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Mi guardano come se non capissero. Forse sono io a sbagliare. La T-shirt dei Jefferson Airplane non aiuta il mio proposito di integrarmi. Sai, l’equitazione non è un gioco, è uno sport – mi fa notare gentilmente una signora sui sessant’anni dai capelli platino. IL SALTO

Il punto è: perché potrei permettermi di disprezzare queste ragazzine idiote in shorts con lavaggio acido a strappi che fanno un effetto-pannolone-di-jeans? (c’è una teoria, sviluppata dal Professor R., che sostiene che la moda femminile sia una congiura ordita da una setta di stilisti omosessuali per rendere indesiderabili le donne). Devi essere lì quando accade qualcosa di sfuggente, impercettibile, senza ragione: quando il cavallo si lascia portare da queste ragazzine. Sinora non avevano fatto altro che fumare sigarette, controllare Ask.fm (per chi non lo sapesse: è un’applicazione in cui accetti di farti fare domande in modo anonimo porti le mutandine? ah…interessante), annoiarsi, guardarsi intorno con occhi vuoti. In gara, però, ti accorgi che il cavallo obbedisce alle loro mani, e non sono più le stesse mani, ai movimenti della loro testa. Il cavallo, adesso, è obbediente. E non lo è per paura o per forza, non perché è stato addestrato a obbedire, ma perché, con queste ragazzine, non può fare a meno di obbedire. C’è uno scarto nascosto, che soltanto dopo ore passate a fissare i movimenti, le velocità, inizi a capire: il cavallo non è più simbolico, per questi ragazzetti, non è più un significante, non rappresenta più alcunché – non c’è nessun padre, nessuna sostituzione metaforica (Lacan: «il cavallo, prima di essere un cavallo, è un elemento che lega e coordina»). Siamo al di là della legge, siamo nella bellezza che è propria della follia: per queste ragazzine il cavallo è Reale, e non è più nella realtà – il che dunque non vuol dire: esiste semplicemente come un cavallo, ma tutto il contrario: è reale proprio perché non è più un cavallo: è soltanto un inconoscibile, un indecidibile, una minaccia, forse, è qualcosa di impossibile e che proprio per questo capita (dici non è possibile!: appunto perché è accaduto!). Il cavallo, in quel momento, è soltanto qualcosa-che-accade. È qualcosa che si perde, che si cancella, accadendo: per questo noi continuiamo a vedere un cavallo, a rappresentarci il cavallo, anche se in quel momento, in quell’istante che prepara il salto, il salto è già avvenuto, e il cavallo non è più che un’intensità, qualcosa che i nostri pensieri, i nostri segni “perdono” e a cui non sono preparati. Queste ragazzine non sono padrone del cavallo – non esercitano una “padronanza”, un controllo, non hanno alcun sapere disciplinare –, per quanto siano convinte di esserlo. Istintivamente, capiscono che, in quel momento, ciò che accade non è il loro cavallo (l’equus bonus, un cavallo-strumento, un cavallo-proprietà), ma il divenire-animale, il realizzarsi delle possibilità dell’animalità e il corrispondervi delle mani, delle gambe, dei visi di queste bambine volgari, 50

Rivista Alibi - Numero 12  

Il numero 12 contiene le opere dei seguenti autori: Franco Furia, Andrea Leonelli, Simone Carucci, Massimiliano Pricoco, Calamo Inchiostrato...

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