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Anno I - Numero 1 (Aprile/Giugno 2013)


Direttore e Curatore editoriale Ciro Maiello Illustrazione grafica della copertina Vincenzo D’Urso Hanno collaborato a questo numero: Alessandro Monticelli, Veronica Falco, Claudia Cautillo, Antonio Carano, Antonio Oliva, Massimiliano Pricoco, Walter Ausiello, Raffaele Guida, Giovanni Buzi, Pietro Gallo, Antonio Meli e Rubens Lanzillotti, Maria Antonietta Pinna, Vincenzo D’Urso, Valerio Guglielmo. Tutte le opere sono di proprietà esclusiva degli autori. Illustrazioni di: Fotologic: Clare #3 (pag. 9), Ghostgirl-Shanika: Surreal Acrobats (pag. 19). David Goehring: What I Saw in the Dark (pag. 20) Nine Stories (pagg. 26, 27), Viriditas at en.wikipedia: Female mannequins in the window (pag. 42), aNdrzej cH.: Stairs (pag. 47), Mangastarr: Abstract Asteroid (pag. 57), Marisa Sue: H (pag. 58), JoyDivision4: Non-Objective Drawing - XXX (pag. 67) Non-Objective Drawing - XXXI (pag. 68) Non-Objective Drawing - XXIX (pag. 69).


TRE POESIE di Alessandro Monticelli

In tavola pietà(nze) servite su piatti d’argento. Rischiarate dalla nudità imbarazzante di un rosario Dai colori sfiniti di stupore notturno. In camera i tuoi fianchi vivi Tradiscono fruscio d’ombra sul muro accanto al letto I corpi sono onde in controtempo E il desiderio viene soffocato dalla carne. Sul comodino un libro nel quale mi sono perso a metà Più o meno come nella vita. E tutto questo è già tanto. Ed è quanto.

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Si torturava l’anima con un sogno di perfezione Il suo era un lavoro raffinato costruito per l’aria. Quando partì fu un lutto albino E i visi contriti degli astanti Si mutarono di rugosità luminescenti. Così tutto quello che abbiamo improvvisato sognandolo Alla fine si somma e si confonde Nell’ingorgo di noi. Adesso scusa ti lascio Non c’è più campo Sto entrando in galleria. E il giorno dopo il dubbio Ti tira piano la giacca per strada.

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Nel femore della felicità Il ricordo è uno strappo muscoloso della mente. Una piccola notte infinita vedova di stelle. È l’istmo che lenisce promesse non mantenute. Certo, un giorno il tuo sorriso sghembo Confermerà una temprata verità. E allora nelle abissose stanze dei ricordi smarriti Si cercheranno con grande affanno Mirabilia dimenticate Discorsi abbandonati Frasi nascoste. Ma io saprò come oggi Che da sempre l’amore Nasconde le forbici aperte dell’abbandono.

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NATALIE di Veronica Falco

Sul ciglio della strada Natalie dormiva, portava un fiocco rosso, bianchi stivali. «Sei sveglia?». Una voce la accolse in un vestito di lana. Sul ciglio della strada Natalie si svegliava e il sole iniziava a sorgere. «Vieni con me?». Natalie rimaneva in silenzio, insieme camminavano. «Puoi fidarti di me, non ti farei mai del male. Vieni con me, domani potremmo essere morte». Sul fondo di un letto dagli angoli morbidi Natalie dormiva, che il cielo fosse ruggine o zucchero, che il mondo stesse per finire o no, che i suoi piedi divenissero sempre più bianchi o il suo cuore di latta. Ogni giorno, da quella mattina, quella in cui il sole tardò a svegliare il sud della Francia, Natalie afferrava una tazza di ceramica con una bicicletta disegnata sopra, una ruota s’era cancellata e lei beveva il thè. Nella stanza quadrata Natalie aveva creato la sua vita e Suzanne tornava dal lavoro e mangiavano crema, si dipingevano le dita, avevano ciglia per combattere guerre e far spegnere lune disoneste, avevano un cuore solo, sarebbe bastato per l’eternità, per il mondo, per ogni viaggio. Natalie un giorno stava sul davanzale appollaiata e deliziosa come una torta di ciliegie, lunghi capelli neri, frangia, occhi come smeraldi che conoscevano il male, come amanti. Le persone camminavano piano e i palazzi divenivano monocromatici e silenziosi nel turbinio del mercoledì. Natalie aveva la capacità di colorare l’inferno, di dipingere l’emisfero, come un cesto di frutta donava i suoi colori e quella mattina, la chiesa era piccola ed era lontana, e lei non credeva in Dio. Suzanne tornò e aveva corti capelli color arancio, lentiggini e un vinile fra le mani. Entrambe guardavano la loro assenza sprofondare nella piccola casa color mogano. Suzanne si avvicinò a Natalie e la abbracciò, le baciò il collo, le mise una sciarpa di lana attorno ai piedi. Natalie seguiva con lo sguardo una rondine e fra le nuvole, Suzanne la baciò, un bacio liquido, un bacio che non ammetteva rifiuti, la dolcezza del tramonto prematuro. Natalie scese dal davanzale solo dopo che il vinile fece un paio di giri, ascoltò We might be dead by Tomorrow, mentre Suzanne cucinava e gli odori le impregnavano i vestiti. «Non ti conosco» disse Natalie, abbracciandole la schiena. Suzanne mise un dito nell’acqua che bolliva appena, si girò verso Natalie e le pose le mani sulle costole, contornò il suo scheletro, sfiorò la sua pelle facendole scivolare le mutande con le fragole, indossava un vestito di lana nero, quel giorno, Suzanne, e Natalie rimase immobile, in piedi, mentre Suzanne faceva di lei l’eterna conosciuta, la settima nota, Ut, Ut la perduta. L’acqua scendeva bollente sul pavimento coi fiori barocchi e ossa sopra ossa Natalie e Suzanne rimasero nel letto rotondo, contando i loro capelli, uno ad uno. «Io

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ti conosco meglio di chiunque altro» sussurrò Suzanne nell’impaziente condanna del vinile che girava piano, bruciando il sole, che scompariva definitivamente. «Posso essere felice con te?» chiese Natalie. «Puoi rimanere con me» rispose Suzanne. «Posso aspettarti tutti i giorni su quel davanzale?». «Aspettami per sempre, te ne prego, perché io ti ho sempre aspettata». «Suzanne...». «Natalie?». «Io ti amo». «Natalie». La notte arrivò e il fluido di persone continuava a sciogliere la normalità, senza stagioni, Natalie la Gatta randagia, rimaneva in silenzio, abbracciata a Suzanne la temeraria. E quanti anni avessero, quante volte il cielo fuori piovesse, non aveva importanza. Come una spettacolare opera teatrale, come un video in bianco e nero dalla pellicola bruciata dal tempo, la loro immagine rimaneva leggera e senza paure su quel letto, nella piccola stanza al Sud della Francia, fra palazzi monocromatici e acqua bollente. Il tempo era solo una sinfonia senza rumori, che indisturbata le accompagnava, giorno dopo giorno, come se essi potessero contarsi. Un giorno Natalie la Gatta s’inventò di compire gli anni e raccolse i suoi neri capelli con un nastro rosso, quello che indossava il giorno in cui il tempo si perdette. Ricordò che era ubriaca e senza via d’uscita e immediatamente il ricordo divenne spettro da odiare e poi da cancellare. Come i bambini Natalie sorrise aprendo la finestra, il caffè espandeva il suo profumo per l’Europa intera e Suzanne tornò con un piccolo mazzo di fiori gialli, si mise al pianoforte e iniziò a cantare quell’unica canzone, quella del vinile, quella dell’incontro, quella senza porte, la canzone degli sconosciuti e dell’assenza, la canzone dell’amore che cresce piano, spensierato, fatto solo di poesia. L’amore che non porta con sé dannazione, l’amore che non corrode. L’amore degli amanti senza vita, quelli che gemono piano in una sola nota. Natalie abbracciò Suzanne da dietro e le toccò i seni, poi le ginocchia, Suzanne smise di suonare, le sussurrò che avrebbe voluto guardare la neve cadere assieme a lei, e fra i gemiti, a terra furono nude con gli occhi rivolti al soffitto, nude di tutto, eppure insieme. Natalie pensò alla neve, al suo candore e agli occhi di Suzanne la temeraria che l’aveva presa con sé, che l’aveva salvata da sé, che l’aveva portata lì, sopra i monti, sopra qualsiasi danza, sopra il mondo, al quarto piano di un piccolo palazzo e così pianse per la prima volta e pianse piano, sorridendo, cosicché Suzanne poté asciugare la sua anima e far addormentare quella felicità lenta, fra le sue braccia magre. Quando il sole arrivò di nuovo Natalie fu Polaroid e fiori fra i capelli, Suzanne era già andata via lasciando biscotti al cioccolato fondente sul tavolino verde. Natalie

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aprì la finestra, ne toccò i contorni, baciò il davanzale, mangiò i biscotti, entrò nella vasca da bagno e con le dita sfiorò il suo ventre, il suo sesso, toccò se stessa lasciando l’anima fra le gocce. Ancora bagnata si vestì e indossando il vestito di lana di Suzanne, scrisse una lettera, bevve il caffè, sorrise, annusò le lenzuola e chiuse la porta dietro di sé. “Sono al cimitero, i fiori gialli sono come un tempio di felicità, tu sei stata l’ape che mi ha punto e sono infetta del tuo prezioso amore. Vorrei che la neve cadesse, vorrei che tu restassi sempre con me, vorrei tenere la tua mano nella mia quando il sole sbiadisce dietro la pioggia fine. Sono Ut, sono la tua nota perduta e ritrovata, ma non esisto più. Canta di me, Suzanne la temeraria, canta e suona della tua Gatta sperduta. Grazie per il tuo silenzio, sfiorito dentro sette mesi. Il tuo cuore non ha avuto tempo. Non c’è tempo, non c’è mai tempo, ed io t’ho amata, per quel che so. T’ho amata, perché domani potremmo essere morte. Tua da sempre e per sempre, Natalie”. Un fiore giallo fra le scale cadde, Natalie la Gatta correva, correva lontano. Un fiore giallo Suzanne la temeraria trovò sulle scale, Natalie correva. Insieme sorrisero e non si videro mai più, ma s’amarono nel tempo e senza giorni, s’amarono come le lacrime, Suzanne la temeraria e Natalie la gatta, s’amarono come s’amano i fiori, e il giorno passò.

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LE DIONISIACHE PER UN GIORNO di Claudia Cautillo

I. Le tue antenne di ogni cosa fanno primavera, che come la rana senti la pioggia prima che cada luce su luce cenere alla cenere, e le molte tue bocche e le profonde gemme del sangue senza eredi, piccolo dio, piccolo orfano grigio verde alato di ali di piume, di ali di stagno. Ed è nelle ombre guizzanti forse tra opachi mormorii solamente o distratti la tua gioia che siede, perché le tenui margherite ostinate racconti, il girino perverso le rossoscuro rose la frivola biscia, tu a più di uno sconosciuto amante che avevi nascosto l’odore delle stelle. Si, tu ascolti la musica delle sfere celesti, vedi fantasmi nei raggi di sole e i rimorsi assenti d’oro pallido chiudi ad un dolore ignoto. Ma che ruoti la terra, si alzino i mari mentre sonnecchi svogliato di voglie dal tuo solito angolino, chiuso di voglie svogliate, chiuso di voglie di allori. Tu conosci i fulgori fragili dei mondi violetti e trasparenti, con la tua cintura di papaveri con i tuoi occhi nudi e le sottili dita di sole, se il tuo più schivo passo accortamente schiude viole da viole. II. Ed era rosso oro liquido fuso, fuso di rosso di oro, che chiedevi impaziente di fiamme di rosso di oro. Ed era fiamma ostinata che avevi ad una stella vicina, calore dorato di sé che imbiancavi di rosso di oro. E allora lampi di vita non vera, antica di miti di sogni di oro, ad una remota verità che mentivi di rubare una sinfonia di domande. III. La voglia di morire è dolce. Preziosa, non ha occhi. Ti dicono contronatura ma è polvere di viole, tu non credere. Didone Mishima Catone Silvia Plath Giuda Walter Benjamin. Aprono chiudono sfioriscono fioriscono di misteriosa incantevole grazia, allenta e contrae e tremula la piaga di sé e tintinnare di fresche incarnazioni. Ofelia Luigi Tenco Madame Butterfly Cleopatra... E il cielo chiuso, e gli dèi senza nome, e più e più le rose di vetro a terra spezzate inutili alle pupille dilatate del sangue. Eppure prudentemente, segretamente come il mio viso allo specchio fa, che ciascuna siepe di ghiaccio ogni più mossa piuma del suo canto facilmente nega, sebbene abbia aperto, aperto me stessa come ali di volo. Ma di tutti gli uccelli, di tutte le spine io non so chi vuole e non vuole né come: tranne ancora soltanto la notte e il silenzio lontano viola dei suoi molti sguardi assopiti. IV. Nel rosa del giorno muoiono astratte voci. La mia vita è rosa ma non in rosa, come

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cieli spirituali assorti bianche sono le vie del sonno in giochi misteriosi da te già accolti, da te respinti già. Bianco è il tuo nome, torrenti di bianche onde argento in te muovono appena. V. Voglio dormire in sogni blu tra purissimi silenzi violetti, e le stelle malva nascostamente libere a gocce e gocce di cieli spuntati di fede. E immeritatamente, nel mentre all’ombra di perpetuate rose, ascendere di superba distante gioia. VI. Spigoli di vecchi edifici per le tue vie mi appaiono le simmetrie noiose, vecchie suore severe che rivelando al passo pallido dei giorni di scuola, alacremente a condensare in fila per due la loro convenzionale pompa di stagnola bruno brunita, e fatua, per ampi altari di gesso in alto distanti trionfanti in trofei di putti-puttane, al chiuso di cortili di mattoni muti dove la bellezza non salva, spenta, apparsa e già subito spenta! Ma ad un tratto, al fondo del giardino, la mimosa perduta splende nuda di gioia barocca. Nel suo odore rotondo, dal poco del suo angolo, primavera gonfia di più gonfia primavera, è limpida senza fretta, senza fretta radiosa mentre rabesca d’ombra indorandosi a slacciare il suo grido giallo, tra un più delle sue vene che ad un giorno assente voleva fondere i frutti di morbida luce. E tutto tutto a lei intorno s’ingolfa e inonda, e il tallone che si alza e la mano che si tende. VII. Nasceranno rose da rose, se il passo di Pan è una fuga di fiori. Ad una ad una nasceranno se oscillano tintinnando echi che l’attonita sera distilla, di nuvole là in alto quando nel bronzo del crepuscolo, col suo flauto rozzo melodioso dalle pozzanghere opache, solitarie, che dal paesaggio mitico ad ignoti passanti aveva rubato armonie di parole, dunque stai certo, rose da rose nasceranno. Calda di attesa, lucente, se la voce è l’alba e la luce è l’alba, se accendendo oro e spegnendo argento, parlando il rosa-festante sé e tacendo polvere, allora scandendo il proprio nome rose da rose nasceranno, un bel giorno o un altro giorno. VIII. Se d’estate i discordanti fiori allevi agli occhi cerulei lisci come acqua, e soprattutto pensieri porpora ti assalgono, ma non un dio a proteggerti nel giorno che sgualcito crolla, al clamore del cielo luccicante allora rendila profonda. Lontana come una viola, vicina come una viola misteriosa torreggia la profondità ametista oscillante flauti, l’imperturbabile significante in significanti astratti che mischiando ad una bellezza sconosciuta le dissonanti armonie, avevi con ansia sognato lungamente, sì

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allora in attesa lungamente profetizzato l’acceso sciogliersi in gramaglie. Discutere dibattiti, contendere questioni, parlare parole del vuoto assoluto mentre meditando il credo tanto ferocemente atteso disciolto passato. Ecco il tempo degli assassini e delle viscere nude, il tempo senza se e senza ma che così mondo è un’arancia blu così rosa è una rosa è una rosa. È il tempo dei nuovi barbari, ecco il tempo delle grida fasciate nell’oro dalle immortali forme serene. Il nauseante odore d’infinito perché risponde a chi ai moltiplicati miraggi di sé ancora non è dato di non uccidere. Chi può temere di baciare il fango? Neppure le stelle sanno d’essere belle invano. IX. La bellezza salverà il mondo, la bellezza perderà il mondo. La bellezza se ne frega all’ombra celeste dei suoi giardini oppiati, curva avventurosa lanciata che su brezze e scirocchi corre fiori rosei da vigilia di festa. Ecco è viva, ha pensieri lunghi lunghi e giorni di chiarità perlacea, tutto verde di luce lo spazio intorno e le sue vie tortuose su rapidi cavalli, cavalli rapidi di sangue nutriti che le criniere da leone in lampeggianti onde muovono feroci di mosse ambigue. Molle come un dio del crepuscolo, è nel buio della sua linfa tace in riflessi d’oro limpido, tra i suoi diritti di rugiada e la sua melagrana spaccata, matura a sporporare sulla terra distratta la melodia puramente, gioiosamente incestuosa dei suoi passi. E tu corolla di canti muti, lancia dei dolori, è polline perenne il tuo respiro, ala viva che batte, tieni allacciata la corona del mondo tra chi aggiungendo piaghe brune languenti e togliendo aurore, fiorendo spine sfiorendo rose e ancora e ancora io ti dico lontana. X. Tra le forbici della terra quella pianta che non fiorisce, presso alcove di parole, ora festante pallida ora melodia beffarda di più astratte melodie, nell’attesa gravida di odori, nel blu dell’ombra nel rosso del sole, è là quella pianta a non fiorire viluppi di germogli, pigolii, squarci e scoppi ed aliti rossastri, non fiorisce con brucianti venti e crestati o a ridosso di logiche d’autore. Sù guardate fino a dove si curva lo sguardo, sotto cieli e cieli di zucchero fondente, in questo giorno scarico con i suoi faticosi fervori quella pianta che non fiorisce, e tu ultimo verde tra le vene d’argento, i tuoi fiori malsani, i tuoi stracci di gioia che hanno bocche di mille e mille bocche fatte, nella più interna polpa del mio cuore siedi riconoscente allora e come le coppe in alto riempi, versa ancora dolce oppio divino al mio sangue divaricato! Perché è laggiù, mentre solamente in un buio di larva, tra le erbacce, dove quella pianta non fiorisce, nella ruggine delle ortiche, molto prima del suo sonno, si nasconde là soltanto potente, intatta e profonda nella linfa la luce muta di quei fiori.

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XI. Tra qualche giorno ce ne andremo con corpi inondati di luce agli spigoli radenti di una luce settembrina. Più nulla resta o dolcemente increspata notte lapidante di dèi che cade tra noi un’ombra, danzatela la luna, alta su ciò che passa, e se urlano e cantano che germogli la rugiada a quell’unico buio cui devo il mio sole. Tra qualche giorno torneremo a mangiare il papavero e il loto, e non c’è più niente ormai a traboccare in rimbalzanti passi pieni come fiamme, dove tra qualche giorno ce ne andremo. XII. Forse pensieri indorati il tuo rosso che sdorano smorzano lenti, crudi, quasi a consumarlo. È fino a te che bussa quel muscolo floreale di vaniglia? Se il buio è la strada e la luce il luogo, davvero muove ancora, e scala, nella sua bellezza a te ignota, rotta da crolli e attese, scala e s’alza fino all’orlo delle tue ciglia! Danzava. Non importa capire il chiaro, liberato Dioniso a respirare nella luce del suo sguardo calmo. Non deve essere, solo viaggia oggetto inesauribile, accecante, perché la gioia sa e non chiede. Strati di senso su strati, vittoria del visibile, evidenza del reale... il tuo abitante dimentica primo tra i falchi l’essere nato, chino l’ovale pallido distratto in paesi senza strade. Ma ancora testardamente, quando ad un tratto per un angolo, e meno sonoro il sole risplende, la lattescenza scaglia la sua danza in oro crepuscolare, al chiuso di un istante passato, lontano irraggiungibile e non guerreggiato ritmo sacro ma perso l’enigma delle sfingi, ed ecco il miraggio, ecco la gioia. XIII. Generazione armata, perso è il dio dovunque sparso che gli altri dèi evoca. Moltiplicato miraggio, crollava il tuo cielo rovente a rimpicciolirsi tra le inaspettate svolte delle vie mentre alla fine, rotta la linea ormai dell’orizzonte, era al calduccio del tuo ventre borghese il leccarti le ferite, se un unico splendore, nessuno saprà fin dove, dal calpestato prato ti chiudeva lo sguardo, che come si può perdere ad un gioco intatto. Troppa fretta tutti i tuoi confini, tu eri il bersaglio ed anche la pistola, ma tutto posa ora, e col mondo intorno lo spazio rapinoso, e le stelle cadute, e il pane e le rose, perché dal fondo di un mascherato destino e inerte, a vorticare assente giace nudo dal tuo midollo nel grembo a tutti aperto. Ricordi? La rivoluzione non si fa con l’acqua di rose. XIV. Come mutato e lieve e mai più fosse notte, e non per sbaglio e non per odio ma fiammeggiante appeso orecchio della terra, tu cuore pallido, tu che dài, cuore di un solo sguardo, se ciò che ora è bocca assente e dorme sogni oscuri, inesauribile, la cruda

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inflorescenza spingi! Tu fuori dal sangue più per le tue vie smidolla, sguaina, sorprendi! Dai giardini improvvisi il tuo padiglione d’oro brucia. E non uno le farfalle in te spente può volare. XV. Colpo di stato, colpo di grazia, chi veramente ha perso? Nuda come acqua l’attesa è al di là, molto al di fuori della tua nobile rabbia che solo a tratti ombre improvvise radenti muri scrostati, e pallide inutili, assenti come mai prima, tra attimi fermi a grondare gli esiti specchianti di mille e mille occhi ovunque, e nessun mondo dietro mille e mille occhi ad uno ad uno, quasi opulente matrone fossero tutte le tue ore ingioiellate con ciò che hai in odio e allora non esiste. Nella piazza deserta, all’angolo di una via, sempre e sempre una strana chiarità ti accoglie, impassibile e cruda, cencio sfregiato che squama i rovi! Ma ancora dal cielo di nessun dio gioisci rinascere le profondità del tuo essere che al buio di vibrazioni chiuse aveva tagliato, si ingenuamente, maldestramente offeso un cerchio sporporato di leggende. Ed è solo sul mitra lucido nelle tue dita tese, oltre il tuo rigore che dal fondo si distacca, dritto e rigido, un gesto lungo di secoli in bilico, fino a dove l’immagine del mondo si rinnova e convalida. XVI. Tra lievi voli argentei il chiasso dorato perché non luce ancora è nel suo sguardo, anzi. Forse ombrava la tua spalla acuta, come il mio corpo fiotta da ogni vena più verde acerbo da quando ti ha perduto. XVII. Fresche le nuvole crescono di bianco danzando appena e una fuga di spine come ultima primavera di fango e nascosta di germogli tuona da sé sola quando il distaccato muto oscillare di eredità solcante, di eredità stordente a borghesi tremori in sosta, ma no grazie. Se tu a chi non chiede né mai osa osare rosa festante pallida e acerba con anarchico splendore cammini di rabbia e tra abissi di vette e cattivi maestri, tra buoni maestri cattivi orgogliosamente che soltanto invano percorsi da dolori di gioia, voi che al chiuso di vecchi brividi in agonia, mendicanti in affitto a voltare schiene, perchè tuona in accordo la vostra scordata lira a quel distaccato muto oscillare di eredità suadente e vibra riflette occlude, no grazie. E ancora e ancora, a te ridondante oggetto senza fine a vivere spigoli che sfiorare non concede è nel silenzio ostinatamente senti crescere l’erba con i suoi fili di niente che alle tue molte vive orecchie apre mentre i barocchi fragori sotto l’ombra dei tuoi passi in rimbalzanti tempi delle minuscole trasparenti radici intestardite premono e squarciano. Ma quanti e quanti mondi costruisci di mondi di neve che di canti così fondi e forti muovi di giovanis-

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simo amore-tigre-di-carta, fin dove allora un altro mondo di mondi mai non nati nascerà di neve nuova. Fresche le nuvole crescono di bianco danzando appena e tu ultimo verde, tu onda unica, dio o dèa papavero sonnifero in giardini improvvisi e tu in rupi e marèe non arate rumore che specchia inflorescenze ma noi brilliamo più del sole perché morire va bene, si certo elegantemente, con grazia rivoluzionaria si allora su sparsi marciapiedi in un rosso e giorno alto di fiera funesta quiete in finestre da socchiudere, verso distratti parcheggi al di qua di portoni a mezz’ombra si va bene, gettagli le sue maschere tra perlacei sonni come ingrigiti merletti e strappati ai balconi perbene dietro stracci di bandiere, con le sempre e sempre fresche nuvole crescenti di inutile bianco rovescianti di luce. XVIII. Viola, contraddizione intatta, lutto d’essere chi nella chiusa mano schiaccia il suono che gli altri dèi evoca senza la fame di nessuno dentro tante bocche, come fosse velocità mossa dietro il vetro del viaggio ti sogno di sogno totale nel riflesso che in te dura, se solo un commovente azzurro a stordirsi di blu. XIX. Cuore di molte bocche, occhi di molti cuori bussate al mio respiro, le mie porte hanno chiavi sicure a camminare sulle acque, spremono i riflessi dagli specchi, i silenzi dalle frasi e fin dentro il sonno a mani aperte toccano. XX. Con occhi d’oro laggiù nell’alba la città stordita. In paesaggio di vicoli bevuti dai palazzi attende Roma guerriera. Profonda grazia accesa come immobile cilestrino attendere e voli e voli in alto a tremare, svanire, di bianche scie serene forse davvero dentro inaspettati pomeriggi di festa ho visto gli ossuti marciapiedi nascondere come un canto di sconosciuta nobiltà. Un cantare-suono violante, una nerociliegia rossoscuro melodia di danze antiche già cieche bussando alle porte senza aprirle, nella luce immobile ai piedi della piazza dalle molte grida, coi vostri cuori di latta alle naufraghe orecchie in divenire nel mentre della folla. Cane Nero cane della nuova razza per labirinti ostinati che a caso vagabondare in quartieri ignoti della città assente distratta, ore ed ore congelate in sogni clandestini, ore del fiume in piena nel pugno stretto, fiume dalle molte bocche mute. Ma un giorno mentre al chiuso di portoni, oltre facciate anonime quando la rossa gioventù in colonne, in una stanza tranquilla e fonda, prima di ogni scelta al di là di ogni gesto batte e batte solamente viva ostinatamente batte sorda la riva selvaggia del tuo fiume.

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XXI. Viola violante viola tenera d’acciaio in un mondo morto e vivo, lungo gli anni io t’ho ritrovata volume spazio di moltiplicata febbre, chiaroscura presenza ne odorerò la luce rinfranta in profumi di bagliori e fuoco alle stelle di immobile nausea e fuoco alle limpide acque chete fuoco alla bianca azzurra bianca di cenere estate. Sapere essere uomo sapere ammazzare il tempo saper vivere saper morire ma non di noia agli occhi di specchi ora infranti ora interi e cento e mille specchi ad uno ad uno, saper ricordare saper dimenticare per vedere bruciare l’acqua pura l’acqua di filo dove il lampo si fa spillo, saper essere erba al nascere ferro tenero alla forgia oro rosso in colata, essere la sorgente di perenne opale e sempre ancora essere al solo tuo cuore nudo una stilla di sangue una stilla di fuoco. XXII. Tu donna-fiore un nulla ti fa immobile per sempre al mondo che tutto muove e canta, che tutto smuove e grida. È il ventre tenero fangoso, germoglio inaudito a te, dio o dèa nessuna, e là tu posi ancora come calice bagnato dal solo e nudo orlo, Baubo divaricata oscena rosa, se tutto questo spensierato a languire giù, più giù giace nel profondo aperto molle grembo delle cose. XXIII. Sia ancora una volta la vostra morte, o dèi immortali, nel cielo murato di specchi e come a noi è voce della luce il viaggio delle stelle, ogni cosa che è ha la sua legge. Il suo nero rinnova in ventri teneri molli che ad oscurare nel tutto vibrante si compie, e si conobbe fretta di sangue, ed acerba, e polverìo di luce, sia tu cantando incolume rabbia che d’interna linfa accesa ardendo, a gemere inutile ardendo, tu la corona del mondo ad ardere slaccia, contro lo spazio partecipe slaccia, tu sciogli dissolvi rinnova corona di linfa di sangue a gemere ardendo. XXIV. Stare su una bianca collina una fiera stella rotonda, dentro fili d’erba congelati a versare un’oscura notte alta di blu, in alto in alto più blu e oltre più oltre più viola, gettare spargere inutilmente vicino a sentire la tua neve levarsi fragile bassa salirescendere, e attonito vento quando vortici stagnanti addormentati a una foglia eternamente morta che volteggia a caso. XXV. È per te questo mondo omicida se lo scopo di morire è vivere, di guardia all’essereonda circonda il nuovo verde di vecchi specchi rotti, acque salate a difesa, infranti merletti spumosi sgualciti da quel silenzio è che sotto frivole coperte trasparenti av-

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volgi, e fredde, sì così senza fare niente, seduto immobile, sì così solamente vedere bruciare il suono di cupo metallico viola, ne odorerò la luce intatta-nera dell’odore del mare. XXVI. Ma la musica scendeva oro messaggio doppio nella strada alata. Dove la parola annega uguale madreperla dentro gli sguardi all’infinito, hashish vuoto ghirlanda di bocche socchiuse che dalle finestre spente imbianca in rabeschi il colore del sonno. Fantasie rosse, fantasie nere. Quando melodiosamente, trasversalmente cade a me infinita tenebra di luce, ambrato canto di ignoti fantasmi distrattamente e pallidi e dolci e stanchi salirono. E a varco a varco tra le evanescenze il papavero cullare, cullare, cullare. Alto l’ovale vano di occhi acquosi e paesaggio onda di suoni in vie di lunghe ore mollemente trascorse, prima che Pan danzi, allaccia quell’odore di porpora grassa, avvolgi la porpora di febbre sottile, e sogna! XXVII. Sacra la notte parola su tutte, come solenne e stanca di attesi cieli curvi in divenire. Sbianca tu sbianca la città malata evanescente e tu che osservi e sulle ginocchia posavi ancora dorate, piegate, piegate con tua cupa eleganza. E ferme e ferme in fondo il pallore incerto del tuo viso opalescente come il ricordo opalescente, pupille d’erba medica e polvere, spariscono piano brunite le stelle, pupille d’osso, pupille cera e fango, il mondo si svuota, compatta la trama si sfalda che fugge. XXVIII. In silenzioso inobliabile gesto tu con nuvole in corsa al fondo degli occhi, se eludi l’ingannevole luce a spartire nel vorticoso centro, e viola distante lontano, ti sbarazzo che urge del mio sangue unico solo, ferro di salda fiamma, alla fine d’archi di cielo sfilaccia, scarlatti, ingravidati, e nessun essere più se ciò bastasse, e nessun dio ma tu. XXIX. Le vene si dilatano onde arricciate, più forte più alto più mio il posto delle fragole di narcotici incontri, squamosi incontri espansi a latenti desideri. Fiotta il sangue e pulsa, batte sfonda ramifica torbidi sogni ad azzurrare la pelle, là fuori, al di là di tutto batte sangue batte sordamente sfonda di freschi brividi d’agonia, e lunghi, nudo l’inferno e le sue schiere, pulsa porpora stagnola e trombe d’oro gli angeli nei loro cieli! Gira la terra gira tra cosmiche ferite, sostanza e soffio, e lattescente immagine di sperdute figure lentamente e vaghe e incerte e dorate risucchiarono al fondo. Nel mentre risacca di parole di pallido zucchero tra distratti corpi stillanti, sgocciolanti

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a sbiadire io vedo profumi diffusi soavi perlati galleggiare muscoli languidamente, dolcemente in distaccato oblio tra le mie ossa liquide. XXX. Vae victis grandezze d’un tempo, fuggono che silenziose piene di rivoltate febbri e nobile rabbia a oscura gramigna, corre veloce verso l’anello chiuso la mia sfregiata bandiera alla larga rispondenza che tutto incastra. XXXI. Se le stelle esplodono miracoli che non puoi capire, e diluvi cantano di tenebre incendiate, ardenti, e sangue ingravidato, ricorda stinge l’adorata luce scarlatta urlando ad abbagliante dolore, ecco si perde, pregnante smarrito sfilaccia la trama laggiù solo accucciato in disparte, sinistro ardente e nudo finalmente nudo nella polverosa teca del suo avvenire. XXXII. Sogno di molti sogni, io sono quello che aspetta. Niente da nessuna parte mi è nascosto, tu sogno di molti sogni, dal primo battito di ciglia tutto è chiaro come la tua luce. Rotondità perfetta, perfetto incontro rapido e traboccante, oscuro e perduto, perduto con me, con me perfetto. Tu mosse bufere, placide maree, d’ora in poi mio oceano insondabile gonfio, salso mare presente non-luogo, con me con forte presa, sogno di molti sogni, con me intatto! Ed è per te, che volgi la testa a risacche pallide opaline sognando, che ora posata dormendo, tu di debole rosa dormendo, posata oscura perduta dormendo ad un cuscino di morbida spuma. XXXIII. Essere non-luogo alla pazienza della primavera, dio o dèa o voi o molti dèi. Coi nuovi barbari tessi l’incontro, e gli efebi amabili dai molli fianchi e gli angeli muti in colorati sospiri scoprivi. Ma salivi ad un tratto dal mare inseminato, di primavera inseminato, e nel mare biancheggiante dal fondo salivi, di oro fine salivi, dio o déa tra incerte ombre di morti oscura sperduta. XXXIV. La corona del mondo si allenta lungamente in bilico posata sull’orlo dell’abisso, sull’orizzonte distesa, a tutti disciolta, corona liquida ovunque a noi sparsa. Ma tu nel cerchio delle braccia sinuose sorriso di incerti volti in divenire, vaghi volti come schiere di corvi ruotare. Dài oro agli ampi spazi e il mosso ovale alto levato e il getto tremulo dei tuoi sogni, ti guardo e ti guardo in un’aria di vetro ad un molle sole chiuso. Ruotare e ruotare corvi di lieve, luccicante oro a lentamente distendere il

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tempo fino ai confini del giorno la divina indifferenza, oro lieve soave indifferente al di lĂ  della neve regale e schiva, piĂš lieve indifferente oltre la notte bianca di suono, di suono nera, musica bianca distante che luccichi oro dal cielo slegata e scende e muore.

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L’ANTRO E POI di Antonio Carano

L’antro e poi, ancora, il bosco. Esco o, forse. Persa è la memoria del passaggio, la parola chiave, e poco rimane, tra occhi e mani, di minime eredità di luce. Solo neve cuce, ora, su fosforo e fosfeni, un intervallo d’anni, di strappi feroci e affanni, mentre bulimici centurioni, custodi del nulla, spartiscono ancora, ignari morti, inganni e panni.


ad maioraNA racconto di Antonio Oliva

I pochi clienti della bassa stagione sistemano le valigie nella hall dell’albergo. Amalfi è ancora più bella nel tardo pomeriggio, come tutto. Il personale dell’albergo attende il tramonto: a breve qualcuno potrà staccare e tornarsene a casa. Il bambino biondo è in piedi al centro della hall, circondato dal viavai dei presenti. È triste, e non sa perché. Sarà l’estate che finisce, sarà il clima che già preannuncia il rigore della stagione fredda, sarà una sorta di tetro presentimento: ti manderanno alla scuola materna. Sarà che si è divertito, specialmente quando ha visto quella enorme ancora gialla come i suoi riccioletti normanni: indossava una maglia nera abbottonata sopra la tshirt blu scuro, perché non prendesse freddo in uno di quegli eterni pomeriggio-sera di uno di quei nuvolosi mesi di settembre. Il suo papà gli ha anche scattato una bella foto sopra il porto, vicino a quell’ancora gigantesca anche per qualcuno molto più grande di lui. La conserveranno a lungo, quella foto. Si divertiva, il bambino, e non pensava al ritorno a casa, né pensava che potesse essere tanto triste tornare, né già tanto sciocchino e sentimentale da affezionarsi così tanto a un semplice hotel. Sai quanti hotel dovrai girare in vita tua, se ti trovi un buon lavoro serio? Il bambino è frastornato. Si siede sui morbidi cuscini neri dei divanetti che costeggiano le pareti tutt’intorno. E si mette a piangere. La sorellina piccola sta lì buona buona, e lui piange rumorosamente, non senza una certa sorpresa da parte del personale dell’albergo. Non è certo il primo bimbo che frigna, ma non capita tutti i giorni che qualcuno, seppure quattrenne, pianga in modo così plateale prima di andar via da quell’albergo. Se ci fosse il direttore, dovrebbe essere soddisfatto. Ecco, guardi cos’ha combinato! Lei, l’architetto, l’ingegnere, l’arredatrice, l’imbianchino, fino all’ultimo facchino, cuoco o cameriere, adesso sarete contenti! Avete fatto un posto così bello da far piangere un bambino! Invece quelli non hanno fatto niente. I genitori del piccolo lo consolano, gli chiedono che cos’abbia. Ma non lo sa neanche lui, semplicemente nel momento in cui deve andare via, non vuole farlo. Non può farlo. Per i Romantici si chiama spleen, per gli elegiaci latini nequitia. Ed è appena all’inizio del suo viaggio alla scoperta di un mondo di distacchi, di addii distratti, di superficialità.

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L’uomo ha una bara al posto della testa, da ciò si evince che non è un uomo. Nella mano destra impugna una piccozza. Attorno a lui, pugni chiusi emergono da gusci di lumaca, chiedendo più case, per tutti, mentre due amanti, nel vicolo, che è la loro casa, si stringono sul materasso seminudi, lei davanti e lui dietro a cingerla con il braccio sinistro. Una donna pedala in bicicletta a piedi scalzi, taglia 46, tre ditoni ognuno. Il tizio con il feretro al posto della testa stringe anche la mano sinistra. Dentro la mano c’è un collo. Il collo, lunghissimo ed esile, è quello di un uccellaccio, giallo anche lui come il tizio; la sua testa, tonda, è sormontata da un cappello a cilindro come quello dei prestigiatori, il suo sorriso è ebete, gli si vede solo l’occhio sinistro e questo è il simbolo del dollaro: $. «Sono le 4, amore, è ora di tornare a casa. Questa immobile lotta sarà qui anche domani, come tutti i giorni». «Io mi affaccerò più tardi dalla finestra a dare uno sguardo. Così, metti che proprio stanotte gli vien voglia di tagliargli la testa». La statua di pietra discende la fiancata diroccata della chiesa di Monteverginella e attraversa via Giovanni Paladino. È notte e il camion della nettezza urbana ritira enormi carichi di spazzatura. Il rumore tagliente di una cascata di vetri fa da contraltare ai motorini che passano, ai giovanotti che ridono, all’università, un mostro che sempre sbuffa aria, solenne. La statua avverte un senso di rovina sublime. Come al solito. Percorre vico Orilia. Probabilmente è la via più importante di Napoli, la conoscono tutti e nessuno: spacca a metà l’università Federico II, mettendo in comunicazione via Mezzocannone con via Paladino. Se non ci fosse, tutti noi cammineremmo sempre il triplo. Detto questo, nell’economia metropolitana le sue mansioni sono: fungere da cesso per esseri umani, ma soprattutto per le loro bestie, che arrivano gonfie come palloni aerostatici e se ne vanno via sollevate; ospitare eroinomani. I suoi vecchi basoli sono sempre imbiancati dalla polvere degli eterni lavori che si svolgono nei dintorni per trasportare nel ventunesimo secolo, a poco a poco, i muri e le strade della città dei secoli precedenti, per assicurare il minimo indispensabile a tamponare la situazione almeno fino all’indomani, per non perdere tutto. Ormai i basoli rimangono bianchi anche se la polvere va via. L’hanno accolta dentro di sé e adesso staranno insieme abbracciati per sempre. La polvere non è più sopra la strada, ora la polvere è la strada. Per terra è un percorso ad ostacoli fatto di residui organici, rifiuti, siringhe, infatti la strada è meglio conosciuta come il vico delle merde. Vi si affacciano porte metal-

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liche che portano chissà dove, chiaramente all’interno dell’università perché le altissime fiancate dei due edifici universitari di Mezzocannone sono l’unica cosa che c’è nello strettissimo vico Orilia, che non si trova all’università, ma è composto, formato da essa. Nessuno sa dove conducono queste porte. A metà strada ci sono quattro scalini non a prova di motorino e dappertutto si ammirano disegni murali urbani, alcuni dei quali sono molto belli. Il vico fa schifo, ma non è colpa sua, è colpa di ciò che c’è sopra, di tutto ciò che gli viene quotidianamente perpetrato. È un po’ quello che succede a Napoli, in Italia, sul pianeta Terra nella sua totalità. Queste e altre cose pensa la statua mentre cammina. Nessuno sa chi è Orilia, né si è mai posto il problema, perché nessuno ha mai letto l’insegna del vicolo, noto più che altro perché ci facilita il percorso dall’università al pitaro di via Paladino, luogo di ritrovo di studenti o sedicenti tali, davanti ai quali mai bisogna dire via Paladino, ma sempre via del Pitaro, o non ti capiranno. La statua percorre Mezzocannone fino al fatidico largo Girolamo Giusso. «Ciao. Non ti dico il mio nome, perché io sono il Santo Patrono della tua città e tu sicuramente mi hai già riconosciuto. Stasera compio 500 anni e dunque sono sceso a fare un giro anch’io». «Ciao. Mi chiamo Pasquale. Ho 19 anni. E bevo una Peroni». La scrivania è ricoperta di macchie, e ogni macchia equivale a una tazza di caffè che ha scacciato sonno, emicrania e dopo sbornia, commutandoli con pensieri creativi pari quasi a quelli procurati dalla sbornia stessa. Una lampada comprata un pomeriggio d’autunno illumina le poche idee che ho in testa e le poche ore rimaste, e tutte si dileguano in egual maniera. Provo sì, provo no, provo a scrivere un po’ in prosa, tanto lo so che ricomincio con le solite pose, e abbandono, lo faccio sempre, perché non sono capace di comunicare niente se non con macchie di immagini più o meno autoreferenziali. Filomena dice che dovrebbero togliermi la laurea (le lauree), e ha ragione, anche se mi chiamano prufessò, come mio nonno che lo era davvero. Qualche tempo fa avrei aspirato una lunga boccata di sigaretta, peggiorando la situazione del mio colon, già rompipalle di suo. Nella stanza a fianco amici si godono un film. Io no. Solo in questa stanza dai muri di colori diversi e tutti rotti, l’ennesima che dovrò lasciarmi alle spalle. Negli ultimi anni sono successe tante cose qui, ho scritto molte pagine con la mia Olivetti che i miei genitori mi hanno regalato per un compleanno anni ’90 e quelle tazze di caffè sempre tra le dita. Ma ora basta, le pareti della casa non parlano più di noi, domani si parte e non mi rassegno a questo mo-

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mento, anche se lo aspetto praticamente da quando sono arrivato in questa casa dove non funzionava niente e dove abbiamo costruito molto. Questa città mi mancherà, è inutile negarlo. Sono sempre quel bambino nella hall dell’albergo amalfitano, del resto. Desideroso di tornare a casa finché non scopre che la sua casa lui non sa ancora dove sia. E si mette a piangere. Il Grande Agglomerato del Sud mi ha visto piangere tante volte. Anche otto anni fa, quando sono arrivato, per la nostalgia, oppure per qualche problema che ora sembra così piccolo. In questo momento non riesco a pensare al ragazzo sorridente, ben pettinato e con la camicia viola infilata nei suoi jeans costosi che l’altro ieri ha attraversato corso Umberto a pochi metri da noi e si è infilato correndo nei vicoli che salgono verso Forcella: il ragazzo brandiva una pistola che ha puntato verso la macchina che gli procedeva contro, quindi è salito sul marciapiede che lo separava dalla meta. Non riesco a pensare a tutta la gente che ha visto e si è fatta, ovviamente, i fatti propri, come sempre, anche perché credo che tutti loro abbiano già avuto dimestichezza con una scena simile almeno una volta nella vita. Non riesco a pensare a Peppe, il nostro rapinatore di quartiere che ci inseguiva fin dentro i portoni di casa, e al fatto che lo (ri)conoscevamo tutti anche da lontano, nel buio della notte, sul suo motorino chiaro senza targa, con la sua corporatura scheletrica. Mi ricordo che anni fa comparvero in centro certi foglietti appesi ai muri con lo scotch, come quelli di chi affitta casa, che mettevano in guardia da lui. L’arte di arrangiarsi, nostra, sua, che era stato licenziato. Era un habitué, Peppe, ma non aveva l’esclusiva. Non riesco a pensare a chi preferisce i quartieri a rischio alle cosiddette terre di nessuno, dove la camorra e i suoi affari non fungono da gigantesco deterrente nei confronti della microcriminalità, dei piccoli delinquenti degli scippi in motorino per capirci. Io ho abitato diverse zone dell’Agglomerato, e ho notato che nella pratica succede proprio così. E non riesco adesso a pensare a questo, o che a un certo punto Peppe è sparito. Non riesco a pensare a tutti quelli che sono spariti, che non ce l’hanno fatta, alle convivenze di merda, all’università allo stremo, tagli riforme e leccaculo. Nemmeno al fatto che tra poco devo essere giù a divertirmi, e per stasera, per un’altra sera ancora chi vuol esser lieto sia. No. Penso alle cene, tutte le serate, i momenti belli e quelli meno belli, mio padre che mi porta qui e mi dice, tanti anni prima, davanti a un altro tavolo e a un’altra Olivetti, di scrivere semplice e andare al sodo. E l’ho fatto. Non come gli snob in-

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capaci che ho incontrato poi, tutto fumo e niente arrosto, che leggono venti libri al giorno e non sono capaci di mettere sul tavolo un’emozione che sia una, giocare la loro partita, rischiare e stare al mondo, barricati dietro nebulose parole senza dio e senza eros, corrotti schiavi della moda e del sesso, corpi senza vita. E poi ci sono loro, i rivoluzionari figli di papà che domani impersoneranno i loro stessi nemici, i duri e puri cui basta una kefiah e una bestemmia gratuita al volume giusto per scandire a puntino il loro sentirsi alternativi, i poeti depressi che inflazionano la parola anima, i parcheggiati. Quanto a me, mi ci vorrebbe un lavoro serio, da onesto mestierante della parola e della vita. Non dell’anima. E la certezza, che arriverà, che ci rivedremo domani, mio meraviglioso, decadente, sempre sognato Agglomerato. Un’altra stanza mi ha insegnato la poesia, possa ora questa, come musa invecchiata e polverosa, donarmi la sintesi su questo quaderno giallo che abbiamo comperato il giorno prima della laurea in un viaggio psicofisico volto ad alleviare il caldo e la tensione con la peggiore nemica dell’artefice: una irraggiungibile distrazione. Remember, we always have a choise. Possa, questa stanza, tradurmi in prosa. E ricordarsi di me mentre qualcun altro guarderà di notte nelle aule universitarie dove la luce, nessuno sa perché, è stata lasciata accesa. O forse nessuno lo noterà più. Fuochi d’artificio. Non petardi, ma proprio fuochi d’artificio. Il rumore proviene da piazzetta Nilo, attraversa piazza San Domenico Maggiore e si propaga per Spaccanapoli correndo verso piazza del Gesù Nuovo. La luce illumina i palazzi di via Mezzocannone e il rosso della chiesa di un giallo vivo. Sembra una festa, un tripudio arancione, oppure una di quelle cerimonie cafonissime al termine delle quali il festeggiato segnala al mondo che è il festeggiato. Pare che nel centro storico questo segnali invece l’arrivo di una partita di droga. Da piazza San Domenico non si riesce a vedere niente perché piazzetta Nilo è nascosta dalla facciata di palazzo Corigliano che fa angolo. Sediamo sulla solita fioriera in pietra piena di piante rovinate e bottiglie vuote. «Hai sentito?». «Sì». «Vanno tutti a vedere». «Andiamo anche noi?». «Andiamo a vedere, così capiamo anche noi… o no?». Fine. Forse.

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POESIA DEL PALINDROMO di Massimiliano Pricoco L’11-02-2011 Il preludio n.1 di Bach collassa su sé stesso regolare moto sulla circonferenza con al centro la nota fissa del buio sulla semiretta, ne consuma in ugual misura dagli estremi fino ad un unico cuore che si spezza; dopo aver suonato una nota una nota ossessiva, ritorna all’infinito del silenzio. ……………………………. L’11-02-2011 Le macchine da scrivere scrivono al centro dei fogli i bordi sono particelle di tempo hanno la stessa età di vita e di morte formano cilindri che ruotano col ticchettio dei metronomi. …………………………….

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L’11-02-2011 Il cufico va incontro ai grafemi i grafemi vanno incontro al cufico spartendosi un uomo che prega gli apostrofi che il vento piega; è la celebrazione delle simmetrie la meccanizzazione dell’arte per l’inventiva della scienza, lo sgretolarsi del mare e del cielo fino a toccarsi. ………………………………. L’11-02-2011 Giove è una coincidenza meditata di gas attrae numeri primi ad ugual distanza restando il solo che non ha tre pianeti al suo fianco; anche la sua solitudine è un palindromo in un’elisse che s’inverte in amore ed odio perso nell’immobilismo dell’equilibrio.

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IL SOFTWARE È UN PREGIUDIZIO di Walter Ausiello

Il software è un pregiudizio, osservando la questione da diverse angolature. Nella sostanza, un software traduce in simboli che possono essere rielaborati da un automa sciocco e inconsapevole un ragionamento già fatto da tecnici o persone appartenenti ad uno specifico settore tecnologico o culturale. I simboli che enucleano la conoscenza nella sua base di dati specifica e le procedure da applicare ad essa sono poi presenti in un sistema di memoria elettronica convenzionale e soggetti a revisione manutentiva e correttiva sempre e solo con intervento umano. Quindi un software è un ragionamento intrinsecamente pregiudiziale che esprime uno spazio finito di possibilità già analizzate e quindi autolimitato. Da un punto di vista antropologico-culturale c’è il vizio di fondo interpretativo che vorrebbe ravvisare intelligenza o scelta consapevole nei programmi per computer. Questo è il pregiudizio epocale verso sistemi che in sostanza automatizzano procedure e controlli automatici caratterizzati in se stessi sempre dal preciso limite di interpretare, nel caso più fortunato in modo ineccepibile, una specifica funzione nata da un’analisi tecnica di requisiti di sistema. Il pregiudizio più ampio lo si vede nell’aspetto mass-mediologico legato al web e al suo avvento che ha stravolto la strategia di ricerca delle informazioni e la relativa reperibilità, sia dal punto di vista della quantità che della prestazione tutto sommato a buon mercato per quanto riguarda i costi infrastrutturali pubblici e privati sempre più esigui. Qui il software si è imbattuto nel paradosso fondamentale: c’è tanta di quella informazione, che non si informa più; c’è una tale reperibiltà, che conoscere è divenuto reperire, con grave crollo della categoria della conoscenza ontologica e della assimilazione reale del frutto della ricerca, quasi che sapere, interpretare, metabolizzare la conoscenza siano da porre a latere della disponibilità della informazione e che l’esercizio di stile stia nel saper reperire piuttosto che nel sapere. Non a caso il web eccelle come strumento di ricerca di informazioni d’uso, rendendo accessibile a tutti il bureau ed i servizi più disparati. Nelle sue forme piu alte – il web semantico e i sistemi di emulazione del ragionamento umano – il software mostra la sua natura finita di analogia incompleta della realtà di cui già il pensiero umano razionale, ad onta dei suoi voli iperbolici e delle meraviglie della matematica superiore, è una forma sofisticatissima di analogia.

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Non a caso la scienza spiega la natura nella categoria del come ma non del perché. Il pregiudizio culturale dell’intelligenza artificiale è un pregiudizio per una elite intellettuale che nella sostanza dimentica il risultato di Gödel della incompletezza della matematica che, insieme alla relatività generale, si pone come antefatto del limite del pensabile: ancora una volta queste gravi dimenticanze ci portano a notare il pregiudizio. Lo spazio speculativo dei filosofi incontra la metafisica nell’enunciato “non tutto il vero è dimostrabile”, che immediatamente stabilisce i limiti da attribuire alla riflessione “non tutto il reale è indagabile con approccio scientifico”, un approccio autoritario per il pensiero razionale ed oggettivo per cui la ricerca scientifica è quasi finalizzata alla conoscenza come una implementazione del pensabile. Il software è un pregiudizio anche come affare privato nella dimensione esistenziale e collettiva degli addetti ai lavori che operano in questo campo di attività: il pregiudizio lavorativo e talora industriale della infallibilità del progetto che pure nel suo manifestarsi più subdolo, sebbene sporadico, va ravvisato come un limite intrinseco. Il pregiudizio aziendale è di ridurre il software nel suo nascere ad attività manifatturiera sic sempliciter, o che esistano consulenti onnipotenti capaci di garantire risultati strabilianti con costi sostenibili… ma questo è un pregiudizio ampiamente analizzato nei libri di management e di ingegneria del software… Come la musica, il software si articola nel tempo e può avere una sua estetica: l’estetica del ragionare ben posto che è l’ambiente giusto per il cosiddetto pensiero emergente, che talora può fare apparire ragionamento la deduzione ed imbrigliare nel paradosso della complessità numerica dei casi il salto qualitativo che è peculiare delle facoltà cognitive più alte, l’auto-consapevolezza dell’io pensante. E questo è il pregiudizio di un pensiero non dimostrato: se la molteplicità che la tecnologia ha reso abbordabile sia sufficiente a generare il passaggio superiore, se in altri termini da moltitudini di asserti dal carattere sintattico possa emergere una semantica. Certo duplicando perfettamente un cervello in una macchina quest’ultima ragionevolmente dovrebbe pensare. Ma se pure pensasse, cosa rilevabile vedendo la sovrapposizione perfetta tra input ed output tra la macchina ed un essere umano come ci insegna Turing, cosa penserebbe di se stessa e dell’uomo?

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DUE POESIE di Raffaele Guida

L’ASSASSINO DELLA LUNA Con i miei pezzi di placenta addosso mi trascino verso il sogno dell’esistenza questo

filo

teso

tra

due

mentre dolori e vagiti scivolano a terra lentamente abbandonati da un Io rimasto sospeso sopra il malinteso di nascere. Non ho deciso io di far sentinella alle notti né di questa febbre che mi tormenta e consuma. Consegnarsi ad un non voluto narcisismo decidendo la propria fine o illudersi di sfidare la sorte inventandosi una volontà giorno dopo giorno? Piccolo ridicolo uomo ti guardo allo specchio e rido di questo tuo insopportabile dramma. Eppure tremo la notte orfano di quel senso di morte appena svanito che mi sorregge e culla nei giorni dei tradimenti e degli scherni. Nei giorni dei tradimenti e degli scherni nei quali mangio piccoli bianchi sassi amari, mi immagino senza testa su un binario cercando di nascondere un’isterica risata.

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infinità


Ma non c’è tradimento più grande di quello di esser stati sottratti al buio. Voglio fiumi di vino, non voglio sapere più chi sono. Sentite questo vigliacco che vuole darsi delle arie. Avreste forse qualche spicciolo per farlo ballare come una scimmia ubriaca? Scusami amico mio, mi sono distratto. Voglio lasciarti con un’ultima confidenza. Non guardare i sorrisi del mondo. Non improvvisarti salvatore delle sorti. Misero colui che in vita non ha mai desiderato di morire. La vita mai lo trapassò ma si limitò a cedergli il passo. Curvo tra i canneti all’imbrunire attendo la luna con un coltello in mano. Due falci che si annullano nello stesso sogno.

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OGNUNO HA UN COLTELLO Silenzio, non ci sei che tu. Barcolla nel buio uno scheletro tenendo tra le dita una bilancia a due piatti. La lascia oscillare sopra la mia nuca. Il piatto vuoto pretende un peso per una crudele e necessaria armonia Lascia che il pesante fardello dei dolori non detti rompa le tue ginocchia. Silenzio. In questo gioco al massacro non hai vittime. Sei solo. Ti terrorizza sapere che nell’esorcismo del tuo nascosto male l’unico che potresti morire sei tu? Lascia passare anche questa notte lascia che la gigante luna rossa riposi in nere vallate che i tuoi desideri giacciano in simulacri d’ambra intrappolati al bisogno d’un volo partorito da palpebre assonnate. Non credere in un eterno mutare se ancora singhiozzi. Ritorna dai tuoi dolori laddove i gesti più meschini sono stati consumati. Ma ognuno ha un coltello, è tanto più affilato quanto più ci si può specchiare. Una donna sta pettinando i suoi lunghi capelli.

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PROFONDO BIANCO racconto di Giovanni Buzi

Dove sono?... Sono forse morto? Sorrido... Riesco ancora a sorridere. A respirare. Sto faccia a terra. Ma quale terra? In che anno siamo? Come ho potuto perdere del tutto la memoria? *** A occhi chiusi, cerco di capire su quale superficie mi trovo. Né liscia né rugosa. Né fredda né calda. Né morbida né dura. Sembra plastica o pelle. Quel tipo di plastica che imita la pelle. Anche dall’odore sembra qualcosa più vicina alla gomma che al cuoio. Schiudo le labbra e sento con la lingua. Non sa di morte, quel sapore inconfondibile di pelle trattata con acidi. Non oso muovermi. Forse ho le ossa fracassate. Forse c’è qualcuno che mi sta guardando. O più d’uno... Chi? Resto in ascolto. Niente, nessuno. Muovo un braccio. Riesco a muoverlo! Porto una mano al viso. M’è cresciuta la barba. Quanti giorni sono che non mi rado?... Non resisto: devo sapere, voglio vedere! Apro di scatto gli occhi. Bianco. Puro bianco. Solo bianco. *** Resto col torace incollato al suolo. Sono ferito? Non avverto dolori, solo uno stordimento, come avessi ricevuto un forte colpo dietro alla nuca. Non ho né freddo né caldo. Alzo il mento da questa superficie di plastica liscia, opaca. A qualche metro da me, un muro. Sembra della stessa materia, della stessa consistenza gommosa. Indubbiamente è dello stesso colore: bianco. Mi guardo intorno: quattro pareti, pavimento e soffitto completamente bianchi.

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Nessuna finestra. Nessuna porta. Nessun rumore. Neanche un brusio di sottofondo. Dove sono, cosa faccio qui? *** Mi alzo. A parte lo stordimento, niente di rotto. Non sono ferito, neanche contuso. Indosso ho pantaloni e casacca d’una stoffa che sembra cotone: bianca. Né scarpe né calzini. Nient’altro su di me, neanche un orologio. Che ore sono? Che giorno, mese, anno, millennio?... Possibile che abbia perso del tutto la memoria? Eppure... una visione... come un’immagine sembra emergere dalle acque torbide d’un lago. Grigio scuro... sembra asfalto. Sì, è una strada asfaltata! Un marciapiede, facciate di palazzi, finestre... Che città è?... Un movimento dietro un albero; qualcuno s’avvicina. Un viso, una bocca: «Buongiorno, signor...» e tutto sparisce. «Signor...», era il mio nome quello che seguiva? Il mio nome... Come mi chiamo? La vista s’annebbia. Il bianco che mi circonda da ogni lato si sfoca, si fa traslucido come ghiaccio. Devo restare sveglio, non voglio perdere il poco che mi resta di coscienza. Spingo i pugni sulle palpebre chiuse: un lampo rosso! Riapro gli occhi e intorno a me: bianco, bianco, solo bianco! *** Ma che cazzo ci faccio dentro questo cubo bianco? Chi mi ci ha messo, perché? Nessuna finestra, nessuna porta, nessuna apertura. Il pavimento dev’essere più o meno quattro metri per quattro, come le pareti e il soffitto. M’avvicino a una parete; c’è una sorta di lavabo con sopra un tubo. Passo sotto una mano ed esce un getto d’acqua. Solo in quel momento mi rendo conto della sete che ho. A bocca aperta bevo, bevo, bevo! Se hanno intenzione di farmi morire, non è di sete. Ma chi e cosa vogliono di preciso da me?... In un angolo della parete di fronte a quella col lavabo vedo qualcosa a terra. C’è un’apertura nel pavimento, un buco d’una decina di centimetri di diametro. Sarebbe lì che... Per forza, o lì o sul pavimento. Sento la vescica piena. Ne approfitto; abbasso i pantaloni, e piscio. Che sollievo!... Mi sento stanco, molto stanco. Istintivamente mi dirigo verso l’angolo opposto, mi sdraio a terra, abbasso le palpebre. ***

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Nel dormiveglia, m’appare un’infinita scacchiera a tasselli colorati. Giallo, rosa, verde, arancio, viola, rosso, turchese... A turno, senza nessuna logica apparente, s’accendono, s’illuminano sempre più, poi si scuriscono e si spengono. Non resta che un nero opaco, una superficie di lago notturno che un vento debole increspa. Un vento che non fa rumore. Ho l’impressione di sollevarmi, lievitare... Senza peso navigo in uno spazio senza gravità, in un universo senza più centro né periferia. Sono nello stesso tempo in ogni luogo e in nessuno. Scomparso ogni affanno, ogni timore. Sereno, immerso in un oceano fluido e nero, vellutato come inchiostro. Dagli strati di buio e silenzio prende corpo un segno mobile. S’accende di blu e s’agita come un serpente degli abissi. Un altro, un altro ancora... in pochi secondi sono circondato da milioni di queste creature che schizzano veloci e squarciano le tenebre in un dibattersi luminoso, accecante! Apro di scatto gli occhi e intorno a me tutto torna... bianco. *** Quanto tempo ho dormito? Lo sciamare di quelle serpi fluorescenti m’ha rinvigorito. Mi sento molto meglio. Sparito anche il mal di testa. M’alzo. Stiro i muscoli. Respiro a fondo. Mi guardo intorno; non vedo nessuna fonte luminosa, eppure all’interno del cubo c’è un chiarore diffuso, costante. Da dove viene? Dovrei smetterla di farmi domande. L’unica cosa che posso fare all’interno di questa prigione è cercare d’esplorarla. Vero è, che c’è poco da esplorare. Tranne il lavabo, il tubo e il buco nell’angolo, non ci sono che quattro pareti, pavimento e soffitto completamente lisci, della stessa materia bianca. Con la coda dell’occhio un riflesso; come un balzo di luce proviene da una parete! M’avvicino e all’altezza dei miei occhi scopro uno specchio di circa venti centimetri per venti incastonato nella materia plastica. Mi guardo. Quella faccia non mi dice niente. Un perfetto estraneo; un uomo d’una trentina d’anni, occhi e capelli neri, barba incolta su guance incavate e mascella regolare. Una faccia come tante. Possibile che quel viso sia il mio? È questo che gli altri vedono quando mi guardano? Scoppio a ridere: quali altri?... Chi potrebbe vedermi all’interno di questa scatola bianca e come? *** La cosa più terribile è perdere la nozione del tempo. Per me non esiste più né

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notte né giorno, né sole né stelle, ma un solo istante biancastro, stirato come un laccio elastico all’infinito. Per non restare sempre seduto a terra, cammino in circolo, corro. Più veloce, sempre più veloce... Stremato, mi lascio cadere sul pavimento. Spero una sola cosa: che almeno il sonno mi porti via da questo cubo. *** Mura bianche, porte chiuse, scale di pietra. Strade vuote. Tagli di luce ed ombra. Rondini rigano un cielo azzurro. Laggiù, tre palme frusciano al vento. Dove sono?... Profumo di spezie e mare. Da una muraglia scende un glicine in fiore. Profumatissimo. Muri, ancora muri. Vie s’intrecciano come trame d’un tappeto. Spigoli bianchi. Porte chiazzate di verde muschio. Scale scendono tra vicoli, altre salgono e restano sospese. Nel vuoto. *** Non ricordo quando è successo per la prima volta. Stavo seduto a terra quando ho sentito un leggero ronzio. Mi sono girato. In fondo a una parete ho visto aprirsi un rettangolo di circa venti centimetri d’altezza per quaranta di larghezza. Ho irrigidito ogni muscolo, pronto a scattare, fuggire (dove?...). Con mia grande meraviglia, ho visto uscire un vassoio con sopra una ciotola. Stesso ronzio e la parete s’è richiusa. Come un animale selvatico, sono restato immobile, circospetto. Passato qualche minuto, con cautela mi sono avvicinato. Nella ciotola c’era una poltiglia biancastra. Sembrava commestibile. Non sapevo d’avere così fame. Ho annusato. Nessun odore. Ho messo un dito in quella poltiglia. Sembrava riso stracotto nel latte. Ne ho assaggiata un po’. Nessun sapore. Ma avevo fame; il contatto con quella materia dall’aspetto commestibile m’aveva risvegliato un crampo allo stomaco. Ho divorato quella roba come una belva che non ha mangiato da giorni. All’inizio tenevo la ciotola con la mano sinistra e con la destra portavo quella roba alla bocca. Un po’ m’è caduta. Ho continuato a mangiare, a leccare tutto a quattro zampe come un cane. Né buona né cattiva: insipida. Ma scendeva nello stomaco e calmava la fame. Finita, mi sono accorto che anche la ciotola e il vassoio erano commestibili; una specie di ostia compatta e friabile. Ho divorato tutto, ho leccato ogni briciola a terra. Sazio, mi sono disteso sul pavimento e ho cercato di non pensare. Ho chiuso gli occhi e, pancia in sotto, mi sono girato. Ho sentito lo stomaco digerire ogni molecola, assorbire nuove energie. Lentamente, nella mia mente ha preso forma uno sciabordare d’onde... Profumo di salsedine. Calore. Di fronte, aperto, sconfinato un oceano di luce. Il rumore delle

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onde sembrava placarsi in un accordo oleoso... Parole sussurrate... a occhi chiusi, ho sentito carezze... Il mio sesso s’è indurito. Al ritmo delle onde, l’ho passato sulla superficie di plastica, che ai miei sensi s’era trasformata in sabbia calda, accogliente. Ho fatto l’amore con la terra, coi raggi del sole, col vento che veniva dal mare. Il ritmo s’è intensificato. Il mio cazzo è lama che penetra la sabbia, lacera, feconda. Un urlo e nella mente è esploso un lampo blu! Ho aperto gli occhi e sono restato a guardare... il bianco sul bianco. *** Non voglio addormentarmi. Più d’una volta sono stato assalito da incubi terribili: esseri viscidi, mostruosi, che mi circondavano da ogni parte, s’avvicinavano con aliti nauseanti, tentacoli squamosi, aculei, denti ricurvi, artigli... Sono troppo stanco, non riesco a tenere gli occhi aperti... Flash e suoni confusi, voragini, colate di lava... tutto viene assorbito da una nebbia mobile, fluida, che s’ispessisce fino a diventare una lastra di luminosità astratta, lattea. *** Non ho trovato carta igienica, né dentifricio, asciugamani, sapone... M’arrangio. E sempre questo cazzo di bianco tutt’intorno! Bianco bianco bianco! Dappertutto bianco! Solo bianco! Sto diventando pazzo o già lo sono? Chiudo gli occhi e vedo ancora... BIANCO. *** Ho deciso: lo distruggerò. O sarà il Bianco a distruggere me. Come?... Non ho inchiostro, colori, vernici; niente di niente. Sì, una cosa ce l’ho ancora: il mio corpo. Merda. La prossima volta non la farò nel buco. Accovacciato al centro della stanza, mi concentro e riesco a fare un grosso stronzo marrone scuro. Perfetto. Senza far caso alla puzza e al disgusto, affondo le mani nella merda e comincio a tracciare sul pa-

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vimento cerchi, spirali, impronte di mani, rette, zig zag... Vengo assalito da una vertigine euforica e insozzo con la merda pavimento e pareti. Mi guardo intorno: ho distrutto il Bianco! Almeno l’ho graffiato, sventrato. Quella puzza nauseabonda mi entra nei polmoni, nello stomaco, in tutto il corpo. Vomito! A getti violenti, acidi. Che schifo... tutto questo esce da me, dal mio corpo! Perché questa tortura? Perché? Cado a terra e, faccia al pavimento, chiudo con forza gli occhi. Urlo, fino a cancellare il silenzio, fino a che la gola si secca e non ho più fiato. *** Ho pulito tutto. Mi ci è voluto molto tempo. Ho utilizzato l’acqua del rubinetto e i miei vestiti. Nudo, sto seduto in un angolo. Meglio il bianco o la merda? Difficile scegliere. Ho deciso: giocherò d’astuzia; cercherò di vedere cosa c’è al di là della parete nel momento in cui esce il vassoio. A che mi servirà? Forse a niente, ma voglio tentare. La cosa complicata sarà indovinare da dove uscirà il vassoio; la “finestra” s’apre ogni volta in un punto differente. Mi siedo al centro del pavimento. Ho deciso di contare fino a 100 prima di spostare lo sguardo su un’altra parete. L’uscita del primo vassoio l’ho mancata, così come le tre seguenti. Ma la quarta non m’è sfuggita! Ero arrivato a contare fino a 36, quando ho sentito quel “bzzz” e ho visto aprirsi la “finestra”. Mi sono catapultato in avanti fissando l’apertura. Con un colpo d’avambraccio, ho tolto di torno il vassoio e ho puntato lo sguardo al di là della parete. Niente. Niente, cazzo, niente! Anche di là: bianco, bianco, solo bianco! Mi sono alzato e ho dato testate violente contro quel muro capace d’assorbire ogni colpo. Non sono riuscito nemmeno a farmi male!! Anche il lavabo e il tubo sono della stessa materia insensibile, spugnosa. Ho infilato un braccio nel buco dove faccio i miei bisogni. Ho annaspato a destra, sinistra. L’ho tirato fuori e l’ho guardato con disgusto: cosa ci si poteva trovare in un buco dove si caca e si piscia? ***

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Quanto tempo è passato? Non lo so e non voglio saperlo. Al centro del pavimento, braccia sotto la nuca, guardo in alto. Lassù, oltre il soffitto, mi sembra di veder muoversi lente ondate di vapore che s’accorpano, s’ingrossano, sfilacciano... Poco a poco quelle nuvole scompaiono; resta un cielo color celeste chiaro, trasparente. Lontano, maestoso, vedo il volo d’un uccello... Dev’essere un condor, o un’aquila. Un volo planare, lento, spiraliforme. Sta cercando una preda, un roditore, un serpente tra le rocce o una carcassa? Si dice che quei rapaci possano sentire il puzzo d’una carogna a chilometri di distanza. Com’è bello quel volo!... Sembra rintracciare traiettorie antiche, misteriose piste legate al movimento delle stelle... Chi direbbe che è soltanto una danza di morte? *** Cosa stanno aspettando? Cosa vogliono da me? CHI??... Aspettano forse che canti, che inizi a saltellare e cinguettare come un canarino? Che ballonzoli da una parete all’altra come una scimmia, che in qualche modo li diverta?... Accontentiamoli. E come un canarino saltello e cinguetto, come un saltimbanco faccio piroette, come una scimmia ammaestrata ballo e mostro la faccia contorta in smorfie, le braccia-ali il torace la pancia il cazzo il culo... Niente. Non sono ancora contenti! Non si manifestano. Restano nell’ombra, oltre il loro BIANCO di merda! M’accascio a terra. Non ho voglia d’urlare. Cosa, contro chi? La testa contro una parete, ho l’impressione di sentire qualcosa... come una musica lontana... o no, è un canto, il canto d’un vero usignolo... da dove viene?... chi l’ha portato fin qui? forse è arrivato da solo, m’ha sentito cantare e risponde... Scrosci d’acqua... fruscii del vento tra fronde d’alberi... dove sono?... ruscelli, rocce, tremiti d’acque pure e trasparenti... devo essere in montagna... voci... Sì, voci umane!! Qualcuno chiama un nome... il mio? Un trillo... uno scampanio... un carillon... una ninnananna... dolce, mi culla dolce... occhi scintillanti, un sorriso rosa... sì, ricordo: è mia madre. È mia madre che mi chiama.

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*** Ho deciso di farla finita. E so anche come. Mi lascerò morire di fame. Avrò il coraggio d’andare fino in fondo? Guardo la pappa insipida nella ciotola, e per la prima volta non sento fame. Qualcosa m’impedisce d’ingoiarla. Perché restare in vita, in queste condizioni? Potrei aprirmi le vene e morire dissanguato; più rapido e meno doloroso. Almeno la mia ultima visione non sarebbe questo bianco che mi porta ogni istante verso la follia. Vedrei rosso, rosso. Ma ho il terrore del sangue... non ho mai potuto sopportarlo, né il colore, né l’odore, né la consistenza. Mi fa ancora più ribrezzo del bianco. Come ammazzarmi allora? Darmi pugni sulle tempie, sbattermi contro queste mura bianche, molli, indifferenti a tutto, anche alla rabbia? Non mi resta che morire di fame. Il difficile sarà gettare vassoio e ciotola nel buco dove faccio i bisogni. Sarà questione di pochi attimi, il tempo d’accartocciare e gettare tutto dentro come fosse merda. *** Sono già più di dieci vassoi che riesco a gettare nel buco senza neanche guardarli. Ho fame, ma ormai ho deciso: non voglio tornare indietro. E il tempo passa... le forze m’abbandonano... non getto neanche più i vassoi nel buco, li lascio marcire là dove escono dalle pareti... E il tempo passa... Quanto?... Faccia a terra. Occhi chiusi. Quando sento che ogni forza mi sta per abbandonare, con uno sforzo sovrumano, strappo coi denti la pelle dell’indice della mano destra e col sangue traccio una sola parola: “Stronzi”. *** All’interno del cubo, una delle pareti si sgrana fino a scomparire. Attraverso una nebbia biancastra, appaiono due forme. Due sfere semitrasparenti del diametro di circa un metro; una azzurra, l’altra viola. Senza toccare il suolo scivolano lentamente e s’avvicinano al corpo immobile a terra. La sfera azzurra s’accende all’interno di pulsazioni, ramificazioni; sta comunicando con l’altra. Tradotto nel nostro italiano suonerebbe pressappoco così:

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«Allora, che te ne pare?». La sfera viola s’anima a sua volta, «Siamo nella norma: 56 giorni, più o meno come gli altri». «Pensi che ci saranno modifiche da fare?». «Sarà il laboratorio a deciderlo. Prelevo il dischetto». Dalla sfera viola s’allunga un braccio-tubo semitrasparente che va a posarsi dietro all’orecchio del corpo riverso a terra. Spinto un bottone sottopelle, dal centro del cranio scatta su un dischetto simile a un CD. Il braccio-tubo l’afferra al volo e lo veicola all’interno della sfera che di nuovo emette vibrazioni luminose: «Fatto, non ci resta che sollevare il corpo e portare tutto in laboratorio». Dalle due sfere si libera un fascio d’onde appena visibili che fremono nell’aria e sollevano il corpo come fosse un foglio di carta. «Ehi, guarda là!», s’illumina la sfera azzurra. «Dove?». «Là a terra». «Che roba è quella?». «Me lo chiedo, è la prima volta che capita». «Che stranezze ha tracciato a terra?». «Mai vista una cosa simile...». Sul pavimento risaltava d’un acceso rosso carminio la parola “Stronzi”, scritta col sangue artificiale del robot modello Terra-Uomo numero 86 in CSPB (Collaudo Sopravvivenza Profondo Bianco). Secondo le recenti leggi dell’agosto 18045, sul pianeta Astrolabio della Galassia Ifigenia, era diventato obbligatorio, prima di venir immessi sul mercato, il collaudo di 100 esemplari d’ogni nuovo modello di robot. I modelli Terra-Uomo erano costruiti con una nuova tecnica che utilizzava campioni congelati di vero DNA degli estinti abitanti della Terra, un pianeta facente parte del sistema solare, esploso da millenni. Ciò che più si temevano erano eventuali “interferenze”; gli abitanti di Astrolabio avevano già avuto spiacevoli incidenti con la produzione di robot manipolando materiale proveniente, tramite commercio intergalattico, da luoghi e tempi remoti. «Scatta una raggio-foto, la porteremo al laboratorio». Dal corpo della sfera viola schizza a terra un lampo; la strana scritta è registrata. Quello era il solo robot che prima dell’autodistruzione aveva lasciato una traccia tanto curiosa. Non restava che consegnare tutto al laboratorio e aspettare i risultati.

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PALOMAS racconto di Giovanni Buzi

Acapulco, agosto 2003. Caldo soffocante. Un taxi si fermò sotto a un alto edificio bianco sulla litoranea. Alba, la signora delle pulizie, aspettava di fronte al portone d’ottone e cristallo. Portava un vestito nero un po’ stinto a piccoli fiori gialli e su di esso un grembiule su cui era riprodotta in rosa fucsia, gigante la Torre di Pisa. Era piuttosto bassa, rotonda, aveva i capelli ispidi, d’un marrone grigiastro e gli occhi marcati da un forte strabismo. «Buongiorno, lei è il signore del 401?» disse a veder scendere dal taxi un uomo d’una sessantina d’anni con indosso un leggero completo avana chiaro. «Sì, buongiorno» fece l’uomo sollevando appena dal capo una paglietta démodé, «lei deve essere la signora Alba, piacere Alessandro Velli» e dicendo ciò, stese la mano. La donna lo squadrò da capo a piedi con i suoi occhi strabici, dopo un attimo di silenzio, passò la mano sul grembiule, strinse quella dell’uomo e disse: «Ben arrivato». «Grazie» rispose l’anziano signore mentre prendeva dalle mani del tassista la sua valigia, anch’essa di foggia antiquata. La signora Alba distolse un poco il capo, come a dire che lei non era certo intenzionata a fare da facchino. Il signor Velli fece finta di non aver visto e s’avviò spedito verso il portone d’ottone e cristallo. La signora Alba notò che l’uomo, a dispetto dell’età, aveva un che di leggero nel passo, una sorta di piccole, invisibili ali. La hall dell’immobile era abbastanza vasta, a sinistra accanto a due ascensori, s’alzava una rampa di scale in marmo chiaro, lo stesso del pavimento. Alle pareti, d’un bianco dubbio, colpiva un incavo rettangolare di circa due metri di lunghezza per un metro e mezzo d’altezza. Dalla muratura a vivo fuoriuscivano vari legamenti di ferro arrugginito. «Cos’è successo lì?» domandò il signor Velli alla signora Alba. «Niente» rispose questa ciabattando verso la rampa di scale, «c’era una decorazione in ceramica. Se la sono portata via». «Chi?». La donna si fermò, con i suoi occhi strabici squadrò quel tipo, infine fece con la mano un gesto indecifrabile e disse: «È la prima volta che viene ad Acapulco, vero?». «Sì, perché?». Senza dar segno d’aver sentito, la signora Alba prese a salire i primi gradini della scala. Il signor Velli depose il bagaglio al centro della hall e disse: «Signora, non potremmo prendere uno dei due ascensori? La mia valigia è piuttosto pesante». «A quest’ora non funzionano» rispose la signora Alba continuando a salire.

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«Qui gli ascensori funzionano... a orario?» chiese stupito il signore. «Poi le spiego» rispose la donna accompagnando le parole con il gesto di poco prima, quasi il tentativo di scacciare un qualche invisibile moscerino. Alessandro Velli prese un gran respiro e la seguì tirandosi dietro la valigia. Arrivarono su un pianerottolo esterno su cui davano varie porte. Nel cortile c’era una piscina attorniata da palme, una completamente spoglia, le altre con i resti di qualche foglia sfrangiata. Sull’acqua torbida galleggiavano due lunghe foglie ingiallite. «Ci si può fare un tuffo, è in funzione?» chiese l’anziano signore alla donna. «Altroché se è in funzione!» soffiò questa alzando gli occhi in cielo; una pupilla slittò sulla destra, l’altra sparì completamente. Una breve pausa e ripeté: «altroché se è in funzione! Se n’è già mangiati sette». «Sette che?». «Persone. Affogati. Il primo fu un nano, tipo vent’anni fa, poi un’altra nana, insomma quasi nana, una señorita non più alta di così» disse la signora Alba mettendo la mano a taglio sotto al suo naso. «Poi fu la volta del canadese dell’803, due anni dopo la signora del 902. Sempre quell’anno, a fine stagione, due fratelli di dieci e otto anni». Arrivati al quarto piano, si fermò di fronte alla porta fatiscente del 401. Inserita la chiave nella serratura, iniziò a rigirarla in tutti i sensi cercando inutilmente d’aprire la porta. «Erano arrivati da mezz’ora...» riprese il discorso la signora Alba, «quando si dice il destino! Quanto ha urlato la madre! Io li ho visti per prima. Stavano là, proprio al centro. Galleggiavano. Li ho chiamati, credevo che giocavano a fare i morti, invece... Questa maledetta porta!» diede due, tre strattoni, infine con una spallata riuscì ad aprirla. S’entrava direttamente nel soggiorno munito d’una grande portafinestra a vetri che dava sulla baia. «Che bello!» esclamò Alessandro Velli. «Sì, la vista può andare, ma l’appartamento è tutto una rovina!». «Non sembra» fece l’uomo guardandosi intorno. «Come dice: non sembra». «Ci sono due camere, vero?» cercò di cambiare discorso il signore. «Sì ci sono due camere, con i materassi su un blocco di cemento come vede. I letti di legno se li sono mangiati le termiti. Tutto si mangiano! Trovano un punto debole, scavano un primo bucherello, tanto piccolo che nemmeno lo vedi, invece ci s’istallano, ci mettono su famiglia e arrivederci e grazie! Fuori i mobili sembrano nuovi, non si vede niente, però a volte capita che uno cade così, puff!... una nuvola di polvere e sparisce» detto ciò uscì dalla camera e si diresse di nuovo nel salone. «Il tavolo è di vetro perché quello di legno un bel giorno, quando una famiglia che

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affittava l’appartamento stava mangiando, sparì di colpo. Sembrava solido, invece le termiti se l’erano rosicchiato tutto dentro» la signora Alba s’immobilizzò, stette in ascolto per vari istanti. Con gesto felino afferrò uno strofinaccio dalla spalliera d’una seggiola in metallo e splack! diede un colpo secco sul vetro. «Fuori una!» esclamò soddisfatta, poi si rabbuiò e agitando lo strofinaccio in aria aggiunse: «per una che ne ammazzi, dieci ne nascono. Al 1201 hanno tutti i mobili di pietra». «Ci sono dodici piani?». «Sì, all’ultimo ci stanno solo due appartamenti. Bellissimi! Bene, lo erano perché adesso sono abbandonati, come quasi tutto l’edificio». «Non mi vorrà dire che tutto questo grande palazzo è disabitato» chiese il signor Velli decisamente meravigliato. «Disabitato no, ma quasi. Al 106 c’è Sam, un altro povero cristo all’803, una signora al piano di sopra, è tanto malridotta poveretta che non esce quasi più; sono io a fargli la spesa. Chi c’è ancora?...». «Quanti appartamenti sono». «Novanta. Per Natale sono quasi tutti pieni, ma per il resto... Anni fa no, erano sempre occupati e ben messi. Ci vivevano solo milionari. Adesso...» fece morire la frase evitando di guardare il signor Velli. «Quanti anni sono che lavora qui?». «Quaranta» disse la signora Alba con una mescolanza d’orgoglio e tristezza. «Quaranta?!». «Sì». «Ne ha viste di cose allora?». «Uff!...» esclamò la donna ripetendo quel gesto di scacciare invisibili moscerini. «Qui ci sono i due bagni» riprese dirigendosi verso il corridoio, «la doccia d’uno non funziona, il water dell’altro a volte sì a volte no, l’elettricità in uno non c’è. Queste sono le camere, l’aria condizionata è rotta, la portafinestra del salone non chiude bene. Venga, guardi qua, se la vuole chiudere deve fare così» e prese ad armeggiare con la serratura. Con un fruscio ovattato, due piccioni si posarono sulla ringhiera arrugginita. «Ancora!» urlò fuori di sé la signora Alba. Corse al lavandino, riempì una bacinella d’acqua, aprì la portafinestra e scaraventò l’acqua contro gli uccelli che scattarono con un frullare metallico. «Maledette palomas!!» gridò col viso stravolto. Alessandro Velli la guardò attonito, aveva preso l’arrivo dei piccioni come un vago segno di benvenuto. La signora Alba lo fissò, con una forza estrema riuscì a mettere in asse le pupille strabiche e articolò: «Mai, mai deve lasciare avvicinare quelle bestiacce, capito! Come si posano sul balcone gli deve buttare addosso una secchiata d’acqua, è l’unico mezzo per mandarle via. Sono peggio della peste; hanno

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invaso tutto l’edificio! Iniziano a posarsi su un balcone, se nessuno le scaccia ci dormono, ci fanno il nido, cacano e pisciano dappertutto. Guadi là» e mostrò un angolo del balcone nero d’escrementi, «dormono lassù» e indicò l’apparecchio inservibile dell’aria condizionata che fuoriusciva dalla finestra. «Come un vetro si rompe, entrano. Il 1201 l’hanno devastato. Era così bello... i signori ci davano certe feste! Arrivavano signore con lunghi vestiti di seta, gioielli, perle, pietre rosse, verdi, azzurre... Facevano venire un’orchestrina, ballavano in terrazza; da lassù si vede tutta la baia e ancora più in là, fino a Pié de la Cuesta dove tramonta il sole. E che mobili avevano! La terrazza era un giardino fiorito, la sera tutta illuminata. Quelle palomas l’hanno ridotto una stamberga, un letamaio. Fanno le loro porcherie in ogni angolo. Io sono sola a pulire, i proprietari non vengono più. Quelle bestiacce prima non si vedevano, stavano laggiù» fece un gesto che terminava oltre le montagne. «Poi, piano piano, si sono installate nelle borgate, i quartieri poveri e ora sono arrivate fino a qui, dove fino a pochi anni fa c’erano i signori! Volano tutto il giorno per cercare da mangiare nelle strade, nel porto, attorno ai tavoli dei ristoranti. Frugano tra le immondizie, ingoiano ogni pezzo di schifezza che arrivano a digerire e poi vanno negli appartamenti abbandonati a fare le loro porcherie. Io le scaccio, ma sono sola. Questo palazzo tra poco crollerà; ha resistito per sessant’anni ai terremoti e agli uragani, non resisterà a queste bestiacce. Potrei mettere veleno, ma non voglio ammazzarle, sono sempre creature di Dio in fin dei conti, no?» concluse lanciando uno sguardo enigmatico con le pupille strabiche. Per un po’, restarono senza parlare sul balcone. La signora Alba aveva puntato gli occhi oltre le montagne e sembrava sognasse. Poi mise una mano accanto un suo orecchio, come per dire all’anziano signore: “ascolti”. Alessandro Velli fece attenzione e, tra il risciacquo delle onde contro le barche e lo stormire lieve del vento, ebbe l’impressione d’udire come un tubare cupo, sommesso, continuo. Quasi, al di là delle montagne, fosse nascosto un enorme stormo di piccioni pronto a invadere il cielo azzurro della baia. Xxx (dire che il signore è un mimo, inserire penna d’oca). Passò più d’una settimana, Alessandro, tra i vari andare e venire dalla spiaggia, incontrava raramente la signora Alba, sempre indaffarata a pulire, lustrare e scacciare quei piccioni più zozzi del demonio in persona. Un giorno Alessandro salì all’ultimo piano per scattare foto della splendida vista che si doveva avere sull’intera baia. Arrivato, strinse una mano alla ringhiera arrugginita del pianerottolo. Spalancò bocca e occhi: la signora Alba era arrampicata su una seggiola, stava lanciando da un vetro rotto dello splendido 1201 una manciata di chicchi di mais e sottovoce chiamava: «Palomas... palomas...».

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DUE POESIE di Pietro Gallo

A LITTLE POETRY TELEGRAM (To Kafka) « Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu a r r e s t a t o. » Incredibili ferite gli occhi penetrano maschere di porcellana s e t a c c i a n o polsi violentati dal vetro d’esistere (le varie evoluzioni del non essere) E tra scaffali polverosi di stelle gloriose

annegati/stop/ noi sorrideremo delle sconfitte

che preserveremo/stop/dallo sguardo cerebrale del c i e l o Donami tutto ciò che non hai Mostrami il modo più tenero per a p p a s s i r e mio Potrei anche rinunciare alle parole Nutrirò gli abbandoni con il latte tue mammelle

stupido (t a c e re)

amore vivendo appaiato sui tuoi seni sfioriti

/stop/stop/ a c i d o plastica

/pause/

delle


Ogni lacrima diviene fiume/stop/ fottuto/stop /fiume/

stop/inconsunzione

ti cerco sul palmo delle mani

Ma sei fuggita /Dioinfame/

scomparsa /stop_stop(stop_

voluttuosa mantide ellenica Dentro quegli inverni p o s a t i su spiagge spoglie

di

ossa tremule

Shhh….. sento il rumore di un’anima graffiare il suo volto metallo sulla battigia (il silenzio di mille aeroplani in avaria) Anarchia lessicale Lo spazio b i a n c o tra i vuoti delle parole

(racchiude) stop/stop Il fruscio delle pagine grigio Kafka

Shhh…e tu non sei mai stata e mai sarai più di un pomeriggio sprecato a sognare del NientE


L’ONOMATOPEICA DANZA DI UN ADDIO Pioggia o r i z z o n t a l e (Tic Toc Tic Toc è l’onomatopeica danza di un addio) Declina silenzio in gocce di speranza Che porteremo il dolore fuori porta a rovistare tra quel che rimane del nulla Un giornale il tabacco le rose gialle appassite Libri

briciole d’amore le tue rivoluzioni cromatiche

In una Chiesa di provincia ridesti della perfezione isterica di Dio (forse anche “L’etranger” levò lo sguardo verso l’alto) Il chiostro i mandorli in fiore il cuore trinciato, poi: nessuna strada ci condusse a Damasco La malinconia d’agosto e le sue riflessioni meridiane Tutto ciò che possiedo è un coraggio di sole


VEDIAMO CHE SUCCEDE racconto di Antonio Meli e Rubens Lanzillotti

Non riesco a trovare la frase giusta per cominciare. Le ho date tutte alla donna che amavo e lei non ne ha presa nemmeno una. Si sono perse, slegate, senza atterrare mai su questa carta sporca. “La scrittura è un viaggio verso l’ignoto”, dice Charlie Kaufman nel film Il ladro di orchidee. Ci penso mentre mi sveglio in un letto non mio ed è ora di pranzo. Nella mia testa adesso l’unica cosa certa è che ho voglia di bere. Mi vesto senza lavarmi, do un colpo di spazzola ai capelli e alla barba ed esco dalla stanza. Trovo Rubens sveglio che mi aspetta. «Buongiorno», faccio io, con la testa a settecento chilometri da qui. Lui intanto ha svuotato una bottiglia di latte da 75 cl e la sta riempiendo con gli avanzi di vino rosso rimasti nel contenitore di plastica da 5 litri che ci siamo scolati ieri. Questo è il suo modo per darmi il buongiorno. «Sei pronto per fare un giro in città?», dice lui. «Prima non facciamo colazione?», chiedo io con tono poco sicuro. «La colazione è per perdenti», risponde lui risoluto. In fondo, è ormai ora di pranzo. Il vino è tutto quello che ci serve. Rubens stampa un bacio sulle labbra di Valeria, la sua ragazza, che nel frattempo prepara il caffè. Sembra se la stia scopando con quel bacio. Io metto la bottiglia con l’etichetta del latte nel mio zaino verde spento, insieme alla mia copia de Le mille luci di New York di McInerney e a un taccuino grigio. Indossiamo i nostri cappotti e siamo pronti per uscire. Non bevo acqua da quarantottore, penso. Bene, penso. La donna che amo è a settecento chilometri da qui. Rubens mi guarda negli occhi e capisce tutto. «Tieni Hank, butta giù un sorso», mi dice porgendomi una bottiglia di plastica con dentro qualcosa come tre quarti di gin e un sorso di lemon. Bel modo di iniziare la giornata, penso. E butto giù. «Aspetta un secondo – sorso – se continui così diventerai una sola cosa con lei, è come la tua controparte negativa, non che sia cattiva – sorso – è che voi pensate, fate e vi tormentate intorno alle stesse cose, quindi diventate formalmente negativi, pure tu per lei, stiamo sbagliando a strutturare le nostre vite con le ossa di altre persone, non so se mi stai seguendo Hank, cerco di spiegarmi meglio – sorso lungo – quel cinese che sta dall’altra parte del tram, lo vedi? Ecco, quel cinese del cazzo, proprio lui, butta gli occhi sempre all’infuori perché non ce la fa più a dover tenere conto della sua ombra – sorso – c’è quel canadese del cazzo, ehm il regista con i capelli sempre tagliati, come si chiama? Ah sì, Lynch, David Lynch, che ha fatto quel cazzo di film, non mi viene in mente il titolo, vabbè quello che inizia e c’è la frase Dick Laurent è morto, vedi Hank, questa sporca faccenda potrebbe andare a finire con del sangue perché voi due state diventando due persone staccate solo da una barra grammaticale, quel canadese del cazzo si è fissato sui doppelganger e non ha

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fatto altro, anche in quell’altro film dove c’è la scena lesbo tra Naomi Watts e Laura Harring, e voi due pazzi scrittori dovreste fare la stessa cosa – sorso lungo – dovreste fissarvi sul fatto che siete perseguitati da voi stessi, fuorvianti e maliziosi cazzo, ora ascoltami un attimo Hank – sorso – oggi siamo soli insieme, incazzati e con la voglia di ronzare, bere e fare il cazzo che ci pare, bene, o no? Secondo me è benissimo, non bene. Sai, non è che sia facile a stare tutto il tempo con tre donne in casa e un cane, quindi ascolta, oggi non parliamo più di lei che poi chissà dov’è, nemmeno di Valeria o del cane, quindi, oggi facciamo finta di essere la stessa persona, ok? Nel senso che oggi siamo in viaggio verso noi stessi, ce lo meritiamo cazzo, ti va di vedere che succede? – sorso e la bottiglia va ad Hank – ora scendiamo da questo fottutissimo tram e vediamo che succede». Bevo un sorso. Chiudo gli occhi. Respiro. Bevo un altro sorso. Riapro gli occhi. Non sono più io. Oggi facciamo finta di essere la stessa persona, ok? Oggi ho quattro mani e quattro occhi, quattro gambe e quattro palle. Oggi sono solo insieme a me stesso, mentre scendo dal tram e arrivo a Piazza della Repubblica. Mi guardo intorno, stringo forte la sciarpa al collo, fa un freddo da cani, la gente cammina e io mi fermo a dare un altro sorso. Questo vino è una merda, penso. Immagino di farmi una sega a quattro mani per sborrare nelle bocche di tutti i passanti, e inizio a camminare. Oggi non ho voglia di fare un cazzo, solo andare a zonzo e vedere che succede. Imbocco Via Nazionale. Gli edifici e le strade mi sembrano nuovi eppure li conosco da sempre. Procedo lentamente, poi vedo una libreria Ibs, ripongo il vino nello zaino ed entro. Perlustro i libri sugli scaffali principali, e penso che io potrei fare di meglio. I libri nuovi non mi interessano. Io cerco storie antiche e senza tempo, così scendo al piano di sotto, al reparto dei libri usati. Non ci sono belle fiche in giro, quindi mi concentro sui libri. Prendo una copia di Occhi blu capelli neri di Marguerite Duras a due euro e sessanta cent. Non la sfoglio nemmeno, è già mia. Poi trovo un libro di Rick Moody e mi siedo a leggere. Ottocento pagine del cazzo. Troppe, il romanzo lungo è morto, Rick. Così mi rialzo, cerco ancora, e tra un Fante ammuffito e un libro sulla rivoluzione russa trovo una vecchia copia di American Psycho di B. E. Ellis. Mi siedo di nuovo al tavolo e indosso i miei wayfarer. Apro il libro e sulla prima pagina leggo: «Auguri super Berenais! Per la tua fissa con N.Y. Cinzia 24 luglio 2006». Che giorno è oggi? mi chiedo. In che anno siamo? Ma non trovo risposta. Riesco solo a pensare alla fissa di Berenais, e al fatto che in questa cazzo di libreria non mi è permesso bere vino.

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È da 3 ore che sfoglio, sfoglio perché non posso fumare, quindi pur di rimanere a contatto con la carta mi metto a sfogliare. C’è questo libro qua, La luna e i falò, voglio fumarlo ma lo lascio stare, devo già fare i conti con la mia marea soggetta, che se solo riuscisse ad entrare qua dentro farebbe di me un uomo senz’aria e pinne. Oggi però ho quattro braccia e quattro gambe, con i polmoni dovrei andare bene e quindi chi se ne fotte, entrasse pure, almeno io esco, sbocco e mi metto a girare tabacco con i cartoni del mutilato che stava qui fuori a elemosinare quando sono entrato. C’è indecisione e voglia di Naomi Watts. Soldi stropicciati per pagare qualche volume, antologie sul cinema abbandonate alla terza dimensione e Berenais. Ormai siamo amici di NY, ci siamo incontrati sotto l’ombra di un grattacielo quando faceva freddo e siamo entrati a spendere tutto l’oro dei nostri agenti letterari, siamo grandi io e Berenais. Grandi. Ci siamo scopati Cinzia a turno il 24 luglio 2006 e poi ci siamo salutati. Non ci vediamo da allora. Potrei scriverci una storia lunga ottocento pagine del cazzo. Non lo farò mai. La cosa più lunga con cui voglio avere a che fare è il mio pene, magari a casa qui o a settecento chilometri lì. Tanto è lui che decide, scrive e incide. Forse la vita di uno scrittore si misura in base a quanto il suo pene incide. Quattro mani. Fantastico. Ho voglia di uscire per rincorrere tutte le giapponesi del cazzo che trovo. La parte Rubens vede ancora Via Nazionale e pensa «Ah, esiste ancora una realtà fuori da questa libreria» e l’altra metà Hank si stropiccia gli occhi e pensa «Mentre camminiamo verso il centro sta già svanendo tutto alle nostre spalle». Mi rollo un cartone. Sa di olocausto. È da più di 3 ore che non bevo. Vergogna. Mi lascio la realtà alle spalle, certo del fatto che tutto quello che non vedo non esiste, è tutta una messinscena. Il mutilato qui accanto, coi sui spicci ficcati nelle mutande, giro lo sguardo e lui non esiste più. È così che si mette fine alla fame nel mondo, girando semplicemente lo sguardo da un’altra parte. Intanto fumo sigarette a metà eppure l’odore secco di tabacco impregna tutti i miei vestiti. Sputo a terra e mi guardo intorno, è così che fanno i veri duri. Il mio cazzo prosegue allora su Via Nazionale e poi gira a desta per Via della Piotta, seguendo una biondina che non avrà più di sedici anni ma che ha l’aria di una che con la bocca ci sa fare. Ma la sete richiama la mia attenzione, così lascio perdere quelle gambe attillate nei blue-jeans e prendo il vino dallo zaino, insieme a una confezione di cracker. Saranno più o meno le tre di pomeriggio, secolo più secolo meno, spezzo un cracker in due metà, le inghiotto entrambe e butto giù due lunghe sorsate di vino. Non mi serve nient’altro. Continuo a camminare fino a quando scorgo la Fontana di Trevi. Mi fa schifo, e vorrei pisciarci dentro. Qui è pieno di fottuti sudici asiatici del cazzo che fanno le

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loro foto. Mi viene in mente la scena iniziale di Millennium Mambo, Vicky che cammina e sorride fumando una sigaretta, il fumo scivola via tra i suoi capelli lunghi, poi per un istante lei si gira verso la telecamera e mi guarda. Lo so che guarda proprio me. Non ho mai visto niente di più sexy. Ci penso senza sapere perché, e mentre sento il cazzo muoversi nei pantaloni imbocco via delle Muratte, dove il suono di un sassofono mi fa alzare lo sguardo, senza togliermi i wayfarer. Il suono proviene da una delle finestre del palazzo alla mia sinistra, immagino una donna bruna sui trent’anni che ogni giorno per dieci minuti suona il sassofono nel suo vestito rosso guardando dalla finestra, e mi sento fortunato ad essere passato di qui proprio in questo momento, come se lei mi stesse aspettando. Rimango fermo ad ascoltarla per tre minuti circa, la melodia mi ricorda qualcosa di John Coltrane, e io la amo, questa donna che non esiste, la amo per tre minuti e poi vado via. Qui è tutta una messinscena, anche l’amore. Ho bisogno di stemperare. Ho bisogno di una birra. «Sono maleducato ad entrare qui con due birre, direte – rutto – cari amici miei della libreria Fahrenheit 451 mi conoscete ormai, e non c’è problema... come mai due insieme? Perché oggi sono diverso è ovvio, sono andato dalla barista e ho chiesto due Anima, gliel’ho detto due volte per essere sicuro di farmi capire, troppo fico ragazzi – rutto interno – ho ingollato entrambi i cicchetti in un baleno, giusto il tempo di lasciare la mia doppia anima negli occhi di quella ragazza rischiando di farla affogare, ho fatto un Pantheon di gas, l’ho spedita a piazza Navona a piangere nella grande fontana, perché ragazzi tutto lo sputo, la saliva, il piscio e la sete della mia anima li ho riversati lì dentro per il pianto disperato di quella cazzo di barista – rutto interno e sorso – perché la mia di anima – rutto interno – è composta di tutte queste cose, solo per oggi però, che me la sento calda, carico come un rinoceronte con un obelisco sulla schiena degno di queste strade, stasera io le mie nuove due parti andiamo ad un concerto in culo al mondo, non sapete che i concerti più fichi stanno sempre in culo al mondo? Sì, è così, sono in culo al mondo. Siamo fregati proprio per questo, noi le cose dobbiamo andarcele a prendere molto lontano, non possiamo sperare che siano qui sotto mano, e però sono di nuovo qui dentro a parlare con voi di questi libri, delle beatitudini che non so raccontare perché potrei fare di meglio – rutto lungo – potrei fare di meglio ragazzi, meglio di Rick Moody, e comunque tanti saluti da Berenais, come non sapete chi è? Comunque vi saluta, oggi voglio comprare quel libro micidiale che mi avete messo da parte, sì, quello lì dovrebbe essere, dove c’è un tipo che appena suona la campana prende tante di quelle botte da non capirci più un cazzo Su i pugni, Joey! ed è vero eh che la vita è solo un incontro andato a male ahahah solo che a volte può andarti così fottutamente male ahah che non riesci a rialzarti più – sorso doppio – quindi c’è una parte di me che cerca quel Modiano del cazzo, sì il francese e il suo orizzonte, ho bisogno pure di un orizzonte per avere

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qualcosa d’inutile verso cui ambire il mio essere francese verso i cancelli dell’eden. Ciao ragazzi ciao, alla prossima e a nessuna, vado a ripescarmi la barista». Esco fuori in Campo de’ Fiori con ancora in mente una prima edizione de Ritratto di famiglia di Christopher Isherwood datata millenovecentocinquantaquattro, la copertina giallo sbiadito dal valore di settanta euro. Li avessi avuti, l’avrei comprata di sicuro. O forse ci avrei pagato una puttana. O quasi sicuramente me li sarei scolati tutti in due sorsi. Faccio un cenno col capo a Giordano Bruno e bevo quello che rimane delle due birre. Mi sento vuoto e solo, così ritorno al bar, ma non c’è più traccia delle mie due anime. La barista si è cavata gli occhi e li ha venduti a due tipi loschi in giacca e cravatta, le mie due anime servite in un bicchiere di vetro con dentro vermouth bianco e seltz, dieci euro in totale. Mi sento tradito. Avrei dovuto scoparti senza amore e poi sfondarti il cranio ed eiacularci dentro la mia anima, così ti sarebbe appartenuta per sempre. Me ne vado, ho voglia di camminare. Passo davanti ad un piccolo hotel lussuoso, sono tre anni che ogni volta che passo di qui guardo sempre la seconda finestra del terzo piano a partire da destra. Penso che voglio venire qui e salire in quella camera con le due donne che amo e scoparmele entrambe per tutta la notte mentre guardo fuori dalla finestra. Intanto Josh Tillman mi aspetta con i Father John Misty al Traffic, in culo al mondo, e il telefono squilla, rispondo e qualcuno mi chiede dove sono. Alzo lo sguardo. «Sono ubriaco sotto l’insegna di una Bnl», riesco a dire, solo questo. «Vediamoci a San Lorenzo tra un’ora», mi sento rispondere. Ci rifletto su un attimo. Sbattersi per arrivare in culo al mondo oppure continuare a bere? Con i soldi del biglietto del concerto posso pagarmi un altro giro in questo paradiso allucinato fino a domattina. Fanculo Josh Tillman. «Ok, ci sto», dico, e riaggancio. Cammino fino alla fermata e salgo sul primo autobus che passa. Occupo due posti dietro ad una brunetta con le cuffie ficcate nelle orecchie che non si cura di me. Nella mia testa sento partite I’ve got your number degli Elbow, socchiudo le palpebre, ho il tempo di vedere un perdente sui sessanta che blatera qualcosa alla mia destra, poi chiudo gli occhi per sempre e mi addormento. Sogno di precipitare nel vuoto, il mio ultimo pensiero è il nome di una donna, poi arriva la morte. Mi sveglio col cuore che batte alla stessa velocità con cui riesco a buttar giù uno shot di whisky in una buona serata. La brunetta non c’è più, intorno a me solo il vuoto. Morire è stato così reale. Il vecchio accanto a me non ha smesso un attimo di parlare, e ora lo sento dirmi: «A chi stringi la mano quando esci di casa?». Non capisco. «Sei un bravo ragazzo», dice lui. Gli porgo entrambe le mani, ma prima che lui possa fare qualcosa mi accorgo che è arrivata la mia fermata. Scendo dall’autobus e non ci penso più. Sono sceso talmente in profondità che, per arrivare alla piazzetta vecchia, ho

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scelto la buca dei lavori in corso. Le fogne sono più pulite di questo quartiere dimenticato da Dio. C’è gente più onesta, che non ti vende ammoniaca perché negli scoli puoi trovarla ovunque, io sarei un grande venditore di ammoniaca, lo so. Io sono così puntuale che faccio le cose o quattro minuti prima o quattro minuti dopo l’orario stipulato, a volte in tutti e due i frangenti. In questo caso non è importante perché sono qui, non tanto per incontrare qualcuno che mi ha chiesto dov’ero finito, io sono qui per spendere due quote precise di biglietti tassati in carta traslucida spessa per 4 Negroni circa. Entro da Celestino, quanto spacca ‘sto locale, ogni volta che ci passo becco sempre un pezzo dei Creedence Clearwater Revival e adesso è Fortunate Son, quanto cazzo sono fortunato io, figlio fortunato cazzo sì, «perché mai dovrei tornare nella mia parte Rubens e nella mia parte Hank?». Io sono l’essere più cazzuto di sempre, io sono così figo che posso permettermi di avere una storia che va a puttane con Tom Waits e raccontarlo al mondo intero in ottocento pagine del cazzo al costo di 70 euro. Io sono così figo che quando le donne parlano di me sono costrette a stare in gruppo e a guardarsi intorno preoccupate tenendosi per mano, come la francese, la polacca e l’americana al tavolo qua fuori, «come si compone una nuova bandiera di nazioni unite?». Vi faccio vedere io, perché sono così tosto che se mi distillassero in whisky la gente sarebbe costretta a chiederlo sempre doppio in ogni bar, «allora perché tornare alle nostre vite di merda? Alle giornate in lenta dissolvenza? Possibile che ancora non abbia compreso il valore del sogno in quel cazzo di autobus?». Tocco il culo ad una delle due ragazze che amo e saluto la sua amica che nel frattempo parla con la nuova bandiera di nazioni unite al tavolo qua fuori e fumano sexy and the beast. Nel lato sexy c’è sempre una bestia che va domata ed io la scandisco ad ogni sorso negro che va giù. Sono al quarto, faccio un fondo così profondo che vedo la mia parte Hank e la mia parte Rubens stringersi la mano e precipitare nel vuoto in mezzo a nomi di donna mentre raggiungono la morte, ed è così reale che nasce il vero figlio fortunato. È nato. Ha trovato la frase giusta per cominciare ed è: «Andate tutti a fare in culo». Mi riprendo ogni lettera spesa per la donna che amavo a settecento chilometri e la incido su questa carta sporca, scrivo del mio viaggio verso l’uno e il solo che adorerai, che adorerete, fottetevi tutti, che si fotta Lynch e che si fotta Dick Laurent perché Rubens è morto, Hank è morto e ora voglio andare ad Hollywood a pescare Naomi Watts, giuro, a ficcarle in culo tutti i libri da ottocento pagine del mondo senza sputare mai, il nuovo duro che sono non sputa nemmeno più, lo sto scrivendo, è questo il meglio che posso fare, mastico wayfarer ed urlo Su i pugni, Joey! «Cosa mi ricordo del finale della giornata? – rutto – cazzo ne so, dopo quel sorso negro mi sono perso, quindi il finale è immaginazione, sentitevi liberi – sorso – avete così paura di morire?».

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DUE POESIE di Maria Antonietta Pinna

IL REGNO DEI MORTI Due ore in coacervi di eterne insolvenze, cento sinapsi pietrificate in finti vermi marmorei implacati, luci oscure d’assenze ingiustificate, suonano stremate le tibie attraversate dal vento che cerca un senso nei suoi stessi canti, e non si illude girando in loop circolare, mentre i capelli della testa dei vivi si arrampicano sopra stracci doloranti di stelle inermi di cartapesta, i capelli, come serpenti assetati affondano il dente nella carne dei santi. Così lo spettacolo si chiude, Tycs è il primo attore o meglio quel che ne resta, muore sul palco per simpatia, dopo che le luci si spengono lente, ad una ad una dentro lampadine tristi piene di polvere come pianeti estinti.

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IL CIELO HA FILI Il cielo ha fili che mi tengono avvinto al suo porro escrescente di vindice profeta, il cielo ha gridi di satiri dai visi di plastica fine e deliri di angeli cartapesta fuoriusciti da scatole di panettoni, e mani e piedi e crisoelefantine tiare che si prendono gioco di me, mentre stringono il patto di nuove politiche. Guardo meglio da sveglio, quelle finezze asfittiche, nuove transustanziazioni. Il gatto dorme sul davanzale, non sa di ostie e milioni. Dio non c’è. Mi strappo i fili e corro con la testa piena di sale.


SENZA MADRE di Vincenzo D’Urso

Personaggi: IL PITTORE IL MAGGIORDOMO LA PITTRICE LA DOMESTICA

PRIMO ATTO Scena: una scala mobile stretta e corta. Il pittore, mentre sta sulla scala mobile stretta e corta, dipinge su un muro. Il maggiordomo gli porge un caffè. IL PITTORE – (Sgarbato) Dunque, questo sarebbe il colore che dovrei assaggiare? IL MAGGIORDOMO – Scusi! Non volevo certo offenderla. IL PITTORE – Non c’è nulla di male. Io sono qui che coloro, coloro, coloro. (Spennella. Poi s’inginocchia. S’alzerà con due pennelli in bocca. Pausa. Comincia a dipingere con la bocca). IL MAGGIORDOMO – (Esasperato) Bene. Se spennella, e non vuol assaggiare questo bel caffè, le andrebbe una camomilla? IL PITTORE – (Si toglie i pennelli dalla bocca. E dice con enfasi) Certo! L’odore assomiglierebbe ad una lingua gialla che si muove! Non è mica questa brodaglia marrone! Che sembra una strana rana che saltella. Ritoccata e fatta bianca e nera. IL MAGGIORDOMO – Le pare giusto dir così? Potrebbe forse offendersi. IL PITTORE – (Stizzito) Offendersi? Sono un gentiluomo, io! Poi, non è un colore che mi serve! IL MAGGIORDOMO – (Fissa il dipinto. Dice incuriosito) Magari al cavallino serve questo caffè. Chissà, potrebbe gradirlo per non addormentarsi. IL PITTORE – Lui sta già sonnecchiando, guardi! (Prende una siringa. Pausa. Fissa

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il quadro. E lo punge) Non gli serve alcuno stimolante. (Con tono piccato) Che fa, quindi? Me la dà questa camomilla, oppure no? IL MAGGIORDOMO – Certo, certo. Ma, dica un po’, non è un cavallo a dondolo? IL PITTORE – E a cosa mi serve un oggetto a dandolo? IL MAGGIORDOMO – Potrebbe piacere ai bambini. IL PITTORE – (Sorride beffardo) Bambini? Amano l’arte come io amo Dio. Poi non c’è tutta questa urgenza. (Porta la mano al mento. Riflette) … (Con entusiasmo) Potrebbe, comunque, diventare a dondolo! IL MAGGIORDOMO – (Con tono umile) Mi scusi. Come potrebbe fare? IL PITTORE – Semplice! Mi porti la camomilla, e vedrà come posso! IL MAGGIORDOMO – Solo la camomilla? Non le serve altro, che so, magari degli strumenti per dipingere? IL PITTORE – Ho già i pennelli, non vede? Non sono necessarie tempere, acrilici, olio! (Con tono baldanzoso) Amo i colori invisibili! IL MAGGIORDOMO – (Esce. Dopo poco ritorna. Versa la camomilla in una tazza. Sale sulla scala mobile. Pausa. Porge la tazza al pittore) Le basta o ne verso ancora? IL PITTORE – (Guarda dentro la tazza. Esclama) Presto! Mi dia una sella! IL MAGGIORDOMO – (Perplesso) Cosa ci deve fare con una sella? IL PITTORE – Guardi! Il cavallo sta scappando. Lo devo acciuffare e sellare! IL MAGGIORDOMO – Ma dove? Il dipinto non s’è mosso. IL PITTORE – Qui! Qui! Nella tazza. (La restituisce al maggiordomo). IL MAGGIORDOMO – (Pausa. Guarda nella tazza) Ma non sarà mica il riflesso del dipinto? IL PITTORE – (Sussurra) È vero, ha lo stesso colore! Però sul muro è un cavallo capovolto. IL MAGGIORDOMO – (Incuriosito) Saranno fratelli? IL PITTORE – Shhh! Io sono il nonno, il padre, il fratello dei cavalli. (Pausa) Loro mica si conoscono! IL MAGGIORDOMO – (Sorpreso) Ah sì? Rischia di ucciderne uno se beve la camomilla, oppure no? IL PITTORE – (Si gratta la testa. Pausa. Con tono saccente) Non sia sciocco, mio caro amico. Vede, essenzialmente, seppur se ne uccide uno, ne nascerà sempre un altro. E vuol sapere dove? IL MAGGIORDOMO – (Con disgusto) Non oserà! Mio Dio! È riprovevole! Non si può fare! Ci pensi bene, è una sconceria enorme. IL PITTORE – Ho pensato a lungo. E dico che si può fare. (Saltella sulla scala mobile) Non è ovvio? Berrò questa camomilla, e subito dopo sputerò tutto sul cavallo. Così potranno stare insieme. Sì, non c’è dubbio. Potranno vivere la loro vita incon-

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dizionatamente. Questo potrà accadere solo se io continuo a saltellare! (Pausa. Speranzoso) Solo così, ne sono quasi certo, potranno far l’amore e giungere ad un amplesso di colori! IL MAGGIORDOMO – Lei non può farlo! Non pensa a quanto potranno soffrire? Sono ancora così piccoli. Non pensa che debbano crescere? La prego, ci pensi bene! IL PITTORE – Ormai ho deciso. Sono inamovibile. Pur saltando, ovviamente. IL MAGGIORDOMO – La smetta! È un gesto disgustoso! Non vede che saltare deforma la perfezione? Lei è un mostro! Come osa saltare? No, no. Così, distruggerà le emozioni. Non se ne rende conto? È una vergogna! IL PITTORE – (Autoritario) Lei dovrebbe vergognarsi! (Pausa. Iracondo) Non saltando ha una strana somiglianza con la schifezza che ha portato prima. Mi riferisco al caffè. Sì, è un breve urlo di un gufo che s’impicca prima di dormire di giorno. Non se ne rende conto? Quella brodaglia dovrebbe essere impiccata! Bandita, oppure mandata al rogo. È di una natura strana. Un diabolico aroma che assorbe ogni cosa. Anche l’ingenuità dei miei due cavalli. (Continua a saltellare. Pausa. Si riflette nella camomilla. Con dolcezza, rivolge lo sguardo ai cavalli sul muro) Amorini miei, non temete. Presto sarete l’incanto d’ogni occhio! IL MAGGIORDOMO – (Si agita sulla scala mobile. Pausa. Con perplessità) Ma se prima ha detto che era una brodaglia marrone che assomigliava ad una rana. Adesso, perché dice che è un gufo? IL PITTORE – (Agitato) Ma sì, certo, certo. È un’ottima domanda. Sì, è proprio ottima. Però, lei studia troppo! Si introduca nei misteri dei suoi segreti privati. È ciò che faccio anche io! Troverà la risposta. Adesso vada via. Mi lasci da solo. A compiere il mio dovere e... IL MAGGIORDOMO – (Interrompe il pittore) Non posso. Ho dimenticato di darle il cucchiaino. IL PITTORE – Non servirà. Userò il mio bel pennello. Enigma d’ogni messaggio. (Smette di saltare sulla scala mobile. Scende. Ognuno esce per conto proprio). SIPARIO

SECONDO ATTO Scena: una scala mobile stretta e corta. La pittrice sale sulla scala mobile stretta e corta. Comincia a dipingere su un muro. La cameriera spolvera le scarpe della pittrice, mentre è chinata.

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LA PITTRICE – (Timidamente) Stamane ho incontrato un compagno di scuola che non aveva posseduto un nome finora. Agli occhi del padre somiglia a un pittore che parla di sé con le mani. LA DOMESTICA – (Sgarbata) Ah sì? È cosa può interessarmi? Io sono uno struzzo che parla col figlio maturo. LA PITTRICE – L’ho dipinto su uno strano cavallo. Aveva la forza di domare il muro. (Cortese) La prego, mi spolveri questa suola di mulo. LA DOMESTICA – Lo sa? Mio figlio non ha mai avuto un futuro. Mendicava su strade di chiese abitate da un losco figuro. LA PITTRICE – (Con sprezzo) Lo dicono in tanti! Ma nessuno lo ha visto! Suo figlio cadere e raccogliere una moneta. LA DOMESTICA – (Orgogliosa) Eppure c’è gente che resta a guardare! Come se fosse un nascituro senz’arte. LA PITTRICE – (Placida) Possedeva un dialetto un po’ oscuro. Sembrava macchiato con sale mischiato al cianuro. LA DOMESTICA – (Iraconda) Non è vero! Lui era soltanto insicuro. (Calma) Balbettava mentre vendeva preghiere alla gente. Si sentiva un bigliettaio su un treno sicuro. LA PITTRICE – (Pausa. Si ferma nel dipingere. Osserva il dipinto. Tono pacato) Il cavallo scalcia. Per suo figlio è una micidiale tortura. La sua faccia deforme ammira la bellezza. Non sembra invidiarla. Ha la certezza di una carezza senza madre. LA DOMESTICA – (Pausa. Si ferma nello spolverare. Da chinata si tira su. Osserva il dipinto. Tono pacato) Non ha madre. Eppure sono sua madre. È come un regalo appena scartato di cui ti sorprendi. Io non ho mai partorito colori. Lei, invece? LA PITTRICE – Io non posso avere colori. Sono come un gas che non riceve pittura. (Con rammarico) Io invidio quel figlio senza madre. Ha il coraggio di dipingere un cavallo di legno usando dei bastoncini. LA DOMESTICA – (Incuriosita) Non saranno mica pennelli? Ah! Quegli strani bozzetti. (Con ribrezzo) Scellerato d’un figlio! Suo padre ne dà il triste permesso di farlo. (Pausa. Si china per proseguire a pulire le scarpe della pittrice). LA PITTRICE – (Con sprezzo) Ha anche il permesso? È senza madre, ma con un padre snaturato. È la normalità! (Con disgusto) Che cosa ignobile. LA DOMESTICA – (Borbotta) Cosa stabilisce la normalità? Io ho il desiderio di avere un figlio. Quel figlio che non ha madre. Eppure è mio. Ma sembra non esserlo. Mi chiedo il perché. LA PITTRICE – (Morbosamente) Che la normalità sia anormale è cosa certa. (Continua ad osservare il dipinto. Esprime disgusto) Eppure ora questi colori mi danno il voltastomaco. Sì, forse anche io vorrei essere una figlia senza madre. (Perplessa)

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Impiccare mia madre? Sarebbe un gesto traditore! Dal momento che sono sangue del suo sangue. No, non posso! Ma potrei impiccarmi io, non crede? Sì, sì, sarebbe la cosa giusta. Ho labbra orribili, essendo bella. E denti bianchissimi, essendo igienista. Persino la morte, tuttavia, potrebbe rendermi beata. (Con sdegno) Come questo dipinto! LA DOMESTICA – Ciò che dice è quanto di più normale conosca. (Incuriosita. Pausa. Inorridisce) Guardi le sue scarpe! Mai visto un lerciume così evidente. Lo vede? LA PITTRICE – (Pausa. Smette di osservare il dipinto. Rivolge lo sguardo sulle proprie scarpe) Non vedo niente. La domestica – Niente? LA PITTRICE – Assolutamente niente. LA DOMESTICA – Non è impossibile. (Dubbiosa) Forse non è nella stessa posizione di ieri per notare il lerciume. Si è spostata? LA PITTRICE – (Offesa) Ho una morale, io! Lei si è impadronita dell’argomento! Non posso sopportarlo. Ecco perché non avrà mai un figlio! (Pausa. Rivolge lo sguardo al muro. Resterà muta). LA DOMESTICA – Non volevo certo offenderla. (Termina di pulire le scarpe della pittrice. Pausa. Si aggiusta il vestito. Si alza. Tono pacato) Lei non è assolutamente educata. Viviamo in un cosmo che possiede un viso. Cosa certa, che non assomiglia al suo aspetto. Sì, ha dei capelli arancioni e labbra verdi. Le sue mani sono pennelli senza setole. Sì, dei bastoncini di legno. Ha due o forse tre occhi. Un naso di cristallo. Non so se sia una pittrice come lei, (Saccente) ma una cosa è certa: ha un figlio. (Altera) E non si impiccherà come vuole fare lei! LA PITTRICE – … LA DOMESTICA – (Sarcastica) E poi come vorrebbe procedere? Impiccarsi con una corda? Non è da signorine per bene. Magari strozzarsi con le mani. Sarebbe certamente più signorile. È un’impiccagione carnale. Ma poi cosa c’entrano le mani? Non hanno mica una morale, sono cose schifose. Sozzerie inventate da qualche maniaco. Un perverso. E quella unione, poi! (Ribrezzo) Tra collo e mani! (Incrocia le braccia al petto) Brrr, non ci voglio neppure pensare! (Pausa. Riflette. Pausa) … (Con euforia) Magari impiccandosi su un tavolo, non trova sia meglio? Non questa scala mobile così inadeguata. LA PITTRICE – (Interrompe il silenzio. Rivolge lo sguardo stizzito alla domestica. Tono irritato) Questa scala mobile è il mio punto di partenza. Reclama la mia totalità di artista. (Pausa. Riflette. Con tono pacato) Poi, certo, l’espressione di un suicidio ispirerebbe il figlio senza madre. Sì, certamente questo lo condurrebbe a giungere alla nascita di qualcosa, magari dell’idea di possedere una madre. Ma il pensiero di quel cosmo che lei, per giunta, reclama come una soluzione di bellezza, di estetica

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aggiunta alla coscienza sporca di un peccato, come il suicidio, che possiede persino una prole, (Con sarcasmo) be’, non fa altro che concludere quella strana associazione tra lei e un figlio che ha e non ha. LA DOMESTICA – (Sentenziosa) Lei parla di strana associazione tra me e un non figlio, ma si è dimenticata di trattare la questione dell’unione tra lei e il cavallo. In tutto questo, il cosmo può addentrarsi nelle crepe del muro, visitare il mondo in cui vive il quadrupede, e persino cavalcarlo. Lei cosa può fare? Oltre ad assimilare congetture e soluzioni, usare medium o maschere per addolcire il cavallo? LA PITTRICE – (Offesa. Con tono iracondo) Lei è schiava delle parole. Lei non lucida o pulisce alcunché al di fuori del linguaggio stesso! Confonde il sapere con la sapienza. Mi chiedo chi le abbia dato la licenza del linguaggio! (Con tono scuro) Lei è una domestica con una bocca storta! LA DOMESTICA – (Perplessa. Pausa. Scioccata si fa il segno della croce per tre volte) Che ingiuria! Dio! È un peccato carnale e spirituale quello che ha commesso, lo sa? (Isterica) Io con una bocca storta, che sporca attrazione! Io non sono mica un circo, sa? Ma magari mi avesse detto donna barbuta, le avrei risposto con garbo e gentilezza. (Tono calmo) Bene, dunque, merita di impiccarsi con una corda, magari affilata come una lama. Così ci rimette la vita anziché l’arte! LA PITTRICE – (Con tono pacato) Non oso mica impiccarmi. Così assomiglierei a lei e alla sua bocca storta. È un trauma per l’estetica. Quindi, per favore, vada via da questa scala. (Iraconda) E non ritorni mai più! (Morbosamente) La sozzura! La sozzura! È un colpo al cuore vederla su questa scala. Con quella bocca. Impazzisco nel vederla. Lei non ha nulla di nuovo. Nulla di disumano. Lasci questo posto! E non osi specchiarsi, per cortesia. Il povero specchio potrebbe avere un infarto! Ora vada. Non ho più bisogno di lei. LA DOMESTICA – (Con tono servile) Così sia. Spero solo che non sia il cavallo a pulirle le scarpe. (Pausa. Scende dalla scala mobile. Esce di scena). LA PITTRICE – (Entusiasta. Alza le mani verso il cielo) Oh! Santo il cavallo, dall’ala maestosa dipinta di bianco! Possa svegliarsi e nel silenzio candidarsi nel coro di una messa! Il mio pennello brucia! La mia anima scompare. Ora non mi resta altro che scappare. Ché è giunto il momento di incontrare... (Pausa. Porta le mani al petto. Scende dalla scala mobile) l’amato figlio senza madre. (Esce di scena). SIPARIO

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TERZO ATTO Scena: una scala mobile stretta e corta. La pittrice sale sulla scala mobile stretta e corta. Il pittore sale sulla stessa scala mobile stretta e corta. IL PITTORE – (Impaziente) Hai visto? LA PITTRICE – (Aguzza la vista sul dipinto. Tono delicato) Sì, non ho parole. Alla fine l’ho trovata. IL PITTORE – (Perplesso) Che cosa? LA PITTRICE – (Sospira. Con voce sottile) L’eternità nell’arte. IL PITTORE – (Calmo) Sì, l’eternità è quella comunione d’invocazioni e di sacrifici. Io lo sento. Abbiamo forse trovato il figlio senza madre? LA PITTRICE – Sì. È quel cavallo dipinto. Libero. Come lo siamo noi che siamo artisti. Siamo liberi di osservare le nostre prigioni. IL PITTORE – Magari di contemplare il mondo che non ha occhi e udito. (Mesto) È ormai tutto in bianco e in nero! LA PITTRICE – Io non ho mai visto il mare. Non ho mai visto il sole. Ascolto le parole ma non i suoni. (Delusa) Io voglio il mare. Io voglio il sole. Io voglio essere. IL PITTORE – Io sarò l’ombra che salta nell’alba. Sopravviverò alle ragioni umane che non hanno scopo. Forse sarò un artista malato tra coloro che sono sani. E allora sarò il paziente che ha bisogno di cure. (Malinconico) Pensi che potrò sanarmi in questo marciume? LA PITTRICE – (Sospira. Tono nostalgico) Quale altro dipinto non avrà i suoi creatori? Non riuscirai mai a sanarti. Non più. Noi siamo morti. Desideriamo, bramiamo, tutto ciò che in vita non abbiamo potuto fare. IL PITTORE – (Perplesso. Tono impaurito) Come? Noi siamo dei defunti? Ma la scala mobile? E quei servitori che c’hanno accolti nella conversazione? Come siamo morti? Non è possibile! Io ho ossa e carne. Non mi sento uno spirito. (Grida) Non è possibile! Stai mentendo! LA PITTRICE – No, la domestica me l’ha confessato. Il cosmo di cui ha parlato è il nostro tormento. Non vedi? Sei cieco? Viviamo continuamente su questa scala. È la nostra punizione. Staremo qui sin quando la nostra vanità verrà meno. E allora potremo forse ricongiungerci al cavallo dipinto. Io sono morta impiccata mentre dipingevo. Tu eri mio fratello. E appena mi hai vista penzolare, hai deciso anche tu di farla finita. Ti sei soffocato con i pennelli. IL PITTORE – (Incredulo) E perché io non ho memoria di questo? Siamo fratelli? E i nostri genitori? (Tono mesto) Chissà come avranno reagito alla nostra morte.

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LA PITTRICE – Tu non sei vanitoso. Tu sei presuntuoso. In vita pensavi di sapere ogni cosa. Qualcuno ti avrà voluto punire con l’oblio. Neanche io ricordavo sino ad ora. Ma ci sono certi avvenimenti che ti fanno ritornare in te, anche da morto. Come la morte dei nostri genitori quando eravamo piccoli, ad esempio. Io ho visto nostra madre. Tu avrai incontrato nostro padre, probabilmente. Ci hanno rivelato chi eravamo e chi siamo adesso. IL PITTORE – E chi siamo? Pittori? Artisti? LA PITTRICE – (Tono quieto) Siamo persone che hanno perso la propria veggenza. Non abbiamo né parvenza del presente né del futuro. Il mondo marcio oscura i nostri sensi. Io credo che la nostra vita d’artista abbia voluto rivelarsi attraverso la dimenticanza. E questa è percepita come al di là di ogni sregolatezza dei sensi. Non esiste più la veggenza. Le visioni sono morte. Sono rinchiuse in una tomba, che si trova oltre il pensiero umano. IL PITTORE – (Pacato) Pensi che potremo mai riconquistarle? Un pittore come farà a dipingere senza visioni? Non abbiamo speranze. LA PITTRICE – Verrà un giorno un Orfano, come noi, che riuscirà a riordinare i sensi. Allora saremo liberi. IL PITTORE – Lo pensi sul serio? LA PITTRICE – Sì, lui sovvertirà il mondo marcio. Perché si porrà al di là della sregolatezza dei sensi. Riordinerà il caos in modo perfetto. E sino ad allora, ci conviene attendere osservando la libertà: il cavallo che galoppa nel dipinto. (I due fratelli si abbracciano e piangono). SIPARIO FINE

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TRE POESIE di Valerio Guglielmo

NON V’È PAROLA CHE DICA... Non v’è parola che dica ove tace il corale dei tuoi ricordi. Cercasti il palpitar dell’oceano nelle foschie dell’asfalto: nulla vi trovasti all’infuori del caotico e bigio sperar già d’uso. Amaro è pur sempre il guardare ed il comprendere che a nulla tende l’incerta mano del mistero. Camminando a lungo osserveremo quanto sia realmente distante l’attesa. Non v’è parola che dica il batter d’ali degli erranti passeggeri, su questo vagone sbigottito, assordante come una luna di cicala.


NULLA È IL MARE SENZA IL SUO CAOTICO...

Nulla è il mare senza il suo caotico andare per poi ritornare, e ’l continuo rimbombare, quasi a voler saggiar la costa. E il mare è vecchio maestro di follia, è compagno indomito, sibillatore fedele.

Il suo continuo sfidare e devastare simula l’umano vagare, il non trovare o l’inarrestabile mormorio dei nuovi nati, volti come solito al mai finito e vago desiderare di infranger ogni costa col palmo della mano.

In fondo a questo perpetuo morire di sentimenti, come il saltar delle acque, si cela tutto il nostro rimpianto. Ma il mare non teme il pianto, si copre di manto d’abisso e continua, solitario al naufragio, il suo incessante perseguitar la terra.


IL SOMARO Odo il tremito dei pendolari erranti, come del fattore il soffio, con le mie orecchie di somaro. E me ne sto seduto ad osservare: scorgo fra le rughe del vento, lo spago della mia vita: è la fune che lega la mia capezza. Non c’è molto da fare quaggiù, mio compagno di giochi, si può solo attender muti, ed ascoltare il sorriso dei passanti; e se anche tu, come me, ti ritrovi delle orecchie equine, tanto meglio: udito più fine.


GLI AUTORI WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere elettronico ma ha vagheggiato lauree in filosofia e psicologia, poiché è rimasto legato sia alla giovinezza (studi classici), che alla speculazione tecnica della maturità professionale (cognitive computing). Si è di recente cimentato in un “saggio caotico” a metà strada tra il filosofico e lo scritto antropologico-culturale. GIOVANNI BUZI è nato nel 1961 a Vignanello (VT). Diplomatosi a Roma all’Accademia di Belle Arti, soggiorna due anni a Parigi, dove entra a far parte degli artisti della galleria d’arte “Haut Pavé”. Torna a Roma e si laurea nel 1991 in “Arte Contemporanea”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo i romanzi Faemines (Libreria Croce, 1999), La signora dalla maschera d’oro (Il Foglio, 2009) e la raccolta di novelle Alchimie d’amore e di morte (Tabula Fati, 2007). È scomparso nel 2010 a seguito di un tumore. Maggiori informazioni sul sito http://giovannibuzi.net. ANTONIO CARANO è nato a Campobasso ed è laureato in pedagogia. Diverse le riviste letterarie, italiane e straniere, che si sono occupate della sua attività o hanno pubblicato suoi testi (Nuovi Argomenti, Tam Tam, Anterem, Nuove lettere ecc.). Ha pubblicato le raccolte di versi La quieta follia del bosco (Edizioni del Leone, 1991) e Afonie (Gabrieli, 2003). CLAUDIA CAUTILLO è nata nel 1967 a Roma. Laureata in Lettere con specializzazione in Storia e Critica del Cinema, è sceneggiatrice e autrice televisiva. Esperienze di critico, giornalista ed Editor presso riviste e case di produzione cinematografiche, ha poi esteso la sua attività al campo della comunicazione in qualità di Copywriter e Brand Strategist. VINCENZO D’URSO è nato nel 1991 a Napoli. Poeta, scrittore, drammaturgo, frequenta Lettere Moderne presso l’Università Federico II di Napoli. Blogger di Letteratura, ha partecipato ai volumi antologici Luoghi di Parole Vol. 5 (Aletti Editore), L’alba inquieta del profondo (Edizioni Ensemble), La Solidarietà (Ravenna), Nuovi Poeti (Editrice Pagine). VERONICA FALCO è nata nel 1992 a Cosenza. Ha conseguito il diploma psico-pedagogico ma ha frequentato la scrittura sin da ragazzina. Fra i suoi autori preferiti ci sono Isabella Santacroce, Banana Yoshimoto, Jonathan Coe, Julio Cortáraz, Charles Bukowski e Marguerite Duras. Ha all’attivo diversi romanzi e raccolte di poesie, tutti ancora inediti. PIETRO GALLO è nato nel 1980 a Cosenza ed è laureato in Giurisprudenza. Nel 2007 si trasferisce a Bologna dove lavora nel dipartimento H.R. di una multinazionale. Per dedicarsi alla sua grande passione, la letteratura, apre una libreria che gestisce fino al 2010. Nel 2012 pubblica per Zona Editore il suo primo romanzo, L’Edipo Stravolto. VALERIO GUGLIELMO è nato nel 1992 a Napoli. Appassionato sin da bambino di mu-


sica, disegno, poesia, fotografia, cinema e fumetto, impara a suonare la chitarra da autodidatta e si diploma nel 2012 in amministrazione, finanza e marketing. RAFFAELE GUIDA è nato nel 1987 a San Felice a Cancello (CE). Nel 2006 si iscrive alla facoltà di Lettere, Musica e Spettacolo dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Interrotti gli studi dopo poco, resta altri tre anni a Roma e le esperienze di questo periodo si riflettono nella sua raccolta poetica Vietato cantare all’ora di pranzo (Perrone Lab Editore, 2010). Le poesie qui presentate sono tratte dalla raccolta inedita Primosangue. RUBENS LANZILLOTTI è nato nel 1988 e ha studiato presso la facoltà di Studi Orientali della Sapienza di Roma. Recentemente ha portato a termine il suo primo romanzo Là fuori è una guerra, iniziando a proporlo alle case editrici. Nel frattempo ha molte idee nella testa sulle quali lavorare. ANTONIO MELI è nato nel 1989 a Cosenza. Laureando in Lettere Moderne presso l’Università della Calabria, con una tesi su Pier Vittorio Tondelli, lavora saltuariamente in una libreria, dove ha la possibilità di stare a stretto contatto con i suoi più cari amici, i libri. Tra gli autori che lo hanno influenzato maggiormente possiamo citare Fante, Salinger, Cortazar, Bukowski, Céline, Tondelli, Ellis, Cummings. ALESSANDRO MONTICELLI è nato nel 1973 a Sulmona (AQ). Ha pubblicato le raccolte poetiche Medicine Scadute (Mauro Baroni Editore, 2004), Made in Italy (Edizioni Progetto Cultura, 2004), Favole da un Manicomio (Il Foglio Editore, 2006). Le poesie qui presentate sono tratte da Concerto di un re minore (La scuola di Pitagora, 2011). ANTONIO OLIVA è nato nel 1985 ad Ariano Irpino (AV). Laureato in Filologia Moderna, ha collaborato con riviste culturali italiane e internazionali come Poeti e Poesia, L’Aurora, L’Olmo e Metronoise. Attualmente scrive su Cultura e Dintorni. Ha pubblicato la silloge poetica Frantumi (Irideventi, 2010). MARIA ANTONIETTA PINNA è nata nel 1972 a Sassari. Laurea umanistica e specializzazione in criminologia clinica e psicopatologia forense. Tra le sue pubblicazioni Fiori ciechi (Annulli Editori, 2012) e Mister Yod non può morire (La Carmelina edizioni, 2012). In uscita la raccolta di poesie noir Lo Strazio (Marco Saya Ed.). Le poesie qui presentate sono tratte dalla raccolta inedita Ultrafanica. Il suo blog su marylibri1.wordpress.com. MASSIMILIANO PRICOCO è nato nel 1979 ad Augusta (SR). Ha partecipato a diversi concorsi letterari e sue poesie sono state pubblicate su riviste come Poeti e poesie, mappe e percorsi e nell’antologia Navigando nella parola. Scrive su alcuni forum virtuali come Circolo letterario di www.chatta.it e www.intpuntadipenna.it.



Rivista Alibi - Numero 1