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Anno VI - Numero 20 (Gennaio/Marzo 2018)


Curatore Ciro Maiello

Progetto grafico della copertina Vincenzo D’Urso Hanno collaborato a questo numero: Attilio Scatamacchia, Cristina Bizzarri, Joe Kowalski, Calamo Inchiostrato, Alessandro Mambelli, Ludovico Polidattilo, Manuel Crispo, Ferdinando Giordano, Davide Rissone, Walter Ausiello, Salvatore D’Antoni, Nicolò Monti. La proprietà intellettuale di tutte le opere qui presentate resta agli autori.

Le illustrazioni di questo numero sono di storiehawkins (https://storiehawkins.deviantart.com)


ICONOCLASTA di Attilio Scatamacchia Un panegirico antiestetico si aggira assorto nelle nuvole ignifughe del mio distico elegiaco, tavola periodica automatica, in un gorgoglio sonoro, periplo asfittico notturno enfatico, isole metafisiche dissertano sul proprio futuro, mentre incerte solitudini infrangono idoli nella risacca invernale, mentre agrumi disfatti imitano il calomelano in una lotta impari; una serigrafia troneggia obliqua dentro un soffitto altissimo a fronte della propria destinazione d’uso e archeologi futuribili scoprono libri del passato in una coltre di polvere fossilizzata dentro rocce dolomitiche in un dolmen urlante, paragone sintattico della mia parvenza di tafano poliglotta, mistica solitudine immagine geriatrica di una vocazione iconoclasta e duttile, dalla quale Socrate ne esce vittorioso, asintomatico sistema di numeri complessi destinati ad alimentare la ghigliottina, in un travaso sanguigno forse inatteso istintiva istigazione alla dipendenza dalla letteratura dominante dentro un turismo culturale fatto di piccoli passi al buio delle cripte secche di aria mistica, dove i passi calpestano gli echi che si accumulano sopra i soffitti bassi come cartapesta in grumi di pasta sfoglia epicamente affastellata nella carta da forno pedissequamente resistente alle alte temperature, una sottana sollevata al livello del viso che è un chiaro invito a un rapporto sessuale esula dal sottofondo tremulo delle primule di sottobosco, che premono per una maturazione improba e opalescente come le tue escrescenze duramente apprezzate dal mio imbarazzo inutile e il mio atto eroico, spiritualmente tattile consisterebbe nel resistere a questi bombardamenti pseudo filo-occidentali, finalizzati alla protezione dei valori della democrazia – tutte cazzate – qui c’è gente che muore e morirà sotto le bombe, forse anche a causa mia che non saprò resistere a lungo alle esalazioni tossiche dei mortai al cloro e pensare che io farò la spola, a sirene spente, fra l’ultimo ospedale distrutto e l’ennesima strage di corpi in merce sparsa dentro arti indistinti fissili scudi umani, bambini che piangono, sono dappertutto, cazzo cazzo Aleppo, cazzo che muore e io non posso fare nulla, al massimo porto a spasso il cane, è femmina – ma tranquilla l’abbiamo sterilizzata – e te ne esci sorridente dalla tua camera bianca, sterile sollecitudine, paragone inutile con la mia de-sensibilizzazione al caos che cavalca le ragioni della politica estera internazionale che vende armi solo perché non sa fare nulla di meglio e magari è anche caritatevole nelle intenzioni dei corridoi di tutte le multinazionali, laddove serve l’ambulanza crivellata di colpi di sutura interverrà altrimenti in un colpo di teatro surrettizio magari in qualche abstract circa la naturalità dell’epistemologia fenomenologica, ci sono scudi inumani qui (non li vedete?) e bambini morti da ogni parte che io come un diligente soldato della prima linea accatasto ordinatamente nella mia mente: una lettiga autoctona che non dovrebbe vedere nulla, nemmeno avere la possibilità di

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aiutare una donna sotto le macerie, il sangue che sgorga dappertutto, i miei occhi bruciano non ho capito bene se per le ferite degli altri, delle mie, della pelle che urla per ogni attacco chimico o cosa? servirebbe saperlo, forse sÏ perchÊ sul mio osso omerale brulica asfalto incoerente che, famelico e distratto accavalla inquietudine tramite una cellula metropolitana di qualche gruppo di cani sciolti che determinerà il diritto a scrivere sui muri che la mia testa è vuota come una testuggine ma se salvo una vita oggi forse ne esco vittorioso

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POESIE di Cristina Bizzarri LOOP

E taci, aspettando bagliori. Fiammiferi spenti le strade – prendere a calci un barattolo come fosse il mondo che qualcuno si è tracannato, far finta di niente. Così le panchine dei parchi sono strafatte d’assenza – pochi avventori seduti di sbieco, senza baci a spronare le foglie più in alto, su teste smarrite di cani senza uomo al guinzaglio. Allora è un dirsi l’attesa equilibrio perfetto – infilare la cruna dell’erba, cucire corteccia a midollo, tornare in loop tra il cuore e la testa in un punto finito, infinito. Sospendere a un filo il silenzio.

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DONNA DEL SOTTOSUOLO

Allora zitta, stai zitta se t’inghiotte cannibalesco ascolto – e nel silenzio grida.

Annega nel rancore ogni tua azione A cosa la parola se slabbrata – ferita nei contorni – non parte, non ritorna se non marcio relitto, vascello ormai arenato?

Annega nel rancore ogni emozione Urgenza come fame o eiaculato vuoto – urgenza che stordita non tocca né colpisce – aridamente scroscia?

Annega nel rancore ogni passione

Allora zitta, stai zitta se t’inghiotte risentimento amaro, oscuro affanno – e nel silenzio grida, vagisci antico pianto. Disgiungi la placenta dal cordone

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DEL MOVIMENTO INGENUO DELLE FOGLIE Dimmi del movimento delle foglie – che lingua, quali trame, dove il tassello per l’incastro. Tra effetti e cause un oscillare incerto – sospesa quæstio come fanno. Shakespearian nonsense tra to be or not to be intercettarne nel cuore venature, ip(n)otizzare sere come strenne. Sul tardi vento e leggere madri le nuvole a farci dire sì a chi non sa – nemmeno vuole.

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MOI EST UN AUTRE

Rimbaud sfavilla tra i denti di una carne scura alle casse del supermercato – due soldi, attesa d’asfalto in luce che incrina gli addobbi. Trionfa nei volti dei vinti la storia, sorride ai carrelli – all’uscita. Mosè dalla cesta arriva al confine, si ferma. Parola impossibile, taci.

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LO SPUTO di Joe Kowalski Era un sabato e verso le nove al solito andavo a piedi all’edicola a 500 metri da casa. Passai davanti la pulisecco. Un foglio a quadretti appiccicato sul didentro della porta a vetri recitava in stampatello: CHIUSO PER LUTTO. La sera prima non c’era stata una minima traccia di qualsivoglia cartello appeso. Magari fossero morti entrambi, pensai… Assecondavo il mio amico Chris, uomo insensibile al suo stesso sangue. File di cadaveri ammonticchiati le cause vinte in tribunale. Non c’era spirito di contraddizione in Christopher, bensì un tenace e sofistico ribattere colpo su colpo. Un eccellente avvocato. Tra di noi né figli adottivi né cani o gatti che Chris mal sopportava.

All’epoca – primi anni settanta – giovanissimo ebbi un trascorso con Benedetto Macogna noto ladrone. Entrambi frequentavamo il lurido BAR con biliardo da Gelmino, un bavoso con l’alito che gli puzzava di cazzo, che tentava di mettere le mani addosso a certi di noi ragazzetti quindicenni, laddove imparavamo a giocare all’americana. Cacciavamo tempo e denaro: del primo ne avevamo in abbondanza; il denaro invece ci faceva difetto a noi figli di operai e fantozziani travet per pagare lo scotto a quei marpioni di pensionati che passavano intere giornate sul biliardo o a giocare a briscola in quattro o a tresette. Imparavamo dunque “perdendo” con la sponda biglia e le messe, il taglio e la tripletta, l’effetto, il colpo sotto e la carambola. Le bevute dei birilli con la biglia bianca a 48. Una banda di squinternati. I più di noi passato l’esame di terza media mollavano la scuola alla stregua di Rokin che già sgobbava in fabbrica dopo due bocciature di seguito in seconda media; oppure succedeva che un dannato padre se ne usciva colla bella pensata e metteva il figlio a studiare da meccanico: tre anni di professionale, così il lavoro era assicurato ti dicevano con una bella pacca sulla spalla; tuttavia per il mio carattere l’istituto professionale si rivelò da subito la scuola sbagliata… La sera dopo cena in un battibaleno eravamo in strada col motorino. La domenica pomeriggio in inverno si era soliti, acqua o vento che fosse, andare in discoteca a ballare con i gruppi beats dal vivo, col chiodo fisso della fica, il number one dei nostri esistenziali problemi. Mai fermi durante le fredde notti invernali, quasi odiassimo la giovanilistica estate. Si andava i soliti quattro sfogando la mattana armati di un tubo di gomma, un metro e mezzo di lunghezza. Protetti dal mantello nebbioso ma non dalle incaute bevute mentre succhiavamo maldestri la benzina dal tubo conficcato dentro i serbatoi dalle auto in sosta. Un giro per l’isolato e si tornava incappucciati nei nostri berrettoni di lana a riprendere le tanichette per fare il pieno ai cinquantini – coll’aggiunta

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dell’olio – e via per nuovi treppi, rubando stereo e fendinebbia. E altresì capitava il furto di un motorino pronto in strada o dentro un portone aperto, senza catena… a rivenderlo poi era il meno. Tra una partita e l’altra di biliardo si raccontava delle nostre bravate notturne, sbroffando col deca guadagnato in saccoccia. Sfottendoci e paccandoci i racconti superavano di gran lunga i fatti, ognuno di noi ragazzini con la pretesa di affermare quant’era bullo. …una sera da Gelmino Macogna buttò lì una proposta… Si stava giocando in coppia a biliardo a chi perde paga com’era in uso. Io col Ches e il ladrone col Posta, altro balordo della stessa pasta di Macogna che, come quest’ultimo, per nulla al mondo avrebbe dissimulato l’intima sua natura di galeotto dall’aspetto per nulla truculento quanto le ragnatele tatuate alla base del collo e l’àncora malfatta sull’avambraccio destro di Macogna che scopriva paraculo, arrotolandosi le maniche, prima di giocare a biliardo.

Ragazzini, chi in un modo o nell’altro, con la fessa materializzata negli osceni disegni fatti sui banchi di scuola o sui muri, che non volevano a tutti i costi essere smentiti dalle nostre clamorose e grosse balle. Nulla di che, commentavano squillanti i vecchi ubriaconi al bar. Certo non eravamo aiutati dai genitori o dalla scuola. Nascondendoci con le braghe calate nelle fratte oltre il terrapieno dell’ex campetto di calcio studiavamo la materia, facendo progetti con le impiastricciate riviste tette e culi… il pelo della montagnola credevamo fosse la fica, altro che monte di venere; chi l’aveva mai sentito nominare? laddove a un centimetro dal buco del culo s’occultava l’oggetto finale dei nostri fottuti desideri d’avventurieri tra costipati palazzoni, per un verso simili a quelli delle borgate raccontate dai Ragazzi di vita di Pasolini, quando trascinavamo di forza nella fabbrica dismessa della cellulosa riluttanti ragazzine. In quanto poi credere a un compagno che se ne usciva smargiasso con la storia d’una scopata, che non lo si sapeva ch’era tutta ’na balla?, manco fosse stato il primo boy scout che tutti noi ragazzi al bar invidiavamo: tale Adamo Faccina, alto, bello, biondo, della parrocchia di San Paolo, giusto dove si andava alle volte in piena estate, sostando chiassosi ai giardinetti dirimpetto la chiesa – svegliando dal riposino pomeridiano stizzose comari che uscivano in strada a urlarci dietro in sottoveste – per saltare a bomba dalle ginocchia del dio del mare dentro la fontana vestiti, con gli zampilli dai rebbi del tridente sopra le teste sudate; le ragazzine ci guardavano da lontano sui balconi. In prima superiore ero uno dei trenta di un’indiavolata classe di cappelloni. Pronti a fare berna per stare fuori dal cancello dell’Istituto Commerciale femminile Fortunata Gagliardoni. Il sabato pomeriggio, già dalle medie, ci imbucavamo in una qual12


che soffitta delle ragazze. Si risolvevano in festini di un paio d’ore tra incantonamenti e giochi con la bottiglia, tentati baci e palpate contro il muro – in un niente di fatto in quel senso – con la canzone del sole e Lisa dagli occhi blu di Mario Tessuto nel mangiadischi, nella completa oscurità. Le ragazze più agguerrite che ti avevano messo gli occhi addosso, le prime a tirarsi poi indietro, disertavano i successivi inviti per via delle mutande, reggipetto e gonne mezze strappate ché le loro esagitate madri a caccia di colpevoli torturavano le figlie con divieti a uscire per giorni e giorni. A quattordici anni con Cagi, mio compagno di banco in terza media, andai per la prima volta con una puttana. Era la madre singola di una mia compagna di terza della sezione F come FICA. Per la fretta di penetrare l’intricata boscaglia la fica rimase per un altro annetto buono quell’antico mistero come il bosco degli urogalli di Rigoni Stern che, dopo la figura di cacca a parafrasarlo davanti la classe, non riuscii più a portare a termine la lettura…

Macogna una nebbiosa e fredda notte, non vedevi a un palmo di naso, venne a sapere da Simmia, uno che avrebbe parlato anche dal didietro solo avesse potuto, che la notte prima avevo inculato un motorino cinquanta con le ruote piccole e a presa diretta. (Era la famosa proposta buttata lì sul tavolo da biliardo). In un campo dietro casa l’avevo occultato dentro un grumo di canne e fascine di sorgo, sul bordo d’una grossa buca acquitrinosa – figlia d’una bomba dell’ultima guerra – che quando diluviava in estate si riempiva d’acqua per giorni e noi ragazzetti sguazzavamo come lucertole nel fango… questione di poco e i contadini, ossia il grosso e scuro Formenton o qualche cacciatore di passaggio nel casotto lì vicino tra le vigne l’avrebbero trovato sicuramente; dovevo disfarmene il prima possibile. Diecimila lire era il prezzo che avevo stabilito, libretto escluso naturalmente. In cantina tenevo un panchetto, la morsa e una quantità di attrezzi recuperati in giro, compreso il flit a stantuffo per rimediarci qualche soldo nelle operazioni di carrozzeria, vaporizzando il colore sui motorini e telai di biciclette, smontando e riassemblando parafanghi e serbatoi vari per quella cerchia di amici poco raccomandabili. Tutto il traffico dei pezzi rubati era finalizzato a costruirmene uno da cross. Manco il filo dell’acceleratore avevo comprato. Col flit m’ero impegnato parecchio. Il colore quello sì l’avevo comprato… Ne era uscito infine un ibrido sui generis, imitazione del caballero 50 da cross, di un bel nero opaco. Testa radiale simonini. Carburatore dellorto del 21 a vaschetta centrale. Blocco motore minarelli. Forcelle ceriani. Marmitta a espansione… Bruno Rigobon, mio padre, vedeva il traffico ma era come fosse cieco, sordo e muto, mai una parola sulla provenienza dei pezzi, visto i cinquecento lire di mancia settimanali che mi giravano in tasca, laddove alle volte i padri – a torto o ragione – volevano poter credere nell’onestà dei loro figliuoli. 13


A Macogna il motorino glielo avevo consegnato in un nebbioso tardo pomeriggio fuori dal bar da Gelmino. Da mesi Macogna girava per strada tranquillamente. Al bar mi ripeteva di settimana in settimana che i soldi me li avrebbe dati, e intanto erano passati mesi… Una sera lo affrontai di petto. Da cazzosetto qual ero pensavo fosse un mio diritto, nondimeno mi tremava la voce e mi doleva dietro alla base della schiena pretendere il deca. Macogna aveva avuto il motorino o no? «…mi dai i soldi! Te l’ho dato io il motorino…». L’avevo interrotto. Giocava al biliardo con Sbòra, un cappellone mezzo freak, di diciotto anni, all’ultimo anno delle magistrali, convinto d’essere uno dei tanti Bob Dylan che giravano all’epoca. Camicia a fiori sotto il montone col collo di pelo. Il ritornello blowin’in the wind nelle corde della epiphone folk. Aveva formato un gruppetto di cinque elementi. Suonavano nel garage di Sbòra, lì avanti da Gelmino, di sotto al pontarone, nell’avallamento della bassa Cambogia così battezzata per via del nuovo isolato fatto di palazzoni popolati da operaiacci comunisti; scatoloni di cemento che avevano fagocitato il campetto di calcio dove noi adolescenti giocavamo fin dall’elementari. Dal bar sentivi il gruppo THE ROADBLOCKS provare i pezzi, fin dopo mezzanotte nei fine settimana. Invidiavo Sbòra frontman del gruppo. Pure i proletari dei palazzoni adiacenti lo invidiavano. Lo avevano minacciato di brutto, tanto da farli smettere di suonare, alla faccia del menestrello pacifista. Ché i proletari, contrariamente a quanto si diceva dello spirito democratico che avrebbe dovuto contraddistinguerli, s’alzavano di buonora per lo sgobbo e non gli fotteva un cazzo della cultura rock, roba da borghesi, da padronato… Macogna disse di non stare a rompergli i coglioni. «Vuoi troppo…». Tirò fuori di tasca cinquemila lire per liquidarmi: «…questi ti do, accontentati!». Io non mi accontentavo. «No, avevamo detto diecimila lire…». «Lasciami in pace! Sto giocando, porco di un…» la faccia gli s’intorpidì. Dalla bocca coi denti mal schierati uscì una sequela metallica di razzie… Dopo un attimo, per lasciargli tirare il fiato, avevo ripreso coraggio per l’imbroglio del quale ero la vittima. Giravo intorno al biliardo, colpo su colpo. Sentivo la ragione dalla mia e non mollavo; Macogna al contrario non voleva sentirne di ragioni. «No, l’hai usato! Adesso è tuo! Mi dai i soldi…». Macogna si girò e mi dette uno sganascione. Ruzzolai a terra. Non c’erano altri sordi come los viejos bestemmiatori, tantomeno vedevano e mettevano bocca se non nel gioco delle carte, e altresì c’era chi smoccolava tirando alla morra nell’altra saletta appartata, giusto accanto al biliardo, laddove invece la marajeta appoggiata al muro ai lati del tavolo aveva assistito silenziosa alla scena. Macogna fece un ultimo tiro – incalzato ancora una volta dal sottoscritto – e gettò la stecca rabbioso sul panno verde, lasciando la partita 14


a mezzo. In un faccia a faccia sputò sul pavimento con un lascito di bestemmie. Ingrugnito disse all’Elvira, la giovane barista per nulla impaurita dalla scena, di mettere in conto. Sbòra non disse nulla. Non emise un fiato, io mi carezzavo la faccia dolente… Andai dietro a Macogna. Abitava due palazzoni avanti il bar, sull’altro lato della strada… Blandito dalla flebile luce dei lampioni che segnavano il passo ai platani Macogna ricomparve, ombra tra la nebbia, col motorino a mano su dall’articolata salita dei garages. Me lo cacciò dietro, mandandomi a fanculo. Erano le sei del pomeriggio, praticamente notte… Mesi dopo finii in riformatorio a Venezia. Avevo rubato con due compari una autobianchi 112. A mezzanotte ci eravamo imbattuti nella pula. Nell’inseguimento capottammo. Ero recidivo. Già mi avevano pizzicato una volta per lo stesso reato.

Per sottoscritta e precipua volontà, uscito dai piombi, presi il diploma e poi la laurea con lode in Architettura. Da un paio di anni bazzicavo i luoghi del delitto che i miei genitori lasciarono un anno dopo da che ero entrato in correzionale; ritornavo insomma a respirare alle origini del male o del bene a seconda da come si avrebbe voluto metterla giù. Sopravvivevo, non secondo l’etimo surrealista, sopravvivevo e basta. Tre anni di gabbio erano stati più che sufficienti, ma non per la misericordia dei santocchi apparentati che del castigo non erano mai paghi a sufficienza nell’incolparmi della precoce morte dei miei genitori. A quindici anni non volevo essere secondo a nessuno, tanto meno ai compagnucci di pari età che in parte disdegnavo, per quanto mi sentivo un dritto, filando tipi come Paolin dalle unghie lunghe da zoccola – mio mentore al biliardo – e Manina santa. Sfrontati 18 enni coi jeans scampanati a vita bassa, stivaletti barrows alla moda e borsello a tracolla da paraculi… Di tutta quella furbizia dei più la morte se n’era già accaparrata i diritti nelle voci di strada giunte negli ultimi vent’anni. Una foto qua e là scovata per sbaglio sulle pagine della verità. Nondimeno un altro possibile vanaglorioso, pensavo, sarà pur riuscito a intraprendere una qualche carriera com’era riuscito al sottoscritto? L’eccezione che sconfessava la regola. Un anno e mezzo fa riconobbi in strada Cailotto. All’epoca era un ragazzetto goffo, colla faccia tonda e paonazza da imbranato. Pieno di ricci e brufoli purulenti. Nessuno c’avrebbe dato una cicca di tabacco eppure ci sapeva fare, un vero Arsenio: magazzini in genere, di ogni tipologia di prodotti, tabaccherie, empori di moto, dovunque entrasse faceva man bassa… S’era ridotto a uno zombi strafatto invisibile alle nuove dinamiche, pur tuttavia visibile agli oriundi dell’età sua gabbati dal sistema e dall’illusione delle slots, anni luce lontano dall’avvento informatico e prossimo al sovrannaturale giudizio; uno strano silenzio era il rumore di fondo di 15


quei sessantenni che varcavano spaesati i cancelli degli internet points, condividendo sempre più spesso la straniera notte sullo spartito di luridi cartoni dalle scritte in cinese…

Nel viejo e nuevo quartiere ricreai un giro d’azioni, servosterzo della routine… Se la Farmacia, Posta e altresì tabaccaio erano capisaldi ancorati in quartiere, la chiesa di Cristo contrariamente era divenuta la pietra miliare d’un vuoto rito messo all’indice dal radicalismo islamico; quanto alla storica pizzeria Triestina dal lordo Bengurion che appuzzava allora lungo tutta la formicolante via paradiso ancora appuzzava… Risiedevo nella zona delle villette – dove scorazzavamo da ragazzini a far danni colla fionda a tirar giù i lampioni – risistemate una appresso all’altra dopo la seconda guerra e in seguito superata la stagnazione dei famigerati anni settanta con la sopraggiunta e dirompente magia degli ottanta e cotanto d’allarmi dei più sofisticati prodotti del nuovo millennio di cui ne progettavo le tracce.

Il venerdì, chiuso lo Studio, passai in pulisecco. L’assurda insegna al neon infestato dagli insetti sovrastava la vetrata: LAVA E STIRA BEN ADA NASCIMBEN, tubolari al neon rossi su fondo bianco… Ada per forza volle scontarmi un euro per il caffè. Di ritorno a casa Christopher Bonosso, il mio ragazzone italo americano, tutto ufficio, casa e palestra, scosse la testa dalla chioma fluente che sfumava dall’attaccatura castana al biondissimo delle punte. Mi guardò con quell’aria innocente da presa per il culo, serio che non sapevi mai se sarebbe o meno scoppiato a ridere da un momento all’altro. «Fanculo Chris! Mezze sono rimaste da stirare. La vecchia arpia non è riuscita a finirle!». «Non ci sarà una prossima volta!» replicò. «Sì, l’ultima! Non sono portato per questo genere d’affari… Lo sai?». «DIRT DON’T HURT!». «Che vorresti dire? Sì, va bene! Sfotti! Proprio tu perfettino… Te le vai a prendere…». Chris si mise a ridere, si sistemò i becchi del colletto della camicia oxford e mi abbracciò. «Più che proprio… Che ti dicevo tesoro?». «Sì, cazzo l’hai detto un’infinità di volte… Avevi ragione okei fin dall’inizio, e allora…?». Ero pazzo di Chris, tuttavia caro del principio d’un vecchio carcerato sovente mi ripetevo: meglio spartire una torta che mangiare una merda tutt’intera. Chris fin da subito aveva storto la bella musa abbronzata alle patetiche offerte 16


dell’euro, tuttavia la comodità della pulisecco a portata di mano aveva giocato la carta vincente, sicché s’era fatto finora beffa delle sceneggiate di Ada, ma la misura era colma. «Ho trovato un’altra lavanderia in zona. Purtroppo c’è una ragazza, mai che ci fosse un bel maschietto… beh, vedremo…». «O.K. guy! Venerdì 13 passerò a ritirare l’ultimo pacco. Affonderò la nave pirata! Farò una strage, Jason!». «Sei un pazzo» disse Chris. «Bene!» dissi, «prenderò l’accetta! Pazzo! Pazzo! Pazzo!».

Venerdì 13. All’ora dell’aperitivo avevo girato per trovare parcheggio. Il conto era lievitato. L’inevitabile balzello che Ada, da scrupolosa professionista, al solito giustificava di volta in volta per l’extra ottimale lavaggio, a seconda del tipo di tessuto o delle condizioni del capo, dal bianco al nero, ma non lo fece… Da bastardo figlio di puttana, con un sorriso da joker accennato sulla labbra, scotendo il capo pensai che la pulisecco seguiva sicuramente l’andamento della borsa; non era possibile che fosse altrimenti… Le azioni fluttuavano con l’indice MIB in costante rialzo… Coi pazzi che vai a litigarci? Uuhhh!!! L’ammazzo questa, mi dissi. Tenevo THE LAST PACK per gli appendini appoggiato sul bancone, pronto per l’addio. L’euro per il caffè non l’avevo ancora intascato, lo facevo scorrere ballerino sulle nocche della mano come un vero prestigiatore. Non sapevo che farmene della carità aggiunsi suadente, e sarebbe stata l’ultima volta che avrei goduto dei suoi servizi sentenziai. L’ebetismo sigillò il volto di Ada. Tremante spostò la cucitrice. Prese il bollettario. Controllò le fatture evase, il blocchetto degli scontrini da pinzare. Aprì la cassa e rimestò il contante… il sorriso le divenne lo stridio di un sassolino incastrato sotto la porta; pareva d’essere dentro una sauna, laddove la ventola a soffitto presto avrebbe tirato le cuoia. Ero sorpreso che Ada non dicesse nulla e non cercasse la solita idiota lista di casistiche a difesa del prezzo. Forse da vera idiota non comprendeva le mie ragioni; era la volta buona per dirle definitivamente addio, quando riconobbi il fetente di Macogna alle mie spalle. Le evidenti ragnatele alla base del collo. L’àncora stinta sull’avambraccio destro. Quel grigio signore non era l’uomo come lo ricordavo allora da adolescente nel mio immaginario, simile al Delon cinematografico della Marsiglia connection (ma coi denti sinistrati). Il ventre gonfio usciva dalla blusa. Le ginocchia cadenti sbucavano dai bermuda chiari. Dall’eloquio pacato e confidenziale dava l’idea del padrone di casa; infatti dopo aver contrabbandato in sordina con Ada un minuto di chissà quali segreti, armeggiò con gli indumenti imbustati nelle rastrelliere per scomparire nel pertugio del retrobottega. Tornò subito dopo col carrello della spesa pieno di bucato lavato. 17


Fosse stata la sorella chissà? o forse la moglie decantata a quei tempi al bar dai vecchi impotenti? – L’età c’era tutta! – Quarant’anni erano passati da quando accadde l’episodio del motorino garelli; tuttavia non era mia intenzione scoprire le carte, scoperchiando un vaso di pandora. Rinvangare l’irrisolta questione d’uno scapestrato ragazzino che aveva calato le braghe quel tardo pomeriggio, dopo un acceso battibecco, e ceduto infine il motorino a cinque mila lire. Stavo lasciando l’euro sul bancone quando Ada mi forzò a tenerlo stringendomi la mano. Trafelata entrò una cliente. Avevo nuovamente perso la partita. La domenica mattina presi il secondo caffè da Matrioska la pasticceria Russa. Passai al forno Da Pieretto Strupacul, aperto a feste alterne; uscii con un paio di baguette sottobraccio. Giunto all’incrocio dei quattro poeti, pronto ad attraversare e fare bancomat mi cascò l’occhio sull’avviso da morto alle mie spalle: Benedetto Macoogna è mancato all’affetto dei suoi cari. Lo annunciano con dolore la sorella Ada i figli Mario, Giacomo e Manuela, gli adorati nipoti Stefy, Vito e Francesco, parenti tutti… Ricambiai solerte lo sputo di tarda memoria contro l’avviso – una mescla di saliva e caffè – e tirai innanzi come feci allora da ragazzino quando mi lasciai dietro le spalle il motorino e la paura di non aver affrontato a dovere e spaccato il muso al membruto e fottutamente ladro di Macogna…

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RIMANDO E SCISMA di Calamo Inchiostrato Parole che mi seguite da molti anni, care compagne di esistenza e di passione, limate parole a lungo cercate nei pensieri erranti del quotidiano coesistere, trovate improvvise nella paziente attesa di sbaragliare l’inutile e fatua infedeltà di se stessi verso di sé, messa coscientemente in mostra e data in pasto ai cani che affamati si agitano tra le nostre dispersioni recondite e piene di tacito consenso che immobili e compiaciute assistono al pasto quasi liberatorio, parole che mi seguite statemi accanto adesso e non traditemi. Voi che sapete essere affilate come antichi rasoi a coltello dalla lama intarsiata, taglienti come sottili e tremuli fili d’oro tesi in un arco d’acciaio, convincenti e persino ridicole nel vostro gioco di riflessi e di specchi, amate parole e odiate, che vi celate a tre quarti armoniosi anche nei suoni infranti da impossibili orecchie e vi nutrite nei tratti inquieti di segni osceni gettati a caso, statemi accanto adesso e non traditemi. E tu, tracotante desiderio di capire, non portarmi lontano, ritornerei sui miei passi per ricominciare il percorso, nonostante il veto dell’assurdo infame e occulto che preme forte tra le paratie violente e violentate di un cervello indocile che si consuma un pezzo alla volta e che insiste intatto nel ricomparire immerso e pago nell’irreale destino appena accennato, mimetizzato nel diaframma diacronico del fare e del dire, dell’apparire del caso indiscreto che poi vagheggia soluzioni verbali e sogni acerbi. Memoria senza confine, tra le parole e i visi incastonata da abili mani e attrezzi perenni, antica presenza essenziale che non riassumi o giudichi, raccogli paziente e incauta, come sai essere, le frasi fuggitive di questo reo tempo privo di luce, ripercorri veloce e senza ripensamenti i ricordi ammassati in un ordine incerto da stabilire e descrivi efficace e spietata, nella perenne sfida senza destinatario offeso né guanto gettato sul viso o morso all’orecchio, il sogno sperato che non si estingue. Libri continui costanti indelebili referenti, fedeli vassalli della memoria, risentiti cortigiani di un essere sordo e distante che potrebbe essere un abbaglio ipocrita, congiurati confusi di frasi non dette al momento opportuno, vele timoni e bussole che orientano e indicano la via segreta per inoltrarsi sicuri tra le ramificate propaggini delle idee, sparse nella palude degli anni andati o dei pensieri dispersi nell’immobile tedio di quelli a venire, libri continui non scordate quel vano e splendido inseguire per non catturare che fu portatore di fuoco e di miele sul velluto rosso, e suggerite ancora a me frasi sincere da dire magari silente. Musica che non ti rassegni al vuoto insensibile dei suoni e ti ripresenti identica in tutte le ore del giorno per rinnovarle nella notte senza sonno che si dispiega alla ricerca delle immaginazioni o nel sole che piano si appoggia sulle onde volubili che

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sanno di invasione o di fuga, o si erge impavido tra le colline al di là dello stretto, musica meravigliosamente espressiva, fai diventare dolci i miei pensieri assai aspri e diffondili intorno come note flautate in una tardiva tiepida primavera. Mare nostro esteso semplice in mezzo alle terre dove ci sono leoni maestosi e iene orribili ma anche pantere superbe e cammelli mansueti e asini miti e buoi pazienti e volatili colorati e uomini, mare maestro d’infiniti orizzonti calmi o feroci, vai tu, leggero e piano e porgi, se puoi gentile, queste mie ripetitive frasi che affido alle tue onde, ai tuoi odori, alle tue acque accoglienti o trionfanti. Uomini d’altri tempi che ho conosciuto nelle ore distese sui vostri scritti o sulle vostre figure, senza tempo né spazio per me che conosco la macelleria della storia e inerme e indignato la consumo nel mio rifugio ora oasi e ristoro e crogiolo di rabbia e foce di disincanto ed estuario di sdegno, uomini d’altri tempi rammentate con me i vostri umani amori e ditemi come svelare l’antico enigma forse ancestrale, che intuisco ma che non so più decifrare. Tu fragile cuore, ricoperto di nera pietra lavica che raccogli brandelli di te tra le fauci voraci degli altri che un tempo amasti in forma di corpi o di pensieri, audace messaggero di ricorrente passione e vocabolario illeggibile che proteggi la chiosa didascalica della mia ideologia, inascoltato veggente delle ore notturne e confidente incantevole del primo mattino assonnato, non accetti questa impari tregua e chiedi insistente di implodere indefinito nelle snodabili follie dell’infinito intrattenimento illogico dell’esistenza in forma di cruciverba senza definizioni. Tu mente che un tempo fosti abile costruttrice di architetture affidabili dell’emozione, fiera castigatrice di sogni che non si illudevano, organizzatrice efficace delle ore diurne perplesse e incapaci al sopraggiungere dell’oscurità dell’ora tarda, assistente preziosa del giorno formale che sempre si dipana, pretendi certezze nel caos sentimentale ma non indichi tracce o percorsi. Chiedo conforto all’abile intelligenza, che intuisce i cenni del policromatico lampeggiare tra gesti e finzioni di ciò che sembrerebbe essere simile al vero ipocrita, che inventa scorciatoie e grandi viali intellettuali e adotta l’ideologia, e lei mi esorta alla prudenza o all’eccesso delle parole ma non al delittuoso silenzio. A distanza la questione affettiva, che dilania nel nulla che esiste il mai detto (lo so perché sono lontano e non mi guardo indietro e penso confusamente ai frastagli della memoria coperti dai ciocchi dei pochi ricordi rimasticati e alle forme brevi e fugaci delle occasioni mai colte in tempo) è un pericoloso dialogo tra la ragione in punta di lancia avanzata con l’immaginario armato di coltello e di ascia. Sono io il responsabile di queste mie frasi che non sanno esprimere quest’assurda emozione che ritorna in se stessa solo nell’amore e nell’odio per le proprie ossessioni, che non sanno smarrirsi in facili scorciatoie per passi deboli e terrorizzati, che non sanno modificarsi per piaggeria, e che sono qui, queste frasi, per eccesso di di20


strazione. È comunque inutile cercare di aprire le chiuse connesse tra le parole e ripercorrere vie di fuga disordinate in questa dialettica senza poli definiti da chiare parole in un chiaro contesto: è quasi sempre nascosto tra il dire e il non detto e viceversa tra il non detto e il dire, quel passo di danza di guerra o di pioggia, che si presume alla fine porti con sé il nesso sottratto alle spire tenaci di un disastroso monologo in forma di dialogo. Bisognerebbe incontrarsi più spesso, affrontarsi senza timori o prudenze, poi raccogliere i frammenti preziosi del tempo silente o loquace e comunicarsi a gran voce il nome strappato, quel nome che conserva ancora rapidi lievi movimenti di sentimenti lontani, quel nome intenso, assai noto e custodito in silenziosa armonia. Troppe volte ho coperto il mio viso tra le mie mani aperte a ventaglio per non lasciare sfuggire le frasi che si svelavano inquiete solo nelle espressioni che non volevo ancora scoprire e troppe frasi banali ho consegnato irrequieto agli affetti deboli, forse vani, che a me apparivano inutili ma erano utili al gioco di specchi opachi che preparavo nelle vesti di vetraio accecato e di artigiano immobile senza materia prima da plasmare, in apparenza. Spesso, rinchiuso nell’incavo riparato del mio isolamento che non cerca sodali taciti nel consenso, dico a me stesso che sarebbe bello offrirti in dono i primi fiori odorosi e gli ultimi semi fertili di una giovane primavera, la sera, tutte le sere parlare insieme e insieme piano sorseggiare del vino senza fretta accanto ad un fuoco che arde per abuso di ceppi d’olivo. Sono solo sogni che si ostinano a ritornare, questi segni leggeri sono solo sogni impressi nel mio immaginario, voli mentali tra le nuvole alte o atti del corpo rasente al terreno nei fossi, che riprendono presto ad essere pietre di tutte le terre emerse scavate e ammassate e unite in terrapieno compatto per costruire in fretta una solida torre o un bastione pugnace. Qualche traccia di consistenza emozionale dovrebbe restare nei miei sentimentali approcci, imposti con arroganza per non lacerare o appena accennati in docile esprimersi per non spaventare, nei contatti epidermicamente piacevoli, nelle sassaiole affettive, invece appare essenziale soltanto inseguire la storia, che invento da solo, di una sola persona per volta, accolta sinceramente: è un pensare senza senso. Vincere apertamente per troppa forza esposta e ineguale, conquistare a muso duro i pensieri e il cuore degli umani sommessi, appropriarsi del corpo e del sentimento degli altri con l’esibizione minacciosa di muscoli ben unti al tocco o irretire implorando sentimenti dolenti, ingannare portando a sé in usufrutto la penuria in bisogno di sublimazione per irrigare i narcisi a dozzine nei propri poderi da allargare a dismisura oscena, è piacere interno o riconoscimento esterno al quale rinuncio senza battere ciglio, senza velo languido di vile sottomissione o ricatto, perché so erigere 21


a viso aperto le barricate della mia solitudine fiera che non si piega e colpisce furiosa con forza l’arroganza dei forti e con mite dolcezza accarezza la mite rassegnazione, fatica dei deboli. Guardo ora incantato alle cose sottili che si consumano in fretta e che sono spesso ricordo opaco, frammenti di miniature, umane preziosità da proteggere con cura perchÊ fragili: non si è mai troppo accorti nel maneggiarli attenti, fievoli e delicati evaporano e si frantumano in parti invisibili quando mostriamo gesti arroganti, frasi violente.

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POESIE di Alessandro Mambelli FUMO

Degas, “che amò molto il disegno”, passeggiava lungo Rue des Batignolles immergendosi nei fumi della città. Da una sigaretta appoggiata su un labbro screpolato si alzava un filo di fumo che saliva alle nuvole, vaporose come gli sbuffi dei treni che scappavano per la campagna simili a cavalli imbizzarriti, dipingendo i prati con larghe campiture nere – i treni che arrivavano in stazione riempendo il vetro e l’acciaio di fumo grigio e di fumo scuro; fumo che si assopiva sui gilet e sulle cravatte dei passeggeri, fumo che veniva accompagnato verso Montmartre, dove Degas, “che amò molto il disegno” e guardare il fumo, passeggiava fumando.

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SABRINA

Sabrina era avvolta in una pelliccia sintetica e bianca, portava una borsa di finta pelle beige e un paio di converse; indossava due orecchini tondi e aveva le unghie smaltate. – o almeno questo è ciò che ricordo. Sabrina aveva le braccia conserte; mi guardava strana coi suoi occhi verdegrigio e sembrava fissarmi per antipatia o interesse – ma forse era solo un’impressione. La pioggia cadeva su Bologna dalle nuvole che coprivano il cielo; settembre era plumbeo e Sabrina camminava minuscola tra i palazzi del centro, avvolta nella pelliccia bianca e con gli occhi lontani. Io conosco Sabrina: ho sentito la sua voce

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e l’ho vista muovere le mani, ma non gliele ho mai strette, né abbiamo mai parlato – né mai preso un caffè seduti in quei bellissimi tavolini da rive gauche. Io conosco Sabrina: la sera, prima di dormire, penso sempre a lei sperando che questo le faccia perdere la testa. Io non amo Sabrina – più che altro l’idea di lei, o i suoi occhi e le sue labbra –, ma forse potrei e potrebbe lei; e penso che sia molto bella.

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ATLANTIDE

Venezia galleggia vanitosa e timida affondata nei canali, appoggiata alla laguna come un vecchio ad un muretto; Venezia vista da Burano, Venezia diva del cinema, serenata, porto lontano; Venezia pezzo di luna.

Voglio camminare per Venezia, fra le brume e le calli, incontrare Corto Maltese che parla coi gatti ed Hemingway seduto all’Harry’s Bar che scrive d’amore; voglio conquistare le donne di Venezia come fossi Casanova, mascherandomi a carnevale su una gondola al tramonto; voglio sedermi in una corte silenziosa ad ascoltare il crepitare della sera. Le barche dipingono Venezia, le luci del mare la imperlano come orecchini e collane; Venezia Venezia, città triste, isole lontane.

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POESIA SUGLI OMBRELLI

Bisognerebbe scrivere poesie solo sugli ombrelli: concorderete che gli ombrelli sono gli oggetti più poetici del mondo, gli unici su cui valga la pena scrivere. Per esempio, sono perfetti all’inizio di una relazione in inverno, perché sono l’unico tetto che quei due, passeggiando sul Quai D’Orsay, possono permettersi di condividere mano nella mano, – così giovani e ricchi solo di sogni. Se la relazione comincia d’estate, invece, nel 1782, per dire, l’ombrello è, come dice la parola, l’unica ombra per rinfrescare i loro baci focosi. Gli ombrelli sono anche i fedeli compagni di quando la lascio – di quando mi lascia – al caffè cittadino, dietro il traffico e la nebbia; sono l’unica salda presa per non scivolare nelle pozzanghere e nelle lacrime, dimenticato e immolato all’amor finito, scordato d’improvviso

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come si scordano le poesie imparate a scuola e gli ombrelli sui gradini della chiesa (un ombrello è anche un ottimo regalo, un oggetto elegante ma utile, connubio perfetto d’ingegneria e praticità: è come un uomo, che a vederlo sembra goffo e facile e invece è tutto molle, scatti e muscoli). Dentro gli ombrelli, poi, ci si possono fare fioriere per le finestre di Barcellona, o arte concettuale per i tetti e i lampioni. Gli ombrelli sono gli oggetti più poetici del mondo, appena sopra la pioggia di Parigi e il tuo viso – che assomiglia ad un ombrello aperto quando mi ripara dalla pioggia metaforica delle nuvole simboliche.

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LETTERA D’AMORE DELLO SCRITTORE IMMAGINARIO ALLA FANCIULLA INESISTENTE di Ludovico Polidattilo Cara fanciulla inesistente, se esistessi mi deluderesti. Ritengo pertanto preferibile si perseveri, da parte tua, nel non esistere. Riconoscendo, al contempo, come tale condizione privi il nostro rapporto di alcune possibilità che talvolta non posso evitare di rimpiangere. Malgrado ciò, ti amo. Ti dico perché. Non esistendo non potrai impedirmi di dirtelo. Per lo stesso motivo posso immaginarti desiderare di saperlo. Lo faccio. Ecco.

Ti amo perché quando facciamo l’amore sei esattamente come io vorrei tu fossi, fai esattamente quello che io vorrei tu facessi, dici esattamente quello che io vorrei tu dicessi, dedichi tutta te stessa a colui al quale io vorrei tu ti dedicassi. Non trascurabile la tua capacità di moltiplicare indefinitamente il numero di organi e membra di rilevanza erotogena e di modificarne dimensioni e collocazione al fine di appagare ogni richiesta estemporanea io formuli durante l’amplesso. Ti amo perché ci sei quando mi va tu ci sia e non ci sei quando non mi va tu ci sia e ci sei nel modo in cui mi va tu ci sia. Quando mi va se mi va. Parzialmente. Completamente. Tenuamente. Intensamente. Sporadicamente. Assiduamente. Esplosivamente. Sommessamente. A intermittenza. A sinusoide. A escalation. A dispersione. A “quando meno me lo aspetto”. A “ncora”. A “basta così grazie”. A “di nuovo”.

Ti amo perché compari in ogni testo io abbia scritto, scriva e scriverò che includa un personaggio femminile. Fa eccezione quel racconto in cui una donna alla fine rivela essere un uomo in un modo che al protagonista maschile non piace affatto tenendo conto della vulnerabilità del protagonista maschile nella circostanza sia da un punto di vista psicologico che psicofisico. Lì non sei tu. Quando invece sei tu interpreti perfettamente le mie istruzioni senza bisogno di discuterle estenuandoci a vicenda e realizzandole senza incertezze o sbavature. Nascendo come dico io. Vivendo come dico io. Agendo come dico io. Permanendo incosciente per un lasso di tempo variabile ma solitamente lungo e ritornando cosciente come dico io. Morendo come dico io. Risorgendo come dico io se il plot sconfina nel misticheggiante.

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A un certo punto, nonostante io ti ami, scompari. Il fatto di non esistere non ti assolve dall’aver compiuto quanto illustrato all’inizio del paragrafo. Scomparendo mi metti in difficoltà. Affiora in me un’ira latente. Perdurando la tua assenza la mia ira, da latente, tende a divenire manifesta. Poi tale tendenza si consolida, nitida. Ora. Nonostante io ti ami. Nonostante tu mi debba tutto, persino una forma indeterminata e incorporea di esistenza, mi ignori. Riluttante a riapparire. Palesemente determinata a permanere scomparsa.

Allora ti scrivo senza imbucare lettera alcuna non avendo tu recapito alcuno. Non avendolo comunicato ad alcuno. Men che meno a me. Ti scrivo lo stesso e ti descrivo, per la prima volta, esistente. Non del tutto. Progressivamente. Cominciando dall’intestino.

Dovendoti assemblare conviene partire dal centro e intorno al centro collocare tutto il resto. Descrivo quindi le tue spire intestinali contorte e raggomitolate in una matassa di esistenza propedeutica alla tua descrizione completa. Alla tua ricomparsa.

Amo a questo punto il tuo intestino. Quando me lo trovo davanti tale sentimento appare acclarato e ineludibile. Mentre lo avverto e lo dichiaro rilevo alcune tracce di sepsi. Poi un incremento. Quindi un diffondersi. Infine un dilagare. Ovunque la sepsi. E il dolore.

Devo individuare rapidamente la causa della sepsi dilagante per rimuoverla affinché il processo abbia fine. E tu sia salva. Sgomitolo e dipano le spire contorte e raggomitolate della matassa intestinale per trovare il corpo estraneo che di certo è all’origine dell’infezione. Una spira dopo l’altra, freneticamente, prima che sia troppo tardi. Vi riesco. Quando il tuo intestino è interamente sgomitolato il corpo estraneo che la matassa racchiudeva si rivela. Sono io.

Una volta estirpatomi l’infezione ha termine. Sei libera di conquistare la realtà priva del vincolo che ti ha mantenuto nell’inesistenza. Un sedimento coriaceo di lettere, parole e periodi raggrumati e calcificati sino ad acquisire il potere di contaminare la materia vivente in evoluzione. Affrancata dalla scrittura acquisisci il tuo nuovo corpo e cammini in una direzione casuale. Ogni direzione sarà rivelata percorrendola. Indubbiamente il titolo che l’autore ha imposto a questo testo avrebbe dovuto 32


mettermi in guardia. In quanto pseudonimo ritenevo mi spettasse una porzione di realtĂ sufficiente a preservarmi da talune sgradevoli avventure. Comprendo come non sia cosĂŹ e mi chiedo, ora, se la facoltĂ  di amarti mi sia concessa o lo sia solo quella di dirlo. (Comunque) con amore, io.

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MADAME di Manuel Crispo Le mie parole sono sassi. PACIFICO

In tutta la mia vita mi sono innamorato soltanto tre volte. La prima fu nell’estate dei miei vent’anni. Avevo appena pubblicato il mio primo saggio, Il genio all’attacco, un testo acerbo che non ottenne il successo sperato, venendo piuttosto ignorato dai vari salotti che dicevo di detestare ma a cui già allora ambivo follemente. Lei era una turista francese. Lineamenti minuti, bocca a cuore, piedi piccoli e agili: sì, so cosa state pensando, ma l’amore immaturo è facile preda dello stereotipo, e così io. Rimanemmo insieme un paio di settimane, poi lei tornò dal marito. La seconda fu, se ricordo bene, nel maggio del ’93. In quel periodo conducevo un programma dal titolo Scrittori-padri e scrittori-fratelli, che forse qualcuno ricorderà anche se andava in onda in seconda serata. Gli anni sono stati dolci con me: sono ora un cinquantenne in salute dai capelli appena sfiorati da una mano di grigio virile. Ho venduto milioni di copie in tutto il mondo e dai miei libri sono stati tratti tre film di cui due con cast internazionale. I miei antichi nemici sono ora i miei più affezionati sostenitori. Qualche mese fa, rimettendo in ordine le mie vecchie carte, ho trovato questo appunto: “La città si sveglia e tu devi partire. La signora Sofia ciabatta in cucina. Di caffè è il fiume che disegna i nostri occhi che si dischiudono. Ti guardo e penso Non dimenticare la forma della sua bocca. Il modo in cui parla, in cui scrive, ride. Il modo in cui abbassa la fronte quando le fai un complimento, e il suo profilo sotto la pioggia. Non dimenticare il suo nome…”. Naturalmente ho dimenticato. Lo facciamo sempre. Ogni tanto, passando davanti alla libreria del mio studio, vedo un vuoto su uno scaffale dove c’era un libro che le prestai e non ho mai riavuto indietro, e penso che lei ormai esiste solo nelle mie mancanze. Questa è la storia della terza e ultima volta che mi sono innamorato. I.

Madame. Dolce parola, favorita tra tutte le altre. Stampata in milioni di pagine, sfoggiata su migliaia di t-shirt, cartoline, poster, sottobicchieri; passata di labbra in labbra sulle ali dei baci di mille ragazzi innamorati. M-A-D-A-M-E. Madame. Tu eri unica. Le altre erano solo parole.

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Solo tu potevi portarmi sin qui, sulle pendici di fronte all’Etna dove, su una montagna che mi dicono essere senza nome, c’è un paesello che ha circa la mia età, composto da poche case basse di pietra bianca, con tetti a terrazza e porte strette e squadrate. Era stato un collega scrittore a parlarmene, a dirmi che qui i contadini non ci vennero mai a vivere, perché non c’era acqua corrente, faceva freddo d’inverno e caldo d’estate e alle prime piogge si allagava tutto, e loro qui non ci potevano stare. E così i villaggi erano rimasti deserti tranne uno, appunto, dove un gruppetto vi si era stabilito chissà come, chissà quando, ignorando le condizioni climatiche avverse, il terreno brullo, lo spettacolo inquietante del vulcano attivo. Nella casa più modesta del paese un santo, accudito da trenta donne cieche, viveva di radici e bacche e delle donazioni dei pochi pellegrini che passavano per quelle lande desolate, che ricompensava con piccole grazie. Lui stesso, il mio amico intendo, era passato di là qualche mese prima per chiedere la grazia per la figlia, una giovane che per non so quale infezione dell’utero aveva perduto la possibilità di avere figli. Solo tu potevi condurmi qui, Madame, a spiare le case come un vecchio adolescente perso in un paese sconosciuto, a sacramentare per l’implacabile canto erotico dei grilli, a rovinarmi le scarpe di vitello sulla terra secca e morta, preda di un oscuro senso di vuoto alla bocca dello stomaco. Avevo sonno, il viaggio in traghetto mi aveva nauseato e la corriera con i sedili di pelle lucida a tre centimetri dal naso era stato il colpo di grazia. Risalii a fatica una montagnola di terriccio argilloso pensando che l’unica casa abitata non avrebbe tardato a manifestarsi, in quel tetro nulla, in quel vuoto di canti di bambini ricolmo solo di suoni regolari, disumani. Un anonimo impiegato della Regione, forse presentendo l’inutilità dell’impresa, si era spinto al bizantinismo di far porre, sulle porte delle case, invece dei numeri civici, delle immaginette sacre in ceramica. Tutte diverse. Tutte diversamente bruttissime. Poi, una delle porte strette e squadrate si aprì di schianto perdendo pezzi di vernice incrostata dagli anni e una donna grassa in modo inesorabile e dalle orbite vuote, spalancate verso di me, allungò una mano paffuta e me la passò sul volto, mescolando il suo sudore al mio. Aveva il respiro pesante come il passo, e mi condusse a un locale dal tetto basso, scarso di ossigeno e di spazio in generale. Un televisore acceso su un canale di scariche elettrostatiche faceva compagnia a una trentina di donne vestite di nero, salmodianti e curve a cucire delle reti a occupare quasi tutto il pavimento. Anche le altre donne, come quella che mi aveva condotto sin lì, avevano gli occhi vuoti e una strana ripugnante mollezza. Da qualche parte sobbolliva un minestrone di verdure, assafetida per le mie narici avvezze a vini tenui, scaglie di tartufo bianco, il rassicurante smog di Torino. Per tutto il tempo che rimasi lì mi chiamarono l’Americano, perché parlavo senza inflessioni dialettali come la gente alla tivù. Ora non saprei dire per quanto tempo restai lì, seduto su una seggiola a sventa37


gliarmi il viso con un pezzo di stoffa lurida; so solo che a la scurata, quando il cielo a occidente cominciava già a infiammarsi di porpora e arancione, una delle donne mi disse che per incontrare il santo era necessario lasciare un’offerta alla Madonna. Di sicuro quei denari sarebbero finiti a bagnare il becco di qualche boss locale in canotta e revolver infilato in bella vista nei pantaloni, ma non era il momento di esitare, non dopo tutto quello che avevo passato per giungere sin lì. In breve, pagai e mentre le altre beghine continuavano imperterrite a cucire – alcune, le più giovani, erano piuttosto impegnate in altri lavori se possibile anche più umili, come cambiare l’acqua alle olive appena colte in piccoli recipienti di legno o accudire i pochissimi animali – fui condotto in un locale adiacente, una specie di stallaggio odoroso di erba secca e latte caprino andato a male. Il santo era un bambino, e se ne stava inginocchiato per terra su una massa di reti da pesca verdi la cui presenza in quel luogo era inspiegabile tanto quanto tutto il resto, fumando una sigaretta. La stalla era stipata di strani ammennicoli, attrezzi da lavoro di cui non avrei saputo indovinare la funzione, cianfrusaglie misteriose. Il bambino poteva avere otto, nove anni al massimo. Era nudo, a parte un paio di slippini con sopra disegnato uno dei sette nani Disney. Un enorme tacchino stava accoccolato ai suoi piedi, immobile. Lui gli passava lentamente una mano sulle escrescenze carnose, ed era come accarezzasse la schiena di una donna addormentata. Nei suoi gesti, nei suoi movimenti c’era una sicurezza che mal si accordava con la sua età apparente. Non appena si accorse di me mi piantò addosso due occhi verde acqua, luminosissimi. «Buongiorno» mormorai, piano per non spezzare lo strano incanto. «Bon jornu» rispose, con voce carica di sussiego. «Cchi vua?». Il tacchino mi rivolse uno sguardo obliquo, come usano fare talvolta i tacchini particolarmente boriosi e consapevoli della propria importanza. «Come?» bofonchiai. «Che cosa vuoi, Americano?» disse il santo. «Che cosa fai qui, così lontano da casa?». Ora che il momento della verità si era manifestato, mi sentii immensamente stupido. Aveva ragione. Che cosa ci facevo così lontano da casa, perduto in un villaggio fantasma in balia di una famiglia di donne cieche? Ma non avevo scelta, e lo sapevo. Così, senza ulteriori indugi, presi una copia di Mare e Oceano dallo zaino. Si trattava di una prima edizione tascabile del mio romanzo più famoso, quello che mi aveva fatto accedere a quei salotti che per tanto tempo mi avevano respinto. Trovai la pagina e il passaggio preciso e lessi, pregando che non mi tremasse la voce. “Mi domando se si possa amare qualcosa che non si conosce.” Silenzio. “È l’unico modo di amare, Madame.”

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Le mie parole si riflessero contro la volta di legno vecchio, le cianfrusaglie aliene ammonticchiate senza riguardo per ordine o simmetria. Richiusi il libro con teatralità e lo guardai fisso, ansimando come alla fine di una lunga corsa. Il bambino non mi parve particolarmente turbato. «Bello» disse. «Volete un filtro d’amore…». «Affatto. Io voglio la parola». «Che parola?». «La parola. La parola Madame». Quando capì ciò che gli stavo chiedendo di fare, il santo sbarrò gli occhi, finalmente impressionato. Distinsi un’ombra di dubbio attraversargli lo sguardo, prima tanto limpido. Il santo si grattò un lembo di pelle lucente e abbronzata e, dopo aver così a lungo esitato, schioccò le dita. Il libro divenne incandescente e cominciò a tremare nella penombra. Le pagine si contrassero emettendo quello che mi parve un vagito. Una protuberanza biancastra lacerò la carta, e finalmente, ricoperta da un fluido nero, la parola Madame venne al mondo, nuda e bagnata, come tutti. La M, che come vidi corrispondeva alla sua testa, si voltò in tutte le direzioni, esprimendo smarrimento e terrore. Coprii la sua nudità di lettere con la mia giacca, e le dissi, dolcemente, di non preoccuparsi. Che avrei pensato io a lei. «Cosa faccio qui?» disse, con la voce melodiosa che le avevo immaginato così tante volte «Tu sei…». «Sono Io». «Sei Tu» ammise. La prima A, che era la sua bocca, si contrasse in un sorriso. Quel sorriso era la cosa più dolce che avessi mai visto. «Usciamo da qui» proposi. Al santo non rivolsi che un cenno fugace, lasciandomi presto la sua figura sottile e la sua inquietante essenza alle spalle. Io e Madame attraversammo fluttuando la camera delle donne cieche e uscimmo dalla casa, immergendoci nell’atmosfera spettrale del villaggio fantasma. La notte non era affatto tersa, e una fastidiosa bruma appiccicosa pareva avere intenzione di trattenermi, strattonandomi gli abiti e tagliandomi il fiato. Ma io e la mia amata percorremmo il sentiero fino a giungere alla base della collina. Premurosamente, tenevo un braccio attorno alla sua D. Madame camminava servendosi delle tre stanghette della lettera E con una grazia che era quasi un volo. La parola che amavo era lì, accanto a me. Madame, oh Madame! Tu eri unica, le altre erano solo parole. E adesso… adesso potevo sfiorarti in punta di dita, stringerti per la fretta di aggirare un ostacolo imprevisto. Accarezzai la sua M con dolcezza e le diedi un lungo bacio umido. La sua A sapeva di inchiostro e saliva. Onestamente, quel primo bacio non mi soddisfece, aumentò soltanto il mio desiderio di possederla. Di farla gemere. Ma per quello c’era 39


tempo. Il viaggio di ritorno sarebbe stato lungo e avventuroso. La corriera ci raccolse, stremati dal freddo e dal sonno e, senza che alcuno dei viaggiatori facesse caso all’anticonvenzionale aspetto della mia compagna, giungemmo sino a Messina. Mi sembrava di trovarmi in un sogno. Qui attendemmo un giorno e una notte finché una nave di contrabbandieri olandesi con cui avevo preso accordi in precedenza ci portò a Reggio. Nonostante il caldo spietato e la fatica estrema, in autostop, percorrendo strade secondarie, attraversammo le province di Reggio Calabria, Vibo Valentia, Catanzaro e raggiungemmo la città di Mormanno. Lì una vecchia vestita di giallo ci portò in un piccolissimo paese sulle colline dove trascorremmo una notte in un casolare e il mattino dopo trattai a gesti l’acquisto di quattro veli di seta nera con una giovane vedova che aveva fatto voto di silenzio, e aveva il volto sfigurato per ragioni che intuivo criminose ma che non poté raccontarmi. Poco prima dell’alba riprendemmo il passo. Avevamo appena lasciato le ultime case del paese quando un uomo alto e dinoccolato ci raggiunse, correndo, e ci fermò. Nel suo dialetto, l’uomo mi spiegò che anche se era soltanto un povero pastore aveva letto i miei libri, e avrebbe gradito moltissimo, se possibile, un mio autografo. Dopo aver sorriso internamente, esitai. L’ammirazione, soprattutto così al di fuori dei luoghi di culto in cui ero solito ungermi la fronte, mi lusingava, ma come l’avrebbe presa Madame? Sarebbe stata gelosa, vedendomi scrivere altre parole? Ma lei guardava altrove, lo sguardo perso lungo i fianchi della collina brulla e rossiccia. Così camuffata nemmeno il vicino pastore dal rustico odore, la cui evidente inconsapevolezza già trasformava l’uomo in un grottesco, futuro aneddoto, ebbe a sospettare la sua natura. Presi il foglio e la penna che l’uomo mi offriva e firmai. Alessandro Barsanti, con tutti gli svolazzi. L’uomo, commosso, mi ringraziò e mi strinse la mano. Ancora una volta, circondai la D di Madame con un braccio e insieme discendemmo, alla ricerca di una stazione. II.

Casa. Torino, con le sue strade tranquille. Pulite. Torino con gli ammiratori che mi salutano al supermercato, le ragazze che sorridono riconoscendomi, i miei gianduiotti, il mio smog. Il mio territorio, il mio parquet, i miei scacchi di cristallo, la mia doccia. Casa mia. Mia soltanto, da quando avevo licenziato la mia governante. Una brava donna, ma totalmente priva di immaginazione: non avrebbe capito. Oppressa da qualche oscuro pensiero addensatosi chissà come, chissà dove (aveva davvero un sistema nervoso, in quel suo corpo fatto di china nera morbida al tocco? aveva davvero un’anima?) Madame esitava. «Entra. Tu vivi qui, ora». 40


«Io vivo, ora». Cercai senza successo di indovinare i suoi timori, interrogandola sui suoi sentimenti, su ciò che provava trovandosi a far parte del mondo vero, della vita vera. Lei il mondo, mi disse con frasi brevi, stentate, lo aveva sempre visto dal basso; il legno di una panchina verniciato di verde, una pancia di ragazzo, il bordo di una scrivania, gli occhi avidi di una lettrice: ecco tutto ciò che conosceva, sensazioni e immagini rubate; il tocco delle superfici con cui veniva a contatto quando un lettore lasciava il libro socchiuso; frammenti di niente. Ciò che Madame amava, mi confessò sorseggiando un boccettino di china blu, era restare nella sua bella riga dritta a guardare le altre righe passare come treni in corsa, ed estasiarsi quando il mondo vero esplodeva in rari momenti miracolosi come tramonti feroci. Ciò che più temeva, disse tremando, erano i refusi, le storture, gli errori di stampa. La tenerezza che provai non si può descrivere, così come non si può descrivere l’odio cieco che sentivo per quegli stampatori che, per incuria e ignoranza, avevano permesso a tante mie creature di nascere distorte, deformi, malate. Lei mi accarezzò con una stanghetta e io capii che era giunto il momento. La condussi in camera. Sedetti sul letto. Il rumore delle molle sotto il mio culo secco, reso piatto dalle mille ore passate allo scrittoio francese. La spogliai. Lei mi guardò tremula, come un uccellino implume. Da troppo non la vedevo nuda, da quando avevo assistito alla sua nascita. Contemplai il suo bellissimo corsivo in Garamond, il mio font preferito, con desiderio. Il velluto del mio calzone fu sollevato da un’erezione quasi istantanea. Il modo in cui muoveva la M mi fece capire che aveva paura. «Che cosa c’è? Che cosa temi?». «È sbagliato» disse. La sua voce lamentosa, che inizialmente avevo trovato affascinante, mi irritò. «Che cosa faccio qui? Qual è il mio scopo, ora?». «Io decido cosa far fare alle mie parole. Lo capisci?». «Sì» concesse Madame, mentre il suo respiro affannato si chetava, evidentemente accettando quella verità. «Sì, Tu decidi». Con le due stanghette laterali della M mi sbottonò i pantaloni. Era in evidente difficoltà, ma non l’aiutai. In qualche modo mi abbassò le mutande. Il mio pene saettò fuori, rapido. Lei si chinò, avvolse la sua A attorno alla punta del mio sesso, la sua saliva e il suo inchiostro scesero lungo la mia pelle, mentre tre dita della mia mano destra affondavano nella sua seconda A, che immaginai essere il suo sesso. Ci facemmo male e ci demmo piacere, la sua A attorno al mio sesso, le mie dita nel suo, il suo bacio e la mia mano, la mia mano immersa in quell’inchiostro limaccioso e caldo e mio, era mio, lei fu mia più in quel momento che quando la creai, quando fu generata dall’inchiostro della mia penna, Madame, ricordando il momento in cui la vidi stampata per la prima volta, innamorandomene. La presi ai fianchi, Madame, 41


lei, lei scivolò sul mio pene con uno squittio e mi baciò, quel bacio che sapeva di inchiostro, quell’inchiostro che impiastricciava il mio sesso, e colava lungo le mie gambe, e seppi che stava venendo, l’idea di darle piacere mi diede piacere, e io e lei ci stringemmo l’uno all’altra, l’abbracciai, l’abbracciai finalmente, con dolcezza incorporea. Come il vento la cima di un altopiano. Per quasi un mese fummo felici. Almeno, mi piace credere che fu così. Facemmo l’amore, parlammo di tutto. Le spiegai il mondo. Le feci leggere le cose che avevo scritto, le altre parole ignoranti che avevo creato, così felici della propria dimensione, inconsapevoli, come lei prima che le dessi la vita. Speravo di generare in lei, che cosa? Orgoglio, forse? Ascoltammo Rossini e Goodman. Le parlai di Hegel. Chissà se capì mai qualcosa di ciò che le dissi, o le mostrai. Comunque, visto che per tutto il tempo l’avevo tenuta nascosta, segregata, le promisi di portarla a vedere il mare. Madame, con un sorriso, mi fece notare che conosceva già la parola “mare”. Un sorriso che trovai molto stupido. Come mai la prima volta lo avevo trovato dolce? Considerai quanto spesso dolcezza e stupidità coincidano. Mi appuntai mentalmente di riutilizzare questa frase. «Sì, ma il mare, quello vero, è un’altra cosa» dissi, dopo qualche istante. «E che cos’è?». Rimasi sbalordito. Avevo scritto un romanzo di 212 pagine sul mare, e ora non sapevo cosa dire. «Il mare è bellissimo» dissi, «e ti porterò a vederlo. Un giorno». «Quando?». «Quando ne avrò voglia». Nonostante la durezza delle mie parole, Madame mi baciò con dolcezza. Mi parve serena, stolidamente serena. Che avesse già preso la sua decisione? No, non posso pensarci. Ma forse… Quella notte, serena o no, la penetrai da dietro, con più forza di quanta fosse necessaria, il mio sesso torto dentro di lei e le mie unghie conficcate nella sua D, come per strappare via la vergogna un graffio alla volta. Esortando i suoi singhiozzi e conducendoli come un direttore d’orchestra, lei fu la mia puttana. Prima di venire sporcando la sua A di bianco perlaceo, prima di tatuarmi la sua essenza sulla pelle per sempre, pensai che tutte le parole fossero le mie puttane. III.

Fu una domenica. A pensarci bene, le cose tristi accadono sempre di domenica. Questo per dire che anche a un grande scrittore può scappare una banalità, una volta o l’altra. Tornavo a casa da una passeggiata. Mi sentivo di umore plumbeo, anche peggio del cielo della mia città che quel mattino si presentava ai miei occhi insolitamente terso, complice anche un vento fresco e salato, oltremondano. Salutai il por42


tiere, un pingue signore di che di solito mi ferma per parlare di pallone, ma che quella particolare domenica non mi notò neppure. Salii le scale a piedi per prender tempo, oppresso da pensieri pesanti. Attraversando l’uscio urtai con il piede contro qualcosa. Qualcosa di piccolo, di molto piccolo, eppure pesante, come fosse di vetro spesso. Mi chinai a raccoglierlo e vidi che si trattava di un boccettino di bianchetto vuoto. Era uno di quelli che tenevo nello studio, in uno dei miei cassetti, tra i lapis e le matite e i fogli di una certa carta da scrivere che mi faccio arrivare dalla Francia. Non ricordavo di aver usato del bianchetto, di recente, e sulle prime non diedi peso a quell’inspiegabile apparizione. Poi, lentamente realizzai. Non so esprimere il panico che provai in quel momento, nemmeno con tutte le parole del mondo. Corsi verso la camera da letto, gridando. Madame era distesa in terra, con una copia di Mare e Oceano aperta accanto a sé. Rantolava. Il suo respiro di natura magica ricordava il suono di un vecchio soffietto, uno spalaneve a manovella che avesse oramai superato la china dell’utilità. «Che cosa hai fatto!» le urlai. Lei si volse appena. «Tu… Tu hai rovinato tutto». Mi distesi vicino a lei. La guardai, la toccai. Sembrava già fredda, mortalmente pallida. La sua carne-non carne aveva il grigiore universale dei rantolanti. «Tu non mi ami, non mi hai mai amato, altrimenti non mi avresti fatto una cosa del genere» le dissi. Finalmente, un dubbio prese forma in me. Innumerevoli volte l’avevo ricacciato nelle oscure profondità della mia mente, ma la vista della morte ci rende tutti crudeli e spietati. «Forse tu… tu non sei assolutamente in grado di amare». «No. Io amo…» disse Madame, semplicemente. «Io amo». Con le ultime energie prese il mio libro, il nostro libro, e lo aprì circa a metà. “Mi domando se si possa amare qualcosa che non si conosce.” Silenzio. “È l’unico modo di amare, Madame.” Non seppi mai con certezza cosa volesse dirmi con quel gesto. Prima di trasformarsi in un grumo di inchiostro nero e inanimato, sfrigolante di elettricità preternaturale, con una stanghetta della sua M, tremando, mi sembrò che indicasse una parola in particolare. Silenzio.

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IV.

Qualche giorno fa sono tornato al paese. Chissà perché mi aspettavo di non trovarci niente, né la terra brulla né le donne cieche vestite di scuro né il santo in slippini bianchi. Invece, tutto era esattamente come lo avevo lasciato. Le donne grasse cucivano inutili reti da pesca, accudivano gli animali, si occupavano delle olive ancora crude, recitando infiniti rosari e litanie rassicuranti. Io e il santo abbiamo parlato a lungo, ci siamo divisi una sigaretta di contrabbando e abbiamo guardato l’Etna bruciare.

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POESIE di Ferdinando Giordano DIRÒ DI UN SOGNO A CORPO LIBERO

Sul copriletto dove vive il gelo, e presumo anche l’acqua si copra, trovo l’insonnia inadatta per l’ora, benché il tempo faccia in tempo a fermarsi nei condotti del tepore. Poi: è freddo fuori. Volta e si rivolta il corpo perché lo spazio è certo, ma impalpabile al buio, tanto che il vecchio sangue corre e batte e scivola e si rimette in piedi. Sulla parete il pensiero fila a fronte come un ragno: immobile, fautore dell’agguato a cottimo (più la posa è sostenuta, più la vittima appare). Freddo, e dirò ineccepibile in un certo senso, fa missione di ingrandire ombre e pare questa o quello altrove. Ogni falena deve sembrargli un’orca ma per la falena lui è quel pescatore il cui amo precede il morso. Pur con la sua statura, qui il cielo è più basso qualunque atmosfera sogni e si piega a me per espugnare la mente con il suo cavallo: un occhio, e l’altro che lo segue. Mi sento liquido in questi frangenti come scritto dall’acqua all’approdo.

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PARLO PER QUEL CHE SERVE AL VENTO

L’idiozia è concepire questa come vela, o lembo o fiocco: inventare un verso è come dire a chi entra dalla finestra che è permesso. Non serve lasciare aperto, ha con sé gli attrezzi. Se scosta una tenda, rompe come niente il cielo che avevi messo intero. A questo punto abuso di una tua incertezza. Insinuo l’etimo, scompiglio i sensi: nuoce gravemente l’estro. Sul pacchetto c’è la mia figura con un danno terribile da tastiera. La poesia sul pomello del battente tentenna. Evita di bussare, intanto si introduce. Ti trova curvo, o forse appena disteso: le gambe perse tra la spalliera e la mattonella. Una bocca seduta cambia poco: il verso uscendone letto, meno. Ho paura che questo non piaccia, ho paura per me che aspetto il prossimo, che provoco vento, che guardo l’orologio, non fermo il tempo. Ho parlato con un amico: “Bob, questo gesto è perso. Se sei passeggero, e resti tra l’anagrafe e lo zero, ti conservi sereno nel cielo che l’intruso ha rotto.” Le fessure branchiali di uno squalo somigliano inconsapevolmente a www.

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DIRÒ PAROLE DI SECONDA MANO

Una piccolezza, sì; io, sì, cerco un nome praticabile a dismisura o altri incitabili, qui versati a fior di labbra, o, per le labbra, zucchero filato come un cumulonembo e morso voracemente a piacere illuso che addentandolo il loro aereo mi prenda (non sempre la lettura è vera fame e mai la fame si sazia di letture, qualche volta la pancia si riempie a passeggio) e cito – cito tasto a tasto ogni lettera –, le contusioni dei traduttori (perché la lingua non si ferisce ma si cura, quindi riporto le inferenze cui dare fiducia, come vetro smerigliato dal quale leggi una forma e riconosci un corpo comune). Così le parole annotano rapide, viste da finestre che riflettono un fiume.

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PARLO DELLA CANDIDA CHE MI PRESE

Era l’anno avvenire di quelli che accadono per la follia di crederli possibili subito ma talmente distanti che il futuro li accerta a più vite aggiunte e amenità tipo fatti sopravvenienti. Già! Ma cos’è un “fatto sopravveniente”? Per secoli la moneta da 5 Lire si è mossa nella volta oscura come mancia dell’Universo, spesa da noi in proiezioni. Io c’ero, tu vagheggiavi ancora, rosa vizza, amata come gemma e in quanto gemmi a vista non sai se m’ami ancora. Ma era quell’anno che al satellite si poteva pensare come cortile, e non da terra. Questo consentì al mio bambino, l’essere che avrebbe lasciato, su almeno il senno di quest’uomo, l’orma. Piena di sogni priva però di corpo, di contusioni e divenire. Era l’anno del bianco e nero arcobaleno della storia. Il piccolo soggiorno col mondo enorme nello schermo, persino circo descritto nella stanza, e lo Stagno contemporaneo che annunciava nuova vita tra due creste del respiro, troppo breve per andare oltre.

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DIRÒ ADESSO È TEMPO DEBITO

Il pruno è così felicemente nudo che le radici si specchiano nei rami per scoprirsi a fondo. Questa visione consente il nutrimento sotterraneo della più soverchia figura: la similitudine tra i fusti. Pensa che spirito possiede il giardino: prima della sommità esposta nella nicchia atmosferica, nei principi di talee, nel dubbio della mutazione. Ad un’unica occhiata, l’intera pianta mostra l’annuario delle scadenze. La stagione è annotata in cima, il tempo complessivo è l’anello moltiplicato i giri nel tronco, il giorno che non può trattenere sfogliato a maggior ragione. In pratica, tutta l’astuzia è spogliarsi da sé per superare la solitudine e prendere confidenza col gelo.

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PARLO SOLO IN BUONA COMPAGNIA

Il vino dà modo alla vigna di sopravvivere nella forma di vetro. Il gusto asprigno è pungente in quanto riflesso della lingua come schiocco; e persistono in copia l’uomo accasciato e la tavola rimbandita. E si sappia che in questa casa io nutro il tempo con piatti momenti, anche vuoti, anche sporchi, soprattutto viene naturale il confronto di opinioni tra sè e se usare un verso a sorteggio. Viene il pensiero in gessato. Vedo eserciti di grafemi, aste in resta, truppe elementari sul foglio di battaglia, una carta stropicciata dal vecchio portaordini trafelato. L’occasione non fa il pretesto in genere, ma il pre testo è affollato di intenzioni per donarsi; e se trovo deserto qui intorno, questa è l’oasi nella quale l’ombra è la migliore compagna; ossia: l’idea di un sorso non tocca l’acqua, liscia la carta e tocca a quel lume nel vetro, già al mattino, scaraventare la ragione nelle scarpe e dirle va, va, va oltretutto, come si dice, pare faccia il buon viso a cattiva sorte. O il viso cattivo pare faccia da buona sorte.

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HA PRESO A FARE CALDO di Davide Rissone Da qualche giorno, forse un paio, ha preso a fare caldo, non proprio il caldo estivo di quando si è nel letto e si prende a sudare e le lenzuola si inzuppano tutte e ti si appiccicano addosso e si sente ancora più caldo. E neppure la sensazione di quando si ha la febbre e si sta lì, a tremare di caldo mentre una mano si allunga in avanti per poggiarti una pezza bagnata sulla fronte, e mentre si percepiscono le goccioline d’acqua scivolare giù e percorrere veloci il viso, la pezza si scalda, comincia a scottare creando un doppio strato di calore in cui il corpo rimane imprigionato fino al momento in cui la stessa mano si premura di liberarlo, restituendoti un po’ di respiro. No, ora non fa ancora quel tipo caldo. È un caldo primaverile, meno prepotente, più gentile, per il quale nel letto si tengono solo le lenzuola, ma nel mezzo della notte ce le si tira su, fin oltre le spalle a volte. Non ti fa rimpiangere il freddo, ecco. Ci va a braccetto piuttosto. Quando comincia a fare caldo, anche il mio cuore cambia. Sono sdraiato accanto ad Alice, la mia ragazza, e la osservo dormire. Sul suo viso non c’è alcuna traccia di tristezza, dorme e basta, o sogna chissà, e io rimango sveglio, forse per via del caldo a cui ancora non mi sono abituato. La guardo, pensando Sì, l’amo. Quando fa freddo, d’inverno o in autunno, nelle giornate di pioggia primaverile o in quelle estive in cui le nuvole si strizzano tutte e il cielo si fa nero, in quei casi, i miei pensieri sono paralizzati, congelati, incapaci di compiere alcun movimento, per via del freddo suppongo. Quando fa freddo non riesco neppure ad amare. Mi è impossibile anche solo sopravvivere, a dirla tutta. Alice mi osserva mentre me ne sto impalato, e se ne accorge, lo capisce, come gli animali percepiscono l’avvicinarsi di un temporale… lo fiuta. Perché non mi ami?, mi domanda, È più forte di me, rispondo io. Sei crudele, dice lei, Questo tempo lo è, dico io. È ciò che vuoi?, mi chiede sfilandosi il vestito. Lo calpesta per liberarsene, sbattendo i piedi a terra e lacerandone la stoffa. È un vestito blu notte, freddo, ma di cotone leggero. Lo fa come se fosse vivo, come se volesse ucciderlo, il vestito. E nel frattempo comincia a tremare. È nuda Alice. La sua pelle è pallida. Se la toccassi la sentirei ghiacciata, lo so. Si spezzerebbe sotto la pressione di un solo dito. Si formerebbero delle piccole crepe, come ragnatele e queste si ingrandirebbero fino al punto in cui l’intera struttura cederebbe. Credo non sia più neppure pelle; è uno strato lucido che l’avvolge, che separa Alice da me. Le curve in cui si flette il suo corpo, però… quella del collo, appena prima della spalla, quella che forma una piccola fossetta in cui ci finiscono sempre le lacrime

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quando uno piange da sdraiato, o l’incavo della sua ascella celato dalle braccia appiccicate lungo il busto snello, i seni gonfi, il fianco sporgente appena oltre la sua sagoma o lo spazio rasato tra le sue gambe, strette strette, forse per scaldarsi un po’, forse per fare la misteriosa, be’ quelle curve, invece, mi sembrano piuttosto calde. Mi ci infilerei volentieri lì. Ti desidero, le dico. Allora vieni qui e baciami!, dice lei. Ma io non posso. Le sue labbra sembrano gelide, due cubetti di ghiaccio scolpiti. La ucciderei se lo facessi. E lei piange. Si scioglie sul pavimento, poggia le ginocchia a terra, crolla su se stessa come se si fosse frantumata, si prende la faccia tra le mani, o quel che ne rimane, la nasconde dentro fino a farla scomparire, e piange. Così accartocciata è meno fredda. Io la guardo ma non dico nulla. Quando prende a fare caldo, quando a guardare oltre la finestra il colore dominante smette di essere il grigio fumo per fare spazio a un miscuglio di azzurro e giallo, se è pomeriggio presto, o a una macchia di rosa e albicocca se si sta avvicinando la sera, i miei pensieri si sciolgono e mentre me ne sto sdraiato a letto, accanto ad Alice, beatamente addormentata, penso. Penso a tantissimi pensieri. C’è silenzio intorno a me. La tapparella della camera è sollevata e tutta la luce della notte entra dentro e sbatte sul letto, e anche su Alice. Il corpo di Alice è caldo. È arrotolata nel lenzuolo e a ogni respiro si gonfia un po’, poi si affloscia e io riesco a percepirne il calore. Viene verso di me, lento, mi scalda e io lo lascio fare. Chiudo gli occhi e lo lascio fare. Alice si volta e rimane a pancia in su. Il lenzuolo scivola verso il basso, lasciando libero un seno. È più piccolo ora, si è squagliato anche lui. Chiudo di nuovo gli occhi. Alice vibra al mio fianco; si sarà mosso ancora? Io non sento freddo. Allungo un braccio alla mia destra e con le dita cerco il bordo ricamato del lenzuolo per coprirla. Appena sotto il seno non c’è, dev’essere ancora più giù. Poso il dorso della mano sul suo petto. È uno spazio caldo, un incontro di curve tiepide, destinate a morire lì, eppure così belle nella loro inutilità. Volto la mano. Con il palmo, come fosse un ragno gigante, mi lascio alle spalle i suoi seni e scendo giù, zampettando. Il lenzuolo non c’è. Strano, penso. Affondo nella pelle. È appena più fredda dei miei polpastrelli. Supero le ultime costole, le solletico e affondo un altro po’ in un punto in cui le dita diventano instabili come fossero sospese sul pelo dell’acqua. La superficie si solleva, fa su e giù, si gonfia e si sgonfia, ma rimane comunque morbida come un impasto. Proseguo e Alice dice qualcosa. Miagola. Cercherà anche lei il lenzuolo? Adesso, la distesa di pelle si fa appena più ruvida. Il lenzuolo sembra sparito, non c’è. Sarà finito al fondo dei piedi? mi domando. Le mie dita si muovono sicure, avanzano, attratte dal caldo. Il ventre di Alice è umido e vaporoso come la stanza da bagno quando si fa una doccia bollente. La pelle curva, si getta in picchiata e io la 54


inseguo, trascinato dalla deformazione dello spazio. Piega un ginocchio e stringe le gambe. Rimango intrappolato in quella posizione, in un non-spazio; non sono né dentro di lei né fuori. Sono impigliato lì. Vorrei aprire gli occhi, ma ho paura di ritrovarmi il suo sguardo puntato contro, mentre mi imprigiona. Cerco di divincolarmi, scorro lungo una parete liscia, e quella cede e Alice si agita, contrae i muscoli e questi, come cavi d’acciaio mi spingono ancora più in profondità. Il riflesso di un lampione in strada trema, lo percepisco da sotto le palpebre, come se stessero giocando con l’interruttore della luce, prima spegnendolo e poi accendendolo un istante dopo, e così via, due, tre, quattro volte di seguito, mentre il suo corpo si contorce, sobbalza quasi sul letto, Si starà svegliando? eppure è immobile: fibrilla solo. Le mie dita si divincolano, strisciano, arrancano, si piegano, spingono di qui e di là, irrequiete mentre la carne, scivolosa di sudore, ci sbatte contro. Che sia qui il lenzuolo? All’improvviso tutto si ferma, anche i miei pensieri. Sento il suo respiro regolare riempirle la pancia. Sfilo la mano. È di nuovo libera di muoversi, come se non fosse mai stata incastrata, e mentre la sto ritraendo lo sento. Striscia sul dorso, vi si appoggia senza peso. È fresco. Fruscia. Spero non la svegli. Sulla pelle accalorata di Alice deve sembrare piuttosto freddo. Come può essere? Apro gli occhi e a quel punto lo vedo. Una distesa bianca, una specie di mare increspato da onde di luce, da chiaroscuri e zone d’ombra. Lo pizzico con le dita, lo tiro verso l’alto, verso il volto rilassato di Alice, fin sopra le sue spalle infreddolite. Lo distendo tutto, lo rendo piatto come la superficie di un lago. È stato lì tutto il tempo? Come ho fatto a non accorgermene? Sì, è proprio lì. Mi copro anch’io, e ricomincio a pensare a mille pensieri.

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POESIE di Walter Ausiello COMPASSIONE DI SALSEDINE E SOLE La sabbia si attacca e si stacca dagli arti, se non fosse per quella confusione di carne non farebbe la passerella la dolce sposa dell’onda. E il vento neppure richiede l’inchino, si accontenta del frusciare delle frange, gonnelline che agitano la brezza i bianchi orli dei coni azzurri, quasi un piccolo cielo per gli sguardi bassi. Metterò oltre la scogliera una porta azzurra soffice e leggera sotto la spinta di una nuvola di cotone, tra iridescenti spruzzi con le mie colpe lievi ho camminato sulle acque fino ai frangiflutti. Porto un sorriso triste lontano dal clamore e resto immobile come un trabucco che prega il dio dei pesci

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ASCOLTO

Ascolto la voce narrante che ripete la favola triste: le panchine sono i letti degli angeli. Danno fuoco ai giacigli e ai corpi rassegnati. Questa notte dell’anima divora il lampo di umanità che quegli occhi diffusero su indifferenti ventri opulenti. I senza tetto non sanno odiare. Gli orfani del mondo malvagio che vedono l’alba viso a viso e che l’aurora bacia tra i capelli. Sorridono ai bambini biondi, sorridono ai bambini mori i beniamini degli alberi e dei fiori. Non fanno la rivoluzione e neppure invidiano le dimore lussuose. Vanno tra fontanelle e colonnati. Sognano un piatto caldo e una carezza. Lambiti dalle fiamme dell’odio aspettano senza risentimento che il tempo gli porti il conto.

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SPRAZZI DI LIBERTÀ

Sprazzi di libertà si adagiano nel colpo d’aria, nel vento indomito che entra dalle crepe, nel dispetto del vetro infranto che ha attraversato lo sgomento dell’attimo. L’arcobaleno di contraddizioni scintilla sulle diafane ali della farfalla ferita, negli occhi incorrotti dei figli dei sicofanti. Gli idioti si addobbano di parole e intanto l’effimera materia si compiace nel suo morire incerto. Il saggio nel suo invisibile distende le pergamene del silenzio. Inudibile e sussurrata la verità si diverte nell’ineludibile gioco che a tratti chiamiamo amore altre volte distruzione. Dunque sorridere è atto sacro e l’ironia è metafisica per viaggiatori attenti.

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COLLETTORI

Sono rimasto intrappolato sotto gli archi degli orchi. La luce a righe e strisce entra copiosa nei vecchi otri di crepe imperiture. La vertigine del cerchio segnato dal solco

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DEMONI di Salvatore D’Antoni Si muore d’amore? me lo sono sempre chiesto, mi sono sempre chiesto se è vero che tutta questa gente che è morta adducendo questo motivo poi alla fine sia morta davvero d’amore oppure è solo andata così e hanno usato una scusa carina e poetica per indorarsi la pillola o una giustificazione che non avrebbe permesso fastidiose e saccenti repliche. Se il paradiso esiste, di certo deve essere una grossa fatica mantenerlo all’altezza delle aspettative di quattro stronzi viziati che non sono mai la maggioranza, ma ottengono sempre quello che vogliono. Così tra una teoria evolutiva e l’altra abbiamo vissuto, abbiamo colonizzato il mondo e poi lo abbiamo distrutto, distrutto tante volte prima di renderci conto che distruggendolo distruggevamo noi stessi, non c’era modo di capirlo, e i predicatori predicavano, i messia scendevano e morivano in vari modi, tutti certificati dallo stato o chi per lui. Una volta dentro un locale, che era nascosto dietro un vecchio palazzo antico, c’era una ragazza con la chitarra, prima di iniziare a suonare disse «io credo nel paradiso, ci credo fermamente perché altrimenti molto semplicemente sarebbe davvero tutto inutile». C’era una folla di presenti che giocava a essere cinica e sprezzante, c’era una folla di acculturati, scettici freddi che per apparire scandalizzati sudavano sette camice, ma alla fine i loro occhi erano quelli, erano facili da leggere, e tutti quanti dal più scandalizzato al più disinteressato sapevano che in fondo quella ragazza con le occhiaie profonde come il mare d’inverno e i capelli spettinati aveva ragione. Nessuno avrebbe accettato con leggerezza l’idea di spegnersi come una macchina, certo è bello da dire, certo una ragazza potrebbe guardarti con occhi innamorati e tu potresti sembrare coraggioso, ma la verità era palese e quella ragazza prima di incominciare a suonare la sua canzone posizionò le dita sulla tastiera della chitarra, si schiarì la voce e si mordicchiò il labbro inferiore, guardò il vuoto come si guarda qualcosa che ami con tutto te stesso, guardò un punto fisso nell’universo come si guarda la cosa più bella del mondo. Mentre la ragazza cantava, la consapevolezza si faceva strada come se all’improvviso fossero esplose le lampadine, alcuni iniziarono a sorridere, altri a farsi delle domande, altri ancora a sperare, la ragazza continuava a suonare certa di aver ottenuto comunque un gran bel risultato. Abbandonai il locale a metà esibizione, quando ancora l’aria era dolce e nessuno si era messo a fare lo scettico, nessun architetto si era messo a progettare qualche società utopica e nessun ingegnere saccente si era messo ad asserire con estrema sicurezza che non si poteva realizzare nulla, nulla al di là della fredda matematica.

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Tornai in strada stretto dentro il mio cappotto grigio, c’erano risate rauche e malriposti tentativi di sentirsi unici, c’era anche una folla in processione dietro la statua di una madonna, c’erano bambini con le pistole di plastica, le ginocchia e il collo sudici e gli occhi splendenti come l’ultima parte di una bella canzone, i bambini si rincorrevano e le madri pregavano seguendo la statua, non gli importava dove, e in fondo non era poi così sbagliato, si fidavano di una statua è vero, ma era la statua di una santa, in termini di feedback doveva pur significare qualcosa. Dentro la processione le occhiaie di una donna di mezza età sembravano inghiottire l’oscurità e riconvertivano tutto quel buio in una luce debole ma tenace, fioca ma allo stesso tempo devastante, non sarebbero bastate tutte le birre e tutte le pose fighe del mondo a rovinare quel momento, non sarebbe bastato un discorso inutile o un commento fuori luogo; in strada c’era una sensazione di malinconia e abbandono, simile a come era sempre da sempre, una sensazione immutabile che si concedeva pochissime sfumature. Dentro la pancia della città c’erano i Demoni che bussavano alle porte delle case, erano color vomito e ingobbiti, alcuni aprivano altri no, i Demoni erano invadenti e ineducati, passandogli vicino sentivi la puzza e un certo senso di disagio, da quando avevano aperto la porta erano in mezzo a noi, mangiavano i bambini, alcuni animalisti erano contenti, altri non tanto, ma nessuno li ascoltava più gli animalisti. Avevo litigato con alcuni di loro, alcuni graffi sul mio petto potevano testimoniarlo, si stavano quasi integrando bene, c’era una setta che aveva deciso autonomamente per l’estinzione della razza umana e quindi li riforniva di cibo ogni giorno e ogni notte, c’erano donne che per lavoro sfornavano figli e li davano ai Demoni, c’erano madri regolarmente sposate e in grazia di Dio che facevano da distributore automatico. Penso spesso alla ragazza dentro il locale e sono abbastanza sicuro che andrà in paradiso e sono contento per lei, salendo verso casa un Demone con il cappello e un uomo al guinzaglio mi fece un cenno di saluto, mi mostrò il suo esemplare di uomo dicendomi che gli mancava solo la parola e che era meglio di molti Demoni, sorrise e aveva gli occhi neri e i denti aguzzi e infinitamente lunghi, puzzava di sporcizia sotto le unghie, puzzava di marcio, di cose dimenticate, di parole non pronunciate e di vecchi rancori, di cose che una volta posate nella parte alta dell’armadio non è più consigliabile riportare giù. Io vivo a pochi passi dalla porta da cui erano usciti, vivo dentro una vecchia chiesa sconsacrata, dicono che il prete lì dentro abbia scopato con tutte le fedeli, è un posto così lercio e sudicio da fare schifo persino all’inferno, però c’è una bella finestra decorata che fa filtrare la luce in un modo bellissimo, sotto la finestra c’è la vecchia poltrona del prete, una specie di trono di velluto verde, mi siedo lì e a volte mi sento al sicuro e a volte no, a pensarci è strano e curioso il modo in cui le perce62


zioni delle cose cambino di minuto in minuto. In questo periodo per esempio sto leggendo un libro, un libro in cui l’autore elenca tutte le piccole cose che lo rendono felice, ci sono giorni in cui leggerlo in qualche modo rappresenta una bella azione e giorni in cui è completamente inutile, spesso penso che anche a me piacerebbe fare un elenco delle cose che mi rendono felice e poi dopo circa un secondo penso che nel migliore dei casi causerei la stessa reazione che questo libro causa a me e nel peggiore dei casi ovviamente scatenerei la più totale indifferenza, però ad esempio a me piace ascoltare il suono che fa la stufa a legna quando è accesa. Alcuni giorni il cielo ha lo stesso colore dell’acciaio, alcuni giorni le nuvole sembrano voler venire giù e schiacciarci tutti, nessuno sembra felice di chi è, di cosa immagina, nessuno sembra soddisfatto dei sogni che ha appena smesso di sognare. Forse David Bowie era soddisfatto di chi era, forse David Bowie poteva ritenersi soddisfatto della sua vita e dei suoi sogni, ci sono giorni in cui tutto sembra una grande discoteca che sta per chiudere, tutto attorno vedi solo stanchezza e facce stravolte, e quelli che ripetono a tutti di non mollare e che loro non molleranno sono i primi ad aver mollato, solo che non se ne sono resi conto. I Demoni continuano a insinuarsi dentro la città, ormai a nessuno importa più, c’è rassegnazione, silenzio, quel silenzio vuoto, che non significa nulla più che niente. Loro, i Demoni, stanno lì a riempirsi la vita di cibo, di rispetto, di immagini sacre dilaniate dalle loro unghie, ridono sguaiatamente mentre mangiano gli ultimi esseri umani rimasti in quella parte di città, non mi avranno mai, mi batterò fino alla fine, o forse ai loro occhi sono così disgustoso da essere già salvo e non rendermene conto, quando ero più giovane ero l’ultimo a lasciare la festa, ero sempre l’ultimo ad andare a casa, non è servito a molto con il senno di poi però ha allenato la resistenza. Sto seduto sulla mia poltrona mentre fuori splende un sole pallido, i Demoni ormai escono tutti i giorni, in pieno giorno, ormai è tutto loro, il nostro odio sempre più totale e indiscriminato li ha resi forti e coraggiosi, coraggioso come è chi non ha mai avuto torto o si è sentito in difetto. Stanotte sento ridere più del solito, stanotte sono molti di più, il crocefisso che sta sopra il portone della vecchia chiesa dove vivo ha la faccia di uno che non ne vuole sapere, ha declinato ogni tipo di responsabilità, in fondo lo capisco, vorrei risolvere tutto tirandomi la coperta fin sopra la testa, ma la coperta è molto corta e rischio di farmi congelare i piedi, sono drammi insopportabili, bussano alla porta, mi sa che è arrivato il momento di aggiornare la collezione di graffi, mi sa che è arrivato il momento, mi alzo a fatica portandomi dietro la coperta, controllo se ho le mutande adatte, non sia mai, sarebbe triste morire con le mutande sbagliate. Alla porta c’è una ragazza spaventata, ha poco più di vent’anni, la faccia spaventata e 63


una coperta marrone avvolta attorno al corpo, trema e mi guarda in faccia, ha un’espressione glaciale, figlia della paura e della mancanza di fiato, avrà corso per mezza città, si sarà inoltrata in posti che non aveva nemmeno mai visto, poi dice che le hanno detto che in mezzo ai Demoni ci abitava un essere umano, che se per caso fosse stata in difficoltà sarebbe dovuta andare da lui, la faccio entrare e mi chiedo chi diavolo abbia messo in giro queste voci, la faccio entrare e chiudo bene la porta, sento già dei passi avvicinarsi, delle unghie graffiare i muri e delle risa perverse a malapena soffocate, sarebbe bello essere armato di cattive intenzioni, ma io non sono né armato né pieno di cattive intenzioni. Sono passati alcuni minuti, la ragazza di vent’anni sorseggia un tè, tiene la tazza con entrambe le mani, sembra piccolissima, la paura restringe i tessuti, rende il cuore piccolo piccolo e le vene talmente strette che non penseresti mai ci possa passare del sangue, mi guarda e accenna un sorriso, un sorriso timido e triste, un sorriso che stona con l’umore attuale. La vecchia chiesa è fredda, forse è necessaria un’altra coperta per far sì che il sorriso sia più sincero e disteso, ci starebbero bene anche dei biscotti, ma non credo di averne. La ragazza di vent’anni non trema più, mi racconta della sua fuga, era braccata da una decina di Demoni, alcuni umani la spingevano verso di loro, molti altri chiudevano a chiave le porte, alcuni tossici sotto i portici le avevano indicato la vecchia chiesa abbandonata e gli avevano detto che forse lo stronzo che ci abitava le avrebbe aperto la porta, lei aveva visto con i suoi occhi i tossici che venivano smembrati, e aveva sentito le risate di quegli esseri immondi coprire le urla strazianti, rendendole ovattate. La ragazza ha i piedi sanguinanti e le gambe stanche, intirizzite dal vento gelido, e bluastre. I biscotti non aiuterebbero granché e io ho finito le coperte. La ragazza adesso ha iniziato a piangere come se qualcosa dentro il suo cuore si fosse sciolto, come se la sensazione di essere più o meno al sicuro le avesse permesso di tornare a essere coerente con la sua natura e alla fine avesse considerato l’ipotesi che dopo una paura del genere piangere poteva solo farla stare meglio. Ha iniziato a piovere, se avessi avuto un qualche potere coercitivo sui musicisti avrei costretto un violinista a suonare su un tetto, perché ci sarebbe stato proprio bene. A notte fonda esploravo nuove vette della mia profondità mentre la ragazza dormiva rannicchiata nel mio letto con ancora le guance bagnate, io stavo seduto su quello che era lo scranno del prete e pensavo, pensavo mentre contavo le gocce che bagnavano le vetrate decorate e più pensavo più mi sentivo osservato dal crocefisso, e più mi sentivo osservato più mi sentivo giudicato, più pensavo che il violinista sul tetto ci sarebbe stato veramente veramente bene. Avremmo aspettato un paio di giorni, ci saremmo accodati all’ennesima inutile processione e approfittando della folla avremmo lasciato la città, sperando che le altre città fossero in una situazione migliore, era questo il piano, ero sempre l’ultimo 64


a lasciare la festa ma a questo punto non ero più da solo, avevo qualcuno da aiutare e se la ragazza con la chitarra aveva ragione io il paradiso me lo dovevo guadagnare in qualche modo, e forse così il crocefisso avrebbe smesso di giudicarmi male. In processione portavano una vecchia statua di un santo indefinito e indefinibile, la ragazza aveva abbandonato la paura e i suoi vent’anni dentro le mie coperte, io avevo abbandonato l’idea di vivere tranquillo e in solitudine il resto dei miei giorni, in più avevo voglia di biscotti, il pomeriggio era calmo e sereno, l’aria era fredda quel tanto che bastava, la processione era preceduta da una litania, di vecchiette che si battevano il petto e bambine vestite da sposa che seguivano la statua senza perdere la concentrazione, tradendo in modo balordo la loro fanciullezza, contrite dentro spessi strati di dolore cattolico instillato come un vaccino dalle nonne dolcissime e ingobbite, la processione ci avrebbe portato fuori dalla pancia della città senza farci notare, ci avrebbe portato lontano dalla zona più densa di Demoni, e ci avrebbe dato modo di rubare una macchina. La ragazza di vent’anni parlava poco e con una voce delicata diceva parole lievi e mi guardava dritto negli occhi come se si aspettasse qualche parola di conforto che io comunque non conoscevo, avevo provato a sorriderle ma i denti marci non mi aiutavano a essere confortante, i passi erano lenti ma inesorabili, il santo troneggiava, sembrava zoppicare sopra le spalle dei malandati fedeli che lo portavano in giro tra i vicoli mentre i Demoni appoggiati ai muri sorridevano sgranocchiando femori e tibie. La ragazza teneva lo sguardo basso e io fingevo di zoppicare simulando più anni di quelli che avevo e che quegli anni finti mi pesassero come un macigno sulle spalle, sembrava funzionare, avrei potuto scagliarmi contro di loro, ma avrei fatto soltanto casino, avrei causato un danno immane, in aggiunta i più furbi tra loro avrebbero preso qualche bambina, non potevo, avevo la responsabilità di una ragazza di vent’anni che non aveva un nome e che non parlava moltissimo, non un buonissimo affare a mente fredda ma ormai eravamo lì, stavamo scendendo lungo le vecchie strade umide, dritti verso una via di fuga. Un vecchio maggiolino arrugginito, molto cinematografico, ma non avevamo altre opzioni. La ragazza sorrideva, io mi ero appropriato di nuovo della mia postura originale, non il massimo a dire la verità ma meglio di quella precedente. Aprire un vecchio maggiolino non è difficile, farlo apparire difficile è assolutamente necessario per vestire i panni dell’eroe e, tralasciando la voglia di biscotti che mi accomunava a un dodicenne, ormai ero entrato nella parte, il motore borbottava, la benzina era sufficiente per andare via. La città era piena di luci e dal basso della collina sembrava bellissima, come una modella che da lontano sembra un capolavoro e a mano a mano che ti avvicini per 65


guardarla meglio ti svela tutti i difetti più terribili, occhi spenti, denti marci, trucco crepato. Era la mia città ed era in mano ai Demoni che vincevano senza che nessuno fosse veramente in grado di combatterli, e tutte quelle statue di santi che ondeggiavano instabili non avrebbero retto per molto tempo. I Demoni erano fatti d’odio e l’odio era troppo forte, più forte di tutti ed era quello il problema, c’era troppo odio, così tanto che non eravamo stati più capaci di veicolarlo. Siamo stati noi a creare i Demoni, siamo stati noi con i nostri buoni pensieri di cattolici devoti, conservatori e xenofobi, siamo stati noi a non imparare niente dalla storia. La ragazza era al posto di guida e mi stava aspettando, la strada era aperta davanti a noi, stava per tramontare il sole, un sole bellissimo e io senza voltarmi tornai indietro, verso la mia vecchia chiesa nella pancia della città. La ragazza di vent’anni ingranò la marcia e andò via, giurerei di aver sentito un grazie, ma non ne sono sicurissimo, i Demoni tra poco usciranno e ricominceranno a cacciare, io resterò nella mia chiesa, seduto sul mio scranno a esplorare nuovi abissi di profondità, e prima o poi conoscerò un violinista da convincere a suonare su un tetto mentre piove, e magari con calma riuscirò anche a cacciare via questi esseri immondi, troverò il modo, altrimenti niente, ma proprio niente, nessuna azione, nessuna conseguenza, nessuna reazione avrebbe senso.

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CERTEZZE di Nicolò Monti È entrato per la prima volta in un ospedale psichiatrico a vent’anni. Il continuo fare dentro e fuori lo seccava, poi ha cominciato a considerare quei periodi necessari, e all’effetto di intorpidimento causato dai farmaci per la schizofrenia che tanto lo irritava ha finito per assuefarsi. La prima volta la ricorda grazie a brevi immagini che rievoca in momenti del tutto casuali. Allora sembra che la sua mente proietti frammenti di un nastro bruciato: i fotogrammi sono sfocati, i margini corrosi. Apre gli occhi e percepisce una pesantezza alle palpebre, fatica persino a tenere la testa dritta. Poi un orologio di quelli massicci e neri che non permettono di dubitare sulla loro esattezza neanche per un istante: è quello a dettare l’ora al mondo. L’immagine si perde, il nastro scivola fuori dal proiettore e la mente resta illuminata da una luce intermittente. Ricorda la rabbia e le voci onnipresenti all’interno della testa. La consapevolezza della malattia, invece, è scomparsa da tempo. Fuma una sigaretta in una stanza che non ha nulla in comune con quella dell’orologio. Non ha idea di che cosa abbia combinato, ma il fatto di trovarsi ammanettato non lo preoccupa: sa di poter diventare violento. Ha le braccia piene di lividi e prova dolore ogni volta che respira, forse ha picchiato qualcuno. È su un letto reclinato, accanto a lui una cassettiera e sopra un bicchiere di plastica vuoto. Ancora ricordi, ma evita di lasciarsi trasportare. Non può fidarsi della sua mente, nemmeno nei giorni sì. Rievoca un’immagine in cui si ripara in una trincea di fortuna, ma sa di non essere stato in guerra. Deve vivere unicamente di certezze assolute, di tutto ciò che sia tangibile, che abbia dei bordi, un colore, un peso, o che sia scritto da qualche parte. Nome e cognome. Occhi verdi e capelli rasati. La sua bevanda preferita, il succo d’arancia. Ascolta tanta musica, ma non ama niente in particolare. Ha scritto questo e altro sul suo taccuino, due fogli stropicciati ripiegati nella tasca dei pantaloni assieme a una piccola matita Ikea. Spesso nemmeno scrivere basta. Su una parete c’è una lunga vetrata. La luce filtra occupando ogni centimetro della stanza e sgranando gli occhi riesce a vedere i versanti innevati dei monti. È inverno. Forse novembre, dicembre, forse Natale.

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Abbassa lo sguardo e nota un bottone delle dimensioni di una moneta. Lo preme, ma nulla accade. La porta a sinistra è socchiusa e percepisce il brusio di alcune voci. Tra queste, presta attenzione a quella di una donna. Le sente dire qualcosa, poi urlare, diventa la voce straziata di un bambino. Avverte altre grida, ma pensa che siano solo nella sua testa. Entra un dottore. Lo mette a fuoco, lo riconosce. È un amico, sono anni che è suo paziente. La persona che gli è accanto però non è sua amica e porta una divisa scura. Ha il viso sciupato e lo sguardo teso, forse è anche lui un paziente. La gola gli si stringe, per poco non si strozza con la saliva. Poi quelle poche parole pronunciate con una voce piatta, che non lascia trasparire emozioni, dispiacere, sete di vendetta. Sa che prima o poi sarebbe successo. È scappato rubando una macchina chissà dove. Poi per strada ha perso conoscenza, così ha detto la polizia. Non ricorda le urla, alcuna immagine. Ma non ha dubbi, le urla le avrebbe sentite di notte: si sarebbero unite al coro per intonare un assolo e farlo delirare ancora di più; avrebbero cantato fino a ridurlo a un passo dalla morte, per poi lasciarlo lì, a pezzi. Si accorge di stare piangendo solo quando sente il gusto del mare in bocca. Con le mani tremanti si asciuga le lacrime. Le osserva per cercare di provare qualche emozione, ma non ci riesce. Caccia un urlo. Una sola sillaba e una sola volta, in risposta al sangue denso e caldo che vede colare dalle ultime falangi delle dita ai palmi lividi delle mani. L’uomo con la divisa scura lascia la stanza per andare a prendere qualcosa, un farmaco, una droga, una pistola. Prima che possa tornare, rovista nelle tasche e scrive sul taccuino l’ennesima certezza.

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GLI AUTORI

WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere ma si interessa di filosofia, psicologia, intelligenza artificiale, poesia e arte. Un’incursione nel libero pensiero è testimoniata dal suo “saggio caotico” Elogio dell’aporia nell’era digitale, scritto nel 2012. Alla produzione poetica affianca la stesura di racconti e dialoghi. CRISTINA BIZZARRI è nata nel 1954 a Milano. Vive a Civitanova Marche con Andrea e la gattina Lilli. Scrive poesie fin da ragazza, ma solo da poco tempo le pubblica sul sito LaRecherche. I suoi miti: La Bella Addormentata nel Bosco, Ingmar Bergman e Emanuele Severino. Le piace disegnare, fare yoga, andare al cinema. Insegna francese in un istituto alberghiero.

CALAMO INCHIOSTRATO, pseudonimo di Lorello Maggio, è nato nel 1958 e vive in Sicilia. Come Blanchot, considera la scrittura un infinito intrattenimento. Laureato in filosofia, insegna lettere in una scuola media. Politicamente libertario, teologicamente sincretico, umanamente esistenzialista. Si ritiene un uomo di scrittura, non uno scrittore. È presente nel web anche col nick imagomentis. MANUEL CRISPO, medico e scrittore, è nato nel 1986 a Salerno e vive e lavora a Napoli. I suoi scritti sono stati pubblicati su diverse riviste e siti letterari. Nel 2016 rilascia in rete, scaricabile gratuitamente, il romanzo Don Cristo. Partecipa all’antologia Li chiamano animali (Alcheringa Edizioni, 2017). Con la casa editrice Nero Press Edizioni ha pubblicato i racconti del ciclo Rin Tin Tin Tabasco. SALVATORE D’ANTONI è nato nel 1985 a Sciacca (AG). Troppo giovane, a suo dire, per essere considerato un giovane autore, ha pubblicato la silloge Lame di cristallo (Gruppo Albatros Il Filo, 2008) e la raccolta di racconti Educazione Cinica (Melqart Communication Editore, 2014). Attualmente sta lavorando alla sua seconda raccolta di racconti.

FERDINANDO GIORDANO è nato a Cetara e vive a Salerno, dove lavora nel settore dell’assistenza informatica e nella formazione. Ha vissuto per lo sport con sportività, quindi nessun risultato notevole; per studiare, ottenendo una laurea summa cum laude in Ignoranza Integrata all’Apparire Sapiente; per scrivere, consumando carta negli astucci delle Bic come cerbottane; per lavorare, avendo come obiettivo un’unica grande vacanza nella quale ancora si crogiola. Insomma, ha vissuto e vive ancora a discapito dell’ovvio, ma, ovvio, questo finirà prima o poi, sperando poi.

JOE KOWALSKI, nome d’arte di Siro Chioetto, si diletta a scrivere da quando era ragazzo. Ha 54 anni e vive a Verona. Geometra nella vita, è alla continua ricerca di luoghi dove proporre i suoi scritti.


ALESSANDRO MAMBELLI è nato nel 1997 a Cesena nel e frequenta il primo anno di lettere moderne, a Bologna. Le sue esperienze editoriali si limitano ad alcune auto-pubblicazioni sulle piattaforme Youcanprint (Cavatappi e La spiaggia di Euxmemes) e Lulu (una raccolta di poesie), più un racconto e una poesia su antologie di concorsi letterari. NICOLÒ MONTI è nato nel 1998 a Modena. Spinto dagli amici e dal desiderio di lavorare con i libri, crea un blog di letteratura occupandosi prevalentemente di autori scandinavi e islandesi. Si appassiona alla scrittura e partecipa a un corso presso la Scuola Holden di Torino dedicato al racconto. Gli autori a cui si sente maggiormente legato sono D’Ambrosio, Antrim e Carver.

LUDOVICO POLIDATTILO pubblicò il romanzo Le avventure del capitano Ego (Agata/Ottolibri, 2016). Vide vari suoi scritti accolti da antologie e periodici. I suoi testi teatrali Eumenidi talk-show, Apokalypsis à la page, Apokalypsis pour homme e Le avventure del capitano Ego furono rappresentati dalla compagnia Regno delle Madri Entertainment. Quanto scrisse, scrive e scriverà, se non finirà altrove, farcirà il blog “Polidattilografia”.

DAVIDE RISSONE, trentenne, laureato in Sociologia, vive a Padova. Da un anno collabora con Alieni metropolitani, portale web dedicato al racconto postmoderno, e con la rivista Inkroci. È fondatore della corrente letteraria Iper-realismo-pop, il cui manifesto è disponibile sul suo blog. Il suo primo romanzo Non così vicino al Paradiso uscirà a breve per la casa editrice Lettere Animate. ATTILIO SCATAMACCHIA è nato nel 1973 a Torino e vive con la moglie e i due figli in una citta della costa abruzzese, in provincia di Pescara. Ingegnere, libero professionista nel settore della termotecnica, scrive più o meno da sempre.


Tutti gli autori dichiarano implicitamente che i testi, da loro proposti e qui pubblicati, sono di propria stesura e non violano in alcun modo le leggi sul diritto d’autore, e danno esplicito consenso alla pubblicazione dei propri testi, editi e/o inediti che siano, sollevando Alibi e relativi redattori e/o curatori da ogni responsabilità riguardo diritti d’autore ed editoriali. Qualora i testi fossero già editi da altro editore, gli autori dichiarano, sotto la propria responsabilità, che i testi forniti e qui pubblicati sono esenti da diritti editoriali per scadenza avvenuta dei relativi contratti o, nel caso di contratti ancora in corso, gli autori dichiarano che l’editore, da loro stessi contattato, dà il proprio consenso alla pubblicazione dei suddetti testi in questa rivista.


Rivista Alibi - Numero 20  

ll numero 20 contiene le opere dei seguenti autori: Attilio Scatamacchia, Joe Kowalski, Calamo Inchiostrato, Alessandro Mambelli, Ludovico P...

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