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CARBURATORI BERGAMO

Quella piccola officina ora è già nel futuro

INTERVISTE:

Giovanni Lodigiani Marcella Panseri Giacomo Angeloni

DICEMBRE / GENNAIO 2014 / 2015

Anno 17 - N°6 Dicembre 2014/Gennaio 2015 - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB BERGAMO In caso di mancato recapito si restituisca a: Editrice Bergamasca Srl - via Madonna della Neve, 24 - 24121 Bergamo, che si impegna a pagare la relativa tassa. Euro 3,00


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Edito riale

Editoriale

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inamismo, novità, progetti per traghettare Bergamo verso il futuro. Tanta ambizione ancorata al pragmatismo muove la nuova Giunta Gori, composta da una squadra che è essa stessa una scommessa sul domani. Vogliamo conoscere meglio i «giocatori» di questa squadra, uno per uno, numero per numero. Su Città dei Mille che avete tra le mani partiamo dall’incontro con l’assessore più giovane – ma con un’esperienza politica già ultradecennale - di Palazzo Frizzoni: Giacomo Angeloni, 33 anni e una lunga lista di deleghe che va dall’Innovazione ai Servizi cimiteriali, passando da Semplificazione, Servizi demografici, Sportello polifunzionale, Tempi urbani. Restando nel capitolo delle interviste, vi raccontiamo la favola di Marcella Panseri, classe ’73, bergamasca che vive a Milano: scrive fiabe cucite su misura, e su richiesta, per innamorati che vogliono dichiararsi, nipoti che vogliono dire grazie alla nonna, aziende che vogliono raccontare il loro percorso in modo originale. E oltre. Da favola anche la carriera di Giovanni Lodigiani, maggiordomo inglese di formazione classica che ha principalmente lavorato in Gran Bretagna, Stati Uniti, Russia, Italia e Medio Oriente. La classe del maggiordomo fa il paio con quella degli chef. E che chef. Enrico Cerea, nella sua rubrica, ci racconta il cast e il menù che ha fatto da stupendo contorno al matrimonio tra Michelle Hunziker e Tomaso Trussardi. Buona lettura! Claudio Gualdi

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di Claudio Gualdi


La mia

rubrica

Ci avviciniamo all'EXPO 2015

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uasi sempre davanti allo spettacolo della torre Eiffel c’è qualcuno che interviene ricordando che è stata costruita per essere smantellata subito dopo, al termine dell’Esposizione Universale del 1889. E subito viene da pensare: come si è potuta concepire un’idea simile? Che cos’ha di tanto importante un'Esposizione Universale da meritare una così grande spesa di lavoro e di denaro? Si sente spesso dire che l’EXPO è il biglietto da visita che un paese mostra al mondo. Si tratta quindi di un’arma a doppio taglio. E adesso tocca a noi. Da un lato l’occasione per rimettere in moto l’economia, per esprimere la creatività italiana, per mostrare agli altri paesi quanto possiamo essere geniali quando ci impegniamo. Dall’altro il pericolo dißs confermare con una risonanza mondiale tutti i pregiudizi dei quali siamo oggetto: corruzione, disorganizzazione e ritardo sui tempi. Purtroppo le vicende giudiziarie degli scorsi mesi hanno messo in luce il secondo aspetto, in Italia le relazioni tra la politica e gli imprenditori sono spesso torbide e a farne le spese è il paese tutto interno, così la carica positiva dell’EXPO rischia di rimanere in ombra. L’ultima esposizione universale ospitata da Milano si svolse nel 1906 ed ebbe per tema il “trasporto”. Fu un grande successo del quale resta ancora una traccia nel parco Sempione: il bellissimo Acquario civico. L’EXPO 2015 dedicato all’alimentazione sarà all’altezza? Abbiamo ancora tempo fino al primo maggio 2015 per rimediare e offrire di noi un’immagine migliore. Ce la faremo? Proveremo a dare qualche risposta nel numero del prossimo mese.

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di Emanuela Lanfranco e.lanfranco@inwind.it


Approfondimento

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Si potrebbe andar tutti quanti al tuo funerale Per vedere se poi la gente piange davvero

i potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale per vedere se la gente poi piange davvero e scoprire che per tutti è una cosa normale. Vengo anch’io. No, tu no. – (Enzo Iannacci e Dario Fo) I necrologi se ne stanno stretti, separati da linee sottili, uno di fianco all’altro e uno sopra l’altro, occupando la pagina del giornale come le tombe occupano la superficie del cimitero. Così come le tombe più grandi e le cappelle di famiglia segnano la ricchezza dei morti che le abitano, i defunti più illustri si riconoscono dal numero di centimetri quadrati occupati dagli annunci che li nominano. Si dice che la morte renda tutti uguali ed è senz’altro vero ma la celebrazione della morte, nei cimiteri o sui giornali, conosce le stesse distinzioni della società dei vivi ed é proprio il mondo dei vivi ad interessarci visto che, parlando di necrologi, i morti non sono altro che un pretesto. A volte pubblicare un necrologio su un quotidiano significa cogliere l’occasione di una

morte per dimostrare che si è vivi. Se poi si tratta di un quotidiano locale l’effetto è assicurato visto che, si sa, nelle piccole città tutti si conoscono. Vantare amicizie con defunti illustri l’indomani della loro morte è un modo per sentirsi parte di una comunità dalla quale normalmente si è esclusi rimarcandone a mezzo stampa la propria appartenenza. A volte si tratta di un atto di vanità più che di affetto. Le pagine dei necrologi, lette con particolare attenzione dagli anziani, sono uno specchio della nostra società: ciò che importa è dimostrare di far parte della giusta cerchia di persone e la pubblicazione sistematica di necrologi in omaggio ai notabili della città può diventare una forma di pubblicità professionale. Ma davvero la pagina dei necrologi può esser letta come una “pagella” degli affetti? E, se così fosse, chi ne sarebbero i destinatari? Certamente non direttamente la famiglia, che la mattina dopo la scomparsa di un loro

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di Emanuela Lanfranco

caro avrà ben altri pensieri, ma che non esiterà a ritagliare la pagina e a rileggerla con attenzione subito dopo per verificare chi c’è e chi no. Tantomeno interessa il defunto, che sia che si trovi nella pace del paradiso o tra le fiamme dell’inferno sia che, in presenza della morte si assenti definitivamente da ogni forma dell’essere sarà probabilmente impossibilitato a ricevere i quotidiani locali. Perfino se il caro estinto si trovasse posizionato in qualche paradiso islamico se anche riuscisse a leggerli, non darebbe ai necrologi alcuna importanza, illuminato da una nuova saggezza. Restano tutti gli altri. Quelli che, un po’ perché le circostanze lo richiedono e un po’ per i motivi che abbiamo già citato, compongono a tarda ora il numero dell’agenzia che gestisce gli annunci e dettano

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con tono compito qualche parola, senza alcun timore delle banalità. Quelli che, l’indomani, si aspettano che anche gli altri abbiano fatto altrettanto e pretendono di tracciare una mappa degli affetti decifrando gli annunci mortuari. Quelli che spiando negli elenchi dei CDA vengono così a sapere la permanenza e la frequenza di alcuni nomi eccellenti. Quelli che voglion far sapere che sono a Miami per le vacanze, ma con cordoglio partecipano al dolore. Quelli che non possono non avere osservato che se il nome del defunto è in maiuscolo, e la morte farà pure guadagnare qualche privilegio, non si capisce perché lo siano allo stesso modo i nomi dei vivi che “partecipano”, sì ma solo al lutto. Esiste qualcosa di più lontano dal raccoglimento e dall’intimità che dovrebbero accompagnare il dolore di una morte? Quello dei necrologi è solo un esempio di come il morire degli altri oggi spesso sia ritenuto alla pari di ogni altro evento, un accidente, un’incombenza tra le tante, un affare da sbrigare velocemente anche se con qualche spesa di tempo e di denaro. Non bisogna però trascurare il lato comico della questione e, per non lasciarci troppo abbattere da queste tristi osservazioni, racconteremo un fatto di cronaca che mostra quanto i necrologi possano essere pericolosi quando sono sinceri. A Tucuman, in Argentina, la morte di Guillermo del Castillo, uomo d’affari, padre e marito esemplare, ha gettato nello sconforto la famiglia che ha deciso di pubblicare un necrologio. Sulla pagina del giornale, immediatamente sotto al loro annuncio mortuario, ce n’è un altro che recita “Al mio amato cicciottello, grazie per questi cinque anni di felicità. Tua per sempre. Susana.” Grazie a quell’affettuoso necrologio la vedova del Castillo ha scoperto che per anni suo marito, nei periodi in cui fingeva di essere lontano da casa per lavoro, aveva condotto una seconda vita nella stessa città ma in un’altra casa e con un’altra donna. Una volta tanto i necrologi hanno mostrato una verità che durante l’esistenza del defunto era nascosta e non il contrario, come solitamente avviene. Due vite parallele, gestite così abilmente da non essersi mai intersecate, si sono incontrate sulla pagina dei necrologi, separate solo da una sottile linea nera.

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‘A livella

di Antonio de Curtis Totò Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza Per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll’addafa’ chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero. Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno, di questa triste e mesta ricorrenza, anch’io ci vado, e con dei fiori adorno il loculo marmoreo ‘e zi’ Vincenza. St’anno m’è capitata ‘n’avventura… Dopo di aver compiuto il triste omaggio (Madonna!), si ce penzo, che paura! ma po’ facette un’anatema ‘e curaggio. ‘O fatto è chisto, statemi a sentire: s’avvicenava ll’ora d’ ’a chiusura: io, tomo tomo, stavo per uscire buttando un occhio a qualche sepoltura. “ Q U I D O R M E I N PA C E I L N O B I L E MARCHESE SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE MORTO L’11 MAGGIO DEL ‘31”. ‘O stemma cu ‘a corona ‘ncoppa a tutto… …sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine ; tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto: cannelle, cannelotte e sei lumine. Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore nce steva n’ata tomba piccerella, abbandunata, senza manco un fiore; pe’ segno, sulamente ‘na crucella. E ncoppa ‘a croce appena se liggeva: “ESPOSITO GENNARO NETTURBINO” Guardandola, ppena me faceva Stu muorto senza manco nu lumino! Questa è la vita! ‘Ncapo a penzavo… Chi ha avuto tanto e chi nun ave niente! Stu povero maronna s’aspettava Ca pure ll’atu munno era pezzente? Mentre fantaaticavo stu penziero, s’era ggià fatta quase mezanotte, e i’ rummanette ‘nchiuso priggiuniero, muorto ‘e paura… nnanze ‘e cannellotte. Tutto a ‘nu tratto, che veco ìa luntano? Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia… Penzaje: stu fatto a me mme pare strano… Stongo scetato…dormo, o è fantasia? Ate che fantasia; era ‘o Marchese; c’’ o tubbo, ‘a caramella e c”o pastrano; chill’ato appriesso a isso un brutto arnese: tutto fetente e cu ‘na scopa mmano. E chillo certamente è don Gennaro… ‘o muirto puveriello…’o scupatore. ‘Int’ a stu fatto i’ nun ce vedo chiaro: so’ muorte e se retirano a chest’ora?

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Putevano stà ‘a me quase ‘nu palmo, quando ‘o Marchese se fermaje ‘e botto, s’avota e, tomo tomo…calmo calmo, dicette a don Gennaro: “Giovanotto! Da voi vorrei saper, vile carogna, con quale ardire e come avete osato di farvi seppellir, per mia vegogna, accanto a me che sono blasonato?| La casta è casta e va, sì, rispettata, ma voi perdeste il senso e la misura; la vostra salma andava, sì, inumata; ma seppellita nella spazzatura! Ancora oltre sopportar non posso la vostra vicinanza puzzolente. Fa d’uopo, quindi, che cerchiate un fosso Tra i vostri pari, tra la vostra gente”. “Signor Marchese, nun è colpa mia, i’ nun v’avesse fatto chistu tuorto; mia moglie è stata a ‘ffa’ sta fesseria, i’ che putevo fa’ si ero muorto? Si fosse vivo ve farrie cuntento, pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse, e proprio mo, obbj’… ‘nd’ a stu mumento mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”: “ E cosa aspetti, oh turpe malcreato, che l’ira mia raggiunga l’eccedenza? Se io non fossi stato un titolato Avrei già dato piglio alla violenza”. “Famme vedé…-piglia sta violenza… ‘A verità, Marché ’, mme so scucciato ‘e te sentì; e si perdo ‘a pacienza, mme scordo ca so’ muorto e so’ mazzate!... Ma chi te cride d’essere…nu ddio? Ccà dinto, ‘o vvuò capì, ca simmo eguale?... …Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io; ognuno comme a ‘n’ato è tale e qquale”. “Lurido porco!... Come ti permetti Paragonarti a me ch’ebbi natali Illustri, nobilissimi e perfetti, da fare invidia a Principi Reali?”. “Tu qua’ Natale…Pasca e Ppifania!!! T’ ‘o vvuò mettere ‘ncapo…’int’’a cervella Che staje malato ancora ‘e fantasia?... ‘A morte ‘o ssaje ched’è…è una livella. ‘Nu rre, ‘nu magistrato, ‘nu grand’ommo, trasenno stu canciello ha fatt’ ‘o punto c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme: tu nun t’hè fatto ancora chistu cunto? Perciò, stamme a ssentì…nun fa’ ‘o restivo, suppuorteme vicino - che te ‘mporta? Sti ppagliacciate ‘e fanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo à morte!”


Sommario Città dei Mille - anno 17 n. 6 Aut. Trib. n. 52 del 27 Dicembre 2001 Editore: Editrice Bergamasca S.r.l. www.ediberg.it

Quella piccola officina ora è già nel futuro

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cover story

Speciale: Ponteranica

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peciale

Festa per il bicentenario dei Carabinieri Cena del Cuore per aiutare i bambini Gli auguri della Bocciofila Bergamasca Parentesi.Cinema

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vip & news

Speciale. Sorisole

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peciale

Giovanni Lodigiani: il Maggiordomo Vite da fiaba, scritte su misura Innovazione, largo ai giovani Anni Azzurri, «persone per servire persone»

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interviste

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in Vetrina

Luberg Golf Cucina Motori Sanità Arte Spiritualità

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rubriche

Accademia Carrara, la data attesa è arrivata Piazza Verde, scelti gli scatti migliori Teatro Sociale premiato in Europa

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cultura

Direttore responsabile: Claudio Gualdi Direttore editoriale: Emanuela Lanfranco Redazione: Fabio Cuminetti Abbonamenti: 035 35 91 011 segreteria@ediberg.it 1 anno - 27 euro Stampa: Sigraf - Treviglio (Bg) Pubblicità: Tel. 035 35 91 158

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Editoriale La mia rubrica Approfondimento

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Direzione e Redazione: Via Madonna della Neve, 24 Bergamo Tel. 035 35 91 011 Fax 035 35 91 117 www.cittadeimille.com

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Co ver

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Puntando sempre più verso la tecnologia e l’innovazione, in trent’anni Carburatori Bergamo è diventata un’azienda leader nel proprio settore. Oltre ad occuparsi di auto d’epoca si dedica alla preparazione delle vetture da competizione. Un successo costruito con passione e professionalità

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utto è partito dai carburatori all’alba degli anni Ottanta. Poi l’azienda, che mantiene ancora oggi questa impronta nel suo marchio, ha puntato sempre più verso la tecnologia e l’innovazione. Attualmente Carburatori Bergamo Srl, con sede in via Grumello 32 a Bergamo, si dedica ai carburatori delle macchine d’epoca, che non sono più presenti nei modelli recenti, e alla preparazione delle vetture da competizione. In quest’ultimo caso gli interventi riguardano l’allestimento elettronico, meccanico ed estetico. Ad aprire l’azienda è stato Giovanni Vendemiello nel 1981, oggi cinquantottenne, al quale si è affiancato successi-

vamente il fratello Marino, di 41 anni. I due si sono gradualmente suddivisi i compiti per cui oggi il fondatore segue le carburazioni delle macchine d’epoca mentre Marino con il venticinquenne nipote Andrea, che è figlio di Giovanni, si occupa della preparazione delle vetture destinate ad esibirsi nelle piste e nei rally. L’azienda è l’unica in Italia ad avere due banchi di prova potenza, dotati di rulli, dove vengono inserite le macchine per essere sottoposte a dei test necessari per poi costruire la mappa adatta al tipo di vettura. L’evoluzione tecnologica avvenuta nell’ultimo ventennio ha dunque indotto l’azienda a diversificare la propria attività.

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a cura di Francesco Lamberini

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Di conseguenza ha continuato a riservare la propria attenzione verso i modelli più datati e nel contempo a soddisfare le esigenze delle auto di ultima generazione e di quelle sportive. Molto ampia, di conseguenza, è la tipologia di clientela che si affida a Carburatori Bergamo, e al tempo stesso piuttosto assortiti sono i modelli portati in officina. Un progresso peraltro avvertito anche in ambito operativo. Nonostante la crisi economica percepita in molti settori, Carburatori Bergamo ha visto di recente aumentare le richieste di lavoro al punto da rendere necessario un ampliamento della struttura. Aperta nel 1981 in via Finazzi a Bergamo, l’azienda è stata poi trasferita ad Azzano San Paolo e dallo scorso febbraio nell’attuale capannone che sorge in via Grumello 32. L’incremento degli spazi avvenuto nel tempo rappresenta un chiaro segnale del successo colto

da Carburatori Bergamo. Basti dire che il lavoro veniva svolto inizialmente in 50 metri quadrati, diventati poi 500 nella seconda sede e mille in quella inaugurata all’inizio del 2014. L’approdo nel nuovo capannone di via Grumello ha subito fatto emergere degli indubbi benefici per l’attività: più posti dedicati al parcheggio, una maggiore facilità nel raggiungere la ditta in quanto si trova lungo un’arteria molto frequentata e più spazi interni che permettono di venire incontro alle esigenze di un numero superiore di clienti e in tempi più ridotti. «Faccio questo lavoro da quando portavo i pantaloni corti – dice Marino Vendemiello – per cui posso dire di essere cresciuto tra i motori. L’aspetto più appagante dell’attività che svolgo è vedere la gente sorridere dopo aver provato la macchina “sistemata” da noi. L’altra cosa gratificante riguarda dei corsi che un paio di volte l’anno faccio negli

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Stati Uniti, soprattutto riguardanti i motori diesel dove loro sono meno esperti. In particolare insegno l’autronica, vale a dire tutto ciò che riguarda l’elettronica più avanzata presente nella vettura. Inoltre un sogno nel cassetto che coltivo da tempo è proprio quello di riuscire ad aprire una nostra filiale negli Usa». «Un buon motivo per rivolgersi a Carburatori Bergamo – sottolinea Giovanni Vendemiello – è che noi riusciamo a portare a termine operazioni che altri difficilmente possono fare in quanto disponiamo di particolari attrezzature, peraltro costosissime, e di tanta tecnologia. Quindi ottimizziamo i consumi e le prestazioni nei casi in cui la grande produzione non ci arriva. In definitiva consentire a una vettura di rendere al meglio oggi possiamo definirla la nostra mission. «Per fare il meccanico vent’anni fa – aggiunge – bastava avere un martello e un

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cacciavite, mentre ora ci vogliono notevoli risorse finanziarie per cominciare un’attività come questa e soprattutto tanta capacità. Il nostro fiore all’occhiello è quello di intervenire su ciascuna macchina a seconda delle sue caratteristiche, finendo per personalizzarla poiché non se ne trova un’altra uguale. In pratica dopo un test effettuato sui rulli si migliora nella vettura tutto ciò che è possibile migliorare. Questo vale per la totalità dei modelli proposti dalle case automobilistiche. Direi che attualmente il 50 per cento del nostro lavoro è orientato ad ottimizzare al meglio quello che si ha a disposizione nella macchina, soprattutto in termini di consumo e di ripresa». Tutto questo non è nato dal nulla se si considera che Giovanni Vendemiello, quando era appena quattordicenne,

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ha investito 15 anni della sua gioventù facendo il mestiere del vecchio carburatorista nell’officina Artina Amadio, in via Palazzolo a Bergamo, che l’ha sempre definita «come una farmacia». Poi ha arricchito ulteriormente le sue capacità nell’azienda aperta oltre un trentennio fa. «Forse siamo stati i primi – sottolinea – a recepire il grande cambiamento che si concretizzò a metà degli anni Ottanta con l’avvento dell’elettronica nella grande produzione di serie. Abbiamo percepito prima degli altri i nuovi orizzonti che si stavano sviluppando e ci siamo di conseguenza adeguati. Direi che questo modus operandi ha contribuito in maniera decisiva al successo da noi colto. Ma visto che non spunta niente da solo, abbiamo seguito anche dei corsi organizzati dalle

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case costruttrici. Ed oggi siamo addirittura noi a fare dei corsi, addirittura in America ma anche in Europa, in una serie di concessionarie. Un’analoga esperienza l’abbiamo messa in atto anche in ambito lombardo, ad esempio nelle scuole e nelle officine. A livello di prospettive spero che quelli dopo di me, a cominciare da mio figlio, siano in grado di andare avanti ancora tanti anni in questa attività».

CARBURATORI BERGAMO AUTOFFICINA Bergamo, via Grumello 32 035.255257 www.carburatoribeergamo.it


Ponteranica Benessere psicologico, sportello comunale

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Ponteranica, via Fustina 13 - 035.572227 - info@parcodeicolli.it

Il Comune di Ponteranica ha messo a disposizione della cittadinanza uno sportello psicologico di primo ascolto. Per conoscere il calendario delle aperture e per fissare un appuntamento: g.porta@comune.ponteranica.bg.it, tel, 035.571026 int. 6-1. Si alternano nella gestione dello sportello: dottoressa Maria Rosaria Schilardi, psicologa a indirizzo clinico e psicoteraputa con formazione psicanalitica; dottor Giacomo Pezzotta, psicologo a indirizzo cognìtivocomportamentale; dottoressa Samira Airoldi, psicologa a indirizzo clinico; dottoressa Veila Ardrizzo, psicologa a indirizzo clinico e psicoterapeuta a indirizzo gestaltico; dottoressa Federica Biffignandi, psicologa a indirizzo clinico; dottoressa Pamela Tassetti, psicologa a indirizzo clinico.

L’ultima notte di Antonio» all’Erbamil

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Nella fitta stagione del Teatro Erbamil, ospitata dall’Auditorium comunale di via Valbona 73, a Ponteranica, segnaliamo uno spettacolo della rassegna «In the mood for…» che andrà in scena venerdì 12 dicembre (ore 21): «L’ultima notte di Antonio», della Piccola Compagnia Dalmacco, testo vincitore del Premio nazionale di drammaturgia contemporanea «Il centro del discorso 2010». È un atto unico tragicomico che racconta le peripezie di un’icona emergente della nostra epoca: il cocainomane. Lo spettacolo mostra le innumerevoli «ultime notti» di Antonio prima della sua fine dando voce e corpo ai suoi incubi, alle sue forme di dipendenza, attraverso l’alternanza tra un registro lirico-poetico e uno comico-grottesco. Lo spettacolo offre agli spettatori una storia di malessere crescente, di tentativi falliti, di percezioni alterate cercando di non cedere alla retorica, di non portare in scena un giudizio morale bensì di far luce sull’esperienza individuale della dipendenza.

Ponteranica, via Fustina 42 - 035.571175

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A Ponteranica merita una visita la chiesa dei Santi Vincenzo e Alessandro. Risalente al XV secolo e soggetta a successive modifiche, presenta la facciata realizzata in pietra a vista e decorazioni varie con vetrate a mosaico di recente esecuzione. Costituita da un’unica navata, presenta numerose opere, tra le quali spicca il Polittico di Ponteranica di Lorenzo Lotto. Eseguito per un altare compreso nella cappella maggiore, comprende immagini sacre tra cui il famoso Angelo annunciante, preso come immagine-simbolo di mostre pittoriche riguardanti l’autore, e personaggi sacri quali i santi Pietro e Paolo, il Cristo, la Vergine e san Giovanni Battista. Poco distante si trovano il Battistero (XVIII secolo) e il vecchio oratorio dei Disciplini, risalente alla prima metà del XVIII secolo ed ora conosciuto come chiesa di San Pantaleone, in cui sono racchiusi numerosi ex voto. Negli immediati paraggi si trova anche la chiesa di San Rocco, anch’essa risalente al Quattrocento e ristrutturata due secoli più tardi, in cui si possono notare resti di affreschi medievali.

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Ponteranica, via Maresana 31 - allegretti.enoteca@email.it

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Chiesa dei Santi Vincenzo e Alessandro: un gioiello


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Festa per il bicentenario dei Carabinieri

Gran concerto organizzato dai Comuni e dalle Proloco di Cisano e Caprino Bergamasco. «Offrono coraggio e dedizione per salvaguardare i principi etici di libertà e giustizia e garantirci una società migliore»

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usica e giustificato orgoglio per festeggiare il bicentenario di fondazione dell’Arma dei Carabinieri. Il Comune di Cisano Bergamasco e di Caprino Bergamasco, in collaborazione con i rispettivi gruppi Proloco e con i cittadini che si sono resi disponibili, hanno organizzato una serata di festa per celebrare l’evento. Sabato 18 ottobre, la cittadinanza si è data appuntamento al teatro cisanese «don Renato Mazzoleni» di via Cà de Volpi per assistere al «Gran concerto di musiche immortali». Tanti i brani che sono stati eseguiti con passione e impegno dalla Fanfara del terzo battaglione dei Carabinieri Lombardia sotto la guida del maestro maresciallo Andrea Bagnolo. Nell’esecuzione dei brani hanno contri-

buito il soprano Daniela Stigliano, il baritono Enrico Marabelli e il tenore Emanuele Servidio. «È stata una serata importante perché abbiamo festeggiato i Carabinieri, coloro che sarebbero disposti a dare la vita per proteggerci», spiega l’organizzatore Emanuele Motta. Un entusiasmo nell’organizzazione che si è rispecchiato anche nella partecipazione all’evento che ha visto il teatro gremirsi di persone estasiate dalla bravura dei musicisti e delle voci. A presentare la serata Gianmaria Italia che, nell’intermezzo tra i tanti brani, ha ripercorso alcune tappe del bicentenario di storia dei Carabinieri: «Da duecento anni i Carabinieri offrono il loro coraggio e dedizione per salvaguardare i principi etici di libertà e giustizia e garantirci una società migliore».

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Cena del Cuore per aiutare i bambini

Una serata per sostenere le missioni dei medici volontari dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII che vanno all’estero a salvare i bambini cardiopatici. Ospiti speciali Roby Facchinetti e il dott. Paolo Ferrazzi

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iovedì 25 settembre, a Bergamo, presso l’Osteria D’Ambrosio, da Giuliana, si è rinnovato l’appuntamento con la “Cena del cuore” promossa dalla Fondazione “aiutare i bambini”. Ospiti della serata Roby Facchinetti dei Pooh, amico della Fondazione, e il dott. Paolo Ferrazzi, direttore dell’International Heart School di Bergamo, da anni vicino alle iniziative umanitarie di “Aiutare i bambini”. Il ricavato della serata servirà a finanziare il progetto “Cuore di bimbi” che ha l’obiettivo di salvare i bambini cardiopatici che nascono nei Paesi più poveri. Dal 2007, più di 1.200 bambini sono stati operati. Grazie al progetto, sono state promosse iniziative per le missioni di medici italiani volontari all’estero. Alla missione partita il 4 ottobre per l’Uzbekistan ha partecipato

anche il dott. Matteo Ciuffreda, cardiologo dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, medico volontario veterano di questo tipo di missioni.

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Gli auguri della Bocciofila Bergamasca

abato 15 novembre, presso il Ristorante la Cantalupa, si è svolta l’annuale festa della Bocciofila Bergamasca, serata in cui vengono premiati i migliori giocatori dell’anno. Il benvenuto agli ospiti è stato dato dalla presidente Giuliana D’Ambrosio, alla quale è stato consegnato uno splendido mazzo di fiori dedicato alla sua mamma, la mitica signora Anna. Premiata per la fedeltà alla Trattoria D’Ambrosio Susanna Cordoni, che dal 1997 si districa tra cucina e tavoli. I protagonisti della serata invece sono i bocciofili: Cristina Bonomi che ha partecipato al Campionato Italiano; Bernardo Ghilardi, 1° classificato Gara Regionale coppia; Valerio Brugali, 1° classificato Gara Regionale coppia; Claudio Quadri,

2° classificato Campionato Provinciale Terna. Ospiti della serata lo stilista Lorenzo Riva, Roberto e Vanna Sestini e il professor

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Paolo Ferrazzi, presidente della Fondazione di Bergamo per la formazione medica continua onlus, con un’equipe di giovani medici.

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ParentesiCinema. Corti, incontri e ricordi all'auditorium di Piazza della Libertà

i è concluso con una serata ricca di emozioni e ricordi ParentesiCinema, il Festival Internazionale di Cortometraggi della Città di Bergamo. La kermesse, promossa dall'Associazione Festival Internazionale del Cinema e organizzata da Teamitalia, si è tenuta dal 27 al 29 novembre all'Auditorium di Piazza della Libertà. Pubblico numeroso per la proiezione del cortometraggio Una luce Bianca di Alberto Nacci che ha inaugurato giovedì 27 ParentesiCinema: è stato presentato dal regista, dal neurologo Francesco Biroli e dal teologo Don Lorenzo Testa, che hanno in seguito aperto un interessante dibattito legato al tema del corto: un giovane sportivo si riprende dopo due anni dal coma e ritorna alla vita. Il concorso cinematografico abbinato al festival ha visto la partecipazione di oltre 270 film da tutto il mondo: il Direttore Artistico Luca Cavadini ha selezionato i 27 finalisti che sono stati proiettati durante le serate del festival e li ha sottoposti ad una giovane giuria, composta dall’attrice bergamasca Anna Tucci, dalla ricercatrice Marta Soligo, dal regista e sceneggiatore Emanuele Sana, dalla ricercatrice Elisa Pezzotta e dal regista Ruben Antonio Loera Perez. Insieme hanno decretato i vincitori delle tre categorie del concorso, nominati durante la ceri-

monia di premiazione di sabato 29 novembre: il Premio Miglior Cortometraggio Internazionale è stato assegnato al corto THE MASS OF MEN di Gabriel Gauchet, Regno Unito, 2012. Richard, un disoccupato di 55 anni, arriva tre minuti in ritardo all'appuntamento in un centro per l'impiego. Un consulente, soffocato dai limiti del sistema in cui lavora, non ha altra scelta che penalizzarlo per il suo ritardo. Per evitare di immergersi ulteriormente nella miseria, Richard prende misure disperate. Il Premio Miglior Cortometraggio Italiano è stato vinto da VIVO E VENETO di Francesco Bovo e Alessandro Pittoni: racconta l’insolito tentativo di un biciclettaio di insegnare al suo nuovo apprendista africano l’arte delle piccole riparazioni. Servendosi unicamente del dialetto veneto. Tra incomprensioni ed equivoci i due protagonisti scopriranno che la difficoltà linguistica iniziale non è un ostacolo al capirsi ma una via all'integrazione. Infine il Premio Speciale della Giuria se l'è aggiudicato il cortometraggio d'animazione CUERDAS di Pedro Solís García, Spagna, 2013, la storia di Maria, una bambina la cui vita tranquilla viene sconvolta dall'arrivo di un nuovo compagno di classe, che presto diventerà un amico inseparabile. A far da cornice alla Cerimonia di Premiazioni una serata speciale, dedicata al grande artista bolognese Lucio Dalla, che ha regalato al pubblico,

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ricordi, emozioni, e tante immagini uniche della filmografia italiana. Assieme alle parole di Andrea Maioli, giornalista autore del libro Lucio Dalla – Tutta la vita, e alle testimonianza di Paolo Marzoni che ha presentato il film di Vito Palmieri Anna bello sguardo, per cui ha partecipato al montaggio, Luca Cavadini ha raccontato la passione incommensurabile di Lucio Dalla per il cinema: non solo ha scritto diverse colonne sonore, ma ha vestito i panni di diversi ruoli dimostrando una potenzialità artistica infinita e una personalità e un'abilità poliedrica. Importante, inoltre, la testimonianza di Angelo Riccardi, sindaco di Manfredonia, autore del libro Ti racconto Lucio Dalla, emozionale raccolta di menorie legate all'infanzia di Lucio, trascorsa a Manfredonia con la famiglia. La serata si è conclusa con la proiezione di Quijote, dell'artista contemporaneo Mimmo Paladino, girato nel 2006, ma uscito nelle sale solo nel 2012, dopo la scomparsa di Lucio, qui in versione Sancho Panza, buffo, spontaneo e incredibilmente a suo agio anche in questo ruolo così unico. La seconda edizione di ParentesiCinema, che ha avuto il sostegno di Modulor Progetti srl e Ambrosini G.T. srl, si è conclusa così all'insegna dell'arte in ogni sua forma, con ospiti, incontri e soprattutto film che hanno trasmesso emozioni indelebili nella storia del cinema internazionale.

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Sorisole La chiesa di San Pietro in vinculis

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Petosino di Sorisole, via Aldo Moro 26 (di fronte al parco giochi)

Prima parrocchiale del paese, non si hanno notizie certe sulla sua fondazione. In una relazione redatta il 15 settembre 1666 si scriveva che la chiesa era ritenuta fra le più antiche della diocesi. Probabilmente di epoca longobarda, il primo documento in cui è citata è datato 1º luglio 1184. Il titolo di parrocchiale passò nel XVI secolo alla Chiesa di Santa Maria. Il campanile in pietra, databile XII secolo, presenta una monofora su ogni lato ed è addossato al fianco nord della chiesa. La parete ovest presenta due strati di affreschi. I più recenti, risalenti al XIV e XV secolo, raffigurano Sant’Agata, la Madonna in trono con Bambino e Santa Caterina d’Alessandria.

Comunità don Milani, la solidarietà per gli ultimi

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È il 1958: don Bepo Vavassori è alla ricerca di un terreno nelle vicinanze di Bergamo dove costruire la nuova Casa di Formazione dei sacerdoti del Patronato San Vincenzo, in sostituzione di quella ubicata a Stezzano, presso il Santuario della Madonna dei Campi. Quando per caso capita a Sorisole e scopre che in zona c’è un santuario “omonimo”, una bella chiesetta di pietra del ‘400, solitaria nel verde della campagna, capisce che la ricerca è conclusa. Il 2 luglio dell’anno seguente si pone la prima pietra di quella che, a causa della costruzione del Seminario nuovo, ospiterà dal 1959 fino al 1964 un consistente numero di seminaristi. Dalla casa di Sorisole usciranno vari sacerdoti fra cui don Fausto Resmini, don Giuseppe Bracchi, don Giuseppe Poloni, don Tommaso Milesi, don Vittorio Nozza, don Gianni Chiesa e don Gelmi, futuro vescovo in Bolivia. Su quel terreno viene anche costruito il Villaggio S. Raffaele per l’ospitalità di famiglie alle quali sono affidati bambini in adozione. Nel 1978 don Fausto Resmini fonda la Comunità don Milani per il recupero dei minori e nel 1990 istituisce il Servizio Esodo e l’Associazione In-strada che - come dice il nome - si rivolge ai più poveri ed emarginati, a coloro che vivono per strada: il camper e la mensa della stazione diventano il simbolo delle nuove frontiere della carità di un Psv che sa adattare la propria azione alle emergenze che di volta in volta si presentano.

Petosino, via Martiri della libertà - 328.902.62.98

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La Banca di Credito Cooperativo di Sorisole e Lepreno ha una storia ultracentenaria. Tutto ebbe inizio il 2 febbraio 1899 con la nascita della Cassa Rurale di Sorisole. Fino alla fine degli anni ‘50, non ha mai avuto una sede propria. Dal 1959 ad oggi ha subito tre trasferimenti: prima in Via San Carlo, poi in Piazza Alpini e da ultimo, dal 1984, prospiciente Piazza Donatori di Sangue. Ha operato con un unico sportello fino al 1982, anno in cui venne aperta la prima filiale, a Petosino. A partire dalla fine degli anni ‘90 la Cassa conosce una crescita significativa. Nel 1991 viene aperta la filiale di Sedrina, nel 1995 quella di Ponteranica. Nel 1997 è la volta della prima sede distaccata a San Pellegrino Terme. Nel 1999 è operativa la seconda sede distaccata a Brembate Sopra. Nel 2000 viene incorporata Credival, consorella commissariata, costituita soli due anni prima. Il 2001 è l’anno della fusione per incorporazione della consorella di Lepreno, nata nel 1905 nell’omonima frazione di Serina e forte di filiali a Serina (1991) e Dossena (1996). Le filiali sono a questo punto dieci. Nel 2004 viene chiuso lo sportello di Aviatico e aperta contestualmente la prima filiale in città, in via San Bernardino. Nel 2006 si procede alla chiusura della filiale di Dossena e all’apertura dello sportello di Lallio. A fine 2006 la Bcc di Sorisole e Lepreno, con 68 dipendenti, opera con una sede, due sedi distaccate e otto sportelli su un territorio che comprende 49 comuni.

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Sorisole, via Piave 16 - 035.574171

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Bcc di Sorisole e Lepreno, storia ultracentenaria


Sorisole Stemmi e gonfaloni del paese

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Lo stemma ufficiale di Sorisole è stato concesso con Regio Decreto del 21 agosto 1937, ed è così costituito: campo di cielo, tre monti al naturale ristretti su una campagna; quello mediano più alto sormontato da un castello turrito, dietro il castello il sole raggiante. Il gonfalone è rappresentato da un drappo di colore rosso ornato di ricami d’argento, con lo stemma e l’iscrizione in argento «Comune di Sorisole». Le parti di metallo e i nastri sono argentati. L’asta verticale è ricoperta di velluto rosso con bullette argentate. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Alcuni portali di edifici, risalenti anche al Cinquecento, portano stemmi di famiglie, quali Lanfranchi, Tassetti, Bacuzzi.

Sorisole, via I Maggio 1 - 035.4530925 - fax 035.573681 - www.bccsorisole.it

I primi documenti scritti che attestano l’esistenza del borgo risalgono al 747 Nella sua storia Sorisole ha condiviso spesso il proprio destino politico ed amministrativo con il vicino paese di Ponteranica, con il quale si trovava inserito già nella corte regia della Morla di epoca longobarda. Ed è a questo periodo che risalgono i primi documenti scritti che attestano l’esistenza del borgo: nel 747 un atto infatti riporta che alcuni terreni appartenenti al fundus di Sorisole vennero donati dal re longobardo Rachis al prete Limenone. Il periodo successivo fu caratterizzato dallo sviluppo del feudalesimo che, inserito nel contesto del Sacro Romano Impero, vide i due borghi finire in gestione alla diocesi di Bergamo prima, ed ai monaci della valle di Astino poi. Dopo una breve parentesi comunale (documentata con atti risalenti al 1249), quell’epoca si caratterizzò per i violenti scontri tra le fazioni guelfe e ghibelline, che non risparmiarono nemmeno i borghi di Sorisole ed Azzonica. Entrambi di fazione guelfa, rivestirono un ruolo di primissimo piano nello scenario delle lotte nella provincia bergamasca. Questo costrinse i paesi a dotarsi di fortificazioni. Le cronache del tempo ci raccontano numerosi fatti di sangue, con attacchi e rappresaglie a cui pose momentaneamente fine l’intervento di Galeazzo Visconti. La tregua durò poco, tanto che già nel 1404 i ghibellini della città di Bergamo attaccarono Sorisole e Ponteranica. La situazione si ribaltò due decenni più tardi con l’arrivo della Repubblica di Venezia, che appoggiava la fazione guelfa. La Serenissima emanò una serie di privilegi ed agevolazioni per Ponteranica e Sorisole. Seguirono secoli socialmente e politicamente tranquilli. In quegli anni avvenne l’unione amministrativa tra Sorisole ed Azzonica. Subentrata la Repubblica Cisalpina, diventata nel 1805 Regno d’Italia, con decreto del 31 marzo 1809 Sorisole venne aggregato a Bergamo diventandone una frazione e perdendo ogni autonomia amministrativa. Sconfitto Napoleone e passata la Lombardia agli Austriaci, con sentenza del 26 novembre 1815 ottenne la separazione da Bergamo ricostituendosi come entità autonoma. Con la Seconda Guerra di Indipendenza Sorisole passò al Regno sabaudo.

La Chiesa dei SS. Pietro apostolo e Alessandro martire

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Sorisole (Petosino), via Aldo Moro 2 - 035.5297809

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tavola calda e fredda - gelateria caffetteria e aperitivi - feste di compleanno S

La prima pietra fu posata il 18 maggio 1704 in luogo dell’antica parrocchiale dedicata a Santa Maria. La progettazione fu affidata alla famiglia Micheli, stirpe di capimastri e architetti di Albegno, ma vi lavorò anche l’architetto Giovanni Battista Caniana. Fu consacrata il 12 aprile 1739, ma i lavori proseguirono ancora per molti anni. La facciata presenta statue di santi dello scultore Anton Maria Pirovano. All’interno le decorazioni a stucco della volta e delle navate, esempi di transizione dal barocchetto allo stile neoclassico, sono opera di Carlo Camuzio, membro della famiglia ticinese che lavorò anche nella Cappella Colleoni di Bergamo. La volta presenta cinque grandi dipinti, raffiguranti la storia di S. Pietro, realizzati da Donnino Riccardi a partire dall’agosto 1787. Nella prima cappella sulla destra è presente la pala con la Vergine tra i Santi Rocco, Cristoforo, Bernardino da Siena e Sebastiano, opera di anonimo del primo quarto del Settecento. Sul lato sinistro la prima cappella ospita il fonte battesimale in marmo della metà del XV secolo. Nella cappella successiva è presente la tela dell’Assunta, opera di Gian Paolo Cavagna dei primi dieci anni del XVII secolo. Sulle pareti laterali due opere di Francesco Zucco entrambe datate 1611 raffiguranti l’Adorazione dei pastori e l’Adorazione dei Magi.


Inter vista

Giovanni Lodigiani: il Maggiordomo

Incontro con il più noto professionista italiano del servizio privato presente sul mercato internazionale, di ritorno dal Golfo Arabo dove ha diretto il più grande complesso di palazzi della Corte Reale del Bahrain

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x calciatore della Juventus Fc tra gli anni ’70 e ’80, Giovanni Lodigiani è oggi uno di più noti professionisti del servizio privato a livello internazionale (Maggiordomo & Direttore di Casa/Direttore di Proprietà) e dell’ospitalità di lusso (Boutique Hotel & Resort Manager). Proveniente dalla consulenza e direzione aziendale, unisce un grande interesse personale per tutti gli argomenti inerenti al “lifestyle” a una profonda conoscenza dell’amministrazione aziendale. Maggiordomo inglese di formazione classica, ha principalmente lavorato in Gran Bretagna, Stati Uniti, Russia, Italia e Medio Oriente. Nel 2012 è stato chiamato a dirigere l’organizzazione del più grande complesso di palazzi, ad uso sia residenziale che istituzionale - il “Sakhir Palace Complex” - presso la Corte Reale del Bahrain, nel Golfo Arabo. E’ membro delle principali

associazioni internazionali di categoria ed è l’autore della traduzione italiana dell’unico manuale esistente sulla professione: “Maggiordomi & Direttori di Casa, Professionisti del 21° Secolo” (BookSurge, USA, 2009), di Steven Ferry, presidente dell'International Institute of Modern Butlers; attualmente sta lavorando alla preparazione di un nuovo manuale, in inglese, centrato sugli aspetti manageriali della direzione delle grandi proprietà private. Unitamente ad incarichi a tempo pieno, si dedica anche all’attività di consulenza e formazione sia per le proprietà private che per l’industria dell’ospitalita’. Come è arrivato alla sua attuale professione? Dopo un passato come dirigente d’azienda per varie imprese internazionali in giro per il mondo e dopo una parentesi come docente presso la “business school” di un’universita’ inglese, a un certo punto ho deciso di lavorare per i proprietari delle

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di Emanuela Lanfranco

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“corporation” anziché per le “corporation” stesse. Perché un ex dirigente d’azienda, con titoli accademici internazionali, “finisce” per diventare maggiordomo/direttore di casa e, successivamente, direttore di hotel e di grandi proprietò private? Questo è ciò che sorprende sempre i miei interlocutori. La risposta evita regolarmente di colmare il vuoto di conoscenza su una professione che esisteva già prima di molte altre il cui contributo alla società è invece assai inferiore, per puntare piuttosto alla sostanza della questione: perché prendo molte più decisioni esecutive oggi, come maggiordomo/direttore di casa/ proprietà, rispetto a quando passavo le giornate tra meeting inconcludenti negli uffici di una grande multinazionale. Il rischio – cioè la possibilità di essere licenziati su due piedi – è lo stesso, ma la gratificazione professionale (risultati) e personale (onorabilità) è assai maggiore, specie con la consapevolezza di appartenere ad una tradizione millenaria consolidatasi nella nobile figura del maggiordomo inglese, dall ’800 in poi, come simbolo dell’eccellenza del servizio e di una visione fortemente etica del lavoro, almeno per quanto riguarda la formazione della personalita’ e della “filosofia morale” del maggiordomo. Quali sono le motivazioni che spingono verso questa carriera? Un po’ come avviene per tutte le professioni o per alcune vocazioni, le motivazioni che spingono a iniziare un percorso professionale o di vita non sono quasi mai le stesse che si ritrovano alla fine di quel percorso. All’inizio, naturalmente, non conoscevo nulla di questo mondo né sapevo se il lavoro e la relazione personale tra datore di lavoro e dipendente, in particolare, sarebbero stati adatti alla mia personalità, né sapevo se esisteva effettivamente un mercato per questo genere di lavoro. Di certo mi attraeva molto la dimensione etica della figura del maggiordomo tradizionale inglese, di cui allora conoscevo poco o nulla, e la tradizione che rappresenta. Comprendevo che la molteplicità dei compiti che rientrano sotto la competenza del maggiordomo erano, di fatto, già appartenenti alla sfera dei miei

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interessi più profondi, da sempre. Feci un po’ di esperienze in Gran Bretagna fino a quando mi convinsi nel proseguire in questa stravagante carriera. Purtroppo all’inizio non potevo permettermi le costose scuole internazionali e quindi ho dovuto testare il lavoro direttamente sul campo, con esperienze sia negative che positive, e senza la preparazione teorica di fondo necessaria per conoscere e muovermi nell’industria, ma in seguito riuscii a frequentare la scuola dell'International Institute of Modern Butlers, Usa, diretto da Steven Ferry. Da allora l’attività si è sviluppata principalmente all’estero e mi ha portato subito alla direzione di grandi proprietà, oltre che alla consulenza per hotel internazionali nella realizzazione del dipartimento maggiordomi. Dopo un’indimenticabile esperienza sul Lago di Como, sono partito per il Medio-Oriente con un incarico presso la Corte Reale del Bahrain. Che cosa la soddisfa maggiormente in questo lavoro? Personalmente ritengo che non esista sensazione più piacevole che dirigere le risorse e il personale di una grande proprietà, laddove si abbia la possibilità di svolgere il proprio lavoro al pieno delle proprie capacità, amministrando una proprietà in tutti i suoi aspetti: dalla gestione del personale all’organizzazione del servizio e della cucina (food & beverage), dalla cura della casa e dell’arredamento (housekeeping) alle opera d’arte, dalla gestione dei fornitori alla direzione dei progetti di restauro/ristrutturazione/ manutenzione (facilities management), dalla gestione finanziaria alla gestione dei sistemi di sicurezza e “Information Technology”, dalla cura degli ospiti all’organizzazione di eventi. La formazione come maggiordomo, poi, offre la possibilità di percorrere tutti gli sviluppi possibili della professione: dalla direzione di una semplice dimora, alle grandi tenute, ai piccoli hotel di lusso o, come nel mio caso, alla direzione di un complesso di palazzi presso una delle più grandi corti reali internazionali. Qual'è la sua giornata tipo? In questo lavoro non esistono giornate né orari né calendari tipo, come in tutto il servizio privato. Tutti i professionisti

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del servizio privato sono ben consapevoli di questo requisito che rientra in qualche modo nel concetto del cosidetto “mindset”, cioè della “forma mentale” del professionista del servizio privato, sia esso direttore di proprietà, maggiordomo, governante, cameriera, cuoco o altro, come spiego nel manuale, in fase di lavorazione, dedicato proprio alla parte più manageriale della gestione di grandi proprietà. In generale, la “routine” lavorativa cambia a seconda del contesto (casa, tenuta, proprietà multiple, hotel, ecc.). Il maggiordomo/direttore di casa o il maggiordomo amministratore/direttore di proprietà agisce sostanzialmente con la stessa mentalità dell’amministratore di un’azienda che risponde della propria attività ai suoi azionisti; nel nostro caso, al proprietario. Questo è il tipo di relazione che dovrebbe instaurarsi tra il professionista e il proprietario. Ovviamente ciò richiede un rapporto di fiducia che va costruito nel tempo ma è l’unico vero presupposto con cui si possono ottenere dei risultati eccellenti. Se il proprietario non ha fiducia nel suo manager, diventa difficile per chiunque poter raggiungere dei risultati. In alcuni casi, il proprietario di una dimora consiste effettivamente in una o più persone giuridiche, ognuna delle quali ha competenze diverse per settori diversi della gestione della proprietà, magari con sede in paesi diversi. Mi è capitato un incarico in cui erano ben quattro le società coinvolte, ognuna in paesi diversi, con le quali dovevo interagire, insieme ai rispettivi avvocati, commercialisti, etc. In generale, quali sono le componenti principali del lavoro? In generale, l’impegno quotidiano di un maggiordomo/direttore di casa in una proprietà singola di dimensioni medie (comunque sempre nell’ordine di migliaia di mq) è distribuito in tre componenti principali: la parte amministrativa (finanza, acquisti, contratti, corrispondenza, ecc), la direzione dei progetti di manutenzione (facilities management) e la gestione del personale. Queste sono le tre componenti più impegnative, in termini di tempo ed energie, e sono le componenti che più mi hanno impegnato anche


in questo incarico in Bahrain. La parte rimanente è occupata dall’organizzazione del servizio, se la casa è occupata, la cura degli ospiti e le operazioni ordinarie di housekeeping, cioè di cura della casa. Come è stata la sua esperienza della vita in Bahrain? La vita in Bahrain, per un “expatriate” che non appartenga a grandi società commerciali internazionali, non offre molte occasioni di socializzazione, quindi, tranne qualche cena tra colleghi, è una vita piuttosto solitaria, come quella dei miei colleghi del resto e, soprattutto, priva di stimoli culturali. D’altra parte, a giudicare dalle riviste locali, sembrerebbe esistere un’intensa vita sociale, ma sfortunatamente non ho mai avuto occasione di agganciare quei circoli. L’ambasciata italiana organizza ogni tanto degli incontri o dei ricevimenti speciali a cui partecipano anche esponenti di altre comunità internazionali ed è anche l’unica occasione dove si possa gustare finalmente del cibo italiano genuino. In Bahrain, una volta terminato il lavoro, ritornavo nell’appartamento in città (Manama) e l’unica forma di intrattenimento serale era il canale tv francese…quanto meno ho migliorato il mio francese! Quali sono gli aspetti che trova più interessanti nella sua professione? Come scrive Desmond Atholl nel suo divertentissimo “At Your Service” (1992), questa professione è più un’avventura che un lavoro… Ma è anche uno straordinario punto di vista da cui osservare la commedia umana, come dice Christopher Allen nel suo spassosissimo “A Butler’s Life” (2001), un punto di vista da cui si comprende bene che i problemi sono gli stessi per chiunque, solo in una scala differente. C’è una dimensione sociologica del servizio privato che non è mai stata analizzata in dettaglio ma che sarebbe molto interessante discutere ed approfondire La dimensione “avventura”, però, sembra diventare prevalente negli ultimi anni. Non solo perché si è costretti a viaggiare per lavoro in posti spesso difficili o completamente diversi dall’ambiente di provenienza – il vantaggio e lo svantaggio di un lavoro veramente “globale”! – ma anche perche’ le circostanze, i contesti e le aspettative nei quali ci si può trovare

ad operare possono davvero cambiare con molta rapidità e bisogna essere sempre pronti ad intervenire per soddisfare le esigenze del momento con datori di lavoro, a loro volta, provenienti da altre parti del mondo e con esigenze ed aspettative ancora piu’ mutevoli. Quali sono i requisiti più importanti in questa professione? Proprio per le ragioni che abbiamo visto, direi che i requisiti più importanti di questa professione sono sostanzialmente due: da un punto di vista soggettivo, la “forma mentale” (mindset) – termine tipico del mondo del servizio privato in particolare e dell’ospitalita’ in generale - cioe’ l’attitudine giusta, l’approccio mentale corretto al lavoro nel servizio privato, al suo stile di organizzazione e alle caratteristiche tipiche di questo mondo, dove gli interessi della “casa” vengono prima di tutto. Non è un lavoro per tutti. Da un punto di vista oggettivo, la capacità organizzativa (organization skills) è un requisito fondamentale, in quanto la gran parte del lavoro è sostanzialmente un lavoro di organizzazione: delle risorse e del personale di una o più proprietà. In tutti gli sviluppi della professione, da maggiordomo a direttore generale di grandi proprietà o di hotel di lusso, il manager deve essere fondamentalmente un buon organizzatore (sempre che abbia le risorse necessarie a disposizione, s’intende). Qual'è la preparazione necessaria per svolgere questo lavoro? Oltre ad una formazione specifica come maggiordomo – che è fondamentale per una solida conoscenza del servizio secondo le regole tradizionali del maggiordomo inglese e per la cura di una dimora di lusso in tutti i suoi aspetti - è molto importante possedere una preparazione e un’esperienza nell’amministrazione aziendale, perché le grandi proprietà, così come i piccoli hotel di lusso, sono delle entità economiche talvolta piuttosto rilevanti, al cui centro si trova, appunto, un manager, sul quale grava un carico di responsabilita’ non indifferente e il compito di risolvere situazioni delicate o complesse. Inoltre, questa figura rappresenta anche il punto di contatto con una varietà di soggetti esterni, come gli amministratori locali e la comunità economica del luogo oltre,

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naturalmente, ai mezzi di informazione. Quindi si comprende come il ruolo assuma una molteplicità di funzioni la cui complessità aumenta con la complessità della struttura da dirigere. Come è cambiata la professione rispetto al passato? A parte una maggiore informalità nei rapporti personali, dal dopoguerra ad oggi, potremmo dire che l’essenza del lavoro del maggiordomo non sia cambiata di molto dall’800 ad oggi; casomai, è diventata più complessa e articolata, richiedendo molte più conoscenze e competenze. Per questo non deve stupire se diventa una posizione direttiva a tutti gli effetti. Un profilo che richiede una notevole esperienza e un’ampia gamma di competenze e dove l’esperienza, in particolare, sembra giocare un ruolo fondamentale... In questo quadro professionale così in evoluzione e sempre più ricco di sviluppi, una buona dose di esperienza è un requisito fondamentale perché la direzione del personale e dei fornitori, e soprattutto degli appalti dei lavori di manutenzione e delle furniture e le trattative contrattuali che ne seguono, richiede anche una certa conoscenza non solo della natura dei rapporti contrattuali/commerciali ma, ancora di più, della natura umana che, come Agatha Christie sapeva bene, è quella che è. Una maggiore esperienza professionale e umana dovrebbero quindi comportare anche una maggiore capacità di gestire le vicissitudini, le personalità e i conflitti che inevitabilmente si dispiegano all’interno di una grande dimora – allo stesso tempo, attività economica dalle dimensioni piuttosto rilevanti - dove convivono personalità, interessi, egoismi, ambizioni, rivalità e tutta la gamma possibile di miserie umane, esattamente come in qualunque altra organizzazione. Non dimentichiamoci infatti che la casa non è un’organizzazione democratica: è una struttura gerarchica ben definita al cui vertice si colloca il direttore, nelle varie denominazioni che potrà assumere. Laddove la gerarchia è ben definite ed ognuno ha un compito ben preciso, ogni cosa scorrerà dolcemente e il maggiordomo potrà realizzare uno dei suoi obiet-

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tivi primari, cioè creare una piacevole atmosfera di lavoro. Da tutto ciò possiamo capire come l’esperienza e, soprattutto, la familiarità con l’esercizio del “potere” - inteso come la consapevolezza delle conseguenze che le proprie decisioni avranno sulla vita e sulla sfera professionale degli altri soggetti - siano un’altra dote individuale molto importante che aiuterà ad avere un approccio più sereno, possibilmente, con le problematiche che inevitabilemente sorgono in ogni tipo di organizzazione. Queste considerazioni valgono soprattutto per incarichi come quello in Bahrain... Certamente. In Bahrain ho diretto oltre cento persone provenienti da vari paesi asiatici e catapultati in un contesto culturale, per noi tutti, molto differente da quello di provenienza, e dove la gestione del personale è tradizionalmente assai

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diversa dal sistema di garanzie e prerogative tipiche dei paesi europei. In questo contesto particolare ho dovuto bilanciare l’attività di molti uffici e persone, così come la pratica di usi consolidatisi nel tempo e che appartengono a un approccio diverso al servizio o alla gestione delle risorse umane o all’organizzazione del lavoro in generale. In sostanza metto in pratica quello che, alla fine degli anni ’90, la dottrina del “management” chiamava “diversity management”. Il mio caso, come professionista italiano diventato funzionario governativo, niente meno che in un paese arabo, è un esempio delle possibili evoluzioni della professione in questi tempi. Mi racconta della sua esperienza in Medio-Oriente? Nel mio lavoro presso la Corte Reale del Bahrain, in qualità di vice-direttore generale del più grande complesso di palazzi a uso sia istituzionale che resi-

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denziale, ho diretto un gruppo di oltre 100 persone residenti all’interno della struttura, oltre a quelli che vivono al di fuori. Il direttore generale del complesso è lo stesso direttore del dipartimento ministeriale responsabile per l’amministrazione dei palazzi. Il lavoro consiste principalmente nella direzione amministrativa della struttura (inserita nel dipartimento che amministra i palazzi della corte, a sua volta organizzata come ministero), nella gestione del personale, nella cura degli edifici e dei progetti relativi e nel rapporto con gli altri dipartimenti coinvolti nella gestione dei palazzi. Sostanzialmente, un funzionario statale! Il tutto avviene, appunto, all’interno di un’organizzazione pubblica estremamente complessa e burocratica, con migliaia di dipendenti. Ecco quindi che il modo di lavorare, la “routine”, le competenze e il modo di intepretare il lavoro, cambiano in funzione del ruolo, avvicinandosi a quelli


di un funzionario ministeriale rispetto a quelli tradizionali del professionista del servizio privato dove l’organizzazione è generalmente molto piu’ semplice e lineare, e dove tutte le funzioni rispondono ad un unico responsabile. Quali sono le peculiarità di questo ruolo e quali doti ha richiesto? In questo genere di ruoli occorre sviluppare notevoli doti diplomatiche (in questo, la secolare tradizione italiana aiuta moltissimo), gestendo conflitti e problemi che coinvolgono sia persone che uffici, a livelli diversi, e quindi con linguaggi diversi, stando attenti a non alterare equilibri “politici” consolidati e a non urtare la sensibilita’ di alcuno. Anche qui, lo stile di gestione cambia e si adatta alle circostanze e all’ambito dei poteri attribuiti al manager. La formazione del maggiordomo inglese viene in aiuto, nella sua capacità di gestire i conflitti evitando di

mettere in imbarazzo o di seguire un facile atteggiamento tipico di molte organizzazioni contemporanee, cioè la ricerca del responsabile fine a sè stessa; la capacitaà di comunicare ascoltando innanzitutto; di mettere le persone a proprio agio pur mantenendo una distanza ben netta tra sè e gli altri, il presupposto per qualunque possibilita’ di relazioni professionali rispettose delle individualita’. Quali sono stati gli eventi più interessanti a cui ha assistito nel corso della sua lunga permanenza presso la Corte Reale? Direi che uno degli eventi più interessanti è stato la cerimonia di presentazione dei nuovi ambasciatori in Bahrain, che si svolge in un’apposito palazzo dove il Re riceve gli ambasciatori, situato proprio all’interno del complesso che dirigevo. L’allestimento e l’organizzazione, nello spazio di soli due mesi, di sei nuovi palazzi

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ultimati in soli dieci mesi, in vista della conferenza dei paesi del Golfo Persico del Dicembre 2012, ha rappresentato indubbiamente il momento di maggiore pressione e di maggiore soddisfazione. E’ stato l’evento politico-diplomatico più importante nel Golfo Persico nel 2012 e si è svolto con grande successo. Come vogliamo concludere questa intervista? Come insegna Steven Ferry, le opportunità non mancheranno per chi è serio e preparato: un concetto assai poco di moda nel pressapochismo e nella superficialità di questi tempi livellati verso la mediocrità, ma la professione di maggiordomo, e le sue possibili evoluzioni, è forse quella che più rimanda al passato e, per questo, orgogliosamente, più “fuori moda” di tutte le altre. Per contatti: e.lanfranco@inwind.it

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Inter vista

Vite da fiaba, scritte su misura

L’idea di Marcella Panseri, classe ’73, bergamasca che vive a Milano: fiabe su commissione. Innamorati che vogliono dichiararsi, nipoti che vogliono dire grazie alla nonna, aziende che vogliono promuovere un prodotto

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’era una volta una copywriter annoiata. Marcella Panseri, classe ’73, bergamasca - ma da quasi vent’anni vive a Milano -, lavorava nella pubblicità. Le piaceva trovare idee per comunicare qualcosa con poche parole. Farlo solo per vendere un prodotto, però, l’aveva stancata. Si è licenziata, ha viaggiato, è ritornata nella pubblicità ma come freelance, in attesa del progetto che l’avrebbe resa felice e contenta, e che ora è realtà: quello di dar vita a Fiabe per Dire (www.fiabeperdire.com), attraverso cui scrive fiabe cucite su misura e su richiesta. Innamorati che vogliono dichiararsi, nipoti che vogliono dire grazie alla nonna, commiati per l’animale domestico e oltre.

Quando ha iniziato? «Tre anni fa. Prima scrivendo quelle che io chiamo fiabe finte, perché quelle vere sono private e intime, non si possono mettere su un sito internet. Però, per dare l'idea di cosa sia una "Fiaba per dire", ci volevano degli esempi generici, con temi fortemente rappresentativi. Ne ho scritte una decina, sia per adulti che per ragazzi». E la storia è cominciata. «Un po' con il passaparola, un po' grazie a persone che hanno parlato bene di Fiabe per Dire, l'idea si è diffusa. Lavoro moltissimo a Milano, in Svizzera e nel sud Italia, mentre molto poco nella mia città. Scrivo fiabe per adulti, per bambini, per aziende, per prodotti: è una modalità per raccon-

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tare qualcosa, sia esso difficile e spinoso, sia bello e gratificante». Alcuni esempi? «Fiabe d'amore e d'affetto regalate al marito (o alla moglie), alla madre, alla nonna, all'amica, per occasioni speciali che possono essere matrimoni, compleanni, anniversari. Fiabe legate alla maternità, anche con ricorrenza annuale per raccontare il percorso di crescita, perché si vuole far capire ai figli, quando saranno grandi, cosa si è provato in quei momenti. Altre affrontano temi più delicati: la mamma che ha un tumore e vuole raccontare qualcosa ai figli, la donna che si ritrova a crescere il figlio della sorella che è morta e vuol raccontargli chi era sua madre, visto che non ha avuto occasione di conoscerla. Ci sono anche le fiabe osè: la donna che scrive all'amante per sedurlo con mezzi innovativi». Ci vuole molta sensibilità per capire il messaggio che vuol mandare l'altra persona. «Infatti il mio non è tanto un lavoro da scrittrice. Essendo una copywirter, so modulare la scrittura a seconda del destinatario, certo. Ma qui si tratta di entrare nel campo della psicologia, di cui ho dato qualche esame ai tempi della laurea in filosofia. Durante la lunga chiacchierata con chi vuol inviare il messaggio faccio un ascolto profondo per capire sia quello che mi dicono e che mi vogliono raccontare, sia quello che non mi dicono, perché è imbarazzante, faticoso e quant'altro. Accade soprattutto con persone riservate, che parlano con il contagocce, o per situazioni complesse, dove effettivamente spiegare il nodo della questione è più arduo». Richieste più strane? «Una signora voleva dire in modo delicato al suo compagno, dopo 40 anni di letto matrimoniale, che sarebbe andata a dormire in un'altra stanza perché non ce la faceva più: l'uomo russava e veniva a letto dopo aver fumato e lei, nonostante l'amore, non ne voleva più sapere». Cosa distingue realmente una fiaba dalle altre? Cosa le rende così personali? «I dettagli. Quelli caratterizzano la persona, hanno senso solo per lei, sono unici e nemmeno comprensibili nel loro significato da altri».

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Cominciano sempre con “C’era una volta”? «Sì. E finiscono con "contenti", ma mai abbinato a felici. Gli archetipi della fiaba, compreso l'ostacolo e la risoluzione, ci sono tutti. Può essere molto magica o molto poco magica, a seconda di quello che mi ispira la storia e anche la persona». E se le storie sono drammatiche? «Cerco di alleggerirle. Di far sentire importante chi ne ha bisogno. Una storia

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che faccia da balsamo per il cuore». Fiabe di pura fantasia, senza avere nessun riferimento, ne ha scritte? «No, anche se le fiabe per i bambini spesso hanno molta più fantasia che realtà. Una mamma ha chiesto una fiaba per nove bambini, e ho scritto una sorta di avventura che rendesse l'importanza dell'amicizia, ma le caratteristiche dei personaggi erano dei nove bambini». Il contatto con le persone come avviene?


«Di solito mi contattano via mail o per telefono, mi dicono per chi vogliono scrivere la fiaba, mi chiedono le tempistiche. Prima di Natale e nei mesi dove i matrimoni sono più frequenti, le attese aumentano». In che momento della giornata scrive? «La mattina, dalle 7 alle 9. Tanti lo fanno di notte, che io invece dedico ai lavori burocratici. Il giorno prima parlo con il cliente, poi la mattina successiva, quando il racconto è ancora fresco, scrivo di getto,

senza lavorarci sopra. Poi la fiaba la mollo e la riprendo il giorno successivo. La versione definitiva la mando a un correttore di bozze, e quindi al cliente, che la guarda, sente se gli appartiene, chiede modifiche. Infine si passa al processo di produzione: impaginazione, stampa, rilegatura, spedizione». Il formato? «Pagine sedici centimetri per sedici. Il numero di pagine, invece, varia molto: trenta, quaranta. Comunque lunghe».

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Sono sempre storie positive? «Sì, anche se il realtà le si potrebbe usare per mandare al diavolo qualcuno». Interessanti anche le fiabe aziendali. «Ci sono sia quelle interne, che un'azienda può dedicare ai propri dipendenti invece di fare una presentazione in Power Point, sia dedicate a un prodotto da regalare ai clienti». Cosa ci mette di suo? «La fantasia nel raccontare la storia, innanzitutto. Trovare i personaggi, animati o inanimati, dopo aver capito che tipo di storia voglio raccontare. Scegliere se usare metafore o i personaggi normali, e poi magari aggiungere la magia. A volte utilizzo delle fiabe esistenti, come Cenerentola e La bella addormentata, e le trasformo completamente». C'è una fiaba in particolare che le è rimasta dentro, a cui si è dedicata di più? «Una in particolare c'è. Me l'ha commissionata un ragazzo che aveva una relazione di penna con una donna, da cinque anni, e non si erano mai visti. Era come se io entrassi nella loro storia con uno strumento nuovo, però mi ha raccontato tutta la poesia di questo amore e mi sembrava di essere in un'altra epoca. Molto intensa anche quella che una figlia anoressica ha voluto scrivere a sua madre, chiedendole scusa per il peso che le ha buttato addosso. E poi la fiaba che nove nipoti hanno regalato alla loro nonna di 90 anni, focolare di casa, ancora attiva e pronta ad aiutarli. La nonna poi, dalla contentezza, ha pianto 10 giorni. Un uomo, poi, mi chiama periodicamente e legge le mie fiabe nella piazza del suo paesello toscano: ne ha voluta una per la moglie che era morta, e un'altra per il gatto... E un 25enne ne ha voluta una per chiedere alla fidanzata di sposarlo: l'ha portata in un castello e le ha fatto leggere la fiaba, mentre lui si inginocchiava come il principe della storia». Quante ne scrive all’anno, di fiabe? «Una cinquantina». Dopo la consegna c'è sempre un riscontro? «Sì, tutti mi dicono come è stata accolta, anche perché alla fine si viene a creare una certa intimità. Una volta ero io a chiedere com'era andata. Ora ci pensano direttamente i clienti, spontaneamente. Il che mi fa molto piacere».

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Inter vista

Innovazione, largo ai giovani

Gori ha assegnato la delega - insieme a Semplificazione, Servizi demografici, Sportello polifunzionale, Tempi urbani e Servizi cimiteriali - a Giacomo Angeloni, 33 anni e una già lunga esperienza in politica

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na giunta dinamica, quella voluta da Giorgio Gori. Dinamica e giovane. Trentatré anni appena compiuti, una carriera nel sociale (alla Caritas) e una sestina di deleghe, Giacomo Angeloni, in fatto di gioventù, a Palazzo Frizzoni non teme confronti. Ma si è impegnato presto in politica, quindi non pecca di inesperienza: cinque anni come consigliere nella sesta circoscrizione dal 2004 al 2009, poi cinque in Consiglio comunale, con il Pd, dal 2009 al 2014. Oggi è assessore all’Innovazione, alla Semplificazione, ai Servizi demografici, allo Sportello polifunzionale, ai Tempi urbani e ai Servizi cimiteriali. Questa è stata la sua terza campagna elettorale. Con lieto fine. «Una campagna estremamente dispendiosa dal punto di vista delle energie propositive. Non siamo andati a vendere

aria fritta, ma abbiamo presentato soluzioni realistiche, ragionate, anche per le periferie e i quartieri. Abbiamo preso un impegno enorme, su cui ci mettiamo la faccia, perché dalle parole bisogna passare ai fatti. Ci proveremo con tutte le nostre forze». Negli incontri pubblici avete già dato prova di avere una buona «presa» sui problemi della città. «Sei assessori su nove sono stati in Consiglio comunale negli ultimi cinque anni. Questo ci garantisce una buona conoscenza dei temi specifici». Partiamo dalla delega all’Innovazione. «Nelle ultime tre giunte è stata un po' residuale. La scelta del sindaco di darla come delega principale di un assessorato la rimette al centro e dà il senso del programma elettorale, dove le prospettive innovative sono parecchie. E una

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delega per sua natura trasversale, perché tocca un po’ tutti i settori della macchina comunale». Faccia un esempio. «Il Comune di Bergamo ha oltre 170 software di gestione di applicativi. Non è mai stato fatto un processo di razionalizzazione. C'è quindi un enorme lavoro interno da fare». E all’esterno? «Stiamo lavorando al progetto Bergamo Wifi: nato 4 anni fa e legato al concetto delle oasi, va profondamente ripensato. In vista di Expo vorremmo creare dei percorsi lungo i quali le persone possano usufruire di un Wifi free a banda larga in modo continuo, senza che il servizio si interrompa, e che sia possibile farlo restando loggati sempre con la stessa password. Questi percorsi contemplano anche la provincia: l'aeroporto, in primis. Un attore fondamentale in questo senso è Atb». Anche sui pagamenti online c’è molto da fare. «Bergamo è messa malissimo: praticamente non si può pagare nulla online. Per alcuni servizi, poi, siamo proprio arretrati: se un'associazione affitta una sala, ci deve fare una reversale, modulo della banca con

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carta copiativa, e depositarla in tesoreria. Tra l'altro i Comuni che hanno implementato il pagamento online ci hanno pure guadagnato: più facile è pagare, più la gente paga». Avete messo anche la banca dato del cimitero online: servizio molto apprezzato. «È stato facile: bastava mettere un link sul sito, praticamente, perché i dati sono del Comune ed erano già consultabili dal totem posizionato al cimitero dalla passata amministrazione». Restando in viale Pirovano, anche l’apertura del famedio nel ponte dei Morti è stata ben accolta. «Vero, per questo abbiamo deciso di tenerlo aperto tutte le domeniche». Veniamo alla convenzione con il carcere. «In vent'anni le risorse a disposizione del cimitero sono diminuite di oltre il 40%. C'erano 22 giardinieri, allora. Oggi le cose sono diverse, e i fondi disponibili limitati. Ma grazie alla convenzione con il carcere inseriremo due detenuti a tempo pieno per la manutenzione ordinaria del verde, con un costo di appena 18mila euro l'anno». Come da programma elettorale, avete dato vita all’ufficio per ottenere fondi europei. «È un tema su cui già avevamo pressato

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molto quando eravamo in minoranza. Alcuni mesi fa è uscito un bando per la riqualificazione di alloggi popolari, e Bergamo ne ha a centinaia da risistemare. Perché nessuno ha risposto? Se facciamo il conto dei soldi che negli ultimi vent'anni non abbiamo preso perché il Comune di Bergamo non ha partecipato, vien fuori un bilancio di tutto rispetto». La programmazione europea ha però bisogno di strategie di lungo termine. «Esatto. Bisogna inserirsi in una rete, fare formazione, andare a Bruxelles, farsi conoscere. Stiamo iniziando, con l'aiuto di Comuni che lo fanno da tempo. Modena ha l'ufficio di progettazione europea dal '97, per questo i nostri operatori vanno periodicamente in Emilia: stanno seguendo un percorso formativo specifico. A dicembre sarà la volta dei dirigenti e degli assessori. Sullo sfondo intravedo un accordo con la Provincia, per compiere un lavoro comune». Avete già iniziato a progettare? «Sì, anche se non da Comune capofila dei progetti, perché inizialmente non è facile. Ci siamo aggregati a delle cordate, chiamate call, per fare delle sperimentazioni sulla realtà aumentata utilizzando occhialini stile Google Glass e per ripen-


sare una piazza della città secondo più stili di mobilità». Parliamo di semplificazione. «Da fare c'è moltissimo. La burocrazia interna ha dinamiche macchinose, che impegnano spazio, tempo, lavoro e soldi. Va snellita. Il Comune di Bergamo è quello che ha più regolamenti interni di tutta Italia, per dare l'idea». C’è poi il progetto dell’open data. «Il Comune è un produttore di dati. Molti di questi dati devono essere pubblici, e di facile consultazione. Oggi non è così. Cercheremo di avere un punto di riferimento in ogni settore e in ogni direzione del Comune, come per l'innovazione, che sia responsabile dell'open data. Una delle prime operazione in cantiere è rendere open i dati del bilancio, che oggi sono a disposizione ma sostanzialmente non fruibili, a meno che a leggerli sia un addetto ai lavori». Veniamo ai Servizi demografici. La gestione dei pagamenti della Tasi è stata ottimale. «Dal giorno dell'insediamento abbiamo lavorato perché i Servizi tributi tornassero a Palazzo Uffici. L'obiettivo, in prospettiva, è di fare in modo che per qualunque servizio il cittadino possa agire in autonomia da casa. Non è così facile, perché ci sono normative burocratiche anche molto stringenti. Come la marca da bollo online, conquista recente. Abbiamo anche un progetto per l'anagrafe di prossimità, totem altamente innovativi in cui il cittadino si connette in Hd con l'operatore dell'anagrafe, facendo scansionare il suo documento o inserendo la carta regionale dei servizi. L'idea è di metterli in alcuni supermercati». E la carta d’identità elettronica? «Il Governo parla di documento unico, ma la Regione ha già puntato sulla Crs. Quindi stiamo alla finestra per capire cosa succederà, prima di investire 50mila euro». Tempi urbani: cosa concerne, innanzitutto? «La città è regolata da tempi, ma spesso la politica dei tempi non è esercitata. Decidere che due scuole vicine aprano alla stessa ora, intasando così la viabilità, oppure fare diversamente, è una scelta politica. Bergamo è a buon punto: nella

Giunta Bruni si è lavorato tantissimo per allegare al Pgt il piano territoriale degli orari della città. C’è, ma va attuato, facendolo conoscere ai cittadini. Il lavoro grosso sarà quindi creare dei piccoli piani degli orari dei quartieri. Il Comune deve poi creare un piano dei servizi e degli orari del personale». Parlando di spazi, c’è il tema dei luoghi di culto. Moschea in primis. «Noi abbiamo detto in modo chiaro che la moschea è un diritto. Pensare che migliaia di cittadini di fede musulmana non abbiano un luogo di culto è assurdo. Quindi vogliamo agire, ma nel rispetto delle regole: quindi niente moschee improvvisate, perché si configura un abuso edilizio. Aspettiamo l'aggiornamento del Pgt, per capire come muoverci, e nell'attesa costruiamo un legame con le comunità islamiche che prima non esisteva». Qual è la vostra idea? «Una moschea come luogo che fa cultura, che diffonde conoscenza. E sicuramente non la piazzeremo in mezzo a un quartiere, ma in un luogo adatto, con un

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numero di parcheggi adeguato. Abbiamo creato un tavolo con gli assessorati all'Urbanistica, alla Sicurezza e ai Servizi sociali: ci troviamo ogni 15 giorni. Il lavoro, insomma, è in itinere». Un po’ di vita privata. Lei è cresciuto a Boccaleone. Vive ancora lì? «No, ora sto in via Corridoni. Ma i miei amici sono a Boccaleone, quindi ci vado spesso». Stato civile? «Celibe, anzi single». Passioni nel tempo libero? «Resto molto legato alla Caritas, quindi se ho qualche ora cerco di aiutare i colleghi che mi stanno sostituendo. Non ho molto tempo libero, purtroppo: fare l'assessore prende anche molti fine settimana tra presenze istituzionali e celebrazione di matrimoni. Cerco di non perdere gli amici, con cui mensilmente programmo gli appuntamenti». Sport? «Ho una tessera di una palestra scaduta da tempo. Però, grazie ai tanti impegni, resto in linea. Altro che politica che fa ingrassare: mi capita anche di saltare i pasti…».

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Cosberg apre le porte agli studenti In occasione del PMI DAY, organizzato in collaborazione con Confindustria, Cosberg è stata in prima linea ad accogliere e guidare in azienda giovani studenti delle classi IIIe della scuola secondaria che a breve dovranno decidere l’indirizzo scolastico e formativo da intraprendere. In tre giornate (il 14, 15 e 18 novembre scorso) Cosberg ha accolto oltre 250 studenti, insieme ai loro docenti delle scuole secondarie di Carvico, Sotto il Monte, Villa d’Adda, Terno d’Isola e Chignolo d’Isola. Con piacere Cosberg ha accolto i ragazzi di Terno d’Isola accompagnati dal loro dirigente scolastico, la prof. ssa Gualandris Rosa. Questo denota l’esigenza della scuola ad avvicinarsi al mondo del lavoro per comprenderne le dinamiche e le esigenze e per avvicinare sempre più questi due mondi. Con la Giornata Nazionale delle Piccole e Medie Imprese, lanciata per la prima volta a Novembre 2010, Piccola Industria vuole rafforzare la percezione del ruolo sociale dell’impresa, mostrando la passione e le competenze che appartengono al mondo produttivo

e portando oltre i cancelli delle aziende i valori della cultura imprenditoriale. Obiettivo dell’iniziativa è quindi quello di far conoscere la realtà produttiva delle PMI, i loro valori, il contributo fondamentale che danno alla crescita economica e sociale del Paese creando ricchezza e occupazione. Imprese che sono comunità di persone, parte del contesto sociale nel quale operano e luogo di costruzione di un futuro collettivo e condiviso. Primi destinatari della Giornata sono i giovani, in particolare gli studenti del terzo anno delle scuole secondarie, ai quali si intende trasmettere la voglia di impresa, le loro famiglie e gli insegnanti che hanno un ruolo determinante nell’orientamento dei proprio allievi In queste giornate Cosberg vuole coinvolgere anche le famiglie dei giovani studenti e la comunità. Insomma, Cosberg, ancora una volta, si dimostra una realtà dinamica, in costante movimento, che non si ferma mai! Cosberg SpA - Terno d’isola (BG), via Baccanello 18 www.cosberg.com


COSBERG non si ferma mai Risultati record e un ruolo di primo piano nel panorama europeo, ormai considerato mercato domestico, e internazionale, sono il frutto di una politica aziendale chiara e coesa, improntata alla condivisione della conoscenza a ogni livello societario con l’unico scopo perseguito: il soddisfacimento della clientela. Innovativa per definizione nella tecnologia, così come nell’approccio ai mercati e nella gestione aziendale, Cosberg continua a essere “una realtà in costante movimento” come cita lo slogan aziendale di qualche anno fa. “Ancora oggi possiamo adottare questo payoff per descrivere il dinamismo della nostra azienda che dopo aver rafforzato la propria presenza all’estero con filiali e partnership, partecipa a collaborazioni su più fronti in modo diretto” afferma Gianluigi Viscardi, fondatore e presidente di Cosberg Spa. Il gruppo, sotto la guida del signor Gianluigi Viscardi insieme ai fratelli Antonio ed Ermanno, continua, infatti, la propria ascesa sui mercati interni, intesi come Italia ed Europa, ma anche in mercati esteri, quali Nord Africa (Marocco in particolare), Turchia, Sud America e Cina, dove riesce a prevalere, con la propria tecnologia, sulla concorrenza della manodopera a basso costo che impera in queste regioni del mondo. Automazione spinta, Flessibilità e quindi Meccatronica sono le parole chiave attorno alle quali ruotano gli ottimi risultati di vendita conseguiti da Cosberg nel 2014 che ha raccolto un portafoglio ordini per un valore pari al doppio di quello 2013, già considerato un anno decisamente positivo nonostante il perdurare di un panorama economico tuttora incerto. “Per la nostra azienda è motivo di vanto, considerato che lavoriamo esclusivamente su commessa, con l’obiettivo di fornire “soluzioni” ai nostri clienti e sentirci non semplici fornitori ma loro partner” ha sottolineato Gianluigi Viscardi. Conoscenza Globale e Open Factory Gli ottimi risultati sono diretta conseguenza della lungimirante capacità imprenditoriale della famiglia Viscardi, cui va anche riconosciuto il merito di non aver mai smesso di credere nel proprio lavoro e nei propri collaboratori, nessuno escluso. Anche nei periodi più difficili e di crisi, l’azienda non si è mai fermata. Gli investimenti sono proseguiti attingendo dalle riserve accantonate negli anni. E ciò denota uno spirito imprenditoriale non più così comune e diffuso nel nostro Paese. In Cosberg, non si è ricorso a uno strumento come la “cassa integrazione” e ogni dipendente ha mantenuto il proprio posto. Si è anzi approfittato dei momenti di stanca del mercato per attuare una riorganizzazione del lavoro per essere sempre più pronti a raccogliere nuove sfide produttive trasformando le incertezze della “crisi” in opportunità di crescita. “In particolare, abbiamo fatto importanti investimenti nella Conoscenza Globale, sviluppando ad hoc uno strumento software per la messa in comune e la condivisione delle nostre conoscenze, permettendoci di affrontare con minori costi e con tempistiche ridotte l’approntamento di proposte commerciali e soluzioni di cui hanno potuto beneficiare anche i nostri clienti. Potremmo anche definirlo una sorta di Social Network Aziendale, che consente una condivisione di documenti, disegni, competenze. Il tutto con lo scopo di snellire la parte burocratica, pianificando al meglio le commesse e ottenendo quindi un controllo dei costi” ha spiegato il Presidente Cosberg. Oltre a ciò, Cosberg sostiene da sempre l’importanza di condividere col territorio le proprie conoscenze, per tale motivo ci riteniamo una Open Factory a trecentosessanta gradi, aperta a scuole, università, centri di ricerca, associazioni di settore e imprenditoriali con cui collaboriamo strettamente anche per la ricerca di personale, per esempio.

Cosberg dal 1982 studia, progetta e costruisce macchine e moduli per l’automazione dei processi di montaggio. I sistemi realizzati da Cosberg sono presenti in tutti i principali ambiti dell’industria, con successo nel settore elettro-meccanico, dei componenti per auto, nella generazione di accessori per mobili, variando l’offerta fino alla produzione di elettrodomestici ed in settori di nicchia come l’elettronica. L’audacia ingegneristica delle INNOVAZIONI, l’utilizzo di TECNOLOGIE sempre più avanzate, il continuo investimento nella RICERCA e nello SVILUPPO - hanno reso in pochi anni Cosberg una realtà di respiro internazionale: stabilimenti sono sorti in Francia e Sud America, oltre il 50% del fatturato proviene dall’esportazione delle nostre soluzioni in tutto il mondo.


Inter vista

Anni Azzurri, «persone per servire persone»

La società di case di riposo del gruppo Kos da luglio ha una residenza anche a Bergamo, la «San Sisto». I punti di forza? Servizi all’avanguardia, strutture moderne, percorsi personalizzati. E clima familiare

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ivere serenamente la terza età grazie ai servizi d’avanguardia, alla bellezza delle strutture, al clima familiare che il personale riesce a costruire. Questo il valore aggiunto di Anni Azzurri, che raccoglie nello slogan «Persone per servire persone» la propria filosofia operativa improntata sul calore umano e sulla professionalità. La società di case di riposo del gruppo Kos, presente in sette regioni con 45 residenze, da luglio ha una sede anche a Bergamo, la «San Sisto», a pochi passi dall’omonima chiesetta e nei pressi di un ampio parco attrezzato. Situata nell’area ex vivai Franchi, lungo la nuova via Colognola

ai colli, che interseca via San Bernardino, è disposta su quattro piani, per un totale di 120 posti letto. «Alla base delle nostre Residenze c’è una profonda conoscenza del settore terza età spiega il direttore Johnny Vinella -. Una persona affetta da demenza o comunque bisognosa di assistenza, e che non se la sente più di restare a casa, solitamente finisce in residenze dove c'è un'unica metodologia assistenziale, standard, che non tiene in considerazione il percorso della persona. Noi diversifichiamo e personalizziamo l'offerta: il terzo piano della San Sisto, ad esempio, mette a disposizione un servizio alberghiero più spiccato».

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Come in un hotel di livello: c'è Sky, il lettore dvd, il televisore più grande, l'accapatoio. Gli ospiti possono scegliere cosa mangiare, e a metà mattina e metà pomeriggio c'è un buffet aperto anche ai parenti. La fisioterapia è individuale, mentre agli altri piani c'è, ma è di gruppo. “Piani alti” a parte, c’è una grande attenzione per il mantenimento della cultura locale in tutta la struttura. «Ogni nucleo porta il nome di un quartiere di Bergamo - specifica Vinella - con tanto di fotografie storiche della città appese nei corridoi». Un intero piano, il primo, è dedicato alle demenze, e qui le persone possono deambulare liberamente senza rischi. Il secondo è destinato all'utenza tipica di una rsa, con attrezzature per far fronte a ogni tipo di necessità. Le camere sono singole, doppie e comfort (ovvero delle singole grandi come doppie). I soggiorni possono essere di lungodegenza o più brevi, di sollievo in seguito ad eventi acuti o ricoveri post operatori.

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L’assistenza medica e infermieristica è garantita 24 ore su 24 e per 7 giorni su 7. Statisticamente, rispetto allo standard delle strutture autorizzate al funzionamento dall'Asl, il personale è molto più numeroso: la media di 750 minuti a settimana (per paziente) di assistenza da parte di tutte le figure qui è ampiamente superata (oltre 1.100 minuti). C’è un assistente sociale che fa anche da ponte tra famiglia e istituzioni. «Il caposala proviene dalla rianimazione, quindi siamo attrezzati anche per le emergenze», precisa Vinella. Presenti, naturalmente, i fisioterapisti: c’è una palestra grande a piano terra e palestre più piccole su ogni piano. Viene fornito anche un pacchetto di prestazioni specialistiche acquistabili a parte rispetto alla retta. L’accoglienza del nuovo ospite viene curata in maniera certosina. Visite mediche approfondite, e non solo: dopo un periodo di osservazione viene effettuato il primo Pai, Piano assistenziale individuale, in cui vengono definite necessità, esigenze, prospet-

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tive. Un “vestito” su misura. Anche gli educatori professionali aprono un percorso individuale per gli ospiti: ripercorrendo il loro passato, costruiscono progetti finalizzati ad evitare la chiusura in sè stessi. Per fare in modo che si relazionino con gli altri, in attività che possano interessarli, quindi creare gruppo, favorire la socializzazione. «Abbiamo una sala polivalente molto grande - aggiunge Vinella - dove teniamo anche corsi professionali e convegni, utilizzata per proiettare film e dare spazio a iniziative culturali, cognitive, ludiche, utilizzando la tecnologia». In un'altra piccola sala si tengono i laboratori: si fa la pasta, si fanno i dolci, e altro ancora. «Cerchiamo di mantenere e coltivare la loro manualità, le loro capacità, motivandoli il più possibile», conclude Vinella. Infine, per le esigenze spirituali, c'è una cappella in cui ogni sabato alle 16 il parroco di Colognola celebra la messa. Aperta a tutti, com’è giusto che sia.


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Cerimonia di fine anno

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unedì 24 novembre, nel raffinato contesto del Foyer del Teatro "Gaetano Donizetti" di Bergamo, si è tenuta la Cerimonia di fine anno LUBERG. Una serata ricca di appuntamenti e interventi che hanno offerto a tutti i partecipanti l’opportunità di ascoltare le testimonianze di chi ha raggiunto l’eccellenza nel corso della propria carriera lavorativa e dare una risposta a due interessanti quesiti: quali sono i segreti che fanno di un professionista una star, in qualunque ambito lavorativo? Quali talenti, esperienze o competenze è necessario possedere per diventare i protagonisti di una storia di successo? Ospite della serata è stato Roby Facchinetti, lead vocalist dei Pooh e compositore di alcuni dei più grandi successi discografici italiani, che intervistato dal moderatore Fulvio Giuliani, giornalista di RTL 102.5, ha raccontato la sua personale storia, dai primi passi fino alla consacrazione sulle scene musicali a livello nazionale e internazionale. Accanto a lui, alla cerimonia hanno partecipato il presidente di LUBERG Domenico Bosatelli e il rettore dell’Università degli Studi di Bergamo e presidente onorario dell’Associazione, Stefano Paleari. Nell'occasione si sono svolte le cerimonie di proclamazione dei Neolaureati dell'anno, del Laureato dell'anno e dei vincitori del Concorso Letterario 2014. I neolaureati identificati da Luberg sono stati Mario Porzio (dipartimento di Scienze aziendali, economiche e metodi quantitativi), Martina Bruni (dipartimento di Lingue, letterature straniere e Comunicazione), Michela Previtali

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(dipartimento di Giurisprudenza), Mario Carrara (dipartimento di Lettere e Filosofia), Enrico Bacis (dipartimento di Ingegneria) e Laura Celsi (dipartimento di Scienze Umane e Sociali). Il Premio alla carriera è stato assegnato a Filippo Stefanini, Laureato dell'anno che ha dato lustro all’Ateneo in ambito nazionale e internazionale. D I V E N TA I M P R E N D I T O R E LUBERG CAMP Nel corso della serata si è alzato il sipario anche sul Concorso “Diventa Imprenditore - Luberg Camp”, con il quale LUBERG intende stimolare la capacità innovativa dei giovani più brillanti e aiutarli a diventare i leader del futuro. Il concorso sarà promosso da LUBERG in collaborazione con il Gruppo Lombardo dei Cavalieri del Lavoro, che aderisce al progetto con l’obiettivo di supportare gli imprenditori di domani e favorire il passaggio di competenze alle nuove generazioni. Il concorso valorizza l’originalità, l’ambizione, l’intraprendenza, la competenza, il bisogno di autonomia delle nuove generazioni, aiutandole a tradurre un’idea in un progetto concreto e vincente. L'iniziativa si rivolge a tutti i giovani del territorio bergamasco che non abbiano

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compiuto i 35 anni; le proposte più innovative saranno seguite da un gruppo di esperti di Luberg che supporterà nella ricerca di eventuali soci e/o finanziatori e fornirà l’assistenza necessaria per realizzare il progetto. La giuria che identificherà le migliori idee sarà composta da Domenico Bosatelli, Presidente di Luberg, Stefano Paleari, Rettore Università degli Studi di Bergamo, Ercole Galizzi, Presidente Confindustria di Bergamo, Giorgio Frigeri, Presidente UBI - Banca Popolare di Bergamo, Stefano Agostini, Amministratore Delegato Gruppo Sanpellegrino - Nestlè. Sponsor dell'iniziativa saranno UBI - Banca Popolare di Bergamo, Confidustria Bergamo e Sanprellegrino. COME ASSOCIARSI A LUBERG Se ti riconosci nella mission di LUBERG sostieni l’associazione: avrai l'opportunità di contribuire a valorizzare l'università di Bergamo e a rafforzarne il legame con la città. - I SOCI ORDINARI Tutti coloro che abbiano conseguito presso l'Università una laurea, un diploma universitario, una laurea (D.M. 509/99), una laurea specialistica, una laurea magistrale, in qualsiasi momento questo sia avvenuto, possono diventare soci ordinari mediante il versamento della quota annua associativa di 20 Euro per i laureati fino ai 30 anni d'età e di 50 Euro per i laureati oltre i oltre i 30 anni. - I SOCI SOSTENITORI S on o con s ide ra ti so c i so ste ni to r i dell'associazione le persone fisiche e/o giuridiche, gli Enti e le Associazioni che si impegnano a sostenere economicamente l'Associazione mediante un contributo annuale o una tantum. Per maggiori informazioni sulle modalità di iscrizione o rinnovo della quota associativa, consulta il sito Luberg.it alla sezione "SOCI".


*Golf di Mario Ugo Pasini Maestro di golf

Pitch e Chip

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a prima domanda che il giocatore di golf deve porre a sè stesso nelle vicinanze del green è che tipo di colpo vuole giocare per portare la palla a fermarsi vicino alla bandiera, quindi: ”E' meglio giocare un colpo alto o un colpo a correre?”... La risposta sta nel saper e poter gestire differenti colpi corti negli ultimi metri della buca prima di raggiungere il green, sostegno fondamentale per affrontare nel modo più completo e corretto le varie situazioni che si presentano sul campo, come superare un'ostacolo, uscire dall'erba alta o far semplicemente rotolare la palla sul green. Se pensate che la maggior parte dei colpi in campo sono giocati nei 100 metri finali della buca, capite l'importanza (per qualsiasi tipo di giocatore) di avere un buon gioco corto. Oltre al putting (che viene giocato sul green) e al colpo dal bunker (che viene giocato dalla sabbia) il giocatore può scegliere, di giocare dall'erba un PITCH se vuole un colpo con più volo e meno rotolo o un CHIP se vuole un colpo con più rotolo e meno volo, colpi che hanno la stessa funzione ma che si differenziano fra di loro per posizione, allineamento e swing producendo cosi traiettorie diverse. Innanzitutto, il PITCH viene giocato quando la palla deve volare alta ad esempio per scavalcare un'ostacolo o se si deve uscire dall'erba alta. In questo colpo è fondamentale avere grande controllo della distanza e precisione nel colpire la palla: i piedi che si avvicinano fra di loro, la palla posizionata al centro degli stessi

e il peso del corpo che viene spostato verso la gamba sinistra (giocatori destri) o verso la gamba destra (giocatori mancini) permettono al giocatore di essere più preciso e stabile durante il movimento. Un'allineamento leggermente più a sinistra (giocatori destri) o più a destra (giocatori mancini) del bersaglio crea quell'angolo di discesa verticale verso il terreno che deve portare la faccia del bastone a colpire la palla in maniera netta. Risultato di tutto questo, altezza nel volo e palla carica di backspin che al contatto con il green rimbalza poco e si ferma subito. Per giocare un PITCH corretto, si deve eseguire un movimento lento del corpo, usando una quantità di rotazione che deve essere correlata alla distanza da coprire coinvolgendo gradualmente spalle braccia e polsi. E' un colpo che va giocato con dei bastoni molto aperti (pitch, gap, sand).

Il CHIP, o colpo a correre, è un colpo che viene giocato intorno al green se non ci sono ostacoli da saltare e se la palla può rotolare. Può essere giocato sia con il grip normale che con quello del put, impugnando il

bastone più corto. Vista la nacessità di non far volare la palla ma di farla rotolare, il concetto di base è quello di togliere loft al bastone, per effetto della posizione della palla che viene posizionata davanti al piede destro, con il peso del corpo spostato verso il piede sinistro (giocatore destro) o piede destro (giocatore mancino) e le mani portate davanti alla coscia sinistra (giocatore destro) o verso la coscia destra (giocatore mancino). Il movimento da gestire sia per intensità lunghezza e meccanicità deve assomigliare molto a quello che si esegue con il put: sarà il poco loft che ha il bastone a far volare leggermente la palla e poi a farla rotolare sul green. Il movimento del CHIP deve essere corto indietro e lungo continuo in avanti, coinvolgendo spalle e braccia ma non i polsi. Le mani devono stare sempre davanti alla testa del bastone che deve andare verso il bersaglio bassa lungo il terreno. E' un colpo che va giocato con bastoni chiusi (ferri 9/8/7/6). Sono entrambi colpi di precisione e di sensibilità: per avere buoni risultati il consiglio è di allenarli costantemente di modo che possiate mantenere e migliorare il vostro feeling. Buona pratica.


*Cucina di Chicco Cerea

I

l 10 ottobre, in concomitanza della nascita della bellissima Sole, ho avuto il piacere di organizzare con l'amico Luca Cinacchi il fiabesco matrimonio tra Michelle Hunziker e Tommaso Trussardi. Gli altri chef che hanno partecipato con noi all'evento sono stati: Carlo Cracco, To n i n o C a n n a v a c c i u o l o , No r b e r t Niderholfer e i ragazzi del Trussardi alla Scala, oltre al bravissimo maestro pasticcere Luigi Biasetto Tornare a palazzo Trussardi, in via Osmano, in Città Alta, mi ha dato un emozione particolare. Non ancora ventenne - quindi si parla di qualche hanno fa, non troppi comunque… - già frequentavo questa prestigiosa maison. Anzi, proprio tra queste mura mi sono fatto le ossa nei servizi esterni che poi mi hanno portato in tutto il mondo. Qui ho vissuto le prime difficoltà, i primi imprevisti e anche i capricci dei vari ospiti che man mano avevo il piacere di servire. Famosa la serata del Primo dell'anno, quando l'onorevole Bettino Craxi volle conoscermi personalmente dopo la cena e, allungandomi una mancetta, mi disse che la cucina Trussardi aveva battuto due a zero la cucina della sera prima, niente popò di meno che di casa Berlusconi! La cosa mi inorgoglì a tal punto che per una settimana camminai sulle punte! Comunque, torniamo alla bella serata; noi siamo stati incaricati dei fingers e dei buffet iniziali. Avevamo delle stazioni di foie gras, con pan brioches caldo e fichi caramellati.

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Polenta con guancialino di vitello, baccalà alla Vittorio, moscardini affogati, zola dolce e un buon salame nostrano bergamasco. Patanegra di 36 mesi con pan tomato, un tavolo di sushi preparato dai nostri chef giapponesi e, immancabile, un tavolo con i formaggi principi delle Orobie. Dopodiché si passava al tavolo, dove ognuno di noi doveva presentare e preparare il piatto con tanto di inquadratura televisiva che veniva trasmessa in contemporanea in tutte le sale. Ogni portata si differenziava ed era personalizzata dal cambio di abbigliamento dei camerieri e della mise en place per ogni chef. Questo il menù: Tartare di tonno con carpaccio di fichi, mosto d’uva e gocce di yogurt (Enrico Cerea); Carne cruda di Vicciola con melograno e tartufo bianco d’Alba (Carlo Cracco); Riso Carnaroli all’olio e vongole, timo e limone (Antonio Canavacciuolo); Astice al latte di cocco, lemongrasse pesto marino (Ristorante Trussardi alla Scala); Sella di capriolo bietola - dressing alla nocciola e jus di ribes (Norbet Niederkofler). Dopo tutto questo ben di Dio si tornava nelle terrazze ricoperte e allestite per l'occasione, dove la faceva da padrone la torta nuziale di Biasetto e il nostro gran buffet di dolci. Il buffet era un trionfo di macaron, piccola pasticceria, pralineria, frutta fresca, dolci al cucchiao, creme brulè, bavaresi, gelati, sorbetti e salse di accompagnamento.

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Da qui in poi balli e musica, accompagnati da un ottimo open bar dei ragazzi del 1930 di Milano. Un applauso particolare a Luca Cinacchi, che magistralmente ha gestito la regia di tutto l'evento. Nessun particolare è stato trascurato! A tarda notte, stanchi ma soddisfatti per la bella festa, siamo rientrati in quel di Brusaporto alla Cantalupa.


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*Motori Saul Mariani

Mini, la prima volta a 5 porte: più spazio e più sorprese

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a nuova Mini 5 porte, la familiare della gamma, percorre per la prima volta le strade italiane. Una soluzione finora riservata soltanto alla Countryman e che rispecchia la grande flessibilità del progetto Mini, che coltiva l’ambizione di aprirsi a nuove possibilità. Le misure restano compatte, racchiuse in circa 4 metri, e charme ed esclusività restano immutabili. Rispetto al modello a tre porte ci sono  16 centimetri di lunghezza in più, mentre all’interno la maggiore abitabilità della vettura è dovuta ad un modesto aumento dell’altezza. Il bagagliaio ha 278 litri di capacità rispetto ai 211 del modello a tre porte. Confermato l’equipaggiamento già visto sul modello a tre porte: lo schermo da 8.8 pollici che racchiude l’infotainment, l’head up display, il cruise control adattivo, l’avviso di collisione con attivazione della frenata d’emergenza, gli abbaglianti automatici, il rilevatore di segnaletica e la telecamera posteriore. La vera novità è il  motore turbodiesel 2 litri TwinPower turbo. È un quattro cilindri da 170 cavalli e 360 Nm di coppia, che consuma  4.1

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litri/100 km nel ciclo misto, a fronte di una velocità massima di 225 km/h e un’accelerazione da 0 a 100 in 7''4. È disponibile anche nella versione a tre cilindri 1,5 litri turbodiesel, con 116 cavalli e 270 Nm, che consuma 3.6 litri/100 km e vanta i 203 orari con un’accelerazione in 9''4 da 0-100. Inoltre si possono avere due versioni  turbo benzina: 1.5 litri 3 cilindri da 136 cavalli (220 Nm), che arriva a  207 km/, passa in 8''2 da 0 a 100 e consuma 4.7 litri/100 km ed il 2 litri quattro cilindri della Cooper S

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con 192 cavalli (280 Nm) che tocca i 232 orari, consuma 5.9 litri/100 km e accelera in 6''9. A seconda delle motorizzazioni si potrà optare per il cambio manuale sei marce o l’automatico Steptronic con pari rapporti. Per i prezzi dei turbo benzina: Mini 5 porte 136 cavalli Cooper 21.500 euro; Mini 5 porte 192 cavalli Cooper S 27.750 euro. Per le versioni diesel: Mini 5 porte 116 cavalli Cooper D 22.750 euro; Mini 5 porte 170 cavalli Cooper SD 27.100 euro.


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*Sanità Dott. Stefano Bottini Odontoiatra

Un sorriso da star grazie alle faccette estetiche

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n sorriso smagliante e luminoso. Denti bianchi e splendenti capaci di comunicare più sicurezza e maggior vitalità. Un sogno per molti e una realtà per chi sceglie di affidarsi a un bravo odontoiatra per dare una nuova luce ai propri denti deteriorati dal tempo, dal fumo, da un certo tipo di alimentazione e stile di vita. Faccette in ceramica, corone o un semplice sbiancamento sono solo alcuni dei trattamenti a cui sottoporsi per ri-avere il sorriso di un tempo, come ci racconta il dottor Stefano Bottini, odontoiatra del Centro di Radiologia e Fisioterapia di Gorle. «Innanzitutto si parte da una visita per capire le esigenze della persona e vedere il livello di deterioramento dei denti – spiega il dottor Bottini - e studiare insieme a lei il percorso da intraprendere». L'innovativa tecnologia delle faccette estetiche permette di riavere il bianco naturale dei propri denti attraverso poche sedute. «Le faccette – prosegue il dottore – possono aiutare a superare problemi quali malformazioni dentali, diastemi (cioè il progressivo aumento dello spazio tra i denti), denti usurati anche dalla semplice funzione nel corso degli anni, fratture dentali e discromia dentale, magari causata da inefficaci trattamenti di sbiancamento dentali». L'operazione è semplice e non richiede la devitalizzazione dei denti. Le faccette sono delle sottili lamine in ceramica con

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spessore di 0,5 millimetri che vengono cementate sulla superficie esterna del dente, cioè sullo strato di smalto. «In questo modo rendiamo i denti più giovani, – prosegue l'odontoiatra – e per un tempo molto più prolungato se non illimitato». Quella delle faccette è una soluzione assolutamente non invasiva perché il dente non viene intaccato. Naturalmente, per essere efficace, il procedimento di creazione e applicazione delle faccette deve essere effettuato solo da esperti odontoiatri supportati da odontotecnici altrettanto capaci. «La preparazione a cui devono essere sottoposti i denti destinati ad accogliere la faccetta interessa soltanto lo stato superficiale dei denti stessi, lo smalto, per permettere la loro adesione ottimale – prosegue il dottor Bottini. - Una volta terminato il procedimento viene rilevata un'impronta delle arcate dentali del paziente che viene inviata al laboratorio odontotecnico». Le faccette quindi vengono create ad hoc e nella seduta successiva, una volta valutato il prodotto finito, si procede con l'applicazione vera e propria. «Il materiale utilizzato è il disilicato di litio, un tipo di ceramica molto resistente con una resa estetica uguale a quella del dente originale – spiega il dottor Bottini –. Questo tipo di intervento è però sconsigliato per pazienti affetti da sfregamento e serramento dei denti o qualora siano presenti

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precedenti ricostruzioni troppo estese». Laddove invece il deterioramento del dente sia a uno stadio ormai avanzato è consigliabile procedere con l'impiego delle corone in ceramica integrale o sistemi implantologici. In questo caso il dente viene devitalizzato. Le corone, composte dalle stesso materiale delle faccette, vanno a rivestire completamente il dente compromesso e rovinato. Altro trattamento è il classico sbiancamento che deve essere preceduto da una seduta di controllo a cui segue una seduta per pulire i denti dalle macchie che hanno intaccato l'estetica del bel sorriso. «Lo sbiancamento perde la sua efficacia qualora siano presenti otturazioni, capsule, ponti o altre protesi – spiega il dottor Bottini -. Questa metodica al plasma garantisce un risultato in soli 20 minuti, non ha controindicazioni ma per mantenere la brillantezza il paziente deve fare il trattamento di mantenimento a casa con una mascherina apposta che viene indossata durante la notte per circa due settimane e così il risultato sarà una bocca brillante e sorridente.»

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*Arte Mario Donizetti

Argomenti di estetica

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ra l’ anno 1790 quando Emanuele K a n t p r o p o n e v a u n a n u ov a maniera di concepire il rapporto fra la bellezza e il giudizio estetico. La “Critica del giudizio” costituiva il punto di partenza di tutti gli sviluppi che successivamente avrebbero portato all’ informalismo. Oggi, dopo duecento anni dalla prima pubblicazione tedesca della “Critica” e dopo soli ottanta circa dalla prima traduzione italiana, è necessario che il fondamento Kantiano sia sottoposto a maggior attenzione. Il punto di partenza teorico dell’ estetica Kantiana è il ritenere possibile un giudizio sulla bellezza di un oggetto che non dipenda dalla conoscenza dello scopo di quell’ oggetto. Per dimostrare che la bellezza è percepibile a prescindere dalla conoscenza dello scopo di un oggetto bello, il Kant esemplifica così: “I fiori, i disegni liberi, quelle linee intrecciate senza scopo che vanno sotto il nome di fogliami non significano niente, non dipendono da alcun concetto determinato e tuttavia piacciono”. (Kant, Critica del Giudizio, trad. Alfredo Gargiulo, Laterza, pag. 48). “E’ bello ciò che piace universalmente senza concetto” (op. cit., pag. 62). Noi però sappiamo, per esperienza degli avi e nostra personale, che il formarsi

degli intrecci dei fogliami è finalizzato alla vita della pianta e lo vediamo realizzato in modo perfetto secondo questa finalità. Gli intrecci dei fogliami piacciono perché rivelano l’ organizzazione finalizzata alla vita e ciò dà un piacere che però si può definire solamente del buono utile alla vita, ma non del bello estetico, anche se il bello estetico è utile alla vita. Che il giudizio sulla piacevolezza della forma della natura non sia estetico, contrariamente a quanto afferma il Kant, si dimostra così: che la natura persegua il suo fine noi lo vediamo nel passare della sua forma da una condizione ad un’ altra, ossia dalla vita alla morte. Se la natura è finalizzata, non può esserci nella sua forma nessuna contraddizione in relazione al suo fine e, perciò, anche nessuna contraddizione in relazione alla perfezione

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della sua forma, che è la forma del suo fine. E quando la forma di un oggetto sia definita perfetta rispetto al suo fine, si può dire bella perfettamente anche quando è ripugnante, ossia brutta, o non utile alla vita. Dunque, quando diciamo che la natura è brutta non lo diciamo per un giudizio estetico sulla sua bellezza. Quindi il giudizio non è estetico quando sia soggetto al piacere, o dispiacere, che dà una forma al gusto del nostro interesse vitale. Fa necessità così che quando diciamo che la natura è bella, il giudizio sia dato per una ragione di natura non estetica, ossia né bella né brutta in senso estetico, ma bella o brutta (che è un modo di dire non appropriato) per indicare il piacevole che promuove la vita o il dispiacevole che promuove la morte.

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*Spiritualità don Giambattista Boffi Direttore Centro missionario diocesano

Globalizzazione dell’attesa: una possibilità?

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l ritmo della vita è segnato dal domani. Sì, quando si conclude una giornata, grandi e piccoli guardano già oltre la notte, nel cuore si agitano certezze e desideri, serenità e fatica, verso l’alba di un nuovo giorno, l’attesa. Spesso la notte, soprattutto quando si è costretti ad attraversarla nella precarietà dei limiti e nella fragilità del proprio essere, mostra tutta la sua violenza di solitudine e sconforto, abbandono e povertà. A tastoni si fa strada l’attesa. In un guazzabuglio di sentimenti il cuore fatica a darsi ragione di un futuro. Nelle diverse età della vita, tra le tante esigenze che diventano bisogni, nella ricerca di orizzonti di qualità, negli anfratti dei desideri, parlare di attese vuol dire proiettarsi e, per certi aspetti, aggrapparsi al futuro. Se è facile decifrare l’attesa di un papà, di una mamma; se non è impossibile definire l’attesa di uno studente rispetto alla scuola o di un lavoratore per la sua carriera; se si circoscrive l’attesa di un malato nei confronti della diagnosi o del convalescente per la prognosi che per lui si è studiata, non è invece indifferente l’impatto con l’attesa del povero, dello sfruttato, dell’ultimo della società. E’ il mondo intero ad essere messo in gioco, con le sue logiche di mercato e il suo libero commercio, il suo accanimento finanziario e lo sfruttamento delle risorse. Un senza fissa dimora come un immigrato clandestino, un eterno disoccupato come la manovalanza sfruttata, un impoverito nella dignità e un mendicante del

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semaforo, gente come questa da quale attesa può essere attraversata? Forse vivere alla giornata è la triste ambizione di questo tipo di persone, la consegna di un’attesa senza futuro, legata al poco da mettere sotto i denti. Per me, cristiano, questa rapina del futuro non può che essere una provocazione. Il Vangelo riempie il presente di futuro. Ogni parola, ogni gesto, ogni incontro, hanno il sapore di un profondo presente e scavano, dentro la storia di ognuno, le ragioni del futuro. Così si fa strada la provvidenza che assume ora il volto della misericordia, ora quello della speranza. Noi, immersi nel tempo, sappiamo di portare dentro una tensione di eternità, la nostra è un'attesa intensa, operosa, feconda. L'attesa della fede ha una concretezza assoluta, compie guarigioni, restituisce dignità alla vita, raccoglie fatiche e passione, innamora della semplicità, libera dagli idoli e dalle schiavitù del potere. È qualcosa che riempie la vita. I cristiani, mossi da queste convinzioni e consapevoli dei loro limiti, fanno appello continuo alla globalizzazione di un'attesa così. C'è la consapevolezza di un mondo martoriato da tutto ciò che è effimero, che si spaccia per fondamentale, che illude rispetto a forza e potere. C'è la percezione di un'illusione generata dall'imbroglio e, purtroppo, dall'ignoranza. C'è la violenza che si accompagna ad ogni ragione di guerra.

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Ma c'è anche una possibilità infinita di bene! Proprio a questo credo sia dovuto il successo del Natale. Dove rimane accesa una fiammella di memoria, dove non è impossibile raccontare storie di carità e fraternità, dove si scrivono gesti di prossimità e gratuità, è già aperto il cuore al mistero di una nascita sconvolgente: nasce l'attesa di una vita. Potrebbe essere questo l'augurio e il senso di un Natale in tempi di crisi, potrebbe essere lo spirito da condividere come cristiani, l'annuncio da offrire a chi fa più fatica a credere, oppure non vuole nemmeno saperne, ma il Natale non riesce a lasciarlo da parte. In questa globalizzazione il dono dell'attesa ha proprio il volto di un bambino, quel Gesù, nato a Betlemme, che abita nel cuore di ogni uomo di buona volontà. Buon Natale!


Cult

Accademia Carrara, la data attesa è arrivata

Riapre le porte al pubblico il 23 aprile con un allestimento museale completamente nuovo, nuovi servizi per il pubblico, tante sorprese. Grande soddisfazione da parte del sindaco Giorgio Gori

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'Accademia Carrara riapre le porte al pubblico il 23 aprile con un allestimento museale completamente nuovo, nuovi servizi per il pubblico, tante sorprese. Un grande lavoro di squadra che ha visto impegnati istituzioni, storici dell'arte, conservatori, restauratori, architetti e ingegneri, parte organizzativa, staff di comunicazione e sostenitori privati, orgogliosi e attenti affinché il patrimonio fosse riconsegnato alla città al suo meglio. Dopo aver accresciuto il proprio prestigio all'estero con le mostre organizzate in alcuni tra i più importanti musei del mondo, Bergamo ritorna così protagonista della cultura e dell'arte italiana con i suoi tanti capolavori, molti dei quali restaurati durante il periodo di chiusura. Grande soddisfazione da parte del sindaco Giorgio Gori: «Dopo

6 anni di lavori e oltre 11 milioni di euro di investimenti pubblici, cui si sono aggiunti importanti contributi privati, il 23 aprile 2015 l'Accademia Carrara riaprirà finalmente le porte al pubblico, con un allestimento rinnovato, nuovi servizi tecnologici e di accoglienza, degni di una grande istituzione culturale. In occasione di Expo 2015 Bergamo ritrova una delle sue gemme più preziose». Ricordiamo che l’Accademia Carrara, fondata nel 1794, ha preservato capolavori assoluti della storia dell’arte, testimonianze dei secoli compresi tra il XV e il XIX di artisti quali Pisanello, Mantegna, Giovanni Bellini, Botticelli, Raffaello, Baschenis, Fra Galgario, Tiepolo, Canaletto e Piccio. Vanta i più importanti corpus di opere di Lotto e Moroni.

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a cura della redazione

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Cult

Piazza Verde, scelti gli scatti migliori

Mauro Bertolini ha emozionato con una fotografia in cui convivono natura, arte e fantasia. Fabrizio Maestroni si è distinto riuscendo a cogliere l’euforia e la dolcezza di una serata dedicata al paesaggio

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anno ritratto la storica Piazza Vecchia con angolazioni e colori tra i più suggestivi, lasciando che a risaltare fossero le creazioni uniche con cui è stata allestita in occasione della kermesse dedicata al benessere green, “I Maestri del Paesaggio - International Meeting of the Landscape and Garden”, organizzata dal 6 al 21 settembre 2014 dall’associazione Arketipos in collaborazione con il Comune di Bergamo. Adesso è toccato a loro, vincitori della terza edizione del concorso fotografico “Obiettivo sulla Piazza Verde”, godere del meritato successo con la premiazione di sabato 15 novembre presso Palazzo Suardi. Il contest, promosso da Arketipos, Gardenia e Bell’Italia e sponsorizzato da

Nikon, ha suscitato anche quest’anno un grandissimo interesse da tutta Italia, ma solo 72 proposte sono state ritenute conformi al regolamento e dunque ammesse alla gara fotografica. Ad aggiudicarsi l’ambito riconoscimento sono stati Mauro Bertolini e Fabrizio Maestroni. Il primo, che sarà premiato con una Nikon 1 S2, ha emozionato la Giuria composta da Lello Piazza, giornalista esperto di fotografia, Paolo Bellini, socio Arketipos, Matteo Carassale, fotografo di giardini e Leonardo Tagliabue, fotografo, con uno scatto in cui convivono natura, arte e fantasia; mentre il secondo, a cui andrà una Coolpix S3500 silver, si è distinto riuscendo a cogliere l’euforia e al tempo stesso la dolcezza di una serata

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a cura della redazione

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dedicata al paesaggio. A completare la top ten: Luca Guerini, Weiwei Hu, Manuel Formentini, Marcello Parigi, Jin Pinyu. Angelo Bertola, Giuliana Bertocchi, Sergio Galimberti e i restanti a pari merito. «Un concorso fotografico rappresenta sempre un’iniziativa eccitante. Si chiede infatti a un vasto pubblico di interpretare un tema con un linguaggio che non è quello della parola, ma quello, stupefacente della fotografia. L’eccitazione nasce anche dall’esperienza che avviene durante i lavori della giuria. Una giuria, che è composta da giudici diversi per cultura e sensibilità emotiva, e che deve formulare un giudizio ragionevole sulle fotografie scattate. Ma, è bene ricordare che l’elenco dei vincitori non è certo l’elenco dei migliori autori in “assoluto”, anche in questo caso, infatti, l’elenco si compone di coloro che più hanno emozionato questa giuria. Componete un’altra giuria e scoverete nuovi vincitori», sottolinea Lello Piazza. «I benefici del verde sono molti ed è un piacere constatare come questi portino con sé forme artistiche entusiasmanti come la fotografia. Gli scatti testimoniano un coinvolgimento pieno della cittadinanza alla manifestazione de I Maestri del Paesaggio che, con allestimenti anche provocatori, ha spinto tutti noi a riflettere sul valore della natura nell’ambiente urbano. È questo, infine, un concorso che ci permette di parlare per immagini mostrando, ancora una volta, la bellezza di Città Alta», aggiunge Leyla Ciagà, assessore all’Ambiente, al Verde Pubblico e alle Politiche energetiche del Comune di Bergamo. «Anche quest’anno - conclude il presidente di Arketipos, Maurizio Vegini - il Meeting ha richiamato a Bergamo migliaia di visitatori, donando alla città un’attenzione senza precedenti. Successo rinnovato dal concorso a cui hanno partecipato giovani talenti e appassionati della fotografia da tutta Italia, fieri di poter dare, in questo modo, il proprio contributo a una manifestazione divenuta ormai unica nel mondo».

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Cult

Teatro Sociale premiato in Europa

La giuria ha dato il prestigioso riconoscimento per «il restauro conservativo di questo pregevole teatro all'italiana interamente edificato in legno costruito nel 1808»

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l Teatro Sociale è stato insignito del Premio Europa Nostra, considerato il più prestigioso riconoscimento europeo nell'ambito del patrimonio culturale. La giuria ha premiato «il restauro conservativo di questo pregevole teatro all'italiana interamente edificato in legno costruito nel 1808» sottolineando che «il restauro ha rivitalizzato l'area intorno al teatro e quindi l'intera città». L’eccezionale progetto di restauro del Sociale era già stato premiato - insieme agli altri 26 progetti e iniziative provenienti da tutta Europa - in occasione della cerimonia europea di premiazione del patrimonio culturale tenutasi al Burgtheater di Vienna il 5 maggio 2014. La

cerimonia era presentata dal presidente di Europa Nostra, il cantante lirico di fama mondiale Plácido Domingo, e dall’allora Commissaria Europea per l’Educazione, la Cultura, il Multilinguismo e la Gioventù, Androulla Vassiliou. Nel 2014 sono state premiate cinque esemplari iniziative italiane: oltre al Sociale, la basilica palladiana di Vicenza e le case walser di Alagna Valsesia; il progetto di ricerca sulla costruzione romana a volta nel Peloponneso in Grecia; e l’Associazione Iubilantes di Como per il suo infaticabile servizio a favore del patrimonio culturale. Il Premio dell’Unione Europea per il patrimonio culturale / Premio Europa

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Nostra è stato inaugurato nel 2002 dalla Commissione europea e da Europa Nostra. I premi vengono assegnati in quattro categorie: conservazione; ricerca e digitalizzazione; contributi esemplari; istruzione, formazione e sensibilizzazione.

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Città dei Mille dicembre2014 gennaio 2015  
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