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Anno V - Numero 19 (Ottobre/Dicembre 2017)


Curatore Ciro Maiello

Progetto grafico della copertina Vincenzo D’Urso Hanno collaborato a questo numero: Placebo, Rita Stanzione, Francesca Murtas, Lucia Lo Cascio, Ludovico Polidattilo, Calamo Inchiostrato, Fausto Torre, Stefano Ficagna, Gaia Rossella Sain, Joe Kowalski, Salvatore D’Antoni. La proprietà intellettuale di tutte le opere qui presentate resta agli autori.

Le illustrazioni di questo numero sono di Mattia Riami (www.mattiariami.com)


SPORADICA di Placebo Sporadica mi dicono. Cosa è infinito? Oggi ho guardato i colori dell’arcobaleno spegnersi in un cielo grigio e nero. Il nome del film devo assolutamente ricordarlo. Adenosintrifosfato era quello che cercavo! Forse la lavatrice è troppo carica e con i circuiti bagnati la casa andrà a fuoco e allora Nerone il gatto si sentirà offeso. Roma sarebbe l’ideale per stare tutti insieme e magari esprimere un desiderio. Solo l’universo e i numeri sono infiniti. Sporadica mi accusano. Cosa farai oggi? Questo paese mi ha deluso. Mi circonda una marea di inutili spie industriali sempre a caccia di nuovi brevetti. La macchina ha qualche problema con la benzina e vedo lampeggiare rosso. Il tuono di ieri notte è stato assordante e otto cuscini non sono bastati ad attutire il rumore. Quando ero piccola odiavo la principessa sul pisello. Solo l’universo e i numeri sono infiniti. Penso me ne starò un po’ da sola. Spo-ra-di-ca scandiscono. Chi sono quelle in foto? Questa estate assomiglia all’autunno tedesco. La disciplina è molto importante per l’istruzione. Il liceo qua vicino è considerato il migliore nei paraggi. La bicicletta andrebbe riverniciata. Magari la prossima gara la facciamo con le borracce piene. I fiumi in montagna sono pieni di salmoni. Chi dorme non piglia pesci. Solo l’universo e i numeri sono infiniti. Penso me ne starò un po’ da sola. Eravamo noi insieme. Sporadica ancora una volta. L’altra dov’è finita? La lampadina si è bruciata. La torta di mele della nonna di mia madre va cotta a duecento gradi. L’ultimo libro che ho letto è di Bradbury ed è allucinante. Il bosco è pieno di funghi da raccogliere. Ho letto sul giornale che gli ambientalisti si sono alleati per ripulire le piazze più grandi. I concerti sono eventi meravigliosi sempre gremiti di gente. Solo l’universo e i numeri sono infiniti. Penso me ne starò un po’ da sola. Eravamo noi insieme.

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Se n’è andata. Sporadica confermano. E quando ha intenzione di tornare? I puzzle sono giochi da piccoli geni. Il DNA ha una struttura a doppia elica. L’aereo è il mezzo di trasporto più veloce. Willy il coyote non è mai riuscito a prendere quel pennuto. Nell’antichità si usavano piume d’oca per scrivere lunghi romanzi. Dante era innamorato alla follia di Beatrice. I manicomi oggi non esistono più. Solo l’universo e i numeri sono infiniti. Penso me ne starò un po’ da sola. Eravamo noi insieme. Se n’è andata. Non tornerà. Sporadica mi chiamano.

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POESIE di Rita Stanzione ZONA DI LETTURA PROPRIA

A saper porre rimedio al cattivo tempo con un punto e virgola e al seguito una voragine, non starei a giocare con il linguaggio dipanare emozioni – darle crude in bocca agli umori del momento Cave di roccia per innalzare fumi crolli annunciati e carte veline [si volta pagina o traccia di lettura a dirsi, per un’ermetica in controcanto – non fraudolenta – voce per cartongesso]

E la parola succede che mi sfianca mi lascio parlare, scegliere disturbare

c’è un punto che mi divide in due uno che mi riunisce (com’era il mondo prima dei contrari?) Non c’è una chiave, una toppa, una zampa di grimaldello Forse è semplice penetrare la vita, respirandoci senza paura delle tossine

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PERORAZIONE DEL SÌ

Era in barbaglio s’è visto come scivolare come anello intorno al buio sale più che saldo – salvo – Spinge nel nome della bocca spinge in anni di filari bianchi La morte alla deriva si muove di vita son folate dai fiordi – non stacchiamoci – l’unica guancia arrossa buccia lucida perorazione di un nocciolo di sì, va bene

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A VELO D’ARIA, CHE NON PLANA S’è aperta una cruna sui fermagli dell’oblio. Si sente lo sfioramento dei piani di coscienza, fiato e ginocchia. Non c’è verità fuorché un insetto che verosimilmente sciama d’inezia. E il caldo struscia nel tempo a tondo l’insetto sbatte sulle ali, torna. – tengo stretto il laccio per il sangue – Fa’ che non mi colpisca che non aumenti la smania di gridare a velo d’aria, che non plana.

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INTARSIO

Che luce tua s’insinui nell’intarsio di polsi bianchi e nocche nella pila del vento nel senso verso e inverso. Lieve, prema entri, fregi nel mulino d’aceri giardino della fisica delle molecole. Piena, nel covo del disordine sulle forme assonanti sull’incavo del verbo a lingua sciolta.

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SU STRADE A DONDOLO Ad occhi aperti le distanze per andare, tornare e riandare a precipizio

rinnovare l’aria che preme in corsa accertarsi della riga negli occhi tesa ad assottigliare il bianco sfarfallio dei passi del percorrersi. Al fulcro disgeli delle forme dissimili e congruenti, al centro il soffio tuo di voce, demiurgo al senso di abitarti.

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ESTENSIONE AD ALTA VOCE

Ho immaginato pene che non bastano flagellanti colpi di parole e sentito ululare il vento al posto mio Non capisco quel che fa male di più la pelle non sfiorata o i bacini esistenziali Metto in fila ordinata i peccati presunti e insubordinati conto e riconto quante volte m’è piovuto addosso e mi sentivo asciutta Alla fine voglio restare così vagamente sbilanciata da un’ingenua aspettativa di parto indolore

mi innaffio le radici e aspetto che sgorghi la clorofilla Dentro ho tenuto intatto tutt’un prato di fiori spontanei posso ben disertare posso… vero?

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GOLA di Francesca Murtas Cento gocce cadute dall’alto: ma solo cinque colpiscono il viso, una raggiunge la gola.

SENTO FREDDO. MA IL FREDDO VUOL DIRE SONO SOLA. VUOL DIRE SONO NUDA. VUOL DIRE SONO MORTA.

«Hai freddo?». Il lupo mastica la mia ingenuità, sotto le stelle agre. Io sono proprio accanto a lui, distesa. Il giardino ci avvolge, ci consuma, ondeggia senza sapore in un ricordo sottile, che pesa; fragili calle blu cupo si sfaldano ai bordi, come labbra screpolate, il loro olezzo è fantasia che marcisce, è infanzia assassinata che non torna. Respiro, e il mio fiato è cantilena disadorna, i miei polmoni sono colombe che piangono. «Io sono prigioniera». Sussurro, con la voce lenta di mio padre. Trascino invisibili catene che annebbiano il cuore e mi riempiono le mani di grida assordanti. Catene di sabbia e addio, malanno che scuote e che sfiata. Strofino la testa per terra, sento erba metallica che mi sfiora e polvere e il passo di formichine di scontentezza. Tiro su col naso, cercando di non farmi sentire da lui. È che mi viene da piangere. Mi viene sempre da piangere. Il lupo sembra sghignazzare mentre ha ancora la bocca piena, fauci ingombre sbavanti, di quelle che sembrano vertebre. Poi, digrigna: «Tu sei dimora. Sei perfetta aurora di mondi, e misera bocca di illusione, e sei la mia prigione, a quanto pare». I suoi occhi totemici, uno di futuro e uno di passato, sembrano squartarmi dal di dentro, senza ancora però riuscire a uccidermi. «Hai freddo?» Ripete, ironico. Mi fa arrabbiare, anche se l’odore di destino che emana mi scoraggia dall’attac-

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carlo. Seppellisco la testa fra l’erba argentea e soffio tremando di rancore. «Certo che sì. Sento freddo e sono inquieta. Io sono prigioniera della folata imperitura delle immagini, immobile sul fiato del baratro, ala inchiodata di albatro. Roseto di crepuscoli e di clavicembali. E non so altro che il mio ripetersi». Alzo, a fatica, una mano verso il cielo, ma la ritiro subito dopo, gonfia di piaghe violacee di Disordine. Gemo. Mi volto ancora verso di lui. «Lasciami andare!». Supplico. Il lupo sputa un grumo cartilaginoso di superstizione, e latra una mezza risata. «Illusa! Nessuno di noi può lasciar andare l’altro. Siamo presi insieme nella stessa tagliola d’ombra. E il tuo potere, l’hai perduto tutto lassù (indica il cielo con un cenno del muso). Ah! (e i suoi occhi scintillano, perfidi), illusa, tu sei fatta di monconi che fluttuano, qualcuno prima o poi verrà a sbranarti. Le parole fanno soltanto balenare il sentiero». Il vento porta turbini leggiadri e affilati, che alzano manciate di granelli oppiacei di palpiti, che fanno formicolare le costole. Tento ancora di muovermi, lasciando agonizzare dentro di me brandelli d’amore e paura, mi sfugge un singolo singhiozzo che vola lontano con minuscole ali di farfalle. «Come vuoi. Basta che… basta che non mi lasci a Lui». «Lui». Anche il lupo rabbrividisce, e solleva il muso, cercando la sua Luna per confortarsi. Ho il sospetto che non osi guardarmi. Allora comincio davvero ad angosciarmi. «Non ho difese, contro di Lui». «…». «Se mi lasci tra le sue mani, saremo perduti insieme!». «…». «Mi batterò! Mi batterò! Capito? Mi ribellerò! Userò ogni goccia di Guerra Brillante che possiedo!». «Ora basta! Dormi, bambina». Rimbrotta, e con gli occhi mi fruga lo spirito, leccandosi le labbra. E dal cielo piovono centinaia di briciole danzanti, di Delirio. Vengono verso di me. Inizio a urlare, a divincolarmi, ma non so alzarmi né strisciare via. Vengo mitragliata, invasa, avvolta totalmente in quello che è un abbraccio, o un bozzolo (un’impanatura), finché ne subisco gli effetti e mi placo fino a cadere nell’oblio. Fino a cadere nell’oblio. «Hai freddo?». 13


SENTO FREDDO. MA IL FREDDO VUOL DIRE SONO INVERNO. VUOL DIRE SONO ALBA. VUOL DIRE SONO BIANCA. MA IL BIANCO VUOL DIRE SONO PAZZA. VUOL DIRE SONO IMBELLE. VUOL DIRE SONO FOSCHIA. SONO ADDORMENTATA. MA IL SONNO VUOLE DIRE ORAMAI SONO FREDDA.

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POESIE di Lucia Lo Cascio DECLINAZIONE AL FEMMINILE

Mi piace la nudità dei rosa chiaro, quel capezzolo che mi racconta della madre. Mi piacciono i colori portabili del sereno, la scrittura invisibile del mio fiato di donna. Mi piace la delicatezza e la sensualità. Mi piace il piacere, la floreale e materica sostanza del mio sesso, la poesia velata della sua forma. Mi piace la genuina semplicità dell’incontro amoroso, la seduzione delle note negli accordi minori, la coralità delle forze naturali, quella chimera del pensiero vagante. Mi piace la missione umana della carne, la notte dei fuochi accesi in solitudine. Mi piace godere di musica e carezze, la seta del tatto, l’odore dolce e nuovo di primavera. Mi piace la valigia sempre piena dell’attesa della rinascita.

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SACRIFICIO

Nuove ere di parole ordinate in versi sognare. Liberare la fantasia dalle catene della storia. Tratteggiare appena il filo del non visto con la consapevole cura di chi molto ha avuto e ancor di piÚ vuol dare. Cercare strade vergini senza le nebbie che a te si sostituiscono nella scelta del percorso e raccontare chi sei stata, sei e sarai abbandonando eroiche gesta di successi e insuccessi ma occhi negli occhi far cadere i veli. Rendere ciò che della felicità è stato vettore e del ricamo che ti ha reso migliore, fosse anche un sol punto, insegnare. Elevare le mani che custodiscono la luce e con la testa protesa allo spazio che ti sorge dentro, cercare una temperata oasi in un deserto di parole.

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LA GIACCA DAL BOTTONE ROTTO

Sono ora la vita che non cambia se bagnata dai ricordi. Sono due mani che si scaldano e ancora sanno parlarsi. Sono colei che il mare lo vede con gli occhi nuovi di un vivo silenzio. Quella che le spiagge lontane sono presenti come sabbia tra i capelli. Sono quella che “la giacca dal bottone rotto che meraviglia! l’aria può carezzarti la pancia.” Ritorna costante l’antico mondo appena spolverato dai colori del giorno che verrà.

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I PERCORSI DELL’IGNORANZA

Mente in fioritura nel sorriso di un bambino. Pelle lacerata dalla rugiada che le ricorda “Tu sei casa!” Farsi piccoli piccoli per far spazio al vuoto che avanza. Vedersi come in una foto in negativo, lievi i contorni di luce, ti confondi con lo spazio nero. Incurvarsi sotto il peso della ricerca come in miniera un minatore. Toccare la terra con il viso. Perdere le ossa. Cambiare in mollusco senza gravità. Ascoltare cuore e cervello suonare la stessa sinfonia di bassi. Guardare al passato con gratitudine, Pensare al futuro con la promessa di imitare dal Sole l’Amore. Essere ovunque e Uno, finalmente.

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COLUI CHE SEDETTE A LATO DEL TRONO di Ludovico Polidattilo [uno] Scrivo nudo.

[due] Un Реактивный Противотанковый Гранатомёт (Reaktivnyj Protivotankovyj Granatomjot), ovvero un lanciagranate propulse (a reazione) anticarro RPG-32 di fabbricazione russa, pochi istanti fa ha atomizzato nell’ordine: tapparelle avvolgibili in PVC, porta finestra in alluminio anodizzato con taglio termico, tende con bracciale a due teli beige chiaro collocati alle mie spalle, peraltro nude. In assenza di corpi solidi opachi quali serramenti e complementi d’arredo a celare la mia figura seduta innanzi al laptop, dalle nove finestre dell’edificio prospiciente quello in cui scrivo nudo, nove agenti operativi appartenenti a nove differenti servizi di intelligence possono spiarmi con relativo agio.

[tre] Il lettore a questo punto si immedesima nell’agente operativo di un qualsivoglia servizio di intelligence impegnato a scrutare la mia figura assisa attraverso le ottiche di un telescopio Yukon Advanced con microcamera assemblata in laboratorio, ideale per effettuare riprese video a lunga distanza, registrando a 25 fotogrammi al secondo (fps) in formato AVI più di 8 ore di video di qualità alla massima risoluzione video di 720 x 576, su una mini scheda SD da 8GB. E si chiede: su quale fottuta sedia è seduto il tuo fottuto corpo nudo innanzi al fottuto laptop? Ebbene il contesto richiede senza dubbio una Hill House di Charles Rennie Mackintosh. Fu pensata dal designer scozzese nel 1902 più con intenti decorativi che strettamente funzionali. Era destinata, insieme a una gemella, alla camera da letto della casa “Hill” di proprietà dell’editore Walter W. Blackie a Helensburgh, non lontano da Glasgow. Le due sedie in legno nero ebanizzato sono ancora lì, nessuno ci si siede sopra, e resta intatto l’effetto originale che provocano, spiccando sulle pareti totalmente bianche. Tornando a noi, le sue diciassette feritoie rivelano sezioni oblunghe orizzontali del mio corpo nudo visto da tergo, ciascuna delle quali risulta ineludibilmente geometrica, glabra, lattescente e sexy.

[quattro] La facciata dell’edificio prospiciente potrebbe divenire, se il lettore assecondasse l’allegoria, una scacchiera verticale di tre-per-tre caselle (identifichiamole univocamente adottando coordinate: sul lato sinistro le lettere A, B, C, dal basso verso l’alto; sul lato inferiore i numeri 1, 2, 3, da sinistra verso destra), ciascuna delle quali ospiterebbe una spia internazionale al servizio di una specifica nazione interessata per motivi ancora ignoti agli affari miei. In dotazione a ogni agente, oltre ai già menzionati telescopio e lanciagranate, un fucile semiautomatico di precisione

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anti-materiale a recupero di gas M82 Barrett (light fifty) calibro .50 BMG (12,7 × 99 mm NATO). Non si sa mai torni utile. Étienne Cousineau della Direction générale de la sécurité extérieure (DGSE), l’intelligence francese, reca tatuato, a formare un arcobaleno di caratteri gotici sul proprio ventre, il motto “Ad augusta per angusta”. La sua fidanzata si chiama Marie Catherine Vitalie Cuif, abita a Charleville nelle Ardenne, è lievemente strabica e lo tradisce di rado. Lo collochiamo in B3. Attraverso il suo Yukon Advanced legge sullo schermo del mio laptop: “Quando alle spalle dell’agente francese la porta si aprirà, egli non tenterà neppure di afferrare la propria arma. Il fruscio che l’agente del Mossad produrrà raggiungendolo, gli rammenterà il gemito del vento tra i ciliegi di Sedan”. [cinque] Ora la casella B3 è vuota. Chlomo Appelfeld dello Ha-Mossad le-Modi’in ule-Tafkidim Meyuchadim (Istituto per l’intelligence e servizi speciali israeliano) può tornare a C1. Solo una breve sosta per pulire la lama del suo push blade sulla tendina stampata in fantasia optical che protegge una kentia rigogliosa dalla luce altrimenti troppo intensa del meriggio, attenuandola. Intanto l’agente operativo giapponese, in B2, scruta attraverso una fessura delle persiane in pvc il testo che appare sul mio monitor: “Accadde nella prima metà del ‘600. Il valoroso samurai Ii Naotaka incrociò un giorno un gatto che sembrava salutarlo. Interpretando l’evento come un presagio, il nobiluomo si arrestò e si diresse verso l’animale. Deviando dal cammino che avrebbe percorso altrimenti, si accorse di avere evitato una trappola tesa per lui poco più avanti. Da allora i gatti furono considerati, in Giappone, spiriti saggi e portatori di fortuna. Il Maneki Neko è un gatto in porcellana o ceramica con una zampa alzata nell’atto di salutare che viene acquistato o donato affinché garantisca successo. Non è l’unico motivo per cui l’agente giapponese tiene un soprammobile raffigurante un gatto che saluta accanto a sé in ogni missione. Ulteriore motivo: l’agente è una donna di nome Neko, Shirubiya Neko”.

[sei] La mano di Neko è perfetta. Essa fa cose che a osservargliele fare non si sa distogliere lo sguardo. Se diviene immobile innanzi al tuo volto [come accadde la sera appena trascorsa N.d.A.], diresti la bellezza definitiva. Diresti l’armonia vittoriosa su morte, putrefazione, meschinità, agonia, merda, umanità, inferno. Neko tiene sempre il proprio gatto di ceramica accanto durante un appostamento. Rigorosamente voltato verso sé, in modo che il suo influsso positivo sia di buon auspicio nei confronti della missione – garantendone il successo – e preservi la sua incolumità. Solo nel febbraio 2009 ruotò con tre dita l’animaletto portafortuna di 180 gradi, imponendogli di rivolgere lo sguardo smaltato altrove. Fu durante l’appostamento che avrebbe portato all’omicidio di un sindacalista del Nihon Rōdō Kumiai Sō Hyōgikai (Sōhyō), la più diffusa organizzazione di lavoratori giapponese. Prima di 22


sparare Neko si masturbò per alcuni minuti con la mano perfetta di cui sopra, rischiando di perdere di vista l’obiettivo impegnato a sorseggiare un shochu con alcuni colleghi presso un bar di Hamamatsu. L’eccitazione fu tuttavia tanto inspiegabile quanto incontenibile. Quando Shirubiya Neko ebbe terminato di appagarsi poté tornare alla missione. Lasciò gli slip a ingarbugliare le caviglie nude. Girò il talismano nuovamente verso di sé e imbracciò il fucile di precisione. Premendolo con l’indice destro, inumidì il grilletto di trasudato vaginale. [sette] Ciò che il mio nudo corpo scrive tra doppi apici è questo. Ciò che il mio nudo corpo scrive tra doppi apici è “Ciò che il mio nudo corpo scrive accade. Sono a conoscenza di tale facoltà grafo-demiurgica i governi di nove nazioni: Israele, Russia, Germania, USA, Giappone, Francia, Regno Unito, Cina, Turchia. Ciascun governo ha incaricato i propri servizi segreti di inviare un agente operativo a sorvegliarmi da una delle nove finestre dell’edificio prospiciente da cui io possa essere sorvegliato, in attesa di nuove indicazioni circa la procedura da adottare. Rapirmi per sfruttare il mio potere a proprio vantaggio? Sopprimermi affinché non possa cadere in mano a governi ostili o sgraditi? Uno degli agenti operativi menzionati è già fuori causa. Era francese. Mentre lui moriva la moglie scopava con qualcuno. Il suo collega del Federalnaya Sluzhba Besopasnosti (Servizio Sicurezza Federale russo) ha appena ricevuto l’ordine di spararmi nella nuda schiena infrangendo uno o più listelli laccati dello schienale della mia bellissima Hill House Chair. Lo consentirete agenti ulteriori? Consentirete venga rovinato un manufatto di design di tale pregio? Credo proprio di no. Bye bye Georgij Nikolaevič Leonidze!”.

[otto] Lei no. Shirubiya Neko (dalle sue mai sazie di scosse telluriche parti: シルビ ア 猫 ), la letale giapponesina [pavento abbia trent’anni N.d.A], non ha partecipato alla rimozione dell’agente operativo russo dalla casella C2. Si era distratta. Si tratta della seconda “distrazione” attribuita alla fanciulla dopo la digressione autoerotica del capitolo sei. Al lettore avvezzo alla contabilità o al disturbo ossessivo-compulsivo non sarà di certo sfuggito. Che un agente operativo di un servizio segreto internazionale si distragga due volte in un numero esiguo di capitoli parrà (a questi e a chiunque) insolito. Tolleralo lettore. C’è motivo e ragione. Si vogliono talvolta dire cose che si dicono meglio distratti piuttosto che concentrati. Specie se riguardano l’amore e il sotterfugio e il sotterfugio che l’amore intenda celare. Allora distraiamoci con Neko. Mentre gli agenti si agguatano vicendevolmente al fine di rosicchiarsi quella porzione di vita avventurosa che ancora spetta loro, ella distoglie lo sguardo seducente dall’oculare del telescopio, dal mirino del fucile di precisione e da quello del lanciagranate per guardare invece la pagina di carta dell’edizione giapponese del 1996 di “Foglie d’erba” di Whitman. È la pagina numero 百十八. Sulla 23


pagina c’è “Canto il corpo elettrico, / Le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io le abbraccio, / Non mi lasceranno partire finché non sia andato con loro, non abbia loro risposto, / E li abbia purificati, e li abbia riempiti col pieno carico delle anime loro”. Poi c’è altro e alla fine di quello che Neko ha il tempo di leggere c’è “E se il corpo non opera in pieno quanto l’anima? Ché se il corpo non è l’anima, che cosa dunque è l’anima?”. La ragazza dagli occhi a mandorla che trascurano i mirini prediligendo le pagine di carta dei libri, sa del mio corpo nudo e ha innanzi il mio corpo nudo mentre legge quelle parole. Curiosa circostanza. Le suggerii io stesso, nel 1855, al poeta dell’isola a forma di pesce. [nove] Tre furono i miei doni agli uomini. Le 22 lettere dell’alfabeto originario, i tarocchi, gli scacchi.

[dieci] I primi colonizzatori delle terre emerse sono ancora qui. Hanno proliferato occupando gli interstizi più reconditi della realtà. Mai trascurandone alcuno. Saturando l’Universo interstiziale. Generando con protervia e pervicacia. Hanno proliferato sino a occupare il pieno, il vuoto, il qui, l’altrove, l’ovunque e gli appartamenti dell’edificio prospiciente. Hanno nome di “agente”, “sicario”, “assassino”, “insetto”. Si dica che “fanno un lavoro”. Si sappia piuttosto che essi cercano cibo, fottere e identità sulla superficie di una sfera di pietra e oceani contraccambiando il favore loro concesso nell’unica maniera loro consentita, loro nota: coprendo quella superficie della propria escrezione. Ora vi faccio vedere come se ne schiaccia uno col tacco della scarpa (tallone del piede nudo nella fattispecie, ma fa lo stesso). È sufficiente io scriva e lui legga “La biopsia dei linfonodi non è andata molto bene caro Chris. La Dottoressa Bettany te lo comunicherà nel suo studio al termine della missione. Ti informerà che in base alla classificazione di Ann-Arbor, il linfoma di Hodgkin che vai ospitando da circa diciotto mesi risulta di tipo IV-10. Il tipo IV è sfortunatamente il più grave. È irreversibile e letale. Quel ‘10’ ha invece a che fare con le dimensioni della massa tumorale. Indovina: è massima. Limitiamoci a dire ‘enorme’ se vogliamo trascurare i tecnicismi superflui. Che dici: trascorriamo il prossimo annetto tra interventi chirurgici superflui, chemioterapie e radioterapie atroci o ce ne andiamo con agio e rapidità adesso, in mezzo a una bella missione, urlando ‘Semper occultus!’ o, se preferisci, ‘Fanculo la Regina!’?”. A questo punto lo sparo attutito che si sente provenire dalla casella A1, dove Christopher Northrop dell’MI6 sino a pochi istanti fa mi controllava, non è diretto verso di me ma verso il suo anglosassone palato molle.

[undici] Non ero ancora diventato Lo Scriba quando accadde. Quando accadde non avevo principiato a sedere a lato del Trono. Anche allora, come oggi vedi accadere, 24


gli angeli guardavano alle figlie degli uomini con desiderio. Nel primo libro che reca il mio nome sul frontespizio saprai infatti leggere “E avvenne che quando i figli degli uomini si erano moltiplicati, in quei giorni nacquero loro figlie belle e avvenenti. Gli angeli, i figli del cielo, le videro e le bramarono, e si dicevano l’un l’altro: ‘Venite, andiamo a scegliere le nostre mogli tra i figli degli uomini e generiamo bambini’. Erano in tutto duecento; essi discesero al tempo di Jared sulla vetta del Monte Hermon. E questi erano i nomi dei loro capi: Samlazaz, Araklba, Rameel, Kokablel, Tamlel, Ramlel, Danel, Ezeqeel, Baraqijal, Asael, Armaros, Batarel, Ananel, Zaqel, Samsapeel, Satarel, Turel, Jomjael, Sariel. E tutti gli altri insieme a loro presero con sé delle mogli, ciascuno scegliendone una, e cominciarono ad andare con loro, cominciarono a entrare dentro di loro, a contaminare se stessi con le donne. Poi insegnarono loro la seduzione e gli incantesimi, fecero loro conoscere le piante e il taglio delle radici. Quindi le mogli rimasero incinte e partorirono giganti la cui altezza era di tremila braccia. Ma quando gli uomini non poterono più sostentarli, i giganti si rivoltarono contro gli uomini e li divorarono. E cominciarono a peccare contro gli uccelli, le bestie, i rettili e i pesci, a divorarsi a vicenda e a bere il sangue gli uni degli altri. Allora la terra pronunziò un atto di accusa contro quei senza legge*”. Ecco cosa temo. Accade ancora. Qui, adesso, allontanatomi dal Trono, cambiato nome e volto e luogo e tempo innumerabili volte, la figlia di un uomo mi guarda (la mia schiena nuda guarda), e so di non essere mai stato così lontano dal Trono come quando io (anche volgendole la schiena lo so fare) guardo lei. * dal Primo libro di Enoch (apocrifo dell’Antico Testamento noto anche come “Enoch etiope”) [dodici] Alcuna delle sue armi può annientarmi. Alcuna delle sue arti lo può. Piuttosto il suo diniego.

[tredici] Emblema di vanità la regina di Etiopia. Annotiamo pure: moglie di re Cefeo. Fu pettinandosi i bei capelli (pur scevri di balsamo al meliloto e hair-stylist trendy) che Cassiopea osò sfidare le Nereidi annunciando l’avvenenza propria, e della figlia Andromeda, competitiva o financo superiore rispetto a quella delle cinquantuno ninfe menzionate. Tutte benevole, quelle, secondo Esiodo e vari altri aedi. Tutte benevole dunque, ma si rivolsero comunque a Poseidone pretendendo adeguata contromisura. Da questo punto in poi: ex-benevole. L’accondiscendente dio del mare e dei terremoti (‘Dei maremoti!’ celebrerebbe chi padroneggiasse la crasi) inviò il mostro Ceto a devastare l’Etiopia e a deglutirne gli abitanti. Forse per dotarsi di un bersaglio condiviso cui destinare le proprie invettive e talune imprecazioni, gli antichi Etiopi chiamarono “Cassiopea” la costellazione a forma di ‘M’ (o ‘W’ a 25


seconda di come ci si orienti sdraiandosi in giardino di notte) vicina al polo nord celeste e incastrata tra le costellazioni di Cefeo e Andromeda. I lettori pagani e politeisti lo sapevano già ma non ce lo fanno pesare, per cui proseguiamo. Neko si è lasciata alle spalle le armi e gli strumenti di sorveglianza. Compiuti pochi passi, si è manifestata nel riquadro della finestra. Così incorniciata, la più affascinante agente operativa che abbia mai ipotizzato di spararmi nella nuda schiena osserva il cielo notturno tentando di afferrarne un punto preciso con lo sguardo. Lo fa. Ora strappa il velcro che chiude lateralmente il proprio gilet antiproiettile in kevlar, allentandolo quanto basta per riuscire a scostarne la spallina destra. L’indumento in cotone sottostante (che non cesserò mai di invidiare ferocemente) si fa anch’esso da parte, sapientemente guidato oltre la clavicola. Rivelandola. Appaiono cinque nei. Nella medesima configurazione delle stelle di Cassiopea. Il confronto si smarrisce. Non sa dirimere rispetto a quale sia, tra le due, la foggia più deliziosa. E quale risplenda di più.

[quattordici] Nove governi in competizione iniziano a valutare l’opportunità di allearsi quando qualcuno inizia a fargli fuori gli agenti operativi. Così ai sei agenti operativi rimasti arriva dai rispettivi governi l’ordine di collaborare. Il primo atto della nuova ecumenica fase consiste nel tagliarmi la corrente elettrica, in modo da privare il mio laptop di energia demiurgica. Quando le batterie saranno completamente esaurite non potrò più scrivere nulla e di conseguenza la realtà non sarà più influenzata, alterata, rimpiazzata da quanto scrivo. Ma le batterie del laptop, in precedenza nutrite dalla rete, conservano ancora un paio d’ore di autonomia. Mentre gli agenti operativi mi tengono sotto tiro grazie ai mirini e ai visori agli infrarossi, so che non mi occorrono due ore per fare quello che devo fare. Per scrivere quello che devo scrivere mi occorrono infatti solo pochi secondi. Scrivo “Sulla fronte di Chlomo Appelfeld appaiono ora le lettere ebraiche ‫”תמא‬. Immediatamente l’agente operativo israeliano cui ho inciso EMET (‘verità’) sul cranio inizia a fare ciò che io voglio faccia, proprio come a suo tempo fece il servo del rabbino Jehuda Löw ben Bezalel di Praga, quell’ammasso di argilla che nel XVI secolo divenne noto a chiunque e ovunque fu temuto come: il Golem.

[quindici] Qui ci vuole un flashback di ‘alleggerimento’. Eccolo. Nel capitolo undici gli angeli giacevano con le figlie degli uomini che generavano giganti assai birichini. Io, Enoch, nel frattempo, adoravo il Signore della potenza e Re dei secoli, ed ecco che tutti quanti iniziarono a chiamarmi ‘Enoch lo scriba’, e mi dissero: “Enoch, tu scriba della giustizia, va’, dichiara ai Vigilanti del cielo cosa hanno lasciato nel cielo alto, il luogo santo ed eterno; essi si sono contaminati con le donne, e hanno agito come fanno i figli della terra, prendendo delle mogli con sé. Va’ da loro e digli: ‘Voi 26


avete portato grande distruzione sulla terra, e per voi non vi sarà pace né perdono*”. Io dunque, proprio io, fui chiamato da loro e da Colui che siede sul Trono a scrivere e pronunciare la condanna degli angeli trasgressori. Lo feci. Il primo libro che porta il mio nome prosegue così: “Poi venni guidato agli estremi confini della terra e vidi delle grandi bestie, ognuna diversa dall’altra; anche gli uccelli erano tutti diversi, sia per l’aspetto che per la voce. Ancora più a est vidi dove giace il cielo, e i suoi portali erano aperti. Vidi come sorgono le stelle, contai i portali da cui promanano e scrissi tutti i loro nomi, i loro corsi, le loro posizioni e i loro tempi, come mi illustrò l’angelo Uriel che era con me. E di fronte a ogni cosa che vidi benedissi sempre il Signore della gloria, che ha creato grandi meraviglie per mostrare la grandezza della Sua opera agli angeli, agli spiriti e agli uomini, affinché potessero lodare tutta la sua creazione: chi può vedere l’opera delle sue mani e della sua forza, Lo lodi per sempre*”. Oggi, millenni dopo, cesso di lodare e di invitare a lodare. Oggi sarò detto empio. E oggi tale sarò. Ma innanzi al volto di lei, innanzi alla foggia di lei, innanzi alla voce di lei che dice il pensiero di lei, innanzi a qualunque segno lei lasci nel mondo, avanti, durante e oltre il suo passo sulla superficie del mondo stesso, baratterei tutta la Creazione con quello, pur di averne ancora. * dal Primo libro di Enoch (apocrifo dell’Antico Testamento noto anche come “Enoch etiope”) [alla faccia dell’alleggerimento N.d.A.] [sedici] Fatela finita con gli apocrifi veterotestamentari e cominciate a spararvi nel culo!

[diciassette] Quando le richieste vengono formulate con irreprensibile garbo come è appena accaduto (ci riferiamo al capitolo precedente), non si può non disporsi ad accoglierle. Ma questa sera i lanciagranate, i fucili di precisione e i push blade sosteranno. Questa sera nessuno sparerà nel culo altrui e i culi di tutti riposeranno tranquilli e pacifici nelle rispettive mutande: slip o boxer, tanga o brasiliane, culotte o perizoma, in cotone o seta o nylon o lycra o tulle. Non ci frega nulla della fibra e della manifattura globalizzata. Solo che il culo riposi. Ebbene questa sera, nudi e seduti sulla sedia più scomoda e bella che architetto scozzese abbia mai concepito, innanzi a un laptop esausto, immersi nell’oscurità tecnica che l’assedio al mio corpo nudo di scriba onnipotente impone, ebbene questa sera tradisco tutto ciò che è sacro e puro per lei. Per lei che dall’edificio prospiciente mi guarda nudo e legge Walt Whitman innanzi a un gatto di ceramica con l’espressione da coglione. Per lei che non leggerà queste parole. Per lei che non comprenderà queste parole se pure le leggerà. Per lei che se ne fotterà del significato di queste parole se pure le leggerà e comprenderà. Per lei che al termine della missione fotterà il suo fidanzato ricavan27


done reciprocità leggendo queste parole vane che mi rendono definitivamente empio e sanciscono il mio essere definitivamente distante dal Trono. Sono le parole dello Sēpher Yəṣîrâh, del “Libro della formazione”, che donai agli uomini affinché conoscessero e usassero le ventidue lettere dell’alfabeto originario per plasmare e mutare il mondo. Quelle parole in grado di spiegare come le ventidue lettere dell’alfabeto originario debbano essere classificate in riferimento alla posizione degli organi vocali che producono il relativo suono e rispetto all’intensità sonora. In particolare come nessun suono possa essere prodotto senza la lingua, alla quale gli altri organi della parola semplicemente prestano assistenza. Nei cinque modi: con la punta della lingua e la gola, tra le labbra e la punta della lingua, al centro della lingua, con la punta della lingua, con la lingua appiattita e distesa e con i denti. Quella lingua che a ogni emissione vocale destinata a cesellare la vibrazione sonora di ciascuna delle ventidue lettere dell’alfabeto originario desidero cessi di dedicarsi alla parola sacra che plasma e muta il mondo per dedicarsi definitivamente e sino all’apocalisse a lambire la sua cristallina, blasfema, perfetta, demoniaca, sublime, ctonia, santa clitoride. Madida di assoluto.

[diciotto] I devoti del pulp mi assediano e poche cose mi danno fastidio come il risultarmi e il percepirmi assediato. Perciò cedo e descrivo il mio golem addestrato a uccidere a Tel Aviv che percorre silenziosissimo e felpatissimo i cunicoli retrostanti gli appartamenti da cui gli altri cinque agenti operativi residuali mi spiano in attesa di ulteriori direttive provenienti dal proprio governo. Considerato il clima veterotestamentario prevalente, le incursioni entro gli appartamenti menzionati e gli omicidi degli agenti operativi ivi contenuti non potranno non citare qualche piaga dell’Egitto o qualche altra letale scelleratezza biblica. Infatti è così. Norbert Von Gennep, l’agente del Bundesnachrichtendienst, il servizio informazioni federale tedesco, viene legato alla rete del letto e nella bocca gli viene versato stagno fuso in un improvvisato fornelletto. Proprio come nella bocche degli ebrei macchiatisi di idolatria durante l’ascesa di Mosè al monte ove ricevette da Dio le due tavole della Testimonianza fu versato il metallo rovente ricavato dalla fusione del vitello d’oro. Essi, assecondati da Aronne, avevano avuto bisogno di un simulacro visibile e materiale da adorare. Essi avevano tradito la volontà divina. Essi meritavano la morte come un sicario di Bad Neustadt an der Saale, 3.500 anni dopo, l’avrebbe meritata per avere sfidato me, un Arcangelo, ricavandone l’ustione della glottide e la necrotizzazione occlusiva della faringe con conseguente intollerabilmente doloroso e definitivo soffocamento. [diciannove] Il fidanzato di Shirubiya Neko ignora di essere fidanzato con un agente operativo della Public Security Intelligence Agency (公安調査庁, kōanchōsa-chō). 28


Ciò ci impedisce di immaginarlo dotato di particolare acume intellettuale e di attitudine all’intuizione efficace. Oppure lei ci sa fare. Anche in caso ci sapesse fare non potremmo comunque ignorare quanto sia distratta di recente. Se io non fossi l’arcangelo Metatron, già Enoch dei tre libri omonimi, Lo Scriba, Colui che siede a lato del Trono (unico essere del Regno Celeste autorizzato a sedere oltre a Dio stesso), probabilmente rinuncerei alla competizione e consentirei al fidanzato della fanciulla che amo di vivere, libero di assaporare ciò che egli assapora. Gli anfratti, le connessure e le intercapedini di lei, i suoi fluidi mentre scorrono verticalmente, le sue sagge concavità e le caute convessità, ciò che fa quando si apparta, la coltre che diviene avvolgendosi intorno all’amato per custodirlo, viceversa il bene nello scrigno, l’inerzia perfetta del dopo, tutte le parole che dicono le bocche combacianti, il segreto atroce di nessun conto, le architetture della sua pelvi arroventata, la materia che contiene e solo per lui secerne. Infine il racconto di occhi che sanno di avere guardato un arcangelo. Tutto questo permetterei lui assaporasse. Ma io sono Metatron, così scrivo sul laptop che va spegnendosi “Cessi lui di essere, ora”. Io sono Metatron: ciò che scrivo accade. [venti] L’amore è una variante del tiro al piattello ove in luogo dei piattelli si abbiano arcangeli.

[ventuno] Se avessi saputo ciò che ora so, mai avrei scritto quel nefasto e illusorio ottavo capitolo. Allora ero ancora un arcangelo ottimista e immaginavo che il mio corpo nudo ispirasse la lettura di Whitman da parte di Neko. Presumevo che il ‘corpo elettrico’ celebrato dal poema fosse il mio. Nulla di più scellerato che crederlo. Ora so la fanciulla impegnata a leggere nuovi versi di quel poema ma dubito di tutto, persino che ‘Canto il corpo elettrico’ sia un poema di Whitman. Potrebbe trattarsi di un album del ’72 dei Weather Report, forse di un racconto di Ray Bradbury in cui tre fratelli richiamano in vita la propria nonna grazie alla tecnologia, persino di una canzone scritta da Wade Lassister per la colonna sonora di Fame, lungometraggio stipato di adolescenti acneici quanto depressi diretto da Alan Parker. No, è proprio Whitman. Però non è il mio corpo nudo a commentare visivamente quei versi nella testa della lettrice, ma il ricordo del corpo di un fidanzato che non esiste più (gli ho negato io stesso l’esistenza pochi istanti fa) ma che la fanciulla considera ancora esistente (non guardava in alcuna ottica di telescopio mentre scrivevo decretandone l’inesistenza, piuttosto cercava il segnalibro). Immaginando le mani di lui sui propri seni euclidei, ella legge “Il maschio non è da meno dell’anima e non è di più, anche lui è al suo posto. / Anche lui possiede tutte le qualità, è azione e forza, / Le ricchezze dell’universo noto sono in lui, / Il disprezzo ben gli si addice, e l’appetito e la sfida gli si addicono bene, / Le passioni più ampie e selvagge, felicità 29


al suo massimo, dolore al suo massimo gli si addicono, l’orgoglio è per lui, / il ben dispiegato orgoglio dell’uomo placa e fortifica l’anima, / Il sapere gli si addice, lui l’ama sempre, e sottopone ogni cosa alla prova di sé, / Qualunque cosa debba misurare, qualunque il mare e la vela, i suoi scandagli infine lancia soltanto qui, (Dove altrimenti dovrebbe lanciare se non qui gli scandagli?)”. Se lui esistesse ancora lo sorvolerei radente per pisciargli sulla testa tutta la mia feroce invidia.

[ventidue] Al dibattito sul realismo in letteratura potrebbe giovare un mio contributo: ciò che scrivo diviene reale. Qualunque cosa io scriva. Iperrealismo, realismo magico o surrealismo, allorché la penna da cui l’inchiostro defluisce fosse guidata dalla mia mano, rivelerebbero la più concreta, oggettiva e materiale realtà. Decreterebbero ciò che incontrovertibilmente e irreversibilmente è. Immaginatemi a scrivere del mondo. Giuocando. Immaginatemi a scrivere che la foggia del mondo non è di globo bensì di locusta. Un mondo in foggia di smisurata Schistocerca Gregaria (quella delle piaghe d’Egitto, of course). Fate io scriva che l’insetto si anima. Allora le città collocate presso le zampette e le alette e le antennine si staccherebbero dopo avere poco vibrato, lanciate nel cosmo come dardi immani fatti di edifici, strade e genti dentro gli edifici e sulle strade. Come grumi di materia architettonica e umana scagliati nel nulla senza aria e luce e calore. A morire disgregandosi senza alcun nuovo respiro. Giuoco bizzarro e nocivo che potrei fare se volessi e il laptop o qualsivoglia altro strumento per lo scrivere fosse efficiente ora. Ogni cosa scrivessi, mondi nascerebbero o morirebbero. La creazione si attorciglierebbe terrorizzata innanzi a qualsivoglia contraddizione e orrore e abisso o capriccio vacuo io concepissi. Annoiandomi magari. Due cose che non posso scrivere. Che il Tetragrammaton, Colui che siede sul Trono, non sia se stesso. È la prima. La seconda è che tu mi ami. Così mi ameresti infatti soggiogata ma non avresti scelto me. Se io non fossi amato da te, scevra da editti e vincoli, libera di farlo, non avrei alcun potere. Neppure quello di essere. [ventitré] ‘Dico’ (non ‘scrivo’). Mi rivolgo a ‘te’ (non a ‘lei’). Non posso scrivere ma posso dire, nudo, voltato verso di te, guardando verso di te, guardando te, con le ali ora interamente dispiegate, vedendoti nell’oscurità, sussurrando affinché il mondo possa udire. Ho cessato di sedere. Ora sono in piedi. Ora sono in piedi. Ora sono in piedi. [ventiquattro] Fanculo la scomodissima Hill House Chair.

[venticinque] Uomini, angeli, arcangeli, i quali permarrebbero saldi innanzi al crollo della volta celeste, vacillerebbero innanzi a una bruna violoncellista dagli occhi a 30


mandorla. Solo raggiunti gli ultimi capitoli e l’esito che conterranno, quando e come mi innamorai di Neko sarà noto al lettore (un indizio già è stato fornito ma opportunamente incompleto). Voglio dire di lei comunque. Voglio ricordare di averne osservato i gesti e gli atti prima di giungere qui. Presso una bottega di liutaio a Cremona, in Italia, in particolare. Era il 2002 e il maestro Emilio Slaviero illustrava caratteristiche e dettagli di alcuni pregiati archetti di pernambuco per violoncello da lui realizzati a una cliente straniera. La giovane giapponese (musicista di talento per passione e spia di professione) domandava rivelando competenza. Il liutaio raccontò dei decenni necessari a conferire al legno brasiliano la stagionatura necessaria. Disse di averne ereditato dal padre una grande quantità incommensurabile in pregio. Il lascito era divenuto un bene di valore considerevole che, unito alla perizia dell’erede e ad altri anni di messa in tensione per conferire all’archetto la ideale curvatura, procurava ai più abili musicisti del mondo i propri attrezzi. Neko saggiò il bilanciamento di un Dominique Peccatte “collo di cigno”. Dopo averlo appoggiato sul rivestimento in velluto della custodia aperta, senza aggiungere nulla estrasse un blocchetto di assegni e ne compilò il primo con armoniosa calligrafia. Il prezzo era elevato ma la perfezione degli archetti di Slaviero, comparabili solo a quelli di Lucchi, giustificava l’esborso. Furono i crini di quell’archetto a segare la carotide del console indonesiano a Kyoto pochi giorni dopo. Gli si era aperta la gola mentre le gambe nude di una giovane donna seduta dietro di lui lo bloccavano inginocchiato. Forse un bizzarro intrattenimento erotico (il console pareva nutrire un certo interesse per tali passatempi) durante il quale l’uomo aveva emulato uno strumento musicale. Di certo non aveva contrapposto alcuna resistenza. Io lo osservai assecondare la fanciulla senza esitazioni, persino alzando un braccio e permettendole di percorrerlo con i polpastrelli a evocare la tastiera di un violoncello.

[ventisei] Procrastinare l’esito è facoltà e piacere di ogni autore. Assai meno, si dica e si sappia, ciò riguarda il lettore. Forse solo talune sue incarnazioni riguarda. Del lettore intendo. Ma ai golosi di apocrifi veterotestamentari disposti a sigillare il proprio plauso recente giustapponendo il proprio polpastrello a un tasto e premendolo quando un cursore a sagitta si sovrapponga all’emblema iconico del plauso medesimo (ove – registriamolo non senza percepirci anacronistici – queste mie riflessioni vengano rivelate sulla prosaica quanto profana discendenza impalpabile del libro detta dagli uomini moderni ‘digitale’, catalogo di facce finte, fini facezie e fottuti fatti fuorvianti [Facebook N.d.A.]), ebbene a coloro riservo un nuovo flashback ricavato dal secondo libro delle mie vicende. “Quando ebbi compiuto 365 anni, nel primo mese, nel giorno solenne del primo mese, ero solo nella mia casa: piangevo e mi affliggevo con i miei occhi. Mentre riposavo nel mio letto dormendo, mi apparvero due uomini grandissimi come mai ne avevo visti sulla terra. Gli uomini 31


mi dissero: ‘Coraggio, Enoch, non avere paura. Il Signore eterno ci ha mandati da te ed ecco, tu oggi sali con noi al cielo’. Gli uomini mi alzarono di là e mi sollevarono al settimo cielo. Là vidi una grande luce e tutte le milizie di fuoco degli angeli incorporei e gli Ofanim che stavano brillanti ed ebbi paura e tremai. Mi mostrarono da lontano il Signore seduto sul suo Trono. Tutte le milizie celesti, radunate per gradi, avanzando, s’inchinavano al Signore. Il Signore chiamò Vereveil uno dei suoi arcangeli che era abile a scrivere tutte le opere del Signore. Il Signore disse a Vereveil: ‘Prendi dei libri dai depositi e consegna un calamo a Enoch e dettagli i libri’. Vereveil si affrettò e mi portò dei libri screziati di smirnio e mi consegnò un calamo dalla sua mano. Mi diceva tutte le opere del cielo e della terra e del mare e i movimenti e le vite di tutti gli elementi e il cambiamento degli anni e i movimenti e le modificazioni dei giorni e i comandamenti e le istruzioni e la dolce voce dei canti e le salite delle nubi e le uscite dei venti e ogni lingua dei canti delle milizie armate. Tutto ciò che conviene imparare. Vereveil mi disse: ‘Siediti, scrivi tutto ciò che ti ho esposto’. Il Signore mi chiamò e mi mise alla sua sinistra più vicino di Gabriele e io adorai il Signore. Il Signore mi disse: ‘Tutto ciò che hai visto, o Enoch, ciò che sta fermo e che si muove e che è stato compiuto da me, io te lo spiegherò prima che tutto ciò fosse all’inizio, tutto ciò che ho creato dal non essere all’essere e dall’invisibile al visibile. Neppure ai miei angeli ho spiegato il mio segreto, né ho raccontato loro la loro composizione né hanno conosciuto la mia creazione infinita e inconoscibile e io a te la spiego oggi*”. Scrivendo la creazione la scrittura imparava a creare. Io che scrivevo la nutrivo di esistenza. Venni invitato a consegnare agli uomini i libri scritti dalla mia mano. Essi li avrebbero letti e così avrebbero conosciuto il creatore di tutte le cose e avrebbero compreso essi pure che non c’è un altro all’infuori di Colui che siede sul Trono. Avrebbero distribuito i libri scritti dalla mia mano ai figli e i figli ai figli e da parente a parente e da generazione a generazione. E quando il Signore mi disse che gli uomini avrebbero infine rifiutato il suo giogo e che avrebbero preso un altro giogo e avrebbero seminato semi vuoti e avrebbero adorato dèi vani e avrebbero rifiutato la sua autocrazia e tutta la terra sarebbe stata gravata di iniquità e di ingiustizie e di adulterii e di idolatrie, allora mi disse che avrebbe portato il diluvio sulla terra e la terra stessa sarebbe stata distrutta in un grande pantano. Ignorava, Lui, che il più meritevole di ogni castigo sarei stato io? Come poteva ignorarlo? Nutre Egli, forse, il proprio agire di ironia? * dal Secondo libro di Enoch (apocrifo dell’Antico Testamento noto anche come “Libro dei segreti di Enoch”) [ventisette] Un piccolo animale compare in questo luogo. Agli uomini piace chiamarlo ‘gatto’. Fortunatamente ignorano come esso chiami loro. È una giovane 32


femmina l’esemplare che mi guarda empatico. Non fui io a condurlo qui. Ignoro chi lo fece. Forse giunse varcando la soglia del balcone sventrata dal lanciagranate all’inizio di questa vicenda, scavalcando ringhiere e parapetti, osando cornicioni. Equilibristico. Gatti di ceramica, gatti reali, agenti giapponesi il cui nome ospita gatti. Gatti ovunque in questa storia. Comunque sia giunto quest’ultimo gatto, chiunque lo abbia introdotto (un malinconico autore turbato dall’esito del proprio perturbante pomeriggio?) questa notte lo implorai di consolarmi. Sussurrando l’implorazione verso la sua sagoma esigua quanto agile. Esso, allora, mi si accostò. Indulgente verso la mia solitudine, a nome di tutto ciò che vive attraversando il mondo in cerca di cibo e amore, lambendomi mi perdonò. [ventotto] Ebbe ragione (forse parlò di me) quel bardo anglosassone che fece dire a un demone figlio di strega e mezzo pesce di nome Calibano, rivolto al proprio Signore “Tu mi hai insegnato il linguaggio e ora io so maledire”.

[ventinove] In piedi, nudo integrale, incorniciato dai lembi di un muro squartato, ali d’arcangelo dispiegate, agenti operativi appartenenti ai più importanti servizi segreti internazionali che mi tengono sotto tiro, inquadrandomi negli acuminati mirini, una scomoda sedia di design vuota alle mie spalle, un laptop esausto appoggiato sul tavolo innanzi alla sedia di design, una gatta nelle mie mani che guarda con me verso la notte incerta e curiosa dell’esito dei nostri destini: sono un figo. Lei se ne frega di me. Ciò non attenua di un’inezia il mio essere figo. Ho i piedi nudi appoggiati su pezzi di vetro frantumati. Ho deciso di non sanguinare. Refrattario alle circostanze. Ho alcuni minuti prima dell’alba per farmi conoscere, per farmi riconoscere, per farla invaghire di me, per farmi amare. Per farle percepire quanto io sia figo. Intanto il mio efficiente Golem del Mossad va compiendo la propria opera. Uccide ispirato dalle bibliche piaghe d’Egitto filtrate da “L’abominevole dottor Phibes”, film del ’71 diretto da Robert Fuest in cui Vincent Price fa fuori un tot di persone interpretando fantasiosamente le piaghe suddette. Probabilmente lo ha visto in TV durante l’adolescenza. L’agente americano in B1 viene dissanguato (terza piaga: il sangue). All’agente turco in A3 viene infilata la testa nel freezer sino a congelarla (settima piaga: la grandine). L’agente cinese in A2 viene divorato da locuste una volta sedato, denudato e cosparso di liquido zuccherino assai apprezzato dalla nostra adorabile Schistocerca Gregaria (ottava piaga: le locuste). Quando l’agente israeliano ha concluso i preliminari e viene a trovarsi dietro le spalle di Neko, agisco. Volo attraverso la notte e giungo innanzi a lei. Lei non mi spara ma si alza in piedi abbandonando ogni arma. Mi fronteggia. Quando allungo un braccio sopra la sua spalla non mi ostacola. Posso così cancellare la prima lettera della parola che il Golem reca sulla fronte. EMET (verità) diviene MET (morto). Il mio servitore 33


si accascia al suolo esanime. Non ho tempo per tributargli gratitudine. Neko mi guarda negli occhi. Allora sfodero il mio, il suo, il nostro Whitman per sorprenderla e conquistarla. “Questa è la forma femminile, un nembo divino ne emana dal capo alle piante, e attira con una violenta attrazione irresistibile, mi sento attratto dal soffio, quasi altro non fossi che un imbelle vapore, tutto scompare tranne noi due, / Libri, arte, religione, tempo, la solida terra visibile, e quanto si sperava dal cielo, si temeva dall’inferno, sono ora consunti, / Pazzi filamenti, incontrollabili radiazioni promanano da essa, parimenti incontrollabile la reazione, / Capelli, petto, fianchi, piega delle gambe, negligenti mani che cadono in completo abbandono, anche le mie abbandonate, /Riflusso sferzato da flusso, flusso da riflusso sferzato, carne d’amore che inturgida e deliziosa duole”. Terminai così: “Come vedo l’anima mia riflessa nella Natura, / Come vedo attraverso una bruma, un Essere d’inesprimibile compiutezza, sanità, bellezza, / Vedo il capo ricurvo, le braccia incrociate sul petto, vedo la Donna..”. Mi chiede chi cazzo io sia. Con queste precise parole “Chi cazzo sei?”. “Ho tremila anni e settanta nomi” rispondo. “Fui Enoch, figlio di Jared, uomo e scriba tra gli uomini. Poi divenni Metatron. Arcangelo e scriba tra gli arcangeli. Se avessi letto il terzo libro di Enoch sapresti che ho settanta nomi, corrispondenti alle settanta lingue del mondo e tutti si basano sul nome Metatron, Angelo della Presenza, ma il mio Re mi chiama ‘Gioventù’ (Na’ar). Sedetti a lato del Trono. Il Santo, benedetto Egli sia, ha aperto a me trecentomila porte di intesa, trecentomila porte di finezza, trecentomila porte della Vita, trecentomila porte della grazia e gentilezza amorevole, trecentomila porte d’amore, trecentomila porte di verità, trecentomila porte di mansuetudine, trecentomila porte di manutenzione, trecentomila porte di misericordia, trecentomila porte di paura del cielo. In quel momento il Santo, benedetto Egli sia, ha aggiunto in me la saggezza alla sapienza, intelletto alla comprensione, sottigliezza verso sottigliezza, la conoscenza alla conoscenza, pietà verso la misericordia, l’istruzione verso l’istruzione, l’amore verso l’amore, gentilezza amorevole verso infantile gentilezza, bene alla bontà, mitezza verso mitezza, potere alla potenza, forza alla forza, brillantezza fino a brillantezza, bellezza verso la bellezza, lo splendore verso lo splendore, e ho avuto l’onore e il dono di tutte queste cose buone e lodevoli più di tutti i figli del cielo. Ed Egli fece crescere le ali su di me, 36 su ogni lato. E ogni ala era come il mondo intero. Tutte queste cose il Santo, benedetto Egli sia, ha fatto per me: mi ha fatto un trono, simile al Trono di Gloria. Ed Egli sviluppa su di me una cortina di splendore e l’aspetto brillante, di bellezza, grazia e misericordia, simile alla tenda del Trono di Gloria; e su di essa sono stati fissati tutti i tipi di luci nell’universo*”. “E tu cosa cazzo vuoi da me? Io volevo farti fuori, questo è chiaro, ma tu hai tutta l’aria di volere qualcosa da me visto che mi hai salvato dall’ebreo”. Rivelo ciò che adesso va rivelato “Quando giovinetta guardavi Cassiopea e confrontavi il disegno delle cinque stelle con i nei sulla tua spalla 34


guardavi me. Il mio trono era tra quelle stelle proprio nella porzione di cielo che adornavano. Io ti vidi e principiai ad amarti. Ora sono qui per averti. Ho rinunciato a ciò che mi fu dato, al più grande potere dopo quello di Colui che siede sul Trono, per essere qui con te. Vulnerabile. Arreso. Lontano dalla Gloria e dal Trono. Mai più immerso nella sua luce, neppure da questa lambito”. Il silenzio che prepara la sua battuta sembra eterno persino a me che sull’eternità so coltivare piante da balcone, disporre soprammobili, fare surf. Poiché anche l’eternità è destinata a concludersi, la sua battuta arriva “Onnipotente, onnisciente, onnipresente coglione [dice “coglione” in giapponese N.d.A.]! Come cazzo fai a non sapere che sono fidanzata e che non mi frega nulla di te”. “Il tuo fidanzato non esiste più. L’ho privato dell’esistenza”. “Lo hai fatto fuori?”. “Più o meno”. “Allora io faccio fuori te”. Lei si tuffa verso le sue armi mentre io rimango immobile. Lei afferra un’arma qualsiasi e la usa contro di me. Io rimango immobile. Anche il gatto di ceramica che osserva la scena è immobile. Il gatto vivo invece scappa velocemente altrove. I proiettili espulsi dalla sua arma penetrano nel mio corpo e lo fanno sanguinare. Io rimango immobile. Il colore del mio sangue è differente dal colore del sangue umano ma la funzione del mio sangue è pressoché la medesima. Identiche le conseguenze di una emorragia. Intingo il dito nel mio sangue, mi avvicino al muro più vicino e vi scrivo (consapevole del fatto che quanto scrivo accade): * dal Terzo libro di Enoch (apocrifo dell’Antico Testamento noto anche come “Apocalisse ebraica di Enoch”) [trenta] “Lo scrivere abbia fine”.

[epilogo] Sul sedile posteriore dell’auto noleggiata che Neko guida verso l’aeroporto c’è un libro di Tadeusz Kantor dimenticato da qualcuno e trascurato dal personale della Hertz che avrebbe dovuto pulire e predisporre l’auto per il successivo cliente. Gli agenti operativi scelgono solitamente crossover o SUV potenti ma dall’aspetto rassicurante, preferibilmente dall’inclinazione familiare. Il regista teatrale polacco morì l’8 dicembre 1990 a un mese dalla prima dello spettacolo che avrebbe portato sulla scena alcuni incontri importanti della sua vita (Vsevolod Mejerchol’d, Maria Jarema, Jonasz Stern). La collera per una prova generale non riuscita gli procurò un arresto cardiaco. Lo spettacolo fu ugualmente rappresentato e al centro della scena venne collocata una sedia vuota. Altrove, accanto a un cadavere alato, un dito sporco di sangue ha tracciato sul pavimento le parole “Il SUV esce di strada”.

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NELLA PENOMBRA DEL REALE UN SORSO di Calamo Inchiostrato “E questa è, non lo nego, una buona scusa per non descrivere ciò che non amo e di cui dunque non ho vera esperienza (che è, poi, soprattutto esperienza linguistica).” Pasolini

anche stanotte scarabocchio e incespico e il mio letto disfatto da un parlottare di frasi mattutine al mio ritorno sembra un acquitrino pescoso con polle pitturate e rigagnoli in bianco e nero dove un corpo assopito nell’assenza precipitosa ha lacerato solchi e fatto varchi tra le increspature

così mi allento tra le lenzuola e bisbiglio a un bicchiere che aspetta sopra un ripiano con un brandello di musica e un libro risaputo io non so cosa sia questa poesia che affiora e si dipana irragionevole alla luce dell’alba e nella notte si svuota come un fatto indiscreto che accade sullo sguardo e si trasforma in un sopruso al linguaggio di ogni giorno nella rientranza industriosa di questa sosta improvvisa mi trattengo sonnacchioso in un’intercapedine salmodiante e per celia disattenta trasferisco un ricordo scarmigliato sul cuscino

tu nel frattempo emani scosse e ritocchi l’assurdo che si eclissa nel tintinnio ramato della folla eppure so che misuri perimetri e muri e giri per casa stropicciata e discinta con le tue mani ti prepari un caffè con poco latte freddo e poco zucchero non sei sola in questo dilatare e sei incantevole nel tuo girovagare senza tempo tra le domande ai numi in chiose gravide di santità e solchi fulvi di magia voluttuosa

ed è un’emozione grottesca rappresa e vischiosa raschiata dai denti che si fracassa lenta nella tazza turchina dettagliata e viene via a pezzetti dopo l’urto dei sensi scalfiti da un morso

questo sole si aggrappa al soffitto dondola rarefatto cadenzando la primavera e mi continua a ripetere: lascia perdere il mondo e gli uomini, lasciali rotolare come arbusti nella sabbia spinti dallo scirocco in quel gomitolo di niente che è memoria e scrittura, reminiscenza e tratto nello stesso batter d’occhio un congiungimento si scuote tra le porosità spruzzate di un coccio di terracotta annerito e dire per iscritto è preparare un taglio di giugulari sul foglio

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mi specchio nei riflessi del mio bicchiere e fingo di non vedere in tralice gorgogliante la luce fioca di un bagliore che indica una devastazione adiacente

poi intingo tatto ed olfatto nel profilo notturno di una femmina e verso oriente sul mare stranamente tramonta il sole in bilico in troppi silenzi straripanti di cose che si tramutano in frasi ci sono guglie che schiudono cavità diradate umettate di suoni

nell’intimità di un giaciglio scomposto e forse inclinato potrei dire qualcosa se ci fosse una luna rossa sul mare ma so che mettere un segno insieme per uomini e donne è come trasudare questo whisky irlandese con acqua di palude così lo tracanno in un soffio che scende nella mia gola e mi brucia ancora il palato e rimbalza imperfetto nel contrappunto rigoroso del delirio la cuna del sole tra i nostri corpi senza avvenire è un punto incustodito, un demone cromatico nascosto tra i muri ingarbuglia grovigli pettinati dal tempo, nel portacenere di terracotta azzurra bucce di arancia e cicche si ammonticchiano, poesia e musica si sovrappongono nel dormiveglia, le idee boccheggiano in una boscaglia di foglie gialle e mucchi di memoria tra le parole si accatastano nelle piazze, abisso e vuoto di logiche brutali cadute dal cielo dopo l’inferno sono crisalidi sopra dorsi nudi, eccessi di negazione sostano appiccicati dentro cavità dissuase dall’occhio illogico

come sarebbe bello sbatacchiare insieme l’aria scheletrica di questa nuova mattina tra il fumo confidente di una sigaretta e il fiato appiccicoso di un sonno impreciso mentre questo nitido sole troppo vicino al cielo spalma l’azzurro fin dentro le narici e le narici si accartocciano in riccioli intrecciati

tu però non dimezzare i rumori e le voci tra le scalfitture dei gesti e resta appoggiata alla mia finestra in rivoli di pioggia immaginata un concerto di mozart tuttavia mi riconcilia col mondo e mi accompagna a puntellare i rumori del giorno e io non so nemmeno se t’incanterebbe la sua musica

questa musica intanto mi si appiccica agli occhi e non c’è spazio per l’immaginazione credo ma nella luce in un frammento di celluloide la testa vortica e manda fuori brezza sciupata in apice perciò lo sguardo si inclina tra le nuvole e le nuvole sgranocchiano bianchi ciuffi turchini che si raggomitolano 39


le tue tracce affilate nella notte le vedo brillare con veemenza sopra un tratto di cose ogni volta che indugio nella mancanza e mi puntello ad arco nell’assenza forse perché casualmente è un inquisire di frasi che si fanno versi tra due segmenti di cordame tirato, il resto è salmodiare in attesa e castità sospesa di bagliori nell’incavo di un flashback didascalico

in un orgasmo fosforescente l’oscillazione è accessibile ai sensi estetici chiusi, la mano ingegnosa di valore aggiunto piega ad arco mancante un bambù nodoso, organi prensili sbucciati poggiano su sottigliezze di forza, una tua frase indica un’alternanza caotica e sul tuo ginocchio sete infinita di pescatrice discinta su muschi pitturati in una conca insistente di leggerezza probabilmente è da un abisso infossato, dove lo sguardo è cieco di penombra, che la torchiatura furiosa del linguaggio, in principio sacro e in fine d’eresia, accosta i cinque sensi schiacciati e cede un succo di sale pastoso che si sublima incantevole di cose nel vocio acerbo del verseggiare

la struttura in bilico tracimante del lessico precipita raccapricciante e sonora dentro uno schermo e si getta gocciante con un fragore impulsivo sulle punte strappate di un foglio acquerellato come se fosse un canto sprofondato e l’occhio diventa magma interrato che gorgoglia di albore nell’agitarsi privo di fiato e di corpi che scorticano l’infinito ed è sfiorarsi e mordersi alla ricerca dell’anima, ricominciare ogni volta sulle tracce del corpo negli incavi appiccicati dove le verità si smussano

e infine questo ricordo appiccicato nella reminiscenza intinge e mi riscrive forma e figura di sembianze apparse tra le pareti di una tana o di un antro che nella luce fioca dell’accesso specchiano l’ombra del tuo corpo nudo che ondeggia alle mie spalle rischiarato da una lanterna rossa sopra l’uscio

eppure questo bicchiere dall’alba ha soltanto le tracce delle mie labbra perciò continuo a scrivere questi schizzi affrettati nelle fenditure adagiate del corpo

frugare tra le parole è una fatica inutile: puoi metterti controluce solo di spalle?

e nel frattempo posso preparare un caffè senza difetti con una goccia di liquore lasciata negli anfratti della mia cute spoglia mentre immagino il tuo scrollarti irrequieto in questo giorno disabitato e lento?

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POESIE di Fausto Torre NOTE TAKING

a due a due, o tre, guardate il cielo e ditemi che pensate, che sia tutto lì in quel blu il candore d’intermezzo semplice, no, non semplice, sciocco volevo dire sciocco, di modo che il resto sia serio come il paradiso Avete notato i contenitori sotto il cielo? le casse ovunque, e gli spruzzatori Ora qui, tra partenza e avvenire, sarà scritto il pensiero più idiota, scritto su carta usata in tutte le lingue Uomini si parlano da un secolo all’altro. Disambiguare è un verbo irragionevole

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EXTENSIONS

via terra non sarà piÚ improbabile del tiro lungo di un soffio se a limbiche sostituite oceaniche, e scandite poi di presenti, non sembra che il tempo pieghi tanto, in questo attimo di memoria che accorcia non lamentando trascorso o avvenire, perciò è soltanto presente, secco e simile alla roccia percossa dai raggi rossi della sera, tanto che porge una mano, sinistra e cantabile come una domanda al sapore acido e buono di mezzarancia

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ISCHEMIA OF BEING EARNEST

lei ballerà una passacaglia con indosso la sottana come io darò le bacche al merlo a est dove ho l’affresco sull’azimut come viene tesserato esagonale per un bel pezzo, appena un rigo sotto i piedi come un aeroplano o un apotema che si legge male per tanta pratica a dividere il mese di erbe rase, poi alternanza di mimi e voci poco udibili, fino a un punto animato e lontanissimo

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GESTIONE DEL PROPRIO DISPOSITIVO WATERPROOF

si può durare una moltitudine di giorni pressoché infiniti e attaccati a una diaria appena giusta per fare pressoché niente qualcosa c’è della confidenza puntata con lo sguardo sul principio della curva la costanza? Un nuovo modo di fare con impudenza dell’inefficienza, della noncuranza quella sollecitudine più simile a coalescenza di essere manifesto e franco cui si aggiungeva un po’ di delinquenza da piccoli desideri inesausti come lenza che scorre per ore segna le mani e all’occorrenza non c’è come evitare il disagio molto più tardi ho provato che un oggetto nuovo è sempre motivo di reviviscenza

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DI TIPO METODICO

voglio che tu sia felice cosa vuol dire complice lo spazio aperto, altro che stare sul rigo, piuttosto con il successivo (rigo) convertito in fabbrica ho i punti di paragrafo come lame sulla frequenza bassa di un sussurro lasciamoci andare, si presta a diverse interpretazioni e a quest’ora del giorno si ha maggiore attitudine per il suono effettato assalito dal dubbio manca lo sguardo che sapevo fermare sulle cose o non danno loro stesse il piacere di farlo come ti vedo preferirne altre non più in comune e non c’è rimedio se non questa ripresa della strada, gli altri dicono sia un buon movente per degli ottimi montaggi però uno che non se ne intende, non se ne intende

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AD ALTA VELOCITĂ€

o la ricordo bianca per qualche ragione infiltrata si infiltrano cose, piÚ il tempo fa avanzare dei mattoni da cui si allungano mimiche, informate a quello stage dello sguardo sommario e di insistenze ai lombi tornando alla finestra da cui si allunga la mia ombra di spalle o di fronte affetta da aliasing di un bechstein decisamente al di sopra della mia portata non che fossero di poco conto i clacson o la pioggia improvvisa come effonde sentori di stagioni infinite e perfino stagnanti no, piuttosto la tempistica ok di quel futuro ci penserò alla folata sulla capigliatura folta e incolta copiosamente deformante

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PRECIPITO di Stefano Ficagna Precipito / guarda che precisione / la mia rotta di collisione / con il mondo. PRECIPITO – Giorgio Canali & Rossofuoco

Fu la notte in cui caddero molte cose, e ne accaddero altrettante. Non tutto ciò che scese dall’alto fu reale, ma se partiamo dall’assunto che una cosa, se può essere pensata, arriva a esistere, allora sarà bene precisare che non tutto fu tangibile, mentre lo furono gli effetti. Che quello che si stava avvicinando alla città, in quella notte estiva avvolta dall’afa, non fosse un temporale normale, lo testimoniavano già i lampi multicolori e il silenzio innaturale, ovattato: chi tornava a casa in auto, chino sul volante, avvertiva lo spettacolo alle sue spalle, ma non ne aveva che fugaci visioni dallo specchietto retrovisore, come esplosioni viste da chi fugge da un teatro di guerra, ignaro che laddove spera di trovare pace e un riparo lo raggiungerà comunque l’inevitabile fato. Caddero molte cose, ma non pioggia, se si eccettua quella di sangue: non fu comunque la prima, visto che iniziarono a discendere idee filantropiche. La grande nuvola, ora bianchissima e imponente, le sparse in ogni zona della città: dove la gente già dormiva, ognuno abbracciò idealmente, nel sogno, chi era diverso da sé, e chi con sé aveva già qualcuno lo strinse teneramente nel sonno. I pochi svegli, per sobri o ubriachi che fossero, aiutarono in ogni modo i più sfortunati, col cuore in mano. Ma le idee trascesero lo scopo della nuvola, si mutarono scontrandosi con l’estremismo, e presto i cuori nelle mani dei generosi furono quelli di chi aveva troppo: persi nel desiderio distorto di uguaglianza essi non capirono che per quella rivoluzione non servivano armi, e mentre prendevano ai ricchi per dare ai poveri pensavano a come ottenere ancora di più; ma senza l’influsso di quelle idee discese dal cielo avrebbero resistito alla cupidigia degli odiati avversari? La nuvola ebbe questo pensiero, ne soffrì, e qualcosa le si lacerò dentro: diventata rossa, illuminando debolmente una notte che giungeva al termine, rovesciò sui cittadini le lacrime di sangue che stillavano dalla sua ferita. Il terrore si diffuse velocemente, proporzionalmente a quanto il paesaggio si trasformava in un incubo degno di Bosch: la luce malsana e le pozze di emoglobina fiaccarono il morale della gente, al pari del puzzo nauseabondo che si sparse in ogni dove. Scesero allora in strada i prelati, vedendovi l’opera del loro Dio, promettendo perdoni ed esigendo pentimenti in cambio; li seguirono gli atei ravveduti, quelli che si accorsero che avevano messo il proprio rifiuto del divino sullo stesso intoccabile scranno dove i primi mettevano

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le immagini sacre, beandosi di esso, e si sentirono stupidi perché anch’essi non si erano mai posti domande; negarono sempre più forte coloro che idolatravano la scienza, in cerca di una spiegazione di questo mondo, e a rischio di annegare nuotavano a stento nelle pozze, scarlatti come demoni pestilenziali, per raccogliere campioni coagulati da analizzare in laboratorio. La sofferenza non poteva durare, e l’alba giunse a rischiarare la nuvola, dandole un tenue colore dorato: caddero allora le foglie, gialle le prime, che arrivate a terra assorbirono qua e là i segni delle ferite, prendendo accesi colori caldi dal sapore autunnale. Arrivò con loro la malinconia, e tutta la popolazione si ritrovò a pensare con rammarico a occasioni mancate e persone allontanate troppo presto o troppo tardi: fu un sentimento intimo e allo stesso tempo condiviso, una catarsi necessaria per togliersi il peso di un passato idealizzato e il timore di un futuro ancora nebuloso; la gente era forse pronta a vivere il presente? La nuvola mutò in un tenue verde, rovesciando ancora foglie. ma ora del suo nuovo colore. L’armonia del tutto avvolse le persone, ed esse capirono che nulla era diviso: si sedettero in pace, comode su di un morbido letto naturale, unite nell’abbraccio della realtà intera e vivendo ogni momento come unico, chiedendosi come avessero fatto a non accorgersi di una così semplice verità prima di allora; sentirono l’unità del tutto, e vollero farne parte. Ma se era un Dio quello che arrivò a rivelare tutto ciò, era comunque un Dio goffo. Il desiderio di unione fu condiviso, e dalla nuvola scesero mulinando dolcemente dei piccoli uragani, uno spettacolo simile a quello di migliaia di stelle filanti trasparenti in caduta inesorabile. La luce si fece intensa, donando un candore trionfale a ogni cosa, e ogni volta che un piccolo uragano toccò terra riprese quota istantaneamente, portando però una persona con sé. Ma quella sorta di parodistica versione del rapimento in cielo fu una prova di fede troppo grande per molti dei nuovi illuminati, che non riuscirono a staccarsi da ciò che conoscevano troppo bene per abbandonarsi a un sogno bellissimo ma privo di consuetudine, di ovvietà divenute ormai necessarie alla sopravvivenza. Il legame di unione col tutto si recise; le persone tornarono semplicemente mortali; gli uragani, semplicemente brezza. Fu allora che caddero le persone, consce nel tragitto verso il baratro di quanto la rinnovata mortalità fosse un peso troppo grande da portare, anelando con rassegnazione quella leggerezza che si erano fatte scappare poco prima. Fu una ben misera consolazione il fatto di non dover vivere con la consapevolezza che niente più avrebbe potuto placare la loro sete di soddisfazione terrena, e da una gloriosa riunione scaturì una sciocca quanto terribile carneficina. Calò allora, in forma di nebbia, la dimenticanza, e i sopravvissuti che non vedevano più con gli occhi i loro fratelli morti persero pian piano memoria anche degli eventi che avevano costellato il cammino di quelle vite spezzate. Chi non c’era più 50


perse in un colpo solo sia l’immortalità conscia che quella inconscia della storia, divennero, tutte quelle vittime, pagine bianche di un libro mai scritto. Ma uno, a sorpresa, resistette a quell’oblio della mente e ricordò, senza sapere se la sua ribellione fu un manifestarsi spontaneo della propria natura o un’aperta ribellione a essa: ma di quanto narrò da lì in avanti, di quegli eventi magnifici, orribili e sempre improbabili, nessuno credette mai a una parola. Indispettita o forse sconvolta da quella resistenza, la nuvola fece cadere come ultimo dono dal cielo il marchio dell’infamia: egli venne disprezzato e allontanato, perseguitato nei suoi giorni da vivo e calunniato anche nella morte. Ma se la storia di un uomo è quella di tutti gli uomini, vien da chiedersi se forse non fosse egli, con la sua metodica memoria delle colpe di quell’infausta notte, l’unico nel giusto, l’unico su cui quel marchio non si posò. Ma nessuno se lo chiese.

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POESIE di Gaia Rossella Sain KRISALIDINOTTE

Ho infilato le mani nella forma di due. L’ho modellata, a volte contemplata – quando la notte ci lascia soli il bianco è un ricordare che il cielo scortica piano. Ho trovato nodi e garze nei tuoi spazi di farfalla, il tempo di un filo di seta misura la pazienza e sa esser nuvola ed erba. Sai, non è il vento a chiamar crisalidi ma le ali (da dentro) a voler la resa dei muri.

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DI BORDI E PRECIPIZI

C’è lo spazio che serve fra il tuo posto e la fine del materasso che conduce al precipizio del vero – fra te e il bordo del letto resta lo spazio che mi serve, l’incavo di una parola fatta cuscino.

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IN COSA CREDI?

Ho posato le parole sul comodino. Sul divano, quando chiedevi “in cosa credi?� e ti dicevo che ad andare scalzi ci si fida della Terra – sul cartone (nudo di piedi) il dizionario di un bambino. Ho lasciato le scarpe alla salita dei colli, anche oggi che resta il gallo a filare i venti e la larghezza del cielo mi dimora nel ventre.

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MATERIA

Ho raccolto la terra che sono, l’ho inscatolata, pressata in cartoni umidi di fondi – dal mio lato della notte vedo la scadenza dei lampioni, consumati a regger l’azzurro anche quando si fa nero. Così oggi ancora so di esser materia pesante – come la poiana è per il volo, io sono di gravità radice abbracciata al cielo.

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LOS MARIACHIS Y LA BENZINARA DEL PARCO ZOO DEL GATO di Joe Kowalski Per quel pomeriggio Kocca ne aveva a sufficienza dell’inferno di polvere che le imbrattava la pelle e i biondi capelli. Quanti ghiaccioli aveva già masticato, divorati da lasciarla ognora col fiato bloccato nel petto, più di quelli che vendeva in un mese ai visitatori del Parco. Un caldo bestiale, motivo per il quale continuamente si alzava dallo sdraio ballerino ed entrava nel bagno turistico a mettere la testa sotto il rubinetto per placare la sete del corpo; ma quel passeggero brivido che provava nel profondo del cervello non la soddisfaceva oltre i dieci minuti, cosicché l’ipotetica crepa non era mai paga dall’essere penetrata dalla fredda acqua corrente e dall’infinita scorta di ghiaccioli. Il suo limite stronfiava alla semplice vista dei pochi visitatori a dieci euro cadauno con l’intima speranza poi dell’affare piazzando qualche souvenir. Kocca sapeva perché il padre la tirava tanto per le lunghe con la vendita del terreno. Si giungeva alla stazioncina di colore azzurro smarrito, con la tettoia rivestita di piastrelline del mismo colore, anticamera dell’inferno di polvere, da uno svincolo della superstrada per il lago. Uno svincolo che se non prestavi la massima attenzione finivi nel nulla; un groviglio di strade incompiute fattrici di questo nulla di fatto. Il comprensorio del Parco del Gato, ritagliato e recintato, era parte integrante di quest’ultimo puzzle nullificante; ostinatamente cespuglioso e secco come il deserto del mojave da non guadagnarsi un tappetino d’erba, tanto meno dopo i rapidi diluvi estivi, a parte due pioppi, qualche platano e un paio di olmi talmente distanziati tra loro da negarne a occhio l’esistenza. Creato per raccogliere le centinaia di gatti che nell’estate del 2010 prolificarono come conigli dediti 24 ore al giorno ad accoppiarsi più degli stessi roditori, loro acerrimi nemici di un passato no global. In lontananza una scala armonica fece muovere la testa di Kocca come un serpente a sonagli. Eccoli pensò, allungando l’esile collo per guardare meglio tra il giallo fuoco e l’aria traballante del deserto. La soglia metallica di rete a rombi tutta spaccata dove albeggiava a rovescio, legato col filo di ferro, un rugginito cartello col prezziario e gli orari giornalieri e una scritta cubitale che invitava al PARCO ZOO DEL GATO. Per informazioni stava scritto dabbasso in un angolino: rivolgersi alla Direzione. Kocca era una parte della Direzione, l’altra era il padre. «Non si può entrare» disse, capacitandosi della situazione, poi si corresse subito, «a meno che… cosa volete? Vi ci vuole la macchina per…» e si mise le mani intorno alla faccia per proteggersi dal sole accecante. «A cuccicucùrru» disse el viejo mariachi, non smettendo di suonare la fisarmonica, rivolto al piccolo sderenato al suo fianco in giacca e calzoncini tagliati corti e

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una smembrata camicia sotto, quello che poteva essere stato un mediocre completino da prima comunione. Ai piedi, entrambi, avevano sformati sandali sbiancati di polvere. Il vecchio teneva una più che dimessa giacca da sposo e pantaloni a zampa larga e un cappello nero a tesa stretta. «Fallo smettere Kocca» gridò il padre da dentro la stazioncina. «Qui non c’è da raggranellare un bel niente» rigridò Noris, il burbero padre di Kocca, la quale ignorando i due rom, per il tono dell’imperativo, si passò lentamente la mano madida di sudore sulla lunga coda raccolta dietro. Dagli short di Kocca sbucavano due belle gambe muscolose, leggermente scure e vellutate dalla bionda pubescenza. Una camicetta smanicata azzurra, annodata nei due lembi estremi con un fiocco da pacco regalo, teneva composte le due piccole montagnole che si gonfiavano e si ritiravano sotto l’affannoso respiro. El viejo mariachi, Bogan Atla, la guardò per benino. Aveva richiuso il mantice della vecchia compagna di strada con un frusto legaccio di pelle. Il piccolo, senza fiatare, teneva il piattino a metà busto, quasi si aspettasse da Kocca, che moriva dal calore a guardare i due vestiti a quel modo, l’elemosina. «Non c’è nessuno qui da chiedere soldi, ma non vedete? Se volete un ghiacciolo ve lo posso dare. Ma soldi…». Il piccolo Bleda sorrise, allargando una bocca di denti bianchi. «Capite, non ci sono visitatori in agosto, qualche turista che si perde la strada. O qualche promessa per le vacanze dei bambini. Con questo caldo infernale…». «Cosa è là nelle reti?» allungò il braccio il piccolo zingarello. «Gatti, solo gatti, tanti gatti, per grandi e piccini. Ti piacciono i gatti?». «Sì» rispose il piccolo Bleda. Kocca si passò la mano sullo short smarrito e alzò il coperchio del freezer. Trasse due ghiaccioli e riuscì sotto la tettoia delle pompe del distributore dove i due cercavano un po’ di sollievo dalla calura. Noris Stadler aveva sbirciato la figlia prelevare dal freezer i ghiaccioli ma non disse nulla. Stava facendo le parole crociate. Un ventilatore sopra la scancannata scrivania, che pareva più un banchetto per meccanici, gli sventolava il petto canuto che la camicia aperta lasciava per quel poco refrigerare. Di un vecchio fucile a lato della scrivania ne vedevi la canna spuntare. I vecchi occhi da falco di Noris, ripuliti dalle cateratte, avevano visto arrivare in lontananza la coppia di rom, ben prima della figlia, riflessi nel grosso e sporco specchio rivelatore, attaccato sopra le pompe. «Kocca!» Noris s’alzò con tutta la flemma che necessitava affinché il sangue gli pompasse nelle scure vene varicose che segnavano i suoi cadaverici polpacci da malato come una mappa autostradale. «Cosa vogliono ancora? Soldi sì?! Dì che se ne vadano a suonare la fisarmonica altrove» come se il vecchio Noris non potesse 58


dirglielo di persona. Il piccolo Bleda intanto con tre quattro morsi aveva ingurgitato il fumante bianco ghiacciolo al limone. La fisarmonica di Atla penzolava lungo il suo fianco e ancora leccava quella frescura. I rom si guardarono in faccia alzando le spalle, evitando il bieco sguardo di Noris, ma non recriminarono nulla. Noris appoggiava la spalla buona alla profilata maestà della porta aperta e scardinata della gabbia che era la casupola della stazioncina dai vetri a quadri stuccati uno a uno. Ve n’erano anche di rotti, dove al loro posto Noris vi aveva incollato sopra al telaio dei pezzi di cartone. Nessun ladro sarebbe mai passato attraverso quella maglia verrebbe subito da dire. E poi per rubare cosa? Kocca girava intorno e come un calciatore scartava con la punta delle scarpe ginniche i rari sassolini sul pezzetto di polveroso asfalto, che circondava le pompe di benzina come un tappetto cerimoniale. Nessun cliente da tre settimane varcava la soglia del Parco del Gato. Il calore ondeggiante ricordava a Noris la campagna d’africa che si dispiegava sulla scrivania racchiusa nelle vecchie foto ricordo color seppia, vittime anch’esse dell’ulteriore e polverosa patina del tempo. Lontano degli specchietti lanciavano folgori. Un mezzo, a gran velocità, pareva ai quattro umani avvicinarsi in direzione del Parco. Sia Kocca che il padre, allacciatosi quell’unico bottone della camicia, aspettavano immobili, curiosi di concretizzare l’annunciazione nella visione dello spolverone, risultato dei faticosi e inintelligibili indizi di strade per giungere alfine dalla lontana città a quel nulla di fatto che era poi il Parco. Lo straniero non si era perduto nell’intrico di circonvallazioni e cieche varianti, e per un kilometro di sterrato li avrebbe fatti godere come al cinema estivo di quella fattispecie di nuvolone nucleare fino ad abbattere l’innata curiosità una volta varcato l’entrata perennemente aperta del cancello di rete del parco zoo. I quattro umani, in quel breve lasso di tempo, restarono ognuno sospeso nel proprio mondo. Lontano nell’immensa gabbia i primi lamenti delle bestiole squarciavano il muto calore. Il piccolo Bleda con le mani appiccicose di ghiacciolo doveva andare nella casupola WC, contigua alla stazioncina, non tanto per darsi una ripulita, ma per un impellente solido bisognino, anche se altre, per la sua fervida testolina, erano le priorità; si chiedeva cos’era il parco rovistando nelle cavità nasali. Quale maggior soddisfazione alla fine dell’impresa per il piccolo Bleda appallottolare gli informi grumi in succulente e perfette sferiche caccole. Ma che ci venivano a fare pensò Kocca con un oscuro presentimento, illegittimo dato che il parco era aperto ai visitatori. «Perdinci, che giornata!» e ristropicciò la mani sullo short. Una ragazza che si entusiasmava con poco. 59


Atla il grande e grosso fratello maggiore di una ben più nutrita famiglia, sparsa per i luoghi più impensati della palla, pensava che la musica dei vagabondi era un bene nonostante fosse una pratica oramai obsoleta, che non interessava più a nessuno, tuttavia sussumeva, convinto e orgoglioso del suo acume, che il mondo sarebbe presto cambiato e nuovi rapsodi avrebbero ripopolato la terra. Il vecchio Noris si fotteva di tutto e di tutti, ma guai a toccargli la bella figlia Kocca. Era profondamente addolorato x la testarda volontà di Kocca di partire per il viaggio. Noris non aveva un genero, Kocca un uomo, tanto meno nipotini, ma Kocca era la sua ragione di vita e il suo futuro era la sola cosa di cui gli importasse. Alla fine sarà quel che Dio vorrà, pensava giustificando in crucci senili gli inutili e reiterati tentativi di dissuaderla. Aspettava di vendere quel pezzo di deserto al miglior offerente. Noris avrebbe però deciso il prezzo. Quale maggior ambizione per un uomo scampato a EL-ALAMEIN curarsi le unghie delle mani, tagliarle perfettamente col tronchesino nella pace più completa della sera, adagiato sul letto della vecchia Sgnaolina, a farsi leccare per benino le ferite di ciò che gli restava dell’essere morto; imbottirsi inutilmente di birra e viagra dentro la rappezzata vasca di gomma piazzata in giardino dalla compagna, presa in saldo all’ IPERGROSSMOON anni prima. Kocca in quei giorni, spuntati sul calendario, era di tutt’altro che prosaici pensamenti. In autunno finalmente sarebbe partita per il suo primo ritiro spirituale nell’antico monastero buddista di Ulan-Bator. Un viaggio programmato da anni. Non aveva posto limiti di tempo sulla sua permanenza. Kocca pensava che sua madre, la sua vera madre, sarebbe stata d’accordo. Il polverone varcò il cancello; nel nero più assoluto nucleo del vortice, che contrastava il bianco asfalto della piazzola, luccicarono le cromature, e gli specchi, fautori delle folgori, si trasformarono in scudi della falange pronta a battersi. I due mariachis si buttarono a lato della pompa per non essere travolti. Kocca era rimasta immobile sul lato interno del piccolo cordoletto che girava tutt’intorno alla stazioncina. Seguì imbambolata lo spolverone come fosse la coda di una cometa, tenendosi le mani a visiera sulla fronte. Al padre non piacque l’antifona, e d’impeto prese dalla dispensa una scatola di cartucce e uscì col fucile in resta. «Andale! Su!» disse ai due musici accompagnandosi col gesto della mano buona; comprimeva con forza il manico del fucile sotto l’ascella, tenuto su dall’improvviso scatto della protesi come la sicurezza dell’arma, e deciso si incamminò dietro lo strisciante spolverone, verso l’urlio dei gatti che si faceva più acuto. I due mariachis con le mani serrate sulla bocca, strizzandosi gli occhi marciarono dolenti oltre il cancello. Il ragazzino strofinava il piattino per la lunghezza del braccio sui ruvidi ginocchi sbucciati. Atla esecrò il copioso sputo che s’appallottolò nello strato di polvere. 60


Aveva rivoltato sulla schiena (come un sacco di spazzatura) la vecchia fisarmonica dal mantice rappezzato. Più svelti che la malasorte si guardavano indietro attraverso la lenta ricaduta della polvere al suolo, nell’incandescente e muto paesaggio ancora stravolto dalla parte di vortice risucchiata definitivamente nell’infuocato cielo. Un centinaio di metri avanti, nella proprietà recintata del parco con l’arrugginita concertina sull’alta rete, ricordi dell’ex demanio militare, tra le dune e le poche secche sterpaglie l’ariete s’era fermato rivelando l’intima natura di grosso gippone nero. Il lamentoso urlio dei gatti violentava l’aria come di bestie al macello. Kocca non riusciva a comprendere. Il bolso Noris imbracciava la doppietta e ancora non prendeva posizione, incapace di valutare quanto accadeva sul fondo del grande recinto, ma quando alle sue vecchie ma buone orecchie il ruggito sovrastò l’urlio e videro entrambi, padre e figlia, la grossa bestia saltare a terra dal retro del gippone con la forza di un terremoto, Noris spintonò la figlia obbligandola a serrarsi dentro la stazioncina. Noris tremava nonostante le birre scolate. Stabilo Boss, capo del circo HONGRE, arrivato da giorni in città, circondato dalla sua corte di neri sgherri, armati di grossi fucili, tratteneva il gattone che ruggiva e raspava, alimentato alla rabbia dai chiodi interni al collare dell’infinita catena d’oro corrusca del domatore in smoking. «Ma che succede? Cosa vuoi fare?» disse Kocca cercando il volto del padre attraverso il mezzo spicchio di zozzo vetro. Lo implorava di entrare. «Penso che siano gli accalappia gatti». «Ma quali accalappia gatti figlia mia! Armati di fucile?! Metti giù il t…» urlò. «E chi sono allora? Quei bastardi del mese scorso che ti hanno minacciato perché vendessi la proprietà?» si domandò rispondendogli. «Mai! Sei pazza! Qui resto finché crepo, con tutte le mie bestie». «Ma papà!». Da quanto tempo Kocca non lo chiamava in quel modo. «Taci adesso. Li sistemerò io». Noris rimescolava nella tasca, con le dita dell’unica mano superstite, le cartucce. I rom stavano immobili nel mezzo della strada sterrata, sufficientemente lontani da credersi al sicuro nel groviglio incompiuto del secco deserto, da parecchi mesi privo delle promesse d’acqua televisive. Gli occhietti di Bleda sprizzavano irrequieta curiosità, che il fratello Atla rimescolava nell’intimo e torbido vissuto per trarne necessariamente un succo di malaffare con la sua Dike vendicativa e l’istantanea idea: Prendi le gambe e scappa; mediata dall’omonimo film di Woody Allen (Take the money and run), visto in carovana, in lingua italiana, la precedente sera, e dove al posto di soldi Atla automaticamente sostituì profetico, sbellicandosi dalle risate, la parola: gambe. La bestia fu liberata dall’aureo collare. Un solo ruggito accompagnava la corsa delle centinaia di gatti dentro l’immensa gabbia dalla rete costellata di buchi. I peli 61


drizzati e le fauci spalancate dei piccoli cugini terrorizzati si scagliarono, materializzandosi da ogni dove, contro i cinquanta kili di gattone che aveva sventrato con una sola zampata la rete del quadrilatero interno, perimetro dell’immensa gabbia, con la facilità di un bambino che distrugge un castello di sabbia. Le veloci zampate di Dracula spezzavano reni. Le massicce fauci dilaniavano teste impastando i denti in una mota di sangue; ma anche la fame indotta ha un suo limite. Colpi di fucile degli uomini in nero accompagnavano la carneficina del leone di montagna. Un colpo di fucile del BOSS atterrò Noris che stava puntando il gattone. «Headstrong! Trappeds!» urlò The Boss. Teneva sotto tiro il vecchio Noris esangue, intanto che gli scagnozzi sterminavano più bestiole possibili, che dalle tane sbucavano senza fine, a centinaia, e da strategia aggredivano ninja e leone e (…). Kocca si scagliò con tutte le forze contro l’uomo dagli anelli d’oro alla vista del padre a terra, ma non poté nulla. Non tradì emozioni, convinta del suo buon karma. Non un grido le uscì dalla secca gola, che aveva dimenticato il freddo sapore di limone dell’ultimo ghiacciolo, quando il primo colpo sparatole in pieno petto la fece piroettare su se stessa come una trottola e il secondo la fece acrobata con un salto mortale all’indietro. Los mariachis non fecero in tempo a darsela, nonostante l’idea della rapida fuga trasmessa alle gambe; quel monito: “Take the legs and run” era stato preso sottogamba dai due rom. Altri due strappi rossi arricchirono la polvere per la nuova collezione estate-inverno di killer steel, la linea amata dal Boss domatore. I gatti superstiti al massacro trascinarono coi denti nelle rosse tane la carcassa del cugino americano, dei quattro ex giocatori e del Boss duro a morire. Scavarono buche per la sepoltura dei loro simili e degli umani benefattori. Nulla più sconvolse l’assolato pomeriggio tranne l’assiduo frinire di cicale e grilli lontani. Al tramonto, nell’immoto aere, neri uccellacci stridenti si materializzarono appollaiati sulla tagliente concertina, in attesa. La nera gippona divenne il meritato trofeo dove i felini bivaccarono la notte, miagolando i caduti. I gatti non si erano affatto preoccupati dei cadaveri degli indomiti raminghi, screziati spettri nella notte.

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L’AUTOSTRADA di Salvatore D’Antoni Ingannarsi non è una cosa da poco, ci vuole abnegazione, passione, impegno. È facile parlare per voi che non vi siete mai presi per il culo nemmeno una volta nella vita. Avevano detto che avrei fatto strada; io mi ricordo cosa ero nella vita precedente, ero esattamente quello che sono adesso, solo un po’ più basso. È un ciclo continuo, una circonferenza ironica, un cerchio perfetto, perfettamente triste. Nel frattempo in Giappone hanno inventato un cuscino con un braccio per persone sole. Fa tutto male, l’aria, il tonno, il caffè decaffeinato, che per la verità è una contraddizione troppo assurda per la mia cognizione delle cose, fanno male le persone che ti urlano sveglia mentre stanno dormendo più di te. Non è poi così strano che ti dia fastidio il rumore, ma il rumore del neon non può darti fastidio e nemmeno il rumore del vicino di casa che respira affannosamente o fin troppo pesantemente, queste sono cose che non possono e non devono darti fastidio. Ma a me sì, a me lo davano. Dicevano che avrei fatto strada, da piccolo me lo dicevano sempre, ero un genio qualsiasi cosa facessi, qualsiasi cosa pensassi di fare era già giusta a prescindere dall’effettivo risultato, ma bisogna reggere la pressione e se non ci riesci sono cazzi e se non ci riesci poi va tutto a puttane, anche se a 5 anni sai fare le divisioni con due cifre capisci presto che questo nella vita ti aiuterà molto molto poco. È buffo conoscere la gente e immaginarsi le loro vite precedenti. Un segnale preciso che stai cominciando ad affezionarti troppo è quando non riesci a immaginarli con nessun altro che non sia tu e questo segnale è da ignorare nove volte su dieci, perché il più delle volte per gli altri sei solo uno di passaggio. Ogni volta che guardo lontano mi viene in mente una melodia precisa che però non so descrivere, ogni volta che guardo un po’ più lontano di quanto realmente mi posso permettere devo stringere gli occhi e metterli a fessura. Penso a G. che non ha più suonato il piano per un motivo che non le ho mai chiesto, non l’ho mai nemmeno sentita suonare, ma mi dispiace sapere che non suoni più. Ci penso spesso a G. che suona il piano, quasi senza un motivo particolare, all’improvviso mi viene in mente e penso a tutte le cose che io ho smesso di fare, e alle cose che non ho mai fatto, una di quelle sarebbe stata chiedere a G perché non ha più suonato il pianoforte. Provo invidia per le belle persone, a loro il vento non scombina quasi mai né i capelli né i pensieri. A loro il vento quasi li migliora ammantandoli di un fascino

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misterioso, a me il vento ha fatto sempre venire il mal di testa e a furia di non pensare come loro, sono diventato come gli altri. C’è da riflettere, soprattutto quando resti solo come me adesso, quando tutti hanno preso la loro strada e io sono rimasto qui a guardare la gente che non si fa scombinare i capelli dal vento e invidiarli un po’, giusto un po’, quel tanto che basta. Da solo e ingrigito, piegato in due su questa sedia a leggere libri che non mi danno alcuna risposta su come vivere meglio la mia vita, nonostante ce la mettano tutta, nonostante siano cosi infarciti di belle parole e concetti condivisibili che sembra impossibile che chiunque li legga riesca a sbagliare qualcosa… eppure ci riesce, ci riusciamo tutti a sbagliare qualcosa. Una volta conobbi una ragazza dentro un supermercato, guardandomi mi disse: «Tu lo sai che il vero organo deputato all’amore non è il cuore e nemmeno il fegato come amano dire quelli fissati con Bukowski, il vero organo deputato all’amore è il culo, prova tu a dare il culo a qualcuno che non conosci, ci pensi, ci rifletti, valuti i pro e i contro e spesso non fai niente perché qualcosa ti dice che quella non è la persona giusta, perché non diciamoci cazzate, le persone non sono tutte uguali». A parte l’esposizione e l’uso smodato della parola culo e del concetto stesso di darlo via, ho sempre pensato che quella ragazza del supermercato avesse ragione, il cuore non c’entra un cazzo con l’amore, il cuore c’entra con la circolazione del sangue, il cuore ti odia quando dormi sopra un braccio e lo fai intorpidire e poi lo agiti in preda al panico, il cuore ti odia quando mangi le sottilette e quando mangi roba grassa, il cuore ti odia quando corri senza un motivo verso nessun posto, il cuore ti odia quando ti metti su un tapis roulant. E così ti odiano gli occhi quando ti concentri sulle brutture e così ti odia il cervello quando pensi poco e male. Ma io non ho di questi problemi. Ho legato un ragazzo a questo letto con questo copriletto assurdo e probabilmente macchiato ovunque di fluidi organici vari ed eventuali, una cosa che prima dell’avvento di “Hotel da Incubo” non pensavi in modo così spasmodico e continuativo. Il ragazzo è spaventato e i suoi occhi stanno osservando i neon, ha una paura terribile, il suo cuore lo odia perché in questo momento sta lavorando troppo, sta lavorando inutilmente, perché quando sei legato a un letto sporco e sopra di te c’è un tipo inquietante e pallido vestito da chirurgo c’è poco da aver paura, è già praticamente finito tutto. Siamo nella camera 45 di un motel, sull’autostrada, credo che prima di noi qualcuno si sia sbattuto una battona e abbia trovato quel po’ di amore che a casa non riesce più a trovare, c’è la bibbia aperta sul versetto “Luca 18,35-43” e da quando sono rimasto solo giro per l’autostrada 374 e mi fermo a ogni motel con qualcuno che non conosco, ci parlo un po’, quel tanto che basta per non affezionarmi, 64


poi lo narcotizzo e lo svuoto di tutti gli organi, per sentirmi di nuovo solo e insoddisfatto, per dare una direzione alle cose, per cercare la mia strada. Dovevo fare il chirurgo come quel mio amico che ci è riuscito, io il chirurgo lo so fare bene ma non c’è nessun pezzo di carta che può testimoniarlo per me, e allora svuoto sconosciuti incontrati sull’autostrada 374, per non perdere la passione per quello che volevo fare, non si vive per lavorare, si lavora per vivere. La radio gracchia una canzone che sa di mare e tranquillità, le macchine sfrecciano alzando il polverone del deserto e ogni tanto io mi fermo a pensare a quanto sono stato felice una volta o due nella mia vita, prima di accompagnare tutti all’aeroporto per non vederli più tornare con la strada grigia che si srotolava sotto la mia macchina. Ogni volta ero sempre più solo. Una volta c’erano più autostoppisti, anche se adesso la nuova generazione sta cominciando di nuovo a credere che gli anni ’70 erano veramente pieni di speranza e ascoltano tutti i Pink Floyd con aria malinconica anche se sono nati trent’anni dopo. Il momento giusto, anche beccare il momento giusto è un’arte, io ad esempio inciderò il petto di questo ragazzo nell’esatto momento in cui smetterà per un secondo di piangere, perché smettono tutti per un secondo, smettono per riprendere fiato e allora è quello il momento in cui la paura quasi svanisce e tutto diventa vagamente inevitabile e io sono un chirurgo senza carta che lo attesta, mica un sadico del cazzo. Credo si dia troppa importanza alla carta e poca importanza alle reali capacità, per esempio poche persone al mondo sanno cavare un cuore dal petto come me, eppure nessuno mi chiamerà mai dottore con ossequioso rispetto e nessuno mi rispetterà perché ho dato statistica o analisi 2. Bevo vodka da sette anni di fila e non so se sono ubriaco o solo confuso, mi bevo le peggiori bugie e soffoco la rabbia, una volta ero più intelligente della metà della gente che conoscevo, l’altra metà mi è venuta addosso con una tale furia che ho fatto presto a dimenticare tutto quello che sapevo e ho iniziato la mia splendida avventura di talento sprecato. Ogni tanto provavo a dipingere e aprivo la bibbia a caso in cerca di qualche risposta, ma tutte le domande che mi venivano in mente non avevano alcuna risposta e forse in certe occasioni la vodka era una consigliera persino migliore della parola di Dio. Sull’autostrada 374 camminavo, seguivo le linee gialle con i piedi, giocando come i bambini immaginando che al di là delle strisce ci fosse la lava, qualche drago, gli squali. Ci sono certi giorni che sulla 374 puoi sdraiarti sull’asfalto e addormentarti per delle ore, ci sono certi giorni sulla 374 che il sole sembra più caldo di quanto sia mai stato e ci sono certe notti in qualche motel lungo la strada, in cui la carta da parati è più sporca, i bagni più putridi, la cameriera messicana per nulla messicana 65


e il tizio monco che sta alla reception monco in un modo diverso. A volte sembra un segmento che si ripete. A volte non basta nemmeno la vodka per assorbire bene i colpi che ti infliggono i cliché, a volte la vodka è poca e i motel sono sempre tutti troppo uguali, sono luoghi comuni, sono avvenimenti statici, posti che potrebbero tranquillamente esistere per secoli senza subire l’ira del tempo. La borsa di cuoio stretta nella mano sinistra, i ferri dentro che tintinnavano, il sole che rendeva l’orizzonte liquido, gli avvoltoi sopra la mia testa, il deserto tutto attorno. Come ho detto poco fa, ci sono giorni che ti puoi sdraiare al centro dell’autostrada e dormire per delle ore, questo è uno di quei giorni, è esattamente uno di quelli. Cammino lungo la striscia gialla e ricordo vagamente che gli scorpioni una volta erano più piccoli, il fruscio del vento e l’erba mobile, in quanti film ho già visto queste cose eppure sono sempre così sorprendenti le cose banali, le cose che ti aspetti, siamo nel deserto, una balla di erba mobile è il minimo eppure ti fa capire quanto il mondo si muova, quanto sia poco immobile, quanto sia disinteressato al tuo stupore, del resto il mondo non può star dietro a tutta la gente che si annoia altrimenti collasserebbe. Se fosse un film ci starebbe bene una canzone country, un bel pezzo di Cash o Willie Nelson e qualche primo piano dei miei occhi pieni di ricordi e rimpianti, ma non è un film, non lo è mai. Si può stare una vita intera senza incontrare nessuno di interessante, e poi seduta sopra un sasso trovi un’autostoppista bionda, vestita con un gilet da cowboy, due stivali impolverati, un paio di jeans che farebbero volentieri una pausa; a volte è come se la gente che vedi per la prima volta tu l’abbia in qualche modo già vista. La ragazza ha una collana con una croce adagiata sulla canottiera bianca e impolverata, degli occhiali da sole calati appena sul naso, le mani lunghissime poggiate sulle ginocchia e aspetta, aspetta qualcuno, forse un passaggio, forse che si faccia notte, forse niente, forse è un miraggio. I ferri tintinnano, forse loro sperano che non sia un miraggio. Mi avvicino ancora un po’, un altro po’, il sudore della fronte me lo ritrovo sui baffi e la vodka di ieri sera mi fa vacillare, dovrei mangiare di più, potevo essere un uomo migliore, dovevo essere un uomo migliore. La ragazza esiste ed è seduta su un sasso gigantesco, ha una cicatrice che parte dall’angolo sinistro della bocca e arriva fino alla base del lobo dell’orecchio sinistro, come un mezzo sorriso. Beve da una fiaschetta. Mi guarda e non dice niente, le chiedo se posso sedermi vicino a lei e lei risponde con un’alzata di spalle. Ha un colore bellissimo, quasi biscottato, è magra ma non sembra fragile, è magra ma sembra un pezzo d’acciaio. Penso che nelle vicinanze come da cliché deve esserci un motel, con la scritta lampeggiante Vacancy che fa molto Psycho, che fa molto vecchia America. 66


Le propongo di fare la strada insieme, come avrebbe detto Kerouac enfatizzando all’inverosimile il concetto di strada. Per tutto il tragitto non disse una parola, mi distanziava di pochi passi, dovevo essere un uomo migliore, chissà dove sono tutti i miei amici. Canticchio una canzone, ero giovane e sembra passato un secolo, i ferri continuano a tintinnare e sta facendo buio, non è passata una macchina, forse il mondo è finito e non ci hanno avvertito, vorrei mangiare una caramella. Siamo arrivati al motel. Il tipo alla reception ha una voglia che gli riempie la parte destra del viso, pochi capelli bianchi e un dente d’oro, sorride alla ragazza e fa l’occhiolino a me, complicità tra estranei, non sempre la gente coglie al volo le tue reali intenzioni, non sempre puoi pretenderlo, rispondo all’occhiolino. Sento battere forte il cuore da quando siamo entrati nella stessa stanza, la mia fortuna ha voluto che ce ne fosse una libera, la sfortuna della ragazza ha voluto che ce ne fosse una libera. I punti di vista a volte sono tragicomici. Il cuore mi batte troppo forte e il sudore che scende lungo la schiena non lascia presagire nulla di buono, la mano mi trema più di quanto abbia mai fatto, lei è seduta sul letto e si guarda attorno, mastica una gomma e non fa niente per non far notare la sua cicatrice, non si nasconde. La croce adagiata sulla canottiera sembra più grande. Non c’è nessuna bibbia aperta sul comodino, la tv è accesa su un quiz di terz’ordine dove due giapponesi si fanno del male mentre il presentatore con troppa lacca sui capelli sorride ghignando. Ma il mio cuore non si ferma, so esattamente cosa succederà. C’è silenzio e si sente solo il verso delle cicale, che una volta sapevo come si chiamava, adesso però non lo so più. La ragazza ha un colore meraviglioso, sembra un biscotto appena sfornato, sembra che odori di cioccolato. All’improvviso sospira e mi dice: «Io mi chiamo Cry, mio padre mi ha chiamata così, mio padre voleva un cane e ha avuto una figlia». Il cuore sembra esplodermi, non c’è bisogno di avere la laurea appesa al muro per capire che sta per venirmi un infarto. L’autostrada 374 sta per finire, forse io sto per finire. Cry adesso parla e parla di sé, di cosa l’ha portata sulla strada, di cosa vorrebbe dalla vita, di quello che la vita non le ha dato, di quanta tristezza ha visto, di quando in un paesino nel sud del Messico ha dovuto uccidere un grassone che voleva violentarla e nella foga del momento non riusciva a trovarsi il cazzo, di quanto in fondo si sia sentita bene ad affondare il coltello nel petto di quel grassone goffo e tanto distratto. Cry odia la birra calda, il suo nome, suo padre, Cry odia qualunque cosa non abbia un retrogusto amaro e una forte gradazione alcolica. Cry parla e parla e parla e io sudo freddo, fuori ci saranno cento gradi, in barba all’escursione termica. In tv 67


c’è un video dei Beatles ma non riconosco la canzone, Cry parla e alla fine di ogni frase sorride. Io ormai sento odore di biscotti al cioccolato. L’autostrada 374 sta finendo e sono abbastanza sicuro che alla fine ci sarà un villaggio di contadini messicani, uno di quei villaggi composti solo da una strada polverosa e al centro della piazza le luminarie della festa di dieci anni fa, le stesse, mai tolte per pigrizia. Cry è distesa sul letto e se non stesse per venirmi un infarto sarebbe il momento, il momento di tirare fuori i ferri dalla borsa e fare quello per cui sono nato, solo che adesso non ne sono più tanto sicuro. Il buio che ti circonda quando sei svenuto è speciale, ti senti cullare da una placida calma, come se tutto attorno ti soffiassero aria calda, la calma di quando sei svenuto è irripetibile, sei come morto, ma hai il vantaggio che questa esperienza è reversibile, il mio cuore non ha retto al profumo di biscotti al cioccolato. Cry sta sopra di me e si agita ogni tanto apro gli occhi e vedo immagini confuse di lei che tenta di rianimarmi e beve dalla fiaschetta grandi sorsi di coraggio. Il mio respiro si spezza come un bastoncino troppo fragile, il mio respiro inizia e non finisce, si ferma sempre a metà come un libro troppo noioso e ridondante, fuori ci saranno centoventi gradi, l’autostrada 374 è quasi finita e alla fine ci sarà sicuramente un villaggio, il villaggio dove Cry ha ucciso il grassone libidinoso magari, il villaggio dove mi sarei voluto fermare. Ma il mio cuore non ha retto alla cicatrice, al peso della strada, al caldo, alla sorpresa che Cry non fosse un miraggio. Il mio cuore non ha retto al mio talento sprecato, l’autostrada 374 è finita e io sono finito con lei. Questa era la mia strada, e pensare che ho passato la vita a cercarla e alla fine ci stavo camminando sopra. Cry ha smesso di rianimarmi e sta continuando a bere dalla fiaschetta. Chissà perché G. ha smesso di suonare il piano.

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GLI AUTORI

CALAMO INCHIOSTRATO, pseudonimo di Lorello Maggio, è nato nel 1958 e vive in Sicilia. Come Blanchot, considera la scrittura un infinito intrattenimento. Laureato in filosofia, insegna lettere in una scuola media. Politicamente libertario, teologicamente sincretico, umanamente esistenzialista. Si ritiene un uomo di scrittura, non uno scrittore. È presente nel web anche col nick imagomentis. SALVATORE D’ANTONI è nato nel 1985 a Sciacca (AG). Troppo giovane, a suo dire, per essere considerato un giovane autore, ha pubblicato la silloge Lame di cristallo (Gruppo Albatros Il Filo, 2008) e la raccolta di racconti Educazione Cinica (Melqart Communication Editore, 2014). Attualmente sta lavorando alla sua seconda raccolta di racconti.

STEFANO FICAGNA è nato nel 1979 a Novara. Per anni la letteratura è stata solamente una passione passiva, coltivata assieme a quella per la musica, il cinema e tutto ciò che è astratto in generale. Da qualche anno ha deciso di mettere su carta le idee bizzarre che gli vengono in mente, cercando di dar loro vita e non lasciarle orfane come i sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Borges, Philip Dick, Manganelli o Carver, ispiratori da tanto o poco tempo. JOE KOWALSKI, nome d’arte di Siro Chioetto, si diletta a scrivere da quando era ragazzo. Ha 54 anni e vive a Verona. Geometra nella vita, è alla continua ricerca di luoghi dove proporre i suoi scritti. LUCIA LO CASCIO è nata nel 1979 a Taranto e risiede in un piccolo comune del rietino. Si occupa di promuovere e organizzare eventi artistici per InAsherah Art, associazione da lei fondata nel 2013. Ama la Parola, giocare con essa, sentirla fino a farla sua, fino a riscoprirne la matrice, da qui nasce la sua propensione alla poesia che, tra tutte le espressioni letterali, meglio studia e esalta la parola nel suo significante.

FRANCESCA MURTAS è nata nel 1989 ad Alatri (FR). Completati gli studi in Lettere e Beni Culturali, poi in Scienze dell’Informazione, Comunicazione e Editoria, sta proseguendo con Archivistica e Biblioteconomia. Nel 2012 ha autopubblicato su Amazon il racconto lipogrammatico Lucio, omaggio a Georges Perec. Ama il fantasy, il cioccolato, i gatti, i giochi di parole, scrivere, i gatti, cantare, disegnare, i gatti, tradurre, costruire acchiappasogni, leggere. E i gatti.

PLACEBO nasce nel 1996 in Emilia Romagna. Studente di lingue, da sempre ha la passione per la scrittura e la musica. Predilige la lettura degli scrittori russi, inglesi e italiani dall’800 ai contemporanei e ne trae ispirazione. Si considera un inetto, sempre pronto a imparare e a sperimentare.


LUDOVICO POLIDATTILO pubblicò il romanzo Le avventure del capitano Ego (Agata/Ottolibri, 2016). Vide vari suoi scritti accolti da antologie e periodici. I suoi testi teatrali Eumenidi talk-show, Apokalypsis à la page, Apokalypsis pour homme e Le avventure del capitano Ego furono rappresentati dalla compagnia Regno delle Madri Entertainment. Quanto scrisse, scrive e scriverà, se non finirà altrove, farcirà il blog “Polidattilografia”.

GAIA ROSSELLA SAIN, classe 1987, lavora nella ristorazione, tra i vigneti del Collio friulano. Nel 2014 è presente nella raccolta antologica Cervo Bianco. Appassionata di cultura e poesia orientale, viene selezionata tra gli autori di Hanami (Edizioni della Sera), per i volumi Primavera (2015) ed Estate (2016). L’incontro con la poetica haiku porta alla nascita di ISTANTI, progetto visivo che sposa l’arte della fotografia a quella dello haikai. Nel 2016 pubblica la raccolta poetica Di nuvole e lontananza (Culturaglobale). RITA STANZIONE è nata a Pagani (SA) e vive a Roccapiemonte. Oltre a essere presente coi suoi componimenti su siti letterari e riviste, ha pubblicato L’inchiostro è un fermento di macchie in cerca d’asilo (Libreria Editrice Urso, 2012), Spazio del sognare liquido (Rupe Mutevole, 2012), Versi ri-versi (Carta e Penna, 2012), Per non sentire freddo (Editrice GDS, 2012), È a chiazze la mia bella stagione (Libreria Editrice Urso, 2013), In cerca di noi (Movimento UniDiversità, 2016), Canti di carta (Fara Editore, 2017), Di ogni sfumatura (Libreria Editrice Urso, 2017).

FAUSTO TORRE è diplomato con lode in pianoforte presso il Conservatorio A. Corelli di Messina. Col suo un vasto repertorio pianistico si è esibito in numerosi festival e rassegne e ha eseguito concerti per diversi enti e associazioni musicali riscuotendo consensi di critica e pubblico. Appassionato di poesia, partecipa a laboratori di scrittura e scrive su diverse riviste letterarie del web.


Tutti gli autori dichiarano implicitamente che i testi, da loro proposti e qui pubblicati, sono di propria stesura e non violano in alcun modo le leggi sul diritto d’autore, e danno esplicito consenso alla pubblicazione dei propri testi, editi e/o inediti che siano, sollevando Alibi e relativi redattori e/o curatori da ogni responsabilità riguardo diritti d’autore ed editoriali. Qualora i testi fossero già editi da altro editore, gli autori dichiarano, sotto la propria responsabilità, che i testi forniti e qui pubblicati sono esenti da diritti editoriali per scadenza avvenuta dei relativi contratti o, nel caso di contratti ancora in corso, gli autori dichiarano che l’editore, da loro stessi contattato, dà il proprio consenso alla pubblicazione dei suddetti testi in questa rivista.


Rivista Alibi - Numero 19  
Rivista Alibi - Numero 19  

Il numero 19 contiene le opere dei seguenti autori: Placebo, Rita Stanzione, Francesca Murtas, Lucia Lo Cascio, Ludovico Polidattilo, Calamo...

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