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Anno III - Numero 10 (Luglio/Settembre 2015)


Curatore Ciro Maiello

Progetto grafico della copertina Vincenzo D’Urso

Hanno collaborato a questo numero: Ludovico Polidattilo, Andrea Fabiani, Amina Narimi, Attilio Scatamacchia, Flavio Scaloni, Anna Corvo, Veronica Falco e Simone Carucci, Salvatore D’Antoni, Walter Ausiello, Calamo Inchiostrato, Massimiliano Pricoco, Livia Di Vona, Pietropaolo Morrone. La proprietà intellettuale di tutte le opere qui presentate resta agli autori.

Le illustrazioni di questo numero sono di SunnyParallax (sunnyparallax.deviantart.com)


QUANDO LE PALPEBRE DI LOREDANA CELARONO IL MONDO AGLI OCCHI E VICEVERSA di Ludovico Polidattilo Quel giorno un dio (un dio, pur inattivo, è bene sia sempre presente) dimenticò di assicurarsi che le leggi della fisica e il comune buon senso avessero provveduto a vincolare uomini e cose a un comportamento ragionevole. Avrebbe potuto accadere di tutto. Infatti era mercoledì. Segue una cronaca dettagliata degli eventi. Ore 9:15 AM: Un Terranova attraversa la strada camminando all’indietro. Non se ne avvede alcuno all’infuori del piccolo Dieter, il quale si pone carponi e principia a imitare il quadrupede suscitando l’ira di zia Leni che rimprovera il bambino imputandogli una condotta sconveniente per un membro della stimata famiglia cui appartiene.

Ore 9:57 AM: Il maniscalco Lothar raggiunge la locanda lasciando dietro di sé una scia di sangue. Egli ha infatti ferito se stesso inchiodandosi alla pianta dei piedi due ferri di cavallo. Giunto presso la locanda ordina rilassato un sidro. Quindi lo assapora con visibile e discretamente sonora soddisfazione.

Ore 10:11 AM: Il sole inizia a diffondere sul mondo una luce lilla. A pois verdi. Le superfici che rivestono le cose si adeguano. Il mondo diventa lilla a pois verdi. Alcuni maestri di stile e la maggior parte degli esteti attribuiscono all’autore dell’evento un gusto discutibile. Ore 10:47 AM: Nasce un bambino con sei dita per ogni mano. Viene chiamato Ludwig.

Ore 11:38 AM: I soldati impegnati al fronte cessano simultaneamente di combattere e altrettanto simultaneamente iniziano a recitare distici elegiaci. L’esametro che precede è di argomento larvatamente licenzioso. Il pentametro che segue elabora quanto precede conducendolo a sconfinare decisamente nel porno. L’apice lirico è accompagnato da gesti esplicativi.

Ore 12:00 AM: Le autorità locali iniziano a sospettare che qualcosa non vada. Viene riunito il consiglio degli abbienti, il cenacolo dei notabili, il gabinetto di crisi e il direttivo del club della canasta. Si incaricano i funzionari preposti a indagare di indagare. Essi, coerentemente, indagano.

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Nelle ore successive e per i quattordici giorni successivi alle ore successive, da una parte il mondo persevera nel proporsi quale teatro degli accadimenti più insoliti e bizzarri, dall’altra i funzionari preposti a indagare, pur profondendo energia, impegno, competenza ed esperienza ineguagliabili nell’indagine, non scoprono nulla. Ore 18:00 PM (quattordici giorni dopo, sempre di mercoledì, il giorno in cui può accadere di tutto): Una segnalazione induce i funzionari preposti a interrogare Loredana Iacono. Il fatto che la fanciulla non possegga un nome tedesco rappresenta di per sé motivo per non sottovalutare la segnalazione. Loredana viene interrogata mentre in piedi, al centro della piazza principale della cittadina, legge un libro aperto sostenuto con entrambe le mani. L’interrogatorio non sembra andare per il verso giusto. La ragazza, infatti, non risponde alle domande dei funzionari e prosegue imperterrita nella lettura. Reiterati inviti a rispondere, a fornire una spiegazione, un alibi, una cosa qualsiasi, non ottengono risultati rimarchevoli. Uno dei funzionari si accorge tuttavia che dalla bocca della fanciulla proviene un fiato, quasi un bisbiglìo. Le si ordina allora di alzare il tono della voce per renderlo udibile. Nulla. Un bisbiglìo. Il medesimo funzionario decide di avvicinarsi per accostare l’orecchio alla bocca della fanciulla così immersa nella propria lettura da apparire quasi estranea alla circostanza contingente e a quanto la circonda. Il suono sommesso diviene parola. La parola frase. La frase rivelazione. Ciò che la fanciulla dice corrisponde a quanto accade di insolito e bizzarro alla realtà. Ogni evento viene descritto mentre accade. Inizialmente ne viene ritenuto la registrazione. In seguito si propende per attribuirgli la natura di causa.

Ore 18:45 PM: Le forze di sicurezza, convocate d’urgenza, intimano a Loredana di cessare di leggere. Le palpebre di Loredana compiono il movimento che le porta a chiudersi sugli occhi, precludendone la facoltà di visione. In quel momento il mondo scompare. Molti aperitivi non vengono consumati interamente.

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POESIE di Andrea Fabiani IL MIO TRENO TRA UN’ORA Il mio treno tra un’ora. Il mio sedere seduto un’ora su questa panca caldissima. Il mio sedere seduto sudato su questa panca su cui male si campa per il caldo, ma soprattutto per il puzzo asfissiante della capra morta qui sotto. Chissà da quanto… Povera capra… E povero me un’ora intera sopra una panca sopra una capra crepata a leggere Keats aspettando un treno del mare che sarà pieno zeppo di ragazzini in bermuda di palloni di plastica di musica stupida. Quasi quasi ti invidio povera capra crepata sotto la panca che forse sei morta per niente, sola in un giorno d’estate, ma almeno non sai quant’è brutto essere vivi e attendere qualcosa di brutto.

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VIA DAL BACCANO

E poi vieni giù in motorino via dal baccano della festa del Gran Baccano e sfrecciando in giù getti la sigaretta che ti ha fumato il vento nel bosco e come per ogni altra scelta della tua vita ti chiedi se ne verrà un incendio o niente.

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SCRITTA

Sei bella, forse la più bella di sempre. E dici che non importa il tuo nome dici che posso deciderlo io il tuo nome, dici che posso decidere tutto quello che voglio, dici esattamente tutto quello che voglio perché tu sei una donna scritta, hai il viso scritto, le spalle scritte, il seno, i fianchi la pancia scritti, gli occhi color dell’inchiostro. Sono io che ti ho scritta e senza che te lo chieda mi tieni tra le gambe e i riccioli delle lettere di cui sei fatta e mi accarezzi le mani con le mani che ho scritto per accarezzarmi le mani. E facciamo l’amore proprio mentre lo scrivo e scrivo che è bello e che tu mi abbracci alla fine e mi dici grazie di avermi scritta proprio così e io piango. Davvero, non per iscritto. Perché ti amo e non sai che nulla si inventa in scrittura che se sono riuscito

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a scrivere te sul bianco di un foglio allora tu esisti da qualche parte realmente tu esisti. E ora ti prego non farmi scrivere cercami allora trovami e amami sul serio, non posso non basterebbe una vita per riuscire a trovarti, che tu sei scritta e non puoi saperlo ma sono almeno infiniti forse anche di pi첫 i mondi nascosti in una goccia di inchiostro.

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INUTILMENTE TI DIREI: NEVE di Amina Narimi Inutilmente ti direi «Neve», partendo dalla fisica dell’atomo, degli elettroni, ti direi i corridoi di volo, quota e direzione, che libertà non hanno intorno al nucleo. Inutilmente «Neve», ancor più dell’ossigeno che sta all’ottavo posto del sistema periodico e di un nucleo composto da 8 protoni, 8 neutroni, solo perché mi piace l’8 (sdraiato). Quarantanove e millemila come dell’amore i modi della neve, non solo qanik. «C’è un freddo straordinario, 18 gradi Celsius sotto zero, e nevica, e nella lingua che non è più la mia la neve è qanik, grossi cristalli quasi senza peso, che cadono in grande quantità e coprono la terra con uno strato di bianco gelo polverizzato»: inizia così Smilla e il senso della neve. L’occhio è pronto a inghiottire permanenti ghiacci di solitudine, come l’acqua, cieca, materna, l’hiku, ha appreso i dettagli, i loro morti scrivono il paesaggio: qanik, lingua di neve non mia bianchi cristalli cadono a terra bianco gelo polverizza alchimia 49 modi di neve, uno solo per guerra. Schivi anche i trichechi nel ghiaccio ipersensibili, se c’è un inverno di poco pesce possono essere imprevedibili assassini, rapidi che il mare cresce.

Smilla lo sa del tricheco e di sua madre, faceva l’amore e puliva le pelli, sparava in kayak come suo padre, finì nel killaq, una buca di ghiaccio e coltelli.

È idrofoba Smilla, ma adora quel ghiaccio che l’acqua nasconde, solida e percorribile come di Euclide il punto indivisibile, del tratto ogni distanza, che sinik è quel sonno che il viaggio misura spazio tempo e movimento, in tutta la stanza, nella nebbia raddoppia, nel nero di pioggia si fa fessura, la distanza europea è qualcos’altro, è un concetto per riformatori che trasforma il mondo in un metro. Smilla è una Inuk, possiede altri valori.

L’anima ha un suo luogo là sotto, di sassi e sonagli, approda al canto delle balene, all’antro caldo.

Gli occhi hanno imparato della neve il bianco dove il buio cresce, dove i ghiacci

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tagliano ombre, gli eschimesi pellicce, la bestia che noi lasciamo avvolgere dai gorghi… Ascolta… C’è una membrana lucente di breve durata che il vento e le onde infrangono presto, è il ghiaccio Frazil, un raffreddore, un piccolo taglio, un troppo lieve amore, un divenire inconsistente, è un fuoco che estingue le realtà improvvise… Frazil sono attimi di felicità.

«E il grease ice?» saponosa poltiglia in ricordi, come spugna s’imbeve e dilata, ché se non presti attenzione svirgoli in grumo, saliva, infine schiuma. I ghiacci assumono una spietata mimetica, banchi di blu e di neri, gli hikuaq e i puktaaq, i più pericolosi, acqua pura in fusione, pesante e profonda, così trasparenti galleggiano da scambiarsi il colore con l’acqua che li circonda, specchio che più non contiene, sembra invitarti all’essenza, la riconosci nel Segno, ma cela l’inganno, prende dal desiderio la forma e forma gli dà del desiderio, e quando credi di bere dal Seno, il ghiaccio duro ti chiude la vena. Sapere della corrente gli urti… sugli ivuniq, ci vuole equilibrio, la sua corda è legata al paese dal clima più duro del mondo, il funambolismo della sua razza ai pregiudizi, è la neve che il vento trasforma in barricate a proteggere il puro dalla profanazione, dal loro ricco delirio.

Ricorda allora che nella nebbia, gli agiuppiniq, i cumuli di neve si faranno metodo e vedetta per la sua slitta, infallibili come il tocco di un cieco… l’invisibile è quello che non appare a prima vista. «Così interpreti la neve nella nebbia? dai cumuli?». Così… risalendoli, poi di nuovo giù, come grani in braille sotto pelle, come dei sentimenti l’odore, la forma che a suo modo li mostra.

Del killaq non vorrei dire… ogni orlo, ogni perdita, le buche nel ghiaccio assassine… ferite aperte, ancora la foca morirà ballerina, la sua idrofobia, una vertigine tridimensionale, una realtà anatomica che la rende statua, il trauma che accadde alla madre che ancora la tira, e la attira nel gesto, fatti eventi rumori, in cui era chiamata a quel kayak, malgrado sé… Così dalla neve ha tratto la sua psicologia, il suo fenomeno, la trasformazione di qualcosa che già conosceva… a ripararsi dalla catastrofe. Gli eschimesi le cacciano nell’oceano le lance, l’isteria delle reti – le chiamano streghe. Sanno cosa vedono, occhi notturni, nudi – nodo vischioso di mari, un sale amaro attorno – il nervo, la fune tesa al fondo. 11


Al bianco incendiario del ghiaccio perenne si apre, si dona senza riserve, nel dono libertà, libera. È il sorriso Inuit, luce che dilaga dalla sua mente bianca, di chi sa vedere una persona com’è.

Scende neve nuova… presto quest’anno, vicino ai Santi, andiamo a lasciar traccia? a saltare il nostro gioco migliore? Guarda! La neve turbina quei grossi cristalli d’argento a coprire la terra di bianco polverizzato… «Andiamo, sì, ma come si fa?». «Si salta così, sulla superficie di neve pulita. Tu aspetti, girato dall’altra parte, e dopo ricostruisci i salti dalle orme lasciate sulla neve nuova». Mi pare di vederti! un giro e mezzo in aria, atterraggio su un piede solo, poi torni indietro sulle sue orme, eh? Ma ogni volta, ogni volta lo sai che t’indovino!!!

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OBLIO di Attilio Scatamacchia Intellegibile irriguo elastico accarezzi magica la schiera di mimose che ti ride affianco; turgida e immatura cavalchi immemore radiazioni sonore immerse nel fango intimo, illustre carico di storia, tenue lascito ingovernabile laido stuolo di insofferenza, mentre la logica cede il passo alla follia, filosofia di Kierkegaard, placido assalto della mente, goffo stipite suadente, taciturna irridi la sorte, dentro un letto d’ospedale. Madida istighi il caos materico mistico infallibile governo della mente istrice immanente legante idraulico, ingovernabile suono asfittico, costringi i tuoi pensieri a rimanere confinati in una stanza d’albergo, metope che rimbalzano lungo i tramezzi, irrigua assenza di densità, materico istrionico accumulo di forza di gravità, mentre suoni ineludibili mantengono alti i livelli di attenzione e l’adrenalina scorre liquida dentro le vene, salnitro rancido che detta le regole della letteratura; Franco e Giovanna guardano la televisione in silenzio, per ore, passandoci attraverso, ostentando una attenzione innegabilmente falsa, mentre regole di infermeria austenitica inondano di pillole palati secchi, succedanei di follie allergologiche, lanterne satinate, zincate a caldo masticano inquietudine radente, sparata come missili terraaria dentro vene automatiche senzienti, violacee a comando, al tatto del primo polpastrello utile mentre piedi vanno e vengono, sandali bianco sporco si annunciano dal vano scala, vacui odori di anilina denaturata invadono narici ormai assuefatte, aghi suadenti invitano a una dieresi notturna, una pausa organica, un orgasmo asfittico, una erezione irrisolta, fastidiosa, o non richiesta; un ricordo lontano che affiora, un respiro irregolare una maschera di fango alle erbe, comunque qualcosa di indistinto, di ingovernabile che subito si immerge, o si sommerge al di sotto della propria linea di galleggiamento, dentro il mare in burrasca. Un raggio di sole cade illibato, inutile resistenza al fuoco al centro della stanza che governa placido i movimenti del tripode traballante, tattile istituto critico, deambulatore/deambulazione spinto/a alle estreme conseguenze, il calore che si espande in una trasformazione isoentropica dietro la linea del fronte, Verdun a cavallo del caos, dietro il confine belga, gas nervino distillato nel gas nervino, ricordi che affiorano dentro troppe notti insonni: un cecchino dagli occhi di ghiaccio ricarica il fucile di precisione dentro la feritoia di una casamatta, accatasta certezze matematiche dentro deiezioni solide, immatura consapevolezza, fango che si offusca dentro la memoria, ore di sonno irrecuperabili, perenne assalto alla branda, tra turni di notte, bombardamenti placidi, colpi di fucile sparati a caso, dentro il mar Caspio, richiamo di vettovaglie, illusioni di immagini, aurore boreali, incidenti diplomatici commessi in epoca preistorica, salnitro, acido cianidrico.

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Era il 1972, o il ‘73 non ricordo più bene, Francesca, mia figlia, insegnava matematica in un liceo di Torino; era di ruolo, la musica psicadelica prendeva piede in quegli anni… Psichedelica… Come? Psichedelica, si dice psichedelica. È lo stesso. No, non credo. Le brigate rosse… Sì, lo so. Cosa? Dicevo che lo so, un giorno qualcuno delle brigate rosse ha minacciato di gambizzarti se avessi continuato a pubblicare articoli su quell’argomento. Tu hai avuto paura quando ti ha fatto vedere la rivoltella e il giorno dopo hai trovato il cofano della FIAT 850 sfregiato dall’acido muriatico, o era acido cianidrico? E da allora hai smesso di fare il giornalista. ? … mmh, già. No, muriatico. L’acido cianidrico è un gas. Te l’avevo detto altre volte? Sì, ma fa lo stesso; scusa vado a pisciare.

Nebulosa asintomatica sindrome empatica cartella clinica immaginifica dieresi incostante, remote dialisi distillano gli organi interni, lastrico evocativo linoleum sconnesso, porte tagliafuoco si aprono e si chiudono al passaggio dei portantini, ombre capovolte, lente sillogi sopra il soffitto che tremolano alla luce di una candela profumata, bassa consumata dal rumore dei gruppi di continuità, che alternano il flusso delle sale operatorie, drastica sollecitudine, cannule di ossigeno, attacchi di gas tecnici sulla testata del letto, corpi trincerati sotto le lenzuola sterilizzate a vapore ad alta pressione; caldo opprimente mentre fuori piove o nevica o grandina sui tetti delle automobili in sosta a pagamento, in sosta vietata, paralisi alternata, mentre si cammina a targhe fraterne, tra i corridoi lungimiranti bianchi, piombati del reparto di radiologia frenologia, utopia distopia, misantropia, urologia. Vuoi fumare?

Vanno e vengono le apostrofi sintattiche anacoluti provocatori a decantare la base del cranio; un messaggio, un altro, richiami sonori si accumulano nella memoria del telefono isterico, individualista, triceratopo urlante in linguaggio morse, mentre treni di numeri su base binaria foderano di consuetudine il calcolo infinitesimale. Cerotto amaranto: Metropolis (1927) proiettato sui muri falansterici delle colline umide di adrenalina, urlante prolissa immagine di rivoluzione concettuale, baratro 15


mentale isteria autunnale prolegomeno minimalista di una natura irretita dalle piaghe da decubito, pastoia burocratica, anima indolente alla ricerca di una via d’uscita immanente, tardo medievale, cavalieri erranti alla scoperta di Sirio, volgare volgere del tempo, intima assunzione di colpa, autoafflizione di pena, immaginifica immagine di sé, capovolta in uno specchio concavo (o convesso? non ricordo più bene) spara Juri, spara attraverso la decadenza dei tuoi sguardi, prismi ottici alla ricerca del proprio indice di rifrazione, partita fraudolenta vivere o morire, oltrepassando una linea tracciata per terra con la canna dello sten, per una giusta causa, una continua lotta con la propria coscienza, lotta armata come costruzione della coscienza civica: ė questo che intendo, un dolore che viene dai piedi, attraverso le scarpe rotte, vedette isteriche, attacchi frontali alla propria coscienza, pensiero solido, acqua marcia, retorica azzerata al minimo indispensabile.

Piove da alcuni giorni ormai, mentre pozzanghere traslucide si riflettono sui tetti delle case, alcune delle quali ancora in costruzione. Nell’ipotenusa tracciata dal caso, il mio piano inclinato tracima oltre la stretta cannula di ossigeno che mi percorre le narici, secche di adrenalina, sature di barbiturici. Sale la mia voglia di uscire e di avere rapporti sessuali: una lucida consuetudine. Mi spoglio nuda e rivedo il mio corpo, nitido com’era trenta lunghi anni fa; porto la mano sul mio sesso, ma solo per scoprire che c’è, che c’è ancora, ne sento l’odore: ed è tutto. Franco si gira per un attimo, non ė più il giovane combattente di un tempo: Che fai? Non rispondo, non servirebbe, non mi interessa, non gli interessa non può più interessargli, troppo poco sangue nelle vene, troppi medici in corsia, che appesantiscono la mente, i pensieri, il corpo. Già ė girato verso la luce dello schermo vuoto, parole dal profondo gettate nell’ombra; un jingle pubblicitario evade dalle casse laterali, indifferente.

Dedico la mia decadenza a una falda surrettizia, materica diastole, correndo livida lungo il corridoio vergine di capisala e di portantini. Infermieri in tenuta d’assalto gesticolano tra le retrovie allineando odori acidi dentro limiti invalicabili. Mescolo liquida la mia assenza di gravità con l’evidenza del volo intergenerazionale, mentre salto nel tempo alla ricerca di una fuga verso l’indistinto, immobile armonia sillogico mantice immorale, respiro cosmico blaterato tra le vesti madide di tessuto colloidale. Sorpasso i poliziotti di piantone sulla porta del reparto, gridano sorpresi armati ma immaturi, inadatti al volo, volgari tumefazioni del caso avvolte in diverse spire di piombo, panificazione notturna pensiero mattutino – so che non possono sparare 16


a una donna disarmata nuda di miele e di rabbia –, magari un’altra volta in un isterico abbraccio alla solida assuefazione della quotidianità, vedremo vivere la falsità dietro impostori dannunziani, mentre cadono muri certezze, verità caligine, canizie lidi mistici, volgarità, prefiche profetiche a cavallo della dittatura. Si aprono finestre durante la corsa all’oro, quasi inconsapevolmente, a volte sottovalutiamo l’aiuto degli uomini delle pulizie. Navigo oltre il vento spinta nel territorio illustre della non-conoscenza, urla dietro la mia nuca stridono tra la polvere dei muri arroventati dal sole passato, immeritevole intonaco fatiscente: anni e anni di incuria cariati dalle gare d’appalto saranno pure serviti a qualcosa, trenta metri di caduta para-verticale nulla è impossibile; l’immagine traslucida di una pozzanghera vasta quanto il mare di Baren immaginata due giorni fa si visualizza concreta, una piscina profonda, olimpionico assenso meritevole grazia, osare conviene, nulla è veramente impossibile. Nulla ė veramente impossibile.

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POESIE di Flavio Scaloni Una ghirlanda di lucciole scia setosa dell’infanzia tra i rami di bosso e di mirto. Grotte inquiete nelle pieghe della memoria i miei giorni stupidi rubati. ***

Cadono pomodori di neve questa mattina alla stazione. I nembi delle odiate montagne ti salutano cosĂŹ: una bianca pummarola. ***

Sono scese pennellate gravide di grigio lupo e bianco agnello. Proiettano una vecchia pellicola, borsalini e colli di pelliccia. Le ginestre in fiore col trucco pesante sussurrano furbamente di una primavera un po’ coquette. ***

Devo mettermi al riparo da questo scirocco che spira dal Sud della mia coscienza e scuote le notti nella tenda del campo

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lungo il cammino della certezza. ***

Vorrei cogliere le stelle una a una, quelle mature, e metterle nel paniere di vimini. A casa ci farei una marmellata di luce da spalmare sul pane sciapo le sere d’inverno davanti alla TV. ***

Non c’è un modo che la mente insegni per eludere la violenza del fiore in questo aprile carico di gocce e di passione. ***

I cachè deglutiti con il solito bourbon non cancellano l’ambaradan della memoria. Meglio stendersi su di un letto di tromboncini aspettando il sonno di Biancaneve. 19


PAESAGGIO URBANO di Anna Corvo Un fischio mi fece alzare lo sguardo. Non vidi nulla. Udii solo uno scroscio di cascata metallica. Milano-Venezia delle 14.35. Pendolari. All’orizzonte, il bagliore di qualche vetro giù in città e la consueta foschia che avvolgeva lo zigzagante panorama urbano. Giorni come tanti. ***

Sul viso una brezza leggera, richiudo gli occhi, appoggio il capo al muro ruvido, torno a godermi il tepore di un sole pallido. Davanti a me asfalto a cazzo, ghiaia, polvere, vegetazione incolta che spunta un po’ dappertutto. A sinistra, un grosso albero incita una disordinata schiera di compagni alla riconquista di preziosi metri di terreno. Fronteggia i resti di due bassi caseggiati, vecchi magazzini, allungando i rami nodosi tra i profili squadrati delle serrande. Sembra vincere. L’albero, non so che albero sia; non mi intendo di botanica. Mi scuoto. Allora, vediamo: cartina, accendino. Guardo la fiamma ballare lenta tra indice e pollice. Sigaretta… il filtro, mai possibile che non trovo il filtro… ah ecco, filtro, tutto. Chiudo, accendo, inspiro. Sono nel Mio Regno. Il Regno: pochi metri quadrati di piastrellato salmone sporco, sedia pieghevole, da campeggio, portacose in latta. Contenuto: cartine, smezzi, accendini, filtri, paine, cazzate. Annaffiatoio già in dotazione. Un vaso. Ospite del vaso: Clorinda, la pianta, improbabile sopravvissuta. Insomma, un terrazzino. Terrazzino al secondo piano di via Solenizzi 15, palazzina color giallo scrosto. Affitto euro 450. Zona Stazione. Scoprirlo è stata una svolta. Il luogo proibito dell’infanzia. “Agibilità non a norma, causa ringhiera bassa e malferma” firmato Ing. La Madre. Più che sensato direi; non amo il pericolo. Eppure un giorno, quasi per caso, ero inciampato nella temutissima piaga moderna del tabagismo per poi, a dirla tutta, cadere nella ancor più infausta colpa della delinquenza tossicodipendente da droghe leggere. Ed ecco il Regno; vitale l’angolo cicchetta per ogni fumatore. Danno ai polmoni/neuroni, a quanto dicono, “da pentirsene”. L’eco lontana di un’inarrestabile caoticità, come una radio, tiene compagnia, è lo sguardo del pendolare che passa e, solo per un attimo, ferma la sua corsa per guardare con invidia quell’attimo di pace, unica voce, oltre alle tasse, che compare tra le trattenute del suo stipendio. Momenti “da gustarsene”, dico io. La mia radio passa “A Cup Of Coffee”- Dj Okawary

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Boccheggio ancora un po’, guardo l’ora, maledizione è già tardi, devo andare o perdo il treno. Oggi non è un giorno come tanti, oggi s’ha da fare. Maglietta, scarpe, cappuccio, chiavi. E rivista, importante la rivista. Tutto. Esco. ***

La stazione, il solito caos. A sinistra un paio di squallidi negozietti, universalmente uguali a tanti altri in altrettanti identici tranvia, dall’onto del bancone al sorriso nervoso della commessa. Incorniciano il caotico tran tran dell’atrio. Sulla destra, due tristi fette di pizza, abbandonate dietro a una vetrinetta, mi guardano penosamente, pregandomi di mangiarle per mettere così fine alla loro agonizzante esistenza di cibo spazzatura. Tabacchi. «Un biglietto andata e ritorno Lambrate e Camel da 20, blu, pacchetto morbido». «8 e 80». «Grazie, buona giornata». C’è gente a quest’ora, si torna a casa dal lavoro. Binario affollato. Pieno di pendolari stanchi e nervosi per l’attesa. Anch’io dovrei esserlo, oggi è un giorno importante, ma no, non sono nervoso. Oggi, più del solito, mi sembra di muovermi lentamente in un mondo di alienati. Gente che arriva, gente che parte. Sarà che sono nato vicino alla ferrovia, ma i treni mi piacciono parecchio, sono l’ultimo posto che lascia ancora spazio a noi stessi. Se togli i turisti – odio i turisti – che alla fine fan parte dello sfondo quanto il Tabacchi, i treni, gli squallidi negozietti e le pizze, quello che rimane è solo un insieme di tante intime solitudini. Puntuali pendolari con valigette piene di scadenze improrogabili, costretti all’attesa, se ne stanno lì, in piedi, sulla banchina, ad aspettare. Scomodi per tirare fuori il computer, stanchi per leggere, scazzati per conversare. Costretti a impegnare la mente, persi nei loro pensieri di sogni, preoccupazioni, progetti accantonati nell’affaccendarsi quotidiano, un paradiso privato che solo l’anonimato celato dalla moltitudine può regalare. E tu sei uno dei tanti in mezzo ai più, tutti uguali, ti guardi dentro, come se il tuo io fosse un programma tv, giusto perché fuori non c’è altro da vedere se non il riflesso costante di un’attesa senza forma. Ah, ecco che arriva… che fastidio il rumore dei fottuti freni tirati! Individuo la porta, butto la siga, mi insinuo tra la folla che mi trascina con sé, a peso morto, verso i sedili. Mi siedo. Si parte. Dieci minuti e arrivo, non a destinazione, no, per quello c’è tempo. Prima una piccola pausa. «Pioltello» gracchia la voce dall’interfono. Arrivato. Il mio i-pod passa “Big City Life”- Mattafix Il clima di inizio autunno mi accompagna, mentre mi stringo nel cappotto e tengo

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forte la copertina patinata protetta dalla tasca interna. Imbocco la strada per la casa di Spino. Un’ombra improvvisa mi segnala la destinazione. Alzo gli occhi verso il gigante grigio che anche lontano già oscura il sole. Alle sue spalle, netto è il contrasto, il cielo spunta ancora più blu. L’ombra della torre infatti inizia ben prima che ne possa distinguere l’ingresso. Piano mi viene incontro, a scatti e sempre più grande, l’immagine di un’alta ossatura longilinea intervallata da file di balconi, anteprime di vita. Un alveare di miseria composto da piccoli quadri di miseria, alcuni colorati dai panni stesi, altri sommersi di mobili e ciarpame, altri ancora vuoti, desolanti, senza illusione. Busso. La serratura scatta. «Ciao bello». «Wella! Come mai da ‘ste parti?». «Rifornimenti». «Dai, vieni, sei arrivato al momento giusto, mi stavo fumando una pipa, vuoi?». Bella storia. Punto il divano, come sempre, e mi ci lancio. La casa è una piccola composizione di stanze rettangolari di diverse misure. Per quanto il mio amico ci abbia messo impegno, il suo sgangherato mobilio, i poster e i batik appesi non riescono ad arginare il desiderio di spersonalizzazione della casa. Ne risulta uno strano effetto, gli oggetti sembrano sentirsi tutti a disagio, fuori posto, in un ambiente che non li desidera. Spino, che ha già scremato, parte a raffica: «Insomma, venerdì, dopo che te ne sei andato, ho visto questo gran bel pezzo di fica…», sempre pensare alla fica lui. «Intanto, staccami qualcosa da fumare». Inizio a tirare, l’acqua gorgoglia piano mentre il fumo si appresta a salire; lento. «… alla fine sai cosa mi dice? Se mi regali una busta facciamo tutto…». Stacco e tiro. Su, di un colpo. Mentre inspiro stringo i polmoni; trattengo. Il cervello si lascia andare, respira; piano. Il suo attimo di pace. «Ma ti rendi conto queste cazzo di nuove generazioni?!». «Spino dai, niente menate, non è giornata… tieni, fanne un’altra. E lì ci sono i soldi». «Cazzo hai?» il mio amico sembra vedermi solo ora da quando sono entrato. Stacca per un attimo gli occhi dalla pipa in vetro e mi fissa, incuriosito, dall’interno di una maglietta Parental Advisor. Gliel’ho regalata io. Strano, non sono tipo da regali. «Niente, paranoie. Oggi mi sembra tutto più merda del solito. Uno di quei giorni in cui ti sembra che al peggio non ci sarà mai fine. Di’, ti capita mai? Il peggio del peggio, dico». Una luce d’interesse balena, per un secondo, tra gli occhi scuri di Spino. Abbassa lo sguardo su quello che sta facendo e la voce si fa seria: «Peggio di così? Non so, ecco… diciamo che, se prendiamo per vero il detto secondo cui al peggio non c’è mai fine, allora, forse, potrei dire che, magari, più che navigare tra 23


il peggio del peggio veleggio ancora tra il meglio del peggio». Mi guarda in modo beffardo e accende. «Sì, ecco, poi bisogna ben vedere cosa si intende per “non ha mai fine”, che lettura applichi allo spazio del tuo tempo». «In che senso?». Una spirale evanescente di fumo si aggiunge alla nebbia fitta accomodata sopra le nostre teste. «Nel senso: possiamo immaginare che il peggio non abbia fine in quanto sia una sorta di graduatoria infinita, come una sorta di retta che da una parte sale verso il meglio del meglio, dall’altra si butta in giù, senza freni e, appunto, senza fine verso il peggio del peggio». Ma che diamine… «Oppure possiamo pensare che la nostra graduatoria del peggio viaggi lungo una traiettoria circolare» Spino fa le virgolette per aria, con le dita, con un colpo di reni si tira su dal divano e assume la postura da argomenti seri. «In questo caso ci troveremmo in un circolo perpetuo di merda senza peggio e senza meglio». Ormai è partito, si anima gesticolando, tutto agitato. E fuma. «Arrivando alla fine del peggio ti ritroveresti all’inizio, dove ci sta il meglio, sempre punto e a capo, magari con la voglia di colpo in testa a un giro in più». Tieni va, fai un po’ di tiri che è meglio. «In questo caso, però, potremmo dire che non c’è né meglio né peggio, e neanche il meglio del peggio e il peggio del meglio, solo una grande sbatta di percorso. Potresti capire che, se la merda di un problema ti sotterra, d’un tratto, in un piano con un’altra geometria la tua fissa, il tuo chiodo, il punto fermo nel quadro del tuo problema, magari non è che una fottuta piramide vista dall’alto ricoperta di cioccolato che sembra merda». Te, mica penserai di aver detto qualcosa di comprensibile. «Flatlandia, presente?». «Non sono sicuro, ma non sta’ a ripetermi, please». I bassi dello stereo rimbombano sulla cover di “Urlo Negro”- Mike Patton «Di’, ti sembra che nella tua vita stai applicando una lettura, diciamo, circolare o rettilinea?». «Direi che, se alla fine mi ritrovo sempre qui, ad ascoltare le tue cagate, missà che sto in un circolo vizioso di fattanza decisamente senza uscita!». Spino si alza di scatto per spalancare la finestra, la nebbia ci ha ormai inglobato in una atmosfera opaca senza contorni, l’unica cosa che qui sembra avere spessore è la voluttuosità della nostra noia. Si gira di scatto, con lo spino in bocca, spigolosamente si tira su le braghe e sputa fumo tenendo stretto il filtro tra le labbra. Mi punta addosso 24


i suoi occhi scuri. È un ragazzo alto, dinoccolato e se la maglietta posa bene sulle spalle larghe, per il resto lo avviluppa, così come le braghe, in un look senza forma. Ancora mi fissa: «Guarda che è una cosa seria!». Mi alzo anch’io, mettendo fine al discorso: «No no, non c’ho tempo. Vado». Non posso permettermi di farmi inglobare dal divano, oggi non è giornata per stare a cazzeggiare, oggi s’ha da fare. «Vai? Dove?». «Sì vecchio, ho da fare giù a Milano». Ecco, vediamo di non dimenticarci niente. Il tavolino è un caos tra posacenere stracolmi, resti di biscotti, fogli volanti, alcuni anche miei, scrigni per perle di fattanza. Il mio accendino, cartine… «E quella?» indica Spino. «Cosa?». «Che fai, ci debutti come intellettuale? Non è una rivista per scrittori amatoriali?». «L’ho trovata, almeno in treno ho da leggere. Poi senti chi parla, Pitagora del cazzo, geometria del peggio e del meglio, eh». Ancora quegli occhi scuri e fissi su di me. Vado. ***

Di nuovo al binario. Attesa. In questa stazione non c’è proprio un cazzo, un cazzo di nulla, ce n’è così tanto di nulla che qui sembra prendere forma, vuoto testimoniato dalla noia di brutte tag ai muri e dalle scritte di qualche mio compagno fumatore. Non lo chiamerei degrado, no. Piuttosto, espressione di una materica mancanza. Mancanza di cosa ancora non lo so. Il vagone è pieno, ma c’è uno scomparto di posti liberi. Mi siedo. Il treno si avvia stancamente, guardo fuori, le immagini iniziare a scorrere lente. Cazzeggio. Qualcosa mi distrae. Mi appiglio. Una fiumana; no, davvero, una fiumana di parole. Un signore, sui quaranta, forse cinquanta portati bene, si agita tutto. Sta al telefono. «Cosa?! Non ci credo…» che conversazione plastica. «Sul lago?»… «La multa fattela mandare a casa. Ah, ma adesso?! Ce l’hanno loro?». La patente, potrei giurarci. Classiche conversazioni da sfighe minori, teatrini di altre quotidianità. «Va bene, ci sentiamo dopo». Passaggio controllore dall’andamento deciso, decisamente scocciato. Chissene. Chiudo gli occhi. Ma che cazzo di odore… cosa… Un tipo si è seduto di fronte a me, un vecchio, un barbone. Jeans, giubbotto verde, troppo pesante per la stagione. Barba incolta, capelli spettinati, cuffia nera. Occhi azzurri, chiari, chiarissimi. Mi sorride e si guarda intorno. Si sporge sul corridoio, osserva da un lato e dall’altro.

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Intanto, l’altro chiama Giulio – quello della multa si chiama Giulio –, ma non ascolto più, ho un brutto presentimento. Pessimo. Infatti, eccolo. Controllore in arrivo. Dritto verso di noi. «Biglietti, prego». Barba incolta mi guarda. Sì, lo so già che non hai il biglietto, ma io che ci posso fare? Non smette comunque di sorridere, calmo. Si fruga nelle tasche, giubbotto, jeans, davanti, dietro. Guarda il controllore pacificamente. Il controllore aspetta, sussiegoso. «Non ce l’ho, ma scendo alla prossima». «Come non ce l’ha? L’avevo già capito vedendola da lontano. Documenti». «La prego, sia gentile. Non avevamo abbastanza soldi e ne abbiamo fatto uno in due». Eh? Cazzo sta dicendo?! Lo guardo dritto, sgrano gli occhi. Ma che cazzo sorridi! «No, guardi, io non ne so niente». Dentro la precisa uniforme blu scuro, quest’uomo brizzolato e pallido, mi fissa da dietro un paio di occhialetti squadrati. Montatura sottile. Ha un aspetto sentenzioso. Realizzo: l’uomo che ho davanti si è trasformato in un attimo da comparsa quotidiana sulla scena dei cazzi miei a inatteso angoscioso antagonista. «Innanzitutto, vediamo questo biglietto. E comunque, i documenti me li date lo stesso». «Sì, ecco. Però lui non è con me!» dico porgendogli il biglietto. Studio preciso. «Questo non è valido. Che ore sono? Lo hai timbrato alle13.35, questo è il treno successivo». Ma che menate. «Sì beh, è passata solo un’ora. Sono dovuto scendere a Pioltello e poi ho ripreso quello dopo. La tratta è uguale, ho fatto solo un biglietto unico». Occhialetti interrogativi. «Sì, sono salito con lui a Pioltello» fa il vecchio straccione e ancora sorride, imperturbabile. Ma, dio cristo, cosa cazzo vuole ‘sto qui?! «Bene, per ora venite con me dietro il divisorio. Stiamo disturbando quelli che, invece, il biglietto ce l’hanno». Lo stronzo si alza tranquillamente e fissandomi mi sussurra che è tutto ok, tutto a posto. Per un attimo mi perdo in un orizzonte azzurro di purezza: placidità di mare che inciampa sopra le gote increspando equilibrate rughe di saggezza. Mi scuoto, solo un secondo, per tornare allo sguardo di attesa di occhialetti impazienti. Te, già fai un mestiere di merda, pure gli occhialetti da stronzo dovevi sceglierti. Che cazzo di sfiga. «Sì, ma io non lo conosco…» balbetto sapendo già che non avrò risposta. Devo seguirlo, forse in disparte posso risolvere la questione. Una fila di teste chine e disinteressate, cervelli stanchi impegnati in intime solitudini, mi fa strada lungo il vagone. Pendolari. Dietro il divisorio la situazione non migliora, proprio per niente. Il rompicoglioni va avanti con una serie confusa di per26


ché e percome. Sul rispetto e il dovere, sui soldi dei contribuenti, sul chi crediamo di essere noi. E io, di rimando, sul cosa c’entro, sulla pignoleria e il venire incontro in un periodo così. Mi agito. Quell’altro là, appoggiato alla parete del bagno, occhi al cielo. E più mi agito più la punteggiatura dei miei discorsi lascia spazio a volgarità. E questo stronzo neanche mi fa parlare e vuole i miei documenti. Io, cazzo, i miei documenti non te li posso dare. Non oggi, cazzo, oggi no. E il barbone che sorride, fottuto pazzo! E l’altro che insiste. Bestemmie. «Senti, avverti in stazione che tra due minuti siamo lì, che mi aspettino sulla banchina. Ci sono i soliti furbi senza documenti». No, porca troia, no. Gli sbirri no. Se mi perquano sono fottuto. Anzi, sono fottuto in ogni caso perché non posso più rimandare, era questo il giorno. Sento che sto per esplodere, lacrime che salgono. Lentamente, il treno inizia a frenare. Il baricentro delle mie spalle si sposta pigramente in avanti per mantenere l’equilibrio, orribilmente troppo vicino alla fonte di questa sgradevole sorte maleodorante. Sento una bonarietà firmata azzurro mare squadrare la mia figura, un sussurro: «dai, forse, è meglio così». Lo stupore di una frase casuale che sembra conoscere il mio destino mi colpisce, ma i freni tirati mi richiamano alla realtà. Siamo arrivati. Il controllore ci precede saltando sulla banchina, vuota. Intanto, la fila di teste chine, adesso in piedi, mi schiaccia contro il mio compagno di disavventura per farsi largo e scendere incontro alla propria quotidianità. Io non riesco a capire se la mia sorte è davvero in ritardo oppure è lì, che mi viene incontro. Un gomito impaziente altezza cellulare mi urta. «Cosa???» urla a tutto volume, «ma te l’hanno ritirata davvero per due bicchieri?». Ecco, patente! Sapevo che gliel’avevano fatta. Ah-ah! Forse è un segno, forse è il mio momento. Non mi faccio fregare, cazzo, non posso. Non oggi. Mi infilo dietro al coglione che ha appena messo piede sulla terra ferma. Lancio un occhio alla divisa che fissa l’orizzonte. L’occhialetto coglie il mio movimento fulmineo e scatta allungando la mano verso il cappuccio della mia felpa. Troppo tardi. Rapido sono saltato sul binario. In un attimo sono di là, sulla banchina di fronte. Volto le spalle a quella parentesi di pignoleria e fuggo. Mi riverso in una corsa che non desta stupore agli orologi della stazione, ormai avvezzi ai ritardi degli studenti. ***

Cammino a testa bassa, rintanato nel cappuccio, per le vie di Milano. Conosco la strada, ho studiato il percorso, e i piedi sfilano uno davanti all’altro in totale autonomia. Sono sicuro di ciò che sto per fare, ma questo non impedisce al mio stomaco di fare commenti. Si agita e si rivolta, si stringe attorno alle viscere e pungola il cervello che,

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di contro, si barrica in un silenzio irremovibile e non lascia voce al suo timoroso compagno. L’assedio prosegue fino all’arrivo sul campo d’azione. Non si torna indietro. Cervello e stomaco si conciliano solennemente uniti di fronte alla porta che mi separa dal mio destino. Inspirano all’unisono per assaporare e imprimersi nella memoria quest’ultimo attimo di vita conosciuta. Suono. Il rumore del traffico sottostante mi spinge in un salotto immerso tra il porpora del tappeto persiano e le stucchevoli cornici. Vecchie stampe impolverate fissano dalle pareti una pesante libreria che, sul fondo della stanza, stenta a trattenere tomi di scarso interesse. Un’enciclopedia in XIII volumi troneggia sull’ultimo ripiano. Dentro di me tutto tace. «Una tazza di tè, caro?». «Sì, grazie». Mi accomodo al lucido tavolo di legno rotondo che occupa gran parte del salotto e osservo la vecchia scomparire dietro la porta del cucinino che affaccia sul salotto. La sua voce arriva ovattata al di là della parete. «Pensavo che dopo la pensione si sarebbero dimenticati tutti di me e invece ogni tanto c’è ancora qualcuno che viene a trovarmi, come te adesso». Mi si scoperchia un vaso di ricordi. «Sai, non pensavo ti fossi affezionato alla tua vecchia insegnate. Di ex alunni ne sono passati, ma di altro genere, diciamo. Landini, Pessotti, la Marta Migliorini, te la ricordi? Ma mi fa piacere che tu sia passato» mi dice un viso di vecchia che ricompare nella stanza, dietro un vassoio fumante. Anch’io, dentro di me, inizio, a mio modo, a fumare, ma non nel senso che vorrei. Me li ricordo bene tutti quei nomi, quelle facce. Il meglio del meglio, a seconda dei punti di vista. Gente troppo presa a strafare per chiedersi se fosse quella loro obbligata necessità a renderli, poi, davvero migliori. «La Marta, sai, lei è diventata qualcuno, ora lavora al San Raffaele, fa ricerca col dottor Mosconi, il primario di chirurgia; e Matteo, quel bel ragazzo, sempre elegante, lui fa l’ingegnere meccanico per una grossa azienda, ha ricevuto anche diverse proposte di lavoro all’estero. Ma dimmi, dimmi di te». Ecco, ora il vaso si è rotto e i ricordi affiorano più vividi. «In realtà, non c’è molto da dire, al momento sono disoccupato». Io fuori dal cancello, dopo la campanella, a fumare mille chiodi, sparare cazzate e loro dentro con le mani alzate, le risposte pronte. «Beh, certo, senza titolo di studio oltre al diploma, è difficile trovare qualcosa. Chissà, magari se ai tempi ti fossi applicato di più…». Fastidio. Sorseggio lentamente dalla mia tazza. «Avevi tutte le potenzialità, ma si sa come sono le distrazioni in gioventù. Lo si 28


rimpiange sempre dopo». Mi sembra di scorgere un sorriso velato, subito dissimulato in labbra arricciate. Uno spillone si infila nel costato senza rumore e trova spazio nello stomaco, ora duro, deciso come marmo. «Sì beh, in realtà non ho molto da rimproverarmi. Anche se, alla fine, il suo augurio di futuro senza speranza ha trovato riscontro». Due occhi stupiditi, sospesi nell’incomprensione, mi interrogano. «Certo, ho dovuto superare anni di rimproveri non richiesti e disapprovazione. Occhiatacce infauste e previsioni di fallimento. Mentre gli altri, dritti, si incanalavano in una vita priva di deviazioni, io in tutte quelle giornate piene di noia, in tutto quel vuoto, quel tempo morto, ho trovato qualcosa di prezioso e inestimabile, ho assunto volume. Sinceramente, mi avete messo un timore così fottuto per la mancata potenzialità della mia vita, da costringermi a ripiegare nel retrobottega del dubbio e dello stallo. E lontano da occhi severi, bloccato nella mia stessa esistenza, ho spogliato la fonte di tutto questo agognare e non ho trovato che il gusto delicato della leggerezza; poi, in realtà, una verità molto più grave di un futuro a villetta a schiera, di moglie e figli a carico». «Ma cosa stai farneticando? Cosa dici?! Ti sei drogato?!». Con uno scatto scocciato la vecchia si alza e avanza uno sguardo severo, intransigente, in uno sprezzo molto più imponente della sua minuta e indifesa corporatura. «Venire qui, in casa mia, con tali volgari mistificazioni…» si volta, amareggiata, desiderosa di mandarmi via e anch’io mi alzo. «Sa, al giorno d’oggi senza un titolo da siglare e piazzare davanti al mio nome, senza professione, famiglia, senza un futuro in cui collocare la mia identità, io non sono nessuno, così mediocre da finire tra i dimenticabili e gli invisibili. Ma oggi, proprio oggi, questa sarà la mia via d’uscita». Dal cappotto estraggo la copertina patinata, ancor più lucida del tavolo su cui tonfa, gridando vendetta! Esplode, trionfante, violento, il mio momento, la ribalta per la mia superiorità. Glorioso della mia amarezza, fisso l’anziana bocca, stupita, ciondolare nel vuoto e le spalle, intimorite, stringersi indolenti davanti all’inevitabile: «io… io, non so cosa dire». «Lei ha rubato, rubato la mia poesia!» mi ricompongo davanti alla piccola statua indifesa, ormai confinata in un angolo. «Le dirò io una cosa, mia cara professoressa. Tra tutte le sue eccellenze, solo io avevo realmente delle qualità, un valore. E lei lo sapeva, tant’è che me l’ha rubato, dall’alto del suo disprezzo infame!». È un attimo impugnare il manico che fin qui ha accompagnato la rivista nella tasca, senza esitazione. Mettere una mano sulla bocca ammutolita, bloccare con l’avambraccio le spalle e fare scattare la lama. 29


È un sibilo nell’orecchio, un sussurro freddo che annoda fermamente la parte sottratta e la riconduce al suo posto, a completare il proprio tesoro. ***

Cadenza che via via aumenta. Case accalcate ai margini della ferrovia. Lo scenario inizia ad aprirsi sulle linee morbide del paesaggio aperto. Tra la foschia di questa giornata stancamente uggiosa, mi scivolano davanti lunghi solchi di campi coltivati, filari di alberi a margine di proprietà che tengono il ritmo a una realtà fuori tempo, griglia di fossi, piante e stradine. Tra poco mi reimmergerò nel mio panorama urbano. Sovrastante, improvviso; netto come il segno lasciato dagli aratri tornerà il grigio, e questa pellicola di colori pastello si trasformerà in un susseguirsi di fotogrammi da archeologia del futuro. In una triste sequenza di scatti incorniciati dagli alti tralicci della ferrovia, relitti di acciaio prenderanno il posto delle cascine sparpagliate. Enormi scheletri abbattuti dalla ruggine si leveranno in innaturali curvature e ripidi camini, giungle di cavi e serramenti. Un cimitero di dinosauri, fossili di rame e muratura abbandonati in un deserto di cemento. Industrie chiuse e abbandonate alla blasfemia di qualche bomboletta, lontane dagli occhi, lasciate a morire insieme a tante promesse. Ma questo è un panorama che conosco già. Posso chiudere gli occhi e vederlo scorrere nella mia mente. Allora li chiudo e aspetto che una voce meccanica di signorina annunci la mia fermata. Tutto scorre sulle note di “Words To That Effect”- Hint Sto per abbandonarmi al sonno, ma un odore familiare mi sorprende. Apro gli occhi. Bello, che mi fissa, quello sguardo a mare infinito. «Allora, ce l’hai fatta?». Neanche sento, tanto è forte il rumore della coincidenza. Lì, di fronte, siede comodamente il vecchio barbone. Non più calmo, pacifico, ma visibilmente curioso. Eccitato. «Allora, ce l’hai fatta?». «Non capisco». È impossibile, lo so, ma un brivido mi coglie e dal cervelletto saltella giù, lungo tutta la schiena. «Guarda che stavolta ti arriva una sberla, cazzo» dico. «Io non ti conosco e prima mi hai infilato in un fottuto casino». Non gli interessa. «Sai, è da molto che vago nel mondo degli anonimi. Quelli che guardi senza vedere, senza poi ricordare. Ma non ho mai conosciuto nessuno a cui venisse in

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mente di usare l’anonimato come alibi, di sfruttarlo come invisibilità. Interessante». È pazzo. O, forse, lo sono io. Taccio. Non so che altro fare. «Sai» ricomincia, «conosco l’uomo… sempre di corsa per realizzarsi, per capire chi è, cosa vuole, come ottenerlo. L’uomo in tutte le sue versioni, ma comunque, sotto sotto, impaurito. L’ho visto studiare la propria identità, stravolgerla per poi rimetterla in sesto, capire cosa farci, cosa tenere, cosa dimenticare, quali compromessi permettersi. Sempre con il timore di non farcela, di fallire, di cadere davanti a tutti palesandosi insufficiente. Timore di essere intimamente trovato incompleto. La paura di essere tagliato fuori, individuato come anello mancante alla normalità, in contrappeso al bisogno di affermarsi, così come si è. Bilancia fondamentale in ogni volontà ostinata». Le parole fluiscono gravi, adagio. «All’inizio, incuriosito da un essere così intimorito dalla propria stessa natura, mi sono chiesto cosa potesse gravare di tanto grande su una così piccola esistenza; ma più cercavo, più gli altri intorno a me scivolavano nella banalità, trovando il modo di sottrarsi a loro stessi nella consuetudine di una sopravvivenza borghese. Sempre più impegnati a collezionare svaghi preconfezionati per riempire uno spazio altrimenti vuoto, apparentemente inoccupato, lasciato a se stesso. Accumulavano, accumulavano; sezionavano gli spazi, semplificavano, tagliavano l’inutile per trovare il tempo di accumulare, accumulare e, con calma, nel tempo, dimenticare cosa ci fosse prima lì, in quel punto. E così la normalità si è trasformata in quotidianità, piano, lentamente. E adesso che nessuno più lo ricorda, tu, caro ragazzo, che sei nato in un epoca senza memoria, sì, proprio tu, hai saputo reinventare qualcosa che non sapevi esistere, oggetto perduto nel tempo». Il treno sobbalza, il vagone oscilla, ma, dentro, l’aria desiste, immobile. Pietra miliare, punto fermo lungo la linea del tempo. Sono sospeso. «Sai, pensavo di toglierti dagli impicci. So che avevi qualcosa da fare. Guardandoti ora in faccia deve essere stata peggio di una semplice grana. Ma hai fatto bene a fare di testa tua. È il tuo percorso. Ma non farti ingannare dalla facilità con cui si possono dimenticare i propri demoni e abbandonarsi al perdono, perché anche questo, come la banalità, non ha memoria». Stridore di freni, il treno rallenta. Pioltello. «Sì, beh, bisogna vedere cosa intendi per peggio…» è l’unica cosa che riesco a farmi uscire. Stupida. Lui sorride. «È la mia fermata». Attonito. «Tu chi sei?». «Ciò che sei andato a riprenderti». 31


POESIE di Veronica Falco e Simone Carucci INTOSSICAZIONE ALIMENTARE I Astenosfera:

Sottoterra inquiete salamandre sfregano aliti di cipolla da code di gatto mescolando coiti interrotti: Virginia e qualcos’altro. II Cielo:

Scendono da uova dorate frigoriferi in miniatura, cicatrici di solletico e palle rosse. III Oblò

Li spiano da bottiglie di panna acida come fossero scie di Verità o carri armati immensi sospesi su file di lattine, aggrappati a tube di Falloppio. IV Lettera

Forse ora la rima è troppo spinta, sembra rumore, non crede, Messere? Continui a riposarsi coi piedi sul caminetto! La mia testa scintilla (ancora) dall’attrito, oltre le sue mura di pile bruciandomi i peli del culo sull’asfalto freddo.

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GATTO

Cadevano dal cielo gialle informazioni di un obsolescente gatto aerostatico

Lo misero nella scala delle voci superbe e lui atterrò su una pista di paraurti amplificati Tutte le palme gocciolarono pus e si stesero sulla sabbia invernale con la punta verso una supplica di tenebrosi calabroni

Parlava della Grande Guerra e delle spighe di grano saltellando equivocamente tra carri armati pop e bisturi di schermi piatti

Provò a spiegare il progresso della pera amniotica arrotolandosi nella coda nera anti-sfortuna ma lo sgomento si sparse tra cappotti e giornali lasciandosi dietro un lungo telegramma di rami secchi e statue equestri

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VENERE

Ho fatto un quadro tre notti fa nello stesso posto per tre volte – un braccio col segno dei denti – Lo specchio ridiventava vetro prima che fosse carbone – infuocata la stanza nel bosco – Respiravo l’ombra del lupo con il sassofono disgregare la moltitudine di anime nella parete. Formica! Formica! Formica! Un buco sulla testa, serratura aperta della galassia appesa ad alpha e zeta come cordone ombelicale da un ventre all’altro. E Mosca come un ronzio di isole e termosifoni e un’onda sferica di foglie rosse e sigarette abortite sul Giappone. A folate Saturno riempie lo spazio, e Venere, d’improvviso a tener la sua fronte ed il momento è cristallizzato, fermo e lei è il colore le tende, la finestra il buio, la candela: la stanza.

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OSSITOCINA di Salvatore D’Antoni Si chiama Ossitocina, dice lei mentre mi guarda, la stanza non è familiare, ma vorrei tanto che lo fosse, si chiama Ossitocina, dice lei, con quegli occhi giganteschi che in pochi al mondo possono e potranno mai permettersi, lo dice mentre si sposta i capelli da un lato e mi guarda, siamo distesi sullo stesso letto, tra le lenzuola di chissà chi, ma è questo il bello, che noi siamo familiari mentre il resto della stanza no, mentre tutto il resto della casa no. Siamo estrapolati dal contesto, come sempre. Come sempre da sempre, come quelli come noi. Che poi chissà chi sono, quelli come noi. Ma questa è la fine. Così la storia finisce. Quando è cominciata, eravamo entrambi grassi di sogni, umidi di delusioni e impregnati di voglie adolescenziali. Non ci siamo più chiamati, siamo riusciti a ignorarci per una vita, ci siamo rincorsi e cercati e mai più trovati, ci siamo cercati in altre persone, magari su internet, con altra gente, cercando altre risposte, senza mai cambiare la domanda, così vanno le cose. Ci si sfugge per poi raccogliersi da terra. Violentati e in piena crisi, spesso quando è troppo tardi, e ci restano solo i ricordi e i vestiti adagiati su una poltrona che nemmeno esiste più. La stanza è isolata, silenziosa, c’è solo il ronzio del frigo, una bandiera dei pirati comprata anni fa e poco altro. C’è puzza di chiuso e forse di sudore, qualcuno lo direbbe, ma non c’è nessuno e quindi niente. Quello che non si nota non esiste, così ci fanno credere, così ci piace credere. Cosa ti piace?, chiedo io, mah… niente in particolare, risponde lei. (Conversazione finita, meravigliosa comodità della tecnologia, schiacci un tasto e non ci sei più). Cosa ti piace?, chiedo io, digitando speranzoso, in alto lampeggia il suo nickname, improbabile e ricco di aspettative e illusioni, un po’ come il mio, un po’ come tutti i nickname, mi piacciono i Nirvana e la notte fonda, risponde lei. (Forse questa è la conversazione giusta, penso in un moto di superbia). Incalzo e le chiedo, come ti chiami?, O., risponde lei. È una risposta ambigua, da gran donna, deve essere una donna. O forse finge benissimo, il fatto è che non lo so, potrebbe avere un pene, potrebbe non averlo, ci sono esattamente le stesse possibilità, come quando devi accendere la luce in una stanza e un interruttore funziona e l’altro no e tu, ovviamente, premi sempre e costantemente quello sbagliato. Si diventa bravi a dissimulare l’imbarazzo, si arriva a livelli di professionismo tale, che quasi quasi si riesce a ridere. Tante notti a parlarci male al telefono, mentre il telegiornale ci diceva che eravamo una generazione di falliti, alcuni si gettavano dai cavalcavia, altri si im-

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piccavano, altri leggevano poesie e si toccavano la barba da hipster. Tutti ci provano, nessuno escluso, tutti hanno una dignità, alcuni però non la usano. E non può essere tutto un provino, non può essere un continuo bombardamento andato male. La conversazione andava avanti, ascoltavamo entrambi la stessa musica, forse ci influenzavamo, forse James Blake piaceva davvero a entrambi, forse uno dei due fingeva, forse addirittura fingevamo entrambi, e in realtà James Blake non piaceva a nessuno dei due. Anche se Digital Lion è un bel pezzo. C’è una luce incerta in questa stanza. C’è poco rumore, giusto quello delle dita che picchiettano veloci sulla tastiera, lei mi invia una faccina sorridente, tecnicamente è come se mi avesse sorriso. Io sorrido con la mia faccia vera, ma lei non può vederlo, certo, io potrei dirglielo, ma lei comunque potrebbe anche non credermi. Penso che fuori dalla mia finestra ci sia ancora una buona parte di mondo che non conosco. Il fatto è che non mi importa, non riesco a dormire di notte e di giorno sono troppo rincoglionito per fare qualunque cosa. Ho visto il cielo su instagram, alienazione, dicono i miei amici, ma nessuno mi viene a trovare, mi danno dell’alienato via sms, gran cosa la tecnologia. Io immagino le loro facce, immagino la faccia di O. e la preferisco a ogni cosa reale o immaginata, più che altro solo immaginata, visto che non l’ho mai vista. Se penso troppo mi viene l’ansia, come quando da piccolo ho pensato che nello spazio non c’è aria e sono andato in iperventilazione, ero stupido quando ero bambino. Dice lei, staresti bene con i baffi. Dico io, dici? ma non mi hai nemmeno mai visto. Dice lei, che vuol dire? io ti sogno ogni notte, lo so che staresti bene con i baffi. Dico io, non ti credo. La verità è che le credevo eccome, e il risultato è che adesso ho un bel paio di baffi a manubrio, come un perfetto cretino ottocentesco, di quelli che nei libri di storia stanno sempre di tre quarti. È triste e curioso pensare a come certa gente riesca a farti fare quello che vuole, ma io la immagino, ed è un momento raro e perfetto. Sogno di vederla, ed è un sogno semplice, come il pane caldo, come entrare a casa ed essere accolti, come un giorno senza preoccupazioni. Ogni tanto guardo una foto strappata, manca lei, ci sono soltanto io, non so più nemmeno come è fatta. Mi stringo le mani nelle mani, soffoco qualche lacrima, non voglio che esca, mi stringo le labbra e le mordo forte. Non tornerà più, il suo gruppo cerca una cantante, mi sa che non tornerà più. Le casse bippano, O. mi cerca. Diciamoci qualcosa, non sta bene farsi bippare a vuoto. 38


O. mi chiede, ma non esci mai?, quasi mai, le rispondo io, ho paura delle persone, ho paura di incontrare gente e che possa dirmi qualcosa che non voglio sentirmi dire, e allora sto qui, tanto qui c’è la musica. Lei mi invia una faccia triste, io rispondo con una faccia triste, però anche stavolta quella vera, che lei non può vedere, e un po’ mi dispiace, anche se abbiamo deciso di non scambiarci le foto, abbiamo deciso di non vederci fino a quando non sarà il momento, abbiamo deciso di vederci a Parigi, ma non succederà, di leggere un libro su un prato, ma non succederà. Ci daremo appuntamento in un bar qualunque perché entrambi moriremo di paura, perché è sempre meglio stare in mezzo alla gente se devi incontrare qualcuno che non conosci. Perché in fondo non ci si conosce, anche se ci scambiamo le facce tristi e ci diciamo tutto. La amo? Amo O.? Me lo chiedo mentre mangio tonno dalla scatoletta, prigioniero del mio incarnato pallido e diafano, mangio e mastico lentamente, penso a come potrebbe essere O., ma immagino sempre un’altra faccia, quella faccia. Chissà dove sarà la mia faccia preferita, chissà se O. sarà un po’ come lei, mi piacerebbe che le somigliasse. Il tonno sta finendo e poco sorprendentemente non sa di tonno. Penso a lei e al tramonto dietro di lei, a quelle cose sporche che sembravano meravigliose, e mi siedo a gambe incrociate per respirare meglio, ho gli angoli della bocca sporchi di olio, il tonno che non sa di tonno lascia tracce ben visibili. Penso a O. e penso a lei che non c’è, e non ci sarà più. Però contemporaneamente vorrei che O. le somigliasse, è strano, sto qui a volere e rivolere, mentre dovrei soltanto vestirmi e darmi un contegno, sto scomparendo, sto diventando di carta, sto diventando una grossa, gigantesca, inutile vena bluastra. Mi mordicchio gli angoli delle dita, strappo pelle e lascio che un po’ di sangue corra via. Mi dà un certo gusto, io non so di tonno, non so benissimo di cosa so. Ma di sicuro non è tonno. Le notti stanno diventando mille, le parole hanno superato in altezza la dimensione della cosa più grande che riesco a immaginare, il senso si è perso già da molto tempo. Il gruppo dove cantava lei ha trovato una nuova cantante, ha i capelli rossi come Florence Welch, ma non è la stessa cosa. Non è lei. O. sta diventando impaziente e forse dovremmo vederci, forse, ma non ne ho voglia. Ho voglia di stare con la faccia sul cuscino e ricordare quando stavo meglio, due o tre pillole di Xanax e fingere una qualsiasi felicità. Ubriacarmi ed essere felice, con gli occhi divergenti, ma felice. Sguardi persi, parole in libertà, siamo veramente liberi solo da ubriachi. Uomini tristi, come i canarini che cantano nella loro gabbia, con la gente che li ammira da dietro le sbarre. I canarini lanciano le peggiori maledizioni fischiettando. Ma è meglio lasciar stare i canarini, non è poi cosi originale parlarne e poi non credo che i canarini parlino di me. 39


O. mi vuole vedere. E siamo alla fine della storia finta, siamo alla fine delle reciproche influenze, adesso verrà fuori se James Blake piace a entrambi oppure no. Magari sarà grassa e brufolosa, triste, e imprigionata in un corpo che non le si confà, magari sepolta sotto innumerevoli strati di traumi infantili e mancanze d’affetto, magari ha i polsi grossi quanto le mie ginocchia, a me piacerebbe soltanto che O. fosse lei. Ma anche il gruppo l’ha sostituita, forse dovrei cominciare a pensarci anche io. Sono diventato una vena bluastra, con un paio di baffi maniacalmente curati. Ci vedremo, sì, ho deciso. Ci vedremo non appena finirò la quarta serie di Game of Thrones. (Procrastinare con una certa classe è qualcosa che in fondo mi è sempre piaciuto, e poi a lei Game of Thrones piace, forse è veramente grassa). L’incontro ovviamente non avverrà a Parigi, come avevo previsto, avverrà in un bar, e anche questo lo avevo previsto, odio aver ragione, specialmente quando ho ragione davvero. (Noioso realismo che molti interpretano come fatalismo e/o pessimismo). È una giornata bellissima, è anche prevista un’eclissi, ma non è grave, non la vedremo neanche, la vedranno bene in America, fortunati gli americani. Sono sempre i più fortunati di tutti. Sto seduto al bar e il sole è ovunque, sembro ancora più bluastro, sembro Gesù Cristo sceso temporaneamente dalla croce, non c’è verso di passare inosservato, non c’è proprio verso, ho detto a O. che mi noterà, sarò l’unico che sembra in punto di morte, lei ha mandato una faccina sorridente, io ho sorriso ancora una volta con la mia faccia, ma lei, ovviamente, non l’ha vista. Il cameriere mi punta, mi guarda come a dire, vengo lì?, io lo guardo come a dire, forse è meglio che resti lì, sembra un duello alla Sergio Leone, manca solo il carillon, ma dietro tutto questo citazionismo cinematografico c’è solo una triste verità, e cioè, che io non so cosa ordinare. Un bell’incendio darebbe una scossa alle cose, che sono per la verità sin troppo statiche, ci fissiamo e sorridiamo, io e il cameriere, O. non è ancora arrivata. Sono imbarazzato, sono l’unico seduto da solo, mi tocco la cravatta e mi chiedo perché l’ho messa, mi mordicchio gli angoli delle dita. Il cameriere ci ha rinunciato e sta facendo altro, potrei alzarmi, potrei andare via di soppiatto, ma darei l’impressione di aver rubato qualcosa, quando la gente pensa che hai rubato qualcosa immediatamente assumi un’espressione colpevole, o perlomeno io faccio così. O. non è arrivata e alla fine penso sia meglio così, forse mi ha spiato da dietro qualche colonna, la piazza è enorme, potrebbe averlo fatto, magari con un binocolo, magari ha inviato qualcuno a guardare e ha deciso che non valeva la pena. Mi guardo attorno, il cameriere mi da l’ok, posso andare. Gli sorrido, devo avere i denti gial40


lissimi perché lui ha riso un po’ meno di me, ciao cameriere, sei stato un degno avversario, non ci rivedremo mai più. Passarono i mesi e O. scomparve dalla mia vita, il pc non si illuminò più, il telefono non squillò e la “O” tornò a essere solo una lettera come le altre. Lei invece era sempre nei miei pensieri, negli angoli delle dita, nelle bottiglie che scolavo, nei bicchieri che bevevo, lei era ovunque, ma non era la stessa cosa. Niente era più la stessa cosa. Nemmeno i colori. Poi un giorno la vidi, era lei, ed era veramente lei, non avevo bisogno di trovare qualcuno che le somigliasse, era lei, ed era lì per me, anzi con me, è più corretto. Camminavamo insieme, il cuore mi batteva mentre lei mi parlava di sé e di quello che aveva fatto, e sembrava tutto perfetto, un bacio perfetto, un momento perfetto, di quelli che non ti aspetti di quelli che per alcuni non esistono, io ero sempre una vena bluastra e lei era bellissima e aveva una voce che mi faceva tremare lo stomaco. I pali della luce sembravano curvi e tutt’a un tratto era penosamente bello. Un gatto randagio cagava sullo sfondo, ma non era importante. E qui comincia la storia. Si chiama Ossitocina, dice lei mentre mi guarda, la stanza non è familiare, ma vorrei tanto che lo fosse, si chiama Ossitocina, dice lei, con quegli occhi giganteschi che in pochi al mondo possono e potranno mai permettersi, lo dice mentre si sposta i capelli da un lato e mi guarda, siamo distesi nello stesso letto tra le lenzuola di chissà chi, ma è questo il bello, che noi siamo familiari mentre il resto della stanza no, mentre tutto il resto della casa no. Siamo estrapolati dal contesto, come sempre. Come sempre da sempre, come quelli come noi. Che poi chissà chi sono, quelli come noi, le chiedo. Lei non risponde e sorride proprio con i denti, proprio come fa la gente che sorride, ed è bella. In questa stanza poco familiare. In questo momento nessun incendio cambierebbe le cose, è tutto perfetto così. Mi ricordo un sacco di cose, dico io, stai zitto, dice lei, ma lo dice dolcemente e poi mi bacia, dormi, mi dice, che ne hai bisogno, sembri Cristo appena sceso dalla croce. Poteva notarlo solo lei, poteva dirlo solo lei, penso io, mentre un crocifisso le balla in mezzo ai seni. Mi sento stanco mentre mi accarezza la testa, la “O” è solo una lettera dell’alfabeto, le dico, lei non capisce, ma sorride. Nessun posto è come casa, anche se non è casa tua, si chiama Ossitocina l’ormone che mi dà questa sensazione, o almeno lei così dice, io sarei naturalmente e fatalisticamente portato a chiamarlo amore. Ma mi addormento, perché ne ho bisogno, sembro appena sceso dalla croce, lei ha un bell’odore, il migliore che abbia mai sentito, mi sento a casa. E qui finisce la storia, lei non c’era più, quella non era casa mia e non sapeva più 41


di casa, ma mi sentivo bene, in fondo mi sentivo bene. Sapevo che era successo, mi aveva sorriso di nuovo e tanto bastava, in fondo poteva andarmi peggio, sorrisi, ma ero da solo, c’era solo uno specchio sporco a guardarmi, raccolsi i miei calzini e le mie cose, mi chiusi la porta dietro le spalle respirando forte, tanto forte da farmi gonfiare il petto. È andata così. Lei non ci sarà più. Forse no, non mai più, non imparerò mai e continuerò ad aspettarla. Lei non è come O. Lei almeno una volta c’è stata e mi ha fatto sentire a casa, anche se non era casa mia, anche se forse, era solo Ossitocina.

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POESIE di Walter Ausiello SPEME

Ci hanno bendato, poi l’immaginario collettivo è stato lastricato di luoghi comuni. Ma il pensiero è etereo e sa aprire spiragli. Nasce come la luce quando il buio è fitto. Il pensiero s’addensa e diviene raggio coerente. Quando si fa tagliente è punta di diamante: primizia del coraggio

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L’ULTIMA ORA

Nei vecchi orologi analogici delle stazioncine dismesse il tempo osa morire. LĂŹ il Novecento sospira tra erbe e ceppi. Gli anni venti! Di quale secolo? Poi fu agonia e crocifisso silenzio e la noia delle lancette immote

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IMBUTI

Non siamo coppe: solo panciuti imbuti. Raccogliamo la pioggia sulle tombe degli antenati. Il sorriso è la smorfia del becco: gorgoglia il fondo; l’orgoglio vischioso della carne. E il manico è un malinconico lembo ricurvo che il tempo morde. L’eternità irrancidisce nella botte elargendo gocce: il sangue e il vino e l’ambiguità dello spirito

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GRAFITE

Non chiedermi se la mia anima di grafite custodisca all’interno un diamante. Siamo il pianto di chi verrà . Ghiaccioli impuri, trasparenti inganni

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SENTO LA TUA VOCE E VEDO IL TUO CORPO, O SONO SANTO O PAZZO di Calamo Inchiostrato Tu dici che, percorrendo a ritroso il nostro corpo in una diagonale diradata di consapevolezza, si possa giungere al discorrere primordiale dell’anima, luogo fugace di figura simbolica disseminata in capillari diacronie, mistico rancore sparso nel remoto viatico scomposto del sovrapporre l’organo del gusto alle parole, fino a farle diventare immaginifiche oleografie di resina e di aria. (Ti immagino raccolta in fasci profumati di piccoli segni e suoni, appena spigolati da quel nulla docile che ti sfiora i capezzoli. Raccogli un foglio sparso e guardi il soffitto per annodare i nomi. Credo sia Telemann quel soffio di suoni che senti complice di eternità. Potrebbe essere anche una cantata di Bach. Immaginarti mi confonde persino la musica.) Io credo invece che sia un’occasione suddivisa da pannelli architettonici dimenticati, riverniciati da un ramo scheletrico, per farne poi scrittura condivisa nell’alcova dall’uscio mimetizzato sul muro che alleva le mani, tra la polverosa decadenza delle dita e io ti seguo, mentre raschio un’arancia per mangiarne la buccia, nel calpestio spellato del linguaggio senza l’estensione credibile della nostra corrispondenza, non necessaria eppure insufficiente, fine a se stessa nel diaframma accostato della perifrasi e unica concessione possibile esposta, in punta di diadema triangolare, allo smembrarsi sbriciolato di cose per tinteggiarsi le spoglie, introduzione carsica sovrapposta a una civetteria adorabile delegata allo specchio. (Sì, è una bottiglia vuota quell’oggetto sfocato che vedi sul pavimento. L’etichetta è stracciata e non so dirti che liquore sia. Lo so che ti piacerebbe indossare la mia camicia sbattuta sulla parte vuota del mio letto. Facciamo uno scambio? La mia camicia per il tuo passo leggero nel tuo guardare di lato, quel tuo sorprendermi tra le cianfrusaglie del ricordo, e le mie ciglia umide sul tuo ginocchio nudo.) Tu insisti e proponi un irresponsabile mecenatismo sentimentale, in quella lastra sottile di cristallo che mantiene l’anima rarefatta e corrosa nella sua luminosità evanescente, nella sua distanza assimilabile ad un sogno interrotto, macchia solare pronta per offuscare l’età critica di una ragione abusata, non conforme ai dogmi fittizi di lampioni accesi in linea scorretta con la luna e disposta, quest’anima ludica e grave, a sublimarsi nel suo manifestarsi in verbo, che si assottiglia come un idolo di ghiaccio apparso, in questo filo di fumo e di tabacco, per difendere con olio caldo e fuoco, ostinata e leggera fino alla devastazione dal sorriso ironico, quella manciata

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ultima di percezioni assediate, nel bastione della scrittura, da sensi di colpa antichissimi, che le parole a volte riescono solo a trasfigurare. (In fondo si tratta solo di non farsi cogliere impreparati, quando qualcuno si avvicina per commerciare pensieri. Chiudere gli occhi e ascoltare, come se fossimo ciechi, tapparsi le orecchie e vedere, come se fossimo sordi, chiudere la bocca premendo forte il palmo della mano sulle labbra e tacere, come se fossimo muti, (non resterebbe che il tatto, il toccarsi, lo sfiorarsi a vicenda per capire che a volte non è necessaria la ragione) poi mettere insieme la scomposta rappresaglia della percezione e illudersi di creare, per non farsi fregare quelle quattro parole che puntellano ciò che ci ostiniamo a chiamare scrittura.) Se c’è un mito imperfetto che non ha mai cinto la mia psiche poco ortodossa, è quello d’Edipo, ti dico quasi intimorito dalle tue frasi che mi scompigliano, se raggiunte da un fiato tiepido, i capelli con pause interminabili dal sapore dolce. Eppure mia madre è una donna con occhi azzurri e pelle chiara di normanna frettolosa, e libertà di mistica con i piedi per terra, senza timore di sporcarsi le mani, nel male sincopato dell’esistere provvisorio. Da piccolo mi diceva: “Il più intelligente, nel parapiglia del sentimento, cede, mentre stirava, dopo la scuola, al suono circolare della sinfonia “dal nuovo mondo” e mi raccontava di gente nera con le mani bianche di cotone e di gente slava sciolta tra i cavalli nella steppa. (Io leggevo, con i miei occhi chiari, probabilmente Salgari o Stevenson seduto sul pavimento con le gambe incrociate e quello sguardo, stupito e vorace sul mondo, dei bambini che vedono e leggono e tengono il naso per aria. Ora non leggo più Stevenson, su quella tabula rasa dell’infanzia, e mia madre non mi racconta più di negri e slavi, eppure talvolta, nei sogni che non ricordo o nel guardare gli occhi di una sconosciuta, rivedo quel viso chiaro e quello sguardo sospeso, di quattro occhi complici che si assomigliano.) Siamo stati viziati, ti diciamo, ridendo, la mia anima appesa e la quantità imprecisa di materia che la raffigura, dalla bellezza concreta che ci ha cullato come bambù ai margini di un fiume collinare e ora, stufi della sua deviazione senza confini, che richiederebbe il silenzio (riesci a immaginare il mio silenzio?), lasciamo fare al caso. Così mi raccolgo spesso tra le mie cose e resto in santa pace, finalmente, a guardare quadri sui muri attaccati al contrario da mani proditoriamente distratte, a leggere libri guardati al rovescio, saltando le pagine con gli occhi che fissano solo i numeri in alto a destra per farne cabala di numismatica, e immagino una memoria crepu49


scolare che vacilla tra le pennellate credibili di pittori piegati dietro l’ardesia e le frasi equipaggiate di scrittori inclinati all’orizzonte di una narrazione senza tempo né spazio, per espiare le colpe inavvertite dall’arroganza dell’andare oltre, del tracimare improbabile dentro o fuori di sé, sempre, e in ogni modo, strafottendosene del dio inventato rassicurante e ricattatorio, che irretisce la mente con promesse da mantenuti o del demone che titilla la pelle, per fregarsi gli orgasmi tattili. (Sì. Ora stai con la testa appoggiata sul cuscino. Sei sola e guardi il palmo della tua mano. Accendi una sigaretta e pensi a quello che hai visto e che non ti è piaciuto. Hai voglia di scrivere perché se non lo fai ti svuoti. Accendi il pc e sul monitor le tue parole diventano pesciolini e squali che si inseguono in vortici pieni di acqua salata e di acqua dolce, alla foce di un fiume sotterraneo che sembra una polla sorgiva esplosa sulla fertile insenatura del tuo immaginare. Forse ti sfiori il sesso per spruzzare le frasi.) Il disastro, ora lo so, arriva a gocce uncinate con la scrittura e viene senza avvisare. Perché rendergli più semplice il suo sporco lavoro di verifica, ti chiedo ebbro di cose, provando affanno nel vano tentativo di allontanarne l’epicentro nell’immaginario, che è sempre e solo indubbiamente atteso nel crocevia del vivere soprasensibile tra il desiderio e l’atto, tra la parola e il gesto, tra l’indefinito gioco del reale e del nulla?

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POESIE di Massimiliano Pricoco SCHIAFFO VERDE

Di ruggine sulla precessione della terra in zucchero a cubetti per un caffè eterno linaiole strappate da un altare di cemento frugarsi le tasche dell’accidia per trovarvi una foglia camminate su quel ponte di lana e sempreverdi la prosa è frenata da due dita sulla nuca si avvita il genoma su una stalattite d’acciaio e l’impatto forte di uno schiaffo verde sulle note di un pianoforte scolpito tra le tue gote. Contrarre i muscoli per esalare in un filo di vita scandagliare il fondo dove non c’e un fondo e dilatarsi in carne di indicibili sospetti un cuore ghiacciato zampilla sui binari l’angolo retto dell’invidia è fatto di gradi di stanze d’albergo. Dei forti capelli rubati e stretti in un pugno marmoreo brusii di primavera tra le zolle aride della coscienza inarrestabile zoppica l’equilibrio tra la follia il marcio che raspa tra i fogli in inchiostro di pietra si cancella da sé l’orbita spinata dell’inezia ed una luce in frammenti di solitudine non rischiara gli occhi di un uomo seduto di spalle. Spigoloso il velo dell’universo recide la carotide dell’umiltà l’acqua che l’investe è un maremoto di verità.

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SEGRETAMENTE

Lo sferico argomentare inaccessibile Preghiera di gerbere Poligamie sfumate Da un segreto dentro Fodere di cuscino da bordello La ferraglia del comune sentire Le tempie lontane Dal paradiso che si moltiplica Sulla retina della tua anima Lo scompenso del tempo andato Ăˆ la balbuzie delle labbra divine Che baciano le vene dei tuoi polsi.

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TRE VOCI

Gli altri mi insegnano i percorsi dei loro errori ogni metamorfosi ha dietro sé una miriadi di risvegli i trapezi di luce scartano i frammenti del suono. Divido me stesso per il numero di tentativi malriusciti ogni risveglio uccide sempre qualcosa e libera metamorfosi sul mare, i colori miseri della tua tristezza. Ho una solitudine a forma di ventaglio ed una neve irrequieta la bellezza è arsa sugli zigomi del tempo iperboli che mai si correggono sotto gli occhi dell’universo. Non si riscattano l’inganno e la rabbia con i bei pensieri c’è un risveglio che resta nascosto che non trova pace e finalmente, viene cancellata l’isola romantica dei miei atomi

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L’AMBIENTE CHE DIVORA L’UOMO DOSTOEVSKIJ E L’ESISTENZA A GEOMETRIA VARIABILE di Livia Di Vona Oggetto delle speculazioni letterarie ed esistenziali di F. Dostoevskij è il rapporto tra l’uomo e le circostanze che costituiscono l’ambiente in cui vive. Si tenta di ricostruire, in un rapporto di derivazione logica, la parabola discendente che trasforma l’uomo in vittima degli ingranaggi di queste circostanze allorché rifiuti la sua libertà. Nel 1873, in un articolo intitolato L’ambiente, pubblicato nella rubrica “Diario di uno scrittore”, Dostoevskij annuncia al lettore russo, seppure in sordina, l’inizio di una nuova epoca. La Russia, ultimo baluardo di quel retaggio barbarico che è la servitù della gleba, viene sferzata dai venti europei del progresso e della civiltà: l’età dei diritti civili si fa strada con l’istituzione dei tribunali. Sono questi i luoghi-fucina di una nuova filosofia, incarnata dai suoi depositari in veste di giurati, che si ritrovano investiti di un compito talmente gravoso, da sentirsi travolti da una valanga. Il potere di decidere dell’altrui sorte pesa come un macigno sulla loro coscienza e solo una strana smania assolutoria sembra offrire un pò di requie dall’affanno: «…ci ha spaventati… E finché non si sviluppi in noi il vostro civismo, continuiamo ad assolvere. Assolviamo per paura. Facciamo i giurati e magari pensiamo: Ma noi siamo migliori dell’accusato? Noi siamo ricchi, abbiamo la vita assicurata, e se ci fosse capitato di trovarci nella sua stessa condizione, forse avremmo fatto anche peggio di lui, sicché assolviamo»1. Le arringhe accorate degli avvocati, le coscienze in affitto di karamazoviana memoria, hanno tutte lo stesso tenore: appellandosi al buon cuore dei giurati, ottengono una facile assoluzione con le ragioni della necessità. Il miserabile che si è macchiato di un crimine, e poco importa il grado di efferatezza, si trova di fronte alla necessità del male; non si tratta di un’alternativa perché le circostanze che concorrono a creare l’ambiente in cui egli è calato lo possono trasformare in onest’uomo o farabutto. La nuova etica che si affaccia soppiantando quella dei padri, non si fonda più su una scelta tra bene e male, perché il male stesso, senza nessuno che se ne assuma la responsabilità, finisce col non esistere più e tutto diventa possibile. È questo il momento in cui si compie il tradimento della verità ad opera del giurato: se infatti, scrive Dostoevskij, siamo corresponsabili nel delitto, l’assoluzione avrà l’unico effetto di emendare il delitto, ma non l’ambiente in cui è maturato.

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«È precisamente in questo caso che bisogna dire la verità e chiamare il male col suo vero nome, ma in compenso assumerei metà della condanna. Dobbiamo entrare nell’aula del tribunale pensando che anche noi siamo colpevoli. […] Diventando migliori noi emenderemo anche l’ambiente e lo faremo migliore. Perché si può emendarlo solamente così. Mentre sfuggire la propria compassione e assolvere continuamente pur di non soffrire noi, è molto facile»2. Se è l’ambiente il mandante morale, il reietto agisce soltanto come braccio esecutivo di un disegno criminoso che in circostanze più favorevoli non sarebbe mai stato ideato. In difformità al principio di giustizia, che richiede evidentemente un’assunzione corale della responsabilità dell’azione illecita, il giurato produce una paradossale ingiustizia, poiché diventa impossibile individuare un colpevole se ci si riconosce soltanto come soggetti passivi, come abitanti inermi di un ambiente più frutto del caso che della libera azione degli uomini. Non sono ancora chiari allo sprovveduto lettore russo i tempi nuovi che stanno incalzando: il pericolo, sotto le mentite spoglie del benevolo progresso, è il successivo passaggio dal delitto come necessità, al delitto come dovere, «come nobile protesta contro l’ambiente». Il fiuto del genio ante litteram, coglie immediatamente in un qualsiasi caso di cronaca giudiziaria non un caso speciale, ma il segno annunciatore della futura rivoluzione e dell’ordine che verranno. «“Di recente tutti hanno parlato e scritto di quell’orribile assassinio di sei persone, compiuto da… quel giovane e della strana arringa del suo difensore, in cui si diceva che, data la miseria del delinquente, doveva naturalmente venirgli l’idea di uccidere quelle sei persone… A mio personale avviso, il difensore, annunciando un così strano pensiero, era profondamente convinto di fare la più liberale, la più umana, la più progressista delle affermazioni che siano possibili al nostro tempo. […] Che ve ne pare? È un caso speciale o generale? Confesso che proprio per voi ho formulato questa domanda”»3. Evgenij Pàvlovic investe il principe Miskyn della questione. «“No, non è un caso speciale […] Io volevo dire soltanto che il pervertimento delle idee e dei concetti lo si incontra spessissimo, ed è purtroppo assai più un caso generale che non un caso speciale. Tanto che, se questo pervertimento non fosse così comune, non accadrebbero forse delitti così impossibili come quelli”. “Delitti impossibili? Ma io vi assicuro che delitti proprio uguali, e forse anche più orrendi ci furono anche prima, ci furono sempre e non solo da noi, ma dappertutto e secondo me, si ripeteranno ancora per lunghissimo tempo. La differenza sta in questo: che da noi prima, c’era meno pubblicità, e ora invece se ne parla forte, se ne scrive perfino, e sembra perciò che questi delinquenti soltanto ora abbiano fatto la loro apparizione. Ecco dov’è il vostro errore, principe, un errore oltremodo ingenuo, ve 56


lo assicuro” disse il principe Šc. sorridendo ironicamente. “So anch’io che di delitti ce ne furono moltissimi, e altrettanto orrendi, anche in passato; visitai poco tempo fa delle prigioni ed ebbi occasione di conoscere alcuni delinquenti ancora più terribili del vostro, gente che ammazzò fino a dieci persone, e senza pentirsene affatto. Ma ecco quello che notai allora: anche il più indurito e impenitente degli assassini sa pur sempre di essere un delinquente, cioè pensa in coscienza di aver agito male, anche se non ne provi rimorso. E così ognuno di loro; invece quelli di cui parla Evgenij Pàvlyc non vogliono nemmeno considerarsi come delinquenti e pensano di aver avuto il diritto di far così e… perfino di aver agito bene o press’a poco. In questo appunto consiste, secondo me, l’enorme differenza”»4. Il principe trascina il problema del male dal piano etico a quello della conoscenza: quando i contorni cognitivi che separavano l’azione giusta da quella sbagliata erano più definiti, il delinquente, pur non pentendosene, sapeva di aver commesso un errore, ma il pervertimento delle nuove idee conduce a un rovesciamento dei termini della questione. Il nodo controverso non riguarda il pentimento. La libertà di coscienza non ci coinvolge innanzi al fatto criminoso soltanto prima di commetterlo, quando cioè ancora non abbiamo deciso se parteggiare per il male o il bene, ma anche dopo aver compiuto la scelta. Cosicché il pentimento, il rimorso, attengono alla propria anima, ma la base cognitiva di questo, cioè la consapevolezza dell’errore, viene eliminata; non può darsi un pentimento senza conoscenza, mentre è valido il contrario. Le acque intorbidite della nuova morale annullano la distinzione tra verità ed errore e, in definitiva, tra bene e male tanto a priori, quanto a posteriori. In assenza di questa conoscenza, tutto diventa lecito e l’uomo, non scegliendo mai prima, non è mai colpevole dopo. Mancando la colpa, che ne è il presupposto, viene meno anche il perdono. L’uomo nuovo che si profila all’orizzonte ha come misura la necessità. Il fio da pagare per il paradosso di una libertà dalla libertà, è la progressiva disumanizzazione dell’uomo. «“Ma quale muro di pietra? Ma naturalmente le leggi della natura, le deduzioni delle scienze naturali, la matematica. Quando ti dimostrano, per esempio, che tu discendi dalla scimmia, beh, c’è poco da accigliarsi, devi accettare il fatto così com’è. Se ti dimostrano che una sola goccia del tuo grasso dev’esserti più caro di centomila dei tuoi simili, e che in questa conclusione si risolvono alla fine tutte le cosiddette virtù, i doveri e tutte le altre chimere e pregiudizi, ebbene bisogna che accetti il risultato della dimostrazione, giacché non c’è niente da fare, due più due fa quattro, questa è matematica. Provatevi un pò a replicare”»5. «È la descrizione dell’orrore di una conoscenza senza partecipazione. Di una conoscenza che non è diventata avvenimento, cioè essere-con. Di una conoscenza 57


che non diventa forma di com-passione, di con-sonanza, di com-partecipazione al sentire altrui»6. Una conoscenza che instaura l’unica relazione – nella forma, peraltro, della sottomissione – tra soggetto e oggetto, inteso come ambiente circostante. È eliminata perciò la relazione essenziale al coinvolgimento della libertà personale: il rapporto io-tu. Nessuna bellezza è concepibile entro gli argini angusti della dimensione euclidea, le cui uniche grandezze, lunghezza, altezza e larghezza, tratteggiano con geometrica precisione il recinto esistenziale dell’uomo-animale, il cui unico affanno è quello della sopravvivenza. «Ciò che Dostoevskij respinge non è l’evidenza in sé, ma è la pretesa razionalista di sottometterle regioni che non sono di sua competenza; è la volontà di rinchiudere l’uomo in quella regione incantata dove regnano le leggi e i principii; ed è quello che Berdjaev chiamerà socializzazione dello spirito»7. Non l’evidenza in sé, avverte De Lubac, ma la pretesa di farne l’unica sfaccettatura, l’unica dimensione della realtà. Nell’alveo razionalista si delinea l’universo-uomo come un sistema interamente intelligibile attraverso verità assiomatiche che fanno della storia umana la cronologia di un destino determinato dal finito. L’uomo ridotto a un qualsiasi organismo vivente è il prius logico del nuovo ordine sociale, che vede contrapposte due categorie: una minoranza di uomini superiori e gli uomini comuni da guidare come un gregge. L’ordine materiale rende superflua la libertà spirituale. «Šigaljov continuò. “Avendo dedicato la mia energia allo studio del proclama dell’ordinamento sociale della futura società, con la quale sarà sostituita la presente, son giunto alla convinzione che tutti i costruttori di sistema sociali, dai tempi piú antichi fino al nostro anno 187…, sono stati dei sognatori, dei favolisti, degli sciocchi che contraddicevano se stessi, che non capivano assolutamente nulla della storia naturale e di quello strano animale che si chiama uomo. Platone, Rousseau, Fourier sono colonne d’alluminio, tutto ciò va bene forse per i passeri, e non per la società umana. Ma siccome la futura forma sociale è indispensabile proprio ora che tutti, finalmente, ci accingiamo ad agire per non esitare piú, io propongo il mio proprio sistema dell’ordinamento del mondo. Eccolo!” batté sul quaderno. “Avrei voluto esporre alla adunanza il mio libro in forma possibilmente abbreviata; ma vedo che occorrerà aggiungere ancora una quantità di spiegazioni a voce, e perciò tutta l’esposizione esigerà, almeno dieci sere, secondo il numero dei capitoli del mio libro. (Si udí qualche risata.) Inoltre dichiaro fin da ora che il mio sistema non è finito. (Altre risate.) Mi sono imbrogliato fra i miei propri dati, e la mia conclusione è in diretta contraddizione con l’idea iniziale, da cui parto. Partendo da un’assoluta libertà, concludo con un assoluto dispotismo. Aggiungerò, però, che tranne la mia 58


soluzione della formula sociale non ce ne può essere nessun’altra.” […] “Non è questo, signori,” s’intromise, alla fine, lo zoppo. In generale parlava con un certo sorriso come ironico, cosí che, magari, era difficile distinguere se parlasse sul serio o scherzasse. “Qui, signori, è un’altra cosa. Il signor Šigaljov è troppo seriamente votato al suo problema ed inoltre è troppo modesto. A me il mio libro è noto. Propone, in forma di soluzione finale della questione, la divisione dell’umanità in due parti disuguali. Una decima parte riceve la libertà della personalità ed ha un diritto illimitato sugli altri nove decimi. Questi devono perdere la personalità e trasformarsi come in una specie di gregge e per mezzo di un’illimitata obbedienza raggiungere attraverso una serie di rigenerazioni l’innocenza primordiale, qualcosa come il paradiso primordiale, sebbene, del resto, debbano anche lavorare. Le misure proposte dall’autore per togliere ai nove decimi dell’umanità la libertà e per trasformarla in gregge per mezzo della rieducazione d’intere generazioni, sono assai notevoli, fondate su dati naturali ed assai logiche. Si può non convenire con certe deduzioni, ma è difficile dubitare dell’intelligenza e delle cognizioni dell’autore. Peccato che la condizione delle dieci sere sia perfettamente incompatibile con le circostanze; se no, si sarebbero potute sentire molte cose curiose.” […] “Ha del buono nel suo quaderno,” continuava Verchovjenskij, “approva lo spionaggio. Secondo il suo sistema ogni membro della società vigila sull’altro ed è tenuto a denunciarlo. Ciascuno appartiene a tutti, e tutti a ciascuno. Tutti sono schiavi, e nella schiavitú sono eguali. Nei casi estremi c’è la calunnia e l’omicidio, ma sopra tutto l’eguaglianza. Per prima cosa si abbassa il livello dell’istruzione, delle scienze e degli ingegni. L’alto livello delle scienze e degli ingegni è accessibile solo alle doti superiori: non occorrono le doti superiori! Le doti superiori non possono non esser dispotiche ed hanno sempre corrotto piú che non giovato; vengono scacciate o soppresse. A Cicerone si taglia la lingua, a Copernico si cavano gli occhi, Shakespeare viene lapidato, ecco lo sigaliovismo! Gli schiavi devono essere uguali: senza dispotismo non c’è ancora stata né libertà, né eguaglianza, ma nel gregge ci deve essere l’eguaglianza, ed ecco lo sigaliovismo! Ah, ah, ah, vi riesce strano? Io sono per lo sigaliovismo!” Stavrogin cercava d’affrettare il passo e di arrivar piú presto a casa. “Se quest’uomo è ubriaco, dove mai ha fatto in tempo ad ubriacarsi?” gli veniva in mente. “Possibile che sia il cognac?” “Sentite, Stavrogin: livellare le montagne è una buona idea, non è ridicola. Io sono per Ŝigaljov! Non occorre l’istruzione, basta scienza! Anche senza la scienza basterà del materiale per mille anni, ma bisogna adattarsi all’obbedienza. Al mondo manca una cosa sola, l’obbedienza. La sete dell’istruzione è già una sete aristocratica. Non appena c’è la famiglia o l’amore, ecco già anche il desiderio della proprietà. Noi faremo morire il desiderio: spargeremo le sbornie, i pettegolezzi, le denunce; spargeremo una corruzione inaudita; spegneremo ogni genio nelle fasce. Tutto allo stesso 59


denominatore, l’eguaglianza perfetta. Noi abbiamo imparato un mestiere, e siamo gente onesta, non abbiamo bisogno di nient’altro, ecco la recente risposta degli operai inglesi. È indispensabile solo l’indispensabile, ecco l’impresa del globo d’ora innanzi. Ma occorre anche la convulsione; a questo penseremo noi, dirigenti. Gli schiavi devono avere dei dirigenti. Piena obbedienza, piena assenza di personalità, ma una volta ogni trent’anni Šigaljov scatena anche la convulsione, e tutti cominciano a un tratto a divorarsi l’un l’altro, fino a un certo punto, unicamente per evitar la noia. La noia è una sensazione aristocratica; nello sigaliovismo non ci saranno desideri. Il desiderio e la sofferenza è per noi, e per gli schiavi c’è lo sigaliovismo”»8. Il disconoscimento delle radici spirituali in luogo esclusivamente di quelle materiali, fa dell’uomo una creatura gnoseologicamente incapace di distinguere tra bene e male ed è questa ignoranza a costituire l’assoluta libertà (o arbitrio) di cui parla Šigaljov. La chiave della coscienza non appartiene ai singoli, ma è detenuta da una classe di uomini elevati culturalmente su tutti gli altri. Se la coscienza è un mero prodotto del continuo esercizio delle facoltà mentali nel tempo, l’uomo non deve rispondere a nulla se non all’ordine di volta in volta costituito. È dunque quest’ordine a educarlo ai nuovi valori, in cui giusto e sbagliato tendono a coincidere perfettamente con le nozioni relative – diverse cioè in base al luogo e al tempo di riferimento – di lecito e illecito. La coscienza non è più un valore non negoziabile; non è più una fortezza inespugnabile perché la moralità è determinata dalle leggi dei dominanti. Non l’uomo con la sua coscienza preesiste all’ordine, ma è l’ordine che la sostituisce attraverso un codice di comportamenti cui il destinatario risponde come un automa. Distrutto ogni retaggio della personalità, la strada per la vera uguaglianza è spianata, ma si tratta di un’uguaglianza tra schiavi. È una modifica ontologica vòlta a ridurre l’uomo da essere unico e irripetibile ad animale addomesticato che esiste in quanto inserito nel funzionamento del gregge/formicaio. Nessuna vita è possibile al di fuori di questo recinto. La questione dell’ambiente, secondo Dostoevskij, è stata già risolta, diciotto secoli or sono, da Cristo. Colui che «recava in Se stesso e nella Sua parola l’ideale della Bellezza»9, ha vinto le tentazioni del diavolo proclamando anche la natura spirituale dell’uomo: non di solo pane vive esso, poiché la lotta per l’esistenza, che pone gli uni nemici degli altri quando sia l’unica ragione del vivere, non risolve pienamente la natura dell’uomo. Per Dostoevskij, che non entra esplicitamente nel merito della questione darwiniana – pur risentendo, tuttavia, del corto respiro evoluzionista – «è un fatto che Dio gli ispirò (all’uomo) il soffio della vita»10. Questa verità dilata l’orizzonte esistenziale dell’uomo; egli non è soltanto un 60


organismo che, alla stregua degli altri, vive in attesa dell’estinzione, perché l’eternità diventa insieme luogo e tempo che dà ragione della speranza che alberga in lui. Una creatura che si dimena nel fango, ma non può fare a meno di rivolgere lo sguardo al cielo. Di tale risma è l’uomo dostoevskijano, che sperimenta la ferocia di questa contraddizione nella libertà di scegliere. Quale destino attenda l’uomo che decida di abdicare da se stesso, quando si inginocchi di fronte a qualcuno che con la promessa di un falso bene lo rinchiuda nel sottosuolo di una vita fine a se stessa, bene si evince dalla Leggenda del grande inquisitore. L’occasio di questo poemetto, è offerta dall’incontro tra i fratelli Ivàn e Alyosha Karamazov. Due giganti che si fronteggiano in un duello dialettico in cui il destino dell’uomo oscilla tra l’alternativa della perdizione e della salvezza. L’azione della leggenda si svolge al tempo dell’inquisizione spagnola del XVI secolo: Cristo ritorna sulla terra con le stesse sembianze della prima volta e, straordinariamente, tutti lo riconoscono. In mezzo alla folla in delirio per il compimento dell’ultimo miracolo, la resurrezione di una bambina dalla sua bara fa la sua comparsa innanzi alla cattedrale di Siviglia, il cardinale inquisitore seguito da una schiera di aiutanti, schiavi e guardie. È un vecchio di «quasi novant’anni, alto e diritto, col viso scarno e gli occhi infossati, nei quali però riluce come una scintilla di fuoco, un bagliore»11. Scorto Cristo, l’inquisitore punta il dito su di Lui e ordina alla guardia di arrestarlo. «E tale è la sua forza e a tal punto il popolo è avvezzo a sottomettersi e a obbedirgli timorosamente che la folla subito fa largo alle guardie e queste, nel silenzio di tomba che è di colpo calato, mettono le mani su di Lui e lo conducono via. […] “Sei tu? Sei tu?”». Con questa domanda, l’inquisitore interpella il prigioniero nell’oscurità della notte. «“Tu non hai alcun diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto ad infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto ad infastidirci. Ma sai che accadrà domani? Io non so chi tu sia né voglio sapere se tu sia proprio Lui o se gli somigli, ma domani ti condannerò e ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici e quello stesso popolo che oggi ti baciava i piedi, domani, a un mio cenno, si precipiterà ad attizzare il fuoco del tuo rogo, lo sai questo? Sì, forse lo sai. […] Hai tu il diritto di rivelarci anche uno solo dei segreti del mondo da cui sei venuto?… No, non ce l’hai, per non aggiungere altro a quello che hai già detto una volta, per non privare gli uomini della libertà che avevi tanto difeso quando eri sulla Terra. Tutto quello che di nuovo predicassi ora attenderebbe alla libertà di fede degli uomini poiché apparirebbe come un miracolo, ma la loro libertà di fede ti era più 61


cara di ogni altra cosa, già allora, millecinquecento anni fa. Non eri forse tu a ripetere sempre: “Voglio rendervi liberi?” Ecco, ora li hai visti questi uomini liberi,” aggiunge a un tratto il vecchio con un sorriso pensoso. “Sì, questa faccenda ci è costata cara, ma noi l’abbiamo portata a termine, nel nome tuo”»12. Il potere cui appartiene l’inquisitore ha avuto il sommo merito di rendere felici gli uomini che chiamano libertà l’organizzazione precisa e puntuale della loro esistenza. L’unico vero miracolo, prosegue l’inquisitore, si è compiuto quando «lo spirito intelligente e terribile, lo spirito dell’autodistruzione e del non essere», ha posto le tre tentazioni nel deserto proprio a lui, Cristo. Ciò che Cristo si era rifiutato di realizzare allora, la sequela cieca di un popolo asservito tramite i pani, costituisce l’eredità dello spirito maligno raccolta dagli uomini superiori, giacché non c’è dono più pericoloso, più terrificante per l’uomo, della libertà. Per l’inquisitore, gli uomini «“sono viziosi e ribelli, ma alla fine diverranno arrendevoli. Ci ammireranno e ci riterranno simili a dei, perché, mettendoci alla loro testa, abbiamo accettato di sopportare la libertà e di dominarli, tanto li atterrirà, alla fine, l’essere liberi! Ma noi diremo che obbediamo a te e che governiamo in nome tuo. Così li inganneremo di nuovo e non lasceremo più che tu ti accosti a noi. Guarda cosa hai fatto poi e sempre in nome della libertà! Io ti dico che non vi è per l’uomo affanno più grande che quello di trovare al più presto qualcuno a cui rendere il dono della libertà che quell’infelice ha avuto nascendo. Ma si impossessa della libertà degli uomini solo chi pacifica la loro coscienza”». Perché il dono dei pani asservisse gli uomini, era necessario estirpare definitivamente il germe della coscienza, altrimenti questo dono non sarebbe stato sufficiente ad avvincerli . È vero che Cristo è stato riconosciuto, ma ciò non gli risparmia l’essere additato come un impostore perché il nuovo ordine lo rende nemico della felicità umana. L’ultimo passo dell’arbitrio totale consiste nel rinnegare Cristo sapendo chi sia. Soltanto l’inquisitore e gli uomini come lui possono ancora esercitare una scelta del genere; solo loro possono compierla in nome di quella libertà che hanno sottratto all’umanità. E infatti, la scelta si palesa subito: «“Allora senti, noi non siamo più con te, ma con lui: da ormai otto secoli. Sono precisamente otto secoli che noi accettammo da lui ciò che tu rifiutasti con sdegno, quell’ultimo dono che Egli ti offriva mostrandoti tutti i regni terreni”»13. Dal prigioniero ne verbum quidem: soltanto un bacio sulle labbra tremanti dell’inquisitore che, sconvolto, lo lascia andare ordinandogli di non fare più ritorno. La figura del grande inquisitore è espressione, al pari di colui che lo ha generato, 62


cioè Ivàn Karamazov, di un’intelligenza euclidea che raggiunge il culmine della rivoluzione nell’autosufficienza da Dio. Il sottosuolo – il nome che assume l’ambiente che ha ormai divorato l’uomo – costituisce l’unico spazio in cui la nuova creatura per un istinto di difesa nello scoprirsi finita, a dispetto dell’apparente illimitatezza del mondo conquistata dal distacco da Dio, si accovaccia come nel cantuccio di una stanza; si curva su se stessa e sulla realtà chiusa in cui si trova e comincia «ad arrogarsi gli attributi di Dio, ponendo anzitutto se stesso come assoluto»14. L’assolutezza non è attributo della divinità, ma del finito perché «solo il finito 15 è» . La rivoluzione, cioè la riforma dell’opera di Dio, la pretesa organizzazione della felicità, ha definitivamente asservito il mondo umano ai meccanismi biologici del bisogno; la fisionomia umana16 si è rarefatta nelle forme di un essere vivente del regno animale. È il paradosso di un progresso che coincide con il punto più basso della storia dell’umanità: l’affrancamento dalla propria coscienza come affermazione di un’esistenza belluina. Eppure, è possibile «“sottrarsi al giuoco delle circostanze, affinché nulla ci raggiunga fuorché l’inevitabile”, ammonì un poeta, e che cosa è inevitabile se non ciò che è, appunto, da “tutta l’eternità”? “Ce l’hai forse messa tu?” chiese un padre del deserto al suo discepolo […] “E allora perché vorresti, tu, raccoglierla?”. È scritto infatti (Gv., 3, 27) che nessuna cosa può ricevere l’uomo che non gli sia stata assegnata dal cielo»17. La deificazione dell’uomo esclude l’infinito come sintesi di una dialettica destinata, chiusa nella circolarità fine a se stessa di una perpetua contraddizione. L’ineludibilità della domanda: per che cosa vivo?, pone l’uomo di fronte a una dimensione sconosciuta alla geometria euclidea, la profondità del suo mistero. Lo pone, cioè, di fronte a ciò che ci si affretta a gettare nella pattumiera dell’irrazionale sotto la categoria del significante: l’umano è compresso dai limiti di un linguaggio che trasforma l’indicibile in una velleità sentimentale o metafisica, sancendo l’impossibilità di farne esperienza. Un deragliamento dai binari della razionalità con una evidenza sempre pronta a riallineare all’unico percorso possibile. Una volta dischiuso questo spazio, le anime si agitano tra l’ideale della Madonna e quello di sodoma, che non sono due bellezze distinte e separate, ma due diversi modi che la libertà ha di rapportarsi all’unica bellezza18. La scelta di sodoma può essere dovuta a «il terrore dell’uomo di fronte alla potenza del proprio spirito: quel bisogno irresistibile – come lo definì Simone Weil – “di coprirsi gli occhi col velo della carne ogni volta che gli si mostri un pò di bene puro”»19. 63


E il mistero proprio in ciò si sostanzia: nell’incapacità di esaurirsi nella linearità mortifera del due più due fa quattro perché, in qualsiasi istante, l’anima che si imbatte nel limite della carne – “infinità finita”, per ricorrere a una felice espressione dickinsoniana20 – richiama a un’appartenenza più alta. L’eroe dostoevskijano, sdoppiato in figure speculari, come Alyosha e Ivàn Karamazov, vive pienamente la radicalità di questa appartenenza, l’uno accettandola con il coraggio della propria purezza, l’altro rifuggendola con la paura di non esserne all’altezza e la tentazione di riuscire a farne a meno. Uno sdoppiamento che ricalca la sua personalissima esperienza di vita, in cui il genio è forgiato anche dalla malattia: gli iniziali momenti d’estasi e il successivo sprofondare negli abissi del mal caduco, si trasfigurano nell’opera d’arte in un’elevazione alle vette altissime di Dio e in una irresistibile forza centripeta che trascina nell’oscurità di un senso ridotto e codificato, mai esauriente. L’ambiente, dunque, ricalca l’esistenza a geometria variabile di chi lo abita: il superamento dei limiti euclidei dipende da ciò in cui l’uomo sceglie di riflettere la propria immagine. La verità, il Bene, inscritti in quel campo di battaglia che è il cuore dell’uomo, che sfuggono perché irriducibili alla fredda organizzazione, sono da riconoscere come segni della creazione; segni di un destino che non è fatto di solitudine, come quella di una scheggia impazzita che vaga nel finto ordine di una mancanza di senso, ma è fatto di un’attesa. Non si tratta della mera aspettativa di una contropartita per le proprie azioni; Dostoevskij non ha mai un atteggiamento utilitaristico. Egli ci informa, e la vive personalmente, che la speranza che nutre l’uomo è quella di una relazione o corrispondenza che renda ragione di quel desiderio insistente che lo fa camminare con passo incerto, eppure fiducioso, tra le vie impervie, prosaiche dei suoi limiti. Tracce discrete perché mai, in nessun momento, Dio si imponga all’uomo senza una sua libera adesione, senza un libero sì. Tutti sanno, al ritorno di Cristo sulla terra, chi Egli sia, ma mentre il rifiuto del popolo è frutto dell’incapacità di discernimento, quello dell’inquisitore è il risultato di una consapevolezza dominata da una volontà nichilista che determina la sua perdizione, anche se il bacio di commiato di Cristo è baluginio di una misericordia schiacciata e tuttavia non cancellata. Quella verità, quel Bene, da questo si riconoscono secondo Dostoevskij: dalla libera adesione a essi, poiché è la libertà la misura dell’uomo come creatura di Dio.

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F.M. Dostoevskij, Diario di uno scrittore, trad. it Ettore Lo Gatto, Bompiani, Milano 2007, p. 18 Ivi, p.19 3 F. M. Dostoevskij, L’idiota, trad. it Alfredo Polledro, Einaudi, Torino 1994, p. 333 4 Ivi, pp. 334-335 5 F. M. Dostoevskij, Ricordi dal sottosuolo, trad. it Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 1974, pp. 32-33 6 T. Kasatkina, Dal paradiso all’inferno - I confini dell’umano in Dostoevskij, Itaca, Castelbolognese 2012, pp. 46-47 7 H. De Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo, trad. it Antonio Tombolini, Editoriale Jaca Book, Milano 1992, p. 275 8 F. M. Dostoevskij, I demoni Vol. 2, trad. it Gianlorenzo Pacini, Garzanti,Milano 1977, pp. 406-407, 408, 422-423 9 F. M. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, trad. it Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2006, p. 135 10 Ivi, p .136 11 F. M. Dostoevskij, I fratelli Karmazov, trad. it Nadia Cicognini, Mondadori, Milano 1994, p. 347 12 Ivi, pp. 348-349 13 Ivi, p. 350 14 R. Guardini, Dostoevskij, Il mondo religioso, trad. it Maria Luisa Rossi, Morcelliana, Brescia 2000, p 214 15 Ivi, p. 215 16 N. Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, trad. it Bruno Del Re, Einaudi, Torino 2002, p. 113 17 C. Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 2012, pp. 118-119 18 T. Kasatkina, Dal paradiso all’inferno, Itaca, Castelbolognese 2012, p. 96 19 C. Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 2012, p. 194 20 E. Dickinson, Poesie, trad. it Margherita Guidacci, Fabbri editori, Milano 1997, p. 148 1 2

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POESIE di Pietropaolo Morrone SPIRITO

Ma com’è successo? Lo spirito, puro, impalpabile, ammorbato nei muchi, invischiato nelle budella, impestato da olezzi mefitici, affogato nel sangue nero. Lo cerco, rovisto, squarto, taglio, eviscero, scuoio, trancio, col martello spacco le ossa, schizza la linfa, spruzza il sangue, nelle budella pulsanti la merda si incrosta. Spirito, alito fumante condensato nella melma, hai scelto un asilo marcio, ti aspetto ancora. Vibro un’ampolla in aria per catturarti. Ma ecco la morte, con i vermi al seguito: la carne è marcia, è tutto un grumo secco, nefando. Imbrattato di umori, mi tengo l’ampolla, l’annuso, la guardo, è limpida, trasparente, pura, vuota.

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MAI NATI

Vivo tra scaffali tarlati, file senza fine di libri. Ma non è un posto come altri. È la biblioteca infinita dei libri che mai sono stati scritti. Canto una breve poesia mai scritta, una donna mai partorita da un ventre mi guarda e ascolta silente. Non ebbero il tempo i suoi genitori di incrociarsi nel mondo, nel mondo in cui l’aria acida corrompe con pazienza ogni cosa. Qui vive ciò che è mai stato. Un giovane uomo mai nato posa un libro mai scritto su uno scaffale tarlato e siede ad ascoltare il mio canto. Altri lo seguono in cerchio fino a che la poesia mai scritta è finita. Prendo per mano la donna mai uscita da un ventre, rinfrancato da quelle tenere carni mai nate, la porto via, lontano lontano. Andiamo a iniziare ciò che i suoi genitori non hanno mai avuto il tempo di fare.

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ARIA

Fumido, annaspo in vapori combusti. Candidi, gli altri li chiamano “aria�. Tumidi, sono vasti, senza fine. Madido, cerco la superficie.

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GLI AUTORI

AMINA NARIMI è nata nel giorno in cui l’inverno si taglia a metà, il 23 gennaio del 1963 a Bologna, dove si è laureata in giurisprudenza con specializzazione in criminologia. Come anagramma di “Anima Rimani”, nasce dopo che il corpo di sua madre si è reso invisibile. Ama i cavalli, i boschi, su tutti il bosco vecchio di Sasso Marconi, dove vive, nascondendo nei tronchi degli alberi ogni sua poesia. È presente nella collana Extra Omnes (Limina Mentis Editore, 2014). A settembre è prevista la pubblicazione del suo primo libro. WALTER AUSIELLO è nato nel 1961 a Napoli. È ingegnere elettronico ma si interessa di filosofia, psicologia e cognitive computing. Una originale sintesi culturale tra gli studi classici e le attività professionali di progettazione e innovazione tecnica è il Saggio caotico sull’aporia, scritto nel 2012. Attualmente si cimenta in racconti e dialoghi.

SIMONE CARUCCI è nato il 4 agosto 1990 a Roma e si è presto avvicinato alla lettura e alla scrittura di poesia e prosa. Ha pubblicato diversi componimenti poetici su webzine. La sua produzione è in continua crescita.

ANNA CORVO, classe ‘91, scuola bresciana. Sprovvista di tutti quei requisiti che si usano normalmente per le descrizioni bibliografiche. Nessuna laurea né lavoro. Niente patente né smartphone, quando le capita usa ancora le cabine telefoniche. Le piace accumulare pensieri, oggetti, ricordi e parole. Per questo scrive da sempre e pubblica ogni tanto in rete con lo pseudonimo Punto Fermo che, in realtà, è l’unica definizione che darebbe di se stessa. CALAMO INCHIOSTRATO è nato nel ‘58 e vive in Sicilia. Non ha mai pubblicato in cartaceo, si illude per scelta. Come Blanchot, considera la scrittura un infinito intrattenimento. Laureato in filosofia, insegna lettere in una scuola media di un quartiere definito “a rischio”, da altri e non da lui. Politicamente libertario, teologicamente sincretico, umanamente esistenzialista. Si ritiene un uomo di scrittura, non uno scrittore. Nel web scrive anche col nick imagomentis.

LIVIA DI VONA è nata nel 1983 a Messina, dove lavora in una cooperativa come tutor che segue l’iter di realizzazione dei progetti. Laureanda in scienze giuridiche, ad uno studio rigido e ordinato preferisce un approccio olistico/sistemico. Scrive saggi per il piacere di approfondire da autodidatta la letteratura e, a prescindere dalla diversità dei linguaggi, i rapporti tra questa e la filosofia. SALVATORE D’ANTONI è nato il 4 novembre 1985 a Sciacca (AG). Troppo giovane, a suo dire, per essere considerato un giovane autore, ha pubblicato la silloge Lame di cristallo (Gruppo Albatros Il Filo, 2008) e la raccolta di racconti Educazione Cinica (Melqart Communication Editore, 2014). Attualmente sta lavorando alla sua seconda raccolta di racconti.

ANDREA FABIANI è nato nel 1978 a La Spezia. Laureato in informatica, si trasferisce a


Genova nel 2005 e frequenta la scuola di scrittura creativa Officina Letteraria. È presente nelle antologie Senza Amore (Emma books, 2013) e 100 racconti di 100 parole (Inchiostro&Patatine), e sul numero 55 della rivista Inutile. È autore dei testi del Bestiario del lavoro 2.0 illustrato da Alessandro Ripane (Bradiponauta). Cura il blog www.lafabbricadellenuvole.net.

VERONICA FALCO è nata nel 1992 a Cosenza. Ha conseguito il diploma psico-pedagogico ma ha frequentato la scrittura sin da ragazzina. Fra i suoi autori preferiti ci sono Isabella Santacroce, Banana Yoshimoto, Jonathan Coe, Julio Cortáraz, Charles Bukowski e Marguerite Duras. Ha all’attivo diversi romanzi e raccolte di poesie, tutti ancora inediti.

PIETROPAOLO MORRONE nasce a Cosenza 13.700.001.976 anni dopo il Big Bang. Sin da bambino ha mostrato un particolare talento verso la ricerca delle attività meno redditizie possibili. Laureato in ingegneria meccanica, persiste, ormai da anni, a lavorare nell’ambito della ricerca scientifica universitaria. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie La valigia esplosa e La città invisibile (Coessenza). È ancora vivo.

LUDOVICO POLIDATTILO è nato nel 1966 ad Alessandria. Laureato in filosofia, ha pubblicato novelle e liriche su diversi numeri di Lahar magazine e della rivista Babau e nelle antologie 99 rimostranze a Dio (Ottolibri), Poesia in provincia di Alessandria (Puntoacapo), Il dizionariaccio (Gorilla Sapiens Edizioni, in corso di pubblicazione). I suoi testi teatrali Eumenidi talk-show, Apokalypsis à la page, Apokalypsis pour homme e Le avventure del capitano Ego sono stati rappresentati dalla compagnia Regno delle Madri Entertainment. Se non altrove, quanto scrisse, scrive e scriverà è sul blog Polidattilografia. MASSIMILIANO PRICOCO è nato il 15 luglio 1979 ad Augusta (SR). Laureato in giurisprudenza, lavora come avvocato. È presente con le sue opere nell’antologia Poeti e poesia (2010), nella raccolta di aforismi Il viaggio è nella testa (2013), su Agenda letteraria Opposto.net (2012, 2013, 2014), in La genesi, arte scienza e rivelazione della coscienza (Edizioni Opposto.net, 2014) e nell’antologia Inchiostro e anima 2014 (Edizioni Effe Grafica).

FLAVIO SCALONI è nato nel 1982 a Roma. Dal 2010 è membro del Circolo Letterario Bel Ami e nel 2012 dà vita al blog Flavio & la Musa. È direttore responsabile del magazine on-line di arte e letteratura contemporanea Diwali Rivista Contaminata. È presente nelle antologie poetiche Metrici moti (deComporre, 2014) e Beneficio d’inventario (Limina Mentis Editore, 2015). Ha pubblicato Stella di seta (Genesi Editore, 2013), Mantra della Sera (Genesi Editore, 2013) e Via Parini 7 (Teseo Editore, 2015). ATTILIO SCATAMACCHIA è nato nel 1973 a Torino e vive con la moglie e i due figli in una città della costa abruzzese, in provincia di Pescara. Ingegnere, libero professionista nel settore della termotecnica, scrive più o meno da sempre.


Rivista Alibi - Numero 10  

Il numero 10 contiene le opere dei seguenti autori: Ludovico Polidattilo, Andrea Fabiani, Amina Narimi, Attilio Scatamacchia, Flavio Scaloni...