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Anno III - Numero 11 (Ottobre/Dicembre 2015)


Curatore Ciro Maiello

Progetto grafico della copertina Vincenzo D’Urso

Hanno collaborato a questo numero: Stefania Signorelli, Ludovico Polidattilo, Calamo Inchiostrato, Simone Carucci, Pietro Pancamo, Attilio Scatamacchia, Margot Croce, Ferdinando Giordano, Massimo Riparini, Enea Gorè, Gianfranco Martana, Roberto Belli, Salvatore D’Antoni. La proprietà intellettuale di tutte le opere qui presentate resta agli autori.

Illustrazioni interne di Jeremiah Kauffman (jeremiahkauffman.deviantart.com)


LE FATICHE DI ERCOLE di Stefania Signorelli Piccoli, aguzzi, beffardi. I denti di ghiaccio sono solo canini e azzannano il cancello d’ingresso. Ercole esce nell’alba a passi affrettati, la pelle dilaniata dai morsi. Nella notte di neve ne è scesa, ma il tempo per poterla spalare non c’è. Magari stasera, pensa. Di sicuro stasera. Il cielo ha tutta l’aria di aver finito coi suoi fiocchi di neve e riposa, azzurra vetrata smorta, come se sgravarsi l’avesse reso appena più gelido. Il cielo è stanco. Ercole cammina freddo, rabbia e brina sparsa attorno. Dai giorni del divorzio abita un monolocale nel centro storico, in un quartiere che sembra un abito smesso, ancora abbastanza buono per non farsi buttare da chi non può disporre d’altro. Un quartiere che ha conosciuto tempi migliori, andati insieme alle giovinezze dei vicini. Da un pezzo ormai anziani, ben assistiti e soli. Al freddo delle cinque del mattino bisogna rispondere virilmente, considerando che basta indossare il giaccone più pesante e non lagnarsi. Dice Ercole, è a te che tocca Ercole e non c’è altro da dire. Lo ripete spesso perché la vita in cantiere è più dura ogni giorno. Almeno non nevica più. Non ti ho neppure notato gelo, il segreto è pensare positivo. Forza Ercole, si racconta l’ottimo Ercole, se decidi di essere felice sarai felice. Se decidi di essere forte sarai forte. Ercole si parla come ad un amico scoraggiato e intanto cammina come prendendosi per mano, neanche fosse un bambino e portandosi, a tradimento certo, dove non vorrebbe essere per tutto l’oro del mondo. Se devi allora puoi. Se puoi allora devi. Il candore del ghiaccio splende sui rami contorti come braccia spezzate al cielo. Il vento spazza le vie e sferza la pelle che una volta, nel tempo che fu, Megara aveva accarezzato. Non rimane che camminare con la neve che scricchiola fresca sotto gli scarponi e fissare le strade deserte con le case piene di gente addormentata. I patrizi che vanno a lavorare alle otto. La luce cade dritta dall’alba, perfettamente perpendicolare ai pensieri, comunicando la notizia che il nuovo giorno sarà superfluo, come tutti i giorni che l’hanno preceduto. Una corazza d’argento il cielo. Che lo fissa abbagliando di bellezza eppure non risponde a una mano alzata. Al punto di ritrovo arriva di trotto, tanto che il presunto ritardo diviene anticipo e almeno dieci minuti d’attesa. Sembrano niente dieci minuti in cucina, ma sul marciapiede, senza antigelo nel sangue, sono un tempo che non passa. Il freddo deve essere un liquido, veloce e oscuro, perché gli penetra nelle ossa e subito ha in pugno il midollo. Non come le parole che rimangono impigliate nella bocca per ore quando

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c’è bisogno che escano. Sempre troppo lente, certo, rispetto alle raffiche di Megara. Aspetta il furgone e pensa che fumare non sarebbe male e forse scalda, ma si tratta di un vizio che si è fatto mancare. Come tutti gli altri. Senza la sigaretta che poteva esserci, il freddo gli taglia le labbra. Megara prima aveva l’abitudine di spalmargliele col burro cacao e anche gli massaggiava le mani con un olio prodigioso estratto da una pianta che cresce solo sulle isole sperdute in un qualche oceano. Credeva fosse amore, invece erano le prove generali per le cure destinate ai cuccioli. Dopo il parto, assieme al bambino e a una madre esemplare, nacque anche Megara la malcontenta, moglie suo malgrado. Una creatura con l’ultima nervosa sentenza sempre in bocca, una padella di patatine surgelate sul gas e i bastoncini di pesce. Paziente coi bambini, risentita e lamentosa. «Me ne vado» dice Ercole un giorno. Lei ricomincia a parlare e parlare tra il disprezzo e la soddisfazione di averlo predetto, tu un giorno mi lascerai, e io lo sapevo stronzo, e io non ti dirò che l’avevo detto anche se l’avevo detto, ma Ercole infila la porta mentre Megara gli scaglia addosso parole affilatissime che non lo scalfiscono perché manca di mira. Le isole Mollucche, pensa Ercole mezzo ghiacciato, è certo si chiamasse Olio prodigioso delle isole Mollucche, quell’olio profumatissimo e costoso che Megara un giorno aveva creduto lui si meritasse. Tredici euro a bottiglietta. Poteva ricordare quel viso che si preoccupava per le mani del marito muratore, tagliate dalla calce e amatissime. Prima Megara gli parlava rapida, leggera, diceva, mi comprerò amore un vestito giallo, io sto proprio bene col giallo, e chiacchierava e svolazzava come in un cinguettio di emozioni. Amore ho dimenticato il profumo di lavanda per i cassetti della biancheria. Potrai mai perdonarmi? Gli cadeva addosso. La perdonava. Muore di freddo. Da quando l’Olio delle isole Mollucche non c’è, tutto è diventato pesante e sembra di dover sollevare il mondo. Che gli pesa parecchio. Aspetta gelando senza sigaretta in mano nello spiazzo antistante una tavola calda. Non ha bisogno di girarsi per leggere la locandina. Perché è giovedì e di giovedì c’è scritto quello che è scritto ogni giovedì da quando esiste il giovedì “Pranzo di lavoro: Risotto allo zafferano, bistecca ai ferri con contorno di purè di mais e deliziosa macedonia di frutta tropicale”. Finalmente arriva il furgoncino. Un Iveco verde antinebbia. Il parabrezza da fuori pare ancora incorniciato dalla neve e dentro è impannato dal perenne conflitto tra Pantegana e la ventola di riscaldamento. Perché alla guida c’è sempre Pantegana il bello. Separato di fresco, con la faccia da gabbia in cerca di un canarino. Ercole sale veloce e si rifugia a gomitolo nell’angolo del sedile, vicino al finestrino, col fermo, vano proposito di sonnecchiare ancora un po’. Ma Pantegana ha bisogno di sfogarsi e gli vomita addosso chili di illusioni a brandelli. Senza pudore 4


o utilità. Ascolta i casini dell’amico che sembra sollevato dai suoi pesi mentre glieli porge e se li riprende. Uno ad uno fino al cantiere. Lo odio Pantegana. Al cantiere si tratta di tirar su un finto pozzo decorativo e sedici colonne per il porticato di una villetta. Anche un piccolo stagno. Le automobili passano a rilento su e giù sulla vicina strada, guidate da impiegati che parlano al telefono. Le strade, prima candide di neve, hanno perduto via via molto del loro incanto per tornare a essere le serpi nere di sempre. Magre, veloci e sgradevoli. Il rumore della betoniera. La polvere rimane sospesa nell’aria bianca e le dà un gusto di farina. Ercole prepara la malta bastarda, gli occhi bruciano. Il sole si dà pallido come una tettoia di amianto. Lo scricchiolio della ghiaia, sotto i suoi piedi, è soffocato dall’assordante martello pneumatico di Pantegana, ormai confuso con la sua protesi spacca tutto e a oscillare sulle gambe. Poi Pantegana d’improvviso cade ed è a terra mollando il martello e cessa il fracasso infernale, ma soprattutto scompare completamente nel senso che cadendo perde forma e ne assume una piccola e vacillante, come di un fuoco che non esiste affatto. Pantegana non è più lui com’era. Per motivi del tutto incomprensibili ed estranei, l’amico ora è un pesce rosso che si dibatte sul selciato. Ercole può solo assistere alla morte dell’uomo mutato in un pesce che boccheggia senz’acqua. Era grosso Pantegana ed è proprio grosso anche come pesce e lo guarda con due enormi occhi neri sbarrati che gli si rivolgono supplicando aiuto o forse solo chiedendo il perché di quella metamorfosi improvvisa e infelice. Ma Ercole è una ben misera guida, incapace di dare acqua al pesce o confortarlo. Anche ha l’infelice idea di raccoglierlo da terra e il pesce intanto gli scivola da una mano all’altra e, al contempo che gli scappa, frigge sui palmi, o almeno così sembra, perché saltella dolorosamente prima di accasciarsi al suolo, disperato in un dibattimento sempre meno vivace, sempre più impotente. Apprendendo poco a poco che è inutile dimenarsi e protestare. Finché raggiunge una sempre più perfetta immobilità. Saturo di terra, perché non c’è che terra attorno. Racconta quanto accaduto e nessuno gli crede. Non il capo mastro, né l’ex moglie di Pantegana, né i carabinieri che si mettono a cercare un uomo che non esiste. Senza neppure dare degna sepoltura al pesce rosso. Tantomeno gli crede lo psichiatra, il dott. Zanola, che almeno pare divertito. «Ora le prescriverò un farmaco che la aiuterà a stare meglio. Si chiama Risperidone e la aiuterà a non trasformare i colleghi in pesci rossi» sorride complice il medico. Sembra una bellissima, lucente aragosta dalla straordinaria brillantezza. Le sue chele splendono di intelligenza. Seduta dietro la scrivania, l’aragosta lo incoraggia: «Stia sereno. Si eserciti ogni giorno ad assumersi la sua parte di irresponsabilità. Non pretenda di vivere. Beva latte zuccherato e Risperidone tre volte die. Pazienti, la vita passa. Più veloce di quanto crede, stia sereno». 5


CAVALIERE ERRANTE SU TAPIS ROULANT di Ludovico Polidattilo #1 Preludio del cavaliere fragile intenzionato a dire di sé prima dell’esito infausto Questa notte sarò fragile come basilica d’osso decalcificato. Se un “tuttavia” mi è concesso me ne avvarrò e lieto d’aggrappandomici disperando. Consiglio “tuttavia” a curati e prefiche a necrofori e ricamatrici di sudari e a becchini e tassidermisti e alla morte deodorata prossimi alla soglia della camera ardente di prendere un numero progressivo d’attendere il proprio turno in sala d’aspetto confortevole. Spetterà all’Antagonista sgretolarmi ad arte. Tarderà egli l’Antagonista intendo quanto basta affinché io narri del cavaliere errante che sono e divenni salendo sul (atteggiandomi impetuoso) come si diceva salendo sul (esibendomi virtuoso) riprendendo il discorso salendo sul (assumendomi glorioso) occorre concludere: sul tapis roulant del destino avverso.

#2 Dedica sopra le righe alla dama oggetto di idealizzazione cavalleresca

Piattole che nell’armatura che mi veste trovate ospitale microclima tanto da proliferare e riprodurvi copulando lubriche sovrapposte nel coito ancorate nell’amplesso

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inscindibili nell’entomologico incastro sessuato trascurate esigui minuti di copulare lubriche e levate un canto armonico alla dama che mi ispira e guida nell’errare cavalleresco a colei nella quale tutte le virtù fanno convitto e proclama di sudditanza a colei che addestra gli astri a configurarsi in volto a colei che negli astri configurati in volto si specchia. Piattole gentili trascurate rari minuti soltanto di indugiare nella viviparità adenotrofica nella viviparità pseudoplacentale e nella viviparità emocelica per cantare di colei che ha il mio cuore. Blatte che nell’armatura che mi protegge dalla spada, dalla lancia e dal maglio scorazzate gareggiando dinamiche celebrando giochi della gioventù giochi senza frontiere universiadi talvolta giochi olimpici ogni quattro anni cessate di applaudire chi di voi salga vittorioso sul podio e levate un canto polifonico a colei del cui vessillo osteso presso il campo di battaglia farò sudario (se soccomberò) stendardo trionfale (se prevarrò) tovaglia da pic-nic (se rimorchierò) cessate seduta stante di gareggiare per comporre liriche sublimi dedicate a colei che so di sognare mentre dormo sulla terra prossima a divenire fango coperto solo dalla pioggia prossima a divenire grandine 8


nutrito di foglie marce prossime a donarmi un morbo decorato di febbre e delirio. Blatte cortesi cessate tosto di cimentarvi in ludi competitizioni molteplici assortimento di tenzoni decoubertiniane celebrazioni per comporre liriche da cantare al nome di colei che so di sognare. Metrodora è il suo nome. Sappiatelo adesso. #3 Bellezza e virtù ulteriori di Metrodora si celebrano subito. Perché aspettare? Di Metrodora sa chiunque sappia desidera Metrodora chiunque desideri chiunque Metrodora canta se canta ogni poema canta Metrodora compreso questo se fosse poema ama Metrodora in silenzio chiunque (il soggetto è qui posticipato) rivelare d’amarne non osa ch’io l’ammazzerei che cattivo diventerei che implacabile risulterei con colui che dicesse d’amarne. D’ella il diniego certifico in caso. Colui che miri Metrodora mira la fonte di ogni voluttà mira la scaturigine delle perfezioni mira colei che Prassitele Fidia e Cattelan elessero musa, modella e modo. Di dei che guardano in basso dal cielo al mondo non ve ne sono che non dicano “dea” Metrodora scorgendo

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che non dicano “numi” cioè se stessi Metrodora vedendo che non anelino mutarsi in satiri (o rappresentanti di cosmetici crema giorno e crema notte) attendere Metrodora presso fonte o guado o radura di ristoro per afferrarne i polsi coll’artiglio (o tramortirla colla valigetta dei campioni) calpestarle caviglio collo zoccolo (o colla suola della Tod’s) e della spalancata sua intima virtù serbata per me e me solo libera da sottane all’aria fluttuanti profittare guaendo. Così la bella sta chiusa dove sta nella casa dove sta colla porta spessa e dura non veduta per fortuna né da uomo né da dei. Mentre erro Metrodora ferma e sola e chiusa sta. Bella chiusa Metrodora con un velo di mascara tutta sola se ne sta. #4 Il lettorè è invitato ad affacciarsi a una qualsiasi finestra per vedere il protagonista che si allontana Cessa lettore di manipolare articolazioni determinati angoli di incidenza tra osso e osso non sono affatto naturali sono piuttosto innaturali verrebbero osteggiati dalla curia oltre centottanta gradi

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interverrà l’autorità preposta oltre duecentosettanta gradi l’ufficio competente disporrà sanzioni. Cessa lettore che ti auto-massaggi dopo un lungo cammino senza scopo dopo un lungo cammino a ritroso dopo un lungo cammino sul tapis roulant di manipolarti articolazioni guarda piuttosto attraverso la finestra in foggia di unghia della torre in foggia di dito ove leggi di me vedrai un cavaliere che si allontana al trotto composto tipico di colui che tosto terminò di combattere di colui che avrebbe presto combattuto di colui che avrebbe trascorso l’intervallo tra due combattimenti non a cavallo di cavallo non a cavallo di meretrice non a cavallo di cavalluccio a dondolo non a cavallo di Kawasaki a cavallo del destino invece. Chiamalo Caino chiamalo Ulisse chiamalo Chisciotte chiamalo Renegade ciascuno di loro si volterà verso di te ciascuna volta chiamato. Dunque mi volterò verso di te per chiamarti fratello se tu fratello sarai. Se Antagonista sarai Protagonista sarò. Scendi allora dalla torre in foggia di dito dove leggi questo poema occhio di bue su di te la luce della finestra in foggia di unghia mostrati e parati innanzi 11


cala la celata serra lancia tra costato e braccio vieni a dirmi il tuo nome vero o fatti trafiggere da me (popcorn agli spettatori adesso) che per trafiggerti vivo. #5 Teatro complesso nella mente del guerriero all’approssimarsi del combattimento finale Due gli uomini che si fronteggiano oggi come ieri e domani accadrà ce ne sono sempre due che dalle fenditure della celata guardano se stessi fragili e feroci nell’altro. Come l’attesa sia l’ultimo tempo sanno tutti e chiunque sa. Poi l’attesa sarà fatta finire da chi dei due vorrà finisca stanco di vivere e d’attendere curioso di sapere se vivrà. Sa ciascuno dei due che uno dei due non vivrà. Colui che non vivrà questi non amerà domani l’alba e lo sa sa che non amerà domani Metrodora sa che dei capelli di lei non farà eclissi sa che nessun carme più canterà sa del cibo e del sidro non più nelle mani sa del cibo e del sidro non più nella coppa sa del cibo e del sidro non più nella bocca sa del letto dopo l’amore col suo odore mai più da sentire e da ferire e d’ardere colla donna che dorme ancora e sogna altri cavalieri quella sogna tra quelli forse lui forse lo sogna vittorioso e nudo forse sconfitto e morto forse di lutto vestita d’amare altri sogna 12


forse lo sogna che va morendo cavalcando verso l’altro forse lo sogna cavalcare verso sé. Così lui grida Metrodora cavalcando lo fa mentre di lancia o spada o dardo o d’arma varia (automatica o semi-tale non importa) fa sfoggio e fa minaccia all’altro uguale. Lui grida Metrodora moribondo e guarda Antagonista toglier l’elmo e dice morto al sé che lo trafisse d’andare a fare in culo e chiude lì.

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SCORCIO DI TE IN BILICO DI PREMURA E DI FURIA di Calamo Inchiostrato Ho imparato a graffiare sui muri ornati di trascuratezza e persino a piroettare negli angoli dei margini svettati di caverna e di pausa. (il tuo scrivere urgente fa a brandelli le chiose di verità e di simbiosi e mischia magnetismi, immagini e gemiti flautati) Nell’interno spannato dai grumi aciduli della ritrosia indecisa, scomposta da questo susseguirsi improvviso di sensazioni chiuse in frammenti di fotogrammi sfocati, ho visto, seminate da mani indocili, immagini nebulose di in un eden smodato, raggiante di scandalo e disgiunzione. (hai un modo audace di frantumare il verso e sono tante le parole che frughi e tante quelle che ti cercano) Sono ora in bilico incompiuto, al limite della sopravvivenza che barcolla in un sogno screziato di viso spalancato nel suo stupore inatteso, e sono pronto a ghermire, di soppiatto nella mezza luce di un crepuscolo in un mare d’inverno, le tue impronte sovrapposte a triangolo e cerchio, come tracce da cercare nel fogliame rumoreggiante di sottobosco e acquitrino, sotto la luce incerta della luna. (al punto licenzioso, quasi sulla linea increspata della penombra mossa da un’incognita attigua) Nelle polle imperfette raccolgo i noccioli schizzati del nostro muoverci le parole, impercettibili sulle distanze staccate tra i punti teneri di un innamoramento indispettito, scompigliati senza alcun significato aggiuntivo dal tempo che si ammassa nei segmenti del ricordo e dell’amnesia. (con i frammenti che avanzano allestisci altre frasi, altri vagiti che sono richiami spezzati su filo spinato di voce infedele) Nel mio pensarti gruzzolo di tepore e recinto conficcato di purezza, osservo fenditure dipinte in affresco dalle tue mani ondose di leggerezza e premura e ti cerco con infinita dolcezza, musa colorata di rosso agitato e di giallo rossiccio, impiastricciato nel tuo profilo egiziano dagli occhi verdi.

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(pensiamo e siamo vivi, alla maniera antica di spagnoli e di turchi, con il coltello infilato nella mente oscena e farisea dell’oasi) Corteggio una rabbia felina non aggressiva che familiare si attenua in sentieri generosi di giungla in fiore e muschio fresco di corteccia, in un’alcova accennata da un minuscolo gesto pungente all’urtarsi inatteso di sfida viva e di tregua incorrotta, che si mostra e si occulta, come aria scaraventata dal turbine di una natura duplice e inquieta. (il tuo sguardo di bosco e di conchiglia, diviso nell’alcova sospesa da segni di grafia e preludi di sensi, include spruzzi di eros colorati e brulichii di compattezze disgiunte, quasi come celate nel segreto di una bolla umida, soffiata nel cristallo infrangibile del sogno) Sfioro un fuoco cristallino che si riflette uniforme di puro accadimento, sotto questa volta celeste difesa da un drappo di seta azzurra, e l’occhio si appuntisce in una pantomima zigzagata e commossa da un fascio di luce intermittente e cade su vegetali pitturati e fiori che affiorano al di là dello sguardo. (strane forme dell’essere in letteratura smezzata e sciupata tra vicoli equivoci per un unguento di lame affilate e di profumi indecisi di cupidigia e ghiaccio di visioni improvvise) Contemplo nel bisogno accennato un delirio che preme e disgiunge i colori ed i suoni, che iniziano nell’ abbandono della terra fertile di orrore, ai margini accesi di un inferno abbellito dalla ricchezza resa sacro dall’ipocrisia e dal silenzio. (e sterminandolo vive al limite delle figurazioni e delle effigi di caverna e cielo, per scagliare su un foglio frasi che schiumano onde di promiscuità primitiva senza redimere incosciente quella coscienza estrema che cede tenebre tumefatte) Sulla pelle degli uomini è bolgia efferata di ostilità ancestrali, questo cielo che stride tra le montagne e il mare e continua ad ergersi di acqua e di sale, in un moto incessante d’azzurro e grigio, addossato ad un selciato di pece e puntellato di luci coagulate in questo buio tagliente che si dirama su piccole gocce di franchigia antica. (quasi lambendoci i corpi nella fusione illogica d’amore o morte spianata perché poco ci importa quel rintracciare gocciato da sublimi creature esiliate)

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Lontano dalle cose sordide della polis e della cavea, appoggio con cautela la fronte sulla battigia schiumosa e osservo i segni di un anagramma inatteso sulla sabbia. (supini con le mani intimidite dall’occhio scagliato in una pausa ondosa) Il mio gesto rende meno acuto questo disseminare irrequieto tra i discorsi i gesti, che in tempi assurdi furono ciottoli e ghiaia di scogliera e adesso si fluidificano in un vortice povero di passione rarefatta e lacero di tenerezza indistinta. (al di là dell’emergere seminuda dall’acqua, nel tuo corpo ancillare, eccelso nel misticismo, ancorato e dissolto) I tuoi passi concreti e levigati risuonano in un visibile scandaloso, germogliato nell’assetarsi e nutrirci, erotici e mistici, in un luogo pensato senza custodia, per scomparire in una metamorfosi e disimparare l’allegoria incorporea, spalancata sul recesso sinuoso della reminiscenza. (proprio come noi offesi, nell’isola di costa e di sabbia, presi dal panico senza scelta dell’essere ancora viventi, inquieti nella nostra crosta irta di paradossi e di sale) Le mie frasi versano copiosi liquidi fulvi di oblio nella memoria per accompagnare indecisi il ripensamento e finalmente scampare al disastro dell’egoismo feroce di questa storia sorda negata all’intelligenza e all’amore. (in quel turbine erotico che mostri impudente e sfidi compiuta nella dolcezza e nella collera senza incanto, c’è un sussistere in gabbia che non trucca il cerchio dimezzato del tempo manicheo e feroce) E infine, con i pensieri dischiusi in un ammasso di anfore fragili svuotate dall’essere in un fruscio dilatato sulle soglie esitanti dell’assoluto, mi inoltro da popolano nel territorio dissimulato dai bagliori uncinati del mostrarsi prosciolti dal debito illogico dell’esistere. (quel che ci importa invece è la metafora del narrarci, il simbolo e l’allegoria del riprodurci identici, accostati alle immagini tracotanti e superbe di ironia e di disfatta)

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IL TEMPIO TRA I TUOI CAPELLI È COME UNA FETTA DI MELOGRANO di Simone Carucci Un verme un gigantesco verme blu anche se i vermicollettivamentepensati sono notoriamente marroni quindi difficoltà di immaginazione raffigurativa Sir, giusto? Ma non conoscendo nulla nemmeno la più minuscola e insignificante nozione sulla vermiminotologia il tuo problema potrebbe risultare insormontabile Mr. James gambeinaria! Non ascolterò i tuoi consigli squisita bombetta nera su morbida pelle di daino a macchie sul cuscino della poltrona perché è uno scenario di fantasia non scherzare è la più vivida tra tutte le immagini inventate capisci? È la realtà, ò detto realtà. Oh, Horatio, pallido e imberbe oratio, tra tutti i tuoi cliché da secondo piano conoscitivo questo è veramente il migliore. Quale? QUELLA RAGAZZA LÌ NON È LA STESSA PIÙ! NON È LA STESSA PIÙ! Tornando al vertice del calcolo vermesco. Priorità assoluta alle setteequarantotto. Le caratteristiche visive maggiormente risaltanti nell’animale bavoso strisciante leeeemmmmm leeeemmmmm. Peso: incalcolabile. Nozioni insufficienti. Inventare? No. I cazzoni consapevoli delle loro cazzate li lascio a Horatio e ai suoi giochi. Le mound est nous. Lunghezza: dispiegarsi di materia animale per sei per otto quarantotto ma togliendo e aggiungendo almeno una ventina di centimetri includendo per giunta un margine per l’errore del mio occhio di vetrooooooh. Sì, ci dovremmo essere. Durante la seconda guerra mondiale ebrei milionari nel numero correvano in nome dello spavento brivido freddo freddo lungo la schiena pupille dilatate per cogliere quell’attimo ché non è mai stato un film un bel film musiche d’opera drammatica dell’apertura delle porte nel frattempo squash squash lama del coltello entra nella carne ma è stato soprattutto piombo gas campidiconcentramento e staresti così bene là tu vecchietto cattivo allarghi le braccia per prendere il tuo spazio rubare il mio e. I ghepardi veloci animali dell’altro mondo terzoperesattezza sfiorano fugacemente il terreno sottostante polvere creata sole a picco gazzelle scappano ippopotami si bagnano iene passeranno alla rassegna delle carni marce cadute in battaglia fregate dal gioco delle carte onesto.

I senzaseggiolino tipologie animali complesse sono categorizzabili come specie di duotipo eccosì potremmo teorizzare: uno muscoli annodati lenti persi nel loro intento perdente lanciatori di odio a muscolo più elastico del loro; due monsieur and madame d’alta corte infastiditi nasiallinsù nel cristallino dell’occhio solo grandi

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bandiere sventolanti al re-principe regina-principessa parfume Chanelloyd.

Cristalline luci azzurre bum bum. Insegne. Mappa di Parigi in cucina poggiata piastrelle lacustri. Ah, le belle giornate passate a camminare per la città bevendobirra bevendovino tuttoabuonmercato, mangiando mai o quandocapita pacchetti di patatine piùssalate di una roccia in mezzo al mare sotto il sole sotto il sole a picco riflettevo la luce poi sull’altro lato del tevere in mezzo a un tappeto bianco bordato d’arancio tra cacciatori di fauna locale e relitti archeologici moderni da visitare in modeste casette di tela e. Seggiolini. Finirò presto di lavorare? Vetrate. Il tunnel della nebbia è uno stato di quiescenza nazionale. Guardare, guardare, guardare. Mai. Schermi di telefoni. Asta argentata in metallo. I villi intestinali del verme non funzionano non assorbono sostanza nutritiva dall’ambiente circostante genuflessi respirano aria dall’elettricità a batteria reazione chimica del litio. Scusate signori un attimo di attenzione. Rabbia mattina troppo presto pericolo di acidità stomaco appannamento pupilla quasi cataratta sudorazione elevata innalzamento temperatura organi interni allora suggerisci una spina o interruttore semmai anche una rotella per spegnere il forno cuoci cervello piccolo piccolo. Piccino picciò. Tatatàn tatatàn taratàta tara tàn tatatàn tatatàn tata tata tà taaa taaannn. Fumi di puzzolenti escrementi di vermi noi sarem. E dove andrem? In aria! In aria! (Rispondevano gambaalzatasivedeunpezzorosamutanda in coro le ballerine della scala mobile). Le mattine impiastricciate iniziano la mente a grandi revolverate, oh amore io allacciarti la scarpa non posso c’è troppo sangue sangue rosso. Sono senza lavoro e vi giuro che lò cercato. Spruzzano gettiti d’acqua d’altissimo stress i commensali della morte cosciente ignari che nel duemilatrecentoquindici tutti noi verremo studiati e pulci e saraghi tutti oggetti inanimati. Verme inizia corsa setteecinquantadue sobbalzi lievi. Ho fatto ventiquattro colloqui e sono tutti andati male, perché sono troppo vecchia un peso per il datore di lavoro. Aiutatemi con qualche spicciolo qualche centesimo qualche moneta. Signori vi prego! Ehiò ehiò andiamo a lavorar, tarattatà taratattatà! Tarà! Tarà! Cappello rosso a forma di penemoscio coroncina bianca fiori rossi su capelli neri Biancaneve sì, come cocaina inalata sul sedile posteriore di una macchina lilla dai riflessi azzurri in un parcheggio metropolitano subAmsterdam prima di barcollare prima di riempire i polmoni oltre il loro limite e sporcare il sangue attappando la gran parte di recettori con THC in legnose sedie e pochi amici multi lingue io sempre

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una sola grande regina letteratura. Mi piego davanti alla tua immensità ò una cassetta degli attrezzi trapano cacciavite saldatore un vestito molto lungo cangiantecoloreapiacimento e il resto proprio tutto il resto ma ora c’è un fondale azzurro colmo di sali minerali sporcato nere impronte scarpe sporche sotto i piedi e compra la nostra gravità intesa come forza e come stato di salute contemporaneamente poi ventotraicapelli svolazzano massaggiando pochi pensieri ancora sveglio da troppo poco ma arriverà.

Verme frena rallenta corsa setteecinquantaquattro la luce della luna ci trovò sopra il tetto e Pietro non parlava disse d’averlo letto all’età di circa vent’anni fosse vero ci vorrebbe qualcosa in più per stupire, stupire chi? La digestione verminosa prosegue con difficoltà intensa congestione apertura porte parte sbagliata arrivano grida confuse al mio orecchio, sciame d’api anzi mosche ammassate piccole zanzare feroci succhia linfa bileverde dove guardo? È lo stesso! Ma impara a pensare ad agire a riflettere profondamente. Smettila di giustificarti con giustificazioni futili ritmiche e volpi. Il pelo dorato. ChiDoveQuandoComePerché? Il giullare dal cappello variopinto fisico corpulento e pennasempreinmano cantava stornelli per farti infartare musicava le sue parole con lacrime di pianto nascosto essettù ridevi lui non lo faceva mai quindi dissero chéra sociologicamente malato quando assassinarono sua moglie e rapirono i suoi figli cibandoli di only ghiande per insegnargli il linguaggio del maiale. Morì e ne nacque un altro. Morì e ne nacque un altro ancora. L’altro ancora morì e si susseguirono nascituri e morti fino a diventare sempre più duri regola della naturale selezione eppure straordinario a dirsi non ci furono mai incroci di sangue ognuno aveva il suo e non c’è spiegazione da addurre al caso. Scusate signori un attimo di attenzione. Il caos scende dai tessuti di vetro aperti a mezz’asta illuminato a grande spettacolo in prima serata ma non si disperde anzi aleggia furiosamente nell’intestino scagliando scariche di pura frenesia istericopatetica budella fritte ossa rotte loop loop loop cervello loop come cordicella d’altalena che non sostiene il peso del volo in vero però non c’è cielo né terra a fermar l’orizzonte dell’occhio ma un piatto intestino grigiastro immagina labirinto pareti di cemento profumate al formaggio topi più di quelli che servono senza uscita senza luce scontrarsi per raggiungere l’uscita che non c’è ma esiste un punto a forma di porta più profumato e allora e allora i topi. Sono senza lavoro e vi giuro che lò cercato. Impazzire. Mancano due fermate, giusto? Scenderò col mio volo libellula verdissimo dal corso della digestione enzima insolito discussioni scientifiche effettivo utilizzo umano molte per giunta teorie contrastanti antitetiche.

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Ho fatto ventiquattro colloqui e sono tutti andati male, perché sono troppo vecchia un peso per il datore di lavoro. Aiutatemi con qualche spicciolo qualche centesimo qualche moneta. Signori vi prego! Unghie rosso bordò. Vasi di terra cotta. Istanbul. Baraccopoli. Sole a picco sul mare brilla sale chiese musulmane tetto a punta. Oh Costantinopoli! Patria del calcolo algebrico alle elementari scritta verde sfondo bianco numeri blu in ordine caotico e disposizione obliqua. Piede sottile. Grandi radici alberesche marroni tue vene che forse saranno di un altro colore sono radici là dove alberi mangiano fermi uomini e donne muoiono fermi SULLA STRADA Jack Kerouac morì all’età di quarantasette anni alcolizzato marcio come quella poveraccia che mendica invano profetizzando ai suoi unti capelli abbracciando teorie schiacciate e. Capitalismo. Viaggiare. Meglio senza soldi oggi che ricco domani. Mi sembra di vederti piangere mentre batti sulla tastiera di metallo con tua madre che beve al piano di sotto su poltrona molta pelle grossa e piccoli fori di troppo utilizzo. Caviglie slanciate. Oblò di un aereo. In balìa dei venti correnti spingono nella stessa direzione aria calda aria fredda quindi piove acqua santa sulla testa di chi non vuol sentire senza scegliere di criticare utilizzo intelletto rimane comunque questo tuo malleolo osso doloroso per un calciatore da picchiare con la punta dello scarpino ma è bellissimo innamorarsi della donna che non conosci e che non vedrai più mai nemmeno la fantasia ricorderà di averla utilizzata per. Gambe naturale prosecuzione delle caviglie arrivano fresche ed eleganti senza un filo di tessuto adiposo lì. Nel fittobosco peluria scura lavorreinoncurata fondale d’arrivo pesciolini bianchi torre di babele arrivato al dunque sceglierei un tavolino di legno scuro a dirsi mogano dove distenderti e aprirti fino all’ombelico entrando e uscendo pam. Pam pam. Pam pam pam pam. Gocce di sudore ormonale cadono dalla punta del naso fino a scenderti sulla lingua a bocca aperta vedrò la tua ugola cantare versi di piacere i capelli lunghi muoversi a scatti del mio addome disegnato dal David di Firenze quindi arrivare come una campanella alla stazione sbuffo di vapore dalle orecchie e poi non vederti più mai più fino a scordarmi del giorno e della notte mischiati alla carne più profondamente che mai. Signore signore lei mi aiuta ss siiggnnore llleei mmi aiiiuuta? La preeeggoo mii aaaaiiiuuuta? Ss siiggnnore? Ss siiggnnore? Mi aiiuuta ta ta ta ta? Mii basta qualche spicciolo centesimo… Gravemente violoncello suona rimbomba timpani viscere fino a lacrimarsi quasi addosso maledetti occhi contrazioni involontarie della bocca cervello non controlla movimenti involontari cazzo cazzo cazzo dura resistenza allora forse esiste ancora empatia quindi facciamo festa oppure trucidiamo attori teatrali voci rotte metalliche cantilenantemente piagnucolose finché finte preparate quasi quasi allo specchio 22


quotidianamente ma giammai sbagliarsi nel giudizio generale un solo errore e. Clavicole zigane poggiate su legno quattro chiavi arrugginite il sol mancante è genio perso negli ora della storia aspettando che nasca un altro uguale mitizzando quello precedente per carenza ricopiano malamente note classicamente diventate abituali troppo allenamento all’orecchio del più stupido turistico indigeno falostesso eppure rozzo dopo quel mi non puoi raddoppiare la quinta stai scalpellando un dipinto con la tua bacchetta di margarina ammuffita e dai sbrigati lascia scivolare quest’arpeggio invece indugi sulle quattro strofe principali e le ripeti all’infinito poi ti interrompi e ne inizi una nuova ma comunque vada il difetto è lampante forse manca anche la passione necessaria dello studente la dedizione del professionista il rispetto dell’esperto conoscitore ucciditi come lo stai uccidendo il mio orecchio sanguina in levare. Emolliente lavatoconperlana arriva al colon della infiamme digestione riassorbe acqua pura minerali in difetto fino a cadere dalla rupe di una mattina comelealtre drammaticamente non arbitraria adesso lontano lontano lontano profumo frutti bosco violacei orsetto lavatore pelo beige scintillante magia frastaglio alberato boschi ruscelli fringuelli canarini rondini cielo limpido artisticamente posizionate porzioni di bianco laghetti naturali appena dopo piccole cascate e tu suggerisci canzone in tonalità minore da appendere su qualsivoglia cartellone sin troppo evidente arrogante schermetto introintestinale fin quando blasfemia blasfemia metropolitana putrescente non non Maometto venne alla montagna disgregando pietre col mantello dell’invisibilità tic toc tic toc tic toc l’orologio corre apertura porte non più parte sbagliata qui è il mio turno di letargo innalza la tua ultima litania oh verme espelli espelli espelli.

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POESIE di Pietro Pancamo VERANDE D’AZZURRO

I

Un laghetto di fumo nel cuore… Processioni di frasi lasciano calzature d’intelligenza prima di entrare nella moschea delle bocche. II

I profumi sorridono tra le maschere di foglie. E lettere serpentine indossano pastrani di luce. III

Un gregge di bagliori alle pendici dei versi nasconde l’Ulisse della mia ispirazione…

Canicola di gioia, tanfo d’allegria negli sguardi ciclopici del solo occhio giornaliero. Spranghe di felicità negli acuti del sole e, tra verande d’azzurro, spaventapasseri di poesia… IV

Tachicardia di vento nei vestiti: il vento, cuore del cielo… Le nuvole sembrano covoni di luce, capanne di fieno intorno al pagliaio del sole. Nel raspo degli alberi festoni d’aria, e gli occhi sono brandelli di nostalgia tra festuche di tempo allegro. Stelle filanti d’erba, pendii agitati tra la bonaccia della pianura… V

Terra diroccata e baracche di collina. Villaggi di sole.

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Dal lievito nullo di rocce azzime, paesini salgono pioli di luce.

MORTE ANTOLOGICA PERMANENTE Siccome la vita ci rovina la vita (sempre!), a giugno ho visitato (un po’ turista, un po’ becchino e un po’ parente sconsolato) l’interessante morte antologica permanente delle mie speranze migliori: quanti sogni falliti imbalsamati in bella mostra! Li guardavo e piangevo desolato nero, dannandomi frenetico la salute.

E adesso è soltanto stanchezza rabbiosa resistere ogni giorno al ripetersi ingombrante del respiro e della luce.

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TRATTATELLO

PREFAZIONE: le parole seguenti sono un fango di cellule nervose, tenute insieme dal silenzio.

Il silenzio è un’isteria di solitudine che genera e accumula: prodotti temporali, energie cinetiche, reazioni di gesti a catena. I sogni, inseriti nella rassegnazione come in un programma di noia pianificata, sono gli arti di questo silenzio; o, se preferiamo, gli organuli ciechi del silenzio che lavorano a tastoni dentro il suo liquido citoplasmico. Il silenzio può anche essere la cellula monocorde di un sentimento spaventato, di un amore rappreso, di un guanto scucito: in tal caso trasforma la solitudine nella raggiera cerimoniosa d’una nausea che procede, maestosa, con moto uniformemente accelerato. (Si registra un’accelerazione a sbalzi solo quando un’effervescente disperazione s’intromette con scatti sismici a deviare il corso

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dell’accelerazione stessa). Per concludere, l’evoluzione della nausea può secernere un vuoto, avente più o meno le caratteristiche della morte; o germogliare per gemmazione quella strana forma di vita identificata col nome di indifferenza, la quale risulta essere (da approfondite supposizioni) il chiasmo di paura e odio. POSTFAZIONE:

le parole precedenti sono un fango di cellule nervose, tenute insieme dal silenzio. Ogni allusione a sentimenti e/o fatti reali è voluta silenziosamente.

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METROPOL 2.0 (Nichilismo) di Attilio Scatamacchia Correndo lungo la distesa ripida sub-orizzontale di visione diafana e verticale, prendemmo la decisione di appartenere alla legione informe degli eletti a conformare intere schiere di supposizioni affrettate dentro una nuvola (il cluod?) simbolica e filiforme. La stanza ondeggiava dentro le nostre teste, facendo leva sulle allucinazioni indotte dall’LSD antropico, a cospargere il pavimento sconnesso, operoso. «Fino al punto in cui siamo, non possiamo dire niente di noi stessi», parole nell’aria, alla rinfusa, si rifrangevano collaterali ai fumi di acido lisergico che inondavano i nostri cervelli molli di sensazionalismi. Agevolmente riscoprimmo le colline dell’inquietudine, disseminate come polvere da sparo sulla coltre idillica delle nostre murene micotiche. La stanza in cui eravamo divenne calda di parole insensate, e un vento di scirocco entrò dalle fessure delle porte; avvertimmo subito il freddo meteorico che faceva da contraltare alle visioni malate di LSD, costeggianti la velocità del suono e del resto non poteva essere che così. Forse immaginammo con troppo realismo che le nostre parole sarebbero state ascoltate da sirene senza pinna caudale e senza vocazioni anfibie, ma ben presto capimmo di esserci sbagliati: la stanza era calda. La stanza era fredda di pioggia portata dal vento, il pavimento divenuto bagnato per colpa di una mareggiata. «Che significa tutto questo?» disse qualcuno, parlando dal lato in ombra della nostra consapevolezza. «Le risposte non le abbiamo, non le vogliamo avere» mentre fuori il tempo atmosferico virava sul grigio. In città la diffusione di allucinogeni era incentivata dalle autorità competenti, quella di oppiacei era divenuta monopolio di stato; le nostre consapevolezze si fermarono ben presto al rito dei cicli cercadiani, quando le murene urlavano imperanti nelle nostre teste, private di consapevolezza cognitiva della realtà. Il problema della politica è che se ne frega; in poco tempo era diventata ordinaria amministrazione conteggiare il numero dei senzatetto nascosti dalla autorità, quando finalmente scoprimmo, che correre contromano, a piedi, su una strada asfaltata, aveva più senso che bere vodka ghiacciata, semi-solidificata; granitica e orizzontale, la nostra bevanda veniva lanciata, accompagnata da lampi di luce di ogni colore, oltre il guardrail mummificato, rudere autostradale, residuato bellico avanguardista, che guardava di là dal dirupo con fare indifferente: era notte, o forse lo era solo nelle nostre teste, mentre immaginavamo di rotolare dentro lenzuola morbide di sesso in corso, quando fari di mostri rotabili ci venivano incontro, sorridendo.

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Drogo di mestiere faceva l’infiltrato: assuefatto alle droghe almeno come tutti gli altri; addossato al proprio AK-47 e sul suo numero di matricola, impiastricciato di vomito e mescalina nella penombra invernale, lungo l’avanbraccio. Livido e opalescente, ascoltava la radio dopo una notte senza sogni, durante una mattina dalla colazione insapore, aspettando gli ordini, quelli impartiti dai servizi segreti. Il campionato di basket era già a metà stagione, questo almeno lo ricordava, ma la radio in quel momento gracchiava una classifica antipatica, costituita da pareggi informi e mezze vittorie, insapori almeno quanto la colazione a base di uvetta di plastica e oppiacei da fumare, sorseggiando un liquido tiepido al limite del freddo, dal vago sapore di caffellatte. Inseguiti da falsi sensazionalismi, imparammo ben presto ad alzarci sulle nostre gambe, a seguito di una caduta imminente, e rivelammo a noi stessi che le sedute oftalmiche che avevano per argomento l’orgoglio per la dipendenza da stupefacenti, tutto a un tratto, non avevano più senso; la pigrizia delle rivoluzioni planetarie attorno al proprio asse non suscitava alcun interesse per noi, che ormai eravamo solo intenti a inalare in maniera senziente i vapori tossici emanati dalle nostre fabbriche: il colore magenta, che sovrasta i cieli della metropoli, distribuisce un odore ventricolare e aromatico, di resina suadente, la cui pericolosità diveniva invitante come le frasi scritte in caratteri semi-cubitali in cornice nera, sul retro dei pacchetti di sigarette. Uscimmo dalla stanza fredda, gelida (calda?), per intraprendere un viaggio fatto di sollecitudine attraverso le barricate della nostra coscienza involontaria, che volentieri avremmo chiamato “psiche”, risalendo la nostra follia consapevoli di essere pochi individui immacolati, a fronte di un pattume cosmico arrovellato, affastellato dentro milleottocento rotazioni di Sirio. L’acido lisergico affiorava ancora tra le pieghe delle strade, ai margini dei tombini che esalavano il vapore di risulta delle reti di teleriscaldamento, correnti arteriose che mandavano linfa vitale ai limiti estremi della metropoli e, mentre noi, consapevoli distruttori del conformismo, tentavamo di bere il liquido etereo dei solventi chimici, intere ronde di polizia cercavano di persuadere anziani e astemi all’ubriachezza alcolica. Drogo ricevette una mattina il suo ordine, finalmente, insieme a una semiautomatica con un solo caricatore: mescolarsi alla setta dei Nichilisti e neutralizzarli, se necessario. Fonti attendibili dei Servizi sostenevano che l’attività neurale attorno alla fascia di occupazione fisica, abitualmente appannaggio del gruppo (che si spostava rigorosamente in massa), era vertiginosamente aumentata. Per ora non si sarebbe trattato di nulla di preoccupante, ma sarebbe stato meglio controllare di persona ed even30


tualmente annientarli in prima istanza con un arresto poco pubblicizzato dai media. Attenzione, chiudeva il comunicato: sembra che i Nichilisti sognino immagini collettive e siano da considerarsi per questo dei terroristi. Sotto la linea posteriore dei nostri fianchi consumati dalle sostanze tossiche che continuamente cercavamo di assumere, si fece strada nelle nostre menti l’assurda consapevolezza che tutto è molle, di una sostanza lasciva e diafana, come le correnti sub-orizzontali che percorrono inconsapevolmente piani tracciati nei sotterranei antropici delle nostre coscienze illuminate dalle visioni indotte dalla nostra matura memoria. Ma forse no, non si tratta di questo; il fatto è che a noi non ce ne frega un cazzo del nostro futuro rimestato in una inquietudine non nostra, ammassato dentro stomaci di ruminanti mangiatori di pellicole cinematografiche. Ma cosa stai dicendo!?! Ecce bombo: ricordi la scena? Tutti chiusi in una stanza occupati a farsi crescere la barba, a parlare di donne e di nulla. Furiosi negammo ogni straccio di consapevolezza, cercando pusher e LSD nei mercati di contrattazione, maturando la sana immatura rassegnazione che tutto alla fine ha un senso (?), ma che in fondo viaggiare con la mente nello spazio profondo ha altrettanta dignità della voglia di fare l’amore con una donna, o di cedere al bisogno di sognare. Nessuno ci ha mai cercato, ci siamo sciolti in noi stessi, consumati oltre ogni immaginazione, rimpiazzati ogni volta da nuove leve, quando la morte coglieva inaspettata qualcuno di noi e, mentre le fragole maturavano al sole sotto le serre di vetro intelaiate d’acciaio, scoprimmo di essere irrequieti e stanchi di lottare e affidammo al vento i nostri pensieri tellurici, inutilmente. La pistola d’ordinanza, chiusa in una fondina vuota di sollecitudine, pulsava fredda e micotica, affranta dalla noia. Drogo intanto girava sudato nel suo letto, nei suoi primi sogni di ballerino ascetico. ONIRICUM Sbatti contro il tuo sogno preferito: gli psicofarmaci non fanno effetto. Nocche livide contro le porte vuote ti sovrastano, ti sommergono. Invidia di risoluzione immagina, immagini. Percorri la solita galleria sulla via del ritorno, ma ti accorgi, avverti che sta crollando; un costone di terra invade l’altra corsia, mentre a marcia indietro la tua automobile e il te stesso dentro di essa percorrono il tunnel e sbatte il tuo cuore di rame, di soprassalto. Apri una porta, ma non c’è nulla dall’altra

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parte, solo una corsia carica di vento dove i pensieri fanno a pugni con i barbiturici, passando incolumi attraverso immagini che non si avverano mai. Vattene finché sei in tempo; annienta l’adrenalina sui muri della tua incoscienza, invadi l’altra corsia con il coltello a serramanico; nulla è più comico dell’inquietudine repressa, ancillare metodica e risoluta, della tua vita incolume. I tuoi sogni non fanno effetto; i tuoi farmaci per non sognare non fanno effetto. La ribellione è insita dentro di te: dove elicotteri vedono sbarchi, tu annusi migranti che annegano inconsapevoli, abbattuti dai loro stessi soccorritori, la televisione fagocita ogni cosa. Mentre anneghi dentro al divano ricolmo di MDMA, vedi pasticche e cocaina risucchiate dentro al buco nero eccentrico e paradossale generato dalla perfezione illogica di Metropol. E animali transgenici coltivati nelle serre della mente, della tua mente, non verranno liberati mai fino a che non approverai di sorridere al colbacco che la tua testa ti impone di indossare; e non sovvertire l’ordine generazionale ossequioso alla coltre informe delle tue risoluzioni illogiche. Mastica la tua inquietudine, sollecita il nucleo della tua ipofisi, ma stai attento ai candelabri gravidi di densità che ti impongono cosa devi fare. Un mattino carico di pioggia fuori controllo, riversò sulla strada artefatta una alluvione senza precedenti, rendendo impraticabili le strade e assolutamente inimmaginabili gli spostamenti per il lavoro, o lo svago; lo stesso giorno affiorarono da non si sa quale tugurio della mente o del caos, notizie incontrollate di sciami di tossicodipendenti che inspiegabilmente morivano (morivano?) per overdose; Drogo entrò in contatto diretto con i Nichilisti per un caso fortuito che lo condusse a disciplinare l’uso di cannabis, solo per rimanere sobrio durante le intercettazioni ambientali, scoprendo che la base neurale che conduceva gli uomini a sognare era l’indipendenza intellettuale dall’opinione comune e il fatto intrinseco in sé che la mente umana, il cervello per l’esattezza, non potesse fermarsi del tutto entrando in una narcolessia psichica controllata; il poliziotto, lo sbirro, comprese tutte queste cose in un solo momento, portandole tutte insieme a convergere nel suo ipotalamo e senza pensarci troppo decise di diventare un terrorista, esperto in esplosivi, in bombe al plastico in particolare. Convergere, resistere, disintossicarsi dall’inquietudine che ci assale, che ci sommerge, oltre il panico che sovverte il mondo, oltre l’immagine che abbiamo di noi stessi, oltre la voracità di un passato da solisti filiformi, comprendemmo di dover agire, mummificare il tempo, sovrastare la corrente di conformismo che pervadeva, che pervade i nostri dubbi, diventando in un momento lucidi e incapaci di accettare la realtà, dell’insulto lucido alla nostra coscienza vuota, come le nostre teste, come

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le nostre certezze, sparpagliate sopra campi minati che non verranno mai disinnescati, perché il concetto di vuoto che ci tiriamo dietro conduce alla consapevolezza che solo l’esplosione di una bomba al plastico, alla base e dentro il ventre della montagna, può ridarci il coraggio di guardare le cose dall’alto, da un altro punto di vista, dall’alto delle prospettive proibite, inaccessibili dentro interessi costieri di politici nucleofili, molecolari, intenti a governare dentro i propri lettini ai raggi UVA, malinconici e tristi almeno quanto lenoni lastricati di fango, corrosi dalle proprie supposizioni, ardenti di desiderio e affamati di certezze fatte di balli in maschera e immagini di loro stessi ritoccate dalla computer grafica, convinti di essere, di esistere solo a fronte di un baratto con la mente di un barbacane, manipolati dal ventre molle delle certezze costruite sul caos, nel caos che costruiremo, che contribuiremo a far nascere, che contribuiremo a distruggere, mortificando la natura stessa di ciò che tutti chiamano Metropol, generando disordine entropico; esploreremo, ne siamo certi, universi paralleli, complementari al nostro, se non migliori diversi, in cui non sarà insolito, o vietato, ascoltare Little black submarines dei Black Keys, mentre immagini capovolte di un front man qualunque come Scott Weiland o Chris Cornell, potranno viaggiare liberamente dietro le nostre cornee e da lì nelle cortecce cerebrali e scorticare il fango di anni di recrudescenza generata dalla visione/ascolto di spazzatura sonora senza significato, trasmessa in filodiffusione in uno qualunque dei punti accessibili al pubblico e non solo di quello, di uno qualunque dei centri commerciali, che ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, è stato costretto a frequentare, deambulando come specchio infranto nei corridoi, tra gli scaffali di merce accatastata con ordine, fatta apposta (la musica) per indurre a consumare, a comprare inutili suppellettili filamentose; ed è tutto. Forse. Entri nel tuo labirinto preferito, le cui mura sono fatte di pietra e di fango; ne vedi i limiti invalicabili estendersi fino al cielo, basso, scuro, carico di pioggia battente, insistente e incontrollata. Dal muro emerge un centauro, madido di sudore e pioggia, che ti sollecita a entrare nel suo mondo autodistruttivo; lo segui, ma la porta che si chiude dietro di te si capovolge e innesca un altro labirinto, la cui estensione è infinita, mentre collabori con l’epistassi a bagnare il pavimento di foglie autunnali. Il satiro non parla: batte con i suoi zoccoli su un terreno lastricato di pietre, macadam buttato a caso su un suolo sconnesso; tutto intorno sembra collidere con alcune delle tue certezze inconsapevoli, martoriate da un vento teso e occidentale, dove tutto cade sotto i colpi della rivoluzione e incendi spontanei riversano fumo acre nelle abitazioni domotiche. Il centauro scompare improvvisamente dentro le tue visioni inquiete, poi ti siedi e gusti l’epistassi.

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POESIE di Margot Croce INVECCHIO

Invecchio come una rosa sorpresa dalla vita Da un giorno all’altro Un mutamento Che non è solo una ruga È un truciolo spiallato dello spirito. Il torpore rosa della pelle Si stende in uno spasimo di orgoglio. Rosa stratificata Chiusura balconata Dove entra l’aria e fugge il tempo Rimescolio sfuggente d’attimo slegato. Mi fa da contrappunto un sedimento Di stami e di oro satinato Sgocciolio di gineceo Nell’ombra schiuso.

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CRESCERE

Percorro nel sogno la vividezza che mi lastrica l’anima sentiero di mattoni rossi della CittaSmeraldo.

Ombre-serpenti che fluttuano mischiandosi a fiamme di candele ciocche di capelli tirate in trecce stritolate. Scavano, le mani di bambina, un terriccio di sassi e di lombrichi un coltellino trovato chissà dove la punta arrugginita e il serramanico rotto. Accanto bambole tagliate, partecipi del tutto. Il paesaggio è cosparso di caligine spesso strato di caldo vaporoso come un tulle di sposa dimenticato dopo il banchetto.

L’azzurro dell’occhio sinistro sta soccombendo Il nero avanza e trasforma i sogni dell’infanzia in incubi saldati sottopelle. Quel nero, quella palpebra che scende come una tendina e muta l’azzurro in terzo occhio di pensiero intinge la sua forza dal sangue espulso del ventre crocifisso ad ogni mese.

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SUSHUMNA

Sto, accanto all’amore, scostata di lato, come un ospite inatteso immobile e vibrante. Serpente nell’ombra a cambiar pelle, in nudità umbratile e feroce, gravida di sensi da partorire.

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RITRATTO DI DONNA di Ferdinando Giordano La donna aveva nelle suole mappe aperte per circumnavigare il destino dei maschi bitorzoluti. Camminava sulle orme di una bussola amara. L’ago mobile era della chioma nera: l’est indicato da speranze di gioia, il sud dalla boa di una nascita equivalente alla comparsa dei seni. Il nord non più di un gesto triste e l’ovest ogni steccato che si chiudesse al crepuscolo. La donna segnava direzioni con una mistura di sguardi intransigenti. Affermava di esserci stata anche seduta, sollevandosi in tutta la sua statura: ovunque si dicesse, lei aveva posto almeno un occhio. A qualsiasi ora. Da sola. Puntava il passo senza ruotare l’anca e il suo balzo misurava la gamba pesandola al tacco. Scoprì che la forza s’incrementa con lo sguardo. Seppe di poter motivare gli oggetti al suolo: un tappeto lievitò d’orgoglio, un sasso si raccolse nell’indifferenza del sentiero e si pose ai suoi piedi per darle più altezza di sguardo, una viola rinunciò all’ombra quando la sua figura la colse, un calesse si ferì al mozzo, corto e stridente, e srotolò di un quarto una ruota. Si capisce che esagero da come ancora le chiedo di apparirmi. Quella donna sembrò la luna e non volle mai descriverne la sua cruciale indifferenza. Aveva lame di Toledo nei verbi. Li usava in luogo di mani; a sorpresa fendeva l’aria di frasi nette e piccole torsioni della lingua rosa. Aveva labbra come campanule e fioriva ogni giorno dalla neve della saliva. Non dirò del resto, mi appaga già questo: non usò mai il corpo per uscire dal buio, né mai venne con me. Disegnava case. Rapidi schizzi nascevano mura. Suppellettili dai graffiti. Mai si sarebbe sommata. Direi di lei giaceva sul fianco un profilo di strada tortuosa che sale dal basso Cilento al cielo di Orria. Ovvio si dovesse poi ricordarla ancella di terracotta. Dai seni si origliava il suo verbo pulsante con difficoltà, ma era giusto ritenere che almeno la parete di pelle fosse una seta artigiana. Panneggiava nei fianchi, si vendicava sugli omeri o col sottile malleolo, debitamente

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poggiata sulle fibre nervose. Levigata e lucente. Seria. Spesso, lontano dagli occhi, il suo stare fluiva nei campi. Aveva folate legate a ciocche. Apparivano in ogni ipotesi di aria mossa, poi via per darsi un contegno il miraggio. Quando lei annuiva, quando sulla platea del collo la sua messinscena di riso ideava la ruota migrando gli zigomi a destra e a manca, avresti forzato il costato per esserle osso. No, non fino al punto che dava la vita: volevi starle negli occhi e prendere possesso della più breve sillaba che le sorgeva in mente. E avresti voluto cancelli prima delle labbra, avresti voluto che i denti fossero stretti, contrari alla cacciata dall’eden. Avresti messo il respiro per esserle aria, la sua aria più prossima. Chi potrebbe pensarla diversa da un incendio australe, quando, per mano del sole, collide col suolo quella massa incorporea d’inferno e in tutte le storie dei legni compaiono le acrobazie di una furia di fuoco? Noi eravamo tra quelli invisibili. Sopportavo senza tormento. Lei non osserva per caso. Non guarda le masserizie di carne. Vede l’oro negli occhi – mi disse uno di quelli già pronti. Non disdegna alterigia da cinema. È una star del quartiere. Il loro naso da fiuto asseriva che tutta la città potesse godere, lei volendo, della lungimiranza divina nell’evolvere razze. La sua pelle dicevano fosse la walk of fame dei protesti bancari, tanto era bella e preda dei conti. Era dentro lo stomaco acceso come da scintille di crostini al piccante. Chi vive nei dintorni lo sa. Lei, che rivedo incresciosa ed esposta, che da sola avvampa le guance scolpite nel cranio dei più coraggiosi. Eroi di terra e di moto, un po’ meno lo scooter. Cercano, narici nell’aria, la traccia inequivocabile della sua compostezza. La cercano sempre dove scompare. Lo stesso portone, diverse coupé. Ancora un duetto. Lei li sorpassa come un camiòn sbanda la lambretta di fianco. Non ebbe, al momento dei turgidi seni, guidatori imprudenti. Adesso contiene la fiamma fasciata nei jeans. Cuoce le rogge degli occhi in tutto il personale maschile che al bar della piazza travasa nei bicchieri visioni di sesso rubate ai riflessi. Dalle labbra un promontorio di lingue arrotola giovani nell’onda dell’aperol. A quell’ora finivano casse insieme ai crodini. Un furioso tacere gli sguardi con la calma ancheggiante dei fianchi – un pendolo che muniva i minuti di gambe. 40


Quella lei, che passando, districò anche l’eco da chiome di silenzi. Quella lei è la cenere di cui non mi scrollo. Ah, figure dei piloti oltrelimite nelle auto veloci che membrano di gomme l’asfalto! Ah, che uomini – come luoghi di vampe – quelli che giacciono nel dubbio quando matura l’arsura della sua presenza. Ah, che io è rimasto da quel suo inguidabile ciao! Passò come un rostro discrimina argilla dai coglioni della pietra. Passò tra di noi scavandoci un solco che a tutt’oggi matura un pensiero. È il vomere gioioso della sua intelligenza che rompe le zolle al desiderio. Che forza la spinge!, ed era piccola di corpo e di gambe. Una cineseria con proporzioni filiformi. Ce n’erano altre, certo, l’avrò anche detto, ma era come lasciare il registratore a cassette per un mangiadischi. Attraversava fiumi d’uomini rudi opposta agli errori dell’impeto. Quasi una diga. Di più ancora: la logica femminile delle desinenze trasposte ai maschi. Nessuno la dirà mai bella, né la si ricorda con quel succo effervescente naturale che manda in visibilio la mente. Brillante ed elastica, la voce era nuova di zecca: coniata con onomatopee irridenti. Monete di sillabe nuove, tronche di vocali e silenzi con suoni che la luce non porta, né si dovrebbe pretendere sbianchi. Aveva gocce di sale nelle pupille. Un colore che a vederlo nemmeno diresti così trasparente. Un involucro sferico che a raggiera dal ceruleo al verde si aggrappava al tuo sguardo con un che della mano che solleva l’inciampo dal piede. Tirava via la fretta dal passo e ti facevi statua all’incirca per ore. Nessun orologio, ripeto, nessuna lancetta segnava il suo tempo e il tuo appariva frenato. Una sorta di labaro il ventre: vi nascemmo amanti a difesa da noi stessi. Una donna, lo dico riandando ai suoi luoghi, di cui non cercammo l’appartenenza, che nessuno di noi si contese. Eravamo felici di averla tutti insieme. Seduta, lì, ai piedi della Vittoria che spezza catene, scoperta di schiena alla luce degli occhi. Con le ali tese. Le indicarono il suo ritratto. Le dissero che poteva fuoriuscire dalla tela. Con tutti quei colori che si portava dietro, mostrava le sue iridi la domenica, solo per la messa. La temevamo. Ci appariva inaspettata come nell’antro della notte muta si apre un crepaccio di rumore. Un’apparizione di abiti lisi malamente aggiunti e sottoposti a una criniera di rovi. Penso che nemmeno al demonio fosse gradita, ma a noi del tavolo d’angolo davanti al bar coppola dava segni di uno squilibrio creativo che non si vedeva dai tempi di Sivori e delle sue veroniche. Dipinge facce strane. Non era un fatto di gusti. Spesso somiglianti a gigli. Alcune 41


più lunghe, credo, però sempre di gigli-volti si tratta, pur se hanno stami gialli negli occhi: qualche volta li poggiava al bicchiere sul tavolo di fianco e con tre-pastellitre il bianco si anima di una purezza insostenibile. Le curiosavamo la vita a sorsi di caffè e si rivolge affabile a noi chiedendo come cazzo facessimo alle quattro di tutte le albe a scrollarci di dosso la notte. Senza usare la gomma. Pochi capiscono l’uso delle cere come lei. Pochi traggono attimi dalle cose senza segnarsi il minuto d’inizio. Qualcuno di noi l’amò disperatamente fino al punto da lasciare una rosa al suo tavolo. Si sedette con tutta la meraviglia che il sole può dare alle rane. Si siede e l’avvampa la visione del fiore. Con un solco di cera ocra e rossa disegna la passione, in un angolo versò il suo caffè e vi pose scaglie di terra dal vaso. Strisciò con due dita tutta la carta d’Amalfi e vi pianse sopra. Non ho ancora capito cosa fosse, ma aveva un gran dono: la purezza del Salve Regina alle cinque colorato di sole che nasce. Scrivere una pièce. Allestirla in modo avventizio. Fare prove, mandare testi a memoria. Disegnare e realizzare una scenografia sparagnina e povera con la latta dei barattoli da caffè, quattro lampade da centowatt a colori diversi, otto sperduti personaggi in cerca di rossori: insomma, tutto nasce per lei. E non era uno schianto. Mi sta davanti con un sorriso che a riva nemmeno la schiuma più candida le poteva una parità. Sembravano uscite da due onde che si inseguono gemelle, le sue gambe sinuose e altere. Elegante nella sua camicia a collo lungo, sopra un semplice tailleur con pantaloni. Color lattemiele. Avrebbe ingrassato chiunque. Non il suo filo di luna. Una luna giusta, di quelle a picco negli occhi, quando si tuffa la luce. Senza schianto alcuno, lo ripeto, non so se ho reso l’idea. Mi chiedo, ora e qui, in quest’adesso di frustrante similarità, come fossi, come ero. Avendola davanti ancora, stupidamente mi avvicino ai capelli e risento il profumo a mente. Avevo scritto, avevo diretto, finalmente recitavo per lei. Sinuosa e altera, non tanto del suo corpo, ricordo, quanto il sorriso che schiuma dal suo frangere a menadito la mia storia di sabbia sonora. Lascia le mani vuote se non tieni strette le dita dove lo sguardo si annida dal volo. Ho aperto proprio in questo luogo appartato da parole, tra la balaustra del se e l’improponibile pavimento dei ma, il baule del tempo passato: mi appare nitida benché una folla l’avvolge. Non sono suoi contemporanei. Non li saluta. Osserva ridendo la porta e fa per andare. Ha un passo che saltella. Si solleva a fatica la punta, sembra restare, poi il gesto rapido del braccio slancia l’avanpiede. Ha il busto diritto, che appunta i seni nell’aria. Corrode lo spazio con grazia e lo segna: danza mentre cammina. So che è qui, so che ha una passione per restare, quasi anche lei avvin42


ghiata rientri. La vita le è corsa incontro non appena mi ha lasciato la mano. La vita è un intricato andirivieni di soggiorni, di turismi aleatori, di stereotipi fu, era, troppi verbi passati che c’inseguono. Lei no, lei stava sul palco del petto come in questa messinscena il silenzio che la chiude. La passerella era il braccio robusto dei fari. La reggeva sul polso. Ai lati di ogni visione c’è sempre uno straordinario equilibrio di attese. Lì, ad esempio, il pubblico protendeva in avanti il viso: un unico volto segnato dall’ombra. Mostruoso il nero con decine di occhi come fanali. Parlava la balbuzie degli applausi. Qualche frammento di mormorio, tanto sudore sui palmi che strattonavano inguini. Molto acide le salive delle donne. Si sentiva dai fiati descritti nei racconti dei commerciali. Sui sagrati si raccoglievano oboli di tribolazione da distante, così era il peccato ripulito nei pressi. Così appariva senza scrupolo alcuno. Ruotava sempre a destra con quel gesto morbido della mano opposta raccolta a cogliere dall’aria lo stupore dei maschi. L’anca mostrava il profilo di una fragola acerba. La spalla scrollava i lampioni. Il seno aveva venature di ocra pallido. Appena appena due noccioli turgidi esprimevano il senso del futuro succo. Le donne giovani ne prendevano il sapore imitandola sui balconi. Lo intuiva in quelle ciglia socchiuse. Disadattate al sole. Roboanti, se si fossero aperte del tutto. Era sottile. Uno stelo proiettato da caviglie fluide. Annunciavo i capi dell’abbigliamento intimo che poco copriva e ancora meno rimaneva in memoria. Si vendeva quello che mai avrebbe contenuto. La mia voce era solo il suono della frustrazione. Bassa, roca, a tratti l’emozione tremolava. Speravo mi notasse, poi ovvio sapere quanto. Mi consentì di entrare nelle sue iridi e visitare la chimera della mannequin che non divenne. In quel mese di fiere, fieno, passaggi a livello, rotabili sconnesse, lune più grandi della terra, stelle di piazze confuse, ci cogliemmo in più covi di buio che tra profumi di verbena. E lì mi lasciò, come ancora adesso sarebbe. Aveva la metà dei miei anni, ma il doppio di corsa. Non si può attendere la luna ogni notte, se la sera si mantiene a distanza. Ci sono degli hangar dove ricoverano aerei che hanno visto lo stupore degli stormi ai primi voli dell’acciaio lucente. E di quell’incomprensibile rombo sono morti a fette. Come avrei potuto nasconderle la meraviglia quando mi apparve improvvisa la sua carezza? Non ero io l’acciaio, non lei lo stormo. La carezza proseguiva una corsa indipendente. Non mostrò timidezza nella seta del gesto. Le dita scelsero solchi nei ricci. 43


Seminò fasci di spilli che imbastirono la nuca e un incendio senza alcun crepitio sparse nelle spalle mille scintille. Avvampai. Il mio legno si dissolse. Forse cadde riverso il primo pensiero da maschio. Non si alzò alcun sibilo. Né pieghe di vestiti poterono stirarsi dall’inguine. La delusione era inguardabile. La bocca diramò un avviso legnoso. Il sangue celebrava il suo coagulo di roccia. Lei piega il capo di lato. Ha capelli come un timone d’ala. La vedo solo ora in quella curva morbida che le consente di osservare non vista, di decidere l’occhio che inizi la marcia. Io li sto guardando appena sopra la crenatura tra i corpi. Hanno un calore efficace, ma sembra che lui la raffreddi. L’esiguo torace di lei è calmo: non si pronuncia. Le labbra sono ferme in un lieve sorriso. Non leggo i suoi verdi occhi, ma so che sono talmente grandi che sarebbe possibile una baia. Una secca o una fossa. E un qualche corsaro di luce. Lui sono io, sbadato; un po’ m’intenerisce. Lei ha una schiena vigile leggermente flessa a sinistra: è da quel lato che il braccio muove e mi accarezza il viso. Sembra una vela di bolina e scarroccia sulla guancia subendo lo slancio dello zigomo. La pelle nuda è orzo che fluttua. La sua peluria è timida dove accorre l’aria e la solleva. Coglie lo spavento che lo allontana. Si abbassa ancora. Lui è un crinale, lei si orienta dal ventre. Ha un alito fresco. Prende posto sul mento il suo labbro carnoso, poi il gemello. Valica la sua sorpresa. Accende tutte le fiamme dell’universo. Dirime il caos iniziale. Crea la bocca come facesse un pane, una pasta. Addenta. Chiude gli occhi e muove ogni lingua che può. Lui non ha ancora capito: spalanca le palpebre e ritrae la saliva. Capirà più avanti che un bacio lo si affronta con l’animo della maratona: se sei inquieto devi sostenere il passo, se rimani senza fiato, prendi le pause dal respiro. È inquieto, ma rallenta le risposte, sbagliando il ritmo e ostruendo la gola. Chiude lo sguardo intorno e viene il buio così pieno di lampi che piove nel cervello e il temporale sceglie le vene per gronde. Si aprono cateratte dove scroscia l’ombra di lei. Il lui senza ombrello sono io. Se avete creduto che l’attesa del primo bacio è davvero una cometa, è comprensibile che a tutt’oggi ne sogniate ancora la coda. Lui osserva, come rimasto dov’era.

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RICORDARE ROSSANA OMBRES (1931-2009) VERSO UN’APERTURA EUROPEA DEL CANONE LETTERARIO ITALIANO di Massimo Riparini In un momento in cui il concetto stesso di letteratura viene discusso sempre più diffusamente anche in ambito non accademico, con uno sguardo più aperto verso questioni di critica, politica editoriale, mercato e nuovi media, di tutte le interpretazioni che si potrebbero dare oggi dell’opera di Rossana Ombres non si trova ancora alcun riscontro all’interno della critica ufficiale. Qualcosa è stato fatto, in questi ultimi anni, in area anglosassone, anche se l’opera narrativa ombresiana è stata analizzata e valorizzata soltanto secondo quella prospettiva che vede nell’uso del fantastico femminile una modalità scrittoria idonea e capace di incidere sul canone letterario, ossia un modo per mettere in discussione gli stereotipi, anche femminili, che la cultura tradizionale italiana ha tramandato. Ma la scelta di far uso del fantastico da parte di Ombres non era fondata soltanto sulle possibilità espressive che questo genere letterario offre. Certamente mirava a convogliare nella sua scrittura una sensibilità differente, mantenendo quel suo stato di alterità femminile che le consentisse pienamente quel simpatetico dialogo con il lato irrazionale della realtà – impersonato variamente nella figura del mostro, dell’abietto o di altre varie creature reali o immaginarie (si pensi, in questo senso, agli ‘scarabangeli’ presenti in Principessa Giacinta) – ma questa ‘femminile’ inclinazione verso il fantastico tendeva a definirsi essenzialmente come opposizione a quella interpretazione razionale e razionalistica della realtà che, in gran parte, almeno fino ai primi anni Settanta del secolo scorso, era quella offerta dalla narrativa neorealista italiana. Nel corso di questo scritto si accennerà diffusamente a come Rossana Ombres pervenne al romanzo, una scrittura narrativa che risente profondamente di un lungo e appassionato esercizio di poesia la cui qualità segnica e semantica fu subito riconosciuta da critici e letterati. Anche fosse solo per questo, l’interesse che l’opera di Rossana Ombres dovrebbe suscitare nella critica sarebbe oggi pienamente giustificabile perché tocca dimensioni storiche ed esistenziali della scrittura femminile, dell’emancipazione della donna e delle immagini che le donne hanno dato e danno di sé, del loro coraggio e della loro intelligenza. Infatti, la ricchezza, la chiarezza e, nel contempo, la complessità del linguaggio ombresiano, gli intrecci culturali che vengono a realizzarsi nella sua scrittura, indicano che molti sarebbero gli aspetti da rilevare e chiarire: non solo linguistici e letterari, ma anche epistemologici, psicologici, storici e sociali. Riaprire il discorso su Rossana Ombres e riscoprire l’importanza del suo lavoro letterario e del suo particolare ‘sguardo’ significherebbe, pertanto, dare un apporto significativo alla critica letteraria e, soprattutto, attraverso

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queste nuove chiavi di lettura, aprire nuove prospettive di sviluppo particolarmente importanti non solo sul piano specifico del linguaggio e della scrittura, ma anche su quello socio-culturale, politico, filosofico e antropologico. Lo sguardo ombresiano (come anche quello di molte altre scrittrici), incline per natura a testimoniare un modo differente di abitare e leggere il mondo, invita dunque a riflettere sulle modalità di scrittura di Rossana Ombres e sollecita anche a chiedersi perché, nonostante la sua notevole capacità di introspezione, acquisita anche grazie all’apporto del segno poetico nella composizione narrativa, non trovi ancora sufficiente riscontro nella letteratura ‘alta’. Infatti, se è vero che la padronanza del linguaggio equivale alla padronanza del mondo che la persona costruisce per viverci dentro, gli studi su Ombres permetterebbero di tracciare sviluppi non solo ricchi di informazioni e suggestioni, ma, come afferma il celebre filosofo della mente Thomas Nagel, esistenzialmente vitali, capaci cioè di elaborare un sapere legato a una realtà ricca di significati il cui scopo principale è quello di «collocarci nel mondo come in una cornice comprensiva, insieme ai punti di vista personali che ci sono propri»1. Come quello di molti scrittori del XIX secolo, l’uso che Ombres fa del fantastico è spesso altamente intertestuale2, il che dimostra il potenziale semantico che questo genere letterario possiede. Tuttavia, violando le stesse regole del fantastico, eludendo e, essenzialmente, ‘deludendo’ nel lettore il senso di ‘misurata esitazione’ che, come teorizzato da Tzvetan Todorov3, ne sta alla base, il fantastico ombresiano, almeno fino a Serenata (1980), si attua per ‘eccesso’, col fine specifico di riconfigurare, e chiaramente affermare, il ruolo svolto dal soggetto femminile all’interno dell’ordine letterario e, più in generale, di quello sociale, politico e culturale. Per Ombres, dunque, il fantastico è un utile strumento per contestare e mettere in discussione le regole socio-culturali, oltre che affermare quel sé femminile che l’ordine patriarcale ha sempre tentato di reprimere, spesso con successo. Sin dai suoi esordi, Ombres rifiuta un tipo di narrazione ‘ridondante’, saldamente in mano a un narratore onnisciente in grado di fornire esaustive spiegazioni psicologiche, etiche e sociali degli eventi narrati, instradando in tal modo l’interpretazione del lettore in una univoca e specifica direzione. Ombres adotta invece un tipo di narrazione ‘reticente’ (che è poi tipica della narrazione fantastica), ma così manchevole e carente tanto di puntelli esplicativi quanto di informazioni, indispensabili per una benché minima decodificazione, che giustifica l’eloquente qualificazione che la dt. Hipkins assegna alla prima maniera ombresiana come di ‘eccessivamente fantastica’. Negli ultimi due romanzi, invece, pur mantenendo una ‘traccia’ di fantastico nel corpo delle protagoniste, Rossana Ombres si avvicina a una narrazione di tipo neorealista, anche se rimane un certo grado di reticenza soprattutto per quanto riguarda la ‘traccia’ di fantastico che l’accompagna: si pensi, in questo senso, alla ‘anomalia’ della protagonista di Un dio coperto di rose, forse un ‘gobbo’, che segna il corpo e 47


anche la psiche della protagonista e che però non troverà soluzione alcuna all’interno del romanzo. Certo è che se un margine di reticenza è rintracciabile in diversa misura in qualsiasi opera letteraria, nondimeno esistono casi in cui l’uso del silenzio sulla narrazione si fa più categorico che altrove e i vuoti o le indeterminatezze del testo, oltre a essere dei dispositivi per creare suspense, costituiscono le vere e proprie strutture portanti di tutto l’edificio narrativo ombresiano. Questo è ciò che accade nel racconto fantastico che Ombres mette in piedi, la cui tendenziale trasgressività semantica può essere fatta risalire proprio all’accordo tra un contenuto oscuro e abissale e una strategia narrativa improntata alla reticenza e alla sottrazione d’informazione. Nelle analisi testuali delle opere ombresiane appare evidente come, dosando in modo diverso il non-detto (si confrontino, ad esempio, Principessa Giacinta e Un dio coperto di rose), scaturiscano vicende il cui grado di dirompenza e di densità semantica è direttamente proporzionale al grado di reticenza esplicativa insito nel racconto. In effetti, per la sua natura ibrida e il rifiuto di una visione totalizzante della realtà per accogliere inconsueti e inquietanti ‘altri’ nello spazio domestico, il genere fantastico può essere usato sia per sperimentare nuove soluzioni narrative sia per esplorare alternativi paradigmi conoscitivi e gnoseologici. Il fantastico femminile, infatti, fornisce una narrazione e una soluzione semantica che permette all’‘alterità’ di emergere da quel che si ritiene il reale. In questo modo, la realtà può essere rappresentata anche nella sua ‘stranezza’, sia essa quella del ‘mostro’ o dell’isteria femminile o quella, ben più dirompente, di una critica sociale dell’ordine patriarcale e dei valori della cultura maschio-dominante che vi sottendono. Ciò che comunque caratterizza e differenzia il fantastico femminile dal fantastico in generale è l’ipotesi che le manifestazioni dell’‘alterità’ non provocano più inquietudine, come avveniva con l’inserimento dell’elemento ‘perturbante’ (il freudiano Unheimliche), ma, piuttosto, un surplus di pathos. Ecco, dunque, che questa modifica concettuale del genere fantastico offre alla scrittrice un formato narrativo alternativo con cui non solo può rappresentare l’inversione di quelle strutture di potere che in precedenza avevano modellato la comprensione della realtà, ma anche, di conseguenza, proporre un nuovo ordine e una diversa sistematizzazione del reale. L’uso del fantastico da parte di Ombres denota quindi una concezione letteraria che considera il fantastico un utile strumento non solo per formulare strategie di resistenza verso la scrittura maschile ma, ben più in profondità, verso il canone letterario maschio-dominante, il cui paradigma conoscitivo Ombres cercherà costantemente di mettere in discussione. Da questa indagine emerge così la necessità di valorizzare un particolare tipo di sguardo, quello di donna, con cui vengono raccontati i fatti del mondo, uno sguardo che esclude qualsiasi segno di neutralità e che si carica della consapevolezza, specie quando si tratta di narrare dell’esclusione delle donne dal canone, di dover offrire 48


una scrittura non più modellata sui bisogni della cultura maschio-dominante e sull’inganno di una scrittura, quella maschile, propagandata come universale. D’altronde è proprio da qui che ha preso le mosse questo studio su Rossana Ombres, ossia quello di rintracciare, nella pur amplissima diversificazione tematica e strutturale della narrativa ombresiana, gli inneschi e i dispositivi della sua ‘trasgressione’ nella persuasione che a scatenarne e orientarne il funzionamento sono meccanismi e intenti sostanzialmente simili e complementari: la rottura del canone maschio-dominante e la creazione di uno specifico spazio letterario femminile. Alla ‘prima maniera’ ombresiana, quella ‘eccessivamente fantastica’ che giunge fino a Serenata (1980), succede infatti quella degli ultimi due romanzi, che la dt. Hipkins ha definito della ‘creazione del sacro spazio femminile’4. Come sarà in seguito rilevato in questo scritto, sia in Un dio coperto di rose (1993) che in Baiadera (1997) Ombres adotta un linguaggio piano e molto prossimo alla narrativa di stampo neorealista. Tuttavia, pur mantenendo una ‘traccia’ di fantastico nelle disabilità fisiche delle protagoniste, la maggior attenzione verso il contesto storico e i luoghi geografici sta a indicare un obiettivo ben preciso: quello, appunto, che porti alla creazione, attraverso lo sguardo femminile, di un nuovo spazio narrativo in cui sono le donne a definirne le forme e i significati. Certo, a parte poche eccezioni, la critica letteraria italiana finora non ha dedicato grande attenzione alla letteratura femminile, forse perché essa induce a ripensare il modello compatto della nostra letteratura mettendo in discussione i criteri di fondo con i quali ancora si definisce e si valuta la letterarietà. Esiste, infatti, un profondo distacco tra la critica letteraria e la proliferazione delle molteplici pratiche letterarie femminili e questo riconoscimento potrebbe essere un punto di partenza per una ridefinizione dei criteri critico-metodologici e adeguare in tal modo il canone italiano a quello europeo. Il fatto è che la produzione letteraria femminile fa vacillare una serie di assunti – come i regimi disciplinari, i generi letterari o le periodizzazioni – che troppo spesso vengono ancora dati per scontati e incontrovertibili. Inoltre, l’attuale prorompere della letteratura femminile costringe chi si occupa oggi di critica letteraria ad allargare la visione anche verso altri tipi di ‘sguardi’, come ad esempio quello migrante5, che stanno costringendo il mondo intellettuale europeo a confrontarsi da tempo coi temi della differenza e dell’alterità. Nella letteratura europea contemporanea, infatti, è in corso una radicale trasformazione dovuta alle nuove soggettività che stanno delineano l’immagine multiculturale dell’Europa d’oggi. Di qui l’esigenza di produrre modelli interpretativi ed epistemologici che non siano più basati sull’esclusione o la discriminazione, nonché la possibilità di aprire nuovi spazi creativi e alternativi per la rappresentazione della soggettività e, quindi, la capacità della letteratura di rappresentare le molteplicità e la complessità della realtà contemporanea. 49


Non si tratta, quindi, di istituire un nuovo settore letterario (o un ‘sub-genere’) in cui definire e delimitare la letterarietà femminile, quanto, piuttosto, provare a stringere delle alleanze tra esclusi che siano in grado di proporre strategie alternative e oppositive contro le dominazioni di genere, di razza o di classe. Come afferma la filosofa statunitense Donna Haraway, che «non c’è nulla nell’essere femmina che costituisca un legame naturale tra le donne»6, non si può pretendere di costruire un’azione politica o culturale soltanto sulla base di un’identificazione naturale nella categoria ‘donna’. Lo stesso vale quando si analizza la storiografia letteraria, dove non si può affermare l’esistenza di una ‘sensibilità femminile’, o di un ‘genio femminile unico’, perché «non esiste, in letteratura, una sola tradizione femminile; non esiste una sola espressione letteraria a cui le donne si siano limitate»7. Anzi, sostenere la specificità di uno stile femminile significherebbe solo riprodurre uno di quegli stereotipi che finirebbe per ghettizzare le donne, piuttosto che contribuire al riconoscimento della loro presenza nella tradizione letteraria. Ecco, dunque, che l’analisi degli aspetti più stimolanti che la narrativa di Rossana Ombres sollecita, non solo si rivela ricca di suggestioni e proposte per aggiornare e adeguare il canone letterario italiano a quello europeo, ma suggerisce la necessità di elaborare una mappa concettuale ben più ampia e aggiornata e capace di accogliere in sé il dispiegarsi delle diverse forme di poligrafia. Del resto, l’attività che più impegnò Rossana Ombres fu quella pubblica di critico letterario per ‘La Stampa’, i cui articoli, grazie anche alla capacità di introspezione acquisita nella composizione letteraria, presentano quella originalità e ‘leggerezza’ di scrittura che rendono l’opera di Ombres un importante caso letterario da reinterpretare e valorizzare in tutte le sue forme d’espressione. Dedicarle uno studio esauriente «sarebbe un giusto omaggio a una poetessa e narratrice che, alla distanza, prende sempre più spicco; e valorizzerebbe un tipo di sperimentalismo cui non si è data tutta l’attenzione che merita»8.

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POESIE di Enea Gorè INCOLORE

Dopo la morte, diventeremo acqua, i nostri corpi, nelle mie mani, il tutto.

Dopo la morte, i fiori copriranno la terra, ed io ancora nel deserto, aspettandoli, sarò granello. Dopo la morte, non esiterò, sul palmo, un albero, sarò io, diventato seme.

Dopo la morte, certo del mio male, farò appassire quei fiori, un povero scorrere, acqua del mio povero cuore.

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DISAMORE

Ero lì, fumavo e disegnavo la vita, pensavo: quante dita si intrecciano nell’universo? Due sono nel mio cuore, si tuffano, stringono il sangue. Altre costeggiano il tuo corpo, danzano, si armano delle tue labbra. Ma non è ancora nata la nostra marea, sdraiata sulla tua chioma aspetta, inerme, ferma, seguendo la mia stagione, il colore di una pelle inesistente, una statua che con la sua pietra non tocca l’amore, ma lo inventa per gli uomini. TRISTEZZA

Tra le ombre del mattino reinventavo me stesso – è quanto mi ripetevo tra le pagine dei libri, che non ero io, qualcuno di nuovo respingevo, e mi ripetevo – che ostinarmi a diventare profondo come l’aria erano i versi che tengono uniti solo i poeti, non me, uomo, che cantavo nella sera che non s’udiva e tra risate che volavano via nel vento, infaticabilmente, come uno stanco velario attaccato al primo seno materno; e cosa divenivo, dunque? Scomparsa la gioia dei versi, non restava che un dolce scricchiolio di tristezza, e dentro, un ritmo che non s’attende, ma diventa rapace, per strappare la carne di chi è stato, un tempo, poeta.

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L’ALTRO LATO di Gianfranco Martana Ogni volta che cammino con la musica nelle orecchie, come oggi, tutto assume un’apparenza di lietezza, e gli esseri viventi si accordano gli uni agli altri senza sforzo, come note di uno stesso spartito, pieni di grazia. Le ragazze sono attraenti e disponibili, e quelle irrimediabilmente brutte sono talmente piene di virtù, che di certo qualcuno le trova desiderabili. Il cieco e il senzatetto hanno chi si prende cura di loro. I vecchi hanno vissuto una vita piena, le loro rughe sono venerabili, i loro figli li amano intensamente. Le coppie corrucciate faranno l’amore non appena varcata la soglia di casa. I bambini sono tutti adorabili e destinati a grandi cose. I cani al guinzaglio sono liberi, quelli randagi troveranno presto un padrone. Nessuno morirà. Poi d’un tratto la batteria si scarica, il mio vecchio cellulare si spegne, e con lui la canzone che stavo ascoltando: Otherside dei Red Hot Chili Peppers. L’avevo messa in loop, e sono andato avanti così per un’ora, vagando per le strade della mia città. È successo che ero quasi in periferia, dalla parte dell’ospedale. Non ci sono arrivato di proposito: ho assecondato l’ispirazione del momento, svoltando di qua e di là per seguire il volo di un merlo, una mamma col passeggino, una macchia di colore al fondo di una via. Ho percorso a lungo l’orlo dei marciapiedi, come un equilibrista sul filo. Di tanto in tanto mettevo un piede giù, immaginando di precipitare nel vuoto; facevo qualche passo e risalivo, sfidando le auto che mi sfioravano. Otherside, l’altro lato. La strada, l’altro lato di quell’orlo. Mi attirava, mi chiamava, non ricordavo nemmeno più perché. Ora sento con nettezza le voci e i rumori intorno a me: il traffico, gli strilli dei bambini, il baccano di un cantiere; vedo uomini e donne avviliti, incarogniti, quasi osceni nel loro stare al mondo senza una ragione comprensibile e accettabile. Così devo sembrare anch’io, a vedermi da fuori. Arrivo al passaggio a livello mentre le sbarre si abbassano e una sguaiata campanella produce un rumore infernale. Altri esseri umani si fermano e sbuffano per quel contrattempo. Per me si tratta invece di un’imprevista opportunità. Mi appoggio alla sbarra che sta lì per proteggermi, e penso. In tasca ho un biglietto. La tasca ha una zip, mi assicuro che sia ben chiusa. È un biglietto per i posteri, ma ora mi accorgo che potrebbe risultare illeggibile, dopo. Non avevo pensato a un finale così truculento, non sapevo dove mi avrebbe portato quel mio vagabondare, dove sarebbero svaniti Anthony Kiedis e compagni, lasciandomi solo con lo sfacelo che mi scava dentro. Ma ora sono lì, e sono pronto. Mi tolgo le mie inutili cuffie dalle orec-

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chie e me le infilo in tasca. Tiro su la zip del giubbino e mi sistemo il colletto. Il treno sarà qui tra poco, voglio farmi trovare in ordine. Mentre aspetto il momento per oltrepassare la sbarra, una mano mi sfiora un braccio. Mi volto, e mi trovo davanti una ragazza sconosciuta che sorride. È graziosa, con un viso tondo e florido, lunghi capelli biondi ricci, il naso appena un po’ grosso e qualche brufolo, gli occhi strizzati buffamente per il controluce. Indossa un vestito leggero a fiori e una giacca di vellutino verde: troppo poco, per il tempo che fa. Mi tende una mano sulla quale ci sono un ipod e un paio di cuffiette. Non mi chiedo il motivo, so solo che devo accettare. Vorrei trovare un modo per ringraziarla, ma non saprei come. Poi mi ricordo del biglietto, l’unico oggetto di qualche valore che porto con me. Apro la zip, lo tiro fuori dalla tasca e glielo offro. Lei accetta il baratto con un nuovo sorriso. Ripenso alle poche parole che vi ho scritto, dopo aver distrutto negli ultimi mesi una decina di lettere lunghissime e patetiche: “Ho vissuto anche dei bei momenti, lo ammetto, ma non bastano a trattenermi. Ci vediamo dall’altro lato, prima o poi. Un abbraccio, P.”. Mi sistemo le cuffiette, premo play e parte l’attacco a me noto e caro di Californication. Ancora i Red Hot Chili Peppers. La coincidenza è sorprendente. Chiudo gli occhi. Una brezza leggera mi attraversa, subito seguita dall’urlo del treno. La musica svanisce, come dissolta dallo stridore di quelle tonnellate di ferro che fanno tremare l’aria, la terra e i corpi. Eppure so che è lì, che continua a suonare, come l’impercettibile armonia delle sfere. Come quando da bambino ascoltavo le cassette con le sigle dei cartoni animati, e a un certo punto mi tappavo le orecchie con le mani e me le cantavo in testa; poi liberavo le orecchie a tradimento, e la canzone riprendeva nel punto esatto in cui ero anch’io, e quella era la prova della continuità del mondo. Capivo confusamente che anche se ero assente o distratto le cose continuavano a funzionare, e che facevo parte di quel congegno perfetto e misterioso, nel bene come nel male. Riapro gli occhi. Il treno mi scorre velocissimo davanti. La ragazza non c’è più, svanita anche lei. Per un attimo penso che... ma no, qualcuno avrebbe urlato, si sarebbe accorto... Del treno vedo già la coda con la sua rossa luce intermittente. I binari sono sgombri. In un soffio la musica ritorna da me, in me. Mi fa festa. Io sorrido, sorrido che non la smetto più. Mi è venuta voglia di continuare a camminare, senza meta. Fra pochi secondi potrò attraversare insieme a questi fratelli che si portano addosso come me l’assurdo fardello della vita. Mi giro verso l’altro lato dei binari e vedo lei che agita un braccio in segno di saluto. Nella sua mano sventola qualcosa di bianco, forse il mio biglietto. Ma come ha fatto ad arrivare lì? Le sbarre si alzano lente, e mentre l’assolo di chitarra m’invaghisce, ricambio il saluto con un piccolo cenno della mano. È bellissima, e sembra contenere una promessa. I suoi capelli ricci, il suo vestito a fiori e le piante di oleandro che le fanno corona ondeggiano nel vento al ritmo della musica. Mi avvio verso di lei col desiderio di abbracciarla, e ogni passo è un passo di danza. 55


COSTRETTO A PASSARE 7 poesie del transito di Roberto Belli UNO

il passo turbinoso al crepuscolo si starano le valvole del mio transito intendendo il transito come una sospensione sincopata del fiato monocorde che mi costringo per accortezza a fasciare minuziosamente con il cellophane e le labbra e chiodi misurati – perché volevo imparare imparare da te come si sbreccia l’ipotesi del mio corpo su la scia di metallo rugginoso che porta come un tuono il rumore del transito che non si dispiega pur bloccato come una grondaia su un muro senza scarico – e dalla polvere che smuovo sullo stridore della lastra dal tremore dovuto alla vibrazione il mio passo assorbe i cali dei fumi pur sempre rifinito dalla volontà che mentre pesa alla mente dell’Uomo a me riflette come lucide pietre i visi fermi le brame incendiarie i lumi veloci scattanti – DUE

avevo deciso di seguirlo

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troppo preso dall’effetto metallico dell’orizzonte intero frantumato il passo turbinoso che non recede prende a spostarsi in alto come ala asfaltata tutta spezzata decomposta mentre le cose prese in prestito s’azzerano e le immagini son bruciate via da un incendio smisurato che appicco con un bacio – ma non è l’effetto della sfiammata l’impianto gassoso che in un attimo rende tutto così grigio e dall’odore incrinato acre e lucidato le strisce sul metallo brillano di un lucore sfasciato tutto sbriciolato e all’avanzare mi si piega il ginocchio collegato alle atmosfere che alla mattina non cibano più – e le strisce di umido rosso refrattarie alle lame di sole potrebbero pur decorare i percorsi le desertiche strade fatte di rottami mentre il mio cuore ghiacciato non si sbrina nera pietra auspicando il tratto da laggiù fino alle nuove albe che riscalderebbero al tepore dell’orizzonte o del gas – TRE

scelgo strane vie per manifestarmi avevo deciso di seguirlo il passaggio dal filo spinato a quell’alone giallastro delle retrovie quel muro di spine mi parlava di insperati organismi di senso che dalle fiamme criogeniche potevano ricreare ad una ad una 57


tutte le formazioni della memoria distrutte dal clangore senza fine – non desumo dai bagliori le infinite corsie dei mari inconsci alla linea dell’orizzonte ingrigito il mio pensiero doloroso stride più delle nuvole in cielo e dalle luci viola dei riflessi del sole una sola delle orme del passaggio sorpassa inquieta l’ipotesi del senso rovesciato appiattito del principio – e al primo risveglio remoto l’orologio incrinato della memoria sovrasta d’un colpo il martirio delle stelle impegnato come sono col transito non m’avvedo di raccoglierle mezzo nascoste dalla polvere grigia che ricopre ogni passo ogni momento di rinascita ogni fluido che sgorga imperioso dal cuore nero – QUATTRO

nel frattempo e trovare uno spazio sgombro in questa oscurità ritagliata rifilata e con parole logore ancora come sopravvivere attraversato all’incertezza del sogno mancato sigillato costituito giustificato e intravedere tutto ricoperto tutta questa fuliggine mi involge la pelle stesa sopra – e nel silenzio acre come piombo bruciato fra le mani è come se si snodasse svelto tutto un patrimonio di immagini di ben ferrata stabilità 58


che accanto alle esplosioni e ai fumi dilaniano il territorio d’amore sfilacciato al contempo e ricucito ma che non si può più condividere – e dai filamenti anneriti dell’habitat deforme dell’amore una colonia aggrumata di baci bruciati si stacca rotolando sulla melma ingiallendosi all’istante poi inverdendosi dalle mani mi cola l’odore il portento dello squagliarsi mi ipnotizza bloccandomi di sale scelgo strane vie per manifestarmi – CINQUE

mi avventuro grondante in quel mentre le rose che mi sbocciavano in bocca tutte lorde di aspettative mal trattenute di colature di sieri e miasmi venefici neri tutti immersi in una putredine disonorevole e le spine di ferro arruginito che infilzano le parole una ad una mi solleticavano una risposta – sia mai che dagli spazi de l’inconcludente avvio verso le penombre si spieghino altre scie di metallo sul quale strisciare come un veleno svelto come mercurio che cade dalle finiture ho baciato con labbra seccate le labbra di ferro della solitudine il gusto mi ha fatto cambiare colore la mia pelle gronda di vermi – nulla si riapre dopo la serrata e solo i lampi viola del sole fan percorrere i miei passi sollecitati svelti 59


lungo spazi solcati da acque ora argento e il metallo stridente di ore e poi ore trascorse a non precipitare stare in equilibrio in questa fase di transito è pieno di rugiada fra le nebbie nel frattempo visibili oltre la cortina – SEI

spellamento onirico oppure in quel preciso momento come in un contenitore di combustibile ho avvertito semplicemente il carico in ginocchio giù nella scia vetrosa della macchina che mi inquadra in primo piano fra quei rottami il lurido sciabordìo delle lacrime infrante cane che non scalcia a bocca allargata pronto a rigettare il veleno infiammabile – sovrappensiero allora riscrivo il mio corpo in un nuovo schema dell’anatomia sparando aghi di senso ma seminali distendendo bene tutto l’inchiostro tutto editato slabbrato con un solo dito neanche dentro me stesso la scrittura viene così bene alla luce delle fiamme la cartilagine si estende portandomi da una cometa all’altra germogliato – con un’unghia nera di luce dello spazio prendo dunque a spellarmi le croste dei vermi che arpionati fino allora a grappoli mi portavo addosso senza memoria incastrati fra nervi congelati lubrificati dal siero insolente che da me partiva dalla bocca come getto crudo delle consistenze dell’amore misurato ora con un goniometro di sogno –

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SETTE

molto problematico ecco dico misurato ora con un goniometro di sogno l’angolo più preciso tagliato e smisurato eppure immediato e l’ombra più distante ritoccata che non si vede per la curvatura abbaglia quando dalle nebbie vien fuori l’unica ragione che mi spinge ad incendiare – impressionato dal silenzio dopo tutta quella pioggia di giallo i detriti posati brillano nel grigio il respiro rimbalza da muro a muro ma non duole e nemmeno stride il mio corpo si ripropone come in ristrutturazione improvvisa con arti smaglianti stirati premuti non noto più le incrinature – e al nuovo crepuscolo si ritarano le valvole del mio transito intendendo adesso il transito come una sospensione disincantata del fiato multicorde frastagliato che mi costringo per accortezza a proteggere minuziosamente con tutte le parole screziate libere del mio stesso potere –

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LA FELPA BLU di Salvatore D’Antoni Il Tg pochi giorni fa ha detto che conquisteremo lo spazio; i Tg tendono a parlare al plurale, ma loro conquisteranno lo spazio, non noi, noi resteremo qui a guardare dalla finestre. Adesso tutto è tranquillo, come dopo un temporale, la strada liscia e umida, le strisce gialle che delimitano la carreggiata pulite da tutta la polvere accumulata, adesso tutto è tranquillo, il grande parco dietro la finestra, il filo spinato oltre il quale si apre la discarica e tutti i suoi abitanti, un topo sullo sfondo che cerca faticosamente di salire una scala, è un topo grasso, un topo che non ha mai patito la fame. Tutto è tranquillo, i capelli viola di G., la felpa blu buttata sul pavimento, il comodino piegato su sé stesso a causa di un piede che manca, le case in costruzione lasciate a metà, con il pavimento ma senza pareti, scheletri di case, artefatti pieni di solitudine e miseria, dovevano custodire ricordi, adesso sono poco più che ossa che stanno in piedi. C’è un’orchestra in tv, violinisti, violoncellisti, trombettisti, il tipo alla grancassa, la sezione armonica, la sezione fiati, gli archi. Sono tutti seduti su degli sgabelli che sembrano scomodissimi, e aspettano, aspettano il maestro che non arriva. Il presentatore della serata parla con un malcelato imbarazzo, in terza fila ci sono due gemelle che si guardano e sorridono, probabilmente hanno un linguaggio speciale, come tra gemelli. Tutto è tranquillo, il gatto respira, io respiro. I violinisti aspettano il segnale, è quello che ti aspetti che succeda mezz’ora dopo un temporale, non succede niente ed è una sensazione di conforto, sapere che non sta per succedere nulla di male, anche per pochi minuti la vita può essere prevedibile e la cosa non mi dà per niente fastidio. Non adesso, forse tra un po’, magari domani mattina. Non c’è eroismo in me, nemmeno un po’, non ho mai salvato nessuno in vita mia, forse non c’è mai stato bisogno, non c’è nemmeno una cosa che posso dire di aver fatto, ma adesso mi dispiace perché G. è triste e i suoi capelli sono blu oltremare, e lei è triste oltremodo, cambia colore di capelli quando cambia umore, ha i capelli lunatici, i miei sono soltanto rovinati. Si sveglia e guarda fuori dalla finestra, guarda nella mia stessa direzione mentre respira con il naso e non dice una parola, ha l’umore di chi si è appena svegliato, è lenta e ogni suo movimento richiede una gran fatica, ha gli occhi tristi e io vorrei fare qualcosa ma non c’è nemmeno caffè. Continua a non dirmi il motivo della sua tristezza, continua a ingoiare saliva e a dirmi con gli occhi che va tutto bene, anche se è una bugia, una bugia grande come il cielo che da qui, da questo posto, è particolarmente a forma di cupola.

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È prevedibile, ma adesso è tutto un po’ meno tranquillo. I suoi capelli tendono al nero. Non è un buon segno, guardiamo nella stessa direzione, ma sembriamo vedere cose diverse, io guardo la polvere sul vetro della finestra, lei guarda l’alba. Ho le mani rovinate e un disordine irrisolto e cronico. Ho bisogno di molte cose ma non ho il coraggio di prenderne nessuna. I componenti dell’orchestra aspettano ancora l’arrivo del maestro, si guardano un po’ sorpresi, alcuni danno l’idea di sorprendersi per la prima volta nella loro vita, soprattutto il violoncellista sulla sinistra, leggermente stempiato e con un paio di occhiali da vista con la montatura tartarugata. Vorrei dimenticarmi tutto, ma vorrei farlo per cinque minuti, i cambiamenti mi terrorizzano, sarà per questo che le persone più felici che conosco non abitano più qui, scrivono commenti entusiasti sotto le foto, e sono sempre in vacanza, forse sono felici perché nessuno gli fa notare il contrario, oppure fingono, oppure sono davvero sempre in vacanza, non parlo con qualcuno da mesi, potrei stupirmi del suono della mia voce, ma forse è la stessa che uso per i pensieri, ma non mi va di scoprirlo. I capelli di G. adesso sono nerissimi, non respira più in modo tranquillo, armeggia in cucina con qualcosa, sento rumore di metallo e imprecazioni. Non vorrei essere qui. La felpa è sempre poggiata sul pavimento, volentieri prenderei il suo posto. Vorrei essere una felpa e non avere nessuna responsabilità. Tra un paio di minuti apriranno i cancelli della città vecchia, stanotte entreranno i cacciatori, conviene restare in casa, conviene non mettere il naso fuori e guardare dalla finestra. Una volta al mese gli abitanti della città nuova ci lanciano addosso migliaia di persone comuni armate e senza alcun senso di colpa o sentimento umano. Aprono la grossa porta di ferro arrugginito e ci lanciano addosso un’orda incontrollata di gente armata, gente di qualunque tipo, soldati, panettieri, donne, uomini d’affari annoiati, alcuni hanno indosso ancora le giacche e le cravatte, altri non hanno più nulla, forse non avevano nulla neanche prima. La scorsa volta c’era una ragazza in costume da bagno e una fascia da miss, indossava una maschera di Hello Kitty e aveva un fucile d’assalto. G. sta scaldando qualcosa da mangiare, in tv l’orchestra ha iniziato a suonare ma gli spettatori sembrano distratti, il violoncellista suda e non vorrebbe essere lì. C’è puzza di verdura andata a male, i capelli di G. non cambiano colore, è davvero di cattivissimo umore, suonano le sirene, si stanno aprendo i cancelli. I ritardatari cercano di scappare, ma saranno i primi a essere travolti. È una società basata sulla puntualità dopo tutto. Piuttosto che fare tardi io preferisco non fare niente, questa minestra non sa di niente, ma non lo dirò a G. che mi guarda e non sorride, non muove un muscolo, è seduta con le gambe rannicchiate e mangia in silenzio, si sente un po’ di musica classica uscire dalla tv ma non ha senso, è in netta contrapposizione con quello che vedo dalla finestra, o forse proprio per questo. Tutto ha un che di affascinante, il caos più totale a braccetto con la più dilagante serenità. È una specie 64


di similitudine, di sconsiderata e spericolata metafora della mia vita. È sempre stato così, non sono mai stato uno che ha avuto troppe colpe o troppi meriti, ho vissuto la mia vita un tantino alla volta senza disturbare, senza tragedie, senza vittorie, sono sempre stato qui a guardare il mondo dalla finestra, quando ci hanno recintato non ho battuto ciglio, quando i miei amici scendevano in strada non ho battuto ciglio, quando G. è entrata dalla mia porta respirando affannosamente con uno zaino sulle spalle e mi ha chiesto se poteva stare sul divano non ho detto niente, le ho solo indicato il divano. Sono passati tre anni, i miei amici o sono tutti passati oltre il cancello, o sono diventati carne da macello. Avevano l’ansia di vivere, paura del tempo, erano insoddisfatti e adesso sono lontani. Sono diventati parte del meccanismo contro il quale si ribellavano, e io sono rimasto a guardare fuori dalla finestra, adesso che qui non c’è rimasto quasi più nessuno, e la minestra non sa di niente, ma forse anche prima non sapeva di niente, tendiamo a pensare che le cose siano sempre migliori prima, ma forse eravamo noi a esserlo. Se l’anima pesa 21 grammi la mia pesa anche un po’ meno. C’è serenità, nonostante dietro pochi millimetri di vetro e a qualche piano di distanza si stia scatenando l’ennesima mattanza. Ormai non sta rimanendo più nulla. Siamo confinati nella nostra solitudine e il cancello si apre sempre più spesso. I giardini sono incolti, la natura si sta prendendo le case, il palazzo dove abito scricchiola, forse anche io scricchiolo, dicevano che c’era un modo per scappare: scendere in strada alla fine della mattanza, correre verso il cancello opposto, scansare gli spazzini, scansare la polizia, correre fortissimo in una direzione restando in apnea, non soffermarsi a guardare quello che restava di coloro che erano rimasti. Correre e imboccare l’altro cancello di ferro, quello che non aprono mai, quello che nessuno ha mai oltrepassato. Ci aveva provato un tizio pelato e alto una volta, ma una volta uscito non è più rientrato ed è diventato una storia che divide ottimisti e pessimisti, gli uni dicono che ha trovato la serenità e un posto migliore, gli altri che fuori dal cancello non c’è niente, solo un’altra discarica. Io quella sera me la ricordo come sempre, guardavo fuori dalla finestra, G. non c’era ancora, ero da solo e mangiavo tonno dalla scatoletta, in tv forse c’era un vecchio film di quelli dove i doppiatori hanno la voce impostata e impersonale, mi ricordo che si spense una luce da una finestra, c’erano ancora molte finestre accese, i cancelli si aprivano poco in quel periodo e quella volta si era appena chiuso e stavano arrivando a pulire. Mi ricordo che quel ragazzo era giovane, incosciente e deciso, aprì il portone e si calò sulla testa il cappuccio della felpa, respirò forte e appena si aprì l’altro cancello, appena intravide un piccolo spiraglio, iniziò a correre, correre fortissimo scansando i cadaveri e le macchine distrutte, correva mulinando le gambe come un forsennato, alcuni gridavano dalle finestre, altri lo incoraggiavano, le battone battevano le mani mentre riaccendevano i fuochi ai bordi delle strade, lui correva con il cappuccio calato sulla 65


fronte, niente e nessuno lo avrebbe fermato, aveva pochi secondi, doveva beccare il momento giusto, del resto è così la vita, è solo una questione di momenti, se becchi quello giusto è fatta, altrimenti sei solo in anticipo o in ritardo, è solo una questione di puntualità. Le sirene suonavano, si intravedevano i lampeggianti arancioni del servizio di pulizia, la strada era liscia e grigia al punto giusto, era tutto perfetto, anche l’aria sembrava ferma, si sentivano i passi risuonare ritmati, si sentiva persino il respiro del ragazzo che entrò dallo spiraglio come se non ci fosse nient’altro di più giusto da fare in quel momento, ci si infilò dentro come un coltello nel burro e poi silenzio. In strada c’era solo il servizio di pulizia e nei nostri cuori l’attesa e la paura che si aprisse di nuovo il cancello. I giorni seguenti non si parlò d’altro, alcuni lo ammiravano, altri lo denigravano, altri sostenevano che fosse una mossa del governo per invitarci a correre via da lì verso una prigione peggiore. Con il tempo la gente smise di parlarne, smise di scendere in strada, si trasformò in cadaveri da spazzare e della corsa di quel ragazzo rimase solo un pallido ricordo di cui forse io sono l’unico testimone. La casa scricchiola, il concerto di musica classica sta per finire. G. non parla, i suoi capelli stanno diventando rossi, la mia minestra continua a non sapere di nulla ma per fortuna sta per finire, c’è una vecchia macchina da scrivere sul marciapiede, chissà se scrive, potrei scrivere del ragazzo che correva e di tutte le altre storie che ho visto dalla finestra, prima di dimenticarle sarebbe bello scriverle, forse domani troverò il coraggio di scendere le scale, mettere in moto queste vecchie gambe, alla nuova ondata mancano pochi giorni, ma forse saranno sufficienti per scendere, trovare dei fogli e portare su la macchina da scrivere. G. ha i capelli arancioni, sorride un po’ mentre guarda un vecchio film doppiato, l’attore sembra Groucho Marx, anche se ormai gli attori si somigliano tutti. Mi bruciano un po’ gli occhi, la minestra è finita, la macchina da scrivere è ancora lì, si erge fiera in mezzo al disastro, proprio come G. in mezzo a questo disordine. Come ho già detto, non sono mai stato eroico o un tipo che la gente nota, non sono mai stato la speranza di nessuno, nemmeno di me stesso, e ho sempre deluso tutti, me in primis. Ho sempre creduto alla sfortuna e ho sempre creduto che fosse molto affezionata a me. Le visite dei cacciatori si fanno sempre più serrate e ravvicinate, sperano di trovarci per strada e farla finita, liberare questo posto da ogni traccia di umanità per farne un parcheggio o un centro commerciale. Siamo rimasti in pochi, siamo forse cinque o sei al massimo. L’alba è bellissima quando si alza dalle macerie e illumina i fuochi che si spengono, è bellissima quando illumina i rottami e i cumuli di immondizia, l’alba è bellissima anche quando è seguita da una sirena di allarme. L’esercito arriva mentre ancora dormiamo, i cacciatori si dividono le zone e cercano cose da uccidere, ma è una battuta sfortunata, stiamo tutti dormendo. G. ha i capelli grigio 66


argento ed è sdraiata su un fianco, respira e strizza gli occhi, io guardo dalla finestra la mia macchina da scrivere ancora lì che mi aspetta, nessun cacciatore la nota, le porte dei palazzi sono sprangate, sarebbe troppo semplice salire. A un certo punto da un vicolo un uomo di mezza età si lancia contro di loro, ha le mani grandi e piene di vene, ha gli occhi pieni di coraggio, si lancia contro di loro con un coltello da cucina sfigatissimo, nel silenzio si sentono solo tre colpi, ma sono sufficienti per stenderlo. Siamo sempre di meno. Loro hanno sempre di meno con cui divertirsi e noi da par nostro non ci siamo mai divertiti un granché. La felpa blu è sempre lì sul pavimento, in tv c’è un concerto ma stavolta non è musica classica, c’è una vecchia cantante vestita con un abito argentato e pieno di paillettes, le luci sono ancora basse ma si vede chiaramente che qualcuno la accompagna fin davanti al microfono. Ha la pelle grinzosa e piena di fondotinta, ha tutto il peso degli anni, lo sguardo pieno di acqua e di ricordi gloriosi. Il gruppo di supporto è in soggezione e il pubblico rumoreggia un po’. G. sembra eccitata, ha i capelli rosso fuoco, gli occhi le brillano. Partono le prime note e le luci si accendono, le paillettes brillano e la vecchia cantante inizia a cantare Space oddity con una tristezza incredibile, una tristezza meravigliosa e densa come il fango. Il gruppo di supporto sparisce nell’ombra e adesso la luce è tutta per la vecchia cantante, che immobile catalizza tutta l’attenzione. Il pubblico non rumoreggia più. G. piange e adesso i suoi capelli sono di un verde brillante, io non riesco a dire una parola anche se dovrei, forse potrei, di sicuro vorrei. Non riesco ad aprire bocca, la canzone sta quasi per finire ed è sembrato tutto incredibilmente vero, forse per la prima volta la mia vita è stata vera, forse è il momento di andare a recuperare la macchina da scrivere. Prendo le scale e mi lancio giù respirando affannosamente, e intanto la canzone sta per finire e sento G. piangere. Apro il portone e l’aria della notte sembra più fredda di come la ricordavo, la macchina da scrivere pesa un po’, ma non è grave, la canzone sta finendo e la vecchia cantante usa ogni goccia del talento che le è rimasto, io sono sempre più stanco, la sirena non è suonata, sono di nuovo al sicuro, sono dentro il palazzo che cade a pezzi, ho ancora la mia vita che cade a pezzi più del palazzo, ho una macchina da scrivere e dei sentimenti reali da descrivere a chi arriverà dopo, se qualcuno arriverà dopo. Risalgo. La vecchia cantante si è accasciata sul palco dopo l’ultima nota, c’è sconcerto tra il pubblico, il gruppo è definitivamente scomparso nell’ombra, c’è solo la vecchia cantante con il vestito color argento distesa sulla pancia con la luce rossa di un riflettore a illuminarla, G. piange a dirotto e i suoi capelli hanno tutti i colori che riesco a riconoscere. Sorrido un po’ troppo e stringo tra le mani la macchina da scrivere. I giorni passano lenti e incredibilmente sereni. Non suona la sirena, non ci sono più cacciatori, non si illuminano più finestre, è il nostro paradiso marcio, siamo 67


Adamo ed Eva della discarica, non c’è più nessuno, non c’è più niente da guardare dalla finestra, anche l’aria sembra meno pesante, anche il tramonto e il cielo plumbeo subito prima di un temporale sembrano più sopportabili. I capelli di G. mutano sempre colore, sfumature diverse di blu o di rosso o di arancione. Scrivo storie su fogli raccattati qua e là, esco più spesso, occasionalmente sogno qualcosa, ma sono sogni occasionali e malinconici, sono i sogni di uno che ha perso l’abitudine e la sta pian piano ritrovando. Ogni giorno c’è più da dire, qualche ricordo che riaffiorava prepotente, la storia del vecchio Jep, gli aneddoti di Frank lo zoppo, la storia di quel Bambino che giocava con i topi e ne era diventato il Re, ogni giorno un racconto, ogni giorno un capitolo della mia vita che spia le vite degli altri. Non sono mai stato eroico, sono solo nato per guardare e ricordarmi ogni particolare, perché se elimini i particolari le vite sembrano tutte uguali. Sono settimane che non suona più la sirena, è mercoledì e non c’è una nuvola in cielo, è quasi il tramonto. G. è sul divano e mangia patatine, guarda un film di Ginger e Fred. Decido di scendere e scrivere in strada, ho finito il libro delle vite degli altri, ho finito tutti i ricordi, è il momento di raccontare la mia di vita, quello che succederà dopo non mi importa. È diventato il mio paradiso, sono rimasto da solo a badare alla disgrazia di questo posto e in fondo mi va bene così. Prendo una vecchia scrivania e la piazzo al centro della via principale, quella che taglia a metà le costruzioni e separa i due cancelli di ferro, la macchina da scrivere è pronta, ho un paio di fogli presi da un vecchio quaderno delle elementari. È un bel tramonto, ho un tè da bere e un paio d’ore prima che si accendano i lampioni. È tutto perfetto, perfino il blu del cielo notturno, G. mi saluta dalla finestra e sorride, ha i capelli azzurri come la fata di pinocchio. La sirena urla all’improvviso. I capelli di G. diventano improvvisamente neri. Sono seduto in mezzo alla strada, scrivo la mia storia. Il cancello si spalanca ed entrarono i cacciatori, penso che in fondo è un bel modo per morire, anche perché non mi sarei mai potuto godere la scena più di così. Non so perché, ma mi viene da canticchiare una canzoncina mentre dodici cacciatori mi si avvicinano e mi guardano come si guarda un animale strano. Canticchio e mi allontano dalla scrivania, mi allontano e cerco un posto abbastanza teatrale per accasciarmi e morire sotto la luce del lampione, come la vecchia cantante vestita d’argento. Il Tg aveva ragione, conquisteremo lo spazio dalla collina. Ho visto partire un razzo pochi giorni fa, è stata l’ultima cosa che ho visto dalla mia finestra. G. quella volta dormiva, ma tanto le ho scritto un racconto che parla di lei e di come quella volta dormiva beata ed è stata l’unica volta che non ho ricordato il colore dei suoi capelli. I cacciatori sparano e io penso che vorrei essere una felpa blu e canticchio This is ground control to Major Tom.

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GLI AUTORI

ROBERTO BELLI è nato a Cagliari nel 1963. Si occupa attivamente di musica, poesia e performances poetiche sin dal 1983. Machina Amniotica è stato il suo primo progetto multimediale nel 1993, a cui ne sono seguiti altri a partire dal 2006: nihilNONorgan, Persona Non Governabile, la Brigata Stirner. È stato redattore per oltre 10 anni della rivista di cultura poetica Erbafoglio. Ha pubblicato Assolutamente Altrove (Cuec, 2005), Non Finirà Mai (Pesanervi press, 2009/nihilNONorgan industrie, 2014), l’ebook Il corpo che non ho ancora scritto (Maldoror press, 2011), Quaderno Nero (nihilNONorgan industrie, 2014). CALAMO INCHIOSTRATO è nato nel ‘58 e vive in Sicilia. Non ha mai pubblicato in cartaceo, si illude per scelta. Come Blanchot, considera la scrittura un infinito intrattenimento. Laureato in filosofia, insegna lettere in una scuola media di un quartiere definito “a rischio”, da altri e non da lui. Politicamente libertario, teologicamente sincretico, umanamente esistenzialista. Si un uomo di scrittura, non uno scrittore. Nel web scrive anche col nick imagomentis.

SIMONE CARUCCI è nato il 4 agosto 1990 a Roma e si è presto avvicinato alla lettura e alla scrittura di poesia e prosa. Ha pubblicato diversi componimenti poetici su webzine. La sua produzione è in continua crescita.

MARGOT CROCE vive ad Ancona. Formatasi in ambito filosofico e psicologico, crede fermamente nell’Arte, nella Natura e nella Bellezza. Scrive per un bisogno innato, per comunicare e dare concretezza alle ombre. Apprezza il web come divulgatore di cultura dove è presente anche con due blog personali (omniatempushabent.wordpress.com e sullarottadiulisse.blog.tiscali.it). Ha pubblicato la raccolta di poesie Dal ventre della notte (youcanprint, 2013).

SALVATORE D’ANTONI è nato il 4 novembre 1985 a Sciacca (AG). Troppo giovane, a suo dire, per essere considerato un giovane autore, ha pubblicato la silloge Lame di cristallo (Gruppo Albatros Il Filo, 2008) e la raccolta di racconti Educazione Cinica (Melqart Communication Editore, 2014). Attualmente sta lavorando alla sua seconda raccolta di racconti.

FERDINANDO GIORDANO è nato a Cetara e vive a Salerno, dove lavora nel settore dell’assistenza informatica e nella formazione. Ha vissuto per lo sport con sportività, quindi nessun risultato notevole. Per studiare, ottenendo una laurea summa cum laude in Ignoranza Integrata all’Apparire Sapiente. Per scrivere, consumando carta negli astucci delle Bic come cerbottane. Per lavorare, avendo come obiettivo un’unica grande vacanza nella quale ancora si crogiola. Insomma, ha vissuto e vive ancora a discapito dell’ovvio, ma, ovvio, questo finirà prima o poi, sperando poi.

ENEA GORÈ vive a Caserta e studia Linguistica presso l’Università La Sapienza di Roma. Dopo aver trascorso frammenti di una vita che non gli apparteneva, decide di reinventarsi e di dedicarsi allo studio dei dialetti in rapporto alla demologia. Definisce la poesia come


orfana, vale a dire “esposta al ludibrio della massificazione, allo sterile versificare, all’impoverimento linguistico, devalorizzata del suo potere espressivo e ridotta a prostituta della comunicazione o peggio dell’arte o della sua vulgata a buon mercato”. GIANFRANCO MARTANA è nato a Napoli ed è vissuto a Salerno, prima di trasferirmi in Inghilterra nel 2012 per incompatibilità di carattere con l’Italia, scegliendo Brighton soprattutto perché c’è il mare. Alcuni suoi racconti e sceneggiature sono stati pubblicati e premiati qua e là, e di questo ne è più riconoscente che fiero. Ora è uscito in ebook il suo primo romanzo, Un’opera di bene. Poi si vedrà…

PIETRO PANCAMO, nato nel 1972, è stato direttore editoriale della webzine internazionale Niederngasse Italian. È caporedattore per la poesia dell’e-zine Progetto Babele e coordinatore del portale L’abile traccia. Numerose riviste lo hanno recensito o hanno pubblicato suoi racconti e poesie. Compare nelle antologie Geografie poetiche (Giulio Perrone Editore, 2005) e Poetando. L’uomo della notte (Aliberti editore, 2009). È autore della silloge di versi Manto di vita (LietoColle, 2005).

LUDOVICO POLIDATTILO è nato nel 1966 ad Alessandria. Laureato in filosofia, ha pubblicato sulla posterzine Lahar magazine, sulla rivista Babau e nelle antologie 99 rimostranze a Dio (Ottolibri), Poesia in provincia di Alessandria (Puntoacapo), Voltaire light: il nuovo dizionario filosofico (Gorilla Sapiens, in corso di pubblicazione). I suoi testi teatrali Eumenidi talk-show, Apokalypsis à la page, Apokalypsis pour homme e Le avventure del capitano Ego sono stati rappresentati dalla compagnia Regno delle Madri Entertainment.

MASSIMO RIPARINI vive a Roma ed è laureato in storia dell’arte e in biblioteconomia. È stato molti anni bibliotecario in una scuola superiore, cosa che gli ha consentito di allargare le sue conoscenze pedagogiche, di critica d’arte e letterarie. Non è un critico di professione, sebbene ormai sia da molto che scrive articoli nei succitati ambiti (Duchamp, Ombres, Canetti, Arendt, Montessori, Itard, Seguin). ATTILIO SCATAMACCHIA è nato nel 1973 a Torino e vive con la moglie e i due figli in una città della costa abruzzese, in provincia di Pescara. Ingegnere, libero professionista nel settore della termotecnica, scrive più o meno da sempre.

STEFANIA SIGNORELLI, bresciana di origini bergamasche e di mestiere educatrice. Dopo gli studi in biblioteconomia non trova lavoro in biblioteca, dopo la laurea in scienze dell’educazione scopre di essere troppo empatica per esercitare in scienza e serenità la professione. Sta conseguendo la terza inutile laurea, ma promette solennemente al suo conto in banca che non ce ne sarà una quarta. Scrive per sopravvivere un po’ al mondo, un po’ a se stessa. Inserita nell’antologia Racconti nella rete 2015 in uscita per Nottetempo editore.


Rivista Alibi - Numero 11  
Rivista Alibi - Numero 11  

Il numero 11 contiene le opere dei seguenti autori: Stefania Signorelli, Ludovico Polidattilo, Calamo Inchiostrato, Simone Carucci, Pietro P...

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