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Anno IV - Numero 14 (Luglio/Settembre 2016)


Curatore Ciro Maiello

Progetto grafico della copertina Vincenzo D’Urso

Hanno collaborato a questo numero: Clara Galletti, Alba Gnazi, Davide Rissone, Andrea Cannarella, Ludovico Polidattilo, Frankie Fancello, Pietropaolo Morrone, Marco Corvaia, Calamo Inchiostrato, Walter Ausiello, Elena Tomaini, Salvatore D’Antoni, Luigi Finucci, Attilio Scatamacchia.

La proprietĂ intellettuale di tutte le opere qui presentate resta agli autori.

Le illustrazioni di questo numero sono di Mattia Riami (http://mattiariami.tumblr.com)


O per aziOne di Clara Galletti Mi ricoverano d’urgenza. Analisi del sangue, ecografia, lastre ai polmoni. Vengo visitata dal dottore del pronto soccorso, mi dice di aspettare il chirurgo, ma sarebbe bene andassi anche dal ginecologo. Ho l’appendicite, ma non è detto. Potrebbe essere gastrite, lo stomaco infiammato, ma mi fa male anche il braccio sinistro, questo all’infermiere non gliel’ho detto. Ho un infarto. Oddio lo sapevo. Ho un infarto. Ora chiamo l’infermiere e glielo dico. Non vorrei che mi operassero e poi mi dicessero che si sono sbagliati, che c’è stato un errore. Infermiereee. Magari non avevano visto che il cuore non funziona bene. Infermiereeeee.

Non mi dà il tempo di parlare. Mi depila, mi disinfetta la pancia, mi toglie lo smalto, poi mi porta via con la barella. Qualcuno da dietro la mia testa mi inietta qualcosa nel braccio sinistro. Accidenti, non ho detto che mi fa male. Sento il liquido salire nella vena, rigido come un bastone. Non avranno mica sbagliato medicina? C’è così tanta gente qui che sbagliarsi è un attimo. Uno fraintende la lettera di un cognome o confonde un numero con un altro e finisce per invertire gli anestetici. Lo sapevo, mi hanno fatto la puntura di quel signore che prima era accanto a me. E mi sono pure dimenticata di dire che ho un infarto. Vedo la luce. Sono sotto i fari della sala operatoria oppure sono morta. L’hanno sempre detto, no, che quando si muore si vede la luce e poi mi sento così stanca, così confusa, così…

Quando mi risveglio sono nella stanza numero 15 del reparto chirurgia. Mi hanno tolto l’appendice e ora la pancia mi tira, mi brucia, mi dà una noia incredibile. Mi hanno detto che dovrò aspettare qualche giorno per avere i risultati della biopsia e che da quella si vedrà se l’infezione non era lì ma nel colon. Ecco. L’avevo detto io che secondo me si sbagliavano. Glielo volevo chiedere se erano sicuri, ma poi me ne sono dimenticata. Infermiereeee. Ora chiamo l’infermiere e glielo chiedo se il chirurgo gli sembrava convinto mentre mi operava.

Durante l’intervento mi hanno fatto tre piccoli buchi: uno in prossimità dell’ombelico e gli altri due poco più in basso. Ora, quei due nel basso ventre mi sembrano a posto, ma quello sotto l’ombelico ha sviluppato una sporgenza, un bozzolo. Vai, mi operano di appendicite e mi fanno venire una cisti. Ora chiamo l’infermiere e gliene dico quattro. Ma vi pare il modo di lavorare in questo ospedale. Infermiereeeee. L’infermiere alla fine arriva. Mi chiede se ho bisogno di qualcosa, se qualcosa

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non va, se è tutto a posto. Tutto a posto? Infermiere, ma vuole scherzare? Non va bene no. Come starebbe lei se scoprisse di avere un’oscena protuberanza irregolare che le fuoriesce dalla pancia?

Finalmente mi sono fatta intendere, non come quando avevo un infarto. Questa volta l’infermiere mi presta attenzione, si avvicina al lettino e mi osserva la pancia con cautela. Signorina, quella è la garza per disinfettarle la ferita.

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POESIE di Alba Gnazi ECCOMI

mi congedo dagli occhi, tribunali disforici: assunta da convesse seduzioni sensuali, sporgo veglie sui tepori del cielo che da est immette alba nel cilestrino parlottio delle genziane, a spicchi e piano: son concessa in dono al tempo, che tra ditate di luce e intermezzi di vento mi lascia sentire.

Il chiurlo fresco del merlo chiedo contatto al mio ventre la breccia smossa da una ruota la pelle sorride, mi convoca intera il canto asciutto di un deltaplano c’è un cuneo di luce al mio centro: è da qui che provengo un controcanto di risate da caffè condiviso madre infinita ancorata al mio midollo il mare è un diaframma che sale, che preme contaminata da bellezza e paura mi ascolto da bellezza e fiducia mi imprimo da bellezza e bellezza mi nasco senza crepe, senza argini, smisurata Io nasco Eccomi.

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Una lettera o un’estate (Omaggio ad Amelia R.) Qui mi si chiede la prova dell’onta che m’indugia tra le mani nel vacillar del sole che il mattino non rischiara. Intatta cerco i pezzi di ogni mia dissoluzione.

Cos’è che ci lega e ci fa carne per avanguardie di cieli misconosciuti ai borborigmi della preghiera –

quell’incorretta, studiata solitudine?

C’è stata un’unica fermata, e lì son scesa. Ora non so più raccapezzarmi tra queste facce convertite, tra queste stole per viventi incurati da poesia, scie e scie e scie di verseggiati svilimenti. C’è stata un’unica salita, e io son qui che attendo. Porto in viso ritmi butterati dallo sfascio del tramonto, quello che il tè lenisce appena con un solletichìo di infanzia e poco zucchero, una sosta a un che di vivere, donde scruto poiane a fil di rotta,

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sopraffatta da un comignolo tra le rondini. Chissà se una lettera o un’estate fan rosso il petto, l’argine che squadra quel mio incompiuto addio. Ho volato tra gli alberi Per respirarne il suono per diventare immobile anch’io.

*** “O.K. Just a little pinprick. There’ll be no more …aaah! But you may feel a little sick. Can you stand up? I do believe it’s working, good. That’ll keep you going through the show Come on, it’s time to go.” (Comfortably numb) Dovrebbero essere tutti vivi, ormai, a quest’ora.

Ritirati in un angolo che odorava di fiato, col naso al pavimento in cerca di una lanterna, eravamo assorti in uno spettacolo monocorde e poco attuale, conoscendoci

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tutti. La marionetta mascherava noia dondolando le nostre mani dietro le quinte, il vecchio carillon funzionava solo nei bisestili, per il resto l’orchestra di rado stonava, anche se cieca. Il capitano custodiva sottochiave un diario con le nostre frasi migliori; a turno ci interrogava. Non seppi mai ricordare perfettamente cos’avessi detto. Mentre stendevamo bucati sul naso di Pinocchio, una enorme metafora si autoinvitò a pranzo e sedusse innocenza. Nessuno ebbe più notizia del vero, però da allora i nostri abiti profumarono di libeccio. Il sole clonò la settimana a sua immagine, iniziammo a contare i giorni sulle dita e presto ci accorgemmo che non bastavano, così uscimmo a cercare nuove pozze in cui specchiarci. Nessuno tornò indietro. Dovrebbero essere tutti vivi, ormai, considerando l’ora.

“When I was a child I caught a fleeting glimpse Out of the corner of my eye I turned to look but it was gone I cannot put my finger on it now The child is grown The dream is gone” (Comfortably numb)

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PETTO D’ANATRA LACCATO di Davide Rissone Me ne sto qui, sdraiato sul letto, mentre mia moglie se ne sta di là in cucina con il professore di calcolo. Da quando ci siamo trasferiti in Spagna ha deciso di rimettersi a studiare. Si è iscritta a matematica, ma non ci capisce un bel niente, a detta sua. Alla sera, quando ci sediamo a tavola mi racconta delle lezioni e io non riesco a seguire una sola parola. Sono un cuoco, non un matematico. Io mangio e mastico velocemente per far durare il tutto il meno possibile, ma lei si infila una forchettata di roba in bocca e prende a parlare di calcoli, funzioni, differenziali, campi d’esistenza e domini, poi quando la bocca è di nuovo vuota, attacca la verdura, spezza del pane e se la riempie di nuovo. E ricomincia. Io finisco sempre dieci minuti prima di lei. Sparecchio la mia parte, lascio andare l’acqua del rubinetto affinché sia bella fresca, e mi riempio il bicchiere. Bevo tutto d’un sorso, restando di schiena, e lei prosegue con numeri complessi, parti immaginarie, l’arco tangente al limite di qualcosa. Rimango voltato anche dopo aver finito di bere, con il bicchiere stretto tra le mani. Sento grattare il piatto con la punta della forchetta, ha quasi finito di mangiare. Mi giro, lei si ficca tutto nella bocca, e mi preparo all’ultimo round. Mi siedo, le piazzo il bicchiere vuoto davanti al piatto e le osservo le labbra aprirsi e chiudersi, sputando fuori piccole particelle di cibo appena masticato e sinusoidi, integrali, variabili dipendenti, rami di iperbole. Una tempo mia moglie era bellissima, una donna da togliere il fiato. Non dico sia diventata brutta d’un colpo. Ha quarant’anni ed è ancora attraente e a detta di molti seducente. Sì, la definiscono seducente. E li capisco. È piuttosto alta, i capelli sono folti e sani, del colore del miele di castagno e il suo fisico, nonostante non ci si dedichi molto, sta vincendo la corsa contro il tempo. La forza di gravità sembra snobbarla, come se non fosse ancora giunto il momento di sottomettersi alle leggi della fisica. Credo, ma non posso dirlo con certezza, che le sue misure siano le classiche novanta-sessanta-novanta, immutate da quando la conosco, ossia quindici anni il prossimo giugno. Le sue labbra sono carnose e la pelle è liscia e morbida, nonostante vi applichi la sola crema notte. Io sono già nel letto da un po’ quando lei mi raggiunge, e il suo profumo impregna le lenzuola. Non saprei spiegare perché non riesco più a vederla attraente; da quando si è licenziata dal ristorante in cui lavoravamo insieme e ha deciso di prendersi un anno per sé, non so per quale ragione, ma ha perso parte del suo fascino. Come ripeto non riguarda il suo fisico, ha a che fare con il suo atteggiamento. Il suo modo di stare al mondo mi verrebbe da dire.

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Questo concetto non l’ho mai afferrato del tutto, ma il sous-chef del ristorante nel quale lavoro ne parla sempre, riferendosi ai clienti. Dice tipo, «la vedi quella coppia là… al nove… hai visto cos’hanno ordinato?… è chiaro, no? se prendi il petto d’anatra laccato devi rivedere il tuo modo di stare al mondo». Io annuisco sempre, ma non capisco mai cosa intenda dire. Non credo che la scelta di un piatto possa farmi capire il tipo di persona. Cos’ha di diverso il tizio del petto d’anatra da quello delle tagliatelle profumate d’autunno? O la donna della tagliata al sale rosa dell’Himalaya dalla ragazza dei ravioli liquidi di piccione? La sera in cui mi indicò la coppia del petto d’anatra, vidi solo un uomo e una donna, lui sui quarantacinque anni, ben vestito, elegante, ma non troppo, lei appena più giovane, molto bella, questo lo ricordo, senza trucco sugli occhi, i capelli raccolti in un raffinato chignon e un abito sobrio, color panna mi pare, intenti a mangiare con gusto, come è consuetudine fare in un certo tipo di ristorante. Se la memoria non mi inganna, lui a un certo punto le afferrò anche la mano. Ma quella volta più di altre, devo ammettere, insistette perché guardassi con più attenzione, perché era chiaro quanto quei due dovessero rivedere il loro modo di stare al mondo. Mi soffermai su di loro ancora un po’. E anche se non ebbi il coraggio di dirglielo, continuai a vedere una coppia che mangiava con tutta calma, forse lui un po’ più in fretta di lei, e forse lei fissando spesso il proprio piatto, ma come biasimarla, il petto d’anatra è una delle creazioni più coreografiche del menù. Consiste in un delicato petto laccato al miele (lucente e appena scottato), al quale si lascia uno strato croccante e dorato di grasso per poi adagiarlo su un vero e proprio giardino di verdure secondo una disposizione nella quale, dal piatto nero, sbucano come per magia carotine, piselli, patate, germogli d’aglio, asparagi bianchi e fiori commestibili che, come detto, ricordano un giardino fiorito di primavera, il tutto annaffiato da una riduzione di frutti rossi macerati in aceto di ciliegie. Sublime. Cogliendo la mia riluttanza, mi disse, «sta a vedere». Si avvicinò al tavolo con la scusa di chiedere se la cena fosse stata di loro gradimento, e si intrattenne a conversare qualche minuto. Poi si congedò e rientrò in cucina. Io assistetti a tutta la scena, e quando ritornò e mi chiese, «adesso capisci? hai visto?», io dovetti ammettere che no, non ci avevo visto proprio nulla. «Ma come?» proseguì lui, «la fede di lei era appoggiata sul tavolo, accanto al tovagliolo, e quando le ho chiesto se le fosse piaciuto il petto d’anatra, le sono venuti gli occhi tutti rossi. A quel punto me ne sono andato, avevo visto abbastanza». Nonostante lui sia fermamente persuaso della bontà della sua teoria, credo che l’unico motivo per il quale si metta piede in un ristorante come il nostro (solo noi abbiamo una stella Michelin in tutto il nord-ovest), sia per mangiare bene e provare piatti fuori dall’ordinario. Devo ammettere, però, che quella frase, il modo di stare al mondo, mi incuriosisce 12


in maniera quasi morbosa, mi stuzzica, portandomi a fantasticare sul modo in cui vive la gente. Mi costringe a entrare nelle loro vite e curiosare un po’ in giro, in cerca di indizi in grado di aprirmi gli occhi. Una frase ripetuta, un’espressione del viso, un dettaglio insignificante che mi faccia dire Ecco, quel tipo è così, quell’altro cosà, quella coppia è supponiamo felice, quell’altra in crisi, quello lì, con la camicia a quadri, tradisce la moglie, l’altro, quello dal naso aquilino, beve di nascosto, e così via. Quella frase mi è entrata con prepotenza in testa, persuadendomi di poterla utilizzare io stesso per parlare delle persone. In particolare di mia moglie. E quando ceniamo insieme, prima di andare a lavoro, o sono nel letto aspettando di farci l’amore, mi ritrovo a pensare che debba rivedere il suo modo di stare al mondo, per riappropriarsi del fascino che aveva ai miei occhi fino a qualche tempo fa. Ma siccome non comprendo del tutto il significato del concetto, mi costringo solo a frugare nella sua vita, e quindi nella mia, nella nostra vita coniugale, per cercare un elemento capace di illuminarmi circa il motivo per il quale non riesca più a vederla così bella. Lo faccio quasi tutti i giorni ormai, da quando ci siamo trasferiti a León. Lei non sta lavorando, si è solo iscritta all’università. A me piaceva il nostro vecchio ristorante, ma con la mia esperienza ormai ventennale, non ho faticato più di tanto a trovare un buon posto anche qui. Lei la mattina esce di casa molto presto e va a lezione, io esco dopo un’ora, passeggio per la città e rifletto. La immagino seduta tra i banchi, cosa che non faceva da parecchi anni e che io non farei mai a questo punto della vita, l’ho già fatto abbastanza a suo tempo, con una penna in mano e lo sguardo fisso sul professore di algebra, mentre parla di funzioni, logaritmi e roba simile. Lei fa una fatica bestiale a seguire, così mi racconta, per cui spesso si distrae e comincia a chiacchierare con gli altri. Questi altri, sono quasi tutti ragazzi di venti, ventidue anni con i quali fa spesso delle pause sigaretta, così le chiama, o prende un caffè alla caffetteria del campus. Mia moglie non ha mai fumato in vita sua (quand’era molto piccola suo padre è morto per un cancro ai polmoni), e il caffè lo detesta. Ma da quando sono iniziati i corsi, compie entrambe le azioni con un certo gusto. Esce dall’aula e trascorre la mattinata con i suoi compagni a fumare e a bere caffè. Me la immagino felice in mezzo a tante vite in attesa di sbocciare, di schiudersi come un fiore prezioso. Si infila la sigaretta tra le labbra, inspira a fondo chiudendo appena gli occhi per via del fumo, si riempie per bene la bocca e poi sputa tutto fuori, ma lo fa con grazia. Poi incrocia le gambe, beve un sorso di caffè e riprende a fumare, sorridendo a una battuta e appoggiando una mano su un ginocchio al suo fianco, per sostenersi. È così giovanile e bella, consapevole che i vent’anni che la separano da loro siano un tempo incredibilmente florido di esperienze, aneddoti e epifanie di vario genere dal 13


quale può attingere a piacimento per intrattenere tutti. Credo faccia questo mia moglie, la mattina. Adesso se ne sta di là con quel tipo. È più giovane di lei e la sua voce gracchia un po’. Io me ne sto sdraiato e penso ai fatti miei, ma sento arrivare parole a me sconosciute, tangenti alla parabola, integrazione, calcolo differenziale, matrici, e mia moglie a un certo punto che dice «ti va un caffè? (lo dice in spagnolo) e una sigaretta?». Io penso al sous-chef del ristorante, a quando questa sera mi dirà «ecco… quei due laggiù, al tre… hai visto cos’hanno ordinato?… credo sia chiaro anche a te ormai… devono rivedere il loro modo di stare al mondo… non hanno molta scelta a questo punto, non trovi?». E io mi limiterò ad annuire, come faccio sempre.

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POESIE di Andrea Cannarella CARLO GUSTAVO NELL’AION che ci fai nel crocevia tra il sibilo degli autobus e un dolciastro attaccaticcio odore di caramelle gommose calpestate? parli una lingua che non conosco una lingua di vino bianco e pere cotte fai pubblicità per una banca? io ho un volto da sbarbare e scuri occhi di lampo di magie non ne posso fare ma nemmeno di imbrogli se vuoi possiamo stare qua a fracassarci di sorrisi o possiamo scivolare su un oceano di peltro perché non è meraviglioso pensare che le stelle siano vive? perché non è meraviglioso pensare che ci siano universi facili e difficili? nel mio universo due più due non fa quattro ma qualsiasi cosa tu voglia

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UNA MERAVIGLIA

signori guardate questa meraviglia entra silenziosa nella camera da letto e si stende tra lo sposo e la sposa passa mite dalla catastrofe alla ghianda ti slaccia la cintura ti spezza il cuore uccide i fiori e poi li fa rinascere ghiaccia l’acqua degli idranti fa evaporare il piscio dai fossi respira nelle celle d’isolamento fa cantare il mio stomaco vuoto fa spuntare gigli dalle anche dei corpi seppelliti sorvola cori di pensieri strappa via strisce di pelle piume di pavone sacchetti di plastica ti arriva addosso come un pugno come pietre taglienti ti si attorciglia al collo come una cravatta o come un cappio e poi mi fa commuovere quando ti guardo senza che te ne accorgi 16


RANA

la scorsa notte ho trovato qualcosa sul vialetto di casa se ne stava ferma in un punto sembrava fosse stata messa lì a guardia o a custodia di qualcosa di sacro sono rimasto qualche istante in piedi a scrutarla poi mi sono accovacciato davanti a lei continuava a starsene immobile immobile e pronta come un piccolo carrarmato verde l’ho guardata e lei mi ha guardato ed è stato come se il mio spirito e il suo si riconoscessero poi d’un tratto ha fatto un balzo ed è scomparsa in un groviglio di erbacce ho aperto il portone e sono salito su facendo perno sul corrimano e saltando i gradini a due a due come quando ero ragazzo

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LE NOZZE ALLEGORICHE DI MATTEO CONTI E VALENTINA BORDON di Ludovico Polidattilo Prima che accadesse ciò che sarebbe accaduto, Valentina e Matteo si abbaccellavano nella singolarità (il personaggio di Aristofane nel Simposio platonico sa di cosa si tratta, quindi chiedete a lui) e di tutto ciò che sarebbe accaduto dopo, nulla importava loro. La singolarità che li avvolgeva si accomodò al centro della circostanza. Seduta sulla sedia di Chiavari bianca appositamente realizzata per loro in ciliegio selvatico da Giuseppe Gaetano Descalzi detto “Campanino”, la singolarità pensò come le sedie di Chiavari siano scomode, esili e solenni. Ma la singolarità, incuriosita dalle progressioni geometriche di ragione due e scala uno, si fece altro. Divenne.

Una goccia di nettare cadde allora dalla sommità dell’edificio più alto disponibile. Acquistando velocità, incrementando la propria velocità, nutrendo la velocità di gravità e impazienza. Perseverando nel precipitare giunse dove l’attendeva un crine di cavallo lipizzano teso sino ad affilarsi come orizzonte o balaustra sottile. La collisione con il crine scisse la goccia ambrata di nettare in due simmetriche metà. È dove una goccia di nettare diventa due gocce di nettare che la progressione geometrica ha inizio, così come i nostri affanni sentimentali e tutto il resto.

Sbalzate dalla scissione, le due mezze gocce di nettare si guardarono reciprocamente allontanandosi, tanto perplesse quanto immalinconite dall’aspirazione a ricongiungersi. Ma spettava loro l’attesa. Assunsero infatti traiettorie paraboliche incidenti le due lingue di altrettanti cavalli lipizzani in cerca di nutrimento dolce che in esse lo trovarono tale. Nutriti e rinvigoriti dal nutrimento, vollero farsi pariglia. La seconda pariglia si palesò quando i primi due cavalli si specchiarono nelle acque del lago: i riflessi presero consistenza materiale al passo di trotto. I quattro lipizzani trainarono così la carrozza del Guardasigilli incaricato di salvare lo scrigno sino al porto sul lago.

Otto navi salparono dal porto della città assediata. Ciascuna nave sottraeva agli assedianti uno scrigno. Sette scrigni, tuttavia, custodivano forme incomplete degli originali, palliativi incapaci di celare errori di foggia, peso, sapore, ordine, aroma, sfumatura cromatica. Tentativi venati di dignitosa ma irreversibile approssimazione. Meri diversivi atti a confondere l’Inseguitore. Uno solo degli scrigni conteneva ciò cui questi ambiva. La flotta dell’Inseguitore raggiunse la prima nave. L’equipaggio fu arrendevole e collaborativo. Una breve e pressoché formale resistenza lasciò sui corpi rare e

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superficiali ferite. Si ebbe accesso allo scrigno grazie a indicazioni precise ottenute senza insistere. I passi dell’Inseguitore sulla tolda parvero succedersi a ritmo di Bluebeat. Divelti i sigilli lo scrigno si spalancò rivelando il Primo Libro delle Nozze allegoriche di Valentina e Matteo. Il Primo Libro delle Nozze allegoriche di Valentina e Matteo possiede trentadue pagine. Sfogliamolo – come fece l’emissario della Confederazione Deterministica Universale sin qui definito Inseguitore – per individuare immediatamente pagina trentadue e sapere come va a finire. Si celebrarono le nozze, ma gli sposi, i testimoni e tutti gli invitati erano immancabilmente e inesorabilmente biondi. L’Inseguitore, appurata la scarsa verosimiglianza della cosa, si risolse a inseguire la seconda nave. Diamola per raggiunta e abbordata.

Il Secondo Libro delle Nozze allegoriche di Valentina e Matteo possiede sessantaquattro pagine. Sfogliamolo senza indugio per individuare pagina sessantaquattro e sapere come va a finire. Anche qui si celebrano le nozze, ma Federica, una delle testimoni, a metà della cerimonia inizia a cantare la canzone Subterranea, composta da Thom Yorke dei Radiohead per accompagnare la mostra delle opere dell’amico e artista Stanley Donwood (autore di alcune copertine dei dischi del gruppo). Tale brano vocale raggiunge la durata complessiva di 432 ore ed è considerato il più lungo della storia del pop e del rock. Passiamo alla nave, allo scrigno e al libro successivi.

Il Terzo Libro delle Nozze allegoriche di Valentina e Matteo possiede centoventotto pagine. A pagina centoventotto si celebrano le nozze. Tutto bene sino a quando la flotta di astronavi del prostetnico vogon Jeltz dell’Ente Galattico Viabilità Iperspazio non appare improvvisamente nel cielo. Passiamo alla nave, allo scrigno e al libro successivi.

Il Quarto Libro delle Nozze allegoriche di Valentina e Matteo possiede duecentocinquantasei pagine. A pagina duecentocinquantasei si celebrano le nozze. Nei giardini innanzi a Villa Guerci una Ragazza nel Frigo tiene nella propria la mano di un Piccolo Ragazzo Blu. Entrambi sorridono e fumano Camel Light. Passiamo alla nave, allo scrigno e al libro successivi. Il Quinto Libro delle Nozze allegoriche di Valentina e Matteo possiede cinquecentododici pagine. A pagina cinquecentododici si celebrano le nozze. Nessuno tuttavia è miope, quindi si tratta del matrimonio sbagliato. Passiamo alla nave, allo scrigno e al libro successivi.

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Il Sesto Libro delle Nozze allegoriche di Valentina e Matteo possiede milleventiquattro pagine. Nell’ultima pagina appaiono alcune sfere ma nessuno ci fa caso e il matrimonio si celebra lo stesso. Passiamo alla nave, allo scrigno e al libro successivi.

Il Settimo Libro delle Nozze allegoriche di Valentina e Matteo possiede duemilaquarantotto pagine. L’inchiostro che impregna l’ultima pagina non è configurato in alcuna foggia paragonabile ad agglomerato di caratteri tipografici. Piuttosto ricorda l’interfaccia della drum machine Roland TR-707 che negli anni ’80 e in parte dei ’90 stabilì il ritmo delle nostre danze, delle nostre notti e delle nostre digressioni sinaptiche presso i club meno inclini a soddisfare le norme di sicurezza vigenti sulla superficie di questo sorprendente pianeta.

Nell’ottavo Libro delle Nozze allegoriche di Valentina e Matteo c’è tutto quello che è accaduto, tutto ciò che ancora non è accaduto, quanto non potrebbe accadere ma ugualmente accadrà. Mancano innumerevoli eventi che solo gli sposi conoscono. Mancano innumerevoli eventi destinati a essere narrati, scritti, vissuti, sussurrati e taciuti solo all’interno di una goccia di nettare ricomposta. Quindi non importa se 1, 2, 4, 8, 16, 32, 64, 128, 256, 512, 1.024, 2.048, 4.096, 8.192, 16.384, 32.768, 65.536, 131.072, 262.144, 524.288, 1.048.576, 2.097.152, 4.194.304 o comunque an/an-1=q (con q=2) giorni o anni o secoli o millenni o pagine dopo, ma Valentina e Matteo, qualunque libro sulle loro nozze allegoriche trovassimo in uno scrigno, celebrarono oggi le proprie nozze reali. Il fatto che sia accaduto senza bizzarrie di sorta non può essere garantito e, considerata l’imprevedibilità degli sposi, forse neppure auspicato.

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POESIE di Frankie Fancello LA VIOLENZA ILLUMINATA

E così te ne sei uscita dai miei sogni torturandoli con calma apparente lasciandoli appesi senza la possibilità di modificarsi mentre assetate le tue schiave vengono a parlarmi mentre dormo. Da tutte queste giornate nulla è rimasto tranne che un trasloco un giardino botanico che si colora militante mentre ci ritroviamo ad occupare posti lontani parlando del più e del meno senza dire assolutamente niente che la storia non abbia già dimostrato d’aver sbagliato, concedersi in qualcosa che annienti ogni edonismo inseguendo popoli e balli millenari antichi saperi che coltivano meridiane perfette per spolverare i sensi purificarsi dai crimini umani disgregando ogni tabù ogni regola morale concessa. Il centro del mondo è così aperto al passaggio delle informazioni ogni cellula verso l’immaginazione della paura. I ritmi viaggiano alla velocità delle connessioni invisibili macchine riciclano frasi non dette – indicibili la fuoriuscita di karma blocca il diaframma la pressione bassa la stanchezza identificata nella giusta apertura degli occhi mangiarsi le stagioni tutte per veder crescere degli alberi a partire dallo stomaco piantarsi nelle mani i segni di un miracolo avvenuto a distanza di chilometri dal proprio capirsi dall’origliare le similitudini con altre migliaia di corpi a pancia in su per la spensieratezza. Tra migliaia di galassie passando attraverso i varchi del fetore di quello che ti resta nella sessualità tu che conosci il colore degli occhi di Dio

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a che religione appartiene il suo codice fiscale attraverso gli hastag delle rivoluzioni clandestine come un navigatore modello in assenza di congiunzioni di territori da conquistare quando la storia dei popoli si ripete in un unico organismo vivente vecchio ancora prima di nascere varcando la soglia del folklore religioso dimmi se il progresso è retrocedere e se retrocedere è avanzare essere un esempio di bellezza anche sopportando una caduta per annunciarci ai morti e ai vivi arrivati come siamo a doverci tagliare i molari essere isole abituate al turismo. A torto andremo via perpendicolari senza avvisarci a malapena ci penseremo su con la testa sopra il tavolo e una colonna di fogli bianchi da riempire di progetti per me che fuggo in orizzonti disperati e sconnessi per te che fuggi dalla sottile linea dell’avanguardia fatta di cunicoli sotterranei e sacrifici rinfacciati per l’ambiente che ritroveremo annientato in preda ai deliri delle guerre con le dita che battono sui muri mentre ricostruiremo navi, oceani e sorgenti mentre riposizioneremo pesci di qualunque forma mentre guarderemo dal fondo e vedremo qualcosa e quel qualcosa darà ad ognuno di noi una sensazione diversa.

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VAGINA REVOLVER

Quando vieni, in quanto te mi è impossibile contenerti da Parigi a Roma allo sparo dilatato nei metrò tic tac fra i delitti rendendomi una tasca vuota nemica di una gravidanza, quasi un ruolo appiccicato ristorato a sua immagine e somiglianza e del resto sono ancora a scuola e tu d’altronde hai radici su suoli altrui sei una sindrome italiana che non posso far guarire una mononucleosi spiazzata nel fianco senza essere confusa, senza amore e amicizia ma piena di dettagli postumi del famoso rock ’n’ roll. Caterina che sei entrata nei palazzi per annientarli senza qualifiche, o meglio, che hai tenuto la bellezza nella fragilità nutrita di rabbia e speranza evitabile come una piccola influenza come l’inflazione del troppo consumo, rivista e invalicabile come il cibarsi di giovani dispersi con i semi lasciati dentro lo stomaco con i sassi sui domani scolorendo le risorse e inconsapevole a chilometri da casa sparandomi sui sogni.

Dio solo sa che conosco l’amore con i Velvet Underground in costante fuorigioco oltre le linea degli stronzi in quanto mi chiamo il Ronaldo degli ipocondriaci il capocannoniere di un ricordo mai avuto un film di Fassbinder per calcare i nostri lati chic:

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amore, rifonderemo un WWF acrobatico e salveremo una razza schifosa come quella dei poeti che se lo toccano solo quando dormono mentre parlano di significanti in versi che contengono la parola “voce” e “abisso”.

È certo, quanto è certo un tabaccaio divino la poesia è bellissima ma la tua figa è meglio perché è un crimine un’obiezione di coscienza un rigore in zona Cesarini un sorpasso futuristico in quanto sei quella che inseguo sempre dopo un dribbling lasciandomi a invocare Satana inutilmente, sì, sei un male curabile, una pasticca meccanica ed ecco sempre a mettere in primis la bellezza sempre favorita all’etica alle regole alla pasta alla carbonara e trecento foto tue senza l’ombra di un giorno lontana dal cyberpunk e dal marxismo di Heather Parisi, qua la forma convenuta è pressoché precipitosa diluita sulle aspettative, la solita iperbole scivolosa tra gli avanzi della scienza spazzolati in paradiddle jazz freddato maleducato rottamato con lo spirito della diseducazione sull’economia essenziale dei contorni lasciando il pregio di oscurare il centro negli incroci dell’amore anemico con lo spazio giusto per uscire per rivederci statici in fondo a una visione senza nessunissimo anticorpo.

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LASCIATEMI STARE SONO ORIZZONTABILE

Tutti i contenuti son cresciuti e tutti in direzioni opposte crescono in un albero, dentro terre inopportune, la lacca dei capelli schizza via dal sogno e si precipita atomica spezza il piede del nemico spacca la trama la scena apocalittica la fatica dei versi e pensa allora a Dio annunciando il verbo: semmai dovesse parlare spero non mentre sto dormendo ma mentre dimentico la mia anima in panne mentre mastico l’impatto tra due macchine mentre squillano le trombe sulla nota dominante mentre s’aprono i cancelli per fuggire latitante sempre che ci sia una nave gigante pronta a salpare e chili di pane da dare ai bambini e chili di chili di carne vinti sopra un altare, idiosincrasia dalla vetta piramidale giornata di sole e d’ospedale sembra letale l’eccessivo umore del tuo utero da sempre ridotto alla supplica animale, e noi fermi lì, sotto i portici, in attesa di un tramonto stretto lasciando a casa le nostre bambole sigaretta col rossetto a discutere del rumore impalato dentro al petto, circospetto ci pressava un cadetto del pudore se tornavano quei vecchi freddi giorni d’ottobre tenendo una mano sul Kursk e una sul cuore, con un dito del Creatore sulla prossima chiusura canterò forte ravvivato dall’industria del dolore pregando un nuovo mantra per la popolazione e osservarne l’ambizione di sfamarsi arsi e dichiarati sopra d’ebano le croci che sfigurati cristi inconsistenti ad agitarsi sui libri dei poeti che sovversivo atto emotivo ma d’altronde quando scrivo non scrivo, vibro e le marce vanno i suoni aumentano senza virgole senza indole a caso mi parlavi di Pavese e mi tenevi il cazzo in mano passavano angeli sopra le nostre teste ma noi non ce ne accorgevamo

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troppo presi dall’entrare nei dipinti tu prendimi così, io sono friabile vita anemica di vegetale, accampamento fermo signorina e generale.

Com’è diventare profeti senza aver predetto niente quando tu m’illudi rinvasando primavere e Mao Tse Tung che cade come goccia che trabocca innaffiando il futurismo dentro bolle di acetone in questa stagione artistica depilata, ma per abnegazione, gli inservienti vanno e vengono chiedendo l’adesione dando un motivo o usando l’ingegno per il convegno del dottore e si lamentavano correndo gli universitari nel frattempo sessualmente trasmissibili per oceani di cemento persi dentro l’imbarazzo in un mondo di contegno, allora senza senso mi rifiuto e vivendo il mio disegno dentro tutto il mio sapere anche se inutile vi accontento e ve lo vendo sotto offerta sotto prezzo come mondezza senza una protetta uscita di sicurezza tra le mie mani che si amano e si allungano nelle mie dimore oppure interpretando un ricordo senza scopriture e senza inventarsi una fine.

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OGGI TI AMMAZZO DUE VOLTE di Pietropaolo Morrone Stamattina al parco mentre ero seduto e la facevo dietro a un cedro c’era un cane che si è avvicinato pelo lungo ciuffi appiccicaticci che sparavano da tutte le parti ha fatto un paio di giri su sé stesso e l’ha fatta pure lui era tutto bianco ma il bianco lo vedevi solo se ti concentravi e gli toglievi lo sporco con la mente Mi guardava e io lo guardavo non pensavo a niente e non dicevo niente ché tra di loro si guardano così senza parole dette o pensate quando abbiamo finito se n’è andato ha capito subito che non avevo niente per lui mica è come il giudice e mia moglie che non lo capiscono anzi avevo ancora meno da dare perché mi ero appena svuotato Il problema più grosso quando vivi in macchina non è che stai scomodo ti rompi la schiena quando dormi non sono neanche il mangiare e bere non è il freddo ché ti copri e accendi il motore o il caldo ché ti metti al fresco e ti spogli ma è lavarti il culo ché a urinare e andare di corpo trovi sempre posto lì vicino ai cedri c’è uno zampillo e posso bere togliermi la maglia e sciacquarmi che se passa qualcuno al massimo mi guarda stranito ma poi tira dritto ché ha da fare e mica può pensare a uno che vive in macchina però lavarmi il culo quella sì è un’altra storia a parte che non ci arriva allo zampillo ma anche se ci arrivasse sarebbe difficile comunque è tutta questione di esperienza e dopo lunga sperimentazione ho trovato che il modo più efficace è usare l’erba il guaio è quando non c’è l’erba o scegli l’erba sbagliata ma dopo un po’ arrivi a distinguere le erbe buone per lo scopo basta provare e provare Mentre la facevo non pensavo a niente ma osservavo a terra dappertutto è una cosa che ho imparato a fare molto bene da tre anni a oggi ci sono tre tipi di persone quelli che guardano il cielo quegli altri che guardano dritto davanti a loro e quelli che guardano a terra io da tre anni guardo a terra e non puoi immaginare quante sigarette fumate a metà si trovano per strada o soprattutto nei parchi al lato del sentiero ce n’era una in mezzo a un po’ di mozziconi al massimo era stata fumata per un quarto e così l’ho presa l’ho raddrizzata piano piano era appiattita da una pedata non troppo decisa e così tra indice e pollice l’ho schiacciata un po’ qua e un po’ là per farla somigliare a una sigaretta appena uscita da un pacchetto e naturalmente ho staccato il filtro e sono andato verso la macchina ché avevo lasciato l’accendino me la potevo prendere comoda ché per andare al magazzino dove lavoro ci volevano ancora due ore me la sono goduta a occhi chiusi il trucco è trattenere il fumo il più possibile e poi lasciarlo uscire una molecola alla volta Mentre la macchina si riempiva di nebbia pensavo a mio padre che fumava Nazionali senza filtro Non fumare papà gli dicevo e lui mi guardava e aspirava a lungo chiudendo gli occhi stanchi Stamattina sono passato davanti al mio portone cioè non proprio davanti ché non sia mai che mi vedano stavo dall’altra parte della strada appoggiato a un palo col cappello buttato sulla faccia e

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così a un certo punto arriva lui quello pseudo-hippie capellone rugoso si avvicina al portone ondeggia la zazzara brizzo io almeno me le trovavo giovani poi caccia qualcosa dalla tasca Ovvio la chiave anzi un mazzo di chiavi e ci sta pure un po’ a trovare quella del mio portone hai capito il giovanotto infeltrito mica scemo certe volte penso che strano essere divorziati e sentirsi cornuti sono cose che non dovrebbero avere niente in comune deve mantenere lo stesso tenore di vita ha detto il giudice ipse dixit certe volte non riesco neanche a darglieli tutti gli alimenti e pensare che lei si spara pure due pacchetti di sigarette al giorno ne fumasse uno in meno avrebbe bisogno di meno alimenti mi dice ogni volta che mi querela ma le querele non mi arrivano mai forse perché il servizio postale non funziona per chi vive in macchina mi fumo un’altra cicca che tenevo in tasca ma finisce subito ché non riesco a fare boccate lunghe passa mezz’ora e il capelluto esce fresco fresco questo è stato il momento che ho deciso di ammazzarla ma non è andata bene come l’altra volta il guaio è che non faccio mai una cosa due volte di fila allo stesso modo è un guaio per me perché è vero che se fai le cose sempre allo stesso modo diventi esperto in quella cosa e finisci col farla bene rasentando la perfezione come la natura che fa cadere le cose sempre allo stesso modo ché mica dallo stesso tavolo ti fa cadere la tartina in un secondo oggi e in due secondi domani sono milioni di anni che la natura si esercita per questo non sbaglia mai io invece che faccio le cose diversamente è sempre come farle per la prima volta e non impari mai davvero ché devi raggiungere lo stesso punto ma ogni volta il percorso è diverso Volevo ammazzarla col veleno tanto per cambiare ma si sa questo è un modo di ammazzare che lo sanno fare solo le donne e se ci prova un uomo poi finisce che non ci riesce e deve ammazzarla in un altro modo come è capitato a me a Natale di tre anni fa ci hanno regalato un rametto di vischio quella piantina con le foglie gialle e le bacche bianche e che non è proprio una piantina ma una specie di parassita che cresce sui rami e si nutre a sbafo sulle piante che lo ospitano tanto sa che i rami mica lo cacciano perché non si muovono altrimenti di sicuro lo scaccerebbero a calci in culo o lo ammazzerebbero come ho fatto con mia moglie perché lei è come il vischio Ho letto su internet ormai tutto si legge su internet altrimenti come faresti a sapere che il cesso si pulisce meglio con la CocaCola che col Cif Ammoniacal e non lo posso neanche verificare ché il cesso non ce l’ho più allora ho letto che le bacche sono velenose e così le ho schiacciate e ho fatto una poltiglietta e l’ho messa in una boccetta la cosa difficile è stata convincere mia moglie a invitarmi a pranzo perché mica io la potevo invitare perché nella macchina si sta scomodi lei non vuole lavorare anche se potrebbe farlo mica è fessa preferisce i soldi facili che andare a insegnare a Montecatini che fa punteggio sì ma non le rimane niente in tasca quindi preferisce i miei soldi tanto Ipse dixit lo ha stabilito meno male che avevo almeno la macchina e cazzo se quando eravamo dal concessionario ascoltavo lei e prendevamo anzi prendevo perché l’ho pagata io 30


una Smart a quest’ora mi avrebbero già ricoverato in ortopedia per costipamento osseo però a pensarci forse era meglio così che almeno a quest’ora vitto e alloggio erano assicurati almeno per un po’ ho trovato un altro lavoro e ti aumento l’assegno e ti do pure gli arretrati che non ti sono riuscito a dare È bastato dire questo che ha accettato subito l’invito e mi ha assicurato che saremmo stati da soli pasta e tonno sempre pasta e tonno mi fa anzi mi faceva e mi ha fatto pure quella volta poi è andata in bagno e io ho corretto la pasta e tonno colle bacche di vischio Sento uno strano odore ha detto Le donne hanno l’olfatto più sviluppato si sa sentono le cose da lontano però l’ha mangiato poi mi sono fatto offrire da bere e non me ne andavo mai perché volevo vederla stramazzare ma niente poi mentre bevevo ho preso il tablet che teneva poggiato sul tavolo e ho fatto una ricerca e in una pagina web ho letto che il vischio non è sempre sempre mortale ma può fare venire anche soltanto una diarrea sanguinolenta cioè mica se la poteva cavare con una cacarella a motore così ho capito che dovevo agire diversamente Devo prendere un po’ d’aria andiamo sul balcone e l’ho buttata sotto dal quinto piano sembrava morta occhio e croce ieri l’ho ammazzata con un’accetta eravamo ancora sposati e un giorno che non c’era nessuno a casa le ho dato un bel cazzotto in faccia l’ho stesa sul tavolo e l’ho decapitata con una bella accetta grossa avevo girato per parecchi centri commerciali per trovare un’accetta delle dimensioni del suo collo grasso l’unica cosa seccante è stata la pulizia di tutto quel sangue nero pure il sangue nero ha che invece tutti ce l’hanno rosso forse sono i due pacchetti di sigarette che si fa ogni giorno la cosa che più mi fa incazzare è quel coglione del prete che ci ha sposati aveva ragione finché morte non vi separi non so che intendeva veramente ma ci ha preso in pieno solo la morte può staccare il vischio per questo sono già trecentoquarantaquattro volte che l’ammazzo anzi oggi l’ammazzo due volte ora però vado ché le cicche le ho finite e devo cercare una mezza sigaretta

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POESIE di Marco Corvaia IPOTESI D’ARTE

E se i pittori disgraziati piangessero colore? Non esisterebbe l’ossidazione delle monete che bastano per un bicchiere di vino e marcio-vivere, l’agonia sarebbe armoniosa le macchie si estenderebbero con criterio le reazioni chimiche sarebbero dettate dalla bellezza mentre io sposterei la polvere e come un dipinto attenderei di essere appeso alla parete giusta. E se i musicisti sventurati lacrimassero note musicali? Anche i logorroici avrebbero orecchie per apprezzarne la melodia, l’egocentrismo non sfocerebbe mai nella mediocrità le emozioni più intense diverrebbero graffi sonori e lamenti intonati mentre io metterei alla prova con una festa distruttiva i muscoli

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in una schizofrenia fisica perché i pazzi ballano meglio. E se gli scrittori miserandi versassero lacrime di parole? La ribellione umana che tra tutti i cataclismi è il più naturale fiorirebbe in ogni foresta in ogni campo e ogni giardino di questo infelice mondo, le convenzioni sociali rituali imploderebbero le frasi non sarebbero mai monche la lingua riposerebbe un po’ mentre io non mi sentirei come un albero in uno spartitraffico.

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VISITA MEDICA A UN ARTISTA

Aspettava il suo turno accanto a una pianta finta veniva dopo una vecchia che puzzava d’orina una ragazzina gravida che si palpava il seno un tossico da insoddisfazione e un signore perbene che carezzava le riviste si sedette e disse «Dottore, sono malato» quello non lo guardava ma rispose «Vedo» scriveva formule magiche in un codice segreto

«Cosa sente esattamente?» gli domandò attraverso la barba che era il culo di un cane «Soffro di cupa e raggiante arte» gli prescrisse degli ansiolitici ma non funzionarono

gli prescrisse degli antidepressivi ma non funzionarono

lo scrutò negli occhi e negli orecchi gli tirò fuori la lingua lo fece spogliare lui tossì e disse «Trentatré» gli tastò i testicoli, forse per sé e staccò tante ricette colorate

prendeva una pillola rossa appena sveglio una pasticca blu dopo la colazione

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scioglieva una bustina che friggeva l’acqua dopo un pranzo leggero senza olio né burro ingoiava una pillola bianca nel pomeriggio metteva gocce in ogni orifizio del suo corpo prendeva altre due pasticche blu dopo cena senza carni rosse né alcolici e infine una piccola pastiglia verde e gialla prima di dormire senza leggere mai «La realtà non mi basta» «Capisco» disse il dottore «Ho ancora la necessità di creare» «Mmm» mugugnò di risposta «Continuo a vedere ogni cosa a modo mio» «Sono chiari sintomi» lo rassicurò

l’arte in lui non voleva perire «Che germe resistente» pensavano entrambi

«Le prescriverei una buona serie di elettro-shock ma purtroppo non si eseguono più, cause morali» ammise un medico che non sapeva curare

l’artista tornò a casa cavalcando il vento racchiuse quelle visite mediche in opere suggestive e si protese verso altre ispirazioni.

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IN UN ADAGIO VARCHI DI FRASI E VOCI di Calamo Inchiostrato 1

Quella simmetria inclinata penetrata a lungo dal discorso, gettato a caso sul nome proprio segnato sulla tua schiena, è infine vertice esposto al tocco duttile della mia mano uncinata, scaraventata da un frammento minimo di scrittura in un angolo esteso tra un punto mediano di diffidenza e di voglia, che oscilla e succhia come le ali inutili e il pungiglione vuoto di un’ape regina senza sciami industriosi di operaie. Potrei essere avvolto senza preavviso da una nuvola appannata dalla vaghezza, in questa sera che si eclissa nel distico incompleto del desiderio innato, ed è quasi un denudarsi improvviso in un amplesso nutrito dalle parole, e quindi è uno sfacciato prematuro rincorrersi di corpi lenti e coagulati, che sollevano gesti imprecisi e irruzioni agitate in un vetro mistico d’ampolla smerigliata di scarlatto. La pausa millimetrata, sul tuo corpo di varco frondoso e segno grafico del rogo soffocato, argina una goccia di schiuma nel bordo umido del filtro filettato dal rossetto e il fumo grigio rende etereo il tuo volto e sembra il fiato inebriante di una dea in un inverno brumoso disceso sul mare che sale, portando odori di alghe e di salgemma, da sotto il tuo seno stropicciato e si dilata come un soffio leggero di cose buone. Ma non sei eterea in questo tuo cullare ansimante, eppure così mi appari se chiamo a raccolta le frasi che attraversano limacciose lo sguardo di ceralacca, poggiato sulle tue spalle chiare e gustose, e dense come latte appena munto dal palmo di un pastore cieco, e mungendolo potrei raccontare il segreto del tuo essere qui, sovrapposta alle mie realtà percepibili che proseguono nel loro svelarsi socchiuso e sospeso tra valichi di memoria e di oblio. In forma vuota di tempo sembrano fiori uccisi, questi occhi premuti di gramaglia e di furia, che lanciano, distratti sopra un muro scheggiato, fasci incerti di luce e schizzi burrosi, scagliati tra il vapore denso nell’acqua pura nella tua foce accesa, sedata, nel suo scorrere inquieto, solo da un abbraccio minuzioso e cavo di probità. Ed è incisa, la tua essenza muschiata e corrosa, in una lamella cesellata che raffigura un’immagine rarefatta, sull’orlo riesumato di un naufragio infedele, e cose succose a ornamento sono poggiate nel rosso torto ad arco del tuo collo di porcellana, rapito da un demone, sul margine del cielo dilatato dal vertice di un tramonto vivo di castità, per farne trofeo o calice. In una lenta pausa sui tralci eterei, aspra di aculei e linfa noncurante, l’ampolla eclissata di un uomo sorpreso sembra zampillo di pianta e voce dissonante, senza

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colpa piegata da una donna taciuta, prona col capo altero nel suo turgido pasto immaturo. Eppure la sua bocca è conca flessibile e la sua fronte è pastoia di rosso e foce impalpabile di esultanza spruzzata in abbondanza su spazi di terra e bruma fragrante di albe e di tramonti ostinati, ed è rossa come un rubino forgiato su un cerchio di rame infernale e chiuso nudo dentro un intrico di passione e di suoni accennati da un misticismo blasfemo. E infine, cauto di disincanto in un luccichio prosciugato nel trascinarmi oscillante, scoprire negli occhi arrossati dalle movenze quella fretta incompiuta che mi appare in forma di neve minuta e pioggia mischiata, che si scalda e si scioglie sui polpastrelli e sul viso, poi scivola incavata, nell’incrocio del ventre compatto e ricco, e si ferma sul limite nutrito di un guanciale stuzzicato dal vento che zufola dall’uscio schiuso di una finestra appoggiata alla luna, dove, se guardo bene, umida mi colpisce l’immagine specchiata di due corpi slacciati in un groviglio serrato. 2

Sono scavato e immobile nel mio stupore fitto di tracce in chiaroscuro indugiato e i tuoi gesti si raggrumano incerti nel bagliore risolto sulla pelle intarsiata da segni evanescenti, misurati, e i tuoi occhi custodiscono il succo rosso d’uva matura, pigiata a tocchi lenti in due cristalli verdi di foresta, che risucchiano frasi di simbiosi e di estasi. Nel frammento percosso da un’estremità senza veli, con tacche di lussuria sciolta da una visione inclinata, c’è una luminosità appena lambita da queste dita umide di cose che si raccolgono sull’eremo dei sensi, e lì si quietano per ricominciare in trepidazione slabbrata. Tocco a fatica, rimbalzata sulle tue frasi a bocca schiusa, il tuo sguardo spudorato di sabbia calda e di alga, pieno di fili d’erba strappati da labbra indulgenti e tappezzato, in chiosa di manoscritto cesellato, da una radiosa asprezza in sommità evaporabile di pergamena esposta al sole, che si diffonde mite e agitata nel suo clamore, in dissonanza evasa tra le parole che si attaccano, tra le righe e le rifiniture abbozzate per disciplina ostile e amorevole, sulla guglia compatta di un canto carnale. In cima occlusa di castità irrilevante, nella pantomima impudica di una clessidra angelica, la somiglianza è costretta alla resa da un’intensità docile alla delicatezza e incline alla furia dell’accennarsi randagi e muti, nell’assurda contesa tra tumulti indifferenti, nel contrassegno spettinato dal caso e ricomposto dalla necessità non umile. Divento epigono congenito di apparenza fuggevole e scorgo lontano un battito 39


d’ali bianchissime tra due nuvole che hanno la forma diabolica di un taglio affrettato, lasciato come compenso leggero di un ormeggio inatteso e concepito limpido sul lato esterno del tuo candore carminio, strappato al fato mutabile che si appoggia sopra un organo tattile di soffio secolare. Su due assi coniche che si congiungono levantine, in un intarsio di legno e di giunco intrecciato al centro della memoria e del gesto, gronda linfa verdissima di fronda scorticata a mani nude. E nel frattempo, tra il mio passare obliquo, inutilmente un gesto è bassofondo ostinato. Incaute ombre disseminate da un’ossessione antichissima sono spinte in un antro nascosto ad arte e ad artifizio esposto, luminoso tra le parole affrescate in una concavità rarefatta da un alito di muschio, puntellato sul versante meridionale di un demone, quasi d’amore sbocciato in un artiglio di catrame e di pietre preziose e zampillante infinito miele d’agave e linfa di fiori albini, sparsi sulle ginocchia a delta del tuo restare immobile, come assopita in una sponda di un fiume guerriero protetto dalla luce, fino al sorriso sontuoso di purezza. 3

Questo mio scrivere, senza altro effetto che non sia letterario, abbandona distratto e vagabondo un vago segno impresso su queste pagine, iniziate da secoli di allegoria e marcature a fuoco e brace, sul filo teso e malfermo di una fune sospesa sopra un capestro invisibile, pieno di suoni che si incamminano caliginosi di palude o di baia, in una scala lunghissima di corda attorcigliata da mani sapienti e ignote di braccianti arrendevoli che si trastullano sulla zolla di un giardino antichissimo. Persino questo stropicciarci la cute e la ragione, nel crepuscolo inghirlandato da un intervallo inspiegabile, ci avvicina e ci incanta, con i suoi giochi di falsità tumefatta e di groviglio credibile. Se mi smarrisco al tocco denudato senza fretta sui tuoi seni di mandarino rugiadoso e dolce, col tuo viso sotto l’ascella accogliente, poggiato su una mensa liturgica di percezioni raccolte e sciolte da un ritaglio di luce, mi scompongo in una lunga accusa di resina, liquefatta alla radice scavata della conoscenza ingrata, che fluttua tra le dita se la sfiori nel sogno e se la bellezza del sussurrare si raccoglie in estasi e si smembra bagnata dalle parole tra le cose. E sono anche refoli di corpi in oasi sconosciute, queste sfoglie di percezione che giungono dall’odore mosso dalle narici affogate nella tua carnagione discinta e promettente. Si ritrova semplice e terso nello sciacquio sommesso dell’anima, il tuo alito 40


assurdo e folle, inquisito e spiato da un’insinuazione fitta di cose e di gesti che mi colpiscono come un’infinita quantità di insetti impazziti, come un immenso uragano di memoria che fluttua sul filo tagliato dal pensiero e dall’immaginario. Il tuo apparire e muoverti sosta indecifrabile nei battibecchi incorrotti del mio cervello incuneato sui guanciali mordicchiati da rimanenze e fortune, dilapidate in angoli polverosi di scaffali estesi, nell’attesa di un soffio prolungato e indistinto, sulle sporgenze acute della conoscenza indifesa. E sia furore irrisolto che mi spezzi la nuca e mi riscaldi il corpo, nelle tane ingannate della vaghezza, dopo aver compiutamente sparso un unguento succoso sui gangli occlusi della poesia sfrontata, e si posi ombreggiato dal raggio argentato della luna affogata nel pozzo pietroso del mio non capire ancora, del mio non cercare più. Tu sei raccolta imprecisa di apparenze e simulacri sparsi su quel sogno che resta incollato alle ciglia, dopo una notte insonne per vederti, nel mio delirio innocuo, offuscata e nel pensarti increspata e versatile su quella linea semioscura dell’intelligenza che si riassume fugace, quando l’occhio sorveglia nella penombra il refolo che giunge tiepido nel moto timido di una mano sul collo. Ora nella mia solitudine accesa, dopo il silenzio e il fruscio, ho sopra di me sussurrato un lamento leggero che pare sia di un angelo decaduto e sembra un canto scandaloso, offerto al tracimare illogico del sole, mentre affondo questo mio scrivere oltraggiato nella breccia usuraia dell’eccesso, alla ricerca di due tracce di lima, mentre scrosci di whisky irlandese scivolano ondosi nella gola e si raccolgono nel centro sbilanciato del mio io reticente e ciarliero che in un crescendo spinoso si fa burrasca e poi si placa in una quiete nitida che mi allontana. Un drappo decorato a mani nude gli fa da sfondo chiaroscurato e si compone in un rimando indeciso, nelle minuzie inavvertibili del sogno, salmodiato da un cantore antico di pudicizia e di sacralità, che nel suo disgiungere forma e sostanza si dispone osceno nel suo pensare rumoroso attorno alla mia nuca vacillante, millimetrata dalle percezioni sovrapposte nella battigia irreale di un’ansa conica di pensiero, stordita e stuzzicata dal vortice istintivo di una chioma mossa da un ondeggiare svogliato che sussulta in un cerchio acceso, di fuoco quasi sacro a due passi leggeri dalla verità non rivelata dell’esistenza in cammino. Poi vedo improvvisa sulla sabbia l’orma sottile di piedi scalzi dalle linee sinuose, che sono una traccia inviolata della fortuna incanutita dal suono che sbatte e dondola, e mi rassicuro in equilibrio sul vuoto di questa vaghezza di segni che divide le pieghe della nostra anima pagana, conficcata e spremuta da piccoli morsi sospinti e preceduti dalla lingua scavata sulla scia porosa dei sensi in bilico di panico. Mi fermo tra l’esitazione mutabile nel cerchio inciso degli arenili melmosi dell’esistere, al limite estremo del ragionare inutile e resto in estasi nel triangolo degli 41


acri carnali, trasformati in oasi nel toccarsi acceso dai mormorii modulati di un sussurrare lento degli dei su di noi, tra le tue labbra offuscate da un fragore caldo, tinto di rosso e azzurro sul tracimare dei sensi, in un orgasmo limpido e abbandonato in una scia di argento vischioso, pieno di sfumature agrodolci che scintillano e lasciano un suono dilatato e denso, tra l’infinito lontano delle divinità perenni e il gesto schiuso di un mortale avventato nel ritrovare impulsivo l’essenza di una voce soffiata su un ricordo acerbo e inumidito.

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POESIE di Walter Ausiello ECHI

Siamo echi della grande esplosione. E l’universo è un utero: siamo nel ventre del demiurgo. L’atto di fede è il mantello dell’iguana in questa cattedrale incompiuta. Effimere come rose di cera le parole ordinano al non senso di significare ed il silenzio è insultato dalla fiamma, mitigato dalle icone delle lontane stelle, inferni di fuoco che si finsero lanterne. La giovinezza e la saggezza si contendono i bulbi e si sfidano destando i mostri: le utopie che dormono sulle panche e al risveglio capovolgono le clessidre con fragore. La mia anima è sul bordo: è il vapore dell’incendio. Dalla presa delle mani nacque il pensiero, un imberbe compiaciuto di non temere il buio, un mite somaro su una tiepida placenta. Quando il travaglio finirà verremo all’Amore

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LIBERTANGO

La musica e il tango sognato, il grammofono è un periscopio, sfacciato impudente ruffiano proteso come un microscopio su un piccolo mondo sottocutaneo, le sale macchine delle emozioni, le concertazioni ingenue delle anime: il sorriso e la sua apologia privata che illumina le miopi speranze, mentre i malintesi in catene borbottano inudibili bestemmie. Languidi passi di danza, schemi cui indulge malinconico eros con l’abito etereo, l’incerto di ombre, figure sartoriali sbiadite che non fanno grinze, le pieghe perfette come pregiudizi. Il ritmo che incanta l’impiantito: il tepore canalizzato è la nutrice della tenerezza. Questo resta di ogni bacio, del tempo scandito sulle distinte, i minuti intimi di luce. Preludi di illusorie rese al cosmico ardore. Non ha guizzi, non ha scintille la disfatta ironia della puntina ceramica. Mi vesto di note sospese: armonie cadenzate che mi cingono i fianchi. T’abbraccio con un pentagramma: un diadema, un diagramma di stelle 45


METAFORA

Come una nuvola sul cielo di Vienna la musica seriale afona acrilica senza modi, invariabilmente senza regole: la dittatura dei dodici semitoni. Le moltitudini avvezze alla tonalità si sdegnano, applaudono nel silenzio autarchico, il noioso innocente che segue ogni finale: la guerra populista tra l’armonia e il caos apparente

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INGANNI

Che darebbe, che darebbe il verme per fuggire dalla tua mela brutta strega! Il veleno nel sidro è caramello, dalla tua gola un acquitrino esonda di ripugnante ira. Vermigli artigli, Fobos ermafrodito

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LE RENDEZVOUS DE HIGH LIFE di Elena Tomaini Questa non è una lettera, è un prontuario. Ti insegnerà molte cose, alcuni segreti che la maggior parte degli uomini, quando viene a vedermi, non sa. Non è tutto dimenare il corpo, non è tutto scuotere i capelli. Puoi pensarla così, ma se la pensi così non sopravvivi a lungo. Le cose che vedi, le cose più immediate, da giarrettiera, sono sì la via di fuga da una crisi economica, ma la via di fuga dalla via di fuga ce la dobbiamo inventare. Non avevo bisogno di continuare a farlo per guadagnare, ho già il mio nuovo lavoro, pagano bene e ho il culo coperto. E fino ad ora era il mio sogno americano. Però, tutto è stato fatto per scriverti. Ho voluto riprendere da dove ci siamo fermati. Io e i miei organi, intendo. Poi tu sei continuato. Anni e anni di lavoro come ballerina di lap dance non mi sono mai pesati così tanto come quando ti ho visto nel locale, appena salita sul palco per esibirmi. Tutto il sudore che avevo lavato via è tornato. Tutte le mani che mi hanno toccato una alla volta, sono tornate a toccarmi insieme. A spingermi in basso, in basso. Sul palo non sono riuscita neanche a fare acrobazie. Muoversi in modo sensuale è una forma di paralisi. È la prima cosa che ti dicono al corso avanzato. La mia insegnante aveva i capelli rossi, curati nel minimo dettaglio, uno sguardo vitreo, luccicante come il palo dal quale non si staccava mai. Anche agli allenamenti portava un vestito da battaglia, fatto solo di due copricapezzoli e un tanga con le piume. Continuava a chiederci se credevamo di vederla. Un giorno, lei stava fumando. Nuda, sul balcone, aggiustandosi con il pollice l’elastico del tanga che le segava le anche. Mi sono avvicinata trascinando i piedi, per annunciarmi, per dirle che stavo per fare un discorso importante. Le ho detto che ti amavo, che non te l’avrei mai detto. E basta, due parole. Per quanto mi riguarda, più l’amore è grande più vuoi conservare per te i dettagli. Lei mi ha guardato, ha espirato una quantità di fumo enorme, davvero, enorme, come se avesse fumato l’intera sigaretta senza esalare mai. Si è spenta il mozzicone sulla mano e, vedendo che non ne ero affatto turbata, ha cominciato a parlarmi. «Credi che tutte noi siamo finite a dimenarci su un palo perché siamo involucri di ghiaccio?».

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Mi ha preso per le spalle, mi ha girato verso le altre ragazze che si stavano esercitando. L’avevo irritata, lo sentivo dalle sue dita che tremavano. «Ognuna delle ragazze che vedi» disse, «ama in modi per i quali neanche i poeti hanno figure retoriche adatte. Credimi, stellina, nessuna di noi finirà sposata con l’uomo che ama. Nessuna di noi gli rivolgerà mai la parola. Credi che io sia diventata istruttrice perchè mi sono fatta toccare più delle altre? Io non so niente di lap dance. Sospiro davanti a milioni di ritagli di foto assemblati assieme, nel tentativo di ricostruire la faccia di un ragazzo che vedo tutti i giorni. So molto di romanticismo. Per questo sono qui». Le divise delle Giuliette moderne sono fatte di labbra umettate di whiskey. «Tu pensa alla sostanza di qualcosa di non svelato, alla sostanza di un segreto» continua. «Nessuno parla. Nessuno si confida. Nessuno si tocca. È assolutamente contronatura esprimere con le parole quello che parole non ne ha mai avute. La scrittura, la poesia, le canzoni… tutte stronzate, stai mentendo a te stesso». Afferra il palo con entrambe le mani. Il moncherino che pendeva dalle labbra perdeva cenere in mezzo ai suoi seni, creando un glitter magnifico fondendosi con il sudore. «Non ci sono tele per noi, bambolina. Non ci sono penne a sfera. Non ci sono sospiri incantati al chiaro di luna. Ma devi rispondere a questa domanda. Sinceramente, qualcuno si è mai fatto una sega sulla divina commedia? La corona d’alloro qui te la cuciono a forza di smanettarsi, a misura della circonferenza del loro amichetto. Sono capaci tutti di guardarti le tette, ma la tua amata Beatrice, Silvia, Lucia… loro sono attenti ai dettagli. Loro sanno quali frasi del corpo stonano, sanno quando la rima non è a posto, quando una spaccata significa una passeggiata sui prati, quando ti lecchi il dito e vuoi preparargli il caffè, quando messa a novanta gli dici Andiamo a cadere per le stelle». Avevo capito il messaggio. Le ballerine non rinunciano al loro cuore. Il cuore in realtà è tutto quello che hanno.

Stavo immobile a guardare il vuoto e forse dai miei occhi danzavano già lacrime di gioia, bruciavano sul viso come gocce di limone. Era come quando senti che potresti essere soffocata dalle frasi che non potranno mai uscire. E più le accumuli più loro trovano sinonimi di loro stesse, analogie, collegamenti, antonimi, contrari, tutto per costringerti a parlare. Stavano per arrivarmi al cervello, appannarmi la vista, prendersi tutti i sensi, ma Lei mi ha afferrato un polso e me l’ha messo a contatto con il palo. Il freddo dell’acciaio mi ha risvegliato. 50


Fa due passi indietro, si posiziona in mezzo alla luce del sole che entra dall’unica enorme finestra, si ravviva i capelli e dice: «Mi sono preparata per il grande evento». Va verso la porta dello spogliatoio senza mai staccare lo sguardo dai miei occhi, senza mai smettere di sorridere. Quando la apre esce un uomo che avevo già visto ciondolare lì intorno. Avrà avuto una cinquantina d’anni portati stancamente, due ciuffi di capelli lunghi appiccicati alla testa, la carnagione cotta dal sole e una salopette verde. Le pupille degli occhi erano l’unica cosa degna di nota. Erano coperte da due cataratte grigio chiaro, due pareti mute e liscissime, perfette per proiettare. Dice: «Allora? Cosa vuoi fargli sapere?». Il mio cuore si è trasformato in una caldaia, tutto il corpo si è trasformato in un pavimento rovente da dove dovevo scappare e quell’uomo, amore mio, si è trasformato nell’anello mancante tra me e te. Neanche mi sono accorta di aver cominciato a ballare. Muovimi o diva del fremito amore, la lancia funesta che gli occhi trafisse.

Fireman Climb: Devi prendere la rincorsa, abbracciare il palo e rannicchiarti a uovo. È molto difficile, la presa non ti riesce quasi mai all’inizio, e se ti riesce scivoli praticamente subito. Tempo fa lei mi disse: «Immagina la pressione che vorresti la tua mano facesse su una penna che sta scrivendo per lui». E sono rimasta sospesa. Nel vuoto. Attaccata stretta stretta al palo. Hanno dovuto toccarmi per farmi staccare, hanno detto che quando ho riaperto gli occhi li avevo lucidi.

Forearm stand bow: Sei a testa in giù, con le braccia appoggiate a terra. Quello che ti lega al palo è un piede ben uncinato ad esso. Gambe divaricate e altro piede sospeso nel vuoto. È il modo in cui, in un mondo parallelo e distorto, un antimondo, io acquisirei l’eleganza necessaria per avvicinarmi a te di nuovo. Sei in bilico su una fune, all’incontrario. Per quanto sia acuto il tuo senso dell’equilibrio, sei sempre destinato a cadere. U Bend: È un inchino sospeso.

Yogini: Qui assomigli a una barca. La schiena è completamente arcuata in avanti, devi prenderti i piedi tendendo le braccia, l’unica cosa che ti unisce al palo è la stretta 51


che fai con l’interno di una di esse. Il punto più basso della tua cassa toracica è quello più sporgente, quello che verrebbe colpito per primo da un fascio di luce, da un naufragio. Quello che vedresti meglio al primo sguardo, all’ultimo sguardo. La prima, l’ultima impressione che voglio darti di me è la mia parte più vulnerabile.

Quattro mosse, quattro figure per descrivere solo un momento. Le ripeto per un quarto d’ora, ogni volta più forte, ogni volta con qualche dettaglio in più. Un dito alzato, un’angolazione diversa. Quello che mi ritrovo a fare, con l’andare dei minuti, è guardare sempre più fissamente gli occhi di quell’uomo anonimo. Diventa ossessione. A ogni giro, a ogni capriola, devo per forza tornare da loro, dalle sue cataratte. Devo vedere se in quei fogli bianchi comincia a esserci scritto qualcosa. Non c’è ciocca di capelli che si possa mettere tra noi, non c’è goccia di sudore che mi possa bruciare abbastanza le orbite. Quell’uomo non sei affatto tu, non sto affatto proiettando. Quell’uomo per me non esiste nemmeno, ma i suoi globi oculari vuoti diventano veicolo di risposte immaginarie migliori di qualsiasi altra realtà. Smetto di ballare solo quando inizia a strizzarli. Si avvicina alla mia maestra, le dice qualcosa all’orecchio e se ne va da dov’era venuto, con le mani in tasca. Lei viene da me lentamente, si guarda intorno e dice: «Lui è un massimo esperto d’arte, uno specialista in sonetti per gambe lunghe, un divoratore di promesse sigillate da un paio di collant, nel 2011 ha partecipato a un quiz e ha vinto l’ambito premio Sai far schifo». Si ravviva i capelli con la sua mano superidratata. «Dice che non si è innamorato di te, che nessuno si innamorerebbe». La sensazione è stata quella che hai quando nei sogni cadi. Anche se tornassi a vedermi, anche se tornassi da me, non ti innamoreresti. Capisci? L’ha detto lui. Quando vuoi a tutti i costi una risposta che non arriverà, accetti qualsiasi opinione pur di arricchire le tue personali macchinazioni. Lei torna da me, attualmente in stato catatonico, si accende una sigaretta a un centimetro dal mio naso. Credo che l’effetto sia lo stesso dei sali, infatti ritorno lucida. «Sai cosa dicono i tuoi movimenti? Dicono “Nessuno vuole conoscere qualcun altro fino in fondo”. E la prima che non vuole conoscere il suo grande amore sei tu. Nel tuo ballo non c’era nemmeno una domanda, nemmeno un invito. Sei stata sem52


pre tu, tu, tu per prima». Tutto di lei, tutti i suoi colori, diventano immediatamente più saturi. «Ci hai mai pensato? L’arte fissa un momento. Anche i romanzi le cui storie si svolgono nell’arco di anni, generazioni, per l’artista sono solo figli di un unico momento. Il momento in cui hanno visto il volto di un vecchio, il momento in cui hanno sentito un rumore particolare, il momento in cui si sono sentiti liberi. Tutti momenti che scaturiscono vampate, orgasmi, fluttuazioni. Premono un tasto dentro di te e tu cominci a fare. Fregandotene di com’è veramente, di come continuerà la vita di quel vecchio, di quel rumore, di quegli spazi aperti. Il segreto è che nessuno è mai stato contento di essere una musa». I pali da lap dance possono anche mettersi in orizzontale e trafiggerti, trasformandoti in caleidoscopio. Gira. Gira. Gira. Sono solo quattro le figure che provo per te. Una volta a casa ho cercato, ti giuro, nella numerologia qualcosa che avvalorasse la mia tesi, che confutasse il resto del mondo.

In Giappone il numero è considerato sfortunato: ciò deriva dal fatto che si può pronunciare sia yon che shi, quest’ultimo con pronuncia foneticamente simile all’ideogramma 死, che rappresenta la morte. Tale credenza determina l’usanza di evitare il raggruppamento di quattro oggetti uguali: ad esempio, in Giappone è impossibile trovare nei negozi un servizio da tè per quattro persone.

La quarta lettera dell’alfabeto ebraico: Dalet. La sua funzione è la Solidità. La materia è concentrazione di energie e di dinamiche che tengono insieme, in modo ordinato, tali energie. Solidità è concentrare energie per rendere visibile e toccabile, dare consistenza e stabilità a un pensiero, progetto o sogno. Dalet è la stabilità, la razionalità, le fondamenta. Segna il passaggio dal movimento all’identità in una forma. Solidità è anche ripetitività, tornare su se stessi, confermare per dare consistenza a un’idea, a un modo di essere, a una situazione.

Non posso assolutamente fingere, non posso assolutamente essere così ipocrita da immaginare una vita intera con te. Sei stato le radici di tutto quanto, solidissime radici, ma sono io quella che cresce.

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Il livello di narcisismo si misura in base alla capacità di circondarti di persone che non ami, ma che non hai nessuna intenzione di lasciare andare. L’unica cosa che posso fare per te, sarà per sempre una specificazione, un ulteriore chiarimento, una definizione, un riempire di dettagli il secondo prima di sparire. Il mio addio diventerà un frattale più ricco della vita di chi insieme ci sta per anni. E in tutto questo particolareggiato disperare, saprò benissimo fare a meno di te. Ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse Ispirazione?

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LADY CHERNOBYL di Salvatore D’Antoni Fin da bambina, avverto una sensazione familiare così precisa che mi fa sempre paura. Ogni volta che apro e chiudo gli occhi è come se mancasse qualcosa, come se certe volte le cose fossero troppo distanti per afferrarle, ma troppo vicine per perderle di vista, è come se mancasse un tassello, un motivo, l’ultimo sforzo affinché tutto abbia almeno una parvenza di senso compiuto. Mi chiamo Ofelia, come la moglie pazza di Amleto, vicino al mio letto tengo una sola foto, è presa da un giornale, è un gruppo di dottori cinesi o giapponesi che si inchinano davanti al corpo di un bambino che non sono riusciti a salvare, vivo in un sottoscala, ascolto vecchi dischi, mi piace molto Etta James, per vivere mi prostituisco al quartiere vecchio che non è un bel posto, è buio e pieno di locandine e manifesti strappati, il quartiere vecchio sembra un intestino dentro il quale il sole filtra poco o niente e la vita passa triste come un vecchio film alla tv, una scena dopo l’altra che conosci a memoria, una memoria che non ti inganna mai. Imprigionati in un continuo déjà vu, parte di questo intestino che fagocita la felicità. Ho trovato questo vecchio quaderno usato nella spazzatura, lo userò come diario, in fondo che male può fare, il dolore è una condizione mentale, me lo ripeteva mio padre mentre mi dava fuoco per vedere quanto riuscivo a resistere e poi, come scoprii in seguito, per verificare se ero una strega come lui aveva sognato una notte che era saturo di whisky scadente e cattivi pensieri. Il mio corpo è un insieme disordinato di ossa e cicatrici. Sono viva, ho resistito più di molti altri, ho resistito più di lui, che per un po’ ha sorriso e poi ha iniziato a preoccuparsi, e ad avere paura perché non era certo che le streghe bruciassero ma non morissero o non bruciassero affatto. Era ignorante mio padre, ma l’ignoranza non è un problema di per sé, il problema si pone quando tutti i geni esistenti al mondo si girano dall’altra parte e si limitano a giudicare l’operato degli Ignoranti. Il mio corpo è una carta topografica di un mondo che non esiste. I miei clienti mi chiamano Lady Chernobyl, il più poetico tra loro, un ragazzo timido e ingobbito con le mani lisce come il velluto e due labbra che non sanno mai cosa fare, guardandomi negli occhi per più o meno tre secondi mi ha detto che forse mi chiamano tutti così perché l’incidente di Chernobyl è difficile da dimenticare, esattamente come me. Non gli credo, non gli ho creduto neppure per un istante, poi a casa ho ripensato al parco giochi di Pripyat che avevano fatto vedere in un documentario, era bello ma abbandonato, inutile, ferito fin dentro le ossa e l’anima. Era come me. Sostanzialmente incerto sul da farsi, io ero soltanto più libera dalle erbacce e meno radioattiva.

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Non ci vedo bene dall’occhio sinistro che è perlopiù color bianco lattiginoso, fa scendere in continuazione una cascata di lacrime e mi fa intravedere solo e soltanto ombre, forse, però, da quello destro ci vedo strabene, percepisco i colori come se fossero appena esplosi, e se non ci rifletto troppo è come se di occhi ne avessi due, se non mi soffermo troppo sulle mancanze giungo alla conclusione che non mi manca niente. Il mio corpo è una mappa del dolore. È un insieme di ricami e complicate parentesi che si aprono vicino alla clavicola e si chiudono dietro il ginocchio, la pelle di un colore innaturale, come se dovessi a tutti i costi risaltare nel contesto grigio e malconcio, una goccia di pioggia di un colore diverso. L’unica. Il mio corpo è un elogio del disordine. Il mio viso invece no, il mio viso è bello e intatto, come se qualcuno lo avesse protetto dalle fiamme, solo l’occhio sinistro ne è uscito male, ma il resto, a quanto pare, è meraviglioso, i clienti fanno la fila, in tutta la città si parla di Lady Chernobyl. Che piange ininterrottamente da un occhio, da quando aveva quattro anni, perché in una vita precedente era stata una strega e il giudizio era arrivato un po’ in ritardo. Il mio corpo è una poesia futurista. Un pomeriggio grigio e piovoso, il ragazzo timido e ingobbito mi disse balbettando e guardando un punto indefinito del pavimento che avrebbe voluto farmi delle foto, era carino lui, timido e pallido, pagava sempre per tutta la notte e poi non riusciva a concludere nulla, restava malinconico e storto con un calzino ancora indosso e uno che scompariva sempre chissà dove, con il cazzetto moscio e un sacco di cose che avrebbe voluto dire ma che restavano lì in qualche altra dimensione insieme a tutti i calzini che aveva perso nella mia stanza, io ero nuda sulle lenzuola bianche, che una volta erano un po’ più bianche. Da qualche parte c’era un poster dei Sonic Youth, le parole incerte del ragazzo ingobbito erano per il settanta per cento rumore e per il restante trenta una implorante cantilena, io ascoltavo in silenzio e nel frattempo restavo nuda e inutilizzata, il mio viso era bellissimo e ogni tanto per un breve lasso di tempo accarezzavo l’idea e cullavo l’incontrovertibile fatto intriso di vanità che probabilmente mi vendevo a troppo poco, accettai di fare le foto, lui ne fu felice, aveva dei brutti denti, e i peli disposti in modo terrificante sul suo corpo, indossò i vestiti ricco di entusiasmo, mi lascio i soldi che come al solito erano andati sprecati e andò via zampettando per il corridoio con le scarpe in mano e soltanto un calzino, ma sorrideva e anche quello faceva parte del mio lavoro. Dare un senso alla tristezza. Il mio corpo è un susseguirsi di accordi stonati. Dopo il ragazzo ingobbito, arrivò un ragazzo alto che indossava un giubbotto di pelle logoro e sfinito e che pagava per piangermi sul seno, e mentre piangeva si raccomandava di non raccontarlo mai, e più si raccomandava più piangeva, i suoi 56


capelli erano di tutti i colori del mondo e sulla spalla sinistra aveva il tatuaggio di un serpente che avrebbe voluto muoversi ma che non poteva per qualche ragione che non riuscivo a immaginare, io pensavo alle foto che da lì a qualche giorno il ragazzo ingobbito mi avrebbe scattato, pensavo e ripensavo alle foto mentre le sue lacrime si incanalavano tra le cicatrici e scivolavano sulle parti liscissime che il fuoco aveva disegnato sulla mia pancia e sulle mie gambe. Sento i topi che corrono al piano di sopra. Joyce Vincent è una ragazza che hanno trovato dopo tre anni, era nel suo appartamento, era morta davanti alla tv, se glielo avessero chiesto sono sicura che avrebbe dichiarato di non averla nemmeno la tv, io la vorrei una tv, forse il ragazzo ingobbito mi darà qualcosa per le foto e potrò comprarmela, vorrei vedere qualche vecchio film, per esempio Casablanca, fuori è grigio e sta per piovere, dalla mia finestra piccolissima si vede soltanto il cielo, ma è più che sufficiente, le nuvole si muovono veloci, non fanno in tempo ad assumere una forma che subito la cambiano, oggi non ricevo, oggi Lady Chernobyl non spreca il suo tempo con nessuno, oggi guarderò le nuvole, domani arriva il ragazzo ingobbito e gentile. Il mio corpo è una forma in disordine. Si muove in modo convulso, sembra che stia per svenire, non credevo ci fosse tutta questa vita dentro di lui, inchioda lenzuola alla parete del sottoscala, oscura la finestrella, oscura tutto, piazza molti faretti, piazza un’infinità di faretti, respira affannosamente, e ogni tanto sorride e ha l’espressione di uno che ancora non sa bene cosa fare ma nel frattempo fa di tutto per non pensarci. Una volta finito mi chiede balbettando di spogliarmi e dopo aver guardato l’orologio digitale con la calcolatrice incorporata inizia a farmi un milione di foto. Io resto immobile come una statua, respirando piano e controllando il panico. Indugia sulle cicatrici, alcune più di altre, indugia tantissimo sul viso e poi con una voce che non gli avevo mai sentito usare dice «Diventerai famosa Lady Chernobyl, diventeremo famosi» e sorride, sorride tanto. Dopo circa due ore smette di scattare e decide di chiedermi di nuovo balbettando di rivestirmi, è strano, anche perché ha tutti e due i calzini ma sorride comunque. Smonta tutti i faretti e mi chiede se può tornare, mi lascia un sacco di soldi, e va via. La tv la comprai e la misi sotto la finestra, adesso guardo il cielo e la tv, spesso contemporaneamente e con un occhio soltanto, Casablanca è un film bellissimo. Ho pianto anche dall’occhio buono, anche se non ho capito bene perché, non sapevo mi piacessero i film d’amore, forse ero soltanto indietro di molte lacrime. Chissà com’è innamorarsi, il ragazzo timido viene sempre più spesso e sempre più spesso mi scatta delle foto e me le regale, mi ha portato via dal quartiere vecchio, solo per prendere un gelato, in un grande parco, io indossavo un cappello. Gli dissi che mi chiamavo Ofelia, e lui ha sorriso e mi ha baciato sulle labbra e poi di nuovo 57


con una faccia che non gli avevo mai visto mi ha detto «Diventeremo famosi mia dolce Lady Chernobyl, diventeremo famosi da fare schifo». E mentre lo diceva aveva le pupille dilatate e il viso di chi non aveva mai saputo bene come si stava al mondo. Il mio corpo è un reame di immondizia. Il ragazzo timido mi aveva parlato di snuff movie, che sarebbe stata una bella esperienza, che avremmo fatto i soldi, tanti di quei soldi che avrei potuto farmi rimettere la pelle e nascondere le cicatrici, tanti di quei soldi che avrei potuto vivere altre tre vite e spenderne due per morirci di overdose da psicofarmaci e alcool, come le rockstar, proprio come le vere rockstar, non avevo idea di cosa fosse uno snuff movie, lui era quello che sapeva le cose, lui era quello timido ma intelligente, lui non poteva fare male, che male può fare un uomo che si perde i calzini. E così andammo in un albergo isolato e squallido, di quelli con la carta da parati a righe verdi e beige e la bibbia dentro il primo cassetto del comodino, fuori dalla porta della nostra stanza si accalcavano molti uomini nudi con delle maschere e unti di spray abbronzante e olio per massaggi, il ragazzo timido sistemava i faretti e le macchine da presa, diceva che le foto erano piaciute abbastanza a un suo amico e che adesso avrei fatto l’attrice, una volta, una volta soltanto diceva, ma era chiaro che stava mentendo, era chiaro perché adesso era ancora più ingobbito e pallido, ma lui faceva finta di niente e tirava su con il naso, ogni tanto sorrideva ma non era rassicurante, non più. Sto seduta al centro del letto e bevo, bevo da un bicchiere che mi ha dato lui, ha un gusto strano quello che sto bevendo, mi sento intorpidire, mi sento mancare, vorrei delle fragole ma ormai non mi ascolta più nessuno, gli uomini cominciano a entrare e alcuni hanno coltelli e motoseghe, altri fruste e cinture. Me ne sto lì inerme come una bambola, piango da entrambi gli occhi, sia quello buono sia quello lattiginoso, ma non riesco a parlare, ogni tanto scorgo il ragazzo timido e ingobbito, ha negli occhi una furia demoniaca, ogni tanto urla «Abbiamo fatto i soldi Lady Chernobyl, abbiamo fatto i soldi». Io sento solo il calore del sangue, sento e vedo decine di uomini con le maschere da coniglio che mi montano sopra e fanno quello che vogliono. Io sono sempre inerme e con l’occhio buono appannato dalle lacrime capisco che forse non avrei dovuto fidarmi, che forse era meglio continuare a vendermi a poco nella città vecchia, che le mie cicatrici alla fine non erano poi così male, è esploso un faretto, e le scintille sembravano la scia di una cometa, è stato in qualche modo confortante. Era un bel film Casablanca, era una bella finestra la mia finestra. Il mio corpo è quello che resta dopo il passaggio di una cometa.

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POESIE di Luigi Finucci FINESTRE

D’attesa hai dipinto il tappeto per giorni di pioggia, le finestre d’occhi curiosi il respiro si è riposato l’indomani. Abbi cura del silenzio d’estate la memoria si adagia sui lati di una scelta mancata.

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NESSUNO SI È GIRATO In mille anni ho visto un bacio.

Strideva di lato tra i rumori della folla, sorrideva di eclissi e saliva;

un bacio è nato d’improvviso sul dorso del marciapiede, nessuno si è girato per applaudire,

– eppure ho letto di guerre – e due steli hanno provato a colmare la distanza dal petalo.

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VERTEBRE

È stato acclamato di sera, germoglio di seta che suoni, un fugace presentimento bagnato di tesori. La parsimonia si è placata nel ventre tuo e il pesce risale un torrente, frastuono di normale bellezza che la pelle fa splendere – luce. A memoria è decantata la voce, secondo cui due messaggeri hanno trovato la felicità nell’attesa, stando fermi nel camminare verso le candide spoglie: il geroglifico è stato decifrato, nascita e radice arrivano a rannicchiare le vertebre sulla stola.

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DIATRIBA

Quale strada grava sulle spalle, di vetro frange l’eco in mille misure. La curva disegna falene, sere di maggio tremolio frenetico agli incroci. L’unico chiarimento di vita è sul tavolo nel mezzo.

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EMICRANIA di Attilio Scatamacchia Cellule empatiche migrano assorte nel becker trifasico delle mia memoria distillato tellurico di una metafora autunnale, fantasie critiche invadono le mie disfatte illusioni meiotiche tendenti all’assurdo, ma solo a volte, mentre il gesso bianco e igroscopico solleva i polpastrelli in una mangiatoia critica ed elusiva; donne diafane guardano di là dal vetro, deluse dalle notizie meteorologiche mentre, professori di educazione fisica fischiano dentro i polmoni delle gare interclasse, decidendo a tavolino il destino dei loro tornei di scacchi, meteore invernali disassate dal caos di una schiacciata in lungo linea; ripassando i fondamentali inventi una battuta a effetto; cade sotto rete causando la rotazione in senso orario di sei giocatori, immersi nei loro sguardi di delusione, la tua, assorta tra i tabulati telefonici di un inverno comico e derelitto, l’odore dei banchi di classe cambia nelle aule di liceo, diventa aspro come le tue inquietudini inutili, adolescenziali, metope urlanti tipicamente asservite alla diagnostica della poliomelite, curiosamente diffusa tra i professori, nel corso degli anni; metodiche di calcolo di somme algoritmiche venivano inventate immotivatamente tra illusioni di un migliore futuro sentimentale, solidi detrattori mutano nel tempo, senza affezione verso una particolare ideologia, solo la buona musica conta davvero, quella dei Police in particolare, una apparente dicotomia rispetto alle scritte che apparivano periodicamente sulla facciata della scuola: IL FICO FIORONE STA ARRIVANDO

Avremmo capito in seguito, solo in terza liceo e quando in classe arrivò un ragazzo in odore di spaccio, cosa volesse significare. Graffiti senza memoria tingevano di rosso frasi facinorose, scioperi di appoggio esterno alle pantere nere, di Roma, o Bologna, non ricordo più bene, a cavallo di desideri superiori, come baciare, annusare adrenalina, vitamine e ormoni sessuali, palpare l’aria al di fuori dei bagni femminili, ascoltare musica, guardare le ragazze uscire verso la strada, che fermano il traffico misantropo e categorico, vagare a piedi nudi nell’asfalto bagnato dalla consuetudine di penetrare senza meta tra i videogiochi di un bar dal volume troppo alto. Fu allora che sentimmo parlare di centri sociali, ma solo come una favola amniotica dieresi surreale metodica assuefazione ai riti scolastici, quando fasci segaligni di linee cerebrali disegnavano stanchi i loro destini incrociati, sottane telluriche, il destino della nostra generazione inventato attraverso lo studio della letteratura inglese, intervallata da qualche canzone dei Doors; William Blake deve essere venuto parecchie volte in nostro aiuto nel suo inglese strascicato tipico della Londra

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vittoriana, spesso di notte selettivamente intuitivo tra pensieri informi e intrusivi; e a quel tempo non ricordavamo neppure di aver sognato, talvolta. Inconsapevolmente sezionavamo il futuro dentro problematiche geriatriche distinguendo metodicamente tra il dovere e il piacere, troppo spesso represso a favore di sedute antropiche e avanguardiste; accarezzavamo l’arte e la bellezza dei seni, forse con troppa superficialità mentre ingoiavamo la letteratura latina chiudendo lasciti retro virali e generazioni intere di laida eritrocina, in un letto disfatto dentro sogni senza sogni, interpretati troppo frettolosamente dalle nostre logiche eritropoietiche; c’era chi fumava a quel tempo, ma senza troppa convinzione, solo per gettare aria nei polmoni altrui, mentre le prime convinzioni politiche prendevano forma come ogni idealismo conformista e surreale, deiezioni solide dissolte in un letto di un cecchino ipovedente matura liquida rassegnazione a un destino felicemente assorto, nebuloso come ogni fragile vita durante la fine degli anni ottanta, di cui ricordiamo poco e rimpiangiamo nulla nemmeno il modo di vestire, che sta tornando di moda, purtroppo. Poi arrivò Achtung Baby a salvarci il culo e tutte le convinzioni precedenti andarono a cullare le cozze oltre il metro fenomenico degli scogli limacciosi al tatto, in un tratto di mare sufficientemente inquinato già da allora, facendo una spola salutare tra il nord e il sud di pochi chilometri di costa, una solitudine metodica, ma opalescente, nonostante le abbronzature aquiline, forse qualcuna ci riteneva attraente, ma non lo avremmo mai saputo con certezza e forse non ci interessava nemmeno.

Emicrania embrionale disfattista cerulea, generale assuefazione fenice drammatica territorio urlante regredito a tratti nella retorica ufficiale, metodica protocollata entro i documenti militari, nemesi storiche proiettili che arretrano a tratti, muscoli detratti all’analisi ossea, sorreggono inquietudini e dilemmi storici, serigrafie hegeliane di un sentire spirituale, l’etica morale, interrogazioni improvvisate tra le retrovie dei banchi di scuola, affacciati mentalmente nel profumo dei capelli di qualche tegola squattrinata, felini storicamente arretrati dietro convinzioni filosofiche, trappole culturali asserragliate nelle terze pagine dei giornali, dove trovava conforto una qualche forma di fuga dalla realtà ribelle tecnica di guerriglia a mano disarmata, una penna bic tra le dita, il callo dello scrittore vantato al vento della bufera estiva, in una neve insolita per le nostre latitudini al livello del mare, tendenze apotropaiche che selezionano assorte i protocolli d’intesa politica per la riduzione dei gas serra in atmosfera, senza successo. Cingoli accesi dilaniano il tempo rimasto tra noi e il pomeriggio plumbeo che ha un odore di calma e gesso rifratto, dita anidre che si disfano nelle tasche dei pantaloni, come gemme di particolare pericolosità in una genesi terrea, cenere limpida fenicotteri viola che mangiano fiori blu, in una linea della metro parigina: Zazie 65


restituisce stanca le proprie allitterazioni all’obliteratrice automatica, magari anche no. Stalattiti, stalagmiti germi feriti in una seduta di yoga selezionano immagini da una biblioteca di asfalto, tendente all’azzurro. Se ci fosse un cane capirebbe i suoi occhi, in un sogno sdoppiato, ascoltando Ultraviolet.

Dove si trovassero le risposte ai dialoghi delle murene assorte noi non potevamo saperlo a quel tempo, mentre sistematici i fenicotteri assistevano laconici a naufragi cosmici di intere stelle di neutroni, come se nulla fosse realmente dato alla sorte mistificata nei nostri veleni stanchi. Emissari cretesi dilaniavano perifrasi in diagrammi grammaticali, mentre la battaglia imperversava tra le rughe delle pagine di storia, emergendo solide tra le conseguenze che ne sarebbero derivate, di lì a poco; nausee convulse a volte coglievano le donne tra una sirena d’allarme e quella immediatamente successiva, in una metronomia spicciola e adolescenziale, come dieresi colorate di blu dentro un conato stanco. Eppure non eravamo noi, nemmeno nelle nostre corse a ostacoli nemmeno durante le scelte inclusive, tra un giro di valzer e una granita al lampone, ammesso che se ne trovasse, in questo posto austenitico, ricerche metafisiche selezionate a caso mentre il circo devia regole mitologiche dentro un libro dedicato alle divinità greche, serigrafie diafane tendenze, fremiti deviazioni di colpi di freccia, assiomi medievali, geriatria linfatica mentre fenici giocano a dadi dentro le stive di navi di carta egizia, lemuri tirano a sorte metodiche computazionali, pirolisi si innescano in ambiente anossico tracimando assorte tra nuvole di paraffina, gestualità prossemica che detta le regole del linguaggio non verbale: ci sarà pure un modo di deviare il filo del discorso verso una direzione che non porti al disastro, di fronte alla commissione d’esame, nemico analogico, perimetro a elevata umidità relativa, prolegomeno fenomenologico, feritoia cervicale, ossimoro, paradosso del quattro luglio 1992.

La parola è una spada brandeggiante che stimola diuresi? Si direbbe il contrario in una metodica che allude a una frase detta da Kant, in qualche epoca dilaniata dalla paraffina, stimolazioni nasali inducono le donne al parto mentre germi innaturali mistificano la pandemia, tacciata di autoerotismo. In una pergola cerulea querule angurie meditavano assorte, fasti illusori incastonati nei giochi d’acqua ricavati in una ZTL; sentinelle inutili generavano assoli nelle garitte piovose, sotto una coltre di fango mentre carte da gioco nascondevano inedia sotto i tavoli inferociti dall’aria secca. Forse non dovremmo distaccare mastici da una convinzione illusoria, aspettando 66


che i mesi estivi passino inconcludenti e preziosi, tra una sessione di salsedine incastonata dentro cumuli di sabbia sottorete, partite immense aspettando che il sole bruci le nostre invasioni di campo verso l’asfalto rovente; recuperare la palla logora e ormai annegata nel catrame dei gas di scarico dei passanti indifferenti è diventato un esercizio commerciale; i volti abbassati, preoccupati e ci sarebbe mancato poco in fondo, per passare dall’altra parte della barricata, iridescenti.

La pelle scurita al sole di agosto e anche prima è ritornata pallida nel giro di un paio di viaggi in autobus, sola andata, una genesi meridionale mescola linguaggi, assiomi metodiche conturbanti, non vedevo niente di attrattivo tranne la visione metodica dei castelli disfatti nell’aria della semiologia moderna, noi vedevamo, guardavamo oltre il nostro futuro incastonato solidamente nel tempo presente e riguardando indietro non sentivamo niente, niente. Neanche il peso delle nostre scelte governava gli istinti primordiali e forse nessuna vera attrazione fenomenica mistificava a sufficienza alcune delle parole prive di senso, che di volta in volta inventavamo. Per quanto ci fosse possibile ci tenevamo in contatto a volte, ma non era più la stessa cosa e la cosa peggiore era che la musica andava peggiorando con gli anni, negli anni. Le accuse volano assorte in un letto disfatto da una ghiandola surrenale eliminando le possibilità di uno scompenso ormonale, gesti accurati ricostruiscono il senso autonomo della epistemologia genetica, autologica mentre polvere pirica dissuade stanca la difformità del proprio stato azeotropico, qualora esistente, in una miscela bifasica dislocata in qualche contenitore semi opaco, a tratti tellurico geneticamente proliferato sotto le dita frenologiche di una cavalletta intenta a osservare le cicale, ormai rare categorie bioluminescenti in una collina, di notte, tra le curve invase da un lento imbrunire dove l’aria non trattiene l’umidità relativa, rugiada coassiale, e regressioni magnetiche spostano polemicamente l’asse terrestre e i punti cardinali.

Pantagruele, Ismaele anteguerra espande accuse immorali; quasi tremula la festa acceca tumulti nature primordiali e accenni di presbiopia, lagunare assedio nemesi delatrice senziente, apatia assorta melodia autoindotta genera assuefazione, come un rapace assiro-babilonese tenace becco acuto, rana automatica dentro un meccanismo complesso di orologi animati da automi e assiomi celesti derivano nel fango il proprio fascismo radicale; nella critica della ragion pratica il cielo stellato pulsa metodico dentro lezioni invernali e il riscaldamento funziona male, sarà colpa della neve là fuori che cade indifferente traslucida, come un’impresa titanica. Sottile utensile al tungsteno generi facili illusioni in me che trasporti una banana verdastra declinata ai fiocchi d’avena, brugola tua chiave a stella che mescoli insipida sapone 67


e caffeina in una tazzina di rame. La rugiada invade sottile i parabrezza parcheggiati sotto le lampade SAP dei parcheggi pubblici in una luce arancione a goccia a goccia a tratti avvolta nell’oscurità delle prime notti d’inverno. E piove nel controluce del lampione sempre più fitto, mentre un pensoso attendente legge Baudelaire sotto i colpi di freccia.

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GLI AUTORI

WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere ma si interessa di filosofia, psicologia, intelligenza artificiale, poesia e arte. Un’incursione nel libero pensiero è testimoniata dal suo “saggio caotico” Elogio dell’aporia nell’era digitale, scritto nel 2012. Alla produzione poetica affianca la stesura di racconti e dialoghi. CALAMO INCHIOSTRATO è nato nel ‘58 e vive in Sicilia. Non ha mai pubblicato in cartaceo, si illude per scelta. Come Blanchot, considera la scrittura un infinito intrattenimento. Laureato in filosofia, insegna lettere in una scuola media di un quartiere definito “a rischio”, da altri e non da lui. Politicamente libertario, teologicamente sincretico, umanamente esistenzialista. Si definisce un uomo di scrittura, non uno scrittore. Nel web scrive anche col nick imagomentis.

ANDREA CANNARELLA è nato il 15 settembre 1984 a Padova. Laureato in legge col vizio della scrittura, si dedica principalmente alla stesura di racconti e poesie di matrice autobiografica e aneddotica, dirette e scevre da lirismi. Suoi lavori sono stati pubblicati su diverse riviste letterarie come Rivista!unaspecie, Rapsodia, Alibi altrove letterario, Il Foglio Clandestino, Colla – una rivista letteraria in crisi. MARCO CORVAIA è nato e vive a Palermo. Si è diplomato alla S.N.C.I di Firenze al Corso di regia cinematografica e ha scritto e diretto diversi cortometraggi. Ha pubblicato poesie e racconti brevi in varie antologie e col racconto Mafia di sale ha vinto il primo premio al concorso “Arpeggi” indetto dall’ARPA Sicilia. Ha collaborato con Navarra Editore e Officine Trinacria. È stato docente di scrittura creativa ai corsi di “Attore Creativo” dell’ARRCA Srl. SALVATORE D’ANTONI è nato il 4 novembre 1985 a Sciacca (AG). Troppo giovane, a suo dire, per essere considerato un giovane autore, ha pubblicato la silloge Lame di cristallo (Gruppo Albatros Il Filo, 2008) e la raccolta di racconti Educazione Cinica (Melqart Communication Editore, 2014). Attualmente sta lavorando alla sua seconda raccolta di racconti.

FRANKIE FANCELLO è nato un pomeriggio di aprile alla fine degli anni ‘80. Attivo nella scrittura e nelle performance dal 2009, sviluppandosi nelle storie delle editorie clandestine. Ha partecipato a diversi festival letterari, manifestazioni culturali e i suoi scritti sono presenti in varie riviste e blog.

LUIGI FINUCCI è nato nel 1984 a Fermo, dove risiede. Ha pubblicato la raccolta poetica L’ultimo Uomo (Giaconi Editore, 2013), il libro illustrato di poesie per bambini L’aspirante Astronauta (Giaconi Editore, 2015) e la raccolta poetica Le prime volte non c’era stanchezza (Eretica Edizioni, 2016). Attualmente collabora con la rivista di poesia contemporanea Bibbia d’Asfalto: Poesia Urbana e Autostradale. I suoi scritti sono presenti in varie riviste e blog.

CLARA GALLETTI studia Lingue e Letterature Europee e Americane, lavora in una piz-


zeria e fa parte di una compagnia teatrale. In lei la passione per la scrittura c’è sempre stata, ma è aumentata grazie a un corso di scrittura creativa con la rivista Riot Van, dopo il quale si è convinta ad aprire un blog. Da allora tutti i suoi sketch appaiono su ledistrazioni.wordpress.com. ALBA GNAZI è nata in terra etrusca, nella provincia di Roma. Laureata in Lettere Moderne, è insegnante di scuola primaria. Sue poesie e racconti sono presenti in varie antologie, riviste e blog letterari (Words Social Forum, Versante Ripido, Euterpe, Pastiche, larosainpiu.wordpress.com). Ha pubblicato il romanzo Fine Ottanta, Novanta quasi (Linee Infinite Edizioni, 2010) e la raccolta poetica Luccicanze (Cicorivolta edizioni, 2015).

PIETROPAOLO MORRONE, triprecario: lavora in Università di mattina, insegna chitarra classica di pomeriggio e scrive di notte.

LUDOVICO POLIDATTILO pubblicò il romanzo Le avventure del capitano Ego (Agata/Ottolibri, 2016). Vide vari suoi scritti accolti da antologie e periodici. I suoi testi teatrali Eumenidi talk-show, Apokalypsis à la page, Apokalypsis pour homme e Le avventure del capitano Ego furono rappresentati dalla compagnia Regno delle Madri Entertainment. Quanto scrisse, scrive e scriverà, se non finirà altrove, farcirà il blog “Polidattilografia”. DAVIDE RISSONE, trentenne, laureato in Sociologia, fino allo scorso anno ha lavorato come paramedico presso una piccola postazione di emergenza sanitaria 118 a Caluso, in provincia di Torino e attualmente vive in Spagna. Ha cominciato a scrivere da qualche anno, inizialmente poesie e racconti, ora sta lavorando a due romanzi, uno dei quali è in revisione presso la scuola Holden di Torino.

ATTILIO SCATAMACCHIA e nato nel 1973 a Torino e vive con la moglie e i due figli in una citta della costa abruzzese, in provincia di Pescara. Ingegnere, libero professionista nel settore della termotecnica, scrive più o meno da sempre.

ELENA TOMAINI è nata nel 1984 a Rovigo. Nel 2009 ha iniziato a pubblicare racconti online e nel 2013 è uscita la sua prima raccolta di racconti Maschere Respiratorie per Bebert Edizioni. Ha collaborato col fotografo Ioan Pilat alla realizzazione di micro-storie per la mostra fotografica Ossigeno, e alcuni suoi scritti sono stati messi in musica e inseriti nelle performance teatrali dell’artista Claudio Milano. Attualmente è impegnata nella stesura di un nuovo libro.


Tutti gli autori dichiarano implicitamente che i testi, da loro proposti e qui pubblicati, sono di propria stesura e non violano in alcun modo le leggi sul diritto d’autore, e danno esplicito consenso alla pubblicazione dei propri testi, editi e/o inediti che siano, sollevando Alibi e relativi redattori e/o curatori da ogni responsabilità riguardo diritti d’autore ed editoriali. Qualora i testi fossero già editi da altro editore, gli autori dichiarano, sotto la propria responsabilità, che i testi forniti e qui pubblicati sono esenti da diritti editoriali per scadenza avvenuta dei relativi contratti o, nel caso di contratti ancora in corso, gli autori dichiarano che l’editore, da loro stessi contattato, dà il proprio consenso alla pubblicazione dei suddetti testi in questa rivista.


Rivista Alibi - Numero 14  
Rivista Alibi - Numero 14  

Il numero 14 contiene le opere dei seguenti autori: Clara Galletti, Alba Gnazi, Davide Rissone, Andrea Cannarella, Ludovico Polidattilo, Fra...

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