioteca, un divano semitrasparente assemblato con sacchetti di plastica gonfi, e un grande televisore collegato con dei cavi logori a un piccolo trampolino. Il soffitto sopra il trampolino era crepato e pieno di crateri, come se qualcuno si fosse divertito a saltare un po’ troppo in alto. Lì accanto, sul pavimento, c’era un casco da football ammaccato.

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Alla destra di Nick si apriva una sala da pranzo con


una piastra di cottura a gas incassata al centro del tavolo, con cinghie e fibbie che scendevano dal soffitto al posto delle sedie. Tesla stava accarezzando un gatto senza pelo accovacciato sul tavolo, intento a leccare la glassa di una torta al cioccolato. Non appena Nick si avvicinò, vide che sulla torta c’era una scritta gialla.

BENVENUTI ICK E TESLA

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un nastro trasportatore che andava verso la cucina e

Il gatto si era pappato la N. “Allora lo zio Newt non si è dimenticato del nostro arrivo” disse Nick. “A quanto pare no” disse Tesla. “Ma allora dov’è?” Tesla diede una grattatina dietro l’orecchio del gatto, che senza smettere di leccare la torta cominciò a fare le fusa. “Non lo so” disse Tesla. “Magari il gatto si è mangiato anche lui.” Poi inclinò la testa in ascolto. “Ehi” disse. “Hai sentito anche tu?”

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Nick inclinò la testa come la sorella, sebbene non avesse mai capito a che cosa servisse. Ruotare un orecchio di circa trenta gradi aumenta davvero la capacità di sentire rumori tenui e lontani? pensò. Proprio una domanda da Nick. Dopo un istante, lo sentì anche lui. “Qualcuno sta gridando” disse. “Ma non capisco che cosa dice.” Tesla inclinò ancora di più la testa e poi si piegò, avvicinando l’orecchio al pavimento. Nick fece lo stesso. Senza dire una parola, Tesla uscì dalla sala da pranzo ed entrò in cucina, con la testa ancora piegata. Nick la seguì, mantenendo la stessa inclinazione. Dalla parte opposta della stanza, accanto al frigorifero, c’era una porta. Era coperta di cartelli.

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STATE ALLA LARGA PROPRIETÀ PRIVATA SOLO PERSONALE AUTORIZZATO CHI ENTRA SARÀ PUNITO PERICOLO INFIAMMABILE VELENO


La parola CANE era stata cancellata e sostituita dalla parola GATTO. Mentre Nick e Tesla attraversavano la cucina, le grida sommesse si fecero più forti. Tesla raggiunse la porta e la aprì. Appena oltre la soglia c’era una scalinata immersa nel buio. Qualcosa laggiù in fondo ronzava e brillava. “AIUUUUUUUUUTO!” gridò una voce.

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ALTA TENSIONE RISCHIO ELEVATO ATTENTI AL CANE

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Laboratorio ad alto voltaggio  

di B. Pflugfelder e S. Hockensmith; ill. di S Garrett | Due fratelli con la passione per la tecnologia, una casa abbandonata, un giallo da...

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