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Anno I - Numero 2 (Luglio/Settembre 2013)


Direttore e Curatore editoriale Ciro Maiello

Illustrazione grafica della copertina Vincenzo D’Urso

Hanno collaborato a questo numero: Alessandro Maria Artistico, Vincenzo D’Urso, Walter Ausiello, Giovanni Buzi, Massimiliano Pricoco, Giovanni Marchese, Michela Zanarella, Pietropaolo Morrone, Claudia Cautillo, Konstantinos Kokologiannis, Michele Sanseverino, Attilio Scatamacchia, Raffaele Guida. Tutte le opere sono di proprietà esclusiva degli autori.

Illustrazioni di: Indajazz: Ahand (pag. 5) Ahand 2 (pag. 69), Lith54: Back Alley (pag. 7), Campo Street I (pag. 8) Piazza del Mercato (pag. 9) Campo Street C (pag. 10) Siena (pag. 11) S. Caterina (pag. 12) Siena Street (pag. 13), Radeker: We are now green (pag. 17), Leopoldo Poggiali: Cascata 2 (pagg. 26, 27), Illuminazione artistica (pagg. 28, 29), DOOMSTACHE: Heartless (pagg. 40, 41), Alexander Vepryov: The poet and muse (pag. 42), Delirium77: Surreal reality-parts of a cat (pag. 57), Anotherdustysoul: Sad (pagg. 58, 59), Fabio Perez: Black in White Splat Wallpaper (pag. 61).


BANCOMAT di Alessandro Maria Artistico Sto seduto sul sellino a comprimermi la prostata perché devo provare a tirare avanti. Pochi spiccioli vanno bene, sì. Mi prendono per fame. Cazzo che fame. «Salve, buongiorno. Volevo sapere se stavate cercando personale o un qualsiasi tipo di aiuto». Ormai la mia battuta l’ho imparata a memoria, però è proprio l’opera in sé che non funziona. «No, mi spiace ma non cerchiamo nessuno». Figuriamoci. «Arrivederci e in bocca al lupo» mi fa uno dei tanti. Eppure ci deve essere un lavoro, un lavoretto da far fare a un giovane come me. Anche uno di quegli impieghi medievali da servo della gleba. Pulitore di latrine, di stoviglie, garzone di locanda, consegna vivande, qualsiasi cosa basta che alla fine intasco un po’ di filigrana. Dannati soldi. Carta per comprare i giorni. Promesse su un futuro incerto. Qua di sicuro c’è solo da pagare l’assicurazione del motorino. Ecco, mi sono pure dimenticato la benzina, e sono di nuovo a secco. Accosto, e il tipo al distributore, vestito meglio di me, mi fa: «Quanto capo?». Tuffo le dita nella tasca stretta dei jeans e, dopo aver toccato relitti di fazzoletti e chiavi varie, nel punto più profondo sento i dobloni. Li tiro fuori e dico un po’ imbarazzato. «Tre euro e mezzo di super» neanche due litri. «No spicci. Solo self-service». «Vabbè, allora grazie lo stesso» gli dico e riaccendo il mezzo sperando che resista ancora un po’. Tutta colpa della crisi, ma un giorno o l’altro vedi te se non mi incazzo veramente e faccio una rapina come si deve. Sorrido e il ghigno si allarga e si apre ancor più nel pensare alla gente intorno che vede uno che ridacchia da solo. Vabbè, meglio continuare a cercare. Il caldo, il mio acerrimo nemico. Sembra essere seduto dietro di me col casco allacciato, a scroccare passaggi in giro per la città, mentre con un mano mi frusta e con quella libera beve avide sorsate di chinotto prendendo fiato con un lungo e rumoroso «ah». Il sudore è tale che riscaldandosi mi brucia tutto e gli occhi bagnati mettono a fuoco solo aria tremula. Le macchine intorno a me sembrano chiudersi come il Mar Rosso al passaggio degli egiziani, mentre dai radiatori sbuffano aria rovente. Non ce la faccio più. Prima di impazzire come Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia, cerco il primo posto e parcheggio, andrò a piedi. Dopo un centinaio di metri ricevo almeno un quarto di rifiuti pari al totale della distanza percorsa, ma continuo. Scenario diverso, stesso copione. Tanti «grazie» seguiti dal doppio di «no». Mi umilio introducendo la variante «sono uno studente, va 3


bene qualunque cifra, anche meno del minimo», ma nessuno si fida. Mi sa che oggi, come ieri, l’altro ieri e una settimana fa, dovrò ancora andare a prelevare. Prelevo il denaro, come il sangue. Davanti al bancomat della banca chiusa inserisco la scheda e controllo che nessuno mi osservi. «Benvenuto» dice lampeggiante il monitor seguito da un «attendere» che appare e scompare davanti i miei occhi. Gli faccio la mia proposta premendogliela addosso: voglio duecentosettanta euro. Negativo, scrive lui, è troppo. Stronzate. Cambio importo, duecentoventi. Niente. Continua a sparare cazzate. Scendo fino a centocinquanta. Il bastardo non ce l’ha e neanche posso entrare dal commesso di carne, di sabato i bancari stanno a casa a contare i soldi. Chiedo settanta. Un foglio da cinquanta e uno blu da venti ce li avrà l’androide di merda. Non esce nulla dalla sua bocca. Ultimo tentativo, venti sacchi. Errore. Pezzente. Una banca senza soldi è come un ristorante senza camerieri pagati in nero. Ho capito, me ne vado da un’altra parte, pagherò la commissione ma che altro posso fare. Lo insulto e schiaccio il bottone rosso. Attendo il badge. Sento degli strani rumori dentro la macchina. Ne sento degli altri. Poi ancora. Mi preoccupo. Sul monitor appare una scritta che mi consiglia di riprovare perché si è verificato un errore. La carta è stata mangiata. Mi incazzo. Allora comincio a imprecare con il corpo, con la mente e soprattutto con la voce. Qualcuno mi vede, ma non me ne frega niente. Allargo le braccia con i palmi aperti per farli ricadere sonoramente lungo le gambe. Giro su me stesso. Continuo a premere la tastiera. Niente. Sferro calci, prima di frustrazione, poi di rabbia, in un crescendo di convinzione e ira. Digito all’impazzata. Sento dei rumorini. Lo schermo carica non so cosa, lampeggia, metallici meccanismi si muovono. Rulli. Bip. Adesso il digitare è divenuto un battere di pugni. Non risparmio neanche il doppio vetro e neppure il resto della macchina. Un po’ di fumo esce lentamente, uno scintillio. Ancora i rulli. «Dai». La macchina vomita. La mia carta esce calda e leggermente aromatizzata al ferro. Poi il bancomat si stappa dell’indigestione dei risparmi di una vita. Io mi prendo quanto avevo chiesto, ma quello continua e allora pure io. Mi infilo i soldi dappertutto. Nelle tasche, fino a che il metterli equivarrebbe a farli cadere, poi nelle scarpe, nei pantaloni, nelle mutande. Ma escono, escono di tutti i colori, rosso, blu, arancione, verde, giallo e pure viola. Sono stracolmo. Ora posso tirare avanti. L’androide però non sta ancora bene e allora non sapendo dove metterli comincio a prenderne manciate e a infilarmele in bocca. Mastico, trituro, insalivo e mando giù fino a riempirmici lo stomaco. Del resto, il denaro serve per mangiare.

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UNA STAGIONE SENESE di Vincenzo D’Urso Storia di Siena. Tra fiumi di abbracci e aperitivi sottratti all’animo senese. Sguardi addormentati su rossi corpi affacciati su Piazza del Campo. La verità che ogni sera giace sulla bandiera, che sia senese o del poeta assassinato. La peste nera che fa divenire le mani d’avorio, pronti alla guerra tra Guelfi e Ghibellini. – Il governo dei Nove. Vascelli di pecore e di vino che Bacco ha rifiutato, divenuti pregiati beni dell’economia. Saccheggi tirati fuori da una tasca. Montaperti che illumina il sentiero in cui ora giace la sua commemorazione. – Storia del Palio. A poco a poco, un Monte partorente monete beve e mangia lacrime. Nessuna insurrezione degli occhi. – Il Palio alla lunga. Un giorno le parole salutano le Madonne dipinte su una strada dritta e poi in cerchio. – Il Palio alla tonda. Ed è già da un pezzo che non dico niente. Bar riempiti d’umanisti su navi accigliate. – I giochi medievali. Cosimo II de’ Medici sta a guardare le asinate. Lo incornano i tori su un giovinetto trono. Giullari e cavalieri pronti a far bufalate sulla sua tomba. Giovani poeti prendono a pallonate i rianimati classici. Nei rioni si sentono umili fuggire dalle luccicanti armature. Le pietre empite d’acqua pronte per esser scagliate in terra. San Giorgio legge novelle ai cavalli mentre i quadrupedi si dissetano del sangue grondante sui forconi. – Lode alle Madonne nate dai propri figli. Han partorito la mia vita senese.

CANTO PRIMO

L’alcol del sole stordisce trecentesche vetrate, vecchie guerre riardono, il Mangia accarezza i rintocchi dell’ora. Ah! Quante volte ho preteso passi, sguardi, abbracci, che io ancora non conosco. Una strana speranza violenta cammina tra vènti abitanti, Duomi, Chiese, Piazze.

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Il Campo già pronto, e su, in alto, piombano risate, schiantate su cuori alle finestre ornate di applausi e mormorii, stonati su pietre serene – sirene mute di dubbi.

– Mio figlio vaga nell’ombra, il suo passato rimembra, vengano giorni di mitologiche storie.

Tamburi tacciono i suoni, sono buchi d’anime, appassite tra case animate dal fuoco. Guarda lì, una nuova balzana svela cosmi a fiabeschi bambini, non ha età, dominio degli atti futuri.

Sapete, ho attraversato il sole per riempirmi le orecchie di geometrici cerchi, che mai avranno forma. Giungono a noi uscite penose, si prendon per mano, e ad archi di danza in dolci porte mai sarà spezzato il desio: bianche città mai divise in voci gonfiate di notte.

Dalla terra dei versi si uniscono e muoiono diversi. 7


Mangiano semi, tessono radici, e strappano cuciti rami!

Solo la morte nera svela suoni, decimando corruzioni d’altri tempi: – Monsieur Lino, ho una notizia per lei, la corona ha smesso di brillare, con quell’anelito farlocco, pavone dinanzi ai secoli. – Signor Elfo, non finisca incastellato, smuova solo colori, che siano neri e bianchi.

Nove, gli inutili saccheggi, e le pecore, i soli banchieri, come il sangue d’oro, Tabernacolo di ossimori che ignoro.

Distrutte le maree belliche, rifugiate nella calura dell’ombra, il sacro rimane isolato nei mantelli avviluppati da memorie, è lo scempio di ciò che fu dipinto di rosso solitario, ove s’ergono giochi egiziani, custodi d’ogni fantasma.

Un Monte accarezza la fangosa Corneto, non chiede altro che sorgere incolonnato, per voi, è una reliquia in controluce, ma appare come muro velenoso. I cadaveri, fieri e giocosi, avvertono l’istante inganno, un sostegno d’anno in danno, e le bizzarre mostre d’affanno conoscono ora il lucido appanno: non sarà forse giunto il momento? Mica una guerra, unico colpo rasoterra, che tratteggi nuove linee da inseguire. 8


Oh! D’un tratto affondano tuoni, e la città d’eterna festa, sospesa nell’intermittenti nascite, fiorisce in salti ferini.

Fiere di miste macchie radunano nobili file, alla lunga coda, accerchiano minuti e grassi stretti intorno alle antiche usanze, e godono le Madonne, amanti delle grazie, coronate d’arte diligente, regine di cuori ansimanti, rubizzi.

Oh! Pavone, incanti gli ubriachi! Percorri viali e chiese, è di cervogia il lor afrore. Gli Angeli monastici, insensibili bersagli.

Certo, affilate saranno le strade, e ornati come giocolieri, i nobili barberi, ma la vittoria è reclusione, scavalcando dorsi di pericoli vibranti. Nessuno si ribellerà! Soffriranno quei soffi convulsi, e l’abisso cullerà loro sulla tempesta. Ne’ tempi umani e terre sommerse da mobile calma e chiome navali, spuntan le anime annegate, fischiate da nasi asinini.

Forza correte! Giovinette colorate! Brindiamo alla speranza, trionfiamo con coppe vuote d’oro, pestiamo il ferro grezzo altrui, con calma violenta, facciam solletico alla morte. 9


Quel nome che assomiglia al Cosmo, osservi le crudeli asinate – scolorate.

Eccolo! Il primo manifesto incollato su trasparenti muri della Piazza. Perché non dar la caccia ai tori? Uccideremo con misteri di voci soliste.

Passati due anni da sconclusioni che videro esclusi tre animali, menzionati sì, comparse soltanto, da pagani giochetti si passa ad attrazioni cristiane, bestemmie bufalate montate da un buttero, con un orologio stanco, antiorario, e de’ purgatori col ferro appuntito.

Dalla campana arriva l’inverno, crea impressioni bianche, e cade giù il grande cielo, dentro il suono dalle bocche larghe.

I rioni diventano grandi misteri, non svelano mai il buio e il verde, placida è la nostalgia, si espande, a goccia a goccia, tra le brezze mattutine, e riempiranno il grand’evento. Oh! Una rosa elettrica fugge dall’arsenale, è un cavallo che suona fulmineo i suoi passi, respirando, celebrando, delineando spazi.

Grandi corpi vuoti simulano battaglie. S’illuminano fuochi dentro recipienti feriti. Immense coccatrici indossano colpi poi aboliti. Tace l’alba morbosa, il megalomartire è un profeta che non possiede futuro.

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S’odono fischi di santi incoraggiar San Giorgio, splendido cavalier di legno, che uccise le pietre piangenti, con giorgiani chinati nei vasi.

Le bestie furon sconfitte! Il carnevale di carne ebbe inizio, con forconi e mannaie benedette, si sa, il rumore del sangue dev’esser santo.

Un busto bianco vittorioso sorgerà, come nutrice fedele d’ogni bambino. Nei terribili sdegni pregherà, velando il suo dolce viso d’orgoglio triste. Di terracotta le cattedrali solleverà, innalzando sopra il cielo palpitante i battezzati con sogni molli, penetranti.

Ah! Tu che ami i nostri sbagli, proteggi le nostre lacrime, pur infelici e dolorose, la peccaminosa vita possano esiliar.

Oh! Splendida voce, assisterai la schiava mai corrotta, figlia di un disagio lucente, sfibrato negl’illustri giochi, abbi pietà del sentire la strana certezza: la luce. Guida Tu gli infanti agli ovuli, senza che la vita sia randagia della vita stessa, che ha l’amaro del miele e dell’assenzio.

Quella luce, giovinetta prima, ora s’invecchia, grigia e schietta, nella memoria ingenua. Ho un calmo ricordo: il volto di una stagione senese. 11


CANTO SECONDO

Neppure l’aurora crudele risveglia il cielo da fantasmi. Essi creano astrazioni sorrette da ossa bianche. Sembrano filamenti di nuvole, cilindri di felicità, giochi di ovuli nel mio cuore svuotato da pittori esauriti. Battesimi di colori feriti.

È il racconto di chiese che han smarrito l’acqua benedetta, è il canto invocatore di nutrici, nascituri, senz’arte e amore.

Ben, dunque, non dono priorità all’enumeratio che vi giunge. È la tastiera, che ordina l’indisposta bandiera. Siano coraggiosi i bambini! Avvolti da braccia nate da selve d’avorio, e da terre di purissimo zaffiro.

Ogni sera sul petto, metamorfosi d’alcol pagano, afrore d’ogni camera neonata, camomilla del sonno dinanzi nata. – Uheee Uheee. Cullami dolce avventura, dondolami nell’aria come se fossi una stampella bianca. – Uheee Uheee. Odo il mio pianto. Parlo, cammino, e bevo. Dioniso, fiorisce nei laghi supini.

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Ăˆ il vino che smarrisce la diletta infanzia. Qui, giunto, dove Caterina, sposa cadavere, ebbe marmorea la pelle. ...

(Scritto nell’Agosto 2012 e rimasto incompiuto, a dir poco profetico, n.d.r.) 13


LA CASA NATALE di Walter Ausiello Una notte tra i lampi gli venne incontro. Il temporale squassava la casa. La riconobbe indomita negli occhi dei gatti esplorando gli attici. Pulsante e profonda. Quando la pioggia finiva le grondaie restituivano gocce recalcitranti a catini improvvisati. Poi il sole vittorioso dominava la baia visibile e luminosa in lontananza, i felini si poggiavano pigri sui muretti come pensatori orientali, lo sguardo chiuso, appisolandosi con le vibrisse in aria e le palpebre distese. Le gocce prima di cedere riflettevano azzurri orizzonti in perfetta simbiosi con i micetti, e lo stupore della infanzia. Questi gatti non sono di nessuno e sono di tutti: saltano agilmente da un tetto a un altro e fanno dei giretti o attendono il buon cuore di una massaia. Infatti le case sono disposte a sbalzo, il tetto perimetrale di un fabbricato per quello contiguo è solo un fianco, e il terrazzo successivo domina o è dominato dal precedente. Poi ci sono archi e spioventi e tegole d’ ardesia miracolosamente in sede. E la pietà del vento lascia le più sventurate appoggiate su quelle provviste di forza e rassegnata abulia. Di giorno gli spiritelli facevano dubitare della loro esistenza, tra le traverse colorate dello xilofono non basta un alito di vento a far vibrare una nota, figuriamoci un monacello. Colori così decisi da mostrare in modo indiscutibile che ogni nota ha un colore oltre che una frequenza. Povero vibrafono con una sola ottava, ridotto a clava senza tanti complimenti dalle autorità costituite per far fuggire i gatti audaci. La fuga rovinosa fu anche la fine del povero strumentino ridotto a tavolozza. La sera sì, il vecchio monastero sconsacrato si popolava di presenza, dietro le porte, nelle immense stanze che recavano gli eco di biascicate preghiere. Voci oranti di secoli addietro. Specialmente nella penombra forme inquietanti procedevano quando lo sguardo era portato altrove. Questi demoni erano neri come il carbone ed avevano occhi nerissimi e malvagi. Entrò dunque da una finestra mentre il terrore era vivo. Il cortile dell’antico palazzo conduceva il visitatore a un ulteriore cortile e tutto si perdeva nella falda di tufo sicché veniva naturale chiedersi dove e se si potesse proseguire, se in qualche modo cioè il monte fosse accessibile. Di un monte si pensa sempre come salire in cima, un fanciullo può pensare come entrargli nelle viscere. Avrà pure delle cavità umide e scure. Le case di sopra dominavano infatti in modo netto, sovrastando tutto uno strato di abitazioni e memorie. Diversamente i rami tenaci che spuntano dal monte in modo 14


inverosimile, protesi come bracci di lumi forti come tronchi. Dalla brulla aspra roccia questi indomiti legni si coronano di cespugli pieni di foglie, abbondanti, come pudica copertura di squarci di cielo azzurro. E dunque colori di muschio e di litanie, forme e brezze. Il visitatore incantato ancora oggi può inebriarsi di questo paesaggio che sa di antico, visibilmente i tempi delle contrade sono lenti rispetto al caos delle strade limitrofe. Che tuttavia sono lì accanto, a pochi metri, lo sguardo può contenere entrambi o stupirsi nel passaggio repentino che qualche viuzza asseconda come una levatrice in sospiro che fa nascere di continuo e ripone nel materno seno la sorpresa. Cominciò subito a interrogarsi su che senso avesse tutto questo. Poi come tutti i bambini pensava ai suoi genitori distaccati e lontani, braccia non protese verso quelle ore di solitudine, ore d’ aria e di meraviglia, sempre indaffarati e sibillini nelle loro sentenze, lontani. Pensava, con una stretta al cuore, a quando non ci sarebbero stati più. La morte era l’immobilità di qualche passero stremato dal freddo o dalla fame che si consumava su qualche cortiletto ridotto a povera carcassa. Un bambino che pensa giunge velocemente con dispetto alla conclusione che non ha alcun margine di libertà d’azione. Ma scopre l’infinità del pensiero. Il mondo sembra un organismo strutturato e funzionante, tutto è al suo posto, gli idranti lavano le strade, la notte di capodanno i fuochi a mare illuminano la baia con calici colorati che si dissolvono lentamente in armonioso diminuire ed estinguersi. I giocattoli vanno riposti nell’ala del buffet loro destinata, non un centimetro cubo in più, e così accade. Il buio è il nemico più grande. Specie passando da una sala ad un’altra bisogna correre e guardare le forze malvagie in faccia. Sì temibili, possono aprire una porta all’improvviso o risalire dalla fuliggine di un camino e cercare sempre di prenderti alle spalle: è bene sempre avere il volto rivolto verso qualsiasi apertura, la finestra o il balcone, il male entrerebbe da un uscio. Il male ha un sogghigno, occhi di brace e temibili, colori forti su forme sgraziate, il male ti colpirebbe con una forza infinitamente più grande, il male ti vuole sopprimere. E bisogna tenere le orecchie ben aperte e udire ogni sussurro, ogni fiato, urlo o mormorio o lamento. Lui percepisce che il male ha una sua necessità ma non vede che ha molte forme. La morte non gliela fanno vedere in faccia, gli viene narrata con ritardo indulgente. Ignora che esistano i camposanti. Poi c’è il sorriso che è l’eterna primavera dell’amore. Il sorriso che lui sente irride l’autorità e la canzona, il sorriso che trasforma il dolore in accoglienza. La povera zia inferma e prigioniera della grande casa è il sorriso. È la gioia di vivere malgrado ogni malanno. Lei custodisce una foto ingiallita color seppia del grande amore vagheggiato e perso. La sua pelle è rosea e resta sempre luminosa ad onta del tempo, ad onta della pa15


ralisi progressiva. Il fanciullo ignora che il secolo lascia una testimonianza di un tempo perduto, delle vergini oranti, delle grandi madri presenti nelle case, proprio lì in quell’antico sconsacrato monastero. Coglie solo le sintesi delle dispute culinarie, si sa, quando una casa ha più donne c’è una contesa su chi sia veramente la padrona. Per opportunità ognuna ha un ruolo e i conflitti si redimono o forse si celano come i fuochi sotto la brace. Dunque ci fu il tempo degli angeli dei focolari, e delle madri e sorelle coabitanti. Tra quelle pareti impregnate di suppliche e piene di ombre di mantelli. Fino a pochi decenni prima, la guerra uccideva ancora i grandi amori e i candidi cigni restavano fedeli ad un sogno. Morendo poi come boccioli di rosa. A quei tempi il capolinea del secolo era ancora abbastanza vicino, testimoniato dai viventi, per cui quella del 1914 era la Grande Guerra, forse madre di tutti i conflitti? e quella rovinosa infausta, immonda finita da due decenni cosa era stata? Quante rovine e drammi accadono e si disfano e si narrano sottovoce, senza clamore sui vecchi monasteri sconsacrati, prendendo l’aspetto di polvere del bene e del male sulle loro soglie murate, sulle loro piccionaie, nel dispetto di roccia che confonde la malta e i mattoni e i costoni di tufo. Dunque i ricordi e le memorie si possono andare a cercare come un archeologo dell’anima, è possibile scavare tra quelle pietre e reinterpretare e vedere la luce che il monte filtrava sul pavimento sconnesso di copertura di una casa. E che abbagliava nella finestrella della camera di notte tra i lampi. Rosso inferno di bagliore e fragore. E il luccichio del reale attraverso la pioggia. E la carezza infinita del sole.

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L’OPALE di Giovanni Buzi Roma, 9 ottobre 2004, ore 19 e 30. Come ogni sabato, le quattro amiche erano intorno al tavolo da poker. Ancora mezz’ora, non un minuto in più non un minuto in meno, e sarebbero passate al tavolo da pranzo. Avrebbero continuato a giocare dopo la tisana, al momento del limoncello. Quella sera, la cena era ancora più curata del solito: si festeggiava la padrona di casa Alisea Pestalozzi. All’arrivo della torta, Alisea giunse le mani e, riuscendo appena a trattenere le lacrime, esclamò: «Come siete care!...». Le tre amiche ricambiarono con uno sguardo colmo d’emozione: Armida Formichetti 84 anni, Leontina Busti Arsizi 72 e Mariapia Diotallevi 80. Armida, vedova d’un noto chirurgo, aveva quattro figli e otto nipoti inseriti nell’ambiente medico. Leontina, la bambina del gruppo, ultima rampolla di un’agiata famiglia di qualche nobiltà, era ancora signorina; di sicuro la più civettuola, raramente si lasciava sfuggire una buona occasione: “basta che respirano” era il suo motto. Mariapia, come il nome lasciava sperare, era devota alla Vergine e molto pia, tanto d’aver pensato decenni orsono di farsi suora; al momento di prendere i voti aveva rinunciato e ancora se ne pentiva. «Parlatemi di tutto, fuorché d’uomini – era solita dire – è a causa d’uno di essi se adesso mi ritrovo qui in mezzo a voi. A quest’ora sarei in convento, beata fra le beate!». Spente le sette simboliche candeline, più una tagliata a metà, Alisea abbracciò con lo sguardo le amiche e disse: «Non sapete che piacere vedervi qui accanto a me... Grazie!». 75 anni portati alla garibaldina, Alisea, figlia del tenente colonnello Luigi Maria Pestalozzi, morto in guerra nel 1944, non s’era sposata e, logicamente, non aveva avuto figli. Viveva da anni con Fuffy, un’adorabile Yorkshire tutta fiocchi. Ex proprietaria d’una sartoria, si godeva un periodo di meritato riposo nel suo ampio appartamento di Piazza di Spagna, ingombro di mobili, gingilli e ricordi. «Abbiamo qualcosa per te!» disse Mariapia mostrando un pacchettino infiocchettato. Fuffy a vederlo prese a saltare e abbaiare; che lo scambiasse per un lontano parente? «Non posso crederci: è semplicemente di-vi-no!» aprì tanto d’occhi Alisea facendo apparire da una piccola scatola foderata di velluto rosso una spilla con una bellissima pietra. Le altre si guardarono soddisfatte. In effetti, era uno splendido gioiello: finissima filigrana d’oro che incastonava un eccezionale opale di circa due centimetri di lun18


ghezza per uno di larghezza tagliato a cabochon, dal profondo color nero inchiostro animato all’interno da bagliori rosso fuoco, verde ali di coleottero, blu oltremare, giallo limone. «Un brindisi!» stappò una bottiglia di champagne Armida. Le anziane signore non trattennero esclamazioni di gioia; Mariapia giunse le mani in un’espressione prossima all’estasi, Leontina batté le mani e Armida non perse tempo a riempire fino all’orlo quattro coppe. I suoi occhi grigi, uno più opaco dell’altro a causa d’una marcata cateratta senile, s’illuminarono alla vista di quel liquido frizzantino che le piaceva tanto; bastava qualche sorso e nelle sue vecchie vene sembrava circolare nuova linfa. Con un gran sorriso servì per prima la festeggiata che aveva ancora lo sguardo calamitato dalle splendide e misteriose iridescenze dell’opale nero. Alisea stava per prendere la sua coppa, quando gridò un No! d’orrore e lasciò cadere gioiello e bicchiere di cristallo a terra. «Cosa c’è?» fece allarmata Mariapia. «Ti sei punta?» aggiunse Armida alludendo al fermaglio della spilla. «Guardate!» mostrò le mani Alisea. Le dita erano macchiate d’una materia viscosa come sangue ma d’un color verde mela quasi fosforescente. «Che roba è quella?» allungò il collo Leontina tenendosi a debita distanza. «Gesummaria!» si fece un rapido segno della croce Mariapia. «Viene proprio dalla pietra» disse Armida puntando l’indice sul gioiello che continuava a trasudare a terra quel liquame brillante e colloso come bava d’un malefico verme. «Noo!» gridò con ogni sua forza Alisea. Erano due le cose che l’anziana signora aveva più care al mondo: l’adorata cagnetta Fuffy e i suoi preziosi tappeti antichi. Senza perder tempo, corse in bagno, lavò le mani, prese una spugna, una bacinella d’acqua e tornò nel salotto. Le altre tre erano rimaste imbambolate a fissare quell’incredibile pietra. «Non avete ancora tolto da lì quell’orrore?» urlò fuori di sé Alisea. «Non vedete che macchia si sta allargando sul tappeto!». Come risvegliate da uno stato ipnotico, le tre signore guardarono inebetite la padrona di casa. «Vi siete rimbambite del tutto?» disse Alisea che lasciate a terra bacinella e spugna batté due volte le mani come volesse risvegliarle. Con un’agilità imprevista, corse a prendere un vassoio col quale, aiutandosi con un tagliacarte, raccolse il gioiello. Per proteggere i suoi tappeti sarebbe stata capace di cavare gli occhi al Diavolo in persona! S’inginocchiò e prese a sfregare la spugna inumidita sulla macchia. A quel contatto, la materia verde si scosse e come fosse viva s’alzò, si stirò, s’addensò nell’aria, s’ingigantì, s’appallottolò, rimbalzò, schizzò 19


in alto, si spiaccicò al soffitto e, goccia dopo goccia, prese a cadere per tutto il salotto. Le signore erano rimaste immobili come statue di sale, il sangue ghiacciato nelle vene e gli occhi fuori dalle orbite, così Fuffy, la testa piegata verso l’alto, un orecchio giù, l’altro su. Con un puzzo nauseante, quella materia cadeva collosa a grosse gocce sparse accendendosi di verde brillante. Appena una goccia toccava un soprammobile, un tavolo, un qualsiasi altro ostacolo, con uno schuisc! fosforescente schizzava velocissimo in un angolo del salotto, proprio dietro un divano di velluto rosso scuro. In un fetore pestilenziale che ricordava sempre più un cumulo putrefatto di centinaia di cadaveri, per qualche istante nella stanza riecheggiarono quegli schuisc! di luce verde come altrettante serpi impazzite risorte dall’inferno. Infine, quella luminosità accecante si spense e nel salotto restò solo il buio, quella puzza nauseante e il tic tac di un’antica pendola di noce. Nessuna traccia dei respiri delle quattro anziane signore né della cagnetta Fuffy. Poco a poco, prese vita, ansimante, un sospiro. Leggero come quello d’un fantasma. Lento e doloroso. Roco, di belva ferita a morte. Proprio dietro al divano. Che pensare? In certi casi è meglio abbandonare ogni razionalità e affidarsi all’istinto. È quello che fecero le quattro signore e la cagnetta, ma ciò che l’istinto dettava era: tentare la fuga! Unico inconveniente, la via della salvezza passava proprio accanto a quel maledetto divano e al buio era difficile perfino per la padrona di casa ritrovare la giusta direzione. Groff... groff... quel respiro si faceva sempre più ansimante, distinto, presente. Mariapia cadde in ginocchio e iniziò a pregare. Armida afferrò il cellulare che aveva sempre con sé. Alisea allungò un braccio e nel buio trovò, sul tavolo basso dove stava sempre, il tagliacarte. Leontina, la civettuola, trovò la forza di dire: «Chi sarà?». «Sono io...» risuonò cupa una voce dietro al divano. Quell’angolo del salone, poco a poco, prese ad illuminarsi d’un debole chiarore verdastro. Mariapia perse i sensi e, mani giunte, restò accasciata a terra, Armida riuscì ad accendere il telefonino, stava per premere un tasto quando lo sentì disintegrasi nella mano. Alisea lasciò cadere il tagliacarte che stava diventando rosso e bruciante come un ferro rovente. Leontina, terrorizzata, sospirò: «Sembra una voce maschile...». 20


«Sul nostro pianeta non ci sono né maschi né femmine» riprese la voce. Quando si dice la sfiga!, pensò Leontina e ad alta voce disse: «Come siete fatti?». «Ma la vuoi chiudere quella boccaccia!» esclamò Alisea tremante come un budino su un cofano d’un trattore in moto. «Ora lo vedrete...» risuonò cavernosa quella voce. Da dietro al divano il chiarore verde s’intensificò. Per qualche istante non successe niente, poi si sentì uno strano rumore, come di corpo morto trascinato sul pavimento. L’unica delle quattro signore a mantenere la calma era Mariapia; svenuta a terra con le mani che, chissà per quale miracolo, restavano incollate l’una all’altra. Il tagliacarte sfrigolava come un getto di lava in un lago di ghiaccio, aveva già stampato la sua impronta sul tappeto e fumante stava bruciando il parquet. La padrona di casa buttò via il mazzo di rose da un vaso e gettò l’acqua su quella lebbra incandescente. «Incredibile» fece Leontina, «tra poco da quel divano apparirà un orrendo mostro e tu pensi al tappeto!». «E tu a cosa pensi?». «Guardate là!» lanciò un grido Armida puntando l’indice verso il divano. Nelle penombre verdastre comparvero, ben distinte, due pupille d’un rosso vivo. La cagnetta con un salto a molla si rifugiò in cima alla libreria. Le tre signore s’accostarono d’istinto l’una all’altra. Lento, quell’orribile ansimare s’avvicinava. La fosforescenza rossa di quelle pupille poco a poco rendeva visibile una massa gelatinosa, traslucida come vetro fluido. Quel corpo non sembrava avere una forma definita. Con l’avanzare verso il centro del salotto, all’interno si scoprirono membrane grigiastre, organi sanguinolenti, vene, reticoli d’un raccapricciante marrone violaceo, organi pulsanti, fluidi giallognoli, intestini contenenti scorie digestive, resti di corpi non meglio identificati. Più quell’orrore avanzava, più le signore avevano voglia di vomitare; la puzza che quell’essere emanava era insopportabile. La luce verdastra rischiarava ormai l’intera stanza e quella cosa era perfettamente visibile. Si trattava d’un mostruoso ibrido: il corpo ricordava quello d’un coccodrillo e di un’iguana gigante, il muso aveva un’espressione vagamente umana. Le zampe erano possenti, non squamose, la pelle sembrava quella d’un neonato colpito da una brutta malattia cutanea. Sul dorso aveva un’infinità d’aculei mobili e sensibili come antenne d’una lumaca gigante. Ogni sua cellula pulsava della luminosità spettrale delle creature degli abissi marini. Certo, era difficile dire se quell’orrore che strisciava a fatica sul pavimento lasciando una bava verde mela fosse maschio o femmina; per quanto ci provasse, Le21


ontina non riusciva a distinguere nessun indizio utile. D’altra parte era stato lo stesso mostro a dire che sul loro pianeta non c’era una tale distinzione. Ma quale pianeta e come fanno a riprodursi?, pensava l’anziana signorina. Quasi leggesse nel pensiero, il mostruoso ibrido articolò le mascelle munite di zanne traslucide e disse: «Volete sapere come ci riproduciamo su Novolandia?». «Senta, caro... signore» si fece coraggio Alisea, «a dir la verità noi stavamo tranquillamente festeggiando il mio compleanno e...». «Auguri» disse il mostro. «Non sarà venuto appositamente da un altro mondo per farmi gli auguri?». «Non esattamente». «Cosa vuole allora?». «Cosa ne ha fatto del mio cellulare?» irruppe in un impeto al limite dell’isterico Armida. D’un sol balzo, il mostro fu al centro del salotto. Le donne urlarono all’unisono! «Calma, signore» riprese l’alieno. A vederlo da vicino era ancora più schifoso. «Cosa vuole? Se ne vada!» gridò con quanto fiato aveva in corpo Alisea. «E guardi come m’ha ridotto i tappeti; come farò a togliere quella porcheria appiccicosa?». «Non avrà più bisogno dei suoi tappeti» emise un gorgoglio profondo il mostro. Fuffy saltò giù dal mobile e cominciò a ringhiare e abbaiare contro la belva fosforescente. L’ibrido attese una decina di secondi; poi un colpo di coda e scaraventò la cagnetta contro il muro. «Fuffy!» urlò disperata Alisea correndo a raccoglierla. «L’ha uccisa, sporco d’un mostro! Adesso me la paga!» poggiò il corpicino tutto boccoli e fiocchi su una poltrona e alzò in aria una seggiola. «Si calmi signora, è solo svenuta. A proposito, capita spesso alla sua amica di restare così stecchita a terra?» disse il mostro indicando con la punta della coda Mariapia accasciata con ancora le mani giunte. «Non sarà mica morta?» fece Armida avvicinandosi. «No respira; chi l’ammazza questa!». «Cos’è venuto a fare sulla Terra, cosa vuole da noi?» disse Leontina fissando l’ibrido negli occhi rosso fuoco. «Sono venuto a prendevi». «Prego?» Alisea rimettendo la seggiola a terra. «Non volete venire a Novolandia con me?». «Che ci sarebbe di tanto interessante sul vostro pianeta?» chiese Leontina con una punta di curiosità nella voce. 22


«Ma la vuoi chiudere quella boccaccia, sì o no?» sbottò Alisea. «Per cercare un qualcosa di maschio questa sarebbe capace di farci rapire da un mostro!». «Spiacente di deluderla, cara signora, non sono poi così mostruoso come sembro». «Vuole uno specchio?» rispose Alisea sfidandolo con lo sguardo. «Non ce n’è bisogno. So come sono in realtà». «Senta, non è la prima volta che sento questa storia della Bellezza Interiore» fece Leontina. «Quello che vedete è solo un effetto ottico» disse l’alieno. «Bèh, come effetto è abbastanza riuscito» fece Alisea. «L’avverto, se ha ucciso la povera Fuffy, quello che resterà di lei sarà ancora peggio!». «Non vorreste tornare giovani, belle, desiderabili e attorniate da uno sciame di maschiotti tutti muscoli e sguardi languidi?» disse il mostro sollevandosi sulle zampe posteriori e mostrando i bicipiti. «Dov’hai comprato il vino?» chiese Armida alla padrona di casa. «Devono averci messo dentro qualcosa». «Tranquille, nessuna allucinazione» fece l’ibrido ritornando a terra in un vibrare luminoso dell’intero corpo. «Perché questa puzza? Non avete acqua e sapone sul vostro pianeta del cazzo?» sbottò Armida. Leontina le rivolse uno sguardo meravigliato, era la prima volta che sentiva una parola del genere in bocca all’amica. «Si spieghi e si sbrighi» soffiò Alisea. «E questa che ancora non si riprende» aggiunse sconsolata. «Le è già capitato» sospirò Leontina gettando uno sguardo freddo a Mariapia accasciata a terra. «Io parlavo della povera Fuffy!». «Cos’è questa storia di tornare giovani e belle in mezzo ad uno stuolo di pretendenti?» chiese Leontina. «Sarò breve» riprese l’alieno. «I nostri antenati, millenni orsono, hanno sparso su questo pianeta falsi opali neri». «È anche falso, con quello che l’abbiamo pagato!» esclamò Armida. «Lascialo finire» disse Leontina. «I nostri opali non sono pietre, ma punti di scambio, in linguaggio tecnico Porte Intergalattiche. Quando vogliamo possiamo attraversare ogni barriera spazio-temporale e sbarcare qui». «A che pro, se è lecito?» l’interrogò la padrona di casa. «Per diversi motivi, in questo caso per puro trastullo. Il figlio del nostro Re compie il suo diciottesimo millennio e vuole come regalo qualche terrestre». 23


«Calma calma» l’interruppe Leontina. «Da dove sbuca questo figlio di Re, non ha detto che sul suo pianeta non ci sono né maschi né femmine?». «Pensa ad una sola cosa questa» sbadigliò il mostro in uno spaventoso grugnito. Con un getto in avanti s’accostò a Leontina e attorcigliandole la coda ad una gamba continuò «era un modo di dire...». «Ci sta prendendo per i fondelli?» fece Armida. «Ci piace scherzare su Novolandia. Venite a vedere con i vostri occhi se non ci sono maschi e femmine!». «Perché cincischia tanto?» fece Leontina. «Prego?» ribatté il mostro. «Perché non ci trascina a forza, se è proprio questo che vuole?». «Non posso. Dovete decidere di vostra spontanea volontà, altrimenti dovrò tornare da solo». «Almeno il libero arbitrio è salvo» sospirò Alisea. «Sono costretto; ho molti poteri, ma non quello di portarvi con la forza. Credetemi, non ve ne pentirete». «Se la cosa non ci piace, potremo tornare?» chiese Leontina. «Promesso, giurato!» poggiò la punta della coda sul petto il mostro. «Sarà da fidarsi?» fece Alisea alle altre. «Ci parli un po’ del suo pianeta» chiese Armida. «Oh, è un bel posto, vedrete. Non a caso si chiama Novolandia: assomiglia alla vostra Terra, ma tutto è nuovo di zecca, nessun metallo arrugginisce, non esiste polvere e niente d’orribile». «Io ci vado» decisa Leontina. «Scusi sa, ma non si direbbe» disse Armida gettando al mostro un’occhiata che si voleva discreta. «Ve l’ho già detto, non è questa la mia vera natura. Una volta su Novolandia lo vedrete, tornerò ad essere quello che sono in realtà: uno splendido giovane, alto, biondo e con due spalle così!». Le anziane signore si scambiarono uno sguardo più che scettico. «Bene, per mostrare un minimo dei suoi poteri, resusciti la povera Fuffy» disse Alisea. Il mostro si girò verso il divano dove giaceva la cagnetta, i suoi occhi sprigionarono due raggi laser e quel cumulo di fiocchi tornò a zampettare ed abbaiare. «Io ci vado!» esclamò la padrona di casa correndo ad abbracciare Fuffy. «Anch’io!» aggiunse Leontina. «Ma cosa dite!» fece Armida. «Vorreste veramente seguire quell’orrore?». «Non è che qui abbiamo molto da perdere» le rivolse uno sguardo stanco Leontina. 24


Armida si guardò intorno e sospirò. «Beh, in effetti... M’avete convinto, vengo anch’io». «Anch’io!» si risvegliò miracolosamente Mariapia. «Ah» esclamò Leontina, «bentornata fra noi!». «Un momento, tu non dovevi andare quest’anno in pellegrinaggio a Lourdes?» le disse Alisea. «Dovevo, sì» s’alzò l’anziana signora dandosi due pacche sulla gonna. «Vorrà dire che ci andrò l’anno prossimo». Nel salone esplose un lampo di luce! Mostro, cagnetta e signore furono catapultati all’interno dell’opale nero e, in men che non si dica, approdarono su un altro mondo.

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CI VUOLE TROPPO SILENZIO PER AMARE IL MONDO

POESIE di Massimiliano Pricoco

Indecisione sul crocifisso transita un’orma di analfabetismo stracci, ungenti di altruismo, è appena perdono dell’atomo scisso.

La tua scienza rarefatta come nebbia sulle pietre meccanizzazione imprevedibile di mancata innocenza sospirata dall’alba, metano tra il ghiaccio e conoscenza, agiarsi sulla libertà del tuo seno sempre meno.

Ci vuole troppo silenzio per amare il mondo Basta contentarsi di una rosa avvizzita.


SOTTOTITOLATA CON VINCOLO INTERPRETATIVO

(C’è luce libertà dentro sé se solo si guarda con gli occhi di un’illusione qualsiasi, d’amore o poesia) I pugnali hanno una forma di uomo conficcati in una veste di fuoco senza più orientamento le menzogne le masse del cosmo, i primi vagiti della vita occultati nei cimiteri d’arte le prime quattro note di pianoforte al buio l’ultima delle sette dà il benvenuto alla vita nonostante un poeta stesse morendo; il mare cominciava ad essere agitato appena altri toni e semitoni che continuavano a cercare compagnia e profondo silenzio.

(Più ci si guarda dentro più si è disorientati sono aumentate domande e pretese esaurite risposte e certezze) Dopo l’ultima poesia che provava a richiamare i posti più lontani al mondo ho ricomposto le parole storpiate in un amaro ruggito crepuscolare guardando dentro gli occhi di poeti che chiedevano aiuto per esser liberati dopo la trappola di alcune foto che li costringeva ad esser visti da ognuno loro, così timidi salvati e ritrovati dentro dei barattoli in una lenta deriva.

(non sono questi i contorni che appartengono ad una persona né i limiti che danno consapevolezza e allo stesso tempo portano a voler essere altro) C’è il ricordo di qualcuno che prova a segare i fogli di una rivista per tirarne fuori le immagini ed accorciare gli istanti fino a che il tempo si fermasse per tutti quei bambini sulla spiaggia che si domandavano perché le loro madri non fossero dentro dei barattoli che invece tintinnavano dei loro desideri di formare una famiglia con qualcosa di vero e dell’altro raccontatogli dai loro genitori.


LETTERATURA COMPOSITIVA (Difficoltà di parola) Ed è come quella prece ascoltata Da un compunto suonatore giapponese Di takigoto; come un sido che da un’estremità

Nordica di latitudini refrattarie all’insolita Dolcezza del cuore militare, getta Un ansito tra i lucori del crepuscolo.

Intanto lascio che ancora un volta venga eraso Quel minuscolo corpo che cresce dentro te Così per caso, dalla tua euritmia

E come se finalmente non servisse il disprezzo Vengono sparsi fiori di citronella Sui mosaici di Ravenna ancora da poco arsi;

Scrivo la definizione di “orcio” Sui prati di dalie, vecchi postriboli che hanno avuto fortuna Li raccolgo nel vecchio matraccio

Mentre spira attorno, il desiderio Entrambi, l’orcio, il prato Sbiadiscono, ma ne resto ancora innamorato.

E così io e te siamo ancora un anacronismo Tu la diorite che non vuole saperne del mondo Io l’onice che si colora di un nuovo romanticismo.

C’è sempre un solo silenzio che al mattino ritorna Ed è come un origami che chissà da quali mani Prende forma; lo avverto puro, splendente

Dalle filande di adolescenti già in guerra Che non han ancora fatto l’amore E lasciano chiassosi macchie di sangue sul muro.

Avrei voluto fosse un trigemino Da irretire non appena diventati adulti, Ma in questo momento, di arabesco vanesio Vivo soltanto dei tuoi dolci sussulti.


RIFIUTO DI PRIMAVERA

Fiori di testo frammenti di universo nelle armonie dell’incesto; il pianeta, il sesto morte dal cuore terso.

Sgretolarsi dell’avverbio “ly” “ment” “mente” polvere da crociera tra le fiamme di un proverbio rifiuto di primavera.


PRESTAZIONI OCCASIONALI di Giovanni Marchese Una suoneria ossessivo compulsiva sparata al massimo volume. Strappato al sonno dalla detonazione d’un motivo multitonale. Il cellulare del coinquilino della camera accanto. Sveglia che lo sciagurato, studente-lavoratore della provincia, punta ogni mattina alle cinque e tre quarti e accompagna con una irripetibile e perversa sequela di sordide bestemmie che deflagra dalle cantine alle soffitte dell’intero stabile. I nostri letti stanno l’uno accanto all’altro. Separati dall’esile parete in cartongesso che divide le due camere. Cosa avrà da fare da doversi alzare così presto? La sera non rientra mai prima delle undici. Una notte mi ero alzato per un bicchiere d’acqua. Mentre attraversavo il corridoio buio vidi la porta socchiusa della sua camera. La luce abbacinante della lampada da tavolo brillava nel silenzio delle tenebre. Il resto della stanza avvolta nella completa oscurità. Un eremita. Stava seduto, chino sulla scrivania, la penna Bic stretta in pugno. La sigaretta pendeva dalla bocca. Avvolto nel fumo. Compilava concentrato un registro grosso il doppio dell’enorme Bibbia sfilacciata che agonizzava invece sul comodino assieme al cellulare-sveglia, all’accendino e al pacchetto stropicciato di Diana Rossa. Quelle rare volte di giorno che mi capita di incrociarlo in casa fuma come un turco. L’intero appartamento puzza del fumo delle sigarette. E di bestemmie. Fuma e impreca contro Dio, i Santi e la Madonna. Sopratutto verso quest’ultima si esprime con particolare ferocia elaborando oltraggi contorti e disgustosi. I capelli arruffati sul testone rubicondo, gli occhi cisposi e la barba ispida e rossiccia. Grandi occhiali dalla montatura leggera di metallo rilucente. Un naso enorme. Le braccia sproporzionate rispetto alle gambe e il busto dalla consistenza approssimativa. Un corpo sgraziato, tagliato male da madre natura. Indossa completi sdruciti sopra camicie stirate alla cieca. Al collo porta cravatte fuori moda annodate a casaccio. Ai piedi scarpe sportive più grandi del dovuto. Gli abiti non sono da meno. A completare il quadro una valigetta di cuoio lucido con finimenti di ottone ramato. Non ho capito che mansioni svolga di preciso durante la giornata. Forse il venditore di Bibbie porta a porta? Oppure il rappresentante di prodotti industriali. Il commesso viaggiatore. E deduco che il contenuto della borsa sarà un campionario. Laminati. Non riesco a immaginare altro. La fase delle bestemmie si è appena conclusa. Adesso lo sento trascinarsi al bagno nell’assoluta quiete dell’appartamento. Rimarrà un tempo sufficiente a sbrigare le necessità quotidiane e tornerà indietro. Tossisce con un suono aspro. Tubercolotico. In camera si vestirà. Lo ascolto raccattare quanto gli servirà per la giornata. Le pedate 30


rimbombano marziali nel corridoio fino alla porta d’ingresso. La chiave nella toppa gracchia secca. La porta aperta con uno scatto ruvido verrà sbattuta. Un botto fragoroso. La serratura sgrana due, anzi, tre scatti. Pausa. L’eco dei passi sugli scalini che volteggiano nella tromba delle scale fa a pugni col silenzio dell’ora mattutina. Una profondissima quiete avvolge lo stabile. Saranno le sei del mattino. Mi rigiro nel letto e gusto il tepore delle coperte. Spesso riesco ad assopirmi e dormire un paio d’ore dopo l’uscita di Simeone. Il cognome non lo ricordo, credo sia qualcosa come Cairoli o Caroli. Di Carlo, forse. Ognuno si fa la propria vita. Amen.

Avevo aperto gli occhi quando sentii squillare il cellulare sul comodino. I minuti trascorsi a indugiare che seguono la sveglia persero il gusto migliore.

«Buon Anno! Auguri!». «Altrettanto». «Come va?». «Al solito. Tu?». «Benissimo! Senti, mi confermi che vieni a pranzo, no? A noi farebbe molto piacere».

Aldo Rubino. L’avevo rimosso. Sapevo che sarebbe andata a finire così dall’altro giorno quando Aldo mi chiese se avevo impegni per pranzo questa domenica. Non saprei adesso che scusa inventare per non offenderli. Non ho nessuno qui. La partecipazione a qualche pranzo natalizio pro-Caritas? Aldo vive con sua moglie, Rossana, una ragazza graziosa e languida. Hanno avuto un bambino. Vivono in un appartamento regalatogli dai consuoceri. Hanno un sacco di amici sin dai tempi del liceo. Ha un posto da dirigente di secondo livello. Indossa camicie stirate. Aldo non può capire. La riluttanza piega lo spazio-tempo.

«Vengo volentieri». «Grandioso! Ti aspettiamo, diciamo per mezzogiorno. Viene anche Flora. Sei contento?». «...». «...». «Fantastico. A dopo». «A più tardi!».

Aldo da qualche tempo si è messo in testa l’idea di trovarmi una fidanzata. E questo di oggi ha tutta l’aria di un appuntamento al buio. Forse avrei dovuto dire di 31


trovarmi fuori città. Un improbabile viaggio premio vinto coi punti del detersivo. Flora? Non ho la più pallida idea di chi sia.

Il riscaldamento centralizzato viene spento a un’ora della notte stabilita dalla maggioranza degli inquilini, una manica di pensionati che preferisce il freddo alla spesa di qualche decina di euro all’anno di gasolio. Ogni mattina litigo con il gelo. Mi alzo. Infilo le ciabatte e indosso la vestaglia. Tiro su la tapparella. Un cielo plumbeo. Funereo. Osservo le finestre del palazzo di fronte. Gli scuri serrati. La gente dormirà. Ieri sera avranno fatto le ore piccole. La fisiologia mi riporta alla realtà. La vescica non ama temporeggiare. In bagno una mosca si agita nell’acqua del cesso. Un getto caldo e fumante la condanna all’oblio. Tiro lo sciacquone. In fondo nessuno l’aveva invitata alla festa. Allo specchio vedo la faccia di sempre. Dovrei farmi la barba. Una bellezza acqua e sapone. La casa semibuia puzza di sigarette, tanto per cambiare. In cucina il tavolo e le sedie di formica hanno l’aria di aver trascorso una notte molto tranquilla. Manetta, il padrone di casa, è un rozzo manovale in pensione. Il marcato accento locale della parlata nasconde origini meridionali. Mezzo analfabeta e tutto furbo. Quando penso a lui mi vengono in mente due cose. Le mani ruvide e callose. E lo sguardo ipnotizzato, attratto dal frusciare delle banconote dell’affitto. Soldi che intasca ogni mese in nero in barba al “governo ladro”. Un contratto firmato c’è, però non l’ha registrato e non ha intenzione di farlo. Lo punterà contro se qualcuno smettesse di pagare, immagino. Ha passato la vita a spezzarsi la schiena e accumulare denaro. Quando si dice l’integrazione. Un vero terrone del nord. Non credo abbia una vera famiglia. Non è il tipo da farsi incastrare lui. No. Magari avrà pure avuto una donna per qualche tempo in passato. Certo non l’ha sposata. I muscoli tesi, la testa quadrata. I gesti rudi. I suoi movimenti sono virili. So che ha una figlia, me lo ha detto la signora dell’agenzia immobiliare quando presi la camera. Dice che non la vede però. Lei lo odia. Che bel quadretto familiare. Tutti gli arredi di casa appartengono a lui. Ho l’impressione di averli visti uguali in un film neorealista, di quelli che Rai Tre trasmetteva la domenica mattina. La cucina è un cubo di ceramica, latta e aldeide formica sopravvissuto fino ai giorni nostri dagli anni cinquanta. Metto la caffettiera sul fuoco. Mentre ringalluzzisce prendo il cartone del latte dal frigo. Lo verso in una tazza fino a riempirne poco più della metà quindi lo riverso in un pentolino e lo metto a scaldare. Poi prendo la tazza e scaravento sul fondo due, anzi, tre cucchiaini di zucchero semolato bianco. Faccio attenzione che si attacchi bene ai rimasugli di latte appiccicati sulle pareti interne del recipiente. Quando il caffè è pronto ne verso una quantità abbondante nella tazza. Si impasterà con lo zucchero. Senza fretta. Chiudo il gas quando il latte è bollente. Inclino il pentolino sopra la tazza, a una certa altezza. La gravità farà il resto. 32


Schiuma. Mescolo a ritmo blando. La cucina si riempie dell’odore caldo di caffellatte. Il nostro accordo prevede che non ci siano televisori nell’appartamento. La casa oggi è silenziosa più del solito. Sofie, la studentessa francese a cui abbiamo sub-affittato una stanza, è a Parigi. Studia economia aziendale o qualcosa del genere alla Sorbona. Fianchi larghi, un portamento materno e premuroso. A volte la sera ci incontriamo in cucina e facciamo lunghe chiacchierate fino a tarda notte. Per migliorare il suo italiano, dice. Ha intenzione di prolungare l’Erasmus per un altro trimestre. Dice di trovarsi bene qui in città. Ha sempre un sorriso, una parola gentile. Quando la sento preparare il tè è il segnale. Parliamo di quello che ci pare. Condividendo lunghe pause dove nessuno dei due apre bocca senza avvertire la necessità di dire qualcosa lo stesso. Quando non è in città a volte entro nella sua stanza. Rimango a guardare le sue foto mentre sorseggio il caffellatte. Ne ha a dozzine sul muro vicino al letto e accanto alla scrivania. Alcune immagini la ritraggono da bambina. Una bimba paffutella e gioiosa in braccio a una giovane madre. Non le somiglia molto. In altre appare più grandicella assieme a entrambi i genitori sotto il sole nel giardino di casa. Tra muri a secco e la flora locale. Credo somigli più al padre a giudicare da queste fotografie. La sua famiglia è originaria di un’isola tropicale dell’oceano indiano. Un vasto ammasso roccioso sbattuto dai marosi, inespugnabile, su cui si stendono piantagioni di canna da zucchero e tabacco. Lei è cresciuta in quel posto esotico, un residuato del colonialismo francese in cui europei, africani, cinesi, malesi e indiani conferiscono un’eterogeneità davvero unica. Nel 1969 François Truffaut ha girato sull’isola alcune sequenze della pellicola La mia droga si chiama Julie, con Jean Paul Belmondo e Catherine Deneuve. Il film racconta la storia di un ricco produttore di tabacco. Il protagonista si è procurato una moglie per corrispondenza dalla lontana madrepatria. La donna all’inizio del film giunge dalla Francia per sposarlo. Nonostante la ragazza non sia come appariva nelle foto, il protagonista la accetta attratto dal suo fascino. Dopo una breve e intensa convivenza la ragazza, non appena otterrà l’accesso ai conti bancari del marito, lo deruberà di ogni avere dileguandosi. Solo allora l’uomo si renderà conto del piano orchestrato alle sue spalle e che la ragazza, sostituendosi alla vera corrispondente, l’aveva solo sedotto per poterlo poi derubare. Lui rintraccerà la sorella della donna scomparsa, la vera corrispondente, e assolderanno un detective per capire che fine abbia potuto fare. E per rintracciare la truffatrice. L’uomo intanto, sconvolto dagli eventi, tornerà in Francia per sistemare alcuni affari. Giunto in patria si imbatte per caso proprio nella sua ex moglie scoprendo che non se la passa affatto bene, tanto da doversi guadagnare da vivere in un locale notturno. Lui all’inizio vuole farla fuori, poi, commosso dalla sua triste storia di orfana e giovane prostituta sfruttata, le confessa il proprio amore. Nel frattempo il detective li rintraccia. Vuole consegnare la donna alla giustizia per 33


l’omicidio della ragazza scomparsa. Il protagonista, offuscato dalla passione per l’amore ritrovato, lo uccide. Occultato il cadavere dell’investigatore e senza un quattrino in tasca la coppia fugge. Litigheranno e ogni tensione si spegne quando l’uomo dispone la vendita dell’impresa sull’isola. L’incalzare della gendarmeria costringerà la coppia di amanti a fuggire in Svizzera. Isolati in uno chalet in mezzo alle montagne nei pressi del confine, lei tenta di avvelenarlo con il veleno per i topi. L’uomo se ne accorge ma la perdona di nuovo essendogli necessaria più d’ogni altra cosa. Nella mia fantasia l’uomo è il padre di Sofie che, tornato sull’isola, ha messo su famiglia con quella donna fatale. Le altre foto mostrano Sofie con dei coetanei di varie etnie. Per lo più in costume da bagno sullo sfondo dei paesaggi esotici dell’isola. In alcune fa espressioni buffe. Sorridente e solare. A ogni età. La pelle chiara. La chioma scura dei capelli. Fluente. Lo sguardo d’un blu brillante. Il sorriso sincero. Generoso. Una volta Sofie mi ha invitato ad una cena da amici del suo giro di Erasmus. In un grande appartamento a due piani situato in cima a un palazzo antico del centro con vista sul porto. Con i miei trent’anni ero il più anziano del gruppo. Credevo mi vedesse come un fratello maggiore, l’amico maturo a cui affidarsi. Fu una serata molto simpatica a base di gnocchi al pesto, vino rosso e wafer al cioccolato fondente. Pepsi col Fernet. Rispolverai il mio inglese arrugginito raccontando aneddoti improbabili sulla mia vita dissoluta. Mi prendevano in giro chiamandomi “the master” e facendomi grandi inchini ad ogni occasione. Ridevano tutti. Anche io. Senza rendermene conto, finita la cena, dopo il Risiko, mentre gli invitati si dileguavano a coppie per le stanze della casa per fumare erba o per il resto, Sofie mi prese con sé. Mi condusse in una camera da letto con vista sul porto. Chiuse la porta. Fuori c’era la notte. Le luci della città. E le stelle. Ci sedemmo sul bordo del letto. Quasi subito si sfilò la maglietta e si slacciò il reggiseno. Mi guardò negli occhi. Prese le mie mani. Percepivo i seni prosperosi e i capezzoli turgidi contro la mia pelle. Stava per baciarmi quando si sentì male. Aveva bevuto troppo. Arrivò un’amica che la accompagnò a vomitare. Approfittai della situazione per dileguarmi. Da allora le chiacchierate notturne si sono estinte. Suona il cellulare.

«Aldo, dimmi». «Ascolta, oggi è domenica e le corse degli autobus sono meno che negli altri giorni». «Si?». «Niente. Volevo solo ricordartelo. Per essere sicuro che riesca a prenderne uno in tempo. Flora è già qui». 34


«Ok. Ricevuto. Grazie».

Il senso di questa telefonata è che non avrò la scusa di aver perso l’autobus. Sono le dieci. Oltretutto dovrò pure portare qualcosa, non me la sento di presentarmi a mani vuote. Andare a piedi mi aiuterà a eliminare la tensione. Tolgo il pigiama, faccio una doccia. E la barba. Infilo un paio di jeans e un maglione chiaro e pulito. Metto gli stivali. Poiché le nuvole non promettono bene, pure la giacca di pelle, sciarpa e berretto. Afferro dal comodino il libro che sto leggendo. Ficco il volume nella tasca interna della giacca assieme al taccuino e alla penna. Magari esce il sole e trovo una panchina libera. Portafogli, chiavi di casa, cellulare. Chiudo la porta e scendo le scale. Alle porte pendono gli addobbi. Dopo l’Epifania migreranno nelle scatole di cartone. Le Stelle di Natale vegliano in silenzio tra i cumuli di posta pubblicitaria sparsi per l’atrio umido. Nel giro di pochi giorni appassiranno. In strada l’aria è gelida. Niente sole. La via porta il nome di un comandante partigiano. Calma piatta. Chissà com’era la domenica di un partigiano. Sulle montagne aveva altro a cui badare, immagino. Decido di dirigermi al porto vecchio. Certo, dovrò fare un giro più largo per raggiungere la casa di Aldo, ma camminare da quelle parti mi piace. Sarà il cielo carico di nubi, sarà perché è domenica, ma in giro non c’è anima viva. I palazzi svettano nell’aria umida come giganti di marmo. Una leggera brezza smuove appena gli addobbi sulla strada. Le saracinesche abbassate. La via pullula di alberi di Natale piantati come spaventapasseri al limitare dei negozi chiusi. L’atmosfera spettrale è rotta di tanto in tanto dal passaggio veloce di un’auto. L’urlo dei motori irrompe in una città disabitata. La via dove abito attraversa un paio di stradoni, fa qualche curva e declina docile verso l’angiporto. Un uomo anziano passeggia impettito verso di me, sul marciapiede accanto alle aiuole, all’ingresso del porto. Veste pantaloni scuri, camicia arancione a maniche corte e una cravatta bianca. Porta una valigetta e scarpe sportive ai piedi. Quasi calvo, pochi capelli bianchi pendono dalle tempie. Mi fissa come un gatto e passa oltre. Passeggio con addosso gli occhi della città che mi guarda le spalle. Il molo è vuoto. Il mare una distesa di olio grigio metallizzato. Noto una leggera increspatura sulla superficie dell’acqua. Un pesce grosso e lucido si dimena. Una forza invisibile lo spinge dal basso. Agita le branchie. Gli occhi gonfi. L’enorme bocca spalancata sulle viscere sanguinolente. Affoga. Torno indietro e mi incammino verso la stazione. I passi si fanno sempre più veloci. Per istinto, credo, corrono uno dopo l’altro. Il fiato mi stringe la gola. La stazione è completamente deserta. Alla biglietteria non c’è nessuno. Guardo il cartello con gli orari dei treni. Il prossimo sarà fra due minuti al binario uno. Un regionale. 35


Ho il tempo di fare il biglietto alla macchinetta. Infilo gli spiccioli e ritiro il tagliando. Il treno arriva puntuale quando dal nulla spunta un ferroviere. Mi osserva dubbioso. «Deve partire?». «No». «Allora?». «Niente!».

Scappo. Via di corsa. Fuori le strade sono animate e piene di gente. I locali aperti e pure i bar. Famiglie con i bambini, coppie di anziani. Fidanzati e ragazzini spensierati. Si scambiano gli auguri di buon anno. Una trappola. Una messinscena. Bisogna stare in mezzo alla gente per sentirsi veramente soli. Ho il presentimento che questa sciarada sia orchestrata solo per me. Come l’appuntamento al buio. Il tempo scorre lento mentre cammino spedito sotto i portici, verso la casa di Aldo Rubino, cercando di convincere me stesso che tutto sia a posto. Senza riuscirci. Trovo un minimarket gestito dai “pakistani”. Gli unici alimentari aperti la domenica durante le feste. Il negozio è stretto e alto. Le merci colorate riempiono gli scaffali variopinti che coprono con ordine tutte le pareti fino al soffitto. Cassette di frutta colorata circondano il banchetto con la bilancia d’acciaio e il registratore di cassa. Il commesso dai denti gialli sorride extra large. «Plego signole?». «Pandori?». «Celto! Dieci eulo».

Pago e vado via. Non avendo come alternativa il furto. Tira un vento gelido e pungente. C’è una fermata della linea urbana. Decido di aspettare un autobus per compiere l’ultimo tratto. Me ne sto impalato. Infreddolito. Il pandoro depresso pende dalla mano sinistra. Aspetto un quarto d’ora prima di ricordarmi che è Domenica. Riprendo il cammino rassegnato a raggiungere la collina a piedi. Dopo neanche cinque minuti l’autobus sfreccia con un possente boato sulla strada accanto. Il turbine degli scarichi mi investe con fragore trascinandosi appresso polvere e cartacce. La casa di Aldo si trova in cima alla salita, in un palazzo signorile degli anni sessanta. Quando arrivo sono sfinito. Attendo qualche minuto prima di citofonare, per riprendere fiato. Il deodorante è svaporato. Nel cortile, prima dell’ingresso, giace un grosso topo morto. Un ratto enorme. La testa staccata di netto. Come se qualcuno l’avesse abbandonato lì apposta. L’androne dello stabile è un sarcofago di granito rosso e pomelli di ottone lucido. 36


C’è spazio per l’entrata dell’ascensore e le scale. Prendo l’ascensore. Schiaccio il pulsante del terzo piano. Un vuoto pneumatico fuori tempo. Le porte si aprono lente. Aldo mi accoglie a braccia aperte. Alto, magro, biondo. Porta occhiali da vista, una montatura a giorno. Occhi di ghiaccio. Indossa un completo chiaro. Cravatta celeste. «Carissimo, benvenuto! Buon Anno! Oh! Un pandoro! Non dovevi disturbarti». «Figurati».

Mi fa accomodare in soggiorno. La sala è colma di addobbi di cera. Pigne, babbi natale, angeli, bambin Gesù benedicenti, buoi, asinelli, sacre famiglie, stelle comete. In un angolo svetta un abete gigante addobbato. I pacchetti finti formano una muraglia sgargiante. Sul mobile accanto c’è un antico presepe napoletano di plastica. Dall’ingresso arriva Rossana, trafelata. Ci prega di fare piano. Nell’altra stanza il bimbo s’è appena addormentato. Lei incarna alla perfezione il ruolo di giovane mamma senza perdere un soffio del suo aspetto di giovane donna sensuale. La segue dappresso una ragazza bruna dal corpo sinuoso. Fianchi mediterranei. Seni generosi. Misurata nei movimenti. Lo sguardo verde smeraldo. La pelle liscia. Soda. Le labbra carnose. Abbigliamento sobrio eppure elegante. Aldo ammicca. «Piacere Flora». «Sì, mi chiamo Oberdan».

Le mani gelide. La voce roca. Un vago odore di fiori appassiti. Sorrido cortese e passo oltre. La tavola è apparecchiata in tema con le festività. La tovaglia rossa coi ricami di vischio. I tovaglioli stellati d’oro. Le posate brillano. I bicchieri di cristallo e i piatti sono decorati con motivi aurei di pungitopo. Come antipasto rotolini di sfoglia con formaggio caprino e acciughe salate. Ne divoro mezza dozzina. «Allora, Aldo dice che il lavoro nel vostro campo procede bene». «Non proprio, Aldo ormai è lanciato. Io ho ancora un giro molto piccolo».

Per primo vengono serviti natalini in brodo. Mi fermo alla prima porzione.

«Non sottovalutarti. Il tuo lavoro è apprezzato, col tempo avrai un bel giro. Dopo le feste tutto si sistema». «Già». 37


Aldo strizza l’occhio. Flora collabora col padre, sindaco di un paese della provincia, e non ha la minima idea di come funziona il nostro settore. Aldo lavora per una multinazionale, io per vari committenti. Una sfilata di contratti a progetto e prestazioni occasionali. Tacchina arrosto per secondo. Ne mangio una razione doppia. Da bere c’è un Ciliegiolo del Tigullio che Aldo dice di aver preso apposta per me. Gentile, davvero. Aldo guadagna parecchio. La produttività impone paletti assai rigidi e un margine di creatività ristretto. Ridotto all’essenziale. Verte sulla quantità più che sulla qualità. Potrei dire che i miei datori offrono maggiori soddisfazioni estetiche. In linea di principio siamo colleghi ma alla fine del mese lui è un benestante e io un fallito. Ci siamo conosciuti a una fiera di settore e, tralasciando il fatto che più volte ho trovato mie idee sviluppate nei suoi lavori, non so perché continui a frequentarlo. Per dessert Rossana serve un pandolce fatto in casa. Tutto è perfetto. Il cibo ottimo, ho mangiato di gusto. Rossana sì che è una vera donna. Alle continue domande di Flora su come va la mia vita in città rispondo con ammiccamenti e mezze risposte. Aldo non perde occasione per illustrare i suoi ultimi progetti andati in porto. I contratti firmati. Non mancando di dispensare buoni consigli, quelli che crede essere degli ottimi insegnamenti di vita. Delle dritte. Spingendomi a dare slancio alla carriera, illustra le mie capacità professionali agli occhi dell’amica, che nel frattempo opera una tomografia assiale al sottoscritto. Lo ringrazio per l’intercessione presso i Santi Numi e parlo d’altro, di quello che mi pare. Rivolto a Rossana che serve il pandoro affettato su un vassoio. Panettoni e affini a me puzzano di vecchie suore. Il ricordo dell’orfanotrofio triestino mi fa venire la nausea. Ne prendo lo stesso una fetta piccola. Ci accomodiamo sui divani. Si discute di politica. Flora siede accanto. Sostiene le ragioni del femminismo. Aldo è un sincero democratico. Per fortuna Rossana riappare coi caffè ma sparirà per controllare il bimbo. Ingurgito il caffè senza zucchero per ammazzare il saporaccio del pandoro. Formula uno e tiro con l’arco. Le passioni segrete di Aldo. Flora pratica il pilates. Una roba che non so bene cos’è. Rossana ritorna con il bimbo in braccio. Giovanni, si chiama. Un amorino ben tornito. Mi osserva taciturno e placido. Per un attimo ho la sensazione che voglia comunicarmi qualcosa. Un pensiero. L’amica di papà è bella, ma la mamma di più. La vita in genere pare non essere tutto ‘sto granché. Vedremo. Perché sono venuto al mondo? È vero che hai trovato un topo morto in giardino? Mi sento solo. Giovanni infine si mette a piangere. Il vino deve avermi dato alla testa. Aldo prende in braccio il bimbo. Rossana li sorveglia amorevole. Languida e graziosa. I capelli sottili d’un rosso tendente al rame. Il viso ornato da rare efelidi. Gli occhi scuri e profondi. Lo sguardo acceso. Il corpo radioso di una floridezza straripante di felicità, di energia. Da rendere inerte 38


tutto quel che la circonda.

«L’autunno è stato molto freddo, vero?». «Sarà un inverno gelido questo, temo». «Pensate nevicherà?». «Quando nevica sento come una piccola reazione nucleare qui sotto lo sterno che spinge verso fuori».

Mi fissano stupiti. Quel che ho appena detto sembra averli colpiti parecchio. Sopratutto Flora. Aldo e Rossana non guardano me, cioè, guardano sì nella mia direzione, ma oltre, verso l’esterno. Fuori la neve precipita fitta e silenziosa. Bianca come latte. I fiocchi grossi così. Non un filo di vento li smuove. Si dirigono alle finestre ipnotizzati. «Lo dicevo che quest’anno l’inverno sarà rigido». «Sono anni che non nevica così!». «Che bella. Guarda come fiocca!».

Imbambolati dalla neve. Mentre rimangono incollati alle finestre a bocca aperta, senza fiatare, prendo la mia roba. Con movenze misurate. Lascio l’appartamento. La strada è un manto candido come un giglio. La neve ricopre le auto. I marciapiedi, le aiuole e le insegne dei negozi. I tetti e gli alberi. Cammino sereno e avvolto nella coltre bianca in movimento. Tutto è puro. Ovattato. Amniotico. Un glaciale ventre materno.

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COSÌ T’AMO di Michela Zanarella

Così t’amo in un mutamento di cielo, in un modesto respiro fatto di pascoli e fiume. Mi completo come l’albero al suo fusto in un intreccio di sensi maturi. Della tua argilla di uomo mi nutro ed in fronte porto la forma di un beneficio di rossori. Assolta nell’azzurro di un tuo sguardo vado ad immergere l’anima in un palmo sincero di luce. E allineando le emozioni in un bacio, ripeto all’universo l’umano colore di un equilibrio raggiunto, ripeto al destino l’amore e le tue sembianze.


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IL CAZZONIERE — De rerum vulgarium fragmentis di Pietropaolo Morrone

PERSONAGGIO Un poeta, universalmente noto come “Il sommo vate(r)” 1.

[Il poeta, con indosso un cappello con ampia falda e una mantella nera, si trova su una sorta di palcoscenico improvvisato, con numerosi libri sparsi a terra. Guarda in alto, e allunga una mano verso il cielo]

O Muse, o Muse… O Muse. Calliope, Eutèrpe, Èrato… Polìmnia. O voi che, ai tempi del mio collega dilettissimo Omero, dettavate i versi ai poeti. E i poeti, umili e fidi maniscalchi ai vostri servigi, obbedivano. O voi che, oramai da secoli, ci avete abbandonato, lasciando in secca il cuore dei poeti, vi siete ora rivelate a me, dettandomi cotesti versi, con l’iscopo supremo di sciogliere uno dei più ardui problemi che soffoca la mente dell’uomo sin dalle origini. Già nell’antichità, infatti, l’uomo si chiedeva come la nostra amata Terra, nel suo fluttuar leggiero nell’aere, possa reggersi, evitando di precipitare negli abissi del Tartaro. Come si sostiene? Chi la regge? Secondo taluni, Atlante, tal figlio di Zeus e mio cugino carnale, la regge sulle sue spalle immani. Secondo talaltri, gli antichi saggi cinesi, dei quali ho letto ogni sorta di testimonianza, la Terra giace sul dorso di una ciclopica TARTARUGA. Oh, per Zeus, ma qua sorge un problema… la testuggine, dov’è che poggia? Ma è presto detto: ovviamente su un’altra tartaruga, assicurano i sacri testi cinesi. Però, miei diletti, a ben pensarci, il problema si ripresenta tal quale per la seconda tartaruga. I testi, fortuna nostra, ci rivelano che giace su una terza, aggiungono poi che la terza sta su una quarta, la quarta su una quinta e così via fino a sette tartarughe in tutto. Che meraviglia: il problema è risolto! Oh, ma… per Zeus, quest’ultima tartaruga, la settima, dov’è che si appoggia? Invano ho cercato una risposta nei libri. Anni e anni di infruttuose ricerche, ma niente, niente! Le Muse, tuttavia, nella loro infinita bontà, mi hanno donato la risposta e cotal poema ne è la spiegazione definitiva. Il titolo è, miei diletti e mie dilettissime: DOVE POGGIA IL CUL DEL MONDO? 43


Un bel dì lontan lontano, in un angolo del mondo, un omin’ si chiese invano, con far meditabondo: «O mia TERR’ov’io poggio’l culo, al rimorchio del Sol lontano, io ti chiedo per favore: dove poggi il DERETANO?». Ai bei tempi, un cinese, taoista o confuciano, meditando per un mese, prese a sciogliere l’arcano. Sulla schien’di Tartaruga il pianeta è accomodato, ma il cul dell’animale, dove giace appoggiato?

«Sulla schien’di Tartaruga», il cinese assicura, «poi su un’altra e un’altra ancora; non dovete aver paura». Impilate sotto al mondo, mille e mil’come gualdrappe, ma l’animale ch’è sul fondo, dove poggia le sue chiappe?

Questo ve lo spiego io, mentre sto qui poetando, lui ignora il galateo; e sta su pppprr… SCORREGGIANDO!

[Il poeta esce di scena, muovendosi all’indietro, profondendosi in ossequiose riverenze]

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2.

[Il poeta rientra in scena, con le braccia sollevate al cielo]

O miei diletti auscultatòri, o mie dilettissime auscultatrìci — mi son più dilette le dilette che i diletti, che volete! Non prendetevela con me! —, Calliope si è rivelata nuovamente al mio cospetto, dettandomi questa quartina. Premetto che cotali versi potrebbero turbare i vostri nobili, lindissimi, diafani, purissimi spiriti. Io, d’altro canto, da buon italico quale sono, declino ogni responsabilità. E rimetto le vostre rampogne alle Muse istesse. Trovansi presso il Monte Olimpo e ricevono dal lunedì al venerdì, dalle 9:00 alle 13:00, esclusi i festivi. Il titolo è L’amòr: O fanciulla dell’AMÒR, non curarti più del còr. Òdi il verso mio che ringhia, pensa un po’di più alla MINCHIA!

Tal versificare appartiene alla corrente del romanticismo realista, quel tal romanticismo che parte dalle muse e arriva alla minchia; l’altro romanticismo, ben differente, il romanticismo induttivo, parte dalla minchia e arriva alle muse. Parola del sommo vate(r). Oh, miei diletti e mie dilette, vorrei aggiungere la cagione per la quale le muse si son obliate così lungamente. Ora io vi chiedo: avete mai veduto una copia dell’Iliade o dell’Odissea che recasse, accanto al titolo, il nome del vero autore, cioè la musa: Calliope, Eutèrpe, Èrato? Io non ne sono a conoscenza. Tutte le copie presentano, a caratteri pantagruelico/megalitici, il nome del manovale/trascrittore, come s’illo fosse il verifico autore: OMERO. Questi, da trascrittore, turpe verme di terra avvezzo appena a scribacchiare qualchedun volgare verso, s’è trovato a spodestare l’autrice dal suo podio. Ditemi: cos’altro dovevano fare le Muse? [Il sommo rimane a lungo immobile, in contemplazione, guardando al cielo] 3.

[Il vate(r) riprende improvvisamente a muoversi…]

O miei diletti auscultatòri, o mie dilettissime auscultatrìci. Un paio di giorni addietro, presso la biblioteca civica, allorché mi trovavo immerso, profondamente, 45


nella lettura di un’opera di capitale importanza nella moderna filosofia teoretica — Il paradigma ermeneutico nella moderna emancipazione del prepuzio —, opera di cotal difficoltà talché neanche l’autore istesso l’ha compresa, una visione sublime prese a reificarsi davanti ai miei occhi. Si ipostatizzò nella forma di una mistione sublime di carni; carni così perfettissime che parevano modellate, col rischio di qualche rovinoso lapsus freudiano, da quello scultore greco, tal Skòpas [il poeta gesticola, simulando una copulazione, con movimenti sussultori e ondulatori della mano]. O miei diletti, o mie dilettissime, allorquando mi trovo in circostanze simili, sono solito declamare versi. Sì, versi di poeti illustri, rime amorose, versi capaci di materializzare le mie sensazioni, dall’iperuranio alla carne, nel corso di una incipiente peristaltica adersione fàllica della terza gamba. Imperciocché, nel mentre che stavo osservando le ciclopiche e roboanti poppe di cotanta beltà carnificata e una mistica visione di un coito intermammillare stava prendendo forma, mulinante in un vortice di passioni carnali, cotesti versi, di quel poeta volgare fiorentino, tal Dante, ‘iaculàrono dal mio profondo: — … Ahi, quanto a dir qual era è COSA DURA — [il poeta innalza l’avambraccio a mo’ di minchia, giustapponendo la mano dell’altro braccio in corrispondenza del punto medio del braccio istesso], verso che accompagnò l’afflusso sanguigno dei corpi cavernosi nel processo di durificazione della verga. Cotanta beltà, anziché inchinarsi, ringraziarmi, mi malmenò, lanciandomi contro, di seguito: il Canzoniere di Petrarca (edizione Mondadori, i Meridiani, 968 pagine, mezzo chilo), l’Orlando furioso (edizione superlusso, copertina rigida), nonché un voluminoso tomo di linguistica strutturale comparata con elementi di semiotica morfologica dello spinterogeno. Il mio còr era simile a una cipolla: scartato, strato dopo strato, vilipeso, non restava che il nulla della delusione. E mentre il mio corpo vituperato soffriva, soffriva, soffriva… Per Zeus, il mio spirito compose cotanti versi, spontanei come un’erezione: O fanciulla mia, PERDONO! Troppo pura sei per me, sono stato un babbeo, ‘sta minchia mia, come si vede, non conosce il galateo.

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GATTO di Claudia Cautillo

Ch’assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere insieme puossi per la contradizion che nol consente Inferno XXVII, 118-120

Chi è l’uomo che uccise un nemico e non ha gioia? Io solitario ho tutta la gioia. (Canto degli Indiani Papago)

Nove anni e già un amore: il mio gatto, tutti i gatti. Lui, il mio, il primo e indimenticato che – con sincero orrore di mio padre e panico generale degli invitati alla mia zuccherosa festa di compleanno – una vecchia zia rinscemita mi regalò a sorpresa, facendolo saltare all’improvviso – e oop! – da uno scatolone infiocchettato, «Mi ricordava te, tesoro !». Era bello, grosso e cattivo, col pelo rosso e nero e severi, gialli occhi smaltati che sembravano pietre, fissi e duri come lo sguardo dei leoni. Il corpo era robusto, le zampe corte e agili. Ma soprattutto colpiva la bellezza della grossa, larga coda accesa di improvvisi lampi fulvo-bruni, quasi un essere indipendente, vivo di vita propria, che si arrotolava e snodava incessantemente intorno al tronco con la grazia sinuosa di un serpente. Veloce, elegante, sospettoso, prudente. Ogni giorno scoprivo una caratteristica, una nuova qualità del più perfetto esemplare di persiano bruno marmorizzato – ed era mio, mio, mio – che mai giudice di concorso abbia sognato di vedersi comparire davanti, oppure esteta di ammirare, zoologo di studiare, o ragazzino com’ero allora – ma della sua stessa razza! – di poter amare e possedere. Nemmeno la tollerata imperfezione della solita macchia bianca sul mento, senza un’incertezza le pennellate a linea retta delle rigature nere dall’alto della fronte spaziosa alla base del naso sensibile, perfettamente disegnate le tre spirali delle guance. Dopo tanti e tanti anni ancora oggi – bambino invecchiato – d’un tratto mi scopro a cercare ansiosamente, mentre vago, da solo, tra la confusione eccitata dei banchi delle più svariate gare o premi felini, o quando il caso di colpo mi porta a incrociare il passaggio veloce d’un gatto, l’emozione e il piacere della sua folta coda anellata di grossi cerchi neri, lui il mio Brown Tabby, lo smalto luminoso degli occhi, l’eleganza del passo dei piedi 47


piccoli e rotondi… Ed ecco, qualche volta ho un tuffo al cuore, mi pare di rivedere incarnata in un altro la dignità ironica del suo sguardo, e allora ricordo. **** Non ho voluto mai dargli un nome. Nessuno sarebbe stato adatto a lui, pensavo. E per me fin dall’inizio è sempre stato, ed è rimasto, soltanto Gatto. Così io chiamavo questa morbida, misteriosa presenza inafferrabile dall’ampia coda, che riuscì presto ad attirarsi l’odio di mio padre così come la mia più totale ammirazione, e che mi seguiva dappertutto come avrebbe potuto fare un cane. Ero affascinato. Gatto sfuggiva tutti, graffiava, ergeva in tutta la sua maestà la grossa, minacciosa coda, sbuffava arricciando il naso e socchiudeva gli occhi quasi avesse voluto ringhiare, però quando abbassavo la voce per chiamarlo, e modulavo il tono per cercare di imitare il suono così stranamente acuto del suo miagolio, oppure qualche volta anche così, senza preavviso, dopo essere scomparso per ore e quando ormai avevo rinunciato a cercarlo, Gatto sbucava fuori da qualche angolo, silenzioso come un’ombra, e con un salto mi si buttava all’improvviso tra le braccia. Io, invece che spaventarmene, con sollievo lo stringevo subito a me e lentamente cominciavo ad accarezzare quel suo lungo mantello chiazzato di lucidi riflessi rosso-bruni, la testa quadrata dalle mascelle potenti, le due linee di pelo nero sul petto rosso, strette e ininterrotte, che partendo dalla base del collo sembravano formare il doppio filo di una collana. E quella passione così intensa mi spingeva a cercare una corte di suoi simili che gli potesse vivere accanto, sudditi o rivali. Portavo spesso a casa gattini infradiciati o malaticci, stanati da buchi infami, gatte affamate che seguivano l’odore di pesce o di polmone dei miei studiati percorsi a zigzag tra i lotti abbandonati e i marciapiedi vicino la scuola, oppure grossi randagi che rubavo alle gattare della palazzina dove abitavo, insieme ai sacchetti di carne avanzata che quelle vecchie streghe lasciavano agli angoli del cortile. In tutto il tempo della nostra vita insieme non ho mai visto Gatto perdere una lotta contro un altro che non lo riconoscesse nel suo diritto di essere il più forte, furbo, giusto, il più nobile anche. Perché Gatto lo era. Pure so oggi, come sapevo allora, che questo sembra non avere senso nell’annoiato, ordinatissimo mondo in cui viviamo tutti docilmente storditi, candidamente inconsapevoli come assonnate cavie da laboratorio, un mondo piccino piccino che gira su se stesso, dove il cane è il miglior amico dell’uomo però, al medesimo tempo, l’espressione del disprezzo più grande è proprio dare a qualcuno del cane o della cagna, e tuttavia senza che in questo si noti nessuna contraddizione, certamente. Anzi, ogni cosa sembra vera e placidamente consegnata al suo posto, perché ciò che muove questo universo 48


piccolino, polveroso e dal soffitto basso, è una logica che si nutre dei suoi contrari, e tutto è già stato deciso per statuto nella notte dei tempi. Allora accettiamo con tranquillità che si dica gatta ad una donna per farle un complimento, e che contemporaneamente dei gatti – questi esseri meravigliosi, sensibili, coraggiosi, fieri – si possa dire che sono egoisti, cinici, freddi, e che non sanno amare. Ma nove anni e già un amore e, per quanto mi riguarda, au-dessus de la melée, perché Gatto mi amava. Io mangiavo insieme a lui, ci vivevo sentendo quello che lui sentiva, ci dormivo anche; almeno quando non rimaneva fuori tutta la notte e tornava a casa soltanto al mattino, stanco e col pelo sporco e, qualche volta, la scia luccicante e densa di grossi rubini di sangue già coagulato tra il folto delle chiazze bruno sabbia e rame scuro della pelliccia, che il mio sguardo attento intravedeva all’istante. Allora, con un passo stranamente lento, si arrampicava sul mio letto sfatto e nessuno riusciva a strapparlo da lì, dove si addormentava seminascosto dalle coperte ammucchiate, la massiccia, bellissima coda arrotolata intorno al corpo, quella coda avvolgente e compatta che tanto mi affascinava, rigida e con i peli dritti come minuscole lance di fronte al nemico, morbida e appena scossa dal piacere di un languido movimento circolare quando gli accarezzavo la fulva marcatura ad ali di farfalla della schiena, quasi un rosso mantello regale posato sulle nere spalle robuste. Certe volte invece in attesa, immobile al lato del corpo, pronta a scattare in su non appena mi avvicinavo per portargli da mangiare. Altre volte ancora rilassata e poi d’improvviso ritta per la gioia di vedermi, io il suo padrone, o meglio il suo amico, il suo pari, il suo fedele compagno. Ed è venuto anche un giorno, questo lo sapevo dal primo momento in cui ho aperto lo scatolone e dal buco nero sotto il fiocco sciolto è schizzato fuori Gatto, che una vita vissuta così, per me e per lui, non poteva durare. Perché nove anni e già un amore, sì, ma nove anni e un odio anche: mio padre. Ancora oggi non saprei dire il perché di quest’odio. Era così, una cosa naturale per me, come naturale era l’amore che sentivo per Gatto. Un sentimento spontaneo come tanti, un’avversione profonda, ininterrotta, sincera. Crudeltà innata, forse. Ingratitudine. Diciamo che c’era, ed era consequenziale e semplice alla mia coscienza come lo svegliarmi al mattino e l’addormentarmi la sera. E non sto a raccontare melodrammi da operetta di falsi patrigni o di madri colpevoli, che prima di morire lasciano tra le lacrime il frutto del peccato ad un marito che sa. Non devo compiacere il sentimentalismo di nessuno. Qui non c’è tragedia di un eclatante padre beone oppure, come di moda oggi, negli anni contorti di questo inizio millennio, perversamente pedofilo. Niente clamori di spade né squilli di trombe. Ma la sottile, squallida assenza grigio asfalto di un qualcosa che nemmeno adesso so definire, persistente come nebbia e tangibile come l’ostacolo che però nella nebbia non vedi e ti ci spacchi la fronte. Che dire ancora? Ho il ricordo di un ambiente placidamente e immodificabil49


mente tranquillo, onesto, appagato, tutto chiuso nella dorata aurea mediocritas della sana, pacifica atmosfera della provincia italiana anni quaranta, quella di una borghesia piccola piccola, ancora quasi contadina, tenacemente impegnata nella sua quotidiana lotta piccola piccola per la soddisfazione di desideri piccoli piccoli. Di mia madre, morta quando avevo tre anni, non so niente ma, come dicevo, nove anni e già un odio: mio padre. Potrei forse spiegarmi – oh, miei giudici lettori! – cominciando dalla tazza di latte bianco e bollente che ero costretto a bere ogni mattina che Dio si degnava di mandare in terra – rito irrevocabilmente stabilito dal mio altrettanto irrevocabile genitore – e che formava subito una pellicola raggrumata che mi sentivo scendere in bocca con la sinuosità strisciante di un verme. Mi sembrava di soffocare, ma se non la bevevo – tutta e subito – era già pronto un metodo che, almeno nei miei primi anni, non mancava mai di raggiungere lo scopo, e con le mani a coppa incollate alla tazza mi portava a far scivolare tutto il verme dentro la gola, giù giù, più presto che potevo, per la paura che quella cosa bianca e calda il cui solo odore mi dava il vomito potesse farmi soffocare. Divertente, posso dire oggi dall’alto del tempo trascorso, è ricordare la tattica usata dal furbo adulto che mi era padre. Semplice, igienica, efficace. Non mi parlava più. Avevo quattro, cinque anni e lo guardavo. Quei silenzi duri, ostinati, come se io non ci fossi più, come fossi stato improvvisamente cancellato, reso invisibile al mondo mentre lui, con non chalance, continuava il suo teatrino di parole a chiunque avesse intorno, la donna a ore – peraltro mezza sorda – l’indifferente e affaccendatissima tata o qualunque altra persona a portata di voce, mi atterrivano con la totalità che si può sentire soltanto nell’infanzia. Supplicavo, piangevo, imploravo che mi parlasse, che mi rispondesse. Alla fine, come è facile immaginare, mi piegavo e bevevo il verme. Ahimè, non mi sono mai spiegato in effetti, perché il latte non potesse essere riscaldato meno per evitare quella schiuma schifosa, però in compenso ricordo che era impensabile nascondere quel bianco odore che tanto odiavo perché, dati i miei pochi anni, il caffè era streng verboten, all’orzo, con la scarsa fantasia che lo distingueva, mio padre non riuscì mai a pensarci, e di cioccolato neanche a parlarne, i dolci a casa mia non si mangiavano per nessuna ragione. Rovinano i denti, diceva lui. Ma non è certo con i tentativi maldestri di una impossibile, inutile razionalizzazione di cose come questa, di un faticoso lavoro di esposizione dei lucidi ma fuggenti frammenti del mio tempo passato, che posso né voglio essere capito quando parlo della forza di quest’odio, dell’insondabile lontananza dei nostri rispettivi mondi. Perché, per chiunque legga queste righe, uno solo è il punto incandescente su cui mi compiaccio di attirare – come sulla traiettoria invisibile di un sicuro bersaglio – il fuoco ancora acceso dei miei ricordi, ed è questo: l’odio che nutrivo per mio padre, scettici lettori, era proprio del tutto reciproco. 50


**** Vicino la casa in cui vivevo allora con l’adulto che mi era toccato in sorte, all’estrema periferia di una piccola città, sparsa di lotti abbandonati invasi dalle erbacce e abbozzi di costruzioni lasciate a metà, lungo la stretta strada che portava alla scuola, si alzava il cancello arrugginito del piccolo cimitero comunale. Io, con Gatto, ci passavo quasi tutti i pomeriggi. Ero, chissà perché, simpatico al custode, un vecchiettino annoiato e solitamente sbronzo, che ogni tanto gironzolava nel cimitero per poi sparire del tutto fino all’ora della chiusura, e che aveva preso l’abitudine di commuoversi quando gli capitava di vedermi entrare dal cancellone con passo solenne, in mano un mazzo di fioracci che, gli dicevo, volevo distribuire tra le tombe più spoglie: «Ma sì, sono tornato a trovare la mamma», «Sì, le vado a dire le preghiere». E lì, indisturbato nel silenzio cinguettante di quello strano posto, solo come ero sempre nei miei giochi, stanavo lucertole dagli angoli accatastati delle tante tombe o tra i fili dell’erba incolta e la ghiaia dei sentierini. Omaggi che poi offrivo, tenendoli per le code guizzanti, alle fauci aperte del mio riconoscente Gatto, le zampe robuste tese in alto, la spirale della magnifica coda dritta in su. Insieme correvamo tra le lapidi, Gatto si arrampicava rapido sul tronco di un cipresso, io in testa un copricapo indiano di piume. Ricordo collanine di fiori intrecciati, ancora gocciolanti dell’acqua dei vasi di ferro. Ricordo il bianco-nero delle foto. La trasparenza dell’aria. E odore di marcio, e sinuose scie di fumo di candele rosse. Gatto guizzante tra le sculture di marmo, angeli guerrieri, croci, bambini in preghiera. Così passavano le ore della mia infanzia. Io vivevo nel mio mondo – intatto, incantato, selvaggio, perduto – totalmente immerso in una piena, felice noncuranza di tutto ciò che per me non era reale; i grandi e il loro grigiore così pietosamente mascherato, le regole, i divieti, i precetti morali di un ordine collettivo che mi era estraneo, e che osservavo col distacco e lo stupore, con l’incredulità un po’ disgustata che si può provare di fronte al balletto meccanico di una colonia d’insetti, la cui affannata lotta per la sopravvivenza, lo sappiamo, può finire in un secondo sotto il tacco di una scarpa. Ma gli azzurri, spensierati giochi col mio fedele compagno nel limbo del piccolo cimitero non passarono inosservati a mio padre. Un giorno, tornando prima a casa dal lavoro, per mia sfortuna si presentò lì, nella quiete della mia isola incantata, e mi vide. Non so se si trattò di un caso, una combinazione fortuita tra un suo spento desiderio o dovere di visitare la sempre sguarnita tomba della moglie e il mio essere là in quel momento o se, piuttosto, gli fosse arrivata qualche voce sulla strana abitudine del figlio, tant’è che all’improvviso, mentre saltavo urlando tra il bianco freddo delle lapidi e il verde putrescente dell’erba «Chi è l’uomo che uccise un ne51


mico e non ha gioia? Io solitario ho tutta la gioia, io solitario ho tutta la gioia», la canzone degli indiani Papago mi si strozzò in gola e, dopo un attimo di vuoto rosso accecante, mi ritrovai seduto per terra con tutt’e due le guance accese. Alzando gli occhi vidi le scarpe, poi le gambe, poi la faccia disgustata e arrabbiata di mio padre. Ecco però che in un istante ho visto quell’espressione trasformarsi. Prima lo stupore, il terrore, poi una stizza furiosa mentre le unghie di Gatto, piombatogli addosso con l’imprevedibilità che è sua propria, gli lacerano il tweed della giacca, gli occhi gialli sono accesi di una luce selvaggia e fiera che non gli ho mai visto, il fitto pelame della coda è dritto come gli aculei di un porcospino. L’adulto riesce a liberarsi a fatica, lo caccia via a calci e bestemmiando mi spinge a strattoni fuori dal cimitero. «Da oggi basta con quella bestiaccia» mi urla, «questa è l’ultima, a casa nostra non entra più!». Ma io sento che Gatto ci segue, intravedo i suoi grandi occhi duri e brillanti tra la gramigna del marciapiede e oltre i lampioni, a pochi passi da noi. A casa – Vae victis – mi aspetta la punizione. Nello pseudo studio di mio padre, accanto alla libreria impolverata, c’è la solita stampa scolorita di un qualche quadro famoso. È Le déjeuner sur l’herbe. Da adulto mi ricorderà sempre la sferza delle cinghiate che ho preso quel giorno. Sono lì immobile ad angolo retto con i pantaloni calati, subisco la mia umiliazione senza una lacrima e intanto fisso il quadro appeso al muro davanti a me. Il corpo luminoso e caldo della donna, la serica opalescenza della pelle, il verde cupo, invitante e misterioso, dell’ombra umida del boschetto che si alza alle sue spalle, il velo pastoso dell’acqua verde-bruna che si sovrappone all’opaca liquidità dell’erba… La donna ha occhi sicuri e calmi e se ne frega di essere tutta nuda tra due uomini, mi guarda in faccia noncurante e sembra che sorrida leggermente, forse è attenta o forse neanche mi vede, il picnic è finito, il rosso delle ciliegie posate senza volere accanto alla macchia calda del pane, il fresco del vestito caduto nell’erba. Tutto è come è, come non potrebbe non essere. Io serro forte la bocca e non mi esce un grido, mi domando adesso che cosa faranno, che succederà. La donna nuda si alzerà, verrà verso di me? Ma ecco, qualcosa attira il mio sguardo, stretto dallo sforzo di resistere al dolore, verso la chiazza di luce bianca della finestra. Sull’albero del cortile, al di là del vetro socchiuso, brillano gli occhi di Gatto, le foglie scure del ramo che sporge in avanti sono maculate del suo pelo fulvo e nero, intravedo la fierezza immobile della grossa coda, so che è lì per me e che ci sta guardando. Le pupille sono dilatate, due cerchi di luce nera fissi su mio padre. Ma lui non lo vede. Del resto, lontano dalla realtà come era sempre, il poco sveglio – ma quanto collerico! – uomo al quale era affidata la patria potestà della mia acerba persona, non notò Gatto quel giorno, tra le fronde dell’albero, così come non si accorse della sua silenziosa figura nelle settimane che seguirono. Eppure, certamente ne dovette avvertire in qualche modo l’inquietante e attenta presenza, anche se solo attraverso il 52


muschio del suo odore o come ombra veloce, perché da allora Gatto non cessò un momento di osservarlo, di scrutare a distanza ogni suo gesto, e io mi accorgevo di come, giorno dopo giorno, in mio padre crescesse un’insopportabile ansia, un nervosismo che era quasi paura. Apparentemente, io e il mio compagno non vivevamo più insieme. Apparentemente, dico. Perché, anche se cacciato a sassate da mio padre ogni qual volta gli pareva di intravedere l’inconfondibile macchia di pelo rosso-bruno guizzare velocissima tra i cespugli del cortile, o se pure lontanamente gli sembrava di scorgerne gli scintillanti, duri occhi gialli fissi su di lui al di là del marciapiede o all’angolo di un palazzo, Gatto non mancava mai di riuscire ad infilarsi in casa a dispetto di tutto. Spesso, la notte, ne intuivo la sagoma scura – e come il mio petto infantile danzava di gioia! – in attesa fedele sul ramo obliquo dell’albero che dal cortile svettava fino alla finestra della mia camera da letto. Impaziente aprivo il vetro e, con un salto silenzioso delle sue agili zampe, il mio amico, il mio amore, si buttava direttamente tra le lenzuola del mio letto. Avevate forse pensato, voi increduli lettori, che il divieto di mio padre avrebbe reso impossibili le nostre gioie? No, il forzato esilio di Gatto non ci impedì di continuare, di nascosto, le numerose sacre abitudini della nostra vita in comune. Era lui infatti, ormai da tempo, che beveva al mio posto la disgustosa tazza di bollente latte bianco che era la mia condanna quotidiana, approfittando col suo istinto sorprendente di ogni minima distrazione di mio padre il quale, tra le altre doti che mai seppe riconoscere, anzi neppure vedere nel mio sorprendente compagno, erano la precisa, limpida capacità di presentire, anche a distanza, qualunque cosa che per lui fosse un pericolo, così come la percezione lucidissima dei sentimenti che ciascun umano nutriva nei suoi confronti. Sì, mio padre non sapeva calcolare la lama di ferro della memoria di Gatto, il ricordo, inscritto nell’ambra degli ampi occhi luminosi, di chi gli avesse fatto del bene e chi del male. Perciò fu il destino, o un caso, o il sogghignare di un dio indispettito che, nonostante le precauzioni da me prese e la sensibilità telepatica di Gatto, gli rese possibile scoprirci. Quella mattina, ricordo, sono di fronte al mio sacrificio, al bianco verme caldo che non voglio ingoiare. Non appena mio padre esce dalla cucina, ecco che Gatto d’improvviso è qui, non visto scivola come acqua attraverso la porta socchiusa e sale sul tavolo. Ma mio padre, eccezionalmente, torna indietro. Lui, di solito metodico fino all’ossessione, ha dimenticato qualcosa ed ora la porta della cucina è spalancata. Gatto ha il naso corto e largo immerso, ad angolo retto con la fronte sporgente, nella grande tazza che fuma di bianco. Mio padre urla e gli si avventa addosso. Lo prende per la grossa coda selvaggia, lo fa roteare e lo trascina pesantemente giù dal tavolo. Io scoppio a piangere, Gatto è furioso come mai prima, gli occhi perlacei sono come metallo incandescente, agita con frenesia le solide zampe, 53


che può succedere adesso? Lui con una mano tiene stretto Gatto che si divincola, con l’altra apre un cassetto, ora regge la lunga lama del coltello del pane, io urlo con tutto il mio fiato ma in un secondo soltanto il coltello cala su Gatto, mi nascondo il viso con le mani, tremo. Gatto, imprevedibilmente, con uno scatto raccoglie a sé, come fosse una palla, il tronco e le forti zampe. Riesce a schivare il taglio netto della lama che prende il disegno a guscio d’ostrica dell’agile fianco soltanto di striscio, ma... Ma sento un piccolo tonfo sordo, guardo a terra e vedo con orrore le spirali degradanti del pelo lucido di una strana creatura. È il corpo della splendida coda troncata screziata di sangue. Ah, come è ancora viva oggi, l’immagine dei canini scoperti nel muso umiliato e feroce di Gatto, l’ondata di dolore che mi si gonfiò sotto il cuore, diventato d’improvviso nemico, e scuro, e pesante! So ancora che mi scagliai d’impeto contro mio padre, colpendolo con tutta la forza dei miei pugni: «Ti odio, ti odio !». Più tardi raccolsi dal pavimento piastrellato la fiera coda del mio compagno, né da allora me ne sono separato più. Lei è ancora con me, cristallizzata dal tempo. Che ne è, adesso, di questi ricordi lontani? Penso a mio padre, a come da quella mattina non ha più avuto pace. All’angoscia – nera ala di corvo – che da allora consumò inesorabilmente i suoi giorni. Oh no, non è vendetta ciò che mostro al cospetto del vostro giudizio, sconosciuti signori della giuria, miei lettori equanimi. Non vendetta e giustizia neanche, perché niente avrebbe ormai più potuto restituire al mio compagno quello che gli era stato così barbaramente tolto. Soltanto come sono andate le cose. Solo questo. Il racconto di uno strano sollievo, l’ondata di marea rifluente che tornò a colmare il mio abbandonato letto di fiume. La forza del mio abisso. Vi prego, osservatene il fondo. **** Una cosa occorre ricordare. La puntigliosa ossessione per l’ordine del mio ultra metodico genitore. Importante? Oh sì, perché contribuì non poco alla totale discesa nella quale di lì a breve trovò, suo malgrado, a doversi dibattere. Ancora oggi, se presto ascolto all’eco lontana di quei giorni ormai persi, sorrido stancamente tra me al suono categorico di quelle sue così scioccamente sagge e vane parole: «L’ordine è la cosa più importante della vita». Lasciate dunque ch’io ne sorrida, lasciate che ripensi al suo viso comicamente tirato, al terrore che cominciò a sentire nelle sue notti insonni quando, pur non riuscendo a scorgere la figura divinamente guizzante di Gatto, ne avvertiva però, nel buio fitto della stanza, il sommesso e costante ansimare, il sollevarsi del grosso petto nell’altalenarsi del respiro, presenza fermamente 54


vigile ora ai piedi del letto ora sospesa al di sopra della sua testa, e che mai poté smascherare perché, al clic improvviso della lampada sul comodino, nel chiarore rassicurante della luce ogni impressione cessava di colpo. Oppure ancora quando, altre volte, veniva scosso dall’impercettibile – ma pur diabolicamente sicura! – morbidezza veloce del ritmico su e giù del passo dei suoi piccoli piedi felpati, quasi la cadenza da sentinella di un’oscura ma certa, forse folle, forse incontrollabile, mai dimostrata ombra, il riflesso su questa terra di un altro – e più terribile – castigo. Il suo ordine, la sua disciplina, le tante piccole manie sclerotizzate che formavano, come impercettibili granelli di sabbia, il terreno stesso delle sue rassicurazioni. Da allora in poi, se possibile, crebbero addirittura d’intensità, diventando per mio padre la ragione a cui appigliarsi per non cedere alla pazzia. Ma no, Gatto non avrebbe mai potuto spingerlo a questo, e del resto mio padre finì quasi per convincersi di essere semplicemente stanco, di certo provato dalla stillante insicurezza di un esaurimento di nervi, sola ragione, unita alla cronicità della sua insonnia, che giustificasse le allucinazioni dei suoi sensi scossi. Eppure... Eppure nel silenzio della notte, bruscamente, ecco che la consapevolezza del calore di Gatto, l’onda sottile del suo odore, il fruscio sul pavimento delle agili zampe tornavano a tormentarlo con una forza che giorno dopo giorno lo lasciava sempre più infiacchito, nervoso, agitato. Allora mio padre reagiva d’impulso. In preda all’angoscia accendeva la luce, si alzava e cominciava ad aggirarsi nervosamente da una stanza all’altra nella febbre della ricerca di un qualcosa che – immagino – neanche lui sapeva. Ma si sentiva braccato. Rassegnato a non dormire, sfogava la sua ansia nella distrazione di una metodica pulizia del suo armadio di cui, noncurante dell’ora tarda, rovesciava rumorosamente tutti i cassetti, oppure ancora, sistemando le vecchie foto di famiglia con un puntiglio che aveva del comico, e che lo portava ad eccitarsi in uno dei suoi eccessi di rabbia, quando per caso gli capitava di scoprire delle inaspettate incongruenze cronologiche nel susseguirsi inamidato delle fotografie ingiallite incollate negli album. Questo sforzo di nervi lo rendeva particolarmente intrattabile. Durante il giorno si agitava nell’ispezione accurata di possibili macchie sui tappeti o le tende, ridicolmente preoccupato come se da quel suo impegno ne potessero dipendere chissà quali conseguenze, chissà mai che effetti. Altre volte lo vedevo vanamente occupato a controllare che nella dispensa in cucina non vi fossero bicchieri o piatti sbeccati o rigati, e dopo una puntigliosa cernita sistemarli in pile ordinate secondo un ordine e una logica variamente mutevoli, per poi fermarsi di botto, allarmato, con le orecchie tese verso un sussurro sottilissimo che sembrava rivelargli l’ambigua, per lui così inquietante presenza del mio frusciante Gatto. E io ne ridevo, sì, confesso di averne lungamente goduto, non visto, e di sentire con tutto l’orgoglio di cui ero capace lo sfuggente, insidioso gioco di Gatto, l’ombra intelligente del suo scherzo e l’inda55


gante nascosta presenza e... Ma ora torniamo ai fatti. Perché c’è stato un giorno, sì uno in particolare, che ha segnato la mia anima e come una luce spalancata all’improvviso su pupille svagate ha gettato la sua influenza su tutta la mia vita a venire, lo sfasamento percettivo di minuscoli puntini e bastoncelli fluorescenti che fluttuano in un’oscurità rossastra... Ed ecco quel giorno, facile, semplice, il destino è come un frutto maturo che cade dall’albero. Nessuno sforzo. Io sono nella mia stanza, apro a caso il libro che dovrei – ma non voglio – studiare: “...E tu, come è giusto, creperai da miserabile, miserabile qual sei. Sarai colpito alla testa da un frammento della nave Argo, e così vedrai l’amara fine delle nozze con me”. Ma mentre leggo c’è un guizzo improvviso tra il fogliame dell’albero al di là della finestra. Nello stesso momento dalla cucina arriva a scuotermi un grido, un urlo di petto insieme ad un acciottolio assordante, e il libro mi cade di mano. Esco dalla mia camera e già dal corridoio, nella cornice gettata ai miei occhi sgranati tra l’arco della porta e la sagoma di luce della finestra aperta, posso vedere la bizzarra contorsione sul pavimento a piastrelle della cucina – bricco rovesciato, pozza di latte, caduta rovinosa – di mio padre che ora geme di dolore, le mani alla testa che scivola di sangue, i resti disorganizzati di una meticolosa razionalizzazione della dispensa sparsi intorno a lui. tazze e tazzine, piattini da dessert e cucchiaini, un’ultima coppetta ancora rotolante. Della dinamica dell’incidente oggi altro non so dire se non che, spaventato di colpo da qualcosa certamente di forte – e che mio padre mentre chiamava l’ambulanza non si preoccupò di starmi a spiegare meglio – era scivolato di peso sul latte con tutto l’armamentario delle varie porcellane accatastate in bilico sul vassoio che stringeva al petto. Davvero non si capì come il bricco del latte fosse caduto a terra mentre lui armeggiava indaffarato all’ennesima spolveratura e disposizione delle stoviglie sugli scaffali della credenza, né cosa mai d’inaspettato l’avesse potuto spaventare al punto da farlo cadere così maldestramente, ma certo fu chiaro a tutti che la circostanza di reggere con entrambe le mani il vassoio pesantemente armato gli impedì di appigliarsi a qualcosa per non scivolare. Ebbe un breve delirio, ma in quello stesso giorno una commossa vicina – baffuta e popputa, ricordo – venne a versare salate lacrime materne sulla mia infanzia – diceva lei – così precocemente finita, mentre io nel cortile giocavo agli indiani con Gatto, libero e noncurante: «Chi è quell’uomo che uccise un nemico e non ha gioia? Io solitario ho tutta la gioia, io solitario ho tutta la gioia». Ma quella morte per commozione cerebrale, e ciò che i parenti e i vicini tutti, compreso il prete, trovarono di teneramente straziante nell’inconsapevolezza, nell’innocenza dei miei pochi anni, che mi regalò quel sorriso di miele e fossette perfino durante la cerimonia funebre nel piccolo cimitero comunale dietro casa: «Che disgrazia! Povera creatura, non si rende conto, non può capire!» e via di questo passo, fu qualcosa a cui già sulla via 56


del ritorno cominciai a non pensare più. Perché ora mi hanno finalmente lasciato solo, io il piccolo orfano, e voglio entrare nella penombra verde dello studio deserto, dagli avvolgibili parzialmente abbassati in segno di lutto. Mentre osservo Le dejeuner sur l’herbe assaporo il mio nuovo destino. È un foglio di carta bianca, una tela vuota. È un albero palpitante di luce al di là della finestra, e in mezzo alle sue foglie c’è lo scintillare d’oro degli occhi acuti di Gatto, il suo pelo screziato di ruggine e fumo. Faccio pochi passi, apro il vetro e lo accolgo tra le mie braccia aperte, il mio fiero amore dalla coda mozzata. «E dimmi, dimmi Gatto, sei pentito?».

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PASSEGGIATA di Konstantinos Kokologiannis E siccome l’oscurità ha sopraffatto la città, chiudo la porta dell’appartamento e l’ho salutato come se fosse la mia ultima volta. Ho afferrato la mano della mia solitudine e le ho promesso una passeggiata in città. Puttane universali custodivano gli angoli dei vecchi edifici in attesa del prossimo cliente, anche se, lo so bene, me l’hanno detto i loro occhi volevano inchiodarsi con le loro unghie al muro e diventare parte di esso. Ubriachi abbracciati con mezza bottiglia piena mi sorridono, ma ho sentito fortemente il pianto del loro cuore. Pazzi inchiodati ai banchi, in modo che non gli fa paura la loro ombra, parlano a nulla o sono se stessi? Gli uccelli cercano un nido per un po’ di piacere e apro il labirinto della mia anima per farli entrare. Tutto è vano e doloroso e gli incubi, come le malattie, sono permanenti e ti accompagnano una vita come la solitudine.


ACHILLES LAST STAND di Michele Sanseverino Solo un altro sorso. È tardi, lo spettacolo sarà quasi iniziato. E infatti il Colosseo era pieno, gremito in ogni ordine di posto, gente era accorsa da tutti gli angoli del grande Impero, volevano ascoltare che rumore fa la carne quando brucia, quando si consuma avidamente, così in fretta da percepirne solo per pochi attimi il sapore. Volevano ascoltare il suono delle fiamme che devastano, che consumano e non si lasciano domare. Neppure dal tempo, neppure dall’oblio. Distruggere e consumare è questo il loro fine. Loro si nutrono di vento, del soffio vitale che agita le anime più inquiete, che pulsa in ogni singola vena, che rende unica ogni singola goccia di sangue. Uomini. Donne. E questo era il solo modo di dissetare la loro anima. Le fiamme si agitano nel vento e proprio qui stanotte milioni di persone pensano di poterne udire il suono, ma si sbagliano, si sbagliano di grosso ed io sono venuto fin qui per dir loro la verità, per mostrargli quanto è finto questo circo. Ovunque guardi, vedo solo gabbie. Ovunque guardi, vedo solo trucchi. È tutto finto, persino il cielo. Il backstage era gremito: tecnici, addetti alle luci, inservienti, giovani e grossi addetti alla sicurezza, giornalisti, amici, ragazzine vogliose di successo, celebrità, di vedere la loro foto su qualche miserabile rivista patinata. Fissavano il palco, fissavano quel gruppo che andava avanti imperterrito e uguale, troppo uguale a centinaia, a migliaia di altre volte; e il gruppo fissava quel pubblico urlante e in delirio; ed io fissavo loro, ed io fissavo il gruppo. Ero venuto per strappare via il tendone del circo, ero venuto per smascherare i loro trucchi, ero venuto per aprire tutte le gabbie, ero venuto per incendiare il loro finto cielo di cartapesta; avrei davvero reso unico lo spettacolo di quella sera. Fissavo ogni singolo movimento, percepivo ogni loro singolo pensiero, mentre continuavo a provare sete e passione, voglia di bruciare ogni nota, ogni parola. Ed eccolo, lui era lì, pronto ad accogliere nel suo grembo di metallo le mie parole infuocate, pronto ad accogliere, gemendo e vibrando, il seme della potenza degli unici veri Dèi. Era lì, freddo nel suo metallo, inerme e indifeso, pronto a risplendere di pura verità. Il microfono. Fu soltanto un attimo. «Ehi! Tu! Fermati! Ma che cazzo credi di fare?». Inutili parole, qualcuno tentò addirittura di placcarmi, qualcun altro mi tirò per un braccio. Non mi voltai nemmeno, li spinsi via, li colpii nel viso con tutto il furore e la violenza che avevo in corpo. La mia rabbia era stata soppressa per troppo tempo 60


quella sera. Fu semplice raggiungere la meta, avvicinare le labbra al microfono, il palco era caldo, impregnato di fatica e di sudore, impregnato di ipocrisie e falsità, mancava il fuoco ed io ero arrivato fin lì per appiccarlo, ero l’angelo che avrebbe portato la passione, l’angelo della rabbia, l’angelo della follia, l’angelo dell’amore, l’angelo delle fiamme. Il messaggero spietato degli antichi Dèi. La musica per un attimo s’arrestò. Il gruppo mi fissava incredulo e sbigottito, sapevano benissimo chi fossi, ma non sapevano quale fosse il mio compito. «Chi cazzo ti credi di essere?» mi fu urlato contro. «Chi cazzo sono? Io sono semplicemente John, John Bonham, e vi voglio dire che noi, sì, solo noi, noi abbiamo un grande disco, cazzo! Si chiamerà Presence… e per quanto riguarda la roba che avete sentito stasera, beh, io vi voglio soltanto dire una cosa, vi dico che quel Tommy Brolin lì, non sa un cazzo, non sa suonare nemmeno una merda!».

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PARTIGIANI! di Attilio Scatamacchia Valcavi entrò nella caverna dei ricordi e si tuffò oltre l’ambito ottuso delle proprie paure dislessiche. Senza pensare sparò, oltre il buio e l’ombra strana nel pomeriggio invernale delle sei e un quarto. Un gemito oltrepassò la boscaglia densa dei ricordi e la stanza intera, ma senza scalfire nessuno dei rimorsi stratificati nella mente e nel lampo degli sguardi che la guerra e l’ansia di tornare, avrebbero proiettato, oltre ogni aspettativa, al di là del muro di rassegnazione di un partigiano qualunque in rotta con se stesso. Nella stanza tutto era buio e sinistro, fatto di una luce trasversale; la donna uscì dall’ombra penetrante e densa come un cigno ferito, ma le gambe proseguivano normalmente a camminare nella sabbia ottusa del pavimento sconnesso. Nessun problema – sembrò ripetere a se stessa – sto bene, non mi hai fatto niente. Intanto l’isola celebrava incostante le nuvole chiassose dei propri ripari sghembi; Valcavi entrò, nuovamente, ma stavolta non sembrò sparare, lo sten rivolto in basso, il caricatore non ancora innestato, il calcio ancora disarticolato, sotto l’avambraccio. La figura emerse, stavolta ferita dall’ombra ormai compatta e concreta come le favole, e disarticolò parole destrutturate oltre ogni ombra di dubbio. Un uomo uscì e la penombra vide passare i ricordi di un uomo ferito alla spalla, o forse al viso, da una raffica di proiettili vaganti, «un fascista» disse Valcavi piano, intento a fermare l’emorragia.


POESIE di Raffaele Guida

FASCINAZIONE DEL MALE (Symbolum et diaballon) I

Stretto in una morsa di carne infilzato dalle travi del mondo vituperato dalla figliolanza di un padre isterico assassini e santi che si imboccano a vicenda. In lunghe notti asfissianti costruisco scale di teoria e comprendo Lucifero colui che gettato dalle nubi fendendo il cielo e rovinando sulla sua grazia ha diviso la materia in filosofie e dualismi, vero creatore di Vita simbolo necessario alla parola triste figlio rinnegato. A te Lucifero sacrifico la mia innocenza per assaggiare il pensiero che vince sul cuore in un volo a ritroso abbandoneremo tutto ciò che si erge sul nostro intelletto riplasmando l’antica frantumazione tra Bene e Male abbattendo ogni potere verticale i ruffiani significati che uccidono le cento sfaccettature del diamante, il cosmo e nelle significazioni ci ricongiungeremo a Te in un unico corpo né fame né dolore né gioia né luna giù nella botola dai mille volti

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martoriandoci le spalle dalle ali strappate da ministri panciuti e dormienti da un popolo arrogante e chiassoso che sputa e bestemmia sullo stesso male che adora. Allora benedetti siano i tempi dei fratricidi balsamo che inebrierà le nuove rinascite. Scaccerò Dio dalle vostre case protettore degli stolti e dei malfattori l’unica illusione del vostro pentirvi.

II

Lucifero lascerò il mio corpo nelle tue mani e tu mi darai nutrimento consolatore di incompresi, eretici e sapienti, di dementi, ubriaconi e traditori della patria colui che disseta di vendetta il derubato alchimista, trasforma il mio dolore in gioia.

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LAME, BUFFONI E BAMBINI UBRIACHI

I lanciatori di coltelli ingoiarono le lame irrancidite dagli applausi presero a ballare soffici pestando ridanciane gli stomaci pingui pestando ridanciane i desideri vanesi.

I lanciatori di coltelli hanno figli sulla cuspide si dondolano canticchiando arie tristi e nostalgiche si dondolano sulle cuspidi di chiese pacchiane urlano ai passanti le vergogne dei genitori.

Il gaudio dell’oltraggio è il vino più raffinato uno sputo in bocca alla mediocrità dei ministri dalla vita non riesco a trarre nulla che non sia carne la fatica del lavoro l’ansia di morire.

Santoni improvvisati gementi ninnenanne con cuori di boia e smorfie da beghine si morsero le lingue fino a sanguinare sbiancarono di fronte alle arlecchinesche sarabande.

Merda merda merda alla poesia un atto d’amore come quei cazzotti ricambiati a mio padre nella bestemmia la disperazione degli orfani di Dio il riflesso di se stessi che manca nello specchio.

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Figli del mondo e orfani di noi stessi questo respiro è un pegno per le nostre anime vuote eppure quando mestamente la sera cola dal cielo e umidi ricordi spaccano le occhiaie i lanciatori di coltelli si rannicchiano nei loro letti stringono le lenzuola come fossero mani di bambini.

La beffa dell’Eterno nell’attimo dell’applauso. Amore e Eros beffati dall’orgasmo.

Lasciate che io distrugga questo perseverare a rinascere.

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ELISA di Ciro Maiello C’è un letto. Quindi siamo in una camera da letto, fidatevi. Trilli in successione. Sul comodino c’è una sveglia. Il suono potrebbe essere qualsiasi, diverso per tono e intensità, non importa. Almeno non oggi. È fastidioso, il suono. Quindi, meglio interromperlo. Un leggero chiarore pervade la stanza. C’è una finestra. Potrebbe non esserci, ma sarebbe buio e non potrei usare la parola leggero. La finestra è sulla parete laterale, dal lato del comodino, quello senza sveglia. L’altro, quello con sopra la sveglia che ora tace dopo aver trillato per un tempo breve, ma efficace, è dal lato della porta. È di legno chiaro la porta, per il momento basta dire questo. Una quarta parete, l’ultima che completa la stanza e che non ha finestra né porta né letto, è spoglia anche d’altro, essendo l’armadio accanto alla finestra. La stanza è quasi quadrata, tre metri per tre, approssimativamente, essendo sia la parete con la finestra e l’armadio, sia quella opposta con la porta, per il momento, leggermente più corte. Accanto alla porta, infatti, c’è un comò a cassettoni, d’altezza media. Ci si possono appoggiare così degli oggetti, agevolmente, diciamo un braccialetto di cuoio intrecciato e un orologio dal quadrante ovale, come adesso. Il chiarore si fa più marcato. Può essere l’abituarsi degli occhi, ma nel nostro caso è trascorso del tempo e di conseguenza entra più luce dalla finestra. C’è un riflesso, di fascio luminoso che investe qualcosa di metallico, il materiale della testiera del letto, ed è da lì che si origina il riflesso. Tubolari di metallo a bande alterne, lucide e satinate. Ho giusto il tempo per dire che lo stesso vale per la pediera, solo che da lì non proviene alcun riflesso, la luce non avendola ancora raggiunta. La coperta si scosta, o meglio, si solleva prima un po’. Diciamo che è di cotone, si fa prima. La lana presuppone maggiori dettagli. Quando si scosta, c’è un impercettibile frusciare di stoffa, di fibra contro fibra. Capita sempre così, che il lenzuolo non accompagna completamente la coperta in aderente legame, ma quest’ultima vi scivola sempre un po’ sopra. Movimenti bruschi, addirittura, provocano violente separazioni, ma staremo parlando d’altro. Si sente uno strofinio ovattato, le pantofole. Sul pavimento, sul quale evitiamo volutamente di soffermarci, ma è solo questione di attimi, c’è uno scendiletto con un disegno fantasia, dal pelo folto. Fosse stato un tappeto persiano, lo strofinio ne sarebbe risultato modificato, meno attutito. Lo scendiletto è 80x50, per cui lo strofinio ovattato subito diventa una frizione ben più accentuata, per via del pavimento in maiolica. Sono mattonelle ambra, con 67


sottili venature, disposte sfalsate. Qualcuna ha dei piccoli difetti, ma bisogna prestarci molta attenzione per notarli. La maniglia della porta è d’ottone e cede silenziosa alla pressione, abbassandosi, ma restituisce un secco scatto tornando in posizione. La superficie della porta è quasi completamente liscia, se si escludono tre listelli in bassorilievo, intarsiati in madreperla, alti 5 centimetri, che ne coprono l’intera larghezza, disposti equidistanti tra di loro in modo tale che il secondo viene a trovarsi a metà dell’altezza. Se ne apprezza la raffinata fattura, almeno finché non spariscono alla vista, l’anta avendo raggiunto il finecorsa sui cardini. Regna ora un assoluto silenzio. La luce, ormai, inonda completamente la stanza, il tappeto, l’orologio, il braccialetto, il cassettone, l’armadio, i comodini, la sveglia, il letto sfatto.

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GLI AUTORI

ALESSANDRO MARIA ARTISTICO, venticinquenne laureato in lingue, ormai saturo di lavoretti per servire chi “si sente in dovere di guardarti male solo perché tu mangi se loro mangiano” o di sciropparsi “professori che si credono qualcuno perché la mattina tra un caffè e il puzzo degli aliti da cardigan e biblioteca disquisiscono sulla glittica dell’impero sasanide”. Quando era sul punto di scoppiare, la decisione: meglio sfogarsi spappolando la tastiera del pc per digitopressione (shiatsu).

WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere elettronico ma ha vagheggiato lauree in filosofia e psicologia, poiché è rimasto legato sia alla giovinezza (studi classici), che alla speculazione tecnica della maturità professionale (cognitive computing). Si è di recente cimentato in un “saggio caotico” a metà strada tra il filosofico e lo scritto antropologico-culturale.

GIOVANNI BUZI è nato nel 1961 a Vignanello (VT). Diplomatosi a Roma all’Accademia di Belle Arti, soggiorna due anni a Parigi, dove entra a far parte degli artisti della galleria d’arte “Haut Pavé”. Torna a Roma e si laurea nel 1991 in “Arte Contemporanea”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo i romanzi Faemines (Libreria Croce, 1999), La signora dalla maschera d’oro (Il Foglio, 2009) e la raccolta di novelle Alchimie d’amore e di morte (Tabula Fati, 2007). È scomparso nel 2010 a seguito di un tumore. Maggiori informazioni sul sito http://giovannibuzi.net.

CLAUDIA CAUTILLO è nata nel 1967 a Roma. Laureata in Lettere con specializzazione in Storia e Critica del Cinema, è sceneggiatrice e autrice televisiva. Esperienze di critico, giornalista ed Editor presso riviste e case di produzione cinematografiche, ha poi esteso la sua attività al campo della comunicazione in qualità di Copywriter e Brand Strategist.

VINCENZO D’URSO è nato nel 1991 a Napoli. Poeta, scrittore, drammaturgo, frequenta Lettere Moderne presso l’Università Federico II di Napoli. È presente nei volumi antologici Luoghi di Parole Vol. 5 (Aletti Editore), L’alba inquieta del profondo (Edizioni Ensemble), La Solidarietà (Ravenna), Nuovi Poeti (Editrice Pagine) e Labirinthi vol. 4 (Limina Mentis Editore).

KONSTANTINOS KOKOLOGIANNIS è nato nel 1977 ad Atene. Il lavoro del padre porta la famiglia a doversi spostare in diverse città della Grecia. Ha vissuto per nove anni a Reggio Calabria, dove si è laureato alla Facoltà di Agraria con master in enologia. Attualmente vive e lavora a Nicosia di Cipro. Sue poesie sono apparse in diverse riviste e antologie. Ha pubblicato le raccolte di poesie Così Baudelaire aveva ragione (Edizioni Armida) e Anima (Ta.Ti. Edizioni). GIOVANNI MARCHESE è nato nel 1976 a Catania. Diversi suoi racconti sono apparsi su


riviste e antologie, in particolare Funghi di carne su Storytellers (Tunué, 2010) e Fratelli per la pelle sul numero 60/61 di Nuova Prosa (Greco&Greco Editori, 2013). Il racconto breve Mi biblia es Corto Maltese è presente nell’antologia letteraria della Semana Negra 2009 di Gijon diretta da Paco Ignacio Taibo II e Angel de la Calle. Ha pubblicato la monografia Leggere Hugo Pratt (Tunué, 2006) e ha scritto vari soggetti e sceneggiature per graphic novel.

PIETROPAOLO MORRONE nasce a Cosenza 13.700.001.976 anni dopo il Big Bang. Sin da bambino ha mostrato un particolare talento verso la ricerca delle attività meno redditizie possibili: la contemplazione mistica, la lettura, lo studio, la musica e infine la scrittura. Laureato in ingegneria meccanica, persiste, ormai da anni, a lavorare nell’ambito della ricerca scientifica universitaria, nonostante non abbia ancora, in tale percorso di ricerca, trovato un centesimo. Oltre ad essere autore di numerose pubblicazioni scientifiche, suoi racconti sono apparsi nelle antologie La valigia esplosa e La città invisibile (Coessenza). È ancora vivo.

MASSIMILIANO PRICOCO è nato nel 1979 ad Augusta (SR). Ha partecipato a diversi concorsi letterari e sue poesie sono state pubblicate sul sito Poeti e poesia, su riviste come Poeti e poesie, mappe e percorsi, nell’antologia Navigando nella parola, nella raccolta di aforismi Il viaggio è nella testa e sull’Agenda letteraria Opposto.net (2012, 2013, 2014). Scrive su alcuni forum virtuali come Circolo letterario di www.chatta.it e www.intpuntadipenna.it.

MICHELE “BRIGANTE” SANSEVERINO è la voce e l’autore dei testi del gruppo alternativo Briganti Elettrici. Cura la rubrica settimanale Favole del tempo andato sul blog Extravesuviana e ha pubblicato le tre raccolte di testi e poesie Il Ragazzo Elettrico, Il Covo dei Briganti e Ultravioletto.

ATTILIO SCATAMACCHIA è nato a Torino nel 1973 e vive con la moglie e i due figli in una città della costa abruzzese, in provincia di Pescara. Ingegnere, libero professionista nel settore della termotecnica, scrive più meno da sempre. Il racconto qui presentato è la sua prima pubblicazione.

MICHELA ZANARELLA è nata nel 1980 a Cittadella (PD). Pubblica la sua prima raccolta di poesie Credo con l’associazione culturale MeEdus a cui hanno fatto seguito Risvegli (Nuovi Poeti), Vita, infinito, paradisi (Stravagario, 2009), SENSUALITÀ, poesie d’amore d’amare (Sangel Edizioni, 2011), Meditazioni al femminile (Sangel Edizioni, 2012) e la raccolta di racconti Convivendo con le nuvole (Edizioni GDS, 2009).


Rivista Alibi - Numero 2  

ll numero 2 della Rivista Alibi contiene le opere dei seguenti autori: Alessandro Maria Artistico, Vincenzo D’Urso, Walter Ausiello, Giovann...

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