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NUOVA C.M.M.E. MANUTENZIONE ELETTRICA: CORSI PERSONALIZZATI

GIUGNO / LUGLIO 2013

Anno 16 - N째3 Giugno/Luglio 2013 - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB BERGAMO In caso di mancato recapito si restituisca a: Editrice Bergamasca Srl - via Madonna della Neve, 24 - 24121 Bergamo, che si impegna a pagare la relativa tassa. Euro 3,00


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Edito riale

Editoriale

«Q

uando tu hai una cosa, può esserti tolta. Ma quando tu la dai, ecco, l’hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre». Parto con una bella immagine della solidarietà, firmata James Joyce, perché in questo numero di Città dei Mille si parla molto del bene che possiamo fare al prossimo. La sezione Vip&News ne è un esempio palpabile: ci sono le iniziative dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, e il nome parla da sé. C’è il Panathlon Club, che ha «per finalità – si legge nello statuto - l’affermazione dell’ideale sportivo e dei suoi valori morali e culturali quale strumento di formazione ed elevazione della persona e di solidarietà tra gli uomini e i popoli». C’è l’Armr, nata nel 1993 da un'idea del professor Garattini con l’obbiettivo di far conoscere il progetto di Villa Camozzi, dove stava prendendo forma il centro Aldi e Cele Daccò per la ricerca dedicata alle malattie rare. Se passiamo alle interviste, c’è l’incontro con Mondonico, impegnato nel volontariato per l’associazione «L’Approdo» che aiuta ragazzi dediti all'alcol e alle sostanze stupefacenti a recuperare sé stessi anche attraverso un'attività, guardacaso, sportiva. Dico guardacaso perché scrivendo mi rendo conto che oltre alla solidarietà c’è tanto sport, in questo numero. Probabilmente la cosa non è casuale: pensare agli altri è un bel modo che gli esseri umani hanno a loro disposizione per «fare squadra». Ce n’è tanto bisogno, di questi tempi. Buona lettura!

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di Claudio Gualdi


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La mia

rubrica

Partire è proprio necessario?

"L

a porti un bacione a Firenze/che l'è la mia città/che in cuore ho sempre qui" così sentivamo cantare un tempo e ci veniva anche un po’ il magone pensando al dispiacere della bambina che chiedeva al viaggiatore di portare per lei un saluto alla sua città d’origine, mai dimenticata. Oggi il mondo è diventato più piccolo e l’Italia, divenuta nel frattempo terra di lavoro, meta di immigrazione, ha preso le distanze dalle malinconiche note che accompagnavano il rimpianto dell’emigrante. Però in questa epoca, contrassegnata da mutazioni così veloci, sembra tornare dal portone ciò che credevamo di avere buttato dalla finestra. Di nuovo i giovani se ne vanno. Non si tratta più dell’antico fenomeno dell’emigrazione forzata: nonostante la crisi il nostro Paese, pur nelle difficoltà, mantiene un livello di vita lontano da quelle condizioni che avevano causato l’ondata migratoria del primo Novecento. Ma molti giovani di nuovo vanno a cercare la ventura all’estero: ragazzi che mal sopportano alcune condizioni del Bel Paese e che sperano di trovare altrove quelle opportunità che qui scarseggiano. Una nuova emigrazione in un paese di immigrazione? Tenteremo alcune valutazioni nel prossimo numero.

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di Emanuela Lanfranco e.lanfranco@inwind.it


Approfondimento

I

Nativi intelligenti

l cellulare non lo usano più per telefonare ma per navigare in Internet, Facebook non la considerano una piazza virtuale ma un luogo in cui vivere relazioni reali, preferiscono e-book e i-pad a qualsiasi biblioteca, anche a quella di Alessandria d’Egitto che era una delle Meraviglie del mondo: sono nati dopo la metà dei Novanta e Paolo Ferri, Professore della Bicocca, ha dedicato loro il suo ultimo saggio dal titolo “Nativi digitali”. Questa giovane razza di giovani “in via di apparizione”, che preferisce alla scansione delle attività da svolgersi una dopo l’altra la contemporaneità del multitasking, si pone al di là della linea di confine che rimarca la differenza con coloro che invece le nuove tecnologie le hanno imparate, i

cosiddetti “immigranti digitali”. Se questa ipotesi fosse accettata, di conseguenza risulterebbe assolutamente inevitabile un ripensamento dei modelli educativi tradizionali l’adozione di mezzi adatti a intessere comunicazioni efficaci rispetto a questo nuovo modello di homo sapiens. Nelle aule servirebbero lavagne interattive, videoproiettori e almeno un computer ogni cinque allievi, suggerisce ad esempio l'autore del saggio. Insieme con nuovi metodi di insegnamento: meno lezioni in cattedra, più partecipazione e contenuti personalizzati. Invece, constata, «l'uso delle tecnologie didattiche a scuola e nei contesti educativi vede coinvolto meno del 10% degli studenti italiani contro il

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di Emanuela Lanfranco

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57% di quelli statunitensi (dato 2010)». Insomma Ferri sostiene che il digitale non rende stupidi e che nemmeno isola i giovani, salvo però poi precisare che in effetti queste nuove modalità di conoscenza così veloci espongono la nuova generazione al rischio della superficialità, della incapacità di tollerare le attese o di gestire la privacy. Controindicazioni da non sottovalutare. Molti atri studiosi si sono recentemente interessati di questi problemi, come Roberto Casati che tocca un punto vitale della questione: la scuola non è ( non principalmente) un luogo in cui acquisire informazioni, che sono ormai

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appannaggio della Rete, ma deve fornire qualcosa che Wikipedia non dà, cioè la capacità di interpretare i dati o perlomeno, a un livello ancora più basso, fornire l’idea che sia possibile un punto di vista. E dunque la diatriba tra l’adozione di strumenti tradizionali nella trasmissione dei saperi e l’utilizzo delle cosidette “nuove tecnologie”, l’alternativa secca tra libro o e-book, tra uso del computer o lezione dell’insegnante lasciano il tempo che trovano se diventano un elenco di argomenti a sostegno dell’una e dell’altra tesi: siamo ormai immersi nel digitale e certo non si può pensare di fare come i Luddisti che agli inizi del XIX secolo sabotavano

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le nuove e infernali macchine che di lì a poco avrebbero portato al progresso innegabile della qualità di vita introdotto con la Rivoluzione industriale. Ma nemmeno si può ingenuamente credere che solo benefici porti la massiccia introduzione delle nuove tecnologie. La partita è decisamente più complicata e ha bisogno di un pensiero e di una riflessione che accompagni il cambiamento e lo traghetti verso quel miglioramento dell’ “umano” che deve essere il fine di ogni buona pratica di vita. L’obiettivo della cultura resti ancora quello di dotare il nativo dell’aggettivo “intelligente”.


Sommario

Direttore responsabile: Claudio Gualdi Direttore editoriale: Emanuela Lanfranco Redazione: Fabio Cuminetti Abbonamenti: 035 35 91 011 segreteria@ediberg.it 1 anno - 27 euro Stampa: Sigraf - Treviglio (Bg)

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cover story

Accademia dello Sport per la Solidarietà: Golf Vip Edizione 2013 Premio Senatore Daniele Turani a Bellini Armr, vent'anni di ricerca e solidarietà Aeroporto, aperta la Landside Vip Lounge

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vip & news

Speciale: Ponte San Pietro

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S

Direzione e Redazione: Via Madonna della Neve, 24 Bergamo Tel. 035 35 91 011 Fax 035 35 91 117 www.cittadeimille.com

Manutenzione elettrica: corsi su misura

Credito Bergamasco, un maggio d'arte Accademia della Guardia di Finanza

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vip & news

Una fotografa «cresciuta a Londra» Un calcio a droga e alcool Malpaga, nuova vita per il castello

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interviste

Speciale: Curno

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S

Editore: Editrice Bergamasca S.r.l. www.ediberg.it

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peciale

Beretta, successo tra due continenti

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interviste

Speciale: Mozzo

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S

Città dei Mille - anno 16 n. 3 Aut. Trib. n. 52 del 27 Dicembre 2001

Editoriale La mia rubrica Approfondimento

peciale

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in Vetrina

Luberg Enologia Cucina Wedding Golf Moda Motori Sanità Arte Spiritualità

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rubriche

Più di 140 al «Sony Classical Talent Scout» «In linea d'aria» tra Bergamo e Gerusalemme

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cultura

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Pubblicità: Tel. 035 35 91 158

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peciale

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Co ver

Manutenzione elettrica: corsi su misura

La Nuova C.M.M.E. di Osio Sopra propone lezioni sulla sicurezza elettrica e sulla termografia a misura di cliente. Obiettivo: la conoscenza delle principali normative in materia. Con tanto di esercitazioni pratiche

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a crisi è anche un’occasione. Per ottimizzare le risorse ed evolvere le pratiche gestionali verso soluzioni più duttili e convenienti. In tal senso la formazione del personale in tema di manutenzione elettrica è una colonna portante per garantire l’efficienza del parco macchine aziendale senza spendere un patrimonio. Ma se una volta il manutentore elettrico era una figura professionale consolidata e capace di risolvere ogni problematica in virtù dell’esperienza pratica e continuativa, oggi le cose sono diverse. Il ricambio generazionale e il rapido turnover di personale dedicato a quest’attività hanno mutato lo scenario. Gli istituti tecnici sfornano giovani dotati di conoscenze approfondite, ma a livello teorico. Serve altro. Nuova C.M.M.E., in virtù di un’esperienza trentennale (è stata fondata nel 1984), ha sviluppato due corsi per colmare questo vuoto. Obbiettivo:

aggiornare sugli elementi normativi che ruotano attorno al concetto di manutenzione e addestrare sul campo alle procedura basilari sicurezza di una cabina MT/ BT. Il corso? Su misura L’attività formativa di Nuova C.M.M.E. è cominciata quasi per caso l’anno scorso «quando un nostro cliente – spiega Ermanno Peruta, titolare (con Simonetta Vanucci) e responsabile tecnico dell’azienda - ci ha chiesto di organizzare un corso per il suo personale interno sulla conduzione e la messa fuori servizio delle cabine elettriche». Pragmaticamente, si è pensato di dar vita a un corso su misura, in due giornate: la prima teorica (riferimenti normativi in materia di sicurezza, idoneità elettrica, concetti basilari delle procedure di messa fuori servizio in sicurezza delle cabine elettriche), la seconda

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di Fabio Cuminetti

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pratica (esercitazioni sulle procedure impartite il giorno precedente su celle di media tensione e dispositivi di messa terra volanti preparati appositamente). «Con queste attrezzature – va avanti Peruta - e con l’immediatezza delle simulazioni pratiche, non possibile su un impianto in servizio, i risultati sono stati eccellenti: i partecipanti hanno capito come operare e affrontare la messa fuori servizio in sicurezza dell'impianto in caso di guasto. Ecco perché abbiamo deciso di proporre i corsi anche ad altri clienti, sempre limitando a 6-7 il numero dei partecipanti». Sono una dozzina i corsi già organizzati, e nei prossimi mesi ce ne sono in programma altri quattro. L’adeguatezza alle esigenze del cliente risiede anche nel fatto che l’attenzione del corso sia focalizzata al tipo di apparecchiatura presente negli impianti in uso nell’azienda dove lavorano

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i partecipanti. Per il futuro Peruta pensa poi di estendere l’offerta anche a corsi più generici, non necessariamente riservati ai clienti. Termografia per una manutenzione più efficiente Nuova C.M.M.E. fa ricorso massiccio alla termografia, tecnica dal ruolo essenziale nella manutenzione predittiva, con la quale si evidenziano i raggi infrarossi emessi da un oggetto o da un’apparecchiatura; l’intensità della radiazione emessa è direttamente proporzionale alla sua temperatura, per cui la termografia risalta le parti calde di un oggetto. I difetti nelle apparecchiature e negli impianti producono quasi sempre dei riscaldamenti anomali, molto prima di diventare evidenti in altro modo; è chiaro perciò, che individuare questi “punti caldi”

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IL CORSO SULLA TERMOGRAFIA Non basta avere una termo camera. Per una corretta manutenzione predittiva degli impianti Nuova C.M.M.E. propone un corso informativo mirato che aiuta le figure incaricate della manutenzione a implementare le capacità di giudizio e di interpretazione dei dati raccolti sul campo.

PROGRAMMA Corso termografia per principianti, giorno 1: introduzione alla tecnica dell’infrarosso; elementi di teoria dell’infrarosso; prime esercitazioni differenziali. Corso termografia per principianti, giorno 2: verifiche pratiche con «black bodies» e apparecchiature elettriche alimentate; interpretazione risultati e documentazione post-processo; test conclusivo e question time.


IL CORSO SULLA SICUREZZA ELETTRICA Per il datore di lavoro la manutenzione delle macchine nei luoghi di lavoro è un obbligo. Lo dice l’articolo 7I, comma 4, lettera a) del D.Lgs. 81/2008. L’obbligo prescritto è quello di mantenere la massima sicurezza dell’impianto e delle persone adibite alla sua gestione. Nuova C.M.M.E. con il corso sulla sicurezza elettrica

introduce i più importanti riferimenti normativi in tema. In più vengono fornite nozioni basilari sulle disposizioni di messa in servizio e in sicurezza dell'impianto con particolare riferimento ai blocchi e interblocchi a chiave.

PROGRAMMA Corso principi manutenzione, giorno 1: richiami normativi principali norme CEI 11-1, 11-27 e EN 0-10;

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ruoli operativi secondo CEI 11-27 e richiami al D.Lgs. 81/2008; richiami all’importanza degli schemi elettrici e della modulistica prevista dalle norme. Corso principi manutenzione, giorno 2: esercizi per realizzazione procedure blocchi a chiave; esercizi pratici di messa fuori servizio e in sicurezza celle MT; utilizzo dispositivi di messa a terra volanti; test conclusivo e question time.

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diventa fondamentale in ambito predittivo. Per dare un’idea, la termografia può essere utilizzata per la manutenzione su trasformatori di grossa potenza per individuare eventuali ostruzioni nei radiatori di raffreddamento e risulta di grande utilità nella manutenzione di motori elettrici, nell’ispezione di cuscinetti, nella verifica delle condizioni di tubazioni, serbatoi, forni. Permettendo di risparmiare tempo e soprattutto denaro. Anche qui, la formazione gioca un ruolo determinante, perché in questi anni molte aziende si sono dotate di macchine termografiche di livello base convinte di poter eseguire autonomamente la manutenzione predittiva dei loro impianti. Invece ci vogliono conoscenze sulla fisica

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dell’infrarosso che travalicano l’elementare utilizzo dello strumento sul campo. Il corso informativo di Nuova C.M.M.E., realizzato in collaborazione con docenti universitari di ruolo, punta a colmare le principali lacune di chi si cimenta con un rilievo termografico. Si parte, come per gli altri corsi, da un’introduzione teorica, a cui fanno seguito esercitazioni pratiche: corrette tecniche di ripresa, conoscenza della termocamera, comportamento termico tipico della diversa componentistica, riconoscimento rapido dei guasti per evitare di incappare nelle tipiche sviste del principiante. La forza del corso di Peruta sta, ancora, nella capacità di simulare i possibili guasti e il surriscaldamento dei vari tipi di componenti.

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Lo status di Centro d’esame Status ufficiale di Centro d’esame in arrivo per Nuova C.M.M.E. per personale di 1° e 2° livello nel metodo termografico, come prescritto dalla norma Iso 9712:2012. Responsabile del centro lo stesso Peruta, insignito del 3° livello. Per chi non si può assentare a lungo dalla propria azienda sono a disposizione moduli formativi che, al raggiungimento delle ore richieste dalla norma, danno diritto al candidato di effettuare l’esame di qualifica del livello d’interesse. NUOVA C.M.M.E. Bergamo srl OSIO SOPRA (Bg) Via dei Termini, 7/C Tel. 035.502818 www.cmme.it


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Potete contattarci tutti i giorni, dalle 14 alle 19, escluso il martedĂŹ. informazioni e prenotazione visite alle location: +39 335 5607610. www.acquaroli.it 17


VIP

Accademia dello Sport per la Solidarietà Golf Vip Edizione 2013

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aprile Club Parco dei Colli, 14 aprile Club la Rossera di Chiuduno, 19 aprile Club L’Albenza di Bergamo: queste le date e i campi in cui si sono disputate le gare di golf organizzate dall’Accademia dello Sport. Come sempre Giovanni Licini, insieme a Dario Colloi, ha saputo coinvolgere tanti amici, sportivi e soprattutto sponsor, che anche in questa occasione hanno dimostrato la loro grande generosità. Generosità che verrà aggiunta per i progetti di solidarietà in corso, a conclusione del 22° Trofeo Achille e Cesare Bortolotti di Tennis, disputatosi dal 17 maggio al 6 giugno. Golf Parco dei Colli - premiati: I coppia netta - Ghilardi Gabriele, Ghilardi Alessandro, colpi 46; I coppia lorda - Locatelli Daniele, Lorenzi Alessandro, colpi 61; II coppia netta - Ongis Giancarlo, Oberti Thomas, colpi 49; III coppia netta - Bonfanti Massimiliano, Fumagalli Marco, colpi 50; I coppia mista - Caffi

Federico, Mangili Benedetta, colpi 53; I coppia senior - Licini Giovanni, Viscardi Luigi, colpi 53; I coppia netta Migliori prime 9 - Ghilardi Gabriele, Ghilardi Alessandro, colpi 22; I coppia netta Migliori seconde 9 "Cogne" - Oberti Thomas, Ongis Giancarlo, colpi 21; Nearest to the pin "Buca 1/10 by CISAF" - Ongis Giancarlo, metri 8,06; Nearest to the pin "Buca 5/14 by VENETO BANCA" - Fusaro Giuseppe, metri 0,77. Louisiana a due giocatori medal - premiati: I squadra netta - Bonaldi Giacomo, Bonaldi Simone, colpi 61; I squadra lorda - Fusi Andrea, Castoldi Giuliano, colpi 69; II squadra netta Trussardi Massimiliano, Benzoni Davide, colpi 61; III squadra netta - Corradini Alessandra, Comi Patrizio, colpi 61; I coppia mista - Cavallini Luca, Anselmi Francesca, colpi 63; I coppia senior - Lorenzi Alessandro, Locatelli Daniele, colpi 65; Special Driving Contest "Serafino Consoli" - Belotti Brevi Elisabetta; Nearest to the pin "Com steel" - Bonaldi Simone, metri 2,14; Nearest to the pin "Residence Il Polaresco"

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- Benedini Ivano, metri 2,86; Migliori buche dispari "Cogne" - Bonfanti Massimiliano, Fumagalli Marco, colpi 28; Migliori buche pari "Residence Il Polaresco" - Trussardi Massimiliano, Benzoni Davide, colpi 29. Louisiana a coppie medal - premiati: I netto - Giazzi Omero, Panattoni Fabrizio, colpi 60; I lordo - Ghilardi Alessandro, Trezzi Lorenzo, colpi 74; II netto - Consoli Ivan, Cattaneo Gianangelo, colpi 61; III netto - Licini Giovanni, Viscardi Gianluigi, colpi 62; I coppia mista Marzorati Eugenio, Colombo Federica, colpi 64; I senior - Facheris Virginio, Bogataj Simona, colpi 68; Premio speciale - Ferranti Gianpietro, Rota Santo; Nearest to the pin "Logistic Group" - Merigo Massimo, metri 1,81; Nearest to the pin "Cogne" - Agrati Stefano, metri 1,40; Driving contest M "Residence Il Polaresco" - Sala Marco, metri 222; Driving contest F "Residente Il Polaresco" - Fagiani Silvia, metri 198; Best approach M "Cogne" - Bucarelli Maurizio, metri 0,50; Best approach F "Cogne" - Colombo Federica, metri 5,30.

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Premio Senatore Daniele Turani a Bellini

Il calciatore, bandiera dell’Atalanta, ha ottenuto il prestigioso riconoscimento del Panathlon International Club di Bergamo «per aver svolto le proprie prestazioni con eccellenza, sia tecnica che disciplinare»

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portivi, amici e soci del Panathlon International Club di Bergamo si sono ritrovati lunedì 25 marzo, presso il Roof Garden Restaurant, per la consegna del Premio Senatore Daniele Turani 2012. Questo riconoscimento viene attribuito al calciatore appartenente a una società la cui squadra abbia partecipato al campionato di serie A nella stagione precedente l'anno di consegna. Il premiato deve aver svolto le proprie prestazioni con eccellenza, sia tecnica che disciplinare, e in particolare non deve avere subito squalifiche nel campionato di riferimento. Non ci sono motivazioni più appropriate per premiare e presentare Gianpaolo Bellini. Nato a Sarnico, è arrivato all'Atalanta come Pulcino, poi è passato nella Primavera. A 19 anni ha esordito nel campio-

nato di serie B, per essere aggregato alla prima squadra dal 1999, voluto da Giovanni Vavassori. L'esordio in serie A nell'anno 2000. Bellini diventa il giocatore con maggior numero di presenze in gare ufficiali con la maglia dell'Atalanta; suo il record anche delle presenze in campionato. Sta giocando la sua 15ª stagione da professionista. La piacevole serata si è conclusa con i saluti da parte del presidente Verdina, del past president Giambattista Negretti e del presidente onorario Mario Mangiarotti.

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Albo d'Oro 1965 Kurtn Hamrin (fiorentina) 1966 Roberto Anzolin (juventus) 1967 Sandro Mazzola (internazionale) 1968 Aristide Guarnieri (bologna) 1969 Angelo Anquilletti (milan) 1970 Giacinto Facchetti (internazionale) 1972 Fabio Capello (juventus) 1973 Mario Bellugi (internazionale) 1974 Luciano Recceconi (lazio) 1976 Gaetano Scirea (juventus) 1978 Pierluigi Pizzaballa (atalanta) 1980 Paolo Rossi (perugia) 1983 Giuseppe Dossena (torino) 1985 Antonio Cabrini (juventus) 1986 Antonio Digennaro (verona) 1987 Roberto Donadoni (milan) 1989 Glenn Stromberg (atalanta) 1991 Stefano Tacconi (juventus) 1992 Gianfranco Zola (napoli) 1993 Dil Ruud Gullit (milan) 1996 Paolo Maldini (milan) 2002 Giuseppe Casari (alla carriera) 2008 Filippo Inzaghi (milan) 2009 Javer Zanetti (internazionale) 2010 Riccardo Montolivo (fiorentina) 2012 Gianpaolo Bellini (atalanta). (negli anni mancanti il premio non è stato consegnato).

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Armr, vent’anni di ricerca e solidarietà

Nacque nel 1993 da un'idea del professor Garattini: far conoscere il progetto di Villa Camozzi, dove stava prendendo forma il centro Aldo e Cele Daccò per la ricerca dedicata alle malattie rare

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iovedì 4 aprile a Villa Camozzi (Ranica) si è festeggiato il 20° compleanno della Fondazione Armr. Nacque nel 1993 da un'idea del professor Garattini: far conoscere alla realtà bergamasca il grande progetto di Villa Camozzi, dove stava prendendo forma il centro Aldo e Cele Daccò per la ricerca dedicata alle malattie rare, prima struttura clinica dell’Istituto Mario Negri. L'idea è stata subito presa a cuore da Daniela Guadalupi, all’epoca presidente del Soroptimist International Club di Bergamo e da sempre presidente Armr. Il 4 aprile di quell’anno tutti i club di servizio bergamaschi e i loro soci si riunirono per porre le basi dell’associazione. Nel 2004 la trasformazione in fondazione. La prima borsa di studio fu assegnata grazie al cav. Domenico Bosatelli e da quel momento Armr è riuscita ad assegnare ben 118 borse di studio e grant di ricerca. Anche quest'anno la fondazione

assegnerà ancora 6 borse di studio da 16 mila euro e 6 grant di ricerca. Presenti alla serata il professor Garattini, il professor Giuseppe Remuzzi, la dottoressa Ariela Benigni, oltre a tanti amici, sponsor, soci, tra cui l’asssessore provinciale a Grandi infrastrutture e pianificazione territoriale Silvia Lanzani, il sindaco di Bergamo Franco Tentorio, Amos Nannini, presidente della Società Umanitaria e governatore del Forum delle Associazioni milanesi, Camillo De Milato, presidente Asilo Mariuccia ed ex governatore Forum delle associazioni milanesi, il presidente della Fondazione della Comunità Bergamasca Carlo Vimercati (che ogni anno assegna una borsa di studio ad Armr). Fondazione Aiuti per la Ricerca sulle Malattie Rare al Centro di Ricerche Cliniche per le Malattie Rare “Aldo e Cele Daccò” dell’Istituto Mario Negri. Tel. 035 671906 – www. armr.it- E-mail: presidenza@armr.it

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Aeroporto, aperta la Landside Vip Lounge

Inuaugurato lo scorso 3 aprile il secondo salotto d'attesa dello scalo di Orio al Serio, dotato dei più svariati servizi e comfort

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ercoledì 3 aprile all'aeroporto “Il Caravaggio” di Orio al Serio, alla presenza del presidente della Sacbo (società di gestione dello scalo), l’ingegner Miro Radici, è stata inaugurata la seconda Landside Vip Lounge, la sala d'attesa dove si può aspettare la chiamata al proprio volo in tutta comodità, supportati da servizi di alto livello che rendono piacevole il tempo da trascorrervi. Situata al piano terra, vicino ai controlli di sicurezza, la sala è dotata di servizi per agevolare il passeggero anche nelle pratiche di imbarco: il banco check-in, l'accesso diretto ai controlli di sicurezza. Immancabile la zona rinfresco, dove ci si può rifocillare con snack dolci e salati, bibite calde e fredde. A disposizione poi quotidiani e riviste, televisori con collegamento a Sky, postazioni di lavoro con prese di corrente per l’utilizzo del proprio computer personale.

Per un ingresso alla Landside Vip Lounge il costo del biglietto è di 20 euro, mentre per 5 ingressi si sale a 75 euro, con la possibilità di pagamento in contanti, con carta di credito e bancomat. I ticket sono acquistabili direttamente presso gli sportelli della biglietteria in aeroporto o anche on-line, sul sito www. fastandvip.it. Presenti all’evento autorità civili, militari e personaggi del mondo industriale bergamasco.

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Ponte San Pietro Inaugurata la prima via dei Cavalieri della Repubblica È stata inaugurata a Ponte San Pietro la prima via d’Italia dedicata ai “Cavalieri della Repubblica Italiana”. Un bel risultato per il presidente provinciale Unci (e vicepresidente nazionale) Marcello Annoni, che vede premiato il suo impegno. I ringraziamenti, ovvio, vanno al sindaco del paese, Achille Baraldi, e alla sua Amministrazione per aver accettato e rilanciato la proposta. «Un giusto riconoscimento - ha commentato Annoni - all’impegno delle persone insignite di onorificenze, alla loro associazione e a quei cittadini per quanto hanno fatto e stanno facendo a favore della società, favorendo la promozione di attività filantropiche, umanitarie e culturali che operando nel volontariato cercano di aiutare persone meno fortunate di noi».

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Ponte S.Pietro, via S. Clemente 50 - tel. 035.462532

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pranzo di lavoro da martedì a sabato / chiuso il lunedì www.ristoranteborgomarinaro.com

Centro Massofisioterapico

I vini azeri, nettari del Mar Caspio Si stanno facendo conoscere un po’ dovunque, i vini dell’Azerbaigian, antica terra di viticoltori. A Bergamo sono già noti da alcuni anni, in particolare da quando un vino di quella nazione ha vinto il Premio della Stampa al concorso Merlot e Cabernet a confronto, organizzato a Bergamo dal Consorzio Valcalepio. Si trattava di un Cabernet Sauvignon in purezza prodotto dalla azienda Ismailli Wine. A importare per primo i vini dall’Azerbaigian è stato Luca Castelletti, titolare dell’omonima enoteca di Ponte San Pietro. Da alcuni anni i rapporti si sono consolidati e già si sta lavorando per una esportazione di vini bergamaschi in Azerbaigian. Oltre al Cabernet Sauvignon in purezza, Castelletti importa un vino dolce tipico che si chiama Kagor - ritenuto da molti uno dei migliori vini rossi dolci del mondo, che nell’Ottocento fece girare la testa agli zar, agli imperatori ed ai re di tutta Europa - e un Ice-wine che ha riscosso, non solo a Bergamo, un successo inaspettato.

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Direttore Sanitario dott. L.O. Valsecchi

OSTEOPATIA e KINESIOLOGIA APPLICATA MASSOTERAPIE FISIOTERAPIA STRUMENTALE Alberto Alborghetti Osteopata diplomato 2001 iscritto R.O.I. (registro osteopati italiani www.roi.it)

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Credito Bergamasco, un maggio d’arte

La fondazione dell’istituto bancario ha ospitato nel palazzo storico di Largo Porta Nuova mostre dedicate a grandi personaggi. Spicca in particolare il ciclo «I Pugilatori», dipinti dell’intellettuale Giovanni Testori

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el mese di maggio il palazzo storico del Credito Bergamasco (Largo Porta Nuova 2, Bergamo) ha ospitato mostre dedicate a grandi personaggi: «Omaggio a Moroni», con cinque capolavori del maggiore pittore bergamasco del Cinquecento, tra le quali il ritratto di Gian Gerolamo Grumelli «Il cavaliere in rosa», «L’ultima cena» (1582) di Alessandro Allori, il dipinto tornato al suo splendore dopo il lavoro di restauro, il ciclo «I Pugilatori» di Giovanni Testori, e opere del pittore bergamasco Alessandro Verdi. Particolare interesse hanno suscitato le opere di Testori, in esposizione per ricordare nel 2013 i vent’anni dalla morte e i novanta dalla nascita dello scrittore. Intellettuale italiano di grande importanza, solo pochi conoscono la sua attività di pittore. Lo stesso Testori, non soddisfatto, ha

appiccato un rogo a molti dei suoi dipinti nel 1949. Spesso l'artista non si accetta fino in fondo. Dopo quella data ha continuato a disegnare in privato, tornando a dipingere a olio solo alla fine degli anni ’60. «I Pugilatori» risalgono al 1970 e ’71: la materia pittorica è lavorata quasi come se si trattasse di opere in scultura, straborda dalla tela e raggiunge uno spessore da bassorilievo che dà vibrazione ai corpi e li inserisce a pieno titolo nella tradizione figurativa studiata e amata da Testori. Nel servizio fotografico che segue, il giorno dell’inaugurazione, il saluto agli ospiti del presidente della Fondazione Credito Bergamasco avvocato Cesare Zonca e del segretario generale dottor Angelo Piazzoli. Presenti all’evento di inaugurazione autorità e personaggi del mondo della cultura.

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Giuramento dell'Accademia della GdF

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o scorso bato 11 maggio, in piazza Vittorio Veneto, si è svolta la tradizionale cerimonia di giuramento solenne degli allievi ufficiali del 112° Corso "Val Tomorizza III”, nonché dell’11 Corso Aeronavale “Ercole” dell'Accademia della Guardia di Finanza di Bergamo. Da trent’anni l’accademia fa parte della vita bergamasca e questa è diventata ormai una festa tradizionale che ogni anno vede non solo le Autorità, ma anche i cittadini, partecipare numerosi alla parata militare. Che vede sfilare in alta uniforme gli allievi ufficiali dell’accademia, naturalmente. A loro sarà affidata la tutela finanziara dello Stato italiano. Presenti alla cerimonia il Comandante dell’Accademia Generale Giuseppe Zafarana, il Comandante Generale della Guardia di Finanza Generale C.A. Saverio Capolupo, e il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze Onorevole Luigi Casero.

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Una fotografa «cresciuta» a Londra

Francesca Lazzarini, titolare dell’F2studio: «Entrare in camera oscura è “il mio” momento creativo, la mia parte artistica. Mi piacciono molto anche le tecniche antiche di stampa»

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r a n c e s c a , s i c u r a d i vo l e r e rimanere a Bergamo? «Sì, con grande gioia dei miei genitori sono tornata per rimanere. La prima volta ero partita per Londra come fanno tutti i ragazzi: era il primo viaggio da sola, sei mesi il programma di soggiorno per approfondire i miei studi e così avevo fatto. Poi ho conosciuto Zoom-in, un’importante scuola di volontariato di fotografia dove mi ero inserita molto bene: insegnavo fotografia ai bambini. Così decisi di continuare questa mia esperienza, pensando si trattasse ancora di sei mesi. Nel frattempo ho lavorato in un hotel, in un pub, ho fatto la fotografa in una galleria d’arte, poi sono stata assunta da Portrait Studio dove ha avuto anche un’esperienza come manager di studio. E così

la mia permanenza è andata oltre». La vacanza studio si è poi trasformata in lavoro. «La mia permanenza a Londra mi ha portato ad acquisire esperienze lavorative in vari settori, ho frequentato varie scuole di fotografia che mi sono servite anche per migliorare la lingua inglese oltre che per approfondire un diversa visione della fotografia. Alla fine ho deciso tornare a Bergamo e aprire il mio studio, che era l’obiettivo di partenza, andare all’estero per fare un’esperienza che mi servisse per rimettermi in gioco». Quali sono stati i tuoi primi lavori importanti? «Ho partecipato alla fotografia della Maratona di Londra. Presso la galleria d’arte dove lavoravo ho conosciuto tanti artisti, e devo dire che mi gratifica molto

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di Emanuela Lanfranco

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vedere nei loro siti internet mie fotografie. Ho partecipato anche a qualche mostra di fotografia a Salisbury. Tramite conoscenze, perché Londra è così: una città molto aperta, si incontrano culture diverse ,c’è molto scambio, per cui è facile andare avanti, conoscere persone, fare carriera. Poi c’è un grande fermento creativo a tutti i livelli. E’ una città che ti fa sentire giovane, frizzante, ti arricchisce, nessuno pensa o ti chiede a quanti anni hai, se sei sposata, da quanto tempo frequenti l’università. Ero stupita, quando mi sono iscritta a scuola pensavo di essere la più grande, invece c’erano persone che avevano fatto professioni diverse ma sentivano di avere questa aspirazione alla fotografia e si sono rimesse a studiare pur avendo passato i cinquanta. E’ stato interessante anche sentire questa libertà che a Bergamo prima di partire non riuscivo a provare. Londra mi ha arricchito in questo senso, mi ha creato una certa apertura mentale». Perché sei tornata? «Perché ho sentito che la mia esperienza era conclusa. Non avevo motivo di trattenermi, avevo imparato tutto quello che dovevo imparare, per cui dovevo solo completare l’opera, tornare e aprire la mia attività a Bergamo. Ho sempre sentito che le mie radici sono qua e qua volevo far partire qualcosa di mio, in un ambiente familiare. Anche se non è detto che in futuro non possa ripartire. Bisogna sempre cercare di evolversi, aggiornarsi, non riesco tanto a stare ferma e tranquilla». A Londra hai perfezionato il tuo lavoro ma ti sei anche specializzata in un certo tipo di fotografia? «Il ritratto. Io lavoravo in una zona molto ricca, dove abitano tanti personaggi famosi, e quindi tutti si sentono delle star, anche la persona comune (ma ricca) si sente un vip, e c’è la cultura di farsi fare il ritratto, anche di famiglia, o ai propri figli. Frequente è la richiesta di farsi fare un book con più ritratti perché lì chi cammina per strada spera sempre che qualcuno lo noti per essere chiamato a fare qualche film». Come si sta svolgendo il tuo lavoro?

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«Vorrei riorganizzare qua tutto quello che ho imparato, non solo fotografia e servizi fotografici, ma corsi di fotografia, che facevo alla scuola di volontariato: è stata un’esperienza molto bella. Ovviamente anche ritratti, la fotografia poi può spaziare: style-life, cataloghi, etc.». Ora le macchine fotografiche fanno “tutto da sole”, mettono a fuoco, tolgono i difetti, dopo un secondo vedi già l’immagine riprodotta. Csa c’è da imparare? « Bi s o g n a i m p a r a r e a “g u i d a r e” l a macchina, saper ottenere il meglio. Spesso si hanno delle macchine fotografiche stupende, ma non si sfruttano a fondo e non si capisce l’etica». Cioè? «Per esempio pubblicare su Internet è facile, però dobbiamo sempre chiederci: cosa stiamo facendo? Cosa stiamo proponendo agli altri? Un’immagine positiva o negativa? Bisognerebbe sempre chiedersi: cosa stiamo guardando? tutte le immagini ritoccate con il computer sono vere? La mia macchina è super crudele, mette in evidenza tutto! Io resto un po’ indietro rispetto alle immagini super ritoccate, patinate, tutte finte. Quando le guardo mi mettono un senso di disagio. Io sono cresciuta, ma per chi è ancora sensibile a queste cose è meglio essere veri». A chi chiede un ritratto, quindi, nessun ritocco? «Un pochino, ma con moderazione».

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Quali sono stati i primi lavori? «Quando a Londra vivevo in ostello un ragazzo era convinto di poter fare il modello, e gli feci il book, 20 pounds, non so se poi ha lavorato, ma ho saputo che aveva appeso tutte le sue foto in camera. Una vicina di casa, che vendeva oggetti di Murano, mi fece fare una sorta di catalogo, che mi ripagò con una cena. Per la galleria ho realizzato un servizio per un matrimonio indiano, mentre l’agenzia mi chiamava per le paparazzate, ossia il cliente ci chiamava e noi dovevamo fare finta che fosse un personaggio famoso. E fare le fotografie alla paparazzo». Qual è la cosa che ti piace di più del tuo lavoro? «Mi entusiasma il volontariato, guadagno zero ma è di grande arricchimento, e la camera oscura. Entrare nella camera oscura è “il mio” momento creativo, la mia parte artistica. Mi piacciono molto anche le tecniche antiche di stampa, o la ricerca di nuovi materiali su cui stampare, mi piace personalizzare le mie foto». I corsi che tieni qui in studio come sono organizzati? «Sono corsi di dieci lezioni, a seconda delle necessità. Un’associazione mi ha chiesto un corso per ragazzi, che faremo con le macchine che ognuno di loro ha a disposizione. Ho un paio di allieve che si sono presentate con una macchina “vecchia”, quindi mi sono accorta che abbiamo lo stesso feeling…».


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Un calcio a droga e alcool

Mondonico: «I giovani hanno bisogno di modelli rappresentativi, e secondo me, testimonial, come potrebbero essere i giocatori dell’Atalanta. Significherebbe dar loro un valido supporto per uscire da quel tunnel…»

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una bella mattina soleggiata di aprile, forse la prima, e al campo sportivo dell'oratorio di Rivolta d'Adda è in corso un allenamento di calcio, anzi l'allenamento, perché questo è un po' particolare: primo perché il mister è Emiliano Mondonico, secondo perché questa squadra sta giocando per il campionato della vita. Con Mondonico ci eravamo visti alla serata del Panathlon ed eravamo rimasti d'accordo di trovarci al più presto per parlare di una grande iniziativa che da tempo sta portando avanti, insieme al dottor Giorgio Cerrizzi: proporre, a ragazzi dediti all'alcool e alle sostanze stupefacenti, il recupero di sè stessi anche attraverso un'attività sportiva. Intanto che aspetto la fine della partita, Mondonico mi presenta il dottor Cerrizzi, al quale

praticamente passa la palla della prima parte dell’intervista. Dottor Cerrizzi perché avete scelto come attività sportiva, il calcio? «Abbiamo ritenuto che il calcio sia una delle discipline sportive più idonee perché, oltre all’attività fisica, ci sono regole, gioco di squadra, un obiettivo da raggiungere. Ci sono cioè quegli aspetti della vita quotidiana che l’abuso di sostanze ha fatto perdere ai giovani: il calcio insegna a ricordarsi degli altri, e la squadra avversaria può essere vista come le difficoltà da affrontare nella vita per raggiungere un obiettivo. Se non si ha paura di fare fatica, è possibile riacquistare quanto perso». La squadra è formata da persone di età diversa. «Nella squadra, come in reparto, l'età va dai diciotto ai sessant'anni».

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Giovani e meno giovani seguono lo stesso programma? «Abbiamo sfatato il mito che le due fasce di età debbano essere seguite diversamente, le varie stagioni della vita se possono comunicare tra di loro, diventano una risorsa fondamentale. Noi abbiamo visto molte persone anziane che a contatto con i più giovani trovavano una vera risorsa, perché possono ricevere cose che avevano scordato e nello stesso tempo dimostrare che hanno ancora molto da dare». Ma le problematiche saranno diverse. «Ci siamo posti il dubbio, ma abbiamo visto che far convivere le diverse due fasce di età ha aiutato a far emergere le difficoltà. Le problematiche nel rapporto tra figli e genitori, ad esempio. Molte conflittualità che restitevano all'interno della famiglia sono state superate perché, rappresentativamente, erano in questo gruppo. Il giovane può parlare della rabbia che provava per il padre con la persona più anziana nel gruppo. Che ovviamente non è suo padre, ma lo rappresenta. E così per la persona più anziana che aveva rapporti conflittuali con il figlio, qui lo ritrova nel paziente più giovane, e ha modo per rivedersi…». Dove vivono queste persone? «Dopo aver fatto un percorso ospedaliero riabilitativo di circa un mese, i ragazzi vengono inseriti in un progetto. È una fase riabilitativa avanzata che prevede la gestione comunitaria in appartamenti. C’è un condominio vicino all’Ospedale di Rivolta d'Adda, in un primo tempo dato in concessione dal Comune (ma ora dobbiamo pagare l’affitto), dove queste persone possono rientrare nel mondo del lavoro, supportati settimanalmente da un gruppo di educatori supervisionati da me. Vengono seguiti al mattino e alla sera, ricreando un clima familiare. Si parla della giornata trascorsa, si prepara la cena, si riassetta la cucina, si fa la spesa». Sono sempre seguiti da qualcuno? «No, ci ore in cui sono assolutamente autonomi: quando sono al lavoro e a scuola. Possono andare al bar, a fare le

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spese, sono indipendenti». Quindi ognuno di loro ha una propria attività. «Per essere inseriti in questo contesto è necessario avere un occupazione. È come se fosse una vita normale, con la presenza di educatori in due fasi della giornata, e un percorso terapeutico da seguire». Dottore, quanto è importante per

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questi ragazzi la presenza di Emiliano Mondonico? «Direi che è il nostro punto di forza. Al di là della figura rappresentativa, in questo percorso terapeutico è importante come lui si pone nel recupero. Agisce sulla stima, sul recupero della stima». In che modo? «Uno si chiede: se una persona così signifi-


cativa come Mondonico, così importante, dedica tempo a me, significa che anch’io valgo qualcosa. Questo, anche se sembra banale, ha un effetto terapeutico entusiasmante. Emiliano è riuscito a fare giocare a pallone persone di sessant’anni, e questo perché, nel rispetto dei ruoli, lui si pone in modo assolutamente paritario. E io lo riscontro nei colloqui individuali. Questo dà un aiuto all’introspezione, la persona è più capace di guardare alle cose scomode che aveva dentro e trova più forza per reagire. Io lo dico sempre, una partita di queste vale dieci colloqui di terapia, a me facilita molto il lavoro, e questa è una delle ragioni per cui il mese di ricovero dà grandi risultati». Dottor, come è nata la collaborazione con Emiliano Mondonico? «Io volevo fare qualcosa di diverso, stavano chiudendo gli ospedali psichiatrici e presi in considerazione la possibilità di prestare particolare attenzione alle dipendenze da droga o alcool senza ricorrere ai farmaci. Ne parlai con Mondonico, il quale mi rispose che forse non era all’altezza di questo compito, che non sapeva come fare. Posso confermare che quello che ci dà Emiliano Mondonico non so se siamo riusciti e riusciremo mai a ricambiarlo». “Bravi ragazzi, grazie!”. La partita è terminata, Emiliano Mondonico si concede alle foto di rito con tutti, è tangibile la gioia di questi ragazzi di poter farsi riprendere con il loro allenatore. Mister, la vedo molto soddisfatto, bella partita? «Quello che si prova in questo campo, con questi ragazzi, ti arricchisce, ti fa capire tante cose, soprattutto che ci vuole poco per “fare” tanto. Prima una ragazza ha avuto uno stiramento e, visto che era un po’ dolorante, le ho detto di uscire. Mi ha risposto: “quando mai mi capiterà ancora un’occasione così?”. Ha continuato a giocare». Quando sanno che Mondonico è l’allenatore come reagiscono? «Prima c’è curiosità, perché non ci credono, mi chiedono se sono veramente Mondonico. Poi ti studiano, perché c’è il

sentore che tu lo faccia per un secondo fine. Quando invece vedono che sei uno di loro, questo diventa un incentivo in più». Mondonico, quando ci siamo incontrati alla serata organizzata dal Panathlon Club di Bergamo lei era uno degli ospiti. Ricordo con quanto affetto è stato salutato da tutti. Mi ha stupito molto con quanta serenità lei si è alzato e ha chiesto, direttamente a Bellini (difensore dell’Atalanta) prima e all’intera squadra nerazzurra poi, di poter avere i giocatori quali testimonial dell’associazione “L’Approdo”. Nel giro di dieci minuti ha avuto l’assenso, sia da Bellini e che dall’Atalanta, rappresentata dal direttore generale Roberto Spagnolo. Tutto questo per arrivare al nocciolo: ha avuto un seguito tutta questa disponibilità? «Non ho più sentito nessuno». Perché ritiene così importanti questi testimonial? «Sappiamo tutti cosa rappresenta l’Atalanta per i bergamaschi, e poter andare nelle scuole con i giocatori nerazzurri significa avere il massimo di attenzione. Ai giovani servono esempi, e poter avere l’Atalanta che si schiera contro l’alcool e la droga significa poter fare arrivare un messaggio molto più potente. Il giocatore di calcio rappresenta nell’immaginario

dei giovani un modello significativo che manda messaggi molto chiari sul rapporto con le sostanze, e questo messaggio ha certamente un peso superiore a quello che può mandare qualsiasi adulto». Se non ricordo male, oltre all’Atalanta, hanno aderito anche il Comune e la Provincia. «Sì, effettivamente hanno preso in considerazione di poter aderire sia il sindaco Franco Tentorio, sia l’assessore allo sport del Comune Danilo Minuti, che l’assessore allo sport della Provincia Alessandro Cottini. Secondo me questa iniziativa potrebbe interessare anche l’Asl e i vari club di servizio bergamaschi. Ora c’è bisogno che qualcuno prenda la paternità di questa iniziativa perché può essere trainante. L’alcool e la droga sono devastanti per i nostri ragazzi, in questi dieci anni in cui collaboro con l’associazione ho visto che tutti si impegnano per uscire da questo tunnel, e veramente qualche modello in più sarebbe importante per loro». Emiliano Mondonico non è molto loquace, ma parla chiaro: quello che vuol mandare è un messaggio a tutti quelli che potrebbero partecipare ad annientare questa piaga che purtroppo colpisce più ragazzi di quelli che pensiamo, anche giovanissimi. Che magari per motivi di privacy spesso non partecipano alle terapie di reinserimento.

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mento della richiesta di aiuto, quale ad esempio l’attività del “Telefono Ascolto” - n° verde 800/010886 - o iniziative atte a favorire lo sviluppo di relazioni sociali significative. - Promuovere iniziative che si prefiggano lo sviluppo dei programmi di informazione, formazione e ricerca in campo alcologico nonché della promozione della salute e della qualità della vita. - Cooperare in sede locale, promuovendo la partecipazione attiva di tutti i suoi membri, con persone, gruppi, istituzioni, associazione, ecc.. che fanno proprio l’obiettivo della prevenzione e riabilitazione in campo alcologico. Sede c/o Ospedale S. Marta Via Montegrappa 15 – Rivolta d’Adda - n° verde 800/010886 - e-mail: approdo@alKol.it

L’associazione “L’Approdo” nasce intorno alla metà degli anni ’80 in supporto all’operato del Servizio di Alcologia dell’Ospedale S. Marta di Rivolta d’Adda. Si adopera per la promozione di una migliore qualità della vita in funzione della persona e della famiglia nel contesto della comunità mediante attività che perseguono i seguenti obiettivi: - Promuovere iniziative per la prevenzione in campo alcologico e per l’educazione ad una coscienza critica rispetto all’uso delle sostanze alcoliche. - Contribuire alla riabilitazione degli alcolisti in sintonia con le linee guida del Servizio di Alcologia dell’Ospedale S. Marta. - Promuovere interventi atti all’accogli-

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Malpaga, nuova vita per il castello

Claudia Cividini, responsabile marketing di Malpaga spa: «L’obiettivo è far tornare in vita il borgo nel rispetto dei valori che lo caratterizzano, attraverso una visione consapevole della storia del luogo»

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ono passati cinque secoli e mezzo dal giorno in cui Bartolomeo Colleoni acquistò il castello di Malpaga, a Cavernago, per 100 ducati d’oro. Era il 1456. Il condottiero trasformò quel maniero diroccato in fortezza inattaccabile e residenza magnifica. Tutt’attorno campi di alloggiamento per i suoi soldati, e al centro una corte principesca, testimonianza del suo successo socio-militare. A oltre cinque secoli di distanza il maniero sta tornando ai fasti che furono grazie a «PeR Malpaga», progetto integrato di rivalutazione territoriale e ambientale che vuol ridare vita all’antico feudo attraverso il recupero degli edifici esistenti e allo sviluppo di un modello eco-sostenibile. Ne abbiamo parlato con Claudia Cividini, responsabile marketing della società Malpaga spa.

Nuova vita per il castello, e le iniziative si infittiscono. Come sta andando il progetto di rilancio, e cosa prova a vedere questo gioiello del medioevo rinverdire i fasti di un tempo? «Il progetto PeR Malpaga (Progetto e Rinascita) sta procedendo molto bene, nonostante i tempi di crisi siamo in linea con gli obiettivi  prefissati  e le relative tempistiche... già oggi, dopo aver concluso la parte di innovazione agricola e aver azionato gli impianti ad energia rinnovabile in grado di produrre energia elettrica e acqua calda per l'intero borgo, si inizia a intravedere l'aspetto finale del centro storico ristrutturato con alcuni caseggiati che a breve ospiteranno nuove attività: a giugno aprirà al pubblico una nuova locanda con trattoria e 5 camere con servizio bed&breakfast; a settembre

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di Fabio Cuminetti

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saranno disponibili i primi uffici all'interno dell'antica aia posta a nord del castello». Nel frattempo state puntando molto sulla diffusione di conoscenza del castello di Malpaga. «È un vero gioiello bergamasco troppo spesso sconosciuto, ed è il fulcro di tutto il nostro progetto. L'apertura domenicale al pubblico e l'organizzazione di eventi medievali come quello del ponte del 25 aprile permette di immergere il visitatore in una nuova esperienza, facendogli vivere in prima persona gli usi e i costumi di un tempo e appassionando anche i più piccoli grazie ad iniziative capaci di far conoscere la storia in modo divertente. Le guide e gli arcieri vestiti in abiti medievali che ci sono state in quei giorni trasportano immediatamente indietro nel tempo e quando si varca la soglia del castello non si può far altro che sognare e sentirsi parte dell'antica corte del Colleoni». Come sono stati ricostruiti gli arredi dell’epoca? Ovvero, su quali testimonianze documentarie si basa la ricostruzione e chi si ne è occupato? «Gli arredi dell'epoca sono stati ricostruiti fedelmente dalle rappresentazioni presenti negli affreschi del castello o da altri dipinti/affreschi famosi dell'epoca. Ha curato l'allestimento l'associazione Malus Pagus di Malpaga, che ha fatto costruire

gli arredi dai migliori ricostruttori storici italiani».  Il 5 maggio avete fatto una giornata di restauro degli affreschi in diretta: da quali avete cominciato? Quali sono le opere principali oggetto di rimessa in sesto? «Per il momento ci stiamo occupando del consolidamento degli affreschi più deteriorati a causa dell'umidità sia nelle sale interne (tipo la stanza da letto del Condottiero) che nella corte esterna. Lo step successivo sarà il vero e proprio restauro, partendo sempre dalle zone che ne hanno maggiore urgenza».   Per il futuro ci dobbiamo aspettare altre buone notizie per il castello di Malpaga? «PeR Malpaga è un progetto ambizioso che unisce tante tematiche diverse ma al tempo stesso interconnesse tra loro (l'agricoltura, l'energia rinnovabile, il recupero del borgo storico, la valorizzazione storica, le strutture ricettive e la cultura e formazione). Questo è solo l'inizio, prossimamente apriranno nuove attività commerciali, ricettive, e ci sarà anche la possibilità di acquistare una casa immersa nell'antico Feudo del Colleoni. Obiettivo finale sarà quello di far tornare in vita il Borgo di Malpaga nel pieno rispetto dei valori che lo caratterizzano, attraverso una visione consapevole delle origini, della

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storia e delle tradizioni del luogo. Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito www.permalpaga.it». Ci sono altre realtà nella Bergamasca che potrebbero ambire a un recupero di ampio respiro come questo? «Il Borgo di Malpaga è unico per diversi motivi: la vocazione agricola centenaria, la storicità del castello legata alla figura del suo padrone Bartolomeo Colleoni e di grandi artisti del passato che hanno dipinto i bellissimi affreschi presenti nella corte e nelle sale interne, la certezza che questo luogo sarà immerso sempre nel verde in quanto sia i terreni e i caseggiati sono vincolati dalla Soprintendenza dei Beni Culturali e Ambientali. Malpaga assurge a caso studio per tutte le aree tematiche che vengono trattate nel progetto PeR Malpaga. Il 7 maggio ad esempio abbiamo ospitato una delegazione del Tagikistan in visita studio alla Provincia di Bergamo interessata a entrare in contatti con esempi di buone pratiche in campo ambientale relativamente alla protezione agricola per una successiva implementazione in Tagikistan e ha desiderato visitare Malpaga in quanto modello virtuoso di coltivazioni su sodo e minima lavorazione del terreno. Certamente la provincia di Bergamo è ricca di cascine e castelli che potrebbero seguire il nostro esempio».

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Curno Stemma comunale legato all’origine romana Lo stemma studiato dall’Amministrazione comunale di Curno ricorda nell’anfora e nel sesterzio i rinvenimenti della necropoli romana risalente al I secolo a.C. avvenuti nel 1968; nel ramo di corniolo la pianta di durissimo legno che pare abbia dato il nome al paese; nelle due torri i fortilizi esistenti nel medioevo; nella ruota dentata la trasformazione avvenuta in questi ultimi lustri da centro agricolo in industriale.

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Omar Fantini padrino per un giorno delle splendide ombrelline della Superbike Motori decisamente caldi per la tappa di Monza del Mondiale Superbike 2013 lo scorso 11 e 12 maggio sul circuito del capoluogo brianzolo. Come ogni anno, oltre ai piloti e alle moto, grande attesa c’era per le umbrella girls, le splendide ragazze che affiancano i campioni sulla linea di partenza della gara. Il team Ducati Alstare ha effettuato la ricerca delle sue due portabandiera affidando a Omar Fantini il compito di condurre la finalissima del concorso svoltasi il 5 maggio al centro commerciale di Curno. Il popolare volto di Comedy Central, oltre che di programmi come Colorado Cafè e Zelig Off, ha avuto il compito di seguire, ovviamente a modo suo, le ragazze nelle diverse prove proposte dalla giuria, che ha scelto le migliori performance in base ai requisiti di grinta, personalità e simpatia. Tra le sfide l’abilità nell’affrontare senza indecisioni uno shooting fotografico e la capacità di conquistare il pubblico rispondendo alle domande di un’intervista. Un format divertente e originale ideato da Glam Entertainment.

L’importanza storica del castello della Marigolda

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Nella cultura popolare di Curno, come in molti altri paesi, gli abitanti erano soliti attribuirsi dei soprannomi. Vigeva l’usanza di riconoscere il quartiere di residenza attraverso il nome della più importante edificazione presente nello stesso. Con l’ausilio delle testimonianze raccolte si conoscono nomi di quartieri in vernacolo come: Carlenga, Dorotina, Cassinett, Stalecc, Consorze, Contradel, Crozette, Furnass, Sere’, Merena e Laander. In centro al paese si trova ancor oggi una torre medioevale. La cronaca attribuisce però maggior importanza al castello della Marigolda del XIV secolo e della stessa epoca viene menzionato pure il castello detto “La Carlenga”.

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La toponomastica suggerisce che il nome di Curno dovrebbe derivare dal latino «Cornus», cioè corniolo, cespuglio di legno assai duro dalla corteccia rosso sbiadita che si trovava in grande abbondanza nella parte bassa del paese. Altri parlano di «Curen», voce tartara che significa campo. Lo studioso Flecchia asserisce che il nome «Curno» sia di origine ligure poiché da Curno è derivato il nome Curnasco il cui suffisso «asco» è di netta e chiara origine ligure. E’ da ricordare la breve parentesi (1927-1947) della fusione di Curno, Dorotina e Mozzo nell’unico comune «Curdomo», per le ovvie necessità del regime di allora. Una necessità sentiuta anche oggi: la semplificazione della foresta degli oltre 8mila comuni italiani costituirebbe un passo nel senso dell’economicità e del rispetto degli obblighi costituzionali (uguaglianza dei diritti di ogni singolo cittadino).

Un riconoscimento prestigioso per il Gruppo Volontari di Curno da parte dell’Unci Lo scorso novembre all’Hotel Excelsior San Marco a Bergamo il presidente del Gruppo Volontari di Curno, Francesco Blandino, applauditissimo dai numerosi ragazzi di Curno che frequentano il gruppo, ha ritirato il Premio della Bontà 2012, istituito dall’Unione dei Cavalieri d’Italia (Unci), sezione di Bergamo. Si tratta di un premio prestigioso che riconosce l’utilità e la particolarità delle attività organizzate dal Gvc, rivolte all’arricchimento del tempo libero di ragazzi con disabilità attraverso attività sportive, di ballo, di convivialità; nel corso dei suoi trent’anni di vita, il gruppo ha via via adattato i suoi progetti alle esigenze dei ragazzi con proposte nuove e con obiettivi sempre più mirati all’autonomia dei ragazzi e si è rinnovato. Oggi conta una trentina di volontari giovani e meno giovani ed è frequentato da venticinque ragazzi che si ritrovano settimanalmente per le attività di ballo, grazie alle quali presentano ogni anno un musical. Ci sono poi gli incontri quindicinali per giocare a calcetto, con il torneo finale in primavera, le gite, le serate in discoteca, le vacanze insieme. Dall’esperienza di questi ragazzi di trascorrere qualche giornata all’anno presso famiglie diverse dalla propria per avviarli ad una sempre maggiore autonomia, sta prendendo forma il progetto «Vivi la diversità a casa tua», presentato dall’associazione «Abilitare convivendo» in collaborazione con il Gvc e finanziato dalla Fondazione Cariplo. Si tratta di coinvolgere nuove famiglie in questa esperienza di accoglienza e di accompagnarle perché l’apertura della famiglia alla disabilità sia un’occasione di crescita per il ragazzo ospitato e per la famiglia ospitante.

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Curno è tra i 4.520 firmatari europei del Patto dei Sindaci, un progetto che prevede di superare gli obiettivi 20-20-20, cioè la riduzione del 20% della produzione di CO2 (anidride carbonica) con l’utilizzo del 20% di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020: per dirla in parole più semplici, un impegno a migliorare la qualità dell’aria e ad utilizzare al meglio le risorse non infinite della terra. Con il supporto della Provincia e il finanziamento della Fondazione Cariplo, la società Fase ha fatto uno studio sulla situazione a Curno nel 2005, scelto come anno di riferimento: grazie a parametri consolidati, è stato calcolato quanta energia elettrica viene consumata nei diversi settori, a quanto petrolio corrisponde e quanti in quinanti produce.

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Spesso si pensa a Curno solo per le opportunità commerciali che offre. Pochi sanno però che dal punto di vista monumentale e paesaggistico non è assolutamente da sottovalutare. Merita menzione ad esempio la chiesa parrocchiale che, dedicata a Santa Maria Assunta, possiede un nucleo originale risalente al XIII secolo, anche se fu quasi completamente rifatta quattro secoli più tardi. L’architettura elegante e sontuosa domina il cuore del paese, proprio di fronte al municipio.

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Musica, maestro. A Curno è un’eccellenza Una delle eccellenze di Curno è l’insegnamento della musica a scuola; da molti anni, le competenze musicali acquisite dai ragazzi trovano una continuità nelle attività di musica di insieme e nei corsi individuali di strumento che sono proposti con il contributo dell’amministrazione comunale (o direttamente dall’amministrazione comunale, negli ultimi anni). Gli ingenti tagli alle spese imposti ai comuni, purtroppo, hanno costretto l’amministrazione a ridurre drasticamente i fondi per questa iniziativa. Si è però deciso di continuare a finanziare i corsi di teoria e solfeggio che offrono il supporto teorico all’apprendimento dello strumento e le lezioni di musica d’insieme, perché sono l’occasione per mettere in comune le competenze individuali, per armonizzare in un gruppo musicale i diversi strumenti e quanto si è imparato nelle lezioni. Le lezioni si articolano su due livelli in cui gli studenti sono suddivisi in base all’esperienza; per i principianti le lezioni si realizzano sotto la sapiente direzione dei docenti dei corsi singoli. Il corso di secondo livello è realizzato grazie al fondamentale supporto dell’associazione culturale “Le Muse”; è volontà (e sogno) dell’amministrazione la creazione di un gruppo di musicisti stabile, una piccola orchestra di Curno. Purtroppo, non è stato possibile applicare riduzioni consistenti alle tariffe dei corsi individuali come negli anni precedenti.

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Beretta, successo tra due continenti

L’eccellenza medica e l’impero immobiliare di Franco in America, il dinamismo imprenditoriale di Ferruccio in Italia: le fortune di una famiglia bergamasca rimasta unita nonostante 11 mila km di distanza

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utto comincia sfogliando le pagine di un libro in inglese: «Our family, my life», cioè «La nostra famiglia, la mia vita». In copertina due sposini negli anni ’40 del secolo scorso. Occhi sul domani, colmi di speranza. Sullo sfondo il Sentierone e Città Alta. L’ha scritto Mary Azzola Beretta (la sposa) in occasione del suo novantesimo compleanno, a marzo del 2011, per far sì che «il patrimonio delle nostre origini italiane non fosse dimenticato». Celebra una grande famiglia, cresciuta sui successi a cavallo di due continenti, l’Europa e l’America del Nord. Tra tre città, più precisamente: Bergamo, Renton (stato di Washington, vicino a Seattle) e Fremont, California. A Bergamo Mary (e suo padre Lino, di Pradalunga, classe 1889, era partito per l’America ai primi del ‘900) si è unita in matrimonio con Franco Beretta (lo sposo), chirurgo, nel

1947. E in quel grande Ovest degli States generoso di opportunità è tornata a vivere fin da pochi giorni dopo le nozze. Con Franco, che oltreoceano ha fatto fortuna con la chirurgia a cuore aperto e gli investimenti immobiliari. «Qui più di tutto mi piace la gente - confessò Franco, morto di un attacco di cuore il 17 agosto del 1994 a poche ore dal suo 73° compleanno -, il modo di vivere, la non interferenza del governo e la corretta possibilità di crescita degli individui». La moglie ne ricorda la sobrietà tutta bergamasca, nessuno sfarzo e sentimenti custoditi con riserbo, lui che ha combattuto sul fronte russo e nella Guerra di Corea. Del resto il detto orobico «La brace cova sotto la cenere» non è nato per caso. Franco, ad esempio, nelle sue volontà era stato chiaro: niente ricevimento dopo il funerale, come da tradizione americana. Senso della misura, anche di fronte al dolore.

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di Fabio Cuminetti

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Ferruccio Beretta con la moglie Alma Lazzarini

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Mary in occasione del suo 90° compleanno, a marzo 2011, con tre generazioni di Azzola e Beretta

E veniamo a Bergamo. Perché la grandezza della famiglia Beretta non passa solo da Franco. In via XXIV Maggio abita suo fratello Ferruccio, oggi novantenne, titolare della Beretta Pallets (trasferitasi a Mapello due anni fa dalla precedente sede di via Marthin Luther King, nei pressi del nuovo ospedale) in societa con il terzo fratello, Felice, di dieci anni più giovane, e con i sette figli (quattro di Ferruccio, tre di Felice). «Penso che tutta la nostra storia meriti di essere raccontata - confida con quell’understatement tipicamente bergamasco di cui sopra – anche per far capire agli italiani che i soldi non crescono sulle piante: bisogna lavorare e guadagnare».

Parliamo dei Beretta. Partendo dalla perdita di vostra madre Adele, nel 1937. «Soffriva di stenosi cardiaca. Io avevo 13 anni e mezzo, mio fratello Franco un anno e mezzo in più, il piccolo Felice 3. Qualche ora prima di morire ci ha chiamato al capezzale e ci ha fatto delle raccomandazioni. “Purtroppo per me non c’è niente da fare”, ha sussurrato. Poi si è rivolta a Franco: “Tu sei bravo a scuola: fai il dottore, così potrai salvare molte persone”. A me ha chiesto di badare a mio fratello minore. Ci ha invitato infine a stare sempre uniti, perché “l’unione fa la forza”». È così è stato. «Esatto, la compattezza

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della nostra famiglia è nata in quel momento. Siamo stati uniti sia in America che in Italia, anche nella gestione degli affari. E con noi i nostri figli: Franco ha avuto tre maschi e una femmina, io due maschi e due femmine, Felice due maschi e una femmina». Torniamo al ’37. E all’università di Franco. «Si è iscritto a Medicina, a Pavia. Poi è arrivata la guerra ed è dovuto partire per la Russia. L’hanno mandato sul Don. Il destino ha voluto però che due giorni prima dell’avanzata dei russi sia tornato in Italia con un permesso per sostenere gli esami. Ha preso l’ultima tradotta

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disponibile per un pelo, scampato anche al fuoco di una mitragliatrice. In tre anni si è laureato e nel frattempo la guerra è terminata». Nel frattempo vostro padre Luigi sposa Clotilde Azzola. «Esatto, sorella di quel Lino partito per l’America. E proprio Lino, a guerra finita, è venuto in Italia per farla visitare alle sue due figlie. Che qui si mariteranno: Mary con Franco, Olga con un altro medico nostro cugino, Franco Sangalli. Le due coppie andarono entrambe a vivere negli Stati Uniti. Visto che la laurea italiana là non era riconosciuta, servirono due ulteriori anni di studi per la parificazione. Franco frequentò l’Università di Washington (dal nome dello stato, da non confondere con la capitale, Washington D.C.), a Seattle, vicino a Renton. Entrò nel gruppo ristretto del primario dell’ospedale, dove poteva fare ricerca». E ci fu la svolta. «Sperimentava le operazioni a cuore aperto sui cani. Un giorno ce la fece, tra l’altro mentre la televisione riprendeva l’intervento. Era il primo in America che ci riusciva. Il segreto? La presenza delle macchine da presa in sala operatoria aveva alzato in maniera decisiva la temperatura dell’ambiente, e il muscolo cardiaco in posizione extracorporea non era collassato. Fu una grande scoperta». Torniamo a lei e a Franco da giovani. Dopo il primo guadagno da facchini provaste subito un investimento in Borsa. «Avevamo 14 anni io, 16 lui. In banca ci diedero corda – ragazzi di quell’età che investivano in Borsa non si erano mai visti - perché nostro padre, proprietario di una segheria, era conosciuto. Comprammo azioni Rumianca e Isotta Fraschini, che stavano fallendo. Nostro padre ci lasciò fare, dovevamo capire sulla nostra pelle cosa significa fare errori». A proposito di segheria: la sua carriera è stata tutta nel legno. «In realtà avrei voluto fare il perito industriale, ma un grave incidente alla mano a 18 anni me l’ha impedito: erano i tempi del fascismo… Quando il lavoro me lo permetteva andavo in America, dove seguivo dei corsi. Casualmente ero là nel 1961 quando nacque Sandra, l’ultima dei figli di Franco. A Renton c’erano

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tantissimi ex emigranti bergamaschi che là avevano fatto una fortuna, anche nel legname, grazie alle redwood, sequoie giganti, dal diametro fino a sette metri. Sull’aereo abbiamo pure incrociato il presidente Kennedy, di una cordialità unica. Al ristorante, poi, è capitato quello che non ci aspettavamo: dei professori universitari ci hanno offerto da bere. Studiavano le lingue ed erano profondamente interessanti alla nostra, che non avevamo mai sentito: il dialetto bergamasco! Comunque eravamo sempre ben visti perché del nord: a causa della mafia c’era un po’ di sospetto, invece, verso la gente del Meridione». In quell’occasione nacque l’idea del supermercato. Per l’Italia era un concetto nuovo. «Sì, da noi non esistevano ancora. Ne abbiamo visitato uno e abbiamo pensato di importare il modello a Bergamo. Ci avevano dato un consiglio: dev’essere su una strada all’uscita dalla città ma sulla destra, così le donne che vanno a far la spesa non hanno bisogno di far troppe manovre. Avevamo un terreno in fondo a via XXIV Maggio: riuscii a convincere la Rinascente a partecipare al progetto e all’inizio degli anni ’60 Bergamo aveva il suo primo supermercato, prima ancora del Pam, con il primo contratto d’affitto parametrato al fatturato dell’attività. Ci affiancava, per i finanziamenti, Luigi Ciocca della Banca Provinciale Lombarda». Nel frattempo in America Franco si lanciava nel progetto del medical center. E con terreni e immobili fece una grande fortuna. «Aveva riunito in un unico edificio ambulatori di diverse specialità a Fremont, Silicon Valley, che inizialmente era un paese di 5 mila abitanti. Oggi ne conta 350 mila. Con lo sviluppo urbanistico anche terreni (che acquistava e rivendeva) e attività acquistarono grande valore. Il business si allargava». Con la crescita dei figli si sono dischiuse ulteriori possibilità. «Vero. Ad esempio Bruce, classe 1953, figlio di Franco (è nato in America ma parla italiano), è diventato agronomo: ha creato un impero sulla coltivazione delle ciliegie e sul commercio delle mandorle. Suo fratello Marco, biologo, del 1952,

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ha voluto imparare da me il mestiere e ha una segheria. Gli ho insegnato un segreto: il legname bisogna pagarlo subito. Avere fama di ottimi pagatori, di serietà (là c’è il “golden book”, l’esatto contrario del “libro nero”, ndr), è fondamentale: quando ci sono ritardi nelle consegne gli imprenditori seri non restano mai senza materia prima». Poi ci sono David, del ’54, e la già citata Sandra, del ’61. «David è il capo contabile di tutte le attività del gruppo: ormai hanno diverse società immobiliari. Sandra è medico. E una volta al mese tutta la famiglia si riunisce per fare il punto della situazione. Noi ora facciamo lo stesso, anche perché oltre alle attività in Italia abbiamo partecipazioni in due grosse società in America. La famiglia resta unita, anche con 11 mila chilometri di distanza». Torniamo all’Italia: avete un progetto interessante per l’ex area della segheria in via Martin Luther King. Che avete spostato a Mapello perché il terreno in città ora è edificabile, e con profitto. «Esatto: 40 mila metri cubi di costruzioni tra albergo, uffici, spazi commerciali. E ambulatori: un medical center alla stregua di quanto realizzato da Franco a Fremont, sfruttando la vicinanza al nuovo ospedale. Inoltre, approfittando del trasloco della segheria, abbiamo ottimizzato il lavoro con l’acquisizione di impianti d’avanguardia. Ciò ci permette di non risentire della crisi, cosa che fa ovviamente felici i miei operai». Idee e investimenti per superare la recessione. Un bell’insegnamento, di questi tempi. «Certo, altrimenti si finisce per essere inghiottiti. C’è un altro progetto che mi piacerebbe mandare in porto prima di passare a miglior vita: creare un nuovo materiale dalle caratteristiche particolari, utile per l’impiego in svariati settori. Il legno ha canaline interne per il trasporto dell’acqua. Svuotare queste canaline, dalla sezione a nido d’api, e riempirle di plastica darebbe vita a un materiale estremamente resistente, non soggetto all’umidità. Sarebbe una scoperta rivoluzionaria da sfruttare a livello mondiale, con grande ritorno per il nostro Paese».


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La Giunta comunale ha approvato la proposta del responsabile della Polizia Locale che ha quindi emesso la seguente ordinanza: «Accertato che la sede stradale di via Valle Quisa, nel tratto compreso fra l’intersezione con via A. Mozzi e per una lunghezza di metri 95, ha una larghezza media di metri 5,50 ed è priva di marciapiedi, considerato che, in tale contesto, l’attuale circolazione a doppio senso di marcia risulta difficoltosa e pericolosa, specie per i pedoni, ritenuto necessario adottare provvedimenti atti a rendere più sicura la circolazione stradale, ordina la formazione di un senso unico di circolazione, per tutti i veicoli, nel tratto citato, con senso di marcia consentito in direzione del quartiere Pascoletto».

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Graffiti di giovani artisti sui muri del quartiere del paese per combattere degrado e grigiore L’idea non è nuova, ma fa sempre piacere quando la creatività dei giovani writers viene incanalata ufficialmente verso un servizio alla comunità piuttosto che «subita» come atto nascosto di ribellione. Ora sceglie questa strada anche Mozzo, secondo quanto dichiarato dal sindaco Paolo Pelliccioli. Per rilanciare i quartieri più degradati del Paese infatti la Giunta comunale ha pensato di mettere a disposizione sia dei graffitari che di un gruppo di i ragazzi dell’accademia di Brera quei muri troppo «grigi» o magari già imbrattati. Un maquillage a costo zero, tra l’altro, che di questi tempi non è cosa da poco. Primo intervento artistico al Tombotto, area in passato al centro di eventi sistematici di spaccio e consumo di stupefacenti.

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La voce nel telefono è lontana, proveniente da un numero anonimo: «È arrivata l’Interpol - dice ansiosa Lorenza, originariamente residente in via Paglia, a Bergamo -, hanno arrestato Flavio». Dunque, dopo cinque anni, è finita la latitanza di Flavio Tironi, cuoco di Mozzo, protagonista di uno dei più probabili e gravi errori giudiziari di questo paese. Quattordici anni di processo, assolto due volte. Suo padre Michele, il presunto complice, assolto tre volte. Finché, la Cassazione, continuando ad annullare le sentenze, rese definitiva l’unica condanna che li vedeva entrambi colpevoli. La vittima? La madre di Flavio e moglie di Michele, che entrambi sostennero sempre si fosse suicidata. Ora, naturalmente, tutto è possibile. Ma non esiste un solo precedente al mondo nel quale padre e figlio si siano accordati per uccidere la rispettiva moglie e madre. Tantomeno con questo movente: il padre voleva forse un’altra donna. Flavio voleva l’eredità o forse sentiva troppo il peso di lei. Labile. Di 45 parti civili possibili, nessuna di esse si costituì, tutte convinte del suicidio. Se omicidio fu, è davvero surreale che siano stati entrambi. E infatti lo scorso anno è spuntata una vecchia lettera in cui il padre, Michele, ormai defunto, si autoaccusava del delitto. Il caso verrà riaperto? Di certo, soltanto nel sistema giuridico italiano Flavio e Michele potevano essere condannati dopo essere stati giudicati innocenti il primo due volte, il secondo tre. Ora verrà chiesta l’espulsione dal Brasile, più rapida dell’estradizione. GIU-LUG 2013 52


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Sognare e realizzare insieme il futuro

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e attività e i progetti di LUBERG, sono entrati nel vivo con il primo INCONTRO DEI LAUREATI che si è tenuto lo scorso mercoledì 20 marzo, dalle 18.00 alle 21.00, presso il salone Riccardi e la sala Missiroli del Teatro Donizetti di Bergamo. Durante la serata sono stati presentati le finalità e i programmi dell'associazione per il 2013, raccogliendo le riflessioni, gli spunti e tutti i suggerimenti dei laureati che hanno partecipato all'incontro. Dal confronto finale fra i laureati che hanno liberamente offerto la loro testimonianza sono infatti emerse esigenze e aspettative delle nuove leve ma anche riflessioni ed esperienze di professionisti e rappresentanti delle istituzioni locali. Un dibattito all'insegna della condivisione e dello scambio di idee che ha generato interessanti spunti utili ai prossimi incontri e alle future iniziative dell’associazione. Il secondo incontro dei laureati si è tenuto il 29 maggio scorso presso “La vecchia filanda” di Brusaporto. L’incontro, che è stato preceduto dall’Assemblea annuale dei Soci, è stato animato dal desiderio di “Sognare e realizzare insieme il futuro”, motto della serata, presentando il "Laboratorio d'impresa" e discutendo sul tema "Made in Italy" quale

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valore per la crescita del territorio. La partecipazione agli incontri è aperta a tutti i laureati che desiderano confrontarsi sui temi dell’attualità, condividere idee o progetti professionali, stringere nuove relazioni o riallacciare rapporti con ex colleghi e docenti dell’università di Bergamo. Per conoscere e partecipare agli eventi organizzati da LUBERG è possibile consultare il sito www.luberg.it oppure le pagine Facebook e LinkedIn dell’associazione. BANCA E PMI Prosegue l’attività di erogazione dei corsi di formazione LUBERG: dopo la seconda edizione del corso “Diventare sostanziali”, prende il via nei mesi di maggio e giugno

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il ciclo “Banca e PMI” che si propone di migliorare la relazione e la comunicazione tra banca e impresa. In occasione dei sei incontri previsti, aziende e banche lavoreranno insieme per comprendere meglio i meccanismi con cui le imprese sono valutate e capire quali sono le informazioni più importanti per cogliere le reali potenzialità dell’azienda. Il taglio operativo, basato su esercitazioni e casi di studio, e la forte interazione tra partecipanti e docenti sono gli elementi distintivi del corso. Le iscrizioni alle successive edizioni dei corsi sono aperte a tutti i laureati: per maggiori informazioni sul programma e sulle modalità di iscrizione è possibile scrivere all'indirizzo info@luberg.it. CONCORSO LETTERARIO 2013 Prorogata al 21 giugno prossimo la data di consegna degli elaborati per partecipare alla prima edizione del concorso letterario “Racconti aperti”. L a u re a t i e s t u d e n t i d ov ra n n o fa r pervenire alla segreteria organizzativa (via dei Caniana, 2 - 24127 Bergamo) la seguente documentazione entro il giorno 21 giugno 2013: ■ La scheda di iscrizione, che potrà essere consegnata in formato cartaceo oppure potrà essere inviata all’indirizzo concorsoletterario@luberg.it. ■ L'elaborato, che dovrà essere consegnato in formato cartaceo unitamente ad una copia in formato pdf inviata all’indirizzo e-mail concorsoletterario@ luberg.it. Oltre al titolo del racconto, sul frontespizio dovrà comparire l’indicazione del nome e del cognome del partecipante. La lunghezza massima del racconto dovrà essere di dieci cartelle (20.000 battute). ■ La quota di par tecipazione, che sarà di 15 Euro per i soci Luberg e gli studenti mentre per i laureati non associati sarà di 30 Euro.


*Enologia di Pietro Pellegrini

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a recente visita in Italia dell’amico Jean-Hervé Chiquet, proprietario insieme al fratello Laurent della Maison Jacquesson, mi spinge a raccontarvi di un progetto speciale e di un vino di Champagne altrettanto speciale, che mi sta particolarmente a cuore e che da ormai più di 10 anni mi vede convinto e appassionato sostenitore. Si tratta della Cuvée numerata di Jacquesson, una scelta aziendale importante che si basa su una filosofia produttiva capace di rappresentare, in bottiglia, le peculiarità di ogni millesimo e, contemporaneamente, la tipicità del suo territorio e lo stile della Maison. Quando parliamo della Cuvée numerata ci riferiamo alla linea 700, che fu commercializzata per la prima volta nell’autunno del 2003 con la 728, fino ad arrivare ai nostri giorni con la 736, sul mercato dallo scorso novembre. Un progetto tanto importante, questo di Jacquesson, da meritare un evento speciale dal titolo "Cuvée numerata Jacquesson: 728 la partenza, 736 la svolta", lo scorso marzo all’Armani Hotel di Milano, che ha visto tra i relatori, oltre al patron della Maison Jean – Hervé Chiquet, anche Luca Gardini, Miglior Sommelier del Mondo 2010 e Massimo Spigaroli, Chef e Patron del Relais Antica Corte Pallavicina. A Luca Gardini è stata infatti affidata la degustazione della nuova Cuvée numerata 736 e l'approfondimento del tema relativo al valore dell'abbinamento mentre Massimo Spigaroli, dopo aver raccontato la genesi del pregiato culatello di Zibello da lui stesso prodotto insieme ai migliori salumi tipici della Bassa Parmense, lo ha accostato allo Champagne Jacquesson, prodotto da lui stesso definito “d’eccellenza” e vino perfetto in abbinamento a diversi piatti, non solo sofisticati o considerati “ di lusso”. Ma torniamo a noi. Nel 1988, anno che ha visto il passaggio di testimone della Maison Jacquesson da Jean Chiquet ai due figli Jean-Hervé e Laurent, i vigneti

di proprietà rappresentavano circa la metà del loro fabbisogno e la produzione era superiore alle 400.000 bottiglie per anno. Convinti del fatto che il vino si fa in vigna più che in cantina, i due fratelli Chiquet hanno sempre più concentrato gli approvvigionamenti nei vigneti di proprietà, fino ad arrivare oggi a un’estensione di più di 28 ettari concentrati su due Grands Crus della Côte des Blancs, Avize e Oiry, e su un Grand Cru e due Premiers Crus della Grande Vallée de la Marne, Aÿ, Dizy e Hautvillers. Per quanto riguarda invece l’acquisto di uve da terzi, è stato progressivamente limitato a quei Crus dove loro stessi possiedono vigneti, al fine di essere il più vicino possibile ai fornitori e poter così gestire il 100% della pressatura direttamente. Il 2008 ha segnato una tappa supplementare sul cammino dell’autosufficienza, perché in quell’anno è stata presa la decisione di abbandonare il più grosso fornitore d’uva, la cui raccolta rappresentava più del 10% dei volumi totali di Jacquesson. Oggi, gli acquisti di uva dei fratelli Chiquet si limitano a 8 ettari, tutti molto vicini al Domaine, gestiti da viticoltori affidabili e appassionati che condividono a pieno la filosofia aziendale. Ovviamente, questa evoluzione non è stata senza effetti sulle quantità prodotte, che sono oggi nettamente inferiori al passato. La media dei volumi di produzione delle Cuvées dalla 732 alla 735 è stata equivalente a circa 358.000 bottiglie, la stessa media delle Cuvées dalla 736 alla 739 a circa 274.000 bottiglie, con una diminuzione di quasi un quarto della produzione. Jean-Hervé e Laurent hanno approfittato di questa “surproduzione” del recente passato per poter aumentare l’affinamento sui lieviti delle Cuvées. Dal 2008, inoltre, i vigneti di proprietà di Jacquesson sono stati completamente condotti in regime organico: le vigne vengono coltivate con metodologie naturali e nel totale rispetto della natura, proteggendo le piante ed esaltando le peculiarità di ogni parcella.

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L’annata 2008 è iniziata con una primavera piuttosto fredda e piovosa, caratterizzata da numerose gelate, seguita da un’estate asciutta, ma allo stesso tempo fresca e ventilata. Questa situazione estiva ha disturbato un po’ la fioritura, l’oidio si è sviluppato in modo leggero mentre la peronospora e la muffa grigia, grazie al vento, sono stati praticamente assenti. Il mese di settembre è rimasto fresco, ventoso e piuttosto secco, ma non molto soleggiato. Come nel 2002, è stata osservata una relativa mancanza di giornate calde durante l’intero periodo vegetativo, il che non ha impedito alle uve di maturare perfettamente, in particolare grazie a rese moderate ottenute da un’attenta gestione della vigna. I mosti, ricchi di zuccheri e di ottima acidità, hanno dunque lasciato presagire vini di grande qualità. Le degustazioni successive hanno realmente soddisfatto le aspettative, rivelando uno dei migliori vini prodotti dalle generazioni Jacquesson. Potenza, complessità, materia, mineralità sono la giusta ricompensa tra la congiunzione di un’annata eccezionale e gli sforzi di anni passati a perfezionare le tecniche viticole e di vinificazione. Questa Cuvée è il prodotto di un vino ottenuto dall’affinamento in botti di rovere, sui lieviti, con “batonnage”. L’assemblaggio del vino è stato completato con alcuni dei suoi predecessori, i “vins de réserve”, conservati in cantina per diversi anni. Se la vendemmia 2008 ha costituito l’essenza della Cuvée, i vini di riserva delle annate 2007 e 2006, ai quali è stata aggiunta parte della Cuvée 735, costituiscono invece il 34% dell’assemblaggio.

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*Cucina di Chicco Cerea

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istoranti etnici? Cucina esotica? Sì, con piacere, purché di qualità. Più giro il mondo e più mi accorgo che la grande cucina per rinnovarsi ed essere sempre stuzzicante ha bisogno d'incrociare le varie culture, ritrovando anche nel piatto quel turbinio d'influenze che arricchiscono la nostra vita, ormai facilmente connessa con gli angoli più remoti del pianeta. Senza perdere la propria identità. Ma al tempo stesso senza rinchiudersi in una torre d'avorio, che renderebbe anche la migliore tradizione poco attraente e ripiegata su se stessa. Per questo anche nel mio lavoro amo incontrare la cucina di culture all'apparenza distanti dalla nostra. Dalle quali, mi accorgo, c'è sempre tanto da imparare. Gli italiani amano i ristoranti etnici. Ne nascono di continuo. Non tutti però sono di qualità. Anche da noi, infatti, vecchie insegne che abbiamo imparato ad associare alla cucina di un certo paese, di colpo, con gli stessi cuochi e proprietari, ne servono una tutta diversa, magari di un'altra nazione. La qualità è dubbia e spesso le brutte sorprese non mancano: perché – come ripeto stesso – la cucina non s'improvvisa, fa parte della storia di un popolo e di un paese, e servono tanto lavoro e umiltà per ricrearla. Quest'oggi, però, voglio condividere con voi alcuni buoni indirizzi, che sono nati vicino a noi, e che ci garantiscono un'esperienza spesso entusiasmante d'incontro con piatti e sapori che meritano di essere

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conosciuti. Nella nostra città, nel pieno centro di Bergamo, Hiko dà vita nel suo locale Myabi a una cucina giapponese autentica. Il sushi non manca ed è di ottima qualità, come tutto il pesce del resto, perché Hiko, da cuoco bravo ed esigente qual è, va personalmente tutti i giorni a fare la spesa al mercato del pesce. Lo conosce e sa cosa servire ai suoi clienti: solo prodotti freschissimi. La sua cucina è varia e davvero ampia la sapienza negli accostamenti dei sapori che consente di conoscere gusti spesso inediti. Altri ristoranti giapponesi di alto livello sono senza dubbio lo Zero e Iyo a Milano. Per non dimenticare, sempre nella città meneghina, anche il Finger's e Wicky's. 0In questi bei locali la grande tradizione orientale incontra la cucina di altre culture, da cui l'aggettivo “fusion” che spesso viene associato a queste esperienze gastronomiche. La soia può convivere felicemente con l'olio di oliva e il basilico, così come con lo zafferano, le alici di Cetara o il peperoncino messicano Jalepeno. Mentre il piccolo agrume orientale – lo yuzu – si confronta con quelli che crescono sulle nostre sponde. E anche un buon sake, insieme con un grande champagne, può essere il compagno ideale per conoscere le grandi cucine orientali. Voglio però chiudere questa piccola carrellata d'indirizzi di classe di ristoranti etnici parlando di un bel locale di cucina cinese. Il Bon-Wei, a due passi dal parco Sempione a Milano. Il ristorante è molto bello, degno di una grande capitale. Ma

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a spiccare ancora di più è la sua cucina. Cinese doc. Non ho dubbi nello scegliere come piatto di riferimento la celebre “anatra alla pechinese”, che viene servita al tavolo in una scenografica preparazione: adagiata in piccole crêpes, distesa su una salsa ai frutti di mare e arrotolata insieme a delle verdure dà vita a un piatto davvero delizioso!


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*Wedding di Angelo Lorenzi

Sposa bagnata... Sposa fortunata!

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ella vita ci sono molte prime volte importanti. Metterne alcune prima di altre è solo una questione di

priorità. Per una ragazza ci sono tre prime volte importanti, in cui tutto deve essere perfetto. Il primo bacio. Il primo rapporto. Il primo fidanzamento. C ' è p o i u n ' a l t r a p r i m a vo l t a i m p o r tante, forse la più importante di tutte: quando l'anello di fidanzamento si trasforma in qualcosa di più, cedendo il passo alla fede nuziale. Qualcosa di serio diventa eterno. Il tempo presente si dirige verso il futuro. Una donna è pronta ad impegnarsi per la vita. Siamo persone intelligenti, sappiamo che in nulla possiamo aspettarci la perfezione, eppure per il giorno del "Si!" arriviamo a chiederci ingenuamente di continuo come poter controllare gli equilibri del pianeta e persino gli agenti atmosferici. Ma è proprio questo che conta? Se una ciambella senza il buco può essere dolce quanto la meglio riuscita, un matrimonio con la pioggia a catinelle non potrebbe essere più radioso di uno con il sole? Infine mi chiedo: quando sono stati scritti i comandamenti del "matrimonio perfetto" il sole rientrava realmente tra i "must" di cerimonia e ricevimento? Forse in un giorno tanto impor tante

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dovremmo semplicemente concentrarci su noi stessi e sulla scelta che abbiamo deciso di annunciare al mondo, piuttosto che preoccuparci della cornice del momento, anche se da inguaribile romantico e da esteta maniacale, non posso biasimare una sposa che, speranzosa, ad un passo del matrimonio, si appresta a consultare minuto si e minuto no i più svariati meteo, implorando il sereno per la propria (e la mia!) serenità... Non potrò mai dimenticare lo scorso venticinque maggio. Agar, temendo che la pioggia si abbattesse sul proprio matrimonio, la notte prima delle nozze mi pregò perché recitassi insieme a lei un rito scaramantico del tutto inusuale: magia, caso o fortuna, fatto sta che

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quel giorno fulmini e saette illuminarono il Lago d'Orta, ad eccezione della chiesa e della location fissate per il nostro ricevimento. Il suo sorriso mi riempì di gioia, inutile nascondere che il sole è un ingrediente determinante per qualsiasi giorno di festa, ma allo stesso tempo nessuno mi avrebbe mai tolto dalla testa che tutto sarebbe stato indimenticabile anche con le nuvole più oscure. Federica, protagonista di un ventisette aprile decisamente burrascoso, conferma la mia tesi. Un matrimonio con la pioggia, può essere più vincente di mille "Si!" pronunciati con il sole. "Se il tempo è così quella mattina non esco di casa!", mi disse in preda al panico a meno di tre giorni dalle nozze. Le risposi: "Ti fidi di me? Tutto sarà unico, anche se dovesse grandinare, te lo prometto! Ciò che conta realmente siete tu e Nicola e la voglia di divertirci insieme... A tutto il resto, ci penso io!". Nel cuore di tutti, oggi non resta altro che il ricordo di un matrimonio indimenticabile. Che ne pensate di più di un centinaio di ombrelli fluorescenti, recuperati in extremis, per essere regalati agli invitati al termine della cerimonia, affinché il cielo si colorasse di rosa? A burlarsi della pioggia non avrebbero potuto ovviamente mancare i due ombrelli bianchi degli sposi, che spiccavano tra gli altri con ancor più grinta ed intensità. Qualche piccolo accorgimento in più. L'idea giusta abbinata ad una buona dose di originalità. Un "piano b" pensato ad hoc tra luci e colori d'eccezione. Così, tra sorrisi e bollicine, abbiamo realizzato un evento nozze perfettamente riuscito in ogni minimo dettaglio. L'ingrediente vincente in tutto questo? Il sorriso di Federica e Nicola. Nel cuore.


LA PREPARAZIONE ATLETICA A “SOSTEGNO” DELLO SWING “Non esiste swing efficace, senza che ogni singola parte del movimento sia perfetta e perfettamente correlata a tutte le altre” Il gesto specifico del gioco del golf prevede un stretta relazione tra molte qualità atletiche, il tutto condito da una raffinata percezione del proprio corpo in movimento: insomma tanti muscoli ma anche tanto cervello. Le qualità atletiche principali sono: - la mobilità della colonna vertebrale e delle spalle; - la forza e la capacità di generare equilibrio degli arti inferiori; - la forza e stabilità dei muscoli dell’addome e del tratto lombare; Una buona preparazione atletica deve tenere presente di come ogni singolo atleta interseca questi tre aspetti; un’analisi iniziale di un trainer competente , deve evidenziare quali siano i nostri punti di forza e le nostre debolezze ( o rigidità se si parla di ridotta mobilità) così da poter imbastire un progetto atletico capace di dare i substrati minimi per sostenere correttamente lo Swing. Partiamo dal principio per cui, se un punto del nostro corpo non lavora correttamente, un’altro dovrà farsene carico: per avere la massima performance e ridurre praticamente a zero il rischio d’infortuni, tutte le componenti che intervengono nel movimento devono essere in equilibrio.

Mobilità del dorso, a gambe piegate, 20 movimenti per lato

Nel golf la priorità viene data alla mobilità del tratto dorsale della colonna vertebrale: in palestra impariamo come mobilizzarla in estrema sicurezza e come riscaldarci prima d’iniziare a giocare (fig.1). La stessa cosa vale per le spalle la cui mobilità va migliorata, assicurando allo stesso tempo buona forza dei muscoli stabilizzatori (Fig.2 e Fig.3). Infine un’altra catena muscolare che spesso è rigida, inficiando fortemente la qualità del nostro swing, è quella dei muscoli dietro la coscia (Fig.4). Per quanto riguarda la Propriocettività degli arti inferiori (termine tecnico che definisce l’equilibrio) un buon modo per iniziare ad allenarla è quello di rimanere fermi su una sola gamba leggermente piegata per un minuto, dapprima ad occhi aperti e poi ad occhi chiusi con le mani molto vicine al muro in sicurezza.

Mobilità delle spalle senza inarcare la schiena per 20 movimenti

Il controllo che il nostro cervello esercita sul corpo deve essere messo al centro di questi esercizi: infatti non basta eseguire distrattamente alcuni esercizi, gli obiettivi sono l’ attenzione al proprio corpo in toto e percezione di ogni singola articolazione interessata, orientati verso l’ideale motorio; la correzione del proprio trainer, così come con il maestro di golf, può fare la differenza tra una preparazione atletica mediocre ed una efficace, capace di renderci “padroni del nostro corpo’ , non allenando più semplici muscoli ma gesti motori sempre più complessi.

Stabilità delle spalle con elastico, 20 movimenti mantenuti per 3”

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Stretching della catena muscolare posteriore, mantengo per 30” eseguendo dei blandi molleggi verso il basso l 60% della massima tensione

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*Golf di Mario Ugo Pasini Professionista presso il Golf Parco dei Colli Bergamo

Come e quali muscoli ci fanno eseguire lo swing: impatto e finish

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ella precedente pubblicazione è stato descritto ciò che avviene muscolarmente e tecnicamente nelle fasi di BACKSWING e DOWNSWING. In questo numero descriverò cosa avviene all'IMPATTO fino ad arrivare al FINISH per completare la sequenza di tutti quei movimenti che ci portano ad eseguire in uno SWING completo: l'azione controllata e sincronizzata dei muscoli. Se pensiamo che la palla, attaverso il volo, cade dove guarda la faccia del bastone al momento dell'IMPATTO e che tale momento è influenzato da più fattori (posizione della faccia del bastone all'impatto, traiettoria della testa del bastone durante la discesa, angolo di discesa del bastone, velocità della testa del bastone e punto di contatto sulla faccia), considero

IMPATTO FRONT

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l'IMPATTO il momento della “verità”! Se a questo fatidico momento della ”verità” il bastone arriva con una traiettoria corretta e la faccia dritta in direzione di dove siamo allineati, produce un colpo dritto, e tutto ciò è sicuramente il frutto di un BACKSWING e di un DOWNSWING corretti. Fatto questo, l'azione muscolare all'IMPATTO deve permettere di aumentare la velocità del bastone e di stabilizzare la parte inferiore del corpo di modo che, attraverso l'azione dei muscoli estensori e pronatori dei polsi, si possa trasferire la massima velocità alla testa del bastone, farla richiudere e generare forza centrifuga che ci aiuti a portare il nostro corpo attraverso la rotazione nel FINISH. Il FINISH è la fase finale del movimento, con il quale il corpo completa la sua rota-

IMPATTO BACK VIEW

FINISH FRONT

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zione verso il bersaglio e và ad appoggiarsi completamente con il peso sulla gamba sinistra. Per far si che il FINISH sia completo e fluido serve l'azione muscolare di sostegno della gamba sinistra. Quest'ultima cosa è più facile che avvenga se i muscoli che si usano hanno una buona resistenza e sono discretamente flessibili. Se mi fermo a pensare quanto può essere difficile eseguire correttamente quanto è stato detto, sia tecnicamente che muscolarmente, sono convinto che allenare anche minimamente la nostra condizione muscolare di forza, mobilità articolare e resistenza, ci possa portare grossi benefici nello SWING.

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VERDE E ARANCIO ECCO I COLORI DELL’ AUTUNNO I must have dell’Autunno 2012/2013: gonne avvitate, miniabiti superstretch, cappottini supercolorati, giacche taglio Chanel, scarpe dal tacco vertiginoso e maxipochette.

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*Moda Mina da Prato

Cosa mi metto???

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a solita domanda a metterci in difficoltà e non solo per un'occasione speciale o una serata particolare, ma soprattutto ad ogni cambio di stagione, anche se le stagioni, come ogni anno, fanno i capricci. Diciamocelo, sino alla fine di aprile ci siamo tenute capispalla che ci hanno appesantito non solo le spalle, ma pure il morale. Voglia di indossare capi nuovi SÌ, tanta, ma il freddo ha frenato il tutto.

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Quindi oggi più che mai abbiamo bisogno di qualcosa di veramente nuovo, che ci dia non solo emozioni, ma la certezza che non sia il solito riciclo o la taroccata spacciata per autentica. Avere scarpe nuove con il tacco 12, dei jeans a fiori o la maglia del colore giusto a volte fa più che bene. Ma per noi abituati a vedere, vendere, acquistare o parlare di moda non è sempre facile proporre qualcosa di nuovo, dire che si usa l'abito a trapezio o lo spolve-

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rino a fiori, gli accessori color pastello o la stampa camouflage non è certo una novità. Quindi dove lo si trova quel qualcosa di nuovo a tutti i costi? Nella ricerca e con il nostro gusto personale, e non perchè presentato dai mostri sacri della moda, regalarsi il piacere di un capo o di un accessorio che ancora ci dia emozione mentre lo si prova... ecco un capo pensato e studiato per noi, per avere davvero un QUALCOSA DI NUOVO!!!


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*Motori Adam Lodovici

Mercedes CLA, l’avanguardia della berlina

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a nuova  Mercedes-Benz CLA  è stata presentata presso la Delta Motors sabato 13 e domenica 14 aprile 2013, dopo un’ entusiasmante entrata in scena lo scorso anno al “Salone di Pechino-Auto China”, quando ancora si parlava di Concept Style Coupé come prototipo e non di modello definitivo. Più precisamente, una prima anteprima mondiale assoluta è stata affidata alla città di Los Angeles, dove Mercedes ha presentato la prima versione della “baby CLS” durante il “Transmission LA: AV Club” al Moca, il Museo d’Arte Contemporanea della città, anteprima riservata ad un ristretto pubblico. Successivamente, quando la denominazione della vettura era già stata decisa, e con l’avvento del nuovo anno, la nuova CLA è stata presentata in tutto il suo fascino a livello mondiale al “Salone di Detroit-N.A.I.A.S.”, dal 14 al 27 gennaio, mentre a livello europeo al “Salone di Ginevra-Geneve Motor Show” e in seguito anche a livello nazionale durante la settimana della moda, al “Milano Moda Donna” a Febbraio. La casa tedesca della Stella non è nuova a queste imprese, infatti nel 2003 già con la CLS creò e fu protagonista assoluta di un nuovo segmento di mercato ed oggi, la nuova Mercedes CLA, berlina sportiva a quattro porte, promette di non essere da meno. Questo ambizioso progetto non solo è destinato alle giovani generazioni, ma ha l’obiettivo di fidelizzare il 70% di nuovi clienti, che così facendo si avvicineranno al marchio e di conseguenza a Delta Motors. La forma affusolata, prettamente sportiva, le conferisce il titolo di auto più aerodinamica al mondo tra quelle di serie. Ha una linea fatta da

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onde concave e convesse, è curata nei dettagli, ha un frontale aggressivo ed elegante e coprifari dotati di luci a tecnologia a led. Il tettuccio si abbassa dolcemente ed è un tutt’uno con il lunotto e la coda, è disponibile anche nella versione panorama scorrevole e basculante. Gli interni della CLA sono un mix di eleganza e sportività fatto di materiali di pregio opzionabili in diverse combinazioni, per una forte personalizzazione dell’autovettura. I particolari sedili ergonomici anteriori sono un pezzo unico con il poggiatesta, mentre quelli posteriori possono ospitare comodamente fino a tre passeggeri. La nuova CLA non si risparmia nemmeno a livello di sicurezza, l’auto infatti è dotata di sistema anti sbandamento, anti collisione, anti stanchezza e sonno, inoltre, presenti il Pre-Safe, il Distriction Plus, la telecamera posteriore e l’assistente al parcheggio. Tutte le CLA hanno il Collision Prevention Assist di serie, questo dispositivo dotato di un radar avverte il conducente in caso di distrazione e ottimizza lo spazio di frenata a disposizione. Inoltre, questo sistema protegge anche in caso di tamponamento già a basse velocità (7

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km/h). La gamma motori, che soddisfa i requisiti Euro 6, è composta da cinque propulsori a benzina che vanno dai 122 ai 211 Cv e un 220 CDI da 170 Cv inoltre, a fine estate sarà introdotto anche un 200 CDI. Tutte le versioni sono dotate di sistema star/stop e cambio manuale a sei marce eccezione fatta per la 250 benzina e la 220 CDI che montano cambio automatico a doppia frizione a sette marce. È attesa, sempre per fine settembre, il modello con trazione integrale (4Matic). Gli allestimenti disponibili sono tre: Executive, Sport, Premium e la CLA proprio in occasione del suo debutto commerciale, sarà ordinabile con l’innovativo pacchetto Connect, che prevede il sistema multimediale Audio 20 Tablet con interfaccia Bluetooth per accedere ad Internet ed avere il sistema di navigazione. La nuova Mercedes-Benz CLA viene prodotta da inizio anno esclusivamente nello stabilimento di Kecskemet in Ungheria, che già ha ospitato la fortunata produzione della nuova Classe B.


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*Sanità Dott. Zanardi Federico chirurgo implantologo

Implantologia, la qualità è tutta italiana

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on occorre intraprendere “viaggi della speranza” all'estero quando abbiamo str utture odontoiatriche che permettono di fruire dell'eccellenza sanitaria italiana a prezzi competitivi. Se da un lato la richiesta e l’esigenza di salute odontoiatrica da parte dei cittadini sono cresciute negli anni, dall’altro la crisi economica che colpisce le nostre famiglie impone attenzione a tutte le spese, comprese quelle delle cure odontoiatriche che appaiono spesso onerose. Nei “pacchetti” odontoiatrici stranieri oltre al trattamento odontoiatrico che indipendentemente dall'entità dovrà necessariamente svolgersi entro i termini

del viaggio stesso, sono compresi costo del viaggio e permanenza in hotel. Viene spontaneo chiedersi se non sia troppo bello per essere vero, e soprattutto sicuro per la salute stessa. Innanzi tutto occorre precisare-ci spiega il dott. Zanardi chirurgo implantologo e responsabile odontoiatrico del Centro di Radiologia e Fisioterapia a Bergamoche se un dentista italiano impiega 5 o 6 sedute complessive ad esempio per terminare un lavoro protesico, attendendo la risposta biologica dei tessuti che ovviamente non è uguale in tutti i soggetti, ecco come sia imprudente saltare a piè pari 3-4 passaggi che poi risultano fondamentali per la garanzia di successo a

lungo termine del lavoro stesso, e tutto in funzione di un minor costo finale. Terminare un lavoro complesso in un pochi giorni non è cosa difficile. Io e la mia equipe lo facciamo di routine nella tecnica della cosiddetta implantologia a carico immediato, ossia l'inserimento di sei viti endossee in titanio e nelle successive 24-48 ore viene avvitata una protesi fissa definitiva ed esteticamente molto bella: per garantire un successo a lungo termine per questo tipo di implantologia occorrono molti controlli successivi e appare difficile come si possa effettuare all'estero un tipo di intervento certamente immediato ma con controlli di routine a scadenza settimanale, vorrebbe dire effettuare ogni settimana dai 500 ai 2000 km per una verifica di 20 minuti, che comunque è imprescindibile. Infine sfaterei il mito dei prezzi più bassi rispetto all'Italia del 50-70% in quanto come avviene nella mia struttura che grazie a importanti economie di scala, all'ottimizzazione di alcuni oneri fissi come quelli amministrativi e gestionali e ottenendo maggiori agevolazioni dai fornitori siamo in grado di mantenere un elevato livello di qualità e sicurezza con prezzi molto simili,come ad esempio nell'implantologia, a quelli dei paesi stranieri. www.centroradiofisio.it CENTRO DI RADIOLOGIA E FISIOTERAPIA

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*Arte Mario Donizetti

Per ricordare Rossella Falk

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ossella Falk - Una giovane donna spigliata, d’aspetto vivace, modernissima nei modi e nell’abbigliamento, ma decisamente aristocratica. Simpatizzammo al primo incontro - Amava l’arte: il primo schizzo la entusiasmò - Il ritratto dovevo farglielo per la prima pagina de “IL DRAMMA”, il mensile teatrale diretto da Lucio Ridenti – La rivista “IL DRAMMA” era allora considerata, a livello europeo, la più autorevole del mondo dello spettacolo. Ridenti mi aveva commissionato una serie di ritratti dei più famosi protagonisti – Mi aveva già pubblicato quello di Renzo Ricci, quello di Eva Magni, di Baseggio, di Jean Louis Barrault – Avevo una lunga lista di appuntamenti. Dovevo incontrare Elena Zareschi, Edwige Feuillère, Gassmann , Giorgio Albertazzi, Paolo Stoppa, la Morelli, Marta Abba, la Magnani, Marcel Marceau, Valentina Cortese - Il mondo del teatro è affascinante, avevo accettato l’incarico volentieri così posso spiegare il perché con qualcuno di questi attori sia poi nata una amicizia che è durata nel tempo. Con Rossella fu simpatia e amicizia a prima vista - Il dipinto che eseguii lo portai a termine velocemente, giocai i colori adoperando il rosso carminio (colore che si ottiene dalla cocciniglia) per il fondo e un nerofumo misto a un ocra per i capelli e il colore degli occhi, usai anche per l’abito accollato il nerofumo – Il ritratto ebbe una grande accoglienza. (Ma i ritratti erano eseguiti su commissione di Lucio Ridenti che li teneva nella sua collezione ed erano destinati, nella sua intenzione, al Museo Teatrale alla Scala e al Museo della Comedie Francais. Questa destinazione però non venne realizzata). Rossella e il marito vollero che ne eseguissi un altro per loro e, insieme, vollero un dipinto di fiori – Il secondo ritratto però non entusiasmò Rossella ed entrò in un’altra collezione. Ci siamo incontrati tante volte, a casa sua ,a Roma, a casa

nostra a Bergamo – Anche Costanza, mia moglie, aveva in simpatia Rossella che era una donna di grande classe. Ma il tempo passa. E viene il momento degli addii. Restano i ricordi.

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*Spiritualità don Pietro Biaggi Dir. Ufficio Catechistico di Bergamo

Il mistero della libertà Inferno e Paradiso

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a all’inferno!”: anch’essa è una delle espressioni oggi sempre meno usate, sostituita comunque da un vocabolario più volgare che prescinde dalla dimensione religiosa. Di Inferno si parla infatti sempre meno, fuori e dentro le chiese, forse perché in un passato non troppo lontano se ne è parlato troppo. E’ la tipica reazione che storicamente, come un pendolo, giunge agli estremi opposti. Eppure occorre porsi la questione: indipendentemente da quanto e come se ne parla, l’Inferno esiste? Proprio il quanto ed il come sembrano oggi aver reso quasi impossibile affrontare l’argomento; anche per il credente diventa arduo spiegare come un Dio che è Amore, che si offre per amore perdonando sulla croce, possa permettere o addirittura volere la dannazione eterna di un peccatore. Il catechismo di mons. Speranza a riguardo è estremamente chiaro: sono condannati all’Inferno tutti coloro che muoiono con qualche peccato mortale sull’anima. Nella descrizione poi dei tormenti riservati alle anime dannate così si esprime: “Trovarsi per sempre lontani da Dio, sentirsi a Lui portare da una necessità irresistibile, vedersi da Lui respingere con una violenta separazione; essere straziati dai più crudeli rimorsi, struggersi ad ogni momento di rabbia, di furore, di disperazione… ardere in un fuoco terribile che sempre divora e mai non consuma; spasimare fra tutti i tormenti e senza mai una stilla di conforto, un momento di riposo, una speranza di refrigerio: questa è

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la vita che si vive da dannati eternamente nell’inferno.” E’ sicuramente il vocabolario ottocentesco, a sua volta nutrito da una lunghissima tradizione che sottolineava lo strazio, i patimenti, quando non arrivava anche a spiegarli dettagliatamente, peccato per peccato, con un certo sadismo. Eppure il fine principale di una predicazione incentrata sull’Inferno intendeva scoraggiare ed allontanare i vivi dal peccato, da tutto ciò che avrebbe potuto separarli per sempre da Dio. L’aspetto più discutibile del catechismo bergamasco citato è quello che riguarda il desiderio del dannato che si sente “respingere con violenta separazione”. Qui sta il cuore del problema e forse una strada percorribile oggi per comprendere il significato dell’Inferno. La Chiesa non ha mai negato l’Inferno, anzi, in un Documento della Congregazione della Dottrina della Fede del 1979 così si esprime: “La Chiesa, in fedele adesione al Nuovo Testamento ed alla Tradizione, crede alla felicità dei giusti, i quali saranno un giorno con Cristo. Essa crede che una pena attende per sempre il peccatore, il quale sarà privato della visione di Dio, come crede alla ripercussione di tale pena in tutto il suo essere. Essa crede, infine, per quanto concerne gli eletti, ad una loro eventuale purificazione che è preliminare alla visione di Dio ed è, tuttavia, del tutto diversa dalla pena dei dannati. È quanto la Chiesa intende quando parla di Inferno e di Purgatorio. In ciò che concerne le condizioni dell'uomo dopo la morte, c'è da temere particolarmente il pericolo di rappresentazioni fantasiose ed arbitrarie,

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perché i loro eccessi entrano, in gran parte, nelle difficoltà che spesso incontra la fede cristiana. Tuttavia, le immagini usate nella Sacra Scrittura meritano rispetto. È necessario coglierne il senso profondo, evitando il rischio di attenuarle eccessivamente, il che equivale spesso a svuotare del loro contenuto le realtà che esse designano.” Ciò che deve esser messo in risalto non sono tanto le descrizioni delle pene infernali, quanto la decisività della libertà umana senza la quale nel bene o nel male non si potrebbe pensare né all’Inferno né al Paradiso. Proprio perché l’amore di Dio rispetta non fino ad un centro punto ma sino in fondo la libertà delle scelte dell’uomo, neanche il Suo amore intende violare questa libertà, costringendo ad amare chi non vuole amare. Se il Paradiso è la condizione di una libertà che nella vita ha scelto di corrispondere all’amore che è Dio, una radicale volontà dell’uomo di separarsene, totale, senza appello nel momento della morte, come potrebbe esser costretta all’Amore? Non è allora Dio che vuole allontanare il peccatore, può essere l’uomo stesso a decidere in libertà di non corrispondervi radicalmente. Resta da vedere pertanto chi di fatto nel momento della morte arrivi ad una scelta così radicale di allontanamento da Dio, chi, per quanto gravi siano i suoi peccati, non si arrenda ad un Amore che vuole sino alla fine salvarlo. E’ per questo che la Chiesa, se nei secoli ha riconosciuto infiniti Santi nel Paradiso non si è mai permessa di dire di nessuno, nemmeno di Giuda Iscariota, la sua presenza all’Inferno.


Cult

Più di 140 al «Sony Classical Talent Scout»

Un successo l’iniziativa promossa dal Festival Internazionale della Cultura Bergamo in collaborazione con Sony Classical Italia. Ora i partecipanti attendono di sapere chi sarà trasmesso alla radio

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Più di 60 registrazioni per oltre 140 partecipanti. È questo il bilancio, più che positivo, dell’iniziativa «Sony Classical Talent Scout» che si è svolta all’interno del Festival Internazionale della Cultura Bergamo dal 10 al 13 maggio. Violinisti, pianisti, chitarristi, cori, cantanti, fagottisti: per quattro giorni Sony Classical Italia, in collaborazione con Swing, ha messo a disposizione dei giovani musicisti una sala di registrazione di livello professionale, in cui i partecipanti hanno potuto registrare gratuitamente i propri brani, con il supporto di tecnici specializzati. Sarà ora la giuria a scegliere i pezzi migliori, che verranno pubblicati proprio da Sony in una compilation speciale e poi

trasmessi su Radio Popolare Network, all’interno della trasmissione Rotoclassica che va in onda ogni giovedì sera a cura di Claudio Ricordi. I giurati, che si esprimeranno entro la metà di luglio, sono Andrea Bacchetti, pianista, Nevio Boscariol, responsabile di Swing, lo stesso Claudio Ricordi, Mattia Rondelli, direttore d’orchestra, Orazio Sciortino, pianista, e Gianni Tangucci, direttore artistico del Festival. E per i vincitori che accetteranno è previsto anche l’invito ad esibirsi in concerto davanti al pubblico in occasione della prossima edizione del Festival Internazionale della Cultura Bergamo, che si terrà nella primavera del 2014. «Per noi è stata una grande opportunità e anche un esperienza divertente - dice Antonello d’Onofrio, pianista che suona

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a cura di: Fabio Cuminetti

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a quattro mani, in duo, e che ha registrato un brano al talent di Sony -. Non capita spesso di poter registrare e soprattutto con un piano come quello che è stato messo a disposizione. Siamo contenti, comunque vada; se poi saremo scelti e mandati in onda per radio sarà davvero la ciliegina sulla torta». «Siamo molto soddisfatti di come è andata l’iniziativa - commenta Mario Marcarini, label manager di Sony Classical Italia -, sia per la quantità di persone che hanno partecipato sia per il livello artistico, che è stato altissimo. E si sono iscritti anche tanti bambini, che è la cosa a cui teniamo di più. Nel cd che pubblicheremo dedicheremo a loro una sezione speciale. Visto com’è andata quest’anno potremmo pensare di riproporre il talent anche al Festival dell’anno prossimo». Il cd con i brani dei migliori musicisti, grandi e piccoli, che hanno preso parte al talent sarà presentato e distribuito in occasione della conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2014 del Festival Internazionale della Cultura Bergamo.

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Cult

«In linea d’aria» tra Bergamo e Gerusalemme

Fino al 30 giugno l’ex Oratorio di San Lupo ospita la mostra fotografica di Vincenzo Castella. Che sollecita una riflessione sulla realtà e sulla finzione, su come finiscono inevitabilmente per confondersi

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lcune fotografie storiche di Vincenzo Castella si alternano a nuovi scatti fotografici nello spazio dell’ex Oratorio di San Lupo, via San Tomaso 7. I soggetti, nella mostra «In linea d’aria», aperta fino al 30 giugno, sono le vedute urbane di Bergamo e di Gerusalemme. Alcune proiezioni sitespecific raccontano episodi di interni del Rinascimento italiano. Infine un confronto sul Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella a Firenze, ripreso mentre ci guarda e mentre lo stiamo guardando. Il percorso espositivo si articola seguendo l'andamento verticale dell'edificio, caratterizzato da una pianta centrale. Intorno all'aula principale si sviluppano due ordini sovrapposti di camminamenti. Al piano terra sono collocate due videoproiezioni, orientate verso le grandi nicchie d'ingresso. Le immagini di Castella (due

dettagli ricavati da Santa Maria degli Angeli a Roma e dalla Basilica di Loreto) si sovrascrivono agli spazi architettonici. Già da questo punto di osservazione è percepibile la terza videoproiezione, posta in alto, sopra l'altare. Al primo piano il visitatore incontra due fotografie di grande formato di Gerusalemme. In mezzo a loro una proiezione luminosa rende tangibile il collegamento tra le due prospettive in cui è stato ripreso il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella. Sporgendosi dalla balaustra si inizia a intuire che al piano superiore le nicchie ospitano una serie di fotografie. Le nicchie sono delimitate da cornici e si presentano come delle finestre cieche. È in questo spazio che sei vedute di Castella - che hanno per soggetto Bergamo e la Palestina - sollecitano una riflessione sulla realtà e la finzione.

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a cura di: Fabio Cuminetti

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Città dei Mille giugno luglio 2013