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Anno I - Numero 3 (Ottobre/Dicembre 2013)


Direttore e Curatore editoriale Ciro Maiello

Illustrazione grafica della copertina Vincenzo D’Urso

Hanno collaborato a questo numero: Claudia Cautillo, Domenico Letizia, Alessandro Scuro, Walter Ausiello, Pietropaolo Morrone, Massimiliano Pricoco, Vincenzo D’Urso, Giovanni Buzi, Joe Kowalski, Marco Troisi, Attilio Scatamacchia, Pietro Gallo, Idolo Hoxhvogli. Tutte le opere sono di proprietà esclusiva degli autori.

Illustrazioni di Ihadra: Fart (pag. 10), theFATkid: Routine seizure (pag. 15), TALONABRAXAS: The Double Shadow (pag. 16), Theirl: Slinky (pag. 23), Indajazz: Cheren Petre Ah (pagg. 32, 33), carbalhax: Alone (pag. 43), DinoChocoholic: Stress (pag. 44), merpagigglesnort: Aladdin sane in eden (pag. 57), richardolmsted: Sui-City (pag. 69).


THE HONOR ROLL di Claudia Cautillo Ma sono vivo, io, e qui s’arresta la mia scienza. Queneau “Zazie nel metrò” La vera arte consiste nel fare. Renoir

«...Parla più forte però, non capisco. Sento tutti rumori sotto, mi sa che ‘sto telefonino lo butto, è arrivato. Ma sì, te l’ho detto. Mi sono chiuso là dentro, da solo, tutta quanta la notte. Mi ero portato pure il libro di Reich, così dico fatto il lavoro intanto che aspetto che fa giorno me lo leggo, che di solito mi gasa parecchio. Cristo, stavolta davvero era o la va o la spacca... Come? E no, no che poi non l’ho mica letto. Sì, ma sai com’è hai voglia a dirmelo; no perché cazzo, ero così eccitato che mi ballavano le lettere davanti agli occhi, ma fortissime, su e giù, su e giù che non ci resistevo proprio... Eh? E certo che l’ho buttato via, mi sono alzato e ho acceso una sigaretta. E guarda amore, fumare farà pure male, mi verranno tante di quelle rughe che sembrerò una mummia, ti farò schifo e mi lascerai, magari muoio pure di cancro, ma chissenefrega! Cioè sì, se mi lasci mi butto di sotto, va bene, però con la sigaretta accesa. Anch’io ti amo. Da impazzire. Se ho letto i giornali? È da stamattina che non faccio altro. Ti giuro che non ho mai riso tanto in vita mia. Ma davanti allo specchio, proprio. Sì, lo specchio del bagno. Ho attaccato a ridere e non smettevo più. Da solo, come un matto. Davvero tu ti sei messa a piangere? Amore... Tra un po’ vengo da te, tu intanto pensa che è tutto finito, che è andata bene, non m’è successo niente. Non mi hanno neanche ferito. Quei fessi non sanno nemmeno chi è stato. Pensa che adesso abbiamo un sacco di soldi! Be’, dopo quella sigaretta me ne sarò fatte altre dieci. Poi sono stato ancora un po’ in piedi con le spalle appoggiate al muro, con gli occhi chiusi. Comunque alla fine ho ripreso a leggere di nuovo, perché non ce la facevo più. Cioè il tempo non passava mai che era mai, davvero. Ho dovuto aspettare dentro quello stanzino, senza fare niente, fino alla mattina alle otto e mezza. Ce l’ho qua il libro, aspetta che te lo leggo. Ci sei? Non ti preoccupare per i soldi, tanto ormai ci possiamo pagare tutte le interurbane della terra. Hai finito di ridere? Ok allora senti: 3


«...C’è stato per molti secoli qualcosa che ha agito nella società umana rendendo vano ogni sforzo individuale per giungere alla soluzione di questo grande enigma, ben noto a tutti i grandi dell’umanità negli ultimi millenni: l’uomo nasce in libertà ma vive in schiavitù». E senti qua che forza: «Dovunque ci volgiamo, troviamo gli uomini che corrono in cerchio come fossero in trappola e cercassero inutilmente e disperatamente l’uscita». Grande no, che ti dicevo? Sì, aspetta che cerco la pagina. Sta qua. Eccola, senti: «La prima cosa da fare è cercare l’uscita dalla trappola. La natura della trappola non presenta alcun interesse al di là di questo punto fondamentale: DOV’È l’uscita della trappola». Sì, però non te lo voglio leggere tutto per telefono, è troppo bello. Ci tengo che te lo leggi con calma. Dopo, quando vengo. L’aereo parte tra un’ora. Ce ne mette altre due di volo, sempre se non fa ritardo. Poi il tempo di prendere il taxi e saranno... Altri tre quarti d’ora. Ok, un altro pezzetto solo: «È possibile uscire dalla trappola. Tuttavia, per evadere da una prigione bisogna prima ammettere di essere in prigione. È scarsamente utile escogitare sistemi filosofici sulla natura della trappola se l’unica cosa da fare per uscire dalla trappola è conoscerla e trovarne l’uscita. Qualsiasi altra cosa è completamente inutile: cantare inni sulle sofferenze nella trappola, come fanno i negri in schiavitù, o scrivere poemi sulla bellezza della vita fuori dalla trappola, sognandoli dentro la trappola, o promettere una vita fuori della trappola dopo la morte, come fa il cattolicesimo... Oddio cattolicesimo, cattolicesimo! C’ero andato in fissa. Guarda ti giuro amore, ero stanco morto, ho scavato quella cazzo di paretina in cartongesso per ore! Le mani mi facevano un male boia. E poi ci passava giusto un po’ d’aria da una grata che stava in alto, che per il resto ero chiuso dentro come un topo, ma ci credi che m’ero incantato a ripetere “cattolicesimo” come un disco rotto? Sì, cioè a un certo punto in pratica mi sono accorto che rileggevo sempre la stessa riga. Forse per tutte le scuole dai preti che mi hanno fatto fare i miei... Hai ragione, adesso vai, allora. Ti amo tanto. Sì, sì, non ti preoccupare. Ci vediamo là, penso a tutto io. Tu devi solo stare calma, ormai ce l’abbiamo fatta, è finito tutto. Capito, amore mio? Il peggio è passato. Sì, sì, vai. Ci vediamo dopo. Ti amo. Ciao attacco io, sì, ciao». ***** Fra un tre ore sono da lei. Con tutti i soldi. L’aereo atterra, prendo il taxi e chi s’è visto s’è visto. Oggi la mia vita ricomincia. 4


Mi godo il cielo azzurrissimo che vedo dall’oblò, il sedile reclinabile, i giornali che parlano di me senza sapere chi sono. Chissà se l’edicolante mi avrebbe denunciato sapendo che chi gli stava comprando il giornale era quello che aveva fatto la rapina miliardaria all’ufficio postale... Ma mi sa che uno così i giornali li vende solo e non li legge. Allacciare le cinture di sicurezza, le uscite d’emergenza sono indicate dalle frecce. Area fumatori, area non fumatori. Chiamo l’hostess ogni cinque minuti. Faccio i capricci. Ci manca poco che litigo con il ragazzo seduto di dietro, che tira calci al mio sedile e mi scoccia. Sono insopportabile, mi sento più che mai adrenalinico. E allora? Chi se ne frega, e poi me lo merito. Ho bisogno del mio spazio. Oggi le cose sono piene, mi stringono; mi ci sento ammollo. Sazio, digerente, quasi grottesco. Mi espando. Butto tutto indietro lo schienale e mi accendo una sigaretta. Aspiro forte, i serpentelli azzurrognoli del fumo si alzano in alto, si fanno lentamente sottili sottili e poi, all’improvviso, si disintegrano in minuscoli puntini grigio-trasparenti. Certo che quella notte non me la scordo. Perché poi davvero lì dentro soffocavo. In quel maledetto sgabuzzino buio e stretto, senza finestre, è chiaro che ci faceva un caldo bestia. No, non maledetto, benedetto anzi. Chi ci scommetteva che ce l’avrei fatta, claustrofobico come sono. Ma sì, andavo avanti e indietro in quei due metri quadri, cinque passi lunghi e dietrofront con le mani incrociate dietro la schiena curva, come un carcerato e in un certo senso lo ero o, per Dio, certo lo potevo pure diventare presto, pensavo. Mi ero portato il libro di Reich, ma non riuscivo mica a leggere, per niente. L’inchiostro mi pareva troppo violento, brillava di un nero lucidissimo, tipo fosforescente... Ma anche la carta era strana, più bianca del solito, mi faceva male agli occhi. Mi sentivo uno spillo dentro le pupille. Così l’ho buttato via, tanto non mi calmava né mi gasava, anzi. Ho spento la torcia elettrica e mi sono stravaccato ancora una volta a terra con le spalle appoggiate al muro e la testa che ciondolava tra le mani che, a dirla tutta, tremavano di paura e d’impazienza. A lei al telefono non l’ho detto, a me lo posso dire. Avrei dato chissà cosa per far arrivare subito l’alba. Quasi quasi anche i soldi che mi sarei preso dopo, anche se no, questo no, piuttosto m’impicco e boia-chi-molla e lotta-dura-senza-paura e tutte quelle stronzate retoriche dei tempi di scuola, tanto per tirarmi su. E certo che a quegli slogan non ci pensavo più da anni, ormai. È proprio vero, la paura fa novanta, novecento, nove milioni. Comunque poco alla volta mi sono pure calmato, in fondo ero anche molto soddisfatto di tutto il lavoro. Per farmi forza continuavo a ripetermi “il peggio è passato, non ho fatto rumore, nessuno mi ha sentito, l’allarme non è scattato...”. Certo però quel cazzo di cuore continuava a battere sempre troppo svelto, e poi sudavo come un cane; stringevo i capelli tra le dita e li sentivo appiccicosi, e sul serio non c’è niente che mi fa più schifo. 5


Adesso, qui dal mio culo in salvo messo comodo sul sedile reclinabile, a diecimila metri d’altezza, tra spessori e spessori di cielo che schizzano dietro l’oblò, tutto questo è già soltanto un ricordo. È dietro, più indietro. Qualcosa di intatto ma morto, che tra poco si staccherà da me e lentamente scivolerà via. Ma lì dentro le ore passavano lente, Dio santo, lente come in una specie di incubo al rallentatore. Soltanto una cosa mi veniva in testa di continuo senza che me lo potessi impedire e infatti, chiuso da solo in quel buco, che cos’altro potevo fare se non pensare, stare assolutamente fermo perché ogni movimento mi angosciava e intanto lì fisso a ricordare tutta quanta la mia vita, con i suoi movimenti contorti, i suoi strani sbalzi in avanti, i passi indietro del suo serpeggiare lungo e imprevedibile, giù giù fino a questi miei quarant’anni di uomo qualunque. Ma ancora quella frase di Reich, soprattutto, che m’è entrata in testa come certe canzoni che ti ci risuonano all’infinito: «...O confessare un semper ignorabimus come fanno i filosofi rassegnati». Sarebbe dunque questa l’alternativa, confessare? Ed eccolo il punto che, semper ignorabimus a parte, per quanto mi riguarda le cose hanno ancora e comunque il loro senso, che è in fondo poi l’unico possibile, al di là o al di qua di tutti i libri che ci si possono scrivere sopra; quello cioè, nonostante tutto, dell’elementare, animalesca quanto insopprimibile volontà di uscire dalla trappola a qualsiasi prezzo, vale a dire in qualunque modo. Perché la vita è la vita e se ci si perde dietro a una cultura fatta di parole, tanto per capirci alla Bouvard e Pécuchet, ci si ritrova poi pure come dei poveri stronzi di fronte ai dati più banali del reale. Incapaci di fronte alle cose, con il loro peso, i colori, con la loro forma, la sostanza; le cose intorno a noi e noi con loro. Sì, perché io non sono un filosofo cari miei, e tantomeno rassegnato. E per quanto non lo dice nessuno tutti sanno che la cosa più tragica e ridicola insieme è che l’uscita della trappola è chiaramente visibile agli stessi intrappolati, eppure sembra che non c’è uno che la veda. Anzi, chiunque indichi l’uscita o tenti di uscire è dichiarato pazzo o criminale. Perché i criminali e i pazzi non sono che persone che scoprono l’uscita e tentano di raggiungerla. Ed è così, allora, che la realtà può essere letta finalmente in un’unica, dorata direzione, come una freccia scoccata nell’aria non conosce che una sola spinta e non può perciò andare a cadere se non nel punto verso cui è stata scagliata e in quello soltanto, e allo stesso modo anch’io non sento altro se non che sono vivo, e solo questo conta. E che se voglio una cosa me la prendo. Ma certamente non sono un pazzo, perché le mie azioni in sostanza sono, a tempo e luogo, lucidamente le uniche possibili. Dovrei essere dunque un intrappolato? Oh no. È tutto molto più semplice perché, come ciascuno avrà ormai ben capito, io sono, innocentemente e naturalmente, un ladro. Ah, disturbare l’hostess, fantasticare perso nella scia del fumo della mia siga6


retta... Sono felice. L’aria mi gonfia i polmoni. Sono a mio agio nelle cose, in famiglia; mi circondano, mi avviluppano. Anche i miei pensieri sono materia, concreti, reali, plasmabili. Li sento esistere con la fisicità degli oggetti. Si staccano da me e vanno a posarsi fuori, nel mondo. Vivono di vita propria come le ombre, le radiazioni, i raggi ultravioletti, le onde magnetiche. Li posso osservare da fuori, come un film, e infatti non faccio che pensare all’altra notte, la più importante della mia vita. E sì che di colpi ne avevo già fatti. Ma Cristo, non così. ***** C’era un covo molto carino / ma non poteva entrarci il celerino / non potevi entrarci di botto / se non avevi la P38 / non potevi entrarci in quattro / se non avevi la 44 / ma era rosso, rosso davvero / in via dei Volsci numero zero. È quasi ora, tra un po’ entro in scena; mi scorrono davanti agli occhi le facce che cantavano con me questa canzone vent’anni fa, intanto però penso alla vernice rossa che mettono in certe banconote, quelle preparate apposta in caso di rapina. Tu non te l’aspetti ma quando vai ad aprire il pacchetto l’aria fa scoppiare delle capsuline che ti schizzano addosso la vernice, così appena esci e scappi la polizia ti trova subito. Però si riconoscono. Bastardi, sono un professionista io, non mi fregate. Io non finisco come Pigno, che sta in galera e chissà quando esce. Con Pigno, eravamo tutti e due di Autonomia Operaia. Ma adesso io sono un individualista, lo vedo. Così è la cosa, no? Un qualunquista. Basta pensare che il colpo lo faccio tutto da solo. Non ho nessuno neanche all’esterno, che magari m’aspetta. Ho soltanto la mia donna ma lei non c’entra niente con questa storia, voglio che ne stia fuori. Una volta presi i soldi la chiamo, prendo l’aereo e vado da lei. Ma ho progettato tutto io e, se va male, non c’è neanche un cane con cui dividere la colpa. E in fondo sono sempre stato solo, sempre insofferente. La gente non mi piace. Però, a dirla tutta, non me ne frega un emerito cazzo. Perché? E perché no. Nel ’77 tiravo le molotov, ci potevo rimettere una mano. Strano poi, perché sotto sotto ho sempre avuto disgusto del sangue, sono uno di quelli che non vanno al cinema a vedere i film dell’orrore sennò s’impressionano. E non basta, quando mi fanno le analisi del sangue svengo. Comunque all’epoca ce la facevo lo stesso. Allora prendi una bottiglia, fai conto di birra; poi certo la svuoti cioè te la bevi, la riempi di benzina e ci metti un tappo di stracci pure imbevuti di benza o alcool, ovvio con la miccia lunga bella bagnata anche lei. Cosa utile è pure mettere dei chiodi o ferraglia varia dentro la bottiglia, a mollo. O sennò, ricordo, c’era pure chi alle manifestazioni per la pace tirava le uova sode con le lamette dentro. Non ai celerini però 7


ma ai manifestanti, ben più ridicoli. Devo dire comunque che questo non l’ho mai fatto, non è elegante. E poi i liceali pulitini alla John Lennon con gli striscioni con Snoopy non contavano un cazzo, era tutta fatica sprecata. Non so, ma è che a parte essere autonomo io facevo cose tipo gare di scherma, immaginosamente fantasticando di scavare l’avversario come un buco – all’epoca certo non potevo prevedere quanto quella mia abilità di quasi campione potesse, in una notte come questa, tornarmi tanto utile – e suonare il pianoforte con le mie dita sottili; classica s’intende. Un po’ in contrasto con la lotta politica che mi ero scelto, lo ammetto. Dunque il germe del riflusso borghese si annidava già allora nel mio cuore di latta di mancato rivoluzionario. Ma chi, borghese io? Certo che forse in fondo in fondo, perché no. Borghese allora, anche in questo momento in cui osservo compiaciuto, al di là dell’angoscia che mi bagna i capelli, il foro che poche ore fa ho minuziosamente scavato con infinita pazienza e dolcezza di madre all’interno dello sgabuzzino dello scantinato che confina con l’ufficio postale, nella in verità non troppo robusta – ahi, incauti amministratori, questo si paga! – parete divisoria tra me e gli agognati soldi, stando ben attento a lasciare solo uno strato di muro sottile come carta velina, pronto domani mattina ad essere dalle mie delicate mani di ex pianista adeguatamente buttato giù da due soli, veloci, ben assestati e studiati colpi di martello. ***** Forza Pigno, è arrivato il momento. Sono le otto e mezza, entrano gli impiegati dell’ufficio postale. Sono tutti impietriti, nessuno osa un movimento verso l’uomo in tuta da meccanico e passamontagna che è sbucato fuori all’improvviso, a colpi di martello, dalla parete dove appendono i cappotti. Non ho nemmeno bisogno di armi, basta un taglierino. Tanto, in questo momento allo sportellista sembra un machete. Non si alza un fiato, ma c’è il tonfo di una donna che sviene. Mi sento bene, adesso non ho tempo per avere paura. Mi faceva così pure all’università. Prima degli esami magari strippavo ma quando mi ritrovavo in faccia al professore mi passava tutto. È questa la mia febbre. Va tutto velocissimo. Mi faccio dare i soldi, riempio due ventiquattrore, riattraverso la parete sfondata e sparisco come Diabolik. Quelli lì intanto stanno ancora tutti a bocca aperta come dei fessi, però l’allarme l’hanno dato, tra pochi minuti la polizia sta qua. Passo nello scantinato, più in fretta che posso. Mi sfilo la bisunta tuta da meccanico e sotto sono in giacca e cravatta, un bel completo da mattina, come di un bravo impiegato che va in ufficio, magari proprio alle poste o in banca. 8


Anzi, perché poi dico impiegato. Sembro più un rampante, diciamo un giovane manager. Tolgo il passamontagna e mi sistemo i capelli all’indietro con il pettine che avevo pensato a lasciare nel taschino. Poi mi ci sistemo sopra un cappellino da baseball con la visiera calata davanti, che è parecchio trendy e, quel che più conta, mi copre il viso. Esco molto tranquillamente dal portone principale e ho la faccia tosta di indossare in tutta calma occhiali da sole e mascherina antismog. Sistemo le due valigette sul portabagagli del motorino, rubato e modificato, che ho parcheggiato apposta qui due giorni fa, inforcandolo poi con la disinvoltura di chi tutti i giorni ci va al lavoro. Mi allontano così, eh Pigno, nel traffico bestiale, mentre la polizia arriva sgommando. «Ehi Pigno, io non ci finisco in galera come te. Te l’avevo detto che con quelle quattro bombe di Autonomia Operaia non cambiava niente». «Sì, quello non è cambiato. Ma nemmeno tu». «Io sì. Questa è la mia vita nuova, mentre tu stai dentro a sperare di uscire, e a mensa con gli altri non tiri la mollica perché porta galera». «No. Tra noi due, sei tu ancora come prima. Ma non lo vedi? Vivi nel passato o nel futuro. Come vent’anni fa. I vestiti che ti metti adesso, quelli sì sono diversi». Ma che dici Pigno sei invidioso i soldi delle banche in fondo non sono di nessuno le poste anche ne ho diritto e poi cazzo che rumore il traffico un vestito se portato troppo a lungo diventa una divisa e una divisa rincoglionisce Pigno, non lo sai? Rosso il semaforo, verde vai chi si ferma è perduto oddio mi viene da ridere l’ambulanza, la sirena cielo celeste e non un sogno nella notte d’amore e il pane e le rose ma lei nella notte d’amore col pane e le rose che a un dio che non vedo nel cielo celeste. E tra poco l’aereo nel cielo celeste, tra poco il suo nome e ridere e ancora nella notte d’amore di rosa di pane di lei che tra poco nel cielo celeste odorerò e non un sogno e non un dio... Sono arrivato, spengo il motorino. Addio Pigno, non mi servi più. Domattina parto; il passato non mi è servito che per arrivare qui. Salgo nella mia camera in affitto, butto le valigie sul letto e poi nel bagno subito l’acqua fredda sulla faccia e tra le mani a coppa che tremano ancora appena appena un po’. Alzo gli occhi allo specchio: dalla finestra azzurrata scorre un riflesso di luce, una lucida chiarità tagliente che si posa sulla sua superficie liscia e la spezza. Mi guardo a lungo. E mentre mi porto l’asciugamano al viso, finalmente non posso frenare una lunga, rumorosa, forse isterica forse saggia, amorale oppure no, incontenibile risata.

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IL RAPPORTO TRA PRIMO FUTURISMO E FOTOGRAFIA DINAMICA saggio di Domenico Letizia Numeroso, notevole e da riscoprire è il materiale e la ricerca prodotta sul rapporto di incontro-scontro tra fotografia e futurismo. Inizialmente, i futuristi si avvicinarono alla questione manifestando il loro rifiuto nei confronti della fotografia come possibile nuovo territorio dell’arte. Tale atteggiamento critico è ben evidenziato dal fatto che il Manifesto della Fotografia Futurista fu elaborato solo nel 1930, firmato e sottoscritto da Tato (Guglielmo Sansone), quasi come segnale di tardivo risarcimento nei confronti della fotografia. Un risarcimento di maniera che giunge irrimediabilmente tardi, a giochi fatti, per l’incidenza di significato generale che il Futurismo stesso poteva a quel punto vantare. Il sorprendente rifiuto della prima generazione di artisti futuristi nei confronti della fotografia va ricondotto allo straordinario interesse che il movimento rivolge alla tecnica e agli effetti di questa prodotti nel sociale1.

Come sostenuto anche da Maurizio Calvesi, possiamo analizzare il Futurismo come anticipatore delle tesi divulgate dal sociologo McLuhan2. Un’attenzione entusiastica e convinta che rende incomprensibile l’opposizione e il biasimo rivolto a un mezzo che, con la sua presenza sociale ed estetica, poteva invece dimostrarsi quanto mai congeniale alla concretizzazione di certe teorie. L’esaltazione della tecnologia operata dal Futurismo non può essere sicuramente messa da parte o sottovalutata, ma di certo riguarda più l’analisi e la descrizione di un complessivo assetto culturale che non l’effettiva trasformazione dei modi dell’arte. Quando poi la tecnologia entra più vivamente nelle opere dei futuristi, lo fa a livello di tema, di soggetto affrontato. Se di autentico rivolgimento estetico a derivazione tecnologia bisogna parlare, questo sembra coinvolgere più i letterati e Marinetti che i pittori con Boccioni come emblema. Come ci descrive Claudio Marra3, ha ragione Maria Lamberti4 quando afferma che nel manifesto del 1910 i pittori si dimostrarono molto più cauti nei confronti di una radicale trasformazione dei loro strumenti, rispetto a quanto i letterati, per voce di Marinetti, potevano far intendere col programma delle cosiddette “parole in libertà”.

I pittori del futurismo di fatto non attaccano mai l’oggetto quadro e la logica da questo rappresentata. Nello stesso modo e con la stessa forza dimostrata, invece, dai 1 2 3 4

Maurizio Calvesi, Arte Moderna, Fabbri, Milano 1967 Renato, Barilli, Estetica e società tecnologica, Il Mulino, Bologna 1976 Claudio Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Mondadori, Aprile 2012 Giovanni Lista, Il Futurismo, Jaca Book, Milano 1986

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letterati per ciò che riguarda la scrittura, la pagina stampata e più in generale un utilizzo canonico dei loro materiali. Se l’avvento delle nuove tecnologie meccaniche ed elettriche, favorendo un’accelerazione dei ritmi di vita, poteva senz’altro aver sostenuto Marinetti nella formulazione di una nuova identità estetica della parola scritta, non altrettanto si può dire di Boccioni e amici riguardo ad un’eventuale messa in crisi, su stimolazione tecnologica, del quadro come strumento privilegiato, e per il momento unico, delle arti visive. Possiamo già dedurre un primo motivo capace di spiegare come i futuristi della prima generazione paiono disinteressati e avversi alla fotografia. Con le critiche, i protagonisti delle arti visive paiono più arretrati e conservatori dei loro colleghi letterati. Un attento studioso dei rapporti tra Futurismo e fotografia, Giovanni Lista5, ha scritto che nei quadri di Bocconi e altri pittori sono sicuramente presenti parecchie verità riferibili agli sviluppi delle tecnologie fotografiche. Però non si è mai effettivamente trasformata la sicurezza di un’identità artistica fondata sul quadro e sulla logica estetica da questo rappresentata. Basterebbe ricordare il celebre passaggio nel Manifesto Tecnico sottoscritto dal nucleo storico dei pittori futuristi nell’aprile del 1910, ove si legge: “Così un cavallo in corsa non ha quattro gambe: ne ha venti e i loro movimenti sono triangolari”. Metodologicamente dimostra un’attenzione solo strumentale alle novità scientifiche portate dalla fotografia. Se la fotografia entra negli interessi dei pittori futuristi, lo fa secondo la logica dell’aiuto, del sostegno tecnico alla visione, come modello di lettura della realtà. L’esplosione definitiva della polemica anti-fotografica giunge nel settembre del 1913 quando, attraverso una lettera a Giuseppe Sprovieri firmata da Boccioni e sottoscritta da Carrà, Balla e Severini, viene rivolto un violento attacco alle tesi espresse nel volumetto Fotodinamismo Futurista. L’attacco dei pittori futuristi scatta al momento della pubblicazione “ufficiale” del testo. La complessiva poetica del futurismo pittorico aveva chiaramente dimostrato una decisa avversione per il mezzo fotografico. Ricordiamo un’esplicita presa di posizione di Boccioni che commentando una sua opera del 1911 “La strada entra nella casa” scriveva: “Il pittore non si deve limitare a ciò che vede nel riquadro della finestra, come farebbe un fotografo, ma riprodurre ciò che può vedere fuori, in ogni direzione, dal balcone”6, Boccioni si scaglia contro la fotografia, indicandone un limite che non ricalca pedestremente la più comune critica fino a quel momento espressa dai pittori nei confronti di questo mezzo. La critica classica, di matrice ottocentesca, era caratterizzata dall’eccessiva realisticità della fotografia e nell’assenza di autentica difficoltà di esecuzione, i massimi ostacoli a una sua accettazione come settore artistico. La critica di Bocconi sembra chiamare in causa la componente moderna del 5 6

M. Mimita Lamberti, Il Novecento, Einaudi, Torino 1982 Giovanni Lista, Il Futurismo, Jaca Book, Milano 1986

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mezzo fotografico, quel suo essere legato ad una visione del mondo unica, monoculare, fissa e centrale. Boccioni proprio nella energia critica alla fotografia dimostra, paradossalmente, di tenerla seriamente in considerazione. La sua contestazione è decisa ma raffinata, poiché rivolta al sistema ottico-simbolico diffuso dalla fotografia. Purtroppo, il giudizio del Boccioni sulla fotografia non si manterrà, in seguito, su un livello alto ed emblematico di critica perché lui pure si uniformerà ad un giudizio negativo assolutamente manierato e superficiale7. Del giudizio di Boccioni stupisce sia l’evidente omologazione ad un giudizio del tutto banale rispetto alla capacità di ribaltare in positivo le critiche altrui, sia l’implicita accettazione di un’idea dell’arte fondata sulla manualità che finiva per preservare, profondamente, una logica dell’artistico storicamente codificata. Nel secondo decennio del Novecento, ci si potrebbe attendere qualcosa di più, pur tenendo conto del fatto che la cultura italiana dell’epoca, per i giudizi sulla fotografia era ancorata su vecchi motivi ottocenteschi che potrebbero apparire addirittura reazionari. Siamo, insomma, nuovamente davanti alla sostanziale incapacità dei pittori futuristi di concepire un’identità dell’oggetto-arte effettivamente rinnovata. Ciò per cui la fotografia era banalizzata e biasimata era l’assenza di movimento; non era considerata linguaggio e di conseguenza non poteva aspirare al decisivo riconoscimento artistico. Mentre su taluni settori i futuristi si dimostrano pronti a rivoluzionare le tecniche e i materiali, aprendo entusiasticamente alle nuove tecnologie, per la pittura non paiono assolutamente intenzionati a compiere la stessa rivoluzione. L’opposizione dei futuristi alla fotografia trova reale spiegazione e affermazione in una mancata revisione dell’intero settore delle arti visive, un ambito del sistema estetico che continuava a proporre il quadro come unico e immutabile strumento espressivo.

La semplice considerazione che la fotografia potesse rappresentare un ribaltamento totale di questa prospettiva non è analizzata e presa in considerazione. La fotografia per i futuristi rimaneva una diretta concorrente del quadro e l’obiettivo una sorta di pseudo-pennello limitato. Se è vero che la fotografia è stata vittima di una sorta di “razzismo artistico”, bisogna comunque ricordare che in quegli stessi anni anche i fotografi, sostenendo le ragioni del movimento pittorialista8, andavano sviluppando un’analoga riflessione che identificava nell’avvicinamento al quadro l’unica strada giusta, percorribile e utile per farsi accettare come artisti9.

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Enrico Crispolti, Storia e critica del Futurismo, Laterza, Roma – Bari 1986 Umbro Apollonio, Futurismo, Mazzotta, Milano 1970 Paolo Costantini, La fotografia artistica. 1904 – 1917, Bollati Boringhieri, Torino 1990

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CRONACA DEL QUOTIDIANO di Alessandro Scuro D’improvviso un suono straziante. Rapido ripetuto martello rintocca, metallo contro metallo; lamiere ritorte – squillanti – un’eco crescente dal timbro distorto. Interrompere il sogno, di colpo il mattino. Presto che è tardi! un colpo alla sveglia e via giù dal letto, una nuova giornata. Spiacevole risveglio tornare alla vita, scemata l’illusione del sogno si palesa il quotidiano, getto d’acqua ghiacciata sul viso. Il caffè che trabocca, le membra pesanti e il pensiero sopito, restio ad accettare la violenta evidenza di un altro mattino. Pane imburrato, masticare cartone, ingerire con forza e fatica deglutendo latte freddo del frigo o dell’alba invernale. Vetri appannati trasudano. Spogliarsi di malavoglia, vestirsi di fretta i piedi contorti a evitare il contatto col gelo del pavimento. Infilare il cappotto, indossare la sciarpa, cappello, le chiavi, il denaro e la ventiquattrore. Un’occhiata all’orario, ben chiusa la porta. Trovarsi già in strada, vento che graffia, ferisce il viso imbolsito. Pochi passi fino alla fermata. Oh, solitudine compagna della notte; fuggire per rimpiangerla ad ogni istante trascorso appesa la mano a un palo, evitare il contatto, lo sguardo assonnato di chi, l’occhio spento e incupito, assorto nel vuoto, è sveglio di primo mattino e va già a lavorare. Tirare sollevati un sospiro; scendere e pensare che è ancora lontano il ritorno, quando tutto dovrà cominciare di nuovo. Accorgersi ora che stanno già salutando i colleghi. Buongiorno! Ehilà! Ciao! C’è chi stringe la mano, chi dà pacche alle spalle, alcuni passano indifferenti, altri fanno un cenno distratto: sono tutti diretti al medesimo ingresso. Ascensore, timbrare, disporre le carte, un altro caffè per rompere il ghiaccio. Quante pratiche, dove si era rimasti, da dove ricominciare, possibile tanto lavoro? Voglia di mandare tutto all’aria, partire subito, magari domani. Il tempo che stringe trascorre in moviola: stampare, pinzare, compilare, timbrare, consegnare all’ufficio competente, a colloquio col capo, consultare un collega. Presentire un languore, non proprio appetito – fame, non ne parliamo – è già ora di pranzo. Mangiare svogliato, incerto tra il piacere di una pausa e il frenetico impulso di tornare al lavoro. Finire, timbrare. Ascensore, saluti. La calca ancora assonnata, l’aria più pesante. Scendere riprendere respiro, pochi passi, salire, la porta: silenzio. Le stanze son vuote, risuonano i passi. La cena è già pronta, soltanto da riscaldare; immagini e voci affollano la televisione, mentre l’occhio traballa e i piedi sono già in fondo al letto ancora disfatto. Dalle lenzuola un solo unico odore riporta, amaro alla mente, il ricordo di notti senza compagnia. Ma il pomeriggio è appena iniziato: ufficio, pratiche, luci al neon, colleghi. Lan14


ciare un’occhiata all’impiegata di fronte, furtivo. Incrociare il suo sguardo, evitarlo con gli occhi abbassati sui fogli, svelti a rinchiudersi nel proprio imbarazzo. Ancora un caffè. Le ultime telefonate, timbrare, firmare, preparare la corrispondenza; il cappotto già indosso, sciarpa, cappello e ventiquattrore. Timbrare, ascensore, saluti, fermata. La calca ancora assonnata, l’aria più pesante. Scendere, riprendere respiro, camminare, salire, la porta: silenzio.


IL VELO di Walter Ausiello Il velo del tempo azzurrato sorregge un cielo bianco, surreale inganno del tempo in bianco e nero, il tempo sincero! E il passero sotto la pioggia di riso – era grandine sminuzzata nel tripudio di falso sorriso – vola il suo viaggio smisurato: è sopra il terrazzo del tetto – quello che vedo è il mondo il mio bisogno è il grano – la loggia ha compassione della torre, come capelli ribelli sulla nuca del gigante scendono i rampicanti, oscurano la voglia di vendicare la fame e saziare l’attesa della piccola vedetta, la sua vigilia e la sua sera, il solitario amico saltella sui versi eversivi! Povero ostello con misurate finestre, sui tristi balconcini di luna si fermano piccoli astri esiliati, immobili e muti tra i segreti del vicolo opaco. Il silenzio del fiume non mormora rimpianti e il mare è lontano, ignoto relitto ancorato alle baie, sogno dei corpi che l’estate compiace – terra ingrata ti ho generato ubriaco, 17


emergesti dalla mia solitudine salmastra –. Gli occhi dei gatti illuminano le pietre assonnate – le tenebre coprono il mondo il mio bisogno è il tepore – e ai bordi si ammucchiano spente schegge di stelle, del cielo smembrato, del cosmo dismesso, di questo universo schiavo, diafano orfano orbato, finzione di una funzione. Libertà, ala di un’ombra, ideale sconnesso, sogno abusato, sfumato enzima di ogni affanno, elucubrazione di bugiarde menti. L’uccellino non ha futuro e la carcassa del colombo è solo sterco immobile. La tenerezza della pioggia non umilierà le misere forme, la pioggia sarà provvida madre cieca, di infamia dimenticata lavacro. Consapevole della piccola morte il sasso precipitò dal monte, oggi la pietruzza intuisce che il sole domani la schiaffeggerà, e il sole stesso sarà sfinito dalla noia dell’ubbidienza attendendo il disastro, l’implosione, distrutto il suo nastro nell’abbagliante languore del deposto regale splendore, 18


ridarà pace. Eccoci eredi dei grandi migratori, la gravità ci trattiene con lente catene, un filo di lana e un cordone di carne – lo sanno anche gli infedeli felini e la volpe da addomesticare – sul collo grava la nostalgia, amaro primigenio peso – il senso di colpa di non solcare il cielo e la vestigia ariosa della mediocre albagia – implume sentire rappreso del pregiudizio di perduta speme, compatita innocenza! Nutriti di un sonno disteso voliamo sull’arietta di un violino, un oboe sublima il lamento che il pianoforte conforta – Andante con moto – – Larghetto grazioso – – Allegro con fuoco! – le canzonette tonali scolpiscono l’effige del pianto, il dolore e il piacere, il tormento a olio e a matita! Protese le figure dei bassorilievi chiedono un riscatto: l’estetica emozione che intenerisca il marmo! La gioia puerile si colma dagli occhi alle dita, dalle labbra al ventre – i figli ci chiedono risposte che i padri ci negarono – un affetto ringiovanisce la pelle e il cuore lavora in silenzio mentre l’aria ci lambisce 19


con colori riflessi di umori, umidità dei sapori, degli insipidi saperi condimento! Anche io amo il silenzio e lo violento, lo anniento perché è eloquente, ripete il tutto e la parola è ignorante, il pensiero ha rancore, ereditò il finito e rubò tempo all’essere. Silenzio trafugato, misurato, rigato, solcato da dubbiose brume. Adoro il biancore del mio taccuino da imbrattare vilmente, bianco sincero opaco nulla che la forma non denuda – è lui che la diffama povera impronta di geometrie rubate – sento la chimica gastronomia del mio cervello. Angustiava il senso vago animale di camminare nel fango, eppure il fango non percosse il passante e quasi gli carezzava il piede. Temette di affondare il pellegrino, di non vedere il nero, come se la notte potesse 20


offrirgli spiragli lacerando il mantello impietoso, compatto inviolabile sfondo, paratia della amorale scena – corpo verginale ascolta ogni pulsione e disponi accoglienza, l’aurora renda casti e dismetta il rancore –. Crebbe a dismisura la paura più grande, trattenuto l’ultimo respiro per ogni alba a venire, qui ogni parola è oscena, ha scontato la pena: non c’è confine, non c’è fine, la libertà è la morte.

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EDIZIONE STRAORDINARIA di Pietropaolo Morrone Interrompiamo le trasmissioni per mandare in onda un comunicato ANSA. A seguito di un’operazione di carotaggio su Marte, all’interno del noto programma SETI – Search for Extra-Terrestrial Intelligence –, alcuni ricercatori della NASA hanno gettato nuova luce sull’origine del genere umano. Il carotaggio, che consiste nel prelievo di campioni cilindrici di roccia (detti carote), mediante macchine utensili a corone diamantate rotanti, ha permesso di portare alla luce un reperto eccezionale. La carota è lunga alcune decine di metri ed ha registrato, nei suoi strati, più di cinquecento milioni di anni di storia geologica marziana. Le numerose sacche di gas rinvenute al suo interno dimostrano che sul pianeta rosso era presente un’atmosfera. Da un’analisi della sua composizione chimica, al gas-cromatografo, sono stati individuati numerosi composti: solfuro di idrogeno, solfato di carbonile, acido solfidrico, acido n-butanoico, ammoniaca e metano. Gli esperti hanno rivelato che si tratta della composizione tipica di un peto di homo sapiens, dimostrando indirettamente le origini marziane del genere umano.

Secondo alcune indiscrezioni, la carota sarebbe stata acquistata all’asta dal governo francese e sarà esposta a Parigi in Piazza della Concordia. Un’urna, che sarà donata ad un museo archeologico non ancora reso noto, conserverà le antiche flatulenze. Dall’alba di stamani, un corteo di parigini inneggia al peto libero, proponendo di elevarlo, da simbolo di sconcezza e lordume, a gesto di riverenza verso i nostri antenati. La carota è stata affettuosamente soprannominata le gros pénis de l’humanité (il grosso Priapo dell’umanità).

L’edizione straordinaria finisce qui. Restituiamo la linea al secondo tempo del film “La vita di tutti i giorni”.

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A BONA I DIU di Massimiliano Pricoco È facile per il qualunquismo d’oggi, definire “scemo” chiunque dica o si comporti in modo diverso da quello comunemente riconosciuto, o agisca senza essere mosso da un ben preciso personale tornaconto, ma il ritardo mentale di Giacomino, aveva tanto di certificazione psichiatrica che ne attestava la veridicità. In trentasei anni di stupida vita, conosceva poco più di trenta stupidi vocaboli, aveva visto soltanto quelle stupide viuzze del suo quartiere, e la strada maestra piena di stupide vetrine. S’è seduto Giacomino, sullo scalino di casa, è ricurvo sulla sua schiena segnata dalla scoliosi, con la pancia pingue dove l’ombelico è a stento coperto d’estate da qualche canottiera colorata che sua madre, o la signorina vicina di casa, prendevano a pochi euro al mercato del giovedì, quando arrivavano le bancarelle dai paesi vicini, e lui non le indossava se non avevano disegnati i personaggi dei suoi cartoni preferiti; sta seduto con degli auricolari agitando senza senso mani e testa. La madre non ha ancora perso l’abitudine di restare a guardarlo e interrogarsi, parlare con Dio, e chiedergli cosa avesse fatto di male lei e quel povero ragazzo per meritarsi quella punizione, quella frustrazione nel corpo goffo e nella mente ritardata, capace soltanto di saltellare di gioia davanti ai colori e ai dolciumi, e di battere le mani per la troppa contentezza quando giocava coi ragazzini di scuola media. Come al solito, l’unica risposta che la donna sa darsi è quella che da una vita le dà il parroco, «quello è il corpo e l’anima dove risiede Dio, l’innocenza e il candore di un bambino in un corpo da uomo, che alla ragione e alla furbizia sostituisce la bontà e la semplicità»; quelle parole, tutto sommato, avevano su di lei la capacità di farle accettare quella croce che il cielo le aveva mandato. Rientra, perchè stare troppo tempo al balcone guardando il figlio e pensando le fa venire il mal di testa. Giacomino nel frattempo s’è alzato, lasciando l’mp3 sullo scalino, e fa finta di salutare la gente che passa, fa finta di parlare al ragazzino del balcone di fronte, lo diverte tutto questo; a qualche decina di metri, vede avvicinarsi le due ragazzine che di tanto in tanto passavano dalle sue parti, facendo quei dieci minuti di camminata che le separa dalla casa dello scemo; come suo solito, già da lontano, inizia ad arrossire, sempre più, via via che le ragazzine gli si avvicinano; a pochi passi, gli fanno il solito sorrisino indicandogli con gli occhi l’angolo dietro il vecchio teatro; dopo essere rientrato qualche minuto in casa, va in direzione delle ragazze. «Ciao Giaconimo, come stai oggi?» chiede una delle due. «Bene, ho mangiato le patatine oggi» balbetta il ragazzo. «Bravo, bravo», aggiunge l’altra. 24


«Quanti soldi hai?». Il ragazzo gli fa vedere due banconote da venti euro. «Ma ti avevamo detto di prendere i soldi verdi, non quelli azzurri». «Sì, lo so, ma nella borsa di mamma ho trovato solo questi» balbetta ancora. «Va bene… toccami qua sulla gamba per dieci secondi e poi dammi i soldi». Il ragazzo poggia la mano, ride e inizia a contare. «Ok, basta così, tempo scaduto, dammi i soldini». «Adesso a me Giacomino, toccami la schiena e anche più basso e conta fino a venti» dice l’altra. Volati troppo velocemente quei secondi, sta per afferrare la mano di una delle due, ma, prese le banconote, loro si affrettano ad allontanarsi, non senza rivolgergli prima la solita battuta: «mi raccomando, vai a farti una bella sega adesso, sfigato». Le piace davvero la brunetta, la prossima volta le chiede se vuole fidanzarsi con lui; quando glielo aveva proposto qualche anno prima, lei gli aveva risposto che era ancora troppo piccola. Di tutte le fregature mandate giù come bocconi ingozzati da un affamato, qualcuno pensava che anche il più scemo tra gli scemi avrebbe saputo fare della malizia la sua compagna quotidiana, ma non lui, che di quei bocconi non riusciva mai ad averne nausea. Sulla strada di casa, canticchia, ride a un cielo terso quanto indifferente. In poco meno di mezz’ora tutti sanno già che s’è fatto di nuovo fottere i soldi da quelle due puttanelle; si mormora che la madre stavolta sarebbe andata dai carabinieri a denunciarle, perché qualcuno aveva messo in giro la voce che al comando avesse un nipote appuntato, cugino di Giacomino; le signore intanto, vedendo lo scemo scanzonato e allegro canticchiare per la strada, richiamano a casa le figliolette, «nun si sa mai ca stu scimuniti aviss’a fari quaccosa che picciridde».

Oggi è il giorno della festa del Santo patrono, e questa è una delle poche occasioni in cui la cittadinanza tiene a cuore Giacomino; la mamma due giorni prima della processione gli ha preparato i vestiti sull’asse da stiro, profumati, stirati; Giacomino corre a prenderli convinto di trovare l’abito che non aveva potuto indossare al battesimo della nipotina qualche mese addietro; la cerimonia era stata annullata perché, a quanto gli dissero la madre e la sorella, il sindaco aveva proibito di festeggiare tutti i battesimi di bambine; quel vestito grigio, con la camicia salmone e la cravatta paglierina, sembrava proprio non fosse destino che lo indossasse. «Mamma, perché non mi dai il vestito?» chiede. «Tesoruccio, ma lo sai che poi si sporca, e padre Augusto dice che devi andare vestito comodo e pulito». Con la solita faccia sorridente e distratta, è davanti al portone della Chiesa Madre, 25


fiero perché tutti lo guardano; lo stanno aspettando, si sente orgoglioso, forse là in mezzo c’è anche la brunetta, quello sarebbe stato il giorno in cui le avrebbe chiesto davanti a tutti di farsi fidanzati. «Giacomino! Sbrigati, vieni qua dietro che la processione deve iniziare tra due minuti». «Sì, sì sono qua padre Augusto! Mi ero addormentato… e stavo facendo…». «Lascia stare, poi ne parliamo, mettiti qui dietro alla Santa e spingi assieme agli altri due… dai, forza che siete belli giovani e forti; la Santa vi ringrazierà un giorno, cari figlioli». Cinque, sei passi più pesanti per dare la spinta al fercolo, che a fatica si sposta e viene immesso in strada dal portone principale della chiesa tra due ali di folla che applaudono e gettano bigliettini colorati. «Minchia, vadda chi su beddi i scimuniti c’ammuttunu u carruzzunu». «Ah aah aaaaah ah ah» si ride divertiti tra la folla, vedendo quei maccheroni che, come animali da soma, tirano. «Talia chi su beddi, parunu i tri da vaniddazza…ghimmu, ferru e cacazza!». «Ooouu quannu finiti viniti a tirari a machina mia ca sa fimmatu sutta u ponti!». «Ou, u sceccu i me nannu tira chiu fotti i vui autri». La processione è regolare, la Santa attraversa le vie principali e la gente, allo scampanellio del sindaco, è in composto e solenne silenzio; con gli sguardi attenti come cani bastonati dal padrone, si portano la mano in fronte per salutare col segno della croce il passaggio delle reliquie. Giaconimo è stanco vorrebbe fermarsi e bere un attimo, ma lo sguardo serio e vigile di padre Augusto, mentre dall’ampolla schizza acqua agli astanti, e quello lucido e quasi commosso della brunetta intravista tra la folla, che ha i capelli raccolti come quando le aveva toccato la coscia, gli danno nuovo slancio e vigore.

L’unico modo che conosceva per essere cattivo era quello di strappare l’erba e i fiori, o calpestarli iracondo quando la madre non gli dava gli avanzi da portare ai randagi che bighellonavano vicino alle pattumiere; amava i cani, e calpestare l’erba lo faceva sentire libero e gli dava l’impressione di ristabilire la giustizia divina. Ma questo poteva avere brutte conseguenze, perché una volta si beccò una querela per aver calpestato il giardino dell’assessore, rischiando due anni di carcere per violazione di domicilio e danneggiamento; ma il giudice, dopo aver riconosciuto la totale incapacità d’intendere e di volere, in confidenza gli disse: «tu si a bona i diu, nessuno ti potrà mai privare della libertà». La noia che nei primi pomeriggi d’estate pervadeva gli abitanti di un quartiere popolare in una città costruita a misura d’uomo non apparteneva a Giaconimo, i cui pomeriggi trascorrevano sereni, non appena comprava un gelato alla camionetta che, 26


puntualmente, alle tre era all’angolo di casa sua con la musica a palla per avvertire della sua presenza; nonostante i rimproveri dei padri di famiglia della zona, disturbati nel loro sonno pomeridiano da quel frastuono, il gelataio era sempre piazzato lì, e Giacomino a difenderlo, dicendo che a lui il gelato piaceva da morire; quando lo sentivano urlare per fare valere le sue ragioni di golosone, c’era sempre qualcuno che ridendo gli diceva che avrebbe dovuto fare l’avvocato. Poi, prima che il gelataio se ne andasse, chiamava uno per uno i bambini, dicendogli di far presto perché la camionetta sarebbe andata via a breve. Gli capitò un pomeriggio, dopo aver mangiato la solita coppetta di fragola e limone, di vedere piangere un giovanotto sui vent’anni, seduto su uno scooter, era il nipote del farmacista dove per un periodo aveva comprato degli psicofarmaci, e che fino a qualche giorno prima gli aveva visto avvinghiata ai fianchi una ragazzina coi jeans strappati e le scarpe colorate, e una fascia che le tirava indietro una massa enorme di riccioli corvini, scoprendo una fronte larga con qualche foruncolo. «Perché stai piangendo? Ti ha fatto del male qualcuno? Hai litigato con tuo padre?». Il giovane, asciugatisi i rivoli di lacrime, lo guardò stupito, con gli occhi arrossati dalla frustrazione più che dal dolore: «Ma che cazzo vuoi, rompipalle; non ti ci mettere anche tu che oggi non è giornata, vedi di andare a rompere i coglioni da un’altra parte». Giacomino restò in silenzio, lo guardò confuso oscillando quasi impercettibilmente la testa, poi, come illuminato da un raggio di bontà, il bellimbusto gli disse con un sorriso malandrino: «Ma tu in fondo sei un povero scemo, non potresti capire anche se ti raccontassi, tu non hai colpa di nulla» e dicendo queste parole gli diede una pacca sulla spalla, rendendolo felice per la seconda volta nel giro di pochi minuti. Per dirla tutta, passava anche la voglia di essere cattivi e fare i prepotenti con Giacomino; la mediocrità dei sentimenti, le passioni turpi, non trovavano riscontro in un atteggiamento altrettanto mediocre e turpe che le fomentassero. La parte peggiore di ognuno, si dissolveva nell’etere della sua bonaria stupidità.

Anche gli scemi del villaggio aspettano freneticamente qualcosa; la mattina del 15 agosto Giacomino la passa a contare i tappi delle bottiglie di succhi di frutta che collezionava, poi da bravo e giudizioso ragazzo, se ne sta seduto sullo scalino di casa obbedendo alla mamma che gli ha dato il compito di tagliare le patate in strisce sottili così poi lei le fa fritte come piacciono a lui, col ketchup e la maionese e soprattutto gli ha proibito di entrare in casa perché ha appena lavato il pavimento. In uno slancio di buona volontà, chiede alla madre di mostrargli come si lava il pavimento, ma quella mattina lei è troppo stanca e gli promette che glielo fa vedere 27


la prossima volta. «Pover’uomo, alla sua età tutti vorrebbero essere pieni di soldi e permettersi gli sguatteri che gli fanno le pulizie, e lui vuole imparare a fare lo sguattero; cosa avrò fatto mai di male per meritarmi un figlio ritardato di mente». A pensarci bene però, seppure quel povero disgraziato era motivo di vergogna per lei, il cui primogenito era segretario amministrativo alla scuola media del paese, c’era da ammettere che senza la sua pensione, forse non si sarebbe potuta permettere il parrucchiere ogni settimana e il pranzo a base di pesce quasi tutte le domeniche. Finalmente è mezzogiorno. Giacomino si alza, chiede alla madre se può entrare adesso, e corre a riempire d’acqua una bacinella; quest’anno vuole essere il primo a rinfrescare le anime dei morti. Davanti alla porta, sul marciapiede rovente, getta con impeto liberatorio l’acqua, gridando «viva i morti, pace all’anima loro», applaudendo vedendo che anche i vicini dalle loro case e balconi, gettano secchiate d’acqua, tutte per rinfrescare l’anima dei morti. Quella era una delle tante tradizione che in via Teatro Greco ancora sopravviveva, le signore coi grembiuli, i bambini a petto nudo, gli uomini in canottiera e bermuda, tutti gettavano acqua festosamente; acqua che incrocia altra acqua, che accarezza, che morde, che schiaffeggia, che scontra, che rallenta, nasconde sempre più acqua; acqua che rasenta i marciapiedi, acqua che schizza sugli stinchi, scrosci, rivoli e pozzanghere d’acqua per la contentezza di Giacomino. Dopo qualche giorno ci sarebbe stata l’inaugurazione di un centro per disabili nei locali dell’ex oratorio ormai da anni inutilizzato, e del quale il sindaco andava fiero per essere riuscito, in soli sette mesi, a ottenere le autorizzazioni amministrative per adibire il vecchio oratorio a luogo di svago e socializzazione per i diversamente abili. Qualcuno si lamenta, non capendo il motivo per cui si debbano spendere tutte quelle migliaia di euro per fare giocare questi ritardati mentali che non solo prendono la pensione, ma che potrebbero starsene nelle loro case e fare tutto il bordello che gli pare e piace: «picchi nun ne dunumu a nui autri i soddi ca avemu famigghia e figghi i crisciri, anziché spinnili pi sti scimuniti?». La serata è calda, il sindaco e l’assessore ai servizi sociali sono ben incravattati e pronti a leggere le buone intenzioni che hanno mosso la costruzione del centro, la gente è seduta su delle sedie messe in fila davanti a una platea di legno, alla cui costruzione Giaconimo, nei giorni scorsi, aveva diligentemente contribuito. Al momento della inaugurazione viene chiamato in platea. Già lo sapeva e per l’occasione la mamma gli aveva fatto indossare il vestito che tanto gli piaceva e che avrebbe dovuto indossare al battesimo della cuginetta. Era stata di parola la madre, quando gli aveva detto che non sarebbero mancate le occasioni per indossarlo. 28


«Questo centro è uno dei più attrezzati della provincia; in qualità di sindaco, sono orgoglioso che una struttura capace di ospitare fino a cinquanta ragazzi venga accolta nella nostra città; tutta la cittadinanza deve sentirsi fiera della sua solidarietà e del suo amore nutriti verso questi nostri concittadini più sfortunati» così dicendo, passa la mano sulla schiena ricurva di Giaconimo. «Lo so bene che tutti voi volete bene a questo ragazzo e lo trattate come fosse figlio vostro, con rispetto e comprensione senza mai negargli un sorriso; è per questo che mi sono battuto per ottenere i finanziamenti per la costruzione del centro, e sono sicuro che anche verso gli altri ragazzi che dalle altre città verranno qui, dimostrerete lo stesso affetto e la stessa benevolenza, quell’affetto e quella benevolenza che da sempre contraddistinguono le famiglie di questo quartiere; è per questo che voglio che sia il nostro caro Giacomino a tagliare il nastro di inaugurazione». Applauso un po’ smorto alla fine del discorso, che rinnova la convinzione del funzionario, che quella inaugurazione sarebbe stato meglio rimandarla all’estate successiva, a pochi giorni dalle votazioni per il rinnovo della giunta comunale, e della sua nuova candidatura a sindaco. Un applauso che non è servito neanche a coprire le risate davanti alla sagoma goffa di quel povero scemo, la cui fama aveva ormai superato i confini del quartiere. Il povero scemo, i cui occhi marroni grondano stupore, nel frattempo si sente pieno d’orgoglio per essere su quel palco, a ricevere l’attenzione dei suoi vicini di casa; un giorno, quando sarà cresciuto, pensa, farà anche lui il sindaco. Intanto, tra gli scapestrati venuti all’inaugurazione, c’è qualcuno che col cellulare riprende il momento di gloria di Giacomino, pronto a postarlo su youtube per divertire gli amici.

Tra quegli scatti di cielo azzurro senza nuvole, di profumi sopiti dal finire dell’estate, dalla finestra della cucina, Giaomino vede passare i ragazzini con gli zaini all’uscita di scuola, i soliti fannulloni per i quali non c’è differenza tra autunno ed estate, sempre a zonzo a cercar fortuna e rogne, i figli di quelli un po’ più benestanti che saltano quasi quotidianamente le lezioni dei loro primi corsi universitari. Sono proprio due di questi, assieme all’aiuto mastro, che passando a fianco allacasa di Giacomino, lo invitano a fare un giro in macchina con loro; ha la sua buona dose di divertimento, in quella tarda mattinata dove l’aria inizia a soffiare più umida e fresca, far fare a Giacomino un bagno nell’acqua fredda, alla vecchia scogliera nera. Appena arrivati sul posto, iniziano a prendere in giro il giovane ritardato, tutti spintonandolo leggermente e dandogli dei buffetti sulle guancie dicendo che mai avrà il coraggio di tuffarsi dallo scoglio e nuotare fino all’isolotto di fronte; che la 29


brunetta che tanto ama, crollerà certamente ai suoi piedi se saprà quanto è stato coraggioso, tuffandosi in mare. Due dei tre, si tolgono le scarpe, mettono a mollo i piedi rassicurandolo che l’acqua non è poi così fredda, che quel vento che considera pericoloso, fa a stento fare un po’ di schiuma sulle onde. Dopo essersi fatto convincere, Giacomino è in acqua, sguazza, trema dal freddo: «Dai fozza Giacuminu, nata nata, facci viriri quantu si bravu!». Lui inizia a dimenarsi in acqua, ad arrancare con le braccia e le gambe fino ad arrivare all’isolotto, e con non poca fatica, ma soddisfatto, arriva. Saluta ridendo i tre bulli dall’altra parte dello scoglio, che lo esortano a ritornare: «Dai fozza, ora tonna ca, e ni ni iemu a casa» gli grida uno dei tre: «Picciotti ma u mari si sta facennu chiu rossu…nun è ca stu scemu annia?». Giacomino s’e già lanciato in acqua, ormai sicuro di aver capito come affrontare quel tratto di mare che solo i nuotatori esperti attraversavano. Ma una prima onda lo porta a destra, si rimette nella giusta direzione; dopo due bracciate, inizia a tossire, le onde gli sbattono sul viso con troppa prepotenza, gli tolgono il sorriso; sballottato in pochi secondi a destra e a manca, s’è allontanato di qualche decina di metri dalla riva. I tre iniziano a preoccuparsi, forse sarebbe meglio chiamare i pompieri o cercare una corda da lanciargli: «No aspetta, lassamu stari i pumperi sinnò ni mettunu intra, ciccamu ‘na codda» dice uno dei tre agli altri due, agitato. Anche le onde nel frattempo pare si divertano a sbeffeggiare Giacomino, a portarlo da una parte all’altra, a farlo annegare per dieci secondi e riemergere giusto il tempo per gridare aiuto, a tirarlo giù per le gambe fin quasi a baciare il fondo del mare come ultima beffa a quell’ammasso di inutile carne e sguardo da allocco; a sollevarlo dal petto come una possente mano e scaraventarlo sempre più giù, sempre più lontano da qualunque appiglio. «Giacominooooo resisti che stanno arrivando i pompieri» gridano terrorizzati i tre. L’azzurro tenue del cielo inizia a confondersi con un blu sempre più intenso col passare dei secondi, la schiuma alla superficie è ormai inafferrabile, le narici e i polmoni non hanno più spazio per contenere altro mare. «Sta murennuuu…sta murennuuu…fate presto» urlano alla camionetta dei pompieri e all’autoambulanza che stanno correndo con corde, salvagente, barella e maschera d’ossigeno. Il mare, intanto, come un perfido mago si diverte a far comparire una mano di Giacomino prima dietro uno scoglio, poi qualche dito che afferra soltanto acqua, una ciocca di capelli che va ad attaccarsi sul viso impedendo anche il più piccolo tentativo di prendere aria dalla bocca; l’acqua, nel frattempo, insinuatasi nelle scarpe e nei pantaloni, annienta di peso la corporatura robusta di quell’omone, trascinandola 30


giù, poi facendo salire a galla un corpo che ormai vaga con la testa penzoloni tra le onde che, soddisfatte della loro burla, tornano ad addolcirsi.

Non vorranno mica disturbare la gente per bene, stanca dopo una mattina di duro lavoro, con un funerale di un povero disgraziato alle due e mezza del pomeriggio. E invece, l’ora fissata per il funerale di Giacomino è proprio quella. Il parroco dice che nonostante la stanchezza del dopo lavoro e il caldo del primo pomeriggio, tutti dobbiamo sforzarci per dare un ultimo sentito saluto al nostro caro Giacomino. Ma si volge a vana attesa la sua aspettativa, quando oltre ai quattro becchini, con disegnate sul viso espressioni buone per il commiato sia a un ritardato mentale che a un intellettuale, a un bambino o a un pluricentenario, a occupare le prime tre panche della parrocchia c’erano soltanto la madre di Giacomino, i parenti più prossimi che almeno quel giorno proprio non se la sentivano di lasciarlo solo, e qualche vicino che, tutto sommato, aveva in simpatia quel bonaccione sempre sorridente e inconsapevole. All’uscita dalla parrocchia, a seguire la bara portata in spalla dai becchini, uno dei cugini che tiene sottobraccio la madre del povero Giacomino e un altro che regge il drappo funebre; come in un urlo liberatorio, la donna inizia a inveire contro non si sa chi: «Ammazzatili si bastaddi ca mi strazzaru u figghiu miu. Era accusi bonu cu tutti e si curnuti u ficiru anniari comu ‘nsucci… ammazzatiliii, datici giustizia o figghiu miu» continua tra le lacrime e i singhiozzi. Dalla parrocchia il feretro di Giacomino avanza a passo d’uomo, si sofferma qualche istante davanti alla sua casa; i becchini hanno gli zigomi solcati da qualche rivoli di sudore, i parenti camminano dietro alla bara a passo cadenziato e lento, a testa bassa; distanziati di qualche metro, pochi musicisti della banda, perché sua mamma diceva che Giacomino amava tanto la musica, e musica doveva esserci anche al suo funerale. Chiudevano il corteo gli altri tre scemi che assieme a Giacomino erano soliti spingere il carro della Santa patrona, ciascuno con una ghirlanda di fiori appesa al collo. Le porte che si affacciano sulla via sono aperte, fermi davanti gli uomini e le donne con la mano destra alzata o agitata in un lento e composto segno della croce come ultimo saluto. Come se il cielo fosse il contenitore di mille interrogativi, la coscienza collettiva di quei paesani vi riversa la loro sola certezza: «Fici bonu u signuri a ricugghirisi stu poveru figghiu malatu, scemu e ‘nfelici!».

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DELL’AMOR MORBOSO E ALTRE STORIE di Vincenzo D’Urso

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Muto d’idiota! Le vele non cadono! Piangente è di terra promessa il ricordo; e a tentoni di libertà il crudele sogno.

Corriamo. Corriamo. L’incubo ci afferra; saremo mai della nostra vita? Ridotto pare il nostro viaggio.

Il nostro viaggio è lontano da chi troppo non pensa: ami troppo? No. Di gioia fasulla, trattieni il volo!

E tu in attimi ti rassereni, se noi, restiamo qui, a soccombere nel tuo piacere e nel nostro dolore.

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Ma tu te ne freghi! Innamorata di te stessa; tramonti le nostre speranze; come braccia di Dio; credi nell’ingiusto!

Ma è inafferrabile; l’abbandono nostro v’è catalogato in musica; e non dimenticheremo, la gente di giudizio: odieremo senza giudizio.

Case e case, andremo: rapiniamo bambini; regaliamo voli e libertà da chi non si rispecchia in voi.

Ma come farete a nutrirli? Anche le parole suonano i nervi, ma non v’è terrore: cibiamo l’universo.

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Finalmente vivremo! Come angoli nelle gole, suoneremo flauti, mandolini e poi subito archi! E tu piangerai; noi non esistiamo.

D’improvviso squarcia la luce nel solito specchio; tu ti mirasti; la vecchiaia, sola, di saperlo l’ansia nutre la giovinezza?

Ma dei nostri amori, privi di foglie, mai più un’altra notte con l’uomo! Perché subitanea è la tua negazione.

E s’alza l’ormai frattura, e dei suoi moti, l’eccelsa vittoria! E io morirò del dolce amore errato.

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GHIACCIO BOLLENTE di Giovanni Buzi Caldo. Afa. Via Gregoriana è deserta. Che ore saranno? Polso. Orologio. Rudy preme un pulsante e, fluorescente, compare: 22:33. Arriva a Trinità dei Monti; c’è gente, molti sono turisti. La testa gli gira, giusto un po’. La vista non è ancora annebbiata. Quando scatteranno le onde di dolore? Caldo... come un essere viscido che s’incolla al corpo e bagna i vestiti. Terribile, questa sera tutto è sottosopra. Peggio delle altre sere. Vatti a fidare dei libri! Ma che cazzo ci sarà mai in questa “mandragora”? Da Trinità dei Monti, Rudy guarda Roma. La sensazione di caldo torrido poco a poco s’attenua. Gomiti sul parapetto di pietra, vede la scalinata scendere lenta verso Piazza di Spagna. Tutto sembra arrotondato, come immerso in una di quelle sfere di vetro riempite d’acqua. Lenta, una colata viscosa d’oro fluido sembra cadere dalle facciate dei palazzi di fronte e inglobare le molte persone che passeggiano, che sostano davanti alle vetrine illuminate. Il taglio netto di via dei Condotti. Un mare di teste, come ogni sera. Quella sera di fine luglio l’aria è sul punto di liquefarsi. Verso l’orizzonte, la città sfuma in un pulsare luminoso, di lucciole catturate in un blocco d’ambra. Oltre le terrazze e i tetti, il cielo è una sola lastra di turchese cupo forato dal tremolio delle prime stelle. Rudy socchiude le palpebre e respira a fondo; in quei momenti, l’aria di Roma è un misto d’olandri e miele. Quando riapre gli occhi, a rapidi flash, tutto inizia a tremare, come l’intera città fosse agitata da continue scosse d’un immane terremoto. Ma ogni cosa sembra essere di gomma e niente dà l’impressione di poter crollare. Rudy è assalito da un improvviso senso di panico. Colpa ancora del suo Cocktail? Ad ampie ondate ritmiche, vede la scalinata precipitarsi verso di lui; sta scendendo in volo, saltando due a due gli scalini! Veloce, tra un mare di fiori rosa. Gente e fiori, gradini e fiori, fiori... gente, gradini di pietra, pietra, bianca, bianca e il rosa, rosa, rosa dei fiori! Arrivato sulla piazza, accanto alla fontana della Barcaccia, tutto riprende a tremare. Poi, d’improvviso, la calma. Una calma piatta. Irreale. Funerea. Una folata di vento gelido, Rudy si guarda intorno e s’accorge che la gente s’è trasformata in un esercito di statue immobili. Bianche. Sente mancare il respiro, come anch’esso si fosse trasformato in materia inerte. Invece è ancora capace di muovere gambe e braccia. S’avvicina a una di quelle statue e sente un leggero, un leggerissimo fremito. 37


Come un respiro. Continua ad avanzare. Imbocca via dei Condotti; ancora statue bianche, funeree, appena vibranti. Immobili. Stagnanti. Caganti?... Vallo a sapere. Così, per curiosità, dà un’occhiata al culo della statua d’una signora. Mette la mano. Niente. Ha il culo pulito. Che tristezza, non si può fare affidamento neanche sulla merda! La noia l’assale. Noia abissale. Senza fondo. Come farò a vedere la luminosità degli sguardi, stanotte? Luci, luci, luci intorno a lui: lampioni, stelle, sguardi. Sì, sguardi! Non se n’era accorto, ma gli occhi di quelle statue di sale sono vivi! Con attenzione, seguono ogni movimento che fa. Silenzio. Silenzio tutt’intorno. Com’è possibile? Avvelenata serpe contorta, d’improvviso, un lampo azzurro elettrico ramifica e scoppia nel cielo scuro! Poi, ancora silenzio. Quel vuoto di vibrazioni sonore gli scava dentro. Si fissa nella mente come punteruolo d’acciaio. Acuminato. Non un fruscio, non un alito di vento, non la traccia d’un respiro, neanche il suo. Che strana questa notte romana... che tutto sia morto? Ma, allora, se così è, perché i miei pensieri non riescono a morire? Rudy vaga per Roma morta, popolata di statue bianche, morte. Anche gli sguardi si stanno spegnendo. Uno a uno. Gli occhi sono ora bianco calce. Ciechi. Vede le strade, gli alberi, i semafori, le auto, ogni edificio lentamente trasformarsi in blocchi di materia bianca, opaca. Traslucida. Anche il cielo. Tutto è bianco intorno. Tutto è traslucido e vibrante come un sol blocco di ghiaccio bollente. Eppure, nessuna sensazione di caldo o freddo. Solo questa luminosità lattea, astratta. Il ragazzo vaga per quella città. Nel bianco gelo delle piazze, dei vicoli. Ma che cazzo ho combinato, anche stasera, col Cocktail? La luminosità lattea s’intensifica. Edifici, ruderi di monumenti e antichi palazzi s’illuminano come vetro smeriglio autoaccensibile. Chiarore dal retrogusto turchese. Appena violacea, un’ombra attraversa le mura di un palazzo. È una figura che si 38


muove lenta, al di là della trasparenza ghiaccio dei muri. Rudy l’osserva guardingo. Come tigre la preda. Finalmente movimento, vita! L’ombra deve aver sentito il peso dello sguardo del ragazzo. Rallenta, si gira. Lo fissa. Pupille arancio fuoco. Frecce che penetrano. Rudy s’immobilizza, senza fiato. Un istante e l’ombra distoglie da lui lo sguardo e continua, calma, a camminare. Rudy la segue. No, non s’è sbagliato, non è un effetto ottico, intorno ha una debole mandorla viola blu. Indossa un lungo mantello con cappuccio che nasconde totalmente il corpo, tranne il viso. Uno splendido viso di donna. Svolta dietro un muro. Si gira e, di nuovo, il lampo arancio fuoco di quello sguardo! È un solo istante, quell’ombra riprende a scivolare lungo la parete traslucida. Il mantello e il cappuccio prendono sfumature verde muschio. Improvviso, un rintocco di campana! Vibrazioni bronzee nel bianco latte dell’aria. Rudy trattiene il respiro. Per qualche istante, ha il terrore che tutto possa andare in frantumi. Resta a contemplare quel fantasma di mondo che vibra e... sembra resistere. Torna il silenzio. L’assoluto silenzio, in quella strana notte d’estate. Trasparenze ghiaccio su ghiaccio. Rudy si guarda intorno: i vicoli della vecchia Roma sono privi di memoria, circuiti d’un floppy disk smagnetizzato. Dov’è finita quella donna? Sembra sparita. O non è stato che uno scherzo delle ombre? No, non può essere; è sicuro che fosse reale. Il ragazzo prende a correre per il vicolo lungo il quale l’ha vista avviarsi. Svolta ancora dietro un vicolo di vetro smeriglio. Tutt’in fondo, vede quell’ombra verde muschio dai riflessi turchese. È ferma. Laggiù. Sta sfiorando il cannello d’acqua congelata che fuoriesce da una fontanella incastonata nel muro. Testa di leone di cristallo. Quel fantasma avverte la sua presenza. Si gira. Pelle chiarissima. 39


Pupille arancio e polpose labbra rosa fragola. Gli sorride. Netta, intorno a lei, una luminosa mandorla viola blu. Cosa vuole da me quel fantasma? Perché mi fissa così? Sono vittima degli effetti disastrosi della mandragora nel Cocktail, o qualcos’altro mi sfugge? I miei amati Coctail a base d’alcool vari e di quello che trovo. Ancora un rintocco di campana... più profondo, sommesso. Rudy sente tremare il suolo traslucido sotto ai piedi, mentre quell’ombra entra nella porta laterale di un’antica chiesa. La segue. Entra. Improvviso odore di cera fusa, incenso, muffa, fiori appassiti. Anche là dentro tutto è d’uno spettrale, lattiginoso vetro smeriglio che qualche candele accesa fa fremere di bagliori spettrali. I passi del ragazzo risuonano sul marmo, sulle lastre tombali del pavimento-lago ghiacciato. Mani schiacciate all’altezza del petto, incavi d’anelli. Maschere inespressive, vesti, vetri infranti. In un angolo, un’acquasantiera è un unico blocco scolpito d’amorini alati e grappoli d’uva. All’interno acqua verdastra. Riflesso, Rudy vede il volto di quell’essere! «Chi sei?» dice ad alta voce. Fra le alte colonne, inferriate, cappelle laterali, la chiesa riecheggia di suoni indistinti. Quella figura sembra essersi volatilizzata. Agitarsi d’ombre biancastre. Busti, nicchie. Lastre incise. In un’urna è adagiato uno scheletro di cristallo. Fra trasparenti colonne a tortiglione, una santa lievita, lo sguardo verso l’alto dei cieli. Accanto, un teschio beffardo tiene tra i denti una clessidra. Un rumore. Rudy si volta. Da sotto il cappuccio, quella donna gli sorride. Per un istante, l’immagine si blocca. Tutto resta sospeso, come il respiro d’una condannata per stregoneria di fronte alle fascine di legna. Agitarsi di fiamme bianche al di là di pareti di ghiaccio. Il sorriso si spegne, quell’essere si volta e scompare dietro una porta. Una scalinata scende. Cripta dalle pareti nude. Tutto è ancora di traslucida materia ghiacciata. Pilastri, capitelli squadrati; in uno è scolpito il corpo attorcigliato d’un mostro. Ancora una scala che scende. Tanfo, umidità. Bassorilievi d’ibridi d’uomini e animali. Il chiarore biancastro si stempera in ombre sempre più scure, tinte di blu. La netta mandorla violacea di quell’essere diluisce nelle penombre. Che sia questo il Regno dei Morti? Il silenzioso Regno dei Morti? 40


Rudy s’addentra nel labirinto. Ceri accesi posti a terra creano giochi cromatici d’abisso marino. Parte dei cunicoli sono transennati. Sempre più distinguibile, un’eco proviene dal profondo blu; sembra che una folla sia là, a pochi metri. Dov’è finito quell’essere? Corridoi, stanze vuote. Rudy si ritrova in un ambiente di circa cinque metri per cinque. Al di là delle pareti di ghiaccio, intravede quello che sembra un vero giardino. Alberi e cespugli s’agitano a un vento leggero. Distinto, vede il mantello bluastro di quel fantasma allontanarsi su un prato verde sfumato di turchese. E se il mondo non fosse altro che stratificazioni d’ingannevoli trasparenze? Alberi e cespugli fioriti di tenui verdi, bianchi e rosa contro un fantasma di cielo. Anche questa volta il Cocktail mi fa brutti scherzi! Più delle altre volte. Il cielo è d’un turchese chiarissimo. La parete sotterranea è una lenta colata d’acqua. Rudy sta per perdere di vista la donna. Allunga una mano verso la parete e... non può essere vero! L’attraversa facilmente, come fosse aria. Un passo in avanti e si ritrova in un altro mondo. Un mondo d’acqua! Eppure, riesce a respirare, come fosse in cima a una montagna. Si muove fluido, quasi volando. Intorno a lui, mobili mulinelli blu cobalto, zebrati di zaffiro. Attraversa una barriera di puro smeraldo e affiora in una caverna. Colonne spuntano dall’acqua, sorreggono una cupola di granito nero. Si ritrova naso a naso con una gigantesca testa di Medusa. Capovolta. Pietra verde vivo. Sul mento poggia una colonna con scolpite gocce, stilizzati spermatozoi. Lo specchio d’acqua s’agita, ribolle. Enorme, sguscia un serpente circondato da una luminescenza viola blu. Lento s’avvita alla colonna, mentre lo fissa con pupille rosso sangue. Rudy ne è sicuro, è lo stesso essere incappucciato: è quella donna! «Chi sei?» chiede e quelle poche parole creano una cacofonia di gorgoglii e rimbombi. I suoni si fanno frastuono insopportabile! Il ragazzo chiude le palpebre. Ferri arroventati gli trapanano timpani e occhi. Cade a terra. Gelidi, sente blocchi di sanpietrini sotto le mani. Riesce a sollevare il capo, ad aprire gli occhi. Si guarda intorno e da ogni lato vede... Roma. La solita. La reale. È piena notte. Fa caldo. Molto caldo. Il cielo formicola di stelle. Sta in un vicolo del centro. 41


Accanto a lui, una ragazza lo sta guardando con un’aria preoccupata. «Ehi, stai male?» dice. È lei, la riconosce: è quel fantasma! La ragazza continua a guardarlo e aggiunge: «Chiamo un’autoambulanza?». «Chi sei?» le chiede Rudy fissandola come fosse ancora l’apparizione d’uno spettro. La ragazza gli rivolge uno sguardo tenero e dice: «Perché ti sei conciato in questo stato?». In quell’istante, Rudy vede la mandorla bluastra che avvolge la ragazza disfarsi e sparire. «Non mi lasciare» dice prendendole la mano. «Non ti conosco. Non so chi sei» replica la ragazza ritirando la mano. «Stai male?». Rudy si sdraia completamente a terra. Nuca sul selciato, resta a fissare il formicolio delle stelle. «Allora» continua la ragazza, «vuoi che chiami qualcuno?». «No grazie. Mi sento meglio adesso. Ho il cielo sopra di me e Roma tutt’intorno. Buonanotte». «Buonanotte a te» risponde la ragazza che se ne va, di nuovo attorniata da una mandolra di luminoso viola blu. Qualche passo e quell’immagine sparisce.

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PUGNO PROIBITO di Joe Kowalski «Cazzo che te se frega!» Pugno Proibito non ti guardava mai in faccia, dritto negli occhi, ma ti mollava delle sventole da farti vedere le stelle. «O che ganga ho visto katanga!». In lontananza il maresciallo Porcheta-Lingueta batté la stecca e decretò la propria fine. P. P. manco s’era degnato di girarsi verso Lingueta, che sedeva sulla panchina dei giardinetti. Rispose al citofono con l’inconfondibile flemma che lo contraddistingueva, aggiunse: «Arrivo tra due minuti» e andò verso il Maresciallo.

«Attenti sorveglieranno ogni angolo. Occhi elettronici». P. P. vibrò in alto due dita della mano destra come due orecchie di coniglio in agguato. Era riferito al “Mezza Mischia” così chiamato, il Direttore generale dell’Emporio militare. Dispensa d’armi e vettovagliamento. I due emeriti GRADUATI colleghi lo guardarono mentre attraversava il Chiostro d’arte moderna. Lingueta s’era alzato buttando la Gazzetta nel cestino. Aveva capito l’andazzo, l’intenzione di Pugno Proibito, uno che non lasciava correre su nulla. Men CONVETTORI DAIKIN, sky boyS, uomini volanti, acrobati dell’aria, quando il tonfo: era precipitato un cinquanta kili di ventola motorizzata. «’Si pazzo!» urlò il colonnello Faccia di rospo, l’uomo dai cento capelli, ex portatore di parrucca e dai mille travestimenti. «EBBENE SÌ MALEDETTO CARTER… SONO ANCORA IO STANISLAO KOWALSKI IN UNO DEI MIEI MILLE TRAVESTIMENNNTI…» farfugliava Pugno Proibito. Lingueta batté nuovamente la stecca. «E tì che casso vùto?» Pugno Proibito lo sguardò. L’ambasciata stava al centro della piazza. I colonnelli si contavano come bruchi ronzanti sul letamaio. Si preparavano a festeggiare il maggiore Meringa, scuola di guerra, che rientrava in serata dall’Afghanistan, pronto per la successiva missione di lì a pochi giorni. Uno non certo intimorito dal lavoro. Gli veniva da ridere a Pugno Proibito il Vigilante, uno che il pane se l’era sempre sudato. Il subalterno del maggiore, Lingueta, sarebbe stato dei suoi. La giovane femdom del colonnello Faccia di rospo, dalla finestra guardava di sotto alla piazza che dava sul Chiostro d’arte. Incrociò rabbiosa gli occhi di pece del Vigilante, che portava sul fianco sinistro una grossa pistola a tamburo. La Mercedes parcheggiata della sadica occupava lo spazio riservato al personale civile. «Ti ho detto…». 45


«Vi siete mangiato tutto. Ladrones… pure la casa dello stato a basso costo. Fanatici lobbisti. Malato con causa di servizio, ma idoneo per nove mesi di missione e a prenderlo in c… Fottuti!». Gli ricordava CHARLY BROWN. Vignette che P. P. aveva ritagliato e incollato sul muro della sua cameretta a dieci anni; una in particolare grosso modo diceva: …stare abbastanza male da stare a letto, ma abbastanza bene da poter leccare la scodella… Sì, bevete latte, pregate, imbracciate l’AK47, sconfiggete gli Stati Uniti e Israele e tutti gli Imperialisti di m… te compreso… «Ti ho detto cosa? Cazzo ti intrometti? Hai mai lavorato in vita tua Porcheta! E ci scappa pure il morto. E bravo che gliel’hai detto. Non sono lavori di loro competenza. C’è la ditta per questi… È che ci prendi la stecca, fai risparmiare la ditta e sfrutti quattro tarlucchi di civili. Bravo, bravo…». «Rispetta la gerarchia!». «Fatti li cazzi… Non faccio testo Porcheta…».

…e chi le guardava le ragazzine. Era finita la scuola. Due tatine, una meticcia culetto mas alto della ciquetina blanca, civettavano col chuleto Nacho figlio del maresciallo Lingueta, fate un po’ voi. Il maresciallo capo di c… gli faceva quotidianamente una testa tanta sul fatto che loro erano mejo, più furbi degli altri, l’avevano più lungo, e che il figlio doveva comportarsi di conseguenza. Pronto per arruolarsi sull’orme del padre una volta finito le superiori. STATE ALLA LARGA DAI FAMIGLIARI! Guidando la mia auto ho tamponato la vettura di mio figlio…«E chi se ne frega! Dico». Cinquemila euro di danni. La responsabilità è mia, però la Compagnia non intende risarcire mio figlio. È giusto? «E chi se ne frega!». Balete sedeva fuori dal Santa Fe, immerso nelle figure di Auto.Com. I portici delle popolar houses correvano per dieci palazzi buoni. Uguali a se stessi e decadenti. Tanfo di piscia e spazzatura, e da starci attenti ai pezzi di intonaco che cadevano di sotto in testa ai passanti. I mozziconi erano tanti quante le zanzare tigre padrone del luogo. La ciquetina Julieta storse il collo in coda verso la blancucha Vanessa. Una guardatina dimessa, vergognosa, pudica di se stessa, ma lubrica quanto bastava per farne delle Lolite, Lola, Dolores, Dolly… Pugno Proibito uscì in quel mentre dal Santa, riassettò la camicia nei dockers. Salutò Rage Balete (uno dei tre miliardi d’uomini che parlava da solo) che alzava continuamente la testa dal magazine seguendo le scie chimiche che lasciavano dietro di sé le giovani donne in transito. Pugno Proibito passò con stanchezza la lingua sulle labbra. S’allontanava a gran passo verso la General Motors. Balete aveva gli occhi incollati dal cispo, ma pronti a fissare le immagini per ricordare i culetti delle due ragazzine dai jeans che a fatica lambivano le T-shirts, lasciando i sogni ad occhi aperti del pervertito al tenace e pubescente solco naticale, specchietto per le allodole. 46


Non poteva farne a meno. La sua era una malattia che gli era costata cara. Non poteva allontanarsi dal quartiere. Il Santa era l’unico Bar nel quale lo sopportavano. Pugno Proibito avrebbe lasciato Bracco alla sua EX, doveva prendere il treno. Fosse stata d’accordo, ancora non lo sapeva. Doveva telefonarle. “Per non gettare al vento un’occasione d’oro, segnatevi le date. Donna vecchia fa un cattivo risarcimento”. Dove l’aveva letta, si chiedeva? Ego Rage Balete non era di buzzo buono per la notizia in tivù dell’assassinio di Thunder da parte della probabile mogliettina, pensava: non importa se sei stato un fico bello e duro dieci e lode. Ma il tempo fugge. Non puoi essere onnipresente… Ti stai incamminando sul sunset boulevard. Ogni volta che ritornava alla lettura dell’articolo, dopo aver abbandonato l’idea balorda memorizzata dall’in-flusso delle adolescenti, considerava con rabbia la sua triste gioventù. Non era bello allora quando avrebbe dovuto, quand’era giovane… pensava di non essere mai stato né bello né giovane. E quando avrebbe dovuto scopare allora? Compulsivo si toccava e rimboccava la camicia. Sistemava in continuazione i capelli, masturbava le sopracciglia, tanto da esserne privo di peli. Intasato di tic per ristabilizzare la sua estetica vitale, il suo interiore benessere a ritmi serrati. «Non ci riuscivo da giovane e adesso sono vecchio e bacucco». Entrò per vedersi l’incontro di box. Le zanzare tigre scovarono un’altra vittima nel tavolino a fianco a quello lasciato vuoto dal Balete. Una mattonata volante contro la lastra della vetrina del Santa Fe. La lastra scardinandosi dall’infisso l’aveva decapitata. Una gran botta e la testa della siora Nunzia, la napoletana, pesantemente rotolò trovando la strada per la scaletta sotterranea dei garages. Cici, il professor mudanda, sempre pieno come un uovo, amante della vedova, vedendo il tronco ancora ritto sulla sedia che sgorgava come ‘na fontana, non fece altro che sospirare e butar giù il gòto. «Pensare che aveva trovato in me l’anima gemella. Fato avverso. L’ha impazziva parché che posedesse l’anima…» esternò tra la folla subito accorsa. «Visto che… Mannaggia…» Katarina, la barista, scoteva la mano. Il maresciallo, con l’occhio pesto, incrociò le ragazzine. S’era fermato a dare un occhio all’accaduto. Il cadavere l’avevano coperto con un telo bianco e oltre l’ambulanza c’erano parecchi lampeggianti parcheggiati lungo il giardinetto incolto che spartiva i colori del fabbricato in chiave Bauhause. Lingueta-Porcheta nutriva un viscerale odio per Pugno Proibito. Meditava di incontrarlo e affrontarlo. Cosa non impossibile, entrambi figli del quartiere. Lingueta era un figlio improprio, spurio, vi era stato adottato. Pugno proibito si vantava del marchio di legittimità e se questo rodeva da un lato al maresciallo, dall’altro era il suo punto di forza e la ragione per affermare la meridionalistica superiorità. Indagare meglio, pensò P. P. 47


«Che macello, un disastro!». Giorni di terremoto avevano scosso la nazione. Se mi crolla la casa in testa, pensava. «Tanto meglio!». Meglio partire, pensò, allora. La valigia era pronta da giorni, declinava a fatica l’invito della polvere. CARITAS IN VERITATE. «Che cazzo di CARITAS IN VERITATE» guardava con foga fermo al semaforo il cartellone pubblicitario del dopobarba DENIM appaiato all’enciclica, incerto su cosa volesse dire. Aveva firmato un buon accordo al soldo della Petrol &… Un altro anno nella milizia privata, poi si sarebbe definitivamente trasferito a CUBA. Nel bel paese parlare di Democrazia o pensare che certi vecchi bavosi morivano di fame, ridotti a mendicare cibo nei cassonetti era da comunista, anzi da fanatico populista. Certi argomenti erano OFF LIMITS.

«Certo che lo sono allora, Papo. Mai visto il comunismo dalle mie parti e tu? Be’, sono comunista allora! E vado a Cuba. Viva i comunisti!». Aveva incontrato Papo, un collega che lavorava nella sorveglianza armata delle banche e di scorta ai furgoni trasporta valori. «C’è una massa di imbecilli. E tu crèpi per quei bancari che ti fottono lo stipendio!». «Che ci vuoi fare?». «NIENTE!! Cazzo vuoi farci, paghi! Fortunatamente dopodomani parto» disse P.P. «Beato te, non avessi famiglia…».

AND I THINK TO MYSELF, WHAT A WONDERFUL WORLD… canticchiava Katarina. «Meno male che anche tu lo trovi divertente». P. P. stava incazzato ché non aveva trovato da parcheggiare, tanto stava intasata la zona. «Aòh! P. P., chi caccia li sordi?!». «Arrangiati! An vedi la Katarunza la barista nu poco strunza!». «A moro datte ‘na calmata…Tu statte zitto…».

Lingueta si rimescolava al drappello di curiosi cacciati continuamente dietro la striscia della SCENA DEL CRIMINE, che veniva meno all’imperativo Bauhause, dagli uomini in bianco che torno torno s’accertavano con metri e macchinette fotografiche. Mentre i poliziotti interrogavano i presenti del SANTA e dei negozi lungo la striscia. Un paio d’ore e si portarono via il cadavere decollato, testa a parte, della napoletana. Lingueta se n’era uscito con ‘stà frase: «…ha da venire quello con la 48


mazza, altrimenti il popolo italiano fa quello che cazzo a’ voglia…». «...chi paga il vetro» lamentava ancora Katarina dopo averci passato lo strofinaccio con la varechina sulla patacca di sangue. «T’arrangi! Te salude FREAK OF NATURE!». «Dàje! Te n’esci sempre come ‘na scorreggia a primavera. P. P. nun te do’ retta sa! Lasseme perde… Nun tornà. Stattene via…». Stava proprio nera il facocero a due gambe. S’era fottuta l’incasso del pomeriggio.

L’indomani P. P. passò dal chiostro d’arte per un ultimo FAN CULO D’ADDIO. «Non bàtti la stecca, frocio!». Lo sfaticato maresciallo, facendo il verso a CHARLY BROWN: plurimalato da essere esentato dai servizi vari, ma non tanto malato da non poter andare in missione IRAQI FREEDOM e intascare una barca di quattrini. «Che ti fottessero!». Lingueta batté la stecca e s’avviò, ignorandolo, oltre il chiostro d’arte, evitando l’entrata principale alla volta dell’Ambasciata. Il maresciallo lasciava la Pacci a casa da sola col chuleto per nove mesi. Giorni dopo la cronaca riportava la notizia della cattura del romeno che, mesi prima, aveva tentato di scassinare le slot del SANTA FE. S’era vendicato della Katarina che l’aveva zigato dentro il bar in flagranza di reato, malmenandolo di brutto. Ciaucescu ora doveva rispondere di atti vandalici e omicidio.

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DI NOTTE di Marco Troisi

Di notte, i libri riposti nelle scansie della biblioteca, si squadernano, scompaginano e scollano, come vecchi spaparanzati in cortile a sgranchirsi gli arti, per prendersi un’ora d’aria dai legni polverosi che li imprigionano. I vestiti negli armadi si animano e improvvisano balli, con rumore di gruccette che si rintuzzano o si appaiano, le stoviglie in cucina orchestrano concerti, usando le posate come archetti, le bambole di pezza, irrigidite nella stoffa, passeggiano nei corridoi bui e freddi per vivere i loro amori con i soldatini di latta. La mattina troveremo di nuovo i libri collocati in ordine nelle scansie, i vestiti rassettati nell’armadio, le stoviglie governate al loro posto,

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le bambole di pezza e i soldatini di latta nelle solite pose accomodati, se non fosse che di tanto in tanto, di questi misteriosi e segreti carnevali notturni, ne rimane qualche vaga traccia. Magari tra i libri allineati negli scaffali, ce n’è uno che singolarmente sporge, o tra i vestiti rassegnati nell’armadio un lembo è rimasto incastrato nella chiusura, o tra le stoviglie c’è sempre un mestolo o un cucchiaio che non si trova mai nel suo cassetto e talvolta tra le bambole di pezza ce n’è qualcuna dalle chiome scompigliate e tra i soldatini di latta ce n’è uno compreso in un contegno poco militaresco. Quanto siamo lontani dall’intendere le vere ragioni di questi disordini notturni nell’attribuirli alle nostre distrazioni.

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RACCONTI di Attilio Scatamacchia

LA GUERRA È FINITA Lento, laido iridescente longitudinale, immaginifico tratto suborizzontale; una moglie, un figlio, una pistola d’ordinanza: tutti fuori di qui in ogni caso. Cibo avariato, pistole limate, discorsi, invettive, catatonici interventi. Lame, rasoi immancabili solai, Drogo cercava tra i rifiuti della coscienza il suo fiuto da sbirro infiltrato, senza trovarlo. Un mattino di settembre, durante le ricognizioni sulla superficie della propria anima, l’ordine arrivò senza nessun preavviso, lasciando a casa la colazione, giornali e caffellatte sul tavolo apparecchiato. Tradotto: solitudine indifferenza e assoluto senso di impotenza tra due fuochi, indissolubilmente nemici. Lo stato avviava le trattative con i terroristi solo a parole, mentre le attitudini avariate dei sovversivi limavano le coscienze di intere masse operaie; e di studenti collaterali alla diffusione dell’ideologia della lotta armata. Sovvertendo le parole Drogo maneggiava inquietudine e granate ideologiche attraverso l’uso della correlazione e del sillogismo di estrema sinistra. Terroristi: manovrati dai servizi, da istanze sovversive dello stato, infiltrati da ogni lato dopo l’Omicidio, indagati oltre la parete languida della consuetudine; divampa la coscienza laida e oltranzista. Drogo fascista, Drogo comunista, Drogo servitore dello stato (SERVITORE DELLO STATO!), nelle mani dell’apparato ideologico dei vertici terroristici. Ciclostili, molotov inesplose, odore acre di benzina: questo trovarono i poliziotti durante le perquisizioni. Scontro a fuoco, scontro di cervelli, lividi iridescenti ricordi di passato; irriconoscibile, avariato, uomo a terra uomo in mezzo al mare; lacrime e sudore mangime per la storia, collisioni cosmiche, errori di valutazione. Drogo nel posto giusto, nel momento sbagliato; irriconoscibile, avariato smunto, uomo a terra; uomo in mezzo a un lago in cui si tocca.

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COLLISIONI FRONTALI Masticammo sollecitudine camminando nella coltre immaginifica delle nostre immagini capovolte nel fango dei ricordi, affastellate nella sala d’attesa di qualche aeroporto internazionale; del resto l’immaginazione non ci mancava, navigando a vista tra ricordi smunti e forse falsi, di un passato ancora glorioso, nonostante tutto. A discapito delle falsità continuamente raccolte in anni di brigantaggio della mente, non volevamo conoscere nulla della terribile soluzione finale: arrenderci all’evidanza che il nostro oceano era stato venduto, barattato con un deserto di sassi, durante una annoiata partita a scacchi, senza neanche aspettare l’esito finale, giocata tra un buffone di corte e un cavaliere di ventura, entrambi di un’altra epoca. Sapevamo di dover rendere qualcosa in cambio dei viaggi allucinatori a base di acido lisergico, ma preferivamo ottemperare alle richieste delle nostre murene millenariste, scavalcando i bisogni primari. Persino il flusso di pensieri, perpetrato nella città del vento, era preferito a qualunque cosa di appena riferibile al desiderio di mangiare, mentre briganti, buffoni e mercanti di allucinogeni, affollavano le nostre piazze di trattativa, senza ritegno né limiti di orario. Collisioni frontali si affollavano nelle nostre anime rameiche, citando a memoria favole non autorizzate. Forse la dinamica del fato non ci rendeva giustizia, affastellando immagini capovolte di flussi di pensieri ormai persi dentro anni di rimorsi stratificati nei rimorsi; del resto nessuno mai avrebbe sopportato l’esercizio dell’incombenza finale, garantita da illusioni della mente, mentre canzoni di voci stonate, accarezzavano le nostre menti rese pigre dalle immagini di rock star ormai retrò, (Lou Reed, ad esempio) proiettate sui muri di mattoni rossi delle colline di vento. Negligenza autorizzata da una immaginazione coltivata tra i rami di alberi di un ciliegio estinto, evocava Anton Cechov, urlante, impazzito, intrappolato tra le pagine della sua storia, mentre la teoria delle particelle elementari veniva facilmente spiegata, durante sessioni di aerobica in mare aperto; solo chi ha avuto un naso rotto a causa della sua imprudenza, potrà capire senza esitazione le esigenze di tempo delle pratiche burocratiche, sistemate e accuratamente dimenticate dentro cassetti della mente che non verranno mai più aperti, ma forse è anche giusto così.

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LA SCRITTURA È UN OGGETTO CONTUNDENTE Folgorante buio antropico longitudinale, falsa e languida materia ibrida, livida di sollecitudine. Rinaldi aspettò di risalire la corrente ambigua della memoria, inventando surreali viaggi della mente. La camera pulsava e Rinaldi era cosciente di essere vissuto mille anni; la scrittura è un oggetto contundente, disse, mentre dissimulava una corsa in avanti. La vita corre diafana attraverso l’inquietudine, mentre le sei pareti della stanza non avevano estensione, o limite. Era inutile cercare di attraversarle, perché muoversi equivaleva a viaggiare nel tempo (e nello spazio?). Rinaldi cavalcò secoli, millenni avanzavano, arretrando nel tempo, nella mente, mentre i coni anecoici assorbivano come vortici i suoni e le parole, anticipando il significato del pensiero dissimulato. Una coltre di correnti parassite avvolgeva l’infinitesimale, mentre gli errori di parallasse confondevano intere legioni di astronomi, di tutti i tempi; ma Rinaldi li vide, ad uno ad uno ben consapevole del loro errore, della loro sorte di eretici malfermi sulle loro gambe. Eppure immanente la camera anecoica viaggiava, copulando con il tempo, o forse avvolgendo la mente ospite di un silenzio troppo opprimente per non essere ascoltato e intanto l’entropia cresceva, oscura materia vivida, solida e matura come il rame degli antichi Sumeri; nitido inconsapevole, agile sconvolto, Rinaldi visse altre mille vite prima di oltrepassare il limite della consuetudine, viaggiando nel tempo e nella mente, arido di sollecitudine. Prologo.

Collaterale alla velocità del suono e della luce, le collisioni accidentali di meteoriti ci scalfirono senza enfasi smaltendo immagini di passato nella propria scia glaciale, luminosa come il vento cosmico, coltivando consuetudine, vagando invano nel sottoinsieme degli universi paralleli: fu allora che captammo, per una sola frazione di secondo, il vero significato di tutto questo inquieto vagabondare in una stanza senza limiti spaziali, il vero limite dei viaggi nel tempo, invertito, capovolto dall’immaginifico brusio dell’universo che si arrotola come un tappeto in un buco nero; solo noi, infinite repliche di me stesso, Rinaldi, vissuto mille anni in una camera (anecoica). 54


PIANETI INTRO

Non contemplavamo immagini, suscitavamo pensieri racchiusi nell’isola mutante dei palazzi asfittici, mentre candelabri della mente partivano verso mondi paralleli e inusuali. Corridoi di ibernazione pulsavano attraverso arterie ossee calcificate nel salnitro della mente, oltre la barriera capovolta di immagini stravolte dal mito della razza. Oftalmico il nativo fiutò il pericolo imminente mentre gli Elfi permutavano i loro sogni in fiori di loto in un baratto della mente; oltre la coltre dei pensieri le anime si assopivano e intere legioni di soldati annegavano dentro un lago di metano. MARTE

Nell’ambito della luce soffusa causata dalle nebbie di anidride solforosa in condizioni ipercritiche, la profondità dei nostri sguardi non raggiungeva la superficie sottile del vacuo orizzonte rossastro. Neanche ai tempi immemori dei viaggi in ibernazione, la luce dei sogni indotti avrebbe avuto la tolleranza di questi giorni di pioggia; evidentemente la cura del tempo non aveva dato frutto e gli Inviati del pianeta azzurro, non sembravano rassicurare. VENERE

Porte del tempo sollevate da uomini torriformi, ritorti dalle loro somiglianze ascetiche poeticamente installano collisioni nelle colline di Venere oltre la portata dei propri istinti animali. Bere mangiare dormire ascoltare adorare coltivare lavorare, installare consuetudini nei propri sistemi neurali, defecare ascoltare immagini oltre la corte nebbiosa delle cataratte della mente, sopraffazioni inquiete sollevate oltre il muro della consuetudine e mascherate da sorrisi affettati. Ecco il significato di tante esplosioni di dinamite nella mia mente. Cosa ne pensi della mia inquietudine? Sollevi propositi o preferisci ascoltare le mie bieche supposizioni? Altrove sarei sollevato da qualunque incarico, se mai adesso ne avessi uno.

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NESSUN NOME (URANO?)

Eravamo immersi nelle nuvole piriche dei nostri sogni uranici, oltre la coltre surreale di immagini capovolte dal suono ilare dell’ipnosi dei nostri sensi. Non immaginavamo che qualcuno avrebbe contrattato i nostri sogni nei mercati della città del vento; né che le stoffe dei panni riarsi dal sole potessero avere un qualche interesse dettato dalla consuetudine. Eppure avremmo celato volentieri le nostre inquietudini alle richieste risalenti all’epoca della murena, che pure contestavamo. Forse non abbastanza dopotutto, se la musica che correva nelle nostre orecchie sembrava rassicurare le paure più ataviche e sorde. Ma ecco che sveglie ritmiche svegliano i ricordi di un passato recondito e la coscienza vana risalente sui nostri occhi rivela forse troppo presto ciò che veramente siamo: sabbia negli occhi di vento.

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SILENCIO No hay banda di Pietro Gallo

To Larissa Frastuoni i nostri amplessi atoni a stridere

sulla solitudine piana di volti (ossuti&) svaniti

nelle mezzanotti assassine di periferia dove lieve

la neve dei miei inverni

preserverà ogni effimera traccia d’agosto

quell’inutile bramosia d’essere e alla fine

desistere

Tra braccia porcellana

cullerai le mie fragili e r e z i o n i poi

col tremore degli occhi scintillerai

in tutte le notti bianche di San Pietroburgo

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SILENCIO no hay banda…


estratti da “INTRODUZIONE AL MONDO” di Idolo Hoxhvogli Prologo

Le radici, secondo i più, si trovano nel passato. In questo modo pongono un’ipoteca sul soggetto e il suo avvenire, perché il passato è stato una volta e per sempre. Con una sinistra operazione della speranza sferro un montante al fegato e un gancio al volto di questi «più». «Le radici», li convinco mentre sono al tappeto, «sono nel futuro come nel passato, perché ciò che siamo non dipende solo dal tempo trascorso, ma anche dalla rappresentazione che abbiamo di noi nel tempo che ancora deve venire». «In questo momento», dico loro, «la vostra identità è più segnata dai colpi che avete subito o dal fatto che non vi rialzerete?». A coloro le cui radici sono nel futuro, a loro è dedicato questo libro. In mare

Mentre la barbarie salpa dalla ruvida spiaggia, nel porto le sartie lavorate della civiltà issano l’ancora. L’uomo è in mezzo al mare, guarda le imbarcazioni ma non sa indicarne l’origine, senza pregiudizi confonde cultura e barbarie. I bastimenti sono distanti uno spicchio di mare. Nello spicchio è l’interpretazione. L’indeciso spicchio di mare da che parte deve volgere le onde? Acque spigolose, aguzze di vetro rotto, ficcanti come squarci di legno, impediscono l’incontro tra i naviganti. «Dobbiamo tornare sani e salvi», dicono a bordo. Lo spicchio di mare – l’interpretazione – deve essere fatto proprio. Agli sconfitti resterà il proprio cadavere violato, ai vincitori un arco di trionfo che tramanderà la memoria. Uno dei marinai ricorda una roccia. Sulla roccia, un’iscrizione: «Chi ha in mano la rocca decide della valle», disse un saggio. «Nella rocca i contendenti si vivono accanto, e l’uno nell’altro», rispose un uomo ancora più saggio.

Un tremito percorre il marinaio. Non vi è cultura contro barbarie, si vivono accanto e l’una nell’altra. I marinai lo portano dentro, quello spicchio di mare. L’interpretazione è nei bastimenti. In realtà, uno è il porto e uno il bastimento salpato, con dentro mescolate civiltà e barbarie. 59


Opera viva

L’opera morta è la parte dello scafo fuori dall’acqua. L’opera viva è la parte che rimane immersa, è anche chiamata carena. Opera viva e morta sono divise dal pelo dell’acqua, ma è una separazione fragile. Una parte dell’opera viva può diventare opera morta, e viceversa: basta un’onda – rollio o beccheggio – e una frazione dello scafo respira o annega, emerge o si nasconde tra le pieghe dell’acqua. Lo scafo, viaggiando, vede una sua parte essere alternativamente opera viva e morta: è il bagnasciuga, la linea di galleggiamento. La parte viva si mostra se costretta da una forza. La barca deve essere buttata a riva, o naufragare, per essere ammirata interamente. Chi vuole mirare lo scafo nella sua verità deve scorgere naufragi. Chi vuole mirare l’uomo nella sua verità deve soccorrere naufraghi. Perchè le barche stanno a galla? Vale il principio per cui un corpo immerso in acqua riceve dall’acqua una spinta verso l’alto uguale al peso del volume dell’acqua spostata: lo buttiamo giù, e il mare ci catapulta in su. Questo principio regola il compromesso che decide il profilo di opera viva e morta. In città la terra è dura e il principio non vale. L’abitante, il passante e il vagabondo, come la barca, sono portatori di una forza-peso, senza però, a differenza della barca, essere cullati dalle onde e spinti in cielo. Sono schiacciati per terra. Il corpo urbano è opera morta. Non sta a galla. Sta, senza mare, sul suolo. Il forestiero si muove nel corpo urbano come un natante malmenato dalla tempesta. Procede privo di equilibrio. Lo straniero aggotta senza un albero maestro. Il suo arrancare, matto di rassegnazione, strappa un dolore che somiglia allo sventramento dell’opera viva. Il forestiero cola a picco, cade sfondato nell’anima-opera-viva. Vorrebbe mordere la vita e i mari, ma è un handicap che vacilla. Notte

Di notte il forestiero cammina sotto il livello del mare. In giro, scampoli illuminati da fari sfortunati. Tragitti vuoti, poche le auto disposte con garbo ai lati. Qualche autocarro è appoggiato di sghembo. Il riposo è breve per il conducente. Di notte il forestiero pensa alle notti. In quel momento non esce dalla tenebra nera di nero che ingoia. Si torce. È ingoiato dal nero che ingoia e tenta di soffocare nel conato secco. La sua gola, stritolata da conati di solitudine, vorrebbe dita amiche senza vergogna di altre dita per quel che fanno. Il forestiero cammina che non si vede, su strade verso cui le finestre volgono le spalle a sbarre, verso plaghe inabitate, senza mani calde lavorate dalla fatica. Le porte non sono chiuse, non ve ne sono per lo straniero. 60


Di notte la mattina può schiantarsi dopo un tuffo dal ponte dell’autostrada: non vi sono voli d’angelo nello schianto della morta mattina. Lo straniero potrebbe tornare a casa, se ne avesse una, potrebbe abbandonarsi, come gli abitanti del luogo, al cedimento del domani nell’indistinto poi. Quello che di lui si può dire è questo: ha udito, fortissimo, «Allegria». La città dell’allegria

La città è piena di altoparlanti che gridano «Allegria». Giorno e notte. Ora dopo ora. Istante per istante. «Allegria» ogni minutissima e quasi indivisibile porzione di tempo, cosicché l’«Allegria» precedente si mescola al successivo e agli altri emessi dalle trombe. La parola emessa è incomprensibile, tanto è il frastuono. Uno straniero vuole cogliere l’unità minima del baccano. In un lampo si avvicina a un megafono, come un lesto gatto. L’urlo «Allegria» ne scuote subito le viscere, lo getta lontano e lo striglia fino al midollo. Gli stranieri si ritrovano buttati fuori da un roboante «Allegria». Da vicino l’«Allegria» può essere pericoloso, ma è ovunque vicino in questa città, dunque piena di pericoli. All’inizio il sindaco volle incitare gli abitanti a essere felici. Fissò altoparlanti nelle strade, dentro e fuori i negozi, rivolti alle finestre delle case. L’idea deve essere fuggita di mano, oltre che dalla mente. Gli altoparlanti si sono moltiplicati. È giunta l’assuefazione, tanta che l’«Allegria» lo sentono soltanto i forestieri in un fragore confuso. Ripetutamente si avvicinano a un megafono per essere sbattuti fuori dall’urlo. I cittadini vedono forestieri gettati via, e sono infastiditi, non perché i forestieri vengono sputati al di là del mare e delle colline, ma perché lo scaracchio non arriva lontano, e può colare, scivolando da zattere e pendii, fino agli stipiti delle porte. Frammenti di forestiero

Mi porto dietro la storia di una parte di mondo, e del suo coperchio, un cielo di nuvole bugiarde. Questa terra è stretta da asperità timide, è messa all’angolo da un mare solcato da viaggiatori col sorriso beffardo, quello che ignora il sale nelle piaghe. I loro denti sono gialli di vivande, e i capelli odorosi di vita vissuta. Tra melodie inascoltate, la mia è silenziosa. La narrazione di una stella non mi ha dato uno strumento, nemmeno usato, la tessitrice non un filo nella trama. 61


Solo una frazione del retroterra che mi precede pericolosamente può essere sfiorata dallo sguardo vivo, ma è la conoscenza irriflessa dell’attimo. A me forestiero arrivano in dono da questa città solitudine e ferocia. Non so a quale costa o collina appartengo. L’essenziale non è il versante in cui ci troviamo, il lato della figura: l’essenziale è che i versanti appartengano allo stesso mare come lati diversi appartengono alla medesima figura, la figura dell’umano. Appartengo a un’altra riva, come loro appartengono a un’altra riva, perciò tutti apparteniamo a un’altra riva, e questo ci unisce. Mio malgrado mi trovo rivale di gente che non conosco e alla quale non voglio fare del male. Essere considerati diversi è una violenza: atmosfere vengono scheggiate, seguono allontanamenti corporei. Il silenzio assordante dell’indifferenza o il fragore schiamazzante e umiliante della percossa fisica: entrambe le possibilità non mi sono state risparmiate. Sono stato quotidianamente umiliato per un nome contrario alla lingua di questa città. Calci, sputi e altro costituiscono il repertorio di ciò che ho subito, senza che nessuno mi difendesse. Un particolare storico ha senso nella vita di un uomo. Un singolo frammento di questo naufragare – la storia – è funzionale a una valutazione che può essere infame. Quanto una minuscola infamia possa essere tragica un uomo può saperlo. È il profumo di un fiore amaro, che lascia dietro sé il ricordo deluso di un possibile prato, in cui come i fili dell’erba si è tutti uguali. Alcuni bambini pensano che i forestieri siano indiani. Devono averglielo insegnato i genitori. Fanno bene. È vero. Sono indiani. Ma l’aver compiuto due passi per le strade del mondo, invece che rimanere barricato nella tenda, fa di me un forestiero? Non sono indiani a se stessi i membri della tribù barricata in città? Discriminare non è considerare l’altro inferiore, ma considerarlo diverso. Mi sento uguale agli altri, non mi accorgo di essere considerato diverso: questa è la logica paradossale dell’intolleranza. È una logica contraddittoria sul piano teorico, nella realtà è violenza. Cosa c’è di più reale della violenza? Ti ricorda di essere al mondo, che gli oggetti e le persone sono ostili. L’inimicizia, che attraversa il reale come il vitale soffio primigenio, insinua un dubbio che tracima dagli angusti spazi del pensiero diurno: da dove arriva tale schiaffeggiante malevolenza? Quel soffio, narrato come magico, è la strenna ubriaca del fiato divino. Non respiro, ma esalazione che ha reso il fango animale, piuttosto che anima.

C’era una volta un commerciante. Insinuò che andassi in giro con un coltello. Ero solo un bambino. Non sapevo neppure tagliare il pane.

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C’era un volta un giorno in cui pisciarono sul mio cappello. Stropicciato come il corpo dalle percosse, zuppo come il mio cuore, lo trovai e abbandonai. Leo scrive al sindaco

Signor sindaco, la prego cortesemente di far rimuovere l’altoparlante della via in cui abito. Perché mi permetto una simile istanza? Il motivo che mi spinge a rivolgerle parola è il seguente: suddetto megafono si trova accanto alla finestra della stanza in cui dormo, o meglio vorrei dormire, in quanto non riesco a chiudere occhio in seguito alla riforma di cui lei è promotore. Non è mia intenzione contrastare l’innovazione. Un altro motivo mi spinge a formulare questa preghiera: sono malato, e l’allegria nuoce gravemente alla mia salute. Da tempo sono tra vita e morte poiché colpito da allegrite, pericolosissimo morbo che percuote pochi sfortunati. L’allegrite mi rende impossibile vivere l’allegria. Da anni sono privo di una gradevole disposizione. Chiedo di poter stare in casa senza infastidire col mio malanno, lontano dalle strutture sanitarie, alleggerendo così le spese pubbliche. Il mio male si cura stando in casa. In attesa di notizie, le auguro i giorni sereni che a me mancano. Piccolo saggio sugli altoparlanti.

A cosa serve un altoparlante? Amplifica il volume di una voce che altrimenti non potrebbe essere sentita. Se non fosse ascoltata, la voce, quale sarebbe la differenza rispetto al silenzio? Ha bisogno di un altoparlante perché diversamente non potrebbe essere udita. Che fastidio essere trascurati! L’altoparlante accorre in nostro aiuto. Se piomba svelto e coraggioso è perché c’è bisogno che una voce sia sentita. Gli altoparlanti sono dappertutto. C’è qualcosa che nessuno sa. Gli altoparlanti urlano: «Allegria». Un oggetto può essere fondamento della civiltà. Per un tale, la cultura e la scienza si basavano sul collutorio. La nostra città si fonda sull’altoparlante. Rovesciando

C’era una volta il mondo. Nel mondo c’era una città. In questa città c’era un altoparlante. In questo altoparlante c’era un’anima. In quest’anima c’era lo spirito 63


dell’epoca. Nello spirito dell’epoca c’era l’allegria. Nell’allegria c’era la melanconia, che un giorno rovesciò l’allegria. L’allegria rovesciò lo spirito dell’epoca. Lo spirito dell’epoca rovesciò l’anima. L’anima rovesciò l’altoparlante. L’altoparlante rovesciò la città. La città rovesciò il mondo. Come è fatto un romanzo di successo?

Questo è un romanzo di successo. La frase precedente è l’incipit. Faccia attenzione, si lascia leggere d’un fiato, altrimenti non sarebbe un gran romanzo, ma una vecchia barba che puzza di polvere. La narrazione scorre. Non si fermi. Non cerchi di capire riflettendo. Ogni frase di quest’opera – che sarà premiata a più riprese e dovrò disseppellire dalle targhette – una volta letta è letta per sempre, mai più bisognerà buttarci sopra gli occhi. È un gran romanzo talmente grande che non c’è bisogno di leggerlo più di una volta, perché tutto è chiaro sin dall’inizio. Non ci sono più livelli di lettura. Un’opera di successo non si permetterebbe mai di tener nascosto qualcosa. Con impegno, ogni anno che passa, mette in mostra onestamente il proprio nulla. È un gran romanzo, talmente grande da pesare due chilogrammi, così leggero da non pesare in testa con strane riflessioni. È un po’ radical, un po’ chic, a volte radical chic. È attento al sociale mentre strizza l’occhio ai potenti. Usa un linguaggio politicamente scorretto, ma in maniera corretta. È un volume già digerito e defecato. Appena si è seduto sulla tazza, l’ha terminato. Scorre bene. Il romanzo è finito. Le serve ora della carta, che non le manca: ha tra le mani cinquecento strappi. Chier spectaculaire

Un varietà indisse dei provini. Si presentarono migliaia di persone. Ogni piaga della società – piega, mi correggo – era rappresentata. Tutti in cerca di fortuna. Dopo mesi consumati in selezioni spietate, rimasero in due: un intellettuale e il prestante Ano. Il confronto sviluppato nella sede legale dei produttori non stabilì alcuna supremazia. L’intellettuale prevaleva negli argomenti degni di nota, il vigoroso Ano era imbattibile in tutto il resto. Gli esaminatori decisero di rivolgersi a dei commissari esterni: ispettori del Dipartimento di Proctologia dell’Intrattenimento e umanisti delle accademie. I proctologi, dopo un’accurata ispezione, apprezzarono l’integrità di Ano: nessuna traccia di ragadi o emorroidi. Gli accademici ne sottolinearono il fascino silenzioso, come 64


del non detto che vorrebbe farsi cogliere. Interrogato da uno scrittore circa l’essenza del contemporaneo, Ano sbalordì la commissione con una sentenza magistrale: la contrazione delle labbra in un risolino lussurioso. Gli esperti capitolarono, Ano sarebbe stato troppo desiderabile per il pubblico, non si poteva tenerlo fuori. Sia la consulta di intellettuali che i luminari della proctologia optarono all’unanimità per il bellissimo Ano. Come pronosticato dagli strateghi, la trasmissione fece il pieno di ascolti. Il picco di chier arrivò durante un confronto sulla capacità dei media di migliorare la società. Cercando di proferire parole ponderate, Ano fu colto da un brusco attacco di tosse petodefecante. Le telecamere vennero travolte dal letame. I telespettatori aprirono sorpresi la bocca bramosa. L’opinionista non viene senza il morto

La relazione dello psichiatra terrestre: «Il soggetto ha una curiosità morbosa verso atti sessuali e nudità altrui. L’osservazione di fatti privati è accompagnata da autoerotismo». È un guardone. Gli alieni sostengono invece che sia un gran signore. Sarà un maniaco sessuale – come dichiarano giornalisti e scienziati della comunicazione terrestri – ma la diagnosi di voyeurismo è compiuta dagli stessi che, secondo uno psicologo di Marte «hanno un interesse patologico per bambine strangolate e fenomeni affini. All’uomo che sbrigativamente chiamano voyeur interessa il sesso. I detrattori del voyeur preferiscono neonati sgozzati, fidanzate impiccate, ragazzi stuprati nei giardinetti e gang bang con cavallucci marini. Il detrattore del voyeur è il necrovoyeur. Il piacere del necrovoyeur è così grande che ne ha fatto una professione: l’opinionista televisivo». Indiscrezioni vogliono che un cameraman plutoniano abbia affermato che «La telecamera riprende mezzobusto gli opinionisti terrestri di cronaca nera per non mostrare cosa succede sotto: indossano pantaloni bagnati, non per autoerotismo, ma per auto-autoerotismo. La fuoriuscita avviene da sé in presenza del necrooggetto di cui si nutrono le loro ossessioni». Il guardone, a confronto, si contenta di poco, appartiene a un’altra epoca. È l’attore di un film in bianco e nero.

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La gioia

Va a spasso con un criceto al guinzaglio. Le strade sono piene di gatti. Esce di casa. Superato il primo isolato, il criceto scompare. Se lo è mangiato un gatto. Fruga nelle tasche e afferra qualcosa. Tira fuori le mani. Stringe un criceto. Altri si vedono arrampicati sul dorso della mano, con le unghie e i denti stringono la pelle fina del dorso. Se sapessero, non avrebbero fretta. Ha le tasche piene di criceti. Quello che pesca lo lega al guinzaglio. Gli altri li rimette a posto. Continua il passeggio. Un nuovo gatto si avventa sul nuovo criceto, ma non riesce a strapparlo via. Rimane una testa di criceto al guinzaglio che ballonzola col corpo straziato. L’uomo continua. Trascina il criceto. Trascina il gatto con gli artigli affondati nel corpo del criceto. A pochi metri di distanza lo seguono i gatti della città. Sopra di lui, dalla finestra, un telespettatore si masturba. Prostituzione per saltare le staccionate

La prostituzione è il fondamento del matrimonio, quindi della famiglia, in quanto funge da valvola di sfogo di pulsioni che nel nucleo familiare non trovano una corretta canalizzazione. Le linfe venefiche che percorrono gli sposi portano la casa allo sbando. La prostituzione è messianica. Libera la mente dai tarli, dalle perversioni nefaste, dai liquidi insalubri per la tranquillità di bimbi incolpevoli. La prostituzione affranca le famiglie dalle scorie putride che in queste si depositano. Come i cascami dei fabbricati fanno maturare tumori rapidi come gazzelle, così gli scarti dei bisticci fomentano la rottura. La prostituzione salva la vita, e in essa i matrimoni. Volete strangolare la vostra dolce metà? Fruite saggiamente della prostituzione. Tornerete tra le mura domestiche docili come agnellini. Ogni legame incontra ostacoli. Il ruolo principale, nella soluzione di un problema, è l’architettura dello stesso. Una prostituta vi aiuta a rappresentare il problema, che è risolvibile se a figurarlo è una mente serena perché ha goduto della prostituzione. La prostituzione aiuta dunque a saltare pericolose staccionate. Effetti collaterali della filantropia

Dialoga con tutti. «Ognuno ha del buono da dare. Sono aperto e disponibile». Ogni trenta metri incontra un deficiente con cui parla mezz’ora. Passa le giornate 66


trafficando coi sordi, e le notti pensando ai ragionamenti dei citrulli. Ne ama le debolezze. Li giustifica e comprende. Chiede loro di non alzare la mano contro il malvagio, piuttosto «Fatevi picchiare». Non è retorico quando dice: «Porgete l’altra guancia», «Amate il prossimo», «Sacrificatevi per il bene comune». È giovane. Pecca di fiducia e ingenuità. Non comprende che porgere la guancia a un peso massimo è gravoso, amare il prossimo che ci vuole fregare è controproducente, sacrificarsi per il bene dei potenti è blasfemia. Non si accorge che da dietro streghe gli tagliano i capelli e genitori gli mandano bambini scrocconi. È gentile. Se una iena ha fame, le dice: «Mangia del mio stinco». È un bravo ragazzo. La gente se ne approfitta. Si chiama Gesù Cristo. Estraneo

C’era una volta un ricordo, uno spazio in cui credeva di pensare, dove parole e immagini si muovevano liberamente combinandosi secondo insolite affinità. Un dubbio si è insinuato. Ha l’impressione che discorsi dati si siano sostituiti all’originale creazione di un tempo. È un dubbio balzano. Che la memoria sia diventata una serie di figure date è impossibile. Nondimeno, durante le conversazioni, ripropone cose ripetute fino alla nausea. Se non le replica, agli ascoltatori viene il voltastomaco. Provano repulsione per ciò che non dovrebbe dare rigurgiti. Per essere capito deve attingere a un bagaglio di ricordi altri che sembrano suoi, o forse suoi lo sono realmente. Per comunicare deve sintonizzarsi su di un immaginario omogeneizzato, parlare la sua lingua in un linguaggio altro, che ora è suo, o suo lo è sempre stato. C’era una volta un ricordo seguito da uno strano dubbio che infine si è dissolto, e ne è lieto. Se un giorno

Se un giorno, tornando a casa, il lettore troverà la mamma decapitata, non si adirerà per il crimine inflitto alla sua culla. Il lettore ha scelto di venire a patti col mondo, non andrà in collera col boia del nido materno per un giorno di riposo dal bene. L’abituale adesione al mondo è questa sosta lontano dal bene, per accettare minuscoli tumori. Allontanarsi dal bene è seminare un cancro. Il lettore non nega ad altri – è uomo di mondo – nuove impercettibili pause dal bene, perché non vi è 67


uomo che non abbia ragioni per seminare cancri volgendo le spalle al bene. Remissibile pensa essere il tumore che ha seppellito, così remissibili non sono gli infiniti sepolti da altri. Fiorisce, nei cicli di un tumorale pullulare, un giardino di pustole e putrefatta purulenza. L’ineluttabile logica cancerosa vuole il trionfo barocco della metastasi. Qualcuno, calpestando le suppurazioni, ne provoca lo scoppio. Da questa eruzione germoglia la decapitazione. Il lettore non serberà astio verso l’autore di questa possibile storia. Non è l’autore che la scrive, ma il lettore che la vive. Il topolino Chubby

La coniglietta di Allegra è ammalata. Un topolino le ha attaccato la tigna. Prima la coniglietta era piena soltanto di grattacapi. L’esile pelliccia è adesso escoriata. Si raspa affranta. Allegra, per darle sollievo, la strofina sul davanzale o le stropiccia il musetto con la scopa. Il topolino non si gratta, porta in dono beghe al terrazzo: palline nere, rogne, urla di spavento e psicofarmaci. Deve essere catturato. Nulla di più semplice e imbarazzante. Basta una tavoletta imbevuta di mastice, al centro della superficie appiccicosa un prelibato bocconcino. Il topolino Chubby, ignaro, posa le zampette per rimanere inesorabilmente bloccato. Trema. È terrorizzato. Fa pena. Non si guarda. La paura di Chubby è uno sparo d’aria nell’angoscia. Lunghissime discussioni e mani tra i capelli. Parte il babbo unilaterale. Al topolino viene spappolata la testa con la ramazza. Allegra è in disaccordo. Si poteva buttare il topolino nell’immondizia, così sarebbe finito nella discarica. Nella discarica sarebbe stato felice. C’è un topolino felice in meno, e il mondo è peggiore, perché un mondo con una felicità in più è un mondo migliore.

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GLI AUTORI

WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere elettronico ma ha vagheggiato lauree in filosofia e psicologia, poiché è rimasto legato sia alla giovinezza (studi classici), che alla speculazione tecnica della maturità professionale (cognitive computing). Si è di recente cimentato in un “saggio caotico” a metà strada tra il filosofico e lo scritto antropologico-culturale.

GIOVANNI BUZI è nato nel 1961 a Vignanello (VT). Diplomatosi a Roma all’Accademia di Belle Arti, soggiorna due anni a Parigi, dove entra a far parte degli artisti della galleria d’arte “Haut Pavé”. Torna a Roma e si laurea nel 1991 in “Arte Contemporanea”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo i romanzi Faemines (Libreria Croce, 1999), La signora dalla maschera d’oro (Il Foglio, 2009) e la raccolta di novelle Alchimie d’amore e di morte (Tabula Fati, 2007). È scomparso nel 2010 a seguito di un tumore. Maggiori informazioni sul sito http://giovannibuzi.net.

CLAUDIA CAUTILLO è nata nel 1967 a Roma. Laureata in Lettere con specializzazione in Storia e Critica del Cinema, è sceneggiatrice e autrice televisiva. Esperienze di critico, giornalista ed Editor presso riviste e case di produzione cinematografiche, ha poi esteso la sua attività al campo della comunicazione in qualità di Copywriter e Brand Strategist.

VINCENZO D’URSO è nato nel 1991 a Napoli. Poeta, scrittore, drammaturgo, frequenta Lettere Moderne presso l’Università Federico II di Napoli. È presente nei volumi antologici Luoghi di Parole Vol. 5 (Aletti Editore), L’alba inquieta del profondo (Edizioni Ensemble), La Solidarietà (Ravenna), Nuovi Poeti (Editrice Pagine) e Labirinthi vol. 4 (Limina Mentis Editore).

PIETRO GALLO è nato nel 1980 a Cosenza ed è laureato in Giurisprudenza. Nel 2007 si trasferisce a Bologna dove si specializza in “Ricerca e selezione di personale” e “Organizzazione Aziendale”. Lavora nel dipartimento H.R. di una multinazionale bolognese, ma per dedicarsi alla sua grande passione, la letteratura, decide di aprire una libreria che gestisce fino al 2010. Nel novembre del 2012 pubblica per Zona Editore il suo primo romanzo, L’Edipo Stravolto.

IDOLO HOXHVOGLI è nato nel 1984 a Tirana e vive a Porto San Giorgio. I suoi scritti sono presenti in numerose antologie e su riviste italiane e straniere, tra cui Gradiva International Journal of Italian Poetry (State University of New York at Stony Brook) e Cuadernos de Filología Italiana (Universidad Complutense de Madrid). Collabora con 24 Letture del Sole 24 Ore e Quasi Rete della Gazzetta dello Sport. Vengono qui proposti degli estratti dal suo lavoro Introduzione al mondo (Scepsi & Mattana edizioni). JOE KOWALSKI si diletta a scrivere da un po’ di anni. Ne ha 54, vive a Verona e fa il


geometra. In particolare scrive racconti, alcuni dei quali sono stati pubblicati su giornali locali. È alla continua ricerca di luoghi dove proporre i suoi scritti.

DOMENICO LETIZIA è nato nel 1987 a Maddaloni (CE). Laureando in Storia presso l’Università Federico II di Napoli, è esperto di cultura e storia libertaria, libertarian e azionista. Sulla rivista letteraria Satisfiction firma la rubrica “Incroci”, sui rapporti tra arte, letteratura e altre discipline artistiche. Collabora con L’Opinione, la Rivista Reset, Enclave, Notizie Radicali e Il Futurista. Scrive sulle riviste Una Città, Cenerentola, Libertaria, Carta Libera, Quaderni Rosselli, Fogli di Via e La Ciminiera di cui è membro di redazione.

PIETROPAOLO MORRONE nasce a Cosenza 13.700.001.976 anni dopo il Big Bang. Sin da bambino ha mostrato un particolare talento verso la ricerca delle attività meno redditizie possibili: la contemplazione mistica, la lettura, lo studio, la musica e infine la scrittura. Laureato in ingegneria meccanica, persiste, ormai da anni, a lavorare nell’ambito della ricerca scientifica universitaria, nonostante non abbia ancora, in tale percorso di ricerca, trovato un centesimo. Oltre ad essere autore di numerose pubblicazioni scientifiche, suoi racconti sono apparsi nelle antologie La valigia esplosa e La città invisibile (Coessenza). È ancora vivo. MASSIMILIANO PRICOCO è nato nel 1979 ad Augusta (SR). Sue poesie sono state pubblicate nell’antologia Poeti e poesia (2010), nella raccolta di aforismi Il viaggio è nella testa (2013) e sull’Agenda letteraria Opposto.net (2012, 2013, 2014).

ATTILIO SCATAMACCHIA è nato nel 1973 a Torino e vive con la moglie e i due figli in una città della costa abruzzese, in provincia di Pescara. Ingegnere, libero professionista nel settore della termotecnica, scrive più o meno da sempre. Ha esordito sul precedente numero di Alibi.

ALESSANDRO SCURO è nato a Genova. Laureato in Comunicazione Interculturale con una tesi su Paco Ibáñez e la canzone di protesta spagnola durante il franchismo, si è specializzato in traduzione editoriale dal francese e dallo spagnolo, tentando di portare alla luce opere e autori poco conosciuti o totalmente inediti in Italia. Cura la rubrica “A fior di tempo” sulla rivista indipendente El Aleph di Milano. Ha pubblicato una traduzione dei Proverbios y cantares di Antonio Machado (Aracne editrice, 2012). MARCO TROISI è nato nel 1978 a Napoli e risiede a Casalnuovo di Napoli (NA). Laureato in Giurisprudenza, è un appassionato bibliofilo, cultore delle belle lettere e della filosofia. Vincitore di diversi concorsi letterari, i suoi testi sono presenti in varie riviste e raccolte, tra cui Poesie 2011 (La Biblioteca d’Oro), Di tanta Rabbia (Associazione Culturale Librincircolo) e l’antologia di L’Erudita Editrice.


Rivista Alibi - Numero 3  

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