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Ecoarea è una testata giornalistica iscritta al nr. 9 del Reg. dei giornali e periodici del Tribunale di Rimini in data 31.03.2010. Direttore responsabile Federico Bertazzo.

anno 2 - gennaio 2011

ECOAREAMAGAZINE04 ECOAREA better living avvicina il mondo delle imprese all’ambiente

foto di vincenzo menichella per ecoarea©

sportine d’Italia Nelle intenzioni, avremmo voluto approfondire quale percorsi energetici il governo sta predisponendo nell’ambito di una volontà di recupero del nucleare nel nostro Paese, ma poi,

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A

vevamo detto che dal primo gennaio 2011, dopo ripetuti rinvii, in Italia i sacchetti di plastica che abbiamo usato per generazioni per far la spesa, non sono più legali. Ma nessuno se ne è accorto. Mentre i supermercati hanno già assorbita da tempo la novità, garantendo un ottimo contributo alla comunicazione di pratiche più ecosostenibili, i piccoli negozi al dettaglio, gli ambulanti e i piccoli artigiani continuano come se nulla fosse cambiato. Ma è cambiato qualcosa? Ci sono scorte di magazzino da consumare, ci sono comunicazioni in attesa di divenire ufficiali, manca una politica di sostegno alle imprese: vi è quella solita inerzia tutta nostra che rende eterno ogni scatto verso una migliore qualità di vita. Nei supermercati e nei negozi “più attenti”, oltre alle borse di cotone o carta, si trovano già da un po’ sacchetti realizzati con materiali a minor impatto. Ma secondo Guido Viale, esperto di economia, “il sacchetto biodegradabile è la peggiore soluzione possibile come alternativa al sacchetto: prima di tutto perché molte di queste bioresine provengono dalla Cina, che spesso per produrle utilizza additivi che si rivelano altamente tossici quando il sacchetto viene avviato a compostaggio”. Inoltre, a proposito di sostenibilità, Viale muove critiche a proposito dell’utilizzo del termine “biologico” in riferimento a “sacchetti – o stoviglie – che comportano l’impiego di terreni fertili, risorse agricole e idriche che potrebbero essere usate molto meglio di così: destinarle invece alla produzione di usa e getta è sempre un gravissimo spreco, esattamente come per il caso dei biocombustibili: in entrambi i casi si tratta di processi completamente antiecologici” (Eco delle Città). Nei giorni scorsi si è svolto a Torino un incontro organizzato dal Master in Comunicazione per la Sostenibilità dello Ied. Come ha rilevato Roberta Cavallo di Erica e Aica, “le questioni ambientali sono rimaste forse fra le uniche questioni che ancora coinvolgono tutti i cittadini”. Ed è proprio il coinvolgimento a rimandare al concetto di “comunicare, cioè mettere in comune”. Una delle chiavi di successo di Eatily, ha sottolineato Oscar Farnetti sta proprio nella declinazione scelta, ovvero “parlare con la gente e non promettere, rivelando anche i nostri difetti quando ancora non siamo soddisfatti”. Secondo il metereologo più famoso d’Italia, Luca Mercalli, “oggi è difficile trovare nuovi metodi di comunicazione oltre a forme di comunicazioni che arrivino ad una GRANDE MASSA, perché la sensibilizzazione rimane su una stretta cerchia di persone, su un campione che è quello delle persone che erano già informate e sensibili su certi argomenti”. La sostenibilità ambientale raggiunge un pubblico più

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chiavidilettura ampio, quando si fa lo sforzo di rendere accessibile il lavoro dei tecnici ad un pubblico non specializzato, o quando diventa una delle chiavi di lettura integrate all’interno di un progetto di comunicazione più ampio (come un film, un programma televisivo, un romanzo, etc). E’ questo lo spirito che accompagna ill progetto di Ecoarea a BtoBio, la nuova fiera dedicata al biologico. Una sfida in cui inseriamo esperienze maturate nel tempo (organizzazione fiere), informazione tecniche dedicata ai professionisti (spazio eventi), la promozione verso il pubblico dei consumatori e, soprattutto, una coerenza di valori ambientali. Tra gli eventi a cui Ecoarea parteciperà in questo periodo, segnaliamo EcoMake (17-18 febbraio, fiera di Verona), prima mostra convegno internazionale su materiali e tecnologie per l’edilizia sostenibile. All’interno della manifestazione - “per la crescita dell’ecoeconomia nel settore dell’edilizia e dell’ambiente”, Ecoarea organizzerà venerdì 18 dalle ore 14.00 l’incontro dal titolo “Ecoarea: La casa della green economy a Rimini”. Interverranno Saverio Zeni e Romano Ugolini, rispettivamente coordinatore e amministratore delegato Ecoarea, e Attilio Marchetti Rossi, uno degli autorevoli progettisti di Ecoarea Expo. Nei giorni scorsi si è svolto a Linköping, in Svezia, uno dei seminari del 3x20network (www.3x20net.eu), il gruppo di amministrazioni pubbliche europee impegnato a studiare strategie per la riduzione delle emissioni di gas serra. All’interno del club delle amministrazioni virtuose anche il Comune di Rimini che ha partecipato all’incontro con una delegazione a cui ha preso parte anche il nostro Alex Ugolini. Nel prossimo numero intervistiamo Davide Frisoni, responsabile Ambiente ed energia della Provincia di Rimini che ci spiegherà, nel dettaglio, il progetto e i piani.


Außer Kontrolle Parliamo di polli e uova, dopo lo scandalo che ha investito il mercato tedesco a seguito della scoperta di quantità di diossina sopra la soglia di tolleranza nei prodotti trasformati e venduti anche all’estero, nel nord Europa. Come spiega il settimanale Stern, quando si parla genericamente di “diossina”, si intende una gamma di oltre 210 sostanze velenose che provengono prevalentemente da residui industriali e che quotidianamente l’uomo assorbe in minime quantità attraverso alimenti come latte, carne, pesce e uova. Gli alimenti al centro dello scandalo che ha interessato il mercato tedesco, invece, contenevano percentuali di “diossina” largamente sopra la soglia di tolleranza a causa, si è poi scoperto, dei mangimi dati agli animali prodotti con oli vegetali, non destinati all’alimentazione, prodotti originariamente solo per scopo industriale. Il problema investe il sistema dei controlli. In Germania sono registrate 330.000 aziende produttori di mangime, inclusi 250.000 allevatori che producono foraggio fresco, fieno e grano per i propri allevamenti, nonché 67.000 produttori di “ingredienti” e 1.500 fabbriche di mangimi da ingrasso. A questi numeri si somma una filiera che include 2.000 spedizionieri che trasportano il grano e pallets, oltre a12.000 commercianti. Totale? 80.000 aziende coinvolte. I controlli, sul territorio tedesco, è affidato a 200 tecnici. Nel 2009 sono stati effettuati 13.377 visite presso i produttori, commercianti, trasportatori, una percentuale del 6 % che però sale al 50% per le verifiche effettuate nelle strutture dove vengono somministrati alimenti. A seguito dello scandalo sono state chiuse preventivamente 5000 aziende produttrici di uova (scese poi a 950) e c’è stato il boom di richieste per i prodotti certificati biologici, l’unica filiera che garantisce un controllo in materia che però non è in grado di rispondere alla domanda del mercato. Il ministro dell’Agricoltura Ilse Aigner, a seguito dell’imbarazzo, ha proposto un programma in 10 punti per costringere il settore a regole più rigide appoggiato immediatamente dal cancelliere, attualmente la proposta è in fase di dibattimento anche perché c’è la necessità di uniformare non solo le regole, ma anche la comunicazione tra i livelli federali e nazionali. “Wir haben es satt”, siamo stanchi ma anche sazi, è questo lo slogan dei sostenitori di un sistema autarchico di produzione di foraggio direttamente negli allevamenti, contro l’industrializzazione dell’industria alimentare e per il controllo capillare dei produttori di mangimi. Se è il mercato ad aver generato il mostro, per rispondere in modo competitivo ad una esigenza di prezzi bassi, sono ora gli stessi consumatori a spingere per il cambiamento. Come suggerisce su“Neue Presse”, il famoso chef televisivo Sarah Wiener è meglio evitare di consumare carne da allevamenti in batteria. Oltre ad essere una produzione priva di dignità, danneggia il suolo e l’ambiente. “Le etichette ed il marketing fanno spesso pensare a ingredienti che non hanno

GERMANIA

nulla a che vedere con la realtà”.

a cura di Klaus Weissbach k.weissbach@ecoarea.eu

Nuove opportunità di occupazione e sviluppo, per diversificare le professionalità dei lavoratori, la modernizzazione del tessuto produttivo e le prestazioni di servizio e consulenza per i settori più vulnerabili dello panorama economico della provincia di Granada. E’ in questo il senso del progetto della Diputación de Granada e la Fundación Biodiversidad, sviluppato in collaborazione con l’Agenzia Provinciale dell’Energia. Il progetto “Granada toda Solar” si propone si attivare delle iniziative destinate a migliorare l’ambiente e promuovere lo sviluppo di attività imprenditoriali sostenibili attraverso la formazione, la diffusione e la consulenza ai lavoratori, nei territori rurali della provincia. Se il principale o stacolo, in un contesto rurale, è la mancanza di professionalità specifiche, Granada toda solar ha in prima battuta promosso un monitoraggio capillare delle imprese e aziende per valutare le possibilità di miglioramento dell’efficenza energetica nelle aziende agricole e alloggi rurali nella provincia. Queste analisi porteranno alla pubblicazione di due guide basate sull’analisi dettagliata della situazione energetica, raccomandazioni, esempi e come sviluppare una corretta applicazione di pratiche ambientali adeguate. In secondo luogo, la Formazione e l’Informazione, in materia di energie rinnovabili, ma soprattutto, per agevolare l’inserimento in un contesto produttivo in via di trasformazione. Il progetto prevede anche workshop e giornate di formazione, nei quali verranno analizzate le situazioni energetiche e ambientali nei settori economici più importanti della provincia, come gli alloggi rurali, le serre della costa. L’ultimo asse su cui si basa il progetto è la  consulenza personalizzata, effettuata da consulenti e energy manager per informare, assistere e suggerire misure reali per ogni situazione, come la creazione di  aziende con norme ambientali o attuare misure di risparmio energetico e fonti di energia rinnovabili.

SPAGNA

a cura di ECOAREA ESPAÑA

spain@ecoarea.eu

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ABITARE RINNOvaBILI BOOM , MA INCENTIVI SOTTO LA LENTE

Cresce la potenza complessiva degli impianti, ma è da rivedere il sistema degli incentivi per evitare rallentamenti e anomalie nello sviluppo e per ottimizzare il ‘sacrificio’ dei contribuenti 4

Una coperta troppo corta. Buone notizie per le rinnovabili, ma qualche crepa potrebbe formarsi sul fronte degli incentivi. Da una parte, infatti, cresce la potenza complessiva degli impianti, dall’altra c’è un Decreto del Governo che rischia di azzoppare proprio questo sviluppo, impedendo una pianificazione nel medio e lungo termine di impegni e investimenti. Senza contare, infine, il peso che il monte complessivo delle sovvenzioni ha e avrà per molti anni sulle bollette dei cittadini. Ma vediamo i dettagli. La potenza complessiva degli impianti installati alla fine del 2010, fa sapere il Gestore del Sistema Elettrico, potrebbe raggiungere i 7.000 MW contro i 1.142 MW di fine 2009. E non basta: nel 2011 si potrebbe arrivare a 8.000 MW, tetto che il Piano di Azione Nazionale sulle fonti rinnovabili ha previsto per l’anno 2020 nell’ambito degli impianti fotovoltaici. D’altra parte, però, arriva una proposta del Governo (Decreto legislativo - n. 302 - di attuazione della Direttiva 28/2009) che, come denunciano le principali associazioni ambientaliste – Greenpeace, Legambiente e WWF - assieme a tre delle principali organizzazioni del settore delle fonti rinnovabili – Fondazione sviluppo sostenibile, Kyoto Club e ISES ITALIA – potrebbe causare strascichi negativi sulla strada del raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto. Il Decreto, spiegano, “include alcune soluzioni potenzialmente in grado di ‘inceppare’ la macchina messa in moto negli ultimi tempi e di ostacolare lo sviluppo di settori chiave per il raggiungimento degli obiettivi al 2020. Dunque il testo, emanato con il proposito di sistematizzare la materia degli incentivi alle rinnovabili, rischia in realtà di bloccare alcune delle tecnologie più promettenti e in rapido sviluppo come l’eolico e il solare fotovoltaico”. La cordata ambientalista non si limita a criticare, ma avanza una propria ricetta. L’attuale sistema degli incentivi alle fonti energetiche rinnovabili, è il ragionamento, “ha consentito all’Italia di attrarre investimenti per miliardi di euro con effetti concreti sia sul lato della produzione di energia, sia sul lato occupazionale”, anche negli ultimi due anni di crisi. Oggi, però, questo sistema “necessita di una profonda revisione che consenta di eliminare alcune distorsioni interne e di rispondere in maniera efficace” agli ambiziosi obiettivi europei al 2020. Allo stesso tempo, un processo di revisione generale “non può generare equivoci sugli obiettivi, modificare parametri chiave che hanno spinto tanti soggetti a pianificare investimenti a lungo termine in settori strategici quali quello dell’energia eolica e solare fotovoltaica”. Ad esempio, nel decreto si fissa, nelle aree agricole, il rapporto tra potenza e superficie del terreno nella disponibilità del proponente a 50 kW per ettaro, con un limite totale di 1 MW. Ebbene, sostengono ambientalisti e operatori del settore, “non ha senso parlare di terreni agricoli in modo generico: ci sono quelli di pregio, da tutelare, e quelli marginali o compromessi dove un reddito aggiuntivo gioverebbe al processo energetico e all’agricoltura”. Sotto accusa ci sono anche il passaggio del Decreto che taglia del 30% il valore dei certificati verdi rispetto a quanto stabilito nel 2007 e quello che introduce “aste al ribasso” nell’erogazione degli incentivi, attraverso “strumenti che possono dar luogo a pesanti distorsioni del mercato e consentire l’ingresso di capitali finanziari dalla dubbia provenienza”. Tutti rilievi, questi appena menzionati, che il Governo ha accolto con il sottosegretario Stefano Saglia: “la certezza e la trasparenza delle regole – ha assicurato – sono un necessità. Ci confronteremo con le associazioni del settore, il Decreto può essere migliorato”. Il capitolo incentivi, poi, ha un ulteriore risvolto critico. A sottolinearlo è Paolo Vigevano, amministratore delegato di Acquirente Unico, garante della fornitura di energia elettrica alle famiglie e alle piccole imprese. Il punto dolente è il debito che ogni famiglia si vede contato sulla bolletta della luce, per un totale di 3 miliardi di euro per i prossimi 20 anni.. Si tratta di una voce che, nella spesa media annua delle famiglie, grava per il 7% circa, cui si aggiungono altre voci per circa il 2%, portando gli oneri generali di sistema a poco meno del 10%. “Senza un intervento sulla loro evoluzione futura – avverte Vigevano – il peso percentuale di tali oneri potrebbe superare per importanza, entro pochi anni, il differenziale del costo dell’energia elettrica in Italia rispetto agli altri Paesi dovuto al mix sfavorevole di produzione”. S’impone, pertanto, “una visione di lungo termine e la razionalizzazione del sistema delle incentivazioni che vanno armonizzate con gli standard europei e con le tendenze dell’evoluzione tecnologica, al fine di contenere la loro incidenza sul prezzo finale dell’energia elettrica”. L’ad si rivolge all’Autorità per l’energia elettrica e il gas: “nello sviluppo delle fonti rinnovabili occorre garantire coerenza e coordinamento tra le diverse componenti che devono costituire la strategia energetica nazionale, a tutto beneficio per i costi sopportati dal consumatore finale”. Non si fa attendere la risposta proprio del presidente di Aeeg, Alessandro Ortis, per cui “è vero che arrivano soldi dall’Unione Europea e dal Governo, ma il grosso è dei nostri concittadini”. Bisogna perciò “sostenere le rinnovabili ma in termini di efficienza, in modo che questi soldi dei contribuenti siano usati nel modo migliore”. È per questo che l’Authority sta lavorando con il Governo e il parlamento per riordinare il sistema degli incentivi e per promuovere monitoraggi e controlli più adeguati per verificare l’utilizzo corretto dei fondi.

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gregory picco


Le connessioni che cambieranno il mondo. E’ questo l’obiettivo di Jumo il social network dedicato alle persone, realtà e imprese impegnate in una prospettiva di sviluppo etico. Il progetto, ancora nella sua fase beta - che nel gergo dei geek, o smanettoni significa ancora nella sua fase di sviluppo iniziale - è già on line da tempo, ha la firma del ventisettenne Chris Hughes amico di Mark Zuckerberg e Dustin Moskovitz ai tempi di Harvard, quando nel 2004 fondarono insieme Facebook. Di Facebook, poi, divenne responsabile customer service e quindi portavoce. Ma nonostante i 27 anni, il percorso professionale non finisce certo qui. Chris Hughes nel 2008 diventa coordinatore della campagna online di Barack Obama, che si è subito caratterizzata per la presenza capillare nella rete e contribuendo in maniera decisiva al risultato del futuro presidente Usa. Un’esperienza che ha segnato una svolta nelle campagne elettorali.

individuals and organizations working to change the world

Dopo questi successi, l’attenzione del giovane si sono concentrati in Jumo, un progetto che prende il nome da una parola Yoruba, una lingua parlata in Africa da più di 30 milioni di persone dalla Nigeria a Togo (anche se esiste in Brasile e Cuba dove è chiamata Nago) e significa “collaborare insieme”. E’ appunto questo lo scopo di questo nuovo social network che assomiglia molto al Facebook degli albori, con un manipolo di professionisti (8 tra ingegneri e persone con esperienza nella galassia no profit) molto idealisti il cui unico obiettivo dichiarato è rendere il mondo un posto migliore. Il sito è stato costruito utilizzando la piattaforma tecnologica di Facebook connect che permette di trasferire automaticamente contatti e relazioni da FB; al momento possono iscriversi solo gli utenti co un profilo su Fb. Secondo Hughes, Jumo serve a migliorare la presenza online delle organizzazioni, divulgare il proprio messaggi in maniera più efficace e facilitare il coinvolgimento del pubblico. Per questo mette a disposizione pagine strutturate in modo tale da fornire un profilo immediato: dove operano, quali progetti e il settore. La versione beta è attiva con oltre 3500 organizzazioni registrate, ma il numero potrebbe essere presto superato, anche in virtù delle difficoltà economiche che spesso impediscono al mondo del no profit di avere una presenza o una dotazione sotto il profilo della comunicazione. Jumo punta ad essere autosufficiente sotto il profilo della sostenbilità economica per evitare di dover dipendere da donazioni esterne e offre alle associazioni la possibilità di ricevere loro stesse un supporto economico. In attesa delle inserzioni a pagamento a contenuto etico, i donatori potranno devolvere una parte della donazione a Jumo stesso, una sorta di fee per il servizio. Per evitare frodi o forme occulte di sostegno a realtà dal dubbio orizzonte etico, possono ricevere donazioni solo le associazioni che hanno ottenuto dal governo Usa lo status di no profit.

www.jumo.com

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quasi un litro di caffe'

la tazza più grande del l o s tom a co

Un caffè da passeggio di quasi un litro. E’ questa l’ultima trovata della catena Usa, in linea con un atendenza diffusa tra i colossi del fast food dove imperversano ormai da molto i contenitori XXL per le bevande. Solo che Starbucks serve principalmente caffè e capuccini. Schiavi della caffeina o incoraggiati a diventarlo, non potendo, poi, più farne a meno? Se le perplessità sono legittime, su una cosa non ci sono dubbi: se un colosso come Starbucks ha deciso di mettere a disposizione dei propri clienti un contenitore “da passeggio” da un litro per il proprio caffè significa che esistono persone interressate a comperarlo. Dal prossimo maggio, dopo Tall (354 ml), Grande (473 ml) e Venti (591 ml), arriva anche Trenta che con i suoi 916 millilitri di capacità potrà soddisfare il desiderio di tutte quelle persone che non possono più fare a meno, dopo un menu XXL al fast food, di una quantità adeguata di caffeina. MacDonald già da un po’, infatti, solo per citare un marchio conosciuto anche qui da noi, garantisce alla propria clientela un barattolo gigante per frappè e bevande come il caffè espresso, il cappuccino e il latte macchiato anche nel formato XXL. Infatti, se il problema si limita alla quantità di zuccheri, argomento contestato ai marchi del junk food, che male c’è a proporre un litro di caffè che - senza zucchero - avrà si è no 90 calorie, come comunica concliliante la società aggiungendo che, zuccherato, poi, potrà arrivare al massimo a 230 calorie. Ma il problema è forse un altro, come ha lasciato intendere con la solita esagerazione Dave Letterman durante il suo show: la caffeina. Un litro di caffè filtrato contiene all’incirca 410 mg di caffeina, non certo una dose letale ma di certo un colpo al metabolismo non indifferente. Ma la cosa che maggiormente colpisce guardando la TRENTA da un litro sono le dimensioni. Che contenga limonata, tè o caffe è sempre di più di quanto uno stomaco di un adulto medio sia in grado di contenere. Ma negli U.S.A. ormai anche quelli sono diventati XXL. “Veniamo incontro ai desideri dei clienti”, appunto.

la nuova tazza da passeggio che può contenere fino a 916 millilitri di bevanda “per rispondere alla domanda dei nostri clienti”

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viverecibo Spingere all’autosufficienza alimentare e sviluppare strategia per ridurre lo spreco di cibo. Sono queste le indicazioni suggerite dallo State of the World report, del Worldwatch Institute http://www.worldwatch.org/ , un osservatorio indipendente britannico che si occupa di monitorare a livello globale lo stato e l’impatto sociale ed economico per creare i presupposti di uno sviluppo sostenibile. L’urgenza di trovare una soluzione al problema della sicurezza alimentare, talmente drammatica da essere alla base degli scontri provocati dall’aumento spropositato dei prezzi per il cibo che in questi giorni stanno colpendo paesi a noi così vicini come la Tunisia, potrebbe essere affrontata, semplicemente lavorando sul contenimento dello spreco alimentare e spingendo verso l’indipendenza alimentare. Il world watch suggerisce, quindi, di spostare l’attenzione dalla necessità di produrre più cibo, alla ricerca di una strategia per incoraggiare all’autosufficienza alimentare e ridurre gli sprechi alimentari sia nei paesi più ricchi che in quelli più poveri. Questo perché iniziative locali possono avere ripercussioni benefiche su scala globale e perché l’aumento della produzione non si traduce automaticamente in prevenzione alla fame. “Nonostante la produzione sia stata a lungo al centro del-

Spreco Zero è un marchio rilasciato da Last Minute Market, che ”certifica” l’adozione di una serie di strumenti, procedure e sistemi di controllo, che garantiscono un uso razionale ed efficiente delle risorse e una gestione dei rifiuti ispirata ai principi di prevenzione, riutilizzo e ri-

la nostra attenzione – commenta Brian Halweil del Worldwatch -prestando attenzione ai diversi passaggi lungo la filiera, come lo spreco nelle strutture agricole, la trasformazione, il consumo domestico, l’utilizzo inefficiente delle risorse idriche, il modo in cui oggi utilizziamo le risorse alimentari è particolarmente dispendioso” Le stime variano, ma tra un quarto e metà del cibo viene sprecato anche lungo le più sofisticate filiere alimentari. “A livello locale e nazionale ci sono i presupposti per ridurre questo fenomeno” continua Halweil che sottolinea anche come nei “paesi più poveri, dove il problema della fame è presente, ci sono spesso raccolti in abbondanza”. Tra il 1980 e il 2009 la produzione di orzo, mais, miglio, avena, riso, segale, sorgo e frumento è aumentata di quasi il 55% ma il cibo dei paesi ‘autosufficienza, ma parallelamente è aumentata la fame ed è diminuita la sufficienza alimentare. Secondo la Fao oggi il numero di persone che devono confrontarsi con il problema cibo sfiora il miliardo. Numeri, questi, che potrebbero aumentare drammaticamente nei prossimi anni. L’attenzione è quindi tutta rivolta sull’industria alimentare che deve puntare di più sull’efficienza, e condividere i risultati raggiunti nell’ambito della distribuzione anche con il settore privato, cercando ingredienti e prodotti a livello locale.

ciclo dei materiali. Qualsiasi tipo di attività infatti (evento, negozio, bar, ristorante, ecc), comporta in genere il consumo di risorse, sotto forma di prodotti, materiali, acqua ed energia e la produzione di scarti, sotto forma di rifiuti solidi, emissioni e scarichi. Progettare o ridefinire la propria attività secondo i principi di Spreco Zero richiede in primo luogo di prestare attenzione a questi aspetti, evidenziando le possibili criticità e valutando possibili azioni che permettano di controllare e ridurre gli sprechi e di comunicare all’esterno le buone pratiche adottate.

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ETICA, ECOLOGIA, ECONOMIA, EFFICIENZA 7


al centro di

BtoBIOexpo

Ecoarea offre uno spazio dedicato per le aziende che vogliono mettere al centro la qualità dei propri prodotti. Un’area di 400 metri quadrati organizzata con uno spazio destinato agli eventi ed una vetrina per gli espositori allestita con stand. Una posizione di assoluta visibilità, nel punto di maggior passaggio tra i padiglioni di BtoBio e TUTTO FOOD . Un ambiente innovativo e di forte impatto, realizzato con materiali rispettosi dell’ambiente, predisposto con stand già allestiti e dalle dimensioni modulabili. All’interno di EcoArea troverà posto anche un’area eventi (La Scienza della Qualità), che ospiterà degustazioni dei prodotti delle aziende aderenti al progetto, valutazioni di esperti, presentazione di supporti multimediali. Ogni giorno seminari di approfondimento sulle novità legislative e sulle principali tematiche inerenti la qualità dei prodotti agroalimentari, i sistemi di certificazione, le opportunità di marketing per le aziende. Per maggiori informazioni: commerciale@ecoarea.eu - Telefono: +39 0541 718230 Fax: + 39 0541 635056

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Ecoarea Magazine 04  

Il quarto numero di Ecoarea magazine che mette al centrol a questione sacchetti di plastica. Si parla della nuova iniziativa promozionale pr...

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