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Ecoarea srl - via Soleri Brancaleoni, 6 - 47900 Rimini RN p.iva 03654140403 - info@ecoarea.eu - www.ecoarea.eu

Ecoarea è una testata giornalistica iscritta al nr. 9 del Reg. dei giornali e periodici del Tribunale di Rimini in data 31.03.20010. ANNO 1. NUMERO 02 - Direttore responsabile Federico Bertazzo

ECOAREAMAGAZINE02 ECOAREA better living avvicina il mondo delle imprese all’ambiente

eco SMESI intervista a ENRICO MESSORA

e c o A r c a Prodotti agricoli del nostro tradizione, tecnologia e grande rispetto per l’ambiente. Sono questi gli ingredienti della linea cosmetica biologica di IOMIAMO, che ha scelto anche Ecoarea Sustainability Program (E.S.P.) per certificare il proprio impegno per uno sviluppo economico sostenibile. “IOMIAMO – spiega Enrico Messora di Iomiamo -nasce dall’incontro tra la migliore tradizione agricola del nostro paese, ovvero quella legata ai prodotti agricoli e alimentari della nostra tradizione (tutelata dalla certificazione dei presidi SlowFood@ e della agricoltura biologica) con la ricerca scientifica più avanzata e moderna, sviluppata dalla Facoltà di Chimica Industriale di Bologna. La biotecnologia ha permesso di lavorare sui residui di lavorazione di prodotti agricoli molto pregiati per estrarne principi funzionali in grado di conservare le migliori proprietà organolettiche di cui sono portatori, consentendo di portarne un estratto molto significativo, il 5%, all’interno di prodotti cosmetici realizzati con ingredienti biologici di elevata qualità. Questo percorso di innovazione nasce nel

2009, dalla volontà di assumere la sostenibilità a tutto tondo come elemento guida di ogni scelta in campo alimentare, agricolo e di wellness e introdurre, nel settore cosmetico, il primo cosmetico a chilometri zero”. Un cosmetico collegato alla filiera alimentare è sicuramente un’idea molto interessante di sostenibilità. “Ed è proprio per questo IOMIAMO, ovvero EcoArca che è la proprietaria del marchio, i presidi SlowFood@, le migliori

segue pag 4

green economyla vera svolta globale Nella fase di crisi economica, ed in particolare di tipo finanziario, che i mercati internazionali stanno vivendo, la tematica ambientale riveste un elevato potenziale in termini di attrazione di investimenti e rilancio dell’occupazione, attraverso la creazione di nuove imprenditorialità e di uno sviluppo sostenibile del sistema produttivo. La crisi attuale è un intreccio, a livello globale, con evidenti caratteristiche di tipo strutturale, di problemi di tipo ambientale, sociale e valoriale: l’ambiente, in questo senso, costituisce una delle principali leve strategiche e competitive sulle quali agire. Per un Paese come il nostro nel quale buona parte del Pil viene prodotto da un vasto tessuto di piccole e piccolissime imprese, il concetto di sviluppo sostenibile e dei costi che esso comporta è un’equazione che non è di facile soluzione. Queste imprese, infatti, devono, da un lato, realizzare prodotti che siano sempre più concorrenziali e poi disporre anche di tecnologie avanzate – e tutto ciò comporta sempre nuovi costi - e, dall’altro, caricarsi degli oneri derivanti dalle tante, troppe “diseconomie” di un sistema che continua a vivere di schemi, di strutture e di leggi che a tutto sono orientate meno che ad una politica di sviluppo del mercato. Le nuove politiche ambientali dovrebbero privilegiare sì strumenti economico-fiscali ma soprattutto strumenti volontari, come le certificazioni, che inneschino innovazioni tecnologiche, rispetto dell’ambiente, non già come un mero vincolo da rispettare, ma come obiettivo da raggiungere attraverso l’impegno di tutti i soggetti che ne fruiscono. Obiettivo finale infatti dovrebbe essere quello di innescare una rivoluzione culturale nella coscienza ambientale di imprese, cittadini e istituzioni, orientata a valorizzare e premiare il merito e le eccellenze e a scoraggiare i comportamenti dei soggetti ambientalmente meno virtuosi. L’ambiente, la sostenibilità, la responsabilità sociale e quindi la Green Economy, dovrebbero essere la vera svolta globale nel nostro modo di consumare, di produrre, di industrializzare e quindi di vivere il lavoro e l’economia nel senso più ampio del termine.Quando gli imprenditori, i progettisti ed i designer, gli uomini del marketing e della comunicazione e poi tutte le altre risorse umane nelle aziende inizieranno ad orientarsi in maniera sempre più convinta verso la green economy le cose cambieranno. Per un azienda significa ripensare i propri prodotti, e di conseguenza i processi produttivi, avendo a riferimento primario l’ambiente e la produzione sostenibile. Si tratta di iniziare a ripensare un prodotto, o una filiera o una gamma, valutandone in primo luogo l’impatto ambientale. Se, ad esempio, sono una piccola azienda che produce mobili, negli anni mi sarò impegnato ad aggiornare il design dei miei prodotti. Avrò cercato di ridurne il costo, per essere più competitivo e/o per aumentare i miei profitti. Avrò ampliato la mia gamma, per aumentare le mie possibilità di successo fornendo più scelta ai miei clienti. Avrò curato la tecnologia delle mie sedie, per renderle più ergonomiche, delle mie scrivanie, utilizzando materiali ignifughi, antigraffio, ecc.. Poi avrò arricchito la gamma degli accessori e via così. Adesso, dovrò invece iniziare a pensare a come mantenere le prestazioni fornite diminuendo ovunque è possibile l’impatto ambientale. La prima cosa da fare sarà quella di verificare come migliorare la sostenibilità del prodotto e della produzione. Quindi, ad esempio, verificare se il legno utilizzato è certificato FSC oppure PEFC, se le colle utilizzate sono tossiche e se possono essere eventualmente sostituite con altre atossiche, verificare se nei processi produttivi si può risparmiare energia migliorando il modo di lavorare o sostituendo alcuni macchinari con altri a basso consumo energetico e via così. E’ molto utile poi implementare un sistema di gestione ambientale riferito alle norme ISO 14000 e poi farselo certificare. E’ una scelta utile e quel tipo di certificazione apre molte porte. E gli investimenti devono essere fatti in corrispondenza dell’acquisizione di mercati sensibili all’ambiente, altrimenti a nulla serve. Poi andrà curata l’immagine e la comunicazione, è bene valorizzare e ben comunicare quel che si è fatto. Infine è certamente importante iscriversi nei siti e nei portali green e partecipazione alle fiere aventi per tema l’ambiente è molto utile, specie adesso che siamo all’inizio. Per entrare nella green economy bisogna fare però prima un passaggio culturale autentico, ovvero crederci. La green economy adesso è anche una moda e certamente attualmente impera il cosiddetto “green washing”: l’azienda si da una coloratina di verde, cambia l’immagine, ma nella sostanza rimane sulle vecchie posizioni, perdendo senza accorgersene ogni giorno un poco della sua competitività. Facendo invece le cose sul serio, avendo visione e comprendendo appieno lo scenario, le opportunità per le imprese sono enormi: entrare nella green economy significa poter tentare l’approccio a nuovi importanti mercati, tutti in forte espansione.I problemi ambientali esistono davvero, quelli etici e sociali pure. Quindi se un imprenditore decide di affacciarsi alla green economy è bene che lo faccia sul serio e che sia coerente. Allora i suoi soldi saranno certamente spesi bene e gli investimenti frutteranno. La coerenza nella green economy è molto importante e la creazione di valore non si limita più al mero profitto. L’azionista è solo uno degli stakeholder, non l’unico come nell’economia tradizionale.

ETICA, ECOLOGIA, ECONOMIA, EFFICIENZA ETHICS, ECOLOGY, ECONOMY, EFFICIENCY

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consumi

a b b as s o l e s t r at e g i e

viva il gusto , A ciascuno il suO “E’ più buona la mia, e costa poco”. “No, la mia, e inquina meno”. Riesplode la guerra fra le acque a colpi di campagne mediatiche, fra i produttori delle minerali da una parte e di quella del “sindaco”, che arriva dal rubinetto, dall’altra. All’attacco lanciato da Coop Italia, che esalta il consumo di quest’ultima perché più ecologica, ha risposto Mineracqua, Federazione che raggruppa 167 società per 292 marche diverse di acque minerali, demolendo ilraffronto tra le due tipologie messo in piedi nella comunicazione del colosso cooperativo. “Sfatiamo il mito che sia una colpa bere acqua minerale - ha affermato Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua – l’Italia è un paese ricchissimo di fonti. L’acqua del rubinetto subisce molti meno controlli e il nostro comparto ha intrapreso negli ultimi anni molte innovazioni in chiave sostenibile”. Quanto all’inquinamento prodotto nel trasporto produttore-consumatore, Fortuna ha spiegato: “Se il mio impianto è a bassissime emissioni, non è detto che raggiungere un punto vendita più lontano mi faccia inquinare di più rispetto a chi distribuisce più vicino, ma provocando in fase di produzione un più alto quantitativo di inquinanti”. E basta con l’”uso indiscriminato” della politica del trasporto a km zero, aggiunge: “Tutte le merci viaggiano e se la scelta fosse questa i grandi brand dovrebbero rivedere la propria organizzazione, con ricadute anche sul piano dell’occupazione”. Infine, il prezzo, che per Fortuna va dai 64 euro a famiglia all’anno se si parla di acqua “primo prezzo”, ai 185 euro per le “premium”: insomma, “una spesa sostenibilissima”. Dalla sua, invece, Vincenzo Tassinari, presidente del Consiglio di Gestione di Coop Italia, ha rivendicato il ruolo di apripista, sperando che altri seguano l’esempio. “Se si ha a cuore lo stato dell’ambiente – ha osservato - non si può chiudere gli occhi di fronte a un dato di fatto: l’imbottigliamento e il trasporto su gomma di 100 litri d’acqua che viaggiano per 100 km producono emissioni almeno pari a 10 kg di CO2”. Scegliendo l’acqua di rubinetto, al contrario, “per ogni 100 litri erogati se ne emettono circa 0,04 kg”. La stessa Coop fornisce i grandi numeri del consumo di acqua minerale in Italia, 195 litri annui a persona, primi in Europa, terzi nel mondo, dietro Emirati Arabi e Messico. Ebbene, qui non interessano gli obiettivi di mercato più o meno dichiarati dei contendenti in campo. Plaudiamo, piuttosto, e confidiamo nella volontà di mettere a disposizione dei consumatori tutte le informazioni utili affinché ciascuno di noi possa fare la sua scelta, con un occhio all’ambiente, certo, al portafoglio, ci mancherebbe, ma soprattutto, perché no, al piacere di bere un’acqua che piace, in una parola, al gusto. gregory picco

stile

L'AMBIENTE NON E' UN LUSSO

Lo shopping può migliorare il mondo. E’ questa la tesi di Fred Grimm, autore di Bioprodukte sind kein Luxus, un nuovo libro appena uscito in Germania. “Non c’è giorno in cui non si acquisti qualcosa, dal cibo, ai prodotti per la casa, abbigliamento, cosmetici. Oggi, a nostra disposizione, possiamo trovare tra gli scaffali dei negozi alternative con uno spiccato valore ecologico o etico ai prodotti che solitamente scegliamo. “I prodotti biologici non sono un lusso” rappresenta un valido compendio utile a districarsi tra gli scaffali, una guida che spazia dall’alimentazione alla moda, alla cosmesi, mobili, tecnologia e pc sino all’investimento dei risparmi. Con il nostro shopping non siamo certo in grado di “rovesciare” il mondo, ma sicuramente possiamo incidere per modificarlo in modo positivo.” “Innanzitutto il libro è un invito a tenere presente che per ogni prodotto che desideriamo acquistare potrebbe esistere una versione ecosostenibile, realizzata e distribuita attraverso una filiera più attenta ed equa. Rispetto gli anni 70, in cui l’atteggiamento verso un consumo etico ed ecosostenibile era più “fondamentalista”, oggi vi è un’ ampia diversificazione in molti settori. Oggi si può essere glamour e “trendy” ed allo stesso tempo responsabili verso l’ambiente. Alla base di questo vi è una serie di cause e ragioni e, soprattutto, cresce il numero di consumatori che mostrao interesse per la storia dei prodotti che vogliono acquistare. Vogliono sapere da dove proviene la carne che arriva sul loro piatto, in che modo vengono prodotti i vestiti che indossano. Il minaccioso problema dei cambiamenti del clima ha accresciuto la sensibilità e volontà di fare qualcosa per l’ambiente. In secondo luogo, molte aziende manifatturiere hanno iniziato a riflettere sul modo di produrre. Il costo dell’energia e delle risorse cresce costantemente, già questo è uno stimolo a produrre in modo più sostenibile e riflettere sui costi di trasporto. Sul mercato stanno poi comparendo una generazione nuova di imprenditori e designer che hanno portato con sè la coscienza ambientale dagli anni ‘80 e che stanno cercando vie e modi di coniugare ecologia e consumi”. Il singolo non salverà il mondo! “Ma se si offrono alternative nei consumi e nelle abitudini quotidiani, non vedo il motivo perché non si debba approfittarne. Spesso sono i piccoli gesti che portano al raggiungimento dell’obiettivo: andare in bicicletta al lavoro o a fare la spesa, regolare la temperatura della lavatrice ad un livello inferiore, acquistare due T-shirt prodotti in cottone biologico invece di tre magliette da cottone prodotto in modo convenzionale. Non è necessario di rovesciare la propria vita, se si vuole essere più efficienti”. Ecostostenibilità alla portata di pochi? “Questo è diventato un cliché che inizialmente mi faceva sorridere. Oggi mi fa arrabbiare quando vedo parcheggiare una Porsche Cayenne davanti ad un supermercato biologico. In termini di fatturato, oggi la più rilevante offerta di prodotti biologici in Germania è il discount ALDI. In primavera facendo un giro davanti le vetrine dei negozi nelle zone pedonali ci si oteva imbattere nelle offerte di cotone bio di ZARA, H&M ecc. In questa fase in cui i negozi discount o grandi magazzini hanno iniziato a proporre prodotti a basso impatto ambientale e biologici non si può più parlare di “sfizio di lusso per gente facoltosa”. Credete che proprio le persone che potrebbero permettersi il meglio e che non vorrebbero rinunciare a niente, acquistino prodotti biologici per avere una “coscienza verde?” “Esistono categorie come studenti o single con bambini che non dispongono di molta disponibilità economica ma che, nonostante ciò, acquistano prodotti biologici perché ritengono importante la qualità nell’alimentazione. Infine la differenza di prezzo non è esagerata. Spesso le persone poco informate hanno idee assurde riguardane il costo di prodotti bio. C’è chi pensa che un litro di latte biologico debba costare 3€: non è vero! Al discount di drogheria si trova a € 1,19. Naturalmente non tutti possono permettersi di acquistare il divano da design e prodotto con materiale riciclato che visto recentemente alla fiera del mobile a Milano. Ma avete mai visto qualcuno che si è arrabbiato perché un Mercedes non è alla portata di tutti? Il desiderio è che in tutti i settori produttivi ed economici sia disponibile anche una scelta alternativa, sensata, etica ed ecologica! klaus-o. weissbach

2 www.ecoarea.eu


L'impronta ambientale PRENDE PIEDE E’ un piccolo logo che le aziende possono adottare sui propri prodotti dimostrando di impegnarsi per ridurre il numero di emissioni di Co2 nell’atmosfera. Nello specifico dimostra che l’azienda che realizza il prodotto che espone il logo ha misurato in collaborazione con l’agenzia no profit Carbon Trust il livello di impatto sull’ambiente in termini di gas serra prodotti e che si impegna nell’arco di due anni a ridurre. Un impegno non indifferente che coinvolge un mercato che potrebbe superare entro la fine del 2010 un indotto di due miliardi di euro, secondo le previsioni del Centre for Retail Research, superando marchi e certificazioni etiche più consolidate quali Soil association (prodotti biologici) e Fairtrade (equo e solidale). La Carbon footprint label (etichetta dell’impronta del Co2)in alcuni casi segnala la quantità di gas serra generata lungo il processo produttivo del prodotto etichettato, fornendo così al consumatori una preziosa informazione perché mette in luce quanto inquinamento si annidi spesso nei prodotti che andiamo a comperare: anche perché il peso della Co2 emessa spesso supera di gran lunga il peso del prodotto stesso e può variare sensibilmente tra azienda ed azienda. Merito del successo di questo schema di certificazione è dato anche dall’adesione di marchi della grande distribuzione come Tesco, che tre anni fa decise di affidare all’analisi della Carbon trust tutte le sue 170.000 linee di prodotti alimentari e, in particolare, la gamma a private label come il latte parzialmente scremato (800 grammi di Co2 per pinta), il succo di arancia (1.1 kg al litro) e la carta igienica (1.1 grammo per singolo foglietto). E mentre il carbon footprint ha cominciato ad essere un sempre più importante metro di riferimento tra i consumatori, le aziende produttrici hanno cominciato a correre ai ripari. Ad esempio, come rileva il quotidiano britannico Independent, la carne non è stata inclusa nello schema e probabilmente per l’altissimo impatto ambientale. Una ricerca del National Institute of Livestock and Grassland Science del Giappone, citato dal quotidiano, dimostra che 1 kg di manzo vale 36 kg di Co2.

Le

rinnovabili stimolano ilbrevetto

L’industria punta sull’energia rinnovabile, lo dimostra il numero di brevetti legati alla tecnologia sostenibile depositati negli ultimi tempi. Uno studio del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) realizzato in collaborazione in collaborazione con l’EPO (Ufficio europeo dei brevetti) e l’ICTSD (Centro Internazionale per lo Sviluppo sostenibile) svela come siano aumentati i brevetti di green it, in particolar modo destinati alle fonti rinnovabili come fotovoltaico, eolico, trattamento CO2, biocarburanti, idroelettrico ed energia dal mare. Il fulcro della ripresa economica, dopo la crisi, è proprio legato alla green economy. Politiche che a livello globale guardano con attenzione il contesto, un quadro normativo che tiene sempre più in considerazione la sostenibilità ambientale ma anche una sempre maggior consapevolezza. Gli investimenti in innovazione, nell’ambito della tecnologia a basso impatto ambientale, sono aumentati. Dopo la firma del protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici nel lontano 1997 vi è stato il primo rilevante cambio di passo e la tecnologia industriale ha iniziato a guardare con attenzione questo settore. Dal 1997 il numero dei brevetti clean-tech (tecnologia “pulita”) è cresciuto del 20% l’anno con una media ben superiore rispetto al settore dell’energia convenzionale. La registrazione di brevetti è concentrata per l’ 80% in 6 paesi, ovvero Giappone, Usa, Germania, Corea del Sud, Regno Unito e Francia. Brasile, India e Cina stanno comunque registrando una forte accelerazione, le prime due soprattutto nel fotovoltaico e nell’idroelettrico, la Cina nell’Eolico. Nel fotovoltaico primeggia il Giappone (con il 45% dei brevetti registrati dal 1998 al 2007), seguito da Usa, Corea del Sud, Germania e Francia (Italia al 10 posto con il 3%). La Germania è leader nell’eolico con il 34%, seguita da Usa, Giappone e Danimarca mentre gli Usa sono i leader nei biocarburanti. I dati del rapporto sono stati inseriti in un database dei brevetti mondiali consultabile online e aggiornato costantemente. I risultati verranno esposti a Cancun, al Tavolo per i negoziati sul Clima, dove si discuterà anche di come evitare che i brevetti ostacolino la diffusione delle tecnologie.

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segue da pagina 1 aziende biologiche e la Facoltà di Chimica Industriale di Bologna hanno deciso vi erano le condizioni per costruire un progetto di produzione e ricerca molto avanzato, in grado di garantire che da un residuo di produzione comunque pregiato - come può essere la vinaccia del lambrusco o il siero del parmigiano -possano essere estratti principi funzionali portatori di proprietà molto importanti per il nostro organismo. Se un prodotto alimentare è buono per la nostra dieta, dalla lavorazione dei suoi residui riusciamo ad ottenere un prodotto cosmetico che fa bene al nostro organismo, sia esso un detergente o piuttosto una crema. Sul mercato dei cosmetici naturali, oggi nessun azienda è in grado di garantire la tracciabilità dell’intera filiera di produzione ”. Perché avete scelto Ecoarea Sustainability Program (E.S.P.)? “Per un progetto come la produzione della linea cosmetica IOMIAMO la certificazione ESP è fondamentale perchè IOMIAMO è un progetto di green economy, che cerca di essere coerente al 100% in ogni una scelta di produzione, organizzativa, di selezione del fornitore, di attenzione al cliente in cui il rispetto dell’ambiente sia assolutamente garantito al consumatore e in generale a tutti gli stakeholder del progetto. Certificarsi significa chiedere ad un soggetto terzo, un authority esterna, di garantire questo processo. La certificazione ESP, per chi opera nel campo della green economy, è l’unica che assume la coerenza verde del processo di produzione come focus dell’agire. Per questo IOMIAMO e ESP si sono incontrati e scelti, a garanzia di un progetto che è al 100% sostenibile per l’ambiente”. La linea IOMIAMO è composta da quattro prodotti per la detergenza, sei creme per la cura di corpo, viso e mani e una nuova linea dedicata ai bambini.

ETICA, ECOLOGIA, ECONOMIA, EFFICIENZA Ecoarea Sustainability Program (E.S.P.) CERTIFICA LE BUONE PRATICHE DELLA GREEN ECONOMY

Tra ottobre e novembre Rimini diventa la capitale italiana della green economy con Ecomondo in fiera e Ambiente festival nel centro storico della città. Venerdì 5 novembre, dalle ore 17.00, ECOAREA better living organizza un incontro dibattito dal titolo “Fossile, nucleare o rinnovabile? Il futuro dell’energia e il suo impatto sull’ambiente e sulla salute”. Sul palco nel Palazzo dell’Arengo di Rimini (Piazza Cavour) si confronteranno su questo tema un rappresentante della Sogin (Società gestione impianti nucleari), l’assessore alle Attività produttive dell’Emilia-Romagna, Gian Carlo Muzzarelli, il presidente della Fondazione sviluppo sostenibile, già ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi, il prof. Mosè Mariotti, fisico nucleare dell’Università di Padova. Il dibattito, moderato da Antonio Felice, direttore responsabile di greenplane.net e Green Med journal, sarà introdotto da Romano Ugolini, a.d. di Ecoarea better living.

LA RETE:

CONTATTI: Ecoarea Srl - P.IVA: 03654140403 SEDE LEGALE Via Soleri Brancaleoni, 6 47900 Rimini (RN)

In occasione del Salone del Gusto di Torino 2010 IOMIAMO presenta in anteprima i nuovi prodotti, 4 dei quali realizzati a partire da Presidi Slow Food.

SEDE OPERATIVA Via Flaminia 134/N 47900 Rimini (RN) - Italia Tel +39 0541 718230 Fax +39 0541 635056 email: info@ecoarea.eu www.ecoarea.eu

ECOAREA ESPAÑA Calle Mesones 23 E-18001 Granada Spain Tel +34 902 18 11 22 Fax +34 902 18 11 22 email: spain@ecoarea.eu ECOAREA DEUTSCHLAND Industriestrasse 18-22 Industriegebiet Greste D-33818 Leopoldshöhe Germany Tel +49 5202 990210 mob +49 151 14756210 email: germany@ecoarea.eu ECOAREA FRANCE 7, Rue De La Plaine F-57020 Paris France Tel +33 679 966 654 email: france@ecoarea.eu

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Ecoarea Magazine 02