Page 1


Anno IV - Numero 12 (Gennaio/Marzo 2016)


Curatore Ciro Maiello

Progetto grafico della copertina Vincenzo D’Urso

Hanno collaborato a questo numero: Franco Furia, Andrea Leonelli, Simone Carucci, Massimiliano Pricoco, Calamo Inchiostrato, Walter Ausiello, Elena Valido, Michele Bartolini, Serena Rossi, Andrea Cannarella, Tommaso Gazzolo, Adielle, Uliano Coppetti, Stefania Signorelli, Ferdinando Giordano. La proprietĂ intellettuale di tutte le opere qui presentate resta agli autori.

Le illustrazioni di questo numero sono di Mattia Riami (http://mattiariami.tumblr.com)


ALKA SELTZER di Franco Furia «Oggi sono così, una rosa di profilo…».

È il male alle tempie a svegliarmi, unito al suono insistente del cellulare, rispondo in automatico un «…pronto…» a metà tra un insulto e una preoccupazione. Sono le 2.30 del primo aprile 2014. Non realizzo subito la voce, non realizzo il sottofondo, mi infastidisce la risatina stupida che per un attimo mi afferra l’orecchio… …mentre faccio finta di capire, mentre cerco di capire. Ieri sera ho chiuso un capitolo, un altro, il ragazzino amputato, quello che non riesce ad avere un rapporto sessuale decente, il piccolo arrogante impotente che mi accusava di essere una puttana ha smesso di essere un problema della mia vita. Sono stata gentile con lui, gli ho solo detto «sei un problema, non un premio, sei una mancanza fisica che nessun bacio colma…». Non l’ha presa bene… ma benissimo, ha fatto la faccia dell’orsetto molle, ha messo il broncio, come da copione, ha raccolto in un sacchetto di plastica le sue tre cose ed è semplicemente uscito dalla porta, uscendo dalla mia esistenza. Me lo ritrovo adesso alle 2,30 del primo aprile, uno scherzo da bambino idiota, mezzo ubriaco insieme ai suoi amici altrettanto ubriachi, altrettanto idioti. Alla terza voce che non conosco dico «…passami il coglione». Poche parole, piccoli sputi a un ragazzo di 25 anni che non ha ancora capito che cosa significa perdere o semplicemente accettare. Prendo un Alka Seltzer, lo vedo annegare nel bicchiere, lo sento sfrigolare, risalire verso l’alto in bollicine leggermente sfasate, un lento annegare ed è come se un bavaglio enorme, una mano con 15 dita mi chiudesse la faccia in una morsa. È la parola angoscia a farsi largo per prima, seguita da paura, solitudine… depressione. Così mi chiudo in un tombino. Digerisco la rabbia. Digerisco il mal di testa. Digerisco il dito in gola che mi aiuta a digerire. C’è buio nel tombino, un buio nero, uniforme, un buio senza pietà, Alka Seltzer…, per il buio che mi fa male, mi siedo nel posto più vicino alla luce, l’aria filtra dalle grate di ghisa, un’aria malata, maleodorante, un respiro represso, l’ombra-luce come pugno allo stomaco. Mi tengo forte le ginocchia con le braccia, cullo la mia paura, uso la paura come arma verso me stessa, mi ferisco di lacrime, mi faccio male alle labbra con le parole

3


che mastico e sputo nella mia bocca. Allungo le mani per afferrare le scarpe di chi cammina sopra di me, un modo silenzioso di chiedere aiuto. Alka Seltzer contro la solitudine che mi sono appena regalata. Alka Seltzer contro la voglia di vivere, per i tagli sulle braccia, per l’odore di sudore che sento nascere sulla mia pelle. Mi sto succhiando una ciocca di capelli, i miei capelli neri, lunghi, sporchi di sonno, di sangue, di sale. Sono chiusa nella stanza “X” tra la notte e il sonno, il muro è vecchio con le croste del passato che assalgono l’intonaco, urlo come i quadri sul muro, studio le regole della vita, studio le immagini dei morti che piano mi entrano dentro, mi parlano e se ne vanno. La testa romba come una cascata, come se tutto il rumore del mondo fosse qui nella stanza “X” tra le scope e i detersivi per il pavimento, accarezzo la testa di una bambola, per rendermi conto che è il mocio riccioluto per le pulizie. Accarezzo tutto quello che trovo e che chiamo realtà, vomito il dito che avevo conficcato in gola. Sono seduta nel vuoto, la stanza “X” è il vuoto, sospesa nello spazio del nulla che la mia mente sta costruendo per me. La testa è sempre al suo posto, nel cesto sotto la ghigliottina, mi hanno amputata ma sono viva, nel sonno vago con la mia testa in mano. Alka Seltzer per la testa che porto con me. Così mi metto a danzare e la danza diventa lotta con le lenzuola che mi avvolgono e mi soffocano. Ritorno indietro nel buio, la stanza “X”, il tombino chiuso, le stanze… i muri, le risate. Alka Seltzer.

4


POESIE di Andrea Leonelli ENTROPIE TERMINALI Contorsioni rigide, risultanze termiche di oscurità solide. Entropie terminali circonfuse di nebbie. Probabilità in sospensione in reali niente composti dall’assenza. Spazi illusori si specchiano fra maschere e orizzonti, confinanti e confinati, in sequenze concentriche di matrici non lineari.

6


APERTE CICATRICI

Pestati, da passi pesanti scricchiolano i denti sotto le suole e sputato sangue a sporcare le labbra. Fatica nel rialzarsi con disperata decisione su braccia malferme. Eretto di fronte alla vita battuta e ghignare assestandole il colpo di grazia. Decompressione esplosiva da un’esistenza senza sbocchi consunta nel suo apparire troppo riccamente ornata ed elegantemente ingrata. Una porta aperta su una parata di maschere che girano in tondo vuotamente inutili su abrasivi ghiacciai. Scuotendomi di dosso questo vicolo polveroso, silente testimone di un’abbandonata morte, sfilo la serpentina pelle lasciando indietro aperte cicatrici.

7


UNIVERSI CONTIGUI Capita, a volte, di ritrovarsi sperduti, fra universi diversi, fra visioni distorte, fra realtà traballanti. E capita, a volte, di trovarsi vicini, in alchimie risonanti, fra libri consunti. Atomi vibranti di reazioni avvenute, casualità di un fallout che allontana e riunisce. Dispersi punti di universi contigui. Colori divisi di unico fotogramma. Un’unica faccia delle monete del tempo

8


SI MUORE SENZA PERCHÉ

M’appresto al sonno le coste arruffate di fratture. Squassato da tosse esistenziale. Epigastralgia psicopatica e agitazione dell’affettività motoria. Liberami dagli arti ché voglio librarmi nell’anestesia infinita. Confusione d’organo. Una morte annunciata e denunciata. Il virus che divora non é stato isolato e neppure contestualizzato. Si muore senza perché ma forse é di moda.

9


VALERIO SUL CIGLIO DELLA STRADA (nelle sue orecchie nei suoi occhi) di Simone Carucci Nell’iride sole rilanciato panchina per ultimo alluminio raggio biciclette prima forse le undici e un quarto? Un paio di nuvole messe lì per non-solitudine eterea nell’azzurceleste guardando occhio di pittore potrebbe risaltare verde acqua. Il coro delle luci superbe chiamami pure Jack ttigarba? Sembra spirito d’internazionalizzazione ma. Macchie nere cosparse a olio tappetini pidocchi moltotriste espressione occhio guardar cuore duole e muore. Mangi? Non so dove mi trovo mi dissero la settimana scorsa sapendo che il loro nome non aveva la minima importanza né, perché dalla loro prospettiva nasce una necessaria torre babel’esperienza, me lo sarei ricordato. Ma cosa? Ma chi? Ho commissioni da fare. I denti sìbbianchi certamente gialli risultano specchi di luce. (Nella scure della loro notte forme angeliche). Pierino alla quarta elementare capello rosso rosso naso aquilino pancia non ne ho dunque non sono pierinolapeste divertirmi posso tempo libero bizzeffe e scaffali quindi librar libellula pedalar pedalar. Svoltare a destra regalare figurine prezzate spiegate poco efficacemente bene parole secche mirate mature no giammai pensate per più di quello che serve. Ancora Seydou schiena all’asfalto ancorato all’ancora prima di affogare nel blu salvato quasi perunpelo dalla grigia conchiglia raccogli perle nere. Ebano ModenaCityRambles adolescenza passata a raccontarsi bugie verissime per paura di diventare qualcosa che non so semmai avessi passato quel tempo in bicicletta ora avrei preso a navigare con la mente in quei posti dove non c’è bisogno di ancore. Spiagge smeraldo noci di cocco donne non mancheranno mai. Sdraio? Oggi è un giornodipioggia per la mia sensibilità le commissioni arrivano da lontano ai piani alti servono terrazzi per guardare Roma il mondodelladroga anche necessaria pubblicità servita su un dessert di bustine di plastica. Il locale buio chiusoperglialtri perché troppo presto accoglie quello che ho imparato ad essere giunge tinta inchiostro di seppia dal quale sbucano arti di carne depressa vendo al volo ciocché so fissando particolari del vuoto. Trema. Mani sudate. Gli manca la fata vestito bianco mani turchine coccolare neuroni fegato e urine impazziti quanto mi manca! Mi serve! La voglio! I need you, my love. Oh my love. Stasera sarà normale ubriacarsi dall’altra parte del bancone dove regna la

11


compagnia saranno luci accese così come al solito girerà cocaina da una scatola di legno all’altra eroina agli eroi dei sigari dell’eccezione amanti stilisticamente raffinati dell’oltre. Vicini alla tomba. La pietà. Mi disse la regola. La più importante. Dimentica di sentire. Zio ebbe la sua stessa identica ossupperggiù audace fermezza la vedi la palla colpisci qui allaccia lo scarpino per bene maglietta gialla attillata sole appicco sulle pietre alza polvere movimento secco petto e braccia cascate di sudore capelli corti a spazzola bava alla bocca bava alla bocca errai errai diverse volte quindi sentii vento caldo cessare quando ebbi la guancia rossa tre settimane dieci minuti realmente il resto lo tenni nello stomaco dove ora tengo per errore farfalle di Seydoutristezza. Erano soli i palazzi in costruzione della mia pre-adolescenza quando ignoranti del resto non seppero poter fare altro e la strada sotto casa mia non era mai deserta che sì ora sono un professionista ma neppure troppo certo vado in bicicletta porto pacchi piccoli ma pesano non sai quanto fidati lo sai che ’na vorta me so appeso alla finestra… me volevo butta’ de sotto ma poi nun je l’ho fatta e pe’ fortuna sei arrivato tu e la magica bustina ha rimesso tuttapposto. Riconosco l’odore a centinaia di metri di distanza le pupille dilatate un cassonetto di memorie beata esperienza! Mama i’m coming home melense scalinate di legno coi corrimani di nylon giacciono in sentieri di seta e menta piperita potrei sentirle arpeggiare e poi piangere ma devo altresì ricordare la strada della prossima commissione robotica e se questo lavoro debba qualcosa servire come il cemento armato ma sarebbe troppo facile perdersi per non ritrovarsi più cartone di vino un pezzo di pane il vecchio fornaio delle ceneri mi aspetta e sarà stanco di aspettare Porco Dio! Quando arriva il ragazzino. Gli spezzo il collo. Prendo la roba senza pagare. Nascondo il cadavere nella station wagon nera e addio addio il bicchiere levato. Non lo cercherà nessuno perché nessuno mai cerca il ragazzoinbiciclettatutastrettacanottieraallincontrario. Il grosso uomo di marmo mani e avambracci sporchi aspetta sulla porta il postino vortici di letame con la stessa ansia dell’uomo precedente. Qui pubblicità non serve clientabituale parlare coi morti un vantaggio rubare orologi collanine anelli vestiti scarpe fiori addirittura se sono buoni. Un mostro di sei piedi e mezzo occhi incavati e scuri. Rossi. Geme voce roca. Ringrazia l’astinenza liberata dalla bustina. E di nuovo giù come se fossi polvere bicicletta in spalle tanta solitudine. Pensieri stop. Echscemo leno iere toms inscero leno iere tomps numi asta lepont insene nhero escelo e’tomb. Vecchio tevere, amico mio. Letto marronverde ancora aspetto di venire a dormire sul tuo petto cadere giù un gabbiano ali spezzate. 12


La prigione dei pagani delle streghe dei pazzi degli scienziati delle menti superiori condannate all’esilio forzato stanze buie pane ed acqua paneedacqua quanto basta per sopravvivere sul filo della morte ogni giorno tutto nero un sol sole centellinato da una piccola fessura. La speranza. La speranza. Flebile. Scompare nell’uomo che non è più. Diventato fluido di carne molliccia putrescente. Papà! Papà! Cos’è quello? Quello è un cannone, serviva per difendere il castello da eventuali attacchi nemici. Ti piace? Extracto oblungo cerchio nero com’èggrande! Puzza di sangue. Scenari ten’ebrari corvi con le ali ah Seydou non tornare lascia libera la memoria! bolla papale mitra bordò non vado mai aldilà del ponte auto blu scritta bianca ancora niente minuti liberi stay focus attraversa strada torna indietro prendi vicolo secondo a sinistra ricorda secondo il primo chiuso è come un gioco di labirinti mentali resettare voglia di tornare indietro negli anni quando mura non c’erano e poi. Signora ha dimenticato il resto! corre barista inesperto preso a schiaffi tra un po’ dall’esperienza cane rabbioso. Lasciare nella casella postale blu elettrico diciotto (A.B.) allunga mano prendi il malloppo metti nel marsupio. Poco più in là all’Ara Pacis c’è la mostra del fotografo sulle scale e l’uomo in bicicletta che avrebbe detto la sua macchina nel veder passar la sagoma di un relitto umano mantello nero e falce troppo alta? Torno indietro abbassare finestrino entrano mosche zanzare api vespe lucertole serpenti caotiche cascate ho bisogno di respirare circonvoluzioni di fumo penetrano soffoco fredde gocce di sudore echi laceranti acciaio nel ventre mi piego in due sul ciglio della strada. Trighiati offimesid innal immen, sbluga ogher innach. Innach. Sbluggiantemente orbitario es omo ich. Blavoso essere mostricione verdemocciolo Uhbbla. Ora basta. Liberarsi dalle immagini ehi amico che me la regali ’na botta; te spezzo le gambe se non me ripaghi tutto; ninò ninò ninò luci blu riflesse dallo specchietto parcheggiato Fermati! Fermati! Mani in alto tiritera film prima volta sulla pelle acciaio duro e freddo lacrime amare mamma è stato un incidente, volevo alzare un po’ di soldi per il motorino, ma ne avevi addosso un chilo! (Il suo sguardo perso nel vuoto lacerante consapevolezza). Le panchine nei parchi d’inverno il senza bicipite si innamora di una ragazzina. Ciao, che fai da sola? Lei fa schifo! Reietto! Quelli come lei li sbatterei in galera e butterei la chiave! Odio sociale gratis. 13


Niente ha più importanza scopri a un certo punto molluscamente fai il tuo lavoro lumacalumaca ingoi e butti dentro fegato macerando le diffamazioni rene riassorbendo quello che no, non è prioritario che si butti. Pus. Melodramma umano triste esistenza gné gné eppoi bum cessa duntratto per il miracolo crisesistenza lancinante. Quindi ora lasciare borsa poi ultime bustine e documenti in fretta infretta parimenti alla morte sarà comunque destino che smetto d’esser piegato e piego io. Dopo feroce cavalcata arrivo alla stazione fattoria di piscio dormitorio pulcimultietniche maglietta è piscina cosciente rischio necessario passo quasi certo avvenire bum bum ma non c’è scampo. Via di fuga esangue Seydou pesce lesso occh’appoggiati su marciapiede riconosce il pericolo scimmia feroce sulla schiena quasi sapesse nel leggere le carte riconoscere esercito zombie che rincorreranno caviglie finacché obiettivo spappolato non sarà giustiziato o forse è solo impressione. Ma vedo io ciocché lui non può immaginare perciò lascio denaro aprendo di getto dita raccolte nel suo palmo un’unica speranza la dono per la sua libertà. Mi sento meglio. La clessidra corre tra i granelli del deserto per proclamare nella sua fine l’esito terminale della mia vitalità. Attendo la siccità degli organi su un ponte poco distante. Frush blumick vbloss ttrthr ihii labbro pendente stelle cadenti notte di San Lorenzo porto il quarantatré ne è rimasto un paio? Il suo sorriso. Valerio arrivi sempre in ritardo! Guarda dove colpire la palla bianca poi alza lo sguardo verso l’obiettivo unavolta che hai capito la porzione di palla da colpire lasciaché il braccio elasticamente si muova con scioltezza. Lui è uno nuovo. È apposto. Vi aiuterà a battere la zona. Strette di mano. Pesante granello sbatte sul fondo. Riecheggiano campane suonate a festa. Il funerale. Non voglio vedere. Vibrazione tasca destra. È lui. È la fine. Rimani tranquillo. Non farti tremare la voce. Lavatrici panni stesi appendi panni. Filo sottile. Sono morto. Canto d’uccellino libero. Becco appuntito. Rosso. Sangue dopo la pallottola. Sono morto. Pronto. C’è un’altra pizza da consegnare a via………… devi stare lì tra dieci minuti. Ok. Ultima corsa in bicicletta. Pizza vicino casa. Desta sospetti. Avrò ansimato? E voce tremolante? Avràccapitotutto? Si avviluppa l’orizzonte puntino rosso sulla fronte. Corri corri. Istrichiamani ffragis infactomu istrionis lrzvagz uqh ssssttrramanz vvvgghw. Saranno già sotto casa? Lampione. Panchina. Notte. Piscio scivola su muro bianco originariamente giallo. 14


Autobus arancione. Biglietto aereo per Parigi. Senza denti. Lasagna. Strisce pedonali. Oh! Quantoseibbona! Vecchi passeggiano. Specchietto macchina. Pedone attraversa, ma che cazzo fai? Ammomenti mi metti sotto! Ghigliottina. Semaforo rosso. Senso unico. Insegne dorate. Odore di pane. Abruzzo terra montagne animali rurale vita contadinopastorale nascondersi tra le pieghe d’erba in sella a un cavallo scappare inprofondità dello stagno diventato lago pozzo dei desideri Aladino e la lampada posso esprimere un desiderio? Sparire segreto nell’aspirapolvere della città esalare il mio ultimo respiro prima delle nuvole al sole della vita non ho meritato di agire? Anch’io forse avrò sbagliato lama d’acciaio nel petto squashando nello stomaco sguardo freddo rideranno compiuto il fatto. Africano amico mio portami dove finisce il gioco, lo scorpione ha avuto abbastanza veleno per farmi avvelenare impazzire essuicidare nella speranza di risorgere da una roccia incandescente fenice rosso fuoco unghie e becco lavico. La stanza degli artisti era piena di giostre bong cilum e piantine ma volevano fattorino porti questo è più potente. Oppio. Quindi il salto sull’ago penetra le vene sentirai una sensazione strana non ti spaventare. È stato fichissimo dobbiamo rifarlo occhiali tondi John Lennon Yokoono parole di merda nelle bocche incancrenite. Dimentica la mia identità grande zar della droga. Santa Monica. Sarà il paradiso la spiaggia dei ricchi dove potrò riposare per l’eternità? Cantanti musicisti rock suonatemi un requiem! Pam param pam param. Angolo grigio destra sinistra ottanta metri dritto poi casa mia. Venticinque più in là spostato a nord ovest appartamento dove consegnare la pizza. Ma lì non c’era un parrucchiere una volta? Chiave nella serratura. Gira due volte. Aperto. Soldi. Vestiti. Valigia? No, non si può scappare in bicicletta con una valigia. Zaino in spalla. Foto di famiglia. Odio quella troia. Sei un bastardo ti ha portato via! Quanto l’hai fatta soffrire! Lacrime al capezzale del letto lacrime di nascosto. E io vedevo. Mà, sarà dura andare oltre non l’ho mai detto. L’ho sempre pensato. I tuoi capelli stanchi pianopiano più bianchi rughe di sconfitta. Nnnnnnnnnssfftttiiiiiiiii. Bottiglia d’acqua fredda. Chiudi porta. Tan tatan ta tan tatan ta tan tatan tan. Portone. E così pensavi di andare via senza avermi detto niente? Valerio, Valerio… Svolta angolo di corsa. Erano almeno in tre. Corri! Lockato alle caviglie ma ancora una chanche quadricipiti spingi ytstasi hesortartazione heroica. 15


Taaaaaannnnnnnn tttaaaaaaraannnn, tarataaataraaannn. Verde rosso blu. Vortice. Sarò circondato. Ttttttttttttttttttttttttgggggggggggggggggggggggggggbbbbbbbbbbbbbbccccccccccc cccccccccccccccpppppppppppppppppppffffshhhfffshfhsffffsssshhhh tk. tk.tk tk Bum. Bumbum.

16


POESIE di Massimiliano Pricoco AQUARELLO

Vivo di un’abitudine annacquata diluita tra due case due occhi narcisi fioriti dalla povertà e il domani che si riversa sull’impazienza della mia bocca. Qualche adolescenza stinge qualcun’altra puntella il mondo di insulti avverte la solitudine nei piaceri del sesso il trapasso che in te porta ad essere inerte. Dal mio sorriso è traboccato un istante che ti ha svelato il paradiso.

17


SETTECENTO ANNI LUCE

Settecento anni luce Le braccia dell’universo conserte La passione come l’argilla Dura un attimo di polpastrelli Mi riempie i piedi Con la zavorra del pudore e dell’imbarazzo Il pudore rimpicciolisce E la casa dei laboriosi L’imbarazzo è quel mondo Che non smette di essere in divenire Ci sono sentimenti che scorrono Sul letto della vergogna Il segno di ricordi che Si aspetta di condividere Avvolti nella filigrana del peccato.

18


SOTTO IL CIELO D’ARANCIO Convesso sostituirsi Di anime attanagliate Nella gabbia della notte Una sproporzione del destino Sfaldato ai piedi dell’alba Dove la cenere del tuo sguardo È il solo origami di stella Tra le dita dell’infinito.

Ti svesto da tutte le fiamme sul tuo cuore Gli ultimi grumi di gentilezza Sulla schiena della vendetta Tra gli angoli smussati del paradiso Spezzarsi e scivolare Sui lineamenti di una rosa Nascosta nel dedalo di Dio.

19


NEGLI INCAVI D’ASSURDO E TENEREZZA di Calamo Inchiostrato (assurdo logico lo so e soprattutto transfenomenico alla maniera della cosa in sé kantiana che è il moderno e l’antico soprattutto quando incappa nel giudizio secondo finalità soggettiva quasi come regina olsen e il pensatore soren aabye kierkegaard quello del dongiovanni di mozart e della malattia morale ma ci sono le muraglie assurde del buon camus e la nausea di un certo sartre eppure è così che funziona la pantomima per un’altra volta direbbe celine mio buon lettore che leggi in fretta) non raschiare nel tuo ricordo quel che rimane di me e di te. lasciami come spiffero a scaldarmi e stringi con la forza che possiedi questo nulla che avanza per farne seme dentro il campo arato dal mio palmo ingiallito e non pensare mai di soffermarti a lungo tra le mie cose. non resisteresti per una settimana al mio caos ontologico mai silenzioso

è davvero un mantello di rose e di salgemma, sopra un mare in bonaccia che minaccia tempesta, questo mio scrivere azzoppato ti regalo le frasi. non sono state utili al mio scompaginarmi senza misura ogni giorno. perché io non so cosa sia l’amore senza la scrittura o l’arte del delirio

(e nella chiusa pochi strumenti sul proscenio intonano una melodia wagneriana che non sopporto col suo singhiozzo esploso come il cervello di nietzsche) perciò se le parole lasciano una scheggia nel mio cervello, inutilmente mi dico: sono io che le agito oppure è l’istinto che le sommuove?

appiccicati al tuo sentire immediato, per favore e non staccarti da me che resto trapassato da uno spazio inatteso e mungo a vuoto parole dialogate dalla ragione in fuga, mentre sono, in itinere, un disastro annunciato che si resuscita nel suo cominciamento (ed era come camminare su un filo acceso ad occhi chiusi nel chiarore devastante di una luna che incideva la nostra pelle, tu ed io chinati per mancanza di senno alle estremità di un rilievo infinito, alto e innocente delle sue valli in bocciolo che sfio-

21


rava la dimora lontana degli dei e in una sfrenatezza indifferente e pura smussava il riverbero del declinarci in cose per ritornare anime prive di briglie nel baratro bianco e nero prima della caverna e dell’oasi) quasi come un frammento di un dio, gettato a caso sul mondo, privo di sé nelle aurore inclinate da un delirio di logica e di sentimento, mentre cerca con gli occhi il fondo rosso di un bicchiere lasciato chissà dove, perché distratto, assai più del dovuto, da una letteratura contrabbandiera che trova perle nascoste nella melma e di esse si sfama, ma non si pavoneggia. (altro da dire ci sarebbe e da citare ancora ma non rammento quel luogo osceno e mistico che ha dentro le pagine per questo chiedo sgravio a chi ho disimparato in questa furia improvvisa senza ripensamento che lascia rimbalzare una parte di me e che presto non sarà nemmeno ricordo e nello stesso tempo non sarà interrotta come una cicatrice tra due punti focali che non illuminano al modo di una candela accesa da due lati) certo che il battibecco sboccato tra questa idea rattrappita e il suo prolungamento, mediato da sensi assicurati alla passione, è un bello imbroglio emotivo, quasi da infarto occasionale (l’autodafé non è preoccupante brucia da solo e preoccupa solo un certo canetti che dal nome pare un ebreo assai poco errante dicasi elias e se stilliamo le gocce alla fin fine resta questo mio sogno inciso su una cute che scappa come la fame di un nazista anarchico per eccesso di estetismo e di vecchiaia accesa da illusioni tradite che di nome faceva knut e di cognome credo hamsun ma non ne sono certo perché occupato ad intingermi nella passione e nell’ideologia di pasolini pierpaolo ucciso dalla contraddizione del potere che paga a prezzo d’usura e inebetisce le coscienze infelici astute nella ragione) in anfratti oleosi, nei pressi decomposti di un’inferriata tinta di rosso che racchiude discordanti in itinere, imprudenti quantità somme di materia e dosi prescritte di anima, ricerco una dissonanza apparente di soffi rassegnati, fatti parte di un uomo che rantolava sulla sponda di un fiume dalle acque senza sorgente

l’arcano dell’arbusto di foglie impuntite cresciuto nei pressi dell’impronta del tuo corpo e del suo nutrimento manchevole si perfeziona in me a ogni trasparenza della parola intatta

22


e l’allegria strappata dei miei passi di soia raccolti in duplici contenitori di pellame sradicati con morsi imperfetti segna gli scarti della mente che barcolla incorrotta nel suo mostrarsi bisecante perfetta su lamelle di antropologia (non è solamente una questione di estetica ricucita questo sottrarre con un sotterfugio immagini e suoni che non segnano un ossimoro di indifferenza e di rarefazione) bevo senza bicchiere questo liquido giallo che trascolora alla tua vicinanza e morde il freno

raccolgo sulla tua pelle sdrucita da poche mani le tracce esauste dei miei sogni che si sfilacciano su queste note di violino rubate a una sirena

e vedo braccia in linee verticali e seni distratti intimiditi, rapidi sguardi in sporgenze di traspirazione, ondulazioni di furia e di sensualità, incavi obliqui e appiccicosi come ventose e vortici nel cervello sublimato in un atto d’amore

io non so dove sia la tana degli dei ma su questo giaciglio incorrotto il tuo gemito rarefatto mi sgretola e sembra un incendio impercettibile sulla tua spalla sinistra che si mostra come una diramazione offuscata del pendio scivoloso del mio adagiarmi nei tuoi lineamenti e nelle tue forme per ingannare l’intaglio incantevole e il seme indeciso del nostro frugarci l’anima in questi gesti di nastro gommato su una finzione impudica di caucciù (tu ed io repentini entrambi in questo caso infedele che si lascia toccare se le nostre mani si appiccicano sui nostri visi inattesi al centro della memoria per scorticare l’autenticità dei nostri spostamenti dopo tante parole che con i loro suoni immaginano gelide tra le palpebre quelle gocce di sale)

23


POESIE di Walter Ausiello VEROSIMIGLIANZA

Ascolto il silenzio monocromatico che toglie volume alle cose. Avvinto nelle sfere concentriche il pensiero si localizza a fatica: mi appare nella testa come un insetto diafano nelle ragnatele, prigioniero illustre dell’io tra gli orpelli che i secoli hanno tessuto. Gli darò respiro e gli imporrò un digiuno perché si scolori con la massima cura. Questo non suono angustia come l’incontro temuto, l’esordire innocente di una piccola serpe sotto un grande uovo di struzzo, il glaciale distacco di un occhio di vetro e di un cuore meccanico. Eppure ha un fascino floreale e profuma di pelle e fatica. Voglio diventare immateriale coscienza: a sua immagine e verosimiglianza.

24


LE IDEE

Le idee piumate sono leggere. Volteggiano come i pollini di primavera. Le microspore come neve sull’inquietudine: bianche azzurre teorie figurano il panico albino. Quando il peso della materia metterà ordine nei vostri cerchi si apriranno varchi. Vi metteranno in vendita come generazioni estinte. Le intermittenze dei pianeti si accollano il giudizio finale: sgretolano e ricompongono, assecondano le reincarnazioni nei nuovi germogli, bianche ovattate dispense.

25


QUARTETTSATZ

Il vuoto attorno a me si colma di assenze, vorrei tanto mancare, fare spazio alle immanenti ombre, assolvere il tempo sciupato dall’ignominioso oblio. Nel lamento triste di questi archi si climatizza il silenzio, le figure retoriche rassodano le forme del nulla. Il pizzicato giunge catartico per risagomare il dubbio, solo i bassi obbediscono alla poetica del complemento. Tonica, dominante: la musica mi veste trasparente.

26


OMICIDI

Dissero: non ammazzare, pertanto scrissero appunti e presero le distanze dai legionari, dai tagliatori di teste e dai carnefici, quelli registrati sui libri paga. Perpetuano gli ammazzamenti per ore, anche per giorni, anche per anni, deglutendo, fumando, riuniti per il rinfresco nei salotti. La sera rincasano e accarezzano i fanciulli, a volte si commuovono al tramonto, si scandalizzano ed hanno compassione per gli orfani di guerra. Intanto che la morte li rifiuta attingono dalle armerie di ignavia, e spengono la luce alla parola, e senza requie tolgono la vita come ai torrenti l’acqua la calura.

27


LA CORSA di Elena Valido Mi guarda lo guardo. È giovane, tra i 25 e i 35. Ha la barba, molta. Capelli pochi, lindo. In mezzo all’autobus, io. Specchio retrovisore interno. Occhiate, fugaci, tra un vetro, un rettangolino d’argento col vetro, coi sassi. Luccichii di pupilla spessi quanto spilli. Lo vedo poco. Esito… Niente di male se… mi avvicino. Posto dei disabili. Ancora peggio. Una maniglia, un mancorrente mi rompono la visuale. Luci. La notte. Porte. La corsa continua. Prima linea, vicino alla porta. Mi sono seduta facendo le boccacce per via dell’emozione, della timidezza e dell’esitazione. Mi trattengo, ma non riesco a essere che uno specchio emozionale, mobile e mutabile. Trattengo. Mi ricompongo. Mi chiedo se mi ha vista ansimare di espressioni. Mani sul volante. Porte. Apre. Chiude la prima, poi l’altra e poi l’ultima, una per volta. Prima la prima. E poi dopo ancora. Non sale mai nessuno da quella. Si chiude rapida. La sua mano scatta appena, s’apre ed entra il vuoto, l’aria, e slam! Chiusa. Poi le altre, in magico ritmo. Luci, strada. Scorre, la città. Guida giusto, corre come scorre il paesaggio visto da riquadri di vetro, intorno a noi, sagomati come dipinti mobili. Sfiora il colletto. Pensa che io abbia freddo. Che mi sia avvicinata per calore. Mi scruta, mi accarezza con lo sguardo, m’incoraggia. Guarda lo specchio, lo guardo. Fermata per fermata. Due volte per fermata, due scrutate ora veloci ora lente. Il bianco dell’occhio, l’iride, lo scintillio della luce e il contrasto. L’iride. Specchio nero se non per la tua fronte e quel mezzo viso. Mi ricompongo, dritta come un soldato seduto. Troppo in alto, lo specchio. Riflesso del vuoto, freddo vagone. Mi riaccascio. Lo vedo. Tendo inspiegabilmente a rilassarmi e a contrarmi, sul sedile come un’aspirina. Guarda, lo guardo. Tamburella.

29


Esita. Sento, che esita. La sua mano al mento, ora vedo che avvolge la barbuta foresta selvaggia tutta intera. Il volante. Tamburella. Si appoggia, coi gomiti. Sono qui. Un’emozione che gira. Regalarci un contatto, in questa breve notte assopita e vuota. Un momento che si allunga, ci avvolge come una coperta e ci corrispondiamo, e ci rispondiamo. Occhiate veloci come la notte, le ruote, l’asfalto tremula. Scintillii d’occhi luminosi, verdi, rossi, arancio, e caldi, gialli, nel nero buio della notte, senza stelle. Ma tu non guardi, mi fulmini lieve, breve. Sei uomo, sai che non c’è emozione senza azione, senza dipartita. Hai bisogno di giocare con il corpo. Sa che non può. Che non c’è metodo se non io. Quando scenderò, quanto breve è la distanza tra una fermata e l’altra. Come corre, o forse no, potrebbe forse farlo di più e invece trotterella come un cane al trotto tra l’erbe, e invece l’asfalto. Sprofondo, il cuore salta. Cosa devo e cosa non posso fare. Esitiamo. La sua barba, i gomiti, getto occhiate a lato, per la finestra, rifletto riflettendomi nel vetro della notte, ma guardo oltre. I pulsanti illuminano il buio scomparto dove siede. Sono rossi e arancioni, soprattutto rossi, e ogni vetro che lo circonda, persino quello del suo gabbiotto, oscilla nella notte come lucciole, e il suo sguardo, monti, terre e fuochi, brilla come l’ultima stella dell’universo viaggiatore accanto. Ma se ti rivedrò, con o senza barba, luccichio sbrilluccicoso, riflesso vivo e conscio… Poi una manovra brusca, sterzata per avvicinarsi al marciapiede, il volante rotola su se stesso, un luccichio, un anello, e dopo si risbroglia. Non si vede più, torna la pace tra quelle mani sicure, calde. Sei sposato. Mi hai inquadrato nello specchietto in quella svolta, hai spostato l’attenzione dalla strada fuori a quella dentro, tra i sedili. Ti ho inquadrato anch’io, ti ho visto e ho riso, breve, brevemente. Mi ri-rilasso, sono appoggiata, testa pesante contro lo schienale. Sei sposato anche, lo sai, lo so. A me non interessa ma è difficile. Lo sai e lo sappiamo, o non lo sai, ma che importa. Rilasso. 30


Alzo la mia attenzione al volo. Mi sto avvicinando, vedo la palina della fermata, la piccola salita tipica di quella strada scoscesa. Mi alzo al volo. La fermata è già prenotata. Volo via. Non c’è altro.

31


INCIPIT di Michele Bartolini 1

Cara Raffaella

Ho appena finito di leggere per la quarta volta quello che avevi da dire sulla cosa che sto andando avanti a scrivere e riscrivere. Prima di tutto e sentitamente, grazie mille. So che si tratta di un’incombenza impegnativa. So che chiedendoti un parere su quello che faccio ti espongo al pericolo ipotetico, alla scocciatura suprema, all’orrenda fatica, di dover giudicare (onestamente, direttamente, ma nello stesso tempo lo sa Dio con quanta materna delicatezza) un tipo come me. Per giunta, giudicare il suo preziosissimo, sudatissimo lavoro letterario. Una volta mi hai detto, e se ben ricordo eravamo all’ultimo anno delle superiori, eravamo, cioè, molto più reali e integri di adesso, di non aver mai conosciuto una persona più suscettibile, più diffidente e più mal disposta ad ammettere difetti, vuoti e mancanze varie di quanto lo fossi io. Di sicuro quella volta eri arrabbiata (con me, con qualcos’altro o con qualsiasi cosa addirittura) e di sicuro, in seguito, hai conosciuto sciagure di gran lunga peggiori di quella da me rappresentata (non so se augurarmelo oppure no) ma io, da parte mia, dovrò pur ammettere, e lo faccio soltanto adesso, esclusivamente per iscritto e, comunque sia, sostenendo un grosso sforzo, di non essere in grado di incassare davvero granché. Purtroppo per me e per tutti quelli che hanno avuto a che fare con me, se appena mi si tocca un po’ più forte del dovuto, sanguino. E sanguino persino in abbondanza. Senza alcun risparmio. Con la pedante, sconveniente intensità di un martire. Mi ci sono voluti anni, penosissime discussioni e parecchi mal di pancia, ma adesso perlomeno ne sono, a tratti e con le dovute cautele, pienamente consapevole. Sono pienamente consapevole del fatto che davanti a una critica negativa, anche la più fondata e argomentata, anche la più rispettosamente esposta, troverò immancabilmente qualcosa da obiettare (e se non lo troverò, allora mentirò a oltranza e senza nemmeno accorgermene, come farebbe qualsiasi ragazzino cleptomane colto sul fatto). E l’eventualità di avere torto marcio mi offenderà, e mi renderà immancabilmente perplesso, meditabondo e intimamente incredulo. Stizzito e assetato di rivalsa e di vendetta. È per questa ragione (grave ma non seria) che, immagino, io e te ci siamo lasciati così male. Ed è per questa ragione (grave ma non seria) che poi, per tanti anni, non ci siamo più né visti né sentiti. Nel tentativo di sintetizzare e strizzare la tua lunga, lunghissima opinione nei riguardi del testo che ti ho inviato, ho isolato, a torto o a ragione, alcuni paragrafi

34


che rispetto a tutto il resto mi sembrano un po’ meno ambigui e un po’ meno, mi viene da dire, scivolosi. Adesso, stai molto attenta, ti farò una domanda brusca, sgarbata e dal vago (e quanto mai sospetto) sapore provocatorio, sarà una cosa da bullo con giacca di pelle e sigaretta in bocca, sarà Marlon Brando appoggiato con la schiena alla parete, sarà una cosa del tipo: Che diavolo succede, bambina? Non sei sicura di quello che dici o piuttosto non sei sicura di volerlo dire? Tu fai finta di niente, fai finta di non aver sentito. E, sopra ogni cosa, non rispondere. È soltanto uno dei miei tre o quattrocento trucchi, trucchetti e trabocchetti. E, nel suo genere, non è nemmeno particolarmente credibile. Comunque sia (tralasciando Marlon Brando e i miei numerosi, tristemente celebri colpi a salve) i punti in questione, quelli che ho rilevato, sono questi qui (vedi allegato numero uno) e spero mi dirai in seguito, sostenuta dalla tua sconfinata, angelica pazienza, se casomai ho afferrato bene oppure no. L’ultima cosa da dire al riguardo è che, in seconda battuta, ho interpretato, tradotto e distinto tutta quanta la tua vasta “analisi critica” (le virgolette non hanno alcun intento denigratorio, lo giuro) in un ottica di lati forti e lati deboli (vedi allegato numero 2). Per la salvaguardia dell’autostima di chi scrive, ho fatto in modo che il confronto finisse in un sostanziale, glorioso e perfettamente calibrato pareggio. Non sono stato io, signorina “Freud”, signorina “analizziamo”, signorina “discutiamone”. È stato (per dirlo con parole tue) il mio terribile subconscio grande figlio di puttana. Quello che, per farla breve, io chiamo e ho sempre chiamato caso. Caso con la c minuscola, naturalmente. Non ce n’è di diversa specie, temo. 2

La lettera potrebbe anche essere finita così o, al contrario, potrebbe ancora andare avanti prolungandosi, innervandosi e articolandosi ulteriormente. La verità vera, però, è che Raffaella non esiste. O meglio, Raffaella esiste, la conosco, è da qualche parte e sta facendo qualche cosa. Potrei descriverla, potrei parlare dei sui capelli e dei suoi occhi, potrei chiamarla al telefono, mandarle un messaggio o potrei addirittura raggiungerla, stare di fronte a lei e toccarla. Toccare con le mie mani la sua allegra carne viva. Ma Raffaella non è la destinataria di questa lettera (una lettera, inutile dirlo, che non è per niente una lettera). La destinataria di questa lettera è una Raffaella fittizia, una finzione letteraria, un mezzo narrativo, un tratteggio, un abbozzo di idea. Che potrei riprendere o mollare, sviluppare o abbandonare. Nello stesso, identico senso non esiste neanche il me che scrive la lettera e che dice (in maniera così verbosa, oltretutto) di essere me. Ci assomigliamo, però. La mia suscettibilità è proverbiale ed essendo vera per davvero, essendo reale, è, sotto tutti i punti di vista, di gran lunga peggiore di quella immaginaria. Ma questo dettaglio 35


per il momento conta poco. È un ramo secco da tagliare, invece, una distrazione, una notazione fuori posto atterrata nel bel mezzo di una strada trafficata. Quello che adesso conta davvero, quello che conta per me, quello che mi interessa e che voglio mettere a fuoco, è l’oggetto veicolato nella lettera. Che è un testo di cui non si sa niente ma che, al contrario della lettera, del destinatario e del mittente, esiste sul serio, esiste qua e adesso ed è, in tutto e per tutto, esattamente quello che si presuppone che sia. Non è insomma qualcosa che assomiglia a qualcos’altro e non lo è perché l’ho deciso io. Ho le mie ragioni. Hanno a che fare con la solidità e con l’orientamento. In poche parole, ho bisogno di un’imbarcazione e poi, visto che non so dove sto andando (confesso di non averne la minima idea), ho anche bisogno di una bussola. Il testo in questione (imbarcazione e bussola) è un parallelepipedo di carta rudimentalmente rilegato, è composto di 162 pagine, è stato scritto da me oramai più di un anno fa, ha un titolo che non mi ha mai troppo convinto (ma che non riesco a cambiare) e inizia e sempre inizierà allo stesso identico modo. In questo momento, a prova della sua effettiva, corposa esistenza, lo sto rapidamente sfogliando. Vedo il nero dell’inchiostro sul bianco puro della pagina. Sento il frusciare della carta che, come il tempo, scorre via. 3

C’è un uomo all’interno di una stanza. Non ha un nome, o meglio ce l’ha, ma è un nome qualunque e non vale la pena di saperlo. Anzi no, mettiamola diversamente: l’uomo all’interno di una stanza potrebbe anche avere un nome niente affatto qualunque, potrebbe avere un nome meraviglioso, invece, potrebbe chiamarsi col nome più splendido e sorprendente mai concepito da mente umana, ma lo stesso la situazione non cambierebbe. La situazione non cambierebbe perché in questo specifico momento del racconto c’è un uomo dentro una stanza punto e basta. Un uomo quasi completamente vuoto, un uomo che in mancanza di ulteriori e più specifiche descrizioni è una consonante e tre vocali, è una vaga idea sfumata, è davvero poco più di una parola. Un uomo che però, adesso che ci faccio caso, stranamente, decisamente, mi assomiglia. Un uomo che, ed è roba da non crederci, è roba da pazzi, mi sa tanto che invece sono proprio io. Io che so benissimo come mi chiamo. Io che suppongo di possedere un nome abbastanza decente e abbastanza normale. C’è un uomo all’interno di una stanza. C’è un uomo all’interno di una stanza e ad animarlo, a quanto pare, tocca a me. L’orologio segna le due di notte. Una notte di provincia fatta di nuvole basse, di vento debole e di luce gialla artificiale. Una lampada a stelo. Regolabile. Sia l’altezza, sia l’inclinazione, sia l’intensità. Michele in questo momento è all’ultimo piano di un’anonima villetta a schiera ed è seduto davanti a un computer acceso. Il 36


computer è appoggiato sopra a quello che in origine era il pianale di legno chiaro appartenente a una spaziosa, robusta scrivania e che adesso, invece, a causa di scriteriate politiche di accumulo nel tempo, è nient’altro che congestionato e informe disordine. Caos primordiale. Sistema di proporzioni, colori e consistenze in silenziosa, continua lotta per la vita. Il pianale di legno chiaro della scrivania è correntemente usato, con scopi differenti e non comunicanti, da tre persone strettamente imparentate tra di loro (un padre e due figli). Tre persone che, a giudicare dall’entità del disastro, potrebbero essere particolarmente indaffarate. O potrebbero essere particolarmente noncuranti. Fogli, foglietti, taccuini, appunti scritti a mano, spartiti musicali, quaderni a righe, quaderni a quadretti, cartelline colorate, libri, romanzi, cataloghi di natura varia, un atlante spalancato sulla cartina politica dell’India, una corda di violino spezzata, penne, pennarelli, buste, una mappa catastale parzialmente arrotolata, un blocco di pece per archetto, vecchie fatture, vecchie bollette, dischetti blu, dischetti arancioni, cd senza custodia, cd con custodia, custodie vuote, un’instabile pila di musicassette impolverate, tre gomme per cancellare, un temperino di plastica, un temperino di metallo, un piccolo cestino di vimini, i nastri di una vecchia macchina per scrivere, un mazzo di cartoline fissate tra di loro da un elastico verde, una calcolatrice scientifica, una calcolatrice a pannelli solari, una mezza dozzina di matite masticate, un bollettino postale, una spina adattatore, una pallina da ping pong, un rotolo di scotch da pacchi, un rotolo di scotch per fili elettrici, una confezione aperta di fazzoletti usa e getta, un elenco telefonico del 1997, un hard disk esterno, due pennette USB, una polizza assicurativa scaduta, una striscia di carta vetrata, un astuccio per occhiali, una scultura di legno raffigurante un elefante africano e poi, per farla finita, per chiudere qui la lista e non pensarci più, un numero imprecisato di ulteriori, misteriosi ed eterogenei oggetti. Un arcipelago variegato, umoristico (si potrebbe anche dire), formato da cose per lo più rotte, o spaiate, o smontate, o non più funzionanti, o fuori posto o smaccatamente, provocatoriamente inutili. Michele è un uomo di trentasei anni e assomiglia molto, e forse in maniera anche un po’ inquietante, al ragazzo che una volta è stato. Tuttavia, la prima cosa che diresti al riguardo osservandolo, la prima cosa che balza all’occhio e che, immediatamente, colpisce le sensibilità più attente e ricettive, ha a che fare in modo pressoché diretto con l’esile fisicità di lui. Il suo corpo nervoso e sottile, il suo magro e delicato viso, il suo ossuto naso da uccello, suggeriscono infatti (senza mai confermarla del tutto) l’impressione di una singolare e tormentata leggerezza, il senso di una violenta contrapposizione nella quale elementi centrifughi ed elementi centripeti, forze in espansione e forze in contrazione, continuamente, si danno battaglia. È tardi. Sono le due di notte e Michele, che si trova al terzo e ultimo piano di casa sua, ha disegnata in viso l’espressione tipicamente un po’ crucciata ma sostan37


zialmente vuota di chi, pensando con intensità, non è più esattamente dov’era prima. Il 100% di Michele, sempre che una stima di questo tipo significhi davvero qualcosa (e c’è di che dubitarne seriamente) è al 95% da tutt’altra parte. Chissà dove. A testimonianza indiretta di questo sempre più distante, prolungato riflettere, di questo non essere quasi più lì, lo schermo del computer, che fino a un secondo prima era un luogo illuminato, colorato e allegramente pronto all’uso e, ora, è un desolante spazio nero. Un occhio chiuso e tumefatto che, in mancanza di stimoli e di cure, non può più né aprirsi né vedere.

In questo momento le mie dita (la coordinazione di indice, medio e pollice della mano sinistra) stanno tormentando e ciclicamente perturbando la forma di quello che è un parallelepipedo di carta rudimentalmente rilegato. Il mio gesto, la mia piccola, circoscritta azione, questo rapido girar di pagine che era, in origine, distratta e superficiale lettura, è lentamente diventato qualcos’altro. Ricorda, e anche piuttosto da vicino, il pizzicar di corde automatico di un chitarrista che mentre strimpella il suo strumento, evidentemente, pensa ad altro. Ci sono tante cose di difficile tracciabilità e ci sono tante cose troppo private per essere discusse qui e adesso, ma, nel luogo chiuso e momentaneamente isolato che è il dentro buio della mia testa, insieme a tutto il resto, ci sono e si rincorrono (fin troppo lisce e fin troppo scorrevoli, marcate come una pista battuta spesso), alcune migliaia di parole, frasi, paragrafi e due dozzine abbondanti di capitoli. C’è l’idea ben precisa di un testo scritto. Un testo che ho scritto io e che poi, munito di accetta, saldatore, chiodi, cacciaviti e chiavi inglesi, nell’ultimo anno (grossomodo), ho letto e riletto. Smontato e rimontato più volte. La sua natura è diventata per me, nel tempo, molteplice e ibrida. Ambigua in modo quasi doloroso. Metafora di tutto. Relazione sempre aperta. Potrebbe essere la fisionomia di una donna che prima amo e che poi odio, potrebbe essere la mappa di una città che voglio raggiungere, ma che non so dov’è, potrebbe essere la bellissima foresta autunnale in cui mi sono perso da due giorni e una notte, potrebbe essere un verde e liscio panorama visto dall’alta torre grigia di un castello diroccato. Penso che potrebbe essere tutto questo e penso che potrebbe essere niente di tutto questo. Penso che potrebbe essere qualcosa di più e penso che potrebbe essere qualcosa di meno. Penso che potrebbe essere qualcosa di diverso e penso che potrebbe essere qualcosa di uguale. Penso che potrebbe essere meglio di quello che è e penso che potrebbe essere molto peggio di così. Un libro. Un romanzo. Un PDF. Un testo. Un file. La roba che ho scritto. Una cosa che non so bene che cos’è. Un racconto autobiografico. La bozza. L’ho chiamato in tutti questi modi e, probabilmente, in qualche altro ancora che però in questo momento mi sfugge. Durante quest’ultimo anno mi è capitato di parlarne, di farlo girare un po’ qua e 38


un po’ là, di proporlo, oltre che all’attenzione protettiva delle mie strette conoscenze, anche a quella professionale e decisamente artica delle piccole e grandi case editrici. Non è successo ancora niente. Potrebbe non succedere mai niente e io, che non sono nato ieri, che come gira il mondo lo so bene, che non vivo di sogni e di facili illusioni, mi sento preparato a fronteggiare non solo la probabile eventualità del rifiuto, ma anche quella, di gran lunga peggiore, della muta indifferenza. 4

Il seguente testo è tratto da uno stralcio di lettera inesistente che un personaggio di fantasia ha scritto e poi inviato a un altro personaggio di fantasia. L’autore si scusa con gli eventuali lettori per l’utilizzo di questi mezzucci da quattro soldi e assicura il proprio impegno e la propria futura, rigorosa applicazione nello sviluppo di una trama che abbia, perlomeno, una qualche, plausibile, direzione. In questo brano, non del tutto privo di interesse (questa, almeno, l’opinione dell’autore) una Raffaella fittizia, fittiziamente risponde all’argomentazione sostenuta in precedenza, non si sa bene tramite quale mezzo (lettera, telefono, conversazione), da un ipotetico Michele. Un Michele che abbiamo visto impegnato in profonde, notturne riflessioni solo un attimo fa. Prima di ascoltare la versione di Raffaella, l’autore di questa sconclusionata narrazione tiene a sottolineare il fatto che, nonostante l’omonimia, i tratti biografici identici, l’impressionante somiglianza fisica, lui e Michele non possono essere scambiati in alcun modo per la stessa persona. E questo per ovvi, evidenti motivi. L’autore infatti, se proprio devo dirla tutta, sono io. E, a prova della mancata coincidenza tra me e il mio personaggio, mi basta dare un’occhiata all’orologio e mi basta guardare fuori dalla finestra. Quello che posso dire è che le quattro e mezza di pomeriggio sono passate da qualche minuto. Quello che posso dire è che gli aspri colori della campagna autunnale scintillano nel pallido sole di metà ottobre. 5

La versione di Raffaella

…eppure io so che questa condizione sospesa e imprecisa, questa attesa a bassissima frequenza che sembra non esserci e che invece c’è sempre, può diventare per te, per come sei fatto, per i meccanismi delicati che ti fanno funzionare (o non funzionare), davvero pericolosa. È difficile da spiegare. È come se un giocatore d’azzardo alle prese con l’ultima possibile puntata alla roulette e un operaio di 45 anni con un gratta e vinci in mano e due figli da campare (come diciamo noi del sud) si fossero messi a discutere tra loro confrontando le reciproche situazioni, speranze, 39


disperazioni. Ecco cosa potrebbe essere successo, allora. Ed ecco come, secondo me, sei combinato adesso tu.

Mettiamola così. Ricominciamo tutto da capo: più o meno un anno fa hai scritto un libro, ne hai scelto e riempito la forma e hai cercato, limandone i dettagli, di renderlo il più possibile simile all’idea che avevi in testa. Questo è stato l’inizio e questa è stata la situazione che hai saputo gestire, controllare e portare a termine (vuoi una medaglia? Lo so che la vuoi!). Quando poi, però, hai cominciato a spedire in giro quello che hai scritto, quando un’ambizione ne ha lentamente sostituita un’altra, quando entusiasmo e preoccupazioni, da questioni puramente narrative, si sono trasformate in valutazioni di tipo, diciamo, merceologico, allora quello che avevi tra le mani ha ceduto buona parte della propria fisionomia di testo scritto per diventare una specie di fiche, una partita di poker, un biglietto con cui strappare alla sorte qualcosa. Hai trasformato quello che hai fatto – un gesto personale, intimo e complesso – nella tua solita, folle scommessa (una scommessa secca e pesantissima ma, nello stesso tempo, letteralmente sempre attiva) e ora, a prescindere dalla bellezza o dalla bruttezza di quello che sei stato capace di fare, a prescindere dalla qualità o dalla mancanza di qualità di quello che hai prodotto, a prescindere dalle correzioni continue, dalle riletture attente e dalle riflessioni che le parole in sé, le tue parole, continuano a ispirarti, stai aspettando (alcuni giorni con l’aria spiritata del giocatore di roulette, alcuni giorni con l’aria stanca e rassegnata dell’operaio con prole a seguito) una risposta, un segno, un’indicazione. Forse addirittura un miracolo. Il risultato di questo sottile, discreto lavorio da talpa, comunque sia, è che la tua vita, la parte autenticamente attiva di quel che tu sei e che in te decide, si è quasi completamente fermata (non saresti dovuto ripartire? Da quanti mesi non lavori?). Cerchi di fare e di pensare ad altro ma, per quanto disilluso, razionale e attaccato alla statistica possa essere il tuo atteggiamento (dalle cose che mi dici e da come ti conosco, credo che lo sia davvero), quello che secondo me tu desideri, quello che nel profondo hai sempre e anche comprensibilmente desiderato, è di sentire chiamare, forte e chiaro, il tuo nome. Il tuo numero. La matrice del biglietto che tieni, facendo finta di niente, nel taschino della camicia buona. Però non succede. E tu allora aspetti perché se non è oggi, magari potrebbe essere domani, potrebbe essere tra poco, potrebbe essere tra un’ora. Tu aspetti. E mentre aspetti, come al solito, parli troppo. E, quel che è peggio, pensi male… 6

Raffaella ha ragione. Leggo e rileggo questo stralcio di lettera inesistente e, mentre ne correggo gli errori, mentre ne asciugo lo stile, non riesco a fare a meno di pen40


sare a quanto, questa ragazza che non c’è, la sappia lunga. Su Michele e su un sacco di altre cose. Raffaella è senza ombra di dubbio la rappresentazione di una persona in gamba, solida, con le idee chiare. La rappresentazione della persona assennata e stabile che chiunque vorrebbe avere accanto nel momento del bisogno. Rifletto anche sul personaggio di Michele, su come fino a qui l’ho tracciato, su come fino a qui è apparso. Credo di poter dire che lui, al contrario di Raffaella, non abbia per niente ragione. Credo che Michele, invece, rappresenti, perlomeno per me, quel tipo di personaggio che, immerso nell’arbitrio fino al collo, di ragioni possa permettersi sempre e soltanto le sue. Ragioni da difendere, ragioni da portare avanti, ragioni da mettere continuamente alla prova. Ragioni fragili, ragioni sempre a rischio, ragioni che si infettano nel pericoloso, inevitabile contatto con il mondo. E poi, dietro a Michele e Raffaella ci sono senz’altro io. Io che, oltre al perdermi in chiacchiere, dovrò anche decidere, e preferibilmente alla svelta, che cosa mi va di fare di tutto questo carnevale che sto andando avanti a montare e che, proprio come me, non va né di qua né di la. Non va né su né giù. Pesco o taglio l’esca? Lascio o raddoppio? La tentazione di buttare tutto quanto dalla finestra, devo dire, è veramente fortissima. Eppure di darmi per vinto così facilmente non mi va perché, che ci si creda oppure no, non sono il tipo. Devo pensarci bene e poi devo agire in fretta. Quel che è sicuro è che mi sono andato a infilare nell’ennesimo labirinto, nell’ennesima imboscata letteraria, nell’ennesimo Vietnam narrativo. Cosa volevo raccontare? Perché ho iniziato a scrivere una cosa del genere? Che intenzioni avevo? Dove stavo andando? Me ne devo assolutamente ricordare e poi devo imbastire una qualche strategia per tentare di uscire da questo posto sulle mie proprie gambe. Vorrei anche evitare, se possibile, di rompermi inutilmente la testa contro lo spigolo di un muro. Nel frattempo, il mio alter-ego è bloccato al tavolo di una scrivania, una ragazza di nome Raffaella scrive lettere piene di buon senso e un dattiloscritto rudimentalmente rilegato, vero per davvero, viaggia di capitolo in capitolo nell’attesa che qualcuno lo legga. E questo, come si suol dire, è quanto.

41


DUNE di Serena Rossi “It’s easier for me to get closer to Heaven than ever feel whole again” Disintegration, THE CURE

Fuori diluvia da circa tre ore: la pioggia, capricciosa, ha inumidito le fibre del maglione. Alice scruta a lungo il palmo delle mani, florilegio di stolte punizioni, mentre con l’indice destro sfoglia diligentemente le dita muschievoli, inventando geroglifici di terra rossa, come a trascrivere un testamento tattile: il suo. Poi arrotola le maniche, soffermandosi sulla parte interna delle braccia, dove la pelle è una distesa di dune incise da un taglierino ventoso. Le sue, in particolare, non sono riconducibili a forme semplici – longitudinali, trasversali, paraboliche – ma seguono uno schema più complesso, frutto di un mix di venti che oltre a mostrare caratteristiche dinamiche differenti, soffiano talvolta anche in direzioni diverse: un grande erg, è questo il termine che i geomorfologi utilizzano per definire i mari di sabbia nel Sahara. La sala d’attesa dello studio della dottoressa Rombelli è vuota anche oggi. Alice si reca lì da tre anni, ogni mercoledì e venerdì. Ne sono trascorsi all’incirca dodici, invece, da quando quel nome – Sergio – s’è insinuato, taciturno, nella sua vita suturata.

La prima volta che l’aveva incontrato, un imbarazzo impudico si era impossessato della sua esile muscolatura, raggirandola con vibrazioni corrive. Non tanto per com’era conciata quel pomeriggio – capelli arruffati e un pigiama su cui avevano gareggiato briciole di biscotti integrali –, quanto per la sensazione quasi epocale che quell’incontro avrebbe in qualche modo influito sui suoi progetti futuri. Sergio, di bello, almeno esteticamente, non aveva granché. Occhi, naso e bocca erano esageratamente grandi rispetto al corpo sottile, come se volessero costringere le fantasie lascive di Alice a impigliarci lo sguardo. Eppure, c’era qualcosa in lui – il sorriso lisergico, la gestualità molesta, la parola spigliata – che le imponeva di vestire gli abiti di un’altra se stessa, restituendole un calore familiare di cui spesso aveva assorbito l’assenza.

Un leggero brusio proviene dalla stanza in fondo al corridoio: dev’esserci ancora un paziente dentro. Alice si alza dal divanetto, dirigendosi verso il distributore au-

43


tomatico all’ingresso. Si macchia le dita di caffè. La lingua, infastidita e nervosa, ne assapora l’aroma, ma le mani non si contraggono in un pugno, non stavolta; nei capillari, il sangue, bollente di vittoria, riprende a fluire senza inciampi.

Di lui ricorda solo l’amaro, importuno. Quel liquido acre dentro il quale aveva lasciato sfiorire le labbra imbolsite durante gli amplessi notturni; quell’afrore iniquo che le aveva brinato il respiro fino a farle illividire l’olfatto. E i silenzi barbari di cui si era servito per stuprarle ripetutamente le membra, razziando un po’ di saliva e di sesso, perché in lei aveva fiutato quella rabbia atavica propria di chi non è stato amato abbastanza e per questo non riesce a difendersi, a donarsi senza implorare un risarcimento. Sergio aveva iniziato a picchiarla nell’aria sugnosa delle loro incomprensioni, vomitando le sue frustrazioni infantili tra un litigio banale e una riappacificazione ferina. Le dune erano comparse poco dopo, in una notte particolarmente burrascosa, lasciando segni inequivocabili di quella insana dinamica eolica: il vento aveva sospinto la sabbia fino alla cresta per poi accumularla nel lato sottovento; le percosse avevano tramutato la tenerezza in ossessione e l’entusiasmo in stagnazione. Tuttavia, fu quando morì suo nonno che Alice si accorse di desiderare di essere niente; un niente eterico, che non l’avrebbe costretta a scuotersi, perché si sarebbe nutrito del proprio pianto. Invece, il contatto con la pelle gelida e l’odore nauseabondo dei crisantemi avvizziti attorno alla bara di legno, l’avevano obbligata a soppesare i grammi del dolore, ad accarezzarne la consistenza, a sentire che mancava a se stessa da troppo tempo.

La porta si apre, finalmente, lasciando intravedere una sagoma nera che le fa cenno di entrare. «Alice, vieni pure, scusami se ti ho fatta aspettare» le sorride la dottoressa Rombelli, scaldandole le mani tra le sue. «Siediti pure. Allora, dove eravamo rimaste l’ultima volta?» le domanda controllando la pila di fogli affastellati dentro la cartella clinica. «Ah, sì… la musica. Dunque, innanzitutto come stai?». «Leggermente meglio, o forse è solo che i tagli cominciano a guarire». «E questo come ti fa sentire?». «Come se un giorno potessi ritornare intera… sa, è difficile da spiegare. È una sensazione sconosciuta, che non pensavo mi sarebbe mai potuta appartenere». «Significa che stai lavorando correttamente Alice, e questo mi rende molto orgogliosa di te… sono progressi importanti, non sottovalutarli. Che disco hai portato oggi? Vorrei partire da lì, se non ti dispiace». «Certo, il disco è Disintegration dei Cure e la canzone che ho scelto è quella che dà il nome all’intero album» risponde preparandosi a leggere ad alta voce le frasi 44


del testo che più l’hanno colpita e spiegando per ciascuna di esse il motivo. Il compito, infatti, è quello di scavare nei ricordi legati a determinate parole, strapparne via il cuore, in modo da ricomporre le lettere, conferendo loro un significato rinnovato. Mouth and eyes and heart all bleed When it cuts in deep Breaking apart again I’m breaking to pieces Feel whole again How the end always is… «Non avere mai paura della paura stessa, perché talvolta può essere un beneficio. Per esempio, può metterti in una condizione di allarme quando avverti un pericolo, sviluppando una sorta di involucro protettivo attorno a te. Se invece ti paralizza, fomentando le tue insicurezze, guardala in faccia, come se la stessi sfidando. Non è più forte di te, ricordatelo. Non permetterle d’ingannarti, facendoti credere che non sei in grado di stringere i denti per muoverti verso una vita di realizzazione e felicità» puntualizza la dottoressa, mentre inserisce il cd nello stereo sopra la scrivania. Alice si sfila le scarpe, lasciandosi trasportare dalle note: balla. È attraverso questa tipologia di esercizi che lentamente si riappropria delle dimensioni della sua esistenza, come un organismo dotato d’integrità e armonia, e non di pezzi feriti e disarticolati. Risale, muovendosi a tentoni, nel buio si sbuccia le ginocchia, nel petto reprime un grido claustrale, ma nel corpo – tutto – capta ancora una tenace ribellione. Deve imparare a trattenerla, a resistere, a lottare, nell’attesa di trapiantarla in un’anima meno gerbida.

Quando la seduta finisce, Alice è stremata. S’infila in macchina in fretta e furia sotto un cielo zuppo di ruggine e, per la prima volta dopo tanto tempo, i lineamenti del suo ex marito si liquefano sotto i colpi corroboranti di gocce grondanti di frescura. A volte, il regime dei venti dominanti può mutare. A volte, la pioggia, dissetando la desertificazione che avanza, è un dono, non un castigo celeste. Una lacrima incide una delle ultime dune sopravvissute, di cui è testimone qualche granello. Sulle labbra, fiorisce un sorriso parco. Oggi, ha vinto lei. 45


POESIE di Andrea Cannarella E COME STAI?

E come stai? concentrati sulle gengive o sulle piattaforme astrali o sul semibuio delle camerette dei cuori spezzati o sulla gola della iena che latra nella notte o sull’esistenza di diverse centinaia di tribù più o meno sanguinarie ed ignare che mai han avuto contatti con questa civiltà nostra questi sterminati deserti di parole e verbi ammassati non contano e non conta il chiasso dei proclami soliti il modo nel quale ci fanno sentire presi in giro queste cose non contano e passano contano solo i fatti respirare in modo corretto e agganciarsi fortemente a qualsiasi cosa che regga davvero come l’odore di bagnato dei finimenti in cuoio della borsa di una splendida ragazza dopo una leggera pioggia serale come la prossima febbre o la furia di qualcosa che ci entusiasma nuovamente

46


QUASI NESSUNO SA CHE ESISTI

i ragazzi si divertono lanciandosi contro i vasetti di yogurt scaduti raccattati nei cassonetti del parcheggio del supermarket e due giovani gatti neri sgattaiolano (solo i gatti possono sgattaiolare per davvero) davanti ai miei piedi quello a destra ha un occhio giallo e uno azzurro e una signora uscita da un porticato di piante rampicanti dice che sono fratelli e Agnese è preoccupata perché il seno le è sceso da quando ci dà dentro col tapis roulant quando i pensieri perdono peso quando si ride anche nei discorsi seri le cose si mettono bene e si mettono bene quando capisci che il fatto che praticamente quasi nessuno sappia che tu esista è una cosa meravigliosa

47


BENEDETTO

Pensavo stessi leggendo Borges ma era qualcos’altro che non ricordo poi hai spento la luce ed io ho continuato a leggere a volte mi sentivo russare e sognavo ghiacciai sognavo anatre che s’alzavano in volo da una piccola isola nella foce di un fiume e poi indiani morti massacrati sul Sand Creek mi sono alzato per andare in bagno erano le quattro e le luci di uno degli appartamenti del condominio di fronte erano accese avevo freddo ai piedi quando mi sono svegliato ero solo sul letto e fuori dalla finestra pareva esserci un velo di pioggia nel frigo non c’era più latte così sono andato al bar per la colazione una signora anziana parlava col barista di qualcosa di brutto che era accaduto quella notte nel quartiere poi sono andato verso la fermata dell’autobus e mentre l’aspettavo si è avvicinato un prete e ha benedetto me e una strana signora coi capelli corti che fumava la pipa

48


CORRI, FONTANA... di Tommaso Gazzolo LA TEORIA DEI COLORI

I Campionati Italiani Young riders di salto ostacoli si svolgono a San Giovanni in Marignano, Horses Riviera Resort. Una bambina di sette anni con un calippo in bocca mi passa accanto, mentre cerco di capire dove sono i cessi. Fa caldo. È la prima volta in vita mia che assisto a una gara di equitazione – e, a ben pensarci, che vedo dei cavalli dal vivo. Non sono preparato: non ho alcuna nozione che possa aiutarmi, non conosco nessuno, non voglio conoscere nessuno. Mia nipote si allontana con il suo allenatore: hanno l’aria seria, entrambi, preoccupata. I ragazzi portano giacche da concorso in lana di Tasmania, camicia bianca e cravatte con nodo fisso J. van D., facce arroganti, piccoli tic nervosi e capelli a taglio corto, non parlano ma sono parlati sai, mio figlio era felicissssimo quando ha rivisto la Giulia dopo così taaaanto tempo era pazzodigioia sorridono alle ragazzine, tutte tra i tredici e i diciassette anni, voci piene di soldi (Fitzgerald) e capelli biondi. È il campionato giovanile, d’altra parte: i cap si intonano alle giacche, le giacche ai sottosella. C’è odore di terra e di merda di cavallo (il Gadda avrebbe detto polpette, seminate dagli «irrequieti cosciotti»), ma non disturba i papà in cappellini-da-baseball e occhiali da sole e facce bolse. Gli allenatori se ne vanno in giro in biciclette scassate. I groom sudamericani in canottiera se ne fottono, dei ricchi e di tutto il resto. Passare la giornata in un maneggio ti lascia la strana impressione di non aver fatto altro, per tutto il tempo, che guardare cavalli che saltano ostacoli. Resto mezz’ora in coda per chiedere un caffè al bar: scopro che non esistono cavalli bianchi, perché – mi dicono – sono grigi. Apro una discussione di teoria dei colori. La barista non è d’accordo. Il tizio dietro di me neppure: «Ma ha almeno letto Goethe? che tutti i colori mischiati producono il bianco è un’assurdità». Il caffè è cattivo, servito in un bicchiere di plastica. FRUSTINO

Mi siedo con alcune ragazzine che stanno aspettando l’inizio di un turno di gara perché vorrei comprare un frustino sapete, per la mia ragazza (…) non si scompongono daiiii cioè? si guardano le unghie e lo smalto viola. Didascalico, mi dico che l’equitazione è roba per adolescenti viziate, figlie di neo-industrialotti-recenti-della-Bassa che «si rimboccano le maniche nel lavurà» (Arbasino) moglie di plastica e amante-bambina (– sì, cioè, un frustino per la mia ragazza; – cioè, in che senso, va a cavallo?; – no, per niente. Odia i cavalli; – non capisco…). Mi indigno (moralista) contro lo sfruttamento del cavallo da parte dell’uomo, del cavallo-motore, cavallo-animale cavallo-che-soffre cavallo-frustato.

49


Mi guardano come se non capissero. Forse sono io a sbagliare. La T-shirt dei Jefferson Airplane non aiuta il mio proposito di integrarmi. Sai, l’equitazione non è un gioco, è uno sport – mi fa notare gentilmente una signora sui sessant’anni dai capelli platino. IL SALTO

Il punto è: perché potrei permettermi di disprezzare queste ragazzine idiote in shorts con lavaggio acido a strappi che fanno un effetto-pannolone-di-jeans? (c’è una teoria, sviluppata dal Professor R., che sostiene che la moda femminile sia una congiura ordita da una setta di stilisti omosessuali per rendere indesiderabili le donne). Devi essere lì quando accade qualcosa di sfuggente, impercettibile, senza ragione: quando il cavallo si lascia portare da queste ragazzine. Sinora non avevano fatto altro che fumare sigarette, controllare Ask.fm (per chi non lo sapesse: è un’applicazione in cui accetti di farti fare domande in modo anonimo porti le mutandine? ah…interessante), annoiarsi, guardarsi intorno con occhi vuoti. In gara, però, ti accorgi che il cavallo obbedisce alle loro mani, e non sono più le stesse mani, ai movimenti della loro testa. Il cavallo, adesso, è obbediente. E non lo è per paura o per forza, non perché è stato addestrato a obbedire, ma perché, con queste ragazzine, non può fare a meno di obbedire. C’è uno scarto nascosto, che soltanto dopo ore passate a fissare i movimenti, le velocità, inizi a capire: il cavallo non è più simbolico, per questi ragazzetti, non è più un significante, non rappresenta più alcunché – non c’è nessun padre, nessuna sostituzione metaforica (Lacan: «il cavallo, prima di essere un cavallo, è un elemento che lega e coordina»). Siamo al di là della legge, siamo nella bellezza che è propria della follia: per queste ragazzine il cavallo è Reale, e non è più nella realtà – il che dunque non vuol dire: esiste semplicemente come un cavallo, ma tutto il contrario: è reale proprio perché non è più un cavallo: è soltanto un inconoscibile, un indecidibile, una minaccia, forse, è qualcosa di impossibile e che proprio per questo capita (dici non è possibile!: appunto perché è accaduto!). Il cavallo, in quel momento, è soltanto qualcosa-che-accade. È qualcosa che si perde, che si cancella, accadendo: per questo noi continuiamo a vedere un cavallo, a rappresentarci il cavallo, anche se in quel momento, in quell’istante che prepara il salto, il salto è già avvenuto, e il cavallo non è più che un’intensità, qualcosa che i nostri pensieri, i nostri segni “perdono” e a cui non sono preparati. Queste ragazzine non sono padrone del cavallo – non esercitano una “padronanza”, un controllo, non hanno alcun sapere disciplinare –, per quanto siano convinte di esserlo. Istintivamente, capiscono che, in quel momento, ciò che accade non è il loro cavallo (l’equus bonus, un cavallo-strumento, un cavallo-proprietà), ma il divenire-animale, il realizzarsi delle possibilità dell’animalità e il corrispondervi delle mani, delle gambe, dei visi di queste bambine volgari, 50


che ora sono come gettate al di là del linguaggio e della loro realtà. Quel che accade al cavallo può accadere anche a me: scambio e circolazione (Deleuze-Guattari), certamente, un cavallo domato, ma solo per poter produrre dei concatenamenti, delle linee di intensità nuove, in cui non c’è più divisione tra l’animale e l’uomo, non c’è più la sbarratura (semiotica e ontologica) che li separa. SCOMMESSE

Cerco di convincere quattro ragazzini seduti dietro di me sulle tribune a scommettere sul vincente. Non sui piazzati, ragazzi: come dice Bukowski, «chi gioca i piazzati è uno che avrebbe preferito restare a casa, ma poi è andato lo stesso alle corse». Ma le corse non s’addicono all’equitazione: vi stanno come «il correre al ballare» (P. Lichtenthal, Estetica ossia dottrina del bello e delle arti belle, Milano, 1831, p. 428). FONTANA

Fontana L., classe 2003, tedesco, figlio di For Keeps e West Point: digrigna i denti, ride (Musil ha dimostrato che i cavalli ridono), è rapido e lento (nello stesso tempo), impenetrabile. Non sopporta le riviere, ed è proprio saltando una di esse che tocca appena l’acqua: si alza la bandierina rossa, lui continua a correre, la radio trasmette una canzone insopportabile di Giuseppa Gaetana Ferreri. LA MANO

Se è così difficile sentire l’istante in cui il cavallo non è più un cavallo, non è più un significante, è perché immediatamente ritorna a farsi sentire il sapere, la disciplina, la discorsività, ossia la violenza. C’è, ovviamente, il fastidio dello spettacolo (gli applausi, gli sponsor, le premiazioni, i genitori, gli “organizzatori”). Ma, soprattutto, la ri-produzione della significazione del cavallo – che torna così a rappresentarsi come tale – secondo il codice di questo sport. Penso soprattutto alle pratiche di codificazione delle relazioni tra la mano (e la mano non è uno strumento, ma è il logos, è il pensiero stesso: è ciò che afferra, prende, s’impadronisce, mano che marca, che è propria dell’uomo e relega l’animale alla zampa) e l’animale, che sono presenti nell’equitazione. Il movimento del cavallo, la sua anatomia, si ridetermina ora attraverso il linguaggio dell’equitazione, che conosce tutta una serie di significati diversi in rapporto alla mano (ossia all’uomo: io sono la mano, mentre il cavallo ha semplicemente gli zoccoli): cavallo sotto mano, cavallo sotto la mano, cavallo alla mano, cavallo in mano, cavallo avanti alla mano, cavallo contro la mano, cavallo 51


dietro la mano, cavallo sopra la mano. L’equitazione spiritualizza la mano, ne rivela l’essenza logocentrica: la mano non tira, ma fa-segno, è «semplice segnale dato con la chiusura delle dita» (J-Y. Le Guillou, Nouvelle equitation. À la recherche du centaure, 1988: l’ideale dell’equitazione è portare la mano a giungere al punto-zero, ossia a farsi puro segno, a disincarnarsi, a non farsi sentire dal cavallo, un sensibileinsensibile). Il cavallo è riportato così al suo essere animale, a significare soltanto a partire dalla mano, dai segni e dai gesti che essa traccia, padrona: è la mano-segno che de-cide il senso del cavallo. Il cavallo è così pensato in funzione della mano, dalla gara sino a ciò che si chiama, non per caso, governo della mano: la pulizia del cavallo (e la sua utensilità: striglia brusca forbice spugna spazzola bruscone nettapiedi) è ciò che riporta il cavallo sotto il “governo” del pensiero, del logos, del segno – delle sue significazioni estetiche e igieniche: il bel cavallo, il cavallo sano, il cavallo pulito. È molto stupido, allora, pensare che la violenza sul cavallo dipenda da presunti maltrattamenti che subirebbe (ciò è continuamente scongiurato, qui, da controlli costanti, degni dei più zelanti “animalisti”): la violenza che subisce non è “fisica”, ma linguistica, è la violenza del logos, della mano come logos, come “pensiero”. CADUTA

Al suo secondo giro, la ragazzina è tesa. Presto perde il ritmo, e anticipa il cavallo nel salto: la preceduta fa toccare la barriera, e il cavallo cade a terra, calpestando la ragazza, che fa in tempo ad alzarsi, vomitare un vomito da shock emotivo-affettivo in soggetto neurolabile, e poi svenire. Entra la barella. Il papà della ragazzina rassicura tutti: sono un avvocato, so come vanno queste cose, ciuccia una sigaretta elettronica per dimostrare che ha smesso di fumare, se la caverà, certamente: noi lo facciamo solo perché a lei piace tanto, mi confida la mamma: se non fosse perché Vittoria è così appassssssionata (intanto l’appassionata continua a vomitare) . Il pubblico applaude, vivamente commosso. Viene chiamato il concorrente successivo. Un ragazzo dall’aria terrorizzata. Ma non cadrà. IL CAVALLO È NATURA

Così in un elzeviro di Flaiano, 1970: che almeno, pensavo, ci sopravviva il cavallo.

52


LONDRA MI HA PAGATO UNA RUPIA di Adielle Il folle è sospeso in un limbo ma non pensarlo come un luogo, uno spazio di costrizione piuttosto un tempo in cui si lotta con tutto quel pensare per trovare una soluzione ai tremori del Sole una traduzione alle parole ti amo che possa funzionare per guarire quel dolore straniero e visionario che fa di me quello che vuole una volta che ha compreso il comando. Le voci non tornano, scetate se ne stanno i lampioni si rincorrono lungo la strada Macerata i covoni delle mie povere idee prendono fuoco per nostalgia di bagliori collinari quando si festeggiava il rosso boschivo delle volpi e la stagione s’incammina in riva al fosso. Vorrei, più non posso trasalire sul mio sguardo che rimbalza la distanza che mi concedo è un tiro di schioppo un calcolo segreto tra le cose, le costole disarmate perché io sia sempre a debita distanza per dare il tempo a ciò che immagino di potersi realizzare che da un momento all’altro può non esistere mai. Essere inabili a vivere (come i comuni mortali) sentirsi tanto deboli da non alzarsi dal letto solo perché oggi si è più tristi del solito forse sarà la pioggia non trovare giustificazioni tangibili trasformarsi in nullafacenti gli occhi dei parenti, la madre in giuria l’imputato si alzi giuri di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità dico lo giuro amen (il coro) e poi passeggio in cerchio e parlo da solo. Che mi vuoi capire. Che mi vuoi capire? Alla radio mi parlano e io rispondo

54


non so in preda a quale delirio telepatico. Preso atto del mio resoconto non possono che essere d’accordo: è meglio che io taccia, che non racconti a nessuno quello che mi sta succedendo, Jovanotti sta già pensando a un video Capossela mi sta cercando. Sono a Londra, alcune tra le cose che vedo s’illuminano come ad indicare una strada e io la seguo sono solo, ma è come se ci fosse con me sempre qualcuno che mi guarda, questa volta benevolo sono magro, mi sento forte, scavalco i cancelli cammino sui muri non ho percezione del pericolo come ho sete appare una birra aperta lasciata su un cornicione la prendo, la bevo, è buonissima un senso di gratitudine mi pervade ci sono delle scritte per terra qualcosa sull’amore il vento sposta le foglie di un albero il tronco è liscio, chiaro, come se non avesse corteccia e la sua nudità mi commuove prendo la strada del fiume tra le barche m’infango tutti gli indizi portano ad un tubo che esce dal muro e sgocciola su una pietra che fa da altare ad una rupia che ancora conservo in una scatola di latta in un cassetto della mia scrivania su una faccia c’è un bel pollice in alto. Un barbone chiede degli spicci gli do tutto quello che ho nelle tasche tranne quella e sembra che mi prenda per il culo ma è troppo tardi, dei ragazzi in maschera attraversano la strada una lei è scalza un lui la porta in braccio vorrei seguirli ma per un attimo mi rendo conto che mi sono allontanato troppo e non ho alcuna idea di come tornare a casa dai miei amici. È come se facessi una domanda mi rispondono di seguire gli indizi così mi metto in cammino annusando l’aria 55


chiedo a un signore di colore se ha una sigaretta mi dice di no buttando per terra la sua e rientrando si chiude dietro la porta raccolgo il mozzicone e me lo fumo due volpi mi sfrecciano davanti, le seguo si nascondono sotto una macchina nera poi ripartono cerco di non farmele sfuggire quando mi accorgo che quel posto lo conosco torno a casa dai miei amici, che saranno le quattro e mezza del mattino. E questa mattina si va al British Museum. Non si paga e io ho insistito per ricomprarmi almeno le scarpe così entro scarpe nuove ma pantaloni infangati fino alle ginocchia. Nessuno sembra farci caso proprio come mi avevano detto le mie amiche. Prima di entrare nelle sale ci dividiamo e ci diamo appuntamento di nuovo lì tra un paio d’ore. È come se il pavimento si spostasse sotto i miei piedi mentre cammino che mi scorresse il Mondo sotto, con strane vibrazioni. Una guida spiega una scultura ad un gruppo di turisti italiani con la voce di Paola Cortellesi. Il molosso, il cane che mi piaceva tanto sui libri di storia dell’arte è bellissimo dal vero, è come credevo, dev’essere un antico pastore dell’Asia Centrale. È tutto troppo, tutto è troppo. Mi concentro su una ragazza carina che disegna su un foglio seduta davanti ad un complesso marmoreo. Ha delle converse rosse come te in quella foto di spalle che ancora non ho visto. Le spade giapponesi, il rituale dell’accoppiamento in un futuro prossimo, le sfingi. Le scalinate che si sdoppiano, devo essere preso per mano. In posa nella cabina del telefono. I panini meglio delle birre, il volo di ritorno anticipato. Alla tastiera mi chiedo, ora sarei in grado di viaggiare? Da solo forse no, a meno di preparare un piano molto dettagliato. Il mio assetto variabile è perdermi per strada.

56


ARCHITETTURE SU PAGINE DIRIMPETTAIE esercizio 3: cauldron/prolegomeni al calvario di Uliano Coppetti Questa trave barbara mi fu inchiodata alla groppa, una bifida densa, gonfia, al veleno, sporca, scoppiata, troppo troppo tempo fa! Il pelo ritto e brunito, collare di iena, zuppo di sangue, rappreso e libero in schizzi, marezzato a tempesta, impennava in creste aguzzate dallo scoppio del mare, e il garrese, scosso violentemente, era rovinato a terra. La cavalcatura arrancava ancora, digrignando alla luna…; E intanto dio, fradicia radice quadrata, poggiata a uno stipite, il muso pesto, stava per cadere e senza grazia per giunta e sussurrato, parlottato, trapanato bisbigliato, perforato, trafittto, violentato abusato, stuprato (la nona sinfonica asfurica) ululò: – Evoe! –, – …niente fossa di sei piedi, né sorci di camposanto: Van giù tra gli squali! L’anima di un marinaio, invece di gemere tra le vostre patate respira un’onda dopo l’altra… – e prendendo fiato e con tono crescente parola dopo parola, schiumante e paonazzo, occhi iniettati di sangue e oltre l’aggetto, fuori dalla testa, davvero come due antenne tanto che somigliava a qualche non so che specie di rana o simile, continua in uno sbottato e interlocutorio: – Scusatelo e siate beati e lodati! –, tenendosi il gozzo con il palmo della mano all’improvviso imploso e dimezzato, vetri erranti e subito caduchi come foglie alle pendici, le creste nascenti, panduriformi e innevate, del Caule; foglie riempite di tritolo: – bum –, bomba; coprendosi con un fazzoletto di lino il collo elegantemente sferzato come fanno i cigni, si ripiglia di colpo e si rialza, dopo l’impegnativo ologramma schizofrenico conclusosi al golgota e forse anche prima, poveraccio, speriamo molti colpi di gomito prima, e emulando nello stesso tempo e alla perfezione, misantropo equilibrista e trampoliere, uno dei suoi tanti officianti terrestri che con prosodia bifolcheggiante e perdendo un po’ di bava dalla bocca che aveva, da poco, professato una commovente messa riempiendo all’orlo navate e laterali. Emulata alla perfezione anche la prosodia e la bava alla bocca! E io, dirimpettaio… io, cubo orribilmente deformato, epilettico ambio fetale ardevo, tra il crepare continuo, bestemmiava il legno!, e colavo a terra come fossi gomma. Niente sciabordio di acque, luccichii di onde, né burrasche, né vortici. Tolti i sublimi per me! Solo liquame melmoso, stagnante, da palude. Così ero prima e scusate, (si ode un colpo di tosse secca) alzandomi, prendo una postura/posa, vecchio cartoccio, più attiva, incarnata, vitale, aggressiva… prendo forma, fagocitato me stesso, le mie parti, i miei pezzi troppe volte, riflesso nei migliaia di frammenti, di specchi agonisti, di forme sferzanti, nessuno si sente appartenere a se stesso, nessuno dice con forza: – sono io! – … – Ma cosa sono? Non sono troppo, non sono niente… –, disse un efebo malinconico e ammaccato di passaggio: – …incarnato nell’uscio,

57


mi sovviene danzante la perdita del genere!… –; a braccetto il cicisbeo, beccaio pazzo di rabeschi fitomorfi, pompier au sentiment, una brioche, un pennello, uno stelo, un cuore, che sentimentale!, sfrangiato da un colpo di fucile in una mano e un bastone, testa belluina, divorante, argentina, ovvio, il pomo, sbrecciato, sangue nell’altra… e continuava e continuava il cicisbeo, oramai al grado di cavaliere sparagnino a rimuginare… …sto sto, ho in testa una serie di immagini, fomenta a catena di montaggio e ogni fotogramma diventa un turbinoso carnale taglio di movimento, che mi si apre davanti agli occhi in sequenze corporee variate, sezionate ciascuna in unità e sistemate gerarchicamente, gerarchia piramidale in scarti di schemi… si fanno schemi, esoscheletri e architetture, la brama per la strutturalità, necessaria classificazione/senso/insiemi/tipi/livelli le seduce impaziente, le avvicina, ma le taglia anche con l’accetta. Una mano mi tenta dal fondo. È ansante, flessuosa, selvaggia, terribile… non mi ha ancora preso, lo sento!; Percezioni, sentimenti, emozioni, impressioni, ecc.: mozzi arlecchini, tonde callipigie esplose alli angiporti, reticoli scheggiati, casacche squadrettate, iperboliche estensioni asintotiche che per quanto si avvicineranno sempre di più agli assi non coincideranno mai, né mai si toccheranno se non per divergere e inversarsi, asfissie del pensiero, aritmie poi schegge, la piena dei fiumi nei detriti vascolari (sincope, supino e un singhiozzo si ode). Il naso mi esplode di lavanda. Ridondante, pompa nelle narici, poi il soffio, l’incisione su rame di una pianura… diventa più neghittosa alla mattina e poi si dirada perdendosi al farsi del sole. I miei timpani sono acatisia, discinesia, iperproduzione, trivelle, turbini, sembrano i mille occhi moltiplicati di una mosca. Ma a cosa servono mille occhi se non hanno coordinazione, se non servono una funzione, se ribelli divergono, se le tese non sono parallelle e alipedi strali a fiochi lumi, retti da doppieri, tripodi, argentini, è ovvio, non sparano su un medesimo bersaglio?… il binario sversa… I miei timpani sono farfalle, volitanti, effimere, durano un giorno, notturne, aquilonarie, cascano nel sorgere e nel crepuscolare, proiettano dall’alto, gomitolo alla mano, umbratili velari, dispercezioni, ora arazzi bianchi, drappi e drappi a piovere, di serica, finissima mussolina, ora (strappo) sbrenduli, carne con eleganti ghette di boudoir… di calicot in taffetà, zendado e cemento… fanno perimetro, e poi perdono la voce con l’accentuarsi dolce della diafanimetria… buio poi oro e rosso, il sipario si apre… siamo a teatro… – E se adesso vi sgozzo questa puttana di furia chiamata Rageme? –. La serravo da dietro la puttana, come la volessi fottere, la fronte, serrata dal palmo, onde feraci strisciavano la gola, una lama da cacciatore, anelante che così montato a bestia forse l’avrei squarciata. Saette di sangue, la mera sgozzata rigetta ormai moscia ai miei piedi, affluenti in uscenti in un delta fiottoso rosso, a valle un pantano e mentre un’altra sotto mi divora braccio gamba e con gusto mi manduca pure l’appendice… la terza la prendo per la vita, le 58


disarciono le gambe e la butto sul letto... i capezzoli, ciccati e turgidi, grossi, sembrano bozzi, rivoli a raccogliersi nel pozzo caldo chiamato ombelico… la giro. Oro è il pigmento che sollevo dalla pelle, splendida, di burro. Lei bellissima, la furia. Lei dolce graffio devastante e tela di ragno! Lei, musa o cerretana, pulpito, urla becere e nessun rimborso, …oddio… lo sfintere, contrazione salina timida e tremante su cui passa la punta della mia lingua. Lo punto, guaito, il coccige in fiamme, poi leccando su pian piano salendo la spina, su tra le vertebre, risucchio ruvido e dolce timida abrasione, la pelle, l’inguine, caldo, sospiri, gemiti, urletti ai morsi, l’inguine, labbra, la mente oltre il cielo… sospira, gemi, ansa, smorza le cosce e il bacino perché mi eccita, eccita… e… eeeeeeeeeeentro… entro… dentro…; rosso e oro, siamo a teatro: – Guardate come arde Roma! –, urla occhi in lacrime Nerone, busto iniettato di vita, fiamme, anfora di voci, faringe esplosa di suoni crocchio e falò, e arde anche il suo corpo come gettato nell’olio bollente, si contorce… gli occhi… gli occhi… la scure bipenne è caduta scintillante dalla verticalità e ha, vestita di suede, disgiunto il tirso: il dritto, il sinistro e l’attorcigliato il destro nelle sue mille spire, distico di bestie, avulsa monodia. I miei occhi: lincei e terrosi, bistrati sfucci e vanni, fusi, torbidi e impauriti, lontani: – Belle le gote, un che di scarlatto… –, ma subito frana la cerussa di splendido coboldo danzante e corallino sotto il cipiglio, che corrusca bitorzoluto, sotto il “pouf canuto au” rampante ai cirri, cascante fino alla vita e sbrana che quasi mi brucia la penna e abrasa è la mano… exsvelto al principio, svelto alla nascita, svelto alla depressione, colpetto sulla schiena, rantolo d’asma, ultimi flati di tisi… Ho visto uno scorcio di cielo morente di fuori, è mattina. Chiuso e troppo presto, le lacrime già mi scendono, la penna si accascia, in pezzi su se stessa, la grafite è troppo fine, e si sgretola al contatto del piano, un’infarinata ancora al viso, il revolver è sul comò, il regolo pure e per fare squadra non ci vuole molto. Spararsi nel cuore, sicuro, verso e dolce la morte…

59


IL VASO DI PANDORA di Stefania Signorelli Non posso che esser niente. Non voglio che esser niente. Sono che niente. Solo non comprendo come il niente che non esiste possa patire o recare dolore. Un dolore simile. L’unica cosa è starmene ben zitta e tacere, dimenticarmi. Dimenticata. L’unica cosa a questo punto. Sono stata, me lo ricordo, una placida sirena bianca che si abbandonava all’acqua azzurra. Giocavo a sciogliermi come schiuma. Ma c’era una grande lettera nera sopra di noi. Sospesa in cielo come un disegno. Una chiave di violino dipinta a China. La lettera nera pareva impossibile come cosa remota. Così distante il cielo finché l’irraggiungibile ci raggiunse. Quando la lettera cadde dal cielo la coda mi doleva a furia di scappare e scappare. Fu una fuga vana come sempre le fughe sono. Eppure tutti si fuggiva lo stesso. Ma la lettera nera figliò altre lettere, nere anch’esse. Una più cupa dell’altra e il dolore ci azzannò in qualche modo in qualche tempo tutti. Nessuno risparmiato. Allora i migliori tra noi dissero: Non vogliamo saperne nulla di nulla, anzi, le lettere di cui abbiamo dovuto sapere finora sono addirittura troppe. Costruiremo un vaso e ci chiuderemo dentro ogni lettera che ancora ci morde. Fu così che si misero a fabbricare vasi di ferro nero splendente e vi raccolsero le lettere che si strapparono a forza dalle carni. Ne nacquero feroci cicatrici, ma i vasi vennero riempiti e i coperchi saldati. Riuscirono a posarli in fondo al mare. Seppelliti dalla sabbia finché i vasi non caddero nell’oblio e le lettere parvero accidenti favolosi. Da allora le stelle marine montano a guardia. Fingono cielo ai pesci. Ma il mio nome è Pandora. Mi affidarono un vaso in finissima porcellana, sfoglia di latte in grana di neve. Non sono mai riuscita a liberarmene. Mi segue ovunque e quel che è peggio non sta mai zitto. Pandora, Pandora, Pandora. Le lettere nel vaso si agitano oblique e chiamano il mio nome. Cerco di non sentire. Hanno risate come ragazzine. Si fanno beffe di me le impertinenti. Nel vaso non stanno mai ferme, nemmeno quando dormo, si agitano e mi chiedono di uscire solo per un po’. Bambine furbe con voci che brillano argentine. A miriadi, tintinnano: Pandora apri. Non avrai paura di noi Pandora? Piccoli pensieri. Dolci come arance. Velenose e marce. Se solo riuscissi a posarmi, come un vaso sigillato, a ridosso di un qualche muro. Abbandonare svelta la stanza con le imposte chiuse. Chiudere a chiave con tripla mandata e sprangare la porta e sigillare la casa che la contiene. Ogni uomo contiene una stanza, chiusa e che tale rimanga. Se la casa sigillata abitasse un villaggio deserto con buche sparse attorno. Un fossato verde coccodrillo. Se le lettere dentro il vaso trovassero un varco, Dio non voglia si oltrepassi. Sgra-

61


ziato corvo nero. Corvo tempesta. La mia testa, un vaso chiuso, pronto a traboccare come un frutto dolce, guasto e purulento. Vai via serpe! Nel tuo vaso e potrò richiuderlo. Per sempre. Per un’ora. Per cinque minuti. Se solo arrivasse la morte ne avrei il terrore ma meno di un corteo nuziale. Dei fili tesi. Degli specchi piani. Di un fascio di luce nella stanza buia e polverosa. Il reticolato dei fili di pensiero, tela che raccolgo e aggomitolo nel vaso. Non trabocca nessuna lettera dal mio vaso ma non c’è più posto per una sola lettera una. Se rimango sdraiata nel letto oggi. Con le gambe contro il petto e le mani sulle orecchie. Gli occhi chiusi e stringo i denti. Serrati. Indivisibili. Sarò un vaso sigillato. Su e giù, nel maledetto vaso, i soliti pensieri sfocati che nuotano come girini, bambini tremanti durante l’ora di nuoto. Ho paura. Sembra che la mia pelle sia troppo chiara e sottile, che si tagli al semplice contatto con la realtà, non mi stupirei se cominciassi a sanguinare. Sarebbe nell’ordine delle cose. Ogni muscolo del mio corpo si tende e contrae appena apro gli occhi e voglio veder chiaro sapendo bene che non mi può venire che male. Spiegare alle ginocchia che devono smettere di tremare. Ai singhiozzi che non hanno diritti. Non mi hai lasciata libera mi hai lasciata sola. Con lastre di marmo invece delle bianche lenzuola di ieri. Come quella volta che ho pensato di baciare le tue palpebre chiuse. Era un giardino il mondo. In modo un po’ selvatico, ma era un giardino. Invece stavamo passeggiando e parlavi irritato. Avevo sbagliato qualcosa quando alle tue spalle una sorta di finestra coi fiori blu. E allora hai detto: Adesso vattene. Io ho una parola sola. Tu dici cose e il loro opposto assieme. Non stai bene Pandora. Vorrei vederti tranquilla, la Pandora felice che nuotava nell’acqua cristallina. Buona fortuna cara. Ti auguro la più grande felicità del mondo. Nobile come sempre. Come se la più grande felicità del mondo non fosse che un premio di consolazione a fronte del tuo viso negato. Meglio sarebbe stato sentirti ordinare: Pandora deve morire. Quando? Adesso. E invece, giardini d’inverno e il detestato vaso ogni singolo giorno con me. Le voci si attutiscono o inaspriscono. Il vaso è rotto. Le lettere volano. Il lavacro della mente tutto quello che chiedo. Basterebbe le lettere nere tacessero. Continuo ad avere paura. È una paura paralizzante totale. Sono senza nessuna differenza un piccolo animale spaurito. Terrorizzato che non ha più possibilità di fuga. I fantasmi del passato si sovrappongono ai nuovi. Se avessi avuto un vaso d’acciaio saldato. Il mio nome è Pandora e nonostante i miei sforzi il vaso non è chiuso in una stanza o seppellito dalla sabbia in fondo al mare. A ogni istante con me, sotto i miei capelli. Acconciature con la riga in parte, chignon, cappello di paglia, frangetta. La bocca. Un coperchio imperfetto. La mia pelle sottilissima, la più esile parete del più 62


imperfetto vaso. Quanto potrò reggere ancora? Come ho potuto reggere finora? Posso vivere in una stanza con le persiane chiuse, la porta sprangata. Meglio: costruire una stanza priva di finestre e di porte. Le mura impediranno alla malattia di entrare e alla salute di uscire. Si può tentare un forziere. La vecchiaia non scaccerà la giovinezza. La guerra da sola non scoppierà o solo io ne patirò. Da quale fessura la morte? Aroma sottile di fiori sconosciuti. Avrei voluto una vita chiara e semplice come il pane, ma nonostante le più nobili intenzioni ecco che mi aggiro nella mia piccola schiera di pensieri. Un girotondo di ferite. Subite e inferte. Le sue noiosissime richieste quotidiane e spine. Come goffi ricci di mare che tentano un abbraccio e litigano sul dolore che ne deriva. Le travi scricchiolano, mancano i vetri alle finestre, le porte sono scardinate. Il vaso, non ricordo come, ma temo di averlo aperto tempo fa. Non è stata una buona idea. Incompresi gli dei. Incompresi i dolenti doni. Direi che fa freddo.

63


ESERCIZI DI RESISTENZA di Ferdinando Giordano ESERCIZIO N.1

Non che io abbia mai amato ordire contro il vento trame di maglie fitte nei pensieri perché non vi passi la sua lunga ala secca o la ruvida lingua umida ma è vero che al riparo di portoni, finestre e marciapiedi alti quanto è alto il primo grado dell’universo io, proprio io, inutile dipendenza umana dalle teorie inapplicabili sul sorgere e finire inosservate da tutti gli elementi ho sempre tenuto serrata tra le mani la paura di parlare a mezz’aria e volare via come un polline dal fiore che mi generò senza alcuna similitudine.

64


ESERCIZIO N.2

Tornato come può essere un uomo fuori luogo, Darvish, avresti detto alla città acqua, se avessi amato la fluidità degli scomparsi riapparsi dalle dune. Mostri la guancia del bacio, dove la spina del dolore spinò le labbra al saluto di quel legno scurrile Non dormi, quindi non è il rumore la voce che ti sveglia dal fondo del Med Piagata in due dall’accoglienza la pelle scioglie i margini della tua ferita mi appare nuda o solo scucita l’anima al calore dei palmi la nostra palma colta dalla fuga vive come ti vivi tu, almeno.

65


ESERCIZIO N.3

Asserisce verso mezzogiorno il platano al compiere un giro di rami sull’asfalto. È terribile l’ombra quando svuota quando scompare il suo genitore. Già!, il giallopadre trapassa a malapena di visioni la maschera di piombo che lo esclude ma c’è siamo sicuri che c’è se intirizziti stanno i palazzi nei riflessi se il postiglione sul calesse di cirri impolvera dello stesso grigiore.

66


ESERCIZIO N.4

Sempre il tempo si è occupato di inventare vita senza farne parola È rimasto muto sulle meridiane degli alberi come un frutto acerbo negato instancabilmente e a lungo le forme si qualificarono attraendosi o rubandosi respiro dal loro letto di magma Prima del sangue ma già per derive un messaggio ha attraversato eoni insostenibili nel delirio di pelli Non azzardatevi a contare da quante morti matura la sua eternità.

67


ESERCIZIO N.5

Osservate l’equilibrio del gambo. La linearità del suo pensiero. Come fuoriesca da una idea scontrosa la verosimiglianza della gioia nelle pietre Dall’altra parte del pianeta d’aria, i suoi piedi filiformi calzano il sale, esaltano i contenuti profondi del pube rustico dell’argilla, il midollo minerale alimenta le sue vocali di colore Una libertà di suggestioni incanala il gambo nelle passioni del fiore. Esclama precise parole divulga il nome amato al volo in certe ore le corolle vendono il loro sesso al sole.

68


GLI AUTORI

ADIELLE nasce dopo il ricovero forzato di un mese nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Teramo causa folcloristico tentativo di suicidio, esattamente il 18 gennaio 2013, data in cui pubblica la sua prima poesia sulla rivista letteraria libera La Recherche.it, luogo d’incontro e scuola per crescere, nonché sua tavoletta grafica una volta tornato a piede libero. Da quel momento non ha più smesso di scriverci. WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere elettronico ma si interessa di filosofia, psicologia e cognitive computing. Una originale sintesi culturale tra gli studi classici e le attività professionali di progettazione e innovazione tecnica è il Saggio caotico sull’aporia, scritto nel 2012. Attualmente si cimenta in racconti e dialoghi.

MICHELE BARTOLINI è nato il 26 giugno 1979 a Fano. Laureato in Scienze della Comunicazione, è stato in Australia ed è tornato; in Nepal ed è tornato; doveva andare in Africa ma non c’è andato. Ora è disoccupato e ci pensa su. Sta scrivendo quello che a occhio e croce potrebbe essere un romanzo. Ha pubblicato la raccolta Racconti (Gruppo Albatros Il Filo, 2008). Naturalmente, non è successo niente. Ma è vero anche che non si può mai dire. CALAMO INCHIOSTRATO è nato nel ‘58 e vive in Sicilia. Non ha mai pubblicato in cartaceo, si illude per scelta. Come Blanchot, considera la scrittura un infinito intrattenimento. Laureato in filosofia, insegna lettere in una scuola media di un quartiere definito “a rischio”, da altri e non da lui. Politicamente libertario, teologicamente sincretico, umanamente esistenzialista. Si definisce un uomo di scrittura, non uno scrittore. Nel web scrive anche col nick imagomentis. ANDREA CANNARELLA è nato il 15 settembre 1984 a Padova. Laureato in legge col vizio della scrittura, si dedica principalmente alla stesura di racconti e poesie, queste ultime di matrice autobiografica e aneddotica, dirette e scevre da lirismi.

SIMONE CARUCCI è nato il 4 agosto 1990 a Roma e si è presto avvicinato alla lettura e alla scrittura di poesia e prosa. Ha pubblicato diversi componimenti poetici su webzine. La sua produzione è in continua crescita.

ULIANO COPPETTI è nato nel 1985. Frequenta la facoltà di Psicologia, indirizzo Clinico, interessandosi alla psicologia neuropsicologica, della forma, cognitiva. Ha lavorato come agente immobiliare, alle poste e da un bel po’ di tempo, usando le sue parole, “si gira i pollici”. Si definisce uno scrittore incostante, dedito alla perenne revisione dei suoi scritti.

FRANCO FURIA, tecnico di laboratorio, è nato e vive in provincia di Verona. Ha auto pubblicato e diffuso in modo autonomo Le Case Spente, foto e parole sull’abbandono delle campagne legato all’emigrazione, e la raccolta di poesie e foto Madre sul tema della perdita. Legge e promuove le sue parole e quelle di poetesse che con lui collaborano in biblioteche, teatri e


ovunque sia possibile portare avanti il discorso poetico. Non segue una forma ma un istinto.

TOMMASO GAZZOLO è nato nel 1984 a Parma ed è ricercatore universitario in filosofia del diritto. Ha pubblicato studi monografici e saggi in riviste scientifiche su temi filosofico-giuridici, da ultimo La scrittura della legge. Saggio su Montesquieu (Jovene, 2014).

FERDINANDO GIORDANO è nato a Cetara e vive a Salerno. Ha vissuto per lo sport con sportività, quindi nessun risultato notevole; per studiare, ottenendo una laurea summa cum laude in Ignoranza Integrata all’Apparire Sapiente; per scrivere, consumando carta negli astucci delle Bic come cerbottane; per lavorare, con obiettivo un’unica grande vacanza in cui ancora si crogiola. Insomma, ha vissuto e vive a discapito dell’ovvio, ma, ovvio, questo finirà prima o poi, sperando poi.

ANDREA LEONELLI è nato nel 1970 a Firenze. Inizia a lavorare nell’assistenza infermieristica per approdare, nel 2000, in rianimazione, per la quale nutre oggi una “tenera affezione”. Nel 2001 si trasferisce a Faenza. Un infarto, senza conseguenze sulla salute, ne cambia profondamente la visione della vita. Inizia a scrivere e nel 2011 autopubblica la sua prima raccolta, La selezione colpevole. La seconda raccolta, Consumando i giorni con sguardi diversi, esce nel 2012 e la silloge Crepuscoli di Luce nel 2014.

MASSIMILIANO PRICOCO è nato il 15 luglio 1979 ad Augusta (SR). Laureato in giurisprudenza, lavora come avvocato. È presente con le sue opere nell’antologia Poeti e poesia (2010), nella raccolta di aforismi Il viaggio è nella testa (2013), su Agenda letteraria Opposto.net (2012, 2013, 2014), in La genesi, arte scienza e rivelazione della coscienza (Edizioni Opposto.net, 2014) e nell’antologia Inchiostro e anima 2014 (Edizioni Effe Grafica).

SERENA ROSSI è nata in terra leopardiana nel 1984. Ha da sempre una forte passione per la paleontologia, i puzzle, i gatti e la neve. Respira musica e divora libri. Con il racconto Bluedevil radio’s podcast: free download ha vinto il premio “Patria Letteratura 2014”. Alcuni suoi racconti sono presenti in diverse antologie e siti letterari.

STEFANIA SIGNORELLI, bresciana di origini bergamasche e di mestiere educatrice. Dopo gli studi in biblioteconomia non trova lavoro in biblioteca, dopo la laurea in scienze dell’educazione scopre di essere troppo empatica per la professione. Sta conseguendo la terza inutile laurea, ma promette al suo conto in banca che non ce ne sarà una quarta. Scrive per sopravvivere un po’ al mondo, un po’ a se stessa. Inserita nell’antologia Racconti nella rete 2015 in uscita per Nottetempo editore.

ELENA VALIDO studia e lavora (in realtà cerca di farlo). Appicca fuoco ai suoi sogni sui fogli, che a volte, una volta spenti e consumati, diventano fumo e cenere e prendono il volo. Il racconto qui presentato è il primo che invia a una rivista. Pensato di getto in 15 minuti sfreccianti nel cuore di una fredda notte torinese.


Tutti gli autori dichiarano implicitamente che i testi, da loro proposti e qui pubblicati, sono di propria stesura e non violano in alcun modo le leggi sul diritto d’autore, e danno esplicito consenso alla pubblicazione dei propri testi, editi e/o inediti che siano, sollevando Alibi e relativi redattori e/o curatori da ogni responsabilità riguardo diritti d’autore ed editoriali. Qualora i testi fossero già editi da altro editore, gli autori dichiarano, sotto la propria responsabilità, che i testi forniti e qui pubblicati sono esenti da diritti editoriali per scadenza avvenuta dei relativi contratti o, nel caso di contratti ancora in corso, gli autori dichiarano che l’editore, da loro stessi contattato, dà il proprio consenso alla pubblicazione dei suddetti testi in questa rivista.


Rivista Alibi - Numero 12  

Il numero 12 contiene le opere dei seguenti autori: Franco Furia, Andrea Leonelli, Simone Carucci, Massimiliano Pricoco, Calamo Inchiostrato...

Rivista Alibi - Numero 12  

Il numero 12 contiene le opere dei seguenti autori: Franco Furia, Andrea Leonelli, Simone Carucci, Massimiliano Pricoco, Calamo Inchiostrato...

Advertisement