Page 1


Anno II - Numero 4 (Gennaio/Marzo 2014)


Direttore e Curatore editoriale Ciro Maiello

Illustrazione grafica della copertina Vincenzo D’Urso

Hanno collaborato a questo numero: Giovanni Buzi, Andrea Corona, Walter Ausiello, Attilio Scatamacchia, Massimiliano Pricoco, Alessandro Scuro, Joe Kowalski, Guido Mazzolini, Claudia Cautillo, Alessandro Maria Artistico, Pietropaolo Morrone, Guido de Eccher.

Tutte le opere sono di proprietĂ esclusiva degli autori.

Illustrazioni di SharPhotography: The window (pag. 7), Azijaa: Oz (pag. 17), princessmariposa: eyedrops (pag. 22), DOOMSTACHE: Walking Disease (pag. 30), MisterKey: Rome::1 (pagg. 34, 35), mr-electricocean: People (pag. 38), ieatmonsters08: Abstract Displacement (pag. 49), ktaltonphotography: Black and White (pag. 50), kohlsen: 1497 (pag. 58), dbroglin: Flamingos Reflection (pag. 61) Symmetrical Floyds (pag. 62), sirobnaiv: Narcissism (pag. 69).


IL SEGRETO DELLA MONTAGNA di Giovanni Buzi Primavera. Una bella giornata di sole. Decido di fare una passeggiata in campagna. Lascio l’asfalto. Prendo una strada sterrata. Verde, alberi, sole. Mi fermo. Esco dall’auto. Vedo un casolare abbandonato. Entro. Una scala di tufo. Al primo piano, metà della costruzione è crollata. Sullo sfondo, calmo, un lago. Acque argento. Tutt’intorno, colline verde blu corrose da una nebbia improvvisa che stagna sul lago. Non una massa compatta, una sorta di fumo mobile, una nuvola sfilacciata che s’addensa e si disfa. A momenti, si dirada e rende visibile l’intero lago. Metallico, silenzioso, immobile. Qualcosa m’attira verso quelle acque. Raggiungo la sponda. Cammino per un sentiero che accompagna il lago per un buon tratto, poi svolta nel fitto della vegetazione. Non c’è anima viva, eppure da ogni lato sento provenire un brusio sommesso, un’animazione segreta. Mi guardo intorno; nessuno. Nell’aria persiste un palpitare continuo, un leggero ansimare, un palpitare di migliaia di ciglia. Non un alito di vento increspa la superficie del lago. Tranquillo sfuma nella nebbia. Mi fermo. Rimango all’ascolto. Nessun canto d’uccello, nessuna eco di voce umana, di motori lontani. Solo quell’impercettibile, continuo brusio. Quell’ansimare discreto di cosa? Di... chi? Eppure il sole splende, la vegetazione è d’un verde vivo, brillante. Il lago, quelle nebbie... Deve provenire da lì, quel sospiro senza nome. Deve nascondersi tra le acque e quei brandelli di fumo che i raggi del sole non riescono a cancellare. Scendo per un pendio verso un’insenatura del lago, laddove la nebbia si raccoglie, s’infittisce. Sciabordare calmo delle acque. Una foglia cade, tocca la superficie e resta, lenta, a galleggiare. Una mano stretta a un ramo, l’altra protesa nel vuoto, nel fitto della nebbia. L’agito. Il fumo vortica, si scompone, ricompone. Lascio la sponda e torno tra gli alberi. Pochi passi e raggelo: è là, di fronte a me... Il cielo s’oscurò improvvisamente. Al di là delle cime rocciose restava un lembo di cielo aperto da cui proveniva una luce azzurra, quasi abbagliante. Da dove veniva tanta luminosità? Raccolsi lo zaino e m’incamminai a cercare riparo. Quell’escursione, che avevo sognato per settimane, rischiava di costarmi un bel raffreddore. Avevo desiderato con forza quell’aria pura, chiara, frizzante. E così era stato per tutta la mattinata. Un sole splendido e i mille profumi del verde, dei fiori. Ma ora quei verdi smeraldo s’erano incupiti di colpo, un vento gelido spingeva grossi nuvoloni gonfi d’acqua. M’appoggiai al fianco della montagna. La roccia era ancora calda, non so perché, ma mi portò alla mente un odore di metallo, come di ferro rovente. Cominciò a cadere una pioggerella leggera come un velo di brina. La roccia rispose quasi animandosi, maculandosi di macchie scure come la pelle d’un ghe3


pardo. Si sprigionarono odori intensi di muschio, resine e viole. Un boato. Il cielo cadde liquefatto. Trovai un’apertura nella parete rocciosa e mi riparai. Che bello stare a naso in su a guardare quel turbine grigio azzurro che si scatenava proprio davanti ai miei occhi. Avrei voluto buttare lo zaino a terra, spogliarmi e restare a ballare sotto le cordate di pioggia. Era un vero e proprio temporale; scrosci d’acqua, tuoni, lampi. Elettrizzato, restai comunque ben al riparo respirando a pieni polmoni quell’odore inebriante di muschio, vento e terra bagnata. A tratti, si squarciava il cielo e le montagne rilucevano di viola, ruggine, arancio, oro... Entrai nella grotta, posai lo zaino a terra e tolsi il giubbone bagnato. Sarebbe bello accendere un fuoco, mi dissi. Da previdente, quale credo di essere, avevo preso con me i fiammiferi e quelle pastiglie magiche che gettate tra sterpi umidi erano capaci di far nascere e alimentare fiamme. Un sorriso d’autocompiacimento mi sfiorò le labbra e m’addentrai a cercare pezzi di legno. Raccolsi vari stecchi, un ramo coperto di licheni e scorze d’alberi ammuffite. Feci un cerchio con pietre e sistemai il tutto. Sfregai un fiammifero e fiamma fu! All’inizio la pastiglia sprigionò un fumo acre, poi si liberò la fiamma. In poco tempo, avevo un bel fuoco. Stesi le mani per riscaldarmi, quando, all’improvviso, ebbi come l’impressione che alle spalle qualcuno mi stesse spiando. Mi giro e... niente. Vale a dire, piante rampicanti e roccia che si perdevano nelle penombre oscure. Non c’avevo fatto caso, doveva essere una grotta abbastanza profonda. Non riuscivo a vedere la parete di fondo. M’alzai e (previdente!) presi la mia torcia tascabile. Feci qualche passo e mi inoltrai in quel groviglio di riverberi rossastri e ombre. Attorno a me, come rimbombi, gorgoglii; che fossero gli echi confusi del temporale là fuori? Come un brillio d’ametista lampeggiò tutt’in fondo. Che avessi trovato una miniera di cristalli? Puntai la torcia là dove era venuto quel lampeggiare viola, ma non vidi che roccia. Una parete scabra, senza traccia di pietre preziose. Stavo per tornare indietro quando sentii una voce. Non proprio parole, ma gemiti, sospiri. In queste cavità i suoni si riflettono come in un gioco di specchi, mi dissi e voltai le spalle. Ancora quella voce. Questa volta mi parse di sentire, distintamente, «Vieni!». Chi poteva essere? Che avessi allucinazioni sonore? Eppure non era il mio stile; impiegato di banca da quasi vent’anni, d’allucinazioni, sonore o meno, non ne avevo avute molte in vita mia. Ritorno al mio focherello, mi dissi, se non s’è già spento. «Vieni!». Eh no, questa volta non avevo sognato. Ci doveva essere qualcuno, qualcosa, in quella grotta. Forse qualche tipo che come me s’era riparato dal temporale e mi giocava un brutto scherzo. O qualche eremita, forse una strega... «C’è nessuno?» dissi ad alta voce. Il timbro m’uscì, e ne fui fiero, chiaro e fermo. «Vieni...». «Chi va là?...» proseguii con un tono un po’ meno sicuro. 4


Pensai che una banda di scolari stesse spalle contro la roccia soffocando gli sghignazzi. «Allora, vi divertite?» dissi con tono beffardo. «I maestri dove l’avete lasciati?». «Ati... ati... ati...» rimbombarono per l’intera grotta le mie ultime sillabe. Nessuno rispose. Di colpo, un silenzio di tomba, perfino quei gorgoglii sembravano scomparsi. «Il gioco è bello quando dura poco!» gridai. «Oco... oco... oco...». Mi girai e m’incamminai verso l’entrata quando, “ploff!”, un tonfo come di corpo caduto in una pozza mi fece raggelare il sangue nelle vene. M’immobilizzai. Il fascio della torcia vacillò. La spensi e restai all’ascolto, le orecchie tese come quelle d’una marmotta. Sì, si sentiva un chiaro rumore d’acqua provenire dal fondo della grotta. Riaccendo la lampada. Mi giro di nuovo e a passi spediti vado verso l’oscurità. Roccia, sassi, pareti nude; nient’altro. All’improvviso, i miei passi sono interrotti da un cedere netto del pavimento. Abbasso la lampada e... quasi non credo ai miei occhi! Una scala perfettamente tagliata nella roccia s’incuneava verso il basso. Fin dove? Senza pensarci due volte, scendo i primi gradini. Che storia era quella? Forse, una vecchia miniera? Eppure sulla mia carta non v’erano indicate in quella zona. La scala sembrava non avere fine. Scendo a due a due i gradini come tirato da una qualche calamita. Il fascio della torcia sobbalza, arranca sulle pareti che s’erano fatte lisce, levigate come lastre di marmo. Dove andavo? Che fosse l’entrata dell’inferno? «No» sentii distintamente, «non è l’inferno questo». Mi bloccai netto su uno scalino. In preda al panico. Ma, a modo mio; senza darlo a vedere. «Darlo a vedere?» mi ripetei, «e a chi?...». Tremavo sì, non potevo nasconderlo. La mascella, le ginocchia, le gambe intere erano scosse da brividi; discreti, ne convengo, ma sempre brividi erano...! «Perché hai paura?». Chi, dove, come, chi aveva parlato? «Sono io». «Io chi?» dissi ad alta voce. Per tutta risposta ebbi una risatina infantile, né carne né pesce, mi verrebbe quasi da dire. «Io chi?» ripetei alzando ancor di più la voce. Il riso si dileguò e chiara, quasi illuminata da una sorgente segreta vidi una grande grotta con stalattiti che pendevano dall’alto come radici d’enormi alberi fossili. Alcune restavano monche a mezz’aria, altre si fondevano alle stalagmiti, altre penetravano in un immobile specchio d’acque verdi. Puntai la torcia al centro della pozza. S’accese di verde smeraldo riflettendosi in un groviglio di serpenti luminosi sulle pareti, le stalattiti, il soffitto. 5


«Vieni...». Ancora? Ma chi era? In quel luogo fantastico non si vedeva nessuno. Uno spumeggiare dell’acqua e intravidi una forma glissare sotto alla superficie. Che poteva essere? Non sapevo più cosa pensare. E se gettassi via la mia famosa mente d’impiegato di banca?, mi dissi. «Anche i vestiti...» proseguì quella voce. Qualcuno mi leggeva nel pensiero, non c’era dubbio. «Sì, anche i vestiti!» dissi e mi spogliai. Spensi la torcia e la buttai. Non ne avevo più bisogno. Nudo, feci qualche passo e, felice, mi gettai nelle acque fredde, del più bel color dello smeraldo.

6


IN PRINCIPIO FU IL DUE (MONODIALOGHI O BIPOLARISMI IPOSTATIZZATI) di Andrea Corona CAPITOLO 0 Lei: «Il dolore che partorisce creatività... in attesa del parto con dolore, che crea: questa, l’unica capacità airetica rimastami. Creare per non distruggersi. Avrà fatto così anche Dio?».

Lui: «Hide and seek with hidden gods. Disvelamento divertito del bambino che gioca ai dadi!».

Lei e Lui: «Sono un grumo di vita malcoagulato. Una fastidiosa escrescenza raggomitolata ruvida e rizomatica che espande radici ammuffite ridendo nervosamente. Schizofrenia radiosa dell’ignorante bisogno di amare».

Lei: «Moltiplicati dentro di me e perditi, colonizzami come un precario procariote. Sbottonami le costole, apri la gabbia toracica e rifugiati godendo dell’ozio dentro la carne calda e umida dei miei polmoni sgonfi e spugnosi. Ricuci i vuoti a perdere. A buon rendere sia il dolore dell’ago che punge e trafigge. Discernerai il bene e il male in me? Mi aiuterai? Scomponimi. Ricomponi i pezzi e ritrova il pudore perduto di un corpo scarnificato e aperto alla setticemia. Il pasto frugale in un cadavere che ha la sola linfa della libidine che nutre il veto cannibalico. Il no è sempre un sì che fa una capriola che obietta. Tessi trame di viscere e vene». Lui: «Tesso sempre le tue lodi».

Lei: «Spero non come Penelope!...».

Lui: «Spero. Non come Penelope».

Lei: «Ma Penelope sperava eccome! Forse anche il doppio di quanto sia normale!». Lui: «Sperava due volte… di-sperava, allora?».

Lei: «Mmh… Il fare e disfare sono uno sperare o un disperare? È la costanza 8


aracnide del ricominciamento o l’autismo più disperato?».

Lui: «Mi sa che è lo stesso. Ed è sempre un giro intorno all’autòs».

Lei: «Giro-girotondo-casca-il-mondo».

Lui: «E caschiamo tutti giù per terra. I bambini lo sanno che alla fine va così».

Lei: «Come si esce dall’autòs?».

Lui: «Morendo».

Lei: «Di suicidio o di omicidio?».

Lui: «Per sì e per no ti ucciderò».

***

EPILOGO L’origine del due. L’altro mi genera. Mi guarda. Mi sfida. Devo sapere se posso esistere nella sua rovina, distruzione, assenza; se posso resistere alla sua morte. Devo sapere, devo conoscere. Forse, come Adamo, si è irrimediabilmente caduti già nel momento in cui l’ingenua tentazione fiorisce. Forse il morso alla mela è già dato nel brivido dell’ambiguità.

Il Demiurgo è incapace di assorbire i legami, ma non si stanca mai di farlo. Ha il Verbo e l’equilibrio. Può dar nomi ai suoi giocattoli, ma questo potere è tutto ciò che gli rimane. Dov’è la terza faccia di una moneta? Il bordo non smette di essere interessante. Non ti viene mai da pensare a un asso di cuori nero? La reticenza alla novità è geneticamente salvifica. E la ripetizione è rassicurante. La voglia di morire, invece, è erotica. Ed è l’ultimo atto.

La curiosità è hybris temeraria. Lo sai che la risposta al dubbio cosmico è un diritto senza legge? 9


***

FLASHBACK Lui: «Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandar».

Lei: «Ma l’uomo è fatto per domandare».

Lui: «E per non avere risposte».

Lei: «Forse bastano umili legami arborei. Palpebre di pianto che ti sfocano l’acume. E giochi di incarnazioni scucite. Osmosi paradossali. Macellazione lenta. Madrigali occulti».

Lui: «Il buio scava. La luce scoppia. Del buio rimane solo inchiostro di seppia da gustare. Sei la mia madrevite. E io divento magnete impazzito sul tuo petto, attirato da ogni tuo fremito, da ogni tua elettricità, da ogni tua polarità… fino a subire magnetostrizione. E deformandomi, mi polverizzo per poterti entrare ovunque».

Lei: «Rapsodicamente e con ritmo incalzante ti assillo con i denti e ti mordo con il canto. I miei passi stridono se non ci sei tu ad attutire il cammino». Lui: «Ma il tuo cammino è ricorsivo».

Lei: «Appunto».

Lui: «Non preoccuparti, saprò ritessere tutto daccapo. Nuova-mente».

Lei: «Il ciclico ritorno è noioso, vero?».

Lui: «Sei tu la donna! Sei tu la va-gyné che genera e che ciclicamente sa perdere sangue per giorni senza morire!». Lei: «Il mistero del femminino è tragico, non c’è nulla da ridere!».

Lui: «Non hai mai riso per un morto?».

Lei: «Sì…».

10


Lui: «Il tragico porta con sé un’obliqua risata nevrotica».

Lei: «Il fegato che si rigenera ogni giorno, dopo esser stato divorato dal rapace, e tutte le condanne eterne mi sfiancano».

Lui: «Le cose subiscono l’una dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia, secondo il decreto del Tempo».

Lei: «La lotta e la sopraffazione portano già in sé la colpa per l’esistenza stessa dei contendenti?».

Lui: «È possibile… In ogni caso, il mondo va a rotoli e noi passiamo il tempo parlando…». Lei: «Basta, mi sono stancata di parlare».

Lui: «Ricorda che il Verbo è stato in grado di creare il mondo».

Lei: «E che mondo».

***

INTRODUZIONE Partorisco la pigrizia dei miei modi, dei miei mondi e delle mie monadi mentre succhia la vita – soggetto e complemento. Come recita un antico adagio rabbinico, risorgerà solo chi crede. E si sdoppia solo chi, morendo, rinasce. Reciprocità d’afflati.

Lei: «Sto subendo ingiusta ablazione delle mie superflue superficiali bellezze. Aiutami». Lui: «Può essere che tu stia solo facendo la muta». Lei: «In effetti il silenzio mi è sempre piaciuto».

Lui: «Allora taci e facciamoci un favore entrambi». 11


Lei: «Tu ce l’hai l’ecdisone? Ce le hai le ghiandole della muta?».

Lui: «Ufffff... Chi muore in silenzio si vendica delle curiosità altrui».

Lei: «Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte, la vita è puro rumore tra due insondabili silenzi». Lui: «Ora basta con le citazioni. Cantiamo!».

Lei: «E il silenzio?».

Lui: «Cantiamo in silenzio».

***

FLASHFORWARD Lei: «Che relazione è la nostra?».

Lui: «Che vuoi dire?».

Lei: «Cosa sono io per te?».

Lui: «Una tragedia».

Lei: «Pensi possa durare, nonostante questo?».

Lui: «Penso possa durare solamente per questo. E io cosa sono per te?». Lei: «Un riscatto».

Lui: «In effetti mi sento molto rapito da te».

Lei: «Lasciami un po’ sola. Ho bisogno di riflettere».

Lui: «Nessuno specchio ha bisogno di farlo». Lei: «Ma io infatti non sono uno specchio». 12


Lui: «Fortunatamente no. Altrimenti io sarei Narciso».

Lei: «Ma tu dici sempre che non ti piaci».

Lui: «Per l’appunto».

Lei: «Si dovrebbe vivere di suoni senza senso. Il senso è una direzione incatenante».

Lui: «Stai riflettendo. Se avessi la chiave dei pensieri di una donna, dominerei davvero il mondo. E se si incrociassero i nostri pensieri, da tutti quei crocevia neuro-emozionali, esploderebbero universi infiniti. No, in realtà non so cosa potrebbe succedere. È meglio non rischiare. È meglio danzare in catene».

Lei: «E adesso a cosa pensi?».

Lui: «Alle esplosioni».

Lei: «Mmmh… Non incrociamo strade nate diversamente! Lasciamo stare».

Lei: «Ma noi siamo diversi. E ci siamo incrociati per bene!».

Lui: «Per l’appunto».

Lei: «Sei ancora qui…».

Lui: «Sono nella tua mente, come faccio ad andar via?».

Lei: «Ah già… Beh, allora mettiti un po’ da parte e fai spazio agli altri».

Lui: «Dillo che sono il tuo preferito».

Lei: «No, sono io la mia preferita».

Lui: «E allora perché mi parli e mi ascolti?».

Lei: «Perché ancora devo capire come ucciderti senza uccidermi». Lui: «Falla finita».

13


Lei: «No, il gesto estremo è la rinuncia finale. E io a lottare mi diverto».

Lui: «Il divertissement è nemico della ragione».

Lei: «Ti sbagli, amusement è innanzitutto to muse, riflettere. Ed è ri-creazione, intrattenimento che cura l’animo».

Lui: «Bene, allora ci intrattengo ancora un po’ prima di ucciderti. Stai solo sprecando tempo in questa vita di-vertita». Lei: «Sei tu che mi distrai, mi fai venire i diverticoli!».

Lui: «Forse è vero. Ma ti do la ditonia che ti distrae dalla monotonia. Ti do il piacere. E tu mi sprechi me-ditando». Lei: «Ti addito perché sei colpevole».

Lui: «Sei tu che mi hai generato come figlio bastardo».

Lei: «Che rivendicazioni stupide! Sei nato con me, siamese sanguisuga!».

Lui: «Mi basta vendicarmi una volta, non ho bisogno di ri-vendicarmi».

Lei: «Bravo, continua a giocare con le parole! Mi hai stufato, prima o poi ti schiaccerò!». Lui: «Impossibile!».

Lei: «Taci! Una volta per tutte!».

Lui: «In principio fu il due».

Lei: «Sì, ma qui c’è spazio solo per uno di noi. E sarò io a prendermelo».

Lui: «La dialettica servo/padrone insegna tutt’altro. Attenta, che poi il padrone diventa incapace e, perciò stesso, servo». Lei: «Sono già tua serva, allora. Fai di me quello che vuoi». 14


Lui: «Se non opponi resistenza, non c’è gusto».

Lei: «Non sono nata per il tuo piacere».

Lui: «Sai bene che un’autotomia potrebbe essere fatale a entrambi. Ma quando la convivenza in questa stupida mente sarà insopportabile, forse la farò finita per tutti e due».

Lei: «Cosa pensi di fare? Io non so. A ignorarti non ci riesco e a eliminarti neanche. L’autotomia si fa con le parti non vitali. E tu oramai per me sei più che vitale. Che si fa?».

Lui: «Un sacrificio. Prova a sacrificarti. Può darsi che avverrà una divisione netta e salvifica. Dopodiché ognuno prenderà la sua strada». Lei: «Ma morirò…».

Lui: «Anch’io, un po’».

Lei: «E del corpo che ne facciamo? Affidamento congiunto? Divisione dei beni?».

Lui: «Ma che marcisca. Ci ha provocato sempre e solo problemi». ***

PROLOGO Corpo: «Avrei vissuto meglio senza di voi…».

Lei: «Oh, mio Dio! Sai pensare anche tu?! Come fai?».

Corpo: «Tra i due litiganti il terzo gode. So assorbire ciò che mi serve anche da una psiche malata. E adesso non vi permetterò di suicidarmi con un sacrificio». Lui: «E come pensi di sopravvivere senz’anima?».

Corpo: «Sono io l’anima. Voi siete solo le istanze di una mente bipolare che senza di me non ha nulla di cui discutere. Ma adesso spegnerò il cervello. Così la smette15


rete di blaterare».

Lei: «E senza cervello come farai a restare vivo?».

Lui: «Ahahahah! Che stupido che è il corpo! Che ignorante!».

Lei: «Alleiamoci! Ritorniamo uno e litighiamo con lui!».

Lui: «Sai che non è male come idea?».

Lei: «Potremmo torturarlo».

Corpo: «Ne soffrireste innanzitutto voi».

Lei: «Allora riconosci anche tu che non possiamo staccarci! E non puoi neanche farti fuori se non lo decidiamo noi!». Lui e Lei: «Ahahahaha!».

Corpo: «Ma io non voglio farmi fuori. Siete voi che soffrirete. Io starò benissimo». Lui: «Every-one».

Lei: «Every-two».

Corpo: «Soffrirete come avete sofferto sin dal principio».

Lui e Lei: «In principio fu il due».

Corpo: «Amen».

16


COLORI E FERITE di Walter Ausiello Strana sera autunnale nel preludio d’estate, creste accigliate d’onde insegnano acrimonie agli zampilli che spruzzano le fronde, concertava minacce rotonde la testa del monte che rotolò sulle acque, senza lama è la scure che taglia e distoglie le fioriture di maggio. Togliendo al soffio vigore erbacce fan selve a campana, spiaggiate barche si fanno coraggio vestite di indaco nitore, disordinato ingaggio: è un dispetto di fata Morgana! – Il barometro esistenziale! soccorso del poeta senza argomenti, sono discorsi correnti – non solo credetemi: le mie orme macchiano le nuvole e le stelle mi sognano – astronomi e naviganti allevarono il fanciullo tra sparuti canti – lungo il mare ho composto 18


versi leggiadri che i marosi udirono ed il taccuino disperse, improvvisavo soavi risonanze, le parole sgorgavano da sole, la poesia è incarnazione, ci fu tra i cirri un bagliore, al largo ho visto un tridente e code squamose tra danze, la mano non volle annotare visioni protese a volare – dimentica i gatti assonnati che si mettevano in ordine vigili ed indolenti – certo i mici con gli occhi a filo di luna distesi sulle pietre, gatto chiaro pietra scura gatto nero su letto di frescura – cercava l’ordito di qualche ricamo che da bambino mancò al suo telaio, passeggia nel suo giardino colmo di specie lo sciamano, sono petali i suoi pensieri e infiorescenze i suoi ornamenti, vivide illusioni e incantamenti – bramavo di rosa fragranza, la rosa con la tinta giusta, il colore delle labbra care, di morbido stelo esultanza 19


– farà udire un verso in cui vibra l’intero universo! – l’universo è tanto infinito quanto il vuoto tra le mie particelle, è denso come il tenero sorriso e giallo sbiadito come i ricordi che affiorano a fatica quando la memoria si curva sul suo orizzonte – il poeta parla a colori – celeste anima pulsa, fucsia e glicine riverberi di indulgenza, prugna rispetto silente biondo odore di pane, verde catino di foglia – ritornerà sui diletti fiori – rosso della mia rosa agognata sacrifico i cespugli del pudore ecco le spine brune: impavida la mia mano le stringe, è al dolore che attinge. Azzurra farfalla ora è nata la crisalide muore – aggiungerà ora il vento – la rosa dei venti ha quattro quadranti, 20


ai cardinali dò le spalle a turno e lancio il mio dardo, l’amore nella feretra, la spina di rosa è punta di freccia, sul vuoto riposa invisibile breccia – strisciando la notte cammina senza rimorsi e clamore su lembi di cielo deserti, oscura proiezione divina condensa di nebbia e di brina, della sua ombra è il mantello la dolce sierosa ferita: la poesia è la sua Vita –

21


NOME DI BATTAGLIA: IVAN di Attilio Scatamacchia Prologo

Forse un giorno capiremo il significato delle parole scritte sopra le nostre immagini riflesse attraverso lo specchio immobile dei nostri pensieri, mentre popoli di popoli scenderanno a valle dei nostri stagni alla ricerca di variabili dipendenti attraverso lo sciabordare immobile di inutili follie. Mentre a un tratto scorrono fiumi di pensieri nella nostra mente, scorrono parole e suoni e file di automobili, colonne di gasometri, libri letti, poesie non scritte, immagini di immagini, travolte dall’ingorgo di telefonini, messaggi a volume alto, litigi a bassa voce, scortesie annunciate e preghiere non scritte, cercheremo antenne paraboliche nei sotterranei e negli scantinati, robot sulla cima di un vulcano, aderiremo a campagne elettorali senza candidati, canteremo vittoria dopo la sconfitta, salteremo nella confusione elaborata da pc portatili, fonderemo stazioni ferroviarie e treni senza binario, popolate da capistazione senza orologio, stadi senza spettatori; vedremo volare pietre e parlare capitani, ordinare assalti senza armi in pugno, navigare a vista sulla terra ferma, cogliere fiori sopra l’asfalto. Vapori di acetone saliranno freddi sopra le nostre mani, aria si mescolerà a mercurio, mentre calcoli agli elementi finiti decideranno il futuro di una nazione. Equazioni differenziali saranno il fondamento di cose, fatti, paesi, strade, città, conglomerati impiantistici, interferenze cosmiche, case, cantieri edili, lucernai, comodini, lampade, amori corrisposti e delusioni storiche, tempi di svuotamento di strade trafficate, congestioni alimentari, raggi a, emissioni di raggi g, stratificazioni geologiche, legami chimici, interazioni deboli, file chilometriche alle stazioni di rifornimento di carburante, produzione di idrogeno elementare, propulsione di razzi, rotazioni planetarie, tempi di cottura dei cibi, radiazioni elettromagnetiche, propagazione del calore, scrittura di romanzi, scrittura di racconti, nautica velica, lettura espressiva, mimica facciale, discussioni filosofiche, spiegazioni scolastiche di primo liceo, sbalzi di umore, dichiarazioni di matrimonio, concepimento naturale di figli, navigatori satellitari. (Tra i monti della Maiella, settembre 1943) ***

Lo sguardo corre rapido sul riquadro della scacchiera incastonata sul tavolo mentre studio una via di fuga per la torre; faccio infine la mia mossa, soddisfatto. Piero aspira il fumo lentamente, porta la sigaretta nell’altra mano, quindi muove un pezzo 23


apparentemente ininfluente, un pacifico alfiere. «Scacco» e aggiunge, «scacco matto» senza fare una piega. Un fuoco basso crepita nel camino alla mia destra, mentre Dimitri scorre alle spalle di Piero con una scodella di brodo. Lo guardo attraverso le volute di fumo, il viso illuminato per metà attraverso la penombra annoiata. Ricordo gli odori: il fieno stipato sul fondo della baracca e il fumo aspro di sigaretta misto ai vapori solidi di resina infuocata. «Questo camino tira male» scrollo la testa puntellando il re bianco fra le dita. Dimitri tiene la scodella sulle ginocchia, per un attimo solleva la testa dal suo brodo, il viso in parte rischiarato dai bagliori tremuli del fuoco. «Il rimbandamento con la brigata del comandante Terra proprio non mi va a genio. E poi che significa questa attesa?». Una campana in lontananza rintocca umile nell’aria fredda delle nove. Un ramo spesso di quercia esplode sordo sulla brace luminosa fontanando resina fiammeggiante, bluastra. Piero esce dall’ambito del silenzio riallineando la fila dei pedoni. «Piove da una settimana ininterrotta e ai fascisti non viene voglia nemmeno di imbracciare il fucile con questo tempo». «Va bene» dico quasi contando le parole, «io vado a dormire, svegliatemi alla quattro per il turno di guardia». Lo sgabello stride dietro di me sul pavimento, per ribadire il concetto. Dimitri sputa nel fuoco, una nuvola di vapore scivola rapida lungo la canna fumaria. Nella camera angusta dei miei pensieri a volte sbattono senza senso, come un cane impazzito, ricordi freschi della chimica di base, o Chimica Generale come direbbe Natta, il professore della Facoltà: colore, densità, prodotto di solubilità e formula chimica del cinabro; forme allotropiche del carbonio, stati fisici di aggregazione, peso molecolare del metano… Poggio lo sten freddo, elementare, affianco alla testa arruffata di sonno; quasi meccanico mi tuffo dentro la paglia col giubbotto e tutto. «Ivan, sveglia è ora». «Ora per cosa?» le parole escono irriconoscibili e lontane da me. Dimitri mi scuote per gli scarponi guardandomi da sotto il soppalco, neanche risponde, raccoglie a malapena le forze per stendersi sul tavolaccio e levare la giubba carica di pioggia. «Munizioni ne abbiamo?». Attendo una risposta a una domanda inutile. «Sì, ma sempre meno dei crucchi e fra poco mancheranno pure quelle. Tu evita di sparare a vuoto». La lampada a olio agita la sagoma di Piero sulla parete gelida, un alfiere brilla in piedi, solitario, sul quadrato della scacchiera. Dimitri crede a stento nei turni di guardia. 24


L’alba scivola lenta tra le colline invernali; da lontano un contadino sorge da una piccola altura a cavallo di un asino stanco: le sue orecchie così basse da sembrare un corpo unico con il collo smunto. L’aria fredda accumula densità attorno alla neve fresca, mentre il croccare degli scarponi annuncia la novità di quel mattino giovane. Antefatto

Lampo corre su per il crinale scosceso dell’eremo ascoltando il ritmo beffardo del respiro sotto la pioggia battente per convincere se stesso che sarebbe riuscito a ripararsi sottocosta fra le rocce alte quanto un uomo intero mentre uno scroscio di proiettili fischia di fianco e scheggia le pietre con una scintilla o si tuffa nella terra molle con un rumore fatuo e uno sbuffo pigro di acqua smossa; ma Lampo preme sulle caviglie senza nemmeno accorgersi di tutto questo, solo corre con tutte le forze divorando la terra e il paesaggio tutto intorno, solo il battito ritmato dello sten contro la coscia riesce a riportarlo alla realtà, almeno in parte, e gli ricorda l’imboscata e le circostanze poco fortunate per cui la sua intera brigata aveva ripiegato in tempo esattamente dopo aver tirato due colpi di mortaio contro le retrovie dell’autocolonna dei fascisti di ritorno dai rastrellamenti di Caramanico; tutto mentre Lampo, un minorenne e Orso franano sulla strada per rispondere ai colpi di fucile ordinati dal tenente, che sbraita ordini e ogni sorta di improperi contro ragazzi poco più che ventenni con l’elmetto grigio-verde calcato malamente sulla fronte disfatta dal sonno e che ordina loro: «Sparare!» con tutto il fiato della sua gola graffiata dalla raucedine, cosicché Orso si ritrova allo scoperto suo malgrado a mirare lento faccia a terra sui fascisti, sventagliando il Thompson senza particolare fretta né inquietudine, mentre il minorenne ancora senza il nome di battaglia si ripara dietro una minuscola pietra miliare chiedendo a Orso cosa fare, e Lampo spara con lo sten muovendosi tra gli alberi. «Corri al riparo stupido! Qui ci penso io, tu lavorati il tenente se ci riesci!». Ma il minorenne non si lavora nessuno. Lampo non attende gli ordini di Orso, il battesimo del fuoco è passato da un pezzo, sa già quello che deve fare e poi diventa silenzioso durante le azioni. Il minorenne urla che ha paura, poi a un tratto Orso non gli risponde più e Lampo può vedere che il suo lucido Thompson non fiammeggia più irregolare mentre il minorenne si allontana dal suo riparo gettando, definitivamente terrorizzato, il fucile sul bordo della strada dando la schiena ai fascisti e correndo rapido lungo la discesa ma per poco, perché un colpo di fucile disarticola la sua fuga prendendolo proprio al centro della schiena e solo allora Lampo vede Orso, una larga macchia rossa sulla fronte, e scatta in piedi dal suo riparo e corre diagonale sulla strada mentre i fascisti ricaricano e sparano senza fretta tirando a caso. Lampo prende di corsa la discesa 25


sorpassando il cartello di Salle mentre riesce a vedere distintamente l’effetto dei fili invisibili dei proiettili sulle cose avanti a lui e di lato, con la coda dell’occhio, scavalcando Orso fermo nella sua posizione come poco prima che il suo Thompson si fermasse definitivo, corre verso il fucile abbandonato del minorenne senza il nome di battaglia e si tuffa dritto nella scarpata sottostante senza neanche più sentire il rumore degli spari; rotola sulla schiena per quanti metri, venti? E mentre scende scomposto vede, per quella metà di giro in cui rivolge il viso alla strada sopra di sé, i fascisti tirare dall’alto, i loro lampi maligni dai fucili di precisione, di quelli col collimatore e il cannocchiale; un tonfo secco interrompe di colpo tutta la visione e Lampo si ritrova fermo e dolorante, lo sguardo al cielo disseminato di rami e foglie di faggio, alla base del pianoro. …Sente un forte dolore al fianco a causa della caduta piuttosto rovinosa, ma è vivo, decisamente; a differenza di pochi minuti prima non può distinguere le urla del tenente fascista che comandano di lanciare le bombe a mano che effettivamente esplodono a poca distanza. All’inizio concentra la sua attenzione sui bagliori che le bombe diffondono, non riesce a sentire il fragore immenso dell’esplosione, osservando come uno spettatore le schegge dei rami e di corteccia che volano in ogni direzione, poi a un tratto una scheggia si dirige verso di lui colpendolo di striscio e i rumori assordanti della guerra tornarono ad assediare la sua mente: il boato penetra dalle orecchie, dalla bocca; sale dallo stomaco, è dappertutto… e a quel punto i suoi pensieri diventano tutti per Claudia, che si trova a Decontra adesso; tutto il suo corpo decide di correre all’unisono verso lo scoscendimento e nulla ha più importanza: non la guerra, non i fascisti, non i partigiani, non i giorni e le notti passati sotto la pioggia, proteggendo la mezza sigaretta accesa con la mano, non le notti passate nascosti all’Eremo di S. Giovanni, aspettando l’alba per un attacco sulla piana soprastante, non la scodella di brodo consumata nelle giornate di vedetta, osservando gli scarponi rotti attaccati con lo spago. Cosicché corre Lampo, ricurvo nell’aperto del sottobosco senza avere cura del dolore alla testa, emicranico e solitario, corre anche quando le esplosioni di mortaio e di bombe a mano diventano ovattate e distanti, anche quando il battito del cuore si stampa in gola raggelante. Si ferma, alla fine, solo quando vede a un tratto il sole crepuscolare rosseggiare fra le colline, profeta di una notte fredda e rassicurante, mentre misura la sua paura dalle ferite alle gambe, alla spalla e al braccio, riportate nelle tante cadute tra le pietraie e i rovi, di cui però non ha mai avvertito il dolore. A quel punto considera la stanchezza e il sangue e l’abnorme debito di ossigeno con assoluta serietà, sedendosi e stringendo la pistola nella fondina con rabbia, mentre un brivido esasperato corre lento lungo la schiena e un tremore incessante lo coglie a partire dallo stomaco, diffondendosi come una vampata, su tutto il corpo, sulle gambe e le ginocchia, poi lungo le braccia, le mani e le dita infine, che non smettono di muoversi, involontariamente. Lampo rimane 26


fermo in quello stato per un tempo indefinito, poi lentamente si alza e fa dieci passi andando incontro ai tetti di Decontra.

Tre colpi rapidi, secchi: le nocche suonano vuote sulla porta difesa dall’ombra solida della sera che avanza rapida, subito dopo il tramonto. Claudia emerge da quell’ombra lasciandosi alle spalle una luce pallida: un camino acceso, il fuoco basso, tiepido. Neanche il tempo di cambiare espressione, Claudia tira Lampo dentro verso di sé, chiudendo la porta dopo aver guardato fuori, a destra e a sinistra lungo il vicolo scuro. «Sei pallido come un fantasma… siediti che ti preparo qualcosa da mangiare». Lampo osserva Claudia rimestare nella credenza, poi appoggia lo sten sul tavolo, esausto. Paradossi

Dimitri non può credere ai suoi occhi; e nemmeno io. Dalla coltre di nebbia che avvolge la vallata, sta emergendo la sagoma di un uomo armato, solitario. Solo la mattina precedente, il contadino che ci ha offerto rifugio nel casolare ci aveva avvertito che presto sarebbero arrivati quelli. «Tengono armi, camion. Almeno dieci camion. Stanno incazzati. Andate via da qui; quelli vi prendono e vi scannano». Piero ed io lo rassicurammo, avremmo fatto attenzione: «dai Antò, non ti sta’ a preoccupa’, del resto che ci può succedere qua sopra; siamo isolati dalla neve». E invece eccolo là un fascista. «Ivan, tu corri sul retro della casa: controlla se ne arrivano altri. Dimitri, fai il giro largo, prendi il Thompson e nasconditi nella boscaglia». Piero è nato cacciatore. E non si stupisce di nulla.

Ognuno ha le sue ragioni per prendere la via della montagna. Quelle di Piero stavano nell’aver perso tutto durante un rastrellamento dei tedeschi alla ricerca di un colpevole. Un’ora prima una bomba a mano aveva ucciso due dei loro e ora i crucchi erano in cerca di vendetta. Piero guardava tutta la scena senza poter fare nulla. Neanche un baratto li aveva convinti. «Sei troppo vecchio per essere un partizano! Allontanati!» gli dissero. Il tenente aveva fatto allineare venti persone a caso, fra uomini, ragazzi e anziani, poi disse: «Sappiamo che tra foi ci sono mempri delle bande partizane o persone 27


che le fiancheggiano! A noi non intheressare gli altri. Solo partizani che hanno tirato bomba a mano! Se qvalcuno di voi denuncia responsabili, avrà salfa la vita!». A un tratto, mentre il tedesco parlava, gli tornò alla mente il sorriso di Giulia, sua moglie, quando passavano intere giornate a fantasticare sul figlio che stavano aspettando. Lo chiameremo Marco e non si discute! Adorava Giulia quando si intestardiva. Giulia. Sua moglie. Giulia che sarebbe morta alcuni mesi dopo, a seguito delle complicazioni del parto. Piero non conosceva i responsabili dell’agguato ai crucchi e forse non li conoscevano neanche tutti gli altri. Per questo motivo nessuno rispose all’offerta di salvezza dell’ufficiale. Di fronte al silenzio immobile del paese, il tenente, poco più che un ragazzo e parecchio più giovane di molti uomini lì presenti, sembrò una statua ingabbiata in una divisa troppo stretta per lui; si irrigidì chiudendo per un attimo gli occhi azzurri, duri come la pietra e subito dopo fece allineare il suo plotone di esecuzione. Ordini in tedesco. Ordini di morte. «Lo afete foluto voi!». E a un cenno del braccio i venti civili allineati, caddero come sacchi sporchi. Marco cadde fra quelli, portandosi dietro i suoi quattordici anni e lo sguardo da bambino altero. Due giorni dopo, Piero abbandonò il paese e prese a camminare su un sentiero di montagna. Piero. Partigiano ormai vecchio, che ha imbracciato lo sten a trentasei anni.

Quando riemerge dai ricordi, Piero è già alle spalle del fascista senza sapere nemmeno come ci sia arrivato. Il croccare degli scarponi a un tratto si interrompe. Il fucile spianato ormai non serve più a niente. «Mani in alto!» urla Piero con tutto il fiato che ha in gola, «e butta via il fucile, senza voltarti! Ti faccio solo una domanda». «Guarda che io non c’entro niente, non mi hanno dato scelta». «Non mi interessa. Quanti ce ne sono dei tuoi là sotto?». «Ti prego non mi uccidere, mi hanno preso di notte, mi hanno trascinato in caserma e mi hanno detto che se non mi fossi arruolato volontario mi avrebbero scannato come un maiale! Prendetemi con voi, sarò il vostro prigioniero per uno scambio; nel frattempo farò tutto quello che mi direte. Incatenatemi, fatemi dormire al freddo, prendetevi il mio fucile». «Guarda che ho ancora un caricatore pieno!». Il fascista fa per girarsi, ma Piero gli punta lo sten sulla spalla: «Ti consiglio di non farlo. Ora lentamente, cammina. Muoviti verso il bosco». 28


I piedi affondano nella neve fino alle caviglie. I movimenti diventano goffi, affaticati. Il partigiano Piero prende cinque metri di distanza e abbassa lievemente lo sten. Arrivati al limitare del bosco il fascista si ferma, senza preavviso. «Non ti ho detto di fermarti, vai avanti». Un momento di esitazione. Un passo. Un altro. All’interno del bosco la neve si dirada; al croccare degli scarponi si sostituisce il rumore di rami secchi. A destra, in direzione sud-est, Dimitri osserva tutta la scena nascosto tra gli alberi, poco più in basso. «Ora girati». Ancora esitazione. «Girati ho detto!». Il fascista lentamente abbassa le mani, voltandosi. «Mi vuoi ammazzare, vero?». Nessuna risposta. «Partigiani di merda!». Da sotto il cappotto, spunta una luger, la canna ancora annegata fra la cinta e il pantalone. La raffica fa balzare indietro il fascista verso un’immobilità fatta di aghi di pino e neve fresca. La mano appena ravvicinata al calcio della pistola.

29


POESIE di Massimiliano Pricoco

A ME HA DATO CAPELLI DI MIELE

Più piccolo insetto d’un soffio sulle primissime pagine d’una poesia, ricordi di conchiglia addormentata puoi offrirti alle striature del sogno alle curve del mistero e della luce arresesi alla fantasia d’una melodia di salsedine, collante tra scienza e poesia.

La tua innocenza l’abbraccerà la morte ha già abbracciato un amore ma d’amore non riesce a scaldarsi; ed è anima della natura una sola essenza che ha il vuoto, conosci la lacrima dove ti perdi: passi, abbandono, quiete ed ignoto.

Nostra madre ha deciso, tocca a te essere ucciso dalla semplicità respirare tenere foglioline di menta prima di liberarti nella confusione dell’alfabeto; a me ha dato capelli di miele che colano su un volto d’addio, ed il solenne lievito di speranza ha da interrogarsi tra respiri d’acqua ad oltranza.

31


LE ANIME ARIDE CON UN POì DI VITA

In un trapezio di moquette gialla le foglie di fico d’India della preistoria segnata da un acquitrino che non ha spiegazioni circondato e che fluttua. Si condensano gli occhi fino a diventare pietre senza struttura molecolare e restano anime spogliate con in mostra la malattia, la miseria, la malinconia anime che si sfaldano negli immondezzai al sole. L’accortezza della verità delle parole mai dette portare alla luce le prime, l’altra ancora nell’ombra da dove fiorisce il silenzio in spine nate già secche. Negli incendi delle campagne e del cuore vengono carbonizzati volti, parole e la debita distanza su me e sanguina il mio risentimento, la mia pochezza ed aridità. L’alba ramifica tra le spaccature della morte io e questa terra abbiamo in comune l’essere barattati e scordati con facilità di morire nella scontrosa solitudine dei cardi mariani non siamo capaci di dare vita alla bellezza né alla poesia ci apparteniamo uno a perpetrare i sentimenti più torvi l’altra nel rasserenarsi nell’armonia della contraddizione quando da questa durezza adulta pietrificata ogni tanto gocciola un po’ di infanzia.

32


VETRO DI MURANO N°8

Due gravidanze del tempo come un “otto” traspaiono inconsapevoli addolcendo il mondo.

Una fiamma simmetrica tra preghiere di strada uno scivolare cieco della vita sulla vita

33


37


ADDIO di Alessandro Scuro Scorre nel tempo di un attimo il momento in cui ti accorgi che oramai tutto è perduto. L’istantanea coscienza dell’inevitabile lascia smarriti, senza parole, mentre la condanna è già eco che si spande flebile e incomprensibile nella stanza, chiaro e fragoroso all’udito. Chissà perché la realtà si palesa sempre in maniera così feroce, con tanta veemenza; immagino che sia questo il motivo per cui la vita trascorre in una disperata fuga da essa.

Addio mia adorata, è arrivato il momento, ti lascio andar via e proseguo da solo il mio destino. Dopotutto, per quanto dolorosi, sono i giorni come questo gli unici davvero memorabili, i bivi che decidono la nostra sorte, gli inizi di ogni salita che, raggiunto l’apice, rotolano rovinosamente nella discesa del prossimo abisso. L’attualità rende insopportabile il patimento; domani ha inizio una nuova vita, una vita senza te. Mi ripeto che non può essere, che da solo sono perduto, che il futuro mi spaventa, che le forze mi mancano per dover ricominciare tutto da capo, di nuovo. Non sono ancora crisi isteriche o pianti, panico e urla improvvise, ma solo un senso di malinconia, apatica assenza che per ora mi impedisce di reagire, in attesa di una soluzione che il cielo non conosce. E pensare che per te, pur di non farti andar via, ho rinunciato a ogni cosa: ho smesso di fumare, di frequentare il bar e uscire con gli amici; ho smesso di viaggiare, e persino di mangiare. Sì, sì, lo so che per te non fa differenza, che cosa ti può importare, imperturbabile, inanimata. Con il senno di poi, sacrifici sprecati, che non sono valsi a farti restare. Nessuna illusione. Sapevo che questo momento sarebbe arrivato, lo sapevo fin da quando ti ho vista per la prima volta. Eravate tante quel giorno, sgargianti nei vostri colori, con tagli accattivanti e varietà di proporzioni. Siamo usciti tutti insieme allora, ma di giorno in giorno le altre fuggivano; ne arrivavano di nuove, ma scappavano in fretta. E così alla fine siamo rimasti soli, io e te, vuoi per scelta o perché il fato lo ha deciso. Avrei potuto dedicare a loro questi pensieri, ma è con te che ho passato la maggior parte del tempo e, se con tutte le altre ho sognato, solo con te ho vissuto davvero. Al momento mi riesce difficile crederlo, ma se il cuore rattrappisce al pensarti già lontana, mentre altre mani ormai ti accarezzano, la ragione e l’esperienza spiegano che ogni addio conduce all’alba di un nuovo incontro. Altre come te arriveranno per fuggire prima o poi. Immagino che un giorno, inaspettata, un’altra arriverà a occupare il posto che è stato tuo e allora mi dimenticherò di te. Ma per il momento la mia fantasia fatica a decollare: la statistica conferma l’ipotesi, ma la matematica non può prevedere quel giorno, mentre un’angosciosa idea ripete ossessivamente che 36


potrebbe anche non arrivare, né domani né mai.

Ma ora basta, è il momento di riguadagnare le nostre libertà: tu, dopo questa prigionia, riprenderai i tuoi giri, passerai di mano in mano, continuando a fuggire da chi proverà ancora a tenerti per sé; io, io ti dimenticherò, mi guarderò attorno, alla ricerca di una sostituta. Mi reinventerò, stupirò me stesso per trovarla, nella speranza di vederla apparire a ogni angolo di strada, trasalendo a ogni telefonata o ogni qualvolta sentirò pronunciare il mio nome, e finalmente un giorno mi ritroverò di nuovo qui a dedicarle parole dello stesso tenore, chino sul banco di un bar con un bicchiere tra le mani. Permettimi di bagnare questo addio con un brindisi solitario al domani, che ci si possa rincontrare, che ci si possa riconoscere e si possano passare ancora altri momenti felici insieme.

Beh, è giunto il momento di pagare. Addio mia adorata, addio ultima banconota mia.

37


CROSSING OVER di Joe Kowalski «Che pinga ti batte in testa!». «Vai a spasso. Camina. Cambia strada vecchio péto. Nessuno ti vuole a ronzare intorno». La casbah nata dall’ex cartiera si risvegliò, vespaio negligente nel giorno del giudizio universale. Rischiarata dai lampeggianti e dardi infuocati. La fitta barriera d’acqua strabordava portandosi al guinzaglio i rifiuti. Sbrecciando come un martinetto lo spesso pavimento di cemento. Poco più sotto corrodeva gli argini del fiume in piena. Lamberto il sertanista divideva il pericolante sottoscala con Youssef che, nel dormiveglia, alzò i tacchi ai primi bagliori. Bagnato e ghiacciato nella centri-fuga bolgia disperata il sertanista sentì le vuote urla di Haydee, la femmina cubana, dal naso incollato alle guance per le botte subite in passato. «Cos’è una lectio magistralis, per insegnarmi a vivere... Cholo di qua non schiodo. Venga la fine del mondo. Voy a morir aquí! Strangolata, poi accoltellata. Haydee aveva sbagliato nome godendo sotto le mache mazzate della pinga del Loco latino sul lurido pagliericcio. Lamberto coinvolto nella colluttazione. I vani sforzi di Haydee stranita nel lutulento suolo ignuda. Non una goccia di sangue a disvelarne il delitto. Cholo aveva portato un fendente al ventre dell’ex attivista dei diritti civili. «Sai che paura vecchio barbudo». Lo guardò accasciarsi. Indossato il serpente piumato, ovvero un sacco di tela juta, rockrollava attraverso la breccia, via di fuga, nel muro di cinta della cittadella. A ruota lo seguiva Dudes. Entrambi pusher. Il sertanista, l’ex uomo d’avventura dagli occhi buoni, lo vide sparire. Cholo: sagoma nera contro la barriera d’acqua e vento, ingigantito sullo schermo dai bagliori delle scariche elettriche. Un diavolo oltre il muro divelto. Un gigantesco mantello lo ricopriva dominando gli elementi. Un fuggi fuggi. Luci contro il plumbeo cielo in movimento. Le sirene, i fari, occhi di bue, sulla scena del CRIMINE. I bulldozer militari demolivano la spessa cinta muraria, seguiti dai blindati che proteggevano i poliziotti antisommossa con le armi scariche, a pallettoni di gomma. L’ordine perentorio del prefetto “no sangue no cry”. Che fosse da giovane un fervido sostenitore del Jamaica Club era risaputo nell’ambiente. Figlio del democristiano Cacciaguida, il giovane radical chic, Enrico, Chicco, passò anni a cannare nei mari del sud piuttosto che a pianificare la futura carriera politica scartando la volontà del padre, indagato per frode, emerito e religioso agli arresti domiciliari. Lamberto l’ex pioniere esalò l’ultimo respiro, un rantolo roko pregava il suo Dio 39


Pan. “Morire, ma uccidere mai”. La cubana morta fu derubata al volo dall’amica del cuore Manola, la troia gentile e mano lesta. Pronta a saltar il fossato dell’antico maniero. Lola, la strafica sdentata, lasciò dietro di sé il carrello di stracci investito dalla baracca di eternit schiacciata dal pilone dell’ex cartiera, effetto domino. Maciullate parte delle baracche. Occupate in massa e col vento in poppa della perestrojka dai clandestini che cercavano di aggrapparsi alle poche cose. In primis l’artiglieria. Brancò per le spalle latin Loco, intento a foderarsi le tasche, e si ritrovò stesa a terra con una coltellata al ventre. Altro cadavere sul campo. Il pulotto Camacici, un ragazzoto di fresca nomina, appostato dentro la police-car mirava col binocolo a infrarossi. Protetto dall’elmetto in kevlar subiva l’attacco sotto l’ala protettiva dell’agente Sprizzo... Raffiche di sassi rumoreggiavano sulle fila d’elmetti e scudi lucenti che, nel nubifragio, marciavano a passo dell’oca. La stessa bufera ne sembrava impaurita chetando l’estrinseca furia come un mar rosso al passaggio del profeta. La feccia schizzava fuori. Scarafaggi molestati di sotto al pagliericcio sbattuto, sparando all’impazzata col deterrente che il luogo dava in dotazione. Irriducibili gangster piantati nella posa, film anni quaranta, sulle gambe massicce, impugnavano relitti di A-kappa. I più scaltri si facevano scudo degli ultimi schiavi arrivati, buttandoli in pasto alla squadra d’assalto. Raggiunti dalla foga di Marius Ghiru, ex primatista dell’Ancien Régime, Loco y Dudes portavano legati al tronco, cicisbeo stratificato d’abiti, i proventi DELLO SPACCIO e i panetti d’hashish. Attraversato il varco sul lato nord si intubarono due metri sotto il filo della terra, che finiva di un centinaio oltre le truppe sulla riva del fiume, dove l’industria del pesce d’acqua dolce, appostava i barconi remiganti. «Mira en el cielo» disse Cholo, col sangue delle vittime stillante dalle mani, rapito dalla sfera infuocata che si stagliava immota sopra le loro teste. ALL’ALBA AVVISTATE LUCI NEL CIELO. PALLE DI FUOCO VERDI... Vecchio péto, le scarpe legate ai piedi con lo scotch, se la squagliava pulito attraverso il lasciapassare dei poliziotti che posizione su posizione avevano transennato l’area coi rotoli di serpentina metallica. Avanzava claudicante, le mani in alto, nel corridoio d’elmetti con le armi spianate. Giaculava: «NON È UN UFFICIO PER VECCHI, TROPPE SCALE...». Da anni andava ripetendolo. Aveva a suo dire mandato in malora la semplice e morigerata vita. Vecchio péto credette di lavorare fino ai settanta nel comodo ufficio senza ascensore. Il governo della ripristinata efficienza, della legalità, della meritocrazia ritenne giusto che non fosse più necessario e lo licenziò insieme ad altri lavativi dal nano Fabioco per non approntare il montacarichi umano. Chi non rende si dimetta o lo dimettiamo. Pensione al cinquanta per cento, scatolone assicurato. Tre anni aveva dormito in macchina, ma poi divenne un lusso pure quella grazie al proprio parentado. 40


Vecchio péto leggeva ogni santa mattina i giornalini che quattro disoccupati, a duecento ero al mese, piazzati agli angoli delle strade, distribuivano. Morti di fame, schiavi suoi simili. Da mesi le autorità cittadine, per la montante presenza di malavitosi clandestini, parlavano dell’imminente blitz ZT nella cittadella della prostituzione & droga. E intanto gruppi di rom pareva godessero delle case del comune. Insediati a pioggia nel territorio delle sette province. Un poliziotto tirò a sé vecchio péto per il bavero, indicandogli, con un laido sorriso sulla sprezzante voce, il ristoro nell’automezzo blindato alla fine del tubo umano.

Al via dello sgombero un fosco cielo aveva bloccato al suolo la caligine facendone una spessa coperta. Le ruspe dopo la raccolta dei cadaveri cominciarono a spianare ciò che restava della cittadella. L’ottocentesca cartiera vanto della città che diede lavoro a migliaia di operai. COSA VOLEVANO? «A branco qualcosa» disse, in faccia al poliziotto Cacazzo, vecchio péto. Augustin Popo conosceva bene vecchio péto nativo della contrada all’Olmo. Ospitato in casa dal vecchio ancora sposato con Diana e felice di far fronte a l’eterno saliscendi nell’ufficio centrale in corso Garibaldi. Lavorava ai piani alti. In bocca il refrain: NON È UN UFFICIO PER VECCHI... non sapendo che la cruda realtà in agguato avrebbe preso il sopravvento. Allora, caduto inesorabilmente e senza deroghe in disgrazia, più volte Augustin ricambiò l’aiutò scontrandosi con le verdi ronde territoriali nelle fredde Kristallnacht. Gridavano all’extra accendendo roghi ovunque, scaraventando una notte, l’ex péto governativo, a terra per non bruciarlo vivo sotto le pregne di benzina pagine dei giornali e della pubblicità. All’alba l’opportuno buonismo scardinava l’animo sanguinario della notte e gli extra-schiavi, poveri diavoli senza permesso, incatenati nei cantieri delle grandi città del nord in combutta con la fuorviante politica del “migliore vince” e dell’efficienza a qualunque costo, sgobbavano quindici ore al giorno a prezzi di saldo. «Ladro sia chi ladro non si fa pigghiare. Evviva!!!» gridavano. «Fuoco al barbone. Evviva le panchine di ferro antibivacco». Ma vecchio scorreggione niente sapeva nella notte dei fuochi. Mica era un delatore, dopo una dormita all’addiaccio sotto il ponte della ferrovia... e così, come altri suoi paria, gironzava intorno alle macerie fumanti alla ricerca di qualcosa da intascare. Gli occhi a terra, smarriti dell’antica e gioviale dritta postura. L’impietoso uragano e la furia delle armi. Macerie piantonate dai militari in asseto di guerra. Cinque cadaveri, di cui tre carbonizzati, messi in conto ai giudici sul tavolo dell’obitorio. La città frastorna, falsa della retorica del primo cittadino e del prefetto di ferro. 41


Balotina tirò un calcio oltre la siepe e la palla finì a fiume. Raccolse un ritaglio, strappato da una patinata rivista, dello o’ mito suo, come lo canzonava vecchio péto, Del Pietro morto da mesi in un incidente stradale, carbonizzando se stesso e cinque vecchi rincoglioniti. A fatica lesse le parole a caratteri cubitali: ANCHE LA MORTE DI UN MITO VIENE CONSUMATA NELLA PROGRAMMAZIONE TIVU’ di UN SOLO GIORNO DI TRASMISSIONE... Strappò via la carta dalle frastagliate parole, scritte a caratteri minuscoli. Lo ripiegò con dolcezza e se lo mise in tasca, ignaro del significato. Dei fagotti galleggiavano sul pelo d’acqua corrente. Balotina ci tirò le sassate. Richiuse la patta del braghino corto, stretto sulle cosciotte, e si dette una strofinata alle mani. S’impigliarono nella c’aiga più oltre la cascatella. Qualcuno che s’era appartato, minuti dopo, gridò alla vista della carne umana. Balotina sfotteva vecchio péto, fantasma che sbucava dal nulla. Quando mai dava peso ai discorsi del vecchio filosofo. Balotina ne aveva dodici di anni. Tu c ‘ai la foto dello o’ mito tuo appiccicata al muro. E chillo se ne frega. Manco te conosce, che se ‘ttraversi la strada te passa pure sopra. Vorrai mica consumi l’ì freni per una nullità come a ’ttia... O’ mito dell’ebbrezza e della velocità futurista. Chillo è venuto buono. Colli stracci addosso e si pavoneggia alla fotti o’ fesso. Ma morto chi se lo fotte ‘cchiù!». «Sì, sì, va ben» rispondeva il ragazzino. Eccolo il senso di ciò che fatalmente sentenziava il cinico giornalista a piè della patinata immagine dello o’ mito suo, ma Balotina forse l’avrebbe capito più avanti il senso profondo. È che il ragazzino pieno di vita, padre operaio, e madre puttana a domicilio, ancora per la testa ci aveva che Santa Lucia fosse una paciosa vecchietta, se facevi il bravo... Anacronistico ma favoloso pei tempi, per uno di prima media. In quel mentre all’altro capo della città, nel quartiere Papalla, la scialba Benny ritirò schifata la mano dallo schienone rubato all’agricoltura di Easy Rider, il biker d’acqua dolce. Sfoderò una smorfia disgustosa increspando le guance adombrate di peluria e stucco. Chiappe molli Benny, vecchia zitella, si fotteva i giovani motociclisti del Young Bar, alla stregua delle consorelle più giovani e toniche, giubbate di pelle e tatuate ovunque, pronte a perpetrare omicidi a go-go. Per quanto fosse una bella donna la fedifraga vedova lasciò l’amante Sammi Cream, facebook tag, all’irraggiungibile punto nero sul legittimo schienone portatore di no bionic ma normal arm, mentre al Circolo 1° Maggio si celebrava la sagra del maiaron coi crismi dell’antica festa delle remote genti padane. Sammi Cream non poteva mancare dopo una ruspante grattata sullo spigolo di marmetto... «Capo, ci penso io» disse Carmelo caga-in-braghe, l’operaio cassaintegrato tutto fare. Il camaleontico ZELIG che si trasformava assumendo l’idioma dell’interlocutore. Il gestore del Circolo, Salbego, di nome e di fatto, scattò su come il citrato: «Cìama Balotina a darte ‘na man...» gli urlò dietro, uscendo e scotendo il testone pelato, dalla cucina. 42


«Garrincha, zùghito ancora?!». (Balotina fece la faccia. Non aveva ancora capito Caga-in-braghe che no gli piaceva Garrincha, che il suo mito era Del Pietro). «Impàrati da quello Balotina. L’è un bel cìaparli... Tien fermo. Fàme inciodar le asse. Te vò magnar dopo, laòra!!! Vuoi fare la fìne di vecchio péto?». Al Circolo da giorni nessuno scherzava più sulla macabra ironia dell’Erasmo anche se... Giorni prima nel quartiere Sgambarla, le case popolari lì avanti, sull’ansa del fiumiciattolo, li sentivano da tempo a litigare padre e figlio. L’Erasmo ci doveva suonare la fisarmonica alla sagra col gruppo dei Beoti Franchi. Un furioso litigio per la TV. Il figlio demente, latente parricida, incollato all’idiozie del grande fratello. Guai a emetter un fiato. La madre morta di crepacuore. Non era dunque il figlio stanco di quelle porcate? Delitti in tivù, delitti in tivù, ma con la testa non ci stava più... pensava l’Erasmo assillandolo di trovarsi un lavoro o fuori di casa. Il Mauri non aveva fatto oltre la cinquantina di kilometri quando lo fermarono, il furbetto, troppa l’insicurezza alla guida e la fonte di quell’allegria? e la patente? e quelle due valige stipate di jeans e felpe roba di Kappa che ci facevano? Emulava forse la breve fuga all’estero degli assassini del Tomi Parallelo suo amico? Reo confesso davanti ‘o bellu ccafè, senza l’ingombrante Cafiero Pasquale, brigadiero del carcere di Poggioreale. «Oggi san di buono. Morti! Morti freschi! Morti freschi di giornata! L’è morta a novanta, la gha la foto de quando la gavea vent’anni». Forse un modo per esorcizzare gli amici scomparsi, si scompisciavano dalle risate l’Erasmo e il Salbego. Ma che puzza faceva, fatto a pezzi, prima di raccattarlo dal bidone del verde nascosto in cantina dal ventenne parricida. «Viveva da solo col giovane figlio ubriacone ma quando mai...?!». Il Salbego mise il testone fra le mani. MAGICAL MYSTERY TOUR, qualcuno insinuava nella congrega dei vèci. Quasi meritasse la morte violenta... Biker d’acqua dolce inchiodò sulla gìara, alzando un polverone. L’harley da quaranta mila $. «Born to be alive...». «Bornnn... ‘sto cazzo! Parla come mangi...» sparò Zelig. Soka Raider, eroe per un giorno, salvò un anziano ribelle dal tentativo di suicidio nel Mincio. PRESO A PUGNI L’EROE AGLI OCCHI DELLA CRONACA. «Soka fatti lì cazzi tuoi!». «Chi t’ha detto di impicciarti? T’ha chiesto qualcosa? Stai a casa tua...». Ragionava così Carmelo Caga-in-braghe. I suicidi bisognava lasciargli morire. 43


Cinque disgraziati morti, due omicidi sicuri. Accertate le modalità. Il medico legale ritiene che le cause non siano da imputarsi allo scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Le sferiche pareti di calcestruzzo dei piloni della stazione tappezzate di volantini: IL BIONDO O IL MORO, GIOVANI E DISOCCUPATI. Un allegro modo per pagarsi gli studi. Tempi moderni. Esplode la palazzina al mercato dell’OLMO sulla bianca scia dei Tornado. Coincidentia oppositorum: L’inflazione scende del 1,4%. Riparte la crescita con Crescina. Vendute a Maggio solo 10 scatole di Ru486. Casimiro Speranza unico sopravvissuto all’esplosione della palazzina. Incredibilmente la profezia s’avverava. Ti pareva una di quelle performance della combriccola dadaista/surrealista. Catatonico sul cesso in alto, cuspide di macerie, traguardo sulla piramide di ricordi frantumati. Culo sporco di… Merde! Alla francese. Defecò trenta ovuli di coca, un gallinaceo tirato pel collo, giusto nelle mani dei pompieri saliti in vetta. Pancia vuota e le scarpe piene... L’IMBECCATA DEI CUGINI DELLA VITTIMA RAGGIRATA. L’INCREDIBILE RACCONTO DEL PUSHER COLPEVOLE, riportava il gazzettino fra le cento conturbanti notizie di nera. ...sulla strada dell’Olmo non vi era mai pace. Durante la notte Attila flagellum Dei e Augustin Popo (l’amico di vecchio péto) complice barbaro, ubriachi spolpi riservarono un fracco di botte al vecchio per il fatto di dormire sulla loro panchina. Il giudice li lascia in cella in base al cosiddetto pericolo di reiterazione. Marius Ghiru in coda alla fuga, a nuoto avevano, nella notte dei fuochi attraccato allo zatterone della fabbrica del pesce. Scivolarono lungo il fiume nascosti sotto lo zatterone. All’alba la via di fuga nelle campagne circostanti solo due avevano riguadagnato la riva Mrius Ghiru era stato trascinato via nelle acque torbide dalla corrente. Dudes e Cholo dopo aver rubato un’auto filarono a tutta birra verso la bassa.

44


POESIE di Guido Mazzolini

MALEDETTO POETA

Maledetto poeta cantileni di stomaco e mani senza alcuna ragione apparente o mandato divino salmodiando di mente e coltello assecondi la voce come crampo veloce di corsa sigillando la borsa del cuore con fermagli di rame ossidato mentre lasci un sospiro sorvolare i tuoi occhi d’aedo. Sei bagliore accecato di lampo una serpe che striscia sul ramo serri il cappio alla gola singhiozzando metafore oscure, saponata la corda che scorre e annaspare di piedi nell’aria mentre scalci parola incompresa come spina di cardo alle reni. Il silenzio non toglie la fame non paga la gioia di essere istante di un povero tempo, così ti trastulli di rogna e inventi parole già scritte che sono frammenti di un’eco, schegge di semplice vetro da tempo già infranto. Tu, la pozza più scura che riflette l’inganno del buio sei menzogna di nulla un tamburo di pioggia sfondato. 45


Tu, sciacallo che raspa carcasse di sogni ricercando parole e silenzi che sappiano scuotere il cielo mentre frughi piegato nel marcio raffermo del mondo quasi sempre sicuro di trovare un bagliore di luce.

46


GRADUALE

Non ho parole da cantare, musa del malamore tu non odi il suono di questo Graduale antico. Come uomo d’avventura ho traversato la luce tua verso una stanza scura e ho sollevato un velo di mestizia mentre temevo una penombra buona. Sono colmi gli occhi della notte pieni di buio, maliziosi sogni grandi farfalle colorate e vinte che stancamente frullano le ali. Aperti sono i cieli di risposte che non udiamo più, così deride l’ambigua percezione del presente il camminare sghembo del domani. Avvolta di timore, solitudine arriva e mi sorprende, non indugia nemmeno un solo attimo sul mento ma entra prepotente fra le labbra lasciando un ghigno breve d’amarezza e di possesso, come un’ambizione. Mi stendo tra le ombre di velluto senza rimorsi o pentimenti tristi, adesso avrei bisogno solamente di paradisi troppo a lungo visti e di riavere quello che ho perduto per un momento solo, poi più niente. 47


LA MIA PAROLA È CHIODO

Mentre nasce il desiderio esplicito che squilla la luce d’alba all’orizzonte invoca un tiepido stupore come scintilla nella notte di vita un bisogno rinnovato e chiama sconosciute voci nel trafugare rapido e sottile. Io vesto la mia nave di colorate vele con essa sfiderò tempeste a petto nudo invincibili marosi finché qualcuno sarà porto e mi ripaghi di un approdo certo che io possa narrargli di terre sconosciute di gigli e sangue cieli ed aquiloni. Il canto mio non è che questa commistione di segrete passioni, di turbini violenti che innalzano torri sbilenche su macerie d’oro e mi divorano gli occhi come un ricordo vivido. La voce stride, si contorce contraffatta dal bisogno è di me l’ombra allungata, la mano che rapina l’orizzonte. Colorati arcobaleni implodono una sola meraviglia e tracciano la strada del ritorno, perciò la mia parola è chiodo acuminato essa trafigge una colomba morta è cibo che non sfama ferma pozza d’acqua nel deserto è un urlo di dolore e rabbia un gemito notturno lontanissimo d’amore e di dolcezza. 48


L’ABAT-JOUR DI PLASTICA di Claudia Cautillo In realtà nella vita non esistono cose piccole o grandi. Tutte le cose possiedono pari valore e pari misura.

Oscar Wilde “De Profundis”

Pioveva da tutta la settimana ma finalmente tra i palazzi dietro la finestra della mia camera s’era visto un po’ di sole; era ancora solo una macchia tonda, imprecisa e pallida, come un buco nel cielo che si fosse aperto all’improvviso, con un aspetto scialbo di alone o di garza, un qualcosa insomma di debole, di poroso e trasparente, eppure si faceva sempre più spazio in mezzo alla noia compatta di tutto quel grigio uniforme di nuvole fredde e ispessite. Era un sole come un vuoto sottilissimo e quasi opalescente, però già così sicuro di sé da lasciar filtrare un calore nuovo, maculato di celeste e di luce. L’inizio della primavera. E adesso, dopo la pioggia pesante degli ultimi giorni, cadeva giù un’acquetta fina fina, rada, tiepida e appiccicosa, che batteva obliqua sui vetri e li sporcava di sabbia. Io, a pancia in giù sul letto, i gomiti sul cuscino e il mento tra le mani, guardavo i fili bianchi di quel sole sfrangiato apparire e scomparire, ancora opachi e indistinti, tra tutti gli aghi duri e lucidi dell’acqua e intanto pensavo e ripensavo alla festa. Davvero avevo una gran voglia d’andarci. Mi sembrava addirittura di non aver mai, mai voluto niente così tanto in tutta la vita. Una grande casa luccicante anzi immensa e giardino e piscina e tanta gente... Sì, ma se poi mi buttano in acqua? Rimmell waterproof per forza, che non cola e poi lo smalto rosso nuovo e... Stavolta basta: tacchi alti. Chi se ne frega se mamma non vuole a Luciano piacciono casomai esco di casa con le scarpe basse, sì sì faccio così e poi alla festa me le cambio è bello, bello, bello! Ti amo non penso che a te certo prima mi lavo i capelli shampoo alla mela verde ti viene voglia di mordermi Luciano, Luciano, Luciano ti amo, fa rima. E la maionese fa venire i brufoli però c’è Clerasil ma le cosce non dovrebbero toccarsi se non c’è vuoto in mezzo sei sovrappeso e a lui no, solo ragazze sportive e ma... Ma all’improvviso sento lo scatto secco delle chiavi che girano nella toppa, mi alzo di colpo dal letto. È tornata mamma dall’ufficio, mi batte forte il cuore; come glielo dico della festa? Devo, devo andarci. La sento togliersi le scarpe e intanto mi 51


chiama con una voce brusca; è di cattivo umore e tutta fradicia. Maledetta pioggia. Mi chiede di aprirle l’ombrello nel bagno piccolo così si asciuga; mentre lo faccio però cadono delle gocce sul marmo tirato a cera del corridoio: «E non far colare l’ombrello, ma sta’ un po’ attenta!». Basta niente, lo so, che si irrita, mamma è così. Non so da dove cominciare. Questa non è una festa di pomeriggio, stavolta è di notte, è una festa vera ma io devo andarci assolutamente, sento che se non ci vado muoio, impazzisco, mi sparo. Ma lei quasi non mi ascolta, starnutisce sotto la doccia calda e il vapore appanna lo specchio del bagno, chissà che faccia ho adesso? Risponde calma calma eppure è seccata, non riesce a capire perché poi mi agito tanto. «Ma non lo so, è di sera tardi... Ma perché non la fate di pomeriggio? E poi chi ti riaccompagna dopo? Senti, guarda... Chiedilo a papà». La voce è decisa, non vuole responsabilità ho capito già che se ci vado o no, alla festa, dipende da lui e non da lei. Non serve insistere, me l’aspettavo. Allora torno nella mia stanza, mi siedo di nuovo sul letto con le ginocchia strette al petto e mentre mi dondolo su e giù penso a come fare per riuscire a convincere mio padre a darmi il permesso quando stasera tornerà a casa. Continua a spiovere lentamente. Al di là della finestra, tra il celeste e il grigio, la macchia lattigginosa è già diventata più grande. È un sole scolorito e fragile ma dolce, che lascia cadere i suoi raggi sulle cose come fossero gocce. Non volevo, allora, che quella festa. Era, nella mia fantasia, una specie di verifica. Sì, una prova quasi d’iniziazione e io ci credevo superstiziosamente e con slancio, proprio nello stesso modo fiducioso e incosciente con cui soltanto pochi anni prima avevo creduto a Babbo Natale e che adesso era lì per me. C’era perché io la superassi, perché potessi credermi in diritto ormai di appartenere anch’io al mondo luccicante, perverso e non per tutti – e che ancora guardavo come attraverso il vetro di un acquario – il mondo senza timidezze, vivo e veloce, dei ragazzi con i capelli lunghi e i motorini, dei profumi forti che lasciano la scia e delle sigarette non più di nascosto, dei viaggi in campeggio, dei jeans strappati, di tutta quella folla confusa di ombre – sogni, desideri, emozioni – di cui Luciano era per me l’incarnazione più perfetta e intensa e che io credevo la vita. Oggi mi chiedo però come mai tra tutti i momenti della mia adolescenza proprio questo non si diluisce ancora nella massa sonnolenta e inoffensiva dei vecchi ricordi. Perché, anche se ero convinta che quella festa avrebbe cambiato addirittura il corso della mia esistenza, certamente non è stata invece più importante di tante e tante altre esperienze di quegli anni che nella mia vita di adulta hanno poi avuto conseguenze molto più grandi, che certo mentre le vivevo non potevo immaginare né, se pure me lo avessero detto, sarei mai stata in grado di prevedere. Si crede magari che certe cose abbiano chissà che peso sul nostro futuro perché in quel momento 52


per noi sono tutto, mentre al contrario non si calcolano gli effetti e la portata di altre solo perché le giudichiamo insignificanti. Ma non siamo noi a decidere dell’importanza delle cose. E per questa festa è stato così. Eppure se per caso, come oggi, passando tra i banchi di Porta Portese vedo una vecchia abat-jour di plastica a forma di tucano, uguale a quella che avevo un tempo nella mia stanza di bambina e che accesi la sera in cui chiesi a mio padre il permesso di andare a quella festa, dopo averlo aspettato impaziente per ore, cercando un modo per convincerlo mentre, sdraiata sul letto, guardavo l’ultima pioggia dell’inverno al di là della finestra, e che illuminò la sua faccia non tesa e decisa a dirmi di no, come temevo io, che credevo anzi di dover lottare chissà quanto per strappargli quel sì che desideravo così intensamente, ma al contrario con mia grande sorpresa ben disposta, divertita quasi dalla mia apprensione e pronta ad accontentarmi, allora non so perché ma mi sembra di risentire ancora i piccoli rumori secchi della pioggia sottile che quel giorno cadeva obliqua sui vetri e li sporcava di sabbia, e ritrovo la sensazione delle mie dita che premono l’interruttore e l’emozione che provavo, così determinata a convincerlo, e che andò via via smontandosi quasi con delusione – tant’era inaspettata per me la reazione di mio padre – non appena il fascio della luce gialla colorò la stanza in penombra e il suo viso accondiscendente cominciò a parlarmi. E così, sono andata a quella festa. Il tempo continuava a migliorare, ormai non pioveva quasi più. C’era un vento tiepido e vaporoso che si muoveva tra le cose con una leggerezza da velo di sposa, e mi riempiva di un’eccitazione spensierata e impaziente. La primavera c’era, si sentiva dappertutto, il sole era sempre più grande e più caldo e io contavo le ore che restavano al momento in cui sarei passata per il cancello di quella villa e avrei visto Luciano, lui mi avrebbe detto che mi amava e poi tutti lo avrebbero saputo. Non avevo pensieri logici ma solo emozioni. Lo sognavo quando dormivo e quando ero sveglia ed erano mesi, ormai, che passavo tutti i giorni e più volte davanti a casa sua nella speranza di vederlo o anche soltanto di calpestare quel marciapiede su cui anche lui camminava, di guardare intorno le stesse cose che anche lui normalmente vedeva, e sempre nell’avvicinarmi al muro di cinta di quel grande giardino cominciavo a sentirmi debole e un languore un po’ triste mi intorpidiva le ginocchia, mentre i sensi acuiti dal desiderio coloravano la strada ondeggiante sotto i miei passi e tutt’intorno a me con una lucentezza così vivida da darmi le vertigini. Quando per caso c’incontravamo e scambiavamo qualche parola quasi non l’ascoltavo, perché per me la sua voce era così bella e la sua presenza invadeva talmente tutto lo spazio intorno, che me ne sentivo piena al punto di non poter assorbire di più, come una spugna troppo gonfia d’acqua non può contenerne altra. Io traboccavo. Il giorno che mi aveva invitato alla festa nella sua villa ci eravamo dati anche un 53


bacio sulle labbra. Pioveva impercettibilmente ma in maniera continua, ed eravamo bagnati. Nell’attimo in cui, chiudendo gli occhi, lui abbassò lentamente il viso sul mio e sentii il contatto della sua bocca e della pelle umida di pioggia, la consapevolezza in tutta la sua intensità di quell’emozione così violenta e inaspettata che mi precipitava addosso m’impedì, mentre rispondevo al bacio, di avere una reazione. Sorrisi un po’ stupidamente, ricordo, e non lo abbracciai come lui tentò di fare con me. Ma tornando a casa le sensazioni cristallizzate piano piano si sciolsero, e una stanchezza dolce e sconosciuta mi fece piangere. La sera della festa mi sentivo leggera come un palloncino. Erano ore che mi preparavo provando e riprovando vestiti, e doccia e shampoo e unghie e tutta una serie di cose. Proprio allora aveva smesso definitivamente di piovere, e anche se ormai era quasi buio si riuscivano ancora a vedere i colori madreperlati dell’arcobaleno che andavano sbiadendo lentamente, risucchiati dai primi lampioni accesi. La giornata era stata celeste anche tra le gocce sottilissime di un’ultima pioggia rada rada, e un sole di vetro abbagliante era esploso sulla città in infinite schegge di luce: la primavera era arrivata di colpo. Ricordo che uscendo di casa l’emozione mi faceva tremare leggermente le gambe, e che guardando le prime rondini mi ero chiesta se anche Luciano era felice come me. La villa era tutta illuminata, e nel buio del giardino che brillava dei tanti occhi delle fiaccole accese posate sull’erba, il tremolio celeste della piscina era appena appena più increspato da un vento leggerissimo, come un impercettibile soffio sull’acqua. Quando sono entrata ho avuto l’impressione che tutti mi guardassero. Il cuore ha preso a battere così velocemente che sono rimasta seduta per qualche minuto sulla prima poltrona che ho visto e intanto mi chiedevo se si vedeva che ero imbarazzata, ma nessuno ci ha fatto caso. Dopo un po’ mi sono sentita più calma, allora mi sono alzata e piano piano ho cominciato a chiacchierare con quelli che conoscevo, però non ho avuto il coraggio di ballare come gli altri. Per darmi un contegno me ne stavo appiccicata al buffet, continuando ad avere le mani occupate da bicchieri di coca-cola e patatine. Intorno c’era gente che faceva casino e si divertiva. Una ragazza con un vestito rosso a un certo punto si è tolta le scarpe e ha cominciato a ballare, da sola, proprio al centro del salone. Dalla consolle il dj le diceva delle cose a voce alta, al microfono, così che tutti potevano sentire le battute sui suoi piedi scalzi e sulle gambe bianche, che apparivano e scomparivano sotto la gonna lunga che la ragazza muoveva su e giù mentre continuava a ballare e rideva con la testa rovesciata all’indietro. Io guardavo tutto senza vedere niente perché continuavo a cercare solo Luciano. Così, quando meno me l’aspettavo, finalmente l’ho visto. 54


Veniva verso di me con l’aria sicura e sorridente che aveva sempre, e allora non so come ma mi sono mossa per andargli incontro e tutta la sala mi sembrava si fosse all’improvviso fermata. Neanche la ragazza scalza col vestito rosso ballava più. L’ho baciato su una guancia, gli ho fatto gli auguri e poi ci siamo detti ancora qualche altra cosa ma dopo si è avvicinata della gente che ha cominciato a parlargli, così sono tornata a sedere da sola in un angolo, col cuore che mi scoppiava. Sentivo soltanto distrattamente la musica e quando qualcuno è riuscito a convincermi a ballare un lento con lui ho accettato, ridendo, senza neanche pensarci e senza ascoltare cosa diceva. Dopo un po’ che ballavo mi è venuto in mente all’improvviso che non avevo ancora dato il mio regalo a Luciano. Mi sono fermata di colpo, ho lasciato in mezzo al salone il ragazzo che mi ci aveva trascinato e sono andata a prendere il pacchetto azzurro nella tasca del giaccone. Nella confusione della festa però, non riuscivo più a trovare Luciano. Non lo vedevo da nessuna parte. Girando col mio pacchetto in mano mi sentivo ridicola e goffa, così per calmare l’imbarazzo che mi si era appiccicato addosso come una mosca sono uscita un momento in giardino. Lì c’era silenzio, l’aria era fresca e profumata e mi sono sentita di nuovo bene. Mi sono seduta sul dondolo vicino alla piscina lasciandomi andare mollemente sui grossi cuscini. Poi ho alzato gli occhi e davanti a me, così d’improvviso, l’ho visto. Era poco più in là, in piedi sotto un grande albero che il vento faceva frusciare. Era abbracciato alla ragazza scalza col vestito rosso e la baciava forte sulla bocca. Sono tornata dentro. Il tipo che avevo mollato in mezzo alla pista mi stava cercando per offrirmi la pizza calda appena uscita e mi veniva incontro sorridendo. Avevano smesso i lenti, il volume adesso era altissimo e quando uno parlava non si capiva niente. Io ho ripensato a quanto intensamente avevo voluto essere lì, soltanto pochi giorni prima, quando ancora pioveva e la primavera sembrava non dovesse arrivare mai e avevo chiesto il permesso con tanta ansia prima a mamma e poi a papà, a quello che credevo avrebbe significato la festa per me e a tutta la paura che avevo avuto, quell’ultimo giorno d’inverno con la pioggia che sporcava i vetri di sabbia, prima che accendessi la luce gialla dell’abat-jour sul comodino della mia camera, che mio padre potesse dirmi di no, e allora ho sentito gli occhi pungermi di lacrime e l’angoscia e la vergogna di non riuscire a fermarle.

55


PARESTESIA di Alessandro Maria Artistico «Come glielo devo dire, io sono morto». «Sì, nel senso che è morto dentro». «No, anche fuori». «…». «Sono giorni che non mangio». «Inappetenza, anoressia, disturbi psicosomatici». «Non dormo dalla scorsa settimana». «È un sintomo del tutto normale in casi patologici di depressione. Le prescrivo dei farmaci». «Le mie funzioni fisiologiche sono nulle». «Aurorix, Marplan e Zolofit» senza togliere gli occhi dalla cartella medica «Dottore, guardi» si mise seduto. Lottò un po’ con la tasca profonda del pantalone e, alla fine, estrasse un paio di cesoie da giardino. «Che cosa vuole fare? Infermiera! ». «Le provo la mia morte. Oh, mi scusi eh, vi ho detto che arrivo, finisco e vado a fare il mio dovere, eddai ragazzi su. Però che belli che sono non trova?». «Senta, qualunque cosa voglia fare, ci ripensi. Le credo, le metta via». «Stia tranquillo e si goda lo spettacolo». «No, non faccia così. Questo è un effetto tipico della sua condizione». «SILENZIO». Si alzò per controllare qualcosa alla finestra. La aprì di scatto, guardò a destra e poi a sinistra. «Per favore, si rimetta sul lettino e si calmi». «Sa, mi stanno aspettando però, mi hanno dato la possibilità di salvare ancora qualcuno prima di essere scortato dal Grande Capo. Dicono che me la sono cavata piuttosto bene». «…». «Dove eravamo rimasti? Ah sì». La presa salda, la mano ferma. Aprì le forbici e per un attimo, sembrò di vedere le fauci spalancate di un grosso uccello preistorico avventarsi sulle dita della mano sinistra. Un sospiro. Un altro po’ di pressione piegando il corpo verso il centro. «Ci sono quasi. Ampf». «LEI HA LA SINDROME DI COTARD, NON PUÒ SENTIRE IL DOLORE, MI CAPISCE?». «Ahrrrgh». «È UNA MALATTIA, SI PUÒ CURARE!». 56


«Ahh». Plic. Violacee e luride, teneva nella mano destra più dita del normale. La mano sinistra come un guanto da barbone. «Infermiera! INFERMIERA!». «Tranquillo, gliel’ho detto, non sento dolore. Sono morto. Ora però vado, devo fare un’ultima cosa». Detto ciò saltò giù dalla finestra. Il dottore lo vide mentre, ancora zoppicante, girava l’angolo.

57


COSE di Pietropaolo Morrone La mano cieca accarezza la preziosa ceramica. «Cos’è?» mi chiese. «Un raffinato posacenere» risposi. Le dita disegnano cerchi infiniti, gelidi, solitari, seguono microrilievi di fiori dipinti: si aggrovigliano e ammatassano, si addensano, svanendo nel cratere centrale. Tra pennacchi di fumi maleodoranti, i mozziconi e le ceneri vi affonderebbero… sì, vi affonderebbero, lo farebbero davvero, se solo lo fosse, un posacenere… ma non è che una sputacchiera schifosa: tra i grovigli di fiori dipinti scorrevano lenti rivoli catarrosi, vischiosi, filanti di ignoti nobili d’altri tempi. L’ho venduta a un grasso riccone: «è un raffinato posacenere» gli dissi. Secondo voi l’avrebbe comprata sapendo che un tempo colava di sputi?

Quante cose, nascoste, sepolte in soffitte dimenticate da Dio e che nessuno degli uomini di oggi indovinerebbe il senso e lo scopo, portano impronte invisibili di uomini di cui nessuno conosce più il nome. Quanti uomini, giorno per giorno, consumarono il fuoco di Prometeo per cose che oggi nessuno riconosce, per cose che oggi non hanno uno scopo. A che è valso lo sforzo e i sudori che per giorni infiniti ed uguali annaffiarono la terra mai sazia? Forse non hanno senso per noi ma per loro l’avevano. 59


I fiori dipinti con cura, carezzati da sputi, i gesti lenti, infiniti, le carezze sulla materia inerte, molle, amorfa, ripetute giorno per giorno, come riti di arcane sapienze, inaccessibili per noi piccoli infanti, un senso l’avevano eccome, ma ditemi voi: gli affari nostri, le macchie nervose su questo pezzo di carta, hanno un senso maggiore?

60


OLTRE IL LIMITE di Guido de Eccher «Vorrei vivere al limite, oltre il limite» le dissi improvvisamente, senza sapere bene che cosa volessi intendere con quelle parole. «Al limite di che?» mi chiese Angela distrattamente. Era nuda, distesa ai miei piedi, la schiena appoggiata al divano, le gambe che si allungavano sul tappeto. I raggi del sole calante entravano dalle persiane abbassate e si posavano sulla sua pelle tracciando strisce rossastre. Sorseggiava un bicchiere di birra con aria sognante. Avevamo fatto l’amore sul divano, poi, mentre mi rimettevo le mutande e i calzoni, si era lasciata scivolare giù e si era versata nel bicchiere il resto della birra. Doveva essere ormai calda e svampita, dopo esser rimasta sul tavolino per una buona mezz’ora. «Ti ho chiesto: al limite di che cosa?» ripeté Angela stancamente. «Si può sapere che cosa vuoi dire?». «Al limite di tutto, oltre il limite di tutto» risposi in modo sibillino. «Vai a quel paese! Ti decidi a parlar chiaro? Sono stufa dei tuoi indovinelli!». Aveva ragione: erano giorni che mi frullava per il capo un pensiero indefinito, che era una specie d’indovinello anche per me. Alle sei, dopo il lavoro, l’avevo chiamata con il cellulare e le avevo detto: «Vorrei fare l’amore con te. Ti va?». Lei mi aveva risposto risentita. «Dopo che non sei venuto a due appuntamenti? Dopo che mi hai fatto capire che non t’interessavo?». «Sì. Dopo tutto questo e anche altro, che non immagini!». «Che cosa vuoi dire? Che cosa mi devo immaginare?». Non le avevo spiegato quello che neppure io sapevo. Mi riferivo in modo vago alle fantasie su di lei che mi avevano accompagnato da quando l’avevo incontrata per caso, lungo la strada molto frequentata che percorrevo a piedi ogni mattina per recarmi al lavoro. Camminava davanti a me con un passo che mi era subito parso eccitante. L’avevo raggiunta, l’avevo seguita a lungo, ipnotizzato dal movimento del suo bacino, che mi sembrava si muovesse in quel modo apposta perché la seguissi. Quel bacino largo, quella schiena sottile, flessibile, quelle gambe lunghe e muscolose, quelle braccia scoperte, i lunghi capelli scuri ondeggianti... Avevo superato il palazzo dove lavoravo e intanto pensavo: «Ora si volta e magari è orrenda, magari ha una voglia di lampone sulla faccia, grande come una mano». Invece, quando si fermò per guardare una vetrina, potei osservare il suo profilo: più che bello, era eccitante come il suo corpo. Poteva avere ventidue anni, al massimo venticinque. Aveva la pelle bianchissima, il naso diritto su una bocca grande, car63


nosa. Si volse e il suo sguardo passò su di me di sfuggita: occhi grandi e luminosi, chiari, e un viso che definii splendente. Ma non mi guardò. O almeno così mi parve. Mi sembrò di essere un fantasma. Riprese a camminare veloce, conducendomi verso la parte vecchia della città, finché, dopo aver girato in uno stretto vicolo, si volse di colpo e, dopo avermi squadrato per qualche secondo, mi disse: «Allora? Non si è ancora stancato di seguirmi? Che cavolo vuole?». Non seppi cosa rispondere e rimasi incantato a guardarla, perché ora la vedevo bene anche davanti, dopo averla osservata a lungo da dietro. Pensai che davanti fosse quasi meglio che dietro. «Volevo conoscerla» dissi soltanto. «Cos’è che le è piaciuto, il mio culo, le mie gambe, cosa?» disse in modo sprezzante. «È sua abitudine seguire le ragazze? Ho sempre detestato le persone che ti si appiccicano dietro. Cosa pensava, che le sarei caduta tra le braccia appena mi avesse rivolto la parola?». Cominciai a vergognarmi un po’. Intanto però notai che mi stava considerando con uno sguardo valutativo. Pensai che il suo tono sprezzante e aggressivo fosse solo una forma di difesa e questo m’incoraggiò un poco. «Non ho pensato niente. Mi sei piaciuta appena ti ho vista e ti ho seguita. Tutto qui». «Quanti anni hai?» mi chiese, passando anche lei al tu, dopo avermi squadrato ancora per un po’. «Trentacinque» mentii. In realtà ne avevo più di quaranta. «Secondo me ne hai qualcuno di più. Non ti vergogni?». «Non sei mica una quindicenne» protestai. Si mise a ridere. «Hai ragione, ho vent’anni». «Anche tu ne hai qualcuno di più». La ragazza uscì dal vicolo e riprese a camminare lungo la via principale. Procedeva lentamente, ora, ed io mi misi al suo fianco. «Dove andiamo?» le chiesi. «Dove vado, vuoi dire!». Non insistetti e continuai a camminarle vicino. Sembrava ignorarmi. «Sediamoci un momento» le dissi dopo un po’. «Ho sete, beviamo qualcosa». Mi seguì fino a un tavolino all’aperto di un bar. Ordinai due birre, che bevemmo in silenzio. «Tu devi essere un rompicoglioni maschilista» disse infine posando il bicchiere. «Lo dici perché mi piacciono le belle ragazze?». «No, non per quello. Per la tua aria troppo sicura di te, per la tua faccia dalla ma64


scella larga, con tutta quella barba che devi rasare due volte al giorno...». «E tu sei una studentella saccente, che crede di essere miss universo». «Hai ragione per la seconda cosa che hai detto; per la prima hai torto. Non sono una studentella, come dici tu. Faccio la modella e penso di non essere niente male». «La modella? Che tipo di modella?» le chiesi adocchiando le sue cosce muscolose, le braccia ben tornite: non era per nulla filiforme. «Non ho detto indossatrice, ho detto modella» precisò lei, che aveva colto il mio sguardo. «Ah!» dissi. La mia fantasia galoppava. Pensai a dei calendari, a delle foto di nudo per qualche rivista per soli uomini. «Sì» disse lei, «sono il tipo di modella cui stai pensando in questo momento. E tu, che fai nella vita?». «Impiegato amministrativo». «Te la passi bene?». «Così così. Non mi lamento». «Sei sposato, convivi, come sei messo?». «No, sono single. E tu?». «Vivo con i miei. Mi vedo con un tale, uno sposato». «E come mai?». «Come mai cosa?» disse stizzita. «Come mai ti sei messa con uno sposato». «Capita, sai? Non è poi così strano». «Ti ha detto che sta per separarsi e che tra poco verrà a vivere con te?». Lei mi guardò, seria. «E se l’avesse detto? Anche questo ti sembra strano?». «No, no: è un classico!». «Insomma pensi che mi stia prendendo in giro». Cominciò a dirmi di tutto, accusandomi di essere cinico e di volerle rovinare la giornata. Andò avanti per un pezzo. Quel giorno ci separammo davanti al portone del mio ufficio. Avevo telefonato che mi ero sentito male e che sarei arrivato in ritardo. Prima di lasciare il bar avevamo preso due toast e il caffè. Nella luce fortissima della tarda mattinata estiva, davanti a quel portone di legno scuro, opaco e segnato dal tempo, a quel palazzo che odiavo per doverci passare le mie giornate, le chiesi finalmente come si chiamasse. «Angela» rispose, «e tu?». «Giacomo Freddi». Ci scambiammo i numeri di telefono. La guardai che si allontanava con quella sua camminata, che pareva un discorso aperto, eloquente, rivolto a chi fosse in grado 65


di capirlo. Pensavo di essere tra quelli che lo capivano. Fu lei a chiamarmi, due giorni dopo. Non me l’aspettavo. «Hai voglia che ci vediamo? Sono a due passi da te». Ero appena uscito dall’ufficio. Le dissi che ne avevo voglia. In realtà ero abbastanza perplesso e non ero sicuro di volerlo davvero. «C’è un bar a duecento metri dal tuo ufficio, sulla destra. Aspettami là» disse senza lasciarmi il tempo di riflettere. Raggiunsi il bar e rimasi ad aspettarla davanti all’ingresso. Pochi minuti dopo la vidi arrivare a lunghi passi, alta, disinvolta sui tacchi di almeno dieci centimetri. Mi venne in mente una cosa che avevo letto qualche giorno prima su una rivista, mentre ero nella sala d’aspetto del dentista. Diceva che le donne che hanno orgasmi vaginali non hanno i muscoli pelvici bloccati e che per questo la loro camminata è naturale, con movimenti spontanei e armonici di gambe e bacino. Ecco cos’era che mi aveva indotto a seguirla, quella mattina, la promessa di amplessi gioiosi e soddisfacenti per entrambi. Ora ne avevo la conferma. In fondo, la bianchezza della pelle levigata, la lucentezza dei lunghi capelli bruni, il colore particolare dei suoi occhi chiari, scintillanti, non erano che il corollario di un richiamo primordiale, istintivo. Quando fu seduta accanto a me, mi venne spontaneo chiederle, come se continuassi un discorso che invece era solo nella mia mente: «Ma tu, perché l’altro giorno sei venuta al bar con me? Non eri arrabbiata perché ti avevo seguito? Perché mi hai dato il tuo numero?». «Ho un debole per gli uomini un po’ più vecchi di me e che hanno certe caratteristiche: la faccia in un certo modo, la voce in un certo modo e poi come si muovono, eccetera» disse Angela, con la massima naturalezza. Una cosa che mi attirava di lei era che andava subito al sodo. «Ho capito, ti ha attirato quell’eccetera. E lui com’è?». «Lui è diverso. Certe caratteristiche le ha, altre invece no. Ha quasi vent’anni di più, è sul genere intellettuale. È uno che si fa scrupolo su tutto, che si fa problemi per tutto...». «Tranne sedurre una ragazza che ha vent’anni di meno e fare le corna alla moglie... magari ha anche dei bambini». «Sì, ne ha due. Ma che c’entra? Lui mi ama e presto staremo insieme». «Perché mi hai chiamato?» le chiesi, cercando di cambiare discorso. «Te l’ho detto: mi piaci. Questo è il motivo». «E lui?». «Lui è un’altra cosa. Io lo amo, mentre tu mi piaci, e questo è tutto». Non ribattei. Pareva molto interessata a tutto quello che ero e che facevo e mi tempestò di domande. Ci lasciammo con l’impegno di uscire a cena due giorni dopo. Quel sabato però non ero convinto di volerla vedere, così le mandai un messaggio 66


dicendole che era sopraggiunto un contrattempo e che non potevo venire all’appuntamento. Lei mi chiamò poco dopo e dovetti inventare una scusa plausibile: mia madre si era sentita male ed io ero all’ospedale che la assistevo. Lei non disse nulla, ma ebbi il sospetto che non mi credesse. Ci rivedemmo la settimana successiva, di giovedì. Fu ancora lei a chiamarmi. Ci trovammo nel bar della volta precedente. «Mi è dispiaciuto che tu non sia potuto venire, sabato scorso. Come sta tua madre?» mi chiese con un vago sorriso. «Meglio, però ha sempre bisogno di assistenza e sono l’unica persona che possa starle vicino. È vedova ed io sono figlio unico: non ha che me». «Vuoi dire che anche sabato non se ne fa nulla?». «Non so ancora. Ti darò conferma sabato mattina». Credei di capire che non era sicura che le dicessi delle bugie. D’altra parte non aveva modo di controllare se quello che le dicevo era vero e forse preferiva darmi ancora credito. La mia perplessità, invece, era che non mi andava che ci fosse un altro e che per di più fosse sposato. Speravo che non si facesse più sentire. Di conseguenza, la mattina del sabato, quando mi chiamò, le dissi molto sbrigativamente che quella sera non ero libero. Lei chiuse la comunicazione con un laconico «Va bene». Fu dalla mattina successiva che cominciò a ronzarmi per la mente il pensiero di voler vivere al limite, anzi, oltre il limite. Quel pensiero mi accompagnò per tutta la giornata, durante le lunghe ore di lavoro e poi quando uscii dall’ufficio. Finii per convincermi che era stata Angela a ispirarmi quell’idea, ma ancora non mi era del tutto chiaro il nesso con lei. Quella sera non telefonai a nessuno e decisi di cenare a casa. Volevo riflettere. Angela mi aveva stuzzicato fin da quando l’avevo vista la prima volta, ma poi mi aveva eccitato quella sua voglia di me che le era presa, quella sua insistenza a voler uscire con uno scopo che mi pareva scontato. Era lei che viveva al limite, forse oltre il limite, mentre io mi sentivo tremendamente non all’altezza. Ma come fare per esserlo? Avrei voluto provarci, dopo aver trascorso quarant’anni nella più piatta normalità, ma la realtà che mi stava intorno era del tutto inferiore alla mia voglia di trasgressione. Le mie storie di amore e di sesso non avevano nulla a che vedere con quello che Angela evocava nella mia mente. Quella sera decisi che volevo Angela e che trasgredire significava proprio andar contro la mia normalità. Il giorno dopo, uscito dall’ufficio, la chiamai e le chiesi se aveva voglia di fare l’amore. Ho già detto quale fu la sua risposta, ma un’ora dopo Angela suonava il campanello di casa mia. La sentii salire le scale di corsa. La precedetti, aprendole la porta prima che suonasse una seconda volta. 67


Entrò come una furia: era arrabbiata nera. «Così pensi di essere tanto affascinante da potermi chiamare per una scopata come una squillo, dopo avermi preso in giro per quasi due settimane?». «No, non credo di essere tanto affascinante» le risposi. «Però sei qui. Avresti potuto darmela buca tu, questa volta». Si sedette sul divano e mi chiese una birra fresca. La giornata era calda e lei era tutta sudata. Andai in cucina e presi due birre dal frigo e due bicchieri. Posai il tutto sul tavolino del salotto. Poi mi sedetti accanto a lei. Le versai la birra e le dissi di berla piano, perché era molto fredda. «Allora» mi disse un po’ raddolcita, dopo aver mandato giù mezzo bicchiere, «mi spieghi perché mi hai chiamato? Cos’è questa smania improvvisa che ti è presa di voler fare l’amore con me?». «Che c’è di strano? Mi sei piaciuta subito, fin da quando ti ho seguita quel giorno. In mezzo c’è stato il contrattempo di mia madre...». «Raccontala a un’altra! Pensi che ti creda?». «Fa’ come vuoi». Le misi un braccio intorno alle spalle, la attirai verso di me. La baciai, per la prima volta, e poi lei si sciolse. Mi mise una mano sotto la camicia e cominciò a respirare in modo affrettato. Compresi che era venuta proprio per fare l’amore, nonostante tutto. Dovevo saperlo, ormai, Angela era fatta così, almeno con me: mi diceva di tutto, però poi dimostrava nei fatti che ci teneva. La cosa mi era incomprensibile. Io invece l’avevo chiamata per verificare se fosse vero che le donne che camminano in un certo modo sono più portate all’orgasmo vaginale. In internet avevo scoperto l’esistenza di un’altra scuola di pensiero, secondo la quale le donne con tale propensione hanno una camminata più controllata per mascherare l’estro legato alla fertilità e per riservare la propria disponibilità solo al partner abituale, mentre quelle che ancheggiano più liberamente lo fanno quando non sono fertili e indirizzano il loro richiamo erga omnes. Mentre le toglievo la gonna corta, mi ricordai che, sempre secondo quello che avevo letto, la camminata doveva essere osservata senza tacchi, che la falsano, mentre Angela portava sempre scarpe con tacchi vertiginosi, tanto da sovrastarmi di una mezza spanna. «Ora si vedrà» dissi tra me. Andò che Angela non ebbe alcun orgasmo, perché non gliene detti il tempo: fui io ad averne uno un po’ troppo presto! Sicché quel giorno rimasi con quella curiosità senza poterla soddisfare. «Non te la prendere» mi disse con filosofia, «la prima volta è sempre così». Scese dal divano, si allungò sul tappeto, e finì la birra. Fu allora che le dissi quella stronzata di voler vivere al limite e anche oltre. 68


GLI AUTORI

ALESSANDRO MARIA ARTISTICO, venticinquenne laureato in lingue, ormai saturo di lavoretti per servire chi “si sente in dovere di guardarti male solo perché tu mangi se loro mangiano” o di sciropparsi “professori che si credono qualcuno perché la mattina tra un caffè e il puzzo degli aliti da cardigan e biblioteca disquisiscono sulla glittica dell’impero sasanide”. Quando era sul punto di scoppiare, la decisione: meglio sfogarsi spappolando la tastiera del pc per digitopressione (shiatsu).

WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere elettronico ma ha vagheggiato lauree in filosofia e psicologia, poiché è rimasto legato sia alla giovinezza (studi classici), che alla speculazione tecnica della maturità professionale (cognitive computing). Si è di recente cimentato in un “saggio caotico” a metà strada tra il filosofico e lo scritto antropologico-culturale.

GIOVANNI BUZI è nato nel 1961 a Vignanello (VT). Diplomatosi a Roma all’Accademia di Belle Arti, soggiorna due anni a Parigi, dove entra a far parte degli artisti della galleria d’arte “Haut Pavé”. Torna a Roma e si laurea nel 1991 in “Arte Contemporanea”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo i romanzi Faemines (Libreria Croce, 1999), La signora dalla maschera d’oro (Il Foglio, 2009) e la raccolta di novelle Alchimie d’amore e di morte (Tabula Fati, 2007). È scomparso nel 2010 a seguito di un tumore. Maggiori informazioni sul sito http://giovannibuzi.net.

CLAUDIA CAUTILLO è nata nel 1967 a Roma. Laureata in Lettere con specializzazione in Storia e Critica del Cinema, è sceneggiatrice e autrice televisiva. Esperienze di critico, giornalista ed Editor presso riviste e case di produzione cinematografiche, ha poi esteso la sua attività al campo della comunicazione in qualità di Copywriter e Brand Strategist.

ANDREA CORONA è laureato in Filosofia presso l’Università di Napoli “L’Orientale”. Socio benemerito dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, collabora con la casa editrice Orientexpress. È autore di un saggio in volume sulla semiotica del gesto nel gioco e nello sport (Giochi ringhistici, Kimerik, 2009) e di vari saggi brevi, pubblicati nelle riviste Filosofi per caso e Lab/Or, su Milan Kundera, Samuel Beckett, Victor Hugo e Saul Bellow. Scrive inoltre sul web articoli di estetica e di ermeneutica per il sito Arteggiando e recensioni letterarie per i siti Racconto Postmoderno, Scribere Artem, Sognando Leggendo e Temperamente.

GUIDO DE ECCHER è nato nel 1946 in Trentino e vive a Padova con la moglie Franca. Si è laureato in Lettere nel 1972 e ha insegnato nella scuola media fino al 1986, per poi assumere il ruolo di dirigente scolastico fino al 2008, anno della pensione. Ha due figli e tre nipotini. Inizia a dedicarsi alla scrittura nei primi anni settanta, ma solo dopo la pensione a tempo pieno. Finora ha pubblicato tre romanzi: Il Nuovo Sistema (Runa editrice, Padova,


2012), A che ora finisci? e La geografia del cielo (Faligi editore, Aosta, 2013). In uscita nel 2014 il romanzo noir La luce oltre l’orizzonte e la raccolta di racconti Storie di ordinaria violenza.

JOE KOWALSKI si diletta a scrivere da un po’ di anni. Ne ha 54, vive a Verona e fa il geometra. In particolare scrive racconti, alcuni dei quali sono stati pubblicati su giornali locali. È alla continua ricerca di luoghi dove proporre i suoi scritti.

GUIDO MAZZOLINI è nato nel 1967 a Cremona. Poeta e musicista, ha studiato presso il Conservato-rio “G. Nicolini” di Piacenza. Attualmente svolge attività di insegnante e musicista. Ha pubblicato le sillogi poetiche L’Attimo e l’Essenza (Arduino Sacco Editore, 2011), Tutto ciò che posso dire (Sangel Edi-zioni, 2011) e Suoni (Edizioni Progetto Cultura, 2012), e le opere narrative Diario di bordo (Vanilla, 2011), Il passo del gambero (MJM Editore, 2011) e Giuda (La Torre Libri, 2012).

PIETROPAOLO MORRONE nasce a Cosenza 13.700.001.976 anni dopo il Big Bang. Sin da bambino ha mostrato un particolare talento verso la ricerca delle attività meno redditizie possibili: la contemplazione mistica, la lettura, lo studio, la musica e infine la scrittura. Laureato in ingegneria meccanica, persiste, ormai da anni, a lavorare nell’ambito della ricerca scientifica universitaria, nonostante non abbia ancora, in tale percorso di ricerca, trovato un centesimo. Oltre ad essere autore di numerose pubblicazioni scientifiche, suoi racconti sono apparsi nelle antologie La valigia esplosa e La città invisibile (Coessenza). È ancora vivo. MASSIMILIANO PRICOCO è nato nel 1979 ad Augusta (SR). Sue poesie sono state pubblicate nell’antologia Poeti e poesia (2010), nella raccolta di aforismi Il viaggio è nella testa (2013) e sull’Agenda letteraria Opposto.net (2012, 2013, 2014).

ATTILIO SCATAMACCHIA è nato nel 1973 a Torino e vive con la moglie e i due figli in una città della costa abruzzese, in provincia di Pescara. Ingegnere, libero professionista nel settore della termotecnica, scrive più o meno da sempre. Ha esordito sul precedente numero di Alibi.

ALESSANDRO SCURO è nato a Genova. Laureato in Comunicazione Interculturale con una tesi su Paco Ibáñez e la canzone di protesta spagnola durante il franchismo, si è specializzato in traduzione editoriale dal francese e dallo spagnolo, tentando di portare alla luce opere e autori poco conosciuti o totalmente inediti in Italia. Cura la rubrica “A fior di tempo” sulla rivista indipendente El Aleph di Milano. Ha pubblicato una traduzione dei Proverbios y cantares di Antonio Machado (Aracne editrice, 2012).


Rivista Alibi - Numero 4  

ll numero 4 della Rivista Alibi contiene le opere dei seguenti autori: Giovanni Buzi, Andrea Corona, Walter Ausiello, Attilio Scatamacchia,...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you