Page 1

Edoardo Rosso

shorts

effetĂŹ corporation - edizioni


e sei già oltre Il calore si rivela nel tremolìo liquido appena sopra le carrozzerie. “Sempre dannatamente sereno quando ci sono le gare - pensi, tra le auto parcheggiate, a passo nervoso verso il campo di atletica - una settimana intera di quella pioggia inesorabile, fine, ininterrotta... poi, il giorno prima delle gare, smette. Ed ecco un sole mai visto”. Se pioveva, rimandavano la gara. E tu avevi più tempo per allenarti. Non sei mai pronto quanto vorresti. Ogni volta dici “stavolta mi preparo bene, vado là senza ansie”. Poi arriva la gara. Il sole. E senti i muscoli prosciugati. Molli. Convinto di non essere allenato abbastanza. Di non essere per niente allenato. Anche quest’anno hai sperato che il professore ti iscrivesse ai cento piani. Una corsa veloce. Scatto, progressione, traguardo. Niente pensieri. Invece, anche quest’anno, ti sono toccati gli ostacoli. I centodieci a ostacoli. Padronanza assoluta del corpo. E ritmo. L’anello della pista è in pieno sole. Studenti e atleti affollano i gradoni di cemento della tribuna centrale. Senti le voci da lontano. Poi ci sei dentro. Il professore ti vede, sorride e ti passa la pettorina col numero. Ti siedi, estrai dalla tasca dei calzoncini le quattro spille di sicurezza. Appunti il numero alla maglietta. Nel fissare l’ultima spilla noti un lieve tremolìo della mano. La partenza dei centodieci è arretrata rispetto alla tribuna. Il vociare ora è lontano. Nel silenzio c’è il ronzìo di un aereo da turismo. «Ora leggerò i nomi - dice annoiato lo starter, un uomo basso, ispanico nel volto - quelli chiamati fanno un passo avanti, così formiamo le batterie» recita, come una litanìa il cui senso si è perduto a furia di ripetere.


Quinta corsia. Silenzio. Vento caldo. Odore di gomma e di prato umido. Dieci ostacoli per ogni corsia. Perfettamente allineati. Due atleti parlano tra loro. Usano tecnicismi. Uno indossa scarpette chiodate. Le voci si perdono, rarefatte nell’aria. «Proviamo una partenza?» chiede il professore. Non rispondi. Cammini su e giù. Lui si avvicina. «Ricordati il ritmo tra gli ostacoli, tre passi lunghi o cinque corti, ma cerca il ritmo...» Annuisci. «... attacchi con la prima gamba, tesa, poi la seconda subito a cercare il terreno... subito avanti...» Deglutisci. «Con che gamba parti?» Si china sui blocchi, poggia a terra la cartellina. «...con la destra» ti esce dalla bocca. Il professore prepara i blocchi. Poggi la scarpa dietro, poi quella davanti. Le mani a terra, pollice e indice tesi, entro la linea bianca. La pista è granulosa e morbida. Alzi gli occhi. Gli ostacoli visti dal basso, dalla prospettiva di partenza sembrano vicinissimi, come un unico tunnel. Alti. Forse più alti di quelli in allenamento. Forse anche più... «Prima batteria alla partenza» dice l’ispanico annoiato. “E’ la mia. Non c’è più tempo”. «Ai vostri posti...» Alza la pistola verso il cielo. “I blocchi. Lo scatto. Il ritmo”. «Pronti...» Sollevi il bacino, stacchi da terra il ginocchio. “Una gamba attacca, l’altra subito avanti”. Lo sparo. Un’eco nel vuoto. E sei già oltre.


il mare nel metro’ I colleghi più urbanizzati hanno già programmi low minute e last cost per il weekend-lungo di carnevale. Tu, invece, lo passerai sul manuale (l’ultimo appello di febbraio potrebbe essere quello buono). Eppure - sii sincero - non vorresti essere altrove. Tuttosommato. Stai in piedi, senza bisogno di sorreggerti. A quest’ora la gente crea un corpo compatto. Ovunque t’inclini qualcuno o qualcosa frena la tua caduta. Un braccio, una schiena. Il palo giallo. E infondo non vorresti essere altrove. Non vorresti essere in macchina, in coda, tra i fanalini rossi. Di un rosso più acceso di ciò che resta del giorno, fuori. Neppure essere già a casa: dovresti pensare alla cena. E poi alla giornata di domani. Ora, invece, puoi anche smettere di pensare. La routine sviluppa quel particolare sesto senso, quell’istinto metropolitano grazie al quale non devi neanche tener conto delle fermate. Il tuo corpo scenderà alla fermata giusta. Senza la partecipazione attiva del cervello. Puoi lasciarlo in stand-by in questa parentesi di “non attività”. Non del tutto fermo. Semplicemente libero, svincolato dai tuoi ordini. Spesso la fatica sta proprio nel farlo funzionare entro i binari della razionalità. Lui però lavora benissimo anche senza le nostre indicazioni. Se per tutta la giornata sei stato tu a guidare lui, ora gli cedi le briglie per un po’. Proprio come quando da bambino, in auto, sedevi sulle ginocchia di tuo papà che ti faceva tenere il volante per entrare in cortile e parcheggiare. Respiri col naso. Eviti le inspirazioni troppo profonde. Ti preoccupi di filtrare il più possibile l’aria - fa parte dell’istinto metropolitano. Tra odori, aromi, olezzi, profumi - naturali, chimici o industriali - ti sembra d’un tratto di distinguere il sapore del mare... Non odore di


fogna, non odore di marcio. Proprio il mare. Sole, sale, sabbia, per intenderci. A volte capita anche a lezione. Ti distrai un momento, guardi verso la finestra per vedere cosa c’è fuori, a che punto è la stagione... e senti quel sapore salino. Talvolta lo senti prima di addormentarti. L’aria della sera lo sospinge fino a te. Alla tua stanza. No, la spiaggia più vicina dista quasi duecento chilometri. Fisicamente è improbabile, ma tu senti l’odore di mare. Forse è dentro di te. Forse è un richiamo. Un desiderio. In queste mattine ancora fredde, il pensiero che anche quest’anno, prima o poi, arriverà l’estate ti dà forza. Comunque sia, nel tuo naso, ora, è distinto chiaramente. Quel sapore di acqua di mare che hanno i costumi da bagno stesi al sole. Quasi lo vedi, il mare. Come entrare in un dipinto impressionista. Il sole alto del primo pomeriggio, il luccichìo sulle onde increspate. Come Montale senza cocci aguzzi. Il vocìo dei bagnanti, pochi a dire il vero, non è ancora alta stagione... ... e all’epoca, finiti gli orali avevate troppa voglia di sole. Perché aspettare agosto? Prendiamo e andiamo, vi eravate detti. Stipati i pochi bagagli fatti in fretta - l’essenziale - nel baule della Polo di Fabio, avevate guidato con le ragazze fino a Noli, dove la zia di Monica aveva l’appartamento. In autostrada, mentre Fabio guidava da dietro i suoi Ray Ban a specchio improvvisamente tornati di moda, mentre le ragazze, dietro, dormivano - stravolte dalla serata precedente, consumata nei brindisi di addio alla letteratura greca - mentre insomma tutto scorreva verso quella che sarebbe stata la vostra lunga estate caldissima... seduto di fianco a Fabio, con la faccia contro il finestrino e gli occhi semichiusi verso la pianura che, autogrill dopo autogrill, si fa collina... nell’istante in cui il lettore cd passò da Help! a Yesterday ti colse uno strano sentimento... proprio sul primo accordo di chitarra qualcosa di dolciastro si era diffuso dalla bocca dello stomaco e iniziava a premere contro lo sterno... avevi


speso le ultime settimane sui libri per recuperare ogni pomeriggio perso a guardare le stagioni, per finire la tesina in tempo, per finire il ripasso generale “anzi il chiarir dell’alba”... c’era il sole di giugno, quello che fa di tutto per spingerti fuori casa... tutti vestivano leggero, ma nessuno ancora si era abbronzato, tranne quelli che lo sono tutto l’anno... poi l’attesa nell’atrio della scuola, il pubblico ufficiale che arriva con il plico sigillato, italiano, latino e la terza prova... l’orale... l’aperitivo-dopo-l’orale... tutto era corso troppo in fretta, gli eventi ti avevano travolto... Ora l’onda tornava indietro e alzavi la testa per guardarti intorno... ...all my troubles seem so far away... L’estate si presentava come un verdissimo e assolato altipiano. Del quale però non scorgevi l’orizzonte. Ora avresti camminato con calma, certo, ma ad ogni passo l’orizzonte si sarebbe fatto più vicino... Cosa al di là? Poi con Yellow submarine ti eri assopito sereno. Mentre le ragazze dietro dormivano. Mentre Fabio guidava la Polo da dietro i suoi Ray Ban tornati improvvisamente di moda. Vi eravate sistemati nel bilocale senza troppi problemi. La mattina preparare il caffè era un rituale di cui ti piaceva eseguire ogni atto con la cura necessaria. Andare in cucina senza svegliare nessuno. Prendere la caffettiera scomposta vicino allo scolapiatti. Poggiare la base sul fornello piccolo e riempirla d’acqua fin sotto la valvola. Collocare il filtro a imbuto. Poi, prendere il vaso di ceramica con dipinto “caffè” in blu e dosare con cura il macinato. Non premerlo troppo. Distribuire il caffè per tutta la bocca del filtro, con piccoli movimenti del cucchiaino usato di taglio. In fine, avvitare la parte superiore della caffettiera, accendere il fuoco e lasciarlo al minimo. Ti piaceva poi appoggiarti al piccolo tavolo che occupava due terzi della cucina. E attendere il gorgoglìo soffuso, poi sempre più marcato... nella penombra della cucina a tapparelle abbassate. Generalmente però eri l’ultimo ad alzarti. Quindi versavi il caffè ormai freddo, avanzato dagli altri, contavi ottantacinque centesimi


giusti e scendevi al bar sotto casa (in certi luoghi di mare ogni casa ha un bar-sotto-casa). Quell’estate tutto era pieno. Non pensavi al dopo. Disteso sul bagnasciuga, non sapevi dove saresti stato tra un’ora, dove avresti pranzato, cosa avresti fatto la sera o il giorno seguente. Non te ne preoccupavi. E non ti preoccupavi di non preoccupartene. Tutto accadeva senza doverlo programmare. Godevi la sola dimensione del presente. La vita ti scivolava addosso. Avevi intorno una spiaggia quasi deserta, un sole generoso, quattro amici stesi al tuo fianco, buoni libri nello zaino che avresti potuto liberamente scegliere di non leggere, o di leggerne due pagine sul terrazzino del bilocale, dopo la doccia della sera. Mentre le ragazze con i capelli fasciati negli asciugamani a turbante preparavano qualcosa che sarebbe stata la vostra cena... Un’età dell’oro concentrata in pochi giorni. Una pace dei sensi totale e fugace. Piena ed effimera. Non sapevi quanti anni sarebbero dovuti passare, quali paesaggi avresti dovuto traversare prima di capitare di nuovo in quella specie di parentesi chiara, in quel singolare momento di estasi. Di stallo... Da bambino spendevi i pomeriggi della stagione buona, sull’altalena. Nel dondolìo, il momento più bello era quando arrivavi in cima. L’esatto istante in cui si esauriva la spinta in avanti e iniziava la discesa all’indietro. Quell’impercettibile attimo di immobilità, di stallo appunto. Stendevi le gambe all’andata e le piegavi al ritorno. Tutti i movimenti erano finalizzati ad aumentare il godimento di quel solo attimo in cui eri così vicino al cielo. E la tavola di plastica su cui sedevi sembrava allontanarsi per lasciarti proseguire la corsa, oltre, verso i rami e l’azzurro oltre i rami. Forse non eri così consapevole da teorizzare la felicità dell’altalena ma allora - come quell’estate - eri


abitato da una felicità gratuita e spontanea. Una felicità che col passare del tempo, dei giorni, degli anni sarebbe divenuta la tua forza. Una sorgente inesauribile cui attingere nei momenti scuri. Poiché il ricordo di un momento felice è ancor più efficace della felicità del momento presente. Il cervello tende a ricordare solo l’attimo di felicità, trascurando il contorno di affanni che talvolta la felicità stessa genera. Una sorta di distillato di felicità. Un digestivo. E ora, che la prossima fermata è la tua, non importano gli affanni presenti ma le parentesi chiare. I momenti di stallo. Stridore di freni. Sbuffo di porte scorrevoli ad aria compressa. Flusso di scarpe, gambe, borse, zaini, cappotti. Scale. Ritorno alla dimensione del presente. Fuori. Eppure, nell’aria, di nuovo, odore di mare.


swimmingpool «Mi raccomando nèh, t’aspettano quattro settimane bollenti... E non per il caldo nèh, ma perchè si riempirà di bambini...». L’ingegner Giraldi è alto, abbronzato, oltre i sessanta. Baffo grigio sul volto corrucciato. Anche il suo petto è abbronzato, ricoperto di grigio e riccio pelo. Il ventre tondo da bevitore sormonta un costume rosso, che copre parte delle secche gambe abbronzate. Ascolto, attento, le sue indicazioni in dialetto piemontese. «Senti, posso farti un appunto...» dice. Non ho ancora cominciato a lavorare ma ha già da farmi un appunto. «Sì, certo...» dico ammirando quei lineamenti di anziano tennista, amico o parente dei proprietari o proprietario a sua volta (ancora non mi è chiaro) che mi ha bloccato all’ingresso degli spogliatoi. Sono le sei di un pomeriggio di giugno che ho trascorso seduto ad un tavolino, a pochi metri da quella che presto diventerà la “mia” piscina, circondato da persone (giovani e abbronzate) a me estranee ma tra loro molto in confidenza. Ho sudato. Molto. Da fermo. Quando mi sono alzato e ho detto «Beh, io vado. Allora comincio lunedì... alle otto giusto?...» nessuno si è accorto di nulla. Nessuno mi ha risposto nulla. Ho scostato la sedia di plastica bianca, ho preso gli occhiali da sole poggiati sul tavolino, mi sono voltato e sono uscito dalla zona piscina lasciandomi alle spalle diverse paia di sguardi fissi. In tutt’altra direzione. E’ stato nel breve tragitto piscina-spogliatoi che ho incontrato lo sconosciuto che chiamano “ingegner Giraldi” e che ora mi sta facendo un appunto. «L’altro giorno - prosegue - qui c’era un Open di tennis, va ben... e i bambini facevano una cagnara che... varda nèh... mi raccomando: càzziali, càzziali che sennò poi io devo cazziàre te... T’è capì... Tùt


chiar...» Annuisco. «Ben, vai pur à cambiéti». Entro negli spogliatoi, mi cambio e torno a casa. Ho da poco conseguito il brevetto da “bagnino di salvamento”: nuoto, apnea, prese, trasporti, rianimazione, cloro, ph... e ho accettato di lavorare per quattro settimane al Tennis Club. Alla piscina del Tennis Club. La piscina riservata ai soci del Tennis Club. Sono stato guidato al primo approccio con la vasca dal precedente bagnino, un ragazzo sotto i trent’anni, capelli rasati a zero, ben piazzato, abbronzato, sembra un tipo piuttosto riservato. Mentre mi istruisce circa aspirafango, controlavaggio, phenol red, DPD1, dicloro, tricloro, borbotta qualcosa in quello che più tardi scoprirò essere il tono dei soci: smorto e scazzàto. «Ah, poi... qui son tutti dei rompicoglioni...» dice. «Ah sì?» tento di sdrammatizzare accennando un sorriso. «Si, guarda... tutti dei rompicoglioni...» ripete in tono smorbio. Non sorrido più. Osservo attentamente i movimenti abili e disinvolti per montare l’aspirafango con cui pulirò il fondo della piscina che, ora costellato di terriccio rosso, apparirà azzurro agli occhi dei primi soci. Inizio a lavorare di domenica. Alle otto meno tre minuti giungo, in moto dal mio paese, al Tennis Club. Approdo e parcheggio. Nonostante l’ora piuttosto acerba noto che diversi posti auto sono già occupati: una cinquecento d’epoca, beige, lucida; una lambretta del ‘68, beige, lucida; una Giulietta, bianca, lucida. Abdul sta bagnando il vialetto d’ingresso. Lo saluto accennando al sorriso più ampio e sereno che mi riesce alle otto meno tre minuti del quindici di giugno. «Giao, giao... Eh, eh, eh...» dice con voce profonda, dall’accento


arabo. Il saluto è seguito da una sommessa risata gutturale. Sembra riconoscente di quel saluto, sincero: tra dipendenti. Sposta il getto d’acqua per farmi passare e io raggiungo gli spogliatoi. La mattina presto ai miei occhi ha sempre avuto un certo fascino: immaginavo la luce radente del primo sole filtrare negli spogliatoi deserti, immaginavo i campi di terra rossa silenziosi e umidi, immaginavo la piscina piatta come una tavola, come uno specchio d’acqua densa e compatta... Immaginavo. Entrando negli spogliatoi trovo un paio di borsoni colmi di racchette e tubi di palline gialle, integratori salini e fascette salva-goccia di sudore. “Mah... forse sono i maestri di tennis” penso tra me e me, in quel silenzio mattutino quasi sacro. Sfilo i jeans, resto in ciabatte, costume e maglietta. Lascio lo spogliatoio e mi dirigo verso la piscina. Ciaff, ciuff, ciaff... Ciaff, ciuff, ciaff... Ciaff, ciuff, ciaff... Arghhscchh, cranschh... L’acqua della piscina è tutt’altro che piatta... Un socio sta nuotando come un pazzo: terminata ogni vasca emette orribili versi col naso, pare voglia liberarsi delle tonsille... Il mio compito è quello di pulire il fondo vasca: con quell’uomo in acqua è impossibile. Penso che magari vedendomi arrivare capirà e uscirà, così comincio a preparare l’attrezzatura: srotolo il tubo dell’aspirafango, lo collego all’asta, lo immergo nella piscina... Tutto sotto gli occhi del socio che non accenna a fermare la sua folle nuotata. «Mi scusi devo pulire la piscina, dovrebbe uscire» dico sfruttando l’attimo di riemersione tra un’andata e un ritorno. «Dove posso stare?» propone con meccanica rapidità. «No, dovrebbe proprio uscire... la piscina apre alle dieci...» provo a persuaderlo. «Da dove inizi?» chiede lui. «Inizio da qui, ma» dico.


«Benissimo! Io mi metto di qua» rimango folgorato dalla fulminea risposta. «Ma, veramente...» quasi balbetto, a quell’ora del mattino non pensavo di dover articolare tante parole. «Cinque minuti ed esco, non sono qui per diletto» Sentenzia e si rituffa. L’ultima frase mi ha sconcertato: neanch’io sono qui per diletto... Ciaff, ciuff, ciaff... Ciaff, ciuff, ciaff... Ciaff, ciuff, ciaff... Arghhscchh, cranschh... Non faccio neppure in tempo a pensare, tantomeno a formulare, una risposta per il socio che quello ha già ripreso a sguazzare. Provo a iniziare il lavoro ugualmente. Ma il tipo di lavoro richiede l’acqua ferma. Decido di non correre il rischio di risucchiare l’uomo nella bocchetta dell’aspirafango. Vabè, aspetterò che termini il suo non diletto cominciando a spazzare per terra, mi dico. Mi è stato detto di spazzare il lato inombrato dai pini, poiché ai soci piacciono i pini ma non gli aghi di pino. Con la scopa di saggina spazzo via gli aghi di pino quando... Stok... stak... Stok... stak... Stok... stak... «Ahahrgghh... Cristuuu!!!Bastard! Mi lu sava già ca l’era trop bassa...» Stok... stak... Stok... stak... Stok... stak... Alzo gli occhi. Pochi metri più in là, oltre i pini, in un campo di terra rossa da poco bagnata, due soci tennisti si accaniscono su una pallina gialla, scaraventandola al di qua e al di là della rete con violente e rabbiose racchettate. Uno ha appena fatto punto. L’atro lo ha appena subìto. Poi, scomodato qualche santo in piemontese, il gioco è ripreso.


Il socio che nuotava se n’è finalmente andato e posso iniziare a pulire il fondo-vasca, quando... Un socio sui cinquanta, abbronzato, basso, peloso, catenina d’oro al collo, infradito nere, slip nero, Marlboro tra le dita inanellate, appare all’ingresso della piscina. Mi vede. Il suo volto entusiasta si rabbuia: «Non si può, nèh?» «No,» rispondo involontariamente seccato. «Troia bastarda...» borbotta ad alta voce voltandosi verso gli spogliatoi. Finalmente solo. Io e la piscina. Il fondo azzurro è costellato di terriccio, qualche capello, qualche sassolino. Passare l’aspirafango e osservare, come nelle pubblicità di prodotti per la casa, il netto contrasto “pulito-sporco” da’ una certa soddisfazione. Un senso di purificazione unico.


Edoardo Rosso nasce a Vercelli nel 1986. Coltiva la passione per la fotografia e la scrittura. Nel 2000 vince il premio “Carta bianca” dedicato alle scuole superiori dal quotidiano La Stampa. Nel 2003 Enrico Brizzi seleziona un suo racconto che pubblica sul sito www.enricobrizzi.it nell’ambito del progetto “Cartacanta”. Nel 2005 vince il premio letterario “Silvio Piola” organizzato dalla regione Piemonte e vola a Oslo per seguire la Nazionale. Sempre nel 2005 si aggiudica il primo premio del concorso “Raccontardiritto” organizzato dalla Facoltà di Scienze Giuridiche di Ferrara. Nel 2006 è tra i dieci finalisti del premio “Subway-letteratura” (IULM, Milano) nella sezione under 19. Numerosi suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista ZaiNet. Oggi vive a metà tra Vercelli e Ferrara dove studia giurisprudenza.

contact eddiemcgowan77@hotmail.com www.eddierosso.blogspot.com

Shorts  

Tre racconti di uno studente piemontese

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you