Page 3

Corsivo

giovedì 15 aprile 2010

3

Aborto: in pillole o no, rimane una sconfitta Invia un sms sull’articolo al 3471136778 inserendo il codice 1868

Torna d’attualità un tema su cui riflettere e interrogarsi.

La pillola abortiva Ru486 è entrata ufficialmente in Italia, somministrata il 7 aprile scorso, nel Policlinico di Bari, ad una ragazza di 25 anni che desiderava interrompere una gravidanza in atto ma già da tre anni, in via sperimentale ed in regime di dayhospital, veniva usata lì ed all’ospedale Vito Fazzi di Lecce, tanto che ben 196 donne pugliesi l’avevano assunta, scegliendola come alternativa al metodo chirurgico dell’isterosuzione o raschiamento, consentito, in alcuni casi, dalla famosa legge n. 194 del 22 maggio 1978, legge che, ricordiamo, costò non poche lotte e battaglie alla sinistra attenta ed impegnata di quegli anni. La RU486 è a base di mifepristone, sostanza che inibisce l’azione del progesterone, ormone necessario per il proseguimento della gravidanza, ostruisce i vasi sanguigni della mucosa uterina, aumenta la contrattilità muscolare dell’utero e favorisce la dilatazione della cervice: in tal modo l’embrione non riceve più nutrimento e la mucosa dove si è annidato si distacca per poi essere eliminata. Viene data solo in ospedale per gestazioni che non abbiano superato i 49 giorni o 7 settimane: la donna prende da una a tre compresse in abbinamento ad un altro farmaco a base di prostaglandine che provoca contrazioni uterine più intense; se effettuato in tempo preco-

ce il trattamento pare non procurare effetti e conseguenze di alcun rilievo sul fisico. La RU486 non va confusa con la pillola del giorno dopo, un contraccettivo di emergenza a base di levonorgestrel, in grado di bloccare l’ovulazione, che va preso entro 10 o 12 ore dal rapporto sessuale a rischio, acquistabile in farmacia con ricetta medica (se serve nei fine settimana o di notte occorre rivolgersi alla Guardia Medica o al Pronto Soccorso, n.d.r.) e nemmeno con quella dei 5 giorni dopo, un farmaco non ancora disponibile in Italia, a base di ulipristal, già venduto negli Stati Uniti, in Germania ed in Inghilterra, che mantiene la sua efficacia per un periodo di tempo più lungo rispetto al levonorgestrel (appartiene alla classe dei modulatori dei recettori del progesterone). Molte le polemiche, forte la speculazione mediatica e politica, il boicottaggio e l’ostruzionismo da parte di quelle regioni intenzionate ad ostacolare, in tutti i modi, la pratica di una nuova forma di interruzione di gravidanza di cui vanno ancora chiarite uso, tempi e modalità. Finita da decenni l’era delle mammane, degli infusi di prezzemolo, dei “cucchiai d’oro”, l’aborto continua a far discutere, oggi come ieri. A detta di molti quello “chimico” tenderebbe non solo a medicalizzarlo, rendendolo simile ad una qualunque patologia curabi-

le e risolvibile con semplici farmaci ma rischierebbe addirittura di banalizzarlo, svuotandolo dei suoi significati etico, psicologico e religioso che ne fanno un accadimento a dir poco drammatico e poco superabile o elaborabile da parte delle donne che lo vivono, sempre e comunque, come scelta forzata: donne che fanno fatica a scordare, a capire, e ripongono il vissuto di quell’esperienza in un posto nell’anima dove è sempre più difficile tornare, entrare, fermarsi a pensare. Questo perché l’aborto non finisce mai, spesso comincia proprio quando è, da tempo, concluso, fa parte di quelle strane ferite che il tempo non cicatrizza ma lascia lentamente affiorare. Ne sa qualcosa Maria ( vuole che la chiamiamo così) che, in questi giorni, rivive ancora una volta il trauma di un aborto effettuato da ragazza parecchi anni fa, ai tempi dell’università, proprio nel periodo in cui fu approvata la legge 194 di cui, però, per diverse regioni, non poté e non pensò di usufruire. Maria ricorda lo spavento, l’incredulità, l’isolamento di quei giorni, ha nella mente ancora il nome del test di gravidanza che usò nel bagno da sola ed il silenzio telefonico che seguì alle parole con cui comunicò al suo ragazzo il risultato positivo. I compagni di “partito” (bazzicavano l’area di sini-

stra) diedero loro una mano e con una colletta raggranellarono la somma necessaria per l’intervento, centomila lire, il “prezzo politico” che un famoso ginecologo praticava a ragazzi come loro per aborti eseguiti, in fretta e senza alcuna tutela sanitaria, con il metodo Karman, cioè per aspirazione. Ci passarono quasi tutti quelli del gruppo, sembrò quasi un rito di iniziazione, e, dopo lo strano senso di liberazione che avvertirono per il pericolo scampato, cominciarono a fare i conti con se stessi e con la realtà: molte coppie si sfasciarono e l’inquietudine che li colse minò i progetti di vita e di studio che, in molti casi, non si realizzarono. Si ritrovarono improvvisamente vecchi e stanchi e solo anni dopo giunse l’amara consapevolezza di un gesto che aveva inesorabilmente spezzato la loro voglia di sognare. Maria, a volte, si chiede come sarebbe stato quel figlio e come sarebbe ora lei, se lo avesse fatto nascere, dice che il senso di fallimento covato e maturato con gli anni è sottile e indelebile: perché, comunque vadano le cose, l’aborto è la sconfitta di una donna, di una coppia, della società intera, un’occasione di vita mancata che avrebbe potuto, forse, renderci migliori. Beatrice De Gennaro

Il Fatto n. 058  

www.ilfatto.net

Il Fatto n. 058  

www.ilfatto.net

Advertisement