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Anno V - Numero 16 (Gennaio/Marzo 2017)


Curatore Ciro Maiello

Progetto grafico della copertina Vincenzo D’Urso

Hanno collaborato a questo numero: Francesca Murtas, Ludovico Polidattilo, Walter Ausiello, Attilio Scatamacchia, Salvatore D’Antoni, Emilia Filocamo, Davide Rissone, Simone Carucci, Pietropaolo Morrone, Fabio Macellari, Carmen Franzese, Adielle, Franco Giordano, Francesco Dolcemascolo.

La proprietà intellettuale di tutte le opere qui presentate resta agli autori.

Le illustrazioni di questo numero sono di Mattia Riami (www.mattiariami.com)


LIMBO di Francesca Murtas «Una cosa terribile» dice. Siamo sdraiati sul manico di una teiera. «Ma lei che dice?» chiedo. Una teiera arancio scuro, per essere precisi. Guardiamo il cielo. Lui fuma, a tiri di pipa, una coda di gatto. Io faccio bolle di legno cogli occhi, che a una a una rotolano via. Schiocca le dita. «Scudisciate di Vienna» dice. Che bello che è. È innamorato di una fioraia. Io di un vecchio molo, ma ogni volta che c’è in giro odore di vernice, mi prendo una cotta anche per lui. Un tasso suona il violino. «Che giorno era?» chiedo. Produce note strofinandosi l’archetto sui baffi, per essere precisi. In realtà voleva mangiarselo, ma non riesce a infilarselo in bocca tutto intero. «Coi calzini bucati sulla punta delle dita» dice. Un altro frigorifero precipita dal cielo schiantandosi sotto di noi con un fracasso assordante, che sento a stento la musica. Sdrasbraaam. Sulla pianura. Lui è biondo, quasi arrabbiato. Morde la pipa, che indispettita prende fuoco, annerendolo tutto. Annuisce serio, le chiede scusa. Ma niente, starnazza e saltella via. Lui mi prende la mano, se la porta alle labbra; mordicchia nervosamente il polso. «Ti hanno venduto della neve?» chiedo. Il mio polso, per essere precisi. «Soltan-nnnto a passo di m-mmh-arcia» dice. «Di che colore?». «Marm-mmh-o di seta». «Hai mai visto l’India?». «La radio s’è rotta». «Posso sfiorarti il collo?». «Ho il n-nnnaso chiuso». Ho la pelle scura, ma c’è una donna in lingerie dentro di me che è pazza di lui. Mi cresce un diario sotto la giacca, lo prendo con l’altra mano, do un’occhiata. È imbarazzantissimo, lo getto via, e colpisco per sbaglio lo zio Luigi [che era giù a far incetta di motori di frigo]. Lo colpisco sulla testa, per essere precisi (zio Luigi). E lui si strappa una manciata di barba (zio Luigi).

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Scoppia a ridere, ricoprendosi di lussuria fritta (zio Luigi). E fiorisce come un cactus (zio Luigi). Sdrasbraaam. Altro frigorifero, pieno di ratti a pois. (Lui sta tornando bambino, si riducono anche i denti, ancora conficcati nel mio polso sanguinante). «Ma tua madre ha pianto?» chiedo. «Balbuzie della n-nnnotte» dice. (Lentamente. Ora avrà sì e no sedici anni). D’improvviso si alza a sedere, portandosi in bocca la mia mano staccata. Si stiracchia. Lui è cieco, ma quando avrà tre anni gli guariranno gli occhi. Ooh, sarà ancora più bello! Io non ci sarò. Lo amo troppo, mi sto trasformando in una pozza di sedimento scuro, di panna calda. «Potresti implodere quando diventa maggio?» chiedo. Silenzio. Silenzio. «Una cosa terribile» dice. Sono scarnificato fino al vetro. Scarnificato fino al vetro delle costole, per essere precisi.

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COLEI CHE ABITA LA CLESSIDRA di Ludovico Polidattilo Sappiate che l’attesa è sete di colei che abita la clessidra. Di lei che nella clessidra nacque di profilo. Di lei che la clessidra seppe arredare. Di lei che nella clessidra nuota verticale. Di lei che dalla clessidra mai uscì sino a questa sera. Chiedo il permesso di innamorarmi di lei. Il vetro della clessidra rifrange la voce poiché il vetro della clessidra è materia tecnica maschile. Il vetro viene creato nell’opificio crudele. Il vetro non viene mai amato dall’artefice. Pur aborrendo la retorica ella concede il permesso di innamorarmi di lei. Lo dice ma non lo sento. Quindi, sino alla fine di questo testo, non lo saprò. L’enigma è come abbia saputo rispondere a una domanda che a sua volta non ha udito. È seduta sul fluido che trasla da una camera all’altra della clessidra. Il cui livello scema gradualmente decretando il trascorrere del tempo e della vita. Il fango nella clessidra è composizione ottenuta da tre elementi. Il primo elemento è la polvere uscita dai camini di tutti i campi di sterminio del Novecento. Il secondo elemento è le lacrime di tutti gli amanti che hanno pianto attendendo una telefonata durante la porzione di Novecento in cui la telefonia era disponibile e diffusa. Il terzo elemento è il piscio di Colei che abita la clessidra. Non potendo pisciare fuori ella ci piscia dentro. Ella piscia dentro la clessidra per tutto il Novecento. Un secolo che sa ricorrere nel testo come pochi altri. Allora tutto si amalgama e impasta. Di qui il fango nella clessidra. Degli stili di nuoto esibiti da colei che abita la clessidra tratteranno le rubriche sportive dei principali libri sacri. Ciò che a noi importa è rilevare la sua nudità e l’avvenenza progressiva. I due motivi che mi siedono di fronte alla clessidra a contemplarne contenuto e implicazioni. Quando ella appoggia la mano sul vetro io premo la mano sul vetro e ritengo ciò un segno che significa e dice. Per questo inizio ad amare. Mi giustifico innanzi a me stesso e alle autorità competenti rispetto al mio avere iniziato ad amare. So che iniziare ad amare comporta conseguenze. So che l’effetto domino sugli edifici del centro direzionale farà vittime e numerose tali. Ma ho iniziato ad amare da una mano premuta sul vetro oltre la quale apparve colei che abita la clessidra. Ha un libro tra le mani. Sul frontespizio reca “Registro degli accadimenti rilevati dall’inizio del Novecento alla fine del Novecento”. Ogni pagina è un manoscritto di

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uno dei geni, dei potenti, delle vittime, degli irrilevanti e dei tiranni del Novecento. Ogni testo è autentico e autografo. La collezione è quasi completa. Manca un esoterista tradizionalista di destra, un luminare di una farmacologia risolutiva e poco altro. Fu il nonno a donarle quei fogli e le parole che ospitano. Esce dalla clessidra ma non può. Una volta fuori potrebbe dire tutto ma non dice nulla. Ha compreso che l’amo e sa come sfruttare la circostanza. Mi saluta allontanandosi. La saluto dall’interno della clessidra. E nuoto e muoio e piango e piscio, da questo disperato istante, anch’io.

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POESIE di Walter Ausiello VARIETÀ DIFFERENZIALI

Equidistanti le nostalgie dileggiano i drammi privati delle nostre ere. I nostri giurassici i nostri cambriani in rianimazione buonista come aggressivi tiranni dimenano le code squamate sui polveroni e sui fiori del deserto. Dunque i mostri escono dai loro antri di argilla e laterizi senza il pudore caro alle tenebre mentre l’afflizione del pianto si fa opprimente. Hanno l’arroganza della fiamma e come spire di tepore irrompono sui favi e sui nidi. Quando le belve riposano il baricentro del regno dell’essere – e suonano melensi gli archetti dell’avremmo potuto – è un’utopia di paura solida, lucido e folle indeformato come il mozzo del carro che ha perso le ruote nella mota, colpito senza ferocia dai coni di pioggia.

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SORDIDUS EX UMERIS NODO DEPENDET AMICTUS Il crepuscolo brucia le are dell’ipocrisia, bianche, lattescenti in un incendio rassegnato e mite. Le macine fanno ombra alle fosse: i simulacri della giustizia degli Dei litigiosi. I reticoli delle sopravvivenze si estesero sull’indolente dondolio delle stagioni pacificando i rimorsi. Stanno barando: nel mare senza squame, tra gli arti senza coscienza, tra le contumelie del caro nocchiere, tra gli scanni sverniciati ed erosi. Sulle foglie già estinte si concede un pizzicato lieve la sinfonia d’autunno.

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SQUILIBRIO

Il baricentro – penitente purpureo aureo segno – cercò l’impiego, la posizione intrauterina – il conosco me stesso e me stesso amo in centro – senza l’obesità del rimorso. Intanto le contraddizioni si fronteggiano: la lana e la seta, il saltimbanco e il sultano, la notte trasfigurata e il giorno senza sole, gli elefanti miti e le pletore di uccelli vagabondi, le ali appesantite dai viaggi lubrici. Gli incantatori con le uova dei serpenti nel fardello e i cavalletti chiusi in bilico sul divenire vanno, le mortificate allegorie dalle tinte inespresse negli occhi, volano a stormi e ricoprono i prati illibati di bisogni. La lussuria eterea li lasciò famelici: la tonda condiscendenza sfatta e il tricorno arrogante. La morte entrò pesante e residuava polvere, il dubbio titubante del tesauro.

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BEVERELLO

La nuvola protesa sul golfo con sussiego accoglie il giorno con un baciamano che pigro il vento assottiglia. Le onde sornione radunano i piroscafi, la libertà diserta l’orizzonte per volontà di ceppi. Voci affannose e frettolosi passi, echi di ineludibili estinzioni. Accerchiati scintillii d’acqua piovana meditano insidie: calcagni veloci ed assonnate serpi. Schiere, immagini di vele giallo zafferano e follie di frolle.

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DUTTILITÀ di Attilio Scatamacchia Un letto disfatto naviga a gamba tesa nella mia memoria. Sono qui ora, un intruso in una stanza vuota, un andirivieni scialbo attraversa lento la porta, dall’altra parte. Cosa ci faccio qui? Non lo so. Valvole di sfogo automatico distillano vapore cerebrale, metafisico. Assi di curvatura decidono mistici le nevrosi torride, veicolando nel fango le mie incertezze fragili. Particolato celebre regola le mie inquietudini, passi elastici fagocitano murene oppresse, in un distico elegiaco enunciato a caso dentro il teatro dell’assurdo. Descrivere il passato genera metrologia in una lezione di ingegneria, mentre intere generazioni di fossili contano i punti delle loro partite a briscola, assuefatte dalla duttilità del caso, così facile così difficile, durante una invasione di campo, coscienza che converge verso una politica estera bellicosa tendente a giustificare un nemico che si proietta fuori dal suo abitacolo, quando il popolo ha fame. Troppo facile davvero, estinguere una bombola di ossigeno, sinossi liquida, pastoia decelerata tardo-massonica dileguata oltre la linea dello spazio/tempo che perde i suoi contorni quando viene inghiottita rapida da un buco nero fortemente massivo, quanticamente placido come una balena assorta nei suoi pensieri d’ospedale, tipologia critica evasa attraverso il futuro travisato da una coltre di nebbia, condensa di là dal telo trasparente in pvc semirigido, tellurico invadente, tetragono per l’occasione, cavaliere errante nell’indifferenza generale, macilento gracchiare di suoni lividi nella tempesta elettromagnetica generata dal vento solare, di cui ignoriamo l’esistenza, di cui governiamo solo la pallida incertezza, mentre fuori piove in un mattino invernale, associazioni segrete elaborano assiomi inutili dentro teoremi matematici di validità generale, sensazioni geriatriche, fellatio lente, automatismi sintattici, reumatismi.

Colla primordiale panacea pansessuale giri di parole ripide dentro salite immemori gestiti da moderatori di disordine sfatto nelle lenzuola lasciate ad asciugare al sole, plastico liquido derelitto assorto, stanco assioma alla deriva, bossolo di rame sopra asfalto lucido. Treno idrolitico materia duttile ginecologia informe, stipiti suadenti che servono crinolina nelle camere d’albergo di parchi geriatrici, mentre bussole giroscopiche giustificano invasioni di campo in una nudità diafana, effetto collaterale di una plastica fusa sopra una mano tenue al tatto, irreversibile sicumera senziente, vasi di espansione capovolti nelle propria derisione invadono sillabe dissonanti, talpe retrograde sollevano il terreno sotto la tua rettitudine, joy division scritto a stampatello su un foglio di carta spiegazzato: JOY DIVISION. Materia

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urlante sincope perenne traduzione errata di una sensazione immaginifica iridescente, mentre senza senso si avvolgono le bobine della rivoluzione, immagine lucida di metope urlanti, messaggi codificati in linguaggio binario, triclino sonoro estatico suono metafora infima negligenza tattile, suono di armi bianche tra le pagine di un poema epico, emergono dissuase dai tarli metafisici sinfonie immaginifiche tardo rinascimentali, mentre particelle colloidali fagocitano molecole di eritrocina, mentre partigiani reduci della Liberazione patteggiano la rivoluzione al bancone del bar, immaginando di dissotterrare i bren dal retrobottega, a un cenno del capo, a seguito del segnale convenuto, dopo una riunione con il commissario politico, il ponte sullo stretto brandito tra le mani come una cravatta storta, come una maglia troppo stretta per l’inverno alle porte, una favola diagnostica che attraversa le convalescenze delle ferite post-traumatiche insediate con forza nella mente, come sassi impazienti, come pietre strane, come sandali di lino omeopatico, dentro discorsi di partito che tergiversano sull’argomento del colpo di stato, un ospite improvvisato una partita a scacchi non voluta, nei recessi della mente nelle sensazioni dirompenti, mentre fuori non piove da ore e si ricostruiscono i fatti di quarant’anni prima, in qualche recesso della mente, davanti a una pagina dell’unità (4 aprile 1984) un crodino caldo ti guarda facendo da contraltare tra le croste dei pistacchi, pastoia dei cani randagi, sonda immagine di un mondo capovolto in un latrato ormai lontano, in fondo un onesto origami a ben guardare, gerarchicamente sollevato dalle proprie funzioni secondarie, circoncisioni involontarie decise a tavolino, a caso a volte trattenute solo sul piano formale da un ologramma sintattico decifrabile nel sistema esadecimale, probabile distacco dalla decisione di fare la raccolta differenziata, una derivazione immatura, una parentesi stanca, invariabile stanza dove la forma delle cose rimane costantemente mutata in un gioco di causa-effetto, un palinsesto scritto dentro righe ottagonali, esagono irregolare dentro arnie-frattali, tiepido assenso alla consuetudine all’ascolto di parole inconsuete, un movimento peristaltico, una perifrasi, un apparato digerente.

Ho i miei venti minuti di memoria affabile, dirigendo i suoni in una camera iperbarica. I banchi di prova hanno un costo al giorno d’oggi e l’invidia retrattile si consuma come un cannocchiale telescopico, un cimelio d’altri tempi una generosa parentesi (…) retrocessione sentimentale una sensazione para-autunnale: passi lenti dietro la porta. Aspetto i domiciliari da anni, in una coltre di solitudine involontaria; codici automatici si auto-generano, matematicamente ermafroditi, in una corsa frigida verso i panni sporchi, la lavanderia è aperta a quest’ora della notte? Non so è evidente che non lo so. I secondini sonnecchiano nel loro turno di guardia, guastano la solitudine nei loro 14


piedi ancestrali. Vanno, vengono nelle loro chiavi appesantite dallo scisma, una rabbia semiautomatica nascosta tra le pieghe della fondina: bianca, pallida sgualcita notoriamente evasiva traduzione simultanea di senso comune. Si incepperà casualmente? Potrebbe, o forse no, magari è ben oliata da anni, magari è un maniaco dell’ordine, dell’efficienza raccomandata nell’illusione che annovera un qualunque posto di lavoro statale, falsamente appetibile. Chi morirà oggi? Uno di loro? Uno di noi? Nessuno? È probabile, anzi infinitamente probabile una qualunque delle scelte possibili, a patto che la semiotica risolva il problema della comprensione di cosa ci sia dall’altra parte, là fuori, dentro un buco nero, un wormhole o qualsiasi altra cosa, purché numerabile e misurabile, soprattutto questo. Che sia tecnicamente possibile quantificare qui o altrove quello che noi vediamo, o crediamo di vedere. È ora. Vado a dormire.

Nella tavola sinottica appare la coltre deforme di simboli incolti, lampeggiano lapidi tetragone libere derisioni cosmiche falene in picchiata verso il buio tattile generatrice stanca del contatto fisico tra elementi finiti tavola periodica languida meiotica sudario lenonico astice pungente, latifondista meritevole di grazia di fronte al patibolo dei fanti preunitari, sollevamento pesi protocollo inutile dieresi musicale attonita memoria invernale, mare di farchie lucide al fuoco della notte, attendono le proprie ceneri nella pattumiera del caos, diligente perifrasi mandibola assorta mente fervida che assolve ai pensieri della gerarchia dominante, favore del popolo individualista attento alle richieste del basso ventre, alto fondente come una lega metallica, nel proprio diagramma di stato, che conta le sue forme allotropiche, fauci ben oliate caldo sentore di suoni filantropi gesti rapidi del progettista sulla tastiera del tempo, plastica indelebile come un tatuaggio a fior di pelle, vasca ripiena di cobalto, cromo esavalente, piombo tetraetile liquido al tatto, di odore pungente, mentre granchi assenti piangono, dentro la risacca.

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COLPO DI TOSSE di Salvatore D’Antoni Mi chiamano Colpo di Tosse, perché di me è l’unica cosa che si può dire, sono fastidioso e inopportuno, come quando a teatro o al cinema c’è sempre qualcuno che tossisce a prescindere dalla stagione o dalle condizioni climatiche, c’è sempre un colpo di tosse prima che inizi lo spettacolo, colpo di tosse che spesso diventa cadenzato e continuo con il brillante risultato di allarmare gli ipocondriaci e di frantumare il delicato equilibrio che tiene le scatole della gente integre. Vivo in un rione popolare, pieno di case a ballatoio e vicini invadenti, questa casa era di mia nonna e io ci vivo perché non saprei dove altro andare, alla porta accanto ci vive una ex prostituta ultrasettantenne con il viso truccato come se fossero gli anni ’60, un passato glorioso, un presente triste e un futuro clinicamente allarmante. Non ho mai molto da fare, e quindi ascolto le conversazioni della gente, mi fermo vicino alle fermate del bus e ascolto le ragazzine in crisi ormonale, quelle innamorate e quelle che sono devastate dall’idea di essere diverse e allora non si lamentano di niente in particolare lasciando confluire l’odio in modo libero e del tutto arbitrario, come se fosse un fiume che rompe gli argini, gli uomini d’affari che dettano ordini al telefono e quelli che come me non hanno molto da fare e allora prendono una busta di plastica e girano per la città, chissà poi cosa ci terranno in quella dannata busta di plastica, quanta cattiveria c’è stipata in quei pochi centimetri, forse se la tenessero dentro di loro li avvelenerebbe e quindi se la portano dietro, in tasca o nelle buste di plastica. Non ho mai molto da fare perché sostanzialmente agli occhi degli altri molto semplicemente non esisto, non è che ci sia qualcosa di scientifico, o qualcosa di paranormale, è più semplice; proprio non esisto. non mi noti se non per quel colpo di tosse, non mi noteresti mai se non fosse per quel dannatissimo colpo di tosse, vivo tra il mio soggiorno e Youtube, senza soluzione di continuità, la tv prende polvere in un angolo da una decina di mesi, sarebbe bello inserire questo avvenimento in una vera conversazione, ma purtroppo non ne ho una vera da un bel po’ di tempo, più o meno dalla terza elementare, e anche lì avevo la tosse, avevo una tosse insistente, ero magro e pallido e sempre all’ultimo banco, mi segnavano assente anche se ero a scuola, si rivolgevano a me il meno possibile e a me andava più che bene, una volta ho passato una matita colorata alla bambina più bella della scuola, si chiamava Candy, scriveva poesie in rima baciata e ci metteva sempre la parola Mamma, chissà che fine ha fatto Candy, sarà sposata e vivrà in una roulotte, le più belle delle elementari spesso fanno questa fine ingloriosa e orrenda o perlomeno sugli autobus e alle fermate gira questa voce. Oggi è un bel pomeriggio, le ore passano innocue e velocemente anche il giorno

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dopo non vede l’ora di arrivare, alla fine oggi è un Giovedì del Cosmo, è un giorno di passaggio tra la settimana e il fine settimana c’è poca voglia di far accadere qualsiasi cosa, io sto seduto su un gradino a guardare la gente passare e ripassare, ho visto molte buste di plastica molti tengono delle buste di plastica in mano è come se in quelle buste tenessero il resto della loro anima, tutto ciò che non gli serve e non gli servirà mai, ma gli esseri umani sono attaccati alle cose e quindi dentro queste buste si portano le cattiverie da usare al momento giusto, gli orridi pensieri sulle teenager e un sacco di altre cose terrificanti. Ho visto anche parecchie ragazzine, e moltissime coppie tenersi a braccetto, forse per paura di sfuggirsi, a volte del tempo hai paura proprio quando pensi che niente altro ti possa toccare, pensi che nella vita non avrai mai rimpianti poi un giorno qualunque scopri di averne molti di più di quanto te ne puoi realmente permettere. Io mi mento, mi dico un sacco di bugie ad esempio mi ripeto di essere felice a volte me ne convinco anche e poi guardo qualche film, fino a notte inoltrata, scrivo delle lettere a gente sconosciuta prendendo gli indirizzi dall’elenco del telefono, sono lettere piene di parole dolci, di parole di speranza, una volta ho scritto soltanto “Torneremo a scorrere” e ho chiuso la busta. Poi un paio di giorni dopo osservando la gente, ho visto un uomo che camminava fiero, ho immaginato che fosse per merito mio, che fosse lui il destinatario della lettera, ho immaginato di essere utile, di non essere il topo invisibile che sono. “Torneremo a scorrere” chissà poi cosa vuol dire di preciso. Una notte su Youtube ho creduto di aver visto Candy, faceva video su come ci si truccava per una festa danzante, sembrava lei, era angelica e distratta, aveva gli occhi tristi e bellissimi, sembrava lei, ero quasi sicuro, sicuro ma non abbastanza perché il tempo riesce a farci dimenticare quasi tutto, ma quella nel video secondo ogni fibra del mio corpo era Candy. La vecchia prostituta della casa accanto cantava una canzone di Edith Piaf, se tutto fosse stato color seppia non ci sarebbe stato proprio niente di cui lamentarsi, ma fuori non c’era la Torre Eiffel ne le foglie che danzavano nel vento dolce di Parigi, c’era solo la vecchia discarica in lontananza che ormai non puzza neanche più, l’abitudine a volte fa di questi favori. I giorni seguenti ho visto tutti i video di quella che doveva essere Candy, sapevo perfettamente come truccarmi, sapevo come avere successo a un galà di capodanno, anche se fondamentalmente non sapevo che esistesse un galà di capodanno, ma non importa. Davvero non importa. L’ultimo video di Candy era diverso, c’era lei al buio, aveva una lampada da tavolo puntata sulla destra del viso, parlava e parlava di quanto si sentisse sola, di quanto nonostante ci fossero milioni di persone a guardarla nessuno parlava con lei, Candy diceva di non esistere, esattamente come me, eravamo diversi in modo diverso, lei era osservata da milioni di persone mentre io le osservavo ma entrambi 18


non esistevamo, avevamo soltanto due modi diametralmente opposti di farlo. Spesso ci sono molte strade che portano a un solo vicolo cieco, nel video c’era una canzone malinconica, a un certo punto il cantante diceva “Torneremo a scorrere” dall’ombra si scorgeva una figura con una busta di plastica dietro Candy, ogni tanto si muoveva a scatti, ogni tanto sbuffava, ma non tossiva. Tossivo io, sempre di più a guardare il video, c’erano dei commenti offensivi, dei commenti inutili e dei commenti empatici, c’era Candy che prendeva qualcosa dal cassetto, e poi diceva che era il momento di andare via. Il tizio con la busta di plastica si vedeva quasi chiaramente adesso, era uno dei tanti, uno come tanti. Uno con una giacca marrone. Avevo riperso Candy e perciò avevo deciso di cercarla. Di esistere, di provare a non osservare e basta, dovevo trovare Candy, dovevo dirle che era la più bella delle elementari e invitarla a un galà di capodanno fingendo di sapere di cosa stavo parlando. A volte serve poco a far ripartire una vita ferma, un’esistenza marcia, una stella morta e sepolta. Il pomeriggio oggi è feroce, scorre sadico, lento e indolente, c’è caldo e la gente è sudata e irritata, ma io corro in salita, corro e sento che le ginocchia si stanno per frantumare come bocce di vetro ma a ogni passo sento di esistere sempre di più, più di ieri perlomeno, e più corro più mi sento tangibile e più mi sento tangibile più mi rendo conto che sono meno invisibile, e che adesso l’unica cosa da fare è trovare Candy, trovarla e salvarla dal tizio con la giacca marrone e la busta di plastica in mano, salvarla da tutto ciò che è normale, da tutto ciò che è marrone, da tutto ciò che non è Candy. Il viale alberato, i pollini, il camioncino dello zoo, sembra tutto immobile, sembra tutto finto, come se fossero tutti manichini, sembra un incubo a occhi aperti, come seguire una regola, consegnare qualcosa in tempo, dire qualcosa, riempire una pagina vuota, e rendersi conto che le parole che scrivi non bastano mai, che le esperienze che hai non servono a nulla, che hai fatto troppi pochi viaggi, che ciò che hai reputato utile non lo è stato mai, che quello che avresti da raccontare se ci riuscissi non avrebbe alcun peso, non cambierebbe alcun punto di vista, che ogni parola cancellasse la precedente, che la noia annullasse i ricordi, che il nulla prendesse forma e ti prendesse a calci, sembra un incubo, un incubo pieno di manichini che vorrebbero toccarsi e non possono, un incubo pieno di pioggia che cade ma non del tutto, che si ferma a metà e che minaccia di bagnarti ma che alla fine non lo fa. La continua minaccia di iniziare a esistere. La strada è lastricata di buone intenzioni, ma come sappiamo dietro le buone intenzioni spesso si nasconde la vera perversione, i manichini continuano a non toccarsi e la strada si snoda in curve e vicoli, in muri di lamiera e macchine abbandonate, la pioggia è sempre lì lì per cadere ma non lo fa, odora tutto di pioggia ma siamo tutti asciutti, Candy non mi aspetta alla finestra e sento il cuore che ogni battito 19


ne salta cinque, è una velata minaccia, forse dovevo muovermi di più, forse avrei dovuto farlo prima, immagino. La casa di Candy potrebbe essere ovunque, ci sono centinaia di uomini con la giacca marrone e una busta di plastica, centinaia, a perdita d’occhio, si muovono tutti meccanicamente verso tutte le direzioni, alcuni imprecano e agitano la busta per aria, alcuni si grattano la testa, la casa di Candy dovrebbe essere qui vicino sento profumo di cose buone, di cose belle, sento profumo di parole meravigliose, di cioccolato e matite colorate. La pioggia piano piano si avvicina alla mia testa, si avvicina alle teste di tutti, ma sembrano tutti pronti all’impatto, l’aria è fresca e pungente, sono tutti pronti all’impatto. Da una macchina esce Candy, la macchina è guidata dal tipo del video, giacca marrone e busta di plastica, mastica qualcosa e sorride, sorride come sorriderebbe l’abisso se ti guardasse, Candy sorride di rimando e sembra che la cosa le vada bene, è vestita di blu, e ha un cappotto rosso appoggiato sul braccio, la pioggia non la toccherà, ma mi sto rendendo anche conto che non devo salvarla, che semplicemente non ne ha bisogno che non è prigioniera ha solo una divisa diversa, che non è in pericolo, che di fatto non c’è proprio pericolo. Immagino un riflettore che esplode proprio in faccia al viso che dovrebbe avere la perfezione sfigurandola per sempre, di colpo tutto è diventato inutile e fangoso, è stato un viaggio a vuoto, mi rendo conto all’improvviso che quello è il suo mondo, che le elementari sono finite un sacco di anni fa, che forse avrei dovuto procurarmi una busta di plastica e una giacca marrone, che niente è come lo vedo io, che niente mi vede come dovrei essere visto, che non so un’infinita di cose. Avrei dovuto rendermi conto che la più bella delle elementari rimane tale perché le elementari le finisce, che i ricordi sono sempre più belli di come realmente è la realtà, che abbiamo nostalgia del passato perché eravamo noi più felici, che le gocce di pioggia cadono su tutti allo stesso modo ma non tutti sono capaci di assorbire i colpi. Le lampadine dei lampioni esplodono, perché adesso sta succedendo di tutto, perché adesso la pioggia è arrivata, ha toccato terra con un fragore immenso, Candy ha un ombrello con i colori dell’arcobaleno e sorride come se in bocca avesse cocci di vetro satinato, Candy ha un sorriso di una violenza inaudita, io tossisco al centro di una strada, davanti a molte case e non ho nemmeno una busta di plastica per conservare i cattivi pensieri che stanno affiorando dal magma che ho vicino alle tempie o anche soltanto per ripararmi la testa. E non vedrò mai un galà di capodanno.

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MADREGALE di Emilia Filocamo Di tutte le cose che vorrei, quella sarebbe la più prodigiosa. Porterebbe il tuo nome, la tu faccia rimpicciolita con orgoglio. Non so se sarà mai chiamata, se metterà carne o impalcherà la molle architettura con femorini acuminati e vivaci, giunture ansiose. Per ora se ne sta annodata, ancora implume. Informe. La macchia senza direzione di blu o di rosa non punta, non scalcia. Un tarlo che mi intasa il sonno, dallo sguardo bellissimo e la statura egregia. So che ti somiglierebbe per come sai ammaliare il mondo. Un verricello per spurgarmi in urlo con la schiena appaiata ai tuoi colori. Da me vorrei dragasse solo il buio occhio che mi occlude. Per un giorno sapere il mio ventre in affanno, ed esploso. Bianco come i cavalli quando smettono la corsa più stanca.

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La nostra bambina: a cinque anni saprà fare già di calcolo, e non sbaglierà la direzione dei venti. Le spurgheremo l’intestino con tisanine lasciate intimidire sulla tavola color ciliegio, le rimboccheremo le coperte tre volte a turno. E quando toccherà a te, ti tratterrò l’avambraccio per addossarmi la tua volta. La nostra bambina. Aliterà tiepida sul tuo palmo contatore, sarà il segno che mangiò sana, che su di lei vegliarono le tue spalle, che nessuna megera le torse un capello. Ci curveremo sul suo sonno come fanno certi alberi, vigili ed anziani solo nella pancia inanellata. Guai a spostarle il corpicino! Nessuna manovra a riscaldarle il verso: imbibita di coperte, rannicchiata ed inesplosa, la stella avviluppata nella scorza primordiale. La campana rabboccherà i ritardatari, trunk trunk nelle toppe, ognuna una combinazione. Dietro la finestra, l’ombra – cucù di una civetta: sta fuori il mostro, piccola mia. È disossato.

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La bambina è guasta. La bimba è rotta. Giratela. Ecco, ora è capovolta. Le gambe già divaricate, col sorriso numero 7. Adesso tocca a lei! A lei e ai suoi furfanti: le gengive son già turgide e disposte, metteranno incisivi, ed altri monoliti, impalati nella carne, crocifissi a due a due, conficcati più bui dei pozzi, o delle tane. Dal saio/marsupio arrivano congetture, uno sferruzzare ed un tin tin. Opera magnificamente questo siluro! Zappa e salpa: se tutto andrà dove si deve, al ritorno troverà più bocche da una sola porta. Ma la bambina è guasta. Puoi tingerle i capelli, accomodarle il trucco, rovistarle la pancia per benino. È già rossa la bandiera, sterminata la colonia che altrove fa pieno di carezze, di coccarde e tricolori. È già rossa la partenza. La vena del mondo in lei è un morto.

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Forse ti sarò breve. Un’assurda, acquosa intercapedine, ed agile. Come tra osso ed osso, dove si industria il plettro a raggi x, svenuto il quale sferruzzano e digrignano i bianchi cani randagi. Al dolomitico ingranaggio delle tue spalle, sarò stata aggrappata due giorni appena, falena o singhiozzo. Breve come certe virgole, apposte nella funivia delle frasi a spezzarle un istante. Ma è sul punto che vanno le bocche, dove è ucciso il respiro. La virgola non tace il futuro. La maledetta non sarà mai così brava.

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Ho digiunato dal tuo pensiero. Un’ora o due. Fatto cose per riempirmi la bocca di un sapore che non somigliasse a quello delle tue spalle, all’ogiva micidiale del tuo sguardo. Un’ora o due con le mani messe in casa, frugandone la pancia; una mesta levatrice che scava nel cemento, cavando figli che non verranno, e nocche, e piedini scalzi, e guance calde di sapone, e guaiti che sono di bestie e mai di labbra. Da cui l’assillo. Con il fare dell’avvoltoio, la Parca piumata, a sfilacciare tendini già freddi, ho tirato via alle mie cose la tua impronta. Lo sforzo? Un sordo, un’idiozia: è tuo anche il nodo dove non ho ancora urlato.

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FRATTAGLIE BIANCHE di Davide Rissone Il fegato di maiale, a dispetto di quanto si possa credere, è più grande del fegato di vitello, ma ahimè si caratterizza per un sapore di gran lunga più amaro, un elemento la cui persistenza in bocca è priva di piacere a fronte di qualunque tipo di cottura lo si sottoponga. Quello di vitello, invece, infarinato e scottato appena nel burro chiarificato e salato, tipico della cucina francese, e abbinato a una generosa dose di cipolle bionde caramellate che ne ammorbidisce l’aroma sanguigno e una certa nota di asprezza, si trasforma in un boccone prelibato. Nel regno delle frattaglie, però, il fegato è un semplice popolano. In alcune circostanze, poi, il suo rango si abbassa ancor più, finendo per risultare un mero vagabondo o peggio un accattone la cui sola esistenza è fonte di imbarazzo per i più, e fastidio per tutti gli altri. Mi riferisco ai casi in cui viene stracotto (tipicamente quando figura nel fritto misto alla piemontese) o alle occasioni in cui compare nelle sue varianti meno note (il fegato di pollo, di tacchino, di lepre o coniglio), situazioni nelle quali viene ignorato e tenuto a bagno nei succhi rilasciati dalla carne durante la cottura, a sguazzare tra olive nere, pinoli tostati, spicchi d’aglio in camicia, fettine appassite di cipolle bianche e rametti di rosmarino bruciacchiati, fino al punto in cui la sua tipica morbidezza muta in consistenza stopposa, e il suo sentore ferroso in terroso. Una pena indicibile. Mi sa che domenica dobbiamo andare a pranzo dai nonni, disse Bianca, facendo combaciare i gancetti del reggiseno, Sono passati due mesi dall’ultima volta. Lui non disse nulla. Chiedo alla nonna di cucinarti la lonza al forno? aggiunse Bianca, Dai, non fare quella faccia! Bianca si infilò la gonna di lana grigia e gli si avvicinò. I suoi seni, incastonati nelle coppe morbide di cotone, si mossero appena, mentre i suoi capelli si sparpagliarono agli angoli del viso, L’ultima volta ti è piaciuto tanto, con i pezzetti di prosciutto abbrustoliti e i fagiolini al burro. La lonza di maiale, tra i tagli poveri, è piuttosto dispettosa per via del scarsa presenza di parti grasse e nervose che caratterizza tutte le carni meno nobili e che le rende, in potenza, di gran lunga più succulente delle parenti più pregiate, ma prive di elementi su cui fare affidamento per esaltarne il sapore. Per questo motivo, la scelta di preparare una lonza al forno dovrebbe essere sempre ben ponderata e consapevole circa il modo migliore per renderla tenera e burrosa; mi riferisco in particolar modo all’immersione del taglio nella sua interezza in latte tiepido aromatizzato all’aglio per almeno una notte, e l’aggiunta, in fase di cottura, di una componente grassa, quale fette di pancetta o tocchetti generosi di prosciutto di cui

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la lonza potrà disporre a suo piacimento per mantenersi succosa e morbida. Cosa ne sai tu di quanto possa essere squisita la lonza arrosto di tua nonna? le chiese lui. Te lo leggo negli occhi, si illuminano quando la nomino, rispose Bianca. L’ultima volta non ha voluto che la finissi, voleva conservarla per sé, per la sera, disse lui, È stata avara! Bianca sorrise mentre la sua gonna sbuffava dopo un salto e un atterraggio poderoso sul letto matrimoniale. Però di lardo te ne ha concesso quanto volevi! disse ancora Bianca, rotolandosi tra le lenzuola e sghignazzando allegra. A me il lardo interessa poco. Per la precisione, lui è un estimatore delle frattaglie, soprattutto di vitello, con le quali si possono ottenere piatti straordinari, capaci di riscattare la poco allettante vista con cui si presentano le cervella, il cuore, i rognoni, i polmoni, i reni, la trippa, le animelle, la lingua (ingombrante e mastodontica), e lo stomaco, o meglio il lampredotto, al momento dell’eviscerazione dell’animale. Di questo Bianca è consapevole, e a discapito della suo vegetarianismo, spesso lo aiuta nella preparazione delle pietanze favorite, grazie alle quali compare un generoso sorriso sulle sua labbra carnose e un impeto instancabile nel suo cuore, il cui aspetto in quei momenti lei non ha mai visto, ma di cui gode pochi minuti dopo, mentre le lamelle sottili di trippa si stufano nel tegame stagnato in attesa di essere circondate dai fagioli borlotti o che la polpa caramellosa della cervella si dori all’esterno, protetta da una delicata panatura al prezzemolo, minuti, a volte secondi, in cui lui la stringe tra le braccia, le solleva la gonna fino all’altezza delle anche, le sfila le mutandine (che frusciano a contatto con la pelle liscia dei polpacci), e la fa sua, lì, sul piano di lavoro della cucina, a breve distanza dai fuochi, avvolta dagli effluvi odorosi della carne che sfrigola e stufa. Quel giorno fu solo il sentore appena percettibile eppure significativo dell’olio che raggiunge con troppa rapidità il punto di fumo a distoglierlo dalle gambe divaricate di Bianca, da cui si sfilò un istante dopo essersi ritirato in fretta e furia dalla sua carne umida e succosa dentro cui, seppur per pochi istanti, aveva intinto la parte meno nobile di sé, ma solo nell’attesa che la fibra coriacea dei cuoricini di pollo si allentasse, pronta a ricevere la dovuta annaffiata di brandy da cui avrebbe acquisito, con il flambé, un’inconfondibile aroma dolciastro in perfetta sintonia con le castagne arrostite con cui sarebbe stato servito, non prima, però, di altri quarantacinque-cinquanta minuti di cottura lenta, a fuoco basso. E mentre Bianca, ancora poggiata sul marmo freddo e liscio su cui le sue due dolci zuccherine metà avevano premuto fino a qualche secondo prima, lasciava penzolare le cosce nell’aria profumata della cucina, pronta per essere farcita un altro 28


po’, lui afferrò il manico rovente della padella, ignorando il calore (eccessivo verrebbe da dire), per smuovere con gesti decisi del polso i reni lasciati a soffriggere con dolcezza in una salsa a base di sangue, timo, salvia, alloro, bacche di ginepro, vino bianco secco e una punta di latte caprino, un esatto momento prima che la superficie esterna delle ghiandole si abbrustolisse troppo, conferendo all’intero stufato, a cui andrà aggiunta una dadolata grossolana di peperoni e zucchine, un sapore sgradevole, di dimenticato troppo a lungo sul fuoco. Bianca sbatteva le ciglia e a ogni movimento, a ogni gesto quasi impercettibile delle sue palpebre, i suoi occhi smeraldini luccicavano come due medaglioni glassati di foie gras a cui lui, in quel momento, non poteva proprio dedicare neppure un secondo, se voleva che le cipolline glassate, tonde e panciute, calate nella salsa, splendessero come tanti occhi lacrimosi e non si spegnessero, riducendosi a cappelli fungini tinti di un marrone privo di una qualunque attrattiva. Eppure è una vera disdetta perché Bianca, inclinata all’indietro, con i gomiti a puntellare il suo magnifico corpo nudo adagiato sul tavolo e le gambe sollevate da terra in uno sforzo che imperla di goccioline il suo addome, è un bocconcino appetitoso, lasciato tutto solo a raffreddarsi, intenerito dal più speziato e corposo dei sapori. La lingua, sollevata dal brodo di verdure in cui ha cotto per un paio d’ore, sta sgocciolando e presto sarà tagliata sottilmente e irrorata di salsa al pomodoro, aceto e peperoncino. La trippa si sta gonfiando nel tegame di rame. Le cervella si stanno asciugando su un foglio di carta assorbente, in attesa degli schizzi di limone e arancia rossa, che accoglieranno con somma gratitudine, e infine le animelle, deliziosi rubini attorniati da castagne bollite intinte in miele e aceto balsamico, accompagnate da chicchi di melagrana asprigna, stanno per essere triturate e poi spalmate su crostoni di pane sciocco strofinato con aglio e appena unto. Bianca si girò e rigirò nel letto, si capovolse sottosopra, saltellò irrequieta, si avvolse e si srotolò nelle lenzuola fredde, tese le gambe ben oltre il bordo di ferro battuto, spalancò gli occhi nel buio, si strinse i seni nelle mani fino a quando i capezzoli si indurirono e infine si addormentò, esausta. Seduti attorno al tavolo della sala, Bianca allungò una mano verso di lui, mentre la nonna gli colmava il piatto con una porzione generosa di purè (ripassato nei succhi di cottura della lonza grazie ai quali ha assunto una consistenza setosa, vellutata e delle striature brune, sfumate, intonate al pallore delle fettine di lonza, disposte a raggiera tutt’intorno), e il nonno si avventava sui bocconcini di semolino impanato a lui di fatto proibiti (è diabetico il nonno), ma verso cui, chi può biasimarlo? prova un’attrazione irrefrenabile. Nonno! saltò su Bianca, ritirando la mano dalla coscia di lui per rimproverare il vecchio ingordo. 29


Ah, lascialo perdere, intervenne la nonna, È cocciuto come un mulo, non capisce… altri fagiolini caro? domandò poi a lui, il cui piatto era ormai vuoto e in cui i resti raggrumati di purè parevano briciole mortificate da lanciare ai piccioni. Vuoi ancora qualche fetta di prosciutto? gli chiese Bianca, stringendogli le dite umidicce intorno al polso e spalancando gli occhi. Temo sia finito, cari, intervenne la nonna, mentre il nonno si impossessava dell’ultimo trapezio di semolino profumato al bergamotto. Non fa niente, ribatté lui, liberandosi dalla presa di Bianca. Lei gli poggiò la testa sulla spalla e avvolse un braccio intorno al suo, sporgendosi tutta sulla sedia, ma lui non le prestò attenzione, stava cercando di immaginare a quale punto di cottura fosse giunto il cuore che aveva infornato prima di uscire di casa, un bel cuore bovino di trecento grammi, di cui si potevano ancora scorgere i vasi sanguigni spuntare fuori come steli di fiore da un vaso, e se necessitasse di essere irrorato, dal fondo bruno su cui era poggiato, in modo da colmarsi completamente di succhi incandescenti. Il cuore è una delle parti dell’animale più bisognose di accortezze (una temperatura costante e non eccessiva, un ambiente ventilato ma umido, un tempo di cottura prossimo all’ora e mezza ma mai superiore alle due), grazie alle quali la polpa risulterà tenera ma soda, e il suo sapore metallico ma addolcito dalla componente zuccherina del sangue che ancora scorre in lui. Sono sufficienti tre o quattro minuti di troppo per renderlo immangiabile, da buttare via. Lui si alzò, Bianca gli rimase aggrappata, la nonna tornò in cucina e il nonno si appisolò di fronte alla tv. Bianca si raggomitolò su un fianco, si rannicchiò come un feto portando le lunghe gambe pallide al petto, le accostò al ventre piatto sovrastato da seni generosi, quasi fossero colmi di latte, e si abbandonò al di lui impeto. Vieni qui, dai, ti prego! gli intimò. Lui era già a un passo dalle sue viscere, le era scivolato in grembo e con le mani ancorate alle anche la immobilizzava. Mi ami? gli domandò Bianca. Il sole era calato da un pezzo e la stanza, oscura, si stava saturando di profumi. Mi ami? gli chiese ancora, ma il timer del forno squillò e lui dovette sfilarsi da lei per correre di là e sperare che fosse andato tutto bene, che la scarsa attenzione, di cui solo lui era responsabile e nessun altro, non avesse compromesso tutto, trasformando un delizioso pranzetto in un mucchio di cenere arrostita. Balzò giù dal letto, si avvolse nel lenzuolo strappandolo al caldo abbraccio di Bianca e si scapicollò in cucina. Non sapeva cosa aspettarsi, non aveva mai atteso il suono del timer per controllare una pietanza, non aveva mai lasciato per così tanto tempo sola una sua creazione, la sua gioia più grande. Che sia tutto perduto? si 30


domandò. Quando fu di fronte al forno, il cuore gli sussultò nel petto, ma subito si tranquillizzo quando estrasse la teglia e scorse il biancore sulla superficie delle sue frattaglie. Che bisogno c’è di preoccuparsi tanto, si disse, sistemando il vassoio su un ripiano appena più basso del precedente e richiudendo lo sportello. Poi si sollevò, ascoltò Bianca rotolarsi nel letto e grufolare felice in attesa del suo ritorno. Ci vorrà ancora un bel po’, disse, sì, ancora un bel po’, almeno altri venti-venticinque minuti per una cottura perfetta.

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È VENUTA SU DI VOI LA STELLA SCIVOLATA DAL CULO DI UN SASSOFONO NERO di Simone Carucci Ah! Che serata ragazzi… Ho le dita gonfie di sesso nelle tasche. Ehi tu gesù! Guarda questo mio enorme uccello dorato! Lo vedi? Con questo balla tutto il locale! Sono l’unico in tutta Frisco che trasforma la musica in un lungo orgasmo di maiale e tra tre giorni sarò di nuovo con soli dieci cents a grattarmi i denti pieni di ruggine e malinconia. Cazzo! Domani mando Melanie a comprare la carne dagli ebrei. Quasi non me lo ricordo più il sapore del sangue di vitello in bocca… Quella bianca al bancone voleva proprio succhiarmelo, glielo leggevo negli occhi, ehi bello vieni qui! Te la faccio vedere io una pelosa! Eccome se c’avrebbe spalmato quella sua lingua lunga dalla base fino alla punta… Ma che mi succede? Una volta gli avrei dato modo di cantarci su e di farla stonare quanto voleva. Sto invecchiando? Lo sai Charlie che ti succede, ne hai sentite sin troppe di aspiranti cantanti, ballerine, musiciste, pittrici, poetesse, di grandissime troie, e sei sempre finito con la stessa conclusione sulla pelle: No! Il sax non è per lei e, riallacciandoti la cintura dei pantaloni (finita l’audizione), te ne sei andato indignato. Piccole troiette scarpette alla moda, sono tutte uguali. Oddio, ma quello là piegato sul marciapiede è…? Porca troia, non posso crederci! Jim? Sei davvero tu, brutto figlio di puttana? Sì Charlie, fottuto fortunato di un negro. Come va, amico? Nel giro si diceva fossi morto… Non lo vedi, alla grande. Hai qualcosa da mangiare? Certo amico, Melanie mi lascia sempre qualcosa in tavola quando torno dai concerti. A te ci penso io. Andiamo, casa mia è qua vicino. Suonavamo insieme io e Jim da ragazzi, quando avevamo l’età per saltare la scuola. Il suo groove allora era migliore del mio, le sue dita fluttuavano sui tasti del piano come un tornado, uh che note fratelli! Note che scioglievano i nodi dei capelli di una qualsiasi bella donna. La sua musica poco dopo raggiunse l’apice della complessità e del ritmo, il centro dell’anima delle persone e degli oggetti, fino a divenire pura estasi sia per gli esperti che per i primi sbarbatelli di città che venivano a sentirci, facevamo ballare anche le polveri più pesanti nelle cavernose orecchie di tutti questi scimmioni. E poi… Qualche soldo in più nella tasca, la fica negra sbagliata e l’eroina. Cominciammo insieme a diciassette anni, io lo persi del tutto di vista qualche

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anno dopo, quando ormai la sua musica era sgraziata e lacerante, pur sempre geniale si intende, ma alla gente non piaceva e non piace tutt’ora piangere assistendo a un concerto. Quando vanno ad ascoltare musica loro vogliono ballare, venire sulle sedie e sui tavoli, farsi toccare dall’eroismo del sax spinto, barcollare dalla pancia del contrabbasso, vorticare dalla coda del pianoforte, ma non piangere, mai piangere. Proprio per un mio consiglio su questo litigammo, la nostra carriera musicale aveva già preso strade diverse a causa delle scelte su quali tasti spingere, ma volarono parole grosse, molto grosse e per poco non ci ammazzammo; stronzo arrogante avrei voluto spaccargli il sax in testa. Credevo fosse morto, questo genio figlio di puttana, ma ha la pellaccia dura e dio santissimo sia lodato se il suo sconfinato talento non è ancora andato nell’alto dei cieli a far piangere le nuvole della più grande pioggia apocalittica che l’uomo abbia mai visto. Beh, che fine ha fatto Angie? Quella puttana, l’ho fatta fuori qualche anno fa, dopo che aveva venduto la mia tastiera, per farsi. Se avesse lasciato anche qualche goccia a me magari l’avrei scopata e poi saremmo andati a ubriacarci con quei pochi dollari rimasti… Come al solito del resto. Ma quella volta niente, era tutto per lei. E io… Sono stanco Charlie, giro l’America da non so quanto tempo e ormai mi pare di vedere dappertutto le stesse cose, gli stessi palazzi, la stessa gente. Sì, nel sud c’è questo nel nord c’è quell’altro… e poi? Il grande ovest… niente. New York, Frisco, Los Angeles… Non sono che fottuti cessi ambulanti, pieni zeppi di bastardi affaristi che un giorno ti portano tra le braccia come se fossi un re e il giorno seguente ti pisciano allegramente addosso come un cane rognoso che molla i suoi bisogni su un pezzo di cartone all’angolo della strada. Tu sei un negro fortunato, Melanie è una brava donna. La gente comune succhia tutto quello che hai e poi quando ha finito ti butta via. Ma queste cose le avrai capite anche tu, col tempo. Il suo sguardo cade nel vuoto, non c’è conforto possibile da dare a un amico caduto dal treno che da ragazzi avete preso insieme e che ora invece per lui, soltanto per lui, è diventato uno spirito freddo da portare sulle spalle come un eroico soldato ferito dalla guerra. Riparte con sguardo furente, carico di rancore per quella schifosa di Angie. Avevo deciso di fermarmi per un po’, ma quella troia maledetta mi ha rovinato, cazzo, se solo avessi qualche soldo in tasca partirei per l’Europa stanotte stessa. Devo svoltare negro, cambiare aria e non tornare mai più. Non c’è più niente per me in questa terra di stelle spente e strisce appiccicose, darei fuoco a tutto. Darei fuoco anche a te, negro fortunato e ti voglio bene. Vedo lo scintillio di lacrime acide sporgere dal suo bulbo oculare, poi fortunata35


mente riesce con l’orgoglio a ricacciarle dentro. Non avrei resistito nel vederlo piangere. Calmati Jim, non ti riconosco, sei sempre stato il più duro, amico… Non puoi metterti a frignare come quel bambino bianco a cui fregavamo i soldi del pranzo alle scuole. Ahahahaha, che puttanella era quel… Cazzo! Come si chiamava? Pensa a un tipico nome da bianco, come… William o Larry. Larry, cazzo sì. Doveva chiamarsi proprio Larry quel finocchietto lì. Siamo arrivati amico, io abito qui. Percepisco nel petto di Jim l’odore del legno bruciato, deteriorato dalle fatiche di un falò che il suo corpo non è riuscito a sostenere, trasformando il suo talentotigre in un agnello. Lui sale le scale piccole e sporche che portano alla porta sgangherata del mio appartamento con un misto di ammirazione e incredulità, generandomi una ferita proprio al centro del petto. Il suo straripante corpaccione da receiver alla Jerry Rice appare nella penombra come un ammasso di carne molliccia avviata al disgregamento molecolare. Accortosi forse di mostrare una parte troppo grande della sua debolezza, indurisce gli zigomi e il volto, pronto a presentarsi davanti a mia moglie come l’uomo duro, vissuto e virile che è sempre stato e che sarà ancora, certamente, nel ricordo di Melanie. ***

Io almeno ho vissuto una vita di follie, di droghe, di scopate sospese, di concerti in mezzo alla strada alle quattro del mattino, di roulotte, di nottate passate a spiegare alla polizia che l’eroina nella siringa del mio braccio doveva esser capitata lì per sbaglio o che lo giuro agente, lo giuro! da domani vado a curarmi in clinica. E poi le giornate in cella stringendo le chiappe, le scazzottate con qualche barbone per il maglione di lana nel cassonetto… Ah, che ti sei perso Charlie, che ti sei perso… Guarda questa casa, le scale per arrivare qui, il tuo sguardo svuotato dalla routine clericale ripetuta ogni santo giorno. Cazzo Charlie, amico mio, perché hai scelto tutto questo? Eri l’unico che rispettavo in tutta Frisco, con quel tuo cazzo di uccello dorato, o come lo chiami tu, e il tuo groove incazzato. Ti sei ingoiato le palle amico mio… Avreste dovuto sentirlo quando aveva tutti i capelli all’aria e non mangiava per giorni, quando rubavamo insieme le bottiglie di whisky dalle locande… A quei tempi sì che sapeva cosa vuol dire suonare. Ma non ho il coraggio di urlarti la sveglia in faccia, del resto adesso ho fame, 36


troppa fame per dirti la verità. Ho sentito il suo concerto di stanotte, una parte almeno, fino a quando non mi ha stancato e mi sono poggiato in strada ad aspettare di scroccare qualcosa da mangiare in casa sua, e vi dico bene, non ha sbagliato una nota, ma nelle note non c’era niente e lui in fondo, secondo me, lo sa. Sa di essersi piegato alla tecnica, a quello che tutti si aspettano che arriverà, e poi puntualmente in un modo o nell’altro (nel senso che arriva dopo giri di cromatismi o qualche altro giochetto) arriva. Ho sempre qualcosa da mangiare quando torno dai concerti… Fanculo Charlie! Nemmeno un pezzo di carne! E dov’è Melanie, ah che pezzo di fica Melanie! Una negra a quattro ruote motrici, corpo duro e abbondante senza un filo di grasso, con un odore di bestia selvatica appiccicato addosso. Per un breve periodo prima che i due sposini si conoscessero glielo davo, e lei lo prendeva un po’ dappertutto, ma non era adatta a me, al mio stile di vita, al mio arrembante talento visionario. Poco dopo io conobbi Angie (cagna maledetta), e lei conobbe Charlie. Andò bene a tutti, almeno sul momento, poi ci separammo, loro gli sposini mai piedi e gambe fuori posto, noi i negri dannati mai sotto controllo. Eccola! Cazzo, è ancora bellissima. Ciao Jim, da quanto tempo… Come stai? Melanie! Una bomba come al solito, non li vedi da te i miei bicipiti? Il solito cazzone, amore. (Charlie) Sì, lo vedo. (Melanie) Ti porto un altro piatto Jim, immagino avrai fame. (Melanie) Charlie si rivolge a me con un fare paterno, ma dallo sguardo subdolo: ehi amico, non te lo devo mica dire, fai come se fossi a casa tua. Se fossi a casa mia negro, ti parcheggerei qui e andrei a dare una bella ripassata a Melanie. Sono incazzato, chi crede di prendere per il culo? Ti spacco la faccia sai? E poi mi scopo anche tua moglie, testa di cazzo. Ahahaah, Jim, non fare il cazzone e sta’ a sentire. Continua con questo sguardo di sufficienza, quasi non mi prendesse sul serio… Si è scordato forse che sono “Jim tritaossa”? Stai calmo Jim, Charlie ti sta solo offrendo la sua ospitalità, non lo vedi? Cerca di rilassarti e goderti la cena con il tuo vecchio amico. Oh cazzo, ci risiamo, vedo di nuovo parlare il piano nella mia testa. Adesso si mette anche a fare il saggio, a darmi dei consigli. Quando c’era da ammazzare Angie però è stato lui a suggerirmi cosa fare… Ehi, Jim? Tutto bene? Ti sei incantato. Ti stavo dicendo… Sì, sì Charlie. Spara. Stavo pensando che potresti rimanere qui per un po’ e potremmo preparare 37


insieme un duo piano e sax, o se preferisci potremmo coinvolgere anche gli altri ragazzi della band con cui suono di solito, magari solo batteria e contrabbasso. Che ne dici? Potremmo fare qualcosa di nuovo, di più spinto. Non credo avrai sentito il mio concerto di stasera, ma è un po’ che faccio sempre la stessa roba e mi sta stancando. Così si tira avanti, anche discretamente direi, ma non stiamo facendo vibrare un cazzo, è sempre la stessa minestra e sta diventando fredda. L’hai capito finalmente eh? Ti ho sentito per un pezzo stasera, ero appena fuori dal locale, ma il tuo tocco si riconosceva. Ho già qualche idea, dopo cena ti faccio sentire quello che ho in testa, ma occhio però, è roba forte. Ora scoliamoci questa bottiglia come facevamo una volta, negro. Viviamo, viviamo cazzo! E poi come si dice, prima il piacere e poi… e poi le donne, giusto? Ahahah! Ehm sì, Jim, ahahaha! Non sei cambiato per niente, vedo. Bevo il primo bicchiere tutto d’un fiato, me ne riempio un altro, lo mando giù come se fosse acqua. Ehi Jim, vacci piano, questo rosso è molto forte. Metto le labbra assetate sul vetro e… Mi sono svegliato con un bastone della scopa in mezzo alle gambe. Ho sognato di ingroppare una donna bianca, molto giovane, con lunghi capelli castano scuro sporchi, un’espressione da porca assatanata, due tette piccole e sode e un culetto a mandolino proprio come piace a me. Uuuhhh! Che cavalcata! La scena si è svolta sul fondale dell’oceano, a dare man forte alla prestazione maschile ci doveva essere un altro uomo, molto simile a Charlie ma non proprio lui, un Charlie più strutturato del quale però non mi sovviene un’immagine nitida. Della cena di ieri sera non ricordo davvero un cazzo, ah, devo essermi preso una bella sbronza, mi scoppia la testa. Spero di non aver rivelato a Charlie tutti i miei nuovi trucchetti, altrimenti non mi sarebbe rimasto davvero niente e lui furbo com’è, farebbe una fortuna con le mie geniali innovazioni di stile. Non credo ci sia nessuno in casa, c’è un silenzio tombale. Mi alzo dal divano con la testa pulsante, arrapato e affamato come uno squalo bianco. C’è un forte odore di piscio nella stanza, ieri non lo sentivo, potrei essermela fatta addosso nel sonno… Comincio a sentire la necessità della brown sugar, di qualche goccia almeno. Sudo freddo. Sono quasi quindici ore che… Nei cassetti dell’armadio in salone non c’è niente, qualche tovaglia, un panno verde, delle scodelle e delle posate di legno, un cilum, erba, dai dai dai, un aghetto, un piccolo brillantissimo aghetto argentato… Eccolo! Sei proprio quello che cercavo… Devi essere stata usata, eh? Il negro fortunato si fa ancora quindi… Ti vado a sciacquare in cucina e poi siamo pronti. Di spalle, con il ventre posato sul lavandino, Melanie sta lavando i piatti sporchi 38


della cena di ieri sera. Adesso ha preso anche a fischiettare. Mi avrà sentito? Vuole farsi un bel giretto con il tritaossa? Oh Melanie, lo sai che le donne che fischiettano me lo fanno venire duro. Cacciaglielo fuori negro, falla cantare con la tua mazza di piombo e poi falla fuori! Anzi no! Prima le gocce, e poi Melanie. Bang! Bang! Bang! Jim, che cazzo ti passa per la mente? È la moglie di Charlie, l’unico tuo amico rimasto al mondo… Ti hanno anche offerto ospitalità. Ricaccia dentro quell’affare stupido negro smorfinato! Ma sta zitto, pianoforte lagnoso! Ora glielo faccio vedere io… Non riesco a tirarlo fuori, il marmo scuro è troppo grosso, si inceppa con la patta dei pantaloni, cazzo. Melanie continua a fischiettare, non sembra essersi accorta di niente. Oppure invece ha capito tutto, ed è tutta bagnata ad aspettare l’arrivo del deltaplano nero. Ah! Che pantera! Il cigolio della porta d’ingresso, poi subito l’eco della voce profonda di Charlie che entra prepotentemente nella stanza mi scuotono dal delirio. Se Melanie si fosse girata e mi avesse trovato con l’uccello in mano, se la porta di Charlie non avesse fatto rumore e lui non avesse parlato… Ho davvero rischiato di fare una bella frittata di sangue e fica slabbrata… Ehi Jim! Ti sei svegliato allora! Come ti senti? Una bomba, non lo vedi? Che roba è quella? Sono riuscito a rimediarti una tastiera… Non è granché, ma per provare basterà. ***

Sono più di vent’anni che fanno questo mestiere, e guardali! A modo loro sembrano due ragazzini al primo incontro, agitati e frenetici sino all’eccesso. Charlie fa il perfezionista, controlla anche il battito delle ali delle mosche che sorvolano la frutta in cucina (con il quale ci fa dei piccoli riff con la voce, imitando il timbro del sax). Jim invece, fa il cazzone scemo, troppo scemo anche per lui. Ehi Charlie! Stasera ti faccio un solo di trentasette minuti, ahh, wow, parampitim pa paaaammmm, tin ppta! Uuuuuuuu! Completamente fuori controllo. Vederli insieme mi fa ricordare il Long Island Express, l’orologio in legno della stazione dei treni a Boston, l’odore delle arance che mangiavamo per settimane, le scarpe rotte e i calzini bucati, la musica sui vagoni senza permesso né biglietto, mi39


glia e miglia di interminabile asfalto, lampioni, case, cassonetti, siringhe siringhe siringhe, sangue, ago, Lei, marrone… ma soprattutto, un’interminabile e sconfinata energia. L’energia del non avere niente se non la nostra musica e non voler nient’altro in più. Dormire si dormiva ovunque, da mangiare lo rimediavamo quasi sempre. L’estate del ’38 eravamo giovani e belli, ricchi di talento nero da venderlo alle raffinerie. Charlie? Sì babe, dimmi. Vendiamo tutto e andiamocene di qui. ***

Quante ancelle ci sono tra le nuvole e aspettano, aspettano di rivelarsi come brina che cade su verdi campi di distese arate di poesia e scoperta? Le nostre strade, amico mio, le vedo segnate sull’asfalto come luci bianchissime e disperate, fari d’esperienza fatta col petto aperto e palpitante. Ah, la lirica! Che tremenda cazzata di asini, nasi adunchi e piedi di cemento armato! Jack, di storie appese ai lampioni della benzedrina ne abbiamo piene le tasche e questo whisky mi ricorda il the delle cinque nella fredda biblioteca di Newark. Quando ti guardo vedo un arcobaleno di fiori cingere la tua ombra come una scia, e troppa purezza, troppa… da far debordare centomila taniche di benzina. Mi manca Neal, Allen. Anche a me manca il suo culetto bello sodo e quel suo uccello pazzo tappa buchi dell’universo. Che vulcano ragazzi… A Neal! Nella speranza di rivederlo presto. A Neal! Stanotte, per la terza notte di fila, ho sognato la vecchia macchinetta del caffè di mia madre che mi parlava di cose assurde, della sintesi dei colori con le parole, dello spezzettamento della fonica delle vocali per mezzo di apostrofi al centro della parola stessa e altra roba ancora… Non ricordo tutto purtroppo. Io nel sogno mi agitavo parecchio perché non riuscivo a capire il meccanismo esatto, e più io non capivo, più il discorso diventava intricato e complesso, ma estremamente geniale e così la macchinetta si gonfiava, si gonfiava… e un attimo prima che riuscisse finalmente a liberarsi in una gigantesca esplosione di creatività… Bam! Il sogno si interrompe lasciandomi in un bagno di sudore, zuppo fradicio e impotente, incapace di cogliere le illuminazioni suggeritemi dalla mia stessa mente. Devi rallentare un attimo Jack, spezzettare i fatti con lentezza e precisione. Una 40


volta ti avrei detto di prendere un altro po’ di mescalina e discuterne insieme per tutta la notte, di mischiare il disordine del caos per creare ordine disordinato di parole stese come un lenzuolo multicolore, ma siamo già oltre quel limite, il corpo l’abbiamo superato diversi anni fa. Ora dobbiamo ricongiungerci con lo spirito, dissociarci dagli oggetti e rimanere nudi e caldi, come piccoli soli illuminati dalla verde terra. Tump tu, tump tu tump tu, cha! Rullo di tamburi e attacco di contrabbasso, accordo caldo del piano, lamento di sax. Il concerto è iniziato. Le pupille di Allen, dilatate dalla droga, si fissano sulle mani enormi del sassofonista dal fisico possente e lo sguardo nobile, con l’aspetto vissuto ma leggermente ripulito. È un inizio strano per un concerto jazz, il lamento del sax avvolge le luci bianche con un velo blu scuro tristissimo, giurerei che si stia raccontando un abbandono… o due persone che si lasciano. Allen si volta verso di me, stralunato e commosso, cercando di dire qualcosa che abbia un senso; ha la bocca aperta, le lacrime gli scorrono sulle guance scivolando sui vetri degli occhiali, lambendogli le labbra. Poi si volta e continua ad ascoltare le note della sofferenza. Giunto al termine di un indimenticabile assolo il sassofonista posa la mano destra sul fianco, riprendendo fiato. Il piano alla destra del palcoscenico entra in scena con un acuto vibrante, spingendo le note come spille fredde nei nostri timpani. Il pezzo cresce di tono e acquisisce ritmo. Ora Allen saltella, e se non intuisco male, si strofina il membro con la mano sinistra dalla tasca dei pantaloni. Il pezzo termina, lasciando me e Allen completamente esterrefatti e incapaci di congratularci con i musicisti (in particolare con i due solisti) in maniera adeguata. Allen applaude con tutta la sua forza, battendo il tacco della scarpa destra sul pavimento, io applaudo, fischio, urlo, ma vorrei strapparmi le viscere dilaniate dalla loro musica e incenerirle per dar loro il giusto merito. Il resto della platea rimane interdetta, non capendo la profondità e il potere assoluto del talento dei due angeli neri con in mano lo strumento. Il concerto prosegue, le note si rincorrono come cavalli pazzi su un torrente colorato, mi fanno male i palmi delle mani, dalle mie corde vocali esce oramai soltanto un filo di voce rotta e gutturale. Allen è strafatto di musica, incantato e benedetto. Questo è un pezzo del musicista più talentuoso che io abbia mai conosciuto! E credetemi ragazzi che ne ho conosciuta di gente brava… Questa sera abbiamo

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l’onore di averlo seduto qui accanto a noi, è il mio più caro amico, grande pianista… Jim tritaossa Shallowstone! Grazie Bird! Questo pezzo si intitola “Angie”. Allen si volta verso di me approfittando del tempo che il pianista-fisico-da-giocatore-di-football-professionista si prende per gonfiare l’attesa del pubblico e mi dice: Jack, voglio scoparmelo! Ahahah, chi? Il pianista? (Al solito, penso). Anche, anche. Ma voglio scoparmi soprattutto quel sax. Voglio infilarmi quell’uccello dorato su per le chiappe, e mentre sta suonando questa musica paradisiaca, farmelo uscire dalla bocca, di modo che le mie parole diventino un flusso dorato di ritmi jazz e poesia. Si sovrappongono un’interminabile serie di accordi e note, generando una nube di musica scura folle, sembra che questo Jim abbia una dozzina di mani. I suoi bicipiti si gonfiano e si rilassano freneticamente, spinti da spalle che potrebbero senza alcuno sforzo far volare una panchina a mezzo isolato di distanza. Nella sua musica c’è una schizofrenia di fondo geniale e al contempo malvagia. Come immobilizzato dal terrore che questa serie di note incute, Allen si volta verso di me con sguardo di preghiera, la musica improvvisamente finisce con un accordo dissonante. L’ha uccisa, Jack. Sì, l’ha uccisa ferocemente. La gente intorno a noi si annoia, sembra non capire. Qualche ragazzo insultando gli illuminati musicisti se ne va lanciando oggetti sul palco, altri si allontanano per bere e vanno verso il bancone, distraendosi dalla musica. Quando il concerto finisce, con un glorioso duetto di soli sax e piano, siamo rimasti ad assistere in pochi, tra i quali, io e Allen. Non credo di aver mai ascoltato niente del genere. (Io) No, nemmeno io. (Allen)

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CHETTI di Pietropaolo Morrone chetti, chetti, giorni fa ti avevo scritto per comunicarti la mia intenzione di farmi saltare il cervello. Tu, naturalmente, non hai risposto. È che ho questo maledetto vizio di interpretare i segni, le parole (quando ci sono), altrimenti quello che resta, i gesti, le pieghe della pelle del tuo viso, quando si condensano intorno ai tuoi occhi o alla bocca, e poi i tuoi sospiri densi di vapore caldo, i tuoi sapori, gli odori. Sì, gli odori: era interpretando i tuoi odori che sapevo quando potevo leccarla e quando no, quando l’odore delle stille del tuo piacere veniva inabissato dalla mia voglia di te o quando era troppo pungente e acido e dovevo fingere un’emicrania. Di questo mi scuso, chetti, chetti, perché ho il difetto di avere il naso troppo vicino alla lingua. Ora non mi restano più le parole da interpretare, gli odori acri e quelli dolci, ma solo i silenzi, il vuoto dei miei ricordi di fumo. E io, già ai tempi della scuola, avevo sentito dire che chi tace vuole dire di sì, e secondo questa interpretazione, il tuo silenzio dovrebbe significare che per te dovrei portare a termine il mio proposito di farmi saltare il cervello; ma secondo un’altra interpretazione, in verità da dopolavoro ferroviario, la donna, se dice sì, cioè nel mio caso non dice niente ma intende sì, allora in realtà vuole dire no; e se questo è il caso, allora forse non vuoi che mi faccia saltare il cervello; potrebbe essere questo il tuo modo di mostrarmi che tieni ancora a me. Oh, chetti, chetti, ho di nuovo l’emicrania, e stavolta non è una scusa: colpa di questi strati interpretativi, come zolle pesanti, scosse in direzioni opposte dai bollori che gorgogliano nella mia carne molle, sono questi rotismi che girano senza perdita né guadagno e che mi arrestano in una immobilità inerte, una immobilità nel moto e che per questo mi consuma. chetti, chetti, lo senti come questo suono è tagliente? È come il rasoio che mi pianto ogni giorno nelle braccia. Se potessi guardare quante cicatrici… ma non ti allarmare, ora non sanguinano più, hanno preso l’abitudine a essere penetrate le mie braccia, la lama si bagna nel mio sangue caldo come il remo di una barca solitaria. Come te, chetti, chetti che dopo la prima volta non sanguinasti più. Quel piacere di essere stato il primo esploratore! Ora, purtroppo, il piacere della lama si è affievolito, e già muore come un orgasmo, nel nulla dell’inconsistenza dell’essere. Perché si comincia così, chetti, dalla masturbazione, pensandoti, tra le coperte, pensandoti intensamente; e poi la masturbazione non basta più e poi è l’ora dei legacci, mi ricordano quando legavo te, e ora li uso fino quasi a strozzarmi, per sentire quello che sentivi tu; e poi, quando legarmi non basta più, allora è il turno dei rasoi, per bucherellarmi dove c’è ancora rimasto del sangue. E poi, quando anche il rasoio diventa sterile, c’è la canna del fucile a canne mozze di mio padre, un surrogato del mio membro solitario. Pensaci un attimo: una eiaculazione di polvere da sparo

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scintillante e di grumaglie di materia grigia molliccia. Peccato non poter vedere lo spettacolo, magari seduto sul divano a mangiare patate fritte come facevamo io e te, ai bei tempi. chetti, chetti, quando il sì e il no collassano in uno gnocco di inerte indeterminazione, non resta che l’arbitrio. E io ho scelto. Ho scelto di pagare qualcuno fidato per farti recapitare questa lettera in accompagnamento a un’urna con la polvere delle mie cervella. È giusto così, è meglio che la tenga tu. Se rovisti in quella poltiglia affumicata troverai i miei bollori, i miei pensieri più osceni, e ci giocherai, leggerai tutto quello che non ti ho mai detto, tutto quello che ho visto, la prima volta che ci siamo conosciuti, la sensazione del calore della mia mano che abbandonava il mio corpo per essere risucchiato nel gelo della tua manina; in quel momento hai cominciato a uccidermi. Mi piace pensare che inumidirai, infine, le tue dita sottili nella melma collosa dei miei pensieri e li assaggerai e ti toccherai e poi verrai. Ah… chetti, chetti, finalmente sono tutto tuo.

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POESIE di Fabio Macellari POLLINE

I Tuoi occhi sono come vento timoroso di riscontro.... albume e alabastro.... irrora ricordi nirvanici.... di neve e futuro.... Amore Atmosferico.... che divelle terremoti.... come granelli di Polline Latteo il Tuo Sorriso si irradia nelle galassie....

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MATTINA SBILENCA

Delusioni gametiche che germinano scissurazioni disioniche.... orfico paracetamolo sublima l’edemico miocardio.... albeggia sincera di glutationica foschia la caffeinica mattina sbilenca....

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COLONNA DIAMANTE

Goccia spora piuma vermiglio.... mulinello di perle anfibie.... scalini diamante su lampi di vapor acqueo.... linea confusa d’alba crepuscolare.... colonna di luppolo.... ultronea felicità ....

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TULIPANO AMARANTO

Tulipano Amaranto volgi le labbra all’arco crepuscolare.... inondando grondaie di ribes e lino.... fiume albino.... cola di lato al vispo tuo Arlecchino.... impedenze eoliche vagheggian oriunde.... poi è di nuovo Vita....

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VENA APERTA di Carmen Franzese C’è questa cosa che mi stringe gli occhi nei pugni e mi prende a calci la gola. È come una bestia. Una cosa feroce. «… col sorriso sugli occhi…» un vecchio ha detto proprio così. Con quell’accento radicato nello stesso meridione da cui provengo io. Penso che parli di un sorriso come il mio, appoggiato sugli occhi, come sulle labbra: foglia in aperta campagna, in tempo d’autunno incerto. Col treno taglio l’Italia da sud a nord e mi rimane aperta una vena, una che, idealmente, connette cervello e cuore. Ho raccolto gli ultimi scampoli d’estate al sud, per conservarli in un ricordo cutaneo quando scenderò dal treno e le narici si bruceranno dello sfiato degli allevamenti, e la pelle raccoglierà l’umido dell’aria; i capelli, lisciati a 170 gradi ogni mattina, si torceranno nelle onde originarie, per ricordarmi che sono nata in una casa dalla quale si vedeva il mare. L’incertezza di vivere la vita corretta, quella meritata, mi ha portata in una cittadina della pianura padana: vivo nel mezzo di questa bassa costante, dal paesaggio uguale per chilometri. «Tempo cattivo come una vecchia ostinata e sola». Porto la stessa faccia che avevo da bambina. Forse, è per questo che sembro più giovane di dieci anni. O, forse, ero una bambina adulta. Sembro più giovane e la gente salta a piè pari l’eventualità di prendermi sul serio. A lavoro, soprattutto, so di questo automatismo che attivo negli occhi di chi mi guarda: «La stagista si trova bene?», «No, non è un’interna. È la nostra ricercatrice…». Ho l’età in cui si potrebbe essere madre e lo schiaffo di certi istinti ancestrali mi volge il viso verso tutti i neonati che incontro: mi costringe a guardare, a mostrare il mio desiderio, a non comprendere le madri che lamentano stanchezza, recriminando quella porzione consistente delle loro vite che hanno consegnato a piene mani al figlio, in una dedizione in cui il tempo sottratto a sé stesse diventa debito accumulato dalla propria creatura. Cosa dirò io? Dirò quello che penserò? Mi nasconderò nella penombra di frasi socialmente accettabili, culturalmente imposte? La mia natura mutevole, il germe del disequilibrio, che mi trascino dentro come lascito di chi mi ha preceduta, impedisce di valutare la qualità di ogni previsione. Viaggiare a una così furiosa velocità permette di vedere come cambia il tempo nello stesso tempo: a distanza di un’ora, o nello spazio della stessa ora, trovi sole generoso di calore; a qualche centinaia di chilometri, poi, penetri un’aria grigia e vedi un cielo basso che ti opprime con quel colore canna di fucile, che pare quasi una minaccia.

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Questo treno non penetra l’aria e lo spazio: penetra il tempo, rincorrendolo. Rincorre la sera che gli cammina avanti. La sera ha una veste lunga. È una donna giovane che invecchia diventando notte. Mette ciocche di capelli bianchi, ciocche nuove e occhi saggi. Ho salutato tutti: una fatica che mi pesa sul petto, mi schiaccia le vertebre, mi spreme gli occhi. Ho dovuto imparare, negli anni, a nascondere il pianto in un sorriso a occhi quasi chiusi. Spero, ogni volta – forse prego il dio dell’inganno – di non tradirmi con una piega storta nella voce. Il rituale consiste nel riporre fiducia nel fatto che i miei ricordino che, quando rido molto, quando rido di cuore, gli occhi restituiscono un riso liquido, che persino sconfigge, sciogliendola, la trincea nera di trucco che circonda e mi marca lo sguardo, come a sottolinearne la presenza insolente e, allo stesso tempo, l’inviolabilità, la natura impenetrabile: confini protetti, invalicabili e ingannevoli. «Non potete vedere quel che c’è dentro. Pericolo! Nebbie e banchi di pensieri cupi». La mia terra mi manca molto. Mi manca dalla pancia, dalle mani. Calcolo giorni di ferie maturati, ore di permesso maturate e non godute, setacciando la busta paga, per ritagliarmi uno spazio di fuga libera verso il sud. Ci sono giorni che maturano e altri che vanno irrimediabilmente a male. Scrivo sul telefono. Mi manca la penna, ma ho carta in abbondanza. Continuo a scrivere sul retro di pagine stampate per errore, per occhi che rifiutano di leggere testi sullo schermo. Quegli occhi non sono i miei. Accade, quando lavori per qualcuno che ha più del doppio dei tuoi anni. Non ho una penna e questo, ormai, non è più strano. Sarebbe strano viaggiare senza cellulare e io l’ho fatto per un paio di mesi buoni. L’ho fatto per scelta ponderata, non per un’improvvisazione umorale. Mi avevano scippata una domenica pomeriggio, in una strada secondaria, che negli altri giorni è attraversata da studenti intenti a colmare il ritardo di treni affaticati: una scorciatoia che mostra il volto sfacciato della città popolare, sorella non riconosciuta di quella che da secoli le cammina a fianco, a pochi metri, a distanza di un’infilata di palazzi. Mi hanno derubata per prendersi un cellulare vecchio e malandato, con un angolo sbeccato e sollevato, che mi ostinavo a tenere per l’orgoglio di sentirmi una che evita acquisti immotivati e che si cura di ambiente ed economia – sembra il titolo di un inserto del telegiornale, destinato a persone noiose e vestite con uno stile severo e transmodale. Si erano portati via anche quindici euro, un bancomat inutile in assenza del codice di sicurezza e una borsa comprata in Svezia, ma di fattura cinese. Devo ringraziare la globalizzazione, il basso costo e la scarsa qualità dei materiali, se la tracolla si è staccata istantaneamente appena tirata, se ho solo vacillato, ma non sono caduta. Ho perso i documenti, ma ci ho guadagnato foto migliori e il pretesto per disfarmi, 52


per un po’, di telefono e reperibilità. Ho cominciato a viaggiare con un potere nuovo: lasciare tracce, o tenerle avidamente per me nella mia borsa nuova, nei nomi delle città impressi sui biglietti. Ho cambiato numero, consapevole del fatto che avrei perso irrimediabilmente, ma con sollievo – con gioia, addirittura! – contatti di cui avrei voluto disfarmi da tempo, che ingombravano rubrica e ricordi. Sceglievo la libertà di chiudere porte, sbarrarle, serrarle, gettare le chiavi. E ora, se non avessi il cellulare, dovrei alzarmi, cercare una penna, chiederla a qualcuno, usare i fogli stampati su una facciata, coprirli con frasi fitte di parole spigolose – a mano libera non so più scrivere con le forme morbide che arrotondavo da amanuense: la mancanza di esercizio e la fretta mi restituiscono un tratto nervoso e angolare: vedo aculei ovunque, guglie, cime di monti, delta maiuscole, irregolarità sparse con una consuetudine così scontata, da convertirsi in andamento regolare. Sono seduta di fianco al finestrino, a respirare l’aria gelida, insalubre e artificiale vomitata in abbondanza dal sistema di condizionamento del treno per privilegiati su cui sono salita, per abbattere la percezione della distanza con la mia terra, che mi morde il petto e mi fa stringere un braccio sui seni per riflesso e le mascelle per difesa. È insensato questo freddo. Da Roma verso nord l’autunno è arrivato con la flemma e la sicurezza di un vecchio signore. Sarà un’ora che guardo il cellulare e scrivo con insistenza. Dall’esterno devo sembrare quella che non sono. Come si fa a spiegare che uso il cellulare per tamponare questa vena aperta?

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POESIE di Adielle A SAGGIARE POZZANGHERE

È fantastica questa turbolenza magnetica nell’elica che quasi vortica l’ala vanifica la spinta dell’aria nell’incombenza di essere vana sancisce la vittoria dell’etica sulla ragione di stato. Giudica invano il pensiero orfano di storie vissute una lezione alla volta, per sentito dire, quando cala la sera. Il tempo trascorso con cognizione di causa quello perduto nel fango a saggiare pozzanghere con chele di granchio e lacci fantasma non torneranno per sempre sulla tua strada mio fiore di plastica, fotonica sintetica dell’anima. Perderemo il gusto di essere sinceri come quando abbiamo paura ma sappiamo già come andrà a finire. E canti quella canzone che ho scritto per te con la voce rauca di quel ragazzo che imita Gianna Nannini. Ma la fantasia sa immaginare così bene il senso d’abbandono d’ammantarlo di fede. Sull’altare del mio ego sacrifico la vergogna che mi spetta per i difetti di fabbrica che mi concedo di nascondere. Sperando in una tregua. Un soliloquio semplice, un codice complesso. La fase che attraverso è un cielo stellato con le stelle che cadono e lo lasciano solo. Al cospetto di niente. Aspettando un segno con l’istinto che valga una vita perduta o una seduta dallo psichiatra per riavere la patente ogni due anni quando perdi le chiavi di casa e l’ora è tarda. La fine del mese. Volere essere non visto. Evitare di destare attenzioni. Il locale con i tavoli all’aperto o la lotta per la conquista dello spazio il freddo inverno che mi chiude in una sostanza le parole che provano a diffondersi

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indipendentemente dalla mia volontà. «Uno sguardo al di là del Sistema Solare». Una cura della malattia mentale sembrare normali? Quando la metti la virgola? Senz’affanni per la metrica. Costante, recedere solo in caso di crisi. Saprai innamorarti ancora pur essendo vinto? Le scarpe con lo strappo, la prolunga per disabili in un racconto di Paolo Villaggio la forza della memoria che supera gli ostacoli. I versi di un plagio commesso dagli atomi. Invece di studiare per essere invincibili, abbandonarsi all’anima. Allora ci sta parlando, con la materia di cui è fatta la merce di scambio tra noi e il resto del Mondo.

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DUE TIRI (MI FAI FARE?)

Quando perde la guaina sulfurea il tattico tango da balera del tuo sillabare l’aria in respiri quando fumi una sigaretta prestata la nascondi al dosso delle nuvole perché il cielo non ti giudichi la figlia, la madre, il costato le reticenze parallele al vegano che viene da Vega ne deduco un razzismo da palato, dovuto all’uso consueto di coriandoli da lancio, da nessuno escluso, eccetto le dita da fata che cingono il filtro come fosse il bavero di una cerniera ossuta l’acrobata sedotta dalla distanza breve di una ricaduta le vicissitudini che si avvitano sul cordolo non appena stringi la curva e se siedi è il gradino che scotta ma la scala è una tromba d’aria da soffitti, inconsulti piano al piano, un lungo pianosequenza, furtivo, con zampe da gatto che ti segue fino in cima, dove s’apre il tetto e la tua schiena curva è un arco di creta viva, muta, come il fumo che s’addensa a forma di clessidra vuota, mietitura del tempo, a ghirlanda d’inneschi. Dove sei ora? Chi t’avvista oltre le tregue del tempo? Non si capisce un caos nemmeno se ti arrendi ad esso. Immenso, con la quadriglia delle palpebre ad intermezzi a sezionare le immagini frustrate, col telaio degli occhi a scegliere la cornice; il flusso mobile delle cose che vedi si sparge nella mente che le proietta, così il cane si morde la coda come un uomo che ha fretta di arrivare alle conclusioni. Ma senza bellezza non è giusto condursi altrove, permanere né essere quello che vuoi. Quanto a lungo può mostrare il suo lato debole la Luna perché i lupi s’illudano di mantenerla in vita? Di chiamarla a testimone di qualche coro che intoni una preghiera? La falce, la piena del fiume, il mantello della sera. L’orizzonte che sconfina sul dorso di un’alba azzurra saprà riporre l’arma nella fondina senza aver sparato un colpo almeno ad onore del cielo che ricordi dalla tua finestra a stelle e strisce ma poi la memoria capovolge i suoi assilli e te la prendi per aver dimenticato i versi dei gabbiani al mattino

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colazione da Tiffany come va a finire? E dove ho parcheggiato la macchinazione? Torniamo a fumare nei bagni del ginnasio dopo la ricreazione abbiamo ginnastica e il professore ci lascerà giocare a pallone nel parcheggio dell’Utap.

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NUDA

Scandalosa l’Odessa della schiena, nutre un suo debole per le fosse le acque oscure delle ossa mobili i triglifi vettoriali dai cardini elettrici e questi tendini che scoprono le nocche in ghirlande di ghiandole in fiore, ai tuoi seni che susseguono a frequenze variabili il respiro segreto delle scapole le ciocche sussurrano alle spalle il grigio nuvola nuova delle tempie. Radice mia è la carne, essendo segno e simbolo di terra la materia del mio inguine annaffia le piante che non trovano posto nell’orto delle merci dove si fanno i veri affari e nessuno se ne pente. Altrove, sulle vele maestre dei pensieri, a più venti si affida il moto per tentare la stanchezza di restare immobili a nuove pretese magari cambiando idea su di te, sul resto del Mondo o andando in cenere. La notte che s’avventa come lupo solitario su una Luna purosangue la leggenda del viandante che non riconobbe sua sorella per strada quella volta che tornò a casa in tempo per le nozze ma tutto si dissolve, anche le promesse davanti a testimoni sette veli in una volta per l’orrore degli dei che non amano sintesi al momento del giudizio che saremmo noi senza le frizioni inibitrici dello spirito contro la materia energia e scorie prodotte per riempire i vuoti dello spazio che la memoria include nei ricordi condannandoli per plagio. Fosse anche che ti sbaglio, saresti uguale spiegami perché una volta certi quadri non li guardavamo per paura dei rapimenti in pubblico, mistici e sensuali, e adesso invece ci pervadono con immagini sfuse tutte uguali? Le teorie che si avverano sono le meno diffuse, in pratica Dio, per esempio, chi lo conosce? Ma quanto è ladro l’occhio, ruba anche quello che non vede così s’inventa una fede dal lato più oscuro delle cose. All’ombra, il buio personale di ogni cosa

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matura la distanza tra i colori immaginare conquista spazi d’infinito dimenticandosi che non si tocca dove la distanza è troppa dalla materia del contendere e i sensi non bastano per chiamarla per nome questo mare aperto senza ventre. Ma la forma che ci compie ha le sue sponde. Non per questo smetteremo di farci le domande con le stelle a portata di mano, appese al collo. Ecco che torna la tua pelle come dal lembo delle unghie dal retro delle pupille per sovvertire il senso delle frasi messe in fila per ricevere l’estrema unzione ad una ad una prima di dedicarsi alla deriva di un altro corpo. Una vita dimenticata, una ancora da essere vissuta che puoi pensare come involucro.

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FENOMENOLOGIA DI G. di Franco Giordano “Ci racconta il riposo del pellegrino stanco; che legge agiografie e libri di preghiere, che copia antiche storie, ci dice il suo dettato, e intanto fuori emana la luce del suo cuore”.

ANTONIO MACHADO, I miei poeti.

G. è un ritardatario! Basti dire che G. è un apparente nome composto, apparente in quanto nessuna pausa divide i due nomi – l’attesa che sarebbe nata da una possibile separazione risulterebbe eterna e inaccettabile per il nostro umile concetto di tempo. G. è un nome che non possiede né sdruccioli né tronchi… è un nome in linea retta; in definitiva, la lungimiranza dei suoi genitori depositò all’anagrafe, come una profezia, il tenace e guerreggiante futuro del Nostro contro ogni clessidra… di sabbia o acqua non conta! Chi ha il piacere e l’onore di conoscere G. e la sua voce, tanto altisonante quanto nobile resa amabile da modi d’altri tempi, non si lasci ingannare dalla sua gentile presenza; G. è un novello San Giorgio in eterna e vigile lotta contro un drago che rigetta incandescenti e inafferrabili attimi, questo nemico si nutre d’ansia, di modernità e ci riconsegna infuocato tempo, con un alito insalubre, fetido e pericoloso per le nostre dormienti difese immunitarie. Ma G. contro questo oppositore ha una calma e luminescente armatura coniata in quella lega ottenuta dal suo nome in linea retta, senza sdruccioli o tronchi. La sua serenità infrange i vetri di ogni clessidra e restituisce ai deserti ogni sabbia, ai mari tutta l’acqua! G. – come il sottoscritto, ma con un’algebra per me inaccessibile – è paradossalmente amante degli orologi, ne stima gli abili e ingegnosi meccanismi, da buon esteta ne percepisce il futile fascino, ne apprezza gli scintillanti ticchettii come un’esoterica e continua novità; intravede nelle sovrapposte ruote dentate, un giardino miniato di petali assoluti e geometrici piegati a una legge – per lui – inutile e carceriera! Non mi stupirei se, nella sua fervida immaginazione, G. stesse progettando un segnatempo nel quale ogni meccanismo è libero da qualsiasi prigionia, un orologio iperbolico e arabescato dove ogni ruota sia libera di orbitare in tutti gli angoli di questo universo, senza che venga meno quel preciso e scintillante ticchettio che

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tanto lo incanta, e una volta concluso… allacciarlo soddisfatto al polso di Dio come una preghiera. Tutto questo a noi, semplici corpi dimentichi dell’eternità delle nostre anime, non può che stupirci e irretirci. I ritardi di G. hanno del leggendario, il suo concetto di tempo – ammesso per beneficio d’inventario che ne abbia uno – è dilatato al parossismo… quando chiunque di noi, nell’attenderlo, ha perso ogni umana speranza – e si rifugia, a seconda del carattere, nell’orazione o nella bestemmia –, il Nostro emerge come un Deus ex machina, hieròs ed eusebés, sacro e pio; come un Lare ormai inutilmente atteso nella tesa disperazione dei nostri nervi! Ed è qui che si affaccia inaspettato un miracolo della psiche! Il disperante ritardo diviene epifania! Cristallina, semplice, manifesta liberazione… i suoi modi gentili e sempre affabili poi, precipitati della sua straordinaria intelligenza, rendono definitivamente netti e rassicuranti i confini di questa Itaca insperatamente e felicemente raggiunta! È paradossale affermare che un inverosimile ritardo possa poi tramutarsi in una sorta di felice liberazione, ma è ciò che accade! È come se le nostre nervature disperatamente tese come le corde di un’arpa ansiose di incantare il pubblico, inizino a vibrare al tempo giusto distendendosi in melodia. G. retroattivamente rappresenta il kairos del ritardo… il tempo opportuno del ritardo! Invito chiunque a far esperienza di questa celata geometria che ha solo la maschera del caos. G. è un accordatore del tempo… esercita i legamenti della nostra sopportazione dilatando con un agognato sorriso la nostra pazienza, e forse anche la sua. Indicativo forse è il fatto che queste parole le ho scritte senza fretta, “con calma” come ama sempre intercalare ogni suo discorso il Nostro G. Io intanto anticipo gli appuntamenti con lui almeno di due ore, in modo tale da ottenere un onesto ritardo.

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TRANS EUROPA EXPRESS di Francesco Dolcemascolo …est Berlin… est Berlin… Trans Europa Express… Europa persa in trance stupidamente… televisione schermo piatto 129 euro in saldo Mediaworld…Videomusic anni ’80 di sfondo… Lindo Ferretti che lancia i suoi strali… il tutto comodamente scaricato dalla rete, solo dvx chiaramente (blu rey top)… solo le 4:00, cinque ore sul divano possono bastare, meglio aprirlo tramutandolo nel letto dei sogni. Non ho impegni urgenti domattina, se non pulire il pavimento sporco di birra, domani apro il letto adesso continuo così… i CCCP sono nient’altro che lo specchio di questa società, affondano le loro radici, continua Ferretti… minchia portava la rivoluzione adesso si proclama fervente e canta a cavallo, la malattia dice lui, i soldi dico io. Quelli mancano sempre e non so da quanto, nemmeno ricordo l’ultima volta che non ho dovuto preoccuparmi di aspettare accrediti. O forse ricordo. Siamo partiti per la trasferta in Germania est nel novembre dell’81, a scuola i miei genitori dovettero chiedere una giustificazione in quanto la Olivieri, vicepreside del leggendario Parini, si rifiutava di credere e concedermi il permesso per partecipare a una stupida manifestazione di virilità tra ventidue esseri umani che rincorrevano una palla… tanto vale rimanere qui a Milano e se ne sentivo proprio la necessità avrei potuto utilizzare una zucca al posto del pallone. Dresda si presentava pulita, controllata, ricordava un accampamento romano per la disposizione, proprio uno di quelli che trovavo senza sosta nelle interminabili versioni di latino che traducevo lungo i tragitti casa campo di allenamento. Mi piaceva studiare, mi è sempre piaciuto, parti da un dato di fatto come… i turchi sconfitti a Vienna, e arrivi a cercare in biblioteca come mai l’avanguardia dell’esercito era composta da cristiani al loro servizio: i giannizzeri. Il volo è durato poco, per me fu interminabile, i miei compagni più vecchi, DeNardis aveva già 34 anni, non mi permisero di riposare ed era fastidioso sentire il vecchio svedese, che stravedeva per me, ridere vedendo il trattamento riservatomi, si era avvicinato con aria bonaria dicendo… lasciate riposare lo iovane Bernetti, domani deve correre… sghignazzando naturalmente. Mi aveva scelto l’anno prima, stavo giocando con l’Alcione un sabato pomeriggio, con l’obiettivo di terminare il prima possibile per poi correre al concerto dei Decibel in Piazza Argentina. Invece quel sabato terminò con il vecchio Liddas a cena dai miei che illustrava i termini contrattuali che aveva intenzione di offrirmi e confermare che era anche sua intenzione costringermi a terminare gli studi… calciatore gioca dieci anni laureato vive per sempre… Liddas, quando è morto al funerale non mi hanno permesso neppure di entrare, Joanna non volle vedermi. Chiaramente non aveva nessuna intenzione di schierarmi dall’inizio, entrai venti minuti dal termine con la squadra sotto 4 a 1 dopo aver vinto a San Siro 2 a 0,

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ma questi tedeschi dell’est parevano alieni, correvano… e per tutti i novanta minuti. Silenzio di tomba al rientro, nessuno prendeva per il culo nessuno, io ero felice, esordire negli ottavi di coppa campioni a 17 anni cancella l’amarezza di una sconfitta. E poi guadagnavo il doppio di mio padre che sbarcava il lunario scaricando angurie in Corvetto da quando aveva 12 anni. La domenica dopo giocai tutto il secondo tempo contro il Catanzaro, altra sconfitta… ma lunedì mi presentai a scuola con la Gazzetta, in un articolo asseriva che fossi pronto per giocare dall’inizio… come verticalizzavo io a 17 anni forse solo Suarez. Li ha appesi tutti mia madre questi ritagli, e continua a mostrarli, per lei sono coccarde… eh, ma l’ho obbligato a terminare almeno il Parini. Da quando l’Aulin è andato fuori produzione ho dovuto riparare sull’omeopatia… in quantità industriali, la birra versata sul parquet è diventata mastice… Lindo Ferretti non parla più, è partito adesso il concerto in cui suonano i Diaframma, formazione con Sassolini e Fiumani alla chitarra. Sono passate tre ore e io non ho più sonno. Ero andato a sentirli nascosto tra il pubblico quando si esibirono a Sabato Ring su RaiUno… non mi era difficile procurarmi un ingresso gratuito. La farmacia più vicina è situata in viale Ortles, nella traversa piena di ristoranti cinesi e appunto farmacie cinesi che hanno soppiantato le vecchie botteghe di mobilieri tranne quella all’inizio di via Panigarola… ho iniziato lì a lavorare il legno, non mi scelsero loro ma fui assegnato, reinserimento sociale, una professione avrei dovuto apprenderla. Mastro Garofane dice che dopo vent’anni ho imparato a malapena a tagliare i masselli ma ride mentre bofonchia, e parla con la sciura o l’egiziano che ci porta sempre mobili da sistemare. La vivo come una rinascita, la fatica, il mestiere di un tempo, il vecchio sbiascicare milanese, gli ultimi focolai di nebbia lombarda autentica. Lunedì e martedì chiuso, da mercoledì a sabet, come dice il Garofane, si lavora, meno di un tempo ma si lavora… spesso montiamo piccoli allestimenti per le aziende in fiera a Rho, di solo restauro non si vive, non si aggiusta quasi nulla ormai… segno sul tavolino, corsa all’Ikea per nuovo acquisto e rientro a casa con altre sette suppellettili che non erano in preventivo. Venti euro di Perscoden e il mio cerchio alla testa si scioglie, caffè, e mezzo litro di candeggina calda versata nel punto in cui la birra è diventata più appiccicosa del biadesivo, una vita semplice in cui faticare è come una doccia che elimina ricordi. Strade pericolose. Qualcuno mi ha cercato in questi anni per una serata in onore dello scudetto della stella del ’79, per chiedermi un parere su questo o quell’altro enfant prodige… le mie risposte volte sempre a negare di essere la persona giusta per loro. Nella vita non si cambia, è possibile solo mutare ambientazione recidendo le radici marce, ma noi non cambiamo. Quando abbiamo vinto ad Avellino i campi erano congelati, neve sommariamente ammucchiata a bordocampo, ho segnato da circa 30 metri, la palla rimbalzò davanti 64


a Piotti e si insaccò lentamente… DeNardis a fine partita si avvicina e mi mette in mano 15 milioni, mi dà uno sberlone e mi dice… Bernè nun fa u figl’androcchia questa è la tua parte. Hanno bucato le ruote posteriori del pullman. Siamo tornati a Milano, mi porta a casa mio padre… sei stato fortunato, dice, il tiro era lento, adesso a letto domani hai scuola. Ma non ho dormito. Martedì sera parlo col mister. E gliene parlai, mi ha guardato e si è girato continuando a lanciare direttive in quell’italiano con inflessioni svedesi mai migliorato in cinquant’anni di bel paese, soave come il vino che produceva. Ho portato una croce in legno a grandezza naturale in un paesuccio vicino Lodi, chiesa enorme moderna dedicata a San Rocco, mi dice il prete, un ragazzone pelato certamente sudamericano, perpetua giovane… molto male caro don, uscendo mi sono fermato a guardare i ragazzini che giocano a calcio, grida imitazioni di Caressa e Bergomi, qualche bella pedata, nessuna bella ragazza. Un uomo di una cinquantina d’anni mi offre un Cordiale, bianco e Aperol in quantità industriale… appoggiati al bancone dell’oratorio in dieci minuti mi racconta di essere il responsabile della proloco e della locale squadra di podistica… come possa correre solo dio lo sa, un metro e settanta per novanta kili, barba lunga e coda, solo laterale, e grande chierica a incorniciare un nome esotico, Kisito, il padre missionario laico si è appena risposato e vive in Bretagna, la madre non ce l’ho più, ma quasi non ne ricordo la faccia e mi invita a tornare… non mancherò, rispondo. Quando mi allontano sto bene, la serenità del quotidiano e dell’ovvio, il divertimento semplice… sicuramente tornerò. Non sono battezzato, mio padre era un ex partigiano, mia madre totalmente disinteressata alla questione, a scuola non ho mai seguito la materia, con disprezzo la prof mi spediva in un’aula vuota. Mio padre raccontava che il prete di piazza Locate in Corvetto era una spia delle SS, aveva venduto due compagni ai collaborazionisti di via Trieste e loro l’avevano legnato ben bene dopo la Liberazione… tanta gha vem i passamontagna. La mia generazione era molto peggio dei ragazzi d’oggi… impegnati si racconta, malinformati dico io, inconsapevoli delle conseguenze delle nostre azioni, e protetti dalla mancanza di informazione… era tutto ripartito a compartimenti stagni mentali: compagni spinello letture manifestazioni, camerati cocaina violenza patria. Tutta pubblicità, tutta moda, tutto mischiato, e quando il velo è crollato il potere è finito in mano a Craxi. Andavo a sentire Ruggeri e i Decibel, dichiaratamente edonisti e di destra, i CCCP a San Lazzaro di Savena, che proponevano la presa del potere tramite l’appropriamento delle sovrastrutture. Avrei dovuto essere più netto, tracciare un confine tra un lato e l’altro, avrei dovuto semplicemente continuare l’università, laurearmi in Lettere e insegnare come avevo sempre desiderato. A 18 anni guadagnavo più soldi di quanti ne avessero mai visti i genitori di tutti i miei compagni di classe, e quando non devi calcolare più quanti giorni mancano al termine del mese 65


la tua coscienza mette il silenziatore se hai meno di vent’anni. Ho perso i primi sei mesi di scuola nel 1982, ero ancora iscritto al Parini, ma mi mandarono a giocare per crescere a Bologna, in prestito… squadra costruita per retrocedere. Ci siamo salvati, ma persi l’anno, quando mi son presentato a sostenere l’esame da privatista venni brutalizzato, l’anno dopo ero già qualcuno e fu uno scherzo superarlo. Vicini ha chiamato a casa dei miei genitori per chiedermi la disponibilità a essere tra i convocati dell’under 19 per un torneo a Tolone. Circolavano strani personaggi negli spogliatoi… un ristoratore che portava sempre a cena parte della squadra, seguiva le trasferte direttamente in pullman con i giocatori, sembrava marchigiano dall’inflessione, mi disse a ottobre che ci saremmo salvati ma saremmo retrocessi il prossimo campionato… ci potevo scommettere. Due ragazze sedute sul divano aspiravano col naso della polvere bianca e ridevano, svestite di tutto punto sembravano ubriache… cosa cazzo facevano nell’appartamento che condividevo con Marco Macina a Casteldebole, oltretutto ero fidanzato su a Milano. Macina invece no a San Marino, e quella sera terminò come non avrebbe dovuto. Disinibite le ragazze, senza freni né limiti… Macina si sporcò il naso con la polvere residua e gridando ha continuato a porgermela sino al momento in cui con una manata gliel’ho gettata per terra. La mattina dopo al campo non mi presentai… il treno per Milano e di corsa a casa dai miei, troppa pressione. Con la multa ricevuta ho dilapidato tre mesi di paga. Serena mi ha lasciato quando le ho raccontato la faccenda, il vecchio Liddas, appena esonerato, mi ha telefonato catechizzandomi ma senza troppa convinzione, Macina a casa mi dice che sono stato fesso, si trattava solo di divertimento… a proposito, aveva una dritta per farsi perdonare… domenica segno, mi dice, ho messo un paio di testoni con un amico mio sul goal, non dovevo dirti niente, ma per farmi perdonare. Ma come segno, già lo sai? Si è messo a ridere e ha tirato su col naso. Vicini non mi ha convocato, la fuga senza permesso da Bologna ha avuto le sue conseguenze. Kisito passa a prendermi, andiamo a Imperia, a casa sua… relax qualche bicchiere di vino mare spaghetti allo scoglio, piove come fosse Amazzonia, il proprietario del locale ha lavorato come cameriere a Londra, chiare origini non anglosassoni… Damiano Pechino lui, Damiano Pechino Junior il figlio, Demian il secondogenito. Ci prova a organizzare aperitivi, a portare band e serate a tema, ma il comune non lo aiuta, ci ha chiamato un taxi, è stato gentile, nel momento in cui mi sono addormentato sul tavolino. Sei mai stato tradito da una donna? Kisito mi racconta che una sua ex storica potrebbe averlo mazziato e cornificato. E tutto scorre sui 15 gradi, col mare a venti metri, e un divertimento operaio che mi porta indietro alla colonia estiva del ’70. Aggiusteremo la sua moto, assemblata con parti comprate qua e là, ci candideremo a Mignete con una lista civica così prorompente che sarà una cavalcata trion66


fale, sembra tutto possibile, arrivabile e umano. Se non fosse che non posso candidarmi dopo aver trascorso anni in carcere… questo diritto lo perdi. Ma lui non deve per forza saperlo, lo ammiro… la vita è trascorsa su di lui, lo hanno usato tradito illuso, ma è rimasto in piedi sempre, perché non si è mai asservito o cambiato per amore. Ogni giorno pubblica impressioni e foto sul suo blog, ama i gatti e costruiva violini… secondo me lo usa come mezzo per rimorchiare e basta ahahahah, lè un brau fiè… gli ho spiegato che ho avuto qualche problema con la legge dovuto a un equivoco ma è acqua passata, se non altro lui non chiede oltre. In carcere ho conosciuto persone che pur di uscire si facevano saltare un pollice con il seghetto alternativo, un mese in ospedale civile e richiesta dei domiciliari. È un’industria che non permette la redenzione del peccato, la galera. Esci più affamato e meno socialmente utile di un immigrato… le foto del blog sono vergognosamente finte… gattini e qualche panorama attira donne. Macina ha segnato al 75esimo, su liscio di Mozzini (il Torino era salvo da tre mesi), nessuna esultanza solo una botta sulla mia spalla… ristoratore con i soldi nello spogliatoio, belle donne e coca la notte. Avrei dovuto operare scelte più nette, mi avrebbero preparato a superare momenti difficili, avessi ascoltato solo la musica di rivolta, avessi letto solo saggi di Eco, avessi partecipato a qualche lotta per i diritti degli emarginati invece di prendere le loro difese solo in discussioni da spogliatoio, ecco allora avrei capito che solo una volta è già sempre, che chiudere gli occhi dicendosi che forse non si era ben capito equivale ad accettare. Al commissariato di San Lazzaro ho perso 50 minuti a firmare autografi, che son mutati in raccomandazioni e tentativi di farmi cambiare idea quando ho sporto denuncia. Ho raccontato tutto, dai soldi di DeNardis sino al goal di Macina e la domenica dopo mi hanno arrestato negli spogliatoi di Avellino assieme a Macina Manfredonia Pecci e Petrelli, il ristoratore marchigiano e decine di altri di altre squadre. Omessa denuncia, detenzione e spaccio di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione… 15 anni la condanna, 20 anni di sospensione dalla Federazione. Poi abbiamo vinto i mondiali e sono usciti tutti subito, hanno ricominciato a giocare, io no. Li ho scontati tutti, per me l’accusa verteva su droga donne e scommesse. La Gazza un mese dopo la tripletta di Grazzoletti in finale Mundial ricordava che giustamente non mi era data la possibilità di godere del condono, avevo perpetuato reati ben più gravi di una combine tra calciatori. In carcere ho ripreso a studiare, ma non mi sono laureato, ho imparato un mestiere che mi portasse a faticare, ho proibito ai miei compagni di cella di portarmi giornali sportivi e ho dormito sonni che ad altri spettavano. La verità è che io da subito ho capito, ma ero dentro moralmente nel sistema… tanti soldi, una vita semplice. E tacere perché si gode di riflesso di un 67


sistema corrotto equivale a contribuire alla sua nutrizione… concetto valido solo se provi a ribellarti… allora ti infangano, pongono dieci kili di coca nel tuo armadio e raccolgono le testimonianze di due giovani che tu gestivi affinché incontrassero a pagamento i tuoi compagni. Non esiste la correzione, se sbagli ti sporchi e se ti sporchi non esiste modo ti tornare a essere retto, puoi solo essere dimenticato. Ma come dice Mastro Garofane, come taglio i masselli io… manca el stracabinari della comasina. E forse è vero, avrei dovuto continuare a giocare all’Alcione… ed è altrettanto vero che la semplicità si apprezza solo se si è caduti.

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GLI AUTORI

ADIELLE nasce dopo il ricovero forzato di un mese nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Teramo causa folcloristico tentativo di suicidio, esattamente il 18 gennaio 2013, data in cui pubblica la sua prima poesia sulla rivista letteraria libera La Recherche.it, luogo divenuta sua tavoletta grafica una volta tornato a piede libero. Da quel momento non ha più smesso di scriverci. WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere ma si interessa di filosofia, psicologia, intelligenza artificiale, poesia e arte. Un’incursione nel libero pensiero è testimoniata dal suo “saggio caotico” Elogio dell’aporia nell’era digitale, scritto nel 2012. Alla produzione poetica affianca la stesura di racconti e dialoghi.

SIMONE CARUCCI è nato il 4 agosto 1990 a Roma e si è presto avvicinato alla lettura e alla scrittura di poesia e prosa. Ha pubblicato diversi componimenti poetici su webzine. La sua produzione è in continua crescita.

SALVATORE D’ANTONI è nato il 4 novembre 1985 a Sciacca (AG). Troppo giovane, a suo dire, per essere considerato un giovane autore, ha pubblicato la silloge Lame di cristallo (Gruppo Albatros Il Filo, 2008) e la raccolta di racconti Educazione Cinica (Melqart Communication Editore, 2014). Attualmente sta lavorando alla sua seconda raccolta di racconti.

FRANCESCO DOLCEMASCOLO è nato nel 1980 a Milano ed è laureato in Lettere Moderne con una tesi sui diversi strati della lingua italiana. Contrariamente al suo sogno di diventare professore di letteratura, lavora come coordinatore di call center. Ama la storia del nostro paese, in particolare i movimenti post ’68 e tutta quella serie di fenomeni che hanno pervaso l’Italia in quel periodo.

EMILIA FILOCAMO è nata nel 1977 a Pompei, ma vive da sempre a Ravello. Mancina, ha studiato violino. Ama l’inverno e pochissimo l’estate, adora la montagna e non le piace il mare, infatti sente di essere nata nel posto sbagliato. Scrive su diversi siti letterari senza ansia da pubblicazione. Nel 2009 ha pubblicato negli USA la fantasy novel Wolfskin. Il suo sogno più grande è di scrivere per il cinema.

CARMEN FRANZESE è nata nel 1982 a Napoli ed è laureata in Psicologia. Una carriera di ricerca e insegnamento universitari affiancata all’amore per la letteratura, il teatro e il canto. Scritti privati, una breve collaborazione con un blog letterario, spettacoli di teatrocanzone e concerti che hanno abitato luoghi inconsueti. È impegnata nella scrittura di un recital in collaborazione con Patty Garofalo. FRANCO GIORDANO, salernitano classe 1972 e filosofo esodato. Fa dei suoi blog, Po-


stik.it ed Esistentepaziente.blogspost.it, le sedi dei propri deliri e le testate web Agoravox.it ed Ultimavoce.it lo incoraggiano a proprio rischio e pericolo. Le riviste letterarie Alibi, Liminamentis e il sito Aphorism.it danno voce alla sua povera ma inestinguibile vocazione letteraria. Con il vignettista Pietro Vanessi e altri 28 autori e artisti ha pubblicato il volume satirico L’AppaRenzi Inganna (Cento Autori, 2016).

PIETROPAOLO MORRONE, triprecario: lavora in Università di mattina, insegna chitarra classica di pomeriggio e scrive di notte. FABIO MACELLARI è nato nel 1978 a San Benedetto del Tronto e ha studiato Filosofia delle Scienze Umane e della Comunicazione. I suoi Amori Irreversibili sono Il Suo Mio, i Sonic Youth, i Kleinkief, Alda Merini, Gilberto Centi, Mario Luzi, Nanni Moretti, J. D. Salinger, Il Grande Blek. Suoi versi son finiti nell’ultimo disco dei Kleinkief Fukushima. Ha composto e suonato e musiche originali dello spettacolo teatrale dei Kosmik Theater Alice nel meraviglioso mondo del mago di Oz. Segni particolari: Terrorista di stati d’Animo. FRANCESCA MURTAS è nata nel 1989 ad Alatri (FR). Completati gli studi in Lettere e Beni Culturali, poi in Scienze dell’Informazione, Comunicazione e Editoria, sta proseguendo con Archivistica e Biblioteconomia. Nel 2012 ha autopubblicato su Amazon il racconto lipogrammatico Lucio, omaggio a Georges Perec. Ama il fantasy, il cioccolato, i gatti, i giochi di parole, scrivere, i gatti, cantare, disegnare, i gatti, tradurre, costruire acchiappasogni, leggere. E i gatti.

LUDOVICO POLIDATTILO pubblicò il romanzo Le avventure del capitano Ego (Agata/Ottolibri, 2016). Vide vari suoi scritti accolti da antologie e periodici. I suoi testi teatrali Eumenidi talk-show, Apokalypsis à la page, Apokalypsis pour homme e Le avventure del capitano Ego furono rappresentati dalla compagnia Regno delle Madri Entertainment. Quanto scrisse, scrive e scriverà, se non finirà altrove, farcirà il blog “Polidattilografia”. DAVIDE RISSONE, trentenne, laureato in Sociologia, vive a Padova. Da un anno collabora con Alieni metropolitani, portale web dedicato al racconto postmoderno, e con la rivista Inkroci. È fondatore della corrente letteraria Iper-realismo-pop, il cui manifesto è disponibile sul suo blog. Il suo primo romanzo Non così vicino al Paradiso uscirà a breve per la casa editrice Lettere Animate.

ATTILIO SCATAMACCHIA è nato nel 1973 a Torino e vive con la moglie e i due figli in una citta della costa abruzzese, in provincia di Pescara. Ingegnere, libero professionista nel settore della termotecnica, scrive più o meno da sempre.


Tutti gli autori dichiarano implicitamente che i testi, da loro proposti e qui pubblicati, sono di propria stesura e non violano in alcun modo le leggi sul diritto d’autore, e danno esplicito consenso alla pubblicazione dei propri testi, editi e/o inediti che siano, sollevando Alibi e relativi redattori e/o curatori da ogni responsabilità riguardo diritti d’autore ed editoriali. Qualora i testi fossero già editi da altro editore, gli autori dichiarano, sotto la propria responsabilità, che i testi forniti e qui pubblicati sono esenti da diritti editoriali per scadenza avvenuta dei relativi contratti o, nel caso di contratti ancora in corso, gli autori dichiarano che l’editore, da loro stessi contattato, dà il proprio consenso alla pubblicazione dei suddetti testi in questa rivista.


Rivista Alibi - Numero 16  
Rivista Alibi - Numero 16  

Il numero 16 contiene le opere dei seguenti autori: Francesca Murtas, Ludovico Polidattilo, Walter Ausiello, Attilio Scatamacchia, Salvatore...

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