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(Anno XXVIII) Nuova serie - Anno 9 n. 5- Settembre/Ottobre 2010 - Amici di Papa Giovanni - CONTIENE I.R.

Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB BERGAMO - In caso di mancato recapito restituire al mittente che si impegna a pagare la relativa tassa

Era il 1959 e Papa Giovanni istituiva la Filmoteca Vaticana

Santuario della Cornabusa: il futuro Papa vi pregò spesso

Quella foto del Pontefice che fece il giro del mondo

SETTEMBRE - OTTOBRE 2010

Roncalli agli infermi: “Siete i prediletti di Gesù Cristo”


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Sotto la protezione di Papa Giovanni

Mamma Barbara chiede al Papa Buono la benedizione e la protezione per tutta la vita il marito Frank e i loro bellissimi bambini

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Mamma e nonna Giovanna affida i figli e nipoti alla protezione di Papa Giovanni XXIII affinchè li protegga per tutta la vita

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Inviate la fotografia dei vostri bambini ad:

via Madonna della Neve, 24 - 24121 Bergamo


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Era il ‘59 e Roncalli Istituì la «Filmoteca Vaticana»

Una Messa di ringraziamento per i 160 anni del Pime

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Quella foto del Pontefice che fece Il giro del mondo

Papa Giovanni XXIII: uomo e pastore di pace

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Ghiaie, apparizioni o no la devozione c’è di sicuro

Era il 1959 e Papa Giovanni istituiva la Filmoteca Vaticana

Santuario della Cornabusa: il futuro Papa vi pregò spesso

Santuario della Cornabusa: il futuro Papa vi pregò spesso

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Roncalli agli infermi: “Siete i prediletti di Gesù Cristo”

(Anno XXVIII) Nuova serie - Anno 9 n. 5- Settembre/Ottobre 2010 - Amici di Papa Giovanni - CONTIENE I.R.

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Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB BERGAMO - In caso di mancato recapito restituire al mittente che si impegna a pagare la relativa tassa

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Quella foto del Pontefice che fece il giro del mondo

Coordinamento redazionale: Francesco Lamberini Fotografie: Archivio del Seminario Vescovile di Bergamo, Archivio “Amici di Papa Giovanni”, Archivio “Fondazione Beato Papa Giovanni XXIII”

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Roncalli agli infermi: “Siete i prediletti di Gesù Cristo”

MAGGIO - GIUGNO 2010

n. 5 bimestrale settembre/ottobre

Direttore responsabile Monsignor Giovanni Carzaniga Direttore editoriale Claudio Gualdi

Aumentano i pellegrini in visita alla Terra Santa

Don Carlo Gnocchi, il cuore di Dio sulle strade dell’uomo

Clausura, altro che quiete: «Abbiamo una vita attiva»

Editrice Bergamasca ISTITUTO EDITORIALE JOANNES

Redazione: don Oliviero Giuliani mons. Gianni Carzaniga direttore della “Fondazione Beato Papa Giovanni XXIII” con sede nel Seminario Vescovile Giovanni XXIII di Bergamo, mons. Marino Bertocchi parroco di Sotto il Monte, Suor Gervasia volontaria nelle carceri romane, Claudio Gualdi segretario dell’associazione “Amici di Papa Giovanni”, Pietro Vermigli, Giulia Cortinovis, Marta Gritti, Vincenzo Andraous padre Antonino Tagliabue Luna Gualdi

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Anno XXVIII Direzione e Redazione via Madonna della Neve, 26/24 24121 Bergamo Tel. 035 3591 011 Fax 035 3591117 Conto Corrente Postale n. 97111322 Stampa: Sigraf Via Redipuglia, 77 Treviglio (Bg) Aut. Trib. di Bg n. 17/2009 - 01/07/2009

www.papagiovanni.it info@papagiovanni.it Attenzione: per eventuali ritardi nella consegna del giornale o altri problemi postali contattare la redazione lasciando anche recapito telefonico.

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AT T I V I T À

Era il ‘59 e Roncalli istituì la «Filmoteca Vaticana» Conserva un ricco repertorio di immagini che ricostruiscono la storia della Chiesa

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«Quest’anno – ha sottolineato Benedetto XVI – ricorre il 50° anniversario della fondazione della Filmoteca Vaticana, voluta dal mio venerato predecessore, il beato Giovanni XXIII, e che ha raccolto e catalogato materiale filmato dal 1896 a oggi in grado di illustrare la storia della Chiesa. La Filmoteca Vaticana possiede pertanto un ricco patrimonio culturale, che appartiene all’intera umanità. Mentre esprimo viva gratitudine per ciò che è già stato compiuto, incoraggio a proseguire tale interessante lavoro di raccolta, che documenta le tappe del cammino della cristianità, attraverso la suggestiva testimonianza dell’immagine, affinché questi beni siano custoditi e conosciuti». L’invenzione del cinema ha indubbiamente creato un nuovo modo di comunicare. Nato nel 1895 per documentare il mondo e le attività dell’uomo, si è andato configurando sempre più come manifestazione artistica ed espressione della società. Le immagini in movimento sono diventate uno degli elementi caratteristici della società contemporanea, fondamentali per registrare e riprodurre le vicende del reale, anche se solo nel 1980 l’Unesco ha riconosciuto che i film sono un bene culturale e, come tali, fanno parte del patrimonio dell’umanità. L’esigenza di preservare dalla Un proiettore utilizzato dalla Filmoteca nei primi anni scomparsa gli elementi costitutidella sua attività vi di questo patrimonio cultura-

eno di un anno fa, nel novembre 2009, Benedetto XVI ha ricordato i cinquant’anni di attività della Filmoteca Vaticana, impegnata a ricercare e conservare il materiale filmato sulla storia dei Pontefici, della Chiesa, della sua opera nel mondo, oltre a una serie di film di alto valore artistico e umano. Nella circostanza «L’Osservatore Romano» ha dedicato sulle sue pagine un ampio servizio all’argomento, a firma di Claudia Di Giovanni, che riproponiamo ai nostri lettori.

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attività

le del Novecento, con la volontà di trasmetterlo alle generazioni future, risale indietro nel tempo ed è all’origine delle filmoteche, strutture nate per custodire la memoria, riscoprendo e valorizzando le immagini filmate. La Filmoteca Vaticana, come tante altre nel mondo, è impegnata a ricercare, conservare e divulgare materiali non sempre noti, ma particolarmente preziosi, che rendono la sua collezione unica al mondo. Essa, infatti, custodisce un piccolo pezzo di questo patrimonio culturale composto dalle immagini filmate che ricostruiscono la storia della Chiesa, ma che testimoniano anche lo stretto legame tra i Pontefici del Novecento e la comunicazione. Quando il 16 novembre di cinquant’anni fa Giovanni XXIII istituisce la Filmoteca Vaticana, comprende già il valore della testimonianza filmata, al punto di creare nella Città del Vaticano un archivio che possa raccogliere e conservare il materiale audiovisivo. Il 1959 è un anno particolare nel pontificato di Roncalli; è infatti lo stesso anno in cui il Papa annuncia il Concilio Vaticano II, in un momento di profondi cambiamenti storici e sociali. Da qui è nata l’idea di ricordare l’anniversario della Filmoteca con un dvd, «La Filmoteca Vaticana. Immagini dal Concilio», realizzato da Nicola Vicenti unicamente con le immagini dell’archivio. Il filo conduttore del documentario è il legame che unisce la Filmoteca al Vaticano II. I due eventi potrebbero sembrare slegati, ma in realtà sono intimamente connessi dalla necessità che il Papa sente di parlare al mondo, con il suo stesso linguaggio. E lo fa attraverso i media, che stanno velocemente trasformando la realtà del pianeta e che saranno i testimoni dell’evento che porterà la Chiesa universale in una nuova era. L’urgenza è comunicare con tutti. Il documentario è stato realizzato selezionando le oltre cento ore di filmati sul Vaticano II, senza la pretesa di esaurire l’argomento in 60 minuti, sottolineando piuttosto lo spirito di quell’aggiornamento che interrogava la Chiesa universale e coinvolgeva tutti gli uomini, mentre la comunicazione viaggiava veloce, grazie alla possibilità offerta dai

media di raggiungere tutti i cristiani. In tutti questi anni la Filmoteca Vaticana ha continuato a ricercare e custodire le testimonianze filmate sulla Chiesa e i Pontefici che, con criteri ed espressioni diverse, secondo le epoche, hanno dimostrato attenzione, interesse, stima, e a volte riserve, per gli strumenti della comunicazione, aprendo la strada al loro utilizzo da parte dei fedeli e della Chiesa stessa, per annunciare il messaggio di Cristo. La Chiesa, dunque, entra con Papa Giovanni XXIII in questo rinnovamento, con l’intento di instaurare un rapporto di dialogo che conduca alla reciproca comprensione e tale percorso si può ricostruire attraverso il materiale filmato raccolto in cinquant’anni dalla Filmoteca, sottolineando come in ogni epoca i Pontefici abbiano definito determinate forme espressive di comunicazione. Leone XIII, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI. Centotredici anni di storia a cui fanno da sfondo guerre, tragedie e

Papa Giovanni XXIII istituì la Filmoteca Vaticana il 16 novembre del 1959, nello stesso anno in cui annunciò il Concilio Vaticano II

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attività

La Filmoteca Vaticana compie ogni giorno il percorso di catalogazione dei documenti audiovisivi, attraverso una serie di passaggi non semplici che partono dall’identificazione delle immagini e puntano alla conservazione e alla valorizzazione dei materiali. Le pellicole, pur essendo tra gli standard più duraturi, hanno bisogno di attente cure per durare nel tempo e i film in attesa di essere esaminati sprigionano a volte un odore di aceto; è l’odore inconfondibile di un processo debilitante di degradazione chimica che colpisce le vecchie pellicole a base di acetato di cellulosa che, se non opportunamente conservate, sono destinate alla distruzione. In cinquant’anni molte di queste pellicole, alcune uniche, sono state salvate e recuperate grazie proprio agli sviluppi di tecniche sempre più affidabili, aggiungendo un’altra tessera al grande mosaico della storia umana. Ogni anno riusciamo a recuperare qualche filmato rilevante, come nel caso di «Guerra alla Guerra», la pellicola del 1948 restaurata assieme alla Cineteca Nazionale. Questo documentario, importante dal punto di vista artistico e storico, attesta l’impegno di Pio XII durante la seconda guerra mondiale, a favore di tutte le vittime del conflitto e rappresenta una riflessione fondamentale sulla guerra, anche per le nuove generazioni. A questo si aggiungono le 70 pellicole che documentano l’attività della Pontificia Opera di Assistenza (Poa) voluta da Pio XII come sostegno ai bisognosi. Un elenco di tutto il materiale dell’archivio sarebbe impossibile da redigere, ma i titoli catalogati sono oggi 7.800. Grazie alle migliaia di metri di pellicola conservati, la Chiesa si esprime attraverso i suoi Pontefici, i santi, i missionari, i sacerdoti, gli uomini che hanno prestato la loro opera al servizio del Vangelo. Vent’anni fa l’archivio aveva 500 titoli registrati su un libro e le pellicole erano conservate in un ambiente non del tutto idoneo. In questi venti anni la Filmoteca è cresciuta; molto materiale che era destinato alla distruzione è stato recuperato e sono stati creati ambienti climatizzati che garantiscono la conservazione delle pellicole. Quelle pellicole che ancora oggi vedono la luce nella piccola sala di

traguardi dell’uomo. In un immaginario lungometraggio realizzato con i documenti di archivio sarebbe possibile illustrare la storia della Chiesa, della comunicazione e allo stesso tempo del mondo attraverso gli eventi che hanno caratterizzato gli anni in cui la macchina da presa è diventata testimone dell’uomo. Per questo motivo la Filmoteca Vaticana è aperta a tutti coloro che vogliono comprendere meglio la storia della Chiesa e l’accoglienza dei ricercatori è fondamentale, perché spesso arrivano in archivio senza una vera consapevolezza di determinati argomenti, magari con qualche pregiudizio, ignorando l’esistenza di immagini che si rivelano poi una vera scoperta. Conserviamo dunque il materiale per tramandarlo, mostrarlo a chi, vedendolo per la prima volta, conosce e si incuriosisce tanto da voler approfondire determinate tematiche o a chi, rivedendo immagini già conosciute, rivive il suo passato e riscopre le sue radici.

5 gennaio 1992: la visita di Giovanni Paolo II alla Filmoteca

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attività

proiezione che si trova a Palazzo San Carlo, realizzata negli anni Sessanta e completamente ristrutturata nel 2005. In questa sala sono stati proiettati documentari storici, film di particolare valore, spezzoni di argomento religioso; proiezioni in cui l’archivio ha avuto l’onore di ospitare attori, registi, produttori, ma soprattutto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. La Filmoteca Vaticana continua dunque il lavoro per cui è stata creata, aperta alle collaborazioni, agli scambi, attenta alla conservazione e sempre alla ricerca di filmati che possano contribuire a ricostruire pezzo dopo pezzo la storia della Chiesa e dell’uomo, le sue radici. In passato l’immagine filmata ha faticato ad ottenere il suo riconoscimento. Ormai però il cinema

è considerato una forma d’arte, simbolo del XX secolo, elemento sostanziale della sfera comunicativa, capace di esprimersi attraverso la creatività, mezzo per documentare la storia e conservare la memoria culturale, strumento di conoscenza. Le parole di incoraggiamento del Santo Padre sono l’augurio migliore per l’anniversario della Filmoteca Vaticana, una piccola realtà con una collezione davvero eccezionale che non vuole restare chiusa in una scatola, perché l’archivio conserva la memoria, una memoria fatta di ricordi che devono essere sollecitati affinché l’identità cristiana dell’uomo non resti nascosta in un cellario ben climatizzato. La sola conservazione del patrimonio filmato non basta; fondamentale rimane la sua diffusione.

Comun Nuovo in lutto per la scomparsa di don Giovanni intraprendere la strada del sacerdozio. Ordinato il 30 maggio 1942, la prima destinazione fu quella di vicario nella parrocchia di Castigo (Bergamo), dov’è rimasto fino al 1958, portando a termine la costruzione dell’oratorio e seguendo in prima persona le molteplici attività che vi si svolgevano, fra cui le tre compagnie teatrali: grazie alla sua abilità come pittore, oltre a realizzare decine di ritratti di familiari, amici e soggetti sacri, dipingeva lui stesso le scenografie delle compagnie teatrali. Viene poi destinato a Bergamo, dove getta le basi per la realizzazione della parrocchia del Sacro Cuore, divenendone primo parroco. Dopo l’esperienza cittadina, dove è stato anche vicario del vescovo nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Mia, nel 1969 diventa arciprete della comunità parrocchiale di San Martino a Calolziocorte (Bergamo), dove rimane fino al 1987, quando ritorna a Comun Nuovo. I funerali, presieduti dal vescovo Francesco Beschi, sono stati celebrati il 19 luglio alle 10 nella parrocchiale di Comun Nuovo.

Gli ultimi 23 anni della sua vita li ha spesi per la parrocchia del paese in cui era nato – Comun Nuovo in provincia di Bergamo –, dove si era ritirato nel 1987 prestando fino all’ultimo il suo prezioso e sempre presente servizio. Ma don Giovanni Moretti, morto sabato 17 luglio mattina al policlinico di Zingonia (Bergamo) all’età di 92 anni, in 68 di sacerdozio ha davvero lasciato il segno in tutte le parrocchie in cui è stato chiamato a svolgere la sua missione pastorale, continuando a mantenere i rapporti coi suoi ex parrocchiani che in tanti hanno pianto la sua scomparsa. L’esperienza più qualificante è stata certamente quella di aver contribuito a fondare la parrocchia del Sacro Cuore in città, della quale divenne il primo parroco e dove rimase dal 1958 al 1969. Grande appassionato d’arte, in particolare di pittura (passione coltivata fin dal Seminario) don Giovanni Moretti – il suo nome di battesimo era in realtà Battista –, era nato a Comun Nuovo il 26 aprile 1918. Figlio di una famiglia benestante, aveva cinque fratelli – tre maschi e due femmine –, ma fu l’unico ad

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A N N I V E R S A R I

Messa di ringraziamento per i 160 anni del Pime Il Pontificio istituto missioni estere a Sotto il Monte nacque per volere di Roncalli

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duto la celebrazione eucaristica di ringraziamento. Sull’altare numerosi padri e sacerdoti, tra i quali padre Bruno Piccolo, superiore per l’Italia del Pime, i frati di Baccanello, don Alberto Caravina, vicario dell’Isola e i parroci: monsignor Marino Bertocchi di Sotto il Monte e don Renato Belotti di Terno d’Isola. Nella chiesa centinaia di fedeli, che hanno cantato e pregato il Signore affinché quella fiammella accesa in quel lontano giorno continui a brillare. All’omelia monsignor Assolari ha ricordato la fondazione dell’allora Seminario lombardo per le missioni, voluto proprio dai vescovi lombardi per diffondere il Vangelo in terre lontane e composto da religiosi pronti a offrire anche la propria vita per annunciare l’amore del Signore. «Ricordare i 160 anni del Pime – ha detto il rettore della comunità del Pime, padre Ilario Bianchi – è anche occasione per celebrare l’istituto di Sotto il Monte, che nacque per rispondere a un desiderio del beato Papa Giovanni XXIII. Con la presenza del seminario si è iniziata una forte animazione missionaria e vocazionale che ancor oggi continua, purtroppo senza la presenza dei seminaristi». Il seminario infatti è stato chiuso negli anni Novanta, dopo che centinaia di giovani sono passati per Sotto il Monte ed oggi si trovano nelle missioni nel mondo. Da sei anni è aperto invece l’ufficio mondialità, che porta nelle scuole l’attenzione sui problemi che attraversano il mondo d’oggi, dalla fame alle guerre, dallo sfruttamento dei minori alla sensibilizzazione su un uso reL’esterno del Pontificio istituto missioni estere a Sotto il Monte sponsabile dell’acqua.

religiosi del Pime (Pontificio istituto missioni estere) di Sotto il Monte hanno ricordato 160 anni di annuncio e testimonianza missionaria nel mondo. Un lungo cammino, iniziato il 30 luglio 1850, dal fondatore del Seminario lombardo per le missioni (diventato poi Pontificio istituto missioni estere) monsignor Angelo Ramazzotti, da poco eletto vescovo di Pavia, sulle strade del mondo ad annunciare la Buona Novella e testimoniare l’amore di Cristo all’intera umanità. Il rettore padre Ilario Bianchi, con la comunità del Pime, ha celebrato l’anniversario nella preghiera, ringraziando il Signore per tutto quello che ha fatto per i padri missionari, che in questi 160 anni hanno percorso tanta strada: dall’Italia alla Papua Nuova Guinea, dall’Asia all’Africa, dall’Europa alle Americhe. Il 30 luglio sera, nella chiesa del seminario missionario del Pime, monsignor Alessandro Assolari, delegato vescovile per la vita consacrata, ha presie-

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AP P U N TA M E N T I

Santuario della Cornabusa: il futuro Papa vi pregò spesso Roncalli ci andò per l’ultima volta nel ‘58, poco prima di salire al soglio pontificio

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La Madonna della Cornabusa è il più bel santuario al mondo perché è stato costruito da Dio e non dagli uomini», ricordava Giovanni XXIII che amava questo santuario di Sant’Omobono Terme in Valle Imagna (Bergamo) e dove ebbe l’opportunità di trascorrervi momenti di intensa spiritualità. Nella memoria di Papa Roncalli, i cui avi erano originari proprio della Valle Imagna, nel 2008 sono state festeggiate due ricorrenze importanti: il centenario dell’incoronazione della Madonna della Cornabusa – avvenuta il 4 ottobre 1908 e tenuta dal cardinale arcivescovo di Pisa Pietro Maffi, con il vescovo Giacomo Maria Radini Tedeschi e il suo segretario, il giovane don Angelo Giuseppe Roncalli – e il cinquantesimo dell’elezione del cardinale Roncalli al Soglio Pontificio, avvenuta il 28 ottobre 1958. Un percorso giovanneo, è stato proposto nell’occasione, nel se-

Il Patriarca solleva il zucchetto in un gesto di saluto

Inaugurata a Vilminore piazza Papa Giovanni XXIII record». Dieci mesi sono infatti intercorsi dalla decisione da parte dell’Amministrazione di intervenire sulla piazza e la data fissata per la sua inaugurazione. E sono stati 56 i giorni lavorativi sufficienti per rimediare a una situazione di forte degrado, e anche disagi per chi si trovava a percorrere l’area, a causa della continua disconnessione delle lastre in porfido posate qualche tempo fa. L’avvio dei lavori, con l’ordinanza di divieto di transito, era stato accompagnato da alcune lamentele per la concomitanza della stagione turistica. Ma ora che il cantiere è ultimato, tutto è stato risolto.

E’ stata inaugurata ufficialmente sabato 24 luglio, con tanto di taglio del nastro e brindisi, la centralissima piazza Papa Giovanni XXIII a Vilminore di Scalve, in provincia di Bergamo, recentemente sottoposta a lavori di restyling e ristrutturazione. Alle 17,30 e con la partecipazione del locale Corpo musicale, è stato dato il via alla cerimonia alla presenza del sindaco Giovanni Toninelli, degli amministratori, del progettista Mario Bonicelli, delle maestranze e della cittadinanza. «Il tutto – è stato spiegato in Comune – anche per sottolineare come l’intervento su piazza Papa Giovanni sia stato portato a termine in tempi rapidi, quasi 9


appuntamenti

gno del Papa bergamasco e della Vergine Maria, con eventi a livello provinciale e nazionale. La grotta-santuario della Valle Imagna sorge in località Cepino. Tutto ebbe inizio quando in questo anfratto roccioso fu lasciata la statua della Beata Vergine Addolorata. Vi fu collocata, nella seconda metà del 1300, da una donna che si era rifugiata nell’antro per sfuggire alle lotte tra guelfi e ghibellini. Lì venne ritrovata nel Cinquecento da una pastorella sordomuta che miracolosamente guarì proprio in seguito a quella scoperta. Da allora la venerazione per la Madonna non ha mai abbandonato la Valle Imagna. La presenza di questa insolita statua, con un Cristo morente sorretto dalla Madre e piccolo come un bimbo è diventata un elemento simbolico per tutta l’area valdimagnina e per chi è costretto a vivere lontano rappresenta un costante richiamo verso la propria terra d’origine. Per chi ha lasciato la Valle per emigrare in cerca di lavoro, infatti, ogni anno l’appuntamento con i festeggiamenti in onore della Beata Vergine Addolorata sono l’occasione per tornare nella Valle e rendere omaggio alla protettrice. Ma non solo. Sono tantissimi i fedeli sparsi in tutta la provincia bergamasca, ma anche in altri territori, che raggiungono Cepino per venerare la Madonna e fare visita a questa statua di straordinaria e struggente bellezza. Angelo Roncalli alla Cornabusa si recò spesse volte. L’ultima nel 1958, come patriarca di Venezia, proprio per festeggiare il cinquantesimo dell’incoronazione. Rimase al santuario per tre giorni e il 18 agosto vi celebrò la Santa Messa per l’ultima volta: settanta giorni dopo, infatti, venne eletto al soglio pontificio con il nome di Papa Giovanni XXIII. E Cepino non ha dimenticato questo solido legame tra il Papa Buono e il santuario. Per questo ogni anno vengono approntati grandi festeggiamenti e ancora più intensi sono stati gli eventi organizzati nella ricorrenza del 2008. Tra i promotori di questa tradizione viene poi inseguito un obiettivo, anche se ambizioso: riuscire a far arrivare alla Cornabusa Papa Benedetto XVI.

I fedeli raccolti nella grotta del santuario durante le celebrazioni dell’agosto 1958

Papa Giovanni ritratto dal pittore bergamasco Angelo Capelli nell’opera intitolata Viscere di misericordia

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AVVENIMENTI

Quella foto del Pontefice che fece il giro del mondo In una mostra le immagini di Dante Frosio. Immortalò Roncalli alla Cornabusa

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’ stata inaugurata lo scorso 18 luglio, all’hotel Primula di Costa Imagna, in provincia di Bergamo, la mostra fotografica «Dante Frosio, poeta dell’immagine» (19221985), organizzata dalla Pro loco. L’esposizione ha accolto i visitatori fino al 22 agosto. Si tratta di un personaggio che è stato molto amato in tutta la Valle Imagna e ancora oggi suscita ammirazione. Speciali, inoltre, sono stati i suoi legami con Papa

Roncalli. Quando si parla di Dante Frosio, in chi l’ha conosciuto vengono subito in mente alcune sue caratteristiche: una moto, un cane, un grande cappello e un obbiettivo sempre pronto ad immortalare istantanee. Insomma un personaggio singolare diventato nel tempo quasi un mito. Per più di quarant’anni ha percorso la valle, fissando nelle immagini la vita di questo suggestivo lembo di

Udienza da Benedetto XVI per l’Alleluya Band Malawi. Presente all’udienza anche monsignor Nicola Girasoli, nunzio apostolico in Zambia e Malawi, a Roma per celebrare il trentesimo anniversario di sacerdozio. Tutto il gruppo poi, dopo una breve visita alla città e la cena con i collaboratori a due passi da Piazza San Pietro, ha ripreso il tour verso il Sud Italia. L’Alleluya Band è stata a Napoli e a Bari per poi salire nuovamente verso il Nord. Un’esperienza che i ragazzi hanno vissuto con felicità ed emozione e che li ha portati ad esibirsi in alcune delle maggiori città italiane per raccogliere fondi per l’acquisto di un trattore e rafforzare i progetti agricoli in atto in Malawi.

Udienza in Vaticano per l’Alleluya Band che il 23 giugno scorso ha fatto tappa a Roma e nel corso dell’udienza del mercoledì si è esibita davanti a Benedetto XVI. Una trasferta organizzata dall’associazione nazionale «Amici di pensare cristiano», presieduta da Francesco Maffeis, che dagli uffici della sede operativa ha messo in moto la macchina organizzatrice per far sì che i giovani artisti del Malawi fossero tutti presenti in prima fila in sala Paolo VI insieme ai rappresentanti dell’associazione di Bagnatica (Bergamo) «Orizzonte Malawi». Questo sodalizio è stato fondato dal padre missionario Mario Pacifici, da oltre trent’anni impegnato nel Paese africano per garantire un futuro alla popolazione locale. «In questa propizia occasione si è avverato un sogno» ha commentato padre Pacifici. I ragazzi dell’Alleluya Band, indossando costumi tradizionali, hanno interpretato danze tipiche africane davanti agli occhi del Santo Padre che alla fine dell’esibizione ha voluto ringraziarli. A salutare personalmente il Papa sono stati padre Mario Pacifici e Cosmas Chiwalo in rappresentanza del popolo del

Padre Pacifici e monsignor Girasoli con i ragazzi dell’Alleluya Band

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avvenimenti

terra bergamasca e i suoi abitanti. Era difficile che sfuggisse agli occhi della gente: c’era soltanto lui con quel cappello enorme sulla testa e con quella moto, uno Zigolo rosso della Guzzi, per non parlare dell’inseparabile cagnolino chiamato Pertusì. Trattandosi di un tipo pratico Frosio, per il quale contavano solo i valori sentimentali, da vero cavaliere dell’ideale, è stato un impagabile costruttore dell’identità valdimagnina. Amava dialogare, annodare amicizie, documentare passo passo i suoi spostamenti e le persone che avvicinava. Le sue fotografie nascevano in uno sgabuzzino, talmente stretto da poter accogliere a stento una persona, contrassegnato dalle vaschette con i liquidi e l’ingranditore. Quanti valdimagnini sono passati davanti al suo obbiettivo! Storica è stata poi la sua amicizia con Papa Giovanni XXIII che, durante una delle ultimissime visite al santuario della Cornabusa, prima dell’elezione al Soglio Pontificio, era stato immortalato dall’obbiettivo di Dante assorto in preghiera davanti all’immagine della Madonna. Quella fotografia, di lì a poco, venne usata dal Vaticano per far conoscere il Papa appena eletto. Ed è stata scelta proprio in virtù della straordinaria intensità espressiva che Frosio aveva saputo cogliere. Una foto che in pratica ha fatto il giro del mondo. Dante è dunque stato un fotografo di elevato livello, tanto più se si pensa che riusciva a sintetizzare il meglio che vedeva attraverso una macchinetta molto umile, niente a che vedere con gli strumenti oggi disponibili sul mercato. Come se non bastasse, si è preoccupato anche di far stampare a proprie spese una serie di opuscoli e di depliant sulla Valle, con elencati i pregi naturali e i valdimagnini più famosi sparsi nel mondo. Inoltre Frosio si è impegnato in numerose iniziative mirate a far sviluppare il più possibile la sua terra. E’ stato, ad esempio, il fondatore della Polisportiva Valle Imagna e del campo sportivo di Selino Basso dedicato a Papa Giovanni XXIII, nonché il fondatore del gruppo Avis Valle Imagna con il gagliardetto benedetto a Roma da Papa Giovanni.

Un’eloquente immagine del fotografo Dante Frosio, morto nel 1985

La foto del cardinal Roncalli in preghiera al santuario della Cornabusa. Immortalato da Dante Frosio, l’immagine venne utilizzata dal Vaticano per far conoscere al mondo il nuovo Pontefice

Luna Gualdi 12


R E L A Z I O N I

Papa Giovanni XXIII: uomo e pastore di pace Così lo ha definito mons. Amadei nel 50° della sua elezione al pontificato Pubblichiamo stralci della relazione su «Papa Giovanni XXIII: uomo e pastore di pace» tenuta il 15 ottobre 2008 in Campidoglio dal vescovo di Bergamo Roberto Amadei, nel frattempo scomparso, in occasione della cerimonia per il cinquantesimo anniversario dell’elezione al pontificato di Angelo Giuseppe Roncalli.

co fa più bene che il molto istruito. L’uomo pieno di passioni trasforma in male anche il bene ed è sempre incline a pensare male di tutti. Invece l’uomo buono e pacifico riduce tutto in bene». Nel 1925, nominato visitatore apostolico in Bulgaria, iniziava a vivere il suo ministero nell’incontro con culture ed esperienze religiose diverse: in Bulgaria era la Chiesa ortodossa, in Turchia le piccole comunità ortodosse, i musulmani, gli ebrei e lo stato laico, in Francia il pluralismo religioso, la laicità tradizionale, l’inizio della secolarizzazione, il fermento della teologia e della pastorale. E’ stato un succedersi di esperienze difficili, cariche di secolari incomprensioni e di ostilità che non hanno indurito il suo cuore o scoraggiato la sua attività, anzi gli han-

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el marzo 1963 veniva assegnato a Giovanni XXIII il premio Balzan per la pace, «per la sua attività in favore della fraternità tra tutti i popoli e i suoi recenti interventi sul piano diplomatico». Il prestigioso riconoscimento interpretava il vasto e caloroso consenso che, anche in ambienti lontani ed estranei alla Chiesa, si era formato attorno alla sua persona, sia per il suo insegnamento che per la continua azione a favore della pace universale. Il periodo del suo pontificato (1958-1963) è stato turbato da pericolose tensioni tra i popoli che avevano accentuato la corsa agli armamenti e provocato la ripresa degli esperimenti nucleari. Nell’ottobre del 1962, per la crisi cubana, Stati Uniti e Unione Sovietica rischiavano lo scontro armato con imprevedibili, drammatiche conseguenze per l’intera umanità. Altri segnali però indicavano l’intensificarsi ovunque del desiderio di superare la cosiddetta «guerra fredda» per iniziare a costruire una pace vera, fondata non sulla paura ma sulla sincera collaborazione tra tutti i popoli, ponendo fine al dominio che poche nazioni esercitavano sul resto dell’umanità. Giovanni XXIII ha affrontato questa situazione, caratterizzata da speranza e terrore, con lo stile maturato durante le precedenti esperienze. Lui stesso lo affermava parlando della Pacem in terris: «Di mio in questa enciclica c’è anzitutto l’esempio che volli dare, nel corso della mia vita, di ininterrotta conformità col capitolo terzo, libro secondo dell’Imitazione di Cristo. L’uomo pacifi-

Il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli colto dall’obiettivo in atteggiamento assorto

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relazioni

no permesso di conoscere e apprezzare la ricchezza della fede cristiana e di elaborare un nuovo modo di vivere il proprio ministero. Il filo conduttore della sua esistenza fu l’assimilazione sempre più profonda di Gesù Cristo dal quale si sentiva continuamente avvolto d’amore misericordioso. La misericordia divina divenne il tema centrale delle sue riflessioni e della sua esperienza di fede. «Non debbo essere maestro di politica, di strategia, di scienza umana; ce n’è d’avanzo di maestri di queste cose. Sono maestro di misericordia e di verità»: così annotava nel Giornale dell’anima nel novembre del 1940. Un amore misericordioso offerto con sincera cordialità a tutti perché si sentiva a servizio di tutti, non solo dei cattolici. Per esempio, soffriva nel considerare i pochi e trascurati segni del cristianesimo primitivo presente in Turchia e perché ai turchi non era stata data ancora la possibilità di comprendere il cristianesimo come buona novella anche per loro, però non può non confessare il suo amore per questo popolo: «Senso di mestizia per le rovine trovate a Scutari, e per l’atmosfera di questo mondo turco ancora così lontano dalle sorgenti della civilizzazione quantunque esse siano a due passi, anzi sotto i suoi piedi. Eppure li amo in Gesù Crocifisso questi cari Turchi, e non so soffrire che i Cristiani ne dicano così male, dando prova di pochissima penetrazione del Vangelo nelle loro anime. Li amo, ciò rientra nel mio ministero di padre, di pastore, di delegato apostolico: li amo perché li credo chiamati alla redenzione. So che lo spirito di parecchi fra i miei figli cattolici “levantini” è contro di me, ma ciò non mi turba né mi scoraggia» (Agenda, 26 luglio 1936). Guidato da questo amore ha avvicinato ogni persona con stima, fiducia e speranza. Ogni esperienza umana veniva avvicinata con rispetto e studiata con attenzione per capirla in profondità individuandone prima gli aspetti positivi e poi quelli negativi. Da qui il costante impegno per conoscere la storia delle realtà religiose, culturali, sociali e politiche incontrate nel suo ministero; la sottolineatura gioiosa della spiritualità orientale, la stima dell’impegno del popolo turco per divenire uno stato moderno anche se la legislazione non sempre rispettava l’esperienza religiosa, in particolare quella cattolica. Conoscere il

diverso per comprendere gli interlocutori, dialogare sinceramente con loro, individuare ciò che li univa per poter vivere la storia comune sostenendosi e arricchendosi reciprocamente nel creare unità non solo tra i credenti ma con tutti gli uomini di buona volontà. Era convinto che il cammino verso l’unità dei cristiani e la pace tra i popoli fossero determinati innanzitutto dalla comunione dei cuori, dal rapporto di stima e solidarietà nella vita quotidiana. Ed era pure convinto che questo era l’unico modo di mostrare il volto autenticamente evangelico della Chiesa ai fratelli separati, e di manifestare ai non cristiani che la Chiesa è universale, perché il Cristo, salvatore di tutti, è capace di parlare in modo significativo a ogni esperienza umana arricchendola, purificandola e aiutandola a sentirsi espressione della comune umanità, ed è chiamata a edificare un’unità sempre più profonda tra tutti gli uomini. Così si esprimeva nell’omelia di Pentecoste del 1944 a Istanbul: «Noi amiamo distinguerci da chi non professa la nostra fede: fratelli ortodossi, protestanti, israeliti, musulmani, credenti o non credenti di altre religioni; Chiese nostre, forme di culto tradizionali e liturgiche nostre. Comprendo bene che diversità di razza, di lingua, di educazione, contrasti dolorosi di

Angelo Roncalli mentre si rivolge ai fedeli

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relazioniw

ture verso i Paesi dell’Est europeo gravitanti attorno all’Unione Sovietica. Non era ingenuo, perciò avvertiva il rischio di essere strumentalizzato. Però non poteva spezzare quei fili che la Provvidenza gli affidava per riaprire il dialogo con questa numerosa porzione della sua famiglia. La sua scelta, nell’insegnamento e nel comportamento concreto, è stata per la neutralità sopranazionale della Chiesa. «Una neutralità – spiegò Giovanni XXIII in occasione del premio Balzan per la pace – che mantiene tutto il suo vigore di testimonianza. Premurosa di diffondere i principi della vera pace, la Chiesa non cessa dall’incoraggiare l’adozione di un linguaggio e l’introduzione di abitudini e di istituzioni che ne garantiscono la stabilità». Uno “stile” praticato anche nelle relazioni con le altre Chiese cristiane, proponendo, sostenendo e realizzando passi decisivi sulla strada del dialogo ecumenico. La fecondità di questa scelta è stata dimostrata anche dall’attenzione e dall’accoglienza prestata all’enciclica Pacem in terris, determinata soprattutto dal fatto che tutti vedevano in Giovanni XXIII l’espressione vivente di quanto diceva: l’uomo di pace capace di unire in solidarietà operante tutti gli uomini, un servitore sincero e disinteressato dell’intera famiglia umana.

un passato cosparso di tristezze, ci trattengono ancora in una distanza che è scambievole, non è simpatica, spesso è sconcertante. Pare logico che ciascuno si occupi di sé, della sua tradizione familiare o nazionale, ma io debbo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico questa è una logica falsa. Gesù è venuto per abbattere queste barriere; egli è morto per proclamare la fraternità universale; il punto centrale del suo insegnamento è la carità, cioè l’amore che lega tutti gli uomini a lui come primo dei fratelli, e che lega lui con noi al Padre». La scelta di lasciarsi sempre guidare dalla carità misericordiosa non era dovuta principalmente al suo temperamento, ma alla convinzione profonda che senza di essa il messaggio evangelico viene svuotato, la Chiesa non è credibile nel suo annuncio ed è incapace di offrire il suo determinante contributo per realizzare la fraternità inscritta nella natura umana. Aveva la possibilità di verificare la validità del suo metodo, oltre che nei rapporti con le singole persone e con le diverse istituzioni, nelle relazioni con i popoli, in particolare con gli Stati che da tempo avevano costruito muri di ostilità o di indifferenza nei confronti della Chiesa. Sono note le coraggiose, discusse e contrastate aper-

Sotto il Monte, al Pime una mostra su Roncalli mondo che ha voluto ricordare l’importante figura del Papa bergamasco. Una collezione non solo di francobolli, ma di cartoline giornali che il filatelista Giulio Nervi espone in occasione di ricorrenze e anniversari di Papa Roncalli.

La comunità missionaria del Pime, in occasione del 10° anniversario della beatificazione (3 settembre 2000) e della festa liturgica del Beato Giovanni XXIII (11 ottobre 2000), ha organizzato in collaborazione con l’esperto filatelista Giulio Nervi una mostra filatelica e di giornali dedicata in gran parte al papato di Giovanni XXIII. La mostra, ricca di francobolli, buste primo giorno, cartoline di giornali e riviste che parlano del Beato Giovanni XXIII è stata allestita alla casa natale di Papa Roncalli e inaugurata il giorno di Ferragosto. Resterà aperta al pubblico fino al 17 ottobre. L’entrata all’esposizione filatelica è libera e si potrà visitare nei giorni prefestivi dalle 14,30 alle 18, nei festivi dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 18. Inoltre dal 16 agosto al 5 settembre l’esposizione è stata possibile vederla anche nei giorni infrasettimanali dalle 14,30 alle 18. E’ sicuramente una interessante e soprattutto completa mostra di francobolli di ogni Stato del

La casa natale di Papa Giovanni a Sotto il Monte

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DISCORSI

Roncalli agli infermi: «Siete i prediletti di Gesù Cristo» Si rivolse a loro nel corso di un incontro tenuto in Vaticano nel marzo del ‘59

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e parole di Angelo Giuseppe Roncalli avevano la capacità di arrivare dirette al cuore, di tutti. A maggior ragione colpivano quando si trovava a doverle rivolgere a persone sfortunate. Ne è un esempio questo discorso che il Santo Padre indirizzò agli infermi convenuti nella Basilica Vaticana il 19 marzo 1959, in occasione di un incontro organizzato dal «Centro Volontari della Sofferenza».

vicini al Nostro spirito. Quante volte abbiamo sentito nell’animo il desiderio di trovarci in mezzo a voi, come faceva Gesù nella sua vita terrena lungo le vie della Palestina, e come fa ora nella sua vita eucaristica, benedicendo, consolando, asciugando lacrime, destando speranze. E’ per questo che oggi Noi vivamente godiamo nel rivolgervi la Nostra parola e nel farvi sentire tutta la tenerezza del Nostro affetto. Anzitutto desideriamo esprimervi la riconoscenza profonda per il dono, prezioso quant’altri mai, che siete venuti ad offrirci: il dono cioè delle vostre preghiere e delle vostre sofferenze, con cui avete prontamente risposto all’appello da Noi rivolto a tutti i fedeli, onde ottenere le divine grazie per il Sinodo dell’Urbe, il Concilio Ecumenico, l’aggiornamento del Codice di Diritto Canonico e la promulgazione di quello per la Chiesa Orientale. Grazie, figliuoli! Voi avete così dimostrato che siete veramente nella Chiesa di Dio tesori incomparabili e valida fonte di spirituali energie, su cui tanto fa affidamento il Vicario di Cristo per il bene e la salvezza dell’umanità. Possa il presente incontro farvi apprezzare sempre più la santità e la fecondità della missione che il buon Dio vi ha affidato nelle vostre infermità, e sia il vostro esempio fonte di luce per tanti che vi sono fratelli nella sofferenza. Purtroppo molti sono portati a giudicare come mali, e mali assoluti, tutte le sventure fisiche di quaggiù. Hanno dimenticato che il dolore è retaggio dei figli di Adamo; hanno dimenticato che il solo vero male è la colpa che offende il Signore; e che dobbiamo guardare alla Croce di Gesù, come la guardarono gli Apostoli, i Martiri, i Santi, maestri e testimoni che nella Croce è conforto e salvezza, e che nell’amore di Cristo non si vive senza dolore. Grazie a Dio, non sempre vi sono anime che si ribellano sotto il peso del dolore. Vi sono infermi che comprendono il significato della sofferenza e si rendono conto delle possibilità che hanno di contribuire alla salvezza

Siate i benvenuti, diletti figli, nella Casa del Comune Padre! Fin da quando la Divina Provvidenza nei suoi misteriosi disegni ha voluto innalzarci al Supremo Pontificato, il Nostro pensiero si è rivolto in modo particolare a voi, diletti figli e figlie ammalati, che siete tra i più

Papa Giovanni ripreso mentre si rivolge ai fedeli

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discorsi

del mondo, e perciò accettano la loro vita di dolore come l’ha accettata Gesù Cristo, come l’ha accettata Maria Santissima nel giorno della sua Purificazione e come l’ha accettata il suo fedele e casto sposo San Giuseppe. Voi, qui presenti, appartenete appunto alla eletta schiera di queste anime fortunate. A voi pertanto diciamo: Coraggio, figliuoli! Siete i prediletti del Cuore di Gesù, perchè possiamo ripetervi con S. Paolo: « A voi per Cristo fu fatta la grazia non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui». E quale altra parola più adatta, allora, che esortarvi a non distogliere giammai il vostro sguardo dalla Croce di Gesù, che la Liturgia ci invita a contemplare proprio in questa Settimana di Passione? Guardatela, diletti figli, nelle vostre sofferenze! Per ricavare dalla meditazione della Croce tutto il frutto spirituale promesso alla sofferenza cristiana, occorre avere in voi il dono della grazia, che è la vita propria dell’anima cristiana. Nella grazia troverete forza, non solo di accettare le sofferenze con rassegnazione, ma di amarle come le amarono i Santi; i vostri dolori non andranno perduti, ma potranno unirsi ai dolori del Crocifisso, ai dolori della Vergine, la più innocente delle creature; e la vostra vita potrà così diventare veramente conforme alla immagine del Figlio di Dio, re dei dolori, e la più sicura via per il Cielo. Ma vi è di più. La Passione di Gesù vi rivelerà altresì la fecondità immensa della sofferenza per la santificazione delle anime e la salvezza del mondo. Mirate ancora il Divin Salvatore Crocifisso! Con le sue parole e con i suoi esempi egli ha ammaestrato gli uomini, coi suoi miracoli li ha beneficati, ma soprattutto è stato con la sua Passione e la sua Croce che ha salvato il mondo. Volete somigliare a Gesù? Volete trasformarvi in Lui? Volete aiutarlo a salvare le anime? Ebbene, ecco, nella

malattia, lo strumento offerto a voi dalla Provvidenza per «completare le sofferenze di Cristo ... per il suo Corpo che è la Chiesa». Ecco il grande compito dei sofferenti, che anime generose attuano fino all’eroismo dell’accettazione e dell’offerta. In questo apostolato non vi è settore che rimanga precluso alle loro possibilità; a tutti possono far giungere i benefici della Redenzione, molti dei quali non si sarebbero salvati se essi non avessero pregato e sofferto. E non è questo che la Vergine Immacolata ha specialmente richiesto con tanta insistenza a Lourdes, quando a Santa Bernardetta domandava «preghiera e penitenza?». Il lavoro e il dolore sono la prima penitenza imposta da Dio alla umanità caduta nel peccato; orbene, come il peccato attira l’ira di Dio, così la santificazione del lavoro e del dolore attira la misericordia di Dio sul genere umano. Attuino i sofferenti questo programma nella loro vita; non si sentiranno più soli; in Paradiso vedranno i frutti immensi della loro spirituale attività, là dove non ci sono più né lacrime, né dolori, né separazioni, né possibilità di offendere Dio. Per questi motivi, cari infermi, a riguardo delle intenzioni che abbiamo sopra ricordato, Noi facciamo, sì, assegnamento sugli sforzi dei Nostri collaboratori e sulle preghiere di tutti i fedeli, ma ancor più contiamo sulla santa sofferenza, che, unita alla Passione di Gesù, darà la massima efficacia all’opera dell’uomo. Ecco, diletti figli, Noi vi lasciamo. Ma prima di separarci da voi, vi esortiamo con la Parola di S. Pietro, il primo Vicario di Cristo: «O cari, non vi stupite della fiamma levatasi contro di voi, a vostra prova, quasi vi accada cosa strana; anzi godetene, in quanto partecipate ai patimenti di Cristo, affinché anche nella gloriosa apparizione di Lui, possiate godere giubilando».

Ospedale intitolato a Papa Giovanni: c’è l’ok della Regione seduta del Consiglio del 13 luglio scorso ed è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione. Già in precedenza, come prevede l’iter, era stata votata la delibera della Giunta regionale che approvava il cambio anche in «considerazione del fatto che la nuova denominazione rende omaggio a una figura di rilievo le cui origini sono radicate nel territorio bergamasco», quindi era seguito anche il parere favorevole della III Commissione consiliare Sanità.

Ormai è deciso: l’azienda ospedaliera Ospedali Riuniti di Bergamo cambierà nome e diventerà Azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII. La modifica diventerà operativa con il trasloco nel nuovo ospedale, in corso di ultimazione al quartiere La Trucca, con apposita delibera dell’Azienda ospedaliera, ma l’iter burocratico è stato comunque completato e si è concluso con l’ultimo passo, ovvero l’ok del Consiglio regionale. L’approvazione è avvenuta nella

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ATTIVITÀ

Con forbici, l’ago e il filo «fanno belle» le chiese Da un secolo la Pia Opera dei Tabernacoli di Bergamo realizza paramenti e vesti

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di paramenti e oggetti sacri da donare a Papa Pio X, in occasione del suo giubileo sacerdotale. Il vescovo Radini Tedeschi, che a Roma era stato direttore spirituale dell’associazione, chiese alle donne che si erano impegnate nei lavori e nella mostra di rendere permanente il loro impegno. La risposta fu di immediata disponibilità. I primi capi furono donati alle parrocchie piccole e povere della diocesi, alle cappelle delle carceri in Città Alta e ai missionari bergamaschi in diverse nazioni del mondo. Durante la Grande guerra, l’associazione fece dono a don Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro Beato Papa Giovanni XXIII, allora cappellano militare, di tutto il necessario per un altare da campo per le Messe tra i soldati. Nei primi cinquant’anni di vita, l’associazione ha confezionato per la diocesi di Bergamo 17.000 capi per 1.160 destinazioni, fra cui le nuove parrocchiali costruite in seguito allo sviluppo urbanistico cittadino. Nell’ultimo cinquantennio, i capi confezionati sono stati quasi 11.000. L’associazione conta donne volontarie, di un’età compresa fra i 50 e i 90 anni, dirette da una suora coordinatrice. Ogni settimana, il giovedì, si riuniscomo in un locale per confezionare arredi sacri, biancheria per altare e indumenti, come camici, tuniche, casule e piviali. Ogni anno confezionano oltre cento capi, che vengono donati alle chiese che ne hanno necessità in Bergamasca, in Italia, in Europa e nel mondo, come nelle missioni di Malawi, Kenya, Senegal, Zambia, India, Perù, Alcune delle volontarie della Pia Opera dei Tabernacoli al lavoro Brasile e Bolivia.

n un secolo di attività ha confezionato oltre 40.000 capi tra vesti sacre e biancheria di chiesa per 2.000 comunità della diocesi di Bergamo, delle diocesi italiane povere e di quelle in terra di missione in Africa, Asia e Sudamerica. Ancora oggi, le circa venti donne che la compongono confezionano ogni anno oltre cento capi con le stesse destinazioni. Ha superato il secolo di vita, nella diocesi di Bergamo, l’associazione Pia Opera dei Tabernacoli: venne costituita il 20 luglio 1908 dal vescovo Giacomo Maria Radini Tedeschi, con sede nella casa madre delle suore Sacramentine in via Sant’Antonino, dove ancora oggi si trova. L’associazione venne avviata nel 1823 in Belgio, a Bruxelles, da Anna De Meus con due finalità: diffondere la devozione eucaristica in riparazione alla profanazione delle chiese in seguito all’ondata di anticlericalismo seguita alla Rivoluzione francese; confezionare vesti sacre per favorire la ripresa del culto anche in parrocchie prive di mezzi. L’associazione fu appoggiata dai Pontefici. A Bergamo, prese avvio nel 1908 con una mostra

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INCARICHI

Don Scarpellini nominato vescovo ausiliare in Bolivia Il sacerdote bergamasco presterà servizio a El Alto, la diocesi più alta del mondo

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on Eugenio Scarpellini è stato nominato Verdellino, il paese originario di don Scarpellini, dove lo scorso 15 luglio vescovo ausiliare di vivono i due fratelli, Adelina e Lodovico. La famiglia El Alto in Bolivia, la diocesi più alta del di don Scarpellini è molto unita e allargata. Numerosi mondo, e prenderà la sede titolare vescovile di Bida. parenti sono andati a trovarlo in Bolivia e anche quando Il sacerdote bergamasco originario di Verdellino è nel torna nel suo paese natale è sempre una festa. Paese sudamericano dal 1987. «Noi ci sentiamo spesso – confida il fratello – sia per Don Scarpellini, 56 anni, è stato ordinato sacerdote telefono sia via mail. Quando viene a Verdellino ogni nel 1978, dopo gli studi in teologia e filosofia al sera è impegnato perché va a trovare tutti i parenti. Seminario di Bergamo. E’ stato vicario parrocchiale Quasi tutti aspettano il suo ritorno per celebrare prima a Boltiere, poi a Nembro (entrambi Comuni qualche sacramento o funzione religiosa». Il gruppo della Bergamasca). Tra i vari incarichi che ha avuto, è missionario di Verdellino è nato proprio in appoggio a stato anche presidente della Fondazione «Mario Parma» don Eugenio ed oggi si è allargato anche ad altri missioper i bambini neuro lesi. Attualmente è direttore nari. Intanto l’intero paese sta già preparando una nazionale delle Pontificie opere missionarie, coordi- grande festa per quando il neo vescovo, che prenderà natore delle Pontificie opere missionarie per l’America ufficialmente l’incarico a settembre, tornerà a casa. Latina e segretario generale aggiunto della Conferenza Oltre a don Scalpellini, nella stessa diocesi di El Alto episcopale boliviana. L’annuncio della nomina è stato è stato nominato vescovo ausiliare anche il boliviano dato nel salone Papa Giovanni XXIII della Curia di don Fernando Bascopè, segretario per la pastorale Bergamo dal vescovo monsignor Francesco Beschi, della Conferenza episcopale boliviana. in contemporanea con l’analogo annuncio in Vaticano. «Oltre che felicitarci con don Eugenio – ha detto il vescovo Francesco Beschi – dobbiamo ringraziare il Signore per la fede della nostra comunità diocesana, di cui don Eugenio è espressione. Ho conosciuto il suo carattere vitale nei viaggi in Bolivia. Svolge un servizio molto apprezzato e con competenza. Ricordo le sue capacità sui temi dell’evangelizzazione e anche nel rapporto tra la Chiesa e il governo, oltre all’impegno per l’ospedale Papa Giovanni XXIII in Bolivia. Oggi Don Eugenio Scarpellini ripreso durante un momento di festa con i boliviani è un momento di gioia per tutti». Campane a festa sono risuonate a 19


PUBBLICAZIONI

Ghiaie, apparizioni o no la devozione c’è di sicuro In un volume Marino Bertocchi sottolinea il fenomeno che si ripete da 65 anni

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65 anni di devozione mariana. Ghiaie 1944-2009» è il libro che di recente ha ultimato di scrivere Marino Bertocchi, parroco di Sotto il Monte Giovanni XXIII. La pubblicazione (118 pagine, 10 euro, finita di stampare nel giugno 2010) fa esplicito riferimento ai fatti avvenuti a Ghiaie, frazione di Bonate, Comune inserito nella cosiddetta Isola Bergamasca, dal 13 al 31 maggio 1944 mentre la seconda guerra mondiale straziava l’Italia. In tale periodo la Madonna Regina della Famiglia sarebbe apparsa per 13 volte, sola o con la sacra Famiglia, ad una bambina di 7 anni, Adelaide Roncalli. A seguito di questi avvenimenti accorsero sul posto folle immense e il flusso di pellegrini sul lembo di terra non ha più avuto soste fino ai giorni nostri. Sarebbe apparsa: l’uso del condizionale non è casuale. Non ci sono prove certe di quanto accaduto 65 anni fa. Mentre la credenza popolare ha subito sposato la versione delle apparizioni, la Chiesa non le ha mai riconosciute e tra gli stessi appartenenti al clero sono emerse negli anni posizioni diverse. Alcuni religiosi hanno dato credito alla versione della piccola Adelaide mentre altri hanno assunto un atteggiamento di assoluto diniego e altri ancora non si sono espressi del tutto. Ma ciò che l’autore, Marino Bertocchi, ha inteso evidenziare nella pubblicazione non è la veridicità o meno delle apparizioni. Ciò che ribadisce con forza è proprio racchiuso nel titolo: «65 anni di devozione mariana». La devozione della gente, appunto. Mentre sui presunti dialoghi tra la bambina e la Madonna si possono accettare delle comprensibili riserve, è invece indiscutibile il fatto che la frazione Ghiaie sia stata inondata per decenni dai fedeli. Dunque che si creda o no alle apparizioni, questo luogo, proprio in virtù della risposta

popolare che continua ad avere da parte di persone spinte solo dal desiderio di pregare, meriterebbe di essere contrassegnato da un santuario. O comunque sarebbe opportuno indicare Ghiaie come luogo di culto. Sono proprio le dimensioni del fenomeno a chiederlo. In fondo il libro intende mettere a fuoco proprio questo aspetto, che tra l’altro è sotto gli occhi di tutti. A sostegno di questa linea, basta rileggere lo stralcio del primo di una trentina di articoli pubblicati sul nostro periodico «Amici di Papa Giovanni» a firma di Marino Bertocchi. Le sue riflessioni che proponiamo risalgono a gennaio del 2005. Qualche volta i pellegrini che vengono a Sotto il Monte da fuori provincia, compreso qualche prete, chiedono informazioni per recarsi a quello che loro chiamano impropriamente il santuario delle Ghiaie di Bonate, sorto sul luogo di un’appari-

La piccola Adelaide mentre gioca con una bambola

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pubblicazioni

zione di 60 anni orsono, che però l’autorità ecclesiastica diocesana nel 1948 ha dichiarato «non constare». Impropriamente perché a Ghiaie di Bonate, fino ad oggi almeno, si verifica solo una delle condizioni che il Codice di diritto canonico emanato nel 1983 richiede perché si possa definire un santuario. Ci sono senz’altro i «numerosi pellegrini» di giorno e anche, così mi dicono, di notte, particolarmente numerosi il 13 di ogni mese. Manca ancora, almeno per il momento, la seconda: l’approvazione dell’ordinario diocesano, anche se da qualche indizio pare che qualcosa si stia muovendo in tal senso e sarebbe utile per dare alla devozione mariana, che di certo c’è già, una nota di sobrietà biblico-teologica, senza messaggi apocalittici, in sintonia con l’insegnamento del Adelaide Roncalli ritratta tra le braccia di don Cortesi Concilio e in un contesto di sicura e chiara comunione ecclesiale. Il tutto, come è avvenuto già in altre diocesi, senza entrare, per il momento, nel tare; 10-Non c’è da salvare la memoria di mons. merito delle asserite apparizioni. Cortesi; 11-Mons. Bernareggi non ebbe ripensaIn ogni caso l’autore propone anche una ricca do- menti; 12-Adelaide dopo le apparizioni; 13-Il diacumentazione raccolta pazientemente in anni di rio di Adelaide; 14-Adelaide non ha potuto farsi contatti e di scambi epistolari. Ci sono paginet- suora; 15-Papa Giovanni e l’affare Ghiaie. te di quaderno autografate da Adelaide Roncalli, testimonianze più o meno dirette, soprattutto la Francesco Lamberini posizione di molti sacerdoti e un intero capitolo dedicato a Papa Giovanni. Asciutto e concreto è lo stile narrativo di Bertocchi che, in linea con il suo carattere, punta soprattutto sulla sostanza. Questi i 15 capitoli inseriti nel sommario: 1-I luoghi dello spirito nell’Isola; 2-Ghiaie può diventare santuario; 3-Cronologia essenziale dei fatti di Ghiaie; 4-Il primo no alle apparizioni dai preti dell’Isola; 5-Sintesi dai verbali del tribunale ecclesiastico; 6-Il giudizio negativo di mons. Castelli; 7-La difesa delle apparizioni di mons. Bramini; 8-30.4.1948: il non consta di mons. Bernareggi; 9-Un procesPapa Giovanni XXIII con il cardinal Testa e monsignor Piazzi so ben fatto, ma da documen21


STATISTICHE

Aumentano i pellegrini in visita alla Terra Santa Nei primi tre mesi del 2010 sono quasi raddoppiati i turisti giunti in Israele

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’agenzia Sir nella scorsa primavera ha diffuso i dati dell’Ufficio del turismo israeliano relativi ai viaggi in Terra Santa effettuati nei primi tre mesi di quest’anno. Tali dati parlano di un vero e proprio boom: sono arrivati in Israele 706 mila turisti contro i 482 mila del 2009. E’ vero che l’anno scorso era stato un anno nero poichè l’operazione «piombo fuso» dell’esercito israeliano a Gaza, fra i tanti effetti collaterali indesiderati, aveva lasciato sul campo anche centinaia di migliaia di prenotazioni turistiche annullate, ma se confrontiamo il dato del 2010 con quello del 2008, che fino a ieri era considerato l’anno migliore in assoluto, si registra comunque un aumento consistente: +47% fra 2009 e 2010, +9% rispetto al 2008. Il servizio

che proponiamo è stato pubblicato a maggio dal quotidiano «L’Eco di Bergamo» a firma di Carlo Dignola. Il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, conferma che il vento laggiù è cambiato: «Assistiamo a un boom di pellegrinaggi. I nostri santuari in queste settimane sono invasi da pellegrini da tutto il mondo e anche da turisti, arrivano ogni giorno a migliaia, e per l’estate le prospettive sono ancora migliori. Una tale affluenza rischia di acuire alcuni problemi di accoglienza dei santuari, che non sono molto ampi. Da parte nostra stiamo cercando di incrementare il personale». Anche padre Severino Lubecki, direttore del «Casanova palace» di Betlemme, conferma il momento positivo, «nonostante le difficoltà imposte dal muro di separazione e

La chiesa del Santo Sepolcro, a Gerusalemme, piena di pellegrini in processione con le candele in mano durante la notte di Pasqua di quest’anno

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statistiche

dal check point rallentino ingressi e uscite dalla città i pellegrini che vengono a Betlemme ormai sono tanti, e si fermano anche a dormire». Sono sollevati i cristiani del luogo, che lavorano soprattutto nel turismo e che in questi anni se la sono vista spesso brutta sul piano economico, e non solo. Un po’ tutti ora stanno puntando sul turismo: lo Stato di Israele ha investito molto per migliorare le strutture, ma anche l’Autorità palestinese e le agenzie di viaggio occidentali credono in una crescita ulteriore del settore nei prossimi anni. Nel mese di marzo addirittura – dice l’Ufficio israeliano del Turismo – «registriamo una crescita degli arrivi di italiani in Israele dell’87%». Anche il dato bergamasco è significativo: «Anche a noi risulta una forte crescita», dice Paolo Morosini dell’agenzia Ovet, che organizza i viaggi per il Centro diocesano pellegrinaggi: «L’anno scorso abbiamo portato 16 gruppi, quest’anno ne abbiamo già 34 prenotati, più del doppio; le presenze per estate e autunno sono già definite, ma forse c’è ancora spazio per una piccola ulteriore crescita di fine anno». «Data la crisi economica, questo per noi è decisamente un bel risultato», dice Morosini: «Ci aspettiamo di portare dalle 1.700 alle 2 mila persone, un 15/20% in più anche rispetto al 2008, che era stato un anno ottimo per tutti i pellegrinaggi, a partire da quello a Lourdes». Da marzo a ottobre dall’aeroporto bergamasco di Orio al Serio tutte le settimane partono per la Terra Santa due voli charter, ma ci sono anche compagnie come El Al, Alitalia, Swiss, Lufthansa, Klm che propongono

voli di linea. E’ sufficiente avere il passaporto a posto (valido 6 mesi), dall’Italia non c’è bisogno di visto. Difficile però organizzare viaggi e pellegrinaggi «fai da te» in Israele, perché chi gira in gruppi non organizzati e chiaramente identificabili rappresenta un potenziale pericolo per la sicurezza, molto delicata, del Paese. Tante parrocchie che l’anno scorso avevano cancellato le prenotazioni, oggi ripartono per i classici 8 giorni spesi metà in Galilea (Nazaret, Monte Tabor, Cana, Cafarnao, una giornata sul Lago di Tiberiade) e metà lungo la valle del Giordano (Gerico, il Deserto di Giuda, Qumran, il Mar Morto) verso Gerusalemme, dove il viaggio si chiude ripercorrendo le tappe della Passione di Gesù, dal Cenacolo al Monte degli Ulivi, dai passi della Via Crucis fino al Santo sepolcro,passando anche per la spianata delle moschee e per il Muro del pianto. Pacchetti che costano dai 950 ai 1.200 euro. «Il 75% dei visitatori – conferma l’Ufficio del turismo israeliano – è composto da pellegrini». Esiste però anche un turismo più laico, quello che va a depurare la pelle e a curarsi i reumatismi nelle depressioni salate del Mar Morto. «E sta crescendo anche il turismo culturale – spiega Mariagrazia Falcone – poiché ci sono agenzie che propongono viaggi non religiosi ma che toccano i luoghi sacri a cristianesimo, ebraismo, islam. Lo chiamano “light pilgrimage” ed è fatto di giovani che vanno in Galilea sulle tracce del Vangelo ma vogliono vedere anche i siti archeologici come Masada, Megiddo e Be’er Sheva.

L’assalto si è verificato soprattutto dall’Est Secondo i dati del ministero del Turismo di Gerusalemme, nel mese di marzo 2010 si sono recati in Israele dall’Italia 13 mila turisti contro i 7 mila del marzo 2009: la curva di crescita è ben dell’87 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009. I primi tre mesi dell’anno (27 mila turisti dall’Italia) hanno visto una crescita del 78 per cento rispetto al medesimo trimestre del 2009, e un 37 per cento in più anche rispetto al 2008. Tutta l’Europa, con 451 mila presenze, vede un aumento del 63 per cento rispetto al 2009 e del 21 per cento sul 2008. La Francia cresce meno, il suo dato è +38%; nel primo trimestre sono cresciuti

soprattutto Spagna (103) e Portogallo (130), Romania (123), Grecia (136), ma è l’Oriente (+116%) a segnare il maggiore boom: India +88%, Indonesia +164%, Cina +127%, Corea +153%. Quasi 114 mila russi nel primo trimestre 2010 segnano un +103%. Anche l’America latina viaggia sempre di più verso Israele (+102%), l’Australia cresce del 54% mentre l’Africa è in calo del 38%. Dall’America sono arrivate 178 mila persone, di cui 137 solo dagli Stati Uniti. Sempre più spesso, i pellegrini si fermano una notte o più a Betlemme (che si trova sotto l’Autorità palestinese) per risparmiare qualcosa e per entrare un po’ di più nel clima reale del paese.

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EVENTI

Cittadinanza onoraria per i sacerdoti gemelli Grande festa a Valgoglio per don Attilio e don Giovanni Sarzilla di 82 anni

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a scritta «Valgoglio vi ama», che campeggiava su uno striscione appeso all’ingresso del paese in provincia di Bergamo addobbato a festa, da sola basterebbe a raccontare l’affetto della piccola comunità per don Attilio e don Giovanni Sarzilla, sacerdoti fratelli gemelli di 82 anni residenti in paese. Lo scorso 13 giugno Valgoglio li ha festeggiati con una giornata speciale, durante la quale è stata conferita loro la cittadinanza onoraria del paese. Il servizio che proponiamo è di Nicola Tomasoni apparso su «L’Eco di Bergamo». Nessuno ha voluto mancare all’appuntamento perché, a Valgoglio, l’affetto per i Sarzilla coinvolge tutti, a partire dai più piccoli: i bambini della scuola materna hanno appeso fuori dall’asilo un cartellone raffigurante i due sacerdoti con gli immancabili pennello e tavolozza. Già, perché i preti gemelli sono anche entrambi pittori, «pittori dell’anima», come qualcuno li chiama per sottolineare la loro capacità di essere sacerdoti e artisti, cogliendo l’Oltre che sta dietro a paesaggi, ritratti e soggetti religiosi. A svelare il «segreto dei Sarzilla» è stato il parroco del paese, don Primo Moioli, che durante la Messa ha spiegato: «La cosa veramente speciale di don Attilio e don Giovanni è la loro fede in Gesù Cristo, che li ha portati a donare gratuitamente la loro vita agli altri». Al termine della funzione, concelebrata dal vicario di zona don Virgilio Fenaroli, il sindaco Eli Pedretti ha consegnato a don Attilio e a don Giovanni la cittadinanza benemerita, motivata «dalla costante dedizione dimostrata nell’assolvimento delle numerose ed impegnative iniziative, arricchite dall’indiscusso apporto culturale e artistico, a favore non solo della popolazione di Valgoglio, ma di tutta l’alta Valle Seriana». Proprio per questo alla cerimonia non hanno voluto mancare i sindaci della zona, desiderosi di condividere il momento di festa. «Ol-

tre ad aver servito con zelo e impegno le comunità che vi sono state affidate – ha detto il sindaco di Valgoglio consegnando la cittadinanza onoraria – avete creato veri e propri capolavori artistici, che molte famiglie di Valgoglio e non solo custodiscono gelosamente». E l’ultimo capolavoro in ordine di tempo i Sarzilla l’hanno donato a tutta la comunità: durante la mattinata infatti è stato inaugurato il grande affresco di sei metri che don Attilio ha realizzato alla fontana dell’ex lavatoio. Oltre alle figure di Cristo e di altri personaggi, l’opera raffigura realisticamente i monti della Valle Seriana per come sono visibili da Valgoglio. Molte sorprese insomma, che hanno comprensibilmente emozionato i due sacerdoti.

Un momento della festa ai due sacerdoti gemelli

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PU B B L I C A Z I O N I

Chiesa e mondo del web: tra rischi e continue sfide L’argomento è affrontato nel recente libro del giornalista Vincenzo Grienti

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‘ra tanti usi e applicazioni in ogni ambito del vivere umano, da tempo Internet si sta rivelando per la Chiesa un nuovo ed eccezionale mezzo di evangelizzazione e di comunicazione. Questo l’inizio del servizio giornalistico pubblicato su «L’Eco di Bergamo» lo scorso 19 luglio, a firma di Carmelo Epis, che così prosegue. Il Vangelo in duemila anni si è sempre incarnato nella società e nelle diverse culture e da un decennio anche nelle opportunità offerte dal web. Questo contesto viene preso in esame dal volume «Chiesa e Internet. Messaggio evangelico e cultura digitale» (Academia Universa Press Firenze, 144 pagine, euro 16,50). Ne è autore il giornalista Vincenzo Grienti, impegnato nell’ufficio stampa e rapporti con i media all’Ufficio nazionale comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana, nonché collaboratore del quotidiano Avvenire e anche autore di diverse pubblicazioni sui mass media, con particolare attenzione alle nuove tecnologie. «La Chiesa – scrive nell’introduzione Sergio Belardinelli, docente all’Università di Bologna – non poteva restare indifferente a questi cambiamenti. L’attenzione particolare ai rischi, realissimi, di un uso dei media tradizionali, di Internet e dei new media irrispettoso della dignità dell’uomo non ha mai impedito al magistero di vederne le enormi potenzialità positive. Grazie a questo libro, il lettore può entrare nei meandri del rapporto tra Chiesa e mondo del web, prendendo confidenza con i documenti magisteriali, col contesto socioculturale nel quale essi nascono, nonché col contesto antropologico che essi tentano di delineare». Il volume di Grienti prende in esame l’ultimo decennio, caratterizzato dalla crescita della cultura digitale tra gli utenti della rete sotto il profilo tecnologico, da incisivi mutamenti sociali,

da novità come Facebook e Wikipedia e tanti altri fenomeni che coinvolgono soprattutto i giovani ma anche organizzazioni e istituzioni. Il volume inoltre approfondisce i documenti del magistero e le esperienze compiute in questo decennio rileggendo iniziative, seminari e convegni, ma anche le modalità con cui la Chiesa comunica in questo rinnovato «cyberspazio» ricco di opportunità e di rischi fino all’ultimo convegno nazionale «Testimoni digitali» che ha raccolto a Roma oltre ottomila operatori della comunicazione e della cultura. L’autore sottolinea che le potenzialità della rete sono destinate ad aumentare. Proprio queste prospettive inducono la Chiesa a prestare attenzione all’allargarsi degli «abitanti della rete». «Davanti a questo ambiente virtuale — scrive l’autore — che si integra con la vita reale di ciascuna persona, la Chiesa è consapevole che l’innovazione tecnologica non è solo questione tecnica, ma principalmente questione antropologica e quindi sfida educativa».

Un computer con stampante di prima generazione

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REALIZZAZIONI

Splende il nuovo portale nella basilica di Clusone L’opera in bronzo è stata eseguita da Mario Toffetti, lo «scultore dei Papi»

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’’ stato installato il nuovo portale della basilica di Clusone, Comune montano in provincia di Bergamo. A darne notizia, lo scorso 1° agosto, è stato il quotidiano «L’Eco di Bergamo» attraverso un articolo di Andrea Filisetti, di cui proponiamo uno stralcio. «Non ce ne sono altre, è l’unica al mondo – spiega Mario Toffetti, lo “scultore dei Papi” – per dimensioni, tecnica fusoria e rilievi. Non mi sembra di aver mai visto opere simili». Ora l’artista è più rilassato: dopo le delicate fasi dell’installazione, la sua «creatura» è sull’ingresso principale della basilica

di Santa Maria Assunta a Clusone. Terminati anche gli ultimi lavori all’ingresso, necessari per permettere la posa del portale, dopo essere state per anni conservate lontano da occhi indiscreti all’interno del laboratorio dello scultore, le due ante ora fanno bella mostra davanti all’affresco della quattrocentesca Danza Macabra. Un’opera imponente: 40 quintali di bronzo per circa 15 metri quadrati di dimensione, ricoperte da armoniosi rilievi su entrambi i lati, ottenute da un’unica colata di bronzo incandescente. «Il portale non è stato assemblato – continua Toffetti – è un pezzo unico. E’ un procedimento più complesso, un errore può significare buttare via tutta l’opera». Il portale bene si inserisce in una cornice d’eccezione: di fronte c’è l’antico Oratorio dei Disciplini, con il famoso affresco del Trionfo della Morte. Non a caso i bassorilievi sulla facciata esterna del portale restano in tema. In alto sono rappresentate le anime che dopo la morte salgono in cielo, al centro l’Assunta e in basso i condannati che si dibattono. Mario Toffetti è nato a Mozzanica (Bergamo) il 14 aprile 1948. Già allievo dell’Accademia Carrara ha studiato architettura, abbellimento e realizzazione di cappelle ed edifici dedicati al culto, e ha impreziosito con le sue opere basiliche, chiese, oratori. Tra le opere più importanti ricordiamo: la cappella papale, la cappella della Madonna della Fonte nel Santuario di Caravaggio (Bergamo), il fonte battesimale nella cappella Sistina in Vaticano, la Porta del Rosario della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Tra le chiese in cui ha collocato sculture ricordiamo quelle che sorgono nei Comuni bergamaschi di Comun Nuovo, Cologno al Serio e Treviglio; inoltre a Roma nella basilica di S. Alessandro in Colonna e nella cappella centrale del Policlinico Gemelli. Diverse anche le opere di Toffetti realizzate fuori Italia.

Una fase dei complessi lavori per la posa del nuovo portale

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BIOGRAFIE

Don Carlo Gnocchi, il cuore di Dio sulle strade dell’uomo Nel nuovo volumetto di Teresio Bosco viene ripercorsa l’esistenza del sacerdote

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cona degli alpini, padre dei mutilatini e apostolo della carità in vita e anche in morte. E’ la sintesi dell’esistenza del beato don Carlo Gnocchi, come emerge nell’agile volumetto «Don Carlo Gnocchi. Il cuore di Dio sulle strade dell’uomo», scritto da Teresio Bosco. La pubblicazione inizia con una breve biografia del sacerdote, nato il 25 ottobre 1902 a San Colombano al Lambro (Lodi), in una famiglia di marmisti. Rimasto orfano del padre a soli tre anni, si trasferisce a Milano con la madre e i due fratelli. Entrato nel Seminario di Milano, viene ordinato sacerdote nel 1925. Poi il periodo della guerra e del dopoguerra: don Gnocchi nel 1940 diviene cappellano volontario e assegnato al Battaglione Val Tagliamento degli Alpini, impegnato sul fronte greco-albanese. Conclusa la campagna nei Balcani, parte per il fronte russo con gli Alpini della Tridentina. Di fronte alla tragica realtà di quel periodo e assistendo gli Alpini morenti matura l’idea di una specifica opera caritativa. Nel 1945 comincia a raccogliere i tanti orfani della guerra e i bambini mutilati, dando inizio alla sua grande opera di carità che si diffonde in diverse città italiane e riconosciuta giuridicamente nel 1952 come Fondazione Pro Juventute. Nel 1955 lancia la sua ultima grande sfida: costruire un moderno centro riabilitativo. Non la vedrà completata, perché si spegne il 28 febbraio 1956 per malattia incurabile a soli 54 anni. L’ultimo gesto di carità e solidarietà di don Gnocchi è la donazione delle cornee a due ragazzi non vedenti quando in Italia il trapianto di organi non era ancora disciplinato da apposite leggi. Nel 1987 viene avviato il processo di beatificazione dopo un evento scientificamente inspiegabile: nel 1979, Sperandio Aldeni, artigiano elettricista bergamasco di Villa d’Adda, sopravvive miracolosamente a

una fortissima scarica elettrica dopo aver invocato don Gnocchi. Il sacerdote è stato beatificato a Milano il 25 ottobre 2009 durante un rito presieduto dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Alla cerimonia in piazza Duomo venne registrata una presenza di oltre cinquantamila persone, tra le quali 15 mila alpini. Ogni presenza, nella storica piazza, rappresentò una testimonianza forte della vita spesa da don Gnocchi accanto ai più deboli e ai più sfortunati. C’erano le molte persone che dopo la sua morte hanno continuato ad aiutare i bambini ospitati nella Fondazione a lui intitolata. E c’erano anche i rappresentanti dell’Aido. Proprio

Il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, e Sperandio Aldeni, “miracolato” da don Gnocchi, alla cerimonia di chiusura dell’istruttoria supplementare del processo di beatificazione

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BIOGRAFIE

nel capoluogo orobico durante la prima settimana dello scorso mese di maggio. Il volumetto – corredato da bellissime foto della vita del sacerdote – riporta anche aneddoti poco noti. Per esempio l’udienza con Pio XII, con don Gnocchi accompagnato dai suoi mutilatini, che regalano a Papa Pacelli una croce formata da due piccole stampelle con incastonate delle piccole perle: «Queste sono le nostre sofferenze, Santità», dicono i mutilatini al Pontefice. Una nuova chiesa dedicata a don Carlo Gnocchi è attualmente in costruzione a Milano, nell’area del Centro «S. Maria Nascente», l’ex Centro-pilota per poliomielitici dove il «papà dei mutilatini» chiese di essere sepolto. Le sue spoglie, che qui riposano dal 1960, saranno conservate a lavori conclusi sotto l’altare della nuova chiesa. Il 2 marzo del 2009, alla presenza dell’arcivescovo di Milano Dionigio Tettamanzi, del vicepresidente della Camera dei Deputati Maurizio Lupi, e del ministro Mariastella Gelmini, si è svolta la solenne cerimonia di posa della prima pietra. Accanto alla nuova chiesa, nell’area dell’attuale cappella del Centro, sarà realizzato il museo dedicato a don Gnocchi.

Don Gnocchi mentre sorregge in braccio un bambino

perché icona degli Alpini, la teca con il suo corpo è rimasta esposta nella Cattedrale di Bergamo nei giorni della loro Adunata nazionale che si è tenuta

Una nuova piazza dedicata a Papa Karol Wojtyla La nuova piazza comunale che sta sorgendo davanti al municipio di Brembate Sopra, in provincia di Bergamo, con attorno l’imponente complesso residenziale «Caproni», la scuola materna, il futuro teatro, la sede degli anziani e un grande giardino pubblico, è stata dedicata a «Papa Giovanni Paolo II – Karol Josef Wojtyla». La decisione è stata presa dalla Giunta municipale ai primi di luglio su suggerimento del vicesindaco Giacomo Rota, che aveva incontrato personalmente il 7 dicembre 2000 il Papa polacco assieme all’allora parroco don Giacomo Panfilo. Da quell’incontro ne era uscito molto emozionato e toccato, tanto che nell’ufficio della sua azienda c’è un grande quadro che immortala questo incontro. Inoltre, la scelta è stata fatta anche per omaggiare il Comune di Ostrow Mazowiecka con cui Brembate Sopra è gemellato dal 2000.

Ora la richiesta è stata inoltrata alla Prefettura di Bergamo per l’autorizzazione. I lavori della nuova piazza verranno completati entro fine anno.

La piazza dedicata a Papa Giovanni Paolo II

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TE S T I M O N I A N Z E

Da cento anni in trincea armate di bende e sorrisi Le crocerossine hanno superato il secolo attraversando due guerre mondiali

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ono state le prime donne soldato, quando ancora nessun esercito del mondo accoglieva il gentil sesso fra i suoi ranghi. Con indosso la loro divisa quasi da religiose, e nel cuore un coraggio virile, hanno affiancato i militari in tutte le guerre e tragedie del Novecento. Armate di siringhe, bende e sorrisi. «Cominciarono col terremoto di Messina del 1908 – racconta Mila Brachetti Peretti, affabile mamma di quattro figli e nonna di numerosi nipoti, che dal 2003 è ispettrice nazionale (con il grado di generale di Brigata) del Corpo di infermiere volontarie della Croce rossa italiana. – Nel giugno di quell’anno, terminato a Milano il primo corso di infermiere volontarie voluto dalla regina Elena, era nato il nostro Corpo, e in dicembre 260 sorelle furono spedite in Sicilia». Sono trascorsi oltre cento anni dalla nascita di questa istituzione. Qual è il segreto? «Resistiamo perché teniamo alla nostra etica e alle nostre tradizioni, le difendiamo con i denti. Le donne che chiedono di entrare nel Corpo sono spinte da un desiderio genuino. Quando si presentano, le intervistiamo a lungo e le avvisiamo di cosa le aspetta: solo sacrifici». Quante sono oggi le crocerossine in Italia ? «Sulla carta siamo 16 mila, ma solo 8-9 mila sono in servizio attivo. Abbiamo poi una task force di 700 sorelle, pronte a partire entro poche ore. Quando ci fu lo tsunami in Asia, la Protezione civile mi chiese alle 15,30 cinque infermiere volontarie, e alle 22,30 tutte e cinque erano all’aeroporto, confluite da diverse parti d’Italia». E provenienti dai ceti sociali più diversi... «Sì, casalinghe e professioniste, aristocratiche e borghesi, insegnanti e impiegate, pit-

trici e annunciatrici. E tra loro nascono amicizie che durano una vita. E’ la nostra forza». Una forza che ha resistito a due guerre mondiali. Oggi quali sono i vostri compiti? «Siamo ausiliarie delle Forze armate e dipendiamo dal Capo di Stato maggiore della Difesa. Perciò siamo chiamate a partecipare a tutte le missioni di pace dell’Italia insieme a Forze armate e Croce rossa. Inoltre siamo mobilitate dalla Protezione civile in caso di disastri. Nelle due guerre mondiali abbiamo perso 49 sorelle, 4 delle quali nell’affondamento della naveospedale Po nella baia di Valona nel marzo 1941». La vostra divisa, sempre uguale, vi accompagna da un secolo. «Sì, dal 1908, a parte l’accorciamento della gonna e il modo d’indossare il velo: prima si portava a mo’ di cuffietta, dal 1939 è calcato sulla fronte, come una corona. Dopo il terremoto del 1976 in Friuli si è aggiunta la divisa di emergenza: pantaloni blu e camicetta azzurra».

Crocerossine durante la Seconda guerra mondiale

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TESTIMONIANZE

Clausura, altro che quiete: «Abbiamo una vita attiva» Sono molto impegnate le suore del monastero Maria Immacolata di Montello

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rate meno pesanti a separare dai visitatori, proposte di spiritualità sempre più aperte al territorio, persino un sito Internet. In 40 anni, la vita delle suore nel monastero Maria Immacolata di Montello (Bergamo) ha conosciuto cambiamenti importanti, tesi a conciliare una crescente apertura verso l’esterno con la custodia di un immenso tesoro di silenzio e preghiera. Sull’argomento «L’Eco di Bergamo» ha pubblicato un servizio, a firma di Fausta Morandi, che riproponiamo ai nostri lettori. L’avventura di questa piccola comunità inizia il 1°

novembre 1969, con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Bergamo, monsignor Clemente Gaddi. La celebrazione, seguita da una processione verso il convento, segna l’avvio della vita claustrale negli spazi di Villa Baizini. Costruita a fine Ottocento dal commendator Francesco Baizini e circondata da un grande parco, la villa era stata acquistata nell’estate del ‘69 dalle suore di clausura di Zogno (Bergamo). Quest’ultimo monastero della Valle Brembana ospitava all’epoca una settantina di religiose, un numero tale da spingere le monache a cercare spazi per un

Una delle suore nel giardino del monastero di Maria Immacolata di Montello

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testimonianze

nuovo convento, che consentisse ad alcune di loro di mettersi a servizio di un’altra comunità. La decisione degli industriali Rumi, dal ‘52 proprietari della villa di Montello, di cederla, offrì la giusta sede. Dopo i primi lavori di sistemazione e di adeguamento alle esigenze claustrali (furono ricavate le celle, il capitolo, il parlatorio, ma anche coperta con dei pannelli la cancellata dai pilastri barocchi), 22 monache del Terz’Ordine Regolare di San Francesco d’Assisi si insediarono nel nuovo monastero. A circa quarant’anni da quel giorno, le religiose che vivono a Montello sono 16, di età compresa tra i 40 e gli 85 anni. Il ritmo del quotidiano è scandito dal lavoro e dai tempi cadenzati della liturgia delle ore. La sveglia suona alle 5,30, la giornata si apre con l’ufficio letture e con un’ora di meditazione, per proseguire con passo regolare tra momenti di studio e di preghiera comune, fino alla compieta delle 21. Sempre a bassa voce, misurando le parole e custodendo un silenzio che rimane inseparabile dall’impegno: «A volte ci sembra che traspaia un’immagine della clausura – osservano le monache (che ci hanno chiesto di rimanere anonime, perché ogni pensiero sia espressione dell’intera comunità) – come quiete e solitudine. In realtà abbiamo parecchio da fare, è una vita attiva, accompagnata da una profonda fraternità dal costante lavorio interiore». Una condizione, quella della clausura, «che può essere anche molto dura. Ma, se vissuta fino in fondo, apre nuovi orizzonti su noi stesse, sull’uomo e sulla storia». Un episodio segna l’inizio delle proposte spirituali rivolte dal convento alle comunità parrocchiali vicine: «Giovanni Paolo II aveva chiesto di pregare per l’Italia. Noi abbiamo pensato di mettere a disposizione la nostra chiesa per una veglia, e in tanti hanno accolto l’invito. Così, a quella prima esperienza ne sono seguite altre». Fino a creare un calendario ormai fitto di appuntamenti: ogni sabato sera la chiesa annessa al convento (restaurata negli anni ‘70 dalle suore) ospita un momento di preghiera, mentre si tengono mensilmente gli incontri per divorziati e separati con don Mario Della Giovanna, l’adorazione per le vocazioni, la

Lectio Divina tenuta da don Carlo Tarantini. Senza trascurare l’accoglienza di religiosi e fedeli che chiedono ospitalità nella casa di ritiri annessa al monastero, le chiacchierate con i gruppi di catechesi che vogliono scoprire qualcosa di più della vita claustrale, le telefonate di chi chiede un consiglio e si affida alla preghiera incessante delle monache. «E’ così che viviamo il servizio all’interno della chiesa». Durante le preghiere aperte ai fedeli, le suore, nel rispetto della scelta della clausura, mantengono in chiesa un loro spazio separato, ma due anni fa, con dei lavori di adeguamento, le grate che le dividono dall’assemblea sono state alleggerite, lasciando anche uno spazio aperto al centro. Le nuove incombenze hanno modificato l’organizzazione della giornata lavorativa, che dedica ora meno spazio ai tradizionali lavori di ricamo, preparazione delle particole e cura del parco e dell’orto. Rimangono comunque alcune attività manuali, come la decorazione dei ceri per la liturgia e la cura dei paramenti sacri. E poi c’è l’assistenza alle consorelle più anziane, mentre per le incombenze esterne, dalla spesa alle commissioni, «evangelicamente ci affidiamo alla Provvidenza, che davvero non manca attraverso la disponibilità di tante persone che ci aiutano». Novità degli ultimi anni è anche l’apertura del sito internet www.custodiamolaparola.it, che propone non solo avvisi e comunicazioni pratiche, ma anche riflessioni e letture. Qual è il rapporto delle monache con il web? «Usiamo la posta elettronica – spiegano – per comunicare con la gente e con i missionari che ci scrivono da varie parti del mondo. E’ uno strumento utile, se usato con moderazione». Rispetto ai media le religiose di Montello hanno fatto negli anni scelte precise: «Leggiamo diversi quotidiani e alcune riviste, soprattutto missionarie, ascoltiamo la Radio Vaticana e abbiamo una fornita collezione di cd e videocassette, per esempio reportage sui viaggi del Papa o film che ci interessano». Niente tv, invece: dopo una votazione tra le sorelle, la comunità ha deciso senza troppi rimpianti di farne a meno. 31


LIBRI

Una pubblicazione aiuta ad avvicinare la Bibbia Si tratta della nuova edizione del Dizionario San Paolo sui «Temi teologici»

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ltre 240 voci, più di 140 autori: il Dizionario San Paolo sui «Temi teologici della Bibbia» si presenta in un’edizione completamente nuova (la precedente era del 1988) che tiene conto dei più recenti studi e dà spazio ai temi e alle grandi sezioni della Scrittura, accostata in chiave teologica. Procedendo per angoli visuali diversi, sia pure settoriali, il Dizionario permette di comprendere meglio il mistero dell’alleanza stretta da Dio con Israele e con l’intera umanità, poiché lo affronta attraverso le sue diverse modalità ed espressioni: negli scritti (tutti i libri biblici), nel tempo (popolo di Dio, esodo, regno, chiesa, giorno del Signore), attraverso alcune figure dominanti (Abramo, Mosé, Elia ed Eliseo, Giovanni Battista, Pietro, Maria, Paolo), attraverso le sue istituzioni (legge, tempio, ministeri/ministri), attraverso i suoi oppositori (anticristo, Babilonia, tentazione). Soprattutto si espongono singolarmente i moltissimi concetti che costituiscono il tessuto contenutistico della Rivelazione stessa (abbà, benedizione, conversione, discepoli, espiazione, fede, gioia, incarnazione, lavoro, male/malattia, nome, opere, paradiso, risurrezione, sacrificio, tempo, uomo, verità). In più si trovano voci riassuntive (apocalittica, escatologia, messianismo) e altre di tipo metodologico (ermenutica intrabiblica, ermeneutica extrabiblica, lectio divina, letture della Bibbia) che permettono di orientarsi nella vastità dei temi. L’opera si segnala per il taglio internazionale dei suoi collaboratori. Sono infatti coinvolti, oltre ai numerosi italiani, anche autori tedeschi, inglesi, francesi, portoghesi e spagnoli. In più, sono stati valorizzati i suggerimenti emersi dalle

diverse recensioni e lettere giunte in redazione in seguito alla pubblicazione del precedente Dizionario di teologia biblica; senza dimenticare l’impostazione adottata in altri Dizionari biblico-teologici pubblicati negli anni più recenti. I curatori sono Romano Penna, Giacomo Perego e Gianfranco Ravasi. Sacerdote della diocesi di Alba, Penna è docente emerito di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Lateranense e professore invitato presso la Pontificia Università Gregoriana. Giacomo Perego, sacerdote della Società San Paolo, è docente di Nuovo Testamento presso l’Istituto di Vita Consacrata (Claretianum) della Pontificia Università Lateranense di Roma e presso la Pontificia Università Gregoriana. E’ membro del Settore di Apostolato Biblico nazionale della Cei. Gianfranco Ravasi è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni culturali della Chiesa e di Archeologia sacra.

Fedeli durante una Santa Messa

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Ringraziamo le persone che hanno sottoscritto abbonamenti al giornale e inviato offerte all’associazione Amici di Papa Giovanni AGOSTINONI ANNA

CROTTI ANNUNCIATA

MINACAPILLI LUCIA

ANGELI ESTER

D’AMBROSIO ANNAMARIA

MOLINAROLI GIUSEPPE

ANTONIAZZI ANNA MARIA

D’ANDREA CRISTINA

MULAS ADA

BALONI GIANFRANCO

DAMBRUSIO MARIA

MURRU ALDO

BARBUSCIA FRANCESCA

DAMIANO ANTONIO

MUSSETTI VIRGINIA

BENSI MIRELLA

DE CARLI NORMA

NEGRETTI PAOLA

BENZONI ENRICA

DE NADAL MARIA GRAZIA

NEGRI DANIELA

BERTAGLIA EMILIO

DEL IREO MARIA

NOVALI ALBA

BERTUOL GIORGINA

DELLE VILLE ANNA MARIA

OLIVIERI GABRIELLA

BEVILACQUA RITA

DELUCCHI LINA

PARIANI ELDA

BIANCHI COGLIANDRO MARIA

DEPRETIS MARIA ROMILDA

PASSARELLA NICLA

BIANCHI DOMENICO

DASSI PIERA

PAVONE CARMELA

BINETTI FRUSCA ERNESTINA

DI CLEMENTE ADA ZANNIER

PEDRETTI ANNA

BISSOLA GIOVANNI

DI MUCCIO GIUSEPPE

PELLICANO MARIA IN D’AGOSTINO

BOLLA LUCIA

DONCHI PIERA

PELLIZZAROLI POMPEO

BONGIORNO ANNA MARIA

ERLICHER ANGELO

PEREGO GIOVANNA E MASSIMO

BONOMELLI MARGHERITA

ESPOSITO GIOVANNA

PEROSINO DELFINA

BONOMI ADELE

FOSSATI TAVERNA TERESA

PERSICHETTI PIERA

BOTTINI PAOLO

FRESCA FANTONI AMELIA

PEZZOLI MARIA

BRAVO PIETRO

FRISCIA ALFONSA

PEZZOTTA LUIGINA

BREVI TERESA

GABRELE ANGELA BALDO FABRIZIO

PEZZOTTI CLAUDIA E ELENA

BULLO TERESA

GALMOZZI GIUSEPPINA

PIROLA LIDIA GHIRINGHELLI

CAMERAN VEGLIA

GASPARINI ROSA

PIROTTI BEVILACQUA MIRELLA

CAPPELLER INES

GHELFI DORINA

PIZZI CORINA

CAPRA RONCHI FRANCA

GHIOLDI ROSANNA

QUARONI LUCIA

CAROLINI MARIA

GHIRIMOLDI MARIUCCIA

RAMONI SANDRA

CARRARA LANDINO

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CASAZZA REALI FAMIGLIA

GIGANTE COSIMA

RINALDI MADDALENA

CASTIGLIA VALERIA

GOMEZ MILAGROS GELMINI

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RUSSO UBALDO

CASTORI MARIA

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SAC. MARSANO GIUSEPPE

CAUTERO ANNALISA

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SALUSSO FENOGLIO MARGHERITA

CECCHINI NUNZIA

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SEBASTIANO FELICE

CIOFFI MARIA GRAZIA

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TIANA GIOVANNI

COSENTINO SALVATORE

MASCI MARIA GRAZIA

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MESSINA PIERA

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Sotto la protezione di Papa Giovanni

La nonna Jose affida i suoi cari nipoti Claudio e Viola all’amatissimo Papa Giovanni, affinchè li protegga sempre

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I nonni Gianna e Carlo affidano alla protezione del Papa Giovanni, per tutta la vita il loro nipotino Gabriele

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