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L’arte è gratis


Studio Dieci L’arte è gratis Un trentennale 1971 2001 A cura di Serena Leale Carla Crosio Fiorenzo Rosso

Comune di Vercelli Assessorato alle politiche culturali Il sindaco Gabriele Bagnasco L’assessore Gianni Mentigazzi Il direttore Antonio Buonocore Coordinamento Katia Francese, Anna Roncarolo, Anna Bertola

Layout: Mersi Centro Stampa - Biella Art: Manuele Cecconello Stampa: Litocopy - Vercelli

Copyright © 2002 Studio Dieci Centro Culturale Via Galileo Ferraris, 89 - 13100 Vercelli www.studiodieci.org


STUDIO DIECI L’arte è gratis

UN TRENTENNALE 1971 2001


Nella foto di gruppo del 1971 il pittore Colzani con i fondatori di Studio Dieci. Da sinistra in alto: Guido Garzetti, Giorgio Berardi. Da sinistra in basso: Roberto Rosso, Carlo Vanoli, Sandro Bertola e Massimo Melotti


E’ DIFFICILE STABILIRE OGGI CHE COSA CI SPINSE A FONDARE STUDIO 10.

Erano anni in cui qualcosa nel mondo, nella società, stava cambiando ed anche nella più tranquilla provincia “l’immaginazione al potere” produsse qualche piccolo ma significativo mutamento. Per noi fu in effetti proprio il desiderio di uscire dall’atmosfera stagnante della provincia che ci spinse a crearci nuovi interessi che a noi, allora giovani, sembravano senza dubbio più stimolanti: una certa seppur vaga passione per l’arte, il cercare di creare un qualche collegamento con quel mondo esterno che si muoveva tumultuosamente. Ma, a pensarci con il senno di poi, la motivazione profonda fu il desiderio di costruire qualcosa insieme, di vivere un’esperienza comune nella quale ci si potesse confrontare e al contempo potesse servire come luogo di confronto di idee e di progetti. I giovani che posero mano all’impresa furono, se ben ricordo, Giorgio Berardi, Sandro Bertola, Carlo Vanoli, Roberto Rosso, il sottoscritto e ancora altri che gravitavano attorno all’associazione come Grazia Berra e Grazia Cavezzale. Si chiamò Studio 10 in quanto originariamente si stabilì che ben dieci dovevano essere le discipline su cui operare: dalle arti visive all’antiquariato, dalla poesia al cinema, dalla fotografia alla musica: il che sta a testimoniare il grande entusiasmo che ci animava ma anche la non poca confusione. Ebbene sì, volevamo creare a Vercelli un centro culturale a livello nazionale (almeno) dove giovani artisti, vercellesi e non, potessero esprimersi e dove presentare ciò che di interessante e di nuovo stava accadendo nel mondo. Conoscendo la città, pur nella nostra ingenuità, sapevamo che cosa ci aspettava. Roberto Rosso in un articolo di presentazione su La Sesia scriveva:” fare progetti è entusiasmante, cozzare contro il muro dell’indifferenza, deprimente”. Fu, diciamocelo, una scommessa persa. Studio 10 fu ignorato dai vercellesi per anni. Per anni di fronte alla vetrina di via Galileo Ferraris cittadini benpensanti e signore bene all’uscita dalla messa in S.Andrea, massaie dirette al mercato, giovani ambosessi , militari in libera uscita, sfaccendati, pendolari di ritorno in città, passarono imperturbabili di fronte a quello che un po’ pomposamente chiamavamo centro culturale, gettando una distratta occhiata o soffocando un commento scandalizzato. Eppure i locali generosamente offerti dal Comune (eravamo raccomandati) erano in posizione strategica; gli interni ideati da Giorgio Berardi e realizzati con un estenuante lavoro e con quintali di iuta, stucco e colla, che ancora oggi resistono, rievocavano una galleria minimal newyorkese; le opere che venivano di volta in volta esposte avrebbero dovuto suscitare quanto meno curiosità, se non interesse. Avevamo pure una stufa a cherosene, praticamente trafugata alla ditta Vanoli che, in inverno, al massimo della potenza, impediva il congelamento. Niente da fare. Mi ricordo intere domeniche mattina, solo in galleria, guardando fuori, mentre al di là della vetrina la gente che usciva di messa, passava guardandomi come si guarda un pesce in un acquario. Dopo mesi l’unica visitatrice fu una vecchina


con problemi di vista che entrò scambiandoci per il vicino negozio di articoli ortopedici. Nonostante quest’avvilente situazione, noi, presi dal sacro fuoco dell’arte, resistemmo e continuammo a sfornare una mostra dietro l’altra. Studio 10, nell’indifferenza generale, propose mostre di cultura locale, recuperando artisti e gruppi in parte dimenticati, fece conoscere qualcosa che accadeva al di fuori della cinta daziaria, ma, soprattutto, fu il banco di prova di giovani artisti vercellesi. Ed il suo grande merito fu proprio questo: essere riuscito, nonostante tutto, a mantenere un filo seppur esile con i cambiamenti culturali ed a permettere a giovani artisti, vercellesi e non, di confrontarsi. I vercellesi Fiorenzo Rosso, Carla Crosio, Serena Leale, per citarne alcuni, agli esordi, esposero a Studio 10, prima di cimentarsi in rassegne nazionali. E forse pochi sanno che in quelle due stanzette fecero i primi passi anche alcuni artisti non vercellesi che si sono poi imposti a livello internazionale. Studio 10 divenne sempre più un centro culturale ed espositivo qualificato e riconosciuto, mentre ancora si trascinava in città in una desolante indifferenza. Rivedendo le rassegne stampa del tempo è impressionante il numero delle iniziative realizzate, tutte con poveri mezzi, molte autofinanziate, ma in tutte si può cogliere la ricerca di una qualità che ignorava il provincialismo. Quante sono state? Sarebbe troppo lungo elencarle, ma una la voglio ricordare con particolare affetto. Non passò certo nelle cronache dell’arte ma è senza dubbio significativa di quell’atmosfera, alle origini di Studio 10, che si era venuta creare tra di noi e che poi la vita ha velocemente cancellato. Carlo Vanoli e Sandro Bertola esposero una serie di quadri corredati da poesie che vennero poi pubblicate in edizione limitata dal titolo Dalla materia alla vita/ e la vita si chiede perché. Carlo Vanoli scomparve pochi anni dopo, in modo repentino e tragico. Fu come se il nostro mondo fosse stato distrutto. La realtà uccise la poesia. Eppure, ancor oggi quando ci penso, ricordando quei versi, forse ingenui, mi piace pensare che avesse ragione lui; che amicizia, affetti, amore non siano parole vuote. Se siamo fortunati forse le incontreremo o forse no, ma è importante credere che ci siano: ci aiutano a vivere. Nella pagina accanto il direttivo del 1974: Massimo Melotti, Virginio Bertone, Marco Melotti, Fiorenzo Rosso, Vittorio Germinetti.

Massimo Melotti


PRODURRE CULTURA NOPROFIT

COME FACCIAMO TESTARDAMENTE DA OLRE TRENT’ANNI

rimane un’avventura di un mondo fanciullo dove gli uomini erano poeti… Ora tentando questo lavoro d’archivista fra ricordi, documenti, foto e ritagli stampa, non posso fare a meno di costatare quanto il nostro servizio culturale sia stato attento alla contemporaneità e così in anticipo sui tempi da risultare, paradossalmente, quasi invisibile. Nel giugno del 1971 un gruppo di studenti universitari decideva di “…smuovere lo stagnante ambiente culturale della città” così come aveva fatto il “Gruppo Forme” trent’anni prima. Ristrutturando una vecchia merceria nacque “Studio Dieci”, centro culturale aperto alle più varie esperienze nel campo delle arti visive ed un nuovo spazio espositivo che nel giro di pochi anni divenne anche l’unico. Non una “galleria” ma un luogo dove, oltre l’esposizione di opere di artisti contemporanei, si realizzava un “teatro” comunicativo, ora scenario, ora immagine. Tra i promotori di quella prima stagione ricordo Massimo Melotti, Giorgio Berardi, Carlo Vanoli, Sandro Bertola, Roberto Rosso, Guido Garzetti e Grazia Cavezzale. A loro va il merito di aver creato una struttura espositiva che è rimasta a testimoniare un rigoroso interesse per le arti visive, ancora oggi con caratteri di esclusività per Vercelli. Scriveva Roberto Rosso sul giornale locale “La Sesia” di martedì 15 giugno 1971 nell’imminenza dell’apertura dei locali di via Galileo Ferraris 89: “…il problema consisterà semmai nel riuscire ad ottenere quella generale comprensione senza la quale non è agevole svolgere tali attività; in questo siamo peraltro fiduciosi: è un esempio recente l’interesse mostrato ai nostri problemi dalle autorità comunali… e la sede fornitaci ne è una magnifica prova”. Qualche mese dopo, sabato 4 dicembre 1971, si inaugura ufficialmente l’attività di Studio Dieci con la mostra del pittore milanese Silvio Colzani. Un giovane Angelo Fragonara, che divenne poi assessore alla cultura ed ora attento professore al liceo classico, scriveva sempre sul giornale locale: “…Via Galileo Ferraris: due locali messi a disposizione dal Comune; alcuni giovani vi hanno lavorato con febbrile entusiasmo per renderli più accoglienti. Quadri alle pareti, vestite di pannelli di juta bianco gesso; nella prima stanza un telaio graticolato di legno nero divide ed isola, con soluzione originale, l’alta volta e dà un esito spaziale più raccolto. È la sede di Studio dieci un nuovo circolo culturale recentemente sorto… Perché intanto questo nome? Ce lo spiega Massimo (Melotti, n.d.r.), uno degli animatori del circolo, a nome dei suoi collaboratori: Studio dieci, perché dieci - ed il numero è ovviamente schematico e non pre-


clusivo di altre iniziative collaterali - sono le forme d’arte e di cultura che il circolo si prefigge come programma di base: pittura, scultura, letteratura, musica, cinema, fotografia, antiquariato, sport, moda, riscoperta delle tradizioni artistico culturali di Vercelli e del Vercellese… Tra i giovani, la nostra funzione vuole anche essere di provocazione; e se una qualche reazione noi avremo suscitato, vorrà dire che il ruolo di stimolo alla critica e al dibattito, che ci proponiamo, sarà stato assolto”. Da allora di anni ne sono passati trentuno. Il primissimo “invito” era una sorta di biglietto da visita ed il logo sulla vetrina era uno STUDIO 10 dove il dieci era scritto in numeri anziché in lettere come ora. La nostra preziosa “invisibilità” era tale che più di una persona passando davanti alla vetrina esclamava: “Ma cos’è questo studio io”. Nonostante molto sia cambiato e la nostra attività sia conosciuta e riconosciuta da un pubblico attento, la difficoltà

maggiore per chi si occupa di arti visive è proprio legata alla divulgazione nel “sistema dell’arte”. Nel corso di fotografia creativa che tenni a Studio Dieci negli anni ’80, cercavo di trasmettere agli allievi il concetto di “povertà di mezzi uguale ricchezza di risultati”. Questo concetto, che sta alla base di un lavoro artistico equilibrato, è anche un principio etico ed estetico che abbiamo sviluppato in molte occasioni espositive. Lo slogan “L’ARTE È GRATIS” è perfettamente in sintonia con la nostra condizione di centro culturale senza fini di lucro e siamo orgogliosi di aver creato una delle prime notfor-profit gallery italiane in tempi non sospetti. Abbiamo dato spazio a chi non ne aveva, realizzando rassegne e manifestazioni con l’unico scopo di diffondere l’arte in una piccola città di provincia, anticipando di oltre vent’anni il “trend” ora imperante della fotografia in galleria e nei musei “…appesa al chiodo”. Abbiamo organizzato in collaborazione con Ken Damy - a cui va tutta la nostra riconoscenza per l’aiuto disinteressato che ci ha sempre accordato - manifestazioni di livello internazionale come Fotografia sospesa nel 1984; le rassegne Contaminazioni nel 1984, 1985, 1986, 1987; Proposte per un museo di fotografia contemporanea nel 1989; Sguardi dal 45° parallelo del 1987 con il coinvolgimento di critici come Giuliana Scimè e Giuseppe Turroni, curatori ed essi


stessi autori. Grazie a Luisella D’Alessandro e a Denis Curti abbiamo avuto modo di selezionare giovani autori nell’ambito della Biennale Torino Fotografia come la bravissima Silvia Reichenbach che in tempi recenti, assieme a Obiso, Biamino e Briatta (altri autori cari a Studio Dieci), ha esposto con successo alla GAM di Villa Remmert. Del gruppo dei “torinesi” ricordo la trasferta curata da Massimo Melotti per la Regione Piemonte alla sala mostre della giunta regionale in piazza Castello con Contaminazioni - Tendenze della fotografia creativa in Piemonte dove accanto a Briatta c’erano anche Orbassano, Saroldi e Tovo (settembre 1987). Numerose sono state le personali dedicate alla fotografia di

Giuliana Scimè, Giuseppe Turroni e Ken Damy (ultimo a destra) all’inaugurazione di Sguardi dal 45° parallelo. Nella pagina seguente: Ettore Libralato alla sua personale con Massimo Melotti.

ricerca: dagli autori storici come Mario Giacomelli ai naturalisti come Vittorio Pigazzini, dalle foto di moda di Oliviero Toscani, Gianpaolo Barbieri, Fabrizio Ferri, Giovanni Gastel alle raccolte dei fotografi di scena delle grandi case di produzione hollywoodiane, dai “maestri” come Ken Damy o Franco Fontana agli ”allievi” come Cinzia Moretti, Daniele Pocaterra, Maria Grazia Federico, Enzo Rosamilia, Mimo Visconti, Giancarlo Tovo, Carlo Javicoli, Gianni Pezzani, Marco Saroldi, Fiorenzo Rosso, Maurizio Briatta, Mauro Trebbi, Carmelo Buongiorno, Renato Begnoni, Marco Santoro, Salvatore Comodo, Salvatore Zito, William Masetti, Pier Luigi Vannozzi, Beniamino Terraneo, Paolo Ielli, Grazia Toderi, Franco Arena, Pier Angelo Cavanna, Carlo Truffa, Gian Marco Agazzi, Fabrizio Briganti, Marco Ambrosi, Angelo Lopiano, Riccardo Marola, Olivo Barbieri e tanti altri ancora. Oltre ad un particolare interesse per la fotografia, la collaborazione con gallerie come “il Brandale” di Savona, “Fluxia” di Chiavari, “Cons Arc” di Chiasso, istituzioni come il “Museo di fotografia Ken Damy” di Brescia , la “Biennale


Torino Fotografia”, il “C.R.T.” di Milano, la “Casa degli Artisti” di Luciano Fabro ci ha permesso di realizzare anche scambi culturali di notevole qualità in settori apparentemente lontani (The platypus group, 1989; Matteo Donati, Dario Rimoldi, Riri Negri, Antonello Ruggieri, 1987). Nelle salette di Studio Dieci sono stati presentati autori come Grazia Toderi (1989), Stefano Pisano (1990) o Enrica Borghi (1995) prima delle loro affermazioni internazionali. L’allestimento sonoro realizzato appositamente per Vercelli nel chiostro di S.Andrea da Christina Kubisch nel 1985, reduce dalla Biennale veneziana; la rappresentazione al teatro Civico di Arrivi e/o partenze di Boleslav Polivka nel 1983; la mostra sull’astrattismo storico di Vinicio Berti con Paolo Favi e Francisco J. Smythe, rimangono a testimoniare manifestazioni eterogenee di grandi sforzi organizzativi ma anche di particolari soddisfazioni per la risposta partecipativa del pubblico. Nel 1988 nell’ex chiesa di Santa Chiara con Luoghi naturali e nel 1990 con Luoghi simbolici abbiamo voluto indagare sui “luoghi dell’arte” attraverso una contaminazione fra generi; gli artisti coinvolti erano: Flavio Catalano, Antonello Provenzale, Carlo Alberto Zabert, Vittorio Pigazzini, Ken Damy, Clinio Giorgio Biavati, Paolo Ielli, Fiorenzo Rosso, Mauro Trebbi, Federico Chiales, Franco Arena, Antonella Spalluto, Leandro Agostini, Giuseppe Bonetti, Carlo Cantono, Sergio Fossataro, Ruggero Maggi, Gonzalo Zuniga Angel, Riccardo Marola, Pier Luigi Vannozzi, William Masetti,

Angelo Lopiano, Stefano Pisano, Zheng Rong. In vari periodi ci siamo occupati di cinema sperimentale: dalle primissime serate alla sala Tizzoni con gli Incontri col cinema a passo ridotto presentati dal critico Pino Farinotti (1978) alle proiezioni al salone Dugentesco coi “corti” di Manuele Cecconello, Franco Gabotti e Roberto Sbaratto (1998). Dalle proiezioni alle mostre sul Cinema fotografato curate dal critico Guido Michelone con immagini originali delle foto di scena dei grandi film americani ed italiani degli anni ‘40 e ‘50 (1982) , sulle Divine dell’epoca nazista (1985) ed anche l’esperienza televisiva con Corrado Pani alla RAI di Torino da cui nasce Bel Ami, immagini dietro le quinte (1979). Sempre nel 1985 produciamo e realizziamo il film Secondary implant with Choice mark IX lens, cortometraggio sperimentale presentato al festival del film medico settoriale di Cannes; ne traiamo l’occasione per una proiezione dibattito col prof. Giancarlo Bosso, il prof. Giuseppe Bo e Mons. Cesare Massa con buon riscontro di interesse attorno ad un tema così intimo come quello della “visione”. La mail-art ha avuto vari spazi sia con la realizzazione della fanzine “Audax” curata da Angelo Lopiano e spedita in tutto il mondo, sia con l’“I.M.A.M. - International Mail Art Museum che ha prodotto due mostre curate da Gian Piero Prassi nel 1989 Chaos e


Who? nel 1990. Alle prime mostr di Silvio Colzani, 1971 e Gianfranco Mongiardini, 1971, seguirono dibattiti Forme di partecipazione dei giovani nella società italiana degli anni ‘70, proiezioni Attività sportiva dell’Alfa Romeo e mostre: Lavori degli allievi della scuola speciale per portatori di handicap Villa Cingoli, Roberto Carati, la collettiva Pier Luigi Degara, Alberto Dessì, Fiorenzo Rosso, Guido Tassini, Renato Tonello, poesie e disegni di Carlo Vanoli e Sandro Bertola, tutte nel 1972. Le collettive Borga-Cecconello, Barberis-Perazzo, i monotipi di Anna Zancardi, Angelo Varvello, la collettiva-manifesto antifotoamatoriale con Andreoli, Donati, Dell’Orbo, Foglizzo, Galleani, Lojacono, Luparia, Rosso, Zucco e la mia prima personale nel 1973. Del gruppo iniziale era rimasto Massimo Melotti al quale si aggiungevano Fiorenzo Rosso, Marco Melotti, Virginio Bertone e Vittorio Germinetti. Esordimmo con la riscoperta del Gruppo Forme con Bosio, Donna, Fabiano, Leale, Roncarolo, E. Rosso, Tricerri , con Immagine o fotografia e con la prima edizione di L’amore a Studio dieci,

1974. L’anno successivo: Le icone della comunità di Bose, la Ricerca sui canti popolari del vercellese con musica dal vivo de “I gallinacci” e la raccolta dei ritratti dei primi studi fotografici vercellesi come Masoero, Costa, Castellani, 1975. Tre concerti-dibattito a S. Chiara, 1977, L’immagine a Vercelli, 1977, la collettiva Rosso, Del Nero, Rosso, Zanirato, 1978, i Reportages a Studio dieci, 1979, Il cinema fotografato, 19801982. Gli impegni lavorativi ed universitari avevano reso saltuaria la partecipazione attiva dei soci, cosicché mi trovai da solo a gestire uno spazio che ancora oggi considero un’isola nel panorama cittadino. E si sa da un’isola non si può evadere… Nei primi anni ’80, in un periodo oscuro per la nostra sopravvivenza (manifesti “Nel silenzio esasperato” e “Arte come soglia”, 1983), Gian Mario Coppo, a cui Studio Dieci deve molto, realizza alcune grandi manifestazioni; prima fra tutte Music for meditation un’installazione sonora dell’artista tedesca Christina Kubisch. Affascinata dalla magia del luogo, la Kubisch crea una ragnatela di cavi, tesi tra le colonne del chiostro della basilica di S. Andrea, che trasmettono canti gregoriani, rumori del mare e suoni naturali. I visitatori, muniti di cuffie, passeggiano come monaci tra i vialetti traendone particolari emozioni. Indimenticabile esempio di “riuso del territorio” che ancora adesso a distanza di vent’anni mi sembra riassumere il significato più profondo del fare arte coinvolgendo il pubblico. Faranno seguito alcune rassegne dal titolo Paesaggio con figura,una di queste realizzata presso la Sala delle colonne di palazzo Verga (1984, 1985, 1986, 1987) con


Sergio Floriani, Franco Gabotti, Anna Zancardi, Francesco Montagnini, Giuliana Rosso, Giorgio Seri, Santo Leonardo, Roberto Priod, Serena Leale, Daniela Alastra, Gianni Russomando, Angelo Molini, Laura Mazzeri, Monica

Falcone, Alfredo Nappi, Ettore Libralato. Altre mostre saranno dedicate all’Arte scrittura come Extrastrong (1982), Pan-ikon (1983), Vai pazzo mondo, Studio dieci saluta la cometa di Halley (1985), Feria di viaggio: Maria (1987) queste ultime realizzate con proiezioni, ombre, fotografia “small shot size” usa e getta, come sempre in anticipo sui tempi… Gli anni 1988-89 e 1989-90 sono stati ricchissimi di mostre dedicate alla fotografia creativa ma anche alla mail art, alla pittura, alle installazioni: Paolo Ielli, Franco Arena, Pier Angelo Cavanna, Carlo Truffa, Luoghi naturali, dalla fotografia alla pittura - parte prima, Gian Mario Agazzi, Fabrizio Briganti, Marco Ambrosi, Maria Grazia Toderi, The platypus group, Serena Leale, Incisioni, Francesco Montagnini, Proposte per un museo di fotografia contemporanea, Mauro Trebbi, Salvatore Comodo, Marco Santoro, Mail art project, Francesco Leale, Mario Guida, Renato Begnoni, Rossana Turri, Salvatore Zito, Pier Luigi Vannozzi, William Masetti, Creatività e manipolazioni e Luoghi simbolici - parte seconda. Tra il 1991 ed il 1993 Studio dieci subisce una brusca fermata. Poche mostre tutte realizzate con grandi sacrifici economici dovuti al totale disinteresse delle amministrazioni locali dell’epoca e della poca lungimiranza degli sponsor bancari. Degna di merito l’intensa personale di fotografie in bianconero di Manuele Cecconello nel 1992 e la collettiva

Cristina Kubisch nel chiostro di S. Andrea verifica l’installazione Music for meditation. Nella pagina precedente: inaugurazione della mostra Gruppo forme


che festeggiava un ventennale “dimenticato”: Studio dieci 1972-1992, vent’anni di servizio culturale alla città di Vercelli con una esposizione emblematica dei due aspetti della fotografia creativa italiana da noi privilegiati. Nella prima sala lo storico Mario Giacomelli, l’emergente Carmelo Buongiorno ed il concettuale Maurizio Briatta. Tre esempi di immagini creative basate sulla composizione e sulla texture usando le tecniche ed i modi della fotografia tradizionale. Nella seconda sala la delicata poesia simbolica di Silvia Reichenbach fa da collegamento con la manipolazione in chiave pop di Mauro Trebbi e con i lavori degli allievi del corso di fotografia dell’Università Popolare di Vercelli a cura di F. Rosso e Serena Leale “per augurarci una continuità propositiva…” , come recitava la brochure. Dagli anni ’90 entrano a far parte di Studio Dieci Serena Leale, prima simpatizzante e collaboratrice ora presidente e Carla Crosio, che segue in particolare la scultura le installazioni ed i giovani autori (Trespassinger).Con loro, oggi, condividiamo l’impegno a seconda delle specifiche competenze. Nel 1994 in collaborazione con il Comune di Vercelli riprende la programmazione espositiva: Riccardo Marola, Antonio Rizzello, la collettiva dei curatori Crosio – Leale - Rosso; nel 1995 Enrica Borghi, Marcello Leone, Pietro Elia, Danilo Conti, la manifestazione internazionale di aerosol art a cura di Cristiano Luparia Cromatica con 500 mq di muro dipinti dal vivo dai più noti esponenti della cultura hip hop mondiale; La caverna telema(n)tica curata da Lucio Cabutti col quale inizia una concreta collaborazione; Mario Baratelli, Belio, Tiziana Paganelli, Cristina Pisani. Nel 1996 Max Bottino, Poesie a colori in collaborazione con l’Atelier ducale di Mantova e l’Archivio di nuova scrittura di Milano, 100 %- cento artisti formato 10x10 a cura di M. Tagliaferro e A. Cavallazzi; Paolo Borrelli Sospeso nel tempo a cura di Francesco Tedeschi, Pierluigi Bottazzi, Mario Pais de Libera, Colori e forme delle terre d’acqua con Sileno Chiloni, Vito Lupo, Elio Vittonetto, Ubaldo Rodari, Giustino Caposciutti, Il cielo contaminato a cura di Lucio Cabutti, Giovanni Bonardi, Piergiorgio Panelli, Daniela Maestrelli, Maria Luisa Borra. Nel 1997 Renato Galbusera, Cristina Olivo, Giuseppe Basile, Gaetano Turri, Anna Caccia, Domenico D’Aria, Altre alleanze a cura di Gabriele Perretta, Francesco Montagnini, antologica a cura di Lucio Cabutti, L’immagine delle terre d’acqua - Il Vercellese visto dai giovani fotografi nell’ambito di Alta marea - Biennale internazionale del Mediterraneo, Roberto Ricca, Roberto Carati, Guido Tassini, Luca Barbieri, Carlo Re. Nel 1998 Il cinema fotografato proiezione di tre corti di Cecconello, Gabotti, Sbaratto e mostra delle foto di scena, Massimo Delleani, Gino Baratta, I pittori del giudizio 400 anni dopo, Leale Crosio - Rosso, Elettricamente di Gian Piero Prassi, Antonio

Nella pagina precedente: appunti di Cristina Kubisch per Musica for meditation.


Pizzolante, Giorgio Presta, Luigi Sergi, Giovanni Sesia, Marcello Ronco, Alberta Chiabrando, Gianni Zanello, Nicoletta Tortolone, Alessandro Pianca, Michele Protti, Giampiero Rosso. Nel 1999 Andrea Mazzei, Damiana De Gaudenti, Pietro Elia, Pietro Chiodo, Susanna Spezzani, Mario Baratelli, la prima rassegna dei Trespassingers con Vittorio Ranghino, Simone Panella, Andrea Varisco, Luca Casellino, Antonio De Luca, Flavio Rigolino, La via della Croce a cura di Marco Rosci in collaborazione con la comunità Aravecchia, Emilio Tricerri, Luigi Paparo. Nel 2000 Francesco Perugini, Franco Garin, Gregg Simpson, seconda rassegna Trespassingers con Barbara degli Esposti Fragola, Luca Colavero, Davide Borriello, Damiano Bricco, Lorenzo Bricco, Fabio Crepaldi, Roberto Palermo, Francesco Leale, antologica a cura di Marco Rosci, Laura Mazzeri, Angelo Molinari. Nel 2001 Beniamino Terraneo in collaborazione con la galleria “f45” di Milano, Ken Damy in collaborazione col Museo Ken Damy di Brescia, Double Face interazione tra fotografia e pittura in collaborazione col centro “Le venezie” di Treviso, Patrizia Girardi, Ennio Cristina Kubisch nel chiostro di S. Andrea verifica l’installazione Music for meditation. Nella pagina precedente: inaugurazione della mostra Gruppo forme


d’Ambros, terza rassegna dei Trespassingers con Diego Pasqualin, Simona Gallione, Gaia Rosazza, Francesco Gonzales, Andrea Pescio, Leonardo Amato, Sguardi sul sistema dell’arte tre conferenze-dibattito con Massimo Melotti, Chiara Guidi e Denis Curti; Mario di Giulio, Antonello Sardellino, Serena Gallini con una presentazione di Piero Cavellini, Progetto incisione, Sogno di terre d’acqua, Giorgio Sambonet antologica con una presentazione dell’opera letteraria a cura di Giusy Baldissone. Quest’anno 2002, dopo la prima edizione di ExPorsi ideato dal Comune di Vercelli, curato da Elisabetta Della valle con la partecipazione di Studio dieci con Carla Crosio, abbiamo iniziato la trentunesima stagione espositiva con In vetrina, cinque performances che inaugurano un nuovo modo di intendere, organizzare e fruire l’evento artistico. In alcuni casi i visitatori non potevano accedere all’interno della galleria ma “godevano lo spettacolo” solamente dalla vetrina. In una sorta di shopping artistico, dove la gratuità si è trasformata in pretesto per dibattere sullo stato dell’arte contemporanea, si sono alternati C’era una volta il Circo dell’Arte con Antonio De Luca, Damiano Bellarosa, Davide Borriello, Francesca Agosta, Jessica Bellarosa, Puntointerrogativo con Davide Borriello e Davide Motteran, Fragile con Ada Sola, coordinamento Carluccio Rossi, Versi traversi con Gian Piero Prassi e Lino Molinario, Foll’of(f) con Luigi Acerra, Francesca Agosta, Silvia Bichisao, Enrico Paronuzzi Ticco. Le azioni, filmate in digitale sono state riproposte in video-vetrina ed on-line sul sito www.studiodieci.org. In conclusione le tre proposte dei curatori di Studio dieci S1, S2, S3. Il futuro è nella stagione 2003 curata da Davide Borriello dal titolo Il sabato del Villaggio, realizzata in nuovissimi spazi con Alessia Meglio, Antonio De Luca, Carolina Zanotti, Carlo Dulla, Valentina Celsi, Damiano Bellarosa e Antonio Marcos Blanco, Sara Bernabino, Fittizio, Skenè Teatro Team, Noego.

Fiorenzo Rosso


ABBIAMO FATTO DI STUDIO DIECI UN LUOGO FORTE,

uno zero, una roccaforte. Parteciparvi è stata una progressiva azione di riconquista: di sé stessi innanzitutto, di ogni intento progettuale che sembrava di per sé essere il rimosso proprio di quegli anni (come di sempre) e come artisti lasciarsi sedurre dal gioco della vertigine e dall’ebbrezza del vuoto cui si accompagna. L’ultima ragione, l’avventura e l’intrapresa accalorata di essere della città per aprirsi all’espansione verso la città ed al mondo. Per questo ci siamo avvalsi soprattutto di installazioni aperte ai diversi luoghi di rilettura della città: Santa Chiara, Palazzo Verga, il chiostro di S. Andrea, con progressive aperture di rilievo anche internazionale (C. Kubitsch). Nei contenuti, alle volte oltranzisti come in quest’ultimo caso, centrato sulla riacquisizione da parte del soggetto delle dinamiche - allora nuove - legate all’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, con inserimenti nella videoarte, ma anche con ogni altra esperienza, dalla performance di F. Gabotti a di D. Alastra… sempre disposti alla riconduzione degli “spazi d’arte” in itinerari, percorsi nella teatralizzazione degli spazi e dell’opera, essendo il lettore l’unico “filo rosso” e il fuoco nella sistemazione unitaria di ogni azione interpretativa. Lettura e rilettura dello spazio organizzato di un ribaltamento percettivo. L’arte che precede i dati del mondo o il mondo stesso come sorpresa, ultimo atto di una creazione non conclusa ed il proprio io (così fragile, da far paura) di nuovo al centro, per una legittima ricomparsa. Il problema è l’immaginario: abbiamo anche noi ritenuto che il tutto fosse prova e per noi il privilegio e la colpa di esserne autori, come se questo nascesse, fosse nato da e per noi e l’arte una riemersione di questo stato, il sospetto, una prova indiziaria, un’allusione di questa natura antica, preesistente di arte come mondo creato, espansione del nostro corpo, della nostra persona. Abbiamo una giustificazione: volersi diamante in fondo al cuore, nodo nell’anima in una pretesa riappropriazione della nostra centralità ci è servito a battere l’alienazione, indotta e costante, cui il nostro immaginario pareva altrimenti volerci condannare, e qui per immaginario si intende la scheggia impazzita del sociale e delle sue apparenze. Esulano la nostra volontà, sono “rappresentazioni”. Oggi e a distanza di anni Studio dieci continua a disporsi a questo genere di mondo metabolizzando e rielaborando quello che per noi è il reale secondo le stesse intenzioni e con momenti di realizzazione spesso felici per l’iniziativa di S. Leale, C. Crosio e, nel settore cruciale delle istallazioni e degli allestimenti “in itinere” e del coordinamento, di F.Rosso. E qualcosa è cambiato. Forse l’immaginario non nasce con noi, ma preesiste, “è già lì” (R. Barthes) e allora l’arte non è la riemersione di una genesi e di uno stato di natura felice. L’arte è una difesa, la scrittura di una trincea: c’è da temere dal proprio immaginario. Al limite una testimonianza e le pratiche dell’essenza soltanto una maniera per non


essere invasivi, non più di tanto. Anche perché qualsiasi mansione progettuale non è accettata e genera il deserto o la guerra. Nel villagio globale la centralità ritrovata affonda nel buio di ciò che è ancestrale e senza nome e si ripiega nella natura matriarcale, nei meandri del mito. Gli imprevisti di ogni eccesso simbolico generano mostri: il teatro è forse una stanza chiusa, una cella di contenzione in fondo ad un Ospedale, senza collegamento né decantazione di passioni collettive. Il teatro non è una casa, non è la piazza, forse il confessionale, né nexus né sexus. È lo stesso processo di identificazione di qualsiasi territorialità ad essere messo in discussione e l’arte visiva, in questo contesto, rimane un povero oggetto quando non è soltanto l’oggetto di una astrazione, una perversione, un ripiego. Eppure la conoscenza passa per riacquisizioni dell’opera e degli spazi dell’allestimento e la coscienza della propria centralità, in qualsivoglia processo di lettura, continua nelle pieghe del discorso come cuore pulsante, forse un reperto, ma è vivo.

L’effrazione e lo sguardo L’uomo che guarda attenendosi all’atto è un segreto sognato, profondo, l’irrimediabilità e la confidenza con il proprio stallo: le cose si sono succedute e non per una qualche guerra si sono risolte in niente. Il perso dell’essere è al piano di sopra, ti pesa addosso, permane. Guardo il mondo traversandone l’opalescenza come un enigma, senza ragione. L’arte non lavora per modelli e la materia che incombe vi si trasforma come in un mare e il nostro sgurado è la ragione del pesce. Trasalire, trasecolare, un linguaggio slogato: c’è poco da dire, le novità non si incontrano per caso, ci sorprendono. Per cui qui e adesso e questo gelato e questa stazione tutto molto buono e in fondo in fondo del tutto e il fondiccio di un piccolo cuore svagato, in vena di rassicurazione: ora non c’è più l’occasione del vuoto che possa tradire, un inciampo. Il vuoto resta il limite di una risoluzione finale: è tutto pieno e testimoniato. Scrivo con la sabbia e altre piccole cose, appunti di viaggio in fondo al mare, ancestrale, vecchio come il mondo.

Gian Mario Coppo


ERA TANTISSIMI

ANNI FA, NON VOGLIO RICORDARNE IL

NUMERO. Ma ero in quel periodo cruciale dell’esistenza umana in cui iniziano a maturare i primi interessi culturali, fatti magari, semplicemente, di un modo diverso di ascoltare musica o di avvicinarsi più o meno furtivamente alla biblioteca paterna. A quell’epoca, come anche adesso, amavo molto passeggiare in città: una passione condivisa dai miei migliori amici di ieri, tutti praticamente compagni di liceo, con i quali, pur vedendoci ormai di rado, è rimasta intatta la solidarietà, la goliardia e la fratellanza. Passeggiando appunto per le vie del centro, quasi a scoprire la bellezza qui o là di un edificio antico, mi sono imbattuto per la prima volta in Studio 10. Breve parentesi: Studio 10 allora come oggi si trova in via galileo Ferraris, dentro un complesso architettonico favoloso, ma vergognosamente lasciato cadere a pezzi. Dico ciò, perché vorrei che anche questo intervento “estraneo”, grazie a Studio 10 (associazione da sempre sensibilissima a tali problemi) aiutasse a prendere coscienza sulle cose belle che sono lasciate marcire. Infatti l’ex ospedale, costruito a più riprese dal Medioevo all’Ottocento, ha da decenni vuota la parte adiacente a Studio 10, l’ex farmacia; ha uno stupendo ingresso neoclassico fasciato da erbacce e cartellonistica; ha una chiesa rinascimentale squarciata e coi vetri rotti; ed ha un’altra chiesa, sempre cinquecentesca (su via Dante) a cui hanno rubato il bellissimo portale ligneo due anni fa. E Studio 10 questo tipo di vicende le ha conosciute ed additate all’intera collettività e all’opinione pubblica: ricordo che una delle prime mostre che io visitai a Studio 10 riguardava proprio una serie di foto sull’incuria di grandi monumenti vercellesi, a partire dalla flora selvaggia sulla Basilica di Sant’Andrea. Ma torno subito al passato: all’epoca via Galileo Ferraris era un pullulare di bottegucce, perché non vi era ancora la legge che vietava l’apertura di negozi a metratura minima. Mi stupii vedere un non-negozio, qualcosa per me di strano accanto appunto alle botteghe: era uno spazio che non conteneva merci da vendere, ma altro. Cosa? In un primo momento non lo capii, perché ad occhio e croce non si trattava di una galleria d’arte, secondo tipologie a me già note. Tra l’altro proprio sulla continuazione di via Ferraris verso piazza Cavour ne esisteva una piccola, ma molto bella, almeno agli occhi di uno studentello: era la Galleria Tacchini, dove vidi addirittura un’esposizione di quadri di Dalì e come unico visitatore Hamrin, la mitica ala destra della nazionale svedese e del Milan e della Fiorentina, che allenò per pochi mesi al Pro in serie C a tre gironi. Continuo a divagare, ma non troppo: Studio 10 era un po’ anti-tacchini, nel senso che proponeva una cosiddetta alternativa, pur rimanendo sul terreno dell’arte contemporanea. Ma quella prima visione mi diceva che non era arte, non era pittura. E allora? Per la prima volta vidi una cosa che all’epoca doveva sembrare avveniristica, da alieni


o marziani, per Vercelli, visto che ancor oggi in tutt’Italia si fa fatica ad accettarla e persino alcune nostre istituzioni come il Museo Leone e la Pinacoteca Borgogna non le hanno mai aperto i battenti: era la fotografia. Sì, la fotografia, che io come linguaggio visivo conoscevo già bene, per vederla sui giornali, in cartolina o tra le decine di istantanee familiari che scattavo con la mia Ilford ragalatami il giorno della Prima Comunione. Ma la fotografia appesa ai musei non l’avevo mai vista. Cosa era successo? Era successo che alcuni ragazzi già allora (e sveliamolo: erano i primissimi anni Settanta!) avevano intuito l’importanza della foto come forma d’arte, come mezzo di comunica-

La “brutta copia” di una delle tante lettere polemiche in difesa della fotografia creativa

zione autonoma in grado di ‘arredare’ le pareti di una galleria e non solo di finire sui rotocalchi o sui passaporti. Insomma quelle foto esposte volevano dirci: “guardate, gente, che non ci sono solo le forme classiche dell’immagine. Le tecnologie hanno inventato linguaggi nuovi, che pos-


sono adattarsi a svariati usi, ivi compreso quello estetico, lirico, poetico”. Ed infatti quelle foto non facevano il solito pittorialismo: evitavano di proposito il bel paesaggino o il tramonto infuocato. Si avvicinavano piuttosto al fotogiornalismo o all’avanguardia, non rinnegavano, anzi esaltavano la capacità della fotografia di riprodurre (o metaforizzare) la realtà, nella consapevolezza che ogni scatto non è una porzione di realtà, bensì una sua rappresentazione. La foto non è mai obietti-

va: dietro c’è sempre l’occhio di un fotografo, che è come un regista, che inquadra, seleziona, prova, scatta, magari in sede di sviluppo modifica o ingrandisce: e questo è lecito se lo fa a fini espressivi, decisamente incivile se avviene per scopi ideologici. Poi, con gli anni, mi sono avvicinato a Studio 10, ho collaborato attivamente per diversi periodi e sia pur indirettamente continuo a farlo, dando il mio appoggio morale e talvolta concreto ad una realtà socioculturale, che purtroppo in città non è ancora conosciuta come dovrebbe. Come sempre, a Vercelli, per ciò che riguarda le cose importanti, nemo propheta in patria est: Studio 10 è infatti più noto agli artisti del resto della Penisola che non ai propri concittadini. E il fatto in sé fa piacere e dispiacere allo stesso tempo: del resto le istituzioni pubbliche e private non hanno mai brillato per eccesso nell’aiutare un’autentico polo culturale quale Studio 10, il quale è vissuto fino ad oggi grazie alla passione e al coraggio di pochi volontari che in nome dell’arte hanno deciso di continuare una battaglia che non si è ancora conclusa.

Guido Michelone

Inaugurazione di 6 donne a Studio Dieci. Nella pagina successiva: il pubblico seduto in terra alla performance musicale di Roberto Sbaratto e Carlo Macrì nel 1974 alla mostra L’amore a Studio Dieci.


SCRIVO QUESTE NOTE PERCHE’ MI SEMBRA

importante che rimanga una traccia del passaggio, quasi meteorico, di Angelo Lopiano nella storia di Studio Dieci. Angelo è una figura d’artista esemplare, ha prodotto e produce sempre e solo per spinta interiore, rifiutando di darsi al sistema dell’arte. Fotografo, ma soprattutto sperimentatore. Ero presente al suo primo scatto… poi avvampò, come solo lui sa fare, creandosi una camera oscura e evolvendosi a getto continuo. Col suo primo home computer (48 k di ram!) riuscì a generare verso la fine degli anni ’80 un’animazione 3D interamente programmata in basic e fu poi il primo dei miei amici a dotarsi di macchina fotografica digitale all’inizio degli anni Novanta, eppure oggi usa una fotocamera manuale, salvo poi applicarsi a sofisticate creazioni video in realtà virtuale… Ma è evidente che la fotografia ha una sua specificità e il digitale un’altra, come sanno i veri artisti, nati come fotografi e capaci di rimanere tali e allo stesso tempo pronti a utilizzare i nuovi media, con i linguaggi ad essi consoni, essenzialmente per curiosità, non per stare al passo con le richieste del mercato. Angelo non ha mai smesso di produrre arte, e prima o poi sarebbe interessante “estrorcergli” una retrospettiva che documenti la sua articolata evoluzione artistica. La sua breve “esplosione” pubblica va ricondotta però principalmente a Studio Dieci. Nelle due salette di via Galileo Ferraris Angelo, che in arte si faceva chiamare “Alozen”, ha esposto dapprima nel giugno del 1988 in una collettiva degli allievi del Corso di Fotografia Creativa che Fiorenzo Rosso teneva allora all’Università Popolare di Vercelli con una serie dal titolo Chaos, serie che, egli stesso definirà poi (in un saggio del 1996) come “Sviluppo della teoria del Caos, che da allora rappresenta il filo portante del mio operato”. E che divenne quasi subito anche il titolo di un progetto di mail-art da lui curato, che vide la partecipazione di 133 mail-artisti da tutto il mondo, le cui opere postali vennero poi esposte in maggio e giugno del 1989, esposizione poi replicata in quel di Casale Monferrato al Centro Giovani del Comune. In quel periodo tiene, sempre a Studio Dieci, una personale dal titolo Paralleli con le sue personalissime “Xerochromogravures”, immagini fotografiche “combinate” con la sovrapposizione alla stampa fotografica di una velina di lucido, su cui era riprodotta, con processo xerografico, l’immagine sottostante, creando effetti molto drammatici e particolari. In quel 1989 Angelo prese poi la strada della Germania, in particolare di Berlino (dove fu testimone del crollo del muro). Da Berlino riuscì ancora ad essere nella mostra collettiva di S 10 Luoghi simbolici svoltasi a Santa Chiara nel dicembre del 1990, con un’installazione fotografica che rappresentava proprio quel “muro”, luogo simbolico per decenni divenuto poi solo memoria. Nel mondo cosmopolita della neo-capitale tedesca Angelo (il cui nome d’arte è poi divenuto Alo) espone Paralleli e My own, innere Landschaften, al Caffè-Galleria “Berliner Fenster” nel 1990 in quell’anno lavora molto alla computer graphic e in particolare ai frattali (per poterli generare in modo complesso e personale impara a programmare in Pascal), passaggio ineludibile per chi vuole avere a che fare con la “teoria del caos” che proprio dagli studi di Mandelbrot trae le


sue basi matematiche e poi filosofiche. Raggiunge in fretta risultati apprezzabili tanto che sempre nel 1990 il suo video digitale Paralleli 1990 partecipa all’Audio-VisuelleExperimenteel di Arnhem in Olanda. Il suo mondo frattale sarà poi occasione per una “rimpatriata”, nel 1991, con la personale dal titolo Sinnenflut: immagini frattali al Centro Culturale Sottopasso 46, allora attivo a Vercelli. L’essenza della carriera espositiva di Angelo Lopiano è tutta qui, ma la collaborazione con Studio Dieci fu anche e soprattutto “Audax”, un foglio di collegamento da lui redatto, che veniva inviato a centinaia di artisti in Italia e nel mondo, che risposero con calore, per presentare le mostre e che servì egregiamente soprattutto per il progetto di mail-art. La parabola della pubblicazione durò solo pochi numeri tra 1988 e 1989. Fu un vero peccato. Alla luce degli eventi successivi penso proprio che, appoggiando entusiasticamente quel progetto, Fiorenzo Rosso avesse già in mente quello che è oggi il futuro del Centro Culturale, cioè un confronto quotidiano, una presenza propulsiva al di là delle mostre in se stesse. “Audax” visse anche prima e dopo la parentesi con Studio Dieci, le sue radici affondano nel movimento che ebbi modo di avviare con la rivista fantastica “The Dark Side” negli anni Ottanta, la cui prima copertina, nel 1982, fu un’immagine fotografica di Angelo impressa su pellicola infrarossa (il che significa che lui “smanettava” già da qualche tempo in camera oscura). Negli anni successivi lanciammo anche “Mixed” fanzine underground unica nel panorama vercellese e “Audax” che però era una sorta di scherzo fra di noi, in poche copie fotocopiate. Poi divenne organo ufficiale di Studio Dieci e anni dopo risorse a Berlino… in inglese e tedesco, tant’è che Angelo realizzò un logo con la sagoma della Fenice… Tramontati gli anni della carta Audax è ora un sito web di sperimentazione artistica. Con questa piccola storia spero di aver trasmesso anche il senso di un progetto che evolve e si interseca con altri. Una caratteristica molto presente nella politica del Centro Culturale, come dimostrano i recentissimi sviluppi. Nella pagina accanto particolare del “muto di Berlino” durante il suo abbattimento, trasmesso in diretta via fax da Angelo Lopiano alla mostra Luoghi simbolici.

Gianpiero Prassi

L'arte è gratis  

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