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Anno IV - Numero 15 (Ottobre/Dicembre 2016)


Curatore Ciro Maiello

Progetto grafico della copertina Vincenzo D’Urso

Hanno collaborato a questo numero: Valentina Cabiale, Cristian Santini, Ludovico Polidattilo, Davide Rissone, Gaia Rossella Sain, Nicola Dimitri, Massimiliano Pricoco, Elena Tomaini, Fabio Macellari, Guido Mazzolini, Nicola Esposito, Walter Ausiello, Nicola Cirimele.

La proprietĂ intellettuale di tutte le opere qui presentate resta agli autori.

Le illustrazioni di questo numero sono di Mattia Riami (https://www.behance.net/mattiariami)


ARMADILLI di Valentina Cabiale Maria era alta poco più di un metro e cinquanta. Bionda, capelli a metà orecchie, un’istintiva capacità di apparire simpatica. Era affascinata dalla possibilità di non capire più il linguaggio degli uomini. Guardarli da un angolo diverso, dal quale certo non li avrebbe compresi, forse neppure sentiti – o poterli vedere da lontano, di nascosto, ogni tanto. Anche una sola volta nella vita. Iniziò a studiare voracemente, senza aspettare l’uscita del bando (annunciato ormai da mesi). Voleva almeno entrare in graduatoria. Chissà, forse l’avrebbero ripescata, anni dopo, e avrebbe potuto trasformarsi. Il concorso non era il primo di quel genere, ma ancora suscitava forti opposizioni. Ci sarebbero stati ricorsi. Qualcuno si sarebbe appellato alla moralità dell’essere umano, alla necessità di porre dei limiti all’etica, umana o animale che fosse. Per contro, avrebbero sfilato di nuovo i sostenitori della libertà di scelta, libertà di essere, di modificare il proprio corpo quando non ci si riconosce in esso. Le metamorfosi erano iniziate, due decadi prima, con fini – si potrebbe dire – ambientalistici. Di fronte all’abbattimento della biodiversità e all’estinzione quasi improvvisa (eppure prevista da anni) di numerose specie animali, l’uomo si era sentito, curiosamente, solo. Vedere duvunque solo se stesso non gli bastava. Dove andare a prendere dei nuovi animali? Agli inizi la trasformazione fu una pena giudiziaria, in sostituzione dell’ergastolo. “Perderai la tua umanità e vagherai per il mondo”. Ovviamente, a molti privare i detenuti della sofferenza umana non parve una pena. C’era poi chi sosteneva che l’animale avrebbe ereditato le attitudini negative dell’ex-uomo detenuto. Mentre le discussioni fervevano, nacquero spontaneamente decine di movimenti pro-metamorfosi. Come se ci si fosse resi conto solo in quel momento che essere nati essere umano piuttosto che gatto o scimmia era una pura casualità – come essere maschio o femmina, biondo o bruno. Spesso il caso era stato crudele. Perchè gli uomini avrebbero dovuto essere felici nei propri corpi? La liberalizzazione delle trasformazioni coincise con un momento di profonda crisi sociale. Maria, come quasi tutti, era priva di interesse per cose tipo la memoria storica, i colpi di stato, la corsa agli armamenti, la pace nel mondo. Non sapeva ancora quale animale avrebbe indicato come prima scelta. C’erano diverse possibilità. È indetto il concorso pubblico, per titoli ed esami, per la trasformazione in

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n. 1200 animali, da distribuire in aree ambientali diversificate delle regioni A*****J e T**U, a partire da fine dicembre 2***, ai sensi dell’art. 1, comma 92 e ss., della legge 23 maggio 2***, secondo la seguente ripartizione: n. 50 armadilli n. 12 asini n. 140 canguri n. 22 fenicotteri n. 400 gatti n. 2 gufi n. 1 istrice n. 120 lucertole n. 5 marmotte n. 80 orsi bruni n. 250 pecore n. 40 pulci n. 28 rane n. 1 scarafaggio n. 15 tartarughe n. 30 tigri n. 4 zebre

Ci avrebbe pensato in tram. Era una scelta come un’altra. Si mise i tacchi, aprì il cassetto della scrivania, prese la maschera di gomma con il muso di elefante e la indossò. Una delle grosse orecchie pendeva in avanti a coprire l’occhio. Se la tirò all’indietro e uscì.

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POESIE di Cristian Santini RITMÌE

Goccia tardiva

trascurata sentinella scintilla sulla soglia d’oscillazioni di là d’orme impetrate senza cardine a voltolare

Eco

stilla dal fuso di stalattiti mammelle del ghiaccio e luce fu un’altra volta inconclusa eretta uno specchio convesso una cerva tombolare nel pozzo – surge s’urge a martellate atterrate sulle labbra scoscese d’una madre l’itterica daga d’esto sano destrombellicato lo scarto alla culla sicco ché llenta sfonda la macchina finch’aggrinchiata torno lo stecco d’una megera svignarsela rentro il cavo della polvere, nemmanco l’amovenza te sorride.

materia rattiene e sfiuta

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alla zampata leprina che eride l’infantil fatale e fe’ tamburo delle mie terga la mia tribù, flessa come una chiocciola rinterrizzita da ferrosi vapori d’eoni nei campi – guercia fonia questa gramigna strugliafossa intr’ossa dis-corde soppesata dal vento – a specchio del rosso vescicolare ascesso d’un tramonto ho modellato come un memoriale di scivolosa argilla la nostra ascesi eppur ‘sì ripida ‘sì zoppa nella cornice della gola.

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EX HISTORIA

Rovellare i tendini pregni attorno un globulo pomiceo nero denso in gravità del vuoto, inchiodato per traverso schiusosi l’uovo e assorto un dondolo implume sul fevro arco dell’abbandono – ah memoria a me morìa al mimetizzar il passo del costato retro le curve degli scacchi inflitti neppiù traccia dello spasmo bianco spiovuto nel lancio neppiù l’impronta che rimbomba nel distacco, piatto questo deserto intatto tra crepe senza memoria senza una scia sputati dentro questo mondo ingoiato questo mondo sputato questo mondo ingoiati da questo mondo – e riscrivere il corale precipitato al battesimo della falce uno scomposto fonogramma del primo occhio dalle cui fenditure grillano labbra lutee.

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HYBRIDA

Essere permeabili al trauma sì come spugnoso muschio irto pe’ scoglio ciucciare la marea enfiata dalle magnitudini del levare consunto nell’aritmia che monda granulo infra gli spigolanti fossi di questo amnio fuori – nella placenta del mondo essere levigabili meteore essere sì a mezz’aere epigrafi della china ombra che regrumora la scia finché occidua stigmi l’onda finché la residua muta degli evi murmora reveniente fosforo da angelici fossili evirati sulla sabbia

engolpeo sinuar impronta intra limine alveo p’eliigerar il baritono sfintere del claustro p’elidere finisterre nel glauco de fallura in crisma ovrestere sratto de rovi a scavar a ritroso una Babele della cenere onde il detroso suolo è cinto d’assedio ostender li monchi oltre soglia mutua onde è lo straniero senz’uditorio cane ramengo niciar padrone niciar podere fuor dipartire scheggia in ululato fuittando l’orme de gravalgia fatuo ruinando anzi che la rovina scortichi il sole.

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CORTEGGIAMENTO IRRITUALE DELLA SIGNORINA PANDORA di Ludovico Polidattilo Colei che fa sesso ascoltando la sonata K 184 di Scarlatti per clavicembalo disprezza le svolte. Per questo, anziché svoltare, suole dissolvere muri, barriere e ostacoli di qualsivoglia materiale e spessore purché le si manifestino innanzi. Ciò le consente di percorrere esclusivamente una traiettoria rettilinea: per la precisione dal punto A al punto B. Il punto A è collocato appena fuori dalla vulva della madre che generosa ne generò l’esclusiva configurazione dei pregi. Il punto B è collocato nel mio petto assetato di squartamento, al centro esatto del mio cuore accogliente e vasto. Principiò a muoversi con voluttuosa rapidità dal punto A al punto B non appena fu in grado di individuare e padroneggiare un mezzo di propulsione (motore ad arachidi e a pistacchi), di procurarsi un carburante (ineludibilmente margaritas), di fornire ad esso un comburente adeguato (saliva di donna-veicolo-di-ogni-irrinunciabile-sciagura umettata a decorare senza ostentazione labbra surrealiste cui mai negherei sguardo e facoltà di rammemorare/immaginare specie in quei solipsistici momenti). Giungerà al punto B allorquando la traiettoria rettilinea mi avrà trafitto senza remora alcuna. Abiterà allora presso la mia gabbia toracica, procurerà congruo aperitivo alle proprie labbra dicotiledoni e solo allora rivelerà il proprio nome ai curiosi latifondisti del pettegolezzo: è Pandora. Possa lei sostare in me in perpetuo e chiedermi di pigiare “play” senza soluzione di continuità affinché la sonata K 184 di Scarlatti per clavicembalo risuoni attraverso le scale del mio condominio, reale e metaforico, altrettanto eternamente.

Ludovico, simbolo di rapidità nell’invaghirsi della prima sbarba che passa di lì, deve e/o vuole raggiungere la signorina Pandora, simbolo di lenta ma ineludibile quanto adorabile catastrofe. Ludovico corre dieci volte più svelto della signorina Pandora e le concede dieci metri di vantaggio. Ludovico corre quei dieci metri e la signorina Pandora percorre un metro; Ludovico percorre quel metro, la signorina Pandora percorre un decimetro; Ludovico percorre quel decimetro, la signorina Pandora percorre un centimetro; Ludovico percorre quel centimetro, la signorina Pandora percorre un millimetro; Ludovico percorre quel millimetro, la signorina Pandora percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Ludovico possa correre per sempre senza raggiungerla. Per questo Ludovico si arrende. Arresosi si siede. Sedersi gli riesce bene da sempre. Una volta seduto riflette. Riflettendo seduti si trovano le soluzioni. La soluzione che trova lui è: costruire una trappola. La trappola consiste nel costruire un edificio che sia per un terzo cattedrale, per un altro terzo stabilimento termale e per un ultimo conclusivo terzo galleria d’arte. Ogni trappola che si rispetti richiede un’esca. L’esca di Ludo-

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vico consiste in una collezione di DVD di Lars Von Trier, in una cena presso Rina alle Mura a Caricamento e in un aperitivo sul cocuzzolo di una qualsiasi collina del Monferrato casalese, per esempio Bar Chiuso a cave di Moleto. Ivi si danzerà con Vincent Gallo, Elisa Sednaoui e Silvia Calderoni “Poison Lips”. Tagliere di formaggi e bottiglia di Franciacorta a corredo dell’esperienza. Lui spera che la signorina Pandora ci rimanga intrappolata con tutti i suoi riccioli scriteriati e anarchici.

Indugio nell’immaginare me stesso come nave stellare Enterprise e la signorina Pandora come sparviero Klingon. I due vascelli si fronteggiano immobili presso la zona franca collocata tra i confini della Federazione e lo spazio romulano. Data stellare 4329.5. I miei scudi sono al 30%. Attendo la mossa dell’avversario tentando di immaginare come reagirebbe James Tiberius Kirk. Per fortuna J.J. Abrams non ha ancora trasformato il plot della serie in una vaccata adrenalinica tutta conti alla rovescia, esplosioni indefinitamente iterate, inseguimenti a gravità zero e laserate nel culo. Qui siamo nella serie classica. Qui si gioca a scacchi con una civiltà differente tentando innanzitutto di decifrarne la cultura e il linguaggio. In una parola di “comprenderla”. Assai prima – o invece – di cercare di annientarla. Quando i Klingon colpivano per primi, Kirk di solito diceva “Contromisure Sulu”, oppure “Manovre evasive”. Io innanzi a Signorina-Pandora-Sparviero-Klingon ho intenzione di ‘abbassare gli scudi’ e di ‘aprire un canale’. Io voglio rivelarmi come emissario della Federazione Unita dei Pianeti e manifestare al fiero popolo Klingon l’afflato ecumenico che ci muove. Voglio che i Klingon abbraccino la prima direttiva, la norma che vieta fermamente di interferire nello sviluppo naturale di una civiltà o negli affari interni di un governo di un altro pianeta finché essa non abbia sviluppato la tecnologia dei viaggi interstellari e la velocità curvatura. Voglio che tra Federazione e Impero Klingon vengano firmati gli accordi di pace e alleanza che porteranno il tenente Worf a diplomarsi alla Accademia Spaziale e a prestare servizio sulla nuova Enterprise nella serie Next Generation. Voglio infine che i nostri due scafi si avvicinino a velocità di impulso, si lambiscano voluttuosamente e giungano a compenetrarsi in un fragore lascivo di metalli alieni collidenti sino alla condivisione dei nostri nuclei di curvatura. Allora i cristalli di dilitio si accosteranno come mazzetti di primule destinati a decorare le mensole del Cosmo, i serbatoi di contenimento del plasma si spalancheranno fiduciosi come corolle di tulipano, il plasma terrestre sgorgherà copioso e scorrendo a valle come torrente della Val Veny si mescolerà fluendo a quello Klingon idratando la nostra estasi spaziale e rendendoci madidi di infinito. I sensori degli avamposti romulani rileveranno nella zona franca una fluttuazione del campo gravitazionale simile a quella causata dalla nascita di una stella. Ed io, speronandoti la carlinga, ti bacerò.

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Ha predisposto il mortaio che le occorre ricavandolo dal cranio scavato di un notaio di Casalbagliano. A scavarlo si fa presto. Per il pestello si è rivolta altrove: una clavicola di addetto al protocollo va sempre bene. Il calare ritmato del timbro sul frontespizio di fascicoli e moduli conferisce alla clavicola dell’agente solidità impareggiabile, moltiplicando e allineando i tubercoli ossei in modo ideale. Ora cala nel mortaio gli ingredienti del composto che si propone di amalgamare. Il nero animale è pigmento noto fin dalla Preistoria, usato dagli Egizi e nel Medioevo. Si ottiene bollendo e successivamente calcinando in assenza di aria le ossa di mammiferi. È polvere leggera e fine composta per il 10% da carbonio, per l’84% da Ca3(PO4)2 e per il 6% da CaCO3. Il nero d’avorio si ottiene calcinando in assenza d’aria frammenti di avorio. Ha circa la stessa composizione del nero animale. Il nero di corna di cervo è pigmento usato nel Medioevo. I suoi componenti principali sono il carbonio e il fosfato di calcio. È fabbricato per calcinazione in assenza di aria di ossa di cervo. È quasi del tutto insolubile in acqua. Il nero di carbone (o, più correttamente, nero di carbonio, nerofumo o carbon black) è pigmento prodotto dalla combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti quali catrame di carbon fossile, catrame ottenuto dal cracking dell’etilene o da grassi e oli vegetali. Manca solo l’ultimo ingrediente, il più difficile da procurare ma il più soddisfacente in quanto a risultati. Nel 2014 un team di ricercatori della NanoSystems, azienda del Surrey, ha messo a punto un materiale definito “super-nero”. Il Vantablack è prodotto costituito da nanotubi di carbonio (ciascuno dei quali 10 mila volte più sottile di un capello umano) e assorbe il 99,96% della luce visibile. La quantità di luce assorbita è tale che ciascun oggetto, se rivestito con questo materiale, scomparirebbe completamente alla vista: l’occhio umano non sarebbe più in grado di distinguerne forma e contorni. Un abisso di oscurità risucchierebbe ogni fotone, con un effetto simile all’azione di un buco nero. La signorina Pandora ne butta infine un paio di manciate nel mortaio cranico e batte col pestello clavicolare tutto quanto sino a che l’amalgama non risulta pastoso e uniforme. Solo allora applica la sostanza sulle proprie labbra rendendone la superficie oscura come ciò che la notte sarebbe se non fossero mai esistiti il giorno, l’universo, i soli, la speranza e la vita. Le sue labbra nere possono allora viaggiare sul suo volto chiaro e talvolta parlare, incorniciando una bocca in grado di contenere e di espellere mondi presso i quali saprei abitare. Presso i quali desidero abitare. I soli mondi sui quali la mia vita biologica ritengo sia possibile. Il ginecologo incaricato di interpretare l’esito del tampone vaginale si rese conto dell’entità ma non della natura della cosa. Lesse nel referto del proliferare smisurato 13


di organismi batteriformi quali germi comuni, miceti, gonococco, trichomonas, gardnerella, micoplasma hominis, ureaplasma urealiticum, clamidia e ovviamente si allarmò. Provvide a prescrivere alla signorina Pandora gli antibiotici risolutivi che la sua formazione riduzionistica gli suggerì. Egli ignorava come tutte quelle minuscole creature avessero consapevolmente privilegiato la vulva di Pandora rispetto a qualsivoglia altro habitat per fondarvi una Civiltà. Vasta, complessa, colta, sofisticata. Le diplomazie dei vari ceppi batterici avevano iniziato a preparare molti anni prima la Fondazione: inizialmente intensificando e finalizzando rapporti diplomatici bilaterali, poi attraverso una grande conferenza globale propedeutica, infine finanziando strutture logistiche adeguate all’impresa. Quando tutto fu pronto, milioni di batteri senzienti e dotati di facoltà cognitive superiori insospettate dai primati raggiunsero la propria terra promessa. I primi coloni si stabilirono presso la cervice uterina al fine di superare indenni le frequenti e violente sessioni di igiene intima e le incursioni improvvise delle lingue dei fidanzati. Non appena furono realizzate le infrastrutture fondamentali le nuove ondate migratorie poterono installarsi sulla vulva vera e propria e realizzare qui la propria utopia politica, sociale e culturale. Sulle mucose vaginali della signorina Pandora oggi troviamo un sistema di servizi efficiente ed economico fatto di scuole, case popolari, terme, ospedali, distretti direzionali, centri sportivi e cinema d’essai. Chi di noi non vorrebbe trascorrere l’intera propria vita (o almeno un lasso di tempo non breve) in quel luogo meraviglioso?

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TOPLESS di Davide Rissone È da un po’ che non faccio il backup, lo eseguo ora? No, ricordamelo più tardi. L’avviso si ripeterà tra una settimana. Ricorda: è importante eseguire periodicamente un backup per salvare i propri dati.

Oggi la mia ragazza ha preso il sole in topless. Non l’aveva mai fatto prima. La mia ragazza ha delle tette bellissime. La mia ragazza mi eccita tantissimo, è tipo super arrapante. Oggi, quando si è messa seduta sulla stuoia e mi ha chiesto C’è nessuno qui attorno, vero? e dopo si è tolta la parte sopra del costume (ne indossava uno tutto bianco, tipo di pizzo, ma non proprio pizzo, simile, e sotto il sole sembrava bianchissimo anche perché lei ha la pelle color mou, appena appena più scura, per cui fa un bel contrasto con il costume bianco… madreperla, ecco il colore preciso, e non ha le spalline, è sostenuto solo dalle sue tette pazzesche), quando se l’è levato e i capezzoli sono tornati a respirare, immobili a contatto con il venticello che tirava dal mare, pungete, come se volesse frustarli per aver osato tanto… Attenzione, non sono disponibili altri caratteri. Noooooo! sono già finiti? Cazzo… Be’, tanto le ho fatto un video. Adesso lo carico…

Non se n’è mica accorta, si è sdraiata a pancia in su, e con le tette al vento si è rimessa a prendere il sole. Attorno a noi c’erano solo due tipi e una signora a spasso con il cane. Lei ha dato un’ultima sbirciata in giro, poi ha chiuso gli occhi e ha lasciato che il suo corpo strabuzzasse sotto i raggi cocenti riflessi dal pelo dell’acqua a un paio di metri da lei. A me il sole fa caldo, per cui mi sono spostato un po’ più in là, sotto un albero che sbucava dalla sabbia. Ho preso il mio telo mare rosso e blu, il cuscino gonfiabile della Quechua e mi sono piazzato là sotto, all’ombra. Si stava da Dio. La luce del sole si rifletteva sulle foglioline verdi che sembravano trasparenti e la sabbia era bella fresca. Alla mia ragazza piace fare la lucertola. È rimasta dov’era, manco si è resa conto del mio spostamento, eppure quando mi sono alzato, non appena le sue palpebre si sono richiuse, alcuni granelli di sabbia rimasti appicciati al mio asciugamano si sono tuffati sulle sue gambe e anche sulla pancia, come se volessero seppellirla. Povera! All’ombra potevo comunque vederla, ed era proprio eccitante. Allora ho tirato fuori il cel e le ho fatto un video. Più che altro l’ho fatto alle sue tette, perché sono

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proprio belle, grandi più o meno come un pompelmo rosa, e anche se era sdraiata non cadevano mollemente di lato come capita sempre alle tette delle donne che prendono il sole in topless, le sue erano comunque gonfie e non traballavano per niente al mondo. La mia ragazza è giovane, più di me, e questo aiuta, ma il segreto sta nel fatto che indossa sempre il reggiseno, è quello a far la differenza; mantiene le tette sode. La mia ragazza fa pure un botto di pettorali per rafforzare i muscoli che sorreggono le tette. Il mio cel ha lo zoom abbastanza potente, non dirò la marca perché non si può, o meglio, se lo facessi poi dovrei farmi pagare per aver fatto pubblicità alla Mela, ma siccome io di soldi ne ho a sufficienza per vivere la vita dei miei sogni non lo dico, e comunque ho fatto un primo piano ai suoi capezzoli, poi ho allargato l’inquadratura per riprendere l’intero seno destro (dei due, quello un pelo più grande, anche se meno tondo e un pochino più lasso), poi ho allargato ancora e ho incluso pure l’altro e infine l’ho ripresa tutta perché, nell’insieme, era ancora più magnifica: era come una sirena trascinata sulla sabbia da un’onda spumosa. A un certo punto ha inarcato la schiena e ha spinto la testa indietro, per sciogliere i capelli (ce li ha abbastanza lunghi e sono mossi, non proprio ricci, ondulati, castano chiaro) e se ci fosse stato un fotografo sicuro le avrebbe fatto un intero book (lei vorrebbe fare la modella, e di fatto ha tutte le curve al posto giusto, e anche la testa, fa dei ragionamenti pazzeschi, è molto pratica e sicura di sé, e spesso ha una sua propria opinione sulle cose del mondo). Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Ho fatto un video piuttosto lungo. Cosa vuol dire Il video supera le dimensioni massime consentite, lo comprimo? No, non voglio comprimere la mia ragazza, sta bene come sta. Formato non consentito. Chissenefrega, io lo carico su Youtube, tanto lei è sdraiata e non si vede la faccia.

Non l’aveva mai fatto prima, prendere il sole in topless, perché lei, nonostante sia strabella, non è affatto sfacciata, ed è anche per quello che mi piace, però ogni tanto si lascia andare e mi piace ancora di più. Tipo una volta… ah già, meglio non dirlo perché sennò non mi lasciano inserire il video. A saperlo, le avrei fatto un video mentre si toglieva il pezzo di sopra del costume, perché ci sono rimasto proprio secco quando l’ha fatto, ma ero talmente incantato in quel momento che proprio non c’ho pensato. Dopo un po’ ha preso a fare freschetto sotto le fronde degli alberi, per cui sono 16


tornato da lei e mi sono sdraiato sul mio pezzo di stuoia. Secondo me non c’ha neppure fatto caso. Ho allungato una mano e gliel’ho poggiata su un seno, poi le ho strizzato un capezzolo. Che fai? ha detto. Sono bellissime, mi hai fatto venire voglia, le ho detto io. C’è gente, ha detto lei. Chi? quei due? ho risposto io. A una ventina di metri c’erano i due ragazzi stesi a pancia in giù a prendere il sole con le magliette poggiate sulla testa (il sole picchiava proprio). Lo sai… non mi sento a mio agio, ha detto. Ti sei tolta il costume, le ho ricordato io. Embè? se arriva qualcuno me lo rimetto. Dai, non facciamo niente di male… lasciati andare per una volta! ho insistito io. Non mi va, smettila. Io mi sono voltato dall’altra parte.

Cosa vuol dire Il contenuto del video potrebbe violare le norme del buon costume? Certo che no! Il video contiene materiale pornografico o rivolto a un pubblico adulto? No, ci sono solo le tette della mia ragazza. Il video viola le norme sulla privacy? No, è la mia ragazza. Upload in corso… 60%, 70%, 80%, 90%, 95%… Youtube si riserva il diritto di verificare il contenuto dei video caricati ed eliminarli qualora contengano materiale proibito o non consentito secondo quanto stabilito dalle disposizioni delle leggi 88 e 123 del 2003. Che fregatura!

Non ci siamo più parlati per due ore. La mia ragazza a volte ha un caratteraccio, se la prende per le cose. Tornati dal mare abbiamo dormito insieme a casa mia (lei vive con i genitori, io affitto un appartamento in centro tutto per me) e questa mattina, quando ci siamo svegliati, lei aveva una faccia! Che c’è, amore? hai dormito bene? le ho detto io, No! ha detto lei. Russi fortissimo, non si può dormire con te. Ho provato a battere sul materasso, ti ho girato su un lato e ti ho pure tappato il naso, ma tu nada de nada. Non l’ho fatto apposta, scusa! le ho detto. Perché non ti fai vedere per quel problema al naso? ha detto poi. Quale problema? ho detto io. Il problema che ti fa russare! ha risposto. Non ho nessun problema al naso io, le ho detto, ma lei ha insistito, È tutto storto, non vedi? (ha fatto una smorfia). Non è affatto storto, ho detto. Sì, lo è, non si può guardare, e ti fa russare come un trattore. Io non ho detto nulla. In spiaggia, se non mi fossi tolta il costume, quei due non avrebbero più smesso di guardarti… ti fissavano il naso e poi ridevano… dei veri deficienti, come se loro fossero stati perfetti, con i loro addominali scolpiti, tutti depilati e cosparsi di olio abbronzante… per me erano pure gay… non che abbia niente contro di loro, però se sei così dovresti rispettare la diversità, e non dovresti proprio prendere in giro la gente perché ha un 17


brutto naso. E invece non la smettevano piÚ, ridacchiavano e ti indicavano il naso‌ l’ho fatto per te, gli ho dato qualcosa da guardare cosÏ tu potevi rilassarti. Che gente! lo so tesoro che sei un tipo sensibile tu. Per il resto della colazione siamo stati in silenzio. 96%, 97%, 98%, 99%, upload completato.

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POESIE di Gaia Rossella Sain SALISCENDI

È un corpo a corpo di lontananze estese fra un mare e un altro – un addio di porcellana, talea di due che vengono e vanno

scalza sono salita – non lampeggiano le fermate in questo tram a sedili svuotati.

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IL VENTO (DENTRO)

Dove sta il vento, dentro – dove a sedersi dallo scarto del buio c’è il cuore attraverso i vetri, e mi appoggio di acqua e di tempo morbidamente assuefatta qui si lascia il corpo e le mani sanno di bianco

e dove sta il vento, dentro – si chiudono le luci e sarà solo giocosa brezza.

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SENZA TITOLO // RILEGGENDO Ho l’ombra di un tempo rotondo attaccata al tallone, girarsi voltarsi saltar la campana –

ma i tuoi ricci non fuggono il buio di un anno, davanti agli occhi le dita e il cuore in ritardo.

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ONDE

Due anni e un giorno e schegge di secondi sul banco della notte, il quadrato delle tue parole si spiaggia in castelli di rabbia.

Hai chiesto al mare un tempo e un sogno, ma le onde vanno e non sanno tornare e il rame s’è fatto bianca spuma – nel parcogiochi di conchiglie aspettiamo l’ultimo taglio, quando l’allodola chiamerà l’alba avremo dimenticato il sangue e forse rideremo nei disegni dell’acqua.

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274: STORIA DELLA PRIGIONIA E DELLA NASCITA (O DELLA NASCITA DELLA PRIGIONIA) di Nicola Dimitri Qual è il mio nome?

Io non ho un nome. Me lo hanno tolto o forse non ce l’ho ancora. Ma cosa significa un nome così da solo, preso nella sua nuda forma letterale? Cosa è un nome se non ha nulla cui riferirsi, se osservato soltanto nelle assordanti sillabe della lingua che mentre lo pronuncia, già lo promuove a suono. Caro amico, un nome senza il suo detentore è nulla! Non trovi? Cosa sono ad esempio i nomi Alberto, acqua, luce o pianta se non hanno i loro oggetti, i loro interessati; se non hanno dei proprietari. Sono scatole vuote. Prosecuzioni alfabetiche senza significato. Freddi e metallici elenchi fatti di lettere e nulla più. Perché non ho un nome?

Caro amico, lascia che ti racconti la mia storia. Io non ho nulla. Non ho volontà, non ho ambizioni, proprietà e forze. Certo, sono un uomo ma sono come inesistente. Mi hanno privato di tutto: per questo un nome non mi spetta. Io, al pari delle lettere, sono solo un freddo e metallico elenco fatto di noiose e lente attese. Sono una scatola vuota. Certo, potresti dirmi: “avere un nome è importante”. Sì amico caro, è vero. Ma converrai con me che delle volte sono i fatti a darti un nome! E allora chiamami come mi chiamano i fatti. Chiamami colpevole, detenuto o prigioniero; ma anche germoglio, procinto. Chiamami occasione. È questo che ho sentito dire su di me, perciò questo è il mio nome. Caro amico, presta attenzione, ti chiedo di starmi ad ascoltare! Voglio parlarti del posto in cui mi trovo, per condividere con te la mia casa, la mia pena e la mia salvezza. Per condividere la mia vita. In che condizione mi trovo? Devi sapere che sono un prigioniero, e un’occasione; devi sapere che mi hanno infilato in un freddo e umido luogo, da sempre. In un buco privo di qualunque oggetto e privo di qualunque affaccio. Mi hanno costretto in un fosso, in un giaciglio. In un nido o una prigione. E io qui vivo da prigioniero senza conoscere le mie colpe e senza sapere i miei peccati. O forse peccati non ne ho commessi mai. Ma dimmi, la prigionia e la privazione, sono sempre conseguenza di un peccato? Forse no, perché io non ricordo le accuse

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che nello splendido tugurio in cui sono infilato mi hanno rivolto. Qui, nella penombra grigia in cui sono costretto, non mi è stato mai annunciato alcun giudizio; neppure accennato. Come mi costringono? In questa prigione e in questo nido, mi cingono con una corda, con un laccio. Mi hanno legato con una fune e mi cingono in modo che io non possa scappare. Ma mi vien da ridere. Perché, amico caro, dove potrei mai andare? Delle volte non nego di aver pensato alla fuga. Perché lì, nudo e quasi sospeso come sono nella mia stanza grigia, vedo delle lontane scappatoie. Queste vie quasi mi chiamano, quasi mi tentano. Eccole, sono tuttora lì, in fondo! Così quando mi faccio coraggio, mi sporgo piano e provo a intraprenderle. Rannicchiato. Ma poi, a un tratto mi fermo. Sì, mi fermo all’improvviso e mi chiedo: sarei davvero pronto per fuggire? Sarei mai in grado di vivere fuori da qui? Io che non ricordo nulla, che non so più o non ho mai saputo cosa c’è lì fuori. Io che addirittura non ho un nome. No, amico caro, non ce la farei! Non potrei mai viver fuori da qui. Ed è per questo che puntualmente le mie intenzioni di fuga si ritraggono in ridicoli affacci, in inutili pensieri. Si riducono in tentativi astratti della mente; leggeri passatempi della noia. Per questo ritorno sempre in me, e arrivo addirittura a benedire il laccio che mi obbliga e non mi fa scappare. Il laccio meschino che mi protegge. Del resto, dopo aver vissuto questa prigionia, potrei mai girovagare nelle sere d’estate all’aperto con un sorriso sincero sulle labbra? Sarei pronto, ad esempio, ad affacciarmi su un ponte e guardare l’acqua scorrere, senza ricordare l’antica pena che ho sofferto e che sto patendo? No, non sarei pronto. Così come non è possibile fuggire da qui e non è possibile neanche porre una mano dentro queste scappatoie troppo strette e lontane. Scappatoie utili solo a ricordare la mia condizione di prigioniero e di germoglio. Per questo mi chiedo: saranno i giorni a spiegare le mie colpe? E sarà la spiegazione esaustiva? Al mio risveglio, ci penserò. Cosa provo? Amico caro, qui dentro mi sento così immerso e così condannato, ma anche così a casa. Quasi coccolato! I giorni passano pesanti in questa assenza da tutto, in questo vuoto. Io non ricordo se avevo una famiglia, un credito, un alloggio, e non so se ce l’avrò. Mi trovo qui dentro forse da sempre, e nel così pieno e così vuoto ho allestito il mio rifugio. Da solo. Delle volte devi sapere che mi capita di sentire alcune voci. Così subito mi stupisco e penso di essere in compagnia. Per la gioia mi sorridono anche gli occhi! Mi 26


viene da urlare: “Dove sei, vieni fuori compagno prigioniero! Deserto di ambizioni, vieni qui, siamo in due! Putrido collega di pene sofferte, fatti vedere!”, ma poi mi taccio e resto ad ascoltare. Sai, ho paura che queste voci siano solo frutto della mia solitudine. “C’è qualcuno nella stessa condizione affianco a me?”. Forse no. Allora resto rannicchiato tutto il tempo e tutti i giorni nella stessa posizione. Immobile. Ogni tanto però mi muovo, ma lo spazio è limitato, il corpo mi fa male e il movimento mi suggerisce che in un altro posto potrei muovermi ancora di più. Così mi arrendo e rimango fermo e accovacciato sui muri umidi e freddi della mia cella, dove dormo e mangio. Le pareti qui, in questa tana, casa e prigione, sono scure e rovinate dall’umido, dalla notte costante che ne detta il colore e dall’odore del chiuso. Dalla condanna dell’eterno. Odio questi muri, questi cancelli enormi e piegati su di me. Li odio! Ma potrei mai immaginare altri muri? Altre pareti? Altri affettuosi e tenaci lembi che, come mi impediscono, così mi proteggono? Ah! Quanta gratitudine e sofferenza in questa mia pena, amico caro. Perché sono così combattuto? Ricordati amico caro, che oltre a essere prigioniero sono anche un germoglio! E poi, hai mai notato che certi cani amano il guinzaglio che indossano? Potresti mai immaginare il quadro a cui più tieni, senza la cornice che lo costringe? E un libro senza la sua rigida copertina che impedisce alle pagine di svolazzare via, perdute nel vento? È per queste ragioni che amo e odio questi muri, questi affettuosi lembi. Perché in assenza di un nome, sono loro che mi assicurano una identità. Da quanto tempo sono qui? Lascia che ti racconti, il meccanismo è strano e complicato. Il tempo, nella antica punizione cui sono costretto, lo tengo con il rumore delle gocce che calano dal soffitto. Sì, ci sono delle gocce d’umido che provengono dall’alto. Stille che cadono regolari e nello stesso punto, leggere e rumorose. Ho imparato a tenere il tempo così. La noia, che è una condanna, devi sapere che qui può essere un’ottima insegnante, una fatale opportunità . Individuo con precisione il punto in cui la goccia, la finissima goccia di acqua leggera, si gonfia sulla parete per assumere una sua forma e identità. Prima infatti è solo acqua; acqua che scorre sul soffitto, rivolo bagnato. Ma poi, piano piano, diventa a sé, una figura autonoma: diventa una goccia! Una parte di questo rivolo, quindi, non è più solo acqua e io, caro amico, so cogliere esattamente il punto di massimo gonfiore, di massima espansione; quando 27


tremolante sulla parete bagnata, gravida e paurosa, parte di quell’acqua decide di affrancarsi dal rivolo per lanciarsi verso terra, verso il vuoto. È a quel punto che io tengo il tempo. Nel momento in cui la goccia si stacca dalla parete e prende il volo, nel momento in cui si lancia disperata nel vuoto, viaggiando nella sua identica direzione. Io così conto il tempo. È bellissimo osservarla cadere furiosa e forse felice finché non tocca il suolo. È un attimo di libertà pura, non trovi? Mi viene da incitarla: “Forza! Dai! Corri veloce!”. Ma, caro amico, cosa accade dopo questo assurdo lancio? Cosa accade quando la goccia tocca il suolo? Trova subito altra acqua! Il suo gioco è già finito! Sì, già finito. Gli sforzi della goccia sono stati inutili e vani. In men che non si dica essa si trova di nuovo inglobata nell’acqua da cui proveniva; quell’acqua fatta da altre gocce, che l’hanno anticipata posandosi per terra prima di lei, per accoglierla (o per costringerla?). No, amico caro, guardando queste gocce, ho capito che non si scappa dal proprio destino. E io è così che tengo il tempo, osservando le gocce cadere lungo il proprio destino; una dopo l’altra. Un giorno, ad esempio, è fatto da mille gocce, da mille corse verso il suolo, e con oggi sono 274 i giorni che sono qui. Ma amico caro, ora ti voglio chiedere una cosa! Non ti sembra che la condizione della goccia sia simile alla mia? Non ti ha suggerito qualcosa il mio racconto sul tempo? Ci ho pensato a lungo. In fondo anche io sono attaccato alle pareti della mia prigionia, e sono tutt’uno con la prigionia stessa, così come la goccia è attaccata all’acqua ed è un’unica cosa con l’acqua stessa. E io, sì anche io, che sono in attesa di staccarmi da queste pareti, forse un giorno mi libererò! Così per un secondo potrò essere in caduta libera, lontano da questa punizione. Leggero e spensierato. Ma il viaggio amico caro, sarà corto anche per me. Subito, come la goccia, andrò incontro all’orda d’acqua dalla quale mi ero staccato. Andrò diritto nelle braccia della prigionia che credevo di aver vinto e che mi accoglierà, di nuovo. Ed è per questo che tengo il tempo: per aspettare il mio. Credi che io sia sempre così sereno? No, mio ingenuo amico. Mi leggi ora con il respiro calmo e accordato di chi sa come stanno le cose, perché l’abitudine falsa la realtà. Scava nelle pieghe delle cose lasciando superfici lisce quando prima c’erano spigoli e angoli duri. Ma non è sempre così. Delle volte pensando a questa assurda punizione perdo la ragione. Mi sembra di perdere la cognizione dello spazio. A volte nella condanna tonda e d’abisso in cui mi trovo mi pare di crederle infinite queste sbarre e questi morbidi muri. Si allargano e si allontano. Che scherzo mi gioca la mente? Mi fa credere infinito ciò che invece non ha la lunghezza del mio braccio! Perché mi trovo qui, in questa cella? Quali sono le mie 28


colpe? Chi mi risponde! Così quando perdo le staffe nella notte profonda e senza tempo, la mia stanza, la mia cella e rifugio, si allarga e diviene un labirinto. Quando perdo le staffe, questo posto diventa una morsa cieca e senza fine in cui ci sono porte e in cui mi sento perso. Avverti come già il mio respiro si affanna e accelera solo a parlartene? Queste porte, una dietro l’altra, mi conducono verso altri svincoli e verso altri e sottili angoli, in cui giro lo sguardo per perdermi ancora. Tremo amico caro. Tremo quando perdo la ragione per cercarne una. Quando immagino ciò che c’è fuori da qui e che mi è precluso. Tremo quando attendo delle risposte e non ricevo nulla. Quando invano aspetto ragioni per la mia prigionia! In questi momenti il rumore delle gocce, che è il rumore del mio tempo, non mi interessa più. Arrivo a odiare il tintinnare di quest’acqua, che pure mi è d’aiuto a passare le giornate. Inveisco contro le gocce, vorrei che ardessero, che bruciassero e si trasformassero in fiamme o in deserto, queste gocce che contano proprio il tempo che io non vorrei passare qui. Vorrei brandire qualcosa, lanciarla in aria, scalfire queste pareti che, seppur morbide, delle volte mi sembrano di ardesia, di marmo e granito. Ma non ho niente con me, caro amico. Figurati, non ho neppure un nome! Ho solo il mio corpo. Per questo, in questi momenti, mi lancio contro i muri, tiro dei calci, ricado e affondo la mia testa per rompere qualcosa. Ma non accade niente. Rimango lì dove sono fin quando il mio cuore si placa di nuovo, fin quando le mie tempie ritornano calme e il mio respiro si rasserena. Fin quando risedermi tra questi muri d’inferno, dopo la rabbia, mi sembra come un tornare a casa; quasi un felice ritorno. E io, amico caro, sono anche un codardo, lo sai? Quelle gocce che maledicevo aspramente durante i momenti di ribellione, quelle gocce che sono il mio orologio, una volta placata la mia rabbia tento subito di recuperarle. Per comprendere così quante ore o quanti minuti ho fatto passare. Per tornare così a calcolare i giorni della mia prigionia. Allora, lento e sommesso, spesso singhiozzando, mi avvicino in ginocchio alla pozza d’acqua che si forma lì al centro del mio tugurio, e con calma la misuro. Ci infilo la mano e tento di comprenderne la profondità. Sarà la profondità a dirmi quanto tempo è passato. Sarà la profondità a dirmi da quanto sono immerso in queste profondità. Ti chiederai che lingua parlo e come faccio a comunicare. Non lo so, amico caro. Non conosco nulla al di fuori di questi muri, non conosco alcuna lingua. Eppure nel vuoto delle cose, mi sembra di comprendere tutto e di potermi esprimere con estrema facilità. Come se qualcuno la notte mi suggerisse all’orecchio cosa dire e come dirlo. C’è forse un linguaggio universale della prigionia? Forse no, amico caro. Ma ce ne deve essere uno universale per il peccato. Perché senza conoscere le mie colpe, 29


senza conoscere le mie accuse, mi sento in debito, in fallo. Parlo il linguaggio della sottrazione e lo affronto come se fosse a me naturale, congeniale. Per questo motivo, mentre sono accovacciato nella mia cella e nella mia tana, mi vengono in mente nomi di uomini che hanno patito quello che patisco io, senza averli mai conosciuti. Uomini che hanno subito il sacrificio, la perdita, la prigionia. Che hanno conosciuto la gloria, lo stupore: la vittoria. Ogni germoglio è anche una perdita no? E ogni eroe è un traditore, amico caro. Così nella testa, di notte, sento sussurrare il nome di Catone, che si trafisse con la spada il ventre pur di non chiedere alcuna grazia; mi viene in mente quello di Diagora, pugile greco d’animo nobile, che sacrificò la sua vita quando dopo aver conquistato ogni gara e ogni sfida non poté più vincere ancora. Mi viene in mente allora il nome di Pompeo, che perse la vita per non averla tolta a Cesare mentre si proclamò imperatore nella città vuota e deserta. Poi mi sembra di ascoltare quello di Eraclito, che con i suoi infiniti archi insegnava che laddove tutto è vita, significa anche che tutto è morte. E allora, amico caro, se le cose stanno anche così, se anche questi uomini hanno patito la sconfitta e assaggiato la vittoria, significa che ogni cosa ha un suo doppio? Che ogni cosa è uno specchio? Allora, la prigionia che vivo è anche la mia libertà! La morte e la sottrazione che qui dentro affronto è anche la vita! E questi muri? Questi sono la mia casa, la mia prigione, ma anche la mia culla! Amico caro, se le cose stanno così, allora potrò liberarmi da queste catene e da questa prigionia! Forse la conta delle gocce avrà fine davvero! Ma se ogni cosa è il suo opposto, vuol dire che non sarà liberarmi da queste catene a rendermi libero, quanto il trovarne sempre di nuove. Non credi? Hai avvertito anche tu? Amico caro, hai sentito anche tu questo rumore? È pesante e greve. Non lo avevo mai ascoltato prima. Cosa significherà? Guarda! La mia cella traballa, la mia prigione si muove. Cosa succede? Vengono a liberarmi? È il momento giusto? Potrò vedere cosa c’è lì fuori, conoscerò le mie colpe? Guarda amico caro, guarda! Lì, al centro della mia stanza. Lì dove c’è l’acqua. Le gocce ora scendono velocemente, sono arrabbiate, aumentano. Amico caro, cosa succede? Sento dei rumori più forti. Ora anche delle voci! Guarda amico caro! C’è qualcosa che si apre. Sono venuti a prendermi! È il momento di essere una goccia! Sono libero! L’acqua aumenta! Nemmeno la mia mano può contenerla. Addio amico caro! Sono libero! Ma c’è già qualcuno che cerca di prendermi! Demetrio si svegliò sudato nel suo letto che gli pareva infinito, senza limiti. La notte piena aveva tessuto su di lui le trame di un sogno particolare, quasi 30


ambiguo. Sudato e spaventato com’era, ricordava di aver sognato un discorso, di aver ascoltato delle domande. Gli pareva che il suo interlocutore nella notte buia fosse un prigioniero, un condannato, costretto a scontare una pena che non conosceva. Poi, ancora, con le immagini che il sogno ricreava nella sua mente ormai lucida e sveglia, gli pareva di aver intrattenuto forse parallelamente, questo stesso discorso anche con un bambino nella pancia della madre. Con un germoglio. Chi gli aveva parlato nel sonno? Un uomo, un delinquente? Un bambino? Chi si lamentava della prigionia? Demetrio, avvolto nelle sue lenzuola umide, aprì del tutto gli occhi. Infervorato provò a liberarsi dalle coperte, e si accorse che aveva ancora sul petto un libro. Era una raccolta di vocaboli arabi intraducibili in altre lingue. A pagina 274 vi era un segno su una parola. Ma 274 non erano i giorni di prigionia del condannato nel sogno? E non sono anche i giorni della gestazione? Sul libro quella notte aveva sottolineato l’intraducibile parola Gurfa. Parola che in arabo significa: la massima quantità d’acqua che si può contenere nel palmo di una mano.

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POESIE di Massimiliano Pricoco CONTRASTO

L’angolo di luce che mi è stato destinato ramifica in esistenzialismi al cubo fino a toccare il tempo geometrico che si arrotonda sulla coscienza.

Navigo profezie fitte di bambino corrette da un amore vestito di bianco povertĂ scrive lettere al destino col sole che gocciola come china.

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STATICITÀ

Nudità Definizioni in filigrana Trasparenza coagulata Ghiaccio; Il Dio Antartide Orizzonte fermo Rosa destino Di un distacco eterno;

Verso spezzato Disfatti i capelli In superstizioni vitree Mare Ad altezza di chiasmo;

Assenza Metà penombra Rarefatta purezza L’assioma è esistere Contraddizioni di luce;

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SI È FATTI DI LUCE

Che miagolio di sofferenza Aggrovigliato a questa ringhiera! L’i-ri-de-scen-za spezzettata In sillabe gocciola di ottimismo Una goccia di esistenza La caduta è imbutiforme Lascia graffi di buona fortuna Su un destino fatto di luce

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SOTTO IL CIELO D’ARANCIO Convesso sostituirsi Di anime attanagliate Nella gabbia della notte Una sproporzione del destino Sfaldato ai piedi dell’alba Dove la cenere del tuo sguardo È il solo origami di stella Tra le dita dell’infinito.

Ti svesto da tutte le fiamme sul tuo cuore Gli ultimi grumi di gentilezza Sulla schiena della vendetta Tra gli angoli smussati del paradiso Spezzarsi e scivolare Sui lineamenti di una rosa Nascosta nel dedalo di Dio.

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CONFONDERE ARADIA di Elena Tomaini È pomeriggio da ieri mattina. Dopo che hai vissuto qualcosa di memorabile, il tempo si sente inutile e comincia a non passare proprio. La schiena sta prendendo la forma del divano, le mani non hanno voglia di fare le mani. Ho ricevuto una nuova proposta di sfruttamento. È poggiata sul comodino e ogni tanto rileggo quelle due-tre righe scritte a mano su un foglio profumato. O almeno, si sente che originariamente sapeva di violetta, poi è stato dimenticato per un po’.

Annette si sta alzando proprio adesso, nella casa dove sono stato anche io. Sono strane le cose che ti vengono in mente quando non hai di meglio da fare. L’ho conosciuta qualche tempo fa e la prima volta che l’ho incontrata mi ha detto così: «Piacere, Annette. Tre mesi è il periodo di incubazione, quindi io e te staremo insieme esattamente tre mesi da stanotte, non un giorno di più. Prima di andare via ti farò un test per vedere se tutto è andato per il verso giusto, poi me ne andrò e non mi rivedrai più. Ci stai?». Quello che mi aveva detto era terribile, ma l’effetto che fa in me la parola terribile è lo stesso effetto che fa in voi la parola tappo, la parola armadio. Nessuno. Così mi ha portato a casa sua. Lungo il tragitto ho provato a stringerle la mano, ma lei mi ha dato solo un dito e io mi ci sono aggrappato con tutte le mie forze. Quella sera c’era un vento forte e la sua montagna di capelli castani mi finiva in faccia. Più andavamo avanti, più accelerava il passo, facendomi rimanere indietro, staccando a uno a uno le mie dita dal suo indice. Pochissime cose le ho detto in quei mesi e una è stata quella sera, guardandole la schiena. «Lo sai in psicologia cosa vuol dire quando qualcuno cammina davanti a te?». «Cosa?». «Che si sente superiore, che vuole creare una distanza». Allora lei è tornata indietro e mi ha ridato la mano, stavolta tutta intera, ma benché fosse più di prima, era comunque troppo forzato. Qualsiasi cosa fosse, di carnale non c’era niente, era più simile a un guinzaglio. Arrivati a casa, fu subito chiaro dalle sue movenze il tipo di rispetto che mi avrebbe riservato. Mi guardava con aria severa, come se fossi un compito in classe, un ispettore, e invece non mi ero nemmeno mosso dall’ingresso.

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Buttò il soprabito sul divano e io chiusi gli occhi istintivamente. Un momento non è mai un momento e basta; e anche se lo sarà, forse sbadatamente tra tanti anni ti ritroverai a pensarci. E allora dev’essere quantomeno carino, quantomeno bello abbastanza da essere vivido. Sei qui, in questa stanza, con lei, mentre potresti essere altrove. Questo è un pezzo della tua vita; fai almeno finta di non starlo buttando nel cesso. Io mi sono allenato, ci ho messo parecchio, ma ce l’ho fatta. È però in momenti come questo che mi chiedo se tutto il mio sforzo sia stato un bene o un male. Penso alle cose che avrebbe pensato lo stesso me di solo cinque anni fa. Cinque, una mano sola. Una mano che si è sempre chiusa così tanto a pugno da far rompere la molla e spalancarsi, di colpo, facendo scivolare via tutto quanto, non riuscendo neanche a stringerne bene una uguale. Apro gli occhi. Annette ha un lunghissimo vestito blu a fiori. È smanicato, ma ha talmente tanti monili addosso che di nudo ha solo le mani, le spalle e la faccia. Non sorride, sta solo davanti a me, immobile. Presto finirò in trance e quello che succederà vicino a lei lo ricorderò fugacemente, ad alta velocità.

Lei comincia, come cominciano tutti, cercando di abbassare la luce della stanza a livello “sarà per sempre”. Su tutto si abbassa una luce calda, arancione, come se d’improvviso fosse la notte di natale. Comincio piano a sbottonarmi i polsini e presto mi ritrovo le mani di Annette a scansare le mie, a sbottonarmi più in fretta, sbuffando. Ha le unghie con lo smalto bianco perla. Muovendosi frettolosamente sulla mia camicia dello stesso colore, quasi scompaiono, rendendo più facile immaginare di essere in un film surreale. Dita che scompaiono, per quello non riuscivo ad afferrarvi. Non che mi sforzi più di tanto ormai. Basta un movimento, un colore, per dare spiegazione a eventi molto più grandi. Alcuni ricordano il loro passato sotto forma di flash. Io invece ci vivo il presente.

Flash. Annette seduta di fianco a me sul letto che fuma una sigaretta e con lo stesso accendino disinfetta l’ago. Flash. Mille spade che si infilzano tutte in un unico punto del mio braccio. Flash. Turtles – Happy together. 40


Flash. Visuale distante e sfocata del soffitto in legno. Sulla destra, con la coda dell’occhio, schiena di Annette. Scapole che si muovono, braccia che armeggiano. Flash. Niente. Flash. Niente. Flash. Rumore di braccialetti e mani che battono vicino al mio orecchio.

Vorrei che l’unità di tempo mese durasse come l’unità di tempo giorno, così tutto scorrerebbe più in fretta. Eviterei i silenzi imbarazzanti, gli sbadigli, gli sguardi distratti, l’allontanamento dalla stanza senza preavviso, le sue pupille che si fanno più vitree. Il fatto che solo io noti queste cose. Da un paio d’anni mi guadagno da vivere così, con la mia epatite, lasciando che la gente con la sindrome di Samo se la inietti dietro compenso. C’è un mondo organizzatissimo dietro, ci sono siti d’incontri dove puoi scegliere la malattia che vuoi come su un menù. È tutto molto professionale, ma ancora non riesco a distinguere un rapporto di lavoro da un rapporto e basta. Un appuntamento rimane un appuntamento, nel senso più adolescenziale del termine. Ho collocato male i pezzi del puzzle e per le mie clienti continuo ad avere piccolissime e inespresse esigenze sconsiderate da innamorato, che risolvo da solo. Devo iniziare a pensarla in un’altra maniera. Le lettere delle persone che mi cercano sono indirizzate al mio virus, non a me, io non c’entro niente. Io sono il mezzo di trasporto che porterà loro quello che vogliono, sono lo spacciatore che li farà stendere sul lettino e risolverà i loro problemi d’infanzia.

Annette si è iniettata il mio sangue in vena, facendosi strada tra metalli che vengono dall’India e pietre thailandesi, facendosi ambasciatrice di una nuova cultura orientale circoscritta al suo braccio. Colonizza le regioni corrompendo la popolazione dei suoi globuli con prodotti velenosi che vengono da me. Ora che la navicella è diventata lei e io sono ritornato nel ruolo di essere umano, posso permettermi di farle alcune domande.

La luce nella stanza è ancora soffusa, ma il per sempre è magicamente diventato per ora. Annette ha acceso dell’incenso e si mette a ballare una personale danza del ventre. 41


Tutto il suo corpo fa l’hula hoop con i gioielli che lo ricoprono. Dico «Ho risolto i conflitti con tuo padre?». Lei rotea verso di me, unisce le mani sopra la testa e muovendo i fianchi si inginocchia piano sul tappeto grigio a pelo lungo, che si appiattisce sotto il suo peso. Dice «Ballando e stendendosi, si dice che il virus si propaghi più velocemente. Questa è una danza thailandese, si chiama Khon». Chiedo «Si è attenuata la tua sindrome da abbandono?». Si distende lentamente allargando le braccia. La luce si riflette su ogni minimo specchietto di cui è cosparsa e Annette diventa la più luminosa della stanza. Annette la stellina. Annette la reginetta della sua tribù. Non mi guarda, e non so se quello che dice lo dica a me o a qualche recondito meccanismo di circolazione sanguigna. «L’amata del Re Rama fu rapita da un demone a dieci teste. Questa danza rappresenta la solita noiosa lotta tra bene e male». A questo punto mi alzo dal divano, la scavalco per raggiungere la porta della cucina. Contraendo e ritraendo la pancia, facendola ondulare più velocemente possibile, aggiunge «Non vorrei rovinarti la sorpresa, ma statisticamente dieci teste sono meglio di una». Dall’altra stanza, versandomi dell’acqua, dico «Sono contento che tu abbia trovato un modo per riappacificare più velocemente il tuo super io all’Es».

Nei giorni successivi, mentre non parlavo con Annette, ho avuto tempo di osservare ogni angolo della sua casa che ancora non avevo visto. Non era grande, ma per digerirla ci voleva molto. Era tutto un casino, ogni stanza un bazar di cose. In cucina, almeno una decina di forni, di fattura e provenienza diversa; uno fungeva da forno e tutti gli altri da mensole. Un frigo piccolo poggiava sbilenco e aperto a un altro più grande, pieno di scatole di verdure fresche, impilate le une alle altre, talmente strette da essere inamovibili, rendendo impossibile afferrare uno qualsiasi di quegli infiniti tipi di ortaggi. Il bagno era verde e senza porta, chiunque poteva guardarci dentro. Proprio di fronte c’era la doccia, un bouquet di almeno trecento colorati tubi di pompe che spuntavano dal soffitto e dai lati della stanza. Forse voleva essere un arcobaleno, in realtà sembrava il vomito di un unicorno. Il water non si vedeva, si intuiva. Il salotto, dove mi aveva ricevuto la prima sera e dove dormivo, era così scarno che scompariva letteralmente di fronte alla pienezza degli altri locali. Era una scelta del tutto illogica, e altrettanto illogicamente a me non veniva mai voglia di andarci. Non so come spiegare: era troppo facile stare lì. In tutte le altre stanze potevi soddisfare i tuoi bisogni primari solo con fatica. Passavo il mio tempo appoggiato alla finestra vicino all’ingresso della camera di 42


Annette, sempre chiusa a chiave. Non potevo uscire perché Annette non voleva che contaminassi altra gente mentre ero sotto contratto con lei; allora stavo lì. Non c’era molto di bello da guardare, a parte i tetti delle case e le antenne. Sembrava tutto talmente fitto da ritenere impossibile uno spazio, una stradina, che dividesse una casa e l’altra. Era tutto appiccicato. E se la vista è un bisogno primario, allora era tagliata a metà anche quella, di fronte a un paesaggio-non-paesaggio. Adoravo quella finestra. La porta della camera che rinchiudeva Annette per tutto il giorno era a un passo, sempre chiusa, sempre chiusa a un passo. Il che me la faceva sentire un po’ aperta. Cominciai ad affezionarmici come ci si affeziona ai grossi portoni di un castello reale. Se li trovi chiusi per giorni e giorni, inizi a pensare che non ci sia nulla dentro.

Invece un giorno si aprì. Un giorno Annette mi rivolse di nuovo la parola, disse che quella notte avremmo dormito insieme. Allora la porta si aprì. Era uno stanzone lungo e stretto con le pareti blu scuro, contornato da librerie realizzate con rami di betulla, che spuntavano dal muro fino al centro, dove creavano un complesso intreccio di biforcazioni. Sembrava la sezione di un bosco. I libri stavano appollaiati dove potevano, in un equilibrio decisamente precario. Sotto quella trama di legno c’era il letto matrimoniale, cuscini bianchi e piumone con le costellazioni disegnate, perfettamente rifatto. Nonostante quel caos, trovavi sempre un punto ordinato dove lo sguardo poteva fermarsi a riprendere fiato. Io e Annette dormiremo insieme e io penso che un po’ si sia affezionata a me, di aver vinto quella lotta di gelosia tra me e il mio virus. Mi preparo di tutto punto per quella sera. Non c’era un appuntamento vero e proprio, prima. Non c’era una cena, non c’era un cinema, non c’erano passeggiate al chiar di luna. Iniziava tutto con noi che saremmo andati a dormire, quindi avevo scelto il mio miglior pigiama rosso di velluto. La aspettavo sdraiato sul letto, guardando l’intreccio di rami sopra di me e cercando di leggere tra le loro righe disordinate qualche messaggio, qualche accenno di racconto in più che mi aiutasse a capire Annette. La storia di Annette sopra il letto. Dopo un’ora arriva e io balzo in piedi immediatamente. Trascina un grosso sacchetto di plastica nera con entrambe le mani. È vestita da indianina, con bandana verde e penna di cornacchia stretta in piedi sulla nuca. Mi fa un cenno con la testa senza sorridere, si mette in un angolo e apre la busta. Mentre inizia ad addobbare i rami degli alberi con teschi di plastica di vari animali, dice «Quella che faremo stasera si chiama Wàwek». Acchiappasogni ornati di penne colorate lunghissime, perse da qualche pappagallo in un negozio di animali 43


e gentilmente regalate dal titolare; sono appesi e fatti suonare con un soffio da Annette, che continua a parlare: «È un termine sciamanico del popolo Shuar, indica l’estrazione dei mali dal corpo del malato mediante oggetti del potere. Ad esempio si fa rotolare un coltello sacro, un uovo, o una pietra sul corpo dello sciagurato, in modo che il male venga intrappolato dentro di essi». Si mette al collo dieci collane, con appesi medaglioni e amuleti con tappi di bottiglia di altrettanti tipi di birre e coca cole. «Io non ho né coltelli sacri, né uova, né pietre» dice incollandosi alla fronte lo strass caduto da un vestito. «Ho un piercing all’ombelico. Andrà bene lo stesso». Annette, la frega divinità. Quella è stata una nottata strana. Nemmeno il mio volermi innamorare a tutti i costi ha potuto molto. Annette mi stringeva da dietro, stando attenta a far combaciare bene il suo freddissimo piercing alla mia schiena, stringendomi ancora di più. Di quell’abbraccio così intenso io però ho sentito solo il freddo. A volte hai la chiara idea di quanto sia lontano qualcuno solo quando ti è vicinissimo. Non ho chiuso occhio. Le sue labbra mi sussurravano all’orecchio millenarie formule magiche indiane inventate al momento, e a me sembravano mille bugie. Volevo andarmene, svegliarla, dirle che ormai il virus l’aveva preso iniettandosi il sangue, che non c’era bisogno di tutti quei rituali. Mi sentivo in trappola, i rami della libreria erano una gabbia e i libri dei gufi pesanti che la rendevano sempre più piccola. Aspettavo che l’alba entrasse dalla finestra.

Quando si svegliò, io ero già vestito e con la valigia in mano, come nelle migliori commedie romantiche. Lei si tirò su, in ginocchio sul letto, con il vestito da indianina spiegazzato e i capelli arruffati, come nelle migliori commedie rock. Si stropicciò gli occhi, li schiuse e mi guardò sbadigliando, aspettando che iniziassi a parlare. «Me ne vado» dissi. Lei rise. «Finalmente!» ribatté con un sorriso a mille denti, incorniciato da labbra più lucenti del solito. Colpito dalla sua euforia, cercai tracce di quell’illusione che abitava in me fino alla notte prima. Se ne avessi trovata almeno una, io e Annette avremmo potuto parlare. Un’illusione si può sempre riparare. Annette iniziò il suo discorso. «Nel 1741 la sindrome di Samo venne ascritta ufficialmente come forma parafi44


lica nei libri di psicologia. Successe dopo che un’epidemia di lebbra colpì il paese, creando una marea di nuove, fresche, giovani coppie. Le donne, mentre mangiavano con il cucchiaio del marito, dicevano che non erano malate, che era solo amore, amore, amore. Si stavano ammazzando con mille accortezze. La cosa strana è che si è scoperto che morivano molto più velocemente dei partner, come se l’amore fosse un acceleratore. Ma in realtà la sindrome esiste da moltissimo tempo, in realtà è sempre esistita. Hai mai notato che tutte le tribù hanno sempre avuto rituali e magie? Ti sei mai chiesto perché, con tutte le cose che ci sarebbero da risolvere nel mondo, ci sono libri e libri solo per formule di guarigione?». In nessun atrio, in nessun ventricolo, nemmeno dietro le ossa trovai nulla. «La verità è che alcune delle prime sciamane e streghe erano pazze scatenate foriere della sindrome. Si erano accorte che, allo stesso modo in cui loro venivano infettate dai loro compagni, essi venivano affascinati dalla sindrome di Samo. Cominciavano a voler avere quelle donne in maniera sempre più pazza, disperata. In maniera sempre più desiderabile. Nei loro occhi, quel dissennamento era appetibile quanto la malattia venerea che già avevano contratto. Queste fautrici della magia nera hanno trovato il modo per sbagliare le formule. Una sola, piccola scorrettezza al posto giusto e i rituali di guarigione funzionavano al contrario. Invece di guarire, di cacciarlo via, il male entrava dentro il loro corpo. E loro se lo tenevano stretto. Assorbivano l’amore degli uomini come un nuovo malanno, trasformandolo in energia, sentendosi sempre meglio ed evitando la morte accelerata a cui erano condannate. Quei poveri cristi rimanevano senza niente. Dei fantocci. Ridotti al loro virus di base e a una mancanza, che i più tentavano di colmare infettando altre donne e innamorandosene, finendo ogni volta per essere la possibilità di una doppia contaminazione perfetta». Mi incamminai verso la porta d’entrata, Annette mi seguiva continuando a parlare. Come Orfeo ed Euridice, solo che a suonare era lei, e io non mi stavo esattamente allontanando dalle tenebre. «Tu hai voluto tenermi la mano appena mi hai visto. Non avrei nemmeno dovuto sforzarmi con te, ho iniziato i rituali da subito. La verità è che io ho voluto prendere solo il tuo di virus e tutte le conseguenze. Ma solo tue. Tu invece ti stavi innamorando di me e di mille altre come me ti innamorerai. Sei recidivo, sarai recidivo per sempre». Arrivato da dove tutto era iniziato, misi una mano sulla maniglia. «Verrebbe da chiedersi chi di noi due abbia davvero la sindrome di Samo». E l’altra mano sul cuore. 45


POESIE di Fabio Macellari AMMONIO

Etere Ammonio Iris Plutonio.... osseggi gorgheggi ninfeici oltremare.... diradata savante imperi ancestrale.... di mordenti baveri apicali.... deglutendoti ureica.... ampletica odissea di sutura....

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TU

Il peso specifico del rame perforato.... il conteggio citofluorimetrico dei miei linfociti B attivati.... il numero dei raggi ionizzanti che emanano i tuoi occhi fanali.... il conto alla rovescia dei secondi per l’attesa di respirarti nuovamente....

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DAPHNE BLUE

Gira girella Daphne Blue.... esecrando bolle di bambÚ.... sopisci enfatici costumi disabili.... infiorescenza collinare di mare satellitare.... albeggia mexicano albume imploso di edera arcobaleno.... fioccando infiniti d’essenza....

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TIGRI D’IGLÙ

Serafici lambiscono fiordi.... leocorni scalfiti di blue.... Angeli amniotici piccoli immensi caracollanti tigri d’iglù.... grondaie di nevischie divampano d’amaranto amianto.... stillicidio perpetuo di fuoco franco.... ingloba idrogenato amore vulcanizzato....

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GERTRUDE di Guido Mazzolini La penombra mi consola e nella stanza c’è profumo di pace. È il mio mondo, la mia vita, il mio essere qui con una vecchia scatola appoggiata sulle ginocchia. Quante cianfrusaglie, lettere ricevute o mai spedite, i nastri che portavo tra i capelli quando ero bambina, il diario chiuso con un piccolo lucchetto argentato e la chiave nel portagioie di opale. Sono frammenti deliziosi, briciole di un passato già sgusciato dalle mani. Quanto tempo volato via, scorribande di una giovinezza randagia, sospiri, occhi e mani. Quanta vita, vita bella. E quanto amore a mani piene, passione e corpo, labbra, pelle, capelli, umori e odori. Sono erotica, molto erotica. Ci penso sempre e nella vita farei solo quello, lo farei per lavoro e per passione, lo farei per sentirmi viva. Adoro il corpo, la pelle, le linee della mano, le vene gonfie sui polsi. Adoro il pulsare della giugulare sul collo, il lobo dell’orecchio e il fremito sotto la gola, e la schiena, le cosce, le ginocchia, i piedi. Sono tutta erotica, chiunque potrebbe sfiorarmi e accendere in me la frenesia più liquida, ma sono sola e va bene così. Mi accontento, non mi riferisco al sesso fai da te, detesto quel modo di darsi piacere da sole, la ritualità del gesto, le dita umide e il silenzio. Solo una volta ci provai, chiusi a chiave la porta, nel silenzio controllai il respiro e il gemito per evitare che qualcuno se ne accorgesse. Mi sembrò di profanare un tempio. Non mi riguarda, non m’interessa. Molte donne lo fanno, tra un uomo e l’altro, prima di addormentarsi o di andare al cinema. Molte donne si toccano e gioiscono di quel palliativo, pochi secondi e una scossa breve, acqua bollente tra le dita e un sospiro ammezzato. Sono erotica, sì. Ho un ruscello tra le gambe, pronto a trasformarsi in oceano. Sento una danza calda nel ventre, un’onda che sale e si gonfia, esplode, arriva fino all’anima, dai piedi ai capelli in un istante. Mi scuote e mi lascia esausta ma per poco, solo un attimo e mi sento pronta a ricominciare come la prima volta. Non sono tutte uguali a me, conosco molte donne che temono le proprie sensazioni, fremono al pensiero ma subito scuotono la testa per distogliere l’idea e pensare ad altro. Alcune sono timide e questo influisce, frena l’istinto e il bisogno. Ma la timidezza non dovrebbe essere un deterrente, la gioia e la passione dovrebbero essere alla portata di tutti, anche delle persone ansiose e piene di tabù. L’importante è sapersi accontentare. Molte donne si fanno tanti problemi e cercano il difetto. E quello è troppo basso, oppure troppo magro, o grasso, o peloso, oppure sbaglia un congiuntivo. Sono donne che si nascondono dietro la ricerca di una perfezione che mai troveranno su questa terra, perché l’essere umano è un incredibile angelo incompiuto e creato bene solo per metà, il resto sono difetti, falle, increspature e rughe. Ho avuto qualche amorazzo brado, peccati di gioventù che ora ricordo appena.

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Giangiacomo per esempio, secco e storto, con una barbetta spelata sul mento e gli occhi spiritati. Devoto e remissivo, pendeva dalle mie labbra e dalla mia fantasia, mi guardava come l’unica donna rimasta sul pianeta. Amavo le sue mani piccole, le unghie ben curate, gli occhi a palla e l’alito che odorava di fiori e cimitero. Era il mio piccolo Giangi, pronto ad accogliere ogni magia, Pinocchio nelle mani della fata turchina. Andavamo al cinema per cercare gli angoli più bui, interi film non visti, trascorsi a frugare nei nostri vestiti, le lingue nelle bocche, gli occhi sempre chiusi. Non ricordo le immagini, ma ho memorizzato il sonoro. Riuscivo a fare due cose contemporaneamente, baciavo e ascoltavo i dialoghi, roteavo la lingua e aguzzavo l’udito. Lo lasciai per noia e voglia di solitudine. La sua presenza cominciò a pesare, sempre a disposizione dei miei capricci, pronto ad annuire e a leccarmi la mano come un cucciolo ubbidiente. Lo guardai fisso negli occhi e glielo dissi in un fiato. Al momento finse di non capire e glielo dissi di nuovo. Il labbro inferiore cominciò a tremare, faceva sempre così quando si emozionava. Vidi un coriandolo di lacrima nell’angolo dell’occhio sinistro. Ricordo bene quell’immagine, la lacrima affacciata, il labbro tremulo, la barbetta caprina. Giangi e la sua lingua pendula, gli occhi da pazzo e le mani piccole. Pochi mesi di solitudine accarezzando la pelle e i sentimenti, poi incontrai Ferdinando. Aveva quindici anni più di me, tra i capelli si vedeva un’ombra grigia che lui reputava affascinante, ma che io consideravo semplicemente il marchio della vecchiaia. Portava sotto gli occhi un intreccio di rughe e una pappagorgia antica, appesa tra collo e mento. Era proprietario di un mobilificio e le sue mani callose profumavano di segatura. Disinvolto e malinconico, sempre pronto alla battuta, per un po’ pensai di aver bisogno di lui, cercavo una figura paterna che calmasse le mie ansie. Perciò mi accontentai e passai sopra ai suoi difetti, l’occhio spento da pesce, le dita a bacchetta di tamburo, tipiche dei cardiopatici, le unghie giallastre e l’odore vagamente muschiato. Ammirai l’insieme ignorando i particolari. Ferdinando mi ricopriva di attenzioni, mazzi di rose rosse e scatole di cioccolatini al rum. Mi presentò sua madre, una vecchia megera stantia che puzzava di muffa, gli occhi assatanati e i capelli azzurri. Non perdeva occasione per ricordarci che la differenza di età avrebbe distrutto ogni cosa e che suo figlio aveva bisogno di una donna più adulta e responsabile. Cominciammo a litigare, un giorno mi arrabbiai molto, urlai, lei alzò una mano nodosa per schiaffeggiarmi. L’afferrai al volo, scoppiò a piangere e lanciò un urlo verso il soffitto. Ferdinando accorse, la vecchia mentì, disse che l’avevo malmenata. Me ne andai da quella casa polverosa. Sulla porta vidi Ferdinando che abbracciava la madre, due vecchi accasciati uno sull’altro. Lei aggrappata alle spalle del figlio accese la brace negli occhi e sollevò il dito medio della mano sinistra. Lo sventolò verso me come una brutta bandiera. Ironico. L’esperienza 52


cattiva della vecchia aveva sconfitto la mia ingenuità di bambina desiderosa di affezionarsi a una coppia di anziani. Erano gli anni dell’università. Studiavo poco, il minimo sindacale per arrivare al diciotto risicato. Mi sentivo di sinistra e vestivo male, sostavo al confine di un comunismo pittoresco, dividendo l’umanità in sfruttatori e sfruttati. Odiavo i primi, osannavo i secondi, sempre pronta a un proletariato surreale. Ammiravo i metalmeccanici e le loro tute blu, camminavano sporchi di grasso e gli occhi sprizzavano fuoco e fiamme, pronti alla lotta e allo sciopero contro il padrone. Cominciai a detestare il sistema, la polizia e i manganelli, i vigili urbani e i fischietti, i miei genitori, i vestiti eleganti di mia madre e i suoi capelli sempre freschi di parrucchiere. Mio padre era un ginecologo stimato, trascorreva le giornate in ospedale, lo immaginavo navigare dentro fiumi di secrezioni femminili, sempre con le mani tra le cosce di qualche signora. Rientrava a casa tardi, stanco, trovava ad accoglierlo una figlia arrabbiata e con la testa piena di stranezze. Le nostre liti erano furiose, lui alzava la voce e batteva i pugni sul tavolo, infastidito dalla mia giovanile arroganza. Sputava sentenze e consigli non richiesti, ma nulla entrava nella mia testa di barricadera. Quelli erano gli anni magici della contestazione, sigaretta morta in bocca, capelli sporchi e il desiderio di cambiare il mondo. Lunghe assemblee universitarie, giovinastri sudati e ideologie all’ingrosso, un gregge che pendeva dalle labbra di rivoluzionari con l’eskimo che berciavano dietro a un megafono. Poi gli spinelli passati di mano, l’alcool e il sesso in ogni forma e solo perché ne avevamo voglia, alla faccia dei benpensanti. Come tutte le donne mi svegliai una mattina di ottobre e presi coscienza della mia vagina. Quel buco tra le cosce mi apparteneva, non era appannaggio esclusivo di un maschio, ma di tutti i maschi che avrei voluto. E successe davvero così, imparai a desiderare, a sciogliere i lacci e le inibizioni, la pillola anticoncezionale in borsetta e tanta voglia di sentirmi viva. Teorizzavamo l’amore libero, una bugia sublime che ci donava la sensazione di un riscatto meritato. Ma come poteva essere libero l’amore? Tutte noi incontrammo presto il bisogno di appartenere a qualcuno, il desiderio infame di sentirci proprietà di un maschio prepotente. E non lo potevamo accettare, così migravamo da un abbraccio a un altro, da un sorriso a una differente allegria. E il tempo scorreva, e tutto cambiava. La felicità era l’osso e noi un branco di cagne affamate. Sempre un passo dietro, sporche d’esistenza, raspando nella terra con la speranza d’arrivare al cielo. Qualcuna di noi spiccò un volo breve, perdendosi nella foresta intricata di un tempo vuoto. Respirò l’inferno della droga, amici sbagliati e disperati. E volò via, con la foto sul giornale nelle pagine di cronaca nera. Qualcun’altra finse d’innamorarsi davvero e si sposò, un bel matrimonio con tanta gente allegra. Poi anni di noia, 53


occhiaie sempre più scure e teste basse, spingendo un passeggino o un carrello della spesa, accodata a una vita troppo pesante. E io in fondo al branco, bella e assetata d’amore. Erotica come la Monna Lisa di Leonardo, vestita di nero con le mani in grembo, il sorriso enigmatico e lo sguardo all’orizzonte. E la domanda che preme è ancora la stessa, urge e bussa alla porta del cuore. È il disperato bisogno di un amore folle, e tutti ne parlano, e tutti in cerca di questa sublime utopia. Perché amare è una sola azione che svicola in direzioni opposte. In noi alberga il bisogno di amare, ma anche di essere amati. E l’uno implora l’altro, in una corrispondenza che confonde e spesso ci porta a costruire un’idea deforme dell’amore. Così ognuno ama come può e come desidera, a volte senza impegno, a volte senza speranza, in un bizzarro ed egoistico valzer a occhi chiusi. Si vive sbandati, sotto la tirannia del capriccio, siamo ciò che desideriamo e nulla più, al diavolo la coscienza e il vecchiume di una moralità quasi estinta. Niente regole, tutto è legittimo. Desidero, quindi sono. La mia generazione è stata abile, ha narcotizzato la coscienza, quel campanello pronto a trillare e a spingerci alla riflessione. Cercando la felicità abbiamo trovato il caos. E ognuno parla un incomprensibile dialetto, e il mondo è confuso, in balia di se stesso.

Un rumore di passi in corridoio mi distoglie dai pensieri, è uno scalpicciare conosciuto e leggero che si ferma davanti alla porta della mia camera. Un breve silenzio e tre colpi sul legno, secchi e uguali. «Gertrude, svelta, sono le cinque». Lo so. È ora di uscire. Nel corridoio il rumore aumenta, sono piccoli passi che si sommano ad altri, una processione sonora che ascolto tutte le mattine da quarant’anni. Mi alzo dalla seggiola, un colpo di spazzola e raccolgo i capelli alla nuca. Un’occhiata allo specchio, la mia fronte breve, la pelle chiara, lo sguardo è sempre lo stesso. Indosso la tunica, la cocolla e il velo. Un bacio al metallo freddo del crocifisso, poi lo infilo al collo. Sono pronta. Apro la porta e una ventata di aria gelida mi accarezza le guance. Percorro il corridoio, da lontano arriva la voce delle mie sorelle che intonano l’inno delle lodi mattutine. Arriverò in ritardo, meglio affrettare il passo.

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LOGOS E AMORE di Nicola Esposito Il sole aveva imbiondito le prime spighe, quando lei spirò. Lui non le aveva mai detto che l’amava, per un vecchio abito di maschio, così stretto e rigido che spesso gli mozzava il fiato e gli cacciava certe parole giù nella strozza. Prima che l’ultimo spasimo di una breve, violenta malattia le strappasse la vita, lei si sforzò di sorridergli stringendogli la mano, le unghie nelle pelle di lui, gli occhi che smorivano, e quando sospirò chiudendoli allentò la mano, e lui stette fermo a stringerla e a fissare la faccia di lei, con la bocca schiusa e negli occhi una fissità vitrea. E sbottò a piangere, la fronte posata su quella di lei, e sulle labbra che non avevano più il colore dei fiori rosa sussurrò per la prima volta: «Amore?». E pianse tutto il giorno, accanto a lei, e a tratti le afferrava la faccia e l’accarezzava fissando gli occhi chiusi e piangeva sul petto senza palpiti e in un’ansima calda baciava le guance pallide e diceva a fior di labbra: «Amore...». Poi la seppellì e il giorno dopo si levò all’alba fredda e andò al campo. Piegato sulla terra dura, in silenzio, faticò con una foga rabbiosa fino al tramonto. Rincasò e stette seduto al tavolo, il busto dritto e rigido, la faccia dura, a mangiucchiare una pagnotta, prima di coricarsi. Poi tornò la messe, e lui si levò all’alba fredda e andò al campo. Piegato sulla terra dura, in silenzio, faticò lento fino al tramonto. Rincasò e stette seduto al tavolo, con gli occhi mesti nella faccia smagrita, a mangiucchiare mezza pagnotta, prima di coricarsi. Poi spuntarono i primi chicchi di grano, e tornò la messe e spuntò di nuovo il grano, e lui si levò all’alba fredda e andò al campo. Piegato sulla terra dura, in silenzio, faticò a stento, e non era nemmeno mezzogiorno quando gettò la falciola. Rincasò e stette seduto al tavolo fino al tramonto, ingobbito, nella faccia pelle e ossa gli occhi fermi davanti a sé e spenti come la cenere. Lento, si alzò, afferrò una corda e una scala dallo sgabuzzino, appoggiò questa al tronco di un albero, legò quella a un ramo robusto, fece un cappio e prima di infilarci la testa strabuzzò gli occhi, il respiro mozzo, la corda floscia nei pugni tremuli. Nella sua terra correva voce che Logos fosse un dio, terribile e magnanimo, capace di togliere o donare la vita all’istante, e lui se ne ricordò a un passo dalla morte. «Ha un occhio solo, ho sentito in giro…» dicevano alcuni, «grande come un uomo, dall’iride di cristallo e dalla pupilla profonda come un abisso, e le sue parole sono un enigma». «La sua voce» dicevano altri, «non è che il vento mischiato alla fantasia dei ciarlatani e dei disperati, perché è solo una leggenda».

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«Esiste, invece. Eccome se esiste… e vive in una caverna, e puoi arrivarci solo se la cerchi con tutto te stesso». Trascino la vita, pensò lui, fermo sulla scala, da quando è morta. La trascino a piedi nudi e denti stretti, da più di due anni, decine e decine di mesi, un centinaio di settimane, centinaia e centinaia di giorni e non so quanti minuti e secondi. In ogni attimo di coscienza di me l’ho trascinata, su una salita ripida, scabra, limacciosa, e continuo a scivolare e a ricominciare dall’inizio, più stanco, più stanco a ogni passo. Se morirò cacciando il vento, sarà comunque un sollievo. Meglio morire così che appeso a una corda. E se non è solo una leggenda… E prese a errare, a capo chino e passi legati nel vento piovoso e con un sorriso al cielo chiaro. Errò per i deserti e le città popolose. Errò per le montagne più aspre e le carezzevoli vallate, finché una notte tempestosa, dopo che s’imbarcò su un vascello alla ventura, un’onda alta più di una vecchia sequoia, veloce più di un falco in picchiata e dura più della pietra lo tramortì scaraventandolo in mare. Tutto dolente, bocconi sulla pietra scabra, si risvegliò davanti all’entrata di una grotta oscura e sgranò gli occhi fissandola. Si alzò di scatto, strascicò due passi claudicanti, cadde in ginocchio, si rialzò e zoppicando entrò nella caverna, la bocca schiusa e gli occhi sgranati a scrutarla, e come vide il balenio di un anello di cristalli attorno a un profondo oscuro, in fondo alla caverna, con la faccia stravolta vi si precipitò e si protese sull’iride diamantina. «Sei tu, Logos? Sì, sei tu…» disse ansimando all’abissale pupilla. Le parole echeggiarono confuse, e all’uomo parve che l’occhio rispondesse: «E tu? Sì, e tu? Sì… Tu?». «M’hanno detto che non parlavi, m’hanno detto». «Mal detto… Mal detto…». L’uomo starnutì e disse: «Scusami. Ho preso tanto di quel vento, che mi sono preso un malore». «Perso in amore…». «Sì, Logos. Sono qui perché tu la mia amata mi ridia». «È andata via… Andata via?». «Se la portò la morte, e fu lesta». «Sorte funesta…». Confuse, le parole echeggiarono, e Logos disse che avrebbe saputo riconoscere la donna amata nelle parole dell’uomo, se queste fossero state pregne del sentimento che lui diceva di portarle, e riconoscendola le avrebbe restituito la vita, e le parole continuarono a echeggiare, confuse. «Ma bada bene…» disse Logos «di non mentire, perché un uomo che mente sull’amore – il sentimento che può facilmente farlo ridere e piangere a un tempo, riempirgli il petto di palpiti poderosi, renderlo capace di atti generosi e sacrifici pietosi 56


e, insomma, sublimare la propria e altrui vita – non la merita». «D’accordo» disse l’uomo, «ammazzami, se mento. Non mento, no. Non mento». «Nomento… nom…». «In un momento? Sì. Toglimi la vita in un momento». «In un momento…». «Va bene, io l’amo, non posso mentire! ». «Endire… endire…». «Ben dire? Vuoi che te ne parli bene? ». E negli echi degli echi l’uomo ascoltò: “Trova le parole adatte, e saprò ridarle la vita, o strappartela alla prima menzogna”. «È meglio che m’affretti» disse l’uomo. «Che aspetti? ». «Saprò parlartene bene». «Parlamene bene…». «Mi ripeto, perché non voglio confonderei i tuoi echi… I tuoi echi…». «Uochi… uochi…». «Occhi? I suoi begl’occhi? ». «Gl’occhi…». «Vuoi che cominci dai suoi occhi?». «I suoi occhi…». E lui prese a errare, a capo chino e passi legati nel vento piovoso e con un sorriso al cielo chiaro, e decise di parlare dell’amore con le menti più colte; ma le loro parole gli sembrarono i lunghi cacchi di una pianta di pomodoro senza pomodoro. Errò per i deserti e le città popolose, e un vecchio saggio gli disse: «Chiedi alla Natura, perché è antica, potente e universale come l’Amore». E lui errò per le montagne più aspre e le carezzevoli vallate, e cercò gli occhi di lei tra i bioccoli bigi dei cieli ingombri e nell’uniforme limpidezza che ispirò a qualche poeta il nome di firmamento; ma gli parvero piccoli rispetto agli occhi di lei. Il cielo non è immenso come i tuoi occhi, nei quali mi perdevo. Immenso è ciò in cui l’animo si perde, pensò e sconfortato riprese a viaggiare, finché sulla riva di un laghetto non rivide in un riverbero gli occhi di lei quand’era felice. Vi corse incontro d’impeto, inciampò, cadde bocconi davanti alla riva, vi si protese carponi e sbigottito fissò l’acqua: il suo pelo limpido s’aggricciava alle carezze lievi del venticello, e gli occhi di lei s’immillavano nei suoi baleni. Estasiato, lui si sedette a contemplare il lago e al tramonto, nell’acqua rutilante, rivide gli occhi di lei durante i loro primi caldi sospiri. E di notte quell’acqua, che senza qualche raro guizzo di luce sarebbe dileguata nella nerezza indifferente della sera, gli parve gli occhi di lei quando, combattuta a lungo dalla malattia, non disperava della guarigione. E pianse e tra la nebbia tremula delle lacrime rivide quelle di lei quand’era triste e le disse con un arruffio 57


di lunghi sospiri e parole mozze dall’emozione: «Sei felice? Non pia… Piangerai mica? Sei… Sei felice o no? Non lo sei?» e rise, d’un riso agrodolce, malinconico e speranzoso. Stanco, tornò alla caverna, pensando: Non piangere, perché saprò parlare a Logos dei tuoi occhi, e presto potremo abbracciarci di nuovo, appieno. Logos lo ascoltò e gli disse: «Parlami del suo sorriso, come solo chi ama può, e saprò riconoscerlo nelle tue parole». E lui prese a errare, a capo chino e passi legati nel vento piovoso e con un sorriso al cielo chiaro. Errò per i deserti e le città popolose. Errò per le montagne più aspre e le carezzevoli vallate, finché, una notte fredda, in preda a una febbre acuta, non si accasciò ai piedi di un salice. Rannicchiato e tutto tremante sfregò le mani soffiandoci forte dentro, incrociò le braccia sul petto e insaccando la testa nelle spalle appoggiò la fronte al tronco. Il vento forte mugghiava. Lui socchiuse gli occhi, tremolando come un rametto. E il vento mugghiava. Lui cadde in deliquio. Si riebbe in un cielo terso, con un sussulto, la bocca e gli occhi spalancati e un palpito poderoso nel petto. Un fruscio di vento leggero tra le foglie e uno scroscio di risa limpide s’infransero sui suoi sensi intorbidati. «Sta bene, signore?» gli domandò uno dei bambini che lo attorniavano e lo fissavano, un po’ divertiti, un po’ spaventati. Lui si stropicciò gli occhi, si guardò attorno stralunato, crollò il capo, si schiarì la voce, si alzò a stento dando un roco mugugno e strascicati due passetti cadde in ginocchio, tossendo. Alcuni bambini indietreggiarono inebetiti di pochi passi incerti, e altri si scambiarono occhiate e sussurri confusi. «Vuole una mano, signore?» gli domandò una ragazzina. «No, no… Grazie» le rispose. Con un lieve sorriso, fissò gli occhi stanchi e lacrimosi sui rami del salice e pensò: È la tua risata. Ne parlerò con Logos. Afferrò un gran ramo che stava sull’erba ai piedi del salice e mosse passi stenti fino a Logos, puntellandosi sul ramo e pensando: Presto potremo abbracciarci appieno. Logos lo ascoltò e disse: «Parlami dei suoi capelli, solo come chi ama può, e saprò riconoscerli nelle tue parole». E lui iniziò a viaggiare e poco fuori della caverna vide le brattee di una Bougainvillea, rosse come i capelli di lei. Si avvicinò e le accarezzò, ma quel rosso non era caldo né il loro odore buono come i capelli di lei. Allora baciò le foglie, una volta, sospirando, perché diventassero più calde e odorose, e le baciò di nuovo, e tre volte, sospirando, e dieci cinquanta tante volte le baciò con sospiri; ma il calore e l’odore di questi vanivano a un soffio di vento. La pioggia, pensò l’amante, gli occhi supplici levati al cielo. La pioggia… porterà 58


il profumo dei tuoi capelli. Attese la pioggia tanto che le labbra e la lingua rinsecchirono più delle foglie più secche. Si addormentò con la fronte poggiata sulle brattee, e una goccia d’acqua gli cadde sulla guancia, e un’altra sull’altra, e lui sbatté le palpebre, e un’altra goccia gli cadde sulla fronte, e sgranando gli occhi lui volse di scatto il capo al cielo, sfiorò le brattee bagnate con la guancia asciutta, con una foga voluttuosa le baciò e ne bevve l’odore dolce; ma sentì che le stille di pioggia erano fredde. Mandò un profondo sospiro e scuotendo il capo lo reclinò sul petto. Piovve tutto il giorno. Lui strinse i denti e colpì con i pugni grandi e forti le piccole e fragili foglie. Alcune si creparono e si rattrappirono, e altre caddero voltolando a terra. «No, scusami!» gridò lui, le accarezzò e le baciò di nuovo, piano. La pioggia dileguò nella notte e scrosciò all’alba, più copiosa di prima, e più copiose furono le lacrime che lui versò sul proprio volto, le lacrime che ne stinsero l’incarnato come l’Inverno fa con le foglie, le lacrime che profondarono i suoi occhi in un’ombratura di viola appassita. Lui pianse sulle foglie e vi affissò gli occhi sgranati, ritraendo un poco e piano il capo, come sentì che la pioggia era cessata e che le foglie, a un asolo di brezza, esalarono un odore tiepido, e a quel rossiccio molle e caldo sussurrò: «Sono i tuoi capelli». Posò la guancia sulle foglie, con un angolo delle labbra che tremava nello sforzo di stendersi in un sorriso, e socchiudendo gli occhi pensò: Sono i tuoi capelli. Ne parlerò con Logos. Consunto, bianco come un cencio, curvo sul bastone, arrancò fino a Logos, pensando: Presto ci abbracceremo appieno. Quando gli fu di fronte tossì forte, incurvando la schiena e posando una mano sul petto, e disse: «Sono stanco, Logos; ma felice. Anzi, mi se…». Un altro accesso di tosse gli mozzò le parole. «Anzi… Mi sento un nuovo ardore nel cuore…». Tossì ancora e tossendo si distese sul fianco destro, in posizione fetale, sopra la pietra fredda ai piedi di Logos, che riecheggiò: «Cuore…». «Il suo cuore? ». «Il suo cuore…». «Io, Logos… Temo di… Questa volta…» disse l’amante con una voce roca e strascicata. «Il suo cuore…». «Il suo cuore…» disse Logos. «Non so se ne sono in grado…» sussurrò l’uomo con gli occhi un po’ spenti e fissi per terra e al di là della terra. «Ne sei in grado…». Con un tremolante accenno di sorriso l’uomo disse: «Grazie Logos… Ci prov…». Trasse un lungo respiro roco e soggiunse piano: «Ci provo…». Socchiuse gli occhi e mormorando più volte le parole «il suo cuore» si addormentò. Si risvegliò tossendo, uno, forse due giorni dopo, e mosse piano, un poco, le palpebre, il capo e gli 59


occhi spenti, prima di sussurrare: «Logos, sono qui». E un’eco giunse fioca: «Sono qui…». «Anche tu, meno male. M’ero addormentato». «Meritato… Meritato…» disse Logos. L’uomo sorrise e disse: «Sai, Logos… Credevo che la morte se la fosse portata con sé. Ma no. Non proprio… L’espressione, ho pensato questo, Logos… Che l’espressione è esistenza. Una forma di esistenza. Cercando di esprime…». Contrasse il volto in una smorfia di dolore, il respiro mozzo, posando la mano sul petto e premendo le unghie nella carne. Poi, respirando a fatica, disse: «Cercando di esprimere l’amore che le portavo… Cercando di esprimerla, di esprimere ciò che per noi eravamo… L’ho sentita viva, accanto a me, nella mia lunga… lunga affannata ricerca, e tra tutti quei fiori e quelle foglie e in quelle stagioni e nel mare… nel mare e nel vento e…». La voce si affievolì in un lungo sospiro, e le palpebre si chiusero tremolando. Poi lui le tirò e le tenne su a stento e disse piano: «E sulla terra… la terra su cui ho corso e dormito e strascicato… e strascicato e pianto e scava…». Tossì. «Scavato… Scav…». Tossì. «Scavato e scavato… Per anni…». Tossì e tra colpi di tosse e rantoli biascicò: «Lei mi amava, così come io l’amo: nel suo cuore non poteva esserci… Mi sa proprio, Logos, che non poteva esserci che il mio stesso am…». Tossì squarciando gli occhi e adunghiando con una mano il petto e con l’altra la pietra fredda sulla quale giaceva, mandò un lungo rantolo tra i denti stretti e sospirò. Con una mano posata sul petto, l’altra sulla pietra, la testa piegata su una spalla, la bocca e gli occhi aperti, stava immobile. Nella caverna risuonava il mormorio delle onde e del vento.

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POESIE di Walter Ausiello METAFORA

Come una nuvola sul cielo di Vienna la musica seriale afona acrilica senza modi, invariabilmente senza regole: la dittatura dei dodici semitoni. Le moltitudini avvezze alla tonalità si sdegnano, applaudono nel silenzio autarchico, il noioso innocente che segue ogni finale: la guerra populista tra l’armonia e il caos apparente

METAMORFOSI CONGENITA Lo spavaldo Achille sollevò il calcagno proprio mentre la tartaruga si mutò in serpente

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LA PAROLA

La parola si organizzò accanto al fuoco attingendo da fiammelle di verità. Poi di notte si sporcò di brace e polverosa cenere

LUCENTEZZE

La larva litigò con la sua ombra e le ali guadagnarono il cielo. Il granello si lasciò andare nel cono di struggimento degli avi. La farfalla lucente e la clessidra opaca: l’amore impossibile tra l’immanente e il finito

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STORIE DI NESSUN GIORNO di Nicola Cirimele Molto magro, abbastanza alto, ma non distante dalla media, col viso lungo, chiaro, occhi cupi, barbetta incolta, capelli folti, schiacciati sulla fronte, schivo, sinuoso nei movimenti, sicuro del suo passo, attento, spesso vestito scuro, silenzioso. Sedeva in terza fila, ultimo posto a destra, poco prima dell’inizio della lezione. Comodo, con lo sguardo fisso sulla nuca della ragazza davanti a lui. Seguì attentamente la lezione, prese appunti, abbastanza interessato. Ascoltò con sufficienza le domande degli altri studenti, ignorò le inutili risposte vaghe dei professori. Insieme alla folla uscì dall’aula. Non faceva freddo, ma lui si strinse ugualmente nel lungo cappotto nero prima di incamminarsi verso casa. Mentre guardava l’acqua nella pentola bollire, il suo coinquilino entrò, facendo sbattere il portone. Lo fulminò di sottecchi con lo sguardo, quello, invece, lo salutò allegramente, domandando se avesse avuto una bella giornata. Magnifica. Dopo aver pranzato si sdraiò sul divano. Odiava quell’oziosità. Sognò. Si fece una doccia calda. Poi fredda. Poi di nuovo calda. Sdraiato sul letto osservò il suo coinquilino rifarsi il letto. Disgustato, si addormentò. Annusò la carta, con gli occhi chiusi, la punta del naso che sfiorava i tratti di inchiostro. Comprò il libro e uscì. Osservò i passanti: una donna con un cane, delle coppiette, ragazzi che correvano, un signore anziano col bastone, una bambina con lo zucchero filato. Lesse quattordici pagine del libro. Entrò in un ristorante carino e nascose il libro dentro una sorta di vaso cinese. Andò a sedersi davanti al duomo. Scrisse un racconto di quattordici pagine. Il suo coinquilino gli mostrò delle foto di una ragazza che aveva conosciuto. Disgustato, si addormentò. Si guardò riflesso nello specchio. Si strappò un capello che usò per legare le pagine del racconto arrotolate. Accese un’estremità e tirò, poi nascose le ceneri sotto il letto del coinquilino. Rubò una manciata dei suoi cereali. Passeggiò al fianco di una ragazza conosciuta a lezione. Sgusciò in un vicolo per togliersela di torno. Infilò gli auricolari. Scelse una canzone adatta al momento. Si lavò bene le mani, tre volte. Seduto sul letto, si spalmò la crema idratante sulle nocche. Odiava il freddo. In realtà odiava anche il caldo. In realtà non c’era nulla che non odiasse. Men che meno il suo coinquilino. Disgustato, si addormentò. Annuì beffardo mentre la ragazza abbandonata lo vituperava. Limonarono per la mezz’ora successiva. Abbandonò la lezione a metà. Scroccò un chewing gum. Pedinò un uomo di mezza età in giacca e cravatta. Lo vide entrare furtivamente in un appartamento. Scrisse un racconto su un traditore seriale, lo legò con un capello e lo imbucò nella cassetta delle lettere giusta. Poi suonò il citofono. Si lavò i denti, quattro volte. Che schifo le pomiciate. Disgustato, si addormentò. Svuotò la lavatrice. Osservò il coinquilino che fingeva di dormire sotto le coperte.

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Disgustato, uscì di casa. Comprò una camicia nuova. Profumava di buono. Seguì attentamente la lezione, prese appunti, abbastanza interessato. Incrociò lo sguardo con una ragazza. Troppo bella. Si accordò con sé stesso per rivederla il giorno dopo. Uscì con il suo coinquilino e la ragazza delle foto, con la quale limonò. Vomitò in un vicolo. Vomitò in un altro vicolo. Disgustato, si addormentò. Fu svegliato dalla sveglia del suo coinquilino. Godé nel ricordare di avergli soffiato la ragazza. Si passò una mano tra i capelli e si rigirò nel letto. Guardò un film. Tutto. Infilò un racconto nella borsa della ragazza troppo bella. Ovviamente legato con un capello strappato. Riorganizzò gli appunti e studiò. Mentre mangiava ascoltò un po’ di musica. Lavò i piatti. Spense la musica e scrisse un racconto. Telefonò a Guido. Gli raccontò tutto. Parlando del suo coinquilino si annichilì. Disgustato, si addormentò. Camminò lentamente verso l’aula, rosicchiando una brioche. Faceva schifo. La avvolse nel sacchetto e la ripose nella borsa. Seguì attentamente la lezione, prese appunti, abbastanza interessato. Si fermò davanti al portone. Sentiva il coinquilino parlare con un suo amico. Frisbee. Si tiravano robe nel corridoio. Lo ascoltò in silenzio dal pianerottolo. Ancora. E ancora. Disgustato, entrò. Scrisse due racconti. Gli piacevano e li conservò. Pulì il bagno. Disgustato, si addormentò. Entrò in chiesa. Ascoltò distrattamente la messa. Durante la comunione uscì. Continuava a ripetersi quanto fosse inutile andarci. Stracciò una proposta di pubblicazione. Guardò un quiz in tv. Non sbagliò una risposta. Fece una passeggiata da solo. Finse di guardarsi in terza persona. Si odiò in terza persona. Corteggiò una ragazza fuori da un pub. Sul più bello la piantò in asso dicendo che non era vestito adeguatamente. Guardandosi allo specchio si ringraziò sinceramente. Disgustato, si addormentò. Venne fermato dalla ragazza troppo bella che lo aveva identificato come autore di un certo racconto. Si dichiarò ammiratore segreto di lunga data. Annotò il suo numero. Ricevette un memorabile bacio sulla guancia. Che belle le donne. Seguì attentamente la lezione, prese appunti, abbastanza interessato. Preparò da mangiare. Orrendamente disturbato dal masticamento vorace del suo coinquilino, lasciò metà bistecca nel piatto. Si rifugiò nel salotto, con una mela gialla. Che schifo le mele rosse. Ritornò nel ristorante carino per recuperare il libro dalla sorta di vaso cinese. Lesse quattordici pagine. Disgustato, si addormentò. Decise di saltare una lezione. Represse i sensi di colpa. Rifece per bene il letto. Studiò. Seguì attentamente la lezione, prese appunti, abbastanza interessato. Passeggiò al fianco della ragazza troppo bella. Non provò a baciarla. Pensò che fosse davvero troppo bella. Entrò nel supermercato. Prese frutta, pane, carne, biscotti, sapone, olive, succo di frutta, cercò per mezz’ora il sale e lo prese. Seguì una donna apparentemente di facili costumi. Scese dall’autobus. Tornò a casa. Si annusò le 65


ascelle. Fece una doccia calda. Poi fredda. Poi di nuovo calda. Disgustato, si addormentò. Guardandosi allo specchio rifletté sulla sua condizione esistenziale di solitudine. Mandò un sms a Guido. Provò invano a fare piegamenti. Stirò una camicia. Seguì attentamente la lezione, prese appunti, abbastanza interessato. Limonò con la ragazza con cui aveva passeggiato quella volta. Camminando immaginò che l’uomo davanti a lui fosse uno stupratore seriale e gli mise lo sgambetto da dietro, facendolo inciampare. Approfittò della folla per camaleontizzarsi. Si tagliò le unghie delle mani. Regalò al suo coinquilino la carcassa di brioche rinvenuta nella sua borsa. Lo guardò mentre la divorava felicemente. Disgustato, si addormentò. Ricordò della pomiciata, si lavò i denti quattro volte. Disgustato si addormentò. Restò sdraiato sulla schiena per un po’. Scelse con cura i vestiti da indossare. Intravide la ragazza troppo bella. Alzò la mano per salutarla, ma quella non lo vide. Finse di divertirsi, senza troppo impegno. Tornò a casa. Stese i panni. Scrisse quattro racconti. Li bruciò sui fornelli. Ignorò l’arrivo del coinquilino. Appoggiato alla finestra pianse. Un gatto sul cornicione si fermò a guardarlo. Gli alzò il dito medio davanti. Scrisse un racconto. Disgustato, si addormentò. Fu svegliato dal coinquilino. Uscì di casa un’ora e mezza prima del previsto. C’era la nebbia. Immaginò di trovarsi in una brughiera inglese. Scrisse un lungo racconto. Fece tardi a lezione, ma la ragazza troppo bella gli aveva conservato un posto vicino a lei. Non riuscì a seguire attentamente la lezione, ma spiò gli appunti di lei. Era troppo bella. La invitò a pranzo da lui. Cucinò col massimo impegno. Lei si mostrò a suo agio. Discussero dei libri che piacevano a lei. Discussero dei libri che piacevano a lui. Fecero tardi a lezione. Lei si offrì di fargli ascoltare come suonava la chitarra. Lui rimandò a un altro giorno. Disgustato, si addormentò. Guardò distrattamente la tv. Ascoltò attentamente delle canzoni. Belle. Passeggiò sotto la pioggia, riparandosi con un ombrello. Si accorse di provare dei sentimenti. Finì di leggere il libro del ristorante cinese e lo regalò al suo coinquilino. In compenso gli rubò una sigaretta. La fissò a lungo, poi la ripose in tasca. Lavò i piatti. Studiò. Rabbrividì di paura. Disgustato, si addormentò. Si svegliò tardi. Andò a pranzare in mensa con il suo coinquilino. Pensò di saper cucinare infinitamente meglio. Annuì ai vaneggiamenti del coinquilino. Si chiuse nel bagno. Fece una doccia calda. Poi fredda. Poi di nuovo calda. Ricevette la telefonata della ragazza troppo bella. Fecero una passeggiata. La guardò suonare. La ascoltò cantare. Le regalò una manciata dei suoi racconti migliori. Avrebbe voluto baciarla. Pensò che fosse davvero troppo bella. Restò davanti al portone a pensare. Disgustato, si addormentò. Seguì attentamente la lezione, prese appunti, abbastanza interessato. Si esercitò a fare succhiotti. Studiò. Telefonò a Guido. Pensò di essersi innamorato. Guardò a 66


lungo la tv. Scrisse un racconto. Lo ricopiò per lei. Cucinò. Lavò i piatti. Uscì a fare una passeggiata. Si ritrovò sotto casa di lei. Continuò a gironzolare lì intorno. Cambiò una lampadina fulminata. Disgustato, si addormentò. Spense ostinatamente la sveglia. Si rigirò nel letto. Cucinò. Scelse gli abiti meno graditi. Fece un giro tra gli scaffali. Salutò freddamente il commesso e uscì nella strada. Osservò i passanti. Si sedette al sole. Era una bella giornata. Ripensò a certe canzoni. Chiuse gli occhi. Un cane gli si accostò vicino. Camminò veloce verso casa. Fece una doccia calda. Poi fredda. Poi di nuovo calda. Litigò furiosamente col coinquilino che aveva rotto un piatto. Disgustato, si addormentò. Poggiò la testa sul banco. Non riusciva a concentrarsi sulla lezione. Si addormentò. La ragazza vicino a lui lo svegliò perché la lezione era finita. Osservò un piccione beccare del pane. Un sassolino lo colpì sulla nuca. Era la ragazza troppo bella. Il piccione improvvisamente perse le sue attrattive. Le accarezzò la guancia. Arrossì ai complimenti di lei per i suoi racconti. La pregò di uscire con lui quella sera. Pulì il pavimento di tutta la casa. Disgustato, si addormentò. Valutò la possibilità che quella della ragazza troppo bella fosse solo una scusa. Si lavò i denti, due volte. Guardò la tv. Rubò le carte al suo coinquilino per fare un solitario. Quello lo scoprì. Litigarono. Passeggiò veloce. Incontrò un compagno di corso. Si ritrovò sotto il portone di lei. Suonò il campanello e scappò. Ricevette da lei una foto che lo ritraeva appeso al citofono. Salì le scale. La baciò sulla guancia. Respirò ansioso mentre lei lo accarezzava. Prese a tremare mentre lei avvicinava il viso al suo. Si alzò di scatto e corse via. Disgustato, si addormentò. Guardò il termometro. Restò a letto fino a tardi. Ignorò gli innumerevoli squilli del telefono. Scrisse un’infinità di pagine. Parlò con Guido. Gli confessò tutti i suoi timori. Mangiò tutti i biscotti del suo coinquilino. Si affacciò alla finestra. La ragazza troppo bella stava suonando il citofono. Aprì. La guardò negli occhi. Era troppo bella. Pianse. Le confessò tutti i suoi timori. Respirò ansioso mentre lei lo accarezzava. La salutò con la mano. Disgustato, si addormentò. Seguì attentamente la lezione, prese appunti, abbastanza interessato. Limonò con quattro ragazze nel pomeriggio. Bevve due bottiglie di vodka. Bussò a casa di una delle ragazze. Si spogliarono. Vomitò nel bagno di lei. Vomitò per strada. Vomitò nel suo bagno. Si addormentò sotto la doccia. Si lavò i denti, otto volte. Restò in strada tutta la notte. Disgustato, si addormentò. Si risvegliò bagnato, sotto la pioggia. Corse a casa. Fece una doccia calda, poi fredda, poi di nuovo calda. Mangiò tutti i cracker del suo coinquilino. Vomitò. Guardò il termometro. Guardò la tv. Guardò i piccioni fuori dalla finestra. Guardò vecchie foto. Guardò la tv. Guardò i messaggi della ragazza troppo bella. Guardò un video porno. Chiuse gli occhi. Disgustato, si addormentò. Corse a casa della ragazza troppo bella. Le offrì un cornetto. Seguì attentamente 67


la lezione, prese appunti, abbastanza interessato. Studiò. Caricò la lavatrice. Studiò. Guardò un quiz in tv. Non sbagliò una risposta. Passeggiò al fianco della ragazza troppo bella. Non trovò il coraggio di baciarla. Pianse. Respirò ansioso mentre lei lo accarezzava. Scrisse un’infinità di pagine. Pianse. Disgustato, si addormentò. Salì su un treno. Ascoltò molta musica. Ci provò con tutte le ragazze che incontrò. Limonò con sette ragazze. Una lo invitò a nascondersi nel bagno, ma lui declinò l’offerta. Corse fino a casa. Guardandosi allo specchio si sforzo di non vomitare. Telefonò a Guido. Telefonò alla ragazza troppo bella. Prese a tremare mentre avvicinava il viso a quello di lei. Le loro labbra si toccarono. Le accarezzò la guancia. Corse in bagno. Vomitò. La salutò con la mano. Si lavò i denti, sei volte. Disgustato, si addormentò. Spazzò il pavimento della sua stanza. Camminò piano verso l’aula. Non ascoltò affatto la lezione. Salutò la ragazza troppo bella. Le confessò i suoi ultimi pensieri. La guardò che si allontanava piangendo. Pianse anche lui. Le corse dietro. La baciò intensamente. Scrisse due racconti. Pensò tutto il giorno a lei. Ascoltò i vaneggiamenti del coinquilino. Per niente disgustato, si addormentò.

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GLI AUTORI

WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere elettronico ma si interessa di filosofia, psicologia e cognitive computing. Un’originale sintesi culturale tra studi classici e attività professionali di progettazione e innovazione tecnica è il Saggio caotico sull’aporia, scritto nel 2012. Alla produzione poetica affianca la stesura di racconti e dialoghi. VALENTINA CABIALE, classe 1981, professione archeologa. Vive tra le colline del Monferrato. Dal 2010 è redattrice e scrittrice per la rivista on-line Erodoto108. Dal 2013 collabora con l’Associazione Culturale Compagnia Marco Gobetti.

NICOLA CIRIMELE ha 19 anni ed è nato a Tortora (CS). Studia Lettere Moderne all’Università di Siena e sogna un futuro nell’editoria. Si diletta nella scrittura di racconti brevi e pensa, un giorno, di scrivere un romanzo. NICOLA DIMITRI, venticinquenne di origini pugliesi, vive e lavora a Verona. Laureato in Giurisprudenza a Roma in Filosofia del Diritto con una tesi su Wittgenstein, ha collaborato con vari giornali locali di Roma, una casa editrice e una rivista d’arte. Da sempre, in ragione di un vorace bisogno di leggere, scrive. NICOLA ESPOSITO è nato nel 1985 a Bari e frequenta la facoltà di Lettere. Sin da ragazzino nutre un interesse per la scrittura che coltiva con dedizione. Nel 2009 ha pubblicato con Altromondo editore Quattro chiacchiere, suo esordio narrativo; nel 2013, col romanzo breve Petali di giglio, si è classificato secondo nel concorso letterario nazionale “Scriviamo Insieme”; quest’anno su Storiebrevi ha pubblicato il racconto A cerchi sempre più stretti.

FABIO MACELLARI è nato nel 1978 a San Benedetto del Tronto (AP). Maturità scientifica + Filosofia delle scienze umane e della comunicazione (non terminata). Appassionato di Semiotica, Dadaismo, Situazionismo, Espressionismo, Rumorismo. Autarchico... Terrorista Emozionale... Chitarrista Espressionista... Anarchico... Tutto sotto il segno dell’Anima/le. GUIDO MAZZOLINI è nato nel 1967 a Cremona. Ha pubblicato le sillogi L’Attimo e l’Essenza (Arduino Sacco Editore, 2011) e Suoni (Edizioni Progetto Cultura, 2012), e le opere narrative Il passo del gambero (MJM Editore, 2011), Giuda (La Torre Libri, 2012) e La ragione degli alberi (David and Matthaus, 2015).

LUDOVICO POLIDATTILO pubblicò il romanzo Le avventure del capitano Ego (Agata/Ottolibri, 2016). Vide vari suoi scritti accolti da antologie e periodici. I suoi testi teatrali Eumenidi talk-show, Apokalypsis à la page, Apokalypsis pour homme e Le avventure del capitano Ego furono rappresentati dalla compagnia Regno delle Madri Entertainment. Quanto scrisse, scrive e scriverà, se non finirà altrove, farcirà il blog “Polidattilografia”.


MASSIMILIANO PRICOCO è nato nel 1979 ad Augusta (SR). Laureato in giurisprudenza, lavora come avvocato. È presente nell’antologia Poeti e poesia (2010), nella raccolta di aforismi Il viaggio è nella testa (2013), su Agenda letteraria Opposto.net (2012, 2013, 2014), in La genesi, arte scienza e rivelazione della coscienza (Edizioni Opposto.net, 2014) e nell’antologia Inchiostro e anima 2014 (Edizioni Effe Grafica).

DAVIDE RISSONE, trentenne, laureato in Sociologia, fino allo scorso anno ha lavorato come paramedico presso una piccola postazione di emergenza sanitaria 118 a Caluso, in provincia di Torino e attualmente vive in Spagna. Ha cominciato a scrivere da qualche anno, inizialmente poesie e racconti, ora sta lavorando a due romanzi, uno dei quali è in revisione presso la scuola Holden di Torino.

GAIA ROSSELLA SAIN, classe 1987, da anni lavora nella ristorazione, oggi presso il Country Resort La Subida, tra i vigneti del Collio friulano. Con le sue opere è presente in diverse antologie, tra cui Cervo Bianco (a cura di Fabrizio Corselli), Hanami: Primavera e Hanami: Estate (Edizioni della Sera). Appassionata di poetica haiku, nel 2015 inizia a promuovere questa forma d’arte attraverso una mostra fotografica itinerante dal titolo ISTANTI. Web: https://gaiarossellasain.com/ CRISTIAN SANTINI, gettato alla luce 19 anni fa, in un 21 di marzo a Macerata, risiede a Trodica, una piccola frazione di Morrovalle (MC) dove coagula in un letto i mormorii sparsi e raccolti tra l’Europa e i Balcani e chissà dove. Nulla di edito se non qualche precaria firma lasciata all’abbandono nel web.

ELENA TOMAINI è nata nel 1984 a Rovigo. Dopo aver pubblicato racconti online, nel 2013 esce la sua prima raccolta di racconti Maschere Respiratorie (Bebert Edizioni). Ha collaborato col fotografo Ioan Pilat alla realizzazione di micro-storie per la mostra fotografica Ossigeno, e alcuni suoi scritti sono stati messi in musica e inseriti nelle performance teatrali dell’artista Claudio Milano. Attualmente è impegnata nella stesura di un nuovo libro.


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Rivista Alibi - Numero 15  
Rivista Alibi - Numero 15  

Il numero 15 contiene le opere dei seguenti autori: Valentina Cabiale, Cristian Santini, Ludovico Polidattilo, Davide Rissone, Gaia Rossella...

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