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Anno V - Numero 18 (Luglio/Settembre2017)


Curatore Ciro Maiello

Copertina: progetto grafico di Vincenzo D’Urso illustrazione di Mattia Riami

Hanno collaborato a questo numero: Giuseppe Iannozzi, Francesco Vico, Attilio Scatamacchia, Salvatore D’Antoni, Walter Ausiello, Calamo Inchiostrato, Fabio Macellari, Ludovico Polidattilo, Manuel Crispo, Joe Kowalski, Claudio Magliulo, Serena Naldini, Edoardo Testa. La proprietà intellettuale di tutte le opere qui presentate resta agli autori.

Le illustrazioni di questo numero sono di Mattia Riami (www.mattiariami.com)


MARYLIN MONROE AL COLLASSO di Giuseppe Iannozzi Saluto. Salutavo la folla che moriva ai miei piedi. Il giorno splendeva, per finta. Era il sole alto in cielo e stava esplodendo. Atomico. Ricordo però com’era bello andare a scuola e perdersi tra le grida felici delle ragazze. Erano così belle. Erano così giovani. Non potevano proprio rendersi conto che era tutto finto, che presto ogni spensieratezza sarebbe morta ai miei piedi. Tricky Dick Nixon stirava la sua vistosa stempiatura con la brillantina. Sorrideva sempre, vendeva il Paese agli Americani: gli vendeva la sua Bugia e la faceva diventare la Loro. Niente di più semplice, niente di più complicato. Ma Tricky Dick era un comunicatore nato. E intanto le ragazze mi guardavano e mi trovavano intelligente, quasi carino. Sorridevano al sole e alla pazzia atomica che era nel suo grembo. I Bee Gees suonavano sul piatto: il disco era bello, melanconico, “New York Mining Disaster 1941”. In piazza si gridava Dio è morto. E si gridava che sarebbe risorto nel mondo che faremo. Io giravo con le tette al vento e lasciavo che tutti i maniaci toccassero con la loro nuda mano quant’erano sode. C’era quel disco, quella melodia che s’incastrava nel cervello: i Bee Gees. E io già allora sapevo che presto sarebbe stato tutto un gran casino. Una matricola m’ha offerto un po’ di peyote. Ho rifiutato di lasciarmi allucinare. Ho invece accettato l’invito d’una bella bambina vergine che con me voleva fare all’amore. Sono stato nel suo letto devastato da un terremoto di peluche, e ne sono uscito dopo dieci anni di matrimonio e un milione di piatti spaccati sulla testa. Mi sono guardato allo specchio: non ero invecchiato, non esteriormente; l’anima però non si riflette mai, l’anima è un vampiro, e succhia, succhia il sangue senza che uno abbia tempo d’accorgersene, non a occhio nudo comunque. In Vietnam si moriva: lo sapevo, ascoltavo sempre tutte le ultime notizie. E sapevo che in America non si stava meglio. Ed ero cosciente del fatto che il mio appartamento era tappezzato di pulci. Sapevo che ogni mia parola era ascoltata e valutata. J.F.K. era già morto e sepolto da una lunga pezza: era così bello in televisione quando salutava la folla che l’acclamava, pareva un Apollo sceso in Terra. Non so dire se fosse il Salvatore, però insieme a Miller amò pure lui la morte, la tragicità di Marilyn Monroe. E Charles Manson lo sapeva che sia Kennedy che Miller avevano amato sotto la gonna di Marilyn. La mia bibita è piena di caffeina, di bollicine: è una Coca, in bottiglietta. Il tappo l’ho conservato insieme a mille altri: ho una collezione di tappi, però le bottiglie le

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ho sempre buttate nella spazzatura. Adesso sul piatto suona “Stayin’ Alive”, sempre i Bee Gees. Poi “Night Fever”. Ho la Febbre del Sabato Sera e non so davvero chi potrebbe curarmi da questa malattia. Non reggo il Sabato e la Febbre: mi curo con “Suzanne” di Leonard Cohen, e mi lascio fare la barba dalla sua voce di rasoio. Quando morirò – molto presto, lo so – voglio che mi trovino bello, così lascio da parte i Bee Gees per Cohen. LORO ascoltano tutti i miei dischi: ho l’appartamento pieno di pulci e lo sanno come la penso, e non mi perdoneranno mai perché ho avuto il coraggio di dirmi Libero in un paese di Schiavi. Peccato non abbia la forza di volontà di Spartacus. Però ho la pistola di William S. Burroughs: reggo il suo peso tra le mie mani. In tv danno un film con Marilyn Monroe: la sua gonna è al vento, il suo sorriso è profondamente rosso e aperto in una ferita. Non ho alcuna possibilità di farcela: raccolgo la mia collezione di tappi e la faccio fuori, la getto dal balcone, e i tappi prendono il volo, diventano farfalle dai mille colori. Col pensiero dico addio a tutto ciò che ho profondamente amato e odiato. Dico addio. Ho la pistola di W. S. Burroughs e un matrimonio che m’ha lasciato solo e dolorante. Ho la voce di Leonard Cohen che mi conforta un poco. Il sole non splende più: è al collasso. Si sa. Non inganna più nessuno. O quasi. È Atomico ed esploderà presto, molto presto: un proiettile in canna. Salutavo. Saluto la folla ai miei piedi. Saluto mentre riposo comodamente dentro a una cassa da morto. È bella, è di mogano. Ai miei è costata un occhio della testa. Adesso, non lo possono negare che sono al Centro dell’Attenzione. Non lo possono più negare che sono il migliore, che sono libero. La folla di ragazze muore ai miei piedi: non c’è donna che non si strappi i capelli tra le lacrime. Sono una Star, una Stella del Firmamento al Collasso. Sono Marilyn Monroe e il Vento della Sua Gonna. Saluto. Saluto con la mano pallida e fredda. Adesso non lo possono più negare. Ogni giorno uno nuovo; ma domani non è detto. Il sole è esploso quando ho premuto il grilletto e ho lasciato libera la pallottola d’invadere questo universo che ho sognato per Voi. Saluto. Saluto. Saluto tutta la folla. È un sogno. È un film. Saluto sempre… [pellicola strappata]

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POESIE di Francesco Vico SOLITARIO

Il tre di denari sul quattro di fiori fante di picche su donna di quadri non c’è posto per l’otto di cuori. Un altro giorno in attesa che il tecnico venga a attivarmi il telefono, c’è stato un problema sulla centrale: il mio palazzo non gli risulta la signorina al servizio clienti mi ha chiesto se potevo darle il numero di un mio vicino così da capirne il motivo. Avrei voluto dirle che ho chiesto il telefono proprio per non dover parlare dal vivo con altre persone o qualcosa di altrettanto intelligente, o interessante. Le ho risposto che ho traslocato da poco e che qui nel palazzo non conosco nessuno. Avrebbe potuto dirmi che è un’ottima scusa per conoscere qualcuno, o qualcosa di altrettanto intelligente, o altrettanto interessante invece mi ha detto che mi richiama alle due sul cellulare. Ho fatto una foto al citofono col telefonino e mentre la facevo ho incrociato i vicini del 12 gli ho spiegato la situazione e gli ho chiesto se loro hanno il telefono. Hanno solo il telefonino. Però ho trovato sull’elenco il numero di un paio di vicini di casa e quando la signorina mi ha richiamato abbiamo risolto, così stamattina viene il tecnico per attivarmi il telefono fisso. Il tre di denari sul quattro di fiori. Spero non ci siano altri problemi, il dieci di fiori non so dove metterlo l’influenza è passata, adesso non ho più la febbre, ho ancora un po’ di tosse ma quella fa niente. Se non altro posso uscire a fare due passi

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quando non piove. L’otto di cuori non serve, avrei bisogno dell’asso. Va sempre a finire così, se faccio il solitario nove volte su dieci vince lui.

TROPPI GATTI RANDAGI IN WISCONSIN: AUTORIZZATA LA CACCIA AL FELINO Cos’hai pensato quando hai saputo che nel Wisconsin sparano ai gatti? sono troppi e son troppo randagi urgon misure drastiche e urgenti! Faranno le ronde, già ce li vedo i vecchi figli dei padri fondatori con quell’entusiasmo da bravi americani lo schioppo in spalla e la muta di cani trovarsi alla sera nel bar per bere un bianchino «ne ho preso uno grosso così pesava almeno otto chili» e gli altri sorridono: sanno che quello lì è un gran cacciaballe ed era un micetto, una palla di pelo neanche buono da farci il brodo. Cos’hai pensato mentre il tuo Ulisse faceva le fusa sulla poltrona? Magari anche tu l’hai sentito quel brivido, un attimo d’indignazione: per questo subito hai telefonato per sapere se avevo saputo e cosa contavo di fare. Ci devo pensare se continuare a chiamarti micina.

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ALICE NELLO SPECCHIETTO POTREBBE APPARIRE PIÙ PICCOLA DI QUANTO IN REALTÀ SIA Dice il Gatto ad Alice che chiede la strada «se non sai dov’è che vuoi andare non importa la strada che prendi.» e questo vale per tutti entro limiti incerti, per esempio questa mattina la strada da fare la so, so persino dov’è che ho da andare e tutte le curve, i semafori, i dare-la-precedenza e gli stop, i tratti di asfalto usurato, le buche e i rattoppi. eppure lo scooter non parte (dev’essere la batteria) e mentre bestemmio colpendo il manubrio lo sento alle spalle sorridere con quel sorriso un po’ inglese un po’ egizio. ha un senso dell’umorismo che a volte è peggiore del mio.

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VIA TOLEMAIDE

scendo dal San Martino verso stazione Brignole, il muro della ferrovia e i palazzi di questa quasi periferia assomigliano a denti trascurati, niente di superbo in questa parte di Superba: qualche cartello affittasi, una focacceria, un bar, due benzinai, un laboratorio dove si batte il ferro al centro sei corsie con spartitraffico, un paio di pensiline d’autobus. All’incrocio con Via Caffa, se mi girassi a sinistra, avrei la soggettiva dal corteo quel venti giugno quando due ragazzi nel pieno dei vent’anni si sono rovinati la vita a vicenda, uno facendosi ammazzare e uno sparando. Anche loro topi intrappolati in labirinti di strisce pedonali, sensi unici e corsie preferenziali e non c’è nessun eroe tra questi denti rovinati di cemento dove qualcuno probabilmente prova ad essere felice. La cosa che più assomiglia ad un eroe qui è la ragazza che arriva sicura al bordo del marciapiede ed inizia a attraversare proprio il momento prima in cui il semaforo diventa verde, quasi fosse stata lei. O magari è fortuna, o l’abitudine. Arrivo alla stazione e tutto questo forse è solo un giorno di gennaio pieno di traffico e vento e sono già troppe le parole, eppure mai abbastanza quasi che Via Tolemaide avesse fame d’aria.

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ANIDRIDE CARBONICA di Attilio Scatamacchia La mia età genera abitudine per un ossimoro tronfio e i cavalli di frisia marciscono benevoli al sole di un mattino d’inverno: la sabbia si accumula millenaria sopra i campi di battaglia distaccando fossili dalle proprie matrici stabili mentre il sistema metrico decimale distribuisce filantropico alberi spogli e darsene urlanti in una parentesi della ghiandola pineale e maturano assorti i mitili stanchi in una dieresi cannibalica, in assenza di ossigeno i batteri si mangiano da soli e digiunano astemi i loro organi superiori come assi missilistici altalene paritetiche e analisi critiche di arance fossili, grumose al tatto dissimili in tutto dopo una attenta analisi teoretica, ma forse la mia storia non è tutto è un disfacimento pericleo della cultura dominante una palingenesi austera priva di ansia da prestazione dopo una attenta ascesa al potere di un populismo non violento un reietto erede di una soddisfazione ben poco distinta dentro le pieghe del benessere informatico, una collisione cosmica ha una durata paragonabile alla sistematica adolescente dialisi di un elettrone irrisolto, in un conflitto di eventi innaturali e ascetici come una scelta eremitica un diagramma primario, un evento diarroico, un prisma irregolare, un giannizzero stanco, una pergamena ventricolare, un bottiglia in salsedine, un messaggio epocale, il mare in burrasca, la nave in un porto del Salento nel paleolitico, una murena avvolta dalla pressione della fossa delle Marianne, un interminabile assolo, un contralto assorto nella sua mancanza di voce, una barriera sonora una favola non terminata, una frase a. Una coda litoranea assume il comando nell’obbligo surrettizio di ripetere le analisi del sangue, come una cantilena storta dentro alambicchi surrenali, una ghiandola linfatica ripete favole ascetiche alla propria vitamina k, un sistematico assolo di margini assuefatti a una realtà filantropica mentre immagini distorte proiettano parole incoerenti sui muri d’ospedale, un conato assente restituisce credibilità a una favola mediatica, mentre una genesi pandemica disperde assi fossili dentro una qualche forma di allitterazione in decomposizione avanzata, una cisterna di assiomi matematici riversa in discarica pensieri assoluti in una videoconferenza alienata da una interfaccia protettiva, uno schermo senziente un asettico mondo sotterraneo disperde inconsapevolezza dentro ogni coscienza critica, una analisi distorta dell’Ulisse di Joyce matura certezze nell’ambito non scontato della logica grammaticale, assuefatti allo scorrere del tempo, come una pantera attratta dalle proprie paure, un sistema complesso di numeri affastellati dentro un nuovo campo vettoriale, una perifrasi lasciata a metà, vuoi da bere? Vuoi? Un salvifico assenso augura panorami distopici nelle frasi dei viaggi inaugurali, una metodica essenziale nei passaggi vitrei alla selvaggia analisi grammaticale dei

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simboli ricolmi di anacoluti e le pratiche di anatocismo che dissuadono i sensi, inconsapevoli, stanchi. In una dieresi approssimativa si dissolvono lemuri palindromi la cui coda ė un satellite psichedelico, un mutuo soccorso ascensionale, una metodica longitudinale ieratica possibilità di assuefarsi alla diagnostica interdisciplinare, un catodo immerso in acqua distillata matura consensi inconsueti nella logica estemporanea delle tue incertezze satellitari, lacero possibilismo retro avanguardista, una silloge dimenticata dietro un ritaglio di giornale evoca margini di autorità in un tempo alterato dalla curvatura generata da un intenso campo gravitazionale; come viaggiare nel tempo, forse se esistessero tanti universi paralleli generati in un intervallo di tempo di una frazione di secondo e sfalsati temporalmente tra di loro della stessa quantità, sapremmo viaggiare nello spazio, più che nel tempo, a patto di sapere dove si trovino, suppongo, mentre il nostro omologo dovrebbe viaggiare al contrario, verso il nostro universo, voglio dire, per non incappare in qualche paradosso matematico e linguistico, per non provocare una collisione indesiderata tra materia e antimateria ad esempio e da lì provocare un qualche tipo di annichilimento della struttura molecolare, un archetipo abbastanza desueto, non credi? Abbastanza per avere un decesso comunque, prima di tutto filosofico è chiaro, una dialisi immatura per poter drenare il sangue a dovere per non parlare delle implicazioni morali etiche e paranoiche dei nostri rispettivi governi, il nostro e il loro che dovrebbero però parlare la nostra stessa lingua, visto che il processo evolutivo, generatosi a così breve distanza temporale, dovrebbe dico dovrebbe essere a rigore lo stesso, a patto di scegliere quell’universo, proprio quello la cui linea temporale sia marginalmente la stessa, in senso quantico si capisce. Margot sembrò guardare il Professore per un attimo, uno solo per il tempo utile a disprezzare lui quanto la sua età, forse flebile. Un diapason traslittera prodromico una volpe dispersa nella neve, un altro inverno in una buca marittima, forse ora per sempre. Una sindrome placentare lascia credere che nel futuro prossimo sia possibile allunare in maniera verosimile verso la superficie asfittica di qualche forma di pianeta del tutto simile al nostro, ma questo non vuole assolutamente dire che ci siano le condizioni favorevoli per. Un senso di nausea travolse il muto consenso della sala, agevole mistificazione di un carro allegorico, metropolitano; come cercare la quadra ai molti problemi irrisolti della tua scienza, una accademia di Svezia nel giardino di casa, per dire. A dispetto delle esigenze di diffusione letteraria, Margot non ė affatto una bella donna e questo va detto per non attrarre facili e inutili consensi estetici verso la letteratura di evasione ed ė quasi liberatorio sapere che la ricerca scientifica non deve essere a tutti i costi a servizio dell’uso e consumo di una qualunque estetica com12


merciale venduta al primo offerente (vedi i produttori cinematografici americani). Detto questo un ventilabro fissile assorbe tanta antimateria quanta ne riceve Proxima Centauri. Il Professore annuì alla sua stessa affermazione, girovagando senza meta nei suoi pensieri difformi, utile assuefazione a una qualche estemporanea derisione della sua onirica volontà di avvicinare (sessualmente) Margot. Una navicella spaziale oggi tergiversa sui tuoi seni procedendo in una rotta ellittica verso il monte di venere o maris tranquillitatis senza agevolare l’uso della valvola mitralica, mentre una pozza di metano liquido culla il primo mitocondrio gelido, in un cassero profondo, opalescente. Il ponte di Einstein-Rosen non solo esiste nella realtà ma va percorso correttamente assumendo una traiettoria a elica tridimensionale e deve possedere un suo percorso preferenziale anche nel senso inverso, permettendo di estendere i cicli circadiani anche a strutture verbali mutuate da una realtà tradotta verso una cultura verosimilmente neutra; questo significa che il ponte al suo interno è attraversato da una doppia elica, non solo verbale, percorribile solo in un senso reciprocamente inverso. Esso ha quindi la forma del, del… DNA. Tutto questo è strettamente necessario affinché non avvengano scontri frontali e annichilimenti irrisolvibili quanticamente e che aggirerebbero il principio di indeterminazione di Heisenberg, il cui rispetto non collima con le mie velleità di mutua ribellione e una sistematica decidua obsolescenza tradurrebbe la mia stanca ipofisi in un conato strettamente surrenale. Ed è comunque surreale credere di aver risolto il problema verbale, Margot disse lunatica, ma opalescente. Pur ammettendo sfasamenti temporali irrisori, non è in alcun modo dimostrabile che l’evoluzione linguistica sia metodologicamente la stessa, anche a partire dalle stesse basi neurali. È un’obiezione compatibile con le mie froge nasali, immagini distorte dei miei ossimori tronchi e angosce blese assalgono i mitili dei miei polpacci, disse. Poliziotti etimologicamente in tenuta antisommossa lanciano lacrimogeni, i candelotti percorrono le loro parabole in biancheria intima leggermente sdrucita, come una puttana isterica che sbraccia il suo dissenso dimenticando di indossare mutandine e rossetto palindromo, divaricano le traiettorie dalla prua dei cellulari e la rete zigrinata protegge il parabrezza, immobile. Nelle visiere i baracchini in linea protetta diffondono bestemmie e apprezzamenti sessuali, in una fame allegorica assai difforme dalla realtà comparata come dissuadere un geco dallo scivolare sui muri o produrre al sole una qualche isteresi verbale durante le spinte pelviche maturate in assenza di gravità se fosse possibile sarebbe necessario creare assuefazione verso qualche forma di ideologia sbagliata per poi denigrare la popolazione mondiale e 13


accusarla di mancanza di valori e mettere un anodo di sacrificio sotto due metri di terra ed evitare le correnti parassite migliorando lo stile il contorno dei tuoi occhi è dorato abbastanza il rimmel ti dona a volte forma e sostanza, gli anfibi pesano molto il caldo gonfia le arterie e qualcuno la deve pagare tutta questa storia e che cazzo, fuma la bagascia che sbronza risale quel controviale peccato è un’urgenza prettamente verbale che vada contro il senso del moto della folla che arretra alle cariche dei manganelli, miro alle gambe ma forse non serve magari è una dei nostri: e io non lo so. Serve una crisi di identità e un assolo di tromba mentre missili terra aria dissolvono iodio dalla sommità dei fiumi alpestri e una valvola a sfera brucia fossili divelti dalle insenature dei tuoi seni mentre un lemure striscia tardo fangoso nei prati della boscaglia, disseminando lasciti, caschi teutonici, bravate allegoriche, manuali di storia, fandango, rituali di accoppiamento, maschere antigas, bradipi, assi sghembi, regine di fanti e grissini al prosciutto cotto, aperitivi analcolici, ideologie, narvali depressi, pappagalli sofferenti di alopecia, tamburi di latta, tamburini in età da latte, orifiamme logore, decorazioni incrostate di ruggine, palle di neve, nasi di clown in plastica rossa ipoallergenica, cerotti per non russare, pezzi di scacchi, una torre nella fattispecie, orchi di favole dismesse, taralli pugliesi, antigoni, vettori, vetturini, lipidi, glucidi, vasi sanguigni, bagni turchi, bagni di folla, vespasiani, immondezzai, taumaturghi, chirurghi, metodiche di calcolo, teorie, retoriche, assi fluttuanti, misticismi, geriatria comparata, mentalità distorte, generatrici di forme geometriche di geometria analitica, pasti abbondanti, pareri dissacranti, agevolazioni fiscali per figli a carico, plastica, pvc, dagherrotipi ipnotici, partite a carte, colpi sparati a salve, saluti alla bandiera, saluti pleonastici, riti di affiliazione, maschere di carnevale, carri allegorici, allegorie su carri volanti, voli di punte di frassino, lance e frecce, punte di pietra, pierrot e una lacrima nera dipinta su un fondo bianco, un fiore finto, un vero larice, alci rossi, ossi di seppia, vongole arrostite, un panegirico sul gelato, una gorgiera blu elettrico, cappelli di lana, cotone per calze corte, lunghe passeggiate su ciottoli e lastrico solare, mutui bancari, banche del sangue, banche del tempo, banchi di prova, macchine di condizionamento, camere semi-anecoiche, coni intoccabili, morbide allusioni a corpi avvinghiati tra le lenzuola lavate di fresco, tappi di sughero, plantari di scarpe per bambini coi piedi piatti, pietre miliari, avvisi ottico-acustici, esercitazioni antincendio, porte chiuse, aperture di mentalità inspiegabili, cambiamenti di opinione, ottuse promesse politiche, una politica di analisi autologica verbale, una situazione assertiva per definizione, passi nella foresta, una mistica autorevole, favori nepotistici, una bicamerale mista, pagine vuote, verbi irregolari, diagnosi errate, favole la cui morale sia resa distorta dal precipitarsi degli eventi, noia paradossale, ossa in frantumi, bieche lentiggini lenticolari, freni inibitori, serigrafie, clacson bitonali, una ferrovia a binario morto, una centralina di scambio, terre emerse, sabbia distopica, colline non naturali, laghi prosciugati, beni confiscati, 14


valori bollati, farfalle mistiche, stomaci decollati, letteratura medica, automobili d’epoca vittoriana, apparecchiature per il rilievo geologico, terreni fertili, l’eruzione dell’Etna, una bottiglia di plastica non del tutto biodegradabile, affogata nel sottobosco dell’erba verde e marrone cresciuta sotto le prime piogge di ottobre, una valvola di non ritorno da due pollici, una scatola di caramelle alla frutta, aspartame sfuso, impronte digitali nel fango, oro in polvere, fumetti degli anni settanta, un ricordo pleonastico, una attrazione ontologica, un principio di unificazione universale, una analisi spettroscopica del monossido di carbonio in eccesso in una reazione di shift, una fuga insensata, una apertura di finestre a vuoto, un reso di bombole vuote di gpl, di cinquanta litri, o trenta collegate al fornello a terra, un odore di coperte bollite e di pomodori a perdere, una vigilanza all’ombra nel mese di agosto per evitare che la fiamma si spenga, un suono arido, una metamorfosi micellare, una miriade di polvere disseminata altrove, in controluce, una allergia cutanea, un prurito scrotale, abbondanza di aria, una dieresi pescata a caso in una versione di latino, mentre fuori piove uggiosamente e magari qualcuno o qualcuna scambia pareri reciprocamente vani al proprio interlocutore/trice, uno scambio di ruoli, un seme di sesamo, un albero di timo, un timore represso, un desiderio irrisolto, un vago ricordo dei parziali di chimica, una strana soddisfazione all’ingresso della sede centrale, la volontà di ricominciare comunque vadano le cose, una speranza ritrovata tra le tasche logore dei pantaloni, flanella credo, una sensazione di breve fuga dalla realtà, quando fuori il sole sfibra le ombre in mille regole verbali, dialoghi inascoltati, una baionetta piena di ruggine, ritrovata tra le trincee del Carso, una guerra di posizione, una portaerei, una nave da crociera, mille uomini, cinquecento mezzi di assalto, aviotrasportati, un carro armato leopard, pareri, doni filantropici, una singola metodica conferenza sul clima, una diserzione di massa, volontari di missioni possibili, reduci di una guerra da cui sarebbe impossibile tornare vivi, un insegnamento caduto nel vuoto. È un’ancora indelebile quella che segna una strada interrotta, come un cilindro graduato attorniato da fossili, circuito con il benestare del dubbio che circola come materia ematica in un fossato bilingue; tutto ciò che serve è una succedanea dose di collaborazione verso una materia incandescente come l’improbabilità metafisica di sopravvivere a una missione del genere, il cui titolo mistificatorio induce all’ibernazione di almeno un muscolo involontario. L’unica controindicazione è il trasporto di armi da fuoco, paragonabile in termini di rischio a fumare un sigaro dentro una camera iperbarica; ragioni prevalentemente politiche hanno poi escluso anche il trasporto di armi bianche. Il protocollo di intesa infine ammise in data 2345 il trasporto del cosiddetto “coltello milleusi” derubricato velocemente a strumento di sopravvivenza in ambiente potenzialmente avverso. Il decreto non citava capziosamente il termine “alieno” in quanto in termini perlomeno biologici l’oggetto esplorativo 15


sarebbe dovuto appartenere alla stessa specie, oltre che alla stessa cultura. Era il mese di maggio. Il ponte di Rosen infine inaspettatamente vide per la prima volta un varco spaziotemporale in un vicolo di Genova, al momento deserto. Quella sembrò agli scienziati la prima e unica possibilità di stabilire se le teorie si potessero tradurre in verità pedissequamente tangibili. Forse sarebbe inutile parlare di collasso gravitazionale e crisi dei sistemi informatici o dei software di calcolo delle traiettorie di decollo e atterraggio delle sonde di esplorazione, sarebbe inutile quanto istituire un giorno dedicato alla ventriloquia dei droni, una facile allusione all’istinto volgare della materia razionalistica che avvolge una qualche deiezione letteraria, possibilmente urlante, assurta a analisi epistemologica del caos dilagante dentro le strade cittadine e persone vestite di nero e una molotov tenuta all’inizio con entrambe le mani fece pensare a una qualche forma di errore di analisi verbale, per cui la parallasse dedicata alla trasmutazione degli ossimori avesse generato da sé e inopinatamente una immagine ascrivibile a un ologramma casuale, una sorta di teletrasporto involontario dei soli fotoni pertanto privi di massa. Una beneaugurale forma estetica indurrebbe qualcuno a pensare di tralasciare il sistema di innesco di una qualunque arma rudimentale eppure l’odore del fumo acre delle bottiglie di vetro in fiamme ostinava i sensi alla disobbedienza verbale come un circolo vizioso di bevitori consenzienti di cognac scaduto in qualche passera voluminosa abbastanza da decidere di vomitare fiele e acqua minerale piuttosto che chiedere in prestito adrenalina ai celerini affaccendati, mentre si accumulano detriti dietro le barricate e fango dentro magazzini di pezzi di ricambio. Ciò che scompone la luce è il ritmo della valvola mitralica, è un suono difforme dall’inquietudine che sovrasta il fumo dei lacrimogeni e il fiore di loto sommerso nella vasca dei tuoi ricordi, in un sogno di passaggio emisferico, un contorno emiciclico che governa ogni passaggio di stato, a temperatura costante; un diametro opposto alla corda dei tuoi reni che ondeggiano al ritmo di Revolver – Rage Against the Machine – Evil Empire, 1996, in un angolo opposto al vertice in cui la somma dei lati rappresenta il doppio dell’ipotenusa e la complementarietà delle formule trigonometriche viene assunta per vera seppure automatica; la convergenza dei dissapori dissimula l’assenza del tempo in un futuro desertico e frotte di minorenni che si agitano nei sacchi a pelo, ritenendo a ragion veduta di prolungare indefinitamente le proprie vacanze estive, nel contesto climatico in cui avvengono gli attraversamenti dimensionali è lecito pensare a un caso ingovernabile che rappresenta la realtà oltre ogni aspettativa una limitazione ieratica alla propria volontà di potenza che esercita la ripartizione dei ruoli in una dinamica sempre più evanescente. Le volanti tirano dritto attraverso la folla di manifestati no global, ma poi che significa? 16


Oltre qualunque metafora gli ispettori si riconoscono perché sono in borghese, la pistola in una mano, puntata rigorosamente verso il basso, il casco antisommossa sopra la testa, qualcuno preferisce il manganello all’arma da fuoco a volte per riconoscersi allo specchio della convalescenza, quelli dei servizi invece portano un auricolare nero o color pelle più raramente, penzoloni sulla clavicola o in un orecchio, a seconda. Ma questa è senza dubbio un’altra storia. Io li riconosco tutti e rimango a guardare. Guardo in tralice i tuoi alamari di paglia eseguire attoniti piroette di ghiaccio e annuso il terreno sporco di fuliggine e gli incendi generati dal fumo acre di penumatici di trattori a tre ruote come quella volta nel parco in cui qualcuno ti cercava tra le siepi bevendo acqua potabile e glicerina in parti non uguali nelle cantine il mosto libera anidride carbonica in fase di fermentazione libera a saturare l’aria dove un giglio assapora il tempo che passa e assorbe acqua nei gerbidi assorti a cuore libero logoro in attenuazione voci di sgombero e attacchi alla forchetta vociferano stanchi immagini proiettate nel tempo similitudini asseriscono che i fatti si svolgano con sollecitudine e avanti allora spranghe alla mano a distruggere tutto quello che passa sotto le nostre teste e narici sanguinanti sanciscono la resa della ragione fuori da ogni schema logico una cosa alla arancia meccanica per dire una cosa così senza nessuna vera ideologia alle spalle solo l’anonimato della distruzione solo la voglia di sfogare la rabbia senza patire le conseguenze un collirio illusorio che scivola attraverso il glutine una reminiscenza di glutei tondi abbastanza per apparire in qualche cartellone farmaceutico distrutto anche quello tra le righe del tempo che passa e la chiave di violino che estende una trave di legno a base quadrata in una buca scavata a colpi di piccone e poi palanco di ferro per estendere la profondità e sono tecniche costruttive mutuate dall’uomo primitivo nel neolitico non pensavano a nulla suppongo e facevano a gara di rutti certo non avevano la birra e i preservativi e questo era un bel problema qualcosa di cui non tenevano conto ma che dire la lotta armata quella politica ha fatto il suo tempo temo che serva solo a riempire i libri di storia ma poi neanche quelli ma che hanno da dire con tutte quelle parole quei fatti i giorni e le distanze senza nessun significato apparente solo una naturale insoddisfazione una idea di lotta diversa illusoria o. e la missione non è riuscita non si torna indietro in questa parte di universo non c’è modo di sfruttare la meccanica quantistica e tutto il resto né qualunque altro ponte seppur tolemaico investito dal piombo dei passaggi di stato una scatola cranica destinata all’autodistruzione una veemente autodiagnosi sono formalmente in trappola e comunque destinato a rimanere e qui morire forse a meno di fare l’amore con il mio complementare e poi comunque perire per lo scontro innegabile con l’antimateria che si genererebbe un millisecondo dopo il raggiungimento del… oppure potrei sopravvivere forse ci sarebbe una via di uscita se così si può dire se uno dei 17


due dovesse scomparire prima una forma di autolesionismo di autocoscienza critica con alle spalle una buona dose di incoscienza e inconsapevolezza una cosa impossibile da ottenere ma anche se rimanessi qui per sempre potrei rifarmi una vita chessò aprire un bar navigare per tutti i mari del mondo uscire dallo scandalo delle deiezioni false andare in Patagonia osservare i lotofagi biascicare foglie governare stati sovrani mangiare patate e digerire sotto un fico in fiamme magari diventare una bella fica e spassarmela con qualche centinaio di toyboy pescati a caso tra i frassini e i salici piangenti ai bordi del fiume con fotoricordo albe tramonti sirene spiegate sgommate trapianti di rene sculture di palissandro insomma buone ragioni per disertare e dire sì lo voglio Sì crepitano i fumogeni il fumo annebbia i passi e i pensieri in un soggiacere di fetido assenso mentre un estintore si alza in volo a mezz’aria un coetaneo contro un coetaneo a due diversi livelli di coscienza critica in una metafisica valida per una partita a scopa e una liscivia soggiacente nella sottoveste a tradimento da un lato le bandiere arcobaleno dall’altro gli uomini vestiti di nero nell’interludio nuvole mercuriali una traiettoria balistica divise sporche una diaspora ideologica una analisi taumaturgica di un catamarano sghembo una giberna a tracolla tracce di polvere da sparo, ovunque.

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IL LOOP DEL CANARINO di Salvatore D’Antoni Dotti lacrimali. è una bella combinazione di parole, è come se le lacrime si fossero riservate un posto ben specifico e poetico, del resto il naso non si chiama mica dotto mucale, si chiama naso e lascia tutto un po’ nell’incertezza, nell’ambiguità, dai dotti lacrimali può uscire solo una cosa, questo in un modo o nell’altro li rende unici, come una meraviglia, come un neo in un posto specifico del viso, per esempio un po’ sopra il labbro superiore, a disegnare una specie di coordinata, un’isola tra le labbra e gli occhi, un posto specifico, che sembri a portata di mano, facilmente raggiungibile, quel posto che quando hai l’impressione di averlo trovato scompare tra mille indecisioni e scelte sbagliate e in parecchie pagine di vecchi diari. Ricordo un giorno di febbraio, la luce era chiara, entrava dalla finestra aperta, eravamo al quarto o quinto piano e ci stavamo rivestendo in silenzio, senza dire una parola, sotto la città scorreva, scorreva come in un film americano, senza sosta, piena di ritmo, piena di tragedie e di storie molto più avvincenti di due che si rivestivano in silenzio e respirando pesantemente per rompere quel dannato e ostinato silenzio, per rimarcare di non avere nulla da dire, mettendo tra di loro un letto a due piazze che sembrava enorme, la moquette sotto i piedi umidi di sudore, una bottiglia vuotaa poggiata sul comodino, il telefono pieno di polvere, un libro letto a metà. Sostanze psicotrope, anime inquiete, solitudini talmente tanto cronicizzate da voler restare tali, non c’era tempo, non c’è mai stato tempo per amarsi sopra ogni cosa, ognuno deve avere la sua vita, ognuno ha sempre e soltanto avuto la sua vita. Io e lei non ci siamo mai più parlati, di lei mi è rimasto per un po’ l’odore sul cuscino, ma poi per forza di cose ho dovuto cambiare le lenzuola, è rimasto solo un bel ricordo che certi giorni sembra bellissimo e certi altri completamente innocuo. A volte mi chiedo perché non sono capace di amare, oppure soltanto ad affezionarmi a un animaletto, non riesco nemmeno a seguire una serie tv o un film, nemmeno ad ascoltare un disco per intero, cerco la perfezione ma tutto mi delude, cerco di essere sempre al di sopra di tutto, e per questo non capisco gli errori che faccio. Come un canarino incapace di morire e continua a non vivere dentro la sua gabbia a cantare vergognandosi di saper fare solo quello, un loop fissato tra un punto e l’altro di un minuto e trenta secondi che a volte vuol dire tutto e molte altre volte è solo rumore, un rumore scritto bene ma sempre solo un rumore, e gli anni passano e i ricordi sono sempre meno precisi e più dolci più lievi, molto meno dolorosi. C’è una simmetria che mi disturba tra i due palazzi che vedo dalla mia finestra, mentre il vino rosso tinge un po’ il bicchiere dozzinale, il più totale silenzio, dovrei smettere di scrivere, dovrei smettere di fare finta che questa sia la vita giusta per me, se continui a scrivere dopo un certo periodo o sei terribilmente bravo o sei un

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illuso. Io sto scrivendo questo film da anni, ma nel frattempo nella mia vita ha smesso di succedere qualsiasi cosa, e uno non può inventarsi tutto, e mi sento come quel canarino incastrato nel loop. Sono in uno stato di reclusione volontaria, e per quanto io possa sforzarmi non ho idea di come sia New York, e sinceramente non ho nemmeno voglia di inventarmela. Tempo fa scrivevo in un bar con una grossa vetrata che dava sulla strada, poi ho smesso, la vita fuori dal vetro era sempre uguale, forse è questo che uno dovrebbe capire in fretta, in fondo la vita è sempre uguale, che tu sia dietro il vetro o davanti. Ad esempio una cinese che cammina in salita lungo una strada bagnata potrebbe essere uno spunto, è vestita all’occidentale, ha un paio di stivali neri, un maglione nero, un giubbotto pesante e umido di pioggia, ha la faccia stanca, di una che non è molto in forma, di una che sta subendo la salita e che sa che non è una di quelle salite metaforiche che ci sono nei libri, ma solo una salita fisica, tangibile e faticosa, sì, potrebbe essere un buon inizio. “La cinese arrancava lungo una salita, la strada era bagnata, i lampioni intermittenti, nessun destino speciale la attendeva dietro la salita, solo una breve pausa per riprendere fiato.” sì, direi che può funzionare. E Nel frattempo? nel frattempo il silenzio, la polvere che si deposita sulle cose, la solitudine, la musica sempre uguale, sempre saltando da una traccia all’altra senza soluzione di continuità, i demoni, le vecchie foto, i vecchi ricordi. E nel frattempo è tutto sempre uguale e il cursore del pc che lampeggia in attesa di qualcosa che non va oltre quello che ho già scritto, volevo fare un film per dire al mondo chi sono, ma adesso non sono sicuro che al mondo interessi, il caffè si è irrimediabilmente freddato, chissà che ore sono. A volte è tutto così difficile, vorrei vivere sempre al tramonto, con quella lentezza che prende tutto, con quella assoluta perfezione che crea ispirazione, che crea amore, che crea tutto quanto, vorrei vivere alle sei del pomeriggio senza occhi cisposi, con una bella birra ghiacciata e tante cose da dire, tantissime cose da dire e da leggere a una folla che non mi ascolta ma che comunque è lì a guardare, perché tutto sommato potrebbe anche andare bene così, come quella volta che ho perso una settimana della mia vita, in quella settimana non credo sia successo niente, mi sono ritrovato più vecchio di sette giorni senza averne vissuto alcuno. Ritorniamo alla cinese che arranca, al racconto che dovrei scrivere, alle voci che non sento più, al talento che non mi accompagna, dove sono finiti i miei sogni preferiti, da quando non respiro aria nuova? Il mondo per quello che ne so potrebbe essere un grande cimitero, le case dovrebbero essere abbandonate, un paio di anni fa la tv parlava di panico nelle piazze, di virus violenti, di morti apparenti, di cadaveri che camminavano, un paio di anni fa la tv funzionava, le mie scorte di caffè e vino erano imponenti, adesso stanno 20


dirigendosi inevitabilmente verso la fine. Per quello che ne so potrei essere l’ultimo uomo sulla terra, per quello che ne so potrei essere rimasto l’ultimo canarino sulla faccia della terra. Ma se io fossi quel canarino e mi aprissero la gabbia uscirei? abbandonerei il confortante loop, smetterei di cantare? smetterei di riempire pagine e pagine con le stesse identiche frasi sempre uguali, è lecito credere che la cinese che arrancava in salita sia solo un ricordo o un sogno, dalle finestre non si vede niente da anni, c’è troppa nebbia, troppo fumo, troppa morte, eppure la porta della mia gabbia è lì, lì a pochi passi, posso sempre tornare a casa se voglio, se posso, se ci riesco. La cinese aspetterà, è già impressa su foglio elettronico, è impressa mille volte su foglio elettronico, quella salita sta durando un’eternità, e dopo quella salita c’è un’altra salita, è dura essere la protagonista di un racconto che non finisce mai. Il mondo fuori. La scala è lercia e cade a pezzi, l’ascensore è bloccato al piano di sopra, non sapevo nemmeno ci fosse un piano di sopra, non lo ricordavo più, la scala è piena di scritte, scritte stupide, una recita “I Just want something I can never have”, sembra adolescenziale, sembra anche troppo disperata per essere adolescenziale, ma sta lì sul muro di fronte a me, vergata in rosso a lettere rotondeggianti, se fossi in un fumetto sarebbe un bel disegno, continuo a scendere le scale e a ogni piano che scendo l’abbandono è più palese, non ho incontrato nessuno, suppongo non incontrerò nessuno. Nel mio appartamento il cursore lampeggia pronto a scrivere la prossima parola, la cinese del racconto continua a salire e salire, in un enorme paradosso di salite senza fine, come un loop, come un canarino che canta perché non sa fare altro, come me che scendo le scale in continuazione e di piano in piano mi accorgo della distruzione attorno a me, della solitudine e della nebbia che inizia a farsi strada tra le scritte e i neon fulminati. Il pavimento in alcune parti è frantumato, gli alberi sono entrati al secondo piano sfondando le finestre e le porte degli appartamenti. Mancano pochi passi, sono pallido come un cadavere, il sole non entra più dalle finestre, c’è troppa nebbia, sono passati anni dall’ultima volta, l’ultima volta il mondo esisteva ed era fastidioso. Pochi passi, bastano pochi passi e le prime automobili distrutte contro le facciate dei vecchi palazzi, bastano pochi passi per rendersi conto che non esiste il giorno dopo da almeno un centinaio di anni, siamo cristallizzati, imprigionati dentro un martedì, la natura si sta riprendendo tutto, le librerie non esistono più, niente esiste più, alcuni incendi bruciano ancora, l’aria è satura di fiamme, l’aria è satura di nulla. Quando sono rimasto solo? come ho fatto a non accorgermene, quanto si deve essere stupidi e distratti per non rendersi conto che il mondo è finito. quanto bisogna fingersi presi da altro per non rendersi conto che dal cielo sono piovuti giù i satel21


liti? Non ci sono cadaveri, non c’è più niente, si è realizzato quello che i malati di noia profetizzavano da decenni. I Morti hanno camminato sulla terra, qualcuno lo ha scritto su uno scuolabus giallo, qualcuno ha trovato il tempo di avvertire tutti di qualcosa di cui tutti immagino si erano accorti. Piangerei se qualcuno mi mancasse ma non conosco nessuno, non ricordo nessuno da piangere, potrei dispiacermi per qualche scrittore, ma suppongo che se i morti abbiano camminato sulla terra anche chi era degno di stima sia tornato a distruggere quello che lui stesso aveva creato. Il mondo ha distrutto se stesso, e non c’è più modo di fuggire, il mondo ha inghiottito il suo loop e si è digerito, il cane si è morso la coda, e finalmente tutto è finito. La nebbia, il fumo, il sole che non spunta dalle pesanti nuvole, sembra che abbia appena smesso di piovere. E io sono l’ultimo rimasto sulla terra, e le mie scorte di caffè sono le ultime scorte di caffè, ero talmente impegnato a essere solo che non mi sono reso conto della distruzione e del panico, nessun vicino mi ha avvertito, non ho lottato per sopravvivere e questo è quello che mi rende più triste, che il panico più assoluto non si sia accorto di me, nemmeno di sponda, nemmeno un proiettile rimbalzato male, un colpo vagante, un morto che abbia avuto voglia di sfondare la mia porta. I manichini dei negozi di abbigliamento hanno resistito, alcuni sembrano sorridere, il mondo adesso è loro. Si può dire che abbiano vinto senza muovere un muscolo. Lo stesso si potrebbe dire di me ma io non ho vinto, io sono rimasto l’ultimo perché nessuno si è preso la briga di scegliermi nemmeno come vittima. Il niente che ho visto mi è sembrato abbastanza per oggi, magari tornerò a guardare tra dieci anni, tornerò a vedere quello che resta come chi alle feste arriva sempre in ritardo. Il caffè sulla scrivania è più freddo di quanto possa essere consentito di essere freddo a un caffè, il cursore lampeggia e la cinese arranca in salita per il centesimo rigo, con allineamento giustificato e interlinea a 1,5, nemmeno per un secondo mi chiederò se ne vale la pena, la risposta sarebbe no. E preferisco rintanarmi nella ripetizione metodica delle cose, preferisco cantare in continuazione che rendermi conto di essere l’ultimo uomo sulla terra e non essermi accorto dell’apocalisse. Preferisco fare la parte del canarino e lasciare il mondo ai manichini.

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POESIE di Walter Ausiello INDISTINGUIBILI

Tra sintassi di sfumature e balenii conversano le iridi. Adamantino si adagia il silenzio come un remo su una carena, abita discreto ed obbedisce alle forme nel giardino sognato. Ha foglie verdi come raganelle e i suoi alberelli sono festoni e fili di luce che stordiscono i sensi mentre il guscio naviga tra i canneti. CosÏ lentamente il cesto di vimini porta il mostro in fasce verso la foce. E sorride il torrente che ha perso l’innocenza. In quegli occhi di giada la sua anima è un lucernaio.

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OBLIO DI ROSA

Io sono la mia rosa spinosa. Oggi come ieri sto alla corte dei buffoni ed abbellisco l’ignominia come avamposto di una siepe votata al martirio. Ho delle mie belle sorelle il sorriso e l’ombra che sprizzano tra i capelli dell’aurora. I coreuti non piangono e l’eroe non accorre perché è ubriaco. Tendo una spada di fibra come una corda tra i tronchi, l’inganno che li condurrà agli inferi. Qui verranno crudeli e increduli schivando i cocci di vetro. Spereranno che il crepuscolo non sia il preludio della fine confondendo le foglie in penombra e l’addensamento del sangue. Quanto il coagulo del dolore è più duro di ogni pietra lanciata per ferire. Tra le trasparenze del velo funebre di petali fomento la loro oscena ilarità, intanto che sotto la luce il giorno benedice la vita che resta, e si dimena come una biscia innocua la mia solitudine scontrosa.

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LA NOTTE AZZURRA

La notte azzurra rischiara con compassione le tenebre a brandelli. Arlecchino chino sulla sua chitarra sogna luci sfolgoranti. Gli amanti giacciono stretti come pesci in tortiera. Le vesti hanno deposto ogni finzione e restano immobili come dune. Sola invisibile una stella veglia. Perché la luna è uno spicchio sbiadito di limone affacciata in una crepa. È una grotta porosa e spigolosa che tiene l’aria imprigionata questo frutto opaco, la polvere sparsa del pensiero.

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UN PO’ DI ROBA TRASCURABILE IN MARGINE di Calamo Inchiostrato Al crepuscolo mi scopro quasi sempre nudo, tra gnomi astuti e fate dai sussurri di cristallo, a rosicchiare schegge di rabbia e di dolcezza, nel sussistere primitivo delle cose. In un vestibolo interminabile, tra i sinonimi ingannevoli delle parole, trovo tracce irraggiungibili di fraintendimenti macchiati, guardo cadere veli offuscati dai corpi loquaci, puntigliosi, e scorgo idee crollare stupite dai cervelli turbati che si rapinano in cori di transumanze assetate. Mentre sul muro schiacciato da un’iride azzurra, in simulacri asimmetrici su due cime frontali, giocano a rimpiattino concetti e locuzioni, in un caleidoscopico manifestarsi di vacuità, e il terzo occhio è arrossato. In una gabbia, salmi ossidati e cuoio sopra visi sono maschere poco più che sacrali quando il soffio di un satiro, nel suo flauto legnoso, emana panico dolce come mania disinvolta, come ebbrezza disancorata, come disincanto impazzito. Un filo sottile è messo sopra un tassello con una goccia di inchiostro. In una cornice di cartapesta un quadro antico è incollato sopra uno scarabocchio schizzato. Una coscia è accesa dalla carne chiara conficcata nella mia mano che stride, ed è natura che morde e succhia. Occhi come balene bianche mi trastullano i tuoi segni sul viso che scortico a mani nude. Stille di neutroni impazziti a pioggia sull’anima. Una penuria improvvisa acquieta l’aria. Tra le parole e i suoni di un disastro annunciato, c’è una danza sospesa in sommità di memoria. Il colore dell’occhio arlecchino, come un faro da circo, illumina clown tappezzati che ridono incantati da bestie fameliche e gocce silvestri colano verdi e rosse dai profili. Un elefante con un gonnellino rosa ondeggia in bilico su una zampa. L’alba è un fiore sminuzzato dopo il crepuscolo che è il raggrumarsi assetato del cielo. Al mattino però una stella è bruciata dal sole che mi consuma lo sguardo e io già cieco mi acceco nel lampo intermittente di un bagliore urtato nel quotidiano non capire e il riverbero si versa granuloso nella mia ragione priva di luce. Al primo gioco di luce l’obiettivo punta sull’incavo del ginocchio, risale fino al gluteo e si schiude in un orgasmo cieco. Così in una forma insolita di penitenza, il tic tac del vuoto e il tip tap dell’essere

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formano un abbinamento carnale, fresco di rose e chicchi di preghiera, e, infine, sagomano un granulo di sentimento tra l’iride e il muscolo cardiaco, nel pozzo che rispecchia due lune e due soli nella sua acqua pietrosa. Questa testa girandola colorata finge un cappio sul collo, poi si appende al centro soffitto, come un ragno procace, e dondola, al filo della ragnatela, fino all’angolo schivo sopra l’occhio. Poi il mio salto arrischiato e, oplà, su una gamba sola, alzo il braccio sinistro con l’indice così il mio sguardo arriva di traverso sulla tua apparenza. Inattesa di un ritmo sincopato sul muro, la giugulare trema nel silenzio di resina e l’uscio, l’uscio fabbricato tra le frasche e il marmo, diventa portale in successione oppure si trasfigura in uno spiraglio inatteso di spelonca. Una piccola dea dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco, rievoca la mia infinita pazienza, lenta come lo sciogliersi di un ghiacciaio, la mia rabbia feroce come l’esplodere improvviso di un vulcano irruente che si addolcisce in fretta, quasi come sbucciare la mela dell’eden gustosa e poi aspettare. Rompere il ghiaccio sempre e farne ambrosia indistinta che guizza sulla schiena nuda è incipit inoperoso e poi in chiusa non resta che annusare il colore della copertina (cover girl fortuita e macho de madera) che è un giallo spinoso. E se misuro in tralice disattento e raro gli angoli di me stesso precipitoso in disuso, vedo spaccature profonde di battaglie perse e ombre in chiaroscuri avvizziti fitti di nerofumo che sono i resti degli squarci loquaci oltrepassati dal loro abboccamento calpestato e muto. Eppure, in questa penombra spezzettata a due passi da un’aria che si muove lenta, se scuoto l’occhio ebbro dai bordi arrossati in una muta implorazione non chinata, densa di ammiccamenti e ingiunzioni, c’è un sorriso indelebile dopo l’atto carnoso che mi inebetisce a pezzettini incendiati. Dovrei tenere a bada con una clava preistorica questo istinto incurabile che mi risucchia e in dimezzato anteporre di lessico sbatterlo sui manoscritti antichi del clamore, poi negli anfratti del divenire intaccato lasciarlo raggelare dal nulla insaziabile. Brancolando, come sospeso tra cielo e terra in una luminosità di luna ottenebrata, sotto l’acqua del mare, quasi interrotta tra le rocce e le alghe, nella sabbia inondata mi incammino sommerso a piedi nudi, in una fresca apnea di salgemma e di muschio alla ricerca del senso inabissato in conche. In una crittografia smascherata, quando i segni non hanno più segreti, intendo nel mio errare di miraggio e visione i gesti che altri sanno e li riacciuffo nella sarabanda della realtà che ritorna, duttile e tornita, per cingere d’assedio il mio sussulto di allocuzione. Metto in mostra il mio corpo, in questa pantomima priva di voce, e le parole che 28


scrivo hanno il suono di un’eco snellita dall’immagine che si sposta, leggera e divertita, tra occhi ondosi e mani stuzzicanti, in un odore, selvaggio e mite, di savana e di oasi. Avevo dimenticato l’appoggiarsi di un seno sulla mia pelle scheggiata da una schiena, inarcata nel silenzio di un lessico fatto di gemiti docili, e una bocca che dice alla mia bocca, persa negli incavi liquefatti di un orgasmo feroce e docile, in mosse ondulate e mani attente alle modulazioni dello sguardo, gettato tra le cose che finalmente toccano sangue che corre e carne che si imperla, in cadenze e zampilli di memoria. In questa sarabanda, viva e consunta di materia, scorgo la leggerezza del corpo vertiginoso che ritorna ai suoi sensi, dopo la diaspora e l’eremo degli anni linguistici. Un suono mielato di chincaglieria si diffonde e la canaglia è ovunque. Vedo, sparsi sotto una grande pioggia, i segni in bilico di un ammiccare tra gli argini spinosi delle figurazioni disimparate su giogaie di tomi e scaglio, nei fossati caliginosi di un angiporto scosceso, le figure retoriche e i sofismi di una scrittura appiccicosa che non ha il fascino ebbro del canto di una sirena scarmigliala nel tumulto argilloso tra scilla e cariddi. E come Odisseo, annodato all’albero maestro del veliero, non ho chiuso le orecchie per capire che il segreto dell’incantarsi ancora è ritornare a Itaca, dopo venti anni, e massacrare proci infidi e ingiusti, padrone dell’arco e della mira, e forse persino perdersi tra le colonne d’Ercole, alla ricerca di una verità celata tra la furia e l’ingegno inclinato, tra l’immaginario e il reale in bilico, tra il suono di una musica terrosa e le movenze di una danza accesa. L’oppure al quale penso, disidratato di stile, è quasi come avvicinarsi sul vuoto a carne viva, è tintinnio di cristallo sopra monti osceni e mare come gorgoglio di aceto e di sale. Forse non sai, nella tua distrazione di emissario copioso, che in questo ricercarti che urla implodendo tra i muri, manca una mattonella, forse un tassello, probabilmente un intarsio. Eppure io l’ho narrato tra voci sparse e scricchiolii di cose, ma il reale è un buco nero nella memoria, cenere sparsa e vuoto muto antico. Se devo scegliere tra due sogni inclinati mi appoggio al delirio. E finalmente bruco, quel reale schiumoso, con il mio sesso altrove. La mira era descrittiva, sbilenca tra le cassapanche dell’etere, e poche immagini e niente forma. Tra pietre calde e rotonde. E niente epoche qui. Hai mai provato un sorso di leggerezza cruda? Un grammo di cose e di poesia laccata senza barare a pelle? Inconsistente come in un amplesso coniato senza stracciarti le vesti? 29


Eppure so, eppure sai. E via a declinare i verbi in frammenti e balbuzie. Che ne sai tu della mania che non sia un gioco? Che ne sai tu, se la mania e il gioco sono entrambi paralleli e inclinati sull’infinito rimbalzo dell’identico a cute? Tanto queste parole, fatte di nebbia e miele e poi impastate, sono come bruma di mare nella crema. Non arrivano fino all’eterno ritorno dell’eguale. E tu dicevi gracile di sudditanza: vado bene così? è condensata in grazia questa mia confusione? E io dico, in bilico sul bisturi dei secondi in sutura ovvero tu: vale forse qualcosa questo mio soffiare incredulo oppure è ancora un ammasso sparpagliato di inchini? Perché non mi racconti ancora del tramestio del sole sopra i muri, in diagonali e tangenti, di quel cigolare di cardini al tramonto?

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LAIOMI di Fabio Macellari Ti parlo del blocco antalgico confondendoti volutamente col gioco del rubamazzo… 3 Contramal a destra e 1 Toradol a sinistra, tanto per dare una parvente deriva giustificazionista alla “botta”… rigorosamente in modalità e.v./i.l., farsi delle esperienze/esperire/ri-Es-perire… Entracte… Dada che sopravvive alla sua stessa morte… come l’araba fenice… la subliminale fascinazione estetico-sensoriale del morfema lessicale Contramal non ha eguali… l’equipollente di fuoco di un Franchi a pompa con il colpo in canna sulla linea di tiro di una desueta ambulanza Fiat degli anni ’70… nemmeno le “sorelle di Shining” avrebbero saputo fare di meglio dei ricercatori di markette della Grunenthal-Fo(r)menti… altro scarto monematico… una semi-dichiarazione d’intenti: fo(r)mentare astinenze, disseminare meconismi… luccicanza assassina… Stanza 218… “diversi colori, fatti di lacrime”… simulacro behaviorista… Fontane aniliniche… dilatazioni di concetti spaziali… l’ufologia di ricerca è un atroce crimine imperialista… Stanley non avrebbe mai usato FinalCut… FuTuR-Idolo-NoTtuRno, FuTur-ViSiOni-SiMuLtAnEe… una Balla di fieno sotto e due Boccioni di Montepulciano sopra… ma l’e/mozione più forte sarebbe averti sempre accanto… le domeniche pomeriggio invernali del ’99 all’ultimo piano in riva al mare a registrare in bassa fedeltà “Underground”, col Sol abbassato di un quarto di tono… Eravamo Scintille Indomite… e Lev T. (de noartri) che ci ispirò quel testo così maledettamente realistico… “l’indifferenza apostrofa la solitudine, da Majakovski al gruppo 63, la libertà che c’è ma non c’è”… il servizio in-civile di stampo stalinista all’Arci di via Alfieri… dove Ti ho conosciuto… L’Arte di Dudovich rende Liberi di farsi un Bitter-Campari anche dinanzi a eventuali rastrellamenti di squadriglie mengeliane in taidi tailleurini fucsia… nelle nostre rue anarchiche… preferibilmente in Piazza del Popolo… Sentinella Cassini suonaci una tremolata… “sì ma quanto mi ami, e se mi ami, dimmi quanto”… 36 dis-Okkupati… DuckLink… 57 livelli sotto il mare… inedita Simulazione 19… magari scritta in una notte autunnale, tempestosa come questa… in via del Fossato… con la tua OlivettiLettera22… quanto ci manchi… chissà che penseresti oggi delle mipiacizzazioni su facebook e dei check-in su foursquare… probabilmente ci derideresti bonariamente tutti col tuo sorriso armonioso… Ti dico che in questi giorni mi son fatto alcune Tennent’s in solipsistica e il tono della tua voce sembra adombrarsi… quasi Tu non creda a quello che ho passato e che sto passando… e ai 15 mesi di solitudine protratta… quasi Tu sia triste per me… l’autarchismo emotivo se assunto a rilascio prolungato diventa estenuante… prosodie Centiane configurate e orgasmi Reichiani lambiti… meglio un vento sabbioso da ingoiare che un 3-ponema pallidum da eradicare… alterazioni Vesuviane… sconfinamenti Debord/anti… “universi paralleli

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sfiorano la nostra vita, energia primigenia non controllabile”… Celeste Dentro le Fiamme… liquidi traslucidi… silloge de-lyrica… sieroalbumina in eccesso… emoglobina in download… laiomi di ampicillina calcificata… displasie cellulari… linfoadenopatie reattive diffuse e Flaminase indigesto… Mentre un Mantra esplode, s’inalbera l’incedere della nuova attesa… del Tuo Silente Tormento…

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I 17 SENTORI DEL MONDO DIMORATO di Ludovico Polidattilo Antefatto Un dio qualsiasi, libero da impegni, quel giorno creò il mondo. Egli volle che esistesse un cielo ove aviatori e frombolieri avrebbero potuto disegnare traiettorie proprie (i primi), del sasso prescelto (i secondi), e il cielo si manifestò. Volle che al cielo fosse concesso un limite inferiore, solido e coriaceo, una superficie sulla quale sapersi sostenere in piedi, argomentare di effemeridi seduti, proiettare le proprie ombre ritagliate nel bagliore del meriggio. Si palesò così la terra e apparì opportuno. Egli, amando la simmetria, ritenne che la luce e il colore del cielo meritassero di riflettersi e vide che sulla terra ciò non avveniva. Allora interruppe la terra di oceano vasto e mari vocati alla villeggiatura di rado elitaria. Volle la vita ad animare quel palcoscenico inerme. L’albero e il fiore: bellezza nitida ma priva di velocità. Il nibbio e l’antilope: velocità non priva di bellezza ma ineludibilmente prevedibile. Nei primi esperimenti ogni opportunità di intrattenimento sobrio e colto parve compromessa. Così fu l’uomo, inteso come primate sedicente evoluto, a reclamare nella volontà di quel dio qualsiasi una presenza risolutiva nel mondo. Un paio di persone differenti nella sembianza e distinte nei generi caddero dalla volontà divina sul miscuglio di sabbia, argilla, basalti, ossidiane e alluminii che corazzava la superficie del mondo. Quando metti un paio di persone anatomicamente complementari in mezzo a un mondo mediamente accogliente, queste iniziano sollecitamente a copulare. Ecco che copulando si riproducono e riproducendosi si passa in pochi secondi da numero due persone all’enfasi del sovraffollamento. Tanti esseri umani in uno spazio assai piccolo non sono un bel cabaret da vedere: uccidono, rubano, fottono senza chiedere permesso, si drogano, dicono parolacce, le scrivono pure. Il dio di quella religione qualsiasi non fu soddisfatto dell’esito della creazione e, un po’ per la vergogna di avere creato quello schifo, un po’ per non vederlo più, decise di scomparire seppellendosi vivo. Preliminarmente dovette premurarsi di rendersi vivente poiché, sino a quel punto, era stato plesso di energia scabra ed eterna. A questo scopo si diede un corpo, grosso, glabro, tatuato di iconografia sacra multiculturale e interconfessionale. Datosi il corpo vivente trovò un canyon adatto alla mole di quello, poi vi si sdraiò dentro, incastrandovisi, quindi con le mani afferrò una montagna e la fece franare dentro il canyon, seppellendosi tutto. Non proprio. Lasciò fuori il naso per continuare a respirare. Non essendo più immortale come un qualsiasi dio di una qualsiasi religione, sarebbe morto se non avesse respirato, inoltre la terra nel naso avrebbe saputo procurare fastidio e prurito sgradevoli. Fu per questo motivo che lasciò fuori il naso. Un naso enorme perché il corpo del dio vivente era enorme. Un naso enorme come

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un padiglione. Un naso enorme come un hangar. Un naso enorme come un auditorium. Un naso enorme come una cattedrale. Altrettanto solenne. Visse a lungo così sepolto. Un dio vivente non vive per sempre ma vive comunque a lungo e non necessita né di cibo impiattato né di sapide bibite effervescenti da dissetarsi. Col naso che affiorava – unico suo membro affiorante – dalla superficie del mondo, rimase immobile a respirare. Non solo. In quella dimessa e defilata configurazione accolse col naso i sentori del mondo dimorato dall’umanità. Furono 17. Eccoli. 1. Aroma di concitazione di umanità aziendale e suo vano affanno

Alcuni vanno da destra verso sinistra perseguendo obiettivi. Prevalentemente funzionari e impiegati. Altri vanno da sinistra verso destra realizzando progetti. Esclusivamente quadri. Intersecano entrambe le schiere innumerevoli epifanie di assistenti, collaboratori e consulenti differenziati per ruolo e mansione e incarico provvisorio. La corolla dell’infiorescenza aziendale è madida di fornitori, tecnici specializzati, clienti numerosi o pochi a seconda del ciclo e dell’anticiclo. È questo brulicare a farcire le ghiandole di ciascuno. Ma la ghiandola farcita non tace a lungo. La ghiandola farcita deve dire il suo contenuto al mondo ben presto. Così sotto le grisaglie e i tailleur gonna o pantalone si celebra accanito un tracimare di umori impiegatizi, dirigenziali e intermedi, per tacere delle solerti posizioni operative. Presto un dilagare di quelli sotto le ascelle, gli inguini, gli ombelichi e ogni sorta di anfratto corporeo, che sia d’ordine o di concetto. Ma quando c’è una novità nutriente nel mondo presto l’ufficio marketing ci arriva e se ne occupa: si individua il target, si stabilisce il budget, si lancia il brand. Allora del sudore che fluisce copioso nessuno può dirsi ignaro e le colonie di milioni e milioni di Staphylococcus hominis principiano a nutrirsene. Le gustose molecole di sudore secreto, confezionate in formato famiglia o blister monodose per batteri single, vengono masticate e digerite sino alla metamorfosi in tioli, composti organici dal caratteristico odore sgradevole. Essi contengono un bel po’ di atomi di zolfo e, concentrandosi a dovere, emanano l’odore dell’elemento chimico cui più spesso assegniamo il ruolo di metafora infernale o, per richiamare odori più familiari, quello della cipolla o della carne, come non è arduo verificare. Nelle cavità delle ascelle di un quadro dimorano sette miliardi di batteri, il numero degli abitanti del mondo. Sette miliardi di batteri i cui ruoli e le cui funzioni, al pari di quelli umani, sono rigidamente vincolati dall’organizzazione aziendale. Allora il dio può annusare la gerarchia in entrambe le sue forme: umana e batterica. 2. Fragranza di figlio coperto di artistiche e innocenti escrezioni C’è un’opera d’arte contemporanea occultata in ogni condominio. In ogni condo37


minio rivelata. La si può individuare presso uno degli appartamenti più insospettabili. Forse nel trilocale arredato locato cedolaresecca quarantacinque metriquadri commerciali terzopiano sezascensore. Qui il bambino sfida Satie, Majakovskij, Man Ray e Artaud. Egli sfida l’arte figurativa, ogni manierismo, la tradizione, l’innovazione. Qui il bambino fa e diventa Avanguardia. È dirigendoci verso l’interno della sua stanzetta che stringiamo il campo. Proseguiamo sino ad arrivare nella sua culla, ove riposa e pasce. Ancora un passo avanti, e dentro, e ci siamo. Entriamo nella matassa di fluff assorbente che cinge le anche del neonato, ne avvolge il bacino, e immergiamoci nel dispositivo di contenzione denominato “pannolino”. Qui è l’arte. Eccola. La si contempli. La si fruisca. La si ammiri. Non c’è affresco rinascimentale in grado di rivaleggiare in ricchezza iconografica e complessità allegorica con la configurazione che pipì e cacca – miscelate come nella bottega del Cavalier d’Arpino miscelò pigmenti il giovane Caravaggio – hanno disegnato entro quell’involucro. Non c’è opera dell’ingegno umano capace di oscurare la forza evocativa e la sottigliezza concettuale di quella costellazione di escrezioni. Non c’è cappella sistina né degli Scrovegni o cenacolo vinciano che tenga. Nulla è più classico, neoclassico, barocco, concettuale, postmoderno, ready made, multimediale di ciò che ci troviamo innanzi dopo avere staccato le alette adesive e avere spalancato il pannolino. Abbacinati di magnificenza. Già la fragranza che sublima da quel fagotto caldo sarebbe sufficiente a sottrarre pubblico a Louvre e Uffizi. Lasciamola viaggiare sino al naso del dio sepolto. Questi saprà apprezzare. 3. Aulenza custodita da penitenziari, università e altre istituzioni totali Se gli esseri umani tendono ad annientarsi reciprocamente – non prima di essersi torturati per alcuni giorni – quando li fai giocare su di un prato all’inglese, figuriamoci cosa viene fuori quando li infili dentro un edificio ermeticamente chiuso e con il nome di una qualsiasi istituzione scritta in caratteri graziati sul cartello di bronzo avvitato al muro proprio sopra il citofono. Due le fazioni in campo. Mutevoli i vessilli innalzati. Da una parte avremo dunque Polizia penitenziaria, baronie accademiche, psichiatria, corpo insegnante, torturatori di Guantanamo e Abu Ghraib, medici dei campi di sterminio, casta sacerdotale (protagonista di un capitolo tutto suo, il nono), agenzia delle entrate, magistratura, consiglio d’amministrazione, editoria, dei dell’Olimpo e qualsiasi altro pantheon indoeuropeo, Rotary, Lions e Massoneria. Dalla parte opposta avremo, rispettivamente, detenuti, studenti universitari, pazienti psichiatrici, studenti di ogni ordine e grado, sospetti terroristi e sospetti qualsiasi altra cosa perché di fede islamica, ebrei, devoti a una qualsivoglia divinità purché si sia sepolta, contribuenti, cittadini inquisiti per un crimine e non abbastanza abbienti da assumere gli avvocati Ghedini, Taormina o Bongiorno, azio38


nisti e obbligazionisti e personale della ditta, scrittori di talento senza attitudine a conformarsi a uno standard in grado di garantire il successo commerciale, esseri umani e ninfe ed eroi, cittadini qualsiasi senza voce in capitolo, cittadini qualsiasi senza santi in paradiso, cittadini qualsiasi in viaggio su treno Italicus o su volo Itavia o in sosta presso la stazione di Bologna il 2 agosto 1980 alle 10:25. L’aulenza di tutto ciò, ritengo non debba essere spiegata o descritta. 4. Miasma di padre irato purché senza ragione alcuna Quel giorno il padre rincasò irato come ogni giorno accadeva. L’ambiente della fabbrica di barre di plutonio destinate ad alimentare centrali nucleari ne aveva incrementato l’ira. Durante il viaggio in auto dalla fabbrica all’abitazione insultò alcuni automobilisti per testare la propria vis polemica. Entrò in casa sbattendo la porta. Lanciò le chiavi verso il tavolo. Mancandolo. Lanciò la borsa da lavoro verso la cassapanca. Fallendola. Salutò la moglie tradita innumerevoli volte. Salutò la madre tradita anch’essa dal marito innumerevoli volte. Vide i figli che giocavano sul tappeto del salotto. Rimase inerte a contemplare le possibilità infinite dell’ira. Il suo miasma si percepiva ovunque. Uno dei due, il maggiore, stava costruendo un bombardiere militare in scatola di montaggio e dipingeva con pazienza e precisione una piccola elica di plastica grigia di azzurro. La vernice per modellismo era contenuta in piccoli barattoli cilindrici. Una goccia di vernice azzurra oltrepassò nella propria traiettoria la carta di giornale stesa a proteggere lo spesso tappeto privo di valore e pregio. Sporcando quest’ultimo. Allora l’uomo, il padre, non disse nulla. Andò camminando lentamente verso la camera da letto dei figli e ne tornò dopo alcuni minuti con diversi oggetti sostenuti dalle proprie braccia. Erano tutti gli aeromodelli militari che il figlio maggiore aveva costruito con pazienza e precisione (incollato, dipinto, decorato, disposto su mensole di impiallacciato simil-mogano) nell’arco dei precedenti quattro anni. C’era un Fokker F100, un Mirage III, un Faichild C-119, un idrovolante Consolidated PBY Catalina e un’altra dozzina di modelli di diverse epoche e nazioni. Invitò i due attoniti bambini a seguirlo presso la finestra che guardava verso il cortile interno. Ingiunse loro di aprirla. Eseguirono. Lascio cadere gli aeromodelli nel cortile. Si infransero sulla superficie di terra battuta producendo un suono troppo tenue rispetto alle conseguenze emotive dell’evento. I due bambini uscirono in cortile dopo avere sceso le scale che conducevano al piano terra. In silenzio raccolsero quanto era sopravvissuto nelle mani. Era assai poco. Assai meno di quello era sopravvissuto dentro di loro. Impiegarono due vite, una ciascuno, a emanciparsi da quella frattura. Impiegarono due vite, una ciascuno, a imparare a ricostruire un aereo e a volare.

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5. Olezzo vero e denso di madre che sappia adibirsi Le madri sono sempre almeno tre. Fateci caso. La prima madre è colei che genera. Accoglie e custodisce nel proprio ventre ergonomico il prototipo del nuovo essere umano. Ha una piscina d’acqua termale nell’utero con vista sull’Appennino Ligure. Rimane in piedi per l’intera gravidanza. Anche quando dorme rimane in piedi. Gestisce un negozio di commestibili frontestrada. Innanzi al quale transita settimanalmente un gregge di ovini mutanti. Tale transito dura un solo istante. Partorisce con dolore secondo il decreto legge divino cui s’attiene dal momento che l’esegesi biblica le si attaglia e confà. La seconda madre è colei che lava il bambino durante l’inverno. Fa scaldare l’acqua nella pentola sul fornello affinché il bambino esperisca almeno un tepore materiale. Lo bagna. Lo insapona. Lo sciacqua. Gli fa fare la pipì dentro il catino verde, in piedi. Lo asciuga e per asciugarlo lo avvolge in un grande asciugamano giallo (tutti i colori di questa storia mancano di sobrietà). Approfitta della circostanza per tenere il bambino tra le sue braccia un istante più del necessario. La terza madre è colei che ama il bambino e gli fa da madre. Morirà molti anni dopo uscendo dal coma per un istante in modo da guardare per un istante, l’ultimo, suo figlio negli occhi. Delle tre solo la terza emana olezzo di madre. Ignoro (è il dio sepolto a parlare), oppure ho dimenticato, quale odore emanassero le altre due. 6. Sentore di coppia isolatasi dal mondo per amarsi spogliata A ogni orificio dell’amata spetta una catabasi, di dito, lingua, mano, gomito, testa, avambraccio, naso o congegno idraulico, non importa a nessuno. A ogni anfratto dell’amato spetta un’accurata speleologia. Ma lei, encomiabile e soave, la fa con la sua fantasia, che sa esplorare più in profondità e non si sa ritrarre mai. Perciò quelli le sono grati e si meravigliano a vederla entrare in loro. Accade di solito dove non li vede nessuno. In un luogo morbido e caldo. Vi si trovano drappi e altri tessuti, messi là da qualcuno ma non si sa chi sia. Piccoli oggetti a decorare, anche questi ci sono. Tramezze e muri portanti e soffitti configurati a scrigno del bene più prezioso. Persino il quartiere e il suo cielo sanno, nella circostanza, farsi custodia di quei gesti. Ma scendere nel corpo altrui ha conseguenza. Conseguenza che sigilla il rito. Sgorgano di conseguenza tutti e solo i fluidi che esclusivamente amanti del calcio e di veicoli turbodiesel metallizzati non saprebbero nominare sacri. Tutti quei fluidi sgorgano e dilagano nelle distese di piacere che sono state sgomberate dal consueto. I drappi e i tessuti e i corpi che vi giacciono, allagati come risaia, sostano nell’appagamento. Inermi e immoti. Così trascorre il tempo. Tanto ne trascorre. Ancora qualche dito lambisce allora, ma poco. Così l’oceano di secrezioni si solidifica lentamente e libra verso l’olfatto del dio quel sentore di paradiso prosaico ma irri40


nunciabile. Prosaico solo sino a quando una doccia e il rammemorarne, non gli conferiranno dignità e sostanza lirica. 7. Maleolenza di leader determinato ed ebbro di consenso Possiede un solo volto adibito a riflettere la luce diurna come lago di montagna, la luce artificiale come laguna ristagnante e malsana ovunque ce ne siano. Sorride sempre. Anche innanzi alla carestia, all’inondazione e al genocidio egli sa sorridere. Diffonde così ottimismo. Gliene siamo grati. Copre a falcate ampie le traiettorie aeronautiche internazionali affinché ogni evento di rilievo politico, sociale o sportivo fruisca della sua innata giovialità. Ritiene destra, sinistra e centro weltanschauung anacronistiche. Dichiara, sancisce la tripartizione in nobiltà, borghesia e proletariato, paradigma obsoleto. Viene votato da schiere di pensionati rincoglioniti e da legioni di collusi da decenni col sistema di potere che ne forgiò le membra. Pure quelle del padre inquisito non senza malevolenza. Immerge il pene in una salsiera colma di profumo CK One. Nota di testa: bergamotto, limone, mandarino, nota verde. Nota di cuore: gelsomino, mughetto, rosa, iris. Nota di fondo: legno di cedro, sandalo, ambra, muschio. Estrae il pene dalla saliera e la maleolenza giunge integra alle narici monumentali della nostra divinità. Nella circostanza per nulla dispiaciuto di essersi sepolto. Con il pene così profumato dalla fragranza più innovativa degli anni ’90, il nostro leader incula la realtà. 8. Effluvio di bambini in grado di meravigliarsi innanzi al tutto Dai la mano a una bambina. Scegli un meridiano o un parallelo qualsiasi, e fatti portare lungo quella traiettoria intorno al mondo. Scoprirai che sul marciapiede che cinge il pianeta vi sono infiniti oggetti sorprendenti e dimenticati. In media uno ogni cinque metri esatti. C’è un tappo di sughero a cui aggrapparsi durante le inondazioni e i maremoti. C’è un tappo a corona che diventa una imbarcazione lucente nelle medesime circostanze. C’è un piccione morto che atterrisce e a un tempo affascina. C’è un braccialetto di perline di plastica che viene forzato per farlo diventare una collana e risulta troppo stretto, ma che come braccialetto è troppo largo. Allora torna sul marciapiede. C’è una moneta da cinque centesimi del 2003 che diviene risorsa propedeutica all’acquisto di un’automobile rosa. C’è un osso di pollo spolpato che le formiche apprezzano ancora. La bambina chiede se il nonno morto nel 2012 viene mangiato dalle formiche in modo simile e altrettanto meticoloso. C’è un’astronave d’ovetto kinder. Potrà portare ovunque. Persino dove non si deve andare a scuola e i denti non si cariano mai per quante caramelle si possano mangiare. C’è tutto quello che l’adulto ha già vissuto nella propria vita e che adesso sembra vissuto per la prima 41


volta. Con gratitudine ed effluvio perfetto. 9. Puzzo di genitali di casta sacerdotale celati da pudica sottana Bisogna guardarci sotto senza timore. Si scoprirà che sotto la sottana della casta sacerdotale non ci sono mutande ma tutto ciò che è pronto a sottomettere gli inermi. Una carriera bella e sicura. L’otto per mille. L’esenzione per gli edifici di culto compresi ristoranti, alberghi e bordelli monacali. Il privilegio di un’attendibilità e di una moralità che non vacilla nella valutazione dei baciapile. La gestione oculata e redditizia del consenso elettorale. C’è anche altro sotto quella sottana, e il puzzo che ristagna lì dentro, trattenuto, custodito, è denso come yogurt marcio. Sono genitali d’asino lunghi 33 centimetri. 33 come gli anni di un messia affermato di cui non ricordo il nome. Pendono come una scala di corda usata dalle nutrie vaticane per inerpicarsi verso il paradiso. Ogni tre centimetri c’è annodato qualcosa. Un fiocco di colore diverso a seconda dei periodi liturgici. Un rosario. Una calza autoreggente. Un cilicio. Un cordone di san Francesco. Una catena dello sciacquone. Una cintura di Cerruti sfilata dalle asole dei pantaloni di un diacono avvenente. Un bavaglino da neonato. Una stringa di scarpa uomo Fratelli Rossetti. Un nervo essiccato di jena. Una corona di spine in polipropilene per travestirsi da martire a Carnevale. È tradizione risalente al Concilio di Nicea del 325 d.C. I nodi sono così stretti da precludere la circolazione del sangue. Per questo quella salsiccia fallica oscillante frolla e puzza quasi quanto l’edificio che la contiene. Quest’ultimo, per amore di simmetria, puzza quasi quanto l’istituzione che la contiene. 10. Tanfo di nobili e abbienti che edificano cittadelle Qualcuno raggiunse il luogo più vasto e affollato della città, si arrampicò sul basamento del monumento equestre collocato al centro di quel luogo e gridò una parola spingendola verso le orecchie della folla con tutto il fiato contenuto nei propri polmoni. La parola gridata fu CRISI. Due le conseguenze. La prima conseguenza: i cittadini di reddito medio, medio-basso e basso iniziarono ad assalirsi reciprocamente con la prima arma che riuscirono ad afferrare. Quanti erano in possesso di una vera arma, legalmente o illegalmente, risultarono privilegiati. Per gli altri furono gli oggetti d’uso quotidiano a essere riconfigurati in arma. A molte parti del corpo toccò lo stesso destino. Nessun legame di parentela tutelò dall’assalto. Non parliamo di amicizia e sodalità, che evaporarono istantaneamente. Gli anziani, gli infanti, i claudicanti, i flemmatici e gli ipotesi soccombettero per primi. Gli adulti in buona salute perpetrarono i ludi gladiatori assai più a lungo. Una costellazione di saccheggi, ritorsioni, stupri e faide, per frequenza e intensità degli episodi, mutò rapidamente 42


in galassia. La seconda conseguenza: nobili e abbienti edificarono cittadelle circondate da bastioni, reti elettrificate, altane occupate da sorveglianti provenienti da corpi di élite armati di armi contemporanee. Qui attesero la conclusione del ciclo economico, ma questa non giunse mai più. Nel frattempo organizzarono orge tra consanguinei, banchetti antropofagi, olimpiadi sadiche, roghi di banconote. Il Morbo si diffuse trasmesso dalla carne di un duplicatore di chiavi e risuolatore di calzature cucinato una sera nel forno tandoori in argilla. I cadaveri dei nobili e degli abbienti uccisi dal Morbo produssero un tanfo caratteristico, non dissimile da quello emanato dal miele rigurgitato. 11. Afrore di guerriero durante una sosta presso baluardo Eccitazione sessuale e veemenza guerriera fanno emanare al Vero Maschio Occidentale Contemporaneo Reazionario (VMOCR) esattamente il medesimo afrore. Un ormone steroideo del gruppo androgeno prodotto principalmente dalle cellule di Leydig situate nei testicoli e, in minima parte, dalla corteccia surrenale, la cui produzione è influenzata dall’ormone luteinizzante LH, gioca infatti un ruolo fondamentale in entrambe le attività. Il lessico, come spesso accade, è rivelatorio. Fottere è semanticamente correlato all’imporre un amplesso (o a condurlo ponendo l’accento sulla sottomissione reale o simbolica del partner) tanto quanto ad assestare un colpo vincente, financo definitivo, all’avversario. Sia il pene che l’arma da taglio sanno penetrare. Non sfuggirà infine l’analogia tra conquista di un esemplare del sesso opposto e conquista militarmente intesa. L’ultimo eroe di questa vicenda trascorse una settimana intera a ferire, ferire mortalmente e uccidere prosaicamente avversari. Durante questo lasso di tempo fu in grado di emettere quattro tipi di feromoni: 1) feromoni traccianti (trace) che rilasciati da un individuo vengono seguiti da appartenenti alla stessa specie come una traccia; 2) feromoni di allarme (alarm) che vengono emessi in situazioni di pericolo, inducendo un maggiore stato di vigilanza in quanti li captano; 3) feromoni innescanti o scatenanti (primer) che inducono nel ricevente modificazioni comportamentali e/o fisiologiche a lungo termine; 4) feromoni liberatori o di segnalazione (releaser) che scatenano comportamenti di aggressione o di accoppiamento nell’animale che li capta. Fu infine sorpreso da una pallottola nella nuca, ma la sua virilità non ne risentì affatto. 12. Fetore del mondo quando lo si rivestisse di defunti E il mondo divenne un cimitero sferico ove non si desse spazio alcuno tra cadavere e cadavere umano. Poche opere d’arte furono mai così evocative. Questa non la vide nessuno. Al massimo qualcuno ci fu ad annusarla. Sappiamo chi. Mai l’antropizza43


zione del globo giunse ad apparire meno retorica. Morimmo quasi tutti. Mai più arte, scienza e filosofia. Mai più talk-show, talent-show e peep-show. Il dio sepolto percepì il fetore generato dai nostri corpi non senza nutrire sentimenti malinconici. Annusò i corpi delle proprie creature che si decomponevano e si chiese in cosa potesse avere errato, se qualcosa avrebbe potuto essere calibrato meglio, perfezionato. Si chiese se avessimo mai meritato una redenzione. Troppo tardi per chiederselo, ma se lo chiese lo stesso. Le larve di mosca calliforide deposte nella carne dei cadaveri scavavano canali mangiando ciò che avevano innanzi e cagando dietro di sé il residuo inassimilabile. La decomposizione innanzò una sinfonia olfattiva al cielo perplesso. Nessun dio, in quel momento, era in cielo per annusare quella sinfonia. Vennero i coyote, le jene, gli avvoltoi, i cani, i lupi, le volpi, i gatti, i ratti e i topi a nutrirsi dei corpi morti. Poco a poco il candore delle ossa prese a rivelarsi, a diffondersi, a sostituire i colori della carne. Il fetore si attenuò. Le vestigia dell’umanità – cattedrali e posate in particolare – parvero indecifrabili icone. 13. Esalazione di poeta moribondo incline a celebrare la circostanza Sul farsi dell’apocalisse almeno un poeta di solito rimane in vita qualche minuto per vedere quello che finisce e cantare quello che vede. Ha subito ferite mortali ma il tempo dell’agonia è programmato per consentirgli di terminare il carme. La casa editrice pressoché monopolista lo pubblicherà in tempo utile. Distribuzione capillare, sia nelle librerie che presso la GDO. Anche l’esalazione gangrenosa del poeta possiede afflato lirico e potenziale commerciale. Essa intrattiene un dio sepolto in modo costruttivo. Il poeta risulta sì sdraiato a terra in postura scomposta ma il quartiere è frequentato prevalentemente da artisti che hanno ristrutturato edifici industriali frazionandoli in loft. I versi del poeta moribondo debbono contenere almeno un’occorrenza di ciascuna delle seguenti parole: rene, dodecafonia, giuslavorista, pitone, stafilococco, subalterno, gioia. Nessun problema. Un professionista rimane tale anche da moribondo. La difficoltà principale è trovare una stenografa viva sul farsi dell’apocalisse. 14. Odoraccio di ultime colluttazioni sull’esito dell’umanità Gli ultimi uomini non rimpiangono ciò che hanno perduto. Gli ultimi uomini non assaporano gli ultimi fiati di vita. Gli ultimi uomini non ricordano la dignità di cui l’essere umano fu capace e non la replicano adesso. Gli ultimi uomini non dipingono affreschi ritraenti gli ultimi uomini intenti a dipingere affreschi. Gli ultimi uomini non compongono un poema sul destino glorioso degli ultimi uomini a un passo dall’estinzione della propria specie. Gli ultimi uomini non sostano e non si placano e 44


non si dispongono a osservare le proprie mani che furono capaci di essere mani di uomo. Gli ultimi uomini non guardano le proprie mani capaci di plasmare l’argilla per farne tempio, busto di fanciulla, anfora, colonna e capitello, utensile, veicolo, strumento che cura, strumento che lenisce, strumento che ritempra. Strumento che diverte. Gli ultimi uomini non guardano seduti e placati le proprie mani capaci di accarezzare. Gli ultimi uomini non guardano le proprie mani capaci di appoggiarsi lievemente sul punto in cui il dolore si manifesta nel corpo per alleviarne o contenerne l’ardere. Ciò che fanno gli ultimi uomini è guardare le proprie mani chiuse a pugno che colpiscono il proprio umano avversario per ferirlo. Ciò che fanno gli ultimi uomini è guardare le proprie mani impugnare le ultime armi per mutilare l’avversario. Ciò che fanno gli ultimi uomini è guardare le proprie mani che afferrano alla gola il proprio avversario, il proprio simile, il proprio umano fratello per sconfiggerlo attraverso l’imposizione dell’evento chiamato morte. Quelle ultime colluttazioni, i corpi impegnati in esse, diffondono un odoraccio sgradevole. Destinato per fortuna a estinguersi, insieme alla propria sorgente, assai presto. 15. Graveolenza di mondo terminato senza clamore e rimpianto In questa sezione il mondo ha appena visto estinguersi il genere umano ma esso è ancora abitato dalla vita. Animale e vegetale. Grata dell’assenza. Si potrebbe immaginare felice la natura scevra di uomo. Purtroppo quest’ultimo ha saputo impregnare il mondo del proprio catabolismo letale appena un istante prima di togliere il disturbo. Ora ciò che è sepolto sotto la superficie del mondo, dei schivi a parte, principia a fermentare. Sono gli involucri dei prodotti consumati. Sono i residui dei prodotti consumati. Sono gli scarti di lavorazione dei prodotti consumati. Sono i deflussi delle acque che hanno lavato le vasche ove i prodotti vivacemente pigmentati sono stati sbiancati, ove i prodotti pallidi sono stati vivacemente pigmentati, ove la natura della materia di ciascun prodotto destinato al consumo è stata violata e storpiata per predisporlo al consumo. Ciò, dopo essersi miscelato, agglomerato, coniugato con se stesso innumerevoli volte, ora fermenta. Fermentando accresce il proprio volume. Accrescendo il proprio volume cerca varchi attraverso i quali espandersi. Li trova. Li sfrutta. Così tracima, poi esonda, quindi dilaga. Infine sommerge. Fai ciao alla vita animale e vegetale. 16. Odore del nulla che l’estinzione sa riservare infine Quanto piace al nostro dio questo odore di mondo privo di vita. Egli rimpiange l’essenziale modalità di esistenza del tutto riscontrabile prima della creazione. Ebbene, il tutto prima della creazione possiede, sorprendentemente, un odore simile a quello 45


del nulla. Nulla sa risultare essenziale quanto il nulla. Cavilli teoretici direte. Sarà anche un bell’odore ma difetta in dinamismo. Evitiamo i rimpianti. Comunque l’odore di vita non è scomparso del tutto. Ci deve essere ancora qualcosa di vivo, ma deve essere occultato in uno scrigno di materia porosa. Offuscato da uno schermo solo parzialmente permeabile alle molecole in grado di stimolare i recettori olfattivi. Infine comprende di essere egli stesso l’eccezione. La contraddizione. Il virus che minaccia l’assolutezza nel nulla e del mondo privo di vita. È dunque tempo di estinguersi. Lasceremo entrare nelle narici del dio sepolto l’argilla che occorre. La faremo trasportare da una brezza leggera. Primaverile. Inquadreremo la scena lasciando la macchina da presa immobile. Priva di operatore. Priva di regista, direttore della fotografia. Priva persino di pubblico. Quando entrambe le narici dissepolte saranno colme di argilla il dio sepolto smetterà di respirare. Gaia conclusione. Occorrono su per giù quaranta minuti. Giusto il tempo di rammentare un ultimo profumo percepito molto tempo prima della fine. Accade nel capitolo 17. L’ultimo. 17. Profumo di colei che sostò presso il dio sepolto Colei che sostò presso il dio sepolto fu sorpresa dalla pioggia ed entrò, per ripararsi da questa, nella narice del dio. Le molecole di lei, bagnate dalla pioggia, principiarono a sublimare via via che il suo corpo estivo asciugava. Colpivano i recettori olfattivi delle mucose del dio rivestendoli, attivandoli, appagandoli. Era profumo di pelle di lei. Era profumo di sudore di lei. Era profumo del profumo di lei. Tutto era piacevole e giusto come può esserlo solo una sosta lungo un percorso mai troppo faticoso. Un dislivello lieve. Accadde molto prima della scomparsa dell’umanità e dell’avvento del mondo glabro. Il dio comprese che lei era bella dal suo profumo. Comprese altresì che lei possedeva una corolla di riccioli caravaggeschi, vocati all’assalto dello spazio e della materia suscettibile d’esserne avvolta. Ad esempio delle dita di un amante. Comprese che lei sapeva ascoltare e che lo faceva volentieri. Comprese di lei che anche lei, come lui (dire lei e lui nella stessa frase sottende sempre una simmetria, talvolta lasciva, talvolta romantica), aveva creato mondi e li aveva fatti abitare da abitanti. Non meno vasti i primi. Non meno grotteschi e crudeli i secondi. Dal suo profumo si poteva comprendere il suo nome ma il dio sepolto non lo pronunciò per non rivelarsi e per non riempire la bocca di sgradevole argilla. Accadde molto prima della scomparsa dell’umanità e dell’avvento del mondo glabro. Fu allora che il dio sepolto la inspirò.

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POESIE di Manuel Crispo VALENTINA

Mi sono svegliato stamattina che fluttuavo in qualcosa di grigio come l’acqua sul fondo di una caverna. Sono un’alga, ho pensato un’alga nel polmone di un Dio annegato. Mi sono appoggiato a una frequenza che sporgeva di pochi hertz e ho viaggiato lungo lo spettro. È stato un viaggio tranquillo giusto qualche turbolenza verso il tubercolo quadrigemino ma niente di preoccupante. Mi sono fatto carne nel braccio che ti cingeva ancora addormentata. Di caffè è il fiume che disegna i nostri occhi che si dischiudono.

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IMMA

Ci incontriamo per caso ma sempre alla stessa ora, nello stesso posto, come se la nostra abitudine fosse proprio quella d’incontrarci per caso. Ti guardo, mi guardi. Per qualche ragione mi pare che le mie dita siano destinate a perdersi fra i tuoi capelli. Ti guardo, mi guardi. E penso Non restare in silenzio, dimmi qualcosa, parlami anche del tempo, della scomparsa delle mezze stagioni. Fermami e insegnami il percorso delle tue cale e delle tue strade allarma i miei occhi alle insidie delle tue paludi. – Io non possiedo paludi – dici, leggendomi i pensieri. Ma non percorrere a piedi nudi i miei prati perché i cocci di vetro hanno lo stesso colore dell’erba.

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ADA

Ho giocato un giorno a carte col ricordo della tua pelle e naturalmente l’ho perso ho perso la mappa delle tue lentiggini, ho perso la strada delle tue vene celesti mi racconteresti se la tua pelle reagiva al mio tocco increspandosi come il mare d’inverno mi spiegherai un giorno se odorava di matita quando ti disegnavo i miei sogni addosso?

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GIADA

Io amo il vino che ti fa ridere mentre racconti una storia amara tu conosci tutti i semafori e tutte le storie e la progressione armonica delle grondaie battute dalla pioggia io conosco i cornetti caldi dell’aurora le scale meno fredde i mostri piÚ compiacenti ed i fiorai piÚ nottambuli. Canta di me e delle nostre carezze sotto lo sguardo polveroso dei re strappami i capelli e mostrami ogni luna conta con me gli ultimi spiccioli e le caselle di gesso in cui torniamo bambini.

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AUTOBUS A TARDA SERA di Joe Kowalski «Corri su!» gridò John, mentre l’autobus n.7 tagliava l’angolo di via Caliari. Cinque minuti e sarebbero stati in centro. John, dopo un tentativo a buco col tipo, intascò i biglietti gentilmente offerti da un’anziana signora. «Ti piace!» ammiccò, sconfinando avanti a lei verso i due sedili, nel fianco, dietro all’autista. Poca gente e infreddolita; spettri nella luce gialla, attraverso i vetri bagnati dalla nebbia. «Già! È solo il fatto che ha i capelli lunghi» disse tra i denti sbirciando Rebecca che puntava il tipo, in piedi, appiccicato all’obliteratore. Per John, Rebecca gli assomigliava come immagine al maschile. È per questo pensiero che lo aveva investito, appena saliti, la odiava da un anno. «È ora di scendere» disse John. Rompendo il forzato silenzio avrebbe voluto che la serata fosse già finita. Tumultuosa sotto il ponte delle Navi l’acqua scura di fango. Il tipo si portò in mezzo. Occupò arrogantemente l’uscita e, un secondo prima che l’autobus fermasse, girando su se stesso si parò faccia a faccia con John. Cercava la sfida con lo sguardo. Rebecca disimpegnandosi da quell’ostacolo naturale scese sul primo gradino. Il tipo non si scostava da John, e quando John gridò all’autista: «Un’attimo la porta!», il tipo si girò abbassando lo sguardo verso Rebecca per colpirla in piena faccia con un «No!» secco. Lame di rasoio le labbra e le lunghe braccia, ali spiegate, sormontarono, bloccate dalle mani scabre, il lungo tubo pensile. Rebecca non proferì parola, rimase immobile, estasiata. Scaraventato giù dall’autobus, John si sparò dei pugni da una mano all’altra compiaciuto di sentirsi le nocche spellate. Si dette poi un paio di colpi sul montone, sporco di lato, dov’era caduto. Un rigo di sangue colava dal labbro sopra spaccato. Fecero via Cappello, piazza delle Erbe. Entrarono al City Pub. ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ John sbatté forte sui dadi per il 12 assoluto. Aveva tirato parecchie volte bloccando col barattolo i dadi sul tavolo. «Sfortunato al gioco, fortunato in amore» pensò sorridendo. «Gioco di merda!» disse all’improvviso, mettendo da parte barattolo e dadi. Aveva in corpo la frenesia di scappare via lontano. Rebecca taceva e piangeva.

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«Perché? Lo sai! Ho pianto anch’io!» disse, per farla smettere. «Andiamo?!» disse John, dieci minuti dopo, trangugiando l’ultimo goccio di bourbon. Sgusciandogli davanti, Rebecca uscì tra sguardi curiosi. John fece qualche alzata di mano. Disse un paio di «OK ci sentiamo» e salutò per ultimo Vinicio, il proprietario del locale, scambiando una sporca battuta. «…sai quanto odio vederti piangere. Sei falsa come Giuda!» disse girandosi, e spedito scese gli scalini di piazzetta Fontanelle. Rebecca dietro, a breve distanza, direzione Brà. Negozi addobbati per le feste, ancora illuminati. «Solo pochi giorni prima mi sarei rintanato in un letto caldo» pensò guardando una coppietta che si stringeva frettolosa. «Con una gnocca come Rebecca» esclamò tra sé a conferma dell’eterna domanda… Felice che i maschi la guardassero. Non la desiderava più. «Mia cara sei proprio brava! Ti stringo pure? Pensa che idiota? Solo perché ti ho amato un casino. È triste, Rebecca, sai?». «John, dicevi che mi amavi. Che mi avresti amato tutta la vita. Che venivi a stare da me!». >>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>> In fondo l’odio fu l’unico modo per averla accanto. Non gli bastava più odiarla. Non la odiava per niente. Forse per questo non l’amava più. «È così! Punto e basta!» disse. Voleva convincersi; e con quella certezza in corpo alzò il cappello e lisciò indietro i capelli, poi calcandoci sopra la mano tirò di sbieco la tesa del borsalino color tabacco. La mezzanotte del 13 dicembre era passata portandosi via S. Lucia, lasciando solo sporche tracce del frettoloso smontare di banchetti e di giostre. Ma una giostra per bambini, illuminata e silenziosa, si intravedeva alle loro spalle nella nebbia che calava nella piazza fattasi deserto. «Dove vai?». John non avrebbe mai voluto che succedesse veramente, ma stava accadendo. Ripassava fotogramma per fotogramma la scena del tipo sull’autobus. Sentì l’oppressione e la rabbia. L’avrebbe ricordata per un pezzo quella faccia e le labbra ben affilate. Toccò le sue con una smorfia. Lui davanti, Rebecca dietro per via Leoncino. John di tanto in tanto alzava il bavero del caban e, mettendolo davanti alla bocca, ci alitava contro per la piacevole sensazione di umido calore. Rebecca col montgomery rosso camminava ingobbita, le mani infilate nelle tasche. L’inquietudine era cresciuta nutrendosi dei lunghi silenzi: bloccata nel volto spigoloso, negli occhi pece, incorniciato dai lunghi capelli corvini. >>>>>>>>>> 53


Una bella camminata. Ormai erano giunti alla fine di via XX settembre in prossimità di Porta Vescovo. Rebecca coi guanti rossi avrebbe tirato dritto per S. Martino in autostop. John avrebbe voluto chiudere in bellezza, ma così en attendant il momento giusto non era riuscito a trovare le parole. Lui, che ne aveva sempre troppe, non aveva fatto altro che ripetersi dentro la testa cosa dirle… «Dovevo sputarle in faccia e mollarla sotto casa quand’è passata a prendermi, sorprendendomi ancora una volta. Se aspetto sia lei a parlare» pensò imperterrito due passi avanti. Non era ancora l’una. Mai avevano fatto così presto, neanche quando si incazzavano mollandosi, in qualunque posto si trovassero, per rincorrersi poi come due pazzi. Le Porte si stagliavano davanti, sfuggenti, imperlate di tenui luci, e dietro la lunga cometa di via XX settembre. «Che faccia tosta!» disse John, la cui voce partì in un raptus. «Quanto te ne freghi… Quan-to te ne sei fregata…». Era svuotato, impotente a quell’epilogo, e tuttavia cercava disperatamente di tirar fuori il coniglio dal cilindro magico. La spinse contro il muro d’angolo della Cassa di Risparmio. Stringendosela forte con le lacrime agli occhi l’accarezzò piano, ma le mani quasi strappavano i lunghi capelli bagnati. «No?! No, non l’hai visto? Già, come potevi?! No! Non l’hai riconosciuto no, oltre la mezzeria? No, povera?!» e staccandosi brutalmente da Rebecca si incamminò su per la piazza Toscana. «Non l’avevo riconosciuto» rispose destatasi improvvisamente dal suo silenzio. John si girò. Aspettandola si fece accanto: «Figurati! A due metri di distanza? Sotto la luce del lampione… Va bè che c’è la nebbia. E scusami poi… Lui, il tuo buon protettore, o no? Sei sempre così gentile. Ma dimmi la verità una buona volta, l’hai riconosciuto?». «No, ti dico!». «È strano però, S-e-i stata di una gentilezza. Mi sembra impossibile? È dappertutto, neanche a farlo apposta?». «John non l’avevo visto, ti dico, che era Claudio» disse trafelata per stare al passo più deciso di John, che intanto infilava il salitone per le torricelle. «Perché hai attraversato allora? Su, non mi dire che non l’avevi visto che era Claudio? Però l’hai attraversata disinvolta la strada?!». «Johnny! Non l’avevo riconosciuto… Sì, all’ultimo momento…». «Ah sì?! All’ultimo momento!» le gridò in falsetto, e urlando le disse di non chiamarlo Johnny. Nell’eco della voce che lo inseguiva si girò, ma lei era già scomparsa nella nebbia. «Meglio così!» si disse, e allungò il passo. 54


POESIE di Claudio Magliulo NELLA MIA CASA ITALIANA

Nella mia casa italiana, dove non metto piede da un po’, ci sono, in ordine sparso: una ventina di pantaloni; circa trenta camicie, un paio erano del nonno; quindici maglioni; giacche, calzini, mutande, magliette; un numero imprecisato di libri, probabilmente duemila, forse cinquemila, in scatole trasparenti, ché non prendano polvere mentre sono via; uno spazzolino, lamette; tessere della Coop, dell’IKEA, della biblioteca; la mia vecchia bici, ho provato a venderla ma non la vuole nessuno, eppure è una bella bici, “vintage” si direbbe oggi, rossa; zaini, cappotti, cappelli, scarpe. E poi c’è un’ultima cosa, è una cosa trasparente, si fa fatica a vederla, insomma, però c’è. Ha una forma strana, è alta circa un metro e ottanta, un po’ larghina, si muove lentamente per le stanze della mia casa italiana, come un soffio di vento. È la mia assenza. Ogni tanto la mia fidanzata, quando c’è,

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mette su una tisana: una tazza per lei e una tazza per la mia assenza, e nel vapore acqueo, per qualche secondo mi si vede un po’ in controluce. Il cane abbaia piano, non è sicuro, il cane, va avanti con il muso e prova ad annusare la mia assenza, che però ha l’odore della tisana. Il cane torna a cuccia. Certe volte passo le giornate ad immaginare come e quando riempirò di nuovo quel vuoto. Sono di solito giornate un po’ tristi, per la verità.

La mia assenza comunque mi attende sempre, aspettando con fiducia il giorno in cui anche lei potrà andare in pensione. Non gliel’ha ancora spiegato nessuno che per noi la pensione è una figura retorica. IL POETA

Il poeta dev’essere un cane e se non è un cane non è niente. Il poeta non può essere un direttore un presidente un ispettore. Il poeta può però essere un commercialista un ragioniere un ingegnere 57


un addetto al controllo qualità, che però dev’essere una cosa tristissima. Il poeta una volta lo si andava a cercare in eremi misconosciuti in salotti fumosi in periferie addolorate, e ne colpiva lo stile di vita spartano, il tavolino con le sigarette e la poltroncina tutta graffiata sommersa dai libri, e fuori alla finestra il fragore del treno che faceva tremare i vetri e i denti del giornalista avventuratosi fin lì per intervistare il poeta. E, sempre una volta, il poeta diceva delle cose, spesso erano cose intelligenti, comunque profonde, si vedeva che il poeta aveva studiato che aveva pensato, aveva fatto un po’ di fatica magari un po’ da solo ad accarezzare pigramente il gatto alzandosi ogni tanto per recuperare un volume.

E invece adesso il poeta certe volte te lo ritrovi in televisione, e sai che è un poeta perché te lo dice il conduttore del programma televisivo della domenica. Però non ci legge poesie, il poeta, oggi, ci spiega invece come stanno le cose. 58


E le cose che dice il poeta oggi certe volte, pare strano, ma sembrano le stesse cose che diceva quello che aveva il negozio di alimentari sotto casa e che prima ancora faceva il carabiniere, cose un po’ così, un po’ banali, ecco, cose che uno si stupisce quasi a sentirle, così, nude, sulla pubblica via, che imbarazzo. Poi c’è il libro del poeta e il sito internet del poeta e la pagina facebook del poeta e un po’ uno ci rimane male.

Ché il poeta nell’immaginazione è ancora quello del gatto e della ferrovia, poi magari di giorno faceva l’impiegato al Catasto, però sempre poeta era. E invece niente, adesso il poeta non è più un cane, non si trascina in strada di notte ad odorare la piscia degli ubriachi e il rancido dei cassonetti pieni e l’aroma bagnato delle margherite all’alba, dopo la pioggia. Però il poeta se non è un cane senza collare e senza guinzaglio, allora è un altro animale da compagnia, magari un criceto o un canarino. Canta canta, il poeta, e poi arriva il mangime. Ma per chi canta? Non lo sa più nemmeno lui. 59


LA PARTITA di Serena Naldini Un riquadro di luce e tutt’intorno buio. Eccetto la luna lassù, oltre la rete della recinzione, tonda e nitida nel nero totale del cielo. Gli spilli del freddo non hanno pietà. In mezzo al campo tu macini saltelli rapidissimi con quelle gambette nude, da uccellino spiantato. La maglia bianca ti arriva a mezza coscia, coprendo quasi del tutto i pantaloncini celesti. Chissà come le hanno prese, le misure. Io mi stringo nel cappotto di lana ruvida e riaggancio gli occhi al pallone. «Mamma, ci vieni a vedere la partita?» mi hai domandato stamattina frugando le parole intorno a un biscotto, un filo di latte che colava dall’angolo della bocca. Hai fatto cadere le sillabe fuori dal cerchio di vapore della tazza come fosse per caso, nel modo nascosto in cui butti a terra le carte delle caramelle quando ti fa fatica cercare un cestino. Certo che corri veloce. La palla non te la fanno toccare un granché, ma cavoli se corri. Non ne molli una, ragazzo. Come adesso, che ti sei ficcato in mezzo a due molossi dall’aria un po’ truce. Anche tu, comunque, a sguardo non scherzi. Hai messo su un paio d’occhi a fessura che non t’ho mai visto, che non c’entrano niente con la morbidezza dei tuoi riccioli. Li vuoi tagliare, lo so, ma io non ho mai tempo di portarti. E poi a me, i tuoi capelli, piacciono così, a onde lunghe e aggrovigliate. «Ma non sono un po’ troppo grandi gli altri?» chiedo a uno dei papà al mio fianco. Lui mi guarda con aria distratta. «Sì» mi dice. «Hanno un paio d’anni più dei nostri». Intanto il pallone è entrato di nuovo in rete, quattro a zero per loro. Sulla destra, con il muso infilato tra le sbarre di un cancello nei pressi della recinzione del campo, un cane abbaia con furia proteso in avanti, come se la palla l’avessero rubata a lui. La luna è quasi scomparsa, offuscata in nubi che ne assorbono la luce. Il portiere si appoggia a un palo. Uno dei compagni gli dà una pacca sulla spalla. Un altro gli porta qualche parola all’orecchio, forse lo sta consolando. E tu, dalla parte opposta dello spazio di gioco, fissi il verde dell’erba sintetica. Non sei mai stato così serio. Ti scuoti un istante prima che il gioco riprenda. Qualcuno rilancia il pallone. Questo compone un arco, tu come niente scatti in avanti e lo blocchi col tuo petto da usignolo, poi lo lasci scorrere lungo il corpo, fino a terra. È un gesto infinitamente sicuro, il tuo, e naturale, come non avessi fatto altro da quando sei nato. Ora ti allunghi la palla, con il piede leggero, muovendo qualche passo verso la porta avversaria. I primi calci li hai tirati quattro mesi prima di nascere, in una sera di gennaio gelida come questa. C’era lo stesso odore di inverno che punge le narici. Lo spazio era quello rotondo della mia pancia. Fluido e tiepido. Almeno fino all’istante prima

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che squillasse il cellulare. Come un nugolo d’api su un fiore, tre ragazzini in maglia nera e calzoncini gialli ti circondano in una coreografia impeccabile che ti costringe a fermarti. Con sfioramenti piccoli e precisi, usando la punta del piede sinistro, sposti un po’ la sfera, la muovi ancora d’un niente, e poi la sollevi d’un pelo da terra, ma senza portarla via, no, non te ne impossessi del tutto. Sembra che tu stia cercando un patto ipnotico col pallone. E gli altri a guardarti, attoniti. Al terzo squillo tirai su il telefono, la forchetta di spaghetti a mezz’aria sulla tovaglia a quadretti rossi della cena. «Pronto» fecero dall’altra parte. Riconobbi la voce di tuo zio. «Ciao» risposi un po’ stupita. Non chiamava mai a quell’ora. Non chiamava mai per niente. «Senti» disse lui. Ci fu un silenzio lungo come l’inverno. Non ebbi il coraggio di romperlo. Fu lui a farlo. «Si tratta della mamma». E così, come niente fosse, ti metti a palleggiare basso, in mezzo ai tre ragazzi gialloneri. Con i tuoi minimi colpi di piede non stai solo cercando un varco tra gli avversari. Stai provando anche a dilatare il tempo, per averne di più, per vincerla tu, questa battaglia ìmpari, trattenendo una manciata di secondi decisivi allo scorrere implacabile del cronometro. «L’abbiamo portata al pronto soccorso per una cosa da nulla». «Come? Che dici?». Quella che uscì dalle mie labbra era un’eco della mia voce. Sottile, distorta, roba da non riconoscerla. «Cos’è successo?». «Non so, non stava bene. Solo che…». «Solo che?». «Dicono che hanno fatto il possibile». Il primo calcio lo tirasti in quel momento. Uno ben sferrato, all’altezza del mio ombelico sformato dalla gravidanza. D’istinto mollai il cellulare, infilai le mani sotto la maglia e le posai sul ventre, a palmi aperti. Premetti a fondo per tenerti fermo in quella specie di abbraccio. La mia pelle era bollente. I tre bambini, molto più alti e robusti di te, sembrano interdetti. Restano immobili e fissano la palla, intrappolati nel tuo fragile ricamo di calci all’insù. Tu continui a toccare e lasciare, seguendo il battere e levare di una musica che senti solo tu. E a guardarti così, tutto questo, per te, sembra ovvio come respirare e nulla più. Pochi minuti dopo, mi trovai in strada con tuo padre alla guida. Lui mi lanciava sguardi di sbieco, staccando gli occhi dall’asfalto luccicante di lampioni, per sorvegliare come stavo, e come stavi tu che mi nascevi dentro. «Che fa?» chiedeva. 62


«Non capisco» dicevo. I calci erano diventati una girandola di colpi che non sapevo arginare, mentre un calore di lacrime mi scorreva sulle guance. Poi, d’improvviso, ci fu una scossa, così netta da stupirsi che non avesse prodotto un rumore all’esterno. Mi guardai la pancia, come per vederci attraverso. L’abitacolo fu invaso da un silenzio liquido. Passarono alcuni istanti e mi prese un dolore acuto, appiccato proprio in mezzo alle gambe. Corse lungo la spina dorsale e mi ingabbiò il torace e la testa. Per un bel pezzo non riuscii a fiatare se non a piccoli sorsi. Mi pareva evidente che un respiro profondo avrebbe generato uno strappo definitivo, irrecuperabile. E con la stessa facilità con cui hai iniziato a muoverti intorno a quel pallone, d’un tratto ti volti, esausto, lasciandoti la scena alle spalle: i tre ragazzi ape, la sfera ormai ferma su quest’erba fasulla, e i soffi bianchi della condensa sospesi sulla bocca di tutti. Ora, uno dei tre si risveglia, e con la palla incollata al piede parte al galoppo verso la nostra porta. Il cane riprende ad abbaiare come impazzito. Forza, penso. O meglio, credo di pensare, perché in realtà sto già urlando: «Forza, dai!». Uno dei papà al mio fianco grida qualcosa anche lui. E il brusio degli altri diventa applauso: «Coraggio, bambini! Non è ancora finita!». Eravamo sparati a centottanta all’ora nel buio dell’autostrada. Io, col mio alitare cauto e i polpastrelli sudati che cercavano a tastoni gli spigoli acerbi del tuo corpo sulla pelle stirata della pancia. E te, diventato di colpo muto e immobile come il piombo. Non so dirti quanto durò tutto questo. Il pallone vola rapido verso la nostra porta e tutti i giocatori dietro. Tutti, tranne te e i tre ragazzi ape che ti girano attorno. Tu cammini con decisione, ma in tutta calma, un piede dopo l’altro, e sembri parlare tra te e te. Mormori qualcosa e sorridi con aria sognante. Chissà che stai dicendo, cosa mai ti passa per la testa. Ecco che adesso aumenti il passo, ti dai slancio, e ti metti a correre. Nell’esatto momento in cui superi la linea della metà campo, la palla, respinta dal mucchio, ti arriva sul ginocchio sinistro. Sembra che non aspettassi altro. A un certo punto, provai a ormeggiare lo sguardo sul nastro del guardrail che scorreva netto tra l’asfalto illuminato e la notte. Alle nostre spalle c’era solo oscurità, nessun’altra macchina, niente di niente. Tentai un respiro più profondo. E poi lo dissi. Non so a chi o perché, ma lo dissi: «Io respiro». Tuo padre mi guardò. Inspirai di nuovo, stavolta più a lungo. Fu in quel momento che ti muovesti. D’un niente, ma ti muovesti. «Io respiro!». Questa volta lo urlai. 63


Il pallone rimbalza sul tuo ginocchio, ma lo riprendi al volo, e lo lasci scivolare a terra. Poi ti volti – tu, il pallone e i tuoi ricci pieni di vento – e ti slanci in avanti, verso la porta avversaria. I ragazzi ape sono alle calcagna, non ti mollano, ma tu sei più veloce. Niente che possa fermarti, adesso. Un tuo compagno chiama la palla. Tu gliela passi di esterno sinistro, preciso al millimetro. Nessuno dei gialloneri ci arriva. Ormai sei in area di rigore. Dalla fascia, il tuo compagno tenta un cross alto. Quello che fai adesso non so come te lo sei inventato, da che dimensione provenga. Sono tutti più alti di te eppure tu, con la testa, arrivi per primo alla palla, come se ti fossi arrampicato su un desiderio. Neanche il portiere se l’aspetta, quel movimento fluido del collo, e quella frustata del corpo, e quella scossa di sogno a occhi aperti con cui il pallone finisce in rete. L’incredulità dura il tempo del lampo che ti spalanca lo sguardo. Dopo, c’è solo spazio per la tua corsa sbilenca di salti verso l’alto, per il mulinare dei compagni come coriandoli attorno e addosso, per il tuo nome urlato e gli applausi e le mani che fanno male dal freddo, per l’abbaiare folle del cane alla palla negata e alla luna scomparsa. Qualcosa di gelido mi sfiora una guancia. La tocco, è umida. Guardo in su. Contro il nero del cielo, la neve cade in fiocchi piccoli e fitti. Sembra che si stiano sbriciolando le stelle. E dimmi tu se questa non è una meraviglia, figlio mio.

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TRIP INTERSTELLARE di Edoardo Testa Un punticino si muove velocemente tra le stelle, avvolto dal buio, apparentemente senza meta, roteando impazzito, o forse è fermo immobile, mentre l’intera galassia fugge via. Qualcuno sta scappando da qualcosa, questo è certo, ma nell’oblio dello spazio profondo non ci sono né ragioni, né ricordi. Il rombo dei motori della navicella è assordante, ma il silenzio dell’infinito lo sovrasta. La sua forma affusolata è elegante, ma quel mezzo non è altro che un vecchio catorcio, segnato dal tempo e dall’incuria di chi dovrebbe occuparsene. È un pezzo di antiquariato volante, ridicolo e fuori luogo. All’interno, luce rossa a intermittenza, tanfo insopportabile e un sottofondo di musica elettronica lo rendono simile a un inferno, ma è più un’ultima spiaggia. Oliver, il pilota, è seduto per terra, a gambe larghe, la schiena poggiata sulla parete sporca. Il suo viso è segnato da occhiaie profonde, lo sguardo perso nel vuoto. Non è vecchio, anzi, ma sente di non avere più la forza per combattere. Si toglie la cintura e se la stringe attorno al braccio, sopra il bicipite, poi prende in mano una siringa e la picchietta due o tre volte. È tutto pronto. L’ago penetra nella pelle elastica del giovane e centra la vena senza difficoltà. Il liquido si spande velocemente insieme a quella familiare sensazione di onnipotenza. Il ragazzo rivive il suo passato: una caduta in bicicletta, quella bella ragazza del liceo, una brusca frenata, il muro di casa sua che crolla, l’esplosione atomica, la città che brucia. Urla, così forte da far tremare le pareti dell’astronave. Ecco tutto ciò che resta di Oliver, sdraiato a terra, inerme, gli occhi fuori dalle orbite. «Cazzo!» esclama. «Questa roba è il massimo…». Una voce femminile gli fa eco dalla cabina di pilotaggio: «Ce la porteremo nella tomba». «Pensavo ci fossimo già!». Sviene. Quando si risveglia è rannicchiato sulla poltrona del copilota, nella sala di controllo. Vicino a lui, a pilotare, c’è Julie, la sua compagna di viaggio, tanto bella quanto sciupata. I lunghi capelli biondi le si appiccicano al volto, intrisi di sudore. Si sta bucando anche lei, mentre è ai comandi. Sanno entrambi quanto sia pericoloso, ma il ragazzo non obietta nulla. «Perché proprio dei coglioni come noi, Julie?» le chiede. «Siamo gli uomini del futuro» ridacchia lei. «Non è una figata? Me ne frego del perché». «Non dire cazzate, siamo solo dei tossici di merda!».

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«Che differenza fa essere dei tossici o dei bravi padri di famiglia quando la terra si squaglia sotto i tuoi piedi…». La droga inizia a fare effetto su Julie; Oliver le sembra sempre più lontano, lo spazio si dilata, il razzo scompare. Sono soli tra le stelle. «Porca puttana… ’fanculo alla guerra, ’fanculo all’essere umano, ’fanculo a quel cazzo di razzo! Sono la regina dell’universo!». «Sei solo fatta, come al solito» la corregge il pilota. D’un tratto, la ragazza viene risucchiata di nuovo nella realtà, aspirata via dalla sua visione con violenza, un dolore reale la pervade. «’Fanculo anche a te, bell’amico che sei!». Riemerge giusto in tempo per vedere una spia rossa che si illumina sul computer di bordo. Oliver le lancia uno sguardo preoccupato. «Il computer ha invertito la rotta, stiamo tornando verso l’atmosfera terrestre!». «Dirottiamo questo coso sulla Luna almeno, altrimenti siamo fottuti» suggerisce lei. Il ragazzo prende i comandi e armeggia con la plancia, il momento è concitato. La spia continua a lampeggiare e a suonare sempre più forte. Poi, all’improvviso, il silenzio. «Ce l’ho fatta!» esulta Oliver. La musica elettronica riprende a pompare nelle casse della nave. Julie racimola un po’ di siringe, flaconi e fiale contenenti le droghe più assurde e sistema tutto in un sacchetto di plastica. Oliver la fissa impaziente. «Muoviti, abbiamo poco tempo!» le urla. «Faccio quello che posso, sono ancora mezza fatta». I minuti passano, la Luna è sempre più vicina. Un lampeggiante verde illumina la lugubre stanza rossastra; una voce metallica avverte: fase di atterraggio in corso, fase di atterraggio in corso. «Ci siamo cazzo!» esclamano all’unisono Oliver e Julie. L’atterraggio fila via liscio, l’impatto con la superficie lascia l’astronave integra e i due ragazzi illesi, pronti all’allunaggio. Il portale della navicella si abbassa, cigolando. Eccola, la Luna. Non è così bella come sembra dalla Terra; è scura come il catrame e desolata come il peggiore dei deserti. Oliver e Julie non indossano nessuna tuta spaziale, solo i loro soliti sciatti vestiti; sono felici. Il ragazzo tiene in mano il sacchetto delle droghe come un trofeo. «Finalmente ci siamo» dice. «Possiamo iniziare la nostra nuova vita!». «Facciamoci una bella pera per festeggiare!». «Con piacere! Una piccola dose per un tossico, una grande dose per l’umanità!». «Questa è bella Olly…». Ridono. 66


Si siedono su una roccia per preparare le siringhe, una procedura che hanno imparato a portare a termine nel più breve tempo possibile. Poi si sdraiano a terra, sulla soffice superficie lunare, e si bucano, assieme. Oliver osserva il volto sfatto di Julie e sorride; lei è così bella, ma c’è qualcosa di ancora più meraviglioso: le stelle. Il ragazzo volge il suo sguardo al cielo e si perde tra di esse come un fanciullo. «Non è magnifico?» esclama. «Sì, lo è… ma non pensi che ci sfugga qualcosa?». «No, non mi pare, che cosa?». «Cazzo Oliver, che qui non potremmo respirare!». Il luminoso cielo stellato, poco a poco, si oscura, come se una zip stesse chiudendo un borsone, lasciando spazio al nulla più totale. Oliver si volta verso Julie, ma lei non c’è più, c’è solo un orribile scheletro. Il ragazzo urla con tutto il fiato che ha in corpo vedendo lo scheletro dissolversi in sabbia e le stelle scomparire sopra di lui. Passano pochi secondi e le sue grida si spengono in un sordo lamento. Si contorce, senza più aria da respirare. La cerniera si chiude del tutto, è finita.

«Ha smesso di respirare». Una giovane dottoressa e un infermiere alle prime armi osservano la scena sconsolati. Oliver giace nel suo letto di ospedale, è lì da anni in uno stato comatoso, e adesso anche il suo animo si è spento. «Dobbiamo avvisare qualche parente?» chiede l’infermiere. «No, sono vent’anni che è qui, non è rimasto nessuno a cui riferire della sua morte». «Brutta storia». «Puoi dirlo forte! Incidente d’auto a ventitré anni» mormora la dottoressa. «Mi hanno raccontato che era un ragazzo sportivo e pieno di vita». L’infermiere si avvicina al ragazzo, morto dopo anni di inconsapevole agonia, e gli copre il volto con il lenzuolo bianco, prima di lanciargli un’ultima occhiata distratta e uscire dalla stanza. Poi i due sanitari si allontanano, escono dalla stanza e salgono le scale, fino alla terrazza. È quasi sera. Sono appoggiati alla balaustra, l’infermiere sta scattando una foto con il cellulare, la dottoressa, invece, fissa l’orizzonte. «Mi dispiace così tanto per quel ragazzo» dice lui, distratto. «Già, ma sono cose che capitano…» lo rincuora la dottoressa, altrettanto distaccata. «È il nostro lavoro». Basta un attimo e tutto quel dispiacere è già lontano, dimenticato. «Ti piace?» chiede l’infermiere, mostrando alla collega la foto del tramonto appena scattata. 67


«Non è male…». «Allora la condivido su Instagram, ultimamente è come una droga!». «Non dirlo a me!» dice lei, sorridendo. «Quanti mi piace prendi di solito?». «Almeno un centinaio per foto, ormai». «Cavolo…». D’improvviso, i due tacciono. Un’enorme esplosione incendia l’orizzonte, poi, il buio.

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GLI AUTORI

WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere ma si interessa di filosofia, psicologia, intelligenza artificiale, poesia e arte. Un’incursione nel libero pensiero è testimoniata dal suo “saggio caotico” Elogio dell’aporia nell’era digitale, scritto nel 2012. Alla produzione poetica affianca la stesura di racconti e dialoghi.

CALAMO INCHIOSTRATO, pseudonimo di Lorello Maggio, è nato nel 1958 e vive in Sicilia. Come Blanchot, considera la scrittura un infinito intrattenimento. Laureato in filosofia, insegna lettere in una scuola media. Politicamente libertario, teologicamente sincretico, umanamente esistenzialista. Si ritiene un uomo di scrittura, non uno scrittore. È presente nel web anche col nick imagomentis. MANUEL CRISPO, medico e scrittore, è nato nel 1986 a Salerno e vive e lavora a Napoli. I suoi scritti sono stati pubblicati su diverse riviste e siti letterari. Nel 2016 rilascia in rete, scaricabile gratuitamente, il romanzo Don Cristo. Partecipa all’antologia Li chiamano animali (Alcheringa Edizioni, 2017). Con la casa editrice Nero Press Edizioni ha pubblicato i racconti del ciclo Rin Tin Tin Tabasco. SALVATORE D’ANTONI è nato nel 1985 a Sciacca (AG). Troppo giovane, a suo dire, per essere considerato un giovane autore, ha pubblicato la silloge Lame di cristallo (Gruppo Albatros Il Filo, 2008) e la raccolta di racconti Educazione Cinica (Melqart Communication Editore, 2014). Attualmente sta lavorando alla sua seconda raccolta di racconti.

GIUSEPPE IANNOZZI, classe 1972, è giornalista, critico letterario, editor e scrittore. Ha pubblicato Angeli caduti (Cicorivolta, 2012), L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013), La lebbra (Il Foglio letterario, 2013), La cattiva strada (Cicorivolta, 2014), Fiore di passione (Lulu.com, 2015), Bukowski, racconta! (Il Foglio letterario, 2016) e Donne e parole - Sulle orme di Leonard Cohen (Il Foglio, 2017). Cura l’Ufficio Stampa de Il Foglio letterario e scrive per diverse testate online e free press.

JOE KOWALSKI, nome d’arte di Siro Chioetto, si diletta a scrivere da quando era ragazzo. Ha 58 anni e vive a Verona. Geometra nella vita, è alla continua ricerca di luoghi dove proporre i suoi scritti.

FABIO MACELLARI è nato nel 1978 a San Benedetto del Tronto e ha studiato Filosofia delle Scienze Umane e della Comunicazione. I suoi Amori Irreversibili sono Il Suo Mio, i Sonic Youth, i Kleinkief, Alda Merini, Gilberto Centi, Mario Luzi, Nanni Moretti, J. D. Salinger, Il Grande Blek. Alcuni suoi versi son finiti nell’ultimo disco dei Kleinkief. Ha composto e suonato in scena tutte le musiche originali dello spettacolo teatrale dei Kosmik Theater Alice nel meraviglioso mondo del mago di Oz.


CLAUDIO MAGLIULO è giornalista ed esperto di comunicazione. Vive e lavora all’estero da troppo tempo. Suoi racconti sono stati selezionati da Altrisogni e La 25a Ora.

SERENA NALDINI è nata a Firenze nel 1971, una laurea in ermeneutica filosofica, un’iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti, un lavoro di responsabile della comunicazione in una cooperativa sociale. Frequenta da un paio di anni la Scuola Holden di Torino. Con Festina Lente ha pubblicato la raccolta di poesie A due voci, con Andrea Salvatici, e una trilogia di racconti brevi nell’antologia L’elezione dello scarabeo, ed è autrice di testi di spettacoli teatrali e del cortometraggio Blu.

LUDOVICO POLIDATTILO pubblicò il romanzo Le avventure del capitano Ego (Agata/Ottolibri, 2016). Vide vari suoi scritti accolti da antologie e periodici. I suoi testi teatrali Eumenidi talk-show, Apokalypsis à la page, Apokalypsis pour homme e Le avventure del capitano Ego furono rappresentati dalla compagnia Regno delle Madri Entertainment. Quanto scrisse, scrive e scriverà, se non finirà altrove, farcirà il blog “Polidattilografia”. ATTILIO SCATAMACCHIA è nato nel 1973 a Torino e vive con la moglie e i due figli in una città della costa abruzzese, in provincia di Pescara. Ingegnere, libero professionista nel settore della termotecnica, scrive più o meno da sempre.

EDOARDO TESTA, ventiquattrenne, è nato a Genova e frequenta la Facoltà di Giurisprudenza. Si dedica con passione alla scrittura di racconti ed è alla sua prima esperienza editoriale.

FRANCESCO VICO nasce nell’entroterra di Savona nel 1982. Oltre alle partecipazioni in antologie di racconti e poesie, ha pubblicato Le avventure di Luchi & Striche (Tindari, 2012), Perle di saggezza di uno scarabeo stercorario (Matisklo, 2013), Disturbi del sonno (Matisklo, 2015) e Spoiler: alla fine muoiono tutti (Librido, 2017). Fondatore e presidente di Matisklo Edizioni dal 2013 alla chiusura nel 2017, fondatore di Associazione Culturale Librido.


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Rivista Alibi - Numero 18  

Il numero 18 contiene le opere dei seguenti autori: Giuseppe Iannozzi, Francesco Vico, Attilio Scatamacchia, Salvatore D’Antoni, Walter Ausi...

Rivista Alibi - Numero 18  

Il numero 18 contiene le opere dei seguenti autori: Giuseppe Iannozzi, Francesco Vico, Attilio Scatamacchia, Salvatore D’Antoni, Walter Ausi...

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